Ultime news salute mentale

Daniele Mencarelli parla dei suoi tre libri

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 20/01/2022 - 13:07

Giovedì 20 gennaio
alle 17.30
nella Sala San Giovanni Paolo II di Via Guglielmotti 12 a Civitavecchia
Daniele Mencarelli presenta i suoi tre volumi “Tutto chiede salvezza”, “La casa degli sguardi”, “Sempre tornare”.

L’autore dialoga con la scrittrice Tea Ranno.

Introduce e modera l’incontro Antonella Maucioni, Comunità di Sant’Egidio.

Intervengono Gianrico Ruzza, Vescovo di Civitavecchia e Tarquinia; Santo Rullo, psichiatra e ideatore di “Crazy for football”; Peppe Dell’Acqua, psichiatra, già Direttore del DSM di Trieste; Massimo Magnano, medico responsabile del progetto di salute mentale della Comunità di Sant’Egidio.

L’incontro è disponibile in diretta online su
www.chiesadicivitavecchia.it/dirette
www.facebook.com/diocesicivitavecchia
www.facebook.com/Comunità-di-SantEgidio-Civitavecchia

Presentazione online di “Un virus classista”

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 20/01/2022 - 11:48

Testi/Pretesti
Giovedì 20 gennaio, alle 18 sulla piattaforma Zoom e in diretta Facebook sulla pagina di Conferenza Basaglia, Benedetto Saraceno sarà ospite del percorso “Testi/Pretesti” insieme a Nerina Dirindin, Alessandra Oretti e Franco Rotelli per presentare “Un virus classista”. Modera Agnese Baini.

“Dopo una limpida e straordinaria carriera ai vertici di una grande organizzazione internazionale, Benedetto Saraceno ci consegna questa ineccepibile lectio magistralis. Chi ci governa, chi fa politica, chi dirige servizi pubblici legga, studi e, finalmente, agisca.”

Con queste parole Franco Rotelli introduce “Un virus classista” di Benedetto Saraceno, il volume pubblicato da Edizioni alphabeta Verlag per Collana 180.
L’autore denuncia le tante carenze del sistema sanitario, del welfare territoriale e del modello residenziale che la pandemia ha reso ancora più evidenti.

Maggiori notizie sul volume QUI >>>http://www.edizionialphabeta.it/it/Book/un-virus-classista/978-88-7223-384-9

“Testi/Pretesti” è un progetto finanziato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia con risorse statali del Ministero del lavoro e delle Politiche sociali ai sensi del Codice del Terzo Settore

Seminari UNASAM 2022

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 20/01/2022 - 10:32

UNASAM – SEMINARI 2022
20 e 21 gennaio, 18 febbraio, dalle 15.30 alle 18
su piattaforma zoom e sulla Oagina Facebook @UnasamOnlus
INFO: unasam@unasam.it

PROGRAMMA

20 GENNAIO
Salute Mentale: Proposte e indicazioni di buona pratica sull’uso appropriato dei farmaci nei percorsi di cura

ore 15.30 apertura lavori: Gisella Trincas Presidente UNASaM
Introduce e coordina: Roberto Pezzano Direttivo UNASaM

Relatori
Roberto Mezzina
, Vice Presidente For Program Development della WFMH Barbara D’Avanzo, Ricercatrice Istituto Mario Negri di Milano
Giuseppe Tibaldi, Psichiatra AUSL Modena
Danilo Miletta, Associazione Vivamente di Moncalieri
Carmine Basile, Volontario – Abruzzo
Antonino Raro, Associazione Si può fare – Sicilia
Angelo Barbato, Istituto Mario Negri di Milano
Caterina Corbascio, Direttrice D.S.M. Asti

ore 17.50 chiusura lavori: Gisella Trincas e Roberto Mezzina

21 GENNAIO
Salute Mentale: Proposte per la formazione del personale che opera nei servizi di Salute Mentale di Comunità

ore 15.30 apertura lavori: Gisella Trincas Presidente UNASaM
Introduce e coordina: Alessandro Sirolli Direttivo UNASaM
Relatori Paola Carozza, Direttrice D.S.M. Ferrara
Luigi Benevelli, Psichiatra – Mantova
Giuseppe Cardamone, Direttore Area Salute Mentale Adulti Azienda USL Toscana centro
Silva Bon, Storica e Autrice – Trieste
Antonella Cammarota, Associazione Solaris di Roma
Mirella Ruggeri, Ordinaria di Psichiatria Università di Verona
Luigi Grassi, Ordinario di Psichiatria Università di Ferrara
Gianni Carusi, Direttore CSM Sant’Egidio alla Vibrata (Teramo)
Roberto Mezzina, Vice Presidente For Program Development della WFMH Ore 17.50

ore 17.50 chiusura lavori: Gisella Trincas e Paola Carozza

18 FEBBRAIO
Salute Mentale: Linee guida per la corretta applicazione della Legge 6/2004 sull’Istituto dell’Amministrazione di Sostegno – riferimenti e vincoli costituzionali

ore 15.30 apertura dei lavori: Gisella Trincas Presidente UNASaM
Introduce e coordina: Daniele Pulino, Sociologo – Sassari

Relatori
Daniele Piccione
, Costituzionalista – Consigliere Parlamentare del Senato della Repubblica – Roma
Francesco Maisto, Garante delle persone private della libertà del Comune di Milano
Antonella Calcaterra, Avvocata – Milano
Cosimo Venerito, Associazione 180 Amici di Latiano
Elena Canali, Associazione Volontari in Onda – Ostia
Luca Lecca, Associazione ASARP – Sardegna
Luca Negrogno, Sociologo – Associazione Insieme a Noi di Modena
Pietro Pellegrini, Direttore Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche di Parma
Raffaele Barone, Direttore D.S.M. Caltagirone

ore 17.50 chiusura dei lavori: Gisella Trincas e Francesco Maisto

I seminari si terranno su zoom dalle 15.30 alle 18
Sarà possibile seguire la diretta streaming su facebook dalla pagina Unasam
Si potrà comunicare con i relatori e gli organizzatori attraverso la chat della diretta.
Per info: unasam@unasam.it

Scarica il programma qui >>> http://www.news-forumsalutementale.it/public/Seminari-Unasam-A4-corretto-4.pdf

Manifesto per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 15/01/2022 - 23:36

Di seguito, il Manifesto per la salute mentale  firmato da Barbato, D’Elia, Politi, Starace, Thanopulos

La cura nella Salute Mentale come valorizzazione della persona e difesa della democrazia

La cura del dolore nel campo della Salute Mentale pubblica è in crisi. Il dominio del modello biomedico l’ha inaridita. L’approccio puramente farmacologico alla “sofferenza mentale” e, tendenzialmente, a tutte le problematiche esistenziali, appiattisce sulla biologia i nostri desideri, sentimenti, pensieri e azioni, facendo leva su un obsoleto determinismo naturalistico. Esso ha creduto di potersi accreditare scientificamente a forza di “evidenze”, costruite a sua immagine e somiglianza, ma l’aver perso di vista l’esperienza soggettiva l’ha condotto a risultati deludenti. Ci sono state tante ricerche, investite grandi risorse finanziarie, sono stati pubblicati molti articoli, ma non sono stati ridotti i suicidi, i ricoveri e non sono stati migliorati gli esiti di guarigione delle persone con problemi di salute mentale.

Il modello biomedico ha trovato sostegno nei media, nell’insegnamento universitario, in gran parte dei servizi di Salute Mentale e ha contagiato settori della psicologia. Si è capovolta progressivamente la prospettiva, faticosamente conquistata, dell’umanizzazione della cura psichiatrica e si è registrato un ritorno prepotente alla logica dell’“istituzione totale” rivisitata: la reclusione delle persone sofferenti in esistenze diagnostiche costruite in funzione di trattamenti farmacologici disinvolti. Le ricerche scientifiche che mostrano l’uso eccessivo, inappropriato dei farmaci, che soffoca insieme ai sintomi anche la persona, e indicano la possibilità concreta di un loro uso pensato, accurato, sono ignorate.

La psichiatria dissociata dalla psicoanalisi/psicologia dinamica, dalla pratica psicoterapeutica, dalla fenomenologia, dalla psichiatria sociale e relazionale si è impoverita e rischia di ridursi in mestiere tecnico di contenimento/sedazione delle emozioni, fatto da psichiatri che pensano e agiscono secondo algoritmi. La relazione terapeutica si è chiusa nel rapporto assistenziale a senso unico tra curanti e curati, invece di costituirsi nell’ambito della reciprocità, dello scambio affettivo e mentale tra pari. L’attuale stato delle cose favorisce la spersonalizzazione dei vissuti sia degli operatori sia delle persone sofferenti. E tende a creare un clima depressivo, emotivamente povero, negli spazi della cura.

La riforma Basaglia, che ha ridato dignità di cittadinanza e diritto alla soggettivazione della propria vita al “paziente psichiatrico” (sino ad allora non considerato entità giuridica e politica), è sotto attacco, nonostante le dimostrazioni di qualità provenienti da quei servizi che ne hanno applicato lo spirito in modo innovativo. È tempo che tutte le forze riformatrici che considerano il pensiero e la prassi della cura psichica pubblica come strumenti critici di costruzione solidale e democratica della vita cittadina si uniscano per opporsi alla controriforma in atto. Per costruire un approccio al dolore psichico fondato sul dialogo tra saperi che si confrontano tra di loro in modo paritario.

Lavorare insieme, unire saperi ed esperienze in un approccio multidisciplinare, ha rappresentato, nei momenti migliori, l’elemento portante dei dispositivi di cura. Questa eredità tradita deve essere recuperata.

A partire dalla valorizzazione del lavoro dell’équipe territoriale, fulcro dell’intero sistema della Salute Mentale e luogo in cui integrano tra di loro i diversi approcci alla cura:

-       Il trattamento farmacologico mirato e critico, coadiuvato da un lavoro paziente di sostegno relazionale e di accoglienza umana del dolore, che è funzionale al contenimento dell’angoscia acuta, invasiva, e della depressione.

-       La cura, ispirata alla teoria e alla clinica psicoanalitica/psicodinamica (nelle sue varie forme: individuale, di gruppo, di coppia, di famiglia) e ai principi fenomenologici, che promuove il lavoro di trasformazione psichica necessario al ritorno in gioco della soggettività desiderante.

-       La terapia delle relazioni, che usa principi sistemico-familiari e cognitivo-dialogici.

-       Il lavoro di integrazione socioculturale nella comunità in cui si vive, che richiede una competenza specifica delle dinamiche psichiche e sociali della collettività, una grande sensibilità umana e una collaborazione costante con le istituzioni e con gli ambienti della cultura umanistica, della letteratura, del teatro, del cinema, dell’arte. Questi ambienti hanno una funzione preziosa nella costruzione della comunità, nella configurazione delle reti condivise di significazione dell’esperienza che creano un senso di identità aperto alla differenza, all’alterità, non chiuso in sé stesso.

-       Il lavoro di prevenzione, basato sulle diagnosi precoci, sulla valorizzazione dell’intervento psicopedagogico e della psicoterapia nei bambini e negli adolescenti, sull’individuazione di realtà familiari fragili, sugli interventi di sostegno in ambienti sociali vulnerabili colpiti da fenomeni di degrado, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli ospedali.

-       La partecipazione attiva e organizzata degli utenti con problemi di salute mentale che portano il contributo della loro soggettività al processo di cura.

-       Il superamento delle pratiche coercitive e violente attraverso la critica costante e la promozione di pratiche alternative in tutti i contesti di cura.

Il buon funzionamento dell’équipe ha un suo indispensabile complemento in un rigoroso lavoro epidemiologico e di ricerca clinica che affida la verifica del lavoro svolto soprattutto a criteri di qualità: lo sviluppo dei legami affettivi, della creatività e della libertà di espressione personale.

L’équipe richiede una buona formazione di partenza in tutte le sue componenti. Essa non è, tuttavia, la somma delle competenze che la compongono, non è un’attività poli-ambulatoriale. Non si identifica con una sede ma la sua funzione si diffonde nel territorio e eccede la sua composizione in due sensi. Da una parte include nel suo lavoro il gruppo dei pazienti, i loro familiari, le forze culturali e sociali con cui interloquisce; dall’altra amalgama tra di loro le diverse prospettive che ospita nel suo interno creando una prospettiva unitaria, un lavoro di cura coerente. L’équipe è luogo di formazione e di ricerca permanente, il luogo in cui la terapia della sofferenza grave, invasiva, si configura attraverso l’esperienza in modo autentico, vero.

La cura psichica non è un’applicazione di principi tecnici ai quali le persone sofferenti devono aderire, in una falsificazione reciproca di rapporti. È una prassi, un prattein nel senso nobile del termine che gli ha assegnato Aristotele: l’agire che ha come suo oggetto la vita dell’uomo. La prassi della cura psichica è un lavoro che segue principi scientifici, ma prende forma nell’ambito di relazioni personali, non anonime, come sapere artigianale che riconosce in ogni storia di sofferenza la sua particolarità, in ogni esistenza sofferente la sua trama originale. L’umanizzazione della cura non perde mai di vista gli strumenti farmacologici o i dispositivi relazionali che contengono l’angoscia. La cura, tuttavia, è nella sua essenza un prendersi cura della relazione con le persone che soffrono. Essa è, al tempo stesso, mezzo e fine, affermazione della soggettività.

È fuorviante e profondamente dannoso per la salute psichica dell’intera comunità che la cura della sofferenza grave sia orientata e definita da coloro che lavorano in laboratorio, sulla base di schemi diagnostici “obiettivi” prodotti da una compulsione tassonomica che nulla aggiunge al sapere prognostico, senza entrare mai in contatto con le persone sofferenti, senza conoscere i loro desideri, le loro emozioni, i loro pensieri travagliati, senza sentire il loro respiro, senza incrociare il loro sguardo. Le espressioni bizzarre, tormentate, incoerenti di una psiche lacerata se da una parte sono manifestazione di una sottostante angoscia destrutturante, che deve pur trovare tregua, sollievo, dall’altra sono l’unica forma con cui la persona sofferente si tiene viva e comunicante. La loro soppressione attraverso un abuso di cure farmacologiche, fa rientrare dalla finestra ciò che si pensava essere stato accompagnato alla porta: la logica manicomiale, la cancellazione violenta di identità, di esistenze umane.

L’approccio puramente quantitativo alla terapia del dolore psichico – la sua sedazione che mira soprattutto a renderla invisibile – ha portato allo sviluppo di un dolore sordo che svuota il senso dell’esistenza, diffondendosi ben al di là dei confini della sofferenza “psichiatrica” conclamata. Le soluzioni anestetiche non riguardano solo coloro che patiscono una sofferenza psichica grave, ma affliggono chiunque nelle varie fasi della sua vita incontri difficoltà, incertezze, vacillamenti, crisi esistenziali. Persone giovani o adulte che hanno un’alta probabilità di essere ridotte a un’etichetta diagnostica con cui saranno portate ad identificarsi e con cui saranno identificate.

Il progetto mistificante di una società senza dolore che passivizza i cittadini, sia deprimendoli sia spingendoli verso la scarica impulsiva/compulsiva delle loro emozioni, ha creato storicamente un terreno favorevole al totalitarismo. Ribellarsi all’equiparazione tra la persona e la sua biologia è una questione di civiltà. Contrastare la standardizzazione, l’omologazione dei comportamenti e la sottomissione della nostra concezione della vita al tecnicismo dilagante, è affermare la democrazia.

Angelo Barbato – Istituto Mario Negri Milano

Antonello D’Elia  – Presidente di Psichiatria Democratica

Pierluigi Politi – Ordinario di Psichiatria Università di Pavia

Fabrizio Starace – Presidente Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica

Sarantis Thanopulos-  Presidente della Società Psicoanalitica Italiana

Ritorno all’umano

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 10/01/2022 - 14:36

di Donato Morena
Psichiatra, Salerno
10 gennaio 2022

Per quanto riguarda il punto su autonomia e territorio, condivido il giudizio sull’inefficienza e sull’inefficacia del sistema regionale attuale. Mi chiedo però perché la risposta a tale valutazione sia la progressione verso l’autonomia e la gestione territoriale di aspetti che dovrebbero essere garantiti e tutelati dallo Stato? C’è sicuramente una nobile intenzione nella territorializzazione delle cure, che tuttavia trova ostacoli, non trascurabili ormai su tutto il territorio nazionale, nelle distorsioni operate dal potere politico e dagli interessi clientelari privati. E’ mio parere necessario partire da due elementi chiave, da cui poi tutto viene determinato a valle: la meritocrazia e l’autonomia dei dirigenti e degli operatori. E’ limitativo, credo, dibattere sulla dimensione delle strutture organizzative se al vertice, dal grande al piccolo, troviamo al solito persone/personaggi che hanno un solo scopo istituzionale, rispondere a comandi politici.

I contenitori possono avere un loro ruolo nella determinazione dell’operato ma la scelta giusta dei professionisti è determinante e deve essere una pre-condizione a tutto il resto. Nè si può pensare di imbrigliare l’operato dei vertici e degli operatori attraverso dei meccanismi di valutazione delle performance, che sappiamo essere facili da eludere e mistificare. Perciò, dovrebbe essere nelle intenzioni nazionali garantire un sistema omogeneo, limpido, meritocratico, di scelta degli operatori. Su tale base, poi, è possibile stabilire delle linee di indirizzo operativo, dei sistemi di monitoraggio, delle valutazioni da parte degli utenti ecc… - Formazione: tutto giusto ma, per ricollegarmi al primo punto, cosa si offre a un operatore che venga formato in modo, direi, così diverso da quanto fanno le Università? Si dirà, sono scelte di campo, bisogna saper dire sì si e no no. E’ un principio che tuttavia non ha dato i frutti sperati in questi anni. I giovani medici che iniziano il percorso formativo universitario oggi hanno due strade: seguire l’ambizione universitaria attraverso un’attività pubblicistica prevalentemente incentrata sulla terapia farmacologica o su interventi evidence-based di breve durata; oppure lasciarsi andare al mare aperto delle ASL, dove corrono il rischio di diventare, bene che va, operatori routinari, insoddisfatti e malmostosi, male che va degli aspiranti politici. Per gli altri operatori la situazione è migliore? Non esprimo qui pareri sulle altre professionalità, mi limito a dire che si dà ormai sempre più spazio a un appiattimento del lavoro su compiti di somministrazione terapeutica (di farmaci, di test, di programmi), spesso senza neanche sapere cosa si sta facendo, come, con quale finalità. - Contro la solitudine e l’isolamento: trovo l’isolamento che si vive nei centri territoriali e negli ospedali di un gelo estremo, e che questo rifletta ciò che avviene nel resto dei contesti (a)sociali. La psichiatria è capace e ha la forza di esprimere un valore di ritorno all’umano e al sociale? Durante i due anni di pandemia mi sembra che le voci siano state molto flebili, accontentandosi di qualche iniziativa, al solito in maniera sparpagliata. C’è la capacità di esprimere un coordinamento che sappia dare indirizzo su cosa e come fare? Che ascolti le voci dei territori e sia capace di farne una sintesi, trovare un soluzione programmatica ai problemi? Avere la forza politica di indirizzare l’operato dei Servizi? C’è la forza di sostituire gli operatori che ambiscono all’immobilità personale e del loro (piccolo) mondo? Anche da qui nasce il ghiaccio del silenzio, dal vedere che gattopardescamente tutto cambia per non cambiare mai niente. La parola deve avere un valore, altrimenti è parola vuota, svuotata, che può solo trasformarsi in grido e spegnersi. - Le parole e il linguaggio. Appunto. Suggerisco di smettere di criticare il linguaggio medico se poi non c’è la forza necessaria a dare un senso a tale cambio di paradigma. Altrimenti si finisce in un’aporia ideologica. Dire a un medico di non parlare di paziente, di diagnosi, di pericolosità, di aggressività, deve avere come presupposto la possibilità concreta di un’alternativa semantica che abbia un valore reale. Sappiamo bene che esiste un principio di responsabilità professionale da cui nessuno può chiamarsi esente e le sentenze giurisprudenziali lo stabiliscono quotidianamente, sempre più anche in ambito psichiatrico. Porre un valore critico alle parole è giusto, ma è fondamentale offrire una soluzione pratica, un’alternativa tangibile, un modo altro di fare. Parlare di “utente” invece che di “paziente” e poi offrire solo una terapia farmacologica e una visita mensile ha senso oppure è malafede (per usare un termine evocativo)? Dire che non si può parlare di “aggressività” e “posizione di garanzia” e poi leggere di condanne ai colleghi è un argomento che allontana o avvicina gli operatori alla nostra strada? E’ condivisibile mettere in crisi l’uso delle parole e del linguaggio. Ma, non si corre il rischio di sembrare troppo distanti dal reale nell’essere troppo radicali? Vorrei chiudere con un pensiero che mi frulla nella testa da anni. La speranza, l’attesa messianica, che possa irrompere sulla scena, di nuovo, Franco Basaglia. E’ una speranza che purtroppo so che non può farsi carne, farsi reale. Mi dà però un senso di ottimismo pensare che forse possiamo diventare noi operatori, unendo le forze e le intenzioni, quella figura di cambiamento di cui ci sarebbe tanto bisogno. Ho scritto di getto queste righe, senza volontà di polemica se non quella che possa essere una polemica-poietica, giusta per poter aprire una discussione.

Sono indignata

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 04/01/2022 - 14:16

di Silva Bon
2 gennaio 2022

Denis, il giovane Denis, quasi un adolescente. Un’esplosione di pensieri, di energie, di spinte interiori che hanno bisogno di trovare un’uscita, di essere dette, di essere vissute in tutta la loro urgenza, la loro spontaneità, la loro autenticità.

Lo ho incontrato, Denis, prima della pandemia, in un seminario organizzato dal DSM di Trieste, che aveva come obiettivo far riflettere le persone con esperienza sullo stigma, sulla loro vita in rapporto alla società e al mondo intorno. Il seminario era in realtà una co – produzione, che vedeva gli operatori accanto alle persone, cui era data anche la responsabilità di condurre in parte l’incontro, e comunque di intervenire liberamente. Anzi, la loro parola era ricercata e preziosa.

Denis aveva molto da dire, e nel flusso del discorso lasciava intravvedere riferimenti colti, scaturiti da una visione larga e omnicomprensiva, anche confusa a volte, ma certamente frutto di una cultura e di una precedente scolarizzazione consolidate.

Oggi Denis è ricoverato in SPDC a Trieste, da più di un mese, in condizioni di salute che non corrispondono a momenti di crisi prolungata, tali da giustificare ulteriormente il suo stare là, in ospedale. Ma non c’è più il CSM che lo possa accogliere sulle 24 ore, anche la notte.

E curare, essere curati, in salute mentale non è, non corrisponde a essere detentori di un posto letto.

Io sono indignata e denuncio con forza questo accadimento, perché so, lo ho provato anch’io, lo testimonio, che le persone hanno bisogno di essere accolte in un momento e in una situazione di socialità, non certo di isolamento e di abbandono come è lo stare, immobili e impossibilitati, soli e isolati, in un SPDC. Anche se qui le porte sono aperte e mai si è vista la contenzione.

Questo sta succedendo a Trieste!!

(carta colorata di Bertocchi detto Cucchi, Laboratorio P. 1973)

Eugenio Borgna. “Ai No Vax dico: abbiamo l’obbligo di difendere la vita”

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 01/01/2022 - 16:40
di Davide d’Alessandro

Da Huffpost del 29 dicembre 2021

Intervista allo psichiatra Eugenio Borgna sull’insostenibilità della solitudine della morte in pandemia.

Se Urbino, per Carlo Bo, è luogo dell’anima, Borgomanero, per Eugenio Borgna, è luogo dell’anima e della nascita, luogo cui far ritorno dopo una partenza, luogo dove trascorrere i mesi invernali tra passeggiate meditative, letture e scritture, scritture e letture. Il 22 marzo, per Feltrinelli, arriva in libreria “L’agonia della psichiatria”, l’ultimo accorato appello per una disciplina medica che si sta irrimediabilmente spegnendo. Perché? Il professore, 92 anni a luglio, è categorico: “Perché è scomparsa. Negli ospedali è diventata l’ultima ruota del carro, ha perso slancio e vitalità, ha smesso di essere orizzonte per sentimenti nobili. Si parla di psichiatria per riferirsi soltanto a fatti avversi, folli, crudeli, quando la violenza, all’interno della follia, è meno frequente e crudele di quella di chi viene considerato apparentemente sano, privo di follia. Con Basaglia, rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia arrivò ad attuare la 180, per Norberto Bobbio ‘la Legge più rivoluzionaria di sempre’. Passare da un impianto manicomiale a uno territoriale mise al centro del nostro lavoro l’ascolto, il dialogo, la percezione dei silenzi, la vicinanza al dolore. Se ci fossero stati ancora i manicomi, penso a quelli di Roma, Milano e Genova, con lo scoppio della pandemia avremmo assistito a un’ecatombe. La territorializzazione, nonostante tutto, ha saputo rendere meno tragica la condizione dei più deboli, dei più indifesi”.
Nei suoi libri si sofferma spesso sul tema del suicidio. Con la pandemia si è imposta prepotentemente l’immagine della morte, la paura della morte, l’ossessione della morte.
“Sì, l’immagine della morte spoglia, immediata, insostenibile. La morte è diventata un’esperienza di sconvolgente e indicibile solitudine. Sono cresciuti i suicidi, soprattutto tra i giovani. Viene a mancare la speranza, la prospettiva, la vista della luce in fondo al tunnel. C’è anche chi va incontro alla morte accettando il rischio di non vaccinarsi. Sa che ci si può infettare, finire in terapia intensiva e morire, ma la paura del vaccino vince la paura di morire. È davvero incomprensibile come l’uomo possa far male a sé stesso e all’altro, dimenticando che siamo comunità o non siamo, che il dolore riguarda tutti, che nessuno può salvarsi da solo. La scienza indica come proteggerci e come proteggere, come sfuggire al drago dell’oblio. Perché non ascoltarla? A chi dovremmo prestare ascolto in un tempo così cupo? Agli imbonitori? A chi vuole mobilitare le coscienze giocando con la storiella dei complotti? Dobbiamo difendere la vita. Abbiamo l’obbligo di difenderla”.
C’è chi vede, chi non vede, chi non vuole vedere. Ma l’abisso è separabile dall’uomo?
“Si può vivere senza abisso? Lo chiedeva Nietzsche e noi dobbiamo cercare di dare una risposta a questa domanda. Per non finirci dentro, per non farci risucchiare”.
Da quali autori si fa aiutare per rispondere, a quali autori ha affidato la riflessione e la comprensione durante questi due anni?
“Non posso fare a meno di Sant’Agostino, delle parole che il Cardinale Martini, per restare nella sfera della spiritualità, ha scritto su Sant’Agostino. Leggo Georges Bernanos, Teresa d’Avila, Thomas Mann. Leggo Emily Dickinson, Cristina Campo, George Trakl, Antonia Pozzi. Se le parole sono creature viventi, le loro parole, i loro scritti ci accompagnano nella fatica quotidiana, nella complicata lettura delle contraddizioni dell’umano”.
Stiamo salutando il 2021 per entrare nel 2022. Come vive i giorni di passaggio da un anno all’altro?
“Grazie al Cielo faccio le cose che ho sempre fatto. Leggo, ascolto, vedo pazienti che continuano a insegnarmi tanto. La memoria è buona, penso scrivendo, scrivo libri senza prendere appunti”.
Quando dico a Umberto Galimberti che esce un suo nuovo libro, mi domanda: “Ma quanto scrive quest’uomo?”. Gli rispondo, scherzando, che la colpa è sua. È vero o no?
“Certo. Senza l’amico Umberto, avrei continuato a scrivere articoli di psichiatria che nessuno avrebbe letto. Lui mi ha spinto a mettere insieme le pagine, a pubblicare, a far nascere i libri che i lettori premiano con attenzione e generosità”.
Durante il colloquio ho pensato più volte di chiedere al professore: ma lei ha paura della morte? Ho deciso di evitare. Alla stessa domanda, fatta da Lila Azam Zanganeh, Roberto Calasso rispose: “Sì, perché non dovrei? In fondo ne sappiamo molto poco, e la paura è parte di tutto”. Il professore, alla domanda, risponde con i libri, con quelli che legge e quelli che scrive, in dialogo continuo tra la vita e la morte, tra il compito quotidiano da assumere e il mistero che ci attende. Se le nuvole, che vanno e vengono come nella canzone di De André, coprono il sole di Borgomanero, il professore alza lo sguardo al cielo e contempla lo spettacolo che ogni volta si rinnova. Ombre e luci sempre insieme, inestricabilmente legate, al di sopra dei suoi occhi lucidi. È forse questa la migliore risposta. Osservare. Senza paura.

Rinasce il Forum Salute Mentale

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 24/12/2021 - 21:38

Lo scorso 7 dicembre si è tenuto un primo incontro per ridare forma al Forum di Salute Mentale e programmarne una rinascita.

Scrive Peppe Dell’Acqua:

Carissime amiche e amici,
Buon Natale e prepariamoci a un anno di lavoro che non sarà per nulla facile.

Non per niente siamo quelli del Forum: e resisteremo!
La riunione del 7 dicembre ha rimesso in moto un po’ di entusiasmo che da tempo mi/ci mancava e (forse prematuro) la giustezza di questa volontà di ripresa.

Voglio ripetere anche qui che il Forum vuole restare un luogo d’incontro il più largo possibile. Gli altri soggetti politico-associativi che si stanno muovendo su questo campo stanno svolgendo un ottimo lavoro. Quei tanti che noi siamo non intendono assolutamente porsi in opposizione. Tutt’altro. È uno stare insieme al quale io penso, spero anche voi.

Qui trovate un resoconto della scorsa riunione, che diventa un passo ulteriore per costruire e anche un modo per leggere una sintesi dei vostri interventi.

Nella prossima riunione dovremo fermarci un po’ di più sugli aspetti organizzativi che possano dare una qualche stabilità a quanto stiamo intraprendendo.
Vi aspettiamo numerosi alla prossima riunione.

(23 dicembre 2021)

***

Il prossimo incontro si terrà il 10 gennaio 2022, alle 18.30 sulla piattaforma zoom.
Aspettiamo la vostre richiesta di intervento a forumsalutementale@gmail.com: in risposta riceverete il link per partecipare.

***
7 DICEMBRE 2021 / ABSTRACT

- AUTONOMIA E TERRITORIO: come ridurre il potere delle regioni e cominciare a discutere concretamente della esagerata e intollerabile autonomia regionale. Semmai sarebbe opportuno che maggior autonomia avessero Comuni, Enti Locali, politiche dal basso perché il territorio e la comunità possano agire liberamente e riconoscere ciascuno le proprie peculiari risorse e occuparsi in modo puntuale nei micro contesti. Convergendo in una linea che responsabilmente il Ministero dovrà indicare e verificare.
Possiamo forse partire dal cosiddetto D.d.L. DIRINDIN per riparlare di questo? Riparlarne come una sorta di esercitazione che ci aiuta al confronto e a tornare sulle parole chiave. Il D.d.L contiene, di fatto, gli elementi che consentono di discutere sul rapporto tra servizi, territorio e istituzioni, culture e scelte di campo. E su una concreta ipotesi di organizzazioni territoriali e dispositivi di funzionamento.

- LA FORMAZIONE: è uno dei punti cardine da cui partire. C’è bisogno di dare prospettiva ai giovani che si formano oggi. Una prospettiva STORICA, che non faccia crescere quanti si apprestano al “mestiere della cura” in un ambiente senza radici, esclusivamente biomedico; una formazione che dia visione, che apra a nuove competenze e le metta in gioco in ambito sociale, antropologico, filosofico, politico; un approccio formativo che ponga l’accento sull’importanza dell’ambiente di vita, del contesto, del ruolo della famiglia, della rete sociale, della collettività, delle politiche. Va tenuto presente che è un momento molto delicato per la vita delle comunità e dei servizi, percorsi di crescita e di formazione vanno ideati, prendendo in considerazione tutte le variabili e le circostanze attuali dei servizi e del contesto sociale in cui essi operano. E nella disunita realtà attuale, come possiamo costruire alleanze e basi solide per una “scuola” che non sia solamente basata su lezioni ex cathedra, ma che attivi possibilità di esperienze e di confronti nelle realtà che meglio possano rappresentare bisogni, conflitti, diseguaglianze.

- CONTRO LA SOLITUDINE E L’ISOLAMENTO: oggi molti (in particolare gli operatori) hanno paura di parlare, di proporre, di prendere posizione, perché non si sentono sorretti da un pensiero condiviso e perché spesso temono ritorsioni e ricatti (che a volte avvengono davvero) da un ambiente che non è in grado di considerare l’ascolto e la crescita professionale; un ambiente frammentato, discontinuo, poco attento al confronto. Il Forum potrebbe essere uno scudo contro questo isolamento coatto, potrebbe creare una comunità che dà forza al pensare e alla sua espressione e al confronto serrato che restituisce capacità critica e autonomia. Avere la possibilità di incontrarsi e discutere non è una perdita di tempo, come taluni affermano, è il nucleo più prezioso di qualsiasi percorso formativo.
Vogliamo  ricostruire un movimento che potrebbe essere un ritorno a quella “minoranza  egemone” che ha caratterizzato il lavoro di cambiamento per più di mezzo secolo. Ritornare a essere la minoranza culturale egemone  è tra le poche possibilità per tentare di rimuovere la freddezza e la rigidità delle relazioni tra i differenti gruppi in tutto il campo psi.

- IL RITORNO A UN LINGUAGGIO EXTRA-MEDICO E TECNICO: facendo appello all’incertezza del “nostro” sapere, dobbiamo tornare a costruire un “lessico famigliare”, dove tutti, proprio tutti, abbiano la possibilità di sentirsi sempre a casa propria. Le parole hanno un peso e fa quasi ridere ricordarlo qui parlando del nostro mestiere, dove le parole uccidono; hanno un peso e oggi dopo molti anni troneggiano nuovamente termini come “struttura”, “paziente”, “repartino”, “diagnosi”, “pericolosità”, “aggressività”, “posizione di garanzia”. Vale la pena riflettere sul perché siano nuovamente accettati questi termini, non solo per cominciare a usare criticamente le parole e il linguaggio, ma soprattutto per riprendere contatto con la profondità e la gravità delle questioni che quotidianamente andiamo affrontando, per vivere con il giusto spirito critico e la conseguente capacità di ascolto e di accoglienza, le persone che abitano la “soglia”, dentro e fuori il centro di salute mentale, dentro e fuori il disturbo mentale, dentro e fuori la propria famiglia, dentro e fuori le multiple identità che il nostro lavoro deve ricercare, valorizzare, sostenere.

- L’IMPORTANZA DI UN’ORGANIZZAZIONE SOLIDA, CONTINUATIVA, VISIBILE, APERTA: perché il Forum abbia un buon futuro è importante dare a esso alcuni punti fermi: un gruppo redazionale che,  con ben motivati collaboratori si occupano dei contenuti e animano la discussione e un piccolo gruppo che si occupi del coordinamento, della programmazione e degli impegni politici, culturali o formativi che di volta in volta il forum potrebbe essere chiamato a sostenere.
La riunione del 7 dicembre ha riportato all’attenzione la necessità di creare un agilissimo momento associativo, uno status giuridico; un qualcosa che ci permetta di relazionarci con istituzioni, con aziende, con progetti di collaborazione.

- LA SALUTE MENTALE, LA CULTURA DELLA SALUTE MENTALE, IL FARE SALUTE MENTALE
Parole che fanno fatica a trovare cittadinanza nelle nostre pratiche e nelle nostre organizzazioni.  La psichiatria, che non ha mai smesso di essere dominante, è oggi quanto mai presente e intrusiva. La ripresa del Forum dovrà considerare questo stato delle cose, non per dichiarare guerra ma per moltiplicare le presenze, la correttezza delle pratiche, la responsabilità, la dimensione etica e politica della banale quotidianità.

A questo link >>> https://bit.ly/ABSTRACT7DICEMBRE è possibile scaricare la sintesi di tutti gli interventi.

La Corte europea sui malati psichici legati a letto

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 20/12/2021 - 23:54

di  Luigi Ferrarella
da “Il corriere della Sera”, 12 dicembre 2021

I giudici di Strasburgo mettono sotto sorveglianza l’Italia su questa pratica e potrebbero decidere lo stop a questi metodi fuori da «situazioni straordinarie»Magari sarà tardi per il 26enne tunisino morto il 28 novembre in un ospedale romano dopo tre giorni legato al letto. Ma il ricorso ai giudici di Strasburgo di un ragazzo milanese — che appena 19enne nel 2014 rimase legato addirittura 8 giorni al letto di un reparto psichiatrico ospedaliero, e poi vide i magistrati italiani archiviare questa vicenda 5 anni dopo la propria denuncia — sta per cambiare la pratica della contenzione fisica di persone con stati di sofferenza mentale.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, infatti, nel dichiarare ora ammissibile il ricorso presentato dagli avvocati Antonella Mascia e Antonella Calcaterra con il professor Davide Galliani, per la prima volta mette sotto sorveglianza l’Italia su questa pratica, non di rado utilizzata come scorciatoia (specie in carenza di medici e infermieri) rispetto alla fatica di un vero percorso di cura. E imponendo al governo italiano di rispondere a una serie di domande, sul fenomeno e sull’esistenza o meno di protocolli, la Corte fa già trasparire in nuce l’esito verso il quale si sta orientando: e cioé lo stop alla contenzione fisica, fuori da «situazioni straordinarie» (in fondo già abbozzate dalla Cassazione nella sentenza Mastrogiovanni nel 2018) di un «pericolo grave ed attuale» (e non solo vagamente ipotetico) di atti auto-lesivi o aggressivi che siano «non evitabili» dall’esercizio della «massima sorveglianza sul paziente».

L’ospedale, che il 30 settembre 2014 si era visto inviare l‘allora 19enne affetto da uno «stato mentale a rischio», ne segnalò la supposta «pericolosità sociale urgente» all’autorità giudiziaria, così indotta a emettere una misura di sicurezza detentiva: misura seccamente revocata appena il perito nominato dal gip escluse invece che il giovane fosse «portatore di pericolosità sociale». Intanto il 19enne era finito sul letto di un reparto psichiatrico: legato ininterrottamente dal 7 al 15 ottobre senza poter ricevere visite dei genitori.

Il welfare: conquista dei lavoratori

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 20/12/2021 - 23:50
di Roberto Mezzina La de-ideologizzazione e (alla fine) la spoliticizzazione della pratica, dentro lo specifico psichiatrico, nasce di necessità negli anni del ‘riflusso’ dopo la 180, per ‘tenere’ e legittimare i nuovi servizi. Operazione comunque difficile e incompiuta. Anche il Forum Salute Mentale alla sua nascita nel 2003 aveva posto il problema del buon governo, del buon servizio, del diritto alla cura. Oggi si riafferma una tecnicizzazione in senso biomedico, che ripropone logiche riduzioniste: la malattia e non la persona nella sua interezza, soprattutto dentro un impoverimento e uno smontaggio dei servizi pubblici, a vantaggio di un privato di vecchio stampo clinico. I servizi di welfare sono conquiste dei lavoratori, sono pezzi di plusvalore recuperati. Smontarli vuol dire dare spazio al progetto liberista, taylorista. Vuol dire tornare all’oppressione del povero, dell’emarginato, stavolta non più dentro i manicomi, ma nel vuoto del sociale e dentro la gabbia della patologia. Vedi l’esempio americano. Essere stati cooptati al comando gestionale del sistema sanitario in Regione FVG ha impedito di mantenere la lucidità e la consapevolezza che eravamo solo dentro una parentesi di contropotere. Il potere vero cerca sempre di recuperare il comando. Ora c’è la necessità di riprendere un pensiero critico, dopo aver perso definitivamente l’illusione di aver almeno ‘non vinto ma convinto’. Occorre lottare contro la distruzione del progetto di una salute mentale pubblica, di e per la comunità. La cui cifra siano i diritti umani e sociali, la lotta contro l’esclusione e per le libertà fondamentali. Per una nuova risposta al bisogno di una vita degna di essere vissuta per tutti.

di Roberto Mezzina

La de-ideologizzazione e (alla fine) la spoliticizzazione della pratica, dentro lo specifico psichiatrico, nasce di necessità negli anni del ‘riflusso’ dopo la 180, per ‘tenere’ e legittimare i nuovi servizi. Operazione comunque difficile e incompiuta.

Anche il Forum Salute Mentale alla sua nascita nel 2003 aveva posto il problema del buon governo, del buon servizio, del diritto alla cura.
Oggi si riafferma una tecnicizzazione in senso biomedico, che ripropone logiche riduzioniste: la malattia e non la persona nella sua interezza, soprattutto dentro un impoverimento e uno smontaggio dei servizi pubblici, a vantaggio di un privato di vecchio stampo clinico.

I servizi di welfare sono conquiste dei lavoratori, sono pezzi di plusvalore recuperati. Smontarli vuol dire dare spazio al progetto liberista, taylorista. Vuol dire tornare all’oppressione del povero, dell’emarginato, stavolta non più dentro i manicomi, ma nel vuoto del sociale e dentro la gabbia della patologia. Vedi l’esempio americano.

Essere stati cooptati al comando gestionale del sistema sanitario in Regione FVG ha impedito di mantenere la lucidità e la consapevolezza che eravamo solo dentro una parentesi di contropotere. Il potere vero cerca sempre di recuperare il comando. Ora c’è la necessità di riprendere un pensiero critico, dopo aver perso definitivamente l’illusione di aver almeno ‘non vinto ma convinto’. Occorre lottare contro la distruzione del progetto di una salute mentale pubblica, di e per la comunità. La cui cifra siano i diritti umani e sociali, la lotta contro l’esclusione e per le libertà fondamentali. Per una nuova risposta al bisogno di una vita degna di essere vissuta per tutti.

Così il Friuli Venezia Giulia ha deciso di smontare la sua assistenza territoriale

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 14/12/2021 - 23:01

di Gianni Cuperlo
da “Domani” del 12 dicembre 2021

Guidare contromano prima che irresponsabile è pericoloso. Tutti lo sanno ed è la ragione per cui, quando succede, non è mai per scelta, ma a causa di un errore umano. Dovrebbe valere lo stesso nell’azione dei governi, che siano locali, regionali o nazionali. Anche loro non dovrebbero imboccare la strada nel verso opposto a quanto suggerisce la logica o, se si preferisce, il vecchio buon senso. Invece capita che la regola si infranga. Se poi accade in tempo di pandemia e nel luogo simbolo di una delle poche riforme partorite a cavallo degli anni settanta e sopravvissute a numerosi attacchi tesi a svuotarla da dentro – parlo della legge che porta il nome di Franco Basaglia e della città, Trieste, dove quella norma ha espresso il meglio di sé – allora si può pensare (senza far peccato) che le coincidenze siano tutto meno che casuali.

Ma partiamo dai fatti: l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina (da qui in avanti Asugi) delibera una riorganizzazione dell’assistenza territoriale come previsto dal Pnrr. Per una volta le risorse disponibili non sono scarse e lo stesso Pnrr specifica i criteri dell’utilizzo. Tra questi, programmare almeno una “Casa della Comunità” ogni 40 o 50 mila residenti. Concretamente di cosa si tratta? Della scelta di dar seguito alla tanto evocata prossimità dell’offerta di servizi facendo tesoro della lezione impartita dalla pandemia: la sola ospedalizzazione e privatizzazione della sanità non è in grado si assolvere a compiti che solo una strategia di decentramento e presidio dei territori può gestire. Qui entra in scena la città dove Basaglia decise di forgiare il laboratorio della sua rivoluzione. A Trieste per decine d’anni la strategia dei Distretti Sanitari per un verso ha preservato, per l’altro anticipato, la consapevolezza oggi finalmente condivisa dalle massime autorità nel governo del paese e di una buona quota delle regioni. Ovvero i “Distretti sanitari” esistenti a Trieste sono di fatto sovrapponibili alle “Case della Comunità” contemplate nel Pnrr. Arriviamo così al senso di quel prendere contromano. Cosa prevede l’atto deliberativo dell’Asugi? In soldoni tre scelte. La prima è che il territorio della città capostipite di quella riforma veda ridotto il numero degli attuali Distretti Sanitari da 4 a 2. La seconda è che anche il numero dei Centri di Salute Mentale (il presidio fondamentale sul territorio) si dimezzi, pure in questo caso da 4 a 2. La terza è un coerente (sic) svuotarsi dai Distretti medesimi di molte attività specialistiche destinate da ora in avanti a convergere in un nuovo Dipartimento alle dipendenze del Direttore Sanitario. Traduciamo: quanto prima era decentrato in chiave di prossimità e continuità nella erogazione dei servizi contigui tra loro, diversificati e indirizzati a fasce di età e a patologie diverse, viene in seria misura ri-centralizzato con gli effetti prevedibili sulla qualità e quantità dell’offerta sanitaria e di assistenza. Insomma la questione si capovolge: piuttosto che andare nella direzione prevista e prescritta dal Pnrr, che in buona parte è stata da tempo realizzata  nel capoluogo giuliano e nel resto della Regione, si disarticolano e si svuotano di competenze i servizi di prossimità che già esistono, sono integrati e rivolti a una popolazione di circa 50 mila abitanti. Ora il fatto che questa riduzione e compressione dei servizi riguardi quel contesto specifico (per capirci i due Distretti frutto del taglio avranno da coprire rispettivamente 146 mila e 83 mila abitanti) mentre altre aree della regione (sotto giurisdizione della medesima Azienda Sanitaria) con molti meno residenti non vedano intaccata la propria dote di istituzioni sanitarie e strutture induce quanto meno al sospetto. Non sarà che per caso si è voluto penalizzare un territorio che nel tempo ha difeso un genere di medicina e psichiatria giudicato dal potere politico e amministrativo di adesso un’anomalia da “sanare”? Perché se così fosse quell’avere imboccato contromano si caricherebbe del significato peggiore: usare nuove ingenti risorse non già per ottenere un più alto livello di prestazioni, ma per regolare conti lasciati in sospeso da anni, con buona pace del bene comune e dell’interesse dei cittadini. Mesi fa presentando le linee del Pnrr il capo del governo disse che “il gusto del futuro” avrebbe prevalso “su corruzione, stupidità e interessi di parte”. Parole sante che parvero allora una consolidata certezza. Oggi mi contenterei di assumerle come un formidabile auspicio.

Il muro di Alda

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 10/12/2021 - 19:18

di Francesca De Carolis

È stato chiesto all’autrice di scrivere di Alda, ispirandosi alla foto di Eric Toccaceli

Sbirciando sullo sfondo immagini del muro di Alda. Brani di pareti sulle quali Alda Merini prendeva appunti. Nomi, numeri di telefono, schizzi… Il muro degli angeli, ho letto chiamasse quello dove poggiava la testiera del letto. E cosa meglio, per scriverci sopra, del suo rossetto, rosso come il fuoco delle sue passioni…

La immagino benissimo lì a scrivere sul muro, con gesto provocante di bambina. Già, bambina, se tutti da bambini abbiamo avuto una voglia matta di scrivere sui muri, per lì lasciare le nostre prime tracce sul mondo. E libertà è stato anche poter scrivere/sporcare il muro della casa finalmente propria, senza temere rimproveri…

I matti e i bambini… Peccato che i matti venivano poi imprigionati, e i bambini, ahinoi, educati.
Un proverbio napoletano che sempre m’incanta ricorda che “a pazze e a peccerille dio l’aiuta”, proverbio che Basile mette a chiusura del primo racconto della prima giornata del suo “Cunto de li cunti”. Il racconto dell’orco. E non è un caso. Minacciati da tanti orchi, pazzi e bimbi per fortuna li aiuta dio, e questo dio qualcosa infine ha fatto, se ora almeno sappiamo che i manicomi non devono esistere più. Rimangono, purtroppo, un’infinità di costrizioni altre, che neppure sto a elencare. Rimangono, ancora prigionieri forse di troppa malintesa educazione, i bambini, e guai a loro se imbrattano pareti…

Guardando e riguardando il profilo curvo di lei mentre, sullo sfondo di quel muro “imbrattato”, sfumacchia una sigaretta, avida come sempre di fumo e di fantasmi, come non pensare che ognuno dovrebbe avere un muro che parla per noi. Un bel muro sporco, e come lei dichiarare al mondo: “amo la sporcizia, la amo, la desidero, la bramo”.
E sentirla ancora stupirsi “… ma non sapevo che nascere folle / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”

Quanto sarebbe migliore il mondo se imparasse a rispettare i matti e i bambini… I matti, i bambini e i poeti che…

“… lavorano di notte/ quando il tempo non urge su di loro,/ quando tace il rumore della folla/ e termina il linciaggio delle ore./ I poeti lavorano nel buio / come falchi notturni od usignoli / dal dolcissimo canto / e temono di offendere Iddio / ma i poeti nel loro silenzio / fanno ben più rumore / di una dorata cupola di stelle”.

E tu legalo subito!

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 07/12/2021 - 20:28

Il sogno italiano di Abdel finisce nel servizio psichiatrico del San Camillo
di Matteo Garavoglia
da il Manifesto del 5 dicembre 2021

Abdel Latif ha 26 anni, è originario di Kebili nel sud della Tunisia e il 28 novembre scorso è morto all’ospedale San Camillo di Roma in circostanze ancora da chiarire. Della sua storia personale sappiamo ancora poco: arrivato a Lampedusa a fine settembre, ha passato dieci giorni in una nave quarantena ad Augusta prima di essere trasferito al Cpr di Ponte Galeria.
Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di +Europa Radicali, insieme al Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio Stefano Anastasia ha effettuato ieri una visita ispettiva al Centro di permanenza per i rimpatri e ha potuto visionare anche i documenti sanitari.

«ABDEL LATIF ARRIVA AL CPR previa certificazione dell’idoneità della vita in comune, un certificato che serve per dire che la persona è idonea a essere messa in una struttura del genere – è la ricostruzione che Capriccioli fa al manifesto -. Qui il personale medico si accorge che il ragazzo ha un problema psichiatrico a cui segue una prima terapia prescritta da uno psichiatra della Asl. Passano alcuni giorni e questa volta lo psichiatra della Asl richiede che la seconda valutazione venga effettuata mediante ricovero ospedaliero. Latif arriva così in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale Grassi il 23 novembre, dove passa due giorni prima di essere trasferito al reparto psichiatrico del San Camillo. Il 26enne ha subito misure di contenzione il 25, 26 e 27 novembre, però non è specificato per quanto tempo. Per quanto si capisce dalla documentazione potrebbe anche essere continuativa, non si sa».

Dal Centro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria arriva anche un’altra notizia: Abdel Latif non mostrava segni di aggressività nei confronti delle altre persone presenti al Cpr e non era considerato un soggetto pericoloso. Nelle annotazioni presenti all’interno della contenzione, si cita l’aggressività come uno degli elementi che hanno reso necessario questo tipo di intervento. Al momento è da verificare se il 26enne avesse presentato o meno domanda di protezione internazionale durante il suo periodo in Italia.

A UNA VICENDA che già di per sé presenta diversi punti di domanda, si aggiunge la chiamata del consolato tunisino alla famiglia di Latif per annunciare la morte del ragazzo, avvenuta la mattina del 3 dicembre, quasi una settimana dopo il decesso. Uno squarcio nella vita dei genitori e dei suoi parenti più stretti per una persona che fino a quel momento non aveva mai dato segni di particolari problemi fisici che potessero portare, secondo i familiari, a una morte prematura.

«Ho solo le urla della madre al telefono», sono le parole del deputato tunisino Majdi Karbai (Attayar), da sempre attivo sul tema migratorio e contattato da un cugino di Latif una volta appresa la notizia. «Quando ha chiamato mi ha riferito del consolato e del fatto che si trattasse di morte naturale. Il ragazzo è uno sportivo e non soffre di malattie croniche. È una storia che mi ha stupito molto», prosegue Karbai che ha già segnalato il caso al Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e alla campagna «LasciateCIEntrare».

Dal reparto “Sestante”, un commento di Patrizio Gonnella

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 07/12/2021 - 16:34

da  ”Il Manifesto” del 24 novembre

Detenuti psichiatrici, l’orrore dietro le sbarre del reparto “Sestante”
di Patrizio Gonnella

Torino. Dopo la testimonianza della coordinatrice nazionale di Antigone nel carcere Lorusso e Cotugno. Trattamenti inumani e degradanti, la procura apre un’inchiesta.

Era il 1998 quando Antigone per la prima volta ricevette l’autorizzazione dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a visitare tutti gli istituti di pena italiani. Allora ai vertici dell’Amministrazione c’era quel magistrato gentiluomo che era Sandro Margara. A lui sembrava naturale che un’organizzazione della società civile potesse avere una funzione di monitoraggio delle condizioni di detenzione. Da allora abbiamo visitato più volte tutte le carceri d’Italia. Lo abbiamo fatto sempre con uno spirito costruttivo e con discrezione.

Per alcuni anni siamo riusciti a raccontare non solo con le parole ma anche con le immagini quello che vedevamo. Il tutto sempre in uno spirito non di contrapposizione ma funzionale a rendere la pena coerente con il dettato costituzionale che vieta trattamenti contrari al senso di umanità. Purtroppo nelle ultime visite non abbiamo potuto tradurre anche in immagini le nostre parole in quanto ormai da due anni questa opportunità ci è stata tolta. Le immagini vanno spesso oltre le parole nel potere di raccontare la vita interna. Da quelle, rispetto alla nostra ultima visita al carcere di Torino, sarebbe stata per tutti più forte e immediata la sensazione di trovarsi di fronte a condizioni inumane e degradanti. Antigone rinnoverà la propria richiesta nel 2022 per poter portare all’interno le videocamere, strumento prezioso di trasparenza e democrazia.

Nei giorni scorsi Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, è stata in visita all’istituto torinese insieme al coordinatore dell’Osservatorio sulle carceri Alessio Scandurra. Marietti ha raccontato, in un resoconto che ha girato molto, quel che hanno visto nel reparto psichiatrico “Sestante” dell’istituto. Le sue parole hanno prodotto un’indignazione generalizzata che ha indotto l’Amministrazione Penitenziaria a chiudere quel reparto. Un reparto dove le persone vivono chiuse in circa venti piccole celle singole dalle condizioni degradate, vuote di quasi tutto se non un letto inchiodato al pavimento e un bagno alla turca aperto alla vista di tutti.

I nostri osservatori hanno trovato persone buttate per terra al buio nell’indifferenza generale, o che parlavano da sole con la faccia contro il muro, o ancora incapaci di reggersi sulle gambe e di tenere gli occhi aperti per i troppi medicinali assunti. Hanno trovato persone ridotte all’incapacità di parola, con la saliva che colava dalle labbra e gli occhi vuoti. Un uomo era al buio poiché la luce della sua cella era rotta e nessuno la aggiustava. Un altro uomo chiedeva che qualcuno scaricasse le sue feci visto che la turca non funzionava. Un ragazzino era terrorizzato. La mamma non era stata avvisata di dove si trovasse.

Erano cinque anni che il reparto “Sestante” era sotto l’attenzione pubblica. C’erano stati in precedenza segnalazioni e rapporti sia del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura sia del Garante nazionale delle persone private della libertà. Ora, solo quando l’indignazione ha trafitto i media, si è giunti a prendere coscienza che non si poteva tenere aperta una sezione di questo tipo.

Alcune osservazioni conclusive di una vicenda che ha visto la Procura torinese avviare un’inchiesta per maltrattamenti:

1) Il problema dei detenuti affetti da patologie psichiatriche non si risolve né aumentando i posti nelle Rems (che hanno sostituito i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari) né trasformando reparti carcerari in veri e propri manicomi criminali. Il problema si risolve attraverso un’accurata ed equilibrata gestione socio-sanitaria di queste sezioni da parte dei servizi territoriali. Non ci si può affidare alla sola terapia farmacologica e là dove possibile bisogna pensare a percorsi che portino le persone a essere curate anche in contesti di libertà. In questi reparti deve essere assicurato un adeguato trattamento penitenziario.

2) È necessario che a partire da Torino si ridia slancio ad una visione della pena che per tutti sia umana e finalizzata al reinserimento sociale. La Ministra Marta Cartabia ne è consapevole. Non ritroviamo la stessa consapevolezza in una circolare dell’Amministrazione penitenziaria che vorrebbe allargare a dismisura la creazione di sezioni ad hoc per i detenuti accusati di essere fastidiosi.

3) Sarebbe importante che i media si riapproprino di un proprio ruolo di informazione e negozino un diverso modo di raccontare quello che accade nelle carceri italiane. Dalle pagine del Manifesto alcuni anni fa lanciammo una campagna per far entrare le tv e i giornali nelle carceri. Ne riconfermiamo oggi l’importanza, anche alla luce dei fatti di Torino.

Spero che ciò che ho visto non si ripeta mai più

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 07/12/2021 - 16:22

Ho visitato la sezione psichiatrica del carcere di Torino.
Spero che ciò che ho visto non si ripeta mai più

di Susanna Marietti
da Il fatto quotidiano, 20 novembre 2021

Nelle scorse ore ho visitato insieme a un mio collega il carcere per adulti di Torino. Di carceri ne ho viste tante in vita mia, in Italia e anche all’estero, ma raramente mi era capitato di assistere a quanto ho avuto modo di vedere nel capoluogo piemontese.

Vi è una sezione, chiamata Sestante, che funge da articolazione psichiatrica dell’istituto. Mi auguro che qualche giornalista legga quello che sto per raccontare e che in tanti decidano di andare là dentro a vedere. Che pretendano di portare con sé le videocamere per mostrare a tutti cosa accade in quelle quattro mura. Mi auguro che tutti noi ci indigniamo in massa e pretendiamo che queste cose non succedano mai più, che quel reparto venga chiuso immediatamente: non domani, non tra una settimana, non tra mese. Ci hanno detto che stanno per fare dei lavori di ristrutturazione. Non basta. Sono anni che Antigone, anche attraverso i suoi Rapporti annuali, denuncia le condizioni di vita interne, ma nulla è cambiato.

Al Sestante si trovano circa venti celle, dieci su ogni lato del corridoio. In ciascuna è reclusa una singola persona detenuta. La cella è piccola, sporca, quasi completamente vuota. Al centro vi è un letto in metallo scrostato e attaccato al pavimento con i chiodi. Sopra è buttato un materasso fetido, a volte con qualche coperta e a volte no. Qualcuno, ma non tutti, ha un piccolo cuscino di gommapiuma. Non vi è una sedia né un tavolino. Solo un piccolo cilindro che sembra di pietra dove ci si può sedere in posizione scomodissima. L’intera giornata viene trascorsa chiusi là dentro, senza nulla da fare e nessuno con cui parlare. Unico altro arredo, un orrendo bagno alla turca posizionato vicino alle sbarre, di fronte agli occhi di chiunque passi per il corridoio.

Noi ci siamo passati. Abbiamo dovuto insistere un po’ affinché ci aprissero il cancello della sezione. Ci siamo passati, per quel corridoio, e abbiamo guardato dentro ciascuna di quelle stanze detentive. Ognuna teneva dentro un essere umano. Ma certamente trattato in maniera contraria a quel senso di umanità che la nostra Costituzione chiede alle pene legittime. Alcuni erano solo dei mucchietti di stracci buttati immobili sulla branda. In una cella vi era un uomo sdraiato al buio sul pavimento. Nessuno lo tirava su di là. In un’altra vi era un ragazzo che stava in piedi con la faccia a pochi centimetri dal muro. Non si è girato al nostro passaggio. Teneva i palmi delle mani rivolti verso l’altro, all’altezza delle spalle. Parlava verso quella parete, ogni tanto si girava verso il letto, poi tornava a rivolgere la faccia al muro e parole a chissà che cosa. Barcollava e aveva gli occhi a mezz’asta. Nessuno ci faceva caso.

Qualcuno si è avvicinato alle sbarre al nostro passaggio. Un uomo mi ha chiesto se potevo fare in modo che la turca della sua cella venisse aggiustata. Erano quattro giorni che non scaricava le sue feci, mi ha spiegato. L’ho detto al poliziotto del reparto.

Un altro uomo era al buio. Si è sporto dalle sbarre e mi ha detto che avrebbe voluto un po’ di luce. Il poliziotto che era con me, un po’ imbarazzato, gli ha detto di accenderla con l’interruttore interno, che sicuramente avrebbe funzionato. Ma lui ha detto di no, mancava proprio la lampadina. Mi sono fermata per capire chi avesse ragione. Effettivamente la luce non si accendeva. Non so da quanti giorni quel signore fosse al buio dalle quattro e mezza di pomeriggio fino all’alba del giorno dopo.

Un giovane uomo si teneva a stento in piedi sulle gambe. Aveva un filo di bava che gli colava sulla blusa. Gli occhi semichiusi, come se stesse per addormentarsi in piedi da un momento all’altro. Ha tentato di pronunciare qualche parola rivolto a me che mi ero fermata lì davanti. Faceva fatica ad articolare i suoni. Ha balbettato la parola ‘avvocato’. Gli ho chiesto se avesse avuto modo di parlare con il suo legale. Si è chinato e da un mucchietto di carte per terra ha preso un foglietto con un numero di telefono. L’ho copiato sul mio quaderno e gli ho detto che l’avrei avvisato che si trovava lì. Mi è stato spiegato che l’uomo era a Torino per un periodo di 30 giorni di osservazione psichiatrica, mandato lì da un altro istituto. Non so cosa si possa osservare e diagnosticare in un uomo imbottito di farmaci fino al punto da non riuscire a parlare e a reggersi in piedi.

Nell’ultima cella prima dell’uscita c’era un ragazzino. Avrà avuto 25 anni. Gli ho chiesto come andasse. Le lacrime hanno cominciato a scendergli dagli occhi. Mi ha detto che non capiva perché fosse lì, che gli mancava sua madre e che aveva tanta paura tutte le notti. Mi ha pregato di farlo trasferire. Gli ho spiegato che non avevo alcun potere in questo senso, ma mi sono fatta dare il numero di telefono della mamma, che lui sapeva a memoria. Gli operatori mi hanno spiegato che erano in attesa che si liberasse un posto in una Rems, le residenze a vocazione sanitaria per l’esecuzione delle misure di sicurezza psichiatriche. Il ragazzo non avrebbe dovuto trovarsi lì, non c’era titolo per la sua detenzione. Sono uscita e ho chiamato la madre. Era contenta che almeno qualcuno avesse visto suo figlio. Lei non ci era riuscita, nessuno le aveva detto dove lo avessero portato. Adesso si apprestava a recarsi a Torino.

Mi vergogno a pensare che trattiamo le persone in questo modo. Non so di chi sia la colpa. La direttrice del carcere ci ha detto che lei ha la coscienza a posto perché ha scritto varie lettere al proposito e attende interventi. Certo, da sola non può fare molto. Ma qualcosa forse sì. Come qualcosa può fare la gestione sanitaria della sezione. Come qualcosa possiamo fare noi: far conoscere l’indecenza di questi posti, dove gli esseri umani sono privati di ogni dignità, trattati come corpi ammassati. Dove si rinuncia a vite umane come se fossero niente.

Mi rivolgo alle autorità centrali che non sempre conoscono la periferia penitenziaria, mi rivolgo ai tanti dirigenti attenti e democratici che fanno con passione il proprio lavoro. Mi rivolgo agli operatori dell’informazione, che possono chiedere all’ufficio stampa del Ministero della Giustizia di essere autorizzati a entrare al reparto Sestante del carcere di Torino per raccontare fuori quel che troveranno dentro. Mi rivolgo a tutti loro: non credetemi, andate a vedere.

È l’umanità scartata che va ritrovata

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 05/12/2021 - 13:52

di Peppe Dell’Acqua.

Riflessione presentata alla alla tavola rotonda, attorno alla mostra DIS/INTEGRATION, allestita a cura della Sapienza Università di Roma nelle Sale del Rettorato. La mostra accoglie le opere dei Laboratori d’Arte della Comunità di Sant’Egidio, in dialogo con gli interventi di artisti impegnati nella società. La tavola rotonda si è svolta in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, 3 dicembre.
La mia esperienza intorno a pittura, teatro, calcio e psichiatria  inizia a San Giovanni, in uno stanzone di un reparto uomini dove i matti, ma anche adolescenti disabili ricoverati in manicomio, disegnano, pitturano, usano la creta. I “mati”, come dicono a Trieste per dire di un altro, di un amico, di un incontro, e come cominciammo a dire noi per eludere la parola “internato”, malato di mente, paziente, dipingono, passano due ore ogni mattina in laboratorio e come capirò tempo dopo, malgrado le buone intenzioni, quelle attività non possono fare altro che produrre infantilizzazione, espropriazione, assenza.

È il 1973 nel primo reparto vuoto nasce Marco Cavallo e col cavallo azzurro centinaia di grandi fogli ricchi di colore, di forme, di racconti, di poesie, di canti. Un mese di meraviglia e di impensabile gioia. Qualche settimana dopo un’osteria popolare di San Giacomo, il rione operaio a ridosso dei cantieri, accoglierà le opere nate intorno al cavallo. Circa cinquanta persone espongono insieme, per metà sono artisti, per metà malati di mente. O meglio: metà hanno ruolo,  sicurezza e credibilità sociale, hanno oggetti, spazi, tempi e affetti propri, una propria biografia; l’altra metà sono uomini e donne che non hanno ruolo se non quello di malato e sono  stati espropriati  degli oggetti, degli affetti,  dei loro abiti, del loro tempo, del loro spazio. Della loro stessa vita. Anni dopo una donna con drammatiche esperienze di malattia scriverà: “Abbiamo solo la nostra storia. Ed essa non ci appartiene”.

Cinquanta opere esposte nell’osteria tutte insieme quasi a voler tentare attraverso la suggestione delle forme e dei colori il superamento di una disuguaglianza, di una separatezza, di una distanza. La magia dell’arte  può  solo aprire spiragli e aiutarci a capire e individuare i meccanismi che alimentano l’oggettivazione, l’esclusione, la sopraffazione, la violenza.

Nell’archivio dell’ospedale alcune cartelle contengono foto in bianco e nero. Con orgoglio in un testo a parte, il direttore descrive le scene: i malati e le malate che cantano in coro, il laboratorio di pittura degli uomini e di ricamo per le donne, il teatro dove una volta all’anno si mette in scena uno spettacolo, anche con la partecipazione degli internati, quelli più docili. Le immagini che più stringono il cuore, che guardi con un nodo in gola, sono quelle dei bambini e delle bambine ricoverati nell’istituto medico psicopedagogico. Il reparto dei bambini che si preparano a passare nei reparti dei grandi. Sono ragazzini e ragazzine con disabilità che provengono da situazioni familiari difficilissime: i figli del dopoguerra. Sono fotografati mentre mettono in scena il presepe vivente.

Gli spazi e i protagonisti delle foto ostentano (fingono) calma, pacatezza, normalità. Ma basta semplicemente mettere un po’ a fuoco il loro sguardo per scoprire il vuoto, la lontananza siderale, l’annientamento. Credo che da queste piccole rivelazioni, nel tempo, comincia ad apparire la dimensione riduttiva e tragica di queste scene, il senso della pedagogia istituzionale, della riduzione di ogni respiro, gesto, parola, scrittura, pittura, canzone a diagnosi, riabilitazione, trattamento. A partire da questa “rivelazione” riusciamo a immaginare un laboratorio di tutt’altra intenzione. La pittura, il teatro, così come il lavoro in cooperativa e la partita di calcio, il cucire o fare video e la festa delle castagne e il volo in aereo su Venezia e scrivere, raccontare storie, curare giardini, pulire verdure e pavimenti sono azioni che nella loro concretezza non possono che avere a che fare con la vita reale delle persone. O non sono altro che intrattenimento, riproduzione ossessiva del teatro della follia, della disabilità, dell’invisibilità, dell’assenza.

I Laboratori di sant’Egidio a Roma, l’Accademia della Follia a Trieste, il Teatro della Fortezza nel carcere di Volterra, gli ortolani coraggiosi di Empoli, i pizzaioli della NCO (nuova cooperazione organizzata di Ottaviano), gli attori acrobati del teatro La Ribalta di Bolzano, le squadre di calcio ormai diffusissime e i tanti lavori nelle cooperative che fanno sempre più fatica, tratteggiano un percorso di emancipazione che aiuta a dire una verità, a gridare una denuncia, che saranno le sbarre per il carcerato, le mille prigioni dell’handicap, e sarà lo stigma che imbavaglia i matti e li lega e contiene, come un laccio e una camicia di forza, non sempre invisibile.

Le persone che vivono queste esperienze hanno bisogno di tanto per vivere (impegno, intenzione, risorse, valori, organizzazioni sensate) e di stare nelle relazioni sociali, nel contratto. E pur di essere protagonisti sono disposti a vivere una vita grama, come capita alla maggior parte dei pittori, degli attori, spesso tra i più talentuosi e bravi, dei cooperatori, dei calciatori. Al di là dell’insensatezza di tanti servizi, dei magri sussidi che può dare lo Stato, della pensione o di qualche rimessa di una famiglia più o meno facoltosa, vivono del loro lavoro.

Laboratori non ambulatori dicemmo allora. I laboratori scommettono di riappropriarsi del tempo, di riguadagnare lo spazio della relazione, di trasgredire la domanda di trattamento. Se si fa teatro, se si usano i colori, se si lavora in cucina o a servire ai tavoli bisogna essere professionisti, protagonisti e testimoni. I ragazzi e le ragazze che vivono impedimenti dolorosi, i detenuti, i matti sviluppano e affinano il loro talento, acquisiscono un’abilità, una professionalità, un mestiere. Fanno sul serio, e si spingono oltre. Lasciando chi assiste a bocca aperta.

Da questo momento i destini immutabili non sono più tali. Le persone con disabilità, le persone che vivono l’esperienza del male mentale, le persone che usano sostanze, le persone costrette al carcere, le persone che invecchiano e che infragiliscono, possono vivere nel mondo delle possibilità e giocarsi la loro vita. La loro vita intera e non già pezzetti, frammenti, brandelli che non ricostruiscono mai una storia vera, intera. Un racconto.

“Le persone che non sono utili si scartano” continua a dirci Francesco.
È per questo che siamo chiamati, oggi più che mai, a mettere in campo ogni strumento, ogni risorsa affinché le persone che vivono o hanno vissuto il rischio o l’esperienza dell’esclusione, dello scarto, siano messe in condizione di giocare tutte le loro possibilità, infinite o risicate che siano e che la lotta senza quartiere contro le istituzioni totali che ogni giorno rinascono, visibili e invisibili, non si fermi.

Il teatro, i laboratori, i luoghi dell’abitare insieme e il nostro lavoro nei servizi, nelle istituzioni tante volte ai confini del mondo hanno senso quando sono capaci di buttare giù il muro dell’impossibilità, che è il primo a dividere e dividerci. I pittori alla Sapienza, gli ergastolani in scena nei grandi teatri o i matti di Trieste che recitano un testo di Franco Basaglia o gli attori del teatro La Ribalta di Bolzano che ballano e cantano facendo venir giù il teatro a furia di applausi e fanno immaginare l’impossibile. Un impossibile che ancora non smette di stupirmi, e che mi serve per sognare, scrivere e mettere in scena quel copione aperto a ogni più lieto e impensabile finale. Un finale da pazzi, se si vuole, nell’accezione più fortunata della parola.

Trieste, dicembre 2021 Nella foto:
Roberto Mizzon, Lamberto Cicchetti, Samanta Famiani, Paola Lanzellotto, Barbara Piccinini, Luca De Benedictis
Contenzione, ancora?
garze gessate su telai di recupero, morsetti, cinte di contenzione
cm 150 x150×15

Gli anni dimenticati in cui si è «fatta la 180»

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 26/11/2021 - 20:23

Recensione di Luca Negrogno
al libro di Tommaso Losavio

Novembre 2021

Come afferma Maria Grazia Giannichedda nella densa postfazione al libro di Tommaso Losavio, sarebbe oggi necessario ritornare a studiare il periodo compreso tra la promulgazione della legge 180 e la chiusura degli ultimi manicomi, nel 2000. Un simile studio dovrebbe riprendere in mano questioni di ordine teorico e pratico della massima importanza, come suggerisce Giannichedda. In primo luogo, contrastare la visione lineare e semplicistica sottesa all’espressione “applicare la riforma”. Tale espressione, usata lungamente all’interno dello slogan «la legge 180 è giusta ma è applicata male», che fungeva da strumento di resistenza contro i tentativi di controriforma e come

strumento di dialogo con le prime associazioni di familiari (come URASAM o DiaPsiGra) attestatesi su posizione reazionarie negli anni ‘80 e negli anni ‘90, può oggi essere rimessa in discussione perché rischia di dare l’immagine di un processo asettico, «l’esito di azioni lineari, puntuali, di amministrazione più o meno ordinaria, per far sì che i cittadini obbedissero alle nuove norme, sanzionando eventualmente i trasgressori». Piuttosto, secondo Maria Grazia Giannichedda, si è trattato di «creare ex novo un corpo istituzionale da mettere al posto di quello precedente e di far funzionare questo corpo in modo diverso anzi opposto a quello precedente: la cura non la custodia, l’integrazione non l’esclusione (…), ciò che si richiede è ben altro che revisioni dell’esistente, riorganizzazioni, aggiustamenti: è necessario allocare in modo diverso i poteri e le risorse, riconfigurare le priorità, bilanciare altrimenti gli interessi tra attori per fare spazio a quelli che erano rimasti fino a quel momento esclusi».

Altre questioni emergenti dal libro di Tommaso Losavio aiuterebbero a svolgere l’analisi su quel complicato processo. In primo luogo, il ruolo delle pubbliche amministrazioni: gli anni della costruzione dei servizi di salute mentale di comunità sono stati caratterizzati dal rifiuto, da parte delle amministrazioni locali, di assumersi un ruolo preponderante nella costruzione di quel “nuovo corpo istituzionale”. Il racconto di Losavio è infatti puntellato di vuoti kafkiani: uffici diprogrammazione della public health a cui non viene assegnato personale, incarichi ministeriali  assegnati e ricoperti al di qua della soglia di competenza necessaria, progetti scritti su carta e mai realizzati nonostante le rassicurazioni e le pacche sulle spalle di assessori e dirigenti. Lunga parte di quel “periodo dimenticato”, secondo Losavio, è caratterizzato dal convincimento, da parte dei politici, che i fronti di resistenza alla legge 180 avrebbero fatto fallire il progetto di riforma e un’involuzione reazionaria sarebbe stata inevitabile. L’idea è che la società non sarebbe stata pronta a sostenere un cambiamento tanto radicale come la liberazione dei folli; tale resistenza era composta da una fitta trama di poteri in rapporto reciproco la cui collusione si era sedimentata lungo i decenni e sembrava inestricabile: l’università, il settore delle cliniche private, le forme di “sottogoverno” che lasciavano le periferie nel deserto del disagio. Partito Comunista e Democrazia Cristiana, che pure avevano approvato la legge in Parlamento, non sono stati sui territori i vettori reali della riforma; le compagini politiche che a questi soggetti sono seguite dopo lo scossone degli anni ’90 non hanno mostrato su questo tema una cultura univoca e la loro azione è risultata frammentaria o dominata da obiettivi di mero efficientamento economico, piuttosto che da valori non negoziabili e da grandi visioni di società.

In questo difficile scenario, Losavio racconta dei complicati processi messi in atto per produrre cambiamenti, tra mille insidie. Fondamentale è stato costruire un dialogo con i familiari e le loro associazioni, in assenza di qualsiasi cornice istituzionale. Significativo un racconto dell’autore, a proposito di questo processo: la presidente di una delle associazioni della prima ora, la “signora Andretta”, tra le più critiche nei confronti dei “basagliani” frettolosamente identificati con coloro che vogliono scaricare il peso degli “ammalati psichici gravi” sulle cure familiari, viene coinvolta da Losavio in un confronto aperto e serratissimo. «Non le sembrava vero potermi prendere in castagna allorchè familiari di pazienti di un servizio da me diretto andavano da lei a lamentarsi, insoddisfatti delle risposte ricevute e non perdeva l’occasione per venire da noi a protestare

vivacemente a nome del suo associato. La risposta era la verifica del lavoro svolto e del lavoro che si stava svolgendo: la signora Andretta partecipava all’incontro con la famiglia insoddisfatta e insieme con gli operatori che avevano in cura il paziente si verificavano le ragioni del malcontento e si cercavano insieme le possibili soluzioni alle difficoltà emerse. La nostra pratica doveva essere trasparente e concordata, mancanze errori e disattenzioni riconoscibili e criticabili perché non ritenevamo di essere infallibili e la partecipazione dell’associazione poteva aiutarci a lavorare meglio fornendoci informazioni preziose per un intervento più corretto. Disponibili alle critiche, non avevamo nulla da nascondere: i rapporti tra noi e il paziente, la famiglia, l’associazione erano molto diversi da come tanti anni li aveva strutturati la pratica manicomiale». A chi oggi opera nei servizi di salute mentale questa potrebbe sembrare una descrizione simile al metodo dell’open dialogue, ma con maggiore potere contrattuale da parte dell’utente e della famiglia perché al tavolo viene anche invitata una associazione “conflittuale”.

La costruzione di forme nuove e impensate di dialogo è lo strumento con cui costantemente Losavio affronta situazioni in bilico, in cui è necessario produrre cambiamenti: si “inventano” nuovi interlocutori tra cui l’Università (in particolare il corso di Antropologia della Sapienza e la professoressa Faranda), il mondo della Cultura (in particolare nella costruzione di varie edizioni della Estate romana che hanno visto il Santa Maria della Pietà attraversato da importanti rappresentanti del mondo della musica, del teatro, dell’arte e della letteratura), il Sindacato, le Parrocchie, le scuole, i giornalisti. Frutto di questi ibridamenti, oggi possiamo ancora visitare il Museo Laboratorio della Mente, ubicato proprio dove sorgeva il grande manicomio pubblico romano, in zona Monte Mario, che negli anni è diventato un luogo importante di studio, di trasmissione di cultura e consapevolezza alle giovani generazioni. La trasmissione di cultura e conoscenza è al centro di un’altra pratica su cui Losavio ritorna costantemente nel racconto: la

costruzione di reti internazionali con professionisti e amministratori interessati al senso dell’esperienza italiana, fiducioso della sua bontà ed esportabilità. Sono percorsi anch’essi puntellati da resistenze e frizioni ma lungo le quali si costruiscono e si consolidano grandi storie di relazioni umane, profonde e durature.

Talvolta la strada è l’aperto conflitto. Come quando, nel 1983, Losavio e il gruppo di lavoro del Centro di Salute Mentale occupano un appartamento sfitto di proprietà del Comune di Roma e, con un percorso che da subito è pubblico e richiama la popolazione del quartiere alla solidarietà e le forze politiche locali a prendere posizione, vi svolge l’inserimento abitativo di tre pazienti già formalmente dimesse dal manicomio ma che non potevano concretamente uscirne per l’assenza di politiche di assegnazione di alloggi da parte dell’amministrazione. Oppure quando, nel 1986, il gruppo di pazienti e operatori di uno dei Padiglioni del manicomio decide di “resistere” per tre mesi all’interno di una comunità a Bracciano in cui avrebbero dovuto trascorrere una semplice vacanza di una settimana per poi fare ritorno al Santa Maria della Pietà. Sono gesti forti, di rottura, che producono solidarietà, attenzione mediatica, qualche volta anche l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni e il riconoscimento formale dell’obiettivo praticato con la lotta. I due casi raccontati vanno a buon fine: l’appartamento occupato in centro a Roma e la comunità “resistente” a Bracciano diventano alcune delle prime sedi della residenzialità extramanicomiale romana, riconosciute e inserite formalmente nell’articolazione dei servizi. Ma i gesti di rottura durano per tutta la carriera di Losavio, fino al 2000, quando dà le dimissioni dal suo incarico di consigliere per la public health alla nuova giunta regionale laziale presieduta da Storace, ritenendo incompatibili le sue posizioni con quelle della nuova amministrazione.

Non tutto il racconto è fatto solo di inerzia e resistenza istituzionale; sullo sfondo di burocratica indolenza e tacita resistenza al cambiamento si stagliano almeno tre episodi narrati, di cui Losavio è stato tra i protagonisti diretti: l’impegno della Ministra Rosy Bindi per accompagnare i passaggi cruciali della chiusura degli ultimi ospedali psichiatrici, culminato con l’approvazione del Decreto del Presidente della Repubblica, il 10 novembre 1999, del progetto obiettivo “Tutela della salute mentale 1998-200”; l’impegno della Comunità Europea per il superamento del manicomio greco dell’isola di Leros, in virtù della decisione che vincolava l’ingresso della Grecia tra i Paesi Membri a condizione che fosse riformato e umanizzato il trattamento dei pazienti psichiatrici; l’impegno con la Giunta Regionale della Regione Lazio per declinare il Progetto dei servizi di salute mentale territoriale nel 1999. In tali episodi, come sembra notare Maria Grazia Giannichedda nella postfazione, rivive il concetto politico di “riforma” come formulato da Norberto Bobbio, sottratto al significato generico di cambiamento attraverso cui possono essere anche veicolati operazioni di restaurazione, e ricollocato come trasformazione dei rapporti tra potere e base sociale in una determinata società, secondo un sistema di valori e ideali fondamentali.

La narrazione del percorso di Losavio nel “fare la 180” dà una rappresentazione plastica delle tendenze contraddittorie che si sono dovute affrontare e che sempre rischiano di ripresentarsi: la riforma deve farsi strada nella diffidenza culturale della psichiatria tradizionale e nella forza inerziale del modello manicomiale. Queste tendenze sono  accompagnate, anche nel gruppo  professionale degli psichiatri progressisti, da vari “falsi amici.” Primo tra tutti quella che Losavio definisce la “psichiatria sinistra”, riferendosi ai colleghi culturalmente legati ai partiti di sinistra che però propugnano la supremazia delle tecniche (soprattutto psicoanalitiche e sistemiche) rispetto alla centralità del modello organizzativo basato sui diritti: «quella romana, mi sono detto molte volte, era una “psichiatria sinistra” sia perché si riconosceva in gran parte nei partiti della sinistra, ma anche perché produceva effetti sinistri alimentando falsi bisogni e la domanda di quelle cure psichiatriche, criticate solo a parole, che avevano prodotto manicomio e abbandono». In questo passaggio si legge l’eco della lunga polemica, interna al movimento anti-istituzionale, sul ruolo delle tecniche psicoterapeutiche nell’applicazione della riforma. Losavio tiene rispetto a questo tema un atteggiamento che potremmo definire “laico”, senza idolatrare né demonizzare le tecniche ma chiarendo ad ogni occasione che un servizio pubblico di salute mentale di comunità non presenta mai in maniera pura il paziente (inteso come soggetto individuale su cui operare  privatisticamente) e il setting nella forma in cui questi elementi sono concettualizzati dalle varie tecniche. In questo senso va letta, nel libro, la critica alla posizione a sue tempo espressa da Luigi

Cancrini, secondo cui il principale motivo della impossibilità di applicare la legge 180 in Italia era la scarsa preparazione psicoterapeutica degli operatori. Si capisce dunque che quella di Losavio non è qui una semplice critica alle tecniche psicoterapeutiche ma una critica alle letture semplificatorie di processi molto più complessi che hanno a che fare con il rapporto tra istituzioni e corpo sociale.

Secondo Losavio le tecniche psicoterapeutiche, quindi, sono sì applicabili ma adottandone una versione più epistemologicamente complessa o, se si vuole, “debole”, per introdurre un altro tema contraddittorio che riecheggia in alcuni passi del libro.

Stiamo parlando del dibattito, che è stato tanto profondo quanto oggi potrebbe apparire oscuro, tra servizio “forte” o servizio “debole” (o “diffuso” come preferisce chiamarlo Agostino Pirella) che anima il confronto interno a Psichiatria Democratica negli anni ‘80. Brevemente, si tratta di una discussione attorno a quale perimetro delle politiche pubbliche avrebbe dovuto coprire il servizio di salute mentale. Secondo l’impostazione “forte”, bisognava gestire attraverso il CSM l’insieme delle attività in cui si articolava la vita delle persone prese in carico: abitare, lavoro, socialità dovevano articolarsi come progetti da coordinare in un unico centro ad impronta medico-sanitaria, in modo da rispondere alla domanda prima intercettata dal manicomio ristrutturandola e ridefinendola attraverso nuove risposte a contatto con il territorio. I fautori del servizio “debole” pensavano invece al rischio, da evitare, del riproporsi del manicomio nel territorio e optavano quindi per un “servizio-tenda”, che fosse veloce e “smontabile” dopo le emergenze, mentre il grosso dell’azione territoriale doveva svolgersi in modo immediatamente de-medicalizzato, costruendo altrettante opportunità di abitare, lavoro e socialità ma senza una chiara impronta definita dall’appartenenza al servizio sanitario. Sullo sfondo di questo dibattito, come chiarisce Agostino Pirella in uno scritto del 1986, c’era una amara presa di coscienza sui rischi di “ritecnicizzazione” delle risposte psichiatriche nei servizi riformati. Al di là delle dichiarazioni intellettuali sulle tecniche psicoterapeutiche, che nel frattempo proliferavano, negli anni ‘80 e ‘90 si sviluppa infatti una serie di soluzioni “pratiche” (residenze intermedie, reparti ospedalieri, cliniche universitarie, ecc) che, secondo Agostino Pirella, rischiavano di “recuperare terreno istituzionale” offrendo alla psichiatria una nuove legittimazione pseudoscientifica, che avrebbe fatto dimenticare lo smascheramento critico operato dalla pratica anti-istituzionale e il legame tra questa ed una visione politica più generale di liberazione dalle oppressioni e dal dominio.

Se l’invito di Maria Grazia Giannichedda a “ripensare gli anni dimenticati in cui si è fatta la 180” è valido, e noi riteniamo proprio di sì, ha senso oggi ritornare su questo dibattito, per quanto i termini in cui era posto negli anni ‘80 possano apparirci come reperti fossili di una fase storica con cui l’ideologia contemporanea ha definitivamente tagliato i ponti. A pensarci bene non è affatto così. Ad oggi la questione delle tecniche è in qualche modo rimasta irrisolta e il problema è tutt’altro che superato se Fabrizio Starace, Presidente della SIEP e consulente per la Salute Mentale del Ministero della Salute, dichiara in numerosi interventi che la formazione degli operatori è ancora qualitativamente inadeguata rispetto alle competenze che sarebbe necessario formare per far funzionare un buon servizio di salute mentale di comunità. Più in generale si potrebbe dire che purtroppo quella fase in cui si è fatta la 180 non abbia prodotto saperi tramandabili, formalizzabili e riproducibili, quantomeno tra i professionisti. Ancora oggi accade che nei programmi di formazione universitaria di psichiatria, psicologia, riabilitazione psichiatrica, servizio sociale, ecc, siano totalmente assenti i riferimenti alla storia della deistituzionalizzazione, alla fase generativa del welfare territoriale, alle lotte e agli scontri culturali e politici che hanno caratterizzato la nascita dei nostri servizi. Questa mancanza viene oggi occultata da quelle “tecniche proliferanti” che rischiano sempre di produrre una visione “ideologica” del proprio lavoro e del proprio ruolo sociale.

Ricostruire i contenuti di questi dibattiti non è una pura velleità archivistica. Se, come scrive Rosy Bindi nella prefazione al libro di Losavio, «negli ultimi anni abbiamo visto un preoccupante privatizzazione di molti settori della sanità e per la salute mentale di forme più o meno esplicite di ritorno al passato, con il proliferare di case di cura private in cui ‘internare’ le persone con problemi psichici», è evidente che il tema è di stringente attualità. Le carenze e le lacune del Servizio Sanitario Nazionale sono state largamente evidenti in questi due anni di sindemia e, in particolare, è apparsa gravemente insostenibile la condizione di disabili e anziani nelle Residenze. La manicomialità diffusa è sempre dietro l’angolo e questo problema sembrerebbe riconnesso proprio all’inadeguatezza di una cultura che riesca a “pensare evitando di riprodurre il manicomio”. La posizione di Losavio su questi temi è chiara: la nostra storia mostra che è possibile fare a meno dei manicomi. Affinché ciò sia possibile, la pratica di un servizio pubblico di salute mentale deve essere centrata in primo luogo sui diritti, in una pratica in cui diritto alla salute e diritti di cittadinanza si compenetrano fino a diventare indistinguibili. Ne emergono «piani terapeutici innovativi che non abbiano l’urgenza di spegnere i sintomi. Questi non sono soltanto manifestazione di malattia ma possono rappresentare l’unica possibilità di espressione del dolore e offrire opportunità di relazione». Un altro aspetto di novità del servizio è la sua capacità di intervenire sulla normalità: «l’essere nella comunità lo costringe a confrontarsi con il territorio della cosiddetta normalità, a patto di non volersi organizzare unicamente come servizio specialistico. Possibilità nuove di esistenza sono realizzabili per chi sta male se mutano, contemporaneamente con il progredire del progetto di cura, anche la cultura, le credenze, i pregiudizi del contesto di vita di chi si è affidato per essere curato. Quel contesto che, cercando di proteggere quelli che si ritengono sani, mette in atto, più o meno consapevolmente e molto più frequentemente di quanto possa manifestarsi, meccanismi colpevolizzanti ed espulsivi».

Se questa posizione è in sostanziale continuità con quella espressa oggi da Dainas Puras nei suoi interventi sulla psichiatria come osservatore per i Diritti Umani dell’ONU, andrebbe tuttavia notato che essa sembra fortemente disgiunta dal percorso “scientifico” che ha avuto la psichiatria mondiale degli ultimi trent’anni, tutto incentrato sulle molecole farmacologiche e la furia classificatoria sulla statistica dei disturbi. Quello che sembra essersi realizzato, piuttosto, pare simile alla profezia a tinte fosche scritta da Agostino Pirella nel 1986: «cioè che queste dinamiche, accanto a dinamiche più direttamente connesse con fattori socio-economici, hanno prodotto una psichiatria che letteralmente ha “preso possesso” di ciò che ha denominato “malattia mentale”, prendendosi la responsabilità della vita e del destino di altre persone. (…) È una questione che una parte, attraverso La pratica e l’ideologia della medicina, va a colpire diritti fondamentali dell’individuo, quali la libertà di pensiero, di parola, di critica e di azione; mentre d’altra parte tutto ciò che la psichiatria ha saputo e sa ancora inventare per dominare e tenere sotto controllo la diversità e la disperazione che si esprimono in modi altri e stigmatizzati, alieni e lontani (nel “modo” di manifestarsi, ma anche nel luogo e nella fascia sociale in cui esso si manifesta), diventa il simbolo concreto della difesa contro una democrazia sostanziale, il rifiuto della via alla liberazione dell’uomo dall’oppressione e dal dominio dell’altro uomo».

Forse, ripensando alle parole di Michel Foucault nell’intervista del 1983 dal titolo “Un sistema finito di fronte a una domanda infinita”, la cosa che ci dovremmo chiedere è: in un sistema capitalistico, in cui la salute tende a diventare una produzione di pacchetti di benessere ricondotti a prestazioni tecnico-professionali, in che misura è possibile svolgere la pratica sanitaria in una “logica dei diritti”? Il diritto infatti non può essere qualcosa di infinitamente accumulabile e non può essere mai del tutto risolto in prestazioni tecniche. In altri termini, se si sovrappongono “sanità” e “realizzazione di sè” attraverso l’articolazione dei “diritti”, il sistema va incontro a un limite strutturale in quanto si troverebbe a dover realizzare infinite aspirazioni individuali al benessere, quando invece il diritto richiede una logica “collettiva” di composizione di interessi in conflitto.

Un richiamo finale ad alcuni aspetti che rendono utile la lettura del libro a chi, come me, non ha vissuto quella fase storica da operatore. Nella descrizione della fase precedente alla legge 180 sul territorio romano emergono i lineamenti di una situazione “disastrosa”, nella quale non si sono mai riuscite a sviluppare sperimentazioni innovative (come invece era successo in molti centri minori sparsi per la penisola). La descrizione che Losavio fornisce di questa situazione potrà colpire molti operatori giovani e meno giovani per l’incredibile omologia con alcune situazioni che si vivono oggi in svariati contesti territoriali: l’assistenza psichiatrica era risolta in un circuito integrato pubblico privato molto diseguale, in cui la scelta dei percorsi terapeutici (leggi: di internamento) era determinata principalmente dalla assicurazione privata del paziente, vale a dire dalla sua condizione socioeconomica; ogni nuovo servizio o sperimentazione, sotto la “copertura” di una definizione innovativa, nascondeva una rotazione e distribuzione dei luoghi di custodia: ciò che in ultima analisi determinava progetti e percorsi “individuali” non era la diagnosi o il progetto riabilitativo ma semplicemente che quelle particolari persone “non rispondevano alle terapie” oppure erano “troppo difficili de gestire in reparto”. La presenza di manicomi e cliniche private vanificava gli sforzi dei deboli Centri di Igiene Mentale (gli scarni servizi territoriali in funzione dagli anni ‘60 come mero “filtro” per l’ospedale psichiatrico) la cui pratica era in ultima analisi condizionata dall’esistenza di un grande e iperfinanziato contenitore di ricovero da usare “in ultima istanza”. Le prime esperienze innovative rivolte alla costruzione di un Centro di Salute Mentale, sviluppate in parrocchie e centri sociali ai bordi della formalizzazione giuridica, ricevevano minacce di provvedimenti disciplinari e continue intimidazioni da parte dei Carabinieri (questo, non in psichiatria ma con i migranti, ricorda la storia di Mimmo Lucano oggi).

Alcune altre omologie. Come pratica di “maquillage” il Santa Maria della Pietà dimette pazienti anziani che ormai però sono gravemente istituzionalizzati e la loro unica via di uscita dal manicomio è finire in altri ospizi privati; sembra la condizione degli ultrasessantacinquenni oggi, dimessi dai Centri di Salute Mentale e magicamente diventati pazienti geriatrici perdendo tutta quella parte di interventi relativi alla loro socializzazione e alla loro vita attiva. Complessivamente, prcedentemente al formalizzarsi di un protocollo nella costruzione delle dimissioni dal Santa Maria della Pietà, si affermano alcune esperienze, talune troppo limitate e altre velleitarie, il cui fallimento viene però fatto sempre ricadere, nei discorsi, sulla malattia dell’utente.

Mentre si cerca di costruire la psichiatria territoriale, un grosso problema amministrativo viene dal  difficile passaggio delle competenze dalle Province, che amministravano i manicomi, alle Regioni (che sono in capo ai vari Servizi Sanitari Regionali); in questo passaggio emerge la distorsione dei dispositivi di “partecipazione” previsti dalla legge 833 del 1978, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale. I percorsi che i riformatori avevano deputato alla “partecipazione popolare”, all’interno di una visione politica quasi utopistica in cui si creava controllo popolare sulle questioni sanitarie, si erano in molti casi ridotti negli anni 80 a dispositivi di gestione clientelare e lottizzata dei posti di

potere da parte di cordate e tribù legate ai partiti politici. Uno dei grossi problemi, durato fino alla fine degli anni ‘90, con i “residui manicomiali” e la loro ricollocazione era che sarebbe stato impossibile ricollocare i vecchi infermieri ancora in servizio in ospedale psichiatrico, che non avrebbero mai fatto nessun altro tipo di assistenza se non quella manicomiale; il Sindacato, se a voce si diceva pronto a trovare delle soluzioni, nei fatti tutelava solo gli “anziani più garantiti”.

Resterebbe da scrivere la storia di questi anni rispetto ai processi di aziendalizzazione in sanità, alle esternalizzazioni, al ricorso sistematico alla cooperazione sociale, non solo nella meritoria funzione di stimolo all’impresa sociale ma nel ruolo più meschino e subalterno di strumento per la dismissione dei costi pubblici e per la riduzione delle tutele della forza-lavoro.

Afferma Losavio: «la pratica concreta dei servizi era, ed è ancora oggi, totalmente dissonante dagli obiettivi della riforma psichiatrica, più simile a quella di un ambulatorio psichiatrico che ad un servizio pubblico di salute mentale di comunità». Se, come afferma Giannichedda, ritornare al racconto di quegli anni può avere una qualche utilità per noi, questa sarebbe nell’isolare e valorizzare uno dei saperi specifici prodotti da quella fase, cioè la capacità di lettura dei bisogni del territorio che derivava dalla cosiddetta “epidemiologica critica”. Gli operatori cioè, in quegli anni, si interrogavano continuamente su come reciprocamente si influenzassero struttura dei servizi, bisogno di salute e forme della sofferenza umana; il tutto dentro una più ampia visione del rapporto tra corpo sociale e istituzioni. Sarebbe bello proseguire nel compito indicato da Maria Grazia Giannichedda per tornare ad animare nei nostri servizi una simile “pulsione di sapere”.

Luigi Benevelli. Per riprendere i caffè della piazza del Forum

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 24/11/2021 - 22:53

Con questa lettera di Luigi Benevelli, cominciamo a pensare che i caffè della piazza del Forum ricominceranno a essere frequentati da noi. Come sempre le analisi di Luigi sono illuminanti.

Caro Peppe,

partecipo del tuo dolore e della tua angoscia per la condizione dei Servizi di salute mentale di Trieste, una condizione che nasce dalle scelte politiche della Regione Friuli Venezia Giulia. Purtroppo, in modi più o meno espliciti e clamorosi, lo stesso sta accadendo da tempo, talvolta da sempre, in altre Regioni dell’Italia, senza suscitare l’ interesse pubblico.

Secondo me, i problemi, le difficoltà che abbiamo  nascono dal fatto che tutte le scelte di politica sanitaria, e di salute mentale quindi, sono pienamente legittimate da decisioni delle Giunte regionali  condivise dalle maggioranze politiche che le sostengono. Le Regioni, infatti,  sono titolari delle politiche sanitarie.

Il fatto è che nel tempo è accaduto che:

-       I governi nazionali, e a cascata quelli regionali e locali, hanno abbandonato il metodo della programmazione, ossia la messa a punto di obiettivi dichiarati, la definizione dei modi per raggiungerli a partire dalla definizione degli standard  di personale e strutture, del rapporto strutture/popolazione per arrivare all’assegnazione di risorse certe per il buon funzionamento;

-       I Comuni hanno progressivamente rinunciato ad esercitare il loro ruolo di gestione delle politiche di sicurezza sociale, in specie, quelle dell’integrazione fra sociale e sanitario.

Ma principalmente, a mio avviso, quello che pesa maggiormente è che la gestione del Servizio sanitario è stata affidata a suo tempo ad Aziende (v. riforma De Lorenzo) che operano secondo  logiche economicistiche e privatistiche da cui conseguono  l’organizzazione gerarchica  e, soprattutto, l’obbligo degli operatori al silenzio, pena sanzioni amministrative o licenziamento: nelle Aziende non c’è libertà di parola e spesso neanche di pensiero.  Questo spiega il fatto che manchino le “voci di dentro”, che a parlare, criticare ad alta voce siano solo persone come noi che siamo in pensione.

Ecco, allora, secondo me, è prioritario, urgente ripensare alla gestione del Servizio sanitario nazionale, promuovere iniziative politiche per modificare la legislazione vigente e fare sì che, se proprio si vuole mantenere un impianto aziendale, le Aziende sanitarie locali diventino emanazione dei Comuni singoli e associati, non delle giunte regionali.

Un’altra grande  questione è che mancano proprio fisicamente gli operatori, non solo per i servizi di salute mentale, ma per tutta la Sanità pubblica per il semplice fatto che gli accessi alle lauree sanitarie sono contingentati  perché vige il numero chiuso. Abbiamo visto che in occasione della Seconda  Conferenza nazionale per la salute mentale molte Società scientifiche, e fra queste la Società Italiana di psichiatria nella quale grande peso hanno i clinici universitari,  si sono sfilate, hanno scelto di non partecipare, non confrontarsi, come se il problema del numero dei diplomati non le riguardasse.

Per queste ragioni credo che il nostro movimento italiano per la salute mentale abbia bisogno e urgenza di chiamare tutti alle loro responsabilità  e di misurarsi con i problemi del funzionamento di uno Stato che sia democratico e competente.

Luigi Benevelli
Mantova, novembre 2021

Le notti di guardia in manicomio. A margine del convegno “no restraint”

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 24/11/2021 - 22:35

di Peppe Dell’Acqua
23 novembre 2021

Ho partecipato al convegno che si è tenuto a Trieste/Gorizia nei giorni scorsi. Ascoltando interventi e testimonianze di notevole spessore non ho potuto non ripercorrere i momenti, le svolte anche drammatiche che hanno impedito che nemmeno per un attimo l’armamentario della contenzione trovasse posto nella mia cassetta degli attrezzi. Sono stato molto fortunato!

Ripensando oggi ai turni di guardia notturna in manicomio mi viene da dire che tanta parte del cambiamento si è realizzata proprio in quelle circostanze. L’urgenza, l’emergenza, l’allarme ponevano, allora in manicomio e pongono oggi nei Diagnosi e Cura ma anche in tutti i luoghi della vita e della cura delle persone con disturbo mentale, scommesse cruciali. Come se ti dicessero, ora come allora: “va bene tutto, i diritti, le storie, i bisogni, l’umanizzazione ma, quando uno è agitato, è pericoloso, è aggressivo, tu cosa fai?”. Durante le notti di guardia eri costretto su questa domanda a giocarti tutto.

In quegli anni ci sono più di 1.000 persone ricoverate. È come essere medico condotto di un piccolo paese. Dove gli abitanti sono tutti matti, dove ci sono, nei vari reparti, quasi 50 infermieri di turno che non conosci, che non si fidano di te, che hanno un modo di lavorare ben radicato, che non intendono assolutamente cambiare. Cominci il turno e sai che può succedere di tutto. La notte di guardia significa che mi chiama l’infermiere del reparto D-Agitati, per esempio, e mi dice che quel tale paziente non dorme, è aggressivo, ha già spintonato e fatto cadere il suo vicino di letto, che ha già lacerato le lenzuola e ribaltato il suo letto. Che non vuole assolutamente essere avvicinato. Mi dice che si è messo in un angolo e, con tono di sfida, non accetta nessun contatto. L’infermiere mi dice anche che se vogliono, però, possono “imbragarlo”, “incravattarlo” e metterlo nel camerino d’isolamento. L’infermiere, al telefono, mi chiede di fatto l’autorizzazione a metterlo nel camerino e conclude dicendo: “Non si preoccupi, dottore. Può anche non venire, pensiamo a tutto noi!”. Nel manicomio al medico di guardia si chiedeva questo: di star tranquillo che, alla sedazione farmacologica, alla contenzione, al corpo a corpo, ci pensavano gli infermieri. Il medico doveva muoversi quando c’era qualche cosa di organico: una febbre o uno scompenso cardiaco o quando qualcuno moriva per andare a constatarne il decesso e firmare il certificato di morte. Se rispondo che va bene, resto tranquillo e tutto va avanti.

Ma non potevo rispondere così. In quell’ospedale, stavamo cominciando a cambiare tutto. La risposta era sempre la stessa: Bene, arrivo subito.

1
Era evidente che non si doveva più fare quello che l’istituzione, attraverso gli infermieri, si aspettava che io facessi, che lo psichiatra facesse. Proprio in quei momenti si capiva bene che un’altra storia stava cominciando. Avevamo capito, ma non so oggi quanti lo hanno davvero capito, che durante la guardia di notte non bisognava chiudere, legare, contenere, appiattire, soffocare. Non bisognava soprattutto fare quello che l’istituzione chiedeva di fare. Da qui si doveva partire.

Mi viene chiesto di rispondere: ok, va bene, passo domani. Oppure mi viene chiesto di andare a certificare, come un notaio, che c’è stato sangue, una contusione, un livido. Mi viene chiesto di far finta di non vedere che qualcuno sta urlando dietro la porta sbarrata e che qualche altro è legato come un salame. È chiaro che non posso accogliere questa domanda.

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Ma, nel momento in cui non faccio quello che mi viene chiesto di fare, devo avere una ragione per spiegare, proporre una teoria del perché di quel rifiuto. Devo entrare in quel reparto e cominciare ad ascoltare. Devo cercare di comprendere cosa c’è dietro quel conflitto, quell’agitazione, quell’aggressività. Devo cercare di cogliere il senso della domanda che mi fa l’infermiere, le condizioni di lavoro cui è costretto. Devo entrare in quel contesto, devo vietarmi giudizi e condanne preliminari. Devo ascoltare, ascoltare, ascoltare.

Ho passato ore, ho fatto mattina tante volte in quei reparti. Le 5, le 6 del mattino fin quando arrivava il cambio del turno. Ho fatto mattina ad ascoltare e discutere animatamente con gli infermieri. Ho fatto mattina ad ascoltare quelle persone, aggressive e violente che, quasi con dolcezza, una volta rassicurate mi raccontavano del loro delirio, dei demoni che tormentavano incessantemente le loro viscere, del gelo che avevano dentro. È chiaro, a ripensarci ora, che se avessi risposto alla telefonata dell’infermiere “va bene, ci vediamo domani”, avrei semplicemente confermato quanto l’istituzione da secoli riproduceva. Avrei soffocato quel bisogno di ascolto, avrei perduto una formidabile e unica occasione di conoscenza. Avrei perduto un momento così ricco di complicità per riconoscere ed essere riconosciuto da quegli infermieri dei quali non potevo fidarmi. Avrei perduto l’occasione per comprendere che cosa significava veramente quella resistenza al cambiamento.

Essere lì, ascoltare, mettermi in gioco comincia a darmi una qualche idea di che cosa posso fare. Mi rendo conto che, mentre ascolto, mentre parlo con gli infermieri, mentre ci prendiamo un caffè tutti insieme invitando anche quel paziente aggressivo e violento, stiamo costruendo un’altra scena, un’altra teoria della cura. Sto dando valore alle osservazioni degli infermieri che mi hanno chiamato. Sto considerando gli infermieri, il paziente e il reparto come un insieme unico di relazioni, di comportamenti, di culture. Sto mettendo quella persona al centro del nostro agire. Anzi, stiamo insieme pensando non a come contenere adesso e qui, ma a cosa fare domani. Quella condizione così speciale della guardia di notte sembra voler restituire instancabilmente senso a ciò che sta accadendo. Ecco dunque il secondo punto: trovare una teoria della non risposta.

3
Per ultimo, terzo punto, devo comunque offrire una “soluzione” a quel problema che mi è stato posto. Non posso andarmene via avendo semplicemente ascoltato e preso atto. Soltanto nel momento in cui acquisto consapevolezza dell’impossibilità di una qualsiasi soluzione prendo coscienza della mia condizione. Mi rendo conto della mia solitudine, che sono assolutamente disarmato, che fuori dal codice istituzionale non ho strumenti. È la consapevolezza di quella solitudine, l’insistenza della domanda cosa faccio ora? che apre alla possibilità. È questo non sapere che invita a lavorare insieme, coinvolge, permette di sperimentare strategie, relazioni, aperture. Le Persone entrano finalmente in scena.

(da “non ho l’arma che uccide il leone” 2007)

Immagine: M. Strobl, Gli otto padiglioni e il viale centrale che li separa, 1910

Fino a quando …

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 19/11/2021 - 18:42

Vitaliano Trevisan: dalla finzione alla crudele realtà. In “C’era una volta la città dei matti”, internato e leader dell’assemblea goriziana. A Montecchio, internato per davvero e senza assemblea.


da “La Repubblica”, 05 novembre 2021
“Io, un matto trattato senza pietà”

Dopo il ricovero coatto in psichiatria, lo scrittore vicentino racconta la sua esperienza. E denuncia le condizioni in cui si tengono i pazienti

di Vitaliano Trevisan

Un uomo che cammina in piena luce, in Italia, è scoperto, nudo, indifeso. \[…\] Cammina come una vittima, e come un colpevole. \[…\] È lì, scoperto, inerme, esposto ai colpi, alle indagini, alle accuse. Non si può né schermire, né difendere. È una condizione terribile: noi Italiani, non ci possiamo difendere, mai, da nulla, né dall’assassino né dal giudice» (Curzio Malaparte, Misura della FranciaIl Tempo, 4 dicembre 1952).

Né tantomeno, in un paese come l’Italia, ci si può difendere dallo psichiatra, specie se, com’è il (fresco) caso di chi scrive, si è soggetti a un A.S.O. (Accertamento Sanitario Obbligatorio), parente stretto del famigerato, e ben più noto, T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), ovvero accertamento e trattamento “psichiatrico” obbligatorio, giacché sanitario sta qui per psichiatrico.

Iniziamo col dire che, del mio caso personale, non voglio e non posso dire nulla, sia perché trattasi di questione strettamente privata, che peraltro coinvolge anche dei minori; sia perché, anzi direi soprattutto, se dicessi di aver subito l’accertamento psichiatrico in questione, e il successivo internamento coatto, ingiustamente, sarebbe come se affermassi di non essere pazzo, cosa che, com’è noto (vedi il famosissimo Comma 22) non è possibile affermare.

Partiamo dalla fine, ovvero dalla lettera di dimissioni dell’Azienda Ulss n.8 Berica, dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, reparto di psichiatria, firmata dal dott. Christian Di Marco, dove, oltre alla data del ricovero, 3 ottobre, e quella di dimissione, 13 ottobre, tra l’altro si legge: «Emesso provvedimento di accertamento sanitario obbligatorio, paziente si recava e ricoverava poi volontariamente in nosocomio per la valutazione ed il ricovero».

Signor no, signore. Volontariamente, da domenica 3 ottobre, ho fatto solo ciò che mi è stato permesso fare, cioè poco o nulla. Sulle circostanze del mio “arresto sanitario”, per ragioni di spazio, dirò solo che l’Aso mi è stato notificato, peraltro in forma esclusivamente verbale, nella stazione dei Carabinieri di Crespadoro, mio comune di residenza, dal comandante della stazione stessa, alla presenza di due vigili urbani del comando di Arzignano, e un medico e due infermieri di un’unità del 118, venuti appositamente in ambulanza per prelevarmi; ambulanza su cui sono costretto a salire “volontariamente”, sotto la minaccia di un Tso.

L’accertamento vero e proprio, avviene infatti nell’Ospedale di Vicenza, dove lo psichiatra di turno, dott. Gardellin, sempre sotto minaccia di un Tso, mi costringe a ingurgitare, seduta stante, due compresse di tavor da 2,5 mg più due compresse di depakin da 500 mg. Così, io che, grazie a una dieta ferrea, all’assunzione di pochi integratori vitaminici a base di erbe, e a una disciplina fisica che seguo scrupolosamente, ormai da un paio d’anni, non assumo più psico-farmaci, dopo circa venti minuti, letteralmente svengo, per risvegliarmi la mattina seguente, intorno alle cinque, in reparto, dove resto fino al pomeriggio verso le sedici, quando un’altra ambulanza mi preleva e mi consegna al reparto psichiarico dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, dove vengo, sempre “volontariamente”, ricoverato.

Cioè imprigionato, perché di questo si tratta, visto che tutte le finestre hanno le sbarre, le porte sono chiuse a chiave e si è strettamente sorvegliati, giorno e notte, da un manipolo di infermieri/e, che in realtà sono, e per la maggior parte anche si comportano, dei secondini, che, come tutti i sorveglianti che si rispettino, sono sempre pronti a sfogare la propria frustrazione — le paghe sono basse e il lavoro ingrato — sui pazienti/prigionieri, approfittando di un regolamento tanto assurdo quanto legalmente discutibile, che prevede il sequestro dei cellulari, che vengono concessi due ore la mattina, dalle 10 alle 12, e due al pomeriggio, dalle 16 alle 18, e dà la possibilità di fumare solo a orari prestabiliti, circa ogni ora e mezza, all’aperto, in uno spazio chiuso, sotto la sorveglianza di almeno un infermiere. E siccome gli infermieri e le infermiere hanno sempre tanto da fare, come più o meno tutti i dipendenti pubblici, gli orari saltano e, per telefonare o per fumare, tocca aspettare, o, nel caso di un’emergenza, rassegnarsi a saltare il turno.

Il reparto, misto maschi e femmine e tutti i generi vari, occupa un’ala del vecchio ospedale — ala ristrutturata, questo s’intende, ma ristrutturata per gara d’appalto al “miglior prezzo di mercato”, cioè al ribasso — , si compone di sei stanze da quattro posti letto cadauna, collegate da un corridoio a L; una piccola sala mensa con annessa cucina, dove si riscaldano e si servono, di malavoglia, le solite schifezze precotte, ovvero la solita pasta scotta, riso scotto, carne e pesce del tutto insapore eccetera, fornite, sempre in appalto al miglior prezzo eccetera, dalla solita cooperativa che ha vinto il primo appalto almeno vent’anni fa, e periodicamente ri-vinto tutti i successivi. Poi c’è la sala comune, che è anche l’ingresso, con un grande tavolo per le attività comuni, e la televisione. In bagni sono in tutto due, ma uno è spesso fuori uso. Ne resta dunque solo uno, cui il prigioniero può accedere esclusivamente se accompagnato da un’infermiera, che gli apre la porta chiusa a chiave e poi aspetta, in anti-bagno, che il disgraziato abbia espletato, in tempi ragionevoli, cioè brevi, i suoi bisogni corporali.

L’angolo inferiore sinistro del telaio in alluminio verniciato della finestra del bagno è squarciato. Bel materiale l’alluminio: lamiere da 3/5 mm, resistenti, leggere, e, così scoperte, taglienti come un rasoio. Appena esco, riferisco la situazione, con una certa veemenza e a gran voce, alla capo-infermiera, che mi guarda sorpresa. L’angolo della finestra è rotto, dice, e allora? E allora, dico, se solo avessi voluto, ora sarei steso con le vene dei polsi recise. E voi, aggiungo quasi urlando, lasciate che i vostri pazienti si chiudano a chiave in bagno con un rasoio a disposizione? Lei non risponde. E per una volta, è il prigioniero a zittire il sorvegliante. Il giorno seguente, quando vado in bagno, noto che lo squarcio è stato malamente rabberciato con del nastro adesivo. Poi, ed è la cosa più importante, ci sono loro, cioè noi: i pazienti psichiatrici. E, sottoscritto a parte, chi sono questi prigionieri?

È presto detto: A., un ragazzo di 25 anni, dentro da quasi un anno, perché a casa non lo rivogliono, così lui, e ha dei precedenti per consumo e spaccio, scappato in Francia per evitare il Tso, e lì, dopo due mesi, arrestato, imprigionato per mesi due, e infine estradato e internato in attesa di essere accolto in una qualche comunità. Poi c’è F, 19 anni, biondo, occhi azzurri, frangia sugli occhi, rapper maledetto che ha tentato il suicidio, e ora è dentro per uso di sostanze stupefacenti e alcol, con cui lego, chiacchiero di musica, e mi metto d’accordo per una session post-prigionia. E G., 23 anni, anche lei bionda, pelle bianchissima, alta, slanciata, bellissime mani che tremano, e bellissimo viso dell’est dagli zigomi alti, tipico di questi luoghi, fresca di tre giorni di rianimazione dopo un tentato suicidio. Ed E, madre sola di 45 anni con problemi di alcolismo, cui i servizi sociali hanno appena tolto il figlio di anni 8. S, 27 anni, padre sardo e madre veneta, e perciò, così lui, sardo in Veneto e veneto in Sardegna, sotto metadone da anni tre, parcheggiato in reparto in attesa di essere accolto in comunità. Poi I. e C., due signore di una certa età, una anche appena operata all’anca, dentro non so per cosa. E infine, isolati in stanza in istato di contenzione, cioè legati al letto, un vecchio demente e un cinquantenne, minorato dalla nascita, che continua ad agitarsi, parlare e urlare, continuamente, giorno e notte, internato da un paio di settimane, per dar modo alla madre, ormai ottantenne, che lo ha sempre tenuto con sé, ma ormai non ce la fa più, di avere un paio di settimane di respiro.

In questa compagnia, e non certo per merito di un personale scontroso e permalosissimo, a partire da psichiatri e psicologi, i quali, se solo ci si sogna di porsi con loro in rapporto dialettico, cioè si sfida il principio di autorità, si irritano e non si peritano di interrompere il paziente alzando la voce, e di zittirlo minacciando un trattamento obbligatorio, ma forse proprio grazie a questo, i miei giorni di detenzione scorrono via abbastanza velocemente. Il pomeriggio di mercoledì 13 ottobre, dopo aver firmato una lettera di dimissioni falsa, abborracciata e piena di inesattezze, vengo rilasciato.

Sono passate un paio di settimane. Lo shock è riassorbito. Sto scrivendo un reportage, come fossi stato non un paziente, ma un inviato speciale in incognito.
A questo riguardo, resta da dire una cosa. È una cosa che tutti più o meno sanno, ma nessuno dice, e che gli statistici vari, sempre così pronti e zelanti quando si tratta di fornire numeri e dati a supporto di questa o quella teoria filo-governativa, si guardano bene dal rilevare, e la cosa che resta da dire è che i ricoverati, tutti i ricoverati, a prescindere da sesso e religione, hanno in comune una cosa: sono tutti, ripeto tutti italiani, di classe proletaria e sottoproletaria. E sono bianchi. Perché c’è poco da fare o da dire: è il proletariato e il sottoproletariato italiano bianco, oggi, a rappresentare la classe sociale meno protetta di tutte, la meno “vista” di tutte. Agli italiani bianchi di classe sociale inferiore, l’assistenza sociale di stato può espropriare i bambini, mentre la psichiatria di stato, dal canto suo, può internare a colpi di Aso e Tso, e trattare ogni cosa a forza di psicofarmaci, senza che nessuna delle innumerevoli associazioni che lotta per i cosiddetti diritti civili abbia niente da dire.

Ai tempi di Berlusconi, in una delle mie rare apparizioni televisive, Dandini mi chiese se fossi di destra o di sinistra. Risposi: forse sono di destra, risposi, ma non di questa destra. Sono passati più di dieci anni. Ora, dopo aver letto Gramsci, se qualcuno mi facesse la stessa domanda risponderei: non so, forse sono di sinistra. Ma non di questa sinistra.

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