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Il sale e gli alberi. La linea curva della deistituzionalizzazione

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 17/10/2020 - 12:48

«Anche nel campo della psichiatria abbondano gli intellettualismi e le ideologie. Ci sono, ad esempio, due strade che, a parole, si sono sempre dichiarate connesse l’una all’altra, ma che, in realtà, quasi mai si sono incrociate: la teoria e la pratica. È stato Franco Basaglia, che, per primo, ha guardato ad entrambe, in coerenza con il pensiero di Antonio Gramsci, e ha riproposto la dialettica della praxis-teoria-praxis

Ernesto Venturini, Il sale e gli alberi. La linea curva della deistituzionalizzazione

«Di questo libro in qualche modo Ernesto me ne aveva parlato. Sono riflessioni, racconti, cronache che col passare del tempo diventano sempre più preziose. Il cambiamento che si è prodotto nel campo delle psichiatrie e della salute mentale ha preteso un coinvolgimento totale dei protagonisti: bisognava essere nei luoghi, nei manicomi prima e nei fragili servizi di salute mentale dopo, per l’intera giornata. Il richiamo di Basaglia a operare sempre per aprire e tenere aperte le porte e vivere l’attenzione spasmodica della responsabilità si è concretizzato nei corpi e nei comportamenti di quelli che questo lavoro amano. La giornata consumata tra incontri con le persone, i cittadini e gli amministratori, e le ore dedicate al lavoro terapeutico e poi alle riunioni che segnavano le ore, sembravano impedire, ma di fatto hanno impedito, la possibilità di scrivere, di riflettere, di documentare, di descrivere con puntualità i successi e gli immancabili fallimenti. Ernesto Venturini, come tanti altri di noi, ritrova oggi il desiderio non di ricordare ma di riflettere, di raccontare, di trasmettere pezzi non solo di storia ma di affermati modi di operare che non solo hanno prodotto allora la liberazione dei matti, ma che oggi costituiscono il potenziale di conoscenze, di tecniche, di saperi ai quali attingere per costruire i percorsi di cura e di emancipazione.»

Peppe Dell’Acqua

La recensione del libro di Ernesto Venturini

È un libro che racconta una piccola storia, parte effettuale di una grande storia. La piccola storia – che l’autore chiama Riabilitare la città – riguarda il superamento degli ospedali psichiatrici di Imola negli anni 80-90, attraverso la partecipazione attiva della comunità, uno tra gli esempi più importanti di salute mentale comunitaria. La grande storia è il processo di liberazione dell’essere umano, che cerca, nelle contraddizioni storiche e sociali, i riferimenti ideali per promuovere i cambiamenti. In questa circostanza l’orientamento è il pensiero basagliano della deistituzionalizzazione: un processo dialettico, che va al di là di una semplice riforma e che cerca di dare concretezza ai valori di un’utopia – quella di una società senza manicomi. Ciò che è in gioco è la ricerca di una rottura con ogni logica escludente, riflesso di una società di disuguali. La deistituzionalizzazione si configura, in sostanza, come un movimento per trasformare la società, attraverso pratiche collettive che si muovono nelle correnti calde dell’immaginazione creativa. In questa prospettiva, la vicenda imolese degli anni ‘80 continua a mantenere una sua forte attualità, per il suo messaggio di speranza nelle possibilità di riscatto e di emancipazione dell’essere umano. L’autore usa uno stile di esposizione, talora metaforico e poetico, che guida i lettori, anche di ambiti diversi da quelli della psicologia e della psichiatria, alla comprensione dei fenomeni che sostengono i processi della cura e della riabilitazione in psichiatria.

La Società Psicoanalitica Italiana e gli Stati Generali della Cura Psichica

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 17/10/2020 - 12:17

[immagine di Ugo Pierri]

Di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos, che conduce da anni questa Rubrica, amico caro e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, presenta in questo scritto le ragioni “forti” per le quali si candida a divenire nuovo Presidente della SPI per il prossimo quadriennio. Sono parole sentite e “cliniche” incentrate sul tema della cura e del curare in una prospettiva certo psicoanalitica ma attenta primariamente ai bisogni di chi chiede aiuto e alla realtà dell’operare dello psicoanalista oggi in una società in rapido cambiamento, parole oneste e condivisibili che mi hanno convinto sinceramente, al di là della personale amicizia, ad appoggiare, come Rivista, senza se e senza ma la sua candidatura.

Francesco Bollorino, Editor di POL.it

[articolo uscito su psychiatryonline.it]

«La mia candidatura alla presidenza della Società Psicoanalitica Italiana ha le sue radici nel mio mondo di intendere l’appartenenza alla cultura e al sapere psicoanalitico. Considero la psicoanalisi come un modo di conoscere l’uomo e il mondo e prendere cura del dolore psichico che conserva il suo potenziale liberatorio, rivoluzionario, a condizione di mettersi costantemente in discussione. La psicoanalisi non è una professione di fede, né un freddo strumento tecnico. È una disciplina, fondata sul pensiero critico, che apprende dall’esperienza psicocorporea trasformativa che promuove. Si fa carico dei propri insuccessi, che la interrogano e la obbligano a revisioni costanti. Non si ammanta dei suoi successi (spesso poco appariscenti, ma sostanziali) non è una scienza onnipotente e arrogante. Richiede una passione che sfida gli ostacoli e un costante esercizio di modestia, senso della misura.»

Inizia così il mio programma presentato ai soci della S.P.I, cioè nel senso della rivendicazione dell’apertura all’imprevisto e alla riconsiderazione costante delle proprie prospettive che fa della mia professione (squisitamente clinica) uno strumento conoscitivo originale e attento ai cambiamenti. Il rapporto della psicoanalisi con la società, la cultura e con le alle altre discipline scientifiche (naturali e umanistiche) a volte è fecondo a volte slitta nell’incomprensione reciproca. Un po’ per i ricorrenti attacchi contro la psicoanalisi (disciplina scomoda) – spesso motivati da interessi di “mercato” o pregiudizi ideologici, piuttosto che da motivi scientifici – che hanno favorito un certo assetto difensivo degli analisti. Un po’ perché gli analisti, legati come sono al loro lavoro di studio, non sempre riescono a uscire dal loro idioma clinico-teorico e anche da una certa “gelosia” nei confronti del loro sapere.

La S.P.I ha avuto storicamente un ruolo centrale nel campo della cura psichica ad orientamento psicoanalitico (nelle sue diverse declinazioni: la cultura della cura psicoanalitica si diffonde in un’area ben più ampia della SPI) per la ricchezza del suo patrimonio culturale e scientifico, il pluralismo delle sue prospettive teoriche, il rigore della sua scuola di formazione e la buona preparazione clinica dei suoi soci. Nonostante le difficoltà del confronto con la psichiatria (progressivamente ritirata, in gran parte, in una prospettiva puramente biologica), ha saputo interrogarsi sui limiti a cui inevitabilmente la espone il rapporto con le forme più destrutturanti del disagio psichico e in generale con le forme di malessere che non si offrono all’applicazione tradizionalmente affermata del proprio approccio alla cura. Confrontandosi con la realtà, la S.P.I si è resa protagonista di un’estensione delle modalità e dei campi di applicazione del metodo psicoanalitico. L’uso della psicoanalisi si è espanso nel campo della terapia di gruppo, di coppia, di famiglia, di pazienti gravemente destrutturati sul piano psichico, di pazienti della terza età o colpiti da disabilità o malattie organiche gravi o incurabili, di pazienti con difficoltà economiche o viventi in un contesto sociale e lavorativo che non consente loro un’analisi regolare. Il lavoro psicoanalitico richiede in questi casi variazioni di setting come accade negli interventi terapeutici all’interno delle istituzioni pubbliche (ma anche nelle carceri) in cui molti analisti lavorano, in situazioni segnate dalla precarietà e da un certo degrado dei rapporti umani.

Come candidato alla presidenza della SPI sono un convinto sostenitore di questa apertura alla vita da parte della psicoanalisi che la porta oltre l’applicazione ottimale del suo metodo, ma le consente di ampliare molto il suo campo clinico e lo spazio della sua ricerca. Più rigoroso è il sapere psicoanalitico, più si può arricchire dalle esperienze in campo aperto. Rigore e sperimentazione sono il futuro della clinica psicoanalitica, ma anche della cura psichica in tutte le sue forme. Il progressivo distanziamento tra la psicoanalisi e la psichiatria, come pure l’allontanamento di quest’ultima dalla tradizione fenomenologica che le aveva dato profondità di osservazione e di diagnosi, ha sicuramente indebolito la clinica del dolore psichico non solo nei servizi pubblici, ma anche nel campo privato. L’uso eccessivo dei farmaci e l’applicazione diffusa delle tecniche di adattamento ai standard comportamentali sociali spingono verso una repressione, piuttosto che cura, della sofferenza che produce effetti spersonalizzanti poco visibili, ma devastanti. La negativizzazione del dolore favorisce la compressione psichica e l’inerzia e il sempre più frequente fenomeno delle psicosi asintomatiche (che esplodono/implodono improvvisamente) è allarmante. I servizi psichiatrici non sono stati mai luoghi di felicità, ma una volta erano animati dalla passione della cura, il piacere della conoscenza, la solidarietà umana (è nel servizio di Psicoterapia della Federico II di Napoli che mi sono “fatto le ossa”). Oggi tendono ad essere luoghi deprimenti.

Molti analisti o psicoterapeuti di orientamento psicoanalitico operano nei servizi pubblici e contribuiscono molto al mantenimento della dignità del lavoro di cura. Non sempre compresi dai loro colleghi che lavorano esclusivamente nel privato, sono oggetto di diffidenza o anche di discriminazione da parte della mentalità dell’approccio puramente quantitativo alla terapia che oggi domina la scena della sanità pubblica. È mia forte aspirazione e del gruppo degli amici che si candidano insieme a me all’esecutivo della SPI (Ludovica Grassi, Enrico Mangini, Giorgio Mattana, Elena Molinari, Michele Stuflesser) di sostenere il lavoro di questi colleghi e di promuovere, a partire dal loro fondamentale contributo, una riforma profonda del modo di sentire, pensare e realizzare la terapia di coloro che soffrono. Perché essa miri a prendere cura di loro come persone intere e non si limiti a far silenziare il dolore (col rischio di trasformare il dolore acuto in dolore cronico, tossico, sordo). Nell’ambito di uno sforzo collettivo che coinvolga tutte le forze che operano nel campo della cura psichica, e non solo gli psicoanalisti. Parlo di una riforma culturale che raccolga l’eredità della riforma Basaglia (oggi ritualmente celebrata, ma largamente lasciata appassire) e ne ampli la portata.

Con l’attuale esecutivo della SPI è stato avviato il funzionamento dei Centri di consulenza e di psicoterapia psicoanalitica. Sono un investimento strategico della SPI nel campo della sofferenza psichica più sfuggente agli interventi terapeutici ben strutturati, sotto il profilo del metodo e dell’organizzazione del trattamento, a causa della gravità del disagio o della precarietà del contesto socioculturale in cui ci trova a operare. Per il nostro gruppo di candidati all’Esecutivo della SPI le linee di indirizzo del loro funzionamento (affidato al lavoro in gruppo) dovrebbero essere queste: essere al servizio dei ceti sociali disagiati applicando prezzi agevolati; l’apprendistato clinico degli analisti in formazione e il tirocinio di giovani laureati in psicologia; la trasparenza assoluta della loro attività nell’ambito della loro qualifica di enti senza scopi di lucro; il loro legame organico con l’attività di ricerca dei Centri della SPI e con la ricerca psichiatrica in generale; la collaborazione stabile con i servizi pubblici di cura a cui va riconosciuta la centralità nell’ambito della sofferenza psichica socialmente complicata. La sinergia dei Centri “clinici” della SPI con gli psicoanalisti che lavorano nei servizi pubblici e nell’università, servirà a costruire di convergenze e alleanze nel campo della cura psichica con chi ha una visuale diversa dalla nostra.

Nel campo della cura psichica operano due prospettive di cura che a volte si incontrano, spesso si ignorano, a volte si scontrano fortemente. La prima prospettiva ragiona in termini di bisogno e di quantità, vede la terapia come alleviamento delle tensioni interne e come stabilizzazione. La seconda prospettiva, quella più specificamente psicoanalitica, privilegia il desiderio è la qualità, cerca di rende possibili esperienze di vita fondate sul persistere di tensioni piacevoli, profonde e complesse. Ciò implica la possibilità di vivere, godendone, un certo grado di destabilizzazione. Per gli psicoanalisti la cura tanto più raggiunge il suo obiettivo quanto più restituisce al paziente la sua condizione naturale di soggetto desiderante. Nondimeno nessun analista sottovaluti l’aspetto “economico” del suo lavoro: rendere più tollerabile e meno destrutturante l’angoscia e il dolore dei suoi pazienti.

Tra la prospettiva della quantità e quella della qualità la collaborazione è indispensabile, ma bisogna andare oltre le contrapposizioni sterili, i conflitti degli interessi particolari e i pregiudizi, spesso pretestuosi. Mi riferisco in particolare al principio dell’“evidenza”, usato come pregiudizio, che, primo, ignora spesso il legame necessario tra ciò che è evidente e ciò che non lo è (le evidenze nulla dicono da sole) e, secondo, pretende che l’efficacia del lavoro analitico venga misurata secondo parametri non di qualità, ma di quantità, importati da altre discipline. Un gruppo di ricerca sull’efficacia del metodo psicoanalitico proposto dall’attuale esecutivo della SPI va nella direzione giusta di individuazione di parametri di valutazione che tengano conto della qualità della vita e dei processi trasformativi e che emergano dal materiale clinico rivisitato in gruppo. Gli psicoanalisti della SPI non sono affatto chiusi alla verifica dell’efficacia della cura psichica ma la elaborano secondo parametri che non recingono il destino dei pazienti nel vivere “asintomatico”, nello spazio dei comportamenti socialmente accettabili. La S.P.I che servirò sarà dialogante con tutti, mai disposta a rapporti opportunistici o a alleanze di potere. Con la convinzione che solo la convergenza, anche sanamente conflittuale, tra diverse prospettive crea un terreno fertile per una rinnovamento culturale profondo della relazione di cura. Un rinnovamento in grado di garantirle la miglior efficacia possibile sul piano del contenimento del dolore, ma anche di allontanarla dalle logiche della dipendenza e dell’assistenzialismo e di valorizzare la qualità della vita e il diritto di reintegrazione sociale, culturale e politica a coloro che “ammalandosi” hanno perso il loro statuto di cittadini.

Se saremo eletti ci sarà un impegno forte da parte della SPI per la costituzione degli Stati Generali della Cura Psichica. Per una mobilitazione permanente di tutte le forze disponibili: gli psicoanalisti, gli psicoterapeuti dei vari orientamenti, la psichiatria e la psicologia clinica dei servizi pubblici e del territorio, le neuroscienze, le aree di creatività artistica condivisa che si interrogano sul dolore è la sua cura (le arti figurative e plastiche, la musica, il teatro, la musica), le attività riabilitative e di sostegno sociale che si fanno carico degli aspetti più degradati della sofferenza.

Considero di speciale importanza, perché pone il problema molto serio della prevenzione, il sempre più diffuso grave disagio psichico dei bambini e degli adolescenti (spesso misconosciuto o negato e lasciato incancrenire). L’attenzione della sanità pubblica a questo campo di malessere è manifestamente inadeguata. Come assolutamente carente è l’interesse verso le dinamiche familiari e coniugali, soprattutto in un’epoca da cui da una parte sta cambiando la definizione di parentalità e dall’altra si intensifica la violenza domestica contro le donne. In questo campo di malessere in cui disagio dei genitori, il disagio coniugale e il disagio dei figli si intrecciano senza avere, molte volte, una chiara idea dei confini e delle determinazioni, particolare è il fenomeno dell’ “autismo”. Irriducibile a un singolo paradigma, sempre più collocabile nella relazione tra genetica e ambiente, piuttosto che in uno di questi due campi (l’epigenetica può essere qui molto interessante), esso non è neppure veramente corrispondente alla sua denominazione. L’essere chiusi in se stessi corrisponde più chiaramente al ritiro di soggetti in qualche modo presenti e inquadrabili anche linguisticamente nelle relazioni tra noi, mentre dei bambini “autistici” ignoriamo la prospettiva sul mondo e dovremmo fare uno sforzo di umiltà per non continuare a vederli attraverso la nostra. Qui si manifesta nel modo più interrogante la necessità di unire le forze per imparare, da diverse angolazioni, ad “ascoltare” lo sguardo dell’altro e comprendere il suo grado di sofferenza non perché non è in grado di integrarsi nella nostra realtà ma perché non trova accoglienza. Frammentare le risorse in dispute ideologiche o in scontri di potere è devastante.

L’idea degli psicoanalisti come professionisti autoreferenziali e arroccati nei loro studi è stata sempre lontana dalla verità, anche se in alcuni momenti si è fatto poco per dissipare i dubbi, smentire le apparenze. La S.P.I è stata sempre curiosa e interessata alle altre discipline conoscitive (filosofia, antropologia, neuroscienze, critica letteraria, linguistica) come pure all’arte, al cinema, al teatro e alla letteratura. E socialmente impegnata: costantemente dalla parte dei deboli e dei diseredati. Questa tradizione (e ricchezza) innegabile, non si è mai compiutamente messa in gioco nella società e nella cultura italiana, mantenendo un carattere discontinuo e, spesso, individuale. È tempo che ciò accada.

Gli Uffizzi nel manicomio criminale

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 17/10/2020 - 10:11

Di Bruno Berti

[articolo uscio su La Nazione]

Da Opg a sede distaccata degli Uffizi: il futuro della villa dell’Ambrogiana

La proposta arriva dal direttore della struttura fiorentina, Eike Schmidt. D’accordo il sindaco Masetti: «un cambio di logica nella gestione dei musei e di quello più importante in Toscana può essere innovativo»

Passare da sede dell’Ospedale psichiatrico giudiziario a ospitare i capolavori degli Uffizi è un salto di qualità notevole per la pur importante, nonché bellissima, villa. La scelta, autorevolmente lanciata in un’intervista dal direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, trova naturalmente d’accordo il sindaco della città della ceramica, Paolo Masetti. Il più importante museo di Firenze, ad onor del vero, aveva già sperimentato alcune uscite, con il prestito di qualche opera a Comuni della provincia. Adesso però si fa sul serio. Per il direttore il problema è quello di poter far ammirare gli immensi tesori dell’istituzione che governa: i suoi depositi possono essere tranquillamente paragonati a veri e propri scrigni ricolmi di opere d’arte che possono arrivare a rivaleggiare con quelle esposte nelle sale dell’importantissima sede culturale. Tanto per dare un’idea, il direttore degli Uffizi punterebbe a sistemare nella villa medicea opere dell’epoca di Ferdinando I e Cosimo III de’ Medici.

Si può dire, infatti, che Schmidt non vuole semplicemente fare spazio nelle metaforiche cantine, quanto avviare una reale e importante operazione culturale che distende il museo su pezzi importanti della Toscana, rendendola ancora più appetibile per sua maestà il turismo, il nobile decaduto per eccellenza dell’economia del nostro paese in tempi di Covid. Schmidt guarda infatti ai prossimi anni (speriamo mesi), quando il virus sarà battuto, e i flussi turistici ritorneranno ai fasti dell’anno scorso, ad esempio. Con l’operazione è come si si fornisse un’opportunità nuova a chi ci viene a visitare, con un occhio di riguardo al territorio complessivo e non solo al capoluogo di regione che rischierebbe di finire seppellito dai turisti con la ripresa del settore.

Tra l’altro, un gigantesco museo adagiato sulle incomparabili terre toscane (la proposta del direttore riguarda anche altri comuni) darebbe un contributo importante nel favorire soggiorni più lunghi, che sono quelli che, oltre ad essere oggettivamente interessanti dal punto di vista degli incassi, possono realmente dare ai visitatori un’idea vera della immense ricchezze culturali della terra in cui hanno scelto di venire.

«Il direttore Schmidt – dice il sindaco di Montrelupo, Paolo Masetti – ha visitato la villa dell’Ambrogiana a luglio, apprezzandone le potenzialità. Adesso, dopo il suo intervento, credo che si possa dar vita a un progetto, che però deve poter contare sulle risorse necessarie per un’iniziativa che per Montelupo può fare la differenza in tema di turismo. In argomento di soldi registro il giudizio positivo e l’intenzione del presidente della Regione, Eugenio Giani, di dare un aiuto concreto all’attuazione dell’idea lanciata da Schmidt. È chiaro che sarebbe opportuno un intervento anche da parte della Città Metropolitana di Firenze e naturalmente dello stato. Senza dimenticare che la novità delineata dal direttore tedesco è un cambio di logica nella gestione dei musei che può essere innovativo.

Per quanto riguarda il nostro comune, sottolineo anche che Montelupo ha una collocazione baricentrica, e soprattutto è facilmente raggiungibile con la superstrada e la ferrovia, tra le capitali del turismo toscano: Firenze, Pisa e Siena. Voglio inoltre ricordare, per aggiungere un ulteriore tocco di fascino, che la nostra villa medicea è l’unica con un approdo fluviale. Vale a dire che i padroni di casa, i Medici, arrivavano nel loro buen retiro in barca, quando l’Arno dal punto di vista della navigazione era in condizioni diverse da quelle attuali. «Si tratta – riprende Masetti – dell’edificio più grande tra le ville fatte costruire dai Medici, circa 60.000 metri quadrati di superficie complessiva. È anche una struttura che ha molto da raccontare in termini di manicomio criminale prima e di Opg dopo. La nostra città, non dimentichiamolo, è quella delle ceramiche che finivano sulle nobili tavole dei signori del Rinascimento italiano». E non solo, c’è da dire, visto che anni fa, nel corso di scavi archeologici all’Avana furono trovate ceramiche realizzate a Montelupo: segno che la globalizzazione, nel caso quella praticata dei mercanti, non è solo un’invenzione dell’economia di oggi. Masetti aggiunge poi che sulla villa dell’Ambrogiana c’è un protocollo d’intesa con il Demanio (la proprietà), la Regione, la Soprintendenza e naturalmente il Comune, che è il capofila. «L’obiettivo è quello di valorizzare la struttura».

La Villa Medicea, detta l’Ambrogiana, fa parte della rete di ville fattoria di proprietà dei Medici sparse su tutto il contado fiorentino. In origine, come tutte le altre sorelle, era un’azienda agricola, trasformata dai Medici da fattoria a villa con un edificio dotato di quattro torri angolari nella seconda metà del ’500. Nella trasformazione probabilmente ebbe un ruolo primario Bernardo Buontalenti. Successivamente furono aggiunti una chiesa e un convento, poi uniti alla villa con un corridoio che consentiva al principe l’accesso diretto. All’inizio dell’800 nelle scuderie fu ospitato un penitenziario, cosa che consigliò ai proprietari, i Lorena, l’abbandono della villa come residenza. Nel 1850 divenne un manicomio, che poi accolse i pazzi criminali.

Mancano psichiatri a Imperia: lettera di Cittadinanzattiva e Tribunale del Malato alle autorità competenti

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 17/10/2020 - 09:54

[articolo uscito su imperianews.it]

Daniela Meloni e Maria Teresa Roselli, insieme a Cittadinanzattiva Liguria e il Tribunale per i Diritti del Malato, hanno scritto al Prefetto, al Presidente della Conferenza dei Sindaci, al Difensore Civico della Regione e al Direttore Generale dell’Asl 1 Imperiese, lamentando una grave carenza di psichiatri nella nostra provincia.

«Si tratta – scrivono – di una grave ed insostenibile situazione in cui si presenta il Dipartimento di Psichiatria e Salute Mentale dell’Asl 1 Imperiese. Il tema della carenza di psichiatri è stato già affrontato in numerosi incontri con le direzioni Asl competenti. Tuttavia, le risposte fornite in quelle sedi sono complessivamente inadeguate, sia per quanto riguarda il numero di specialisti da assumere e la loro stabilizzazione, sia per quanto riguarda i tempi di realizzazione delle immissioni attraverso le relative procedure. I concorsi per l’assunzione di psichiatri svoltisi negli ultimi anni hanno prodotto nuovi ingressi, ma sono stati assolutamente insufficienti, generando un bilancio finale negativo a causa dei rifiuti di incarichi, delle richieste di trasferimento e di ulteriori pensionamenti. In sostanza, l’attuale organico è carente di una decina di medici psichiatri».

«Dal nostro punto di vista – è scritto nella lettera – per evolvere da questa situazione (medici e personale sanitario che scelgono altre sedi) occorre porre in atto modalità e strategie tali da attrarre e motivare i professionisti anche attraverso incentivi e supporti di carattere economico, ma anche, per quanto possibile, indicare ragionevoli limiti e vincoli temporali ai trasferimenti. Inoltre, vista la grave carenza di medici specialisti (diffusa a livello nazionale) è necessario che l’Asl 1, gli Assessorati Regionali competenti e la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Genova realizzino, al più presto, percorsi opportuni e risolutivi».

« È importante sottolineare – terminano – che la cura della malattia psichiatrica si realizza nella costituzione di un sistema di rete, nel quale devono integrarsi le competenze necessarie fra la psichiatria propriamente detta, la psicologia, la terapia di riabilitazione psichiatrica, l’assistenza socio-sanitaria con la finalità di aiutare i malati nel percorso di reinserimento nella società, diminuendo così le conseguenze potenzialmente pericolose e di allarme sociale. È ovvio che per realizzare questi obiettivi occorre personale specializzato e che il rischio, in assenza, è di non assicurare ai malati ed ai loro familiari il diritto costituzionale alla salute e ad un adeguato livello di assistenza e di sicurezza».

Giornata Mondiale per la Salute Mentale 2020, Starace: «Servono 2 miliardi di euro»

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 13/10/2020 - 09:19

[articolo uscito su associazionelucacoscioni.it]

In 300.000 si rivolgono ai servizi per le dipendenze , 900.000 le richieste di assistenza. Solo il 55% ottiene risposte.

In occasione della Giornata Internazionale per la Salute Mentale del 10 ottobre Fabrizio Starace, ex membro della Task Force di Colao, Presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), nel corso del XVII Congresso Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, di cui è Consigliere Generale, ha presentato una proposta per rispondere a un’emergenza che riguarda 300.000 persone con 900.000 richieste di assistenza presso i servizi di salute mentale.

Dai dati del Sistema Informativo Salute Mentale (SISM) emerge che nel triennio 2015-2017 si è verificata una progressiva riduzione delle risorse, un depauperamento del capitale umano e un impoverimento delle attività di inclusione sociale e lavorativa a fronte di un incremento delle prestazioni territoriali, di un aumento delle degenze e delle prescrizioni di ansiolitici e un’accentuazione delle disparità interregionali.

La sintesi del modello proposto dal professor Fabrizio Starace

Ovunque è in atto una crescente domanda di servizi relativi alla salute mentale determinati da fattori sociali, economici e culturali, come evidenziato dall’Oms.

Un’analisi condotta dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica sul rapporto tra fabbisogno assistenziale espresso dall’utenza in carico ai Dipartimenti di salute mentale e la capacità assistenziale ha dimostrato che essi sono in grado di rispondere correttamente a solo il 55,6% del fabbisogno stimato. L’analisi condotta da FederSerD sulla base dei criteri minimi previsti dal DM 444/90 evidenzia una carenza di personale molto grave: in media la norma prevederebbe un numero 3 volte maggiore degli operatori attuali.

L’Italia si attesta nelle ultime posizioni in Europa per percentuale della spesa sanitaria investita in questo ambito (3,6% a fronte di Francia, Germania, Regno Unito che stanziano circa il 10%). Per le Dipendenze Patologiche, a fronte dell’1,5% della spesa sanitaria considerato standard di riferimento, la spesa non raggiunge lo 0,7%.

Investire nell’assistenza, incrementare l’investimento nei settori della Salute mentale e delle Dipendenze patologiche di almeno il 35% rispetto alla spesa attuale, prevedendo il graduale superamento delle disuguaglianze di accesso interregionali, attraverso il reclutamento del personale carente della dirigenza sanitaria e delle professioni sanitarie.

Tale incremento è pari complessivamente a circa 2 miliardi di euro e dovrà procedere parallelamente a un ri-orientamento delle prassi dei Servizi verso la personalizzazione degli interventi e il superamento delle strutture residenziali, attraverso un imponente piano di formazione e di qualificazione delle attività secondo criteri evidence-based.

Solo con sostanziali investimenti nei servizi di salute mentale e delle dipendenze patologiche per incrementare la consistenza numerica, tecnica, motivazionale e relazionale degli operatori impegnati nei servizi stessi si potrà recuperare il gap determinatosi nell’ultimo decennio tra fabbisogno assistenziale e capacità di risposta, accentuato dall’emergenza coronavirus.

Potenziamento dei servizi territoriali per la salute mentale e le dipendenze

In questa proposta si sostiene la necessità di sostanziali investimenti “in capitale umano” dei servizi di salute mentale e delle dipendenze patologiche, per incrementare la consistenza numerica, tecnica, motivazionale e relazionale degli operatori impegnati nei servizi stessi, per recuperare il gap determinatosi nell’ultimo decennio tra fabbisogno assistenziale e capacità di risposta, accentuato dall’emergenza coronavirus.

Sono stati presi in considerazione i servizi di Salute Mentale Adulti e delle Dipendenze Patologiche, indipendentemente dalla configurazione e dal vario grado di integrazione che le macrostrutture organizzative hanno assunto nelle diverse Regioni.

Secondo la World Health Organization (WHO), il sistema dei servizi di salute mentale è chiamato ad uno sforzo sempre maggiore per fronteggiare la crescente domanda di salute mentale determinata da fattori sociali, economici e culturali (WHO, European Mental Health Action Plan, 2013). Il cambiamento demografico in atto – dovuto principalmente alle ondate migratorie (Priebe et al., 2015) e all’invecchiamento della popolazione europea ed italiana (Volkert et al., 2012) –, la progressiva riduzione delle risorse a disposizione e l’impegno nel processo di deistituzionalizzazione richiedono una realistica analisi delle effettive possibilità operative dei servizi a fronte della domanda di assistenza e dell’impegno clinico richiesto.

Le informazioni ricavate dal Sistema Informativo Salute Mentale (SISM) relative all’anno 2016 (Ministero della Salute, Rapporto Salute Mentale, 2018), documentano le seguenti variazioni osservate nel solo triennio 2015-2017:

  • il depauperamento del capitale umano dei Servizi (oltre 500 medici in meno, 100 psicologi in meno, 1.000 infermieri in meno), a fronte di un incremento della domanda di assistenza (80.000 persone in più rispetto al 2015) attualmente quantificabile in circa 900.000 persone;
  • l’incremento delle prestazioni territoriali, da 10 milioni del 2015 a circa 11 milioni e mezzo nel 2017, anche se solo l’8% di queste è effettuato a domicilio delle persone assistite;
  • la riduzione ulteriore (solo 1 su 3) delle persone in contatto coi servizi territoriali nelle 2 settimane successive alle dimissioni ospedaliere;
  • l’aumento del 50% delle giornate di degenza in assistenza residenziale e della durata media di degenza, che supera gli 800 giorni;
  • l’aumento notevole dei soggetti ai quali vengono prescritti antipsicotici, che quasi raddoppiano dal 2015 al 2017, passando da 23 a 40 x 1.000.

Da quanto riportato sopra, sembrerebbe che l’intensità e l’appropriatezza delle cure erogate all’utente non costituiscano un set definito di attività ed interventi codificati da linee guida e raccomandazioni, in base al fabbisogno assistenziale espresso dall’utenza, quanto piuttosto una variabile dipendente dalla materiale disponibilità di personale operante.

Per quanto concerne i SerD, essi hanno in carico pazienti con elevata afferenza, frequenza di contatto anche giornaliera, frequentemente immunocompromessi e con stili di vita ad alto rischio di “contatto e di diffusione per SARS-CoV-2”.

Considerando le ultime Relazioni al Parlamento sia sulle Droghe illegali sia sull’Alcol e prendendo in esame l’applicazione delle numerose intese stato regioni e leggi settoriali (Gioco d’Azzardo e altre Dipendenze senza sostanza; Tabagismo; Farmaci legali; Accertamenti alcol e guida; accertamenti lavoratori a rischio; percorsi amministrativi con Prefetture art. 75 e 121 DPR 309/90; Competenze certificative legali, ecc…) si può affermare che il flusso annuo di persone che si rivolgono ai SerD abbia una consistenza numerica complessiva di circa 300.000 persone.

Questo dato è raddoppiato negli ultimi 10 anni, con diminuzione di almeno mille operatori addetti nei SerD (attualmente secondo i dati della relazione al parlamento 2019 gli operatori sono 6.496 in 568 Servizi e 628 sedi).

La pandemia da coronavirus ha interessato un settore già in grave sofferenza.

L’analisi condotta dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (Starace et al., 2019) sul rapporto tra fabbisogno assistenziale espresso dall’utenza in carico ai Dipartimenti di Salute Mentale e la capacità assistenziale necessaria per realizzare tutte le azioni previste da Raccomandazioni, Linee Guida, Percorsi e Protocolli di Cura, ha dimostrato che i DSM sono in grado di rispondere correttamente a solo il 55,6% del fabbisogno assistenziale stimato.

Analogamente, l’analisi condotta da FederSerD sulla base dei criteri minimi previsti dal DM 444/90, comprensivi dell’attività che i Servizi sono tenuti a svolgere presso Carceri e Comunità Terapeutiche segnala su tutto il territorio nazionale una carenza di personale molto grave: in media la norma prevederebbe un numero 3 volte maggiore degli operatori attuali.

Questi dati trovano conferma nella attuale configurazione degli investimenti nei rispettivi settori. Nonostante l’Italia rappresenti un modello per la Salute Mentale di Comunità (chiusura degli Ospedali Psichiatrici nel 1978 e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari nel 2016) il Paese si attesta nelle ultime posizioni in Europa per percentuale della spesa sanitaria investita in questo ambito (3,6% a fronte di Francia, Germania, Regno Unito che stanziano circa il 10%). Per le Dipendenze Patologiche, a fronte del 1,5% della spesa sanitaria considerato standard di riferimento, la spesa non raggiunge lo 0,7%.

La ridotta disponibilità di fondi si è tradotta nel depauperamento dei Servizi Territoriali e nell’impoverimento delle attività di inclusione sociale e lavorativa, accentuando le disparità inter-regionali. Ne è conseguito un sempre più ampio ricorso alla residenzialità, da alcuni definita «nuova forma di istituzionalizzazione territoriale». Di fatto la spesa per la residenzialità rappresenta il 50% circa dell’intera spesa per la Salute Mentale in Italia e ben oltre il 50% per le Dipendenze Patologiche.

Di qui la proposta di incrementare l’investimento nei settori della Salute Mentale e delle Dipendenze Patologiche di almeno il 35% rispetto alla spesa attuale, prevedendo il graduale superamento delle disuguaglianze di accesso inter-regionali, attraverso il reclutamento del personale carente della dirigenza sanitaria e delle professioni sanitarie. Tale incremento è pari complessivamente a circa 2 miliardi di euro.

Tale investimento dovrà procedere parallelamente ad un ri-orientamento delle prassi dei Servizi verso la personalizzazione degli interventi ed il superamento delle strutture residenziali, attraverso un imponente piano di formazione e di qualificazione delle attività secondo criteri evidence-based.

Le attività svolte dovranno essere sottoposte a monitoraggio e valutazione sistematica, includendo indicatori di processo ed esito relativi alla Salute Mentale e alle Dipendenze Patologiche nel Nuovo Sistema di Monitoraggio dei LEA.

L’aumento atteso della capacità di resilienza della popolazione di utenti fragili della Salute Mentale e delle Dipendenze Patologiche così ottenuto potrà essere verificato attraverso indagini nazionali sui sistemi informativi della salute mentale e delle dipendenze patologiche, nonché su dati ISTAT.

Salute mentale, la legge 180 ancora disapplicata in alcune regioni italiane

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 13/10/2020 - 00:40

[articolo uscito su redattoresociale.it]

La denuncia di Legacoopsociali in occasione della Giornata mondiale della Salute mentale. «Aumentano i casi seguiti, diminuiscono gli operatori, secondo una logica miope di riduzione della spesa pubblica». E preoccupa che ci sia «chi continua a proporre nuovi muri, nuove istituzioni totali…»

Sono passati quarant’anni dalla morte di Franco Basaglia, ritenuto universalmente il riformatore della psichiatria. Tanto che i referenti di settore dell’Oms provengono ormai da quell’esperienza, e l’ultima – l’argentina Devora Kestel – è stata pure cooperatrice sociale, impegnata nello smantellamento del manicomio di Udine (l’ultimo grande “residuo” chiuso grazie al Progetto obiettivo della ministra Bindi). A ricordarlo, nella Giornata mondiale della Salute mentale, è Legacoopsociali per la salute mentale, che tuttavia denuncia: «Eppure, a 42 anni dalla sua approvazione, la legge 180 non è ancora stata applicata in ogni regione italiana. Anzi: c’è chi (la Lombardia, la più grande) concentra ancora la psichiatria in ospedale mentre il Veneto sta al di fuori dell’ordinamento, prevedendo sia la contenzione fisica che l’internamento a vita in comunità. Altrove, si sono trasferiti semplicemente gli utenti in tanti piccoli “minicomi”, con un tasso esemplificato dal confronto tra gli 8 posti letto per 10.000 abitanti ricoverati in comunità in Sicilia, ed i meno di 2 per 10.000 del Friuli Venezia Giulia, la regione più virtuosa nel percorso di de-istituzionalizzazione».

Gian Luigi Bettoli, portavoce di Legacoopsociali per la Salute Mentale, afferma: «In generale, mentre aumentano i casi seguiti, diminuiscono gli operatori, secondo una logica miope di riduzione della spesa pubblica che rende sempre più deboli i Centri di salute mentale. La spesa per la salute mentale assomma – con gravi squilibri territoriali – il 3,5% di quella sanitaria, ben lontano dal 5% fissato come obiettivo ottimale. Ma quel che appare stridente, prima ancora della spesa (l’esempio friulano dimostra che si può fare bene senza spendere grandi cifre), sono le pratiche. Va fatta una considerazione sulla disattenzione dell’opinione pubblica per i problemi della salute mentale, vissuti con l’occhio distratto da forme di stigmatizzazione verso i fenomeni di marginalità. Atteggiamento distratto che diventa panico di fronte a fenomeni di violenza, strumentalizzati da un mondo dei media inquinato dalla comunicazione e/o, tradizionalmente, dalla propaganda politica di destra. Questa lettura è decontestualizzata rispetto ai dati di realtà: la criminalità nel nostro paese è in regresso da anni; la violenza trova più spesso luogo in famiglia che nella marginalità; la morbilità tra gli stranieri, anche psichiatrica, è legata alla gestione de-strutturata dell’accoglienza, più che all’immigrazione; i suicidi sono in calo, in un paese che ne ha un basso tasso rispetto all’Europa».

Per Bettoli, «questa discrasia tra realtà e percepito è alla radice delle continue richieste di nuovi posti-letto ospedalieri, della resistenze all’attuazione di una riforma invidiata e copiata nel mondo, e di continue richieste di sua modifica, che per altro decadono sistematicamente. Anche perché, va ricordato, il sistema manicomiale italiano ha sempre fatto spendere cifre spaventose: l’80% dei bilanci delle province, un tempo, finiva lì. Meglio vivacchiare, è quella la vera risposta “controriformistica”».

«In ogni caso, rimane il fatto che ci sia chi continua a proporre nuovi muri, nuove istituzioni totali, partendo dal presupposto che la persona con problemi psichiatrici sia l’”altro”, il “mostro”, l’”incurabile”, con ciò ignorando i risultati della moderna scienza della salute mentale. La cura non solo è possibile, ma la marginalità è prevenibile attraverso la lotta all’emarginazione sociale ed alla stigmatizzazione culturale del “diverso”. E le nuove pratiche cliniche, basate sulla implementazione della dignità del soggetto umano, si articolano attraverso strumenti come il budget di salute, dove l’obiettivo da perseguire non è l’efficienza economica della prestazione sanitaria e farmaceutica, ma il rafforzamento della soggettività della persona-utente, attraverso un mix di psicoterapia e lavoro sociale, basato sui pilastri del lavoro e della casa».

Continua il portavoce di Legacoopsociali per la salute mentale: «Noi, dall’osservatorio delle cooperative sociali più “basagliane”, ci poniamo da tempo il problema della qualità clinica e della rendicontazione sociale del prodotto del nostro lavoro, che poi è il benessere delle persone, donne e uomini, che periodicamente si trovano in difficoltà nel gestire la loro sofferenza. Non a caso, siamo nati innanzitutto come cooperative di utenti dei servizi pubblici, per poi diventare anche cooperative di lavoratori sociali. La nostra sperimentazione, grazie ai modelli scientifici di rendicontazione sociale elaborati da Euricse, ha dimostrato la vantaggiosità, economica oltre che sociale, dell’inserimento lavorativo come strumento di cura».

«Da quattro anni – conclude Bettoli -, con il progetto Visiting DTC (Comunità Terapeutiche Democratiche), mutuato dall’esperienza britannica, stiamo lavorando sulla rilevazione della correttezza del lavoro nelle strutture cooperative, intese sia come residenze che come reti di relazioni con il territorio in cui si abita. Un sistema di certificazione di qualità basato sul confronto di esperienze, con una rete di valutatori che mette sullo stesso piano utenti, familiari ed operatori. Quest’anno, il quarto Forum nazionale (che si è concluso ieri, ndr) l’abbiamo dedicato alla lotta alla contenzione. Non più solo quella fisica: poniamo ormai il problema anche dell’abuso di quella che passa attraverso l’uso, securitario e smodato, dei farmaci».

Anci Lombardia: è il tempo di cambiare

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 13/10/2020 - 00:31

L’intervento del Presidente Guerra alla conferenza regionale

Il Presidente di Anci Lombardia Mauro Guerra è intervenuto, venerdì 2 ottobre, alla conferenza regionale sulla salute mentale dal titolo È il tempo di cambiare, promossa dal Garante delle persone private di libertà personale del Comune di Milano, in collaborazione con Campagna Salute Mentale, URASAM Lombardia, Rete utenti Lombardia, Club nazionale SPDC no restraint, CGIL Lombardia e con il sostegno della Conferenza Nazionale Salute Mentale, che si è tenuta presso la sala conferenze di Palazzo Reale a Milano. Di seguito una sintesi del suo intervento.

«Oggi il mondo non è più quello di prima della pandemia e anche quando saremo fuori, per disponibilità di vaccini e di strumenti di contrasto e cura adeguati, il mondo non sarà più quello che abbiamo conosciuto prima.

È evidente purtroppo che dentro la crisi il prezzo più alto lo pagano le fasce più deboli. Nella fase acuta, le misure di isolamento e distanziamento sociale sulle persone con disagio psichico e sulle loro famiglie hanno avuto un grande impatto, per le condizioni di isolamento, di rottura di sistemi di reti di relazione, per la riduzione o addirittura la sospensione di molti servizi. In alcune realtà e in alcune condizioni è stato possibile riconvertire in rapporto a distanza alcune di queste attività, ma si è trattato di una limitatissima e povera possibilità di risposta complessiva.

È evidente che ha vissuto una condizione di maggiore difficoltà nell’isolamento chi già soffriva di un disagio psichico: particolarmente significativo da questo punto di vista l’aumento del numero dei trattamenti sanitari obbligatori nel marzo 2020.

I comuni sono stati in prima linea dentro questa questo passaggio, nel fare rete con il territorio per far fronte alle esigenze dei cittadini. In molti comuni si è adeguata rapidamente e con flessibilità la gestione di servizi e interventi in campo sociale sociosanitario, ripensando, riorganizzando, sperimentando in modo flessibile il proprio modo di approcciare le persone. In alcuni casi innovando e coinvolgendo molto più attivamente che in passato le risorse e le energie delle comunità locali.

Di questo c’è traccia anche in una pubblicazione Il servizio sociale al tempo del coronavirus: pratiche in corso nei comuni italiani, curata dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, insieme ad ANCI, che ha selezionato un paio di centinaia di esperienze a livello nazionale e più di 40 esperienze lombarde. Un patrimonio al quale guardare e sul quale riflettere e trovare spunti utili per definire nuove modalità di lavoro sociale o in modo di programmare le politiche sociali anche in vista della prossima programmazione di zona del 2021 2023.

L’emergenza covid è stata anche una terribile occasione per sperimentare servizi innovativi, che possono continuare ad essere riproposti anche in futuro e dalla quale abbiamo imparato alcune cose credo molto importanti.

Abbiamo imparato che è indispensabile lavorare al potenziamento e alla riorganizzazione della medicina, della sanità territoriale e ad una vera integrazione socio-sanitaria. Abbiamo imparato che occorre che i comuni abbiano un ruolo maggiore, più ascoltato, nella fase di programmazione, di organizzazione e gestione dei servizi e dell’integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali e abbiamo bisogno che questa integrazione faccia rapidamente passi avanti. Abbiamo imparato che il modo della partecipazione e delle relazioni con il terzo settore, il mondo del volontariato, le organizzazioni, formali o meno, dei cittadini e delle famiglie, deve essere ripensato, per metterne a frutto la ricchezza ed il valore.

Dobbiamo ripensare servizi che non tendono alla istituzionalizzazione del disagio, ma lavorano per costruire, facendo leva su quello che lo stesso cittadino, la stessa persona sofferente può dare e può mettere in campo attraverso sistemi di prossimità e capacità di costruire reti tra il pubblico, i comuni, il privato, il privato sociale, il volontariato, le famiglie, i cittadini.

I Comuni vogliono giocare questo ruolo, ad esempio, entrando nel percorso di revisione della legge 23, nella definizione dei piani di potenziamento della sanità territoriale.

Per quello che riguarda in particolare il tema della salute mentale come Anci nazionale, con la conferenza nazionale per la salute mentale vi è stato un incontro, si è aperto un confronto.

Do subito la disponibilità ad aprire anche a livello regionale questo confronto.

Il Primo tavolo di lavoro del quale si è ragionato è quello della costruzione di risposte tendenti a deistituzionalizzare i percorsi terapeutici e riabilitativi, attraverso forme di coprogettazione con la partecipazione delle persone direttamente interessate, con sostegno della cooperazione sociale più avanzata. Il secondo percorso di lavoro proposto è quello di come assicurare che il trattamento sanitario obbligatorio sia rispettoso dei diritti, della vita delle persone, sia del tutto residuale e gestito in un sistema che costruisca condizioni ampie di prevenzione e di intervento diverso. Un terzo filone di lavoro proposto è quello chiamato simbolicamente città libere dalla contenzione.

Nel paese esistono esperienze di buone pratiche per il superamento della contenzione Nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, nelle strutture residenziali per anziani, esperienze che dimostrano che su questo si può lavorare con profitto. Su tutto questo ANCI Lombardia, i comuni e gli amministratori lombardi sono pronti a lavorare».

Giardino dei Giusti: i nuovi nomi del 2020 a Milano

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 12/10/2020 - 00:58

[articolo uscito su milanotoday.it]

Salvarono gli ebrei durante la guerra: i nuovi Giusti di Milano

Dodici nuovi iscritti nel Giardino Virtuale Giusti del Monte Stella, lo spazio creato nel 2017 sul sito di Gariwo per accogliere le segnalazioni e le testimonianze dei cittadini su figure dimenticate o sconosciute meritevoli di essere ricordate. La cerimonia di consegna delle pergamene ai familiari, originariamente prevista per il 6 marzo, si è tenuta mercoledì 7 ottobre alla presenza del presidente del consiglio comunale Lamberto Bertolè, del presidente di Gariwo Gabriele Nissim e del vicepresidente dell’Ucei Giorgio Mortara, che hanno ricordato le motivazioni dei riconoscimenti attribuiti.

I premiati sono Francesco Quaianni, Emily Bayer, Padre Italo Laracca, Carlo Bianchi, Padre Andrey Sheptytskyy, Famiglia De Regibus, Leonilde Simonazzi, Reinhold Chrystman, Carlo Tagliabue, Nella Molinari e Luigi Cortile, cittadini che, durante la Seconda guerra mondiale, hanno salvato gli ebrei rischiando la vita.

Oltre a loro è stato scelto anche Franco Basaglia, lo psichiatra che introdusse in Italia una nuova terapia per i disturbi mentali, fondata sul rispetto dei pazienti, e pose le basi della Legge 180, detta poi Legge Basaglia, di riforma dell’assistenza psichiatrica con la chiusura dei manicomi.

«Figure che non solo hanno fatto del bene, salvando delle vite e mettendo a rischio se stessi, ma sono diventate esempi di rettitudine, coraggio e umanità per tutti noi. Ricordarle e tenerne viva la memoria è un dovere», ha affermato Bertolè. «Approfittiamo di questi grandi esempi di coraggio civile per ricordare due grandi emergenze internazionali verso le quali lanciamo un allarme rivolto alle istituzioni e alla società civile: la guerra nel Nagorno Karabakh, che vede in pericolo la popolazione di origine armena, e le repressioni in Bielorussia, dove centinaia di manifestanti pacifici sono stati arrestati per aver protestato contro il regime», ha aggiunto Nissim. «Ci sono Giusti che hanno salvato vite umane durante le grandi tragedie dell’umanità come la Shoah e altri le cui gesta contribuiscono a prevenire il male», ha concluso Mortara.

Chi sono i premiati

Francesco Quaianni, dopo l’8 settembre ’43 grazie al suo impiego operò in favore degli antifascisti e partigiani dapprima come semplice funzionario poi come facente parte della organizzazione segreta S.I.N.

Emily Bayer, cittadina tedesca e reclutata per lavorare presso il comando tedesco di Milano, ha offerto alla signora Clara Schwarz, alla madre e sorelle – di origine ebraica – ospitalità gratuita in un suo appartamento, dove la famiglia ha abitato fino alla fine della guerra.

Padre Italo Laracca, ha operato per il bene della popolazione di Velletri colpita duramente dall’avanzata bellica sul fronte laziale durante la Seconda guerra mondiale ma anche successivamente, realizzando un orfanotrofio e divenendo figura di riferimento per tutti i bisognosi.

Carlo Bianchi, fondatore nel dicembre del 1943 del Centro di assistenza Legale e Medica Card. Schuster già Carità dell’Arcivescovo, tuttora operante e primo fra i centri di assistenza medica per gli indigenti milanesi. Attivo con mons. Andrea Ghetti nell’OSCAR, animatore del Giornale clandestino il ribelle con mons. Giovanni Barbareschi, fino all’arresto per delazione il 27 aprile e salvatore della famiglia ebrea Sonnino Shapira.

Padre Andrey Sheptytskyy, grande oppositore delle ideologie comunista e nazista che in una lettera pastorale del 1942 chiedeva ai suoi fedeli di aiutare la popolazione ebraica e non collaborare con gli occupanti nella realizzazione del loro piano genocida. Per due volte inviò una protesta contro lo sterminio degli ebrei a Himmler. Salvò dalla morte più di cento ebrei.

Famiglia De Regibus (Antonio e Margherita, con la figlia Fiorentina). Nascosero e salvarono la famiglia ebrea di Riccardo Ancona ed Ester Foa, con la figlia Valeria, che nella loro casa attesero il momento per fuggire in Svizzera.

Leonilde Simonazzi, diede soccorso con coraggio e disinteresse, a ebrei – conoscenti o estranei – aiutandoli a espatriare in Svizzera e aiutandoli in altri modi. Con la madre Luigia diede anche sostegno alla Resistenza milanese. Ha ricevuto il riconoscimento di Giusta tra le Nazioni dallo Yad Vashem.

Reinhold Chrystman, ha salvato quasi 700 ebrei – tra cui la zia e i cugini di Klinger -, molti dei quali erano bambini, in una fabbrica di vetro a Piotrków Trybunalski (vicino a Lodz, in Polonia). Diede loro permessi di lavoro e creò un rifugio per i bambini.

Carlo Tagliabue, Direttore della Pia Casa Incurabili, nonostante la sua iniziale adesione al fascismo sfidò la polizia con suo grave rischio personale nascondendo nel reparto femminile della struttura una trentina di donne ebree. Diede loro la divisa degli ospiti della Pia Casa e le custodì, le nutrì vigilando attentamente sulla loro incolumità.

Nella Molinari e Luigi Cortile, salvarono diverse famiglie ebree permettendo loro un passaggio verso la Svizzera. Il Maresciallo fu purtroppo scoperto e arrestato. Morì a Mauthausen, pagando con la vita la sua generosa umanità.

Franco Basaglia, il principale motore del concreto cambiamento della psichiatria: grazie alle sue teorie e all’esperienza messa in pratica nei manicomi di Gorizia e Trieste, ha ridato diritti e dignità a migliaia di persone.

Chissenefrega dei matti / 4

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 12/10/2020 - 00:45

La chiusura dei manicomi

Di Allegra Carboni

Ronald Reagan, Governatore della California, viene messo al corrente della pesante condizione degli ospedali psichiatrici, da un lato come lesione del diritto, dall’altro come un investimento a fondo perduto, perché si tratta di luoghi in cui si consumano inutilmente risorse. Reagan è in effetti il primo a chiudere veramente gli ospedali psichiatrici, ma lo fa senza avere in testa nessun progetto: con la firma sul Lanterman-Petris-Short Act (LPS) riversa nelle strade decine di migliaia di persone provenienti dai grandi manicomi. Non sa nulla e non gli interessa sapere nulla di salute mentale, ma è convinto che l’ingente giro di denaro che ci sta dietro si può certamente risparmiare. Attua una deospedalizzazione, ovvero la chiusura degli ospedali psichiatrici, ben diversa dalla deistituzionalizzazione pensata a Trieste, un processo di cambiamento radicale incentrato sulla restituzione di tutte le possibilità e di tutte le risorse rimaste intrappolate dentro le istituzioni totali. Insomma, Reagan chiude i manicomi per motivi prettamente economici. Il fatto che i matti non stiano più nei manicomi ma per strada porta molti di loro in prigione: il carcere della contea di Los Angeles si trasforma così in un enorme centro di salute mentale, mentre si forma e diventa popolosa la categoria dei senzatetto. Le semplici ma buone intenzioni di Jimmy Carter, inquilino della Casa Bianca dal 1977 al 1981, furono tradotte in una legge sulla salute mentale che faceva ben sperare per il futuro, ma vennero spazzate via dallo stesso Reagan dopo la vittoria su Carter per la presidenza.

Nell’immagine: Ronald Reagan (Library of Congress)

[continua]

Cominciamo a parlare di progetti personalizzati

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 12/10/2020 - 00:40

[articolo uscito su redattoresociale.it]

L’associazione Unasam aveva denunciato in una lettera al ministro Speranza la grave situazione che permane, per effetto della pandemia, all’interno delle strutture residenziali. Il ministero: «Attiveremo un’interlocuzione finalizzata ad acquisire elementi utili per rispondere in maniera scientifica e pertinente alle richieste. Il 6 ottobre la Giornata mondiale per la Salute mentale»

«Il tema della salute mentale è assolutamente centrale per questo Ministero»: inizia con questa rassicurazione la risposta che Sandra Zampa, sottosegretaria alla Salute, ha recapitato a Unasam, dieci giorni dopo aver ricevuto la lettera in cui l’associazione esprimeva «grande preoccupazione per il protrarsi delle restrizioni di libertà, nelle strutture socio sanitarie e socio assistenziali, che accolgono persone che vivono la condizione della sofferenza mentale». La presidente Gisella Trincas sollecitava un «intervento urgente» da parte del ministero, dal momento che le misure preventive si traducono, in molti contesti, in «un’inaccettabile e incomprensibile rigidità di disposizioni».

Le disposizioni: il rapporto dell’Iss, il Dpcm e la circolare

Il ministero risponde ripercorrendo le disposizioni emanate, negli ultimi mesi, in merito alla tematica, dal governo e non solo: innanzitutto, «il rapporto dell’Istituto superiore di Sanità sulla gestione delle infezioni nelle Rsa, di cui si allega copia aggiornata al 24 agosto». Prima di questo, «il Dpcm 11 giugno 2020 all’articolo 9 stabilisce la riattivazione delle attività sociali e sociosanitarie», ricorda il ministero, citando il documento in due passaggi: primo, «le attività sociali e socio-sanitarie erogate dietro autorizzazione o in convenzione, comprese quelle erogate all’interno o da parte di centri semiresidenziali per persone con disabilità, qualunque sia la loro denominazione, a carattere socio-assistenziale, socio-educativo, polifunzionale, socio-occupazionale, sanitario e socio-sanitario vengono riattivate secondo piani territoriali, adottati dalle regioni, assicurando attraverso eventuali specifici protocolli il rispetto delle disposizioni per la prevenzione dal contagio e la tutela della salute degli utenti e degli operatori«; secondo, «le persone con disabilità motorie o con disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettiva o sensoriale o problematiche psichiatriche e comportamentali o non autosufficienti con necessità di supporto, possono ridurre il distanziamento sociale con i propri accompagnatori o operatori di assistenza, operanti a qualsiasi titolo, al di sotto della distanza prevista».

Per quanto riguarda più nello specifico le residenze per la salute mentale, «il ministero della Salute è intervenuto con la circolare del 23 aprile 2020 Linee di indirizzo ministeriali per le attività e le misure di contrasto e contenimento del virus Sars-Cov-2 nei Dipartimenti di salute mentale e nei servizi di neuropsichiatria infantile dell’infanzia e dell’adolescenza, risalente tuttavia al periodo di massima diffusione dei contagi».

Verso la riforma dell’assistenza, con il sostegno alla domiciliarità

Guardando al futuro, il ministero ricorda di aver in mente una generale «riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana» e di avere a questo scopo «istituito recentemente con proprio decreto la relativa Commissione, presieduta da Mons. Vincenzo Paglia. Questa, come ha sottolineato il Ministro, rappresenta un prezioso strumento inteso a favorire una transizione dalla residenzialità ad una efficace presenza sul territorio attraverso l’assistenza domiciliare, il sostegno alle famiglie e la telemedicina». Il ministero ipotizza quindi e valuterà «l’attivazione di un sottogruppo ad hoc per le residenze per la salute mentale (tenendo presente il Tavolo per la salute mentale già esistente). Sarà ora mia cura – assicura Zampa – attivare una interlocuzione finalizzata ad acquisire elementi utili per rispondere in maniera scientifica e pertinente alle richieste di cui Unasam si è fatta portavoce».

La Giornata mondiale

Zampa ricorda infine che «il 6 ottobre il Ministero della Salute celebra la giornata mondiale per la Salute mentale, attraverso un evento che mette al centro del dibattito sulla salute proprio la necessità di interventi personalizzati e di servizi di prossimità. A causa delle misure di prevenzione adottate per il COVID-19 – precisa – l’evento sarà accessibile via streaming sulle principali piattaforme ma costituisce un’altra tappa per poter costruire insieme un percorso di garanzia nell’erogazione delle cure». E conclude: «Vi ringrazio ancora per la vostra attiva partecipazione che esprime la necessaria interazione tra istituzioni e società civile».

Dichiarazione del Presidente Mattarella in occasione della Giornata mondiale della salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 11/10/2020 - 01:34

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«La Giornata mondiale della salute mentale costituisce l’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto la dimensione psichica incida sullo stato di salute generale.

Le patologie che minano la salute mentale hanno un impatto notevole sulla qualità della vita di chi ne soffre, con gravi ripercussioni sulla sfera personale, familiare, relazionale e lavorativa.

Un dato preoccupante è la diffusione delle forme di autolesionismo nei giovani tra i 15 e i 29 anni di età, che per molteplici fattori si sentono imprigionati dalla sofferenza psichica.

In questo quadro si rende necessario rafforzare una comune responsabilità per assicurare il benessere di tutti i cittadini attraverso incisive misure di politica sanitaria che sottolineino l’importanza della prevenzione, della diagnosi precoce e della riabilitazione psichiatrica e che permettano di individuare interventi di inclusione comparati alla effettiva e mutevole condizione di disagio.

La tutela della dignità di ogni individuo e il valore della solidarietà devono animare l’impegno delle istituzioni, promuovendo la conoscenza e la comprensione dei disturbi mentali, per migliorare l’atteggiamento generale verso le persone che ne sono affette e sollecitare il superamento di pregiudizi e discriminazioni in armonia con i principi sanciti dalla nostra Carta costituzionale».

La diagnosi: schizofrenia

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 10/10/2020 - 12:19

[Immagine di Ugo Pierri]

Di Elena Cerkvenič

Scoprire che la mia diagnosi è la schizofrenia è stata per me un’esperienza agghiacciante, terribile, invasiva. Prima di scoprirlo non immaginavo il dolore lancinante che questa scoperta implicasse per me: chi ero io, cosa mi stava succedendo, perché proprio a me. Paura, paura e ancora paura, di me, della situazione come tale, di ciò che potrebbe accadere. Dal mio medico di base, contestualmente a una visita cui mi ero sottoposta, ho scoperto questo termine diagnostico, da subito l’ho percepito come pregno di significato negativo, e purtroppo apparteneva a me. Nel momento in cui ho sentito esprimere dal medico questa mia diagnosi ho provato un terrore immenso, un’indescrivibile paura della situazione di malattia in sé avendo capito che io ero una schizofrenica e avevo fatta mia la convinzione che questa condizione avrebbe avuto un unico sviluppo, quello di un percorso esistenziale finito, negativo, un disagio perenne, un auto-annullamento e un auto-allontanamento dal contesto sociale. Ero diversa, un disagio mai sentito prima. Ciò che volevo era scomparire, nascondermi; sentivo il peso insopportabile di questa definizione: ero una schizofrenica, tutto qua. Niente più di questo. Il carico di significati negativi, di preconcetti che il termine schizofrenia ha in relazione alla persona che soffre di questo disturbo mentale è talmente denso e pesante che cade su di te, sulla tua vita come un grosso macigno, come una vera e propria bomba atomica e ti esplode addosso sotterrando la tua esistenza come nell’isolamento di un bunker, oltre che nel disagio e nell’isolamento che già vivi a causa della malattia in sé. Le parole hanno vita propria all’interno della società, le parole sono giudizi, pregiudizi, pensieri, azioni e possono avere il potere distruttivo di una bomba atomica. Per me la parola schizofrenia lo aveva. Il mondo che mi apparteneva fino ad allora era d’improvviso completamente distrutto, il mio corpo e la mia mente ridotti a nullità. Nel territorio devastato da questo bombardamento atomico, la vittima ero io. Le mie esperienze culturali, di studio, di lavoro, di ricerca, la laurea in lingue, la mia voglia di fare, di vivere, erano state annullate. Niente aveva più significato per me: io ero solo la malattia e avevo solo lei. La schizofrenia, la regina delle mie tenebre.

Giornata mondiale della salute mentale. E noi parliamo di schizofrenia

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 10/10/2020 - 12:16

[foto di Marisa Ulcigrai]

Di Peppe Dell’Acqua

Perché proprio oggi parlare di schizofrenia?

Intanto il testo così denso ed emozionante che ha inviato Elena quasi pretende che se ne parli.

Potrei dire per cominciare che la diagnosi di schizofrenia è soltanto un’astrazione e non corrisponde a qualcosa di concreto, di unico e di certo. Voglio dire che la mia e la vostra esperienza ci insegna che alla diagnosi di schizofrenia non corrisponde un quadro di sintomi uguali e riscontrabili sempre, alla stessa maniera in tutte le persone, in ogni tempo. E che le persone che vivono l’esperienza della schizofrenia sono una diversa dall’altra e in ognuna di esse i sintomi e i comportamenti si annodano e si snodano in maniera completamente differente. Non esiste un’unicità di cause, non esiste un unico percorso che conduce alla formazione dei sintomi e alla produzione dei comportamenti. In maniera diversa incidono gli eventi della vita, le relazioni, il contesto sociale.

Insomma, alla parola schizofrenia non corrisponde una malattia unica e definita. Come invece alle parole diabete, infarto, tubercolosi corrispondono quadri clinici meglio definibili e circoscritti. Sintomi che nascono e si formano con cadenze universalmente note e che possiamo riscontrare sempre uguali in diverse persone anche quando il contesto cambia.

Tutto questo discorso ci porterebbe troppo lontano. Qui ho voluto soltanto accennare agli interrogativi che ci accompagnano cercando di scoprirne la ricchezza e i limiti e dare valore alla nostra incertezza.

Naturalmente non significa che non sappiamo di che cosa stiamo parlando. Significa invece che stiamo cercando di articolare meglio le nostre domande di fronte a un problema che continua a interrogarci.

La parola schizofrenia meglio si presta a essere intesa come un contenitore, dove trovano posto parole e definizioni diverse, che rimandano a condizioni simili, come psicosi, disturbo psicotico, psicosi in personalità psicopatica, dissociazione, sindrome dissociativa, psicosi schizofrenica, sindrome schizofrenica. E altri termini che pure vengono comunemente utilizzati.

Ecco, quando diciamo schizofrenia, ci riferiamo a tutto questo.

Forse parole relativamente recenti, come ad esempio psicosi o disturbo psicotico, apparirebbero meno connotate in termini di inesorabilità, di destino, di stigma, come invece continua a essere la parola schizofrenia. Oggi il destino di inesorabilità non è più vero. Le persone con schizofrenia sempre più ci stupiscono per la loro capacità di farcela, di riprendersi. Perfino di guarire.

Alcuni dicono che sarebbe bene trovare un’altra parola per dire di questa condizione. Ma significherebbe solo censurare la parola schizofrenia, nasconderla e negarla confermando quanto a essa si attribuisce di mitico, di misterioso, di alieno, di destino.

Al contrario io penso che bisogna consumarla e corroderla, questa parola. Oggi possiamo farla esplodere, riempiendola delle esperienze nuove e positive di tante persone.

Vivere con la schizofrenia non ha impedito a John Nash di vincere il Nobel per l‘economia, non ha impedito a Gianni di diventare portiere d’albergo, non ha impedito a David Helfgott di girare il mondo con i suoi concerti, non ha impedito a Marina di laurearsi in chimica concludendo il suo dottorato in Svezia e di diventare una ricercatrice, non ha impedito a Philip Dick di scrivere i romanzi e i racconti che lo hanno reso un interprete unico dei nostri tempi, non ha impedito a Nicole di riprendere il suo lavoro e di diventare la splendida madre che è.

Vivere dolorosamente con la schizofrenia ha permesso malgrado tutto a Paolo di andare almeno il martedì pomeriggio all’allenamento della squadra di calcio della sua associazione, a Silvia di essere una brava banconiera al bar della cooperativa anche se solo per quattro ore al giorno, di più proprio non ce la fa, a Mauro di partecipare al gruppo di scrittura e di riprendere la penna lasciata da parte da molto tempo e finalmente tornare a scrivere le sue belle storie.

Vivere con la schizofrenia nel manicomio che ti ruba il tempo e le parole non ha impedito a tanti uomini e a tante donne di riaversi, di ritornare a vivere magari con timidezza e con una ritrovata curiosità. E infine non ha impedito a Giovanni Doz, chiuso per trent’anni nel manicomio di San Giovanni, di ritornare nel suo paese in Istria, di riprendere il suo posto nella barca del fratello e la domenica pomeriggio giocare a briscola con gli amici nell’osteria di Umago.

E anche quando sembra che vivere con la schizofrenia sia la condanna inesorabile all’isolamento, al delirio e all’ostilità più cupa, anche quando sembra di essere finiti in una trappola è sempre possibile, oggi, individuare uno spiraglio, una via d’uscita.

L’infermiere del centro di salute mentale che accompagna Roberto alla partita della Triestina: ogni volta è una scommessa perché già dal venerdì Roberto si arrabbia con la madre e telefona al centro per dire che no!, che questa volta non andrà, che basta! E invece sì.

La cooperativa agricola che organizza un corso per giardinieri e un operaio che con ruvida gentilezza riesce a convincere Marisa a restare in aula e poi nel giardino per quasi l’intera mattinata.

E quella volta che Giorgio si era chiuso nella stanza, sigillando col nastro adesivo porte e finestre, e la paura di essere avvelenato lo aveva costretto a un digiuno inesorabile, che lo aveva reso cattivo, perfino malvagio. E poi l’intervento degli operatori del centro, la durissima trattativa, il trattamento sanitario obbligatorio. E poi via da casa, le parole, il farmaco, le cure. E adesso sembra che Giorgio ricominci a parlare con meno rancore con sua madre. E a pensare che forse le vuole bene.

[da un paragrafo rivisto di Fuori come va? Famiglie e persone con schizofrenia. Manuale per un uso ottimistico delle cure e dei servizi di Peppe Dell’Acqua, ed. Feltrinelli, III edizione 2014]

Fare il welfare oggi. Webinar gratuito per un piano di azione internazionale per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 06/10/2020 - 11:17

Giornata mondiale della salute mentale 2020

Mental Health for All. Greater Investment – Greater Access. Everyone, everywhere…

Venerdì 9 ottobre 2020, dalle 10.00 alle 13.00, si terrà il webinar organizzato con il sostegno della Conferenza nazionale per la salute mentale in occasione della Giornata mondiale della salute mentale.

Per l’edizione 2020 della giornata l’Organizzazione Mondiale della Sanità non poteva scegliere slogan più efficace: MentalHealth for All. Greater Investment – Greater Access. Everyone, everywhere… L’emergenza pandemia, del resto, pone interrogativi inediti e spinge ad investire in termini di risorse e di idee. Investire sulla salute mentale, quindi, è quanto mai necessario ed urgente.

Qui il programma.

Chissenefrega dei matti / 3

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 06/10/2020 - 07:14

Community Mental Health

Di Allegra Carboni

John Fitzgerald Kennedy dimostrò un’insolita sensibilità nei confronti del tema della salute mentale, con ogni probabilità acuita da una complicata situazione familiare. Sua sorella minore, Rosemary, nacque infatti con una disabilità mentale a causa di complicazioni durante il parto e all’età di 23 anni fu sottoposta a un intervento di lobotomia che la costrinse a trascorrere il resto della vita in istituti psichiatrici. Nell’ottobre del 1963, il giorno di Halloween, JFK approvò una serie di audaci finanziamenti sotto il nome di Community Mental Health Act per la costruzione o l’adeguamento di strutture destinate a diventare nuovi community-based centers. Ciò che è successo il 22 novembre 1963 a Dallas ha fatto sì che quella restasse una semplice idea, ma portò anche Basaglia a recarsi negli Stati Uniti nel 1969, per vedere con i propri occhi che cosa stava effettivamente succedendo laggiù, sull’onda della traccia lasciata da Kennedy. Qualcosa sulla scia del Community Mental Health Act si è mosso comunque, dopo il 1963, ma c’è da dire che in realtà si è trattata di una lunga serie di pasticci, basata in buona parte sulla convinzione – espressa in precedenza dallo stesso Kennedy – che alcune sostanze come la clorpromazina potessero risolvere qualunque problema e sul potere miracoloso di alcuni antipsicotici. Come racconta Powers, nella maggior parte dei casi il dirottamento dei pazienti psichiatrici verso la comunità significò un dirottamento verso le strade[1], spesso sulla via per il carcere.

Nell’immagine: John Fitzgerald Kennedy / AP Photo/Bill Allen

[continua]

[1] Ron Powers, Chissenefrega dei matti, Trento, Edizioni Centro Studi Erickson, 2018, p. 217

Il Presidente Fico per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 03/10/2020 - 13:26

[articolo uscito su askanews.it]

Sul piano culturale persistono pregiudizi e stereotipi

«L’Italia, con la Legge Basaglia e i successivi interventi legislativi, si è dotata del quadro normativo più avanzato per la tutela dei diritti delle persone con disturbi mentali, come riconosciuto dall’OMS». A dirlo è il presidente della Camera, Roberto Fico, durante il suo intervento all’incontro Verso la conferenza nazionale per la salute mentale che si è svolto all’Istituto italiano per gli studi filosofici, a Napoli. Per la terza carica dello Stato, però «la legge Basaglia, come le leggi successive intervenute secondo lo stesso spirito in materia, non hanno ancora ricevuto una piena ed effettiva attuazione. Per un verso, sul piano culturale persistono pregiudizi e stereotipi: in parti non trascurabili della popolazione chi ha disturbi mentali è ancora considerato pericoloso e da isolare, se non addirittura da internare. Si arriva a chiedere persino la riapertura dei manicomi. Questo approccio è fonte di una inaccettabile emarginazione». Per Fico La legge 180 del 1978 «stabilendo la chiusura dei manicomi, ha segnato l’inizio di un percorso virtuoso, incentrato su un principio cardine: restituire dignità e diritti a persone prima escluse e segregate, che sono tornate ad essere cittadini a pieno titolo, almeno sul piano formale». «In questo modo si è inteso superare la convinzione radicata per cui persone affette da disabilità mentale fossero incurabili e che andassero quindi rinchiuse, nascoste, dimenticate in quei luoghi spaventosi – continua Fico – e privilegiare pertanto servizi e presìdi sociosanitari extraospedalieri di cura, prevenzione e riabilitazione diffusi nel territorio».

Guarire si può. Giornata mondiale della salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 03/10/2020 - 12:57

Le persone con esperienza hanno qualcosa da dire

E di cose da dire Guarire si può, di Izabel Marin e Silvia Bon, ne ha davvero tante: il volume, pubblicato nel 2018 da Alphabeta Verlag per Collana 180, nella sua seconda edizione, conclude il lavoro di una ricerca condotta dal DSM di Trieste, insieme a gruppi di ricercatori svedesi, norvegesi e americani, raccontando le esperienze soggettive di persone affette da disturbi mentali, spesso severi, e riflettendo sul concetto di recovery.

Cosa si intende per recovery? Sarebbe inesatto tradurre il termine inglese con guarigione: recovery è rimonta, è ripresa. Oggi questo concetto attraversa culture e pratiche della salute mentale, rinforza il ruolo attivo della persona, mettendo da parte la malattia, e sottolinea l’importanza di una società inclusiva, garante dei diritti.

Recovery non è necessariamente guarigione clinica, piuttosto è un viaggio che porta le persone a costruirsi una vita oltre la malattia, superando i blocchi istituzionali, le presunzioni di cronicità, i disconoscimenti e lo stigma sociale che hanno sempre accompagnato la nozione di disturbo mentale.

Qui un estratto dalla seconda edizione di Guarire si può di Izabel Marin e Silvia Bon a cura di Deborah Borca, con una corposa introduzione di Roberto Mezzina.

Chissenefrega dei matti / 2

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 03/10/2020 - 07:16

We have done pitifully little about mental illnesses

Di Allegra Carboni

Negli Stati Uniti è dai tempi di Harry Truman, nel secondo dopoguerra, che si discute sotto varie forme di finanziamenti pubblici all’assistenza psichiatrica e di leggi di riforma sanitaria. Truman si appassionò alla causa della salute mentale perché aveva vissuto in prima persona i combattimenti della Prima Guerra Mondiale, aveva sperimentato sulla propria pelle la devastazione, lo shock, lo sconvolgimento, il dolore per la perdita, il trauma che accompagnavano a casa tutti quelli che facevano ritorno dalla battaglia. Questo interesse non lo trattenne da sganciare due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ma lo portò il 19 novembre 1945 ad affermare davanti al congresso che we have done pitifully little about mental illnesses. Con la firma di Truman sul National Mental Health Act nel 1946 si incentivò per la prima volta la ricerca sulla salute mentale e nel 1949 venne costituito il National Institute of Mental Health (NIMH), che è ancora oggi una delle più grandi organizzazioni di ricerca al mondo dedicate alle malattie mentali. C’è da dire che, nonostante gli sforzi, le condizioni di vita di coloro che vivevano l’esperienza del disturbo mentale e che si ritrovavano rinchiusi negli istituti psichiatrici non migliorarono.

Nell’immagine: Harry Truman nel 1946

[continua]

Chissenefrega dei matti / 1

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 30/09/2020 - 08:47

I matti negli Stati Uniti

Di Allegra Carboni

Ron Powers, Premio Pulitzer per il giornalismo d’inchiesta nel 1973, racconta la miseria e lo strazio, il caos e l’orrore che ha visto nei reparti psichiatrici statunitensi nel suo ultimo libro Chissenefrega dei matti, uscito in Italia nel 2018. Il titolo si rifà a una frase apparsa in uno scambio di e-mail, poi rese pubbliche, scritta da Kelly Rindfleisch in riferimento alla malattia mentale: no one cares about crazy people. All’epoca Rindfleisch ricopriva il ruolo di vice capogabinetto di Scott Walker, Amministratore della contea di Milwaukee, Winsconsin dal 2002 al 2010, poi Governatore del Winsconsin dal 2011 al 2019 e per breve tempo anche candidato alle primarie repubblicane per le elezioni presidenziali del 2016. Lo scambio di e-mail è successivo allo scoppio di uno scandalo che coinvolgeva l’ospedale della contea e nello specifico la struttura di salute mentale: si trattava di accuse sulla morte per inedia di un paziente e su episodi di violenza sessuale, che preoccupavano Walker per i possibili effetti sulla campagna elettorale. Insabbiare quanto accaduto e ridurre i danni al minimo deve però essere stato più difficile del previsto, ma per rassicurare un collega Rindfleisch invitò a non preoccuparsi, che tanto no one cares about crazy people.

Il punto è che Rindfleisch ha ragione.

Nell’immagine: la famiglia Powers nel 1985

[continua]

È il tempo di cambiare. Conferenza regionale sulla salute mentale in Lombardia

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 29/09/2020 - 18:34

Milano, piazza Duomo 14 – Palazzo Reale, Sala Conferenze

2 Ottobre 2020 – dalle 9:00 alle 13.30

Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano promuove il convegno È il tempo di cambiare – Conferenza regionale sulla salute mentale in Lombardia.

Questa conferenza regionale vuole essere l’avvio di un cambiamento dei servizi, a cui seguiranno analoghe conferenze in altre regioni promosse dal Coordinamento nazionale della Conferenza salute mentale che sostiene questa iniziativa allo scopo di trovare concordanze su una piattaforma comune nazionale per riportare ad unità la frammentazione dei venti sistemi regionali.

Verranno scandagliati i temi principali della salute mentale: la prevenzione, l’integrazione tra ospedale e territorio e il coinvolgimento dei medici di Medicina generale e dei Comuni, il servizio h 24, le risorse e la loro distribuzione tra residenze e territorio, i budget di salute per una vita indipendente, i diritti, il superamento della contenzione, la formazione, l’utilizzo delle misure di sicurezza (Rems), la sanità penitenziaria, l’etno-psichiatria e gli immigrati, il carcere e la salute mentale.

In programma contributi istituzionali della politica nazionale e regionale, del Comune di Milano e di rappresentanti dei Comuni lombardi, dei servizi pubblici di salute mentale della Lombardia, del Terzo settore, dei rappresentanti degli utenti, dei familiari, del sindacato della Funzione pubblica e delle organizzazioni sindacali lombarde, oltre che delle associazioni regionali e del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano.

Posti limitati, iscrizione a: garante.diritti@comune.milano.it

L’evento sarà trasmesso in diretta streaming sulla pagina Facebook del Garante diritti persone private della libertà del Comune di Milano.

Qui il programma.

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