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Sono schizofrenica e amo la mia follia.

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 24/03/2019 - 17:44

(@thewilliamanderson)

Mi chiamo Elena, ho cinquantatrè anni e vivo a Trieste. La mia esperienza personale di sofferenza mentale è la mia schizofrenia che risale agli inizi degli anni ‘90. Mi si presentò d’improvviso quando mi trovavo a un corso di perfezionamento per insegnanti di lingua tedesca in Germania a Monaco di Baviera. Ero all’ epoca insegnante di tedesco. Ero sposata, laureata in lingue con centodieci e lode, avevo incarichi di supplenza a scuola per l’insegnamento del tedesco, un futuro dinanzi a me fatto di sogni, ambizioni di carriera e una grande motivazione alla ricerca storico-letteraria, cui mi ero dedicata durante il lavoro di tesi.; mi affascinavano cultura, storia e letteratura dei tedeschi che vissero nelle colonie lungo il Volga. Era stato il tema della tesi di laurea. Proprio negli archivi di Monaco avrei voluto approfondire le mie ricerche.

A Monaco incontro invece la follia.

Scompaiono d’improvviso, come una bolla di sapone, tutti i miei sogni, le mie aspirazioni, le mie ambizioni, i  miei progetti e vengo ricoverata nel terribile ospedale psichiatrico di Haar. Così ha inizio la mia schizofrenia.  Oggi vengo curata con farmaci e regolari colloqui con lo psichiatra e la psicologa. Partecipo al lavoro di Articolo 32, un gruppo di partecipazione di persone con l’esperienza del disturbo mentale,  che si impegna per i diritti delle persone con disturbo mentale  affinché ognuno di noi sia protagonista consapevole della propria ripresa (recovery) e del p processo di  crescita (empowerment). Ho partecipato al corso di formazione di 300 ore di peer support, sostegno tra pari, sempre nell’ambito dei programmi del Dipartimento di salute mentale, presso l’istituto Enaip di Trieste, anche per conoscere più a fondo la natura del disturbo mentale. Dopodiché ho lavorato come peer nei quattro centri di salute mentale della mia città.

Sono nata e vissuta a Trieste, sono bilingue, di origini slovene. La mia follia non si esprime né in sloveno, né in italiano, bensì in immagini persecutorie e deliranti che mi costringono ad avere comportamenti particolari che non ho in assenza di sintomi, ovvero in assenza di situazioni mentali persecutorie e deliranti. In seguito ai sintomi la mia percezione del mondo che mi sta attorno si trasforma, anche il mio linguaggio assume connotazioni agli altri incomprensibili, assurde.

Amo infinitamente la storia, la cultura, la lingua, la letteratura del mio popolo, quello sloveno, amo Trieste, la mia città, con la bora dispettosa, il mare splendido, la quiete del Carso. Le mie origini sono a Barka, un piccolo paese della Slovenia. Lo sloveno è la lingua del cuore, è la lingua degli affetti, della famiglia; l’italiano è la lingua dell’Università  dove ho perfezionato le conoscenze scolastiche, le competenze acquisite nelle scuole con lingua di insegnamento slovena, a Trieste. Amo tutte e due le lingue, indistintamente, infinitamente l’italiano, perché è stata la lingua in cui mi sono dedicata con impegno e passione agli studi universitari, infinitamente lo sloveno perché è la lingua dei miei nonni. A casa mia, in famiglia, non parlavamo l’italiano, si parlava sloveno misto al dialetto del mio paese e spesso usavamo il dialetto triestino.

Mi impegno quotidianamente nel difficile compito di mettere la mia schizofrenia tra parentesi come ha insegnato Franco Basaglia, che prima a Gorizia poi a Trieste, si è impegnato affinché venissero riconosciuti gli essenziali diritti umani alle cittadine e ai cittadini che devono convivere con il loro disagio mentale. Franco Basaglia aprì le porte del manicomio di Trieste sostituendolo con strutture aperte ventiquattro ore su ventiquattro, i centri di salute mentale, dove noi  che abbiamo problemi di salute mentale veniamo accolti e curati. Per tutti si cerca di garantire la libertà di vivere la propria vita all’interno delle relazioni e del contesto sociale.

Da qui prese avvio la legge 180.

Metto la mia malattia tra parentesi impegnando le mie energie fisiche e mentali a sviluppare il capitale umano che è in me. Amo la mia schizofrenia semplicemente perché è parte di me, e nonostante il disagio e il dolore che molte volte mi ha causato, mi ha dato occasione di vivere una dimensione esistenziale altra, ad altri sconosciuta.

Amo  i rapporti umani, se noto un’ingiustizia dico francamente come la penso. Sono molto diretta e il mio comportamento spesso non è gradito anche a causa del pregiudizio che avverto su di me.  Mio marito Vittorio è stato il mio salvatore quando è venuto a prendermi   in automobile nel terribile ospedale psichiatrico di Haar.  Ho un figlio, Thomas, ha ventidue anni. L’unico periodo in cui non avevo nessun bisogno di assumere farmaci, sono stati i nove mesi di gravidanza, per me uno stato di grazia, un dono immenso di valore incommensurabile.

Dal periodo di Monaco in cui è comparsa la mia follia per la prima volta, mi si è ripresentata molte altre volte; da quella volta ho dovuto ricorrere ai servizi di salute mentale della mia città con i quali tramite gli operatori trattengo un rapporto continuativo che nei momenti di crisi talvolta si interrompe e io sono tentata a rifiutare qualsiasi cosa costringendo me e gli operatori a interminabili negoziazioni e a brevi ricoveri nel servizio di diagnosi e cura e a  periodi di ospitalità nel Centro di salute mentale del mio distretto. Per me significa constatare lo sconforto di  una ripetizione di stati d’animo vuoti, situazioni di profonda sofferenza e un susseguirsi di sconfitte mie personali umane e sociali che mi debilitano e mi fanno regredire e stagnare nella disperazione, nella sofferenza, nel dolore più profondo.

Il gruppo peer support mi aiuta molto nei momenti in cui sto male. I peer sono miei pari, vivono come me l’esperienza del disturbo mentale; da loro vengo considerata, ascoltata, capita e rassicurata ogni volta che ho bisogno di forza per impegnarmi a superare i momenti di crisi.

Quando i sintomi mi invadono provo orrore e paura e mi sono negate felicità e meraviglia. Quando invece i miei sintomi sono contenuti e silenti, sto bene, sono felice e svolgo con piacere ed entusiasmo le normali attività quotidiane, organizzo incontri culturali bilingui nella mia città, scrivo poesie, vivo la meraviglia dell’incontro con le persone.

Che cosa è per me la felicità?

Per me è molte cose la felicità. Ad esempio, svegliarmi la mattina presto, e iniziare una nuova giornata tutta da scoprire, vivere, inventare. Felicità è andare di mattina presto in cucina, in silenzio facendo attenzione a non far nessun rumore. Felicità è aprire le finestre, fare entrare luce e aria, osservare i colori del cielo, il volo dei gabbiani, ascoltare, il cinguettio degli uccelli e  in lontananza il rumore delle automobili che stanno andando.

Amo cantare e ballare, amo la musica, classica, country e i canti sacri sloveni. Amo ascoltare Bruce Springsteen che mi sprona a vivere e a combattere.

Da piccola avrei avuto bisogno di un padre che non ho mai avuto. Non l’ho mai conosciuto. Tutti i papà delle mie amiche rappresentavano per me un sogno che mai si poté realizzare. Li osservavo tutti, incantata, con ammirazione e reverenza.

Ho scoperto dopo la diagnosi della mia malattia, in un lunghissimo e difficilissimo processo di ripresa, che la mia felicità sta in piccolissimi gesti banali che costruiscono la mia quotidianità. Il caffè che ho preparato io, senza zucchero, bevuto dalla mia tazzina preferita; la voglia che nasce in me di indossare uno dei jeans che ho e sono felice quando ho voglia di scegliere uno tra i miei jeans.

Felicità è sentirmi dire da Vittorio che la mia schizofrenia non sono io ed è solo una diagnosi, non è la mia persona. Perché, mi ricorda mio marito, io sono molto di più, sono moglie, madre, insegnante, amica, peer support, casalinga, persona impegnata. Quando me lo ricorda mio marito sono felice poiché lo stigma nei confronti di noi malati mentali esiste. Amo la mia follia perché fa parte di me. La guarigione è uno dei miei obiettivi, naturalmente, ma per me è più importante vivere la mia vita dignitosamente con la mia malattia.

Trieste, agosto 2018

Non c’è limite al peggio

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 24/03/2019 - 17:39

di Luigi Benevelli

In questo momento storico di valori caotici, in cui tutto viene proiettato in una ideologia irresponsabile, trovo necessaria l’esigenza di una revisione della legge (approvata frettolosamente quarant’anni fa), in cui viene esaltato il movente sociale piuttosto che l’aspetto clinico – Sen. Raffaella Marin (Roma, Senato, luglio 2018)

La senatrice Raffaella Marin[1] del gruppo parlamentare “Lega-Salvini Premier”  è prima firmataria del disegno di legge n. 656 “Modifica degli articoli 33, 34 e 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, in materia di accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” presentato il 12 luglio 2018.

Il testo del disegno di legge, interamente sostitutivo degli articoli 33, 34 e 3 5 della legge 833/78, consiste in un solo articolo di 29 commi di cui il primo prevede che l’Autorità sanitaria possa disporre accertamenti sanitari obbligatori  “nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici, compreso, per quanto possibile il diritto della libera scelta del medico e del luogo di cura”; nel corso del t.s.o. il paziente può comunicare con chi vuole. Vi si raccomandano iniziative volte a ottenere il consenso del paziente.

Il Sindaco è l’autorità che dispone i provvedimenti “su proposta motivata di un medico” convalidata da un altro medico dell’Azienda sanitaria. Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori si attuano nei servizi territoriali e ospedalieri pubblici. Il t.s.o. viene disposto in caso non di “generiche alterazioni psichiche”, bensì di “disturbo mentale con manifestazioni di aggressività auto o etero dirette, quando chi ne è affetto rifiuta gli urgenti terapeutici necessari”.

Chiunque può chiedere al Sindaco di revocare o modificare il provvedimento; il Sindaco deve rispondere entro 10 giorni.

I servizi di salute mentale “a struttura dipartimentale” devono dotarsi di:

  • Servizi psichiatrici di diagnosi e cura in Ospedale
  • Strutture residenziali e “appartamenti per l’abitare supportato”
  • REMS
  • Strutture residenziali psichiatriche non inferiori a 30 posti letto per i trattamenti sanitari protratti di persone affette da malattia mentale.

Il Giudice Tutelare deve sempre essere informato e coinvolto del provvedimento con cui il Sindaco dispone un t.s.o.; se il Giudice Tutelare non convalida il provvedimento, il t.s.o. cessa. Il Sindaco, a sua volta può ricorrere in Tribunale contro la revoca del t.s.o. disposta dal Giudice Tutelare. Ne segue il processo in Tribunale. Anche il Presidente del Tribunale può revocare il t.s.o. entro 10 giorni dalla richiesta di sospensione, il Tribunale decide in Camera di Consiglio, sentito il Pubblico Ministero. I ricorsi e i successivi provvedimenti sono esenti da imposta di bollo e la decisione del processo non è soggetta a registrazione.

Si prevede che, se il paziente è straniero o apolide, ne vada data comunicazione al Ministero dell’Interno o al consolato competente, tramite il Prefetto.

Se il t.s.o. ospedaliero supera i 7 giorni, il “medico responsabile del servizio psichiatrico della ASL” deve motivarne le ragioni “indicando la data presumibile del trattamento stesso” che andrà a svolgersi nella struttura psichiatrica per i trattamenti protratti.

Il Sindaco, il Giudice Tutelare, il Sanitario sono tenuti ad essere continuamente informati e aggiornati sull’evolversi del trattamento.

Il “cuore” del disegno di legge Marin è quindi la proposta di “t.s.o. lungo” per pazienti affetti da malattie mentali e pericolosi da attuarsi in strutture residenziali psichiatriche con più di 30 posti letto (non è fissato un limite superiore) afferenti ai Dipartimenti di psichiatria. Parlo di “Dipartimenti di psichiatria”, perché nel testo del d.d.l. 656 la locuzione “salute mentale” è usata solo una  volta, una scelta lessicale che la dice lunga sulle opzioni e sulle finalità della sen. Marin. Il “t.s.o. lungo” attiva una fitta e complessa corrispondenza fra medico psichiatra, Sindaco e Giudice tutelare; in caso di contrasto si arriva all’intervento del Presidente del Tribunale e ad un processo.

Le  motivazioni che stanno alla base dell’iniziativa legislativa della sen. Marin sono tutte rappresentate ne Il bisogno di un luogo di cura[2] di Mario Di Fiorino, Francesco Ungaretti e della stessa Raffaella Marin. Nel libro si contesta il peso assegnato dalla legge 180/78  alla dimensione “sociale” nella causalità e nell’evoluzione dei disturbi mentali, si sottolinea la centralità dell’approccio “clinico”, ma soprattutto si respinge la tesi per cui siano le  stesse istituzioni psichiatriche a causare danni ai pazienti.  Di qui l’importanza e la necessità di poter disporre di strutture pubbliche con posti letto di degenza psichiatrica non-ospedaliera, in regime di t.s.o., per consentire trattamenti appropriati a favore di chi ne avrebbe bisogno, e per tutto il tempo necessario, vale a dire il paziente psicotico, quello “non responder” e/o “non compliant”, con sintomi residuali persistenti ed episodi recidivanti ad alta frequenza. La necessità di  dotare i servizi psichiatrici di tali strutture nasce dal fatto che oggi l’assistenza  psichiatrica in Italia dispone sì di un grande numero di posti letto in residenze, protette o assistite, private o pubbliche, che però “non riescono spesso a trattenere i malati non collaborativi”.

Se quarant’anni fa la legge 180 è stata frutto della critica dell’emarginazione e delle pratiche di custodia,  nel dibattito contemporaneo sarebbero tornate prepotenti, invece, la questione della pericolosità e dell’esigenza di protezione sia del paziente che della comunità: e il compito di protezione appartiene allo psichiatra:

“Osservando i corsi e i ricorsi della nostra storia recente vediamo che il pendolo, dopo aver compiuto la sua oscillazione verso il polo della difesa dei diritti di libertà di scelta e di autonomia, torna a riconsiderare, in chiave beneficiale, il polo del diritto all’accoglienza, alla protezione e al contenimento”[3].

Andrebbero quindi riconsiderati  e contemperati i differenti diritti in gioco: il diritto alla libertà di cura ma anche alla protezione. Lo psichiatra ha il dovere di valutare concretamente il consenso di una persona affetta da un disturbo mentale, il grado di consapevolezza di malattia e la percezione che il paziente ha degli altri. E l’Italia dovrebbe quindi dotarsi, come ogni altro paese nel mondo, di strutture pubbliche per assolvere al dovere di cura dei pazienti più problematici.

Ma le argomentazioni che sorreggono il disegno di legge non si limitano ad una polemica decennale  contro il movimento anti istituzionale e la psichiatria di comunità italiane; esse ambiscono ad adeguare, infatti, l’assistenza psichiatrica italiana a finalità e standard che potremmo definire “atlantici”, in quanto attenti soprattutto a quello che accade fra le due sponde dell’Oceano e nell’Europa continentale.  Questo però come sola proclamazione di principio, perché poi se si va a vedere in particolare nella bibliografia allegata  a Il bisogno di un luogo di cura non c’è traccia della complessità della discussione in corso da tempo negli organismi internazionali, nelle associazioni professionali, anche fra importanti esponenti della “psichiatria atlantica”: cito per tutti il recentissimo e interessantissimo testo curato da Dinesh Bhugra, Allan Tasman, Soumitra Pathare, Stefan Priebe, Subulade Smith, , John Torus, Melissa Arbuckle  sulle sfide dell’assistenza psichiatrica per il XXI° secolo della World Psychiatric Association – Lancet Commission on the future of psychiatry[4].

La bibliografia allegata  a Il bisogno di un luogo di cura, e quindi al disegno di legge Senato 656, è non solo assai povera di voci italiane, ma anche parziale, poco aggiornata nella preponderante parte internazionale.

Porto ad esempio il mancato riferimento a:

-          le importanti elaborazioni del Comitato Nazionale per la Bioetica quali il parere Psichiatria e salute mentale: orientamenti bioetici (Novembre 2000); il parere  La Contenzione: problemi bioetici (23 aprile 2015) nelle cui conclusioni si denuncia la generale carenza di attenzione nei confronti della contenzione, e in particolare della contenzione meccanica;  il parere La cura delle persone con malattie mentali: alcuni problemi bioetici (Settembre 2017) in cui il CNB ribadisce la necessità di superare la contenzione e promuovere una cultura della cura rispettosa dei diritti e della dignità delle persone, in specie le più vulnerabili e sollecita la messa a punto di programmi per il superamento della contenzione che agiscano sui modelli organizzativi dei servizi e sulla formazione del personale;

-          il Piano di azioni nazionale per la salute mentale della Conferenza Regioni  e Province autonome (24 gennaio 2013) con i relativi documenti operativi;

- il Documento “Contenzione fisica in psichiatria: una strategia possibile di prevenzione” del 29 luglio 2010 della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, che giudica  la prevenzione della contenzione nei luoghi di cura una condizione di garanzia dell’efficacia delle cure, perché la contenzione è un atto anti terapeutico che rende più difficile la cura; il Documento sulla contenzione meccanica, approvato dalla stessa Conferenza e inviato il 9 dicembre 2017 alla Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani presieduta da Luigi Manconi.

E ancora, la bibliografia non prende in considerazione:

-          la Dichiarazione conclusiva della Conferenza di Helsinki dei Ministri della Sanità dei 52 Stati della Regione Europea OMS (2005)  e la Risoluzione Bowis del Parlamento Europeo (2006) che hanno richiamato al rispetto dei diritti umani delle persone malate di mente, fra cui fondamentale è quello all’autonomia, fino a chiedere ai governi di “introdurre o rafforzare leggi o regolamenti che garantiscano gli standard di cura ponendo fine agli interventi inumani e degradanti”.

-          La  Convenzione sui diritti delle persone con disabilità approvata dall’Assemblea generale ONU il 13 dicembre 2006, il primo grande trattato del XXI° secolo sui diritti umani.

Tali documenti sono frutto di una discussione e di un confronto cui da decenni partecipano non solo quelli che gli estensori del d.d.l. 656 definirebbero fanatici, irresponsabili antipsichiatri basagliani, ma associazioni di psichiatri, famiglie e utenti, operatori della salute mentale, Governi nazionali e locali, O.M.S. Tutti sottolineano il legame fra efficacia terapeutica e rispetto della dignità della persona per cui il  mancato rispetto dei diritti è anche fattore di aggravamento della patologia psichica, il riconoscimento dell’autonomia della persona è volano di un intervento terapeutico efficace e il rispetto della persona è misura della qualità professionale degli operatori[5].

Nel testo della sen. Marin non vi è traccia né di dubbi né di inquietudine al riguardo: ci si ferma a pretendere che l’amministrazione della Giustizia  lasci carta bianca agli psichiatri nella gestione delle vite dei “pazienti difficili”  da confinare in appositi spazi di almeno 30 posti letto, per tempi tutti da definire lasciati alla valutazione dello psichiatra. Con il che e con le procedure previste, pare raccomandabile che un folto stuolo di avvocati accompagni permanentemente tutti gli attori in scena: gli psichiatri, i Sindaci e i cittadini con diagnosi psichiatrica, ancorché di difficile governo.

Da ultimo, e non poteva essere diversamente data l’appartenenza politica della sen. Marin, il d.d.l.  assegna un ruolo importante al Ministro dell’Interno – almeno finché sarà Salvini?-  che dovrebbe diventare il decisore dei luoghi e dei modi di cura, nonché dei destini  degli stranieri e degli “apolidi” (i migranti irregolari?)  da rimpatriare, espellere, cacciare da qualche altra parte, lontano dall’Italia. Con il che, allontanando le persone di “razza”, lingua e nazionalità diverse dalla nostra, la gente che non si riesce a capire, avremmo risolto brillantemente tutti i problemi derivanti dalla diffusa, profonda   ignoranza di nozioni di etnopsichiatria fra gli operatori della salute mentale italiani.

La senatrice Raffaella Marin  è psicologa e responsabile scientifica del centro I.D.E.A. (Istituto di ricerca e prevenzione per Depressione e Ansia) di Trieste.

Luigi Benevelli

Mantova, 19 marzo 2019

[1] La senatrice Marin è segretario della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato e membro della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.

[2] La vela, 2018

[3] Cassano GB, Di Fiorino M., L’imperativo etico di imparare dalle esperienze. In: Munizza C, ed. Salute Mentale e Diritti. Problemi e percorsi di tutela. Torino: Centro Scientifico Internazionale 2003, pp. 57-64.

[4] «The Lancet. com/psychiatry» , vol. 4, ottobre 2017, pp. 775-818.

[5] Sull’argomento v. in particolare le mie recenti note di commento alla deliberazione  Linee guida ed istruzioni operative circa interventi sanitari di contenzione meccanica in psichiatria dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale (ASUR) delle Marche, adottata nel novembre 2018 scorso, in cui il legare i pazienti è definita “atto sanitario assistenziale”, “indispensabile”, in «Appunti», 2019, 227, pp. 19-23.

Rompiamo il Silenzio Puglia: il 1 aprile riparte la mobilitazione

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 18/03/2019 - 18:10

Il 31 marzo 2017, presso il Fortino di Bari, ha avuto luogo un incontro-assemblea, promosso dalla Sezione Pugliese della Società Italiana di Psichiatria Democratica, dal titolo “Rompiamo il Silenzio: salute mentale, crisi del welfare e malessere sociale”. Da quell’incontro è nato un movimento che raccoglie associazioni di utenti e familiari, operatori dei servizi pubblici di salute mentale, cittadini e rappresentanti della società civile che hanno sottoscritto un documento di denuncia sulla condizione dei servizi di salute mentale della regione Puglia.

Il documento, posto all’attenzione dei referenti istituzionali regionali, non ha ricevuto riscontri, ma il dibattito sulle criticità e priorità della salute mentale continua ad essere vivo e le proposte avanzate dal Movimento “Rompiamo il silenzio” richiedono delle risposte urgenti.

Negli ultimi 10 anni, infatti, il sistema dei servizi di salute mentale regionale che era in grado di fornire risposte complesse ai bisogni dei cittadini, è stato depotenziato, perdendo il suo ruolo di presidio per la tutela della salute mentale della popolazione.

I Centri di Salute Mentale sono diventati luoghi sempre meno accoglienti, se non addirittura respingenti, i Servizi di Neuropsichiatria del’Infanzia e Adolescenza, di più recente istituzione, di fatto non sono mai stati messi in condizione di fornire adeguate risposte a questa fascia di popolazione. Dopo le battaglie che hanno condotto all’abolizione del manicomio e allo sviluppo dei servizi territoriali, oggi c’è il grave rischio di un riduzionismo di tipo tecnico e securitario: agli operatori è chiesto in modo sempre più insistente di etichettare, con le diagnosi psichiatriche, disagi personali e familiari strettamente connessi con situazioni di povertà e di malessere sociale. Dinanzi alla complessità di tali problemi, la condizione di debolezza dei servizi pubblici non consente di dare risposte adeguate e rischia di produrre una “manicomializzazione del territorio.

Il 1 aprile riparte la mobilitazione e la protesta!

La CGIL Puglia e il Movimento per la salute mentale pugliese Rompiamo il silenzio, dopo la latitanza e i rinvii continui nel definire un percorso atto a legittimare interlocuzione e centralità del movimento nella definizione delle linee guida regionali per la salute mentale e dopo aver preso atto dell’assoluto non riscontro da parte del Presidente Emiliano e dei dirigenti dell’Assessorato alla Salute della Regione agli impegni sottoscritti e alle richieste di incontro e confronto, reiterate con diverse e continue comunicazioni, ha deciso nella propria assise assembleare di riprendere con vigore la mobilitazione (leggi tutto il comunicato)

ComunicatoRompiamo-il-silenzio-CGIL-Manifestazione-1-Aprile Allegati

La voce di Franca Ongaro Basaglia. Una riflessione e un lavoro radicali sulle donne, la follia, la società

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 15/03/2019 - 12:46

Venezia, 16-17 marzo 2019

“l’utopia dell’uguaglianza si realizza

nella lotta per raggiungerla.” (Franca Ongaro Basaglia, Congedo -1980)

Il seminario intende ripercorrere la biografia intellettuale e politica di una delle più importanti protagoniste delle battaglie per i diritti civili degli ultimi decenni del secolo scorso. Il suo straordinario impegno teorico e pratico ci mostra la trama sotterranea di questioni di norma tenute separate -follia, malattia, invalidazione, espropriazione, corpi, diritti, libertà, soggettività, differenze, legami, appartenenze- indicandoci come, soltanto a partire da quella trama, sia possibile sottrarsi al determinismo delle “diversità naturali”, e alla loro traduzione culturale e politica in disuguaglianza sociale.

Il seminario costituisce una tappa fondamentale del lavoro di preparazione alla decima edizione del Festival dei Matti, “Gli anni. Legami di generazioni”, che si svolgerà a Venezia il 24-25 e 26 maggio 2019

con:

  • Alberta Basaglia, psicologa  e vicepresidente della Fondazione Franca e Franco Basaglia
  • Giovanna Del Giudice,  psichiatra e presidente Conf.Basaglia
  • Maria Grazia Giannichedda, sociologa e presidente della Fondazione Franca e Franco Basaglia
  • Pier Aldo Rovatti, filosofo, direttore di Aut Aut e della Scuola di Filosofia di Trieste
  • Anna Poma , psicoterapeuta e curatrice del Festival dei Matti

Franca Ongaro Basaglia

(1928-2005), è stata un’esponente di primo piano del movimento di riforma della psichiatria,  coautrice, insieme a Franco Basaglia, dei principali testi sulla deistuizionalizzazione. E’ autrice di testi fondamentali come  Salute e Malattia,. Le parole della medicina  ( edizione Alphabeta Verlag), Manicomio perché? (edizioni Centro Franco Basaglia) ,Una voce. Riflessioni sulla donna ( Il Saggiatore) Si è battuta instancabilmente per la tutela dei diritti di cittadinanza  occupandosi di istituzioni totali, saperi disciplinari e storia delle donne. Dal 1983 al 1992 è stata senatrice della Sinistra Indipendente.

Per informazioni ed iscrizioni, scrivere a:

info@con-tattocooperativa.it

oppure a:

annapoma@libero.it

180 Una storia livornese: cittadini e servizi per la continuità della legge

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 15/03/2019 - 11:51

Martedì 19 marzo a Livorno, presso l’aula consiliare della provincia di Livorno, a cura dell’Associazione di Volontariato Familiari per la Salute mentale di Livorno (A.VO.FA.SA.M.), si terrà un convegno dal titolo “180 Una storia livornese”.

La giornata inizierà con i saluti di Riccardo Bientinesi dell’associazione organizzatrice e Gemma Del Carlo del Coordinamento Toscano delle Associazioni per la Salute Mentale. I lavori della mattina saranno organizzati in tre momenti: il primo è “Investire in Salute Mentale: prospettive e bilanci” con Peppe Dell’Acqua, Vincenzo Pastore, Roberto Sarlo, Carlo Giustarini, Donatella Pagliacci e Ivana Bianco; il secondo momento riguarda l’area recovery, dal titolo “Soggettività e sentieri di guarigione” con Paolo Pini, Meri Taccini, Noemi Mariani, Giuseppe D’Agostino e Claudio Iozzo. L’ultimo momento della mattina, con Ania Franceschini, riguarda “L’esperienza del Palazzo della Vigna”.

Il pomeriggio partirà con “Dal Laboratorio Blu Cammello ai percorsi di inserimento mirato” con Giuseppe Martucci, Carla Broccardo e Daniela Bartolucci; seguito da “Produzione di servizi, arte e impresa sociale” con Federico Beconi e Riccardo Bargellini. Infine riflessioni sull’”Abitare supportato: qualità della vita quotidiana, una sfida che si rinnova” con Alessio Dani e Alessandra Vitti.

La giornata si concluderà con un momento di discussioni e riflessioni.

Verso la Conferenza nazionale: a Reggio Calabria un convegno promosso da “Insieme per la Disabilità”

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 15/03/2019 - 11:38

L’associazione di Coesione Internazionale Insieme per la Disabilità ha promosso il convegno Diritti, servizi e libertà – verso la Conferenza nazionale per la salute mentale, tenutosi a Reggio Calabria lo scorso 2 marzo per rimarcare il valore della legge 180. Si tratta di una delle tappe pensate dall’U.N.A.SA.M – la più importante rete nazionale di Associazioni per la Salute Mentale – in vista della Conferenza nazionale per la salute mentale, che si terrà a Roma nel mese di giugno.

Report dell’incontro in Senato per la Conferenza nazionale per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 15/03/2019 - 11:36

Si è svolto il 7 marzo 2019, a Roma presso il Senato della Repubblica, l’incontro tra il Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato sen. Paolo Sileri e alcuni rappresentanti (Stefano Cecconi, Vito D’Anza, Antonello D’Elia, Fabrizio Starace) delle organizzazioni promotrici della Conferenza per la Salute Mentale 2019, in programma nei giorni 14 e 15 giugno prossimi.

Durante l’incontro si è discusso delle finalità della Conferenza, convocata da un vasto cartello di associazioni, ed è stato consegnato al Presidente sen. Sileri l’Appello “DIRITTI, LIBERTÀ, SERVIZI per la Salute Mentale” (vedi) con il quale la Conferenza è stata convocata.

Al termine dell’incontro il Presidente sen. Sileri ha comunicato l’intenzione di:

  • partecipare ai lavori della Conferenza, in particolare al mattino di sabato 15 giugno, e di invitare alla partecipazione i componenti della Commissione Igiene e Sanità del Senato;
  • proporre alla Commissione la convocazione, nel mese di aprile, di audizione di soggetti rappresentativi impegnati nel campo della salute mentale (a partire dai promotori della Conferenza), per acquisire informazioni e valutazioni sullo situazione riguardante il diritto alla salute mentale nel nostro Paese;
  • convocare un convegno nel mese di maggio – presso una delle aule del Senato – nel quale riportare l’esito delle audizioni e discutere le proposte per raggiungere gli obiettivi del Piano di Azione OMS “Non c’è salute senza salute mentale”, con una particolare attenzione anche ai bisogni della popolazione più anziana.
  • valutare la possibilità di organizzare un evento presso una sede di beni confiscati alla criminalità organizzata, gestita da associazioni/istituzioni per finalità di salute mentale.

Salute mentale globale: un approccio di sistema contro i particolarismi disciplinari

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 15/03/2019 - 11:28

(Geometry and colours by Franco Fontana)

di Fabrizio Starace

Uno dei limiti con cui devono confrontarsi le politiche di salute mentale nel nostro Paese è il particolarismo, ossia il restringere analisi e proposte operative all’ambito di specifica competenza tecnica o di appartenenza disciplinare, senza minimamente interrogarsi sull’impatto che le stesse hanno sul sistema globale che pretendono di governare.

La complessità del tema salute mentale, nelle sue declinazioni psicologiche, sociali, economiche, politiche, per citare solo le principali, mal si adegua tuttavia al riduzionismo dominante, con la conseguenza che anche le più approfondite proposte di miglioramento sono in genere condannate all’irrilevanza, rispetto al quadro generale di riferimento.

È per questo che il recente Rapporto Lancet su Salute Mentale Globale e Sviluppo Sostenibile, presentato a Londra il 9 e 10 ottobre 2018 nel corso della Conferenza Interministeriale sulla Salute Mentale, rappresenta un fondamentale punto di riferimento.

Il documento, prodotto da una folta Commissione di esperti mondiali coordinati da Vikram Patel (scarica qui la versione integrale), pone la Salute Mentale in una visione strategica, ben al di là delle posizioni particolari o di categoria, proponendo la riformulazione di focus e priorità delle politiche di salute mentale all’interno del più ampio Programma delle Nazioni Unite denominato Sustainable Development Goals … (leggi tutto)

Verso la Conferenza Nazionale per la Salute Mentale

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 15/03/2019 - 10:34

La tutela della Salute è fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, come afferma l’articolo 32 della nostra Costituzione. L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dichiara che “la salute mentale è parte integrante della salute e del benessere”. Per rendere effettiva questa definizione occorre intervenire con politiche adeguate su tutti i determinanti della salute e delle diseguaglianze nella salute: sanitari, socio-economici, lavorativi, culturali, ambientali. La Legge 180 approvata quarant’anni fa, il 13 maggio 1978, ha allargato gli spazi della cittadinanza e della democrazia sancendo la chiusura dei manicomi, liberando migliaia di uomini e di donne lì rinchiusi e restituendo diritti, dignità e cittadinanza alle persone con:

La tutela della Salute è fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, come afferma l’articolo 32 della nostra Costituzione.

L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dichiara che “la salute mentale è parte integrante della salute e del benessere”.

Per rendere effettiva questa definizione occorre intervenire con politiche adeguate su tutti i determinanti della salute e delle diseguaglianze nella salute: sanitari, socio-economici, lavorativi, culturali, ambientali.

La Legge 180 approvata quarant’anni fa, il 13 maggio 1978, ha allargato gli spazi della cittadinanza e della democrazia sancendo la chiusura dei manicomi, liberando migliaia di uomini e di donne lì rinchiusi e restituendo diritti, dignità e cittadinanza alle persone con disturbo mentale.

Grazie alla Legge 180, l’Italia è considerata dall’OMS il Paese che dispone della legislazione più rispettosa dei diritti delle persone con disturbi mentali.

Tuttora, seppure ostacolata, solo parzialmente attuata e persino tradita, la legge 180 é un potente motore di trasformazione delle istituzioni e di affermazione dei diritti civili e sociali dei soggetti più fragili.

La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, pure essa conquista nel solco della legge 180, necessita di essere sviluppata per superare ogni logica manicomiale come prevede la legge 81/2014.

L’esistenza, a livello locale, di numerose esperienze positive dimostrano come le risorse esistenti, pur insufficienti, possano essere integrate e spese meglio, riducendo i troppi letti in residenze e comunità diventate cronicari e spostando questi fondi verso servizi che aiutino le persone a restare nel proprio ambiente di vita.

Per dare gambe a principi e obiettivi della legge 180 serve oggi un rilancio che parta dalla riqualificazione dei servizi di salute mentale e più in generale delle politiche sanitarie e sociali, insieme a una ripresa della battaglia culturale per sradicare lo stigma, che associa pericolosità e follia, emarginando e discriminando le persone con disturbi mentali e i loro familiari.

Per queste ragioni:

organizziamo la Conferenza Nazionale per la Salute Mentale aperta alle associazioni e alle persone impegnate e coinvolte in questo ambito, auspicando il coinvolgimento attivo del Parlamento, del Governo, delle Regioni, delle Provincie autonome e dei Comuni.

La Conferenza intende valutare lo stato delle politiche e dei servizi per la salute mentale, la necessità di un aggiornamento dei LEA e la formulazione di un Nuovo Piano Nazionale.

La Conferenza Nazionale vuole discutere e riaffermare la necessità di:

  • Dipartimenti di Salute Mentale organizzati nel rispetto dei Progetti Obiettivo Nazionali Salute Mentale e delle norme internazionali sui diritti umani delle persone con sofferenza mentale, capaci di garantire nelle comunità locali attività di prevenzione e tutela della salute mentale.
  • Un Finanziamento adeguato per i Dipartimenti, orientato ad assicurare percorsi di cura per la ripresa e l’emancipazione sociale delle persone, attuati nell’ambiente di vita, anche durante le fasi critiche e di acuzie e destinati in particolare ai progetti personalizzati – budget di salute.
  • Centri di Salute Mentale (organizzati sulle 24 ore) e servizi ad alta integrazione (sociale, sanitaria, lavorativa, abitativa …) in cui operano – in numero e formazione adeguati – tutte le figure professionali sanitarie e sociali necessarie.
  • Servizi dove la partecipazione attiva e volontaria dei cittadini è considerata decisiva per sostenere il cambiamento. Servizi impegnati a responsabilizzare le persone con disagio e disturbo mentali, coinvolgere i nuclei familiari e le comunità di appartenenza nella definizione, attuazione e monitoraggio delle politiche, e nella co-progettazione degli interventi loro destinati.
  • L’eliminazione di tutti i trattamenti inumani e degradanti, a partire dalla contenzione meccanica e di ogni forma di segregazione.
  • Il completo superamento degli OPG, con Progetti di cura e riabilitazione individuali alternativi alla detenzione, considerando le REMS un’extrema ratio.
  • Il diritto all’assistenza e alla tutela della salute per le persone autori di reato, con percorsi di cura dentro il carcere o alternativi alla detenzione.La ripresa e lo sviluppo di politiche di integrazione e di inclusione sociale e lavorativa, fondate sulla centralità della funzione pubblica per una co-progettazione e co-gestione con il privato sociale no profit.
La Conferenza si articola, nel periodo da dicembre 2018 a giugno 2019, in Tappe con una serie di iniziative regionali o locali, per ritrovarci tutti insieme a ROMA nell’assemblea conclusiva il 14 e 15 giugno 2019. Vedi le Tappe della Conferenza

Scarica l’appello in pdf

Per tutte le informazioni, gli aggiornamenti, gli approfondimenti: www.conferenzasalutementale.it


2019_03_11_APPELLO-CONFERENZA-SALUTE-MENTALE(1) Allegati

Arte e follia: l’equivoco senza fine

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 13/03/2019 - 21:42

Nell’articolo pubblicato su Avvenire (leggi) a firma di Alessandro Beltrami l’autore attraversa con occhio critico la questione dell’Art Brut, concetto inventato nel 1945 da Jean Dubuffet per identificare l’arte grezza – più spesso tradotta come spontanea – prodotta da figure considerate borderline e naïf come i pazienti degli ospedali psichiatrici.

Beltrami pone l’accento sul fatto che «non si tratta di persone con problemi psichici che dipingono, ma sono artisti con problemi psichici, e che si comportano rispetto all’opera esattamente come gli altri artisti», ed esemplifica bene tale concetto prendendo ad esempio lo sport paralimpico, che non coinvolge persone con handicap che decidono di praticare uno sport, bensì atleti con un handicap. L’invito è dunque quello di affrontare le opere per il loro valore intrinseco, reale e peculiare, senza scaturire nella logica del pietismo e dell’ipocrita commiserazione.

L’altra faccia dell’Art Brut? È tutta femminile

Liberare l’arte è una delle parole d’ordine più forti che separano la storia antica del fatto creativo (fondata su gerarchie ben strutturate, dalla formazione ai generi alla natura professionale dell’artista) dalla moderna. È una emancipazione che corre parallela a quella di categorie che hanno ridisegnato completamente il profilo della società e della cultura. Uno degli assi portanti di questa trasformazione ha come estremi la scoperta dell’inconscio e del mondo sommerso della psiche, al centro del fenomeno surrealista la cui portata va ben oltre il gruppo di Breton, e dall’altra riconsiderazione di ciò che è malattia e patologia, un approccio che tende a riportare all’interno della comunità ciò che nei secoli è stato tenuto a margine. In questa seconda “metà” un vero e proprio punto di snodo è dato dall’invenzione nel 1945 da parte di Jean Dubuffet del concetto di Art Brut, letteralmente “arte grezza”, intesa come arte spontanea, prodotta senza filtri culturali da outsider, persone con problemi psichiatrici, figure eccentriche e borderline. È una categoria che ingloba il naïf, si allarga tutti coloro che sono estranei al sistema, e che oggi è in piena espansione con l’inclusione artisti “medianici”, “lupi solitari” e disabili tanto fisici e mentali … (leggi tutto)

Gusci umani totalmente vuoti

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 13/03/2019 - 19:36

Schedati, perseguitati, sterminati: malati psichici e disabili durante il nazionalsocialismo

Di Allegra Carboni

A Udine a Palazzo Valvasson Morpurgo fino al 31 marzo una mostra che restituisce dignità alle oltre 200 mila persone vittime dell’eugenetica da regime e della complicità di medici e personale amministrativoTra il 20 novembre 1945 e il 1° ottobre 1946 a Norimberga, città simbolo della Germania nazionalsocialista, i Paesi alleati istituirono un Tribunale Militare Internazionale per processare tutti i capi superstiti del regime nazista, accusati di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Nello stesso palazzo di Giustizia il 9 dicembre 1946 iniziò un processo contro ventitré ufficiali nazisti, di cui venti medici. Il cosiddetto Processo dei Dottori si concluse il 20 agosto 1947 con un verdetto di colpevolezza per sedici imputati, sette dei quali furono condannati a morte. Tra di loro vi erano Karl Brandt, medico curante di Hitler e suo delegato per il programma eutanasia, e Victor Brack, direttore dell’Ufficio II della Cancelleria di Hitler, entrambi condannati a morte e giustiziati nel 1948.

Ospitata a Udine a Palazzo Valvasson Morpurgo fino al 31 marzo 2019, la mostra Schedati, perseguitati, sterminati: malati psichici e disabili durante il nazionalsocialismo, a cura della Società Tedesca di Psichiatria, Psicoterapia e Psicosomatica (DGPPN), nella versione italiana resa possibile grazie al supporto di Netforpp Europa, vuole far luce su ciò che ha reso possibile gli omicidi di massa di malati psichici e disabili, considerati un peso per il popolo tedesco. Dal 1934, infatti, oltre 400 mila persone furono sterilizzate contro la loro volontà e più di 200 mila furono assassinate, il tutto sotto la diretta responsabilità di psichiatri, neurologi, pediatri, infermieri e personale amministrativo, che per lo più restarono impuniti e mantennero i loro posti di lavoro nella Germania postbellica. Tra di essi vengono ricordati, per esempio, il dottor Werner Catel, pediatra e perito della Commissione per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite gravi, il dottor Julius Hallervorden, neuroscienziato che partecipò agli studi autoptici condotti sulle vittime presso l’Istituto Kaiser Wilhelm per la ricerca sul cervello, o ancora i dottori Friedrich Mauz, Friedrich Mennecke, Friedrich Panse e Kurt Pohlisch, tutti psichiatri e periti dell’operazione T4.

Le politiche di igiene razziale si basavano sulle nascenti teorie eugenetiche, secondo le quali era necessario esercitare un controllo sulla riproduzione degli individui per impedire il deterioramento genetico della nazione e per potenziare l’evoluzione del genere umano. All’eugenetica si affiancava la convinzione che la vita umana avesse un valore, spesso direttamente proporzionale all’utilità del singolo per l’intera collettività. Sulla base di tali teorie, gli Uffici sanitari pubblici condussero un’indagine sul patrimonio ereditario, per la quale vennero raccolte informazioni sui cittadini ed effettuate perizie e conseguentemente formulate richieste di sterilizzazione forzata. Ciò comportò la schedatura della maggior parte dei pazienti ricoverati e dei loro parenti.

Nel 1933 l’approvazione della Legge per la prevenzione di prole affetta da malattie ereditarie comportò la sterilizzazione forzata di circa 400 mila persone di entrambi i sessi, di cui circa 5 mila morirono a causa dell’intervento. Gli omicidi di malati psichici e disabili iniziarono nel gennaio 1940 con l’uccisione di oltre 70 mila persone nelle camere a gas, e proseguirono nel 1942, quando molte altre trovarono la morte per inedia o avvelenamento o a causa dello stato di abbandono nel quale venivano sistematicamente lasciate. Almeno 5 mila bambini e adolescenti, inoltre, persero la vita nei Reparti speciali di pediatria. I massacri e le sterilizzazioni forzate vennero pianificate nel quartier generale dell’operazione, situato a Berlino in Tiergartenstraße 4, via e numero civico da cui deriva l’abbreviazione T4.

L’unico ordine di uccidere conosciuto, firmato ufficialmente da Hitler, recita: «Il Reichsleiter Bouhler e il Dr. Med. Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da Loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia». Tale documento costituì il fondamento amministrativo degli omicidi per eutanasia. Almeno quarantatré medici, soprattutto psichiatri e neurologi, collaborarono spontaneamente agli omicidi in qualità di periti, attività che svolgevano parallelamente alla loro regolare professione e che veniva remunerata in base al numero di moduli valutati.

Magdalene Maier-Leibnitz

All’interno della mostra vengono raccontate, ancora, le storie di alcune delle centinaia di migliaia di vittime. Magdalene Maier-Leibnitz, ad esempio, nacque nel 1916 e in adolescenza frequentò il collegio di Salem, dove cominciò a soffrire di gravi oscillazioni dell’umore; alcuni anni dopo, all’Ospedale di Tubinga, le fu diagnosticata la schizofrenia. Nel 1938 fu ricoverata in una clinica privata a Kennenburg e in seguito trasferita al centro di Hadamar, dove fu uccisa il 22 aprile 1941. Ai suoi genitori venne recapitata una lettera di condoglianze: «Siamo spiacenti di informarvi che vostra figlia, la signorina Magdalene Maier-Leibnitz, recentemente trasferita presso il nostro istituto a seguito di un ordine ministeriale, è morta all’improvviso a causa di un’emorragia polmonare provocata da tubercolosi polmonare. In conformità alle disposizioni di legge, la polizia locale ha disposto l’immediata cremazione del corpo e la sterilizzazione dei suoi effetti personali». Le segreterie dei centri di uccisione dell’Operazione T4, infatti, spedivano alle famiglie delle vittime notifiche simili, contenenti informazioni per lo più false: la causa e le circostanze della morte venivano scelte arbitrariamente dai medici, così come il nome del medico firmatario e spesso anche il luogo e la data del decesso.

Irma Sperling

Irma Sperling, invece, settima di dieci figli, all’età di tre anni fu ricoverata presso l’Ospedale pediatrico di Rothenburgsort. Secondo il referto dell’Ufficio sanitario era una «bambina rachitica, sottosviluppata e debole di mente, con episodi di irrequietezza e agitazione». Irma fu ricoverata all’Ospedale psichiatrico di Alsterdorf e dieci anni dopo fu trasferita, assieme ad altri 227 pazienti, all’Ospedale psichiatrico Wagner von Jauregg e poi al Reparto speciale di pediatriaAm Spiegelgrund, dove morì l’8 gennaio 1944, all’età di tredici anni, uccisa da un sovradosaggio di narcotici. Negli anni Ottanta Antje Kosemund, fratello di Irma, indagò su quanto era accaduto alla sorella: fu tra i primi parenti delle vittime dell’Operazione T4 a rompere il silenzio, e riuscì anche a dare sepoltura ad un preparato anatomico di Irma conservato all’Ospedale psichiatrico Baumgartnerhöhe di Vienna.

Dopo il 1945 le vittime della sterilizzazione forzata, i sopravvissuti ai centri di uccisione e i familiari dei pazienti assassinati ricevettero scarso sostegno e solo a partire dagli anni Ottanta iniziò a prendere forma una commemorazione pubblica delle vittime. Come affermato da Frank Schneider, Direttore della Clinica di Psichiatria, Psicoterapia e Psicosomatica dell’Università di Aquisgrana e Past President DGPPN, la realizzazione della mostra ha permesso alla società psichiatrica precorritrice della DGPPN di rielaborare i crimini del nazionalsocialismo di cui si è resa partecipe, assumendosi la responsabilità storica di studiare e affrontare il proprio passato, cercando di restituire alle vittime «piccoli tasselli della dignità umana di cui sono state private».

Il Documento Fondativo del Forum

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 13/03/2019 - 19:29

In questi giorni cominciamo a pubblicare per paragrafi il documento di fondazione. È un invito a fare il punto, trovare identità, progettare convergenze. Ma anche cercare, con onesta, vicinanze e accettare con consapevolezza le differenze e su queste lavorare con ancora più rigore.

Peppe Dell’Acqua

DOCUMENTO PROGRAMMATICO del FORUM SALUTE MENTALE

Roma, 16 ottobre 2003

Ridurre la dissociazione che molti da tempo avvertono tra enunciati e pratiche nel campo delle politiche della salute mentale è il motivo fondante l’incontro di oggi e la proposta di lavoro del Forum per la Salute Mentale di cui abbiamo voluto la nascita e proponiamo qui lo sviluppo.

Un grande cambiamento si è prodotto in Italia in questi 25 anni di vita della riforma psichiatrica che ha chiuso i manicomi pubblici; ha riconosciuto il diritto di cittadinanza alle persone con disturbo mentale; ha mutato il vecchio rapporto tra psichiatria e giustizia;  ha dato avvio alla formazione di un sistema di servizi di salute mentale ormai diffusi in tutto il territorio nazionale; ha mutato il destino di migliaia di uomini e donne con sofferenza (e dei loro familiari);  ha avviato un cambiamento di atteggiamento culturale nei confronti di ogni forma di diversità evidenziando l’illibertà, la disuguaglianza e l’esclusione sociale troppe volte a questa connessa.

La legislazione di riferimento è ben nota e a nostro parere in nulla da modificare. Se poi sia da integrare, anche questo il Forum è chiamato eventualmente a dire. Si pone invece con forza ed urgenza, ed appare ormai improrogabile, la questione della qualità dei servizi, che appaiono troppo spesso segnati da una ambigua dissociazione tra le pratiche e le enunciazioni teoriche, tra i principi e i modelli organizzativi, tra le risorse in campo e i percorsi reali di cura, quali modifica concreta delle condizioni di vita  e di ben-essere dell’individuo/a e del suo contesto.

E’ su questo, su una necessaria inversione di tendenza, che il Forum vuole porre l’attenzione  e, con grande enfasi in ogni caso, sulle pratiche; partendo da questo ci pare possibile contribuire a ri-vitalizzare -riportando l’analisi e il confronto alle radici della lotta per il cambiamento- impegni di operatori ed operatrici, di forze politiche, sociali, delle istituzioni, dei movimenti e della gente.

La nostra difesa della legge (atto quant’altri mai doveroso) non può essere ulteriormente negoziata con una riduzione dello sguardo critico su ciò che in concreto accade e su tutte le distorte, carenti, ridotte o travisate applicazioni concrete.

Riteniamo che oggi la legge si debba difendere riaprendo il dibattito sulla qualità dei servizi, sugli stili operativi, sui modelli organizzativi, sulle risorse in campo, sull’uso delle risorse umane e materiali, sull’avvenuto restringimento delle pratiche per la salute mentale alla sola psichiatria, pena l’azzeramento della  forza innovativa dell’esperienza italiana di deistituzionalizzazione, l’oscuramento dei soggetti, la negazione dei diritti, l’abbandono degli utenti con più basso potere contrattuale.

L’elenco che configura la distanza tra enunciati e pratiche è lunghissimo, in buona misura noto e in buona misura, riteniamo, largamente condivisibile. Quel che  tuttavia ci aspettiamo è che negli interventi di queste giornate a più voci, da più parti, e immaginiamo, con diverse enfasi, questo elenco venga riempito di luoghi, fatti, specifiche denunce, circostanze, fotografie ……

Riteniamo però importante definire la posizione di questo Forum, porre delle discriminanti, riprendere  anche “vecchie” questioni su cui con l’esperienza dei 25 anni  di riforma possiamo ri-aprire la discussione con maggiori certezze, porre le prospettive e soprattutto affrontare le separazioni che nelle pratiche e nelle culture in questi anni si sono determinate. Riunire ciò che in questi anni è stato diviso, ci pare oggi centrale: la clinica, il sociale, il biologico, lo psichico, le istituzioni e i soggetti, l’assistenza e il lavoro e tante altre. E’ come se una forza spingesse proprio tutti verso un destino separato, passivo, assegnato. Riunire perché si sviluppi il conflitto sulle esperienze concrete e non sugli artefatti delle cose separate. Oggi sappiamo che la continuità della pratica, quando si fa destino di un’altra persona designata in cura, dipende dalla capacità di suscitare, costruire, inventare altre occasioni che non siano quelle inscritte solo nelle nostre professioni. Le professioni devono rimanere strumenti inclusi nella realtà concreta delle persone, capaci di riaprire ad esse il re-incontro con la vita.

Oggetti veri come la casa, un reddito, il possesso delle cose utili, il corpo stesso, non sono riprodotti dalle cure di per sé. Sono loro al contrario che permettono alle cure di avere il senso, la direzione, la bellezza. Si dice “integrazione socio-sanitaria”, ma è questo che con essa noi intendiamo.

Potremmo poi dire e parlare dell’efficacia, ma è parola astratta che evoca un prodotto sanitario certamente utile ed importante, previsto dalla correttezza delle procedure e sostantivo dell’evidenza clinica. Prodotto rigido che non evoca mai quello che succederà dopo, il destino, la prognosi, il futuro. La generica speranza è l’unica parola che viene usata per designare il dopo dell’evidenza clinica e il prima dell’efficacia dei trattamenti. Ma la speranza concreta, quando diviene una pratica e un’esperienza, pretende di invadere campi non frequentati dalla clinica, variabili in continuum che riguardano la qualità dell’habitat, il possesso di strumenti emancipativi, abilità sociali condivise. (SEGUE)

Quando Basaglia incontrò Lisa e il grande Cavallo Azzurro

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 08/03/2019 - 17:24

Il libro che, sono certo, leggerete racconta la vera storia di un’impensabile rivoluzione.

Circa mezzo secolo fa, nel nostro paese accadde qualcosa che ha cambiato il modo di guardare e incontrare quelli che chiamiamo matti.

Quelli che per i loro comportamenti irascibili, le parole incomprensibili, le invenzioni bizzarre, le scelte stravaganti, le tristezze profonde, le allegrie esagerate, le paure inspiegabili abbiamo sempre considerato fratelli scomodi. Individui diversi, molesti, disturbatori che bisognava curare e impedire loro di fare danni.

I dottori per curarli progettarono ospedali speciali per queste singolari persone. Nacquero così i manicomi. I fratelli scomodi divennero malati di mente e non poterono più essere persone che amano, protestano, si oppongono, si disperano, gioiscono.

Da allora, custoditi da alte mura, isolati dalle città, reclusi per impedire che disturbassero la pacifica vita dei sani, divennero internati, non più cittadini come tutti e infine poveri, pericolosi e scandalosi. Furono privati per sempre dei loro diritti, della loro libertà, dei loro averi. Della loro storia non resterà più traccia e verrà sostituita dalla cartella clinica, una foto segnaletica e un diario monotono e senza tempo.

I manicomi presto si riempirono, se ne costruirono altri e divennero sempre più cupi e paurosi. Negli ultimi due secoli milioni e milioni di persone sono state rinchiuse e dimenticate in questi luoghi orrendi, uguali in ogni paese. In Australia e in Africa, nell’America del sud e nell’America del nord, in Asia come in tutta l’Europa, con  la sola eccezione dell’Italia,   sono ancora tanti i manicomi e milioni le persone internate.

A Trieste, a San Giovanni, dove si svolge la storia di Lisa e di sua mamma Adele è accaduto  per la prima volta che i cancelli di un manicomio venissero aperti.

Prima di allora cittadini generosi avevano tentato di entrare in quei luoghi. Un esercito di dottori in camice bianco, di sorveglianti in divisa e di potenti di ogni paese facevano la guardia a quei recinti. Nessuno poteva neanche avvicinarsi. Bisognava difendere il mondo dei sani dallo scandalo e dal pericolo dei matti.

Solo per aprire uno spiraglio, una finestra o una porta occorreva una forza sovrumana. Ma dove prenderla? Eppure dentro quelle mura c’era un’energia che avrebbe potuto rivoltare il mondo. Le persone internate potevano essere una potenza se solo avessero potuto parlare. Ma, matti, poveri e disturbatori erano stati annientati, erano diventati numeri senza più storia, senza più volto. Erano vivi ma non avevano più parole, non avevano più nessuna possibilità di contare: non potevano votare, sposare, comprare, ereditare..

Non è facile raccontare una storia come questa; cercare di conoscere cosa accade   quando una persona varca la soglia del manicomio e perde il suo nome e la sua storia. E ancora più difficile dire del cambiamento che stava rivoltando le fondamenta di quel gigantesco istituto. Come fare a parlare delle piccole conquiste quotidiane, dei nomi ritrovati, dello stupore nel vedere il mondo di fuori? Come incontrare Franco Basaglia ?

E ancora come dire della forza generosa di Marco Cavallo? E dei pianti, e degli evviva, e dei dolori, e degli gli orrori? Come fare narrando le piccole storie a non trascurare la Storia cercando in ogni pagina di restituire il significato universale delle conquiste che giorno per giorno accadono mentre si smonta pezzo per pezzo un’istituzione così resistente a qualsiasi cambiamento.

Davide Morosinotto trova un modo amoroso, mi viene da dire, e geniale. Le parole, le piccole storie, gli affetti, i bisogni di ognuno inascoltati e negati per secoli nel manicomio ora riconosciuti sono la scintilla che fa scoppiare la “rivoluzione”,  diventano nelle mani di Davide i semi che danno origine alla narrazione. L’incontro di Lisa con Franco Basaglia, che sono certo vi restituirà un’intensa emozione,  mi ha semplicemente incantato. È un capovolgimento!

Il racconto del lavoro quotidiano intorno alle cose minime che fanno la vita di ognuno diventa la nuova scena dove alla fine possiamo comprendere anche nel dettaglio il senso di quanto le persone vivono e di quanto accade intorno e dentro le loro vite. Si capisce bene che ascoltare e raccontare le storie di Lisa, di Adele, del nonno di Flavio e di tanti altri internati è l’unico modo possibile per riannodare in un paziente lavorio i fili recisi e confusi di esistenze dolorose, per recuperare relitti di affetti, di esperienze, di talento; per ritrovare brandelli di memorie.

Narrare della Trieste di Basaglia è prima di tutto trasmettere l’emozione, il coinvolgimento, il protagonismo, la fatica della partecipazione.

L’epopeadel manicomio di Trieste non può che essere narrata.

Ho letto queste pagine tutto d’un fiato, da cima a fondo, e non posso non dirvi che in più punti l’emozione è stata incontenibile.  Gli eventi fantastici che accaddero in quegli anni e che io ho avuto la fortuna di vivere, ancora una volta mi hanno riportato nel momento più magico della mia giovinezza.

Ho riletto poi con i miei nipotini e l’emozione è stata ancora più grande. Con queste storie infatti ècominciata la mia vitae quella delle persone di cui si parla e di tutti quelli che abitavano tutti i manicomi del mondo.

( dalla prefazione di Peppe Dell’Acqua a “Franco Basaglia, il re dei matti” di Davide Morosinotto, Einaudi ragazzi, 2018)