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Mostra “D3 – Diritti al cubo” a Gorizia

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 12/06/2021 - 23:53

Presentata D3 – Diritti al cubo, a Gorizia.
(fonte: ANSA, 12 giugno 2021)

Con il titolo “D3″ – Diritti al cubo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia propone, per la prima volta e in anteprima assoluta, la creazione di una nuova dimensione espositiva virtuale fruibile in modalità di realtà aumentata immersiva ad elevato livello di realismo, interamente dedicata alla rivoluzione innescata a Gorizia dallo psichiatra Franco Basaglia – affiancato dalla moglie Franca Ongaro e da un visionario e illuminato staff medico – che sul finire degli anni ‘60 diede vita a quella che internazionalmente è stata riconosciuta come una vera “rivoluzione culturale” italiana, e che nel 1978 si è tradotta nella legge 180, che aboliva per sempre i manicomi.
Il progetto – da un’idea della presidente della Fondazione Carigo, Roberta Demartin, con Alberta Basaglia, figlia dello psichiatra – è inserito nell’ampio percorso aperto dalla Fondazione sul tema dei Diritti.
La novità assoluta del progetto di allestimento sta nella piattaforma interattiva firmata IKON digital farm che consente agli utenti di entrare e muoversi fra le sale espositive interagendo con i tanti contenuti, tra testi, documenti, info-grafiche, video d’archivio, foto dell’epoca in modo immersivo: gli utenti possono esplorare liberamente tutte le sezioni dell’esposizione sia tramite visori VR di ultima generazione che tramite browser web su PC sul sito www.dirittialcubo.it (ANSA, 12 giugno 2021)

Massimo Recalcati su “La Stampa”

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 12/06/2021 - 23:43

“Se a Trieste la storia riscrive la Basaglia” di Massimo Recalcati
La Stampa, 7 giugno 2021
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La riforma psichiatrica di Franco Basaglia, conosciuta come Legge 180, approvata nel maggio del 1978, è stata probabilmente la riforma più significativa, se non l’unica, figlia della grande contestazione del ’68. Essa ha avuto nella città di Trieste il suo epicentro geografico e politico. E’ questa una cifra simbolica di grande rilievo: nella città italiana che più di tutte porta con sé il valore, anche traumatico, dell’esperienza del confine, si chiude il manicomio come luogo di segregazione brutale della follia per ricordare alla vita della polis che essa – la follia – non è l’indice di una vita che si è disumanizzata, ma un’esperienza dove la condizione umana trova una sua espressione tragica ma fondamentale. Basaglia lo ripeteva spesso: la follia non è una malattia del cervello, ma una manifestazione della vita dell’uomo. Il movimento che ha portato alla chiusura dei manicomi nel nostro paese e all’idea di un servizio per la salute mentale radicato sul territorio (al di là dei limiti incorsi nella sua effettiva applicazione), e’ stato un movimento non solo interno alla storia della psichiatria, ma anche più ampiamente filosofico e politico: liberare il folle dalla violenza dell’istituzionalizzazione che tendeva a cronicizzare la malattia, sottrarlo al destino del confinato, dell’emarginato, dello scarto della società. Grande opera, dunque, di inclusione, di riscatto anche civile, di riapertura dei confini.

Oggi Trieste torna a essere ancora la cifra emblematica di una battaglia politica e culturale, quella relativa all’eredità di Basaglia. Nel Friuli Venezia Giulia funziona attualmente un sistema di assistenza psichiatrica fondato sui Centri di salute mentale aperti 24 ore, con la possibilità di accogliere persone in crisi in un ambiente accogliente e non ospedaliero che si è rivelato capace, anche durante l’emergenza pandemica, di offrire cura alle persone “in tempo reale”, con un approccio non solo psichiatrico in senso stretto, ma allargato ai bisogni della vita nella sua interezza, nel rispetto dei diritti umani, seguendo l’ispirazione di fondo della psichiatria rinnovata dal pensiero di Basaglia. Tale sistema – fortemente innovativo rispetto a quelli di altre regioni, basati spesso solo su ambulatori che erogano psicofarmaci e non fanno visite a domicilio, squallidi reparti ospedalieri a porte chiuse dove si pratica largamente la contenzione fisica, strutture residenziali private, fonte di cronicità, che assorbono gran parte degli investimenti delle aziende sanitarie – ha dimostrato a tutt’oggi di essere non solo l’applicazione più compiuta a livello nazionale della legge 180, ma un modello di intervento talmente efficace da essere proposto da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità in una importante guida pubblicata in questi giorni, come esempio mondiale di rete integrata di servizi per la comunità. Ebbene, recentemente, l’assessore regionale alla Salute del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Riccardi, sembra si stia impegnando per la sua progressiva demolizione. In gioco, come è evidente, non è solo l’eredità culturale e clinica di Franco Basaglia ma anche la sorte di molti pazienti. Una lettera a firma di cinque ex direttori dei Dipartimenti di salute mentale della regione ha lanciato l’allarme. Nonostante i molteplici riconoscimenti, come denunciato in questi giorni in una petizione pubblica anche dalle Associazioni dei Familiari dell’Unasam, l’assessore non nasconde la volontà di mettere mano a questo sistema attraverso progetti che mirano a ridurre il numero dei Centri di salute mentale e il loro orario di apertura, a rinforzare l’assistenza ospedaliera, a impoverire di risorse materiali e umane i dipartimenti di salute mentale, diminuendo il personale e nominando, dopo i numerosi pensionamenti, direttori che siano in linea con il nuovo indirizzo per spezzare la continuità dell’attuale linea dirigenziale. Ultimo grave episodio è stato il recente concorso per direttore di un centro di salute mentale a Trieste che ha visto penalizzati tutti i dirigenti che lavorano nel dipartimento giuliano, in particolare colui che era primo in graduatoria per titoli, pubblicazioni e curriculum, superato nella prova orale dal terzultimo fra i candidati, proveniente da una realtà arretrata di un’altra regione, dove si pratica la psichiatria in reparti ospedalieri fatiscenti, usando ancora la contenzione fisica e dove c’è scarsissima esperienza di lavoro sul territorio.

La domanda allora diviene inevitabile: perché si vuole affidare a queste persone la guida dei servizi triestini? Perché si vuole dimenticare l’eredità basagliana e voltare drammaticamente pagina? Il passo indietro che si sta compiendo oggi a Trieste riguarda, in fondo, il bivio più profondo al quale il pensiero di Basaglia ci ha consegnati: la cura della follia implica la sua segregazione, la soppressione della dignità di uomo del malato, la riabilitazione di pratiche di cura francamente autoritarie e disumanizzanti, oppure bisogna sempre riconoscere che la follia e la sua cura non sono la perdita dell’uomo, ma una possibilità sempre presente in ogni uomo? È, infatti, a questo riconoscimento di fondo che Basaglia ci sospinge: la follia coincide con l’umano.

Gianni Cuperlo sul “caso Trieste”

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 11/06/2021 - 17:28

Mentre “va in stampa” questo articolo, come avrebbe scritto un giornale di qualche decennio fa, l’Assessore alla Sanità del Friuli Venezia Giulia Riccardo Riccardi, che si dimostra sempre più inadeguato e incapace di ascolto, ha ordinato che – con insolita rapidità – si procedesse alla nomina dell’inconsapevole vincitore del concorso di cui stiamo raccontando.
Il fatto, che arriverà di sicuro all’attenzione di qualche organo terzo, disvela, ove mai ce ne fosse stato bisogno, l’intenzione di andare avanti in questa dissennata opera di distruzione.
Nel corso di mezzo secolo tante volte abbiamo dovuto affrontare sentieri rocciosi in salita. Ma mai nemici così distanti e inafferrabili. Non è mai stata fatta una politica così sfacciata per indebolire una rete efficace di servizi pubblici a favore di un privato impreparato e straccione.

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“LA PAZZA IDEA DI CHI VUOLE CANCELLARE LA RIVOLUZIONE DI BASAGLIA”
di Gianni Cuperlo – da “Domani” del 7 giugno 2021.

Quanto costa fare una riforma? Una di quelle destinate a incidere sul modo di vivere e pensare di milioni di persone? Costa molto, spesso anni di lotte, fatiche, errori, finché una congiuntura di storia, cronaca e cultura, quel traguardo rende possibile. Ma quanto costa disfare una riforma? Sì, insomma, tornare indietro, da dove si era partiti? C’è una piccola grande vicenda che questa retromarcia racconta, tristemente ma la racconta.

1978: anno grandioso e tragico per mille motivi. Ci sono Via Fani, il 16 marzo, e la Renault rossa col corpo di Moro in Via Caetani. E ci sono tre riforme che il Parlamento di un’Italia sgomenta licenzia con larghe maggioranze. Si istituisce il Servizio Sanitario Nazionale, bene comune che la pandemia ha fatto riscoprire nella sua potenza. Il movimento delle donne, e non solo, saluta il varo della 194, la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. E si approva una terza legge, anch’essa contrassegnata da un numero, la 180, ma assieme a quello da un nome che rimarrà scolpito a suggello di una norma rivoluzionaria, quello di Franco Basaglia. La vicenda aveva un antefatto lontano. Gorizia, 1961, vi arriva un giovane medico spedito lì pensando forse di punirlo. Deve dirigere l’ospedale psichiatrico della città. Ha nomea di somigliare più a un filosofo che a un “medico dei matti”. Per lui l’impatto è doloroso, tra pazienti legati al letto e trattamenti che di umano non avevano alcunché. Basaglia riassegna un nome e un’identità a corpi senza un passato, e soprattutto un futuro, ma assieme riflette sui guasti di quella “medicina” frutto di un positivismo scientifico depurato del rispetto per l’altro. Spiega Peppe Dell’Acqua, di Basaglia allievo ed erede, “per la prima volta fu possibile vedere il malato e non la malattia”. Eccola la rivoluzione. Ed è camminando su quel sentiero che diciassette anni dopo si arriva alla riforma. Nel mezzo c’è Trieste, il suo manicomio adagiato sulla collina di San Giovanni. Una successione di padiglioni a salire verso l’alto dove stava, e sta, la cappella religiosa, congedo per chi entrato decenni prima, lì dentro aveva spesso trascorso e ucciso l’intera esistenza. Alla corte di Basaglia arrivano da ogni dove, italiani, stranieri, medici alle prime armi, volontari. Così la rivoluzione comincia a vivere oltre i confini della teoria. Si fa pratica, servizi territoriali, centri aperti giorno e notte per ricollocare le vite recluse in una città che finalmente può riaccoglierle. Non cercavano quei visionari di liberare dall’istituzione le pareti del manicomio: a modo loro volevano togliere dalla istituzione la sofferenza, separare la “follia” dalla malattia.

Fino qui la riforma fatta, almeno tentata. Ma chi e come vorrebbe disfare oggi quella scommessa temeraria? La risposta torna lassù, al confine più estremo dove è in atto il tentativo di affondare un percorso durato oltre mezzo secolo. Si bandisce un concorso per la direzione del Centro di salute mentale 1 di Trieste. Vi concorre quasi naturalmente il candidato che svolge già le funzioni di direttore. La sua scuola è quella di Basaglia, ha il punteggio più alto tra tutti per il curriculum presentato. Alla prova orale, stranamente a porte chiuse, viene sorpassato da altri due candidati, in partenza assai dietro a lui per titoli espressi. Entrambi però provengono da esperienze e strutture che della pratica basagliana scorgono solo difetti e tragedie. Parliamo di sedi dove le pratiche di contenzione non sono mai scomparse e, se lo erano, hanno ripreso piede. A quel punto cinque autorità, ex direttori dei Dipartimenti di salute mentale della città capoluogo e di Gorizia, Udine, Alto Friuli e Pordenone, scrivono una lettera e mettono nero su bianco la denuncia di uno spoils system usato al solo scopo di silurare gli eredi di Franco Basaglia da “posizioni dirigenziali nelle quali le competenze e l’orientamento valoriale sono fondamentali e decisivi”. La notizia fa il giro del mondo, arrivano attestati di sostegno che esprimono il timore di una restaurazione. La paura è che si voglia colpire una realtà che l’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) in un documento in uscita tra pochi giorni giudicherà assieme alla francese Lille e alla brasiliana Campinas un “sistema complessivo di eccellenza” nell’ambito dei servizi di salute mentale di comunità. Dalla Regione, l’assessore competente denuncia la strumentalità della polemica (sic) e tanto basta. Ma la piccola grande storia che rischia di finire sepolta dall’ansia di tornare ai padiglioni coi “matti” reclusi ed esclusi, quella non merita di rimanere nel buio. Fosse solo perché nel buio, si sa, i fantasmi spesso ricompaiono.

ABBIAMO SOLO LA NOSTRA STORIA ED ESSA NON CI APPARTIENE

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 10/06/2021 - 16:15

di SILVA BON. -

Ho fatto il coming out molti anni fa. Ho trovato il coraggio di buttar fuori una mia esperienza al limite, che fa molta paura e suscita reazioni giudicanti e stigmatizzanti. Questo è successo a Milano per il City Book Festival davanti a una folta platea di gente ignota: presentavo assieme a Dell’Acqua il libro Guarire si può.

In questo libro ho raccontato parte della mia storia di vita vissuta, ma a Milano ho trovato il coraggio di dire quello che pubblicamente non avevo mai detto prima: che sentivo le voci.

Ho scritto e parlato molte volte di come è andato il mio destino difficile, soprattutto in Convegni di psichiatria, ma anche in molte altre situazioni protette.

Sono consapevole che fare dichiarazioni simili può creare moti di esclusione: le persone subito danno un nome, simile ad una diagnosi che cristallizza e blocca ogni altra considerazione. Eppure io ho dichiarato quello che sento, mossa da ragionamenti lucidi e razionali. Si può convivere con le voci.

Io ho attraversato molti momenti estremamente dolorosi, di sofferenza acuta; mi sono messa più volte in situazioni di pericolo mortale. Eppure oggi, dopo tanti anni, ho raggiunto la consapevolezza che sono in grado di affrontare tutti i problemi di una vita normale, pur sentendo le voci. Ogni cosa è ancora difficile, ma io sono più forte e ho più coraggio e determinazione.

Guarire significa anche questo: accettare quello che ci è toccato di vivere.

Rosy Bindi e Franco Rotelli a colloquio.

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 08/06/2021 - 17:52

Rosy Bindi e Franco Rotelli a colloquio su “Quale psichiatria?”. Mercoledì 9 giugno, alle ore 20.30 su Zoom e Facebook. Introduce Peppe Dell’Acqua.

Un dialogo tra la ex Ministra della Sanità e Vicepresidente della camera e uno dei principali fautori, con Basaglia, della chiusura dei manicomi: un osservatorio critico di alto livello sulla salute mentale.

Non è la semplice presentazione di un libro, ma un colloquio fra due figure che rappresentano insieme memoria storica e spirito critico sulla situazione della salute mentale da un osservatorio privilegiato e autorevole.

Così si prospetta l’incontro online di presentazione del volume “Quale Psichiatria? Taccuino e appunti” di Franco Rotelli, pubblicato da Collana 180 di Edizioni alphabeta Verlag, che ospita, insieme all’autore, Rosy Bindi, con l’introduzione di Peppe Dell’Acqua, direttore di Collana 180. Per partecipare all’incontro è consigliata l’iscrizione a Zoom (link:  http://bit.ly/presentazionequalepsichiatria). In alternativa l’incontro si può seguire in diretta dalle Pagine Facenook di @collana180 e @edizionialphabeta. I posti su Zoom sono limitati: solo chi accederà alla presentazione nella stanza di Zoom potrà porre a voce delle domande ai relatori.

Il confronto di Bindi e Rotelli toccherà decenni di percorsi storici fondamentali e nervi tuttora molto scoperti in ambito di salute mentale.

Rosy Bindi è stata Ministro della Sanità dal 1996 al 2000 e Ministro per le Politiche per la Famiglia dal 2006 al 2008; è stata Vicepresidente della Camera dei Deputati dal 2008 al 2013, Presidente del Partito Democratico dal 2009 al 2013 e Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia dal 2013 al 2018: da Ministro della Sanità ha avuto molto a cuore la salute mentale.“Mi auguro che la data del 31 dicembre ponga la parola fine ad una stagione della psichiatria consentendo di aprirne finalmente un’altra. Credo che, progressivamente, tale data abbia finito per assumere non solo il significato della dismissione degli ospedali psichiatrici ma anche quello di una rinnovata attenzione nei confronti della salute mentale […] Indico quelle che a me sembrano essere le cose più importanti. Innanzitutto, porre al centro l’integrazione socio-sanitaria […] perché rappresenta la normalità della risposta dei servizi.
Creare, poi, nell’integrazione socio-sanitaria, una forte integrazione tra ospedale e territorio, con particolare attenzione all’assistenza domiciliare, ai servizi di emergenza e alla riabilitazione […]”.
Così Rosy Bindi, allora Ministro della Sanità, alla XII Commissione Affari Sociali del 17 dicembre 1996, nell’ambito di un’indagine conoscitiva sulla chiusura degli ospedali psichiatrici.

A questo avvio seguiva un lungo lavoro che ha stimolato le Regioni e ha imposto ad esse un controllo accurato affinché la chiusura degli ospedali psichiatrici fosse reale e non un “trasferimento” puramente amministrativo delle persone da una struttura a un’altra.
L’iter ha portato anche al successivo progetto-obiettivo «Tutela della salute mentale» (1998-2000) che ha regolamentato le competenze organizzative e i compiti dei Dipartimenti di Salute Mentale riorganizzando sistematicamente i servizi deputati all’assistenza psichiatrica e costruendo una rete di servizi in grado di fornire un intervento integrato e continuativo.

Quale Psichiatria? Taccuino e lezioni di Franco Rotelli (che l’autore e Rosy Bindi commenteranno insieme) è composto da 22 saggi, scritti tra il 1967 e il 2018 e pone al centro della riflessione il concetto di libertà come “pensare altro”. La fine dell’istituzione manicomiale, di cui Rotelli è stato massimo fautore e interprete insieme a Franco Basaglia, diventa un passaggio imprescindibile nel superamento di un approccio semplicistico al disagio mentale basato sulla violenza e sull’esclusione sociale. Il principio ispiratore della radicale ristrutturazione dei servizi di salute mentale, secondo il modello realizzato a Trieste, consiste soprattutto in un’assunzione di responsabilità non solo nella pratica clinica, ma nei confronti dell’intera comunità. Un principio, dunque, essenzialmente “politico”.

Franco Rotelli
(1942) è stato uno dei protagonisti della riforma psichiatrica in Italia e uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia. Dal 1979 al 1995 ha ricoperto la carica di direttore dell’Ospedale psichiatrico di San Giovanni e poi, con il suo superamento, del sistema dei servizi psichiatrici della provincia di Trieste. Ha svolto poi l’incarico di direttore generale dell’Azienda sanitaria di Aversa (Caserta 2), e poi dell’Azienda Sanitaria di Trieste ed è stato presidente della Commissione Sanità e Politiche sociali della Regione Friuli-Venezia Giulia. Per la Collana 180 ha curato il volume L’istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010 (2016).

L’UNASAM SOSTIENE I SERVIZI DI SALUTE MENTALE DI COMUNITÀ DI TS E DEL FVG

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 02/06/2021 - 14:38

“È più che mai urgente difendere e garantire la continuità dei servizi di salute mentale di comunità nella regione Friuli Venezia Giulia, oggi fortemente sotto attacco. Per continuare a dire no alla coercizione e alla contenzione, per il rispetto dei diritti umani delle persone che vivono la condizione della sofferenza mentale e per una loro reale ripresa, per il benessere delle famiglie e della comunità, per garantire concorsi giusti e trasparenti per chi deve operare nei servizi della salute mentale.

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Questo il testo della petizione di UNASAM, in reazione a quanto sta succedendo a Trieste (e non solo, purtroppo) in queste settimane.

In indirizzo:
il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia
l’Assessore alla Salute della Regione Friuli Venezia Giulia
i Direttori Generali delle Aziende Sanitarie
p.c. il Ministro della Salute Roberto Speranza


Il testo completo:

Oggetto: Petizione a sostegno dei servizi di Salute Mentale di Comunità della Regione Friuli Venezia Giulia

Abbiamo appreso con sconcerto, dalle Associazioni Unasam della Regione Friuli Venezia Giulia, del tentativo della Giunta Regionale di smantellare l’esperienza cinquantennale di salute mentale di comunità. Una esperienza di avanguardia che costituisce per le famiglie che fanno riferimento alla nostra Organizzazione, ma per l’intera comunità italiana un modello di eccellenza.

A sostegno degli operatori che nei servizi del Friuli Venezia Giulia operano e che hanno il diritto e il dovere di portare avanti l’esperienza fin qui maturata, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona umana e di una pratica orientata al rispetto dei diritti umani e ai percorsi personalizzati di ripresa, chiediamo un cambio di rotta e il pieno riconoscimento da parte delle istituzioni regionali e locali del lavoro svolto nei centri di salute mentale e sul/col territorio. Mettendo a disposizione, dei servizi e degli operatori, le risorse umane e finanziarie necessarie a garantire la prosecuzione del lavoro culturalmente avanzato fin qui svolto.

Condividiamo i contenuti del documento (che si allega alla presente) firmato dagli ex Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale che sta raccogliendo sostegno e adesione dall’Italia e dal Mondo.

Per opportuna conoscenza si trascrive qui di seguito la Petizione che abbiamo sentito il dovere di lanciare, nella speranza che questo non riconoscimento da parte del Governo del Friuli Venezia Giulia cessi e si

avvii anche una verifica urgente sulle operazioni e risultanze concorsuali che hanno fortemente preoccupato le nostre Associazioni.

PETIZIONE:
“E’ più che mai urgente difendere e garantire la continuità dei servizi di salute mentale di comunità nella regione Friuli Venezia Giulia, oggi fortemente sotto attacco. Per continuare a dire no alla coercizione e alla contenzione, per il rispetto dei diritti umani delle persone che vivono la condizione della sofferenza mentale e per una loro reale ripresa, per il benessere delle famiglie e della comunità, per garantire concorsi giusti e trasparenti per chi deve operare nei servizi della salute mentale.

Un certo numero di atti amministrativi posti in essere ormai da tempo minaccia di smantellare l’esperienza di salute mentale di comunità di Trieste e della Regione Friuli Venezia Giulia, che ha aperto la strada alla legge di riforma psichiatrica e alla chiusura dei manicomi in Italia e nel mondo. Tale modello è punto di riferimento fondamentale per servizi basati sui diritti e incentrati sulle persone, come riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. E costituisce per le Associazioni dei Familiari dell’UNASAM un punto di riferimento culturale e pratico da difendere. Ciò nonostante oggi esso è a rischio per l’impoverimento delle risorse umane e materiali e per scelte che riguardano la continuità nella direzione dei servizi.

Si vuole ridurre il numero dei Centri, il loro orario di apertura, la loro dotazione di posti letto che permette alle persone di affrontare e superare la crisi in un ambiente accogliente e non ospedaliero. Ciò porterebbe ad un grave arretramento della qualità dei servizi, con grave danno per l’utenza e per i loro diritti, non solo in questa regione ma in tutto il paese. Attraverso l’impoverimento del servizio pubblico si aprono sempre più spazi al privato.

A conferma di ciò, recenti vicende concorsuali su cui andrebbe fatta piena luce, hanno penalizzato dirigenti formatisi nelle esperienze originali della Regione, a vantaggio di persone del tutto avulse dai valori, dai principi e dalle caratteristiche organizzative che rappresentano l’identità, la storia e l’attualità dei servizi di salute mentale del Friuli Venezia Giulia. Preoccupa l’affidamento di questi servizi a psichiatri che vengono da situazioni decisamente meno avanzate culturalmente, da reparti chiusi che usano la contenzione, o da modelli semplicistici, basati principalmente sul binomio trattamento ambulatoriale-ricovero, invece di

centri di salute mentale aperti sulle 24 ore e di programmi di cura e di reinserimento che rispondano all’intero arco dei bisogni delle persone.

Come indicato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è necessario oggi più che mai affermare procedure coerenti e corrette di nomina della dirigenza nei servizi sanitari. In questa situazione è peraltro opportuno che sia valutata la competenza e l’impegno di quanti si sono spesi in questi anni nel lavoro concreto e nello sviluppo di questi servizi, in modo da garantire la continuità necessaria e le risorse adeguate per la tutela della salute mentale e la qualità della vita delle persone con disagio psichico.

Occorre ripartire da una forte alleanza di utenti, famiglie, altri cittadini, professionisti, servizi, prima che i guasti siano irreparabili e si disperda il grandissimo patrimonio accumulato in 50 anni di esperienze. La libertà è terapeutica.”

La presente è sottoscritta da tutta la Direzione Nazionale dell’UNASAM e dal Comitato Etico Scientifico:

DIREZIONE NAZIONALE UNASAM

Gisella Trincas – Presidente (Regione Sardegna)
Antonella Barbagallo – Vice Presidente (Regione Piemonte)
Giancarlo Castagnoli – Segretario/Tesoriere (Regione Emilia Romagna) Roberto Pezzano – Consigliere (Regione Sicilia)
Alessandro Sirolli – Consigliere (Regione Abruzzo)
Elena Canali – Consigliere (Regione Lazio)
Valerio Canzian – Consigliere (Regione Lombardia)
Carmela Azzilonna – Consigliere (Regione Basilicata)
Cosimo Venerito – Consigliere (Regione Puglia) Annalisa Marrone – Consigliera (Regione Umbria)
Daniela Careddu– Consigliera (Regione Friuli Venezia Giulia) Fernando Pretto – Consigliere (Regione Veneto)
Immacolata Cassalia– Consigliere (Regione Calabria)
Gunther Plaicken – Consigliere (Provincia autonoma di Bolzano) Alessandra Tagliaferri – Segreteria Nazionale

COMITATO ETICO SCIENTIFICO UNASAM

Paola Carozza, Psichiatra Giuseppe Tibaldi, Psichiatra Giuseppe Cardamone, Psichiatra Luigi Benevelli, Psichiatra Roberto Mezzina, Psichiatra Roberta Girau, Psichiatra Francesco Maisto, Giurista Antonella Calcaterra, Avvocato

Daniele Pulino, Sociologo
Silva Bon, Storica Contemporaneista
Cosimo Venerito, Operatore Se.Pe. Presso Centro Sperimentale Marco Cavallo Anna Fava, Ricercatrice
Alessandro Sirolli, Psicologo
Roberto Luigi Pezzano, Psicologo
Barbara D’Avanzo, Ricercatrice Mario Negri

Nella speranza che questo nostro intervento possa contribuire a riportare serenità e fiducia nelle nostre famiglie, e la prosecuzione della esperienza di salute mentale di comunità sulle 24 ore e culturalmente orientata ai diritti umani e al pieno rispetto dei valori e dei principi della Legge 180, si resta in attesa di cortese riscontro

Bologna, 01.06.2021

PER UN IMPEGNO COMUNE

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 02/06/2021 - 10:20

I SERVIZI DI SALUTE MENTALE AI TEMPI DEL COVID-19: UN CONTRIBUTO DELLA WAPR ITALIA ALLA RIFLESSIONE

Massimo Casacchia, Barbara D’Avanzo, Gabriele Rocca e il Direttivo della WAPR Italia

Premessa

Il documento che segue ha l’intento di evidenziare le molte ombre che riguardano i servizi di salute mentale, troppo spesso frammentati e non comunicanti, le insoddisfazioni degli operatori, troppo pochi per garantire livelli essenziali di assistenza, cura e riabilitazione, la delusione delle persone che non riescono a raggiungere i loro obiettivi di vita e la fatica dei familiari che spesso si sentono troppo soli nella gestione del progetto di vita della persona malata.

Non vuole essere un documento solo di critica e di denuncia, ma si propone di promuovere un rinnovato entusiasmo, una determinazione forte nell’affrontare i gravi ostacoli che si frappongono ad una vita soddisfacente per le persone con disturbi mentali. Speriamo che questo atteggiamento positivo possa contaminare tutti coloro che hanno a cuore la salute delle persone affette da differenti disturbi mentali a cominciare da loro stesse, dai familiari, dagli operatori che non riescono a garantire alle persone il diritto di ricevere i migliori trattamenti farmacologici, psicologici e riabilitativi di provata efficacia.

Le carenze dei servizi di salute mentale sono note da molti anni. A fronte di questa constatazione gli operatori della salute mentale non sono riusciti a tenere in vita l’entusiasmo che aveva permesso nei decenni precedenti di superare barriere anche più radicate che si opponevano al superamento dell’istituzionalizzazione. C’è ancora tempo per farlo. È il momento di rafforzare il nostro impegno con ancora più coraggio per far sì che le persone con disturbi mentali siano considerate cittadini e risorse preziose.

Condividiamo le riflessioni e le proposte che seguono con questo spirito, per il superamento del senso di impotenza e con la fiducia che un dialogo autentico tra le associazioni, i professionisti, i servizi e le persone ci consenta di dare basi sempre più ampie all’impegno comune.

La sezione italiana della World Association for Psychosocial Rehabilitation (WAPR), nota come WAPR Italia, mantiene da sempre l’impegno a promuovere i principi e le pratiche che rendono possibili le migliori condizioni di vita nella comunità per le persone con disturbi mentali. Questo si è tradotto nel dar voce alla cultura della riabilitazione psicosociale – come disciplina volta al miglioramento funzionale delle persone con disabilità e fondata sulle evidenze di efficacia – attuabile solo in servizi radicati nella comunità, che operano nel pieno rispetto dell’autonomia delle persone e nell’adeguata considerazione dei determinanti sociali del disagio mentale. L’orientamento è dato dal valore della difesa dei diritti umani sia all’interno dei servizi, per contrastare pratiche coercitive di qualsiasi natura, che al loro esterno, contro lo stigma e le barriere nell’accesso ai servizi. Grande attenzione viene posta alla penuria di risorse e agli effetti patogeni delle diseguaglianze sociali e della povertà sia materiale che relazionale.

La recente pandemia da SARS-CoV-2, con le sue ricadute sul sistema sanitario, è venuta a cadere in una fase di progressivo impoverimento dei servizi di salute mentale sia dal punto di vista della quantità delle risorse, sia per quella che viene spesso definita “deriva biologista” che priva la sofferenza mentale della sua inevitabile complessità.

In linea con altri e alla luce dei dati più recenti, riteniamo che esista un significativo problema di riduzione di personale e di cure coniugato con l’indebolimento della cultura della salute mentale di comunità e della prevenzione sia a livello di pianificazione che di operatività (http://siep.it/newsletter/numero10/numero10.html). Nonostante le premesse, forse date troppo per scontate, di un nuovo paradigma di cura nella comunità, riteniamo che le varie articolazioni dell’assistenza psichiatrica sono rimaste poco integrate con gli altri servizi, sono ancora arretrate sugli aspetti dell’acquisizione dei diritti fondamentali e non abbastanza attente alla qualità della vita delle persone con disturbi mentali. La residenzialità psichiatrica, nonostante la recente battuta d’arresto di un’espansione che sembrava incontrollabile, rimane un modello profondamente radicato nei piani terapeutici, e il modello di supporto ai bisogni più complessi stenta a sganciarsi in modo significativo dal setting residenziale strutturato (Barbato et al, 2020). Il ricorso agli psicofarmaci come strumento prevalente di cura, le difficoltà di un utilizzo appropriato e l’impatto sulla salute fisica di chi li assume rimangono aspetti da monitorare. Il momento attuale appare caratterizzato da un utilizzo crescente degli psicofarmaci (Drukarch et al, 2020), in parallelo, paradossalmente, al quasi totale arresto della ricerca di molecole più efficaci, con effetti più mirati e minori effetti avversi. Invece, grandi numeri di utilizzo degli psicofarmaci ne mettono in evidenza i limiti di efficacia e gli effetti avversi, con impatto sulla morbilità e la mortalità (Tanskanen et al, 2018). E’ verosimile che all’uso così ampio e prolungato degli psicofarmaci sarebbe possibile porre un argine rinforzando la disponibilità di competenze e strumenti per gli interventi psicologici, psicosociali e di inclusione sociale reale di dimostrata efficacia, spesso non offerti su base regolare e per durate sufficienti, e non a tutti.

Nonostante il punto di vista degli utenti sia valorizzato nella narrazione dell’evoluzione della cura (non solo in salute mentale), nonché, in molti casi, nella relazione con gli operatori dei servizi, l’integrazione della visione e delle richieste degli utenti non è stata ancora realmente presa sul serio. Tuttora, incredibilmente, non abbiamo che poche frammentarie e non troppo ufficiali posizioni di utenti su come i servizi potrebbero meglio affrontare le loro esigenze (Kauffmann et al, 2017). Ci preme quindi riaffermare la volontà di dar voce a tutti coloro che sono coinvolti nella tutela della salute mentale: tutte le figure professionali, ma anche le associazioni di familiari e utenti che già oggi svolgono, seppur in modo disomogeneo nel paese, un importante ruolo di interlocuzione a vari livelli. L’ulteriore passaggio auspicabile è quello di individuare le modalità idonee a far sì che gli utenti e i familiari possano essere stabilmente coinvolti nella programmazione, gestione e valutazione dei servizi di salute mentale. Ma anche il dialogo tra amministratori, legislatori, magistrati, operatori della salute mentale, operatori dei servizi sociali, familiari, utenti, cittadini è ancora percepito come limitato e faticoso. Spesso, nelle occasioni pensate con lo scopo di un confronto autentico e volto alla comprensione da parte degli uni del punto di vista degli altri si ha l’impressione che non si riesca ad andare al cuore del problema. Prova ne sia che il supporto tra pari è stato introdotto in forma regolare, riconosciuta e retribuita in una esigua minoranza di servizi.

La WAPR abbraccia pienamente la teoria che la sofferenza mentale ha origini che affondano nelle condizioni socio-economiche delle persone e delle comunità. Vi è accordo unanime che fattori sociali, come la povertà e la fame, la trascuratezza nell’infanzia, l’abuso fisico, sessuale e psicologico contribuiscano all’insorgenza e al decorso sfavorevole delle malattie mentali, così come l’educazione possa avere una funzione protettiva (Allen et al, 2014). Tali argomenti di sconfinata portata sono tenuti presenti nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (UN, 2015) che prende atto della sofferenza di intere popolazioni causata da fattori economici, sociali, ambientali, e che propone soluzioni urgenti per salvare il mondo. L’Agenda 2030 rappresenta un manifesto da assumere come guida nella cura e nell’elaborazione dei progetti, che trovano ostacoli a volte insormontabili nei fattori economici e sociali. Inoltre, l’isolamento e l’emarginazione di tante persone con disturbi mentali, che non possono esprimere le loro potenzialità, hanno la conseguenza di impoverire il capitale sociale di una comunità. Ed è proprio in termini di capitale sociale che è necessario ragionare, se consideriamo che i disturbi mentali e i sintomi psichiatrici si presentano nella popolazione generale lungo un continuum, e la soglia oltre la quale parliamo di “patologia” è convenzionale (van Os et al, 2009). Ma la presa in carico del disagio diffuso da parte dei servizi di salute mentale non può essere la risposta al malessere diffuso nella popolazione, che va invece attuata attraverso le politiche per l’inclusione sociale e la fruizione dei diritti fondamentali e grazie all’attivazione di tutte le agenzie sociali e dei singoli cittadini nell’accogliere il disagio e nel supportare le persone che ne soffrono. In questo senso, si pensi, ad esempio, alle esperienze delle reti sociali naturali, o della coalizione comunitaria (D’Avanzo et al., 2017) e altre forme di attivazione della comunità. In realtà, il ruolo dei determinanti sociali nei disturbi mentali si integra a fatica nella concezione della malattia mentale di cui si occupano i servizi e rimane un tema epistemologico affascinante quanto difficile.

L’attitudine ad affrontare gli inserimenti lavorativi e il reperimento di soluzioni abitative accessibili per le persone con disturbi mentali gravi in una logica “clinica” – all’interno di quanto i servizi possono offrire, in modo spesso lontano, nel caso degli inserimenti lavorativi, dalle dinamiche produttive e non estraneo al vecchio paternalismo psichiatrico – marca un’accettazione implicita della separatezza delle persone con disturbi mentali dalle altre persone, la credenza che le politiche sociali non siano qualcosa di cui gli psichiatri debbano interessarsi o, forse, il loro vissuto di impotenza davanti a questo (Maone e Fioritti, 2015). Si perde così l’occasione di dare sostanza al nesso tra malattia mentale e povertà/non accesso ai diritti.

Sull’approccio alla cura rimane sostanziale la storia delle persone, con una messa tra parentesi delle diagnosi che sono necessarie, ma non sufficienti, per garantire percorsi di vita soddisfacenti per coloro che presentano disturbi mentali (Slade, 2009). La realizzazione di un progetto di vita è l’obiettivo su cui devono convergere quindi più sforzi e più competenze. In questo senso va l’individuazione di un budget di salute, come forma di personalizzazione della cura, e che in Italia ha già visto diverse realizzazioni (Fontecedro et al., 2020).

La pandemia ha messo a nudo la povertà dei servizi, ha esasperato la fragilità delle persone con disturbi mentali, inasprendo gli effetti dell’isolamento in cui vivono molte di esse. Dalle indagini condotte, insieme ad altri, dalla WAPR stessa in occasione del primo lockdown, un aspetto positivo della riorganizzazione dei servizi è consistito nella maggiore diffusione delle tecnologie per la comunicazione, senza le quali non sarebbe stato possibile dare supporto a molte persone. Tuttavia, queste sono utilizzabili solo con chi dispone di una connessione internet, di dispositivi adeguati e di qualche abilità informatica. Per gli altri si è approfondita la divaricazione tra chi può e chi non può accedere alle cure (Mezzina et al, 2020). In un auspicabile ripensamento dell’utilizzo di risorse (comunque da aumentare, come sostenuto dall’UNASAM, e non solo), gli strumenti di connessione quali tablet, smartphone, computer, potrebbero essere messi a disposizione degli utenti che non possono accedervi, addestrandoli all’utilizzo. Si tratta di una proposta realistica e facilmente attuabile, che vorremmo sottoporre ai direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale.

Non possiamo poi dimenticare che i disturbi mentali sono essi stessi un fattore di rischio e le persone affette da tali disturbi hanno una maggiore probabilità di ammalarsi di COVID-19 rispetto alla popolazione generale, incontrando anche maggiori barriere nel percorso di cura una volta ammalati (Yao et al., 2020).

Alcuni degli argomenti che abbiamo presentato sono stati rilevati anche nella survey che la WAPR ha condotto durante la prima ondata del SARS-CoV-2 e a cui hanno risposto 1046 operatori di diverse regioni italiane (D’Avanzo et al, 2020). In particolare, gli operatori, oltre ad esprimere apprezzamento per l’uso delle tecnologie e la possibilità del supporto a distanza, hanno espresso preoccupazione soprattutto per le persone isolate e con poche relazioni sociali e in misura limitata per le persone con disturbi psicotici, sottolineando come la fragilità venga vista nelle condizioni esistenziali più che in quelle patologiche o, forse, nella consapevolezza di poter agire sulle ultime, ma molto meno sulle prime. Inoltre gli operatori hanno visto nelle nuove modalità di lavoro la possibilità di pensare ai progetti in modo meno “routinario” e di scegliere in modo più personalizzato obiettivi di cura e strumenti per raggiungerli. In altri termini, si colgono quegli elementi che permettono di vedere la pandemia anche come una opportunità per promuovere processi di trasformazione della rete dei servizi di salute mentale. Al di là di ogni semplificazione, ci sembra di individuare una disponibilità al cambiamento che va sicuramente approfondita e sostenuta nei suoi aspetti più innovativi.

Questo documento vuole rivolgersi non solo a governi, ministeri, commissioni parlamentari, spesso raggiungibili dopo percorsi lunghi e tortuosi, ma soprattutto alle regioni e agli enti locali, che gestiscono le risorse del territorio e che possono mettere in atto politiche concrete finalizzate all’inserimento lavorativo, all’accensione di percorsi di tirocinio professionalizzante e di apprendistati lavorativi. Più semplicemente, vuole essere anche la dichiarazione degli impegni che vogliamo assumere come WAPR Italia nel sottoporre questi temi all’attenzione degli operatori, degli utenti dei servizi, degli amministratori e del pubblico.

I servizi di comunità, nella loro realizzazione imperfetta, sono stati sottoposti alla dura prova della pandemia, che ha limitato le loro già scarne funzioni, spesso ridotte all’indispensabile (di solito farmacologico), ha inciso sulla frequenza e sulla regolarità del confronto tra gli operatori e tra i servizi, ha offuscato la visione di un futuro su cui progettare per le singole persone e per i servizi stessi. Tali eventi si sono sovrapposti a una crisi economica e sociale che ormai da tempo colpisce le fasce più deboli della popolazione e indebolisce il Servizio Sanitario Nazionale, in modo particolare nelle sue articolazioni extra-ospedaliere. Per poter garantire la salute dei cittadini e con essa la salute mentale sono necessarie idee, persone che si confrontano, modelli organizzativi duttili, risorse economiche utilizzate non secondo un’abitudine ma secondo una visione di servizi innovativi e proattivi, che superino l’erogazione burocratica di prestazioni e si propongano come soggetti attivi, capaci di realizzare progetti individualizzati all’interno di una rete sociale protettiva e autonomizzante ad un tempo. È chiaro che se l’impianto dei servizi di comunità non evolve marcatamente nel senso degli elementi indicati sopra, non potranno mai approdare ad un porto sicuro. Certamente non vi è mai nulla di conquistato per sempre, ma la pandemia ha indicato chiaramente che è necessario fare di più e farlo con un atteggiamento autenticamente rivolto al consolidamento del paradigma dei servizi di comunità a cui deve legarsi una costante attenzione ai fattori sociali ed economici che condizionano la salute e la cura delle persone.

(disegno da: inpsiche.it)

IL CAMBIAMENTO TRADITO

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 30/05/2021 - 15:17

Da “Repubblica Salute”, 29 maggio 2021

Il cambiamento tradito

Luigi Manconi torna sulla questione del deterioramento delle pratiche di salute mentale con un suo articolo su La Stampa di qualche giorno fa (17 maggio). La lista delle cattive pratiche riscontrabili in molti servizi di salute mentale riesce davvero impressionante. E dolorosa per chi, come tanti di noi, non hanno mai smesso di pensare le persone, i cittadini con l’esperienza del disturbo mentale, al centro delle cure “umane e gentili” che il cambiamento legislativo di quasi mezzo secolo fa voleva garantire.

Negata l’istituzione, com’è accaduto in tutto il nostro paese, e meglio, nella concretezza delle pratiche territoriali, in tante realtà locali, bisognava da subito interrogarsi sul che fare, su che cosa poteva voler dire dare continuità al lavoro di critica e di distruzione del manicomio. Sta qui il nodo cruciale che non abbiamo potuto evitare e che non finirà mai di interrogarci: come, negata l’istituzione della psichiatria, pensare, progettare, montare le nuove istituzioni della salute mentale. Ecco il compito, direi l’urgenza, che, impreparati, abbiamo dovuto affrontare.

Ero un ragazzino in quegli anni, uno dei giovani di Basaglia arrivati a Trieste da mezza Italia. Un ragazzino che capiva poco di manicomi e ancor meno di istituzioni totali e, tuttavia, ero entusiasta, avvertivo nelle quotidiane assemblee l’ansia del che fare, la paura di trovarsi in mezzo al guado, il pensiero di un mondo nuovo possibile (Il sogno di una cosa?). Ogni indecisione, ogni errore poteva segnare il fallimento. Il gruppo che si andava riconoscendo veniva messo alla prova ogni giorno. Avvertivamo voci di sfida: è facile – dicevano – buttare giù una rete, un muro, aprire una porta. E poi?!

Non si può negare che rompere è più facile che costruire.
Questo vale certamente per le cose, ma quando ci si riferisce alla vita dell’uomo, come stava accadendo, allora il distruggere e il costruire assumono tutta un’altra dimensione: rimandano a scelte di campo profonde, rigorose, difficili da frequentare.
Così Basaglia conclude nella bella intervista di Ernesto Venturini ne Il giardino dei gelsi, Einaudi 1979: “distruggere l’istituzione è quanto di più difficile e ruvido si possa immaginare”.

La distruzione, e la conseguente profonda trasformazione, ha preteso una ricerca impietosa sulla natura della malattia mentale, sulla sua in/consistenza “scientifica”, sulla ragione delle istituzioni totali. Forse bisognerà non stancarsi mai di tornare a rivedere quei percorsi, riascoltare quelle storie.
Da dove ha potuto avere origine la trasformazione che Basaglia cerca faticosamente di realizzare?

Non riesco a pensare ad altro se non ai primi giorni goriziani. È il novembre del 1961. Un giovane medico, non ancora quarantenne, mandato via dall’università di Padova perché troppo filosofo entra nell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Sarà il nuovo direttore. Vede la violenza delle porte chiuse, delle contenzioni, delle divise. Vede “con gli occhi del filosofo” una violenza più grande: gli uomini e le donne non ci sono più. Avverte la vertigine del vuoto, la solitudine dell’assenza. È questa la dolorosa condizione che senza tregua lo interroga.

Cosa fare per far tornare i corpi vivi, le voci, le memorie di tutta quella dolente umanità? Deve interrogarsi su cosa è quella psichiatria figlia del positivismo scientifico che costringe ogni respiro a oggetto. La malattia nascondeva ogni cosa. I nomi e le passioni, le storie e i sentimenti, i bisogni e le emozioni non hanno mai abitato quel luogo. E la cura, neanche a pensarci.

Così, messa tra parentesi la malattia, come svegliandosi da un lungo sonno, tutti cominciarono per incanto a chiamarsi per nome, a raccontare una storia, a ricordare un villaggio, a riprendersi il proprio tempo. A Gorizia si cominciò allora ad aprire le porte, ad abolire tutte le forme di contenzione, i trattamenti più crudeli. Gli internati divennero cittadini, persone, individui. Da allora fu possibile curare e cercare un altro modo per ascoltare, per esserci, per riconoscersi. Fu possibile vedere il malato e non la malattia, le storie singolari e non le diagnosi, vivere la propria vita malgrado tutto. Fu possibile denunciare per la prima volta le torture e la vergogna di due secoli di istituzioni totali.

Con la legge 180 moltissimi pensarono, e continuano a pensare, che una storia anche se eroica ed entusiasmante, si era conclusa. Chiusi i manicomi, dissero, la psichiatria sarebbe stata accreditata nel mondo certo della clinica, avrebbe guadagnato il candore del camice bianco, le promesse della moderna medicina e gli orizzonti miracolosi dei farmaci, delle psicoterapie senza fine. La pericolosità, la deriva sociale, i diritti negati finalmente avrebbero interessato i carabinieri, i servizi sociali, la politica. Finalmente una psichiatria pulita!: così i tanti psichiatri che plaudivano alla nuova legge.

Si andava marcando una frattura (una paradossale continuità, in realtà) tra un prima, il manicomio, e un dopo, le psichiatrie delle diagnosi e del manuale diagnostico statistico.
Non era stato il manicomio l’oggetto del lavoro di deistituzionalizzazione ma la sofferenza, la follia che diventa malattia, la negazione dei soggetti e dei diritti, l’esclusione.

L’approvazione della Legge 180 del 1978 dava finalmente inizio al lavoro di deistituzionalizzazione. In molte regioni l’inerzia e la corsa verso i servizi ospedalieri, i fragilissimi e freddi ambulatori e le liste di attesa, la ricerca affannosa di posti dove mettere i matti rallentarono non poco la chiusura (i manicomi chiuderanno 20 anni dopo!) e contribuirono a disperdere le ragioni di quella faticosa trasformazione appena avviata, perdendo di vista la comunità, i contesti e le reti che andavano progettate e ordite.
Fu chiaro allora che bisognava pensare alla cura, al riconoscimento ostinato dell’altro, ai nuovi luoghi dell’incontro che rispondessero a quelle premesse. Abbandonato il manicomio la cura poteva realizzarsi nei contesti, nelle relazioni, nella quotidianità. Potevamo immaginare di incontrare la sofferenza e il bisogno prima che diventi malattia. Un nuovo spazio dove le persone, senza la paura della porta che si chiude alle loro spalle, possono entrare per chiedere aiuto, per dire il proprio male, condividerlo. Un confine aperto che garantisce sempre il ritorno.
Cominciamo a immaginare e a organizzare luoghi che dovevano accogliere le voci, le identità molteplici, i conflitti: condomini, piazze, mercati, stazioni. Un luogo, penso al centro di salute mentale 24h nella mia esperienza triestina, che vuole vedersi abitato non (soltanto) dai folli. Tra questi luoghi che andiamo immaginando e il fuori (il territorio) si disegna una soglia che definisce lo spazio dell’incontro, dell’ascolto, dell’aiuto, della terapia; che contrasta il rischio della sottomissione e dell’assoggettamento così presente quando ricorre l’esperienza della malattia, della fragilità, del bisogno.

In questi anni è stato possibile dimostrare che possiamo aver cura del folle, del diverso, del vecchio, del bambino in un altro modo. I Centri di salute mentale e i tanti e diversi luoghi di accoglienza, di cura, quando sono attivi, presenti e prossimi quotidianamente a sostegno della vita delle persone; le cooperative sociali, quando veramente sono in grado di stare sul mercato e piegarsi al bisogno singolare; le associazioni delle persone che vivono l’esperienza della fragilità, quando fanno crescere protagonismo e partecipazione; i luoghi dell’abitare e i laboratori, lì dove davvero si coltiva il valore della relazione, la bellezza degli spazi e degli oggetti, la qualità dei lavori e delle produzioni, dimostrano che è possibile curare senza contenzioni, con le porte aperte, con il sostegno puntuale, anche economico, della vita quotidiana, con la possibilità per le persone di abitare diverse e plurali identità. Con la possibilità di guarire.

Questi luoghi, e le buone pratiche che li abitano, non riescono neanche a immaginare le “porte chiuse” e gli abbandoni colpevoli, contrastano quotidianamente la psichiatria delle distanze, diventano il momento privilegiato dell’ascolto, dell’accoglienza silenziosa e non perdono mai di vista il fuori. Anzi è la attenta valorizzazione di quel fuori (quel territorio di cui oggi tanto si parla) che pretende la cura in una sorta di contiguità tra la casa delle persone, gli spazi del rione, i luoghi collettivi, il centro di salute mentale, il distretto, il centro diurno. Progettare e costruire la cura significa rendere concreta, praticabile, abitabile la soglia.

Abitare la soglia ci costringe a incontrare l’altro nella sua realtà. Prima che il passaggio del confine salute/malattia avvenga. Prima che il disagio, l’isolamento, un profondissimo dolore, una inguaribile ferita si strutturi in malattia. Incontrare la sofferenza nella realtà dove essa accade. La trasformazione di cui vuole parlare Basaglia si muove da qui.

Il punto è che la buona volontà di tanti operatori, giovani e meno giovani, per tenere vivo l’orizzonte del cambiamento viene ostacolata da forme organizzative e dispositivi, leggi regionali e regolamenti aziendali che impediscono singolarità, creatività e complicità. Le culture e le pratiche preziosissime che in questi quarant’anni si sono realizzate non riescono più a interrogare sul senso, sulle radici, sulla dimensione etica e politica del lavoro. La dimensione critica dei saperi e delle pratiche della psichiatria va scomparendo dal lessico di tutti gli operatori.

Questo mestiere pretende una radicale e rischiosa scelta di campo, esige di prendere parte, di accettare l’incertezza e di vivere quotidianamente il conflitto. Nella solitudine e nella frammentazione è difficile, specie per i più giovani, scegliere, resistere all’omologazione, al richiamo dell’indifferenza. Infinite volte, alla fine delle assemblee con familiari, operatori, cittadini volenterosi, ci siamo detti, sconsolati, che senza luoghi adeguati e dignitosi, con una endemica carenza di personale e di fronte all’evidente povertà di mezzi e di danari, non si va da nessuna parte. Il nostro Paese spende poco meno del 3% del budget nazionale della Sanità per la salute mentale (con differenze notevoli tra le 20 regioni), a fronte del 10-15% di altri Paesi come Francia, Inghilterra, Finlandia. Aspettando le risorse, molti operatori entusiasti invecchiano e, delusi, prendono strade diverse. E ognuno si ritrova a difendere, timoroso, il proprio misero spazio dalla presenza dell’altro, mentre i territori delle aziende sanitarie diventano sconfinati e i dipartimenti e le organizzazioni tra accorpamenti e fusioni si trovano spaesati in circoscrizioni sconosciute, segnate con un tratto di matita sulla carta da amministratori di “alta formazione manageriale”.

Come abbiamo potuto non vedere nei fatti gli ostacoli insormontabili allo sviluppo di luoghi di relazioni e di vicinanza, dove sia possibile sostenere visibilità, appartenenza, protagonismo dei soggetti, dei più vulnerabili?

Cominciammo a progettare e lavorare privilegiando la “piccola scala”, in cricoscritte aree territoriali, anche con la finalità di riconoscere i bisogni, denunciare le diseguaglianze, promuovere malgrado la “malattia” una vita buona. Perché altrimenti, continuiamo a pensare Centro di salute mentale 24 ore? A gruppi di lavoro multidisciplinari dove l’incontro ravvicinato e quotidiano degli operatori garantisse conoscenza, condivisione, reciprocità? La dimensione affettiva, dicemmo! Oggi nelle smisurate terre dei Dipartimenti accade che infermieri, riabilitatori, cooperatori sociali, assistenti sociali, psichiatri, psicologi non si conoscano nemmeno, e ognuno arrangi nella solitudine la sua crescita culturale, le scelte formative o la fine di ogni interesse, impedito a ogni salutare confronto, inchiuso in un’impenetrabile autoreferenzialità.

La dimensione amorosa, soggettiva, utopica e un po’ sognante si è andata perdendo. E con essa non c’è più traccia del senso di appartenenza di quell’attenzione etica, politica e umana che avrebbe dovuto essere l’interrogazione dominante nei luoghi di questi mestieri.

A nulla serve credere che i fondi europei mobilizzeranno l’apatia e l’indifferenza dominante. La pandemia, che invochiamo a causa e giustificazione di ogni cosa, poco condiziona le questioni di cui cerco di parlare, che vengono da molto più lontano. La distanza e lo sguardo raggelante delle psichiatrie e delle psicologie che condizionano le scelte culturali e operative di tutto il mondo degli operatori domina il campo, e le persone che vivono l’esperienza continuano a essere obbligate a trattamenti, stupidi se non dannosi. La pratica della contenzione non è mai stata abbandonata, anzi i “legatori” vengono allo scoperto e rivendicano con parole gentili dignità alle loro orrende pratiche. La presa in carico delle singole persone e delle vastità dei loro bisogni, che pure abbiamo sperimentato con successo, dovrebbe rappresentare la potente alternativa alle modalità burocratiche e de-soggettivanti che dominano le (cattive) pratiche nella quasi totalità dei dipartimenti di salute mentale.

Basterà continuare a parlare di budget di salute, di Lea, di fondi europei e così via? Penso che non basterebbe. Non c’è più tempo. È il momento di denunciare con parole chiare, anche se dolorose, le distorsioni, le regressioni e i crimini di pace quotidiani che continuano ad accadere. La ingovernabilità delle differenti e contrastanti politiche regionali, delle inutili formazioni accademiche, delle povertà di cultura e di risorse delle aziende sanitarie in ordine alla salute mentale, sono evidenti. Un gruppo di operatori, del quale ho fatto parte, ha compilato un progetto di legge, con l’intenzione di dare unitarietà alle politiche di salute mentale, portato in Parlamento dalla Senatrice Nerina Dirindin e ripreso in questa legislatura alla Camera dall’On. Elena Carnevale e al Senato da Paola Boldrini (DDL 11 luglio 2018, http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/49630.htm).

Forse bisognerebbe ricominciare da lì.

Peppe Dell’Acqua

“Non penso faccia titolo essere seguaci di Basaglia”

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 28/05/2021 - 18:38

Così Riccardo Riccardi, vicepresidente della Regione FVG e Assessore alla salute, su Il Piccolo del 25 maggio 2021.
Una persona su quattro almeno una volta nella vita attraversa l’esperienza del disagio psichico (dati OMS).
Siamo seguaci di un modello, di un’attitudine, di una impostazione.
Basaglia non è solo la chiusura dei manicomi, Basaglia è la riorganizzazione di un sistema permeato da un aggressivo riduzionismo, dalla ipermedicalizzazione della salute e dalla subalternità dei ruoli sociali.
A Trieste, ormai da diverso tempo, è in corso un facinoroso tentativo di annientamento del sistema di salute territoriale. Un modello che ha reso negli anni la nostra città eccellenza a livello mondiale.

Lavorare sul territorio significa concepire la salute come un costrutto sistemico. Riconoscere che il benessere di ciascuno non è riassumibile nel singolo individuo, ma è dato da un insieme di corpi, di situazioni e di contesti in costante interazione. Significa assumere la complessità del mondo come elemento imprescindibile nel processo di produzione della salute.
Riccardi nella stessa intervista rincara la dose: “attribuirsi la definizione di basagliano mi pare un atto di grande presunzione”

Personalmente ritengo che il vero atto di grande presunzione si possa osservare nella medicina tradizionale, così come nella vecchia psichiatria. Istituzioni che considerano la salute come la banale assenza di malattia o l’assenza di una condizione sintomatologica. Una medicina che non indaga la molteplicità dei fattori che caratterizzano ed inficiano sulla condizione della persona; non si preoccupa di definire o manipolare le determinanti psicosociali alla radice; non va ad agire nell’ottica della prevenzione.

Il lavoro territoriale esce dai luoghi di cura e si impegna a raccogliere i bisogni delle persone nei loro contesti di vita. Restituisce la soggettività nei percorsi di cura promuovendo risposte puntuali e tarate sulle reali necessità dell’individuo. Rigenera i luoghi di vita e rivalorizza, moltiplicando, le risorse presenti.

L’attuale visione politica agisce in direzione contraria. Vuole costruire grandi centri ospedalieri lontani dai contesti di vita. Vuole ridurre le ore di apertura dei centri di salute mentale. Vuole ridurre il numero di operatori nei servizi. Vuole aumentare la platea per ogni centro e per ogni medico di base. Vuole investire nella sanità privata a scapito della pubblica.

Non è l’essere seguaci di Basaglia a fare titolo.

A fare titolo è una storia lunga 50 anni che ha saputo superare diverse istituzioni. Una storia che è stata in grado di rompere schemi anacronistici e indecorosi. Una storia che ha restituito diritti laddove negati. Una storia di lotta che ancora oggi si scrive e che si continuerà a scrivere in futuro.

Essere basagliani significa tenere aperte le contraddizioni.

Significa lottare affinché tutte e tutti possano accedere agli stessi servizi, indipendentemente dal proprio capitale.Significa responsabilizzarsi rispetto al proprio ruolo e al proprio mandato sociale.

Significa non delegare la malattia esclusivamente alla persona.
Significa non accusare il corpo del singolo se esprime il malessere di una società contraddittoria, fallace e discriminante.

Significa non legare le persone ai letti.
Significa avere il coraggio di accusare le istituzioni quando falliscono.
Significa stare nelle cose.
Significa sospendere il giudizio.
Significa amare la complessità.
Significa essere in costante tensione per migliorare la vita di tutte e tutti.
Significa fare in modo che la salute sia di tutti e non un privilegio di pochi.

Siamo orgogliosamente basagliani, sig. Riccardi.

Il testo è tratto da un post di Kevin Nicolini, operatore di microarea, laureando in psicologia.

La salute mentale scompare dai radar

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 28/05/2021 - 17:49

Questa lettera, inviata al Piccolo all’indomani del concorso per la nomina del Dirigente della struttura complessa Centro Salute Mentale di Barcola, che ha avuto un esito tanto inaspettato quanto inaccettabile, ha avviato un ampio movimento di partecipazione anche e soprattutto a difesa del sistema di salute mentale FVG, sotto l’incomprensibile attacco dell’attuale Giunta regionale.

Col Covid la situazione già drammatica di carenza di risorse e di servizi per la salute mentale è andata ulteriormente peggiorando in tutta Italia. Centri di salute mentale inaccessibili, contrazione e perfino sospensione dell’attività domiciliare, riduzione di attività del volontariato e delle cooperative sociali. Di contro, era proprio grazie ad un accesso facile e rapido ai Centri di Salute Mentale, senza liste d’attesa, che non solo i servizi di Trieste, ma quelli di tutto il Friuli Venezia Giulia avevano consolidato negli ultimi anni un riconoscimento sia a livello nazionale che internazionale. L’OMS indica nuovamente, proprio in questi giorni, il modello Trieste (diventato regionale) come esempio mondiale di una rete integrata di servizi per la comunità, in una importante guida di prossima uscita. Le risposte alle persone “in tempo reale”, con un approccio non solo psichiatrico in senso stretto, ma allargato alla risposta ai bisogni della vita nella sua interezza, nel rispetto dei diritti umani, ne sono stati i pilastri.  In tutte le altre regioni, si diffondono invece strutture residenziali, spesso chiuse, private, che assorbono massima parte degli investimenti; si legano le persone in squallidi repartini ospedalieri; non si fanno visite domiciliari; si usano quasi esclusivamente (e spesso male) gli psicofarmaci; i bisogni quotidiani delle persone sono caricati sulle famiglie. Questa è la situazione mostrata pochi anni fa dalla Commissione Parlamentare, che invece premiava i nostri servizi.

Nonostante i molteplici riconoscimenti, l’attuale governo regionale sin dal primo momento non ha nascosto la volontà di mettere mano all’assetto dei Servizi di Salute Mentale, e la realizzazione degli obiettivi di miglioramento stabiliti dal Piano Regionale per la Salute Mentale nel 2018 si era subito resa difficoltosa. Anche l’ascolto delle istanze dei cittadini e delle associazioni era stato sostanzialmente interrotto. Si è registrata una riduzione degli organici di tutte le figure professionali. È apparsa chiara la volontà di voler ridurre e accorpare i CSM, imboccando una direzione contraria a quella del loro completamento che da anni si stava cercando di realizzare, e la stessa apertura sulle 24 ore, con la possibilità di accogliere persone in crisi in un ambiente accogliente e non alienante, è stata posta in questione riproponendo vecchi reparti ospedalieri. Ciò si realizzerà con i nuovi “Atti Aziendali”, evidentemente anche spezzando la continuità della linea dirigenziale.

Dopo i numerosi pensionamenti, le direzioni delle strutture, perfino dei Dipartimenti, erano state affidate a dirigenti “facenti funzione”, o per periodi brevi, con funzioni apicali affidate spesso “a scavalco” di più servizi. Contemporaneamente sono stati sospesi i concorsi per le direzioni dei Centri di Salute Mentale che evidentemente si vogliono ridurre. Nell’area Udinese, di sei posti di primario non ne è stato coperto nemmeno uno, mentre nell’area Giuliano Isontina i vuoti in posizione apicale sono quattro. Improvvisamente in questi giorni sono ripartititi i concorsi a Trieste e a Pordenone. Sono uscite graduatorie singolari, dove tutti coloro che si sono formati alla scuola basagliana sono stati penalizzati o esclusi, nonostante anni di impegno nei servizi e curriculum decisamente migliori, a tutto vantaggio di canditati, spesso sconosciuti, che vengono da fuori regione. Non si pensava che anche in questa regione lo spoils system arrivasse a toccare posizioni dirigenziali, nelle quali le competenze e l’orientamento valoriale sono fondamentali e decisivi.

Si intende affidare i nostri servizi a psichiatri del tutto alieni a queste – ormai consolidate – esperienze d’avanguardia, e che vengono invece da situazioni arretrate, reparti spesso chiusi e che usano la contenzione, che propongono insomma vetusti modelli ambulatoriali o di ricovero invece di programmi di cura e di reinserimento che rispondano ai bisogni delle persone con disturbo mentale. Queste scelte autolesionistiche sono dannose non solo per il sistema attuale, ma per i cittadini, e fanno da apripista allo smantellamento dei migliori servizi creati dalla riforma psichiatrica dopo i manicomi, determinando quell’impoverimento e quell’inefficienza del servizio pubblico che in tutta Italia aprono spazi al privato.

Si deve coinvolgere la cittadinanza e ripartire da una forte alleanza di utenti, famiglie, professionisti, servizi, rimettendo insieme le esperienze di ieri e di oggi prima che i guasti siano irreparabili e si disperda il grandissimo patrimonio accumulato in 50 anni di esperienze. La libertà è terapeutica, si è detto e sostenuto: è un diritto, il più grande, per gli esseri umani, che Franco Basaglia ha restituito a tutti gli italiani, chiudendo i manicomi e cambiando la legge. Non lasciamo per questo soli i servizi, ed evitiamo che la salute mentale della regione, col Covid, scompaia definitivamente dai radar, con grave danno per tutti.

Roberto Mezzina, Franco Perazza, Renzo Bonn, Mauro Asquini, Angelo Cassin – già Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale di Trieste, Gorizia, Udine, Alto Friuli e Pordenone.

Il Piccolo sta seguendo puntualmente la vicenda.
Qui i link dei primi articoli del 25 maggio; gli altri sono seguiti e seguiranno nelle giornate successive.

—> LEGGI “Dirigenti basagliani penalizzati ai concorsi: il modello Trieste è a rischio”
—> LEGGI “Peppe Dell’Acqua: non è questione di persone, si tratta di difendere un modello”
—> LEGGI “Dirigenti penalizzati: Riccardi respinge le critiche”

Immagine: Lojze Spacal, Spazio poetico, 1982

Si parla di Pandemia con Benedetto Saraceno e Marco Geddes

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 26/05/2021 - 08:47

Oggi si terrà il primo appuntamento di FestivaLungo 2021 Web Edition, che il Centro Studi Generazioni&Luoghi promuove a Palazzo La Marmora dal 2015 e che in questa edizione propone una serie di eventi online.

Alle ore 18.00 Benedetto Saraceno e Marco Geddes saranno ospiti del talk online dedicato a “Pandemia: dove siamo e dove andiamo”, trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Palazzo La Marmora

Sarà anche l’occasione questa, per Benedetto Saraceno, di presentare il nuovo libro di Collana 180, appena pubblicato dalle Edizioni alphabeta Verlag: Un virus Classista. Pandemia, diseguaglianze e istituzioni che racconta come la pandemia da Covid-19 abbia mostrato e dimostrato “le drammatiche carenze e distorsioni nel sistema sanitario e di welfare territoriale, frutto di cecità culturale e di scelte politiche irresponsabili.”

Insieme a lui Marco Geddes da Filicaia, medico, è stato direttore sanitario del Presidio Ospedaliero Firenze centro dell’Azienda sanitaria di Firenze e dell’Istituto Nazionale Tumori di Genova; vice presidente del Consiglio Superiore di Sanità, assessore alla Sanità e servizi sociali del Comune di Firenze. A fine 2020 ha pubblicato “La sanità ai tempi del coronavirus” per Il pensiero scientifico editore.

Prima presentazione del volume “Quale psichiatria?” di Franco Rotelli

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 23/05/2021 - 19:01

«Una scrittura, quella di Rotelli, che non risente delle gergalità, ahimè datatissime, di molti scritti della psichiatria militante progressista degli anni Settanta e Ottanta. Una scrittura, quella di Rotelli, senza concessioni alle mode stilistiche, come è il caso di tutti i veri “classici”. […] Rotelli riflette sulla eclissi della soggettività come effetto principale della psichiatria e delle sue istituzioni, concrete e simboliche.»

Così Benedetto Saraceno spiega nella sua postfazione a Quale psichiatria? Taccuino e lezioni di Franco Rotelli, a cura di Agnese Baini (pp. 206, ISBN 978-88-7223-371-6, euro 14,00) appena pubblicato per la Collana 180 – Archivio Critico della Salute Mentale – Edizioni alphabeta Verlag (Merano).

Il volume viene presentato lunedì 24 maggio, alle 17.30, all’Antico Caffè San Marco. Libreria e Ristorante a Trieste (via Battisti 18/a). Dialogheranno con Franco Rotelli la curatrice del libro, Agnese Baini e il direttore della Collana 180 (Edizioni Alphabeta Verlag), Peppe Dell’Acqua.

I posti sono limitati: per prenotare telefonare allo 040 203 5357 oppure scrivere un messaggio alla pagina Facebook del Caffè San Marco www.facebook.com/anticocaffesanmarco

Ciao Giuliano

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 23/05/2021 - 15:13
Giovedì pomeriggio ho dovuto dire a Marco Cavallo che Giuliano stava proprio male. Cristina e Aurora mi avevano pregato di informarlo e di dirgli che non erano sicure che Giuliano riuscisse a superare la notte. Marco Cavallo ha nitrito di dolore. Un nitrito lamentoso che non avevo mai sentito prima. Ai nitriti di rabbia, di gioia ci sono abituato. Ha cominciato a scalpitare, a girare nervosamente in tondo. “Andrò a Firenze, e devo arrivare in tempo”. Ho cercato di dissuaderlo ma lui, testardo come sempre, ha chiamato il suo amico Ippogrifo per farsi guidare in una rotta, la più breve possibile. E così sono partiti, hanno superato l’Appennino e Marco Cavallo è stato vicino a Giuliano, che sicuramente ha sentito la sua presenza. Quando è venuto il momento Giuliano, allegro come sempre, è saltato in groppa al cavallo. Il cavallo azzurro, di nuovo, gioioso e allegro è volato in alto, in alto col suo caro amico poeta. Ciao Giuliano Marco Cavallo.

Peppe Dell’Acqua

L’articolo di Daniele Mencarelli

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 14/05/2021 - 12:03

L’articolo di Daniele Mencarelli su “Domani” continua la storia di Andrea, che vorremmo potesse non finire.
In cinque anni avevamo dimenticato ogni cosa. Per fortuna è arrivato il libro di Spicuglia, il commento di Daniele e altro ancora.

A Brescia con l’Associazione Marco Cavallo Forum salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 13/05/2021 - 00:57

L’associazione Marco Cavallo Forum Salute Mentale Brescia, in occasione del 43° anniversario della legge 180, organizza in diretta Facebook per giovedì 13 maggio, dalle ore 18 alle 21, un incontro con Peppe Dell’Acqua, psichiatra, già direttore del Dipartimento Salute Mentale di Trieste, direttore della collana 180 e Carla Ferrari Aggradi, presidente dell’Associazione Marco Cavallo Forum Salute Mentale Brescia.

Seguirà “(tra parentesi). La vera storia di un’impensabile liberazione”: il volume di Collana 180, firmato da Peppe Dell’Acqua e Massimo Cirri è anche uno spettacolo teatrale, con la regia di Erica Rossi, prodotto dal Teatro Stabile “Il Rossetti” di Trieste e ripreso dalla RAI per la regia televisiva di Piero Pieri.

L’incontro si può seguire in diretta Facebook sulle pagine
di Manifesto Costituente Brescia, Associazione Marco Cavallo, Basta Veleni, Emergency Brescia, Medicina Democratica, Movimento per la Decrescita felice, Udu-Studenti per, Uisp.

QUI alcune notizie sul volume e sullo spettacolo —-> https://bit.ly/323M7rV

È il 13 maggio.

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 13/05/2021 - 00:27


“PRETESTI, un libro al mese per ripensare alla cura e alle pratiche della salute mentale” è dedicato a Franco Basaglia.
Al centro dell’incontro il volume di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio aggiornato e riproposto dalla Collana 180 di Edizioni alphabeta Verlag di Merano


Il 13 maggio non è un anniversario qualunque: è il giorno in cui 43 anni fa è stata approvata la Legge 180. Il giorno in cui la psichiatria ha assunto ufficialmente un volto umano e gentile. Il giorno in cui è stato dimostrato che l’impossibile può diventare possibile, per dirla con le celebri parole di Franco Basaglia, lo psichiatra arrivato a Trieste esattamente 50 anni fa che ha rivoluzionato l’approccio alla sofferenza psichica, convertendo la sua formazione di stampo fenomenologico in una disciplina incarnata nel territorio e ribellandosi alle intollerabili condizioni di vita dei pazienti.

Celebrare questa data storica, pertanto, non è un esercizio di retorica per persone nostalgiche, soprattutto se si sceglie di farlo andando alle radici di quell’esperienza per rinnovarne le motivazioni autentiche. Motivazioni che hanno a che vedere coi diritti umani e con l’idea di persona e non semplicemente con modalità diverse di gestione del potere. Motivazioni che Mario Colucci, uno psichiatra che si interessa di filosofia, e Pierangelo Di Vittorio, un filosofo che ha lavorato nel campo della salute mentale, hanno scandagliato nel libro “Franco Basaglia” uscito nel 2001 per Bruno Mondadori Editore e da poco più di un anno ristampato per le Edizioni alpha beta Verlag di Merano in una nuova edizione aggiornata uscita nel marzo 2020 e impreziosita della prefazione di Eugenio Borgna.

Si tratta della prima monografia dedicata a Basaglia, dove gli autori hanno provato a tenere insieme il profilo intellettuale dello psichiatra veneziano con il suo impegno quotidiano nella lotta contro il manicomio, senza cancellare, anzi evidenziando, come si legge nella premessa alla nuova edizione, la problematicità insita in tale rapporto. Un libro — scrive Borgna — che si legge, o si rilegge, con grande interesse, e che ricostruisce avvenimenti lontani che nulla hanno perduto della loro febbrile attualità. Infatti, prosegue il decano degli psichiatri italiani, «gli orrori di molti manicomi non ci sono più, ma l’indifferenza con cui da parte di alcune direzioni sanitarie e dell’opinione pubblica si guarda a quello che avviene nei servizi di psichiatria ospedaliera continua a essere grande.» E l’inerzia, l’incapacità di creare una relazione tra chi cura e chi è curato non sono limiti della sola psichiatria, ma di tutto il sistema di cure, un sistema che l’emergenza sanitaria ha evidenziato nelle sue fragilità.

Giovedì 13 maggio alle ore 18 online sulla pagina Facebook di Copersamm, il giornalista Nico Pitrelli, direttore del Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” e autore del testo “L’uomo che restituì la parola ai matti. La comunicazione e la fine dei manicomi” (Editori Riuniti, 2004), ne parlerà — alla presenza degli autori — con Michele Zanetti, colui che in veste di presidente della Provincia chiamò Basaglia alla direzione dell’ospedale psichiatrico di San Giovanni; con Franco Rotelli, collaboratore di Basaglia e suo successore alla direzione del Dipartimento di Salute Mentale; con Alessia de Stefano, psichiatra a Roma; con Gabriella Gabrielli infermiera a Trieste, in un appuntamento online in cui l’attrice Sara Alzetta proporrà dei brani tratti dalla pubblicazione.

L’incontro è promosso da CoPerSaMM, la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, un’associazione nata nel 2010 e ora presieduta dalla psichiatra Giovanna Del Giudice, e s’inserisce in “Leggere per trasformare”, un progetto finanziato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, attraverso il quale si è inteso riprendere pubblicamente il discorso sui temi della cittadinanza e del diritto alla salute promuovendo conversazioni mensili attorno ai libri della Collana 180-Archivio critico della salute mentale, di cui è direttore lo psichiatra Peppe Dell’Acqua.

Per seguire l’evento, realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Trieste e con l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina:
—–> https://www.facebook.com/conferenzabasaglia/

(comunicato stampa di Fabiana Martini)

Noi due siamo uno

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 07/05/2021 - 23:42

Storia di Andrea Soldi

Il 5 agosto 2015 la città è caldissima, qualcuno è già in vacanza, altri cercano un po’ d’aria nei giardini del quartiere.

Anche Andrea Soldi è seduto su una panchina, ma quella è la “sua” panchina sempre, in ogni stagione. Lì si rifugia quando i pensieri lo assalgono, lì trova conforto e si sente a casa. Andrea soffre da anni di schizofrenia, la madre, il padre e la sorella sono il suo sostegno e piazza Umbria il posto del cuore.

Ha quarantacinque anni, non è violento, non è mai stato pericoloso, eppure, quel 5 agosto morirà a causa di un Trattamento sanitario obbligatorio eseguito da alcuni vigili urbani e dal personale medico. Il processo è arrivato ora alla fase d’appello, ma questa forse è la cosa meno importante della storia.

Dopo la morte, la famiglia Soldi ha trovato alcune pagine che erano il diario di Andrea in cui la trascrizione lucidissima della sofferenza illumina il percorso psicologico e i silenzi che per anni lo avevano avvolto.

Matteo Spicuglia è un giornalista che ha seguito il caso e che non ha voluto fermarsi alla cronaca: a partire da quel diario allarga lo sguardo dalla panchina su cui è morto Andrea alla realtà dei Tso, dalla sua esistenza difficile al mondo della malattia psichica, dalla famiglia torinese alle tante altre che si trovano a convivere con pregiudizi e inadeguatezza dei servizi medici e sociali nella gestione di patologie che soffrono ancora lo stigma sociale.

Nel diario Andrea aveva scritto di sperare che la sua fatica e il suo dolore non passassero invano; questo libro è il motivo per cui ciò non avverrà.

Qui è disponibile il booktrailer, con una breve intervista all’autore.

L’arte di fare retromarcia

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 07/05/2021 - 23:35

[immagini di Marcello Scopelliti]

Di Carlo Miccio

[articolo uscito su Primo Contatto]

Con una certa diffidenza, ma anche l’ostinato desiderio di farmi un’opinione tutta mia, ho deciso di leggermi L’arte di legare le persone, pubblicato da Einaudi e scritto da Paolo Milone, che di mestiere fa lo psichiatra. Un libro che sin dal titolo mira a nobilitare la pratica della contenzione psichiatrica, cioè l’abitudine di legare al letto i pazienti più agitati. Pratica difesa dall’autore come strumento per evitare danni peggiori, che però si fa una certa fatica a immaginare (peggiori di cosa?) alla luce di episodi come quello di Giuseppe Casu – morto nell’ospedale psichiatrico di Cagliari dopo nove giorni di contenzione – ed Elena Casetto, una ragazza di nemmeno 20 anni, morta in un incendio che ha coinvolto il reparto di psichiatria dell’ospedale bergamasco Papa Giovanni XXIII mentre era legata anche essa.

Il libro si presenta subito con la forza di una scrittura di grande impatto e altamente seduttiva: una prosa poetica che gli permette di affrontare ogni scena con quel senso di distacco zen in cui chi racconta si ritaglia il ruolo di grande saggio.

In realtà, è risaputo che la seduzione è il contrario dell’onestà: una verità a cui i lettori forti sono abituati ma che io – che pure lettore lo sono stato fin dall’infanzia – sono arrivato a comprendere nel suo aspetto più concreto soltanto praticando la psicoanalisi. È lì che mi sono reso conto quanto inutile sia perdere tempo a conquistarsi la benevolenza dello sguardo altrui se l’obbiettivo della tua ricerca è la soluzione di un problema vero, concreto e reale come solo una malattia può essere.

L’autore del libro però afferma di non credere nella psicoanalisi. La ritiene un qualcosa che che pertiene al regno delle chiacchiere e non dei fatti. E lui, di sé stesso, è interessato a sostenere l’immagine di chi lavora sui fatti e le chiacchiere le lascia a chi non ha di meglio da fare. Ricordate Berlusconi quando diceva di non aver tempo per leggere libri perché troppo impegnato a lavorare? Ecco, l’atteggiamento con cui Milone si approccia al regno dell’Inconscio non è dissimile a quello con cui l’ex premier trattava la Cultura: un qualcosa con cui non si mangia.

Milone sembra piuttosto tutto teso a rivendicare per sé il ruolo di operatore sulle emergenze: una concezione fordista della salute mentale, che non implica una visione sociale del proprio lavoro, ma solo la capacità tecnica di stringere corde e bulloni del Tso.

Così facendo, l’autore accantona quella visione strutturalista del mondo che è stata una delle eredità più forti del Novecento a favore di una pratica più parcellizzata, sicuramente più attenta a un criterio di “funzionalità” che sembra contraddistinguere le esigenze produttive di questo secolo: si rimette il paziente in condizione di funzionare/lavorare, i familiari in condizione di respirare, il reparto in condizione di fornire dati e statistiche in grado di giustificare spese e bilanci aziendali.

In quest’ottica, la grande rivoluzione basagliana, che mette la persona e non la malattia al centro del processo di cura, viene di nuovo capovolta. Per Milone contano le malattie, non le persone: il libro intero è popolato di liste in cui l’autore afferma che – in date situazioni – gli schizofrenici si comportano in un modo, i bipolari in un altro e i depressi in un altro ancora. È la diagnosi, e solo quella, a definire l’individuo nella Genova di Milone.

Il medico prefigurato dal narratore funziona come un bot, uno di quei robot informatici che ci spammano le e-mail con rimedi per ogni problema. Un medico che funziona in modalità algoritmo – ad ogni malessere corrisponde una medicina – e che sembra esattamente la celebrazione di quella società algoritmica che secondo il filosofo Byung-chul Han non è più capace di confrontarsi con il dolore.

D’altronde, le classificazioni sono un’abitudine a cui neanche pazienti e familiari riescono a sottrarsi.

Io personalmente, ad esempio, che per motivi familiari quel genere di reparti in cui lavora Milone li ho iniziati a visitare prima del raggiungimento della maggiore età, ho imparato in fretta che, per quanto possibile, bisogna evitare medici come lui, che non credono alla guarigione. Quello che emerge dalle pagine del libro è la figura di un medico in burnout: qualcuno che non ce la fa proprio più a fare il suo lavoro, perché non riesce più a crederci interiormente. Nella mia esperienza, medici che avvertono il dolore degli altri ma non riescono a fornire alcun approccio creativo – limitandosi ad applicare procedure e protocolli all’infinito – condannano a quell’ineluttabilità della malattia che i pazienti temono più di ogni altra cosa al mondo.

Eppure nel libro è proprio quello il momento più alto: secondo le regole della migliore letteratura il protagonista in crisi ci dimostra che proprio attraverso la sofferenza si hanno intuizioni reali e si sviluppano le narrazioni migliori. In questo senso, esemplare è il capitolo sui suicidi, in cui il medico si confronta con i propri insuccessi e non più – soltanto – con i malfunzionamenti degli altri.

E non è certo un caso se questo miracolo narrativo avviene durante l’attraversamento in bicicletta di una città ricca di ponti da cui si è lanciato, nel tempo, un esercito di suicidi: è attraverso questa rivelazione – che avviene fuori e non dentro il reparto psichiatrico – che il medico Milone sembra raggiungere il momento di maggior comprensione per i suoi pazienti. Un capitolo che si apre con la descrizione di un suicidio avvenuto proprio all’interno di quel reparto psichiatrico, con un salto dalla finestra: una scena di grande impatto emotivo per il lettore, che però ha spinto alcuni colleghi di Milone a domandarsi perché quel reparto non fosse a piano terra, come da procedura.

Non so se questo squarciamento del velo di Maya davanti al grandioso Mistero del Suicidio avvenga quindi solo grazie alla scrittura: immagino che quel capitolo sia stato pensato per la sua funzione narrativa – che appunto costringe a trascinare l’azione fuori dalle pareti dell’ospedale – ed è forse un risultato del lavoro di scrittura prima ancora che dell’osservazione medica accumulata nel suo percorso professionale.

Peccato che quella prosa così efficace a confrontarsi con il dolore si nutra di vistoso autocompiacimento in altri momenti, come quando l’autore ci descrive infastidito la sua popolarità tra i suoi pazienti transgender che battono nei vicoli di Genova e che lo salutano rumorosamente al suo passaggio. D’altronde, come può riuscire una psichiatria nemica della complessità a raccontare le valenze multiple di identità in trasformazione come quelle transessuali senza ricorrere a diagnosi? Molto più comodo affidarsi a una scrittura divertita e divertente, dove il trans – al di fuori di quel limbo che è l’ambulatorio psichiatrico – viene restituito al suo ruolo di macchietta capace solo di causare imbarazzo nel mondo dei sani.

Ed è qui, forse, che il discorso di Milone rivela i suoi limiti più grandi: in quella assoluta incapacità di far collimare prospettive comuni tra la vita fuori e dentro il reparto. L’ospedale è uno spazio di sospensione della socialità, all’interno del quale si possono applicare leggi speciali, come la contenzione: questa è la sua idea. Che però rimane un’idea inutile davanti all’esistenza di un mondo molto più complesso della logica binaria che anima le logiche del reparto. Il limite più grosso di quell’intervento – limite la cui visibilità aumenta pagina dopo pagina – sembra essere quello di non porsi mai in una posizione di ponte tra ospedale e società reale. La logica ospedaliera sembra accompagnare lo sguardo sulla malattia in ogni sua manifestazione: non c’è una funzione sociale della comunità, nessuno è chiamato a farsi carico del suo pezzetto per rendere più gestibile il dolore degli altri. La società non ha nessuna responsabilità verso il disagio sofferto dalle persone che la compongono, sembra dirci Milone: i matti stanno dentro e i sani fuori.

In realtà, Milone sa benissimo che non è vero, tanto da aprire il suo racconto descrivendo una cena tra amici dove gli viene chiesto se davvero in città ci siano tutti questi matti da giustificare la sua mole di lavoro. Lì, con la sua navigata eloquenza, l’autore svela ai suoi amici quanta sofferenza ci sia in quello stesso palazzo dove sono a cena, elencando sintomi che svelano condizioni che affliggono diversi residenti dell’edificio (la signora all’attico è depressa, la ragazza al primo piano anoressica, il vecchio al quinto alcolista e via dicendo, in una dimostrazione di quanto sia possibile per alcuni professionisti emettere diagnosi di terza mano e per interposta persona).

Ma è proprio quella scena, posta in apertura del libro, che rende incomprensibile la polemica finale contro chi porta la discussione sulla questione psichiatrica nei teatri. Se il disagio psichiatrico si nutre proprio di quell’invisibilità sociale – nata dallo stigma in primo luogo – allora è proprio in un discorso allargato, che coinvolga tutti come individui membri di una polis e non soltanto come medici e pazienti, che la questione psichiatrica va affrontata. Parlare di follia ai sani, svelarne i meccanismi e anche le reazioni che essa innesca in tutte le parti coinvolte, non è un astratto esercizio da intellettuali, come il dottor Milone sembra suggerire, ma la base stessa su cui si è sviluppata quello che Norberto Bobbio ha definito la più grande rivoluzione italiana del ‘900, cioè la riforma Basaglia.

Anche se immagino che nella logica binaria di Milone perfino un pensatore come Bobbio possa essere ridotto alla categoria di politico, permettendogli di alimentare ascessi di lirismo antibasagliano con il gusto ipermoderno per lo slogan da social: Politici, volete abolire i manicomi? Eliminate le finestre!.

E di nuovo si ritorna all’astratta divisione tra politici e gente che lavora, senza nessuno spazio per la progettualità sociale: una visione ipersemplificata della politica di cui ci hanno nutrito in tanti negli ultimi trenta anni – dal primo Berlusconi a Beppe Grillo.

Trovo quindi singolare che proprio lo sdoganatore ufficiale di quel messaggio sia oggi l’editore di questo libro: se per berlusconismo è lecito intendere (anche) un preciso modello di svalutazione della complessità, allora quello spirito si adatta alla perfezione alla psichiatria del bullone decantata in queste pagine. E di tutta l’operazione, a mio avviso, quello che appare più sorprendente è proprio la scelta dell’editore, che con maliziosa leggerezza ha cancellato in un solo gesto il valore di un intero catalogo dedicato a Franco Basaglia, a cominciare da quella copia de L’Istituzione Negata che da anni conservo gelosamente nella mia libreria personale.

Per il resto, e per quanto mi riguarda, felice di non vivere a Genova.

La panchina di Andrea

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 07/05/2021 - 23:18

Di Peppe Dell’Acqua

È da tempo che sento parlare del grigiore delle psichiatrie che oggi tengono il campo. «Le mani alla gola degli schizofrenici», per dirla con David Cooper, continuano a soffocare emozioni, parole, passioni. Una scena, questa, che oggi si mostra quasi ovunque senza veli e senza vergogna alcuna.

Avevo saputo della morte di Andrea dal giornale radio. Amici torinesi mi chiamarono il giorno dopo. Mi chiesero di scrivere qualcosa, di commentare, di prendere posizione. Quello che era accaduto nel piccolo giardino pubblico di Torino aveva assunto immediatamente le dimensioni di una imperdonabile violenza. Una morte così dovrebbe essere impensabile oggi, solo se finalmente gli psichiatri, gli infermieri, i direttori generali delle aziende, i governi regionali volessero veramente sapere qualcosa della incommensurabile lontananza delle persone che vivono l’esperienza, del loro bisogno di aiuto e di ascolto. E non continuare a brandire come un rozzo randello il Trattamento sanitario obbligatorio. Allora scrissi che il Tso non è un mandato di cattura. Quasi ovunque – è impressionate in quanti, troppi luoghi ciò accade – gli psichiatri si interrogano poco, i sindaci ancor meno, i giornalisti si adeguano. Ovunque, dicevo, il Tso finisce per essere non quel momento di garanzia, di difesa del cittadino, specie mentre manifesta la sua totale fragilità e un profondissimo bisogno di ascolto e di comprensione, ma la fredda esecuzione di un’ordinanza. Il legislatore aveva voluto indicare un “obbligo” che i servizi devono assumere alla negoziazione, alla responsabilità di curare soprattutto quando la persona rifiuta le cure. Un esercizio non facile: obbligare alla cura e salvaguardare dignità, ascolto, comprensione.

Le prime pagine del libro di Matteo Spicuglia sono agghiaccianti. Non posso non dirvi che le ho lette con un nodo in gola e una profonda emozione tra rabbia e solidarietà che non mi ha lasciato anche nei giorni successivi. Andrea viene ucciso da incolpevoli agenti della polizia municipale e dalla totale incompetenza e negligenza propria delle psichiatrie e per la non più tollerabile assenza di politiche governative e regionali che vogliano rendersi conto che esiste non solo un dettato costituzionale, una legge dello Stato, ma anche organizzazioni, dispositivi e culture che devono agire prima che la distanza diventi incolmabile. Quel tipo di intervento, il Tso, che purtroppo si conclude anche tragicamente, è il frutto dell’inerzia, della criminale disattenzione delle politiche regionali e delle aziende sanitarie che ancora non attivano – ma quando mai lo faranno – presidi forti di salute mentale comunitaria, diffusi e presenti nel territorio, disposti ad accogliere, ad ascoltare, a intervenire ventiquattr’ore su ventiquattro, ogni giorno, per tutta la settimana. Le morti, che qui non voglio più elencare ma che ognuno di voi ricorda degli ultimi 10-12 anni, sono avvenute sempre per il vuoto prima che l’intervento di “cattura” abbia inizio: vuoto di ascolto, di capacità di smontare il lievitare della crisi e della domanda repressiva. Il Forum spesso, e continua a farlo, discute e informa, le cattive pratiche non mancano. Non ultima la morte di un altro quarantenne, Matteo Tenni, avvenuta nel piccolo paese di Ala nel trentino, ucciso dai carabinieri in un intervento determinato ancora una volta da quel vuoto di cui continuiamo a “urlare”. Con Matteo Spicuglia ho discusso del suo prezioso lavoro quando il libro stava per entrare in stampa, ho risposto alle sue domande, e quando finalmente ho letto il pdf non ho potuto trattenermi dal chiamarlo. Il suo è un lavoro prezioso, va letto, consigliato. I giovani che si accingono a questi mestieri troveranno ragioni per interrogarsi. Un solo appunto: il titolo. Sarebbe stato appropriatissimo e sufficiente il sottotitolo la morte di Andrea Soldi, mentre è davvero inaccettabile che ancora si scriva morto per Tso perché, non mi stanco di ripeterlo, si muore per le sgangheratezze, le autoreferenzialità, le distanze delle psichiatrie, per la miseria delle organizzazioni del territorio, per la costante scarsità di risorse, per la trascuratezza e le approssimazioni dei servizi formativi. Ma il libro non finisce qui. Saranno le carte che Andrea lascia nel suo appartamento, i suoi scritti, la bellezza e la profondità delle sue riflessioni, il racconto emozionante e poetico del suo mondo interno che costruiscono l’altra parte del libro e un interrogativo inquietante. Venticinque anni di “malattia” e di contatti con i servizi di salute mentale, sostenuti dalla amorevole sollecitudine di sua madre, di suo padre, di sua sorella, hanno fatto poco per illuminare il mondo così ricco di Andrea, riducendo tutto a cosa, a diagnosi, a farmaco.

Ho inviato il libro a Eugenio Borgna, che nella sua giovanile passione lo ha letto e mi ha scritto quanto di seguito riporto. Le parole che dice sono così preziose che sarei uno stupido egoista a tenerle per me. «Mio caro Peppe», mi scrive, «grazie della Storia di Andrea Soldi che è davvero emozionante e che dimostra ancora una volta quanta sensibilità e quanta capacità di analisi interiore possano avere pazienti giovani e non più giovani, considerati, non di rado, come destini di vita insignificanti e da affidare in soli farmaci a una assistenza quanto mai convenzionale e non curante. Un libro impensabile, un libro che ci fa davvero intravvedere, fra le altre cose, gli abissi di sofferenze e di angoscia che fanno parte di una vita psicotica irrorata nella sua fragilità, nella sua contraddizione, e anche dall’indifferenza emozionale con cui alcune psichiatrie si occupano della follia. Sì, un libro impensabile, e sono folgoranti – come sai le condivido fino in fondo – le cose che scrivi di una psichiatria clinica e farmacologica sradicata da ogni contesto relazionale e umano. Le diagnosi di schizofrenia, sono cose che, continuiamo a dire, caro Peppe, spengono ogni speranza sia nei familiari dei pazienti sia in loro. Anche una diagnosi sbagliata condiziona per sempre il destino di vita e i modi con cui, psichiatri e non psichiatri, si confrontano con una forma di vita quanto mai complessa e che questo libro indica con una ricchezza umana e psicologica, quasi incredibile. Ti sono molto, molto grato di avermelo fatto avere. Sono anche molto belle le parole che accompagnano quelle di Andrea Soldi e che dimostrano la sensibilità e la capacità di ascolto di Matteo Spicuglia. Il pensiero del modo in cui Andrea giunge alla morte porta con sé le esperienze terrificanti che hanno contrassegnato i modi con cui la psichiatria si svolgeva nei manicomi che la genialità di Franco Basaglia ha saputo smascherare e trasformare. Un libro che fa pensare, davvero, e non so se queste cose continueranno ancora ad accadere. A presto, mio caro Peppe, ricordati della mia stima e della mia amicizia sconfinate.»

Mentre intellettuali e sinceri democratici si appassionano all’arte del legare le persone, il lavoro “impegnato” di un giovane giornalista, “felice e sconosciuto”, restituisce verità e un almeno un po’ di speranza.

Riformare la formazione. Criticità e proposte per una salute mentale di comunità

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 06/05/2021 - 16:42

Nessun curriculum formativo, universitario, regionale o delle singole ASL mette al centro dell’apprendimento gli strumenti e le competenze necessarie per chi opera in servizi sanitari e di salute mentale che fanno lavoro di comunità o dovrebbero farlo, stando al dettato della legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale.

Con pochissime eccezioni, frutto di accordi locali, le facoltà di medicina e le scuole di specializzazione in psichiatria non preparano i giovani al lavoro di comunità; lo stesso avviene con quelle di psicologia (che tuttavia prevedono che il tirocinio obbligatorio possa svolgersi nei servizi pubblici) e con quelle per assistenti sociali, mentre sono rare le scuole infermieristiche che prevedono un addestramento teorico e pratico specifico per il lavoro territoriale. Riteniamo per questi motivi che le attese assunzioni, che riguarderanno tutte le figure professionali in campo sanitario e della salute mentale, dovranno essere accompagnate da interventi, immediati e sistematici, di riforma della formazione finalizzati al lavoro di comunità.

Su questi temi la Conferenza nazionale per la salute mentale propone sabato 8 maggio 2021 alle ore 15 un confronto che da un lato costruisca un ritratto realistico della situazione attuale e che delinei dall’altro proposte concrete per avviare un processo di rinnovamento dei percorsi di formazione. Il tempo del passaggio di esperienze garantito dall’affiancamento generazionale è passato. È tempo ora di programmi specifici, diffusi e sistematici, per il complesso lavoro di comunità, una necessità inderogabile per gli operatori che già lavorano e per coloro che arriveranno a integrarli provenendo da percorsi di insegnamento inadeguati ad affrontare la sfida del territorio.

Introducono e coordinano: Antonello D’Elia, Maria Grazia Giannichedda, Stefano Cecconi.

Intervengono: Silvana Borsari, Francesco Cerrato, Ugo Corino, Massimo Cozza, Nerina Dirindin, Alessia de Stefano, Roberta Famulari, Laura Formenti, Patrizia Meringolo, Patrizia Monti, Cesare Moro, Roberto Pezzano, Luisa Russo, Fabrizio Starace, Antonella Torchiaro.

Segui la diretta streaming sulle pagine Facebook della Conferenza Salute Mentale oppure partecipa su Zoom (accesso dalle 14.30).

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