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Dalla soglia della porta uno sguardo nella vita di Franco Basaglia

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 16/10/2018 - 08:22

Come il pensiero di Franco Basaglia ha cambiato il mio modo di lavorare.

Di Gianluca Monacelli

“Le foto raccontano del manicomio veneziano di San Clemente chiuso tardivamente negli anni novanta, dopo la legge Basaglia, la 180, del 1978. <<Ricordo che m’infilai dentro il manicomio di San Clemente senza permessi e cominciai a scattare. Il giorno dopo Basaglia mi mandò a chiamare. Andai a Trieste pensando: mi vorrà rimproverare per l’intrusione. Al contrario, mi spalancò le porte dei manicomi italiani dicendo: “scatta più foto possibile, così finalmente vedranno e crederanno”. Basaglia era un uomo elegante, affascinante, con una grande capacità di parlare in pubblico. Un tribuno. Ero li come reporter, ma lui, senza sapere nulla della mia vita, aveva immediatamente indovinato le mie origini, il mio punto debole>>.

Raymond Depardon

Qualche tempo fa in uno dei miei tanti viaggi di ritorno da Trieste, luogo dialettico di tras-formazione e de-cronicizzazione rispetto al lavoro logorante e a rischio di manicomialità nei Servizi psichiatrici territoriali laziali, sono andato a trovare un mio amico a Fiesso d’Artico (VE).

Mi ero fermato come ospite per poi andare a curare come fotografo, un progetto sulla comunità ebraica chassidica del ghetto di Venezia. Eh sì, eticamente e professionalmente il mio interesse è sempre stato per le minoranze e l’abiura del pregiudizio in ogni sua forma. Non è un caso che la mia vocazione lavorativa ordinaria sia quella nella relazione di aiuto con le persone con disagio mentale. I matti e i folli ghettizzati dentro i manicomi e liberati da Basaglia. Non a caso un veneziano. E non è un caso che uno dei miei progetti di reportage fotografico siano appunto gli ebrei. Questa comunità di persone non rappresentano una delle più sofferte, odiate, contestate e violate popolazioni? Il ghetto non è stato un manicomio omogeneo e i lager un manicomio finale?

Credo nella documentazione fotografica e orale dei fatti storici minori. Di quelle piccole cose che sfuggono alla grande storia ma che di essa ne fanno parte e nella cui sommatoria la realizzano appieno e questo mi ha portato in questa storia di avvicinamento con Franco Basaglia. Ed è quello che voglio raccontare, come un cammeo sulla sua persona.

Il mio amico Livio dice che vuole farmi una sorpresa. Ha scoperto che intono casa sua la gente del posto gli ha detto che c’è una villa. Un posto particolare appartenuto a quel medico strano. Quello che ha aperto i manicomi. Ma sì, certo…la gente parla di un certo Basaglia… el dotor dei mati. Nemo profeta in patria…

Così arriviamo in una piccola frazione. Lungo una strada che costeggia la ferrovia, si erge una recinzione a protezione di una Villa oramai decadente, ma che ancora riflette il prestigio e la beltà di un tempo antico. Da un cancello e una recinzione si scorge un edificio, di stile palladiano, immerso nel verde. Decidiamo di suonare per avvisare della nostra presenza e chiedere di poter visitare il luogo. Nulla. Non risponde nessuno. Sembra disabitata. Il cancello principale è però aperto. Facciamo capolino e chiedendo permesso entriamo. Sembra di essere introdotti in un posto altro. Abbandonato come la residenza prestigiosa magica ne la bella e la bestia. Poi scorgiamo accanto alla villa una dependance che presenta segni di presenza. Damigiane di vino, una bicicletta e degli attrezzi di lavoro. Da una specie di porta sormontata da piante si apre un viottolo verso la villa principale. Magnifica visione… ma è proibitivo…

Ed ecco che ci viene incontro un uomo a chiedere spiegazioni. Si chiama Ennio. Il mio amico in dialetto gli racconta di essere stato un infermiere, che ha lavorato al manicomio di San Servolo prima e poi nel presidio psichiatrico del posto e che l’altro, io, sono un medico psichiatra.  Basagliano! Gli spiega che siamo venuti a conoscenza che forse quella è la villa appartenuta e vissuta appunto dai Basaglia. E l’omone, con la sua treccia bionda e i suoi occhi azzurrissimi come un vichingo, si apre in un sorriso e dice: certo! “Questa villa è appartenuta ai Basaglia” e inizia a raccontare:

“Intorno al 1923 la famiglia Basaglia acquista una casa per trascorrere l’estate. Una casa risalente ai dogi veneziani. Si tratta di una villa aristocratica, stile Palladio, attorniata da un giardino con statue a semicerchio interrotte da un sentiero principale che porta attraverso un bosco al cancello principale che dà sulla strada. Da lì, dalla strada, se non sei del posto mai potreste immaginare che sia proprio la casa appartenuta fino intorno gli 60 alla famiglia Basaglia. Eppure a guardar bene su una recinzione, forse l’unica dei Basaglia, c’è un simbolo: una V con ricamata una B.

La casa dove il bambino e poi ragazzo Franco Basaglia potevi forse scorgerlo correre tra gli alberi, giocare, sognare. Tornare da giovane adulto da Padova per riposarsi dagli studi universitari. Era la casa estiva dell’intera famiglia Basaglia. La casa era divisa tra i diversi parenti .

E’ così che, come in un favola, attraverso il racconto fluido di Ennio, figlio della balia dei Basaglia m’inoltro attraverso i suoi ricordi di bambino quando con la madre viveva nella casa. Ennio racconta: “mia madre fino a prima di morire si sentiva con la signora Franca Ongaro Basaglia a Venezia”. Si volevano bene anche se non si vedevano più con la signora Franca.

E continua: “sapete, prima di essere un ricco benestante Franco Basaglia era un signore vero. Lo era nel portamento, nel modo di essere…nell’esserci con tutti noi”.

“Ero bambino e ricordo ancora di quella volta che fece scandalo qui nel paese per quella sua spontaneità ardita, diretta che aveva nel fare e nell’essere. Era una mattina presto di una domenica quando, d’improvviso uscì di casa di gran passo verso il sentiero della villa.  Poi uscì dal cancello per recarsi nervosamente verso il paese. Arrivato in centro paese andò a prendersi un caffè, ma la gente che lo osservava rimase disorientata. Sapete, il dottore era uscito di casa con la sola giacca da camera ovvero quello che allo stato attuale dei fatti è il nostro pigiama. Scapigliato ma elegante. E fu rumore qui. La gente all’epoca non era abituata a vedere gente, specie per bene, ad andare per il paese così. Spontanea, alla mano. Ma lui sembrava incurante di queste cose… Passò voce che fosse un po’ bizzarro, forse come i suoi matti.”

Ennio continuò: “Lui era diverso dagli altri della famiglia. Erano tutti conservatori provenienti da una famiglia agiata.

Ricordo che raccoglievano le tasse della pesa in diverse regioni italiane. Il prestigio della famiglia Basaglia si può vedere da quel pozzo.”  Ed Ennio indicò la parte esterna di marmo di un basamento veneziano, che in genere si trova sui pozzi d’acqua presenti nei campi veneziani. Ci spiegò: “questo pezzo fu preso in un campo veneziano e portato qui a decorare il pozzo e la casa!! Non è che tutti potevano avere e fare una cosa del genere…”

“Quando acquistarono la casa fecero costruire un canale per irrigare le campagne. Alla mattina presto i buoi e i contadini passando da qui andavano per i terreni. Era un gran lavorare..

Franco però non era come gli altri, era sì elegante, borghese ma anche altruista. Ti ascoltava e non si formalizzava. Ti guardava dritto negli occhi con dolcezza ma attenzione. Sentivi che ti capiva mettendoti a tuo agio. A volte poteva sembrare strano, con il suo sguardo altrove, ma sempre attento a quel che dicevi!!! Le racconto un ultima particolarità: “ecco quando ci fu la ritirata dei tedeschi paradossalmente per la storia di Franco Basaglia che studente venne rinchiuso in carcere dai fascisti, questa parte di casa – indicandomi la parte posteriore dove ci sono dei capanni – venne attrezzata a contenere i carri armati. E accadde che un pezzo di artiglieria scoppiò e una parte di casa prese fuoco…

Non la faccio entrare perché il tetto con gli stucchi iniziano a cedere da quando c’è l’alta velocità, mostrandomi la ferrovia davanti la casa.

Quando i Basaglia vendettero non sa quanti libri di Franco furono bruciati nel cortile. Che peccato… Gli stessi libri che mi avrebbero fatto scoprire il pensiero riformatore di Basaglia, quindi formato e preparato a cercar di essere uno psichiatra diverso. Basagliano.

Come psichiatra mi sono sentito stretto nella dimensione universitaria e manualistica di diagnosi, prognosi e cura. Sono sempre stato attraversato da una visione forte di rapporto dialettico con la persona anche sofferente che fosse sottratta alle etichette diagnostiche e a un rapporto paternalistico, in cui il protagonista della propria vita fosse e rimanesse lei/i la persona con la sua storia le sue esperienze e il suo modo altro di vivere l’esistenza.

Di Basaglia e del suo gruppo quando mi sono specializzato non ne sapevo molto, anzi direi pressoché nulla. Un grave difetto formativo. Poi vinsi il mio primo concorso e andai a lavorare in Veneto. Lì con quella curiosità dei giovani mi sono accostato ai racconti degli infermieri più esperti e navigati che mi parlarono del loro lavoro con i malati psichici dentro i manicomi e delle brutture che ospitavano. Mi raccontarono di come pian piano aprirono il manicomio di San Servolo a Venezia e quelli dell’interland della provincia di Venezia, proprio come aveva fatto poco tempo prima Basaglia a Trieste. Così mi parlarono di come fossero stati valorizzati dal suo gruppo di psichiatri, Nico Casagrande ad esempio, e di come avevano creduto nell’idea di restituire la libertà ai malati e di contestare l’ineludibilità della malattia psichica attraverso la normalità attenta alla vita e all’inclusione sociale. E così iniziai a conoscere Basaglia e il suo gruppo di lavoro attraverso la storia raccontata a viva voce dagli operatori e dai pazienti più anziani. Da allora è iniziato per me un percorso mai interrotto, una necessità di capire, conoscere queste persone, le loro idee, il loro lavoro ad iniziare da Basaglia. Mi sono identificato completamente con l’esperienza e la cultura Basagliana circa 13 anni fa quando un ministro della salute indicò che fosse: “giunta l’ora di mettere mano alla legge 180, perché si trattava di dare una prospettiva di sicurezza alle famiglie”. Così mi sentii chiamato ad alzare gli scudi della ragione e del cuore per fronteggiare una così mal parata e m’iscrissi a quello che pensavo potesse esserne un antidoto: Psichiatria Democratica.

Studiando il pensiero di Basaglia ti accorgi che si tratta di una cognizione articolata, profonda, e complessa. Non sempre facile da comprendere. A tratti è complicata ma sempre lineare e coerente.

Conoscere il pensiero e lo stile basagliano ha orientato e cambiato il mio modo di lavorare..

Il ‘pensiero lungo’ di Basaglia e dei basagliani – si è tradotto nel radicarmi in un modo di vedere la psichiatria attraverso le lenti della Salute Mentale. Un concetto che travolge e allarga la visione ordinaria della psichiatria tradizionale e sposta tutto sulle persone con disagio che diventano i protagonisti del cambiamento. Consiste proprio nel rivolgersi alle richieste di aiuto da parte delle persone in un modo inclusivo, che vada oltre il disagio psichico in senso stretto, medicalizzante, e si apra all’aspetto sociologo e relazionale dialettico e paritetico con la persona altra e non alla malattia, sospendendo così ogni giudizio (epochè).

Sentire e leggere a voce viva le storie di vita delle persone, detti matti, per aiutarle a trovare possibilità nuove che sembravano impossibili come quelle trasformate nel divenire nel e tra e il dopo il manicomio di San Giovanni a Trieste.

Risulta fondamentale quindi considerare di avere davanti ai miei occhi non il malato, ma una persona portatore di disagio, con il quale ricercare insieme risposte che non siano precostruite o prefabbricate, ma che si realizzino in modo partecipato con il ‘lui’. Soggetto e non oggetto. Quindi ritagliare sulla persona, i suoi limiti, le sue potenzialità, l’ambiente in cui vive, la sua visione del mondo e una più autentica risposta di salute.

Questo è il difficile equilibrio che tendo sempre a preservare nel mio lavoro, anche nelle situazioni di crisi, ad esempio quando vengo chiamato a casa di un ragazzo che non mi conosce, incastrato tra i suoi pensieri altri e il divenire mondano. La sfida diventa quella di aprire delle possibilità di cura insieme, di riuscire a suscitare e a dare fiducia, di dare parola. Cercare di trovare insieme a lui, alla sua famiglia, al Servizio territoriale risposte funzionali e rispettose. Individuare delle soluzioni che siano aperte alla collettività, al luogo dove le persone vivono. Risposte che tentino di abbattere i muri del pregiudizio e che non marchino il soggetto nella definizione passiva di malato. Mi impegno ad avere uno sguardo che vada oltre il sintomo e che si allarghi ai bisogni vivi: avere un ruolo attivo nella società (lavoro); avere una casa propria da vivere e curare; avere delle relazioni affettive autentiche. Insomma, poter avere la possibilità di trovare il proprio posto nel mondo anche con la propria diversità. Il senso è quello di far emergere “un mondo indifferenziato di bisogni “e quindi la “legittimazione di un loro profilo soggettivo” e una cultura in cui l’espressione dei bisogni possa avere una valenza liberatoria.

Nel concreto, essere basagliano oggi, come tecnico del sapere pratico, con la responsabilità di un Servizio difficile, in una zona sociale di degrado urbano, con alto rischio di devianza come il territorio di Ostia, si traduce nell’essere esempio e di spronare i colleghi più giovani a guardare oltre la psicopatologia e i neuroni fornita loro dall’Università a senso unico, preparandoli ad un operare nel territorio pensando all’incontro con l’altro con l’idea che:

  1. non esistono risposte prefabbricate che vadano bene per ogni situazione: ogni intervento dovrebbe essere ritagliato e costruito sulla particolare vicenda umana che si sta aprendo dinanzi a noi;
  2. ogni risposta per essere una “buona pratica”, deve possedere in sè il contemperamento di due piani apparentemente contraddittori: il riconoscimento alla persona sofferente di un protagonismo  - ovvero piena voce all’interno della prassi terapeutica – e il controllo sociale di cui siamo investiti come tecnici dall’istituzione (inventata) per motivi sanitari. Nello stesso tempo la risposta deve essere in grado di fronteggiare il pericolo contrapposto di deriva sociale allorquando si ha un rifiuto delle cure da parte di chi in quel momento declina – per la sua sofferenza – ogni forma d’intervento proposta;
  3. è fondamentale il fare assieme (tecnico- utente) e confrontarsi nel gruppo di lavoro (equipe allargata) per fare meglio e superare le paure formali medico-legali che legano tecnici e Servizi in precetti distanziati dalle prassi delle buone pratiche;
  4. si debba mettere periodicamente in dubbio la correttezza delle prassi che si stanno applicando, costruendo una cultura aperta condivisa di Servizio, rispettando chi si oppone e cercando di convincere con i fatti;
  5. avere sempre una visione etica della questione psichiatrica;
  6. continuare a credere e ad operare pensando che l’impossibile può diventare possibile quando ci proviamo. Fare per non subire e farlo con gli altri;
  7. infine, considerare che lo sforzo di applicazione pratica insito nella legge 833 agli art. 33, 34 etc, costituisce la bellezza della stessa Legge Orsini n. 180/78; ribattezzata ‘Legge Basaglia’. In quanto impone e costringe ‘i tecnici del sapere pratico’ ad inventare, costruire e realizzare interventi ‘sulle persone e per le persone’ rispettandole nella loro dignità di cittadini con le loro garanzie istituzionali e costituzionali che ne derivano.

Una legge di civiltà che rappresenta una prospettiva unica, quella di mettersi dalla stessa parte dell’altro e di vedere e sentire il mondo come lui, cercando di aiutarlo a trovare il suo personalissimo “registro” che gli consenta di vivere con la sua verità folle nel modo più pieno ed autentico possibile.

Foto: Gianluca Monacelli presso Villa Basaglia

Riferimenti bibliografici:

Basaglia F. L’istituzione Negata 1968. Einaudi

Basaglia F.; Scritti vol. 1 e vol.2 1981 Einaudi,

Basaglia F. Che cos’è la psichiatria Ed. Baldini e Castaldi, 1997

Basaglia F. in Conferenze Brasiliane Fogli d’Informazione 1979 nuova edizione Cortina Ed. 2000

Borgna E L’indicibile tenerezza Feltrinelli 2016

Casagrande D., Monacelli G. Relazione presentata al Corso di aggiornamento Psichiatria Democratica cantiere in formazione su “Il lavoro di Salute Mentale: Operatori, Competenze, Stato dei Servizi”. Roma, 1-2 dicembre 2016. IISS Leonardo Da Vinci, Via Palestro, 38 Roma. In via di pubblicazione Fogli di Formazione.

Colucci M.;  Di Vittorio P. Basaglia. Quel che resta della follia. Monadadori 2001

Dell’Acqua  Peppe. Non ho l’arma che uccide il Leone..   la vera storia del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni. Ed alpha beta Verlag. Merano. 2014

Foot J. La Repubblica dei matti. La feltrinelli 2014

Piccione D. Il pensiero lungo La feltrinelli 2013

Repubblica Articoli domenica 23 agosto 2015; Repubblica”, 29 dicembre 2005

Ricci A.; G. Valent. A cura di, Quaderno Rosso. Moretti e Vitali editori, 2017

Rotelli F. A cura di. L’Istituzione inventata /Almanacco Trieste 1971 -2010. Ed Alpha Beta Verlag. Merano 2015.

Rotelli F.. Per la normalità. Microtesti. Collana dentro fuori. Trieste, 2008.

In ricordo di Luigi Luca Cavalli Sforza

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 06/09/2018 - 23:42

Di Luigi Benevelli

Nei giorni scorsi ci ha lasciato Luigi Luca Cavalli Sforza (1922 – 2018), medico, genetista, uomo di scienza italiano che nel corso della sua lunga vita ha lavorato nei più importanti centri di ricerca fra Italia, Inghilterra e Stati Uniti. Egli è stato forse il più grande studioso della “genetica delle popolazioni umane”, una disciplina che mette insieme l’analisi del patrimonio genetico, della paleontologia e i dati etnologici, vale a dire le acquisizioni degli studi delle origini dell’umanità e della sua diffusione fino a occupare tutte le terre emerse del nostro pianeta.

Le sue ricerche hanno dimostrato che Homo sapiens appartiene alla famiglia Hominidae che a sua volta comprende l’orangutan e le scimmie antropomorfe africane (gorilla, scimpanzé); che il  DNA umano ha moltissime affinità con quello dei gorilla e degli scimpanzé (98% delle sequenze nucleotidiche), che la specie umana ha avuto una unica origine in Africa, cui seguì nell’arco di poche decine di migliaia di anni una grande diaspora.  I risultati del lavoro di Luigi Cavalli Sforza hanno  definitivamente smentito le tesi dei razzisti, per i quali, invece, esisterebbero razze umane fra loro geneticamente diverse, sviluppatesi in centri e regioni fra loro diversi, esisterebbe una gerarchia delle razze umane e  ogni individuo umano apparterrebbe a una propria razza, diversa dalle altre dal punto di vista genetico e biologico. Tale appartenenza vincolerebbe ciascuno di noi alla sua biologia condizionandone comportamenti e destini. Come noto, le tesi razziste hanno legittimato e legittimano il mantenimento dell’esercizio del potere di gruppi «superiori» su altri «inferiori», tollerano la schiavitù, giustificano il colonialismo e il neocolonialismo e impongono politiche di disuguaglianza, di esclusione, di dominazione sociale, economica e culturale, come accadde 80 anni fa nel Regno d’Italia con l’adozione delle leggi razziste che discriminavano africani ed ebrei.

Fra le sue opere, Geni, popoli e lingue (1996);  Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro (con Daniela Padoan),  2013.

Mantova, 3 settembre 2018

“L’altra città, teatro d’estate” “Il Giardino dei Ciliegi” di A. Čechov a Monte Sant’Angelo

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 06/08/2018 - 19:58

di Maria Francesca Notarangelo

Sabato, 25 agosto 2018, alle ore 20,30, andrà in scena, presso l’Auditorium delle Clarisse di Monte Sant’Angelo, lo spettacolo intitolato “Il Giardino dei Ciliegi” di Anton Pavlovič Čechov , a cura del Laboratorio Off della “Piccola scuola di teatro” del “Teatro del Cerchio” di Parma.

Gli allievi-attori, guidati dalla regia di Gabriella Carrozza, si cimenteranno sull’ultimo capolavoro teatrale dell’Autore.

“Il Giardino dei Ciliegi” è la storia struggente di una nobile famiglia aristocratica russa in decadenza, costretta alla vendita all’asta della casa d’infanzia e del suo giardino. Nessuno riuscirà ad impedirla, poiché tutti i personaggi continueranno nella propria inazione, ognuno incapace di prendere decisioni importanti, finché ad acquistare il giardino sarà Lopachin, figlio di uomini che sono stati servi nella casa degli antenati di Ljuba e che, a seguito dell’emancipazione dei servi, hanno ottenuto la libertà e si sono arricchiti. Alla fine, ognuno andrà per la sua strada, verso una nuova vita, una nuova società che sta nascendo, sotto i colpi della scure che si abbattono sugli alberi del giardino, simbolo della fine della vecchia società aristocratica.

Una riscrittura del testo essenziale, – sottolinea Gabriella Carrozza, attrice e formatrice teatrale - corredata da una caratterizzazione dei personaggi, basata sulla sensibilità degli attori, così come questi hanno interpretato il dramma di ciascun personaggio“.

In scena, si svelano vissuti interiori narranti, condizionati  dagli scenari ambientali.

“Abbiamo rivisto -dicono gli attori- i colori della casa, le sue pareti, i colori della stanza dei bambini, il profumo dei fiori del giardino; ci siamo chiesti cosa loro avessero provato in quei giorni e abbiamo provato a raccontare la storia come loro l’avrebbero raccontata, ognuno con il suo vissuto. Abbiamo raccontato anche la commedia nella tragedia, sottolineando il comico che Čechov ha sapientemente disseminato qua e là nella storia. Il nostro “Giardino dei ciliegi” -concludono- non è la storia della disfatta di una famiglia, impotente davanti alla forza del destino. Abbiamo voluto rappresentare, invece, uomini e donne che affrontano un cambiamento, ognuno a suo modo, pur rimanendo se stessi”.

L’evento teatrale rientra nell’iniziativa “L’altra città, teatro d’estate”, organizzata dal laboratorio “Ridere insieme…”, del Centro Diurno “Genoveffa De Troia” di Monte Sant’Angelo e dal Centro di Salute Mentale di Manfredonia in occasione dell’anniversario dei 40 anni della “legge Basaglia”.

La serata sarà il connubio culturale di due esperienze drammaturgiche.  Lo spettacolo sarà preceduto da brevi interpretazioni scelte a cura del laboratorio “Ridere Insieme…” musicate dal cantautore Antonio Silvestri, in modo da creare una sapiente contaminazione tra arte e salute, nonchè una rete di relazioni emotive, ricordando Franco Basaglia, che ha voluto restituire la parola ed i diritti negati a tante persone, recluse perché ritenute diverse.

OBBIETTIVO 180 salute mentale e diritti di cittadinanza in Italia a quarant’anni dalla Legge 180

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 06/08/2018 - 19:55




1 settembre 2018, Venezia

In occasione di

ISOLA EDIPO

Una rassegna dedicata ad

arte, cinema, letteratura, musica, cibo e attualità

all’insegna della cooperazione,

del rispetto dell’ambiente, della persona e della sostenibilità

siete invitati a partecipare a

OBBIETTIVO 180

salute mentale e diritti di cittadinanza in Italia

a quarant’anni dalla Legge 180

In una stagione profondamente segnata dal ritorno di una cultura securitaria, antidemocratica e istituzionalizzante, nel quarantennale dalla Legge 180, abbiamo pensato fosse importante dare vita a un incontro nazionale rivolto a medici, infermieri, operatori, utenti, familiari e società civile. Pensiamo sia necessario aprire uno spazio di discussione e confronto tra tutte quelle reti e quelle esperienze che in Italia oggi lungo tutta la penisola promuovono una cultura inclusiva in cui i servizi alla persona siano parte integrante delle città, al fine di dare vita a un laboratorio itinerante condiviso e partecipato per il consolidamento dei diritti di cittadinanza attraverso la tutela e la completa applicazione della legge Basaglia.

L’incontro è promosso di COOPERSAM – Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco BasagliaDSM Trieste Centro Collaboratore OMS, Edizioni Alpha Beta Verlag/Collana 180FORUM SALUTE MENTALEUNASAMstopopgIMPRESA A RETEFestival dei MattiCentro Sperimentale Pubblico “Marco Cavallo” di LatianoMah, Boh, L’officina delle possibilità180 Amici L’AquilaCittadinanza e Salute e Forum Veneto Salute Mentale.

Ospite d’onore, a chiusura della giornata, sarà il regista e fotografo Raymond Depardon a cui verrà consegnato il “Premio per l’Inclusione Edipo Re alla carriera“. 

A conclusione della giornata di dibattito, verrà proiettato il film documentario: San Clemente*

San Clemente è il nome di un ospedale psichiatrico ubicato in una piccola isola al largo di Venezia. Qui passano le loro giornate pazienti dai trascorsi diversi, seguiti da vicino dalla cinepresa di Depardon nei loro scambi e negli incontri con dottori e familiari. Siamo nel 1980, l’ospedale è sul punto di chiudere e Depardon, dopo un primo reportage fotografico, torna a San Clemente per documentare il percorso in atto che investe i luoghi, i corpi e i volti delle persone.

La giornata verrà accompagnata dalle installazioni video a cura di Studio Azzurro, dedicate a una ricostruzione visiva della storia che ha portato in Italia alla chiusura dei manicomi.

*Il 2 settembre, in occasione dell’incontro CRITICA DELLE ISTITUZIONI, dedicato alla creazione partecipata di una cartografia dell’uso della contenzione e delle buone pratiche tra centri d’accoglienzaSPDCRemsospizicase di cura, verrà proiettato in anteprima italiana, sempre alla presenza del regista, “12 Jours” l’ultimo film documentario di Raymond Depardon presentato a Cannes nel 2017, dedicato ai servizi psichiatrici in Francia.

I due incontri e le due proiezioni di Raymond Depardon sono realizzati in collaborazione con Le Giornate Degli Autori.