Ultime news salute mentale

Giornata dedicata a Paolo Tranchina

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 19/02/2020 - 21:51

Il 22 febbraio si terrà presso il Teatro Chille de la Balanza di Firenze una giornata dedicata a Paolo Tranchina, organizzata da Psicoterapia Concreta, Psichiatria Democratica e Compagnia Teatrale Chille de la Balanza.

Non riesco a capacitarmi che Paolo non ci sia più. È quasi mezzo secolo che, almeno una volta all’anno, dovevamo incontrarci. Avevamo preso, sembrava, strade diverse. Come se, delle scelte strategiche differenti potessero annientare le radici comuni. Credo che Paolo abbia sempre fatto del suo meglio (con la rivista, con le sue pubblicazioni, con i corsi di formazione) per tenere insieme tutto questo multiforme e variegato mondo dei cosiddetti basagliani. Ogni volta che ci incontravamo non potevamo fare a meno di canzonarci, sembrava quasi che litigassimo, per poi cominciare a raccontarci le cose che stavano accadendo, quelle che faceva lui e quello che facevo io. Paolo era sempre curioso di sapere quello che accadeva a Trieste. Sempre esuberante, chiassoso e appassionato. Beh, forse è la sua passione quella che manca di più a tutti noi.

Peppe Dell’Acqua

Il 20 febbraio a Cagliari per contrastare il taglio dei servizi

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 18/02/2020 - 11:58

[articolo uscito su sardegnareporter.it]

Un incontro aperto a tutti per affrontare il problema del ridimensionamento dei servizi territoriali di salute mentale in Sardegna: si terrà giovedì 20 febbraio, alle ore 16, l’assemblea pubblica organizzata dall’ASARP (Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica), presso la sede regionale in Via Romagna 16 c/o Cittadella della Salute Pad. E, Cagliari.

Familiari e utilizzatori dei servizi di salute mentale rivendicano il diritto di avere servizi diffusi sul territorio, con risorse professionali e finanziarie necessarie, e di poter accedere a percorsi di cura orientati alla ripresa attraverso progetti individualizzati in linea con i principi cardine della riabilitazione/abilitazione (abitare, reddito, inclusione sociale) e secondo i bisogni reali di ciascuno.

L’incontro nasce dall’esigenza delle parti sociali, delle organizzazioni di familiari e degli utenti di un confronto con le istituzioni, dalla necessità di ottenere delle risposte politiche e organizzative su tematiche che riguardano la violazione di norme e diritti costituzionalemte riconosciuti che non investono solo utilizzatori dei servizi di salute mentale e familiari, ma anche operatori, che hanno il diritto di lavorare in sicurezza all’interno di una organizzazione del servizio funzionale e con le risorse necessarie.

Le criticità presenti nel sistema di salute mentale e più volte segnalate alle istituzioni dall’ASARP: «Non sono ulteriormente sopportabili dalle famiglie e dalle persone che vivono la condizione della sofferenza mentale» sostiene Gisella Trincas, presidente regionale dell’ASARP e presidente nazionale dell’UNASAM.

«Sembra che i Dipartimenti di Salute Mentale e l’attuale Commissario dell’ATS Sardegna stiano procedendo nella realizzazione del “piano di ristrutturazione”, già deciso dalla precedente giunta regionale e dal Direttore Generale dell’ATS Sardegna, Dott. Moirano. Piano già contestato dalla nostra Organizzazione perché, anziché potenziare i servizi territoriali di salute mentale con risorse finanziarie e di personale e con politiche orientate a processi di inclusione sociale e percorsi realmente riabilitativi ed emancipativi che rispondano ai bisogni reali dei cittadini, di fatto riduce il numero dei Centri di Salute Mentale e dei SPDC accorpandoli e accentrandone le funzioni. Tale scelta – conclude la presidente Trincas – non condivisibile, è in contrasto con i Progetti Obiettivo Nazionali Salute Mentale che definiscono gli ambiti territoriali di riferimento e i bacini di utenza, le competenze specifiche di ciascun servizio, orientandoli verso percorsi individuali abilitativi».

L’assemblea è aperta alla partecipazione di tutti: cittadinanza, operatori, dirigenti dei servizi, politici, amministratori. È una questione che riguarda tutti, nessuno escluso.

L’Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica (A.S.A.R.P.) si è costituita a Cagliari nel 1986 con lo scopo di promuovere la piena attuazione della Legge di Riforma Psichiatrica n°180/78 e di Riforma Sanitaria n°833/78 con la chiusura degli Ospedali Psichiatrici e la creazione dei servizi territoriali previsti dalle leggi di riforma.

Nello stesso anno, l’ASARP, insieme ad altre 7 organizzazioni impegnate sugli stessi obiettivi in diverse regioni d’Italia, costituisce il Coordinamento Nazionale Salute Mentale. Questo è stato il primo movimento di familiari a schierarsi apertamente e con coraggio in difesa della riforma, al fianco di tanti operatori della salute mentale impegnati nelle prime sperimentazioni territoriali.

In Sardegna l’ASARP, negli anni, ha fondato due cooperative sociali e una Associazione Onlus (ASARP CASAMATTA) che gestisce la prima Comunità Alloggio a dimensione familiare in cui abitano, dal 1995, persone con sofferenza mentale. Per il progetto di Casamatta, l’ASARP si è aggiudicata nel 1999 il Premio Nazionale Solidarietà istituito dalla FIVOL.

In questi anni l’ASARP è impegnata fortemente nella difesa dei diritti umani e di cittadinanza delle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale, contro qualunque forma di pratica coercitiva, nella lotta per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, per una salute mentale di comunità come raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Buone pratiche da Urbino

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 13/02/2020 - 12:06

Di Francesco Cofano

[articolo uscito su Il Ducato]

Maria soffre di un disturbo psichico. Crede che la famiglia, e in particolare la sorella, la perseguiti. Un’ossessione che l’ha costretta a lasciare l’università. Il dipartimento di salute mentale dell’Asl locale la affida al centro Varea – Dini di Urbino a settembre del 2015. Da quel momento comincia un percorso di riabilitazione che la porta a riallacciare gradualmente i rapporti con i parenti. Incontri in struttura, rientri a casa: passo dopo passo la vita si rimette in moto, la famiglia sostiene Maria che nel novembre del 2017 si laurea all’università di Urbino in Lingue e letteratura straniera. Ora fa supplenze in una scuola materna e lavora in un albergo della zona grazie a un tirocinio di inclusione sociale. E non frequenta più il centro riabilitativo.

Il Varea-Dini di Urbino ha compiuti da poco vent’anni, è gestito in convenzione dalla cooperativa sociale Alpha, nata a Pesaro nel 1977 e oggi diretta da Salvino Pozzi. Qui gli ospiti possono fare un sacco di cose: uscire, prendere gli acquerelli e dipingere le colline marchigiane: oppure indossare le scarponcini da trekking e avventurarsi in lunghe escursioni di gruppo, in ordinate file indiane, come fanno gli scout; o ancora indossare la casacca e giocare a pallavolo, tra schiacciate e muri.

Pasquale invece è un imprenditore edile. La difficile situazione familiare gli provoca un tracollo psicofisico. Il percorso psichiatrico ne è la logica conseguenza. Al centro Varea riprende confidenza con la cura del proprio corpo e degli spazi domestici. Piccoli spiragli di normalità, a cui segue un tirocinio di tre giorni alla settimana in una realtà edilizia del territorio. Ma l’esperienza lavorativa si rivela ancora troppo dura per le sue condizioni e il crollo ritorna.

Il percorso di recupero prosegue, dalla struttura riabilitativa si passa al centro diurno, l’autonomia aumenta e grazie al centro per l’impiego e all’impegno di Bernardetta Bernardini, assistente sociale del centro di salute mentale, Pasquale inizia a lavorare in una falegnameria della zona. Proprio quando la strada sembrava in discesa, però, l’anno scorso l’attività è costretta a chiudere i battenti. I vecchi fantasmi riemergono ma per la terza volta Pasquale si rialza e ottiene un nuovo tirocinio in un centro commerciale della città. Lui frequenta ancora oggi il centro diurno e partecipa alle attività.

I protagonisti hanno nomi di fantasia ma le loro storie sono reali. Così come tangibile è l’impegno del centro Varea – Dini che attualmente accoglie cinque persone nella struttura residenziale riabilitativa – che richiede una permanenza h24 degli utenti – e 25 nel centro diurno. In quest’ultimo ogni giorno sono gli operatori che vanno a prendere gli utenti e li riportano a casa verso le ore 17. Ogni paziente lo frequenta con intensità differenti a seconda del proprio percorso personalizzato.

«Sabato la Lega giovani di Pesaro e Urbino ha organizzato per noi una raccolta solidale di materiale scolastico – spiegano William Piermattei, vicepresidente della cooperativa e coordinatore della struttura urbinate, e Cosimo Sternativo, membro del consiglio di amministrazione – ma non è la prima volta che siamo i beneficiari di iniziative del genere. Più di una volta l’Avis di Urbino ha raccolto oggetti per la scuola, ma anche denaro che ci ha permesso di comprare attrezzi per la palestra, computer e l’arredamento della sala infermieristica». Un segnale chiaro di come il centro sia molto conosciuto e apprezzato in paese, visto che – aggiungono i due – non mancano nemmeno le donazioni di privati per sponsorizzare eventi organizzati dalla cooperativa, che a Urbino è proprietaria anche di un appartamento privato convenzionato.

«Lavoriamo sulla salute mentale degli utenti – tengono a specificare William e Cosimo – e il nostro obiettivo non è rinchiudere gli utenti come si faceva decenni fa prima della legge Basaglia. Anzi, a tutti diciamo: Siamo qui per buttarti fuori, non per tenerti dentro». Proprio per questo il centro Varea utilizza alcuni locali in via Valerio, dati in gestione dal Comune, per organizzare Alpha e i suoi laboratori. Qui le persone in cura per quattro pomeriggi alla settimana si dedicano ad attività artigianali strutturate di vario tipo: dalla lavorazione del legno all’uncinetto, dalla cartonistica alla tessitura e alla ceramica. Anche grazie alla collaborazione con maestri d’arte che fanno i volontari. I prodotti vengono poi venduti negli stessi spazi, che fungono anche da punto vendita.

Lavori artigianali ma anche sport: gli utenti giocano a pallavolo sul campo di Fermignano, a calcetto e si dedicano anche al trekking. «Un modo per trascorrere del tempo all’aria aperta, un ottimo farmaco naturale. La scorsa estate abbiamo fatto anche il cammino dei briganti, un percorso ad anello di 100 chilometri su più giorni. Ci ha accompagnato anche un regista per produrre un docufilm che speriamo possa essere visto nelle scuole per sensibilizzare sul tema», spiega ancora la coppia.

«Abbiamo una scuola di pallavolo dal 2006 – aggiunge orgoglioso Cosimo – e dal 2010 partecipiamo come cooperativa ai campionati nazionali e ne abbiamo vinti cinque. I primi tre organizzati dal Centro sportivo italiano e gli ultimi due, nel 2017 e 2018, anche dalla Federazione italiana sport paralimpici degli intellettivo relazionali».

L’attività all’interno del centro, invece, ruota attorno alla lettura, la pittura, il problem solving e il cineforum. Un ventaglio di attività il più ampio possibile perché, come dice Cosimo, «per loro l’importante è mantenersi attivi e non lasciarsi sopraffare dalla noia e dall’inattività. Solo così si può riconquistare la normalità».

Il fiume della vita. Una storia interiore

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 11/02/2020 - 23:24

Di Giulia Ziino

[articolo uscito sul Corriere della Sera]

Un grande psichiatra alla vigilia dei 90 anni si racconta nell’autobiografia Il fiume della vita. Una storia interiore (Feltrinelli): l’infanzia, le letture, la terapia dell’ascolto.

«Non dovremmo mai dimenticare, lo ripeto senza fine, che senza analizzare cosa avviene in noi, nella nostra vita interiore, nulla sapremmo cogliere delle emozioni dei pazienti, e delle cose da dire loro».

«Senza fine». Davvero non si stanca di ripeterlo Eugenio Borgna: la psichiatria, per lui, non è mai solo terapia del farmaco ma — e prima ancora — è medicina dell’interiorità. «La psichiatria — scrive — è chiamata a scendere nel cuore dei pensieri e delle emozioni delle persone, alle quali si rivolge, avviandosi alla comprensione del mistero della cura, che non può se non essere comunità di cura, e talora comunità di destino». Contatto, comunità, destino, ascolto profondo dell’altro, che è paziente ma — soprattutto — essere umano che soffre. E poi quella parola-spia, interiorità, che torna anche nel sottotitolo — Il fiume della vita. Una storia interiore (Feltrinelli) — di questa che è un’autobiografia di vita — ricordi, incontri, esperienze cliniche, letture — e, al tempo stesso, il manifesto di un metodo. Di un medico e di un uomo.

Borgna, classe 1930 (luglio, ma, lo scrive lui citando Marc Augé sulla banalità del chiedere «quanti anni hai?», «conosco la mia età, posso dichiararla ma non ci credo»), è uno psichiatra, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano. Qui, in questo libro, racconta se stesso. Quasi novant’anni di vita partendo da quando, bambino, dopo l’8 settembre e l’entrata del padre nella Resistenza, lasciava casa sua con madre e fratelli per rifugiarsi in un paesino sul lago d’Orta, più al sicuro dalle incursioni dei soldati tedeschi in cerca del capofamiglia.

L’infanzia solitaria, gli studi fatti all’inizio senza una forte convinzione, l’avvio della carriera di medico. Borgna passa in rassegna i fatti, ma molto scava nell’interiorità: emozioni, paure, ricordi, ogni fase della vita è, più che cronaca, spunto per una riflessione. Sul valore della memoria, sul mestiere di psichiatra, sul diventare anziani. Un lavoro di ricerca constantemente accompagnato dalle parole dei filosofi e, soprattutto, dei poeti cari all’autore — Leopardi moltissimo, poi Keats, Corazzini, Hölderlin…, pagine che, si intuisce, Borgna ha letto e meditato a lungo.

A che cosa serve un’autobiografia? A raccontare una vita, un’epoca. In questo caso, l’urgenza — più della nostalgia, della rievocazione di luoghi e persone, della citazione letteraria per quanto vissuta e funzionale alla narrazione — sembra essere un’altra: comunicare senza stancarsi, senza fine, un’idea umana della psichiatria. «Certo — scrive Borgna — se nel fare psichiatria non siamo capaci di immedesimarci nella vita interiore dei pazienti, e ci limitiamo ad analizzare e a descrivere i loro comportamenti, se non siamo capaci di intelligenza del cuore, non ci sarà possibile cogliere fino in fondo il senso del dolore e della sofferenza».

Cuore, intuizione, fantasia creatrice: parole che sembrano lontane dalla prassi e dal metodo scientifico. Ma la teoria di Borgna non è lontana dalla pratica, anzi: esperienza fondativa della sua visione sono i sedici anni trascorsi a Novara, come primario e poi come direttore dei reparti femminili del manicomio cittadino. «Nel 1963 sceglievo di andare a Novara. La mia vita si apriva così alla psichiatria»: è qui, a contatto diretto con il dolore, che il giovane medico Borgna scopre la sua vera vocazione. La realtà del manicomio gli appare subito diversa dalle aspettative: «Non il deserto delle relazioni e delle emozioni, ma lo stupore dell’ascolto e della reciprocità relazionale, non la percezione della follia come esperienza radicalmente estranea alla condizione umana, ma come esperienza che fa parte della vita di ciascuno di noi». Non elettroshock, ma ascolto. A Novara Borgna tocca con mano la sofferenza derivante dalla follia ma trova anche la chiave della sua psichiatria: l’empatia, il dialogo. I pazienti di cui nel libro rievoca le storie non sono casi ma volti, nomi, parole.

Nel maggio 1978 una nuova cesura, la svolta che cambia la psichiatria italiana e, insieme, orienta la parabola professionale del clinico: la legge Basaglia chiude i manicomi. Anche Novara, seppure realtà lontanissima da quei luoghi crudeli e lesivi della dignità dei pazienti contro cui si batteva Basaglia. Novara è un manicomio «arcaico e inattuale — scrive Borgna — direi artigianale», e proprio per questo poteva essere il laboratorio in cui sperimentare i valori di un’altra psichiatria, «gentile e umana». Fuori da lì, per Borgna si apre la via della libera professione: è tempo di trovare un nuovo modo di confrontarsi con i pazienti, diverso ma sempre basato sui medesimi principi, l’ascolto e la parola.

Non c’è disaccordo con la rivoluzione voluta da Franco Basaglia, anzi. Semmai disappunto per ciò che di quella riforma così radicale e importante è rimasto disatteso: «Dire che da noi, nel nostro silenzioso manicomio, queste cose non sono mai avvenute non significa contestare la legge, ma solo ribadire che non è stata ancora completata» e ciò si deve alla «fragile e precaria formazione emozionale e culturale degli psichiatri. Senza di essa, senza passione della speranza e senza entusiasmo, senza autentiche attitudini alla immedesimazione e all’ascolto del linguaggio delle parole, degli sguardi e dei volti, non si fa una psichiatria come quella immaginata da Basaglia». O da Eugenio Borgna.

L’Osservatorio regionale dell’Abruzzo per la salute mentale per il superamento delle Rems

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 11/02/2020 - 22:58

Di Gigliola Edmondo

[articolo uscito su rete8.it]

Il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari in Abruzzo è stato uno dei temi al centro dell’incontro dell’Osservatorio regionale per la salute mentale e l’assessore regionale alla Salute Nicoletta Verì.

Nell’agenda del neo Osservatorio, infatti, uno dei punti all’ordine del giorno trattati con l’assessore Verì è stato quello del Superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari come da piena applicazione della legge 81/2014. La Regione Abruzzo ha aperto la Rems – acronimo di residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza – di Barete presso la ASL 01 ed accoglie i propri cittadini in una struttura sanitaria moderna e che ha la funzione di cura e non di detenzione.

L’Osservatorio Regionale per la salute mentale della regione Abruzzo è composto da: Altri Orizzonti, Arci regionale Abruzzo e Molise, Associazione 180 amici, CGIL, CISL, Cittadinanzattiva Onlus Abruzzo, Comitato STOP OPG Abruzzo, COSMA, Forum salute mentale Abruzzo, Percorsi, UIL.

In una nota l’Osservatorio spiega che all’assessore Nicoletta Verì è stata consegnata utile documentazione, messa all’attenzione e allo studio degli uffici competenti della Regione Abruzzo, per il reperimento di fondi ministeriali».

È stato sottolineato che la Rems oggi versa in una situazione di disagio anche evidenziato dai numerosi articoli sui giornali nonché dal report sulla visita che l’Osservatorio Nazionale per la chiusura degli Opg e per le Rems ha effettuato il 15 ottobre u.s.

L’assessore Verì si è impegnata a porre in essere gli atti amministrativi per istituire la Commissione Regionale per la Salute mentale deliberata a suo tempo dal Piano Sanitario Regionale che avrà il compito di collaborare in maniera propositiva e fattiva suggerendo risposte adeguate ai numerosi problemi che affliggono ogni giorno le persone in carico ai Servizi.

Priorità della Commissione, in collaborazione con l’assessore, sarà quella di aprire un tavolo all’interno della già deliberata Regia Unica delle 4 ASL insieme ai Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale in quanto troppo spesso ci si ritrova ad avere risposte differenti che non garantiscono lo stesso livello di cura.

L’Osservatorio ha chiesto l’impegno della Regione affinché sia riservata la quota del 5% del bilancio alla Sanità alla Salute Mentale a garanzia sia del miglioramento dei servizi territoriali che il finanziamento delle Borse Lavoro, strumento importante per l’inclusione lavorativa dei pazienti affetti da disturbi mentali. Altro impegno richiesto è sul riordino della residenzialità, in modo da assicurare un percorso virtuoso di riabilitazione verso una vera autonomia e recovery.

Siamo certi che è indispensabile il potenziamento e il miglioramento dei servizi territoriali che possono e devono lavorare in sinergia con le associazioni. Tutto questo per raggiungere l’obiettivo di cure e trattamenti individualizzati e rispettosi dell’individuo.

Ci siamo dimenticati della salute mentale?

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 11/02/2020 - 19:41

Di Giorgio Simon

[articolo uscito su quotidianosanita.it]

La salute mentale è qualcosa che ha sempre un posto un po’ marginale nelle aziende sanitarie. Questi operatori che non usano il camice, che si occupano di farmaci ma anche di lavoro, di casa, di socialità, che chiedono di aprire negozi o aziende agricole, che portano i pazienti al cinema o al supermercato sono vissuti spesso con un senso di sopportazione e di fastidio. Un po’ si pensa che non abbiano veramente a che fare con il servizio sanitario fatto di diagnosi, farmaci, ricoveri e terapia.

Non si riescono mai a ricondurre nei parametri usuali: quante visite? Quanti ricoveri? Che degenza media? Che produttività?

In fin dei conti nelle aziende spesso la salute mentale e i suoi operatori sono sottoposti allo stesso stigma cui sono sottoposte le persone con disturbo mentale all’interno della società. Sono strani.

E così la salute mentale sembra essere uscita dall’agenda del nostro paese, al di là della buona volontà di alcune iniziative.

Tutto questo accade mentre tutta la letteratura e le raccomandazioni internazionali sulla cronicità (termine orrendo che suona come una condanna) sostiene che gli interventi efficaci sono quelli che, oltre alle buone cure mediche si basano su due altri pilastri, il protagonismo del cittadino/paziente e dei suoi desideri e il convogliamento della comunità. La salute mentale, dove funziona, lavora esattamente così, mettendo assieme cura e diritti.

Quindi se dovessimo fare qualcosa dovremmo proporre di far contagiare tutto il sistema, ed in particolare le cure primarie, da questo modello. La drammatica sofferenza dei pazienti e delle famiglie che si incontra nella patologia psichiatrica è una sfida per tutti. Impariamo da qui come si può fare.

C’è un secondo tema che la salute mentale pone ed è quello che la letteratura ha definito lo scandalo della mortalità.

Gli studi dicono che le persone che soffrono di disturbi mentali gravi muoiono mediamente dai 15 ai 20 anni prima delle persone della stessa età. E muoiono perché il loro diabete, la loro ipertensione o la loro BPCO sono curate male. Perché sono obesi senza controllo e fumano troppo. Ripeto 15 o 20 anni di meno di vita e con un trend in peggioramento, un’enormità. È tollerabile che questo accada nel Servizio Sanitario Nazionale?

Direi proprio di no. Si può pensare di rimettere in agenda nel nostro Paese, con urgenza, il tema della salute mentale e delle oltre 850mila persone seguite dai servizi?

Articolo 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 11/02/2020 - 19:35

Di Tobia Bait

Era il settembre del 2018 quando a fronte di inchieste dall’esito sconcertante sulla situazione degli animali da allevamento intensivo, l’Unione europea accettava una mozione del movimento civile end the cage age, letteralmente, porre fine all’era delle gabbie.

Oggi, siamo nel 2020 e le gabbie risultano un tema d’attualità particolare: le gabbie riguardano le persone. Persone che, come tutta la società civile, dovrebbero godere della loro cittadinanza ovvero del loro diritto di esistere e di sviluppare la propria singolarità in modo libero e valido, vengono invece legate a letto, a volte fino a morirne.

È la realtà dell’80% degli Spdc italiani dove, nonostante il passaggio della legge e della cultura democratica basagliana, nonostante le lotte ormai decennali di cittadini e in particolare del gruppo no restraint, della campagna …E Tu Slegalo Subito e soprattutto dell’inutilità di queste pratiche. Malgrado tutto, si continua a legare e a legare persone inermi alla mercé dei poteri istituzionali..

Ultimamente ne ha parlato la dottoressa Alessia de Stefano del Spdc di Roma 4 in un suo intervento il 17 dicembre 2019. Da questo vorrei partire per alcune considerazioni.

Per prima cosa bisogna sottolineare il primo ostacolo, la prima mancanza che si soffre in una ricerca del genere: l’omertà. De Stefano osserva i numeri relativi alla contenzione della regione Lazio. In genere un velo di oscurità e di omertà fa fatica a diradarsi. La contenzione si fa ma non si dice. La regione Lazio dichiara che, in media, una persona su dieci viene legata. In particolare su 297 casi trattati in questo modo, 7252 sono le ore complessive registrate, il che significa una media di 24 ore con la beffa del numero periodico, che numericamente sembra non avere mai fine, quasi a spaventare chiunque di voi provi a immedesimarsi anche solo con il pensiero in questa situazione, senza mai avere fine. Una fine che per alcuni arriva, a dispetto dei medici, per il collasso fisico, come accaduto a Giuseppe Casu o a Franco Mastrogiovanni, o per un incidente come accaduto per la diciannovenne Elena Cassetto, che, legata a letto aspettava che le fiamme dell’ospedale la divorassero.

A fronte di tanta sofferenza spesso si sente la testimonianza di quella specie di meccanismo di difesa nella coscienza dei più; è necessario si dice. Ma è veramente necessario? De Stefano ci spiega, come cento, mille altre che l’hanno preceduta, che assolutamente no, non è necessario, che tutto ciò accade deliberatamente dove la cura non è un progetto, dove non si riflette con professionalità e dunque umanità sulla situazione in cui si va a operare come medici o infermieri. Tutto si svolge sbrigativamente lasciando trapelare la stessa ideologia del manicomio.

Dunque, si tratta ancora una volta di ideologie, in questo caso funzionali all’apparato burocratico e al sistema efficentista vigente nel corpo sociale strutturato politicamente. Non si può in questo caso non citare un Filosofo ebreo tedesco del novecento, Gunther Anders, il quale, parlando del nazismo da cui era scappato, riferisce che la cosa più terribile che aveva prodotto il Nazismo non erano i 6 milioni di morti nei luoghi d’internamento ma l’esempio di una società della tecnica totalmente irrigimentata in cui l’uomo scompare.

Ebbene de Stefano, nel suo intervento propone quattro fattori da elaborare al fine di uscire dalla logica sopraccitata e sfuggire agli orrori della sua messa in pratica. Questi fattori rientrano nella considerazione intelligente e professionale di strutture, di organizzazione, di aspetti clinici, di formazione.

In più, come ella stessa riferisce, queste non sono iniziative utopiche o titaniche, ma delle realtà largamente sperimentate addirittura da secoli, come l’esperienza di Connolly nel manicomio di Hanwell o la comunità di Gheel o la mason de santè, tanto per citare alcuni esempi di matrice ottocentesca.

Appare dunque chiaro, il messaggio che de Stefano vuole lanciare attraverso le sue parole: il rispetto della persona è misura della qualità professionale degli operatori.

In ultima istanza, vorrei presentare un ulteriore spunto di riflessione per i lettori, qualsiasi sia la loro posizione politica o ideologica, il pilastro del nostro contratto sociale, la Costituzione italiana, che attraverso l’articolo 3 in particolare, si pronuncia sul tema.

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Legare? Qualche breve appunto

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 11/02/2020 - 19:27

Di Alessia de Stefano

1

Secondo la ricerca ProgresAcuti 2007, l’80% dei 323 SPDC italiani sono a porte chiuse e sono attrezzati per la contenzione. Una ricerca condotta dai SPDC del Lazio ha rilevato che in 21 SPDC, su 3130 ricoveri, si riportano 581 contenzioni, 297 pazienti contenuti, per 7252 ore complessive. 1 paziente su 10 è stato contenuto.

Alcuni SPDC raggiungevano un tasso del 25% (1 su 4 contenuto).

Vi sono protocolli per contenzione in ognuno dei 9 DSM del Lazio. Qualcuno si difende e parla di atto sanitario, qualcuno di stato di necessità (art. 54), qualcuno di terapia morale, educativa o pedagogica.

Vi sono 21 SPDC restraint. La contenzione meccanica continua a rimanere pratica routinaria.

2

Ci sono fattori, situazioni, organizzazioni di servizi che ci permettono di predire, sicuri di non sbagliare, l’accadere della contenzione.

S’individuano, per esempio, l’età avanzata, la ridotta autonomia, la fragilità fisica. L’uso aumenta sistematicamente in relazione all’età del paziente e alla severità del quadro cognitivo. L’assenza o la frammentazione (discontinuità) dei servizi territoriali, modelli che si fondano sul farmaco, sul rischio, sulla reificazione del malato sono fattori massimamente colpevoli del ricorso alla contenzione e alle porte chiuse. E le conseguenze sono, in tutta la loro evidenza, dannose, lesive, fino al rischio di provocare la morte.

I soggetti sottoposti a contenzione per più di quattro giorni, infatti, hanno un’alta incidenza di infezioni ospedaliere e di lesioni da decubito. I danni potenziali associati all’uso scorretto e prolungato dei mezzi di contenzione si dividono in tre categorie: danni meccanici (strangolamento, asfissia da compressione della gabbia toracica, lesioni); malattie funzionali e organiche (incontinenza, infezioni, riduzione del tono e della massa muscolare, peggioramento dell’osteoporosi); danni psicosociali (stress, depressione, paura, sconforto, umiliazione). E bisogna tenere conto anche dell’uso contemporaneo degli psicofarmaci.

Per avviare un percorso di critica pratica alla porta chiusa e alla contenzione meccanica bisognerà attraversare in una sorta di ossessiva convergenza operativa i fattori strutturali,  i fattori organizzativi, i fattori clinici, i fattori formativi di un dato sistema operativo.

È stato evidenziato come l’uso delle contenzioni e dell’isolamento varia grandemente da struttura a struttura e sia difficilmente correlabile con le differenze di stato clinico dei pazienti: la diversità nelle pratiche è attribuibile piuttosto ai diversi approcci con cui nelle singole istituzioni si sceglie di legare o meno.

La responsabilità, quindi, appartiene a uno staff che ha una sua visione delle possibili scelte, a partire da quelle meno restrittive, da adottare quando il paziente diventa confuso, irritabile, impaurito e può perdere il controllo.

Esistono operatori no restraint che, pur lavorando in luoghi restraint, riescono a non legare le persone, condizionando, per una sorta di contagio, anche lo stile degli altri operatori.

3

Non è da oggi che si discute sull’uso o meno della contenzione.

La storia del no restraint è lunga: nel 1796 il quacchero Tuke fonda il ritiro di York; nel 1839 John Conolly applica il no restraint al manicomio di Hanwell, che conteneva circa 1000 ammalati; nel 1952 Maxell Jones in Scozia avvia l’esperienza della Comunità Terapeutica; nel 1960 Franco Basaglia a Gorizia inizia la radicale trasformazione del manicomio in Comunità aperta che porterà alla legge 180.

Negli Anni ‘70 vengono radicalmente trasformati i manicomi e alcuni di essi, tra i più violenti, ottusi e chiusi: Nocera Superiore, Perugia, Arezzo, Reggio Emilia, Colorno.

Lo psichiatra John Conolly nel 1856 scriveva: «Se si permette che mani e piedi vengano legati, in breve si riscontrerà nel paziente un totale processo di regressione e si darà l’avvio a ogni genere di trascuratezza e tirannia», «fino a che la repressione diventerà l’abituale sostituto dell’attenzione, della pazienza, della tolleranza e della gestione corretta» (John Connolly, 1794-1866, psichiatra inglese di origine irlandese, abolì l’uso dei mezzi di contenzione dei pazienti nel manicomio di Hanwell dove aveva cominciato a lavorare nel 1839. Sulla sua esperienza pubblicò nel 1856 il testo tradotto e pubblicato in italiano col titolo Il trattamento del malato di mente senza metodi costrittivi, Einaudi, Torino, 1976, con la prefazione di Agostino Pirella).

4

La Corte di Cassazione, Sezione VI, con la sentenza del 20 giugno 2018 (n. 50498) stabilisce che la contenzione non è un atto medico in quanto l’attività sanitaria ha la finalità di realizzare il diritto alla salute.

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Non è possibile notificare tutti i morti per contenzione nel corso degli ultimi 40 anni. Molte morti avvengono in altri reparti ospedalieri (rianimazione, per esesmpio) dove vengono trasferite le persone che hanno subito gravi danni che poi risulteranno tempo dopo fatali. O peggio non vengono dichiarati. Di seguito solo tre eventi drammatici che si possono assumere come esemplari.

Elena Casetto, 19 anni, morta nel rogo della sua stanza di ospedale durante il ricovero nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Le indagini in corso per omicidio colposo accertano che la ragazza era legata al letto e in una stanza chiusa (2019).

Giuseppe Casu a Cagliari dopo aver trascorso sette giorni, ininterrotti, legato al letto (2006).

Franco Mastrogiovanni a Vallo della Lucania, dopo quattro giorni, 87 ore di contenzione (2009).

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Di seguito la dichiarazione di intenti riguardo la contenzione meccanica discussa durante l’incontro di Prato.

La contenzione è un residuo della cultura manicomiale.

La contenzione non è un atto terapeutico.

La contenzione è una rinuncia a capire cosa vuole comunicare una persona.

La contenzione rappresenta una violazione dei diritti fondamentali della persona (Comitato Nazionale di Bioetica).

La libertà personale è inviolabile (art. 13 della Costituzione).

Si vuole perseguire l’intento di far scomparire la contenzione meccanica.

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Con fatica, lentamente, cresce il numero dei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura dove non si lega.

Il club Spdc no restraint è un’associazione senza scopi di lucro che si propone di svolgere attività di utilità sociale, nei confronti di terzi, nel settore della salute mentale, con particolare riferimento agli Spdc presenti negli ospedali generali per finalizzare l’operatività ai principi del no restraint, ovvero la pratica per giungere ad azzerare i mezzi di contenzione, al mantenimento delle porte aperte negli Spdc, nel rispetto della libertà e della dignità delle persone ricoverate, privilegiando tutti gli interventi relazionali e stimolando al massimo la responsabilità delle persone ricoverate nel proprio percorso di cura.

Il club, fondato nel settembre del 2006, comprende attualmente gli Spdc di Aversa, Caltagirone-Palagonia, Caltanissetta, Mantova, Merano, Novara, Trieste, Matera, Enna, Perugia, Portogruaro, Venezia, Treviso, ovvero il 5% degli Spdc italiani.

Gli Spdc in Italia che adottano un modello no restraint sono meno del 10%.

Il no restraint, ossia il no alla contenzione, si sta affermando in Italia in circa 30 reparti grazie anche alla campagna …e tu slegalo subito.

Città libere da contenzione. Insieme si può

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 03/02/2020 - 16:56

Dopo sei mesi dalla morte di Elena Casetto, giovane donna di 19 anni ricoverata nel reparto di Psichiatria dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, legata al letto e trovata carbonizzata, a seguito di un incendio nel reparto forse partito dalla sua stanza, la Conferenza nazionale Salute Mentale, la campagna ….e tu slegalo subito, l’Unione Regionale Associazioni per la Salute Mentale Lombardia e il Forum delle Associazioni per la Salute Mentale di Bergamo, promuovono il 2 aprile 2020 l’incontro Città libere da contenzione.

All’iniziativa hanno già dato l’adesione numerose associazioni che operano nell’area della salute mentale e dei diritti umani, operatori, intellettuali, docenti universitari, rappresentanti istituzionali e politici. Sono stat invitati il Ministero della Salute, il Comune di Bergamo, l’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo,l’ASST Bergamo Est, l’ASST Bergamo Ovest, l’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo, la Provincia di Bergamo, l’assessorato al Welfare della Regione Lombardia, la Conferenza delle Regioni e l’ANCI.

Obiettivo dell’incontro è promuovere l’impegno delle istituzioni affinché dalla morte di Elena prenda avvio un cambiamento nella presa in carico delle persone con problemi di salute mentale. Perché la pratica della contenzione, atto inumano e degradante per chi lo subisce ma anche per chi lo attua, sia abolita nei servizi socio-sanitari, dove è pratica diffusa come denunciato dal Comitato Nazionale per la Bioetica. Perché Bergamo diventi città libera da contenzione, come è successo in altre realtà in Italia dove la contenzione è stata superata.

Nostro impegno è che da Bergamo prendano avvio iniziative in tutto il Paese per costruire città libere da contenzione: per il superamento della contenzione e di ogni pratica lesiva della dignità e dei diritti delle persone nei luoghi della cura.

Per il comitato promotore:

Giovanna Del Giudice, portavoce campagna …e tu slegalo subito

Gisella Trincas, per la Conferenza nazionale Salute Mentale

Valerio Canzian, presidente URASAM Lombardia

Camilla Morelli, per il Forum Associazioni per la Salute Mentale Bergamo

Never Ending Story

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 03/02/2020 - 16:37

La Convenzione Europea di Oviedo si aggiorna, ma i diritti delle persone restano al palo: una nuova battaglia contro la coercizione in psichiatria?

Di Roberto Mezzina e Grazia Zuffa

In questi mesi è in corso una complicata vicenda che riguarda i diritti delle persone con disturbo mentale e in particolare la titolarità sulla loro salute. La Convenzione di Oviedo è stato il primo strumento giuridico internazionale che protegge la dignità, i diritti e le libertà dell’essere umano contro ogni abuso della biologia e della medicina, dalla genetica alla ricerca medica, anteponendo a tutto ciò il consenso informato della persona interessata e il diritto al rispetto della privacy. La Convenzione consacra il principio che tale consenso va dato prima di ogni intervento, salvo le situazioni di urgenza, e che può in ogni momento essere ritirato dalla persona stessa. Per coloro che sono ritenuti incapaci di dare il proprio consenso, per esempio un minore o una persona con disturbi psichiatrici severi, l’intervento non deve essere eseguito a meno che non produca un reale e sicuro vantaggio per la sua salute.

Qui cominciano i problemi: incapacità? Vantaggio per la salute? Si discute ormai dal 2013 a livello del Comitato di Bioetica del Consiglio d’Europa una bozza di Protocollo, destinato ad aggiungersi alla Convenzione, che riguarda il rispetto della dignità delle persone in salute mentale, la loro autodeterminazione, specificamente riguardo al tema dei trattamenti involontari e degli internamenti involontari.

Lo scopo del Protocollo è di stabilire gli standard minimi di protezione dei diritti che gli stati sono tenuti a rispettare, dunque non vi sarebbe alcun obbligo di adeguamento legislativo per paesi, come l’Italia, che hanno normative più avanzate. Tuttavia, se l’attuale bozza fosse approvata, il rischio di un arretramento culturale a livello europeo in tema di coercizione alla cura sarebbe alto, proprio per l’autorevolezza di cui gode la Convenzione di Oviedo. Di tale arretramento, particolarmente i paesi più avanzati, come appunto il nostro, avrebbero più da temere.

Venendo al testo: mentre nel preambolo si affermano tutti diritti e le relative convenzioni, la bozza del Protocollo in discussione è particolarmente insidiosa in alcuni punti:

a) il trattamento obbligatorio (involuntary treatment) si abbina ad un involuntary placement (internamento) – cosa che non è nella legge 180/833, la quale prevede al massimo “condizioni di degenza ospedaliera”: si attuerebbe così di nuovo la piena legittimazione dell’internamento (come in era manicomiale), anche disgiunto dal trattamento;

b) il concetto di pericolosità e di rischio ne è criterio principale, a differenza della 180 che tutela il diritto alla salute: ciò sancisce il primato delle ragioni dell’ordine pubblico e del controllo sociale alla base dei trattamenti obbligatori;

c) il trattamento è connesso all’emergenza (entro 72 ore), mentre il nostro Trattamento Sanitario Obbligatorio non lo è di per sé;

c) la durata è indefinita: essa può variare ma essere anche lunga – non 7 giorni come in Italia, salvo richiesta di prosecuzione del trattamento. Non è nemmeno stabilito alcun limite massimo;

d) il trattamento è deciso direttamente dal giudice, mentre nella 180 il Giudice Tutelare controlla il rispetto dei diritti. La figura del magistrato come autorità decisionale (invece che, come da noi, il sindaco in qualità di primo rappresentante della comunità) e non solo di controllo (come da noi il Giudice Tutelare) ne condiziona il carattere di provvedimento giudiziario e non semplicemente amministrativo;

f) c’è la regolamentazione, come già anticipato dalle linee guida del 2017 del CoE, delle forme di contenzione e di seclusion, che quindi vengono ammesse e legittimate, senza alcun riferimento all’obbiettivo della riduzione fino all’eliminazione di tali pratiche e senza alcun invito agli Stati a predisporre misure e programmi per raggiungere tale obbiettivo.

Tutto ciò rende il testo assolutamente in contrasto non soltanto con l’impianto legale italiano, ma con tutto un insieme di atti con effettività e valenza giuridica sovranazionale, soprattutto con la famosa Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità delle Nazioni Unite (in inglese siglata CRPD), ratificata finora da 180 paesi, che in campo psichiatrico è di assoluto rilievo.

Il comitato che a New York discute a livello mondiale l’implementazione della CRPD è già entrato in modo esplicito e univoco sul tema della coercizione in psichiatria, che dovrebbe essere esclusa sempre. Questo poiché la Convenzione afferma la capacità legale di decidere sul proprio trattamento, prevedendo semmai un “sostegno nella decisione” (supported decision making), ed esclude limitazioni della libertà sulla base della disabilità. Nella bozza di Protocollo Aggiuntivo, come abbiamo visto, le motivazioni del trattamento obbligatorio sono riaffermate proprio in rapporto alla disabilità, all’interno di un vecchio concetto di danno / pericolosità a sé e agli altri (harm) ad essa connesso, e sono peraltro affidate ad una decisione di ordine giudiziario che scavalca il soggetto anche temporaneamente “incapace”. Inoltre, non solo vengono ammesse la contenzione e l’isolamento, sia pure come misure emergenziali, ma il trattamento e così pure il placement (internamento) non hanno limiti temporali. Questi concetti in sé sono chiaramente in contrasto con le fundamental freedoms della CRPD.

Va riconosciuto che si entra in un campo complesso: stando alla lettera della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, perfino il TSO stabilito dalla legge 180 e poi dalla 833 sarebbe escluso, nonostante esso rappresenti forse il provvedimento più garantista nel mondo, anche a quarantadue anni di distanza. Questo perché l’Italia è stata il primo e finora uno dei pochissimi paesi (con Argentina e in parte Spagna) a prevedere il TSO non per un rischio di danno a sé e agli altri (ossia per pericolosità) così come accade nel resto del mondo, che lo fa emanare da un’autorità giudiziaria. In Italia il Giudice Tutelare controlla invece il rispetto dei diritti a favore della persona e la correttezza dei motivi. Il TSO di certo pone il principio della sussidiarietà della capacità legale in nome della salvaguardia del diritto di cura quando il paziente non acconsente, e vi sono gravi alterazioni psichiche; e tuttavia non si può negare che resta arbitrario, come ben sappiamo, il giudizio clinico sulla gravità e l’urgenza relative alla condizione psichica. Alcuni studiosi di area anglosassone, in particolare Szmukler, insistono perché ci sia una legislazione sul consenso fondata non su valutazioni psichiatrico-diagnostiche ma solo sull’incapacità, di qualsiasi natura essa sia. In Italia sarebbero necessarie figure di garanzia che agissero di norma a supporto dell’utente, e non solo in caso di procedimenti di ricorso.

Una recente review internazionale che abbiamo condotto esclude che trattamenti obbligatori abbiano una reale efficacia clinica e restano confinati nella sfera della sanzione e del controllo del comportamento. Anche sulle alternative tuttavia mancano finora studi che ne documentino l’efficacia, se si eccettuano gli studi sui crisis plans e le advanced directives (disposizioni anticipate di trattamento estese al campo della psichiatria).

Riceviamo in questi giorni le pressioni allarmate delle organizzazioni europee degli utenti psichiatrici e speriamo che l’Italia sappia far valere nella discussione sul Protocollo Aggiuntivo l’esperienza italiana della riforma psichiatrica. Purtroppo questo testo, come abbiamo cercato di illustrare, resta sostanzialmente inemendabile soprattutto perché, come si è detto, non si concilia con altri documenti internazionali sottoscritti dagli stati del Consiglio d’Europa, in specie la Convenzione ONU sulla disabilità. In più, è grave che non si sia tenuto conto del parere contrario di importanti organismi su tutte le bozze, comprese questa ultima (l’elenco è lunghissimo, dallo stesso parlamento del Consiglio d’Europa, al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, al Rapporteur sui diritti delle persone con disabilità dell’ONU, all’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU, fino agli organismi internazionali di rappresentanza delle persone con malattie mentali, in specie il Forum Europeo per la disabilità del Consiglio d’Europa). Peraltro l’Human Rights Council delle Nazioni Unite farebbe fatica, date le sue deliberazioni dal 2017 in poi, ad accettarlo a livello internazionale, a meno che non avvenga qualche colpo di mano.

In ultima analisi, ci sembrano condivisibili le conclusioni del Comitato di Bioetica spagnolo, quando, pur non mettendo in discussione le buone intenzioni dei promotori del Protocollo Aggiuntivo, evidenzia il rischio che il taglio e i contenuti dello stesso Protocollo, lungi dal garantire maggiormente le persone con disabilità psicosociali, si risolvano in una legittimazione di pratiche coercitive (che di fatto ostacolano il raggiungimento di standard di cure basate su buone pratiche non coercitive). In questo quadro va considerato l’effetto culturale negativo se si approvasse un protocollo contro il parere del Comitato che presiede all’attuazione della Convenzione per la disabilità.

Da questo punto di vista ci sembra giusta l’indicazione dei Commissari per i diritti umani del Consiglio d’Europa che si sono succeduti, quando individuano come compito primo dal punto di vista bioetico quello di sollecitare gli Stati a promuovere misure e buone pratiche basate sul consenso per superare le misure involontarie e coercitive. Pensiamo che l’Italia, che ha sottoscritto la Convenzione per la disabilità, dovrebbe, seguendo le parole dei Commissari, «rifocalizzare gli sforzi volti a proteggere i diritti delle persone con disabilità psicosociali. Il problema non è che alcuni Stati non dispongano di garanzie sufficienti per l’adozione di misure involontarie. Il problema è che queste misure violano molti diritti delle persone con disabilità psicosociali a causa della loro natura discriminatoria».

Occorre allora risvegliare le coscienze e fare le dovute pressioni, rappresentando il fatto che non va perso un patrimonio di diritti che la 180 e la 833 da oltre quarant’anni hanno rappresentato: è quindi urgente una mobilitazione delle associazioni che già si sono ritrovate per due anni di seguito a Roma, a favore di una posizione netta dell’Italia contro la possibile legittimazione in Europa, a dispetto delle convenzioni, delle misure coattive in psichiatria.

Poi il problema resta quello, come ha sottolineato lo Special Rapporteur sul diritto alla salute (art. 25 della CRPD), Dainus Puras, di sviluppare delle pratiche, dei programmi, dei servizi, o meglio dei sistemi di servizi, che rendano esigili i diritti soggettivi sanciti in astratto. In tale direzione l’OMS si muove ormai da un decennio col programma QualityRights, e che sta pubblicando un documento di guida alle buone pratiche basate sui diritti umani e orientate alla ripresa / recovery. Esso contiene alcuni buoni esempi sia di singoli servizi e programmi, che di buoni sistemi globali di servizi. Ma su questo torneremo in un altro contributo.

Nonostante la grande diffusione della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità, anche in salute mentale, in particolar modo sulla spinta delle organizzazioni degli utenti psichiatrici come il WNUSP (World Network of Users and Survivors of Psychiatry) che hanno dato un contributo decisivo a scriverla, il tema dell’autodeterminazione, della dignità e del riconoscimento della persona come soggetto di pieno diritto in ogni condizione si trovi, è ancora lungi dall’affermarsi come centrale, come ci indicano la persistenza dei manicomi, l’uso della contenzione, i TSO senza garanzie, il modello farmacologico dominante, la negazione dello stesso diritto alla propria personale recovery. La battaglia decisiva allora resta quella dentro le istituzioni e le politiche che le regolano.

Renato giornalista e la carta di Trieste

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 27/01/2020 - 23:39

Di Antonello D’Elia

Renato è uno dei personaggi che popolano con i loro punti di vista sulla salute mentale La realtà non è per tutti. Voci dalla legge Basaglia quarant’anni dopo (Edizioni Villaggio Maori, Catania, 2019). L’autore è Antonello D’Elia, Presidente di Psichiatria Democratica.

Il testo è pubblicato grazie alla cortesia dell’Autore e dell’Editore.

Renato e il disagio psichico nelle parole dei giornalisti

Da giornalista provo sempre imbarazzo a leggere storie di follia e di violenza sulla stampa. Sì, me ne rendo conto, ha ragione, su testate come quella per cui lavoro bisognerebbe essere più attenti, anche più competenti, ma fatto sta che certe storie finiscono nella cronaca, quella che si chiama cronaca nera, e si è in tanti a scriverne, è raro che i casi vengano affidati a gente di mestiere che dia un taglio alla notizia che non sia allineato con quello che si aspetta la gente. È vero: un giornale dovrebbe avere un’impostazione, orientare e non seguire il senso comune. A volte sulle pagine nazionali trova un’opinione e su quelle locali il suo opposto, parlando dello stesso evento. Ma è anche vero che è una materia complicata questa della follia. Non è facile capire cosa è scientifico e cosa no, se i termini utilizzati sono corretti, se una lettura più complessa può essere compresa e non passare per intellettualismo o per paternalismo. Vuole un esempio? C’è l’imbarazzo della scelta: prendiamo il caso di qualche tempo fa in cui una madre era sospettata di aver ucciso il suo bambino. Sono storie che si ripetono di frequente o che, in ogni caso, arrivano più spesso alla cronaca, fatti che sconvolgono, che spaventano, in apparenza incomprensibili. Il ruolo della stampa, almeno per come la vedo io, dovrebbe essere quello di far riflettere su eventi di questo genere, di trasmettere a chi legge stimoli di riflessione e non confermare facili giudizi e pregiudizi. Senza assolvere nessuno, senza giustificare nessuno, ma almeno far ragionare. Lo riconosco, c’è un’istanza pedagogica in quello che dico, non ha torto, ma non mi pare una gran colpa visto che l’alternativa è aizzare emozioni per respingere qualsiasi diversità e raccogliere consenso in una nazione smarrita e confusa, che è quello che fa con sempre maggiore determinazione la destra. Dunque, mi faccia proseguire il mio ragionamento: succede questo brutto omicidio. Dopo un periodo di silenzio vengono fuori le prime notizie che volevano la mamma del piccolo come possibile autrice del delitto, motivo per cui era stata fermata e incarcerata, e la stampa si attiva; seguono commenti spietati sempre più feroci man mano che si profila un possibile movente. Il tutto viene amplificato dalla rete dei social, un modo velocissimo di diffondere notizie, false notizie e opinioni non meditate che attingono alla più immediata visceralità. Insomma, pare che la donna avesse un amante e avesse ucciso il figlio in quanto intralcio o testimone della relazione. Il ruolo dei media diventa quello di un amplificatore della piazza, di orientare l’espulsione dell’inquietudine suscitata da un fatto di cronaca così efferato in cui una madre sopprime la sua prole. Le passioni soffocano il pensiero, le emozioni violente allontanano ogni capacità di accostarsi a un’esperienza estrema e tragica, ma pur sempre umana. Insomma, Medea diventa una Rosalia qualsiasi, fedifraga e spietata. Il tutto dura tre, quattro giorni, poi il caso sparisce e non se ne sa più nulla. Oppure la vicenda ancora più recente del migrante ricoverato in psichiatria che uccide a pugni un anziano anche lui ricoverato nello stesso reparto. In questo caso c’è la doppia aggravante di un migrante che è folle e pericoloso. La notizia non dice nulla del luogo dove è avvenuto il fatto, del clima di violenza che vi si respirava, dei motivi per cui quell’uomo era ricoverato e di quali trattamenti riceveva. La psichiatria può essere anche molto violenta, no? La chiave interpretativa è il raptus, l’evento imprevedibile e inconoscibile che trasforma un essere in un mostro all’improvviso. Ha presente i commenti dei vicini dopo che uno ha ammazzato madre, padre, gatto e cane: «Sembrava tanto educato, salutava sempre tutti… e quei genitori erano brave persone, mai una lite, mai uno screzio, un urlo, persone perbene». A che serve questa informazione se non ad alimentare la convinzione che la follia sia imprevedibile e quindi chi ne è affetto è pericoloso in sé? Bastano un po’ di fatti di cronaca trattati in questo modo e si conferma e diffonde l’idea di essere circondati da soggetti instabili che si aggirano liberamente nelle nostre città pronti a far del male perché, per ignota metamorfosi, si trasformano in efferati assassini. Voglio dire che il clima di paura e la reazione in termini di stretta securitaria vengono alimentati da eventi di questo tipo. In poco tempo l’equazione tra atto violento e follia diventa scontata, il mostro e il folle sono una sola cosa. E una legge ha messo i matti in libertà e loro si aggirano a piede libero. A quel punto arrivano i commenti giornalistici e i pareri degli esperti. L’inchiesta ha «chiarito che la donna soffriva da tempo di una forma depressiva», o che «era in cura presso i servizi sociali», tanto sociale o psichiatrico è sempre assistenza, mai cura vera…, o era stata visitata e qualcuno aveva diagnosticato una «blanda situazione ansiosa». Vale a dire che si alimenta il mito della inspiegabilità che a sua volta evoca la paura. Si ricordi che il primo fronte contro Basaglia era stato alimentato proprio dalla stampa, che aveva colto due episodi tragici avvenuti a opera di pazienti del manicomio in permesso a casa per diffondere il terrore per i pazzi in libertà e gli psichiatri, ancora più pazzi, che li mettevano per strada. Certo, c’era una stampa contraria, una televisione di inchiesta che mostrava il delitto umanitario di tenere segregate, abbandonate e sottoposte a sistematiche violenze decine di migliaia di persone internate. Ma oggi il clima generale di attenzione al sociale è svanito e la paura dilaga. Sa, ripensando a quello che le ho detto prima, mi convinco sempre di più che sia necessaria un’educazione psicologica e, mi passi il termine, spirituale. Il mostro, il folle, mettiamoci pure il migrante, tanto di questi tempi sono tutti «altri» e minacciosi, vanno tenuti a debita distanza scaraventando su di loro il negativo, il pauroso, e trasformando l’inquietudine in designazione, in un «non mi riguarda». Eppure il male della madre figlicida o il dolore del paziente psichiatrico ci riguardano, siamo anche noi, parlano di noi e dicono cose che la maggior parte delle persone non si può neppure rappresentare. Il grande assente di tutti questi racconti, articoli, reportage, servizi è la sofferenza, il riconoscimento di come dietro a condizioni estreme ci sia il dolore che precede e sostiene i comportamenti. Se si guardano solo questi non si capisce nulla, né degli altri né di noi stessi. Che poi è la stessa cosa che avviene alla psichiatria. Mi sono interessato dell’argomento per tanti anni, fin dai tempi della chiusura dei manicomi, quando ero ragazzo e scrivevo dei pezzi per un piccolo giornale della città di provincia dove vivevo. Per questo le dico che se è la stessa psichiatria che guarda solo quello che si vede in superficie per attribuire una diagnosi e con quella chiudere la partita anche del trattamento, figuriamoci i giornali e i giornalisti! E qui due parole me le deve far dire sugli esperti. Ma come può un giovane giornalista capire a chi rivolgersi per sentire un parere qualificato? Se è passato il discorso che la psiche è una questione di pertinenza medica, perché ha a che fare con il funzionamento di un organo, il cervello, e che la ricerca avanzata delle neuroscienze è quella che può dare risposte, io andrò a cercarmi uno scienziato, o magari uno che fa credere di esserlo. Aspettiamo tutti che il progresso delle scienze faccia il suo corso e nel frattempo la gente soffre, si ammala, commette stranezze. E poi c’è la questione delle mode, l’ha notato? Da quando la depressione è stata «scoperta» come malattia del nostro tempo, sono scomparsi gli schizofrenici e sui giornali, quando si deve parlare della diagnosi di una persona che ha combinato qualcosa di grosso, si parla di depressione: «Era in cura per depressione», si scrive di qualcuno che magari ha aggredito un familiare, ha ucciso un passante e così via. La depressione è diventata il modo più vicino all’esperienza di tutti della sofferenza mentale, tutti pensano di sapere di che si tratta, e magari temono di poter diventare pazzi perché si è tristi. Mi sembra tutto così semplicistico che mi chiedo se non finiamo noi per primi per giustificare cose su cui in fondo non siamo d’accordo. Non vorrei fare sociologia a buon mercato, ma qualcosa ne so e qualche libro l’ho letto: si tratta anche qui di nominare un male che incombe, che può venire a sconvolgere la vita di tutti senza apparente motivo, magari a causa di una regolazione patologica di qualche mediatore chimico. Pare che la diagnosi sia già una parte della cura, ma così non si fa altro che alimentare confusione. Ormai c’è una diagnosi per tutto e pare che se nomini un fenomeno con un termine che sa di scienza lo hai già risolto. Dovremmo occuparci di più di queste cose, non trova? Ne va di mezzo la nostra salute, l’idea di diventare più consapevoli o invece di delegare agli specialisti le nostre vicende, di contare sulle relazioni umane o sulle soluzioni che non richiedono impegno, come l’assunzione di medicine. Pensi al caso dei vaccini sospettati di essere causa dell’autismo, cosa non supportata da nessuna evidenza, sensazionalistica, non rigorosa eppure dilagata a dismisura anche per responsabilità di una informazione popolare scorretta, che disinforma per avere pubblico, per fare notizia a tutti i costi. Le persone sono sempre più fragili, insicure, alla ricerca di risposte: come si spiega se no il periodico ripresentarsi di soluzioni miracolose per il cancro o il caso delle staminali? Per la salute mentale vale lo stesso discorso. C’è una certa confusione tra malattie psichiatriche, neurologiche e quelle legate all’invecchiamento. Tutto quello che in questi tempi di ipercontrollo rappresenti la perdita di sé, di un’immagine di presenza e lucidità permanente, di buon senso senza dubbi, viene accomunato come una sola patologia. Non va sottovalutato questo spirito dei tempi perché ha a che fare con le paure delle persone. Insomma, ci sarebbe bisogno di meno suggestione e più divulgazione seria. E chi lavora con l’informazione come me ha un compito importante. Che ne pensa?

Note di commento al Piano Socio Sanitario Integrato della Regione Lombardia (PSL) 2019-2023

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 27/01/2020 - 23:03

Di Luigi Benevelli

Non c’è salute senza salute mentale. La salute non è qualcosa che si vende e si compra, ma un progetto non delegabile cui contribuisce la cooperazione di una grande quantità di soggetti.

Le persone con disturbo mentale soffrono di disabilità e sono oggetto di pregiudizio, stigma e discriminazione in tutto il mondo. Pertanto sono più vulnerabili alla violazione dei diritti civili ed umani e alla non-equità negli accessi e nelle disponibilità di servizi di tutti i tipi rispetto alle persone che soffrono di malattie del corpo.

L’esperienza della de-istituzionalizzazione, in particolare della chiusura dei manicomi, ha mostrato la grande importanza delle interazioni fra le dimensioni biologica, psicologica, antropologica, storico-sociale nell’evoluzione dei disturbi mentali e come la qualità dell’offerta del servizio sanitario condizioni i modi e l’evoluzione del disturbo, ne sia parte integrante.

Per visionare il documento integrale: Note al piano socio-sanitario integrato della regione Lombardia- PLS 2019-2023 Allegati

Ex manicomio di Aversa: un pezzo di storia abbandonato

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 27/01/2020 - 22:33

Di Aniello Napolano

[articolo uscito su Identità Insorgenti]

Inferno Op di Aversa

L’ospedale fu abbandonato definitivamente nel 1999 dopo una lenta dismissione, iniziata con la legge Basaglia del 1978. Da allora la natura dell’immenso giardino si è impossessata di nuovo degli usci, dei muri e delle pareti fino a coprire intere ali di questa cittadella che mi appare ora come una bocca aperta, spalancata verso un cielo ingeneroso urlando il proprio dolore.

Il mio giro dell’inferno parte, ironia della sorte, dal padiglione Virgilio. Questo padiglione versa, a tanti anni dalla chiusura, in uno stato di grave e totale abbandono, soprattutto la parte del corpo più antico ormai segnato dai crolli che si sono succeduti negli anni.

La splendida chiesa ed il chiostro sono duramente divorati dal tempo, dall’incuria e dai ripetuti atti vandalici. La chiesa, in particolare, non ha più il tetto ed il pavimento è invaso da una vegetazione cresciuta quasi ad altezza uomo. Gli altari laterali in pregiato marmo cadono a pezzi (o sono stati in alcuni casi fatti a pezzi), i confessionali sono a brandelli sepolti dalle macerie e dalla vegetazione, tranne uno che, come un uomo che affoga, affiora tra le piante che cominciano ad avvilupparlo visto che la vegetazione selvatica ha invaso anche il chiostro e si è ripresa ciò che aveva perso secoli fa.

Il più antico manicomio di epoca moderna

Nel tempo questa struttura ha cambiato molte volte denominazione: Pazzeria degli incurabili, Reale Casa de’ matti, Reale manicomio della Maddalena, Real Ospedale Psichiatrico di Aversa, Ospedale psichiatrico S. Maria Maddalena.

La prima pietra ideale però di questo complesso parte da Napoli. La prima sede manicomiale del Regno era infatti ubicata nel cinquecentesco Ospedale degli Incurabili di Napoli, il primo ospedale in senso moderno d’Europa, e che aveva al proprio interno anche una sezione dedicata ai malati di mente chiamata senza mezzi termini Pazzeria.

In età borbonica però ci si accorse della sua inadeguatezza e la necessità di creare degli spazi appositamente attrezzati e configurati anche se fu, tuttavia, il Re di Napoli Gioacchino Murat nel 1813 che con un Regio decreto che mise mano alla questione e fondò le Reali Case de’ matti.

Il fatto che molte di queste Case fossero ospitate in antichi conventi e ne mantenessero la struttura non è un caso visto che la loro creazione coincise con un periodo storico di grandi espropri di possedimenti ecclesiastici. Murat stesso non fece eccezione visto che nel 1809 nel quadro di una riforma di ammodernamento dello Stato confiscò più di un centinaio di monasteri destinandoli ad uso civile rimanendo cosi anche dopo la fine del periodo Napoleonico e la Restaurazione.

Aversa non fece eccezione ed il primo nucleo fu sistemato nel confiscato convento della Maddalena.

La dottrina del Trattamento morale

Questa casa di cura è importante anche (e soprattutto) perché si specializzò nella cura con metodi innovativi e non repressivi, attraverso il Trattamento morale.

Questo trattamento fu messo a punto da due grandi alienisti francesi: Jean Etienne Dominique Esquirol e Philippe Pinel. I due teorizzarono un trattamento di cura per i folli, fatto di una organizzazione di vita quasi monastica, con regole ed orari ma anche divertimenti e svaghi con occupazioni in attività varie come ascolto di musica, attività teatrali, etc.

Ai giorni nostri parleremmo di un percorso di riabilitazione fatto di socializzazione e di reinserimento in società.

Questo percorso risulta ancor più strabiliante e davvero rivoluzionario se pensiamo che le cure primordiali per i folli erano fatte di salassi, purghe per permettere l’evacuazione delle parti folli del sé, bagni gelati, punizioni e contenzione. I Borbone, dopo la Restaurazione, una volta tornati sul trono dopo gli eventi rivoluzionari, non cancellarono questi metodi curativi intuendone la portata rivoluzionaria ed, anzi, ne fecero un vanto del Regno in tutta Europa, facendo assurgere Napoli a Capitale all’avanguardia nella cura delle malattie mentali.

La legge Basaglia e il declino

Con gli anni Settanta del ‘900, si fecero largo le nuove idee progressiste sulla malattia mentale e piano piano il manicomio aversano perse d’importanza. Le prime avvisaglie della fine fu la famosissima legge del 1978 del Servizio Sanitario Nazionale, ma la vera svolta si ebbe con la famosissima legge 180, più conosciuta come Legge Basaglia. Da lì un lento declino fino a quando l’Ospedale psichiatrico fu svuotato nel 1998 e chiuse definitivamente nel 1999.

Fu la fine di un’epoca di cui si doveva preservare la memoria e le testimonianze mentre invece tutto sembra destinato a cadere nell’oblio, sotto macerie abbandonate.

Tutto giace nell’abbandono

A svariati anni dalla chiusura, l’ex Ospedale Psichiatrico di Aversa giace ancora in uno stato di grave e totale abbandono. Il corpo principale del complesso, quello più antico, è ormai fatiscente.

Fra segni di crolli e cedimenti strutturali preoccupanti, passeggiare fra i vari padiglioni e il chiostro rinascimentale segnati dall’incuria naturale (e di qualche vandalo) è veramente un colpo al cuore che rende difficile raccontare la bellezza degli scaloni monumentali, delle architetture borboniche senza sentirsi rattristati di ciò che era e ciò che sarebbe potuto essere.

Una tristezza e nel contempo un senso di angoscia ed inquietudine profonda che ci avvolge quando passeggiamo verso l’uscita fra gli immensi saloni vuoti, i lunghissimi corridoi dalle pareti scrostate, i grandi finestroni con le sbarre arrugginite. Esplorare questo gigante morente, entrare nel suo ventre e perdersi nei suoi meandri polverosi, silenziosi e semibui è una esperienza veramente forte.

Riutilizzare l’area si può e si potrà, ma recuperare tutto quello che si è perduto è impossibile, quella bellezza, il mistero di quello che lentamente sta morendo, i racconti di chi ha vissuto qui parte o tutta la propria vita.

Noi ci auguriamo che possa essere salvata almeno la memoria di questo luogo e di ciò che è stato.

[fine prima parte – continua]

Un’alleanza per il no restraint

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 27/01/2020 - 20:02

Di Giovanni Rossi, presidente del Club Spdc No Restraint

Considerata dai più disdicevole ma ineluttabile la contenzione costituisce il rimosso della assistenza psichiatrica.

In Italia una Regione, il Friuli Venezia Giulia, ha risolto il problema. Solo Emilia Romagna e Lombardia eseguono il monitoraggio di questo evento avverso, che arreca danni fisici e psicologici a chi lo subisce. Sono ben noti i disturbi post-traumatici da stress nelle persone sottoposte a contenzione, mentre i danni fisici vanno dalle conseguenze osteoarticolari alle complicanze tromboemboliche, fino alla morte, rara ma non infrequente.

Il 13 febbraio saranno passati sei mesi dalla morte di Elena Casetto, bruciata legata al letto.

Se rapportiamo alla popolazione italiana i dati raccolti in Emilia-Romagna e Lombardia possiamo stimare che nel 2019 dalle 8 alle 9 mila persone siano state sottoposte a contenzione meccanica negli Spdc italiani.

È veramente preoccupante che nella maggior parte delle Regioni non vi sia alcun sistema di sorveglianza relativo a questo fenomeno, che anche solo considerato dal punto di vista sanitario, espone una popolazione, tutt’altro che piccola, a rischio di danno permanente se non mortale.

Se si volesse affrontare il problema si potrebbe interpellare il gruppo di Spdc italiani che, nel 2019, è riuscito ad occuparsi di tutte le persone ricoverate senza fare ricorso alle contenzioni meccaniche. Sono esperienze che attraversano l’Italia: da Merano (Alto Adige) e Trieste (Friuli Venezia Giulia) a Caltagirone (Sicilia) passando per San Bonifacio (Veneto), Mantova (Lombardia), Ravenna (Emilia-Romagna), Pescia (Toscana), San Severo (Puglia), per citarne alcuni.

Il Club Spdc No Restraint annualmente organizza l’incontro tra le esperienze no restraint e gli Spdc che stanno perseguendo l’obiettivo del superamento delle contenzioni.

Il XII incontro annuale si è svolto a Prato il 13 dicembre.

Come accaduto anche negli anni precedenti (a Carpi e Ravenna) il convegno è stato organizzato in una città il cui Spdc si è aggiunto recentemente al Club. A dimostrazione che il percorso dal restraint al no restraint è possibile anche in questi anni difficili.

Condividiamo l’orientamento espresso dal Comitato Nazionale di Bioetica che nel 2015 osservava che «la marcata variabilità nell’uso della contenzione fra servizi che pure insistono su territori con caratteristiche e tipologie di utenza simili, suggerisce che la cultura e la organizzazione dei servizi, più che la tipologia dell’utenza, giochino un ruolo decisivo nell’uso della contenzione». E ipotizzava che per evitare il ricorso alla contenzione fosse rilevante la buona organizzazione dei servizi territoriali, aperti tutto il giorno, spesso anche 24 ore, con forti reti di integrazione e collegamento.

Siamo consapevoli che non possiamo raggiungere questo obiettivo da soli.

Gli Spdc no restraint crescono ed estendono la loro influenza se godono di una rete di sostegno nel contesto sociale ed organizzativo in cui si trovano.

Spesso la spinta al cambiamento è venuta da associazioni di volontariato. Altre volte il contesto culturale e la qualità generale dei servizi alla persona hanno un effetto di trascinamento. In alcuni casi la stampa esercita uno stimolo positivo. Il cambiamento nel contesto organizzativo sanitario a volte svolge un ruolo facilitante, altre volte rappresenta un ostacolo. La relazione con l’autorità comunale e con chi è preposto ai compiti di tutela della sicurezza può fare la differenza.

Dobbiamo provare a trasformare queste evidenze in una forma di collaborazione stabile con quanti stanno lavorando nella nostra stessa direzione. Dobbiamo affiancarci ed affiancare chi opera presso l’opinione pubblica, per esempio attraverso la campagna …E tu slegalo subito.

Ma nello stesso tempo dobbiamo trovare il modo di trasferire agli operatori l’idea, tanto etica quanto pratica, che se si può allora si deve. In modo che si inneschi il processo di maturazione professionale che li porterà ad imparare a lavorare senza contenere.

Con vantaggio di tutti perché, come sappiamo, legare fa male a chi viene legato, ma anche a chi lega.

Lavoreremo a dare stabilità ad una alleanza per il no restraint che coinvolga il Forum Salute Mentale, le associazioni (a partire da Unasam), le organizzazioni sindacali, le associazioni scientifiche (associazione degli infermieri della salute mentale, Siep), gli ordini professionali.

Chiediamo che in tempi rapidi si attivi un sistema nazionale obbligatorio di sorveglianza delle contenzioni meccaniche.

Quest’anno il nostro incontro annuale si terrà in Sicilia a Caltagirone. Da lì partirà un percorso per il no restraint che, da sud a nord, toccherà tutte le regioni per arrivare nel novembre 2021, nel sessantesimo anniversario del mi no firmo di Fanco Basaglia, a Gorizia e Trieste.

Club Spdc No Restraint: Giovanni Rossi è il nuovo Presidente

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 27/01/2020 - 19:48

[articolo uscito su SOS Sanità]

Il direttivo del Club Spdc No Restraint, al termine del XIII Convegno nazionale di Prato, ha deciso l’avvicendamento alla presidenza tra Lorenzo Torresini, ideatore del Club Spdc No Restraint, che diviene presidente onorario, e Giovanni Rossi, cofondatore dell’associazione, che la guiderà nei prossimi anni.

Il tredicesimo convegno nazionale del Club degli Spdc No Restraint si è svolto a Prato il 13 dicembre scorso.

Come ogni anno il convegno ha documentato l’attività del gruppo di Spdc che in Italia riesce a svolgere la sua funzione di cura senza ricorrere alla costrizione fisica ed ambientale.

Servizi in cui le persone non vengono legate e le porte sono aperte.

Esperienze che mettono in crisi l’ atteggiamento custodialistico, ancora presente in molte strutture psichiatriche, come pure in altri reparti ospedalieri e residenze per anziani. Atteggiamento che considera ineluttabile l’esercizio del controllo fisico del malato.

Ineluttabilità che serve a giustificare la limitazione della libertà personale in contrasto tanto con l’articolo 13 della Costituzione che in assenza di qualsiasi evidenza terapeutica.

Ineluttabilità che è stata smentita dalle esperienze no restraint presentate durante il convegno: Modena, San Severo (Foggia), Trento, Trieste, Terni, Mantova, Pescia (Pistoia), Melegnano (Milano), Ravenna, Grosseto, Caltagirone, Merano, Prato.

In alcuni casi si tratta di esperienze storiche, in altri recenti, o in procinto di raggiungere l’obiettivo.

Nel corso del convegno è stato annunciato che annualmente verrà reso noto l’elenco degli Spdc a Contenzione Zero.

Quelli, cioè, che nel corso dell’anno precedente non abbiano eseguito alcuna contenzione meccanica. A gennaio sarà disponibile l’elenco relativo al 2019.

Il Club degli Spdc No Restraint ha acquisito negli anni una dimensione importante in termini di credibilità e spazio pubblico.

Negli ultimi anni ha aderito alla Campagna …E tu slegalo subito e a quella sul superamento degli OPG.

Nel 2019 è stato tra i promotori della Conferenza Nazionale per la Salute Mentale stabilendo una partnership con una rete molteplice di associazioni, a partire da Unasam.

È infatti evidente che il no restraint negli Spdc è favorito dalla adozione di adeguate modalità organizzative interne ai servizi e di contesto nel territorio.

Si scrive nel documento approvato al termine della assemblea del Club No Restraint: «L’analisi delle esperienze no restraint ci indica la via da percorrere. Pur nella loro diversità gli Spdc no restraint crescono ed estendono la loro influenza se godono di una rete di sostegno nel contesto sociale ed organizzativo in cui si trovano. Dobbiamo provare a trasformare queste evidenze in una forma di collaborazione stabile con quanti stanno lavorando nella nostra stessa direzione. Per sviluppare il nostro core che è costituito dalla pratica no restraint negli Spdc dobbiamo affiancarci ed affiancare chi opera presso l’opinione pubblica, per esempio attraverso la campagna …E tu slegalo subito. In particolare dobbiamo trovare il modo di trasferire negli operatori l’idea, tanto etica quanto pratica, che se si può allora si deve in modo che si inneschi il processo di maturazione professionale che li porterà ad imparare a lavorare senza contenere. Come sappiamo legare fa male a chi viene legato, ma anche a chi lega».

Assieme alle organizzazioni sindacali, professionali e scientifiche il Club Spdc No Restraint punta ad interloquire con le amministrazioni, centrale e regionali, allo scopo di stimolare il monitoraggio delle contenzioni. In molte parti d’Italia manca qualsiasi informazione, anche solo quantitativa, sulla dimensione di questo fenomeno.

A Ministero della Salute e Regioni verranno anche avanzate proposte organizzative, formative e di incentivazione economica, a sostegno della transizione dal restraint al no restraint.

Intervista a Loretta Rossi Stuart: mio figlio bipolare è ancora in carcere ingiustamente

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 27/01/2020 - 17:42

Abbiamo ricevuto l’invito a promuovere questa intervista a Loretta Rossi Stuart che parla della situazione di suo figlio attualmente in carcere. «Giacomo è bipolare – dice ed è ancora ingiustamente in carcere». L’esperienza che Loretta sta vivendo non è unica. Sappiamo con certezza di altre situazioni simili, molte sicuramente meno drammatiche ma non meno significative, che evidenziano quanto si deve fare ancora per garantire percorsi di cura ora possibili dopo la chiusura degli Opg. La creazione delle residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza (Rems) che, con molta meraviglia per l’inaspettata rapidità, si è realizzata in tutte le regioni italiane, non può essere la sola risposta alle singolari e dolorose questioni che vivono le persone. Le Rems non possono (non devono) essere il contenitore che prende il posto degli Opg. La fine del manicomio giudiziario pretende strategie, risorse, culture capaci di prendere in carico le persone con progetti terapeutici riabilitativi individuali; con la presenza necessaria del Dipartimento di salute mentale e di tutti gli attori di quel territorio. Nei luoghi dove questo accade, e non sono pochi, si trovano mediamente alternative alla detenzione, non sempre e non necessariamente nella Rems. E non si parla di liste di attesa.

È di questi giorni la ripresa di una discussione intorno all’articolo 88 del Codice Penale sulla non imputabilità, che Franco Corleone, già Sottosegretario alla Giustizia, propone di abolire. In pratica: tutti gli autori del reato anche quando affetti da un disturbo mentale sono imputabili, devono essere giudicati e, se responsabili, condannati. L’esecuzione della pena dovrà sempre essere condizionata e subordinata al bisogno di cure e sempre, quando necessario, con programmi e misure alternative alla detenzione. La denuncia di Loretta e l’auspicata abolizione dell’infermità di mente convergono in un punto che ormai da decenni, dal lontano 1980, molti di noi hanno cercato di sviluppare e renderne possibile una reale concreta realizzazione.

È sempre più evidente oggi, specie dopo la chiusura degli Opg, che è possibile affrontare la questione del reato, della malattia, del diritto alla cura e del diritto al processo in tutt’altro modo. Le insensatezze che il figlio di Loretta ha dovuto e deve attraversare sono la conseguenza della persistenza di culture e procedure arcaiche e fuori da ogni tempo.

Che cos’è la perizia psichiatrica? Cosa dovrebbe essere oggi? Quanto essa stessa, figlia del tempo glorioso del positivismo scientifico, dovrebbe essere discussa dalle radici alle sue inutili e nefaste conseguenze? E ancora fino a quando dovremo accettare, come un dato indiscutibile, la fragilità, spesso l’inconsistenza, delle reti dei servizi di salute mentale? I servizi di salute mentale devono (dovrebbero) in ogni caso prendere in carico quella persona, produrre insieme a tutte le agenzie di quel territorio, prima fra tutti la magistratura, il progetto terapeutico e condurlo non solo nell’obiettivo della miglior cura nel rispetto dei diritti, ma anche della garanzia della libertà nei limiti dell’esecuzione della pena sempre quando necessario in alternativa al carcere.

Non possiamo che sostenere l’impegno di Loretta. Un abbraccio.

[articolo uscito su BipolarInformati]

Oggi vi propongo un’intervista all’attrice Loretta Rossi Stuart, sorella del più noto Kim Rossi Stuart, sul caso di suo figlio Giacomo che è affetto da disturbo bipolare e si trova incarcerato a Rebibbia. Giacomo Seydou Sy, nonostante sia stato dichiarato «inadatto al regime carcerario» da una relazione psichiatrica condotta dal professor Roberto Delle Chiaie, è in carcere anziché stare in una struttura di cura (Rems). Loretta non sia sta battendo solo per suo figlio, ma anche per le altre duecento persone che in Italia si trovano nella stessa situazione.

Come è arrivata la diagnosi di suo figlio Giacomo?

Il suo primo episodio psicotico è avvenuto a seguito di uso di sostanze, all’età di diciotto anni. Prima di allora nulla era trapelato rispetto a disturbi psichici o della personalità. Dopo una lunga e travagliata fase di non chiarezza rispetto al suo quadro (il limitato uso di sostanze non giustificava tali stati di delirio), si è delineata una diagnosi di bipolarismo di tipo uno, a cura della dottoressa del Sert che lo seguiva, nonché in seguito il Professor Delle Chiaie ha confermato la diagnosi sottolineando il fatto che, se non “amplificato” dall’uso di alcol e sostanze, è un bipolarismo assolutamente contenibile.

Qual è stato l’evento che ha portato all’arresto?

Era in stato di delirio e ha fatto resistenza a pubblico ufficiale la prima volta, motivo per cui ha avuto infermità mentale al momento dell’atto e conseguentemente pericolosità sociale e condanna ad un anno di Rems (residenza esecuzione misura di sicurezza). Ma la Rems non aveva posti e purtroppo, dopo venir rifiutato dalla comunità, ha commesso un piccolo furto sempre in stato mentale alterato, e per questo ha avuto una condanna che ha finito di scontare a maggio scorso.

Perché suo figlio non è stato scarcerato quando è stato prosciolto?

Proprio perché pendeva il procedimento precedente (un anno di Rems) ecco che nonostante fosse finita la sua pena, si è visto trattenuto dal carcere “ad oltranza”, ovvero finché non si liberi un posto nella famosa Rems. Questa è la legge paradossale che crea una sorta di sequestro di persona da parte del carcere per colpa della mancanza di strutture e caos nelle liste d’attesa.

Prima che fosse incarcerato suo figlio era stato accolto in una comunità a doppia diagnosi per cinque mesi. Finito quel periodo gli hanno negato un nuovo accesso. Come mai?

Perché applicano un metodo assurdo e non più adatto ai tempi: richiedono un atteggiamento di volontà e disposizione a percorrere il percorso, cosa che una persona delirante non può garantire, ovviamente… Quindi, dopo il permesso di qualche giorno che gli avevano concesso, dal momento che, purtroppo, il ragazzo era ricaduto e voleva rientrare, la psichiatra non ha ritenuto che avesse l’atteggiamento giusto. Dopo tre giorni l’hanno arrestato. Il problema è che le comunità devono attrezzarsi per queste nuove situazioni che, ahimè, saranno sempre più frequenti, dove l’uso di droghe sintetiche scatena i problemi psichiatrici e con una persona con problemi psichiatrici devi cambiare metodi e strumenti, creare strutture intermedie di sicurezza, che possano contenere i picchi e i momenti di alterazione estrema delle persone.

Cosa non funziona secondo lei nel sistema giudiziario attuale per cui spesso i malati di patologie psichiatriche che compiono anche minimi reati si trovano costretti in carcere?

La riforma del 2015 che ha portato alla chiusura degli Opg, quanto mai necessaria e dovuta, non ha ancora trovato la giusta conclusione: la creazione di realtà alternative più umane come le Rems dove si assistono al massimo 20 pazienti è ancora limitata. In Italia su circa 120 strutture necessarie, ce ne sono 80, nel Lazio sono 4, la lista di attesa è di almeno un anno e nel frattempo? Alcuni si trovano in libertà, a rischio per se stessi e gli altri, ed altri come Giacomo, circa 200 in tutta Italia, si trovano internati, e questo senza nessuna logica o legge: a seconda di circostanze, magistrato che capita e non so cosa altro. Fatto sta che gli stessi avvocati brancolano nel buio, gli stessi magistrati vengono danneggiati da tale caos legislativo, le stesse carceri sono in un certo senso vittime di questo stato di cose.

Le persone bipolari necessitano di cure psichiatriche adeguate e di psicoterapia. Suo figlio è seguito in questo senso in carcere?

Lui è stato tenuto in isolamento un mese appena arrestato perché non avevano altri strumenti per calmarlo, vi rendete conto? Anche una persona equilibrata diventa pazza…ho lottato in ogni modo per farlo trasferire, ho dovuto far uscire un articolo di denuncia, ho minacciato di legarmi sotto Rebibbia…questo forse ha fatto si che lo seguissero un po’ di più. Quindi un supporto psicologico e una cura psichiatrica l’ha avuto, ovviamente il tutto è assolutamente non sufficiente! Penso agli altri, ai figli di nessuno, agli stranieri e vorrei fare qualcosa per tutti loro. Per fortuna ci sono valide persone che lottano e sostengono gli ultimi, come la garante delle persone detenute del comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, senza la quale mi sarei sentita perduta.

Che cosa le racconta suo figlio della dura esperienza che sta vivendo?

Convive con i mostri incontrati in questa dura e buia esperienza. Io lo sostengo tantissimo, spronandolo a sradicare la sua dipendenza, a riprendere la sua vita in mano e a far sì che lui possa un giorno mettere in guardia le giovani generazioni dall’abisso della droga. L’aspetto del bipolarismo lo affronteremo, alla fine siamo tutti un po’ bipolari, bisogna individuare ciò che ci aiuta a mantenere l’equilibrio tra gli opposti. Io per esempio uso la meditazione e il contatto con la natura, cosa che ho cercato di trasmettere ai miei due figli.

Che cosa la preoccupa di più come madre?

Mio figlio maggiore è molto equilibrato, si sta laureando, è super responsabile, ha le sue fragilità come tutti, ma non mi preoccupa. Ovviamente ha risentito molto di questi anni di continua emergenza con Giacomo, motivo per cui da un paio d’anni l’ho “costretto” a pensare alla sua vita, rassicurandolo che io ce la farò da sola. Ora è una fase delicatissima con Giacomo, siamo ad un bivio, o salvezza o fine. La sua fragilità psichica è tale che non potrà più neanche bere una birra, e questa sarà la meta, il momento che uscirà dal carcere, diventare un monaco-atleta, lui è un potenziale campione di boxe. Sto combattendo perché al più presto venga trasferito in comunità, con la speranza che questa volta la struttura sia all’altezza e Giacomo più maturo.

Lei ha organizzato lo scorso 12 novembre a Roma un convegno su detenzione e disagio psichico. Cosa è emerso dal convegno?

Una piccola vittoria! Con la garante e delle dottoresse “guerriere” che mi hanno affiancato, siamo riuscite a sottoporre all’assessore alla sanità della regione Lazio la problematica delle liste d’attesa per le Rems, facendogli capire che il problema sorge dalla mancanza di comunicazione tra magistratura, centro salute mentale, Sert e carceri. Ci sono persone in Rems che non ne hanno più bisogno ma tolgono il posto a chi ne ha. O peggio persone che nel frattempo si sono tranquillizzate, hanno trovato casa e lavoro, ma vengono dopo più di un anno richiamate ad entrare nella Rems quando non ne hanno più bisogno. Abbiamo quindi chiesto che, oltre alla realizzazione di nuove strutture (e l’assessore D’Amato ci ha dato in occasione del convegno la notizia che a gennaio ne aprirà una per 15 posti a Rieti), venga istituita una commissione per la valutazione “personalizzata” dei casi, con la collaborazione di operatori appositi in modo da evitare l’intasamento delle liste d’attesa. Una grande soddisfazione: la proposta da parte di una dottoressa di chiamarla commissione Giacomo!

In che modo sta portando avanti la sua battaglia e chi la sta aiutando?

Alla squadra si sono aggiunte due avvocatesse a dare sostegno all’angelo custode che è l’avvocato di Giacomo, Giancarlo Di Rosa. Loro sono esperte della Corte Europea dei Diritti Umani e con loro daremo corso ad una battaglia che andrà a beneficio di tutte le persone che si sono trovate illegalmente detenute come mio figlio.

Cosa potrebbe fare chi ci legge per supportarla nella sua causa?

Quando avrò riacquisito la forza e la lucidità mentale necessaria (ora le mie ultime energie le devo dedicare al trasferimento di Giacomo), mi piacerebbe creare un’associazione di mamme o chiunque abbia bisogno di confrontarsi con le problematiche che ho incontrato io. Mi scrivono madri disperate, abbandonate dalle istituzioni, ma anche donne coraggiose che mi esprimono stima e solidarietà. Non so ancora bene, nel caso, vi farò sapere come unirvi a me, di certo da sole non ce la si può fare.

Che cos’è salute mentale?

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 23/01/2020 - 15:51

Di Peppe Dell’Acqua e Silvia D’Autilia

Che cos’è salute mentale? Molti si chiedono (e ci chiedono). Pensiamo possa essere utile questa pagina che potete trovare, insieme a tante altre voci, nel Dizionario del lavoro educativo (Carocci, Milano, 2014).

Non è semplice e forse neppure possibile dare un’esaustiva definizione di che cosa sia salute mentale, per almeno due ordini di ragioni: in primo luogo perché il benessere mentale è determinato da un ampio ventaglio di fattori in continuo mutamento, da quelli biologici a quelli socio-politici, da quelli psicologici a quelli ambientali e addirittura storici; in secondo luogo perché attiene alla singolare esperienza di vita di ogni persona. Per altro, la condizione di benessere mentale non è omologabile ad assenza di malattia.

Per avvicinarsi a una possibile risposta di cosa sia salute mentale, occorrerebbe che tutti, alla stessa maniera, vivessero la sofferenza mentale e le difficoltà relazionali in modo univoco, in un comune sentire patologico, in virtù del quale poter inquadrare oggettivamente gli stati d’animo del singolo. Ma questa oggettività non è neppure immaginabile. Non possiamo far altro che limitarci alle convenzioni del linguaggio, tramite le quali descrivere solo in via approssimativa l’irrazionale, il patologico o forse semplicemente il diverso (Rotelli, 2016[1]).

La salute mentale può essere considerata come la capacità di stabilire relazioni appropriate e soddisfacenti; adottare comportamenti adeguati nei differenti contesti; far fronte ai cambiamenti che si susseguono nell’arco della vita. Una perdita momentanea o prolungata, lieve o intensa, di queste capacità può generare differenti condizioni di disagio, che possono condurre al disturbo mentale conclamato. Per intendere cosa possa significare salute mentale, non si può che osservarla in contrasto col disagio che vivono le persone. Vivere il disturbo mentale comporta alterazioni del pensiero, dell’emotività e dell’umore in una dimensione di costante ricorsività, con conseguenti sintomi e comportamenti che variano nel corso del tempo e da soggetto a soggetto. La persona che gode di uno stato di salute riesce a contenere e circoscrivere in azioni e comportamenti utili quella stessa mutevolezza di pensiero, emotività e umore. In molti casi, ad esempio la persona percepisce questo stato come qualcosa di interno alla sua storia; altre volte legato agli altri. In tutti i casi, la transitorietà da una condizione di benessere a disagio, a disturbo, condiziona la vita delle persone, il modo di vivere e interagire col mondo.

Vivere una condizione di normalità non significa allo stesso tempo godere di buona salute mentale. La normalità ha a che vedere con la norma, vale a dire il modo in cui, in virtù di precise regole o consuetudini sociali, solitamente i soggetti si comportano e agiscono. Il normale va inteso quale forzato adattamento alla realtà, alle sue mode, ai suoi usi (Laing, 1955[2]). Per altro, non è infrequente che questa forzatura sia di per se stessa causa di infelicità e d’impossibilità di vivere uno stato di intimo benessere. Si può dire che ogni epoca ha il suo normale e il suo diverso, dove per diverso spesso s’intende erroneamente il patologico.

In forza di queste precisazioni e considerando in quante infinite circostanze si manifesta il disturbo mentale, si può meglio intuire come mai non ci possa essere un’unica definizione di salute mentale: il disturbo mentale infatti accade in una singolare e irripetibile convergenza di fatti e fattori molteplici, diversi e diversamente presenti nel corso del tempo. Siamo certamente debitori al nostro assetto genetico e somatico e tuttavia acquista un valore prevalente quello che ci accade in termini economici, sociali, relazionali e culturali nel corso della vita (Dell’Acqua, 2010[3]). Altrettanto vale per una condizione di benessere psicologico.

Basti pensare a ciò che è accaduto attorno all’omosessualità: è stata considerata a tutti gli effetti un disturbo mentale fino al 1968, oggetto di studio e di trattamento delle psichiatrie spesso violente e oggettivanti. I cambiamenti sociali, politici e culturali che da quell’anno si sono susseguiti hanno prodotto un arretramento della psichiatria e l’arrivo sulla scena con pieno diritto delle persone con diversi orientamenti sessuali. Così è stato anche per una moltitudine di scelte e comportamenti, che un tempo assoggettati allo sguardo diagnostico, sono oggi rientrati nell’ambito delle relazioni accettate, allargando quindi di molto i confini della salute mentale.

Questa dilatazione non si sarebbe compiuta senza i grandi mutamenti politici e il contributo di filosofi, sociologi, antropologi, psichiatri e intellettuali di vario rango che hanno intravisto nel disagio mentale un’esperienza esistenziale, dove la soddisfazione dei bisogni, da quelli primari a quelli radicali, ha un ruolo preponderante nel perdere o mantenere il benessere mentale (Basaglia, 1964[4]). Il lavoro critico intorno alle psicologie, alle psichiatrie e più in generale alle scienze umane, con i conseguenti processi di deistituzionalizzazione consumatisi tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso hanno anch’essi contribuito a costruire e allargare un’immagine nuova di salute mentale, che mentre garantisce le più singolari esperienze di vita, non può non stimolare cambiamenti e attenzioni nell’intera comunità. La dichiarazione di Helsinki del 2005, nel motto non c’è salute senza salute mentale, apre di fatto a questa nuova prospettiva storica. Nella dichiarazione sottoscritta dai Ministri della Sanità di 53 Stati membri e dall’OMS si riconosce che la salute e il benessere mentale sono fondamentali per garantire la qualità della vita delle famiglie e delle intere nazioni, consentono di dare un significato singolare alla vita e di essere cittadini attivi e creativi. Per la prima volta si riconosce che la prevenzione e il trattamento dei problemi mentali devono essere una priorità e si richiede a tutti gli Stati membri d’intraprendere azioni necessarie per favorire il benessere mentale e alleviare il carico dei problemi di quanti vivono l’esperienza, talvolta drammatica, del disturbo mentale.

Negli ultimi anni, il radicamento dei processi di deistituzionalizzazione, che hanno trovato un universale riscontro nelle dichiarazioni di Helsinki, tanto da diventare indicazioni e linee guida per i governi di tutto il mondo, ha permesso di rivedere i pregiudizi sull’inguaribilità dai disturbi mentali, sulla pericolosità, sull’incomprensibilità e sulla cronicità. L’enfasi su salute mentale piuttosto che su psichiatria, malattia, anormalità ha aperto la possibilità per tutte le persone di poter vivere una condizione di sofferenza, di disagio, di disturbo, senza mai perdere la continuità con la propria vita, le proprie relazioni, le proprie aspettative.

Il progressivo abbandono delle istituzioni e l’evoluzione del lavoro psichiatrico, meglio di salute mentale, hanno visto le pratiche contaminarsi con altri saperi in un’estensione territoriale della cura e del sostegno alle persone. La riabilitazione calata nella concretezza della vita quotidiana ha potuto abbandonare progressivamente il riferimento al paradigma medico, per assumere la dimensione di un impegno a garantire prima di tutto i diritti dei soggetti. Per questo non è possibile affrontare la teoria e la pratica della riabilitazione se non considerando che in passato e troppo spesso oggi la psichiatria stessa (trattamenti, percorsi di cura, diagnosi) produce inabilitazione, sottrazione e stigma. La riabilitazione, meglio definita come abilitazione, in quanto riferita a percorsi di crescita ulteriore, non può che considerare il diritto di cittadinanza, l’ambito dove il cittadino, la persona, il soggetto può trovare il luogo reale per intravedere possibilità di appropriazione del proprio diritto, della sua dignità, della singolare diversità che esprime. È evidente che la disabilità (l’oggetto della riabilitazione) deve essere vista non come conseguenza della malattia ma connessa ai percorsi di desocializzazione, discriminazione, esclusione che le istituzioni talora producono.

[1] Rotelli F., L’istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010, Collana 180. Archivio critico della salute mentale, ed. AB Verlag, Merano, 2016.

[2] Laing R., L’io diviso, Einaudi, Torino, 2010.

[3] Dell’Acqua P., Fuori come va?, Feltrinelli, Milano, 2010.

[4] Basaglia F., La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, Comunicazione al Congresso Internazionale di Psichiatria Sociale, Londra 1964.

Sanità, Sileri: Tutelare il principio della territorialità delle cure per i malati psichici autori di reato

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 17/01/2020 - 11:28

[articolo uscito su quotidianosanita.it]

«La presa in carico dei malati psichici autori di reato da parte dei servizi di salute mentale delle Asl deve essere effettuata presso il territorio di residenza o, comunque, di provenienza del soggetto, allo scopo di evitare un inutile sradicamento dal territorio a lui familiare, con le conseguenti difficoltà derivanti dalla sua ricollocazione una volta terminate le cure o superata la fase dell’acuzia patologica».

Così il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, ha risposto all’interrogazione parlamentare di Paola Binetti (FI) in commissione Sanità al Senato.

«La problematica in esame – ha comunque fatto presente Sileri – rientra in misura preminente entro gli ambiti di competenza del ministero della Giustizia. In effetti, rammento che l’articolo 1 dell’accordo in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni del 26 febbraio 2015 ha espressamente stabilito che il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è tenuto a osservare il principio della territorialità per l’effettuazione delle assegnazioni e dei trasferimenti di cui all’articolo 3-ter, comma 3, lettera c, del dl 211/2011, come modificato da ultimo per effetto della legge 81/2014. In caso di applicazione delle misure di sicurezza diverse dal collocamento in Rems – ha specificato il viceministro –, come ad esempio per la libertà vigilata con obblighi di cura, la competenza del magistrato di sorveglianza si fonda, secondo le disposizioni del codice di procedura penale, sul domicilio o sulla residenza del soggetto».

«In assenza, compete al magistrato di sorveglianza che ha disposto la misura di sicurezza di sovrintendere alla sua esecuzione. Ai condannati con patologia psichiatrica sopraggiunta durante la detenzione in carcere, invece, viene consentita la possibilità di espiare la pena residua in regime di detenzione domiciliare, in virtù della sentenza 99/2019 della Corte costituzionale. Pertanto – ha evidenziato ancora Sileri – non sussiste una competenza del magistrato di sorveglianza nell’individuazione della specifica struttura nei casi in cui debba essere eseguita la misura di sicurezza detentiva del ricovero in Rems. Anche riguardo all’applicazione della misura non detentiva della libertà vigilata con l’obbligo di sottoporsi a un programma terapeutico presso una comunità, non risulta al ministero della Giustizia la sussistenza di contrasti tra le Asl territoriali e la magistratura di sorveglianza nell’individuazione della comunità ritenuta maggiormente idonea».

«Tra l’altro – ha aggiunto Sileri – in alcune realtà territoriali, le Regioni hanno promosso l’adozione di protocolli di collaborazione tra i vari attori interessati: magistratura di sorveglianza, uffici di esecuzione penale, dipartimenti di salute mentale delle Asl, come sollecitato dal Consiglio superiore della magistratura con la risoluzione del 24 settembre 2018 Protocolli operativi in tema di misure di sicurezza psichiatriche».

In sede di replica Binetti si è dichiarata soddisfatta della risposta.

Non posso non pensare all’organizzazione che cura

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 16/01/2020 - 08:39

Di Peppe Dell’Acqua

Che cosa è stata la riforma dell’assistenza psichiatrica in Italia, o meglio che cosa avrebbe dovuto essere se non un radicale cambiamento delle organizzazioni del lavoro e delle prassi, dei luoghi e dei tempi, delle tecniche e degli indirizzi disciplinari, dei rapporti di potere, della disposizione strategica delle risorse in campo e delle persone?

Da sempre siamo stati costretti a interrogarci. E più di una volta ne abbiamo scritto.

A ben guardare la disposizione dei servizi di salute mentale nel territorio, la loro vicinanza/distanza dalla vita delle persone, i riferimenti culturali e disciplinari, l’organizzazione in una parola, può essere assunta come chiave di lettura di ciò che è accaduto (e accadde).

Una chiave efficace per cogliere il senso e le ragioni delle buone pratiche e ancor meglio dei fallimenti.

Non posso non partire dalla mia esperienza.

È del tutto evidente che nel lavoro triestino l’attenzione quotidiana, frenetica e ossessiva allo smontamento dell’ospedale psichiatrico ha fondato l’impianto della attuale disposizione territoriale. La tensione intorno alla microfisica dei poteri istituzionali su cui fondava la riproduzione del manicomio, l’attenzione alle distanze siderali delle gerarchie, la fatica quotidiana a narrare la storia delle persone, hanno costruito pezzo per pezzo la cultura e la pratica dell’impianto organizzativo che doveva garantirsi e validarsi proprio nella distanza critica e operativa dagli scenari delle psichiatrie accademiche e manicomiali.

Da qui la glaciale immutabilità del sistema manicomio, paradigma della perfetta organizzazione, si è dovuta tradurre nell’incertezza, nell’indeterminatezza, nella “banalità” del lavoro quotidiano, nella mutevole irruzione dei bisogni delle persone sulla scena reale, nella presenza non più eludibile dei soggetti.

È qui, io credo, che si sarebbe dovuto giocare molto della crescita dei servizi di salute mentale, della loro capacità di essere nel territorio e di operare criticamente sui modelli medici e psicologici dominanti, di produrre davvero protagonismo dei cittadini, di vedere la persona non la malattia. Sulla in/capacità concreta di riarticolare le organizzazioni, e i poteri, si è giocato in definitiva il destino della riforma.

Nella mia esperienza quando la trasgressione della distanza tra operatori e utenti, tra medico e malato, la presenza del servizio nella ruvidezza dei conflitti, la partecipazione delle persone nella vita del servizio è diventata esercizio concreto, faticoso e incerto. Solo allora presa in carico e continuità terapeutica sono diventati percorsi possibili. Quando l’organizzazione del lavoro ha potuto cedere la sua verticalità gerarchica alla presenza dei soggetti, alle infinite forme di riconoscimento tra gli operatori, alla valorizzazione dei linguaggi del quotidiano quasi costruendo un lessico originale e nuovo come identità possibile per il gruppo, la presenza delle persone che vivono l’esperienza come dei loro familiari e degli operatori ha prodotto il cambiamento progressivo delle forme organizzative.

L’organizzazione ha potuto definirsi, sempre più e meglio, nel gruppo di lavoro. Il gruppo di lavoro ha progressivamente riconosciuto la presenza di professionalità, di ruoli e di compiti strutturati e, allo stesso tempo, ha potuto valorizzare soggetti, linguaggi differenti, affettività. Abbiamo capito che un gruppo di lavoro si struttura quando riconosce individui singolari, cittadini, persone; quando comincia a definirsi come un insieme di soggetti, gli operatori, che si integra e si confonde con un insieme di altri soggetti, le persone che entrano nel servizio. Quando impara a riconoscere linguaggi differenti e a confrontarsi con essi. A questo proposito mi piace parlare di eterofonie. Parole, suoni, significati che si muovono da posizioni tanto diverse da apparire inconciliabili e incomprensibili e pure sempre riconducibili a un possibile ascolto nel riconoscimento di ciò che accade tra me e l’altro e di un possibile orizzonte comune.

Un gruppo di lavoro è tale quando è capace di convergere, orientare lo sguardo, progettare insieme. È questo il senso che avremmo voluto assumessero le organizzazioni dei servizi di salute mentale nella riforma.

Non posso non pensare all’organizzazione che cura.

Ed è in questa cornice che appare in tutta la sua limitatezza, se pure generosa, l’intenzione terapeutica del singolo operatore.

Le premesse, con un forte radicamento etico, condivise e quotidianamente alimentate, strutturano un gruppo, una squadra, un organismo che vive della presenza consapevole di ognuno.

Potrei citare qui, per farmi capire, il paradigma della porta aperta. La porta aperta, dicevamo in manicomio, e continuiamo a dire oggi nella città, come momento politico ovvero restituzione di cittadinanza, di diritto, di democrazia. La porta aperta come concreta esplicitazione della scelta etica ovvero riconoscimento di persone, di individui e dunque della dignità, della differenza, dell’inviolabilità dei corpi. La porta aperta come scelta di campo consapevole, come scelta tecnico disciplinare, come possibilità del terapeutico di realizzarsi in uno spazio reale nella considerazione dell’altro, nell’incontro, nella conversazione.

Lo sguardo che posso muovere da queste esperienze e da questa riflessione illumina quasi 50 anni di lavoro in salute mentale in Italia e una serie impressionante e reiterata di fallimenti. Allora, negli anni ’70, per molti psichiatri l’adesione entusiastica al processo di chiusura dell’ospedale psichiatrico si materializzò nell’affermazione indiscutibile e arrogante della vocazione terapeutica (ritrovata?), delle tecniche, del dottore che cura: finalmente psichiatri, psicologi, infermieri (con i loro sindacati) potevano liberarsi dal fardello del controllo sociale, proprio della psichiatria. Finalmente potevano delegare ad altri, a un confuso e misero sociale i bisogni, la miseria dei manicomi che si svuotava nella città. Sottrarsi ai compiti e alle responsabilità organizzative che «intralciano – dicevano – e sono una perdita di tempo» e ritrovare la purezza della diagnosi, della clinica, del camice bianco, nei reparti ospedalieri, negli ambulatori, nelle cliniche private, nelle strutture, così dette, residenziali.

Di qui montagne di autoreferenzialità e di ambulatori, di sale e di liste d’attesa; le scuole psichiatriche, psicofarmacologiche, psicoterapeutiche sono nate come funghi a sostenere pratiche e organizzazioni tanto confuse quanto, alla fine, violente. Mai in grado di interrogarsi sulla natura della malattia mentale, di tentare di riconoscere l’altro, di criticare le culture e le pratiche oggettivanti. Organizzazioni che, nella cecità autoreferenziale degli attori, si sono costruite accettando miserie, compromessi, riduzioni; isolandosi dai contesti culturali, sociali e sanitari più innovativi e avanzati del territorio, tenendosi rigorosamente fuori dal rischio di incappare nelle reti partecipative che intanto se pure a fatica andavano componendosi. Riproponendo alla fine non integrazione ma frammenti isolati di risposte, non continuità terapeutica, non presa in carico ma diffusa manicomialità e marginalizzazione.

L’idea che sia il dottore a curare (intendo ambulatori, specialismi, frammentazioni, gerarchie) è ancora profondamente radicata nelle politiche regionali, nelle pericolose riduzione di risorse, nelle insensate realizzazioni di macroaggregati ingovernabili, di accorpamenti, di cancellazione di ogni immagine, anche se misera, di salute mentale di comunità, di piccola scala, di vicinanza ai cittadini in ragione di investimenti (sempre urgenti e necessari!), miseri comunque, nei servizi psichiatrici ospedalieri sempre più affollati e di fatto rischiosi per i pazienti che si trovano ad attraversarli, di posti letto comprati dal privato mercantile (o da un privato sociale sempre più appiattito sui bassissimi profili delle aziende sanitarie). In questo quadro non può non riprodursi quotidianamente nella cultura delle amministrazioni regionali, delle direzioni aziendali, degli operatori, delle persone che vivono l’esperienza, dei cittadini un circolo vizioso che porta a pensare che i servizi di salute mentale, i centri di salute mentale, altro non sono che cliniche e ambulatori di psichiatria omologabili a uno studio medico associato con un infermiere che risponde al telefono e tiene gli appuntamenti e va per le case a dispensare farmaci e long acting, uno psichiatra che fa la visita e aggiusta la prescrizione farmacologica, lo psicologo che fa i test e intrattiene il paziente in brevi sedute una volta al mese, educatori e tecnici che devono giocare nel centro diurno…

Per fortuna il tempo non è passato invano e le persone oggi chiedono di guarire. Mettono impietosamente in luce il fallimento di questi sistemi. Impongono l’importanza di rivedere il percorso terapeutico fin dalla prima telefonata che arriva a un servizio. Chiedono di vedere valorizzati i loro faticosi e singolari percorsi di ripresa. Vogliono essere aiutati e sostenuti nell’attraversare cruciali e rischiosi punti di svolta nella loro esistenza. Cominciano a disegnare, con la loro domanda, servizi che pretendono orientati alla guarigione, alla ripresa appunto, al sostegno nel tempo delle loro vite e dei loro sogni.

Pratiche psichiatriche, forme della cura e psicologia analitica

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 15/01/2020 - 17:42

Il 18 gennaio 2020 si terrà a Milano il convegno Pratiche psichiatriche, forme della cura e psicologia analitica, giornata che si propone come una introduzione e una prospettiva per il ciclo di seminari ECM di quest’anno.

La psicologia analitica comincia a nascere durante il lavoro di C.G. Jung al Burghölzli di Zurigo, in anni in cui nello stesso ospedale, intorno alla figura di E. Bleuler, si raccolsero, oltre a Jung, studiosi quali L. Binswanger, H. Rorschach, K. Abraham. Su proposta di Bleuler Jung prese contatti con Freud. Il Burghölzli, manicomio per malati curabili, voleva rappresentare un esempio di ospedale in cui si praticava il trattamento morale, sugli esempi di Pinel e soprattutto S. Tuke.

Il film documentario L’Orizzonte del Mare di Maurizio Salvetti mostra bene il lato oscuro e le contraddizioni in cui degenerò quella psichiatria, alla quale, in Italia, si oppose l’opera di radicale revisione avviata da F. Basaglia e dai suoi collaboratori con l’introduzione nel 1978 della legge 180.

Durante la mattinata verranno discussi alcuni dei punti critici messi a fuoco dal documentario, in modo da offrire un’introduzione ai successivi seminari ECM, che si occuperanno di alcuni temi chiave della psichiatria di oggi, nel suo continuare a muoversi, nel labile confine tra normalità e follia, all’interno delle stesse – forse ineliminabili – contraddizioni, tra malattia e devianza, esclusione e partecipazione, cura e controllo, buone e cattive prassi.

Guidati dalla massima junghiana Ars requirit totum hominem, si intende riflettere criticamente sui contributi che la psicologia analitica può fornire alla forma delle cure psichiatriche – nonché, viceversa, sull’arricchimento che può derivare alla psicologia analitica dal confrontarsi con i problemi della salute mentale e del trattamento delle patologie mentali più gravi.

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