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Chi ha ucciso Elena? Il pompiere di turno

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 19/01/2021 - 00:33

Il 14 agosto 2019 apprendendo dell’orrenda fine di Elena scrivemmo tra l’altro:

E le amministrazioni regionali che continuano a redigere linee guida per la corretta contenzione (che, badate bene, è illegale) e a riordinare il territorio riducendo personale, ore di apertura e chiudendo servizi?

E le psichiatrie?

E la Società Italiana di Psichiatria?

Le indagini e il processo, sappiamo già, ricondurranno questa orrenda morte a mancanze del sistema di sicurezza, all’assenza di telecamere di vigilanza nella stanza della contenzione (!), a mancanza di personale, alla negligenza degli infermieri, alla disattenzione di un medico, a carenza di formazione adeguata e specifica per divenire esperti in questa pratica di morte (!).

Tanto per dire che ancora si processeranno persone e procedure.

Le psichiatrie della pericolosità, della contenzione, dell’annientamento, dei protocolli, dei manuali diagnostici, delle distanze quando saranno processate? E da quali tribunali?

A quando la terza rivoluzione?

A quando?

Elena è morta una seconda volta

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/01/2021 - 15:07

Di Giovanna Del Giudice, portavoce Campagna nazionale …e tu slegalo subito

È passato un anno e mezzo dalla morte di Elena Casetto. Il 13 agosto 2019, nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, Elena, 19 anni, che scriveva poesie, che sognava di studiare a Londra, che chiedeva aiuto per il suo dolore, è morta carbonizzata in un letto, sola, legata mani e piedi, in una stanza chiusa a chiave.

Nei giorni scorsi, si sono concluse le indagini preliminari, istruite dal Sostituto Procuratore della Repubblica del Tribunale di Bergamo dott.ssa Letizia Ruggeri, con il rinvio a giudizio di due addetti della squadra antincendio dell’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXII, dipendenti da una impresa appaltatrice del pronto intervento antincendio.

Agli atti si legge che i due uomini vengono indagati del reato di cui all’art.113, 449 c.p., perché «cagionavano per colpa l’incendio della stanza di degenza n.4 T7 017, nonché degli arredi e degli impianti in esso presenti. […] Con la conseguenza che il giorno 13 agosto 2029 presso il reparto di Psichiatria menzionato, dopo che il personale aveva provveduto a mettere in essere le procedure di contenzione nei confronti della paziente Casetto Elena, costei dava fuoco al letto e a se stessa con un accendino, facendo attivare l’impianto rilevazione fumi e l’allarme e antincendio.» E altresì gli stessi sono indagati per il reato di cui all’art.113, 589 c.p., in quanto «cagionavano per colpa la morte di Casetto Elena. […] A causa dell’inadeguato (imperito e negligente) intervento degli Addetti Anticendio, l’incendio si propagava oltre al letto sul quale era contenuta Casetto Elena, a tutta la stanza, agli arredi, ai serramenti e al soffitto cagionando il decesso della predetta paziente in seguito all’arresto cardio respiratorio dovuto all’inflazione dei fumi e vapori bollenti e allo shock termico.»

Sconcertante come le indagini preliminari si siano concluse portando a giudizio l’ultimo anello, il più debole, di una catena di responsabilità che hanno portato alla morte di Elena. In qualche modo legittimando tutti i passaggi precedenti.

Quello che sappiamo su questo tragico evento è poco, appreso dalle notizie di stampa, dalle dichiarazioni dell’Azienda ospedaliera di Bergamo e dal rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Ma pure apre squarci impressionanti. Sappiamo che «La paziente deceduta era stata bloccata pochi istanti prima dell’incendio, a causa di un forte stato di agitazione, dall’équipe del reparto.» Nello specifico: la “paziente” era stata legata mani e piedi, fissata al letto con una fascia toracica e sedata, dopo che era stata trovata che tentava il suicidio stringendosi un lenzuolo attorno al collo.

Sembra non possibile, e certamente appare inaccettabile, che operatori della salute mentale possano rispondere alla sofferenza, ad una richiesta di aiuto quale è un tentativo di autosoppressione, con un gesto di negazione e di violenza che toglie all’altro dignità, soggettività e diritto, e che ha portato ad una morte atroce. Invece di accogliere, supportare e farsi carico di quel dolore, dare attenzione, vicinanza, ascolto. La contenzione meccanica, cioè il legare, fissare, bloccare una persona in cura per impedirle il movimento volontario, viola l’art.13 della Costituzione e l’art.15 della Convenzione dei Diritti delle persone con disabilità. Eppure è pratica ancora diffusa nella maggior parte dei sevizi psichiatrici ospedalieri italiani.

Nella sentenza il giudice di Bergamo non sembra volgere uno sguardo su quanto occorso ad Elena prima dell’incendio. Non pare interrogarsi sulla legittimità della contenzione meccanica, neppure dopo la sentenza n. 50497 del 2018, della V Sezione penale della Corte di Cassazione, che conclude il processo sulla morte di Francesco Mastrogiovanni. La Corte afferma che la contenzione meccanica non rientra in nessuna delle categorie che definiscono l’atto medico, «trattandosi di un presidio restrittivo della libertà personale che non ha né una finalità curativa né produce materialmente l’effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente» e che al contrario «può concretamente provocare, se non utilizzata con le dovute cautele, lesioni anche gravi all’organismo», fino alla morte.

Non pare interrogarsi sulle modalità con cui la contenzione è stata attuata dal momento che pure ad Elena è stato possibile prendere un accendino e di darsi fuoco. Né sul fatto che legata è stata lasciata sola e che la stanza è stata chiusa a chiave.

Non tiene conto del rapporto del Garante nazione dei diritti delle persone private della libertà che nella lettera del 13 settembre 2019 al Direttore Generale dell’ATS di Bergamo dichiara: «Indipendentemente da valutazioni circa la decisione medica di attuare la contenzione della paziente, che non attengono a questa Autorità garante, resta indiscutibile che [omissis] era al momento privata della sua libertà personale e che è deceduta in tale condizione e, presumibilmente, in conseguenza di tale condizione.» Il Garante nazionale inoltre «rileva, con particolare disappunto, che non è stata osservata la specifica raccomandazione rivolta al personale sanitario relativa al controllo dell’eventuale possesso di accendini o fiammiferi da parte del paziente, prevista nel paragrafo 8 del Protocollo.» Come sottolinea «l’inosservanza della disposizione contenuta nel citato Protocollo in merito alla registrazione dell’applicazione dell’atto contenitivo nei confronti della ragazza nei registri cartacei e informatici che deve essere tempestiva, anche al fine di non far sorgere problemi relativi all’articolo 13 della Costituzione, nonché all’articolo 5 comma 1 lettera e) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.» Il Garante inoltre «ricorda che tutti gli operatori hanno l’obbligo giuridico di protezione del paziente e pertanto devono contribuire alla verifica delle condizioni di pericolo per l’applicazione della contenzione sia al momento dell’adozione, sia successivamente.»

Pur non condividendo la logica di delega tout court al giudiziario di quanto come tecnici ci riguarda, ma continuando nell’impegno teorico e pratico per una organizzazione e cultura dei servizi che metta al centro i diritti, non possiamo non indignarci per le conclusioni dell’indagine preliminare e chiedere “verità e giustizia” insieme alla madre di Elena e alle associazioni di familiari della salute mentale che tante in Bergamo si sono mobilitate per la sua morte, in modo che tali crimini di pace non si ripetano più.

Il 5 novembre 2020 la Sottosegretaria alla Salute on. Sandra Zampa ha presentato al Tavolo Tecnico sulla Salute Mentale del Ministero il documento “Raccomandazioni per il superamento delle contenzione meccanica nei Dipartimenti di Salute Mentale” con l’obbiettivo del raggiungimento di “contenzione zero” nel prossimo triennio nei servizi della salute mentale, come primo atto per il superamento della contenzione nelle strutture socio sanitarie che accolgono i vecchi e le persone con disabilità. Le Raccomandazioni costituiscono una cornice di carattere generale, uno strumento di indirizzo per il superamento della contenzione da parte delle Regioni e si articolano in azioni che interessano il livello istituzionale, delle persone, dei servizi e della cittadinanza. Guardano quindi al sistema complessivo dei servizi della salute mentale e al paradigma che lo sostiene, ma anche alle culture e ai poteri dei fruitori dei servizi e della comunità.

Riteniamo questo atto estremamente importante e ci auguriamo un sollecito iter istituzionale. Perché non succeda più di morire legati. Perché si curi nel rispetto della dignità e dei diritti, della persona in cura e degli operatori.

Con Emilia abbiamo condiviso l’insensatezza dell’Opg

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/01/2021 - 14:48

La morte di Emilia De Biasi ci addolora profondamente.

La ricordiamo, quale Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, impegnata per la difesa e il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale pubblico e universale e in particolare per il determinante sostegno alla difficile, vittoriosa battaglia per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

Diagnosi e destino. Medicina di comunità e diseguaglianze

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/01/2021 - 13:33

Di Giorgio Simon, pediatra, già direttore generale ASL Pordenone

Perché curare le persone e riportarle alle condizioni che le hanno fatte ammalare?

In questa frase di Michael Marmot, il maggiore studioso al mondo sul tema di salute ed equità, è riassunto il cuore del concetto che noi chiamiamo di volta in volta “integrazione socio-sanitaria”, “integrazione di servizi”, “continuità delle cure”, “budget di salute” e molto altro. Nello stessa pubblicazione Marmot, citando quanto si era sentito consigliare dal suo maestro di Berkeley Leonard Syme, dice: «Solo perché hai una laurea in Medicina non significa che puoi capire cosa è la salute. Se vuoi comprendere perché la salute è distribuita come lo è realmente, devi capire la società».

È impensabile curare, riabilitare e più semplicemente stare vicino a persone ammalate o con bisogni di cura se non si conoscono e si affrontano le loro storie, le loro relazioni e i luoghi sociali e fisici in cui vivono. Le organizzazioni sanitarie, riabilitative, assistenziali, sociali dovrebbero essere organizzate per saper fare questo. Anche dopo un episodio molto “bio-medico” come una frattura di femore in una persona anziana è indispensabile per la riabilitazione conoscere e valutare dove vive, con chi vive, come è fatta la sua casa, quali relazioni ha, che comunità ha attorno.

La domanda quindi è: stiamo lavorando in maniera integrata e la nostra organizzazione è costruita di conseguenza? In parte sì e in parte no. Nella mia lunga esperienza lavorativa ci sono alcuni ostacoli che ancora impediscono il pieno compimento del progetto. Questi ostacoli hanno un nome: diagnosi e destino.

La diagnosi

La diagnosi, ovvero “riconoscere attraverso”, è una forma di giudizio che consegue alla raccolta ragionata di informazioni. È uno strumento che serve a programmare la cura, a prevedere il futuro della malattia o del disturbo, a classificare, misurare, certificare, erogare contributi e anche a decidere chi (che servizio) paga. La diagnosi è sicuramente uno strumento utile ma anche molto pericoloso. Diventa pericoloso quando diventa solo un giudizio. Susan Sontag scriveva che «non c’è niente di più primitivo che attribuire a una malattia un significato, poiché tale significato è inevitabilmente moralistico» e Franco Basaglia diceva che «per poter veramente affrontale la malattia dovremmo poterla incontrare fuori dalla istituzioni la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono». Molte, troppe volte nella discussione tra servizi ho sentito chiedere con insistenza: «Ma qual è la diagnosi?».

È evidente che questa richiesta cerca la rassicurazione della classificazione, del congelamento, della casella in cui includere le persone. È il momento in cui si dice «questo caso è tuo e paghi tu», oppure «è da comunità, da centro diurno, da 24 ore». Una delle aberrazioni peggiori è quando si classifica una persona con “doppia diagnosi”, come se le persone fossero due e non una sola con un problema complesso. I veri schizofrenici siamo noi perché trasformiamo la nostra separazione di servizi (come salute mentale e dipendenze) in un problema della persona e certifichiamo che la persona è “doppia”.

Come insegna la lunga storia della salute mentale, il pericolo della diagnosi è che si trasformi in stigma, in pregiudizio, in semplificazione.

A molte diagnosi si associa sempre più spesso il concetto di “cronicità” o di malattia cronica. Termine infelice che spesso si associa alla resa, a qualcosa su cui si può fare poco, a un’etichetta indelebile per la persona. «Non bisogna mai arrendersi alla cura» dice Franco Rotelli, e non è un caso che l’Organizzazione Mondiale della Sanità parli non di malattie croniche ma di “malattie non trasmissibili”.

L’espressione “epidemia della cronicità” è usata di volta in volta per dire che il servizio sanitario pubblico non sarà più sostenibile o che molte malattie sono dovute solo ai comportamenti dei singoli, trascurando così colpevolmente gli effetti delle differenze sociali per l’insorgenza e la gravità queste malattie.

Cosa fare quindi? Credo che ogni singolo operatore debba chiedersi sempre: «Perché ho fatto questa diagnosi? A cosa mi serve? Aiuta il processo di cura e riabilitazione di quella persona? Le provoca danni, stigma, emarginazione? C’è il rischio che sia usata per fini economici e non terapeutici?».

Il destino

Nel bellissimo libro autobiografico “Elegia americana”, J.D. Vance racconta la sua storia e quella dei ragazzi che vivevano dove abitava lui, negli USA tra i Monti Appalchi e i Grandi Laghi. Scrive Vance: «Le statistiche dicono che quelli come me avranno un futuro difficile, e nella migliore delle ipotesi riusciranno a cavarsela senza ricorrere ai sussidi statali; nella peggiore moriranno per un’overdose di eroina, come è capitato soltanto l’anno scorso a decine di ragazzi della cittadina dove sono nato. Io ero uno di quei ragazzi dal destino segnato».

Gli operatori e i servizi incontrano ogni giorno persone e le loro vite. Non sempre ci rendiamo conto che in quel momento diventiamo parte importante delle loro storie e dei loro destini. Tendenzialmente ci piacciono di più i casi semplici e le persone collaborative. I casi complicati ci affaticano, ci mettono in difficoltà, mettono anche in discussione la nostra autostima di buon operatore.

Sono i casi complessi, quelli che non collaborano, quelli che non ci rispettano su cui talvolta sentenziamo, come un chirurgo o un oncologo, «non c’è niente da fare», e li lasciamo al loro destino.

Marmot nel suo rapporto “Fair society Healty Lives” (società giuste, vite con più salute), dedicato alle politiche contro le diseguaglianze, cita uno studio condotto in Inghilterra. Nella ricerca si sono misurate le perfomance cognitive di quattro gruppi di ragazzi da 22 a 118 mesi (quasi 10 anni). Poveri e ricchi con performance di partenza bassa e poveri e ricchi con performance di partenza alta. Il risultato è drammatico. I “poveri bravi” peggiorano nel corso degli anni facendosi sorpassare dai “ricchi meno bravi”, i “ricchi bravi migliorano”, i “ricchi meno bravi migliorano” e “poveri meno bravi” peggiorano ulteriormente. In sostanza, il destino non era legato alle loro capacità ma alla classe sociale di appartenenza. Da questo nasce l’obiettivo che il programma di Marmot definisce come «dare a ogni bambino il miglior inizio di vita possibile» per poter massimizzare le loro capacità e avere il controllo delle loro vite. In sostanza, non rassegnarsi a un futuro senza speranza.

Quello che mi chiedo è quanto i servizi si arrendano davanti al destino delle persone, quanto si rassegnino soprattutto alle diseguaglianze. Ho il ricordo di troppi adolescenti “lasciati” in comunità fino alla maggiore età. Perché i muri e le istituzioni rassicurano e rilassano i servizi, ma distruggono il futuro.

È evidente che da solo nessun servizio può cambiare il corso della vita di persone, di gruppi o di comunità emarginate, ma è altrettanto vero che, se il tema del “destino” di J.D. Vance non è sempre presente, finiremo per essere solo un supporto di accompagnamento, di accompagnamento a un destino che non cambia. E io son convinto che nessuno di noi voglia esserlo, per questo bisogna ricordarci ogni giorno che «non bisogna mai arrendersi alla cura» come dice Rotelli e, come dice Pablo Neruda, non rassegnarti ma «insorgi con me contro l’organizzazione della miseria».

Pretesti. All’ombra dei ciliegi giapponesi

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 14/01/2021 - 00:24

Proseguono gli appuntamenti con la lettura promossi da Conferenza Basaglia per confrontarsi su concretezza dei bisogni e astrattezza dei diritti alla luce della pandemia e a partire dalla lezione basagliana. Protagonista dell’incontro di giovedì 14 gennaio sarà il libro All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961 di Antonio Slavich, la storia dell’inizio della rivoluzione.

Continuano anche nel mese di gennaio gli appuntamenti con la lettura promossi da CoPerSaMM, la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, che attraverso il progetto “Leggere per trasformare”, finanziato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, intende riprendere pubblicamente il discorso attorno ai temi della cittadinanza e del diritto alla salute. L’associazione di promozione sociale, costituita a Trieste nel 2010 dai più stretti collaboratori di Franco Basaglia e oggi presieduta dalla psichiatra Giovanna Del Giudice, opera nel campo della salute mentale e della tutela dei diritti umani delle persone più fragili e giovedì 14 gennaio alle 18 su Google Meet proporrà un incontro con “All’ombra dei ciliegi giapponesi” di Antonio Slavich, un testo dell’Archivio critico della salute mentale pubblicato nel 40° della Legge Basaglia nella Collana 180 delle Edizioni alpha beta Verlag di Merano, che racconta il momento in cui prese avvio il lento e progressivo smontaggio dell’istituzione manicomiale, senza nascondere le emozioni, i dubbi, la sofferenza, le frustrazioni di quei primi tempi.

Nel marzo del 1962, in una Gorizia oppressa dalla Cortina di Ferro, arriva il dottor Slavich, chiamato da Franco Basaglia che pochi mesi prima aveva vinto il concorso da direttore in quel luogo dimenticato e aveva chiesto al suo unico allievo di raggiungerlo: sarà un inizio difficile, ostile, violento, empirico; forse non era neanche chiarissimo dove si volesse arrivare, ma era chiarissimo come lo si volesse fare: esercitando la cura, praticando attenzione, riconoscendo dignità. Temi per nulla datati, che la pandemia ha reso drammaticamente attuali e che il testo, che in realtà è un pretesto per riparlarne, ci invita a riconsiderare. Perché la crisi che stiamo vivendo è soprattutto una crisi di senso, di priorità, di concezione delle persone: quelli che allora erano internati senza nome né volto non sono così diversi dai tanti abbandonati nelle case di riposo o costretti in ospedali dove la medicalizzazione esasperata imposta dal Covid rischia di svuotarsi di umanità. E lo stile della relazione medico-paziente, e non solo, ora come allora è anche un fortissimo messaggio.

Con/F/Basaglia vuole riproporre il tema della cittadinanza, della dignità, dell’importanza di sviluppare — come direbbe papa Francesco — anche un vaccino per il cuore, che rimetta al centro le persone e non solo le loro malattie.

Introdotti e moderati dalla giornalista Emily Menguzzato, ne parleranno Sergia Adamo, docente di Teoria della letteratura e Letterature comparate all’Università di Trieste, e Marco Visintin, psicologo presso il Centro di Salute Mentale di Gorizia, alla presenza di Peppe Dell’Acqua, psichiatra e infaticabile divulgatore, direttore della Collana 180-Archivio critico della salute mentale, e stimolati dalla lettura di passi scelti dall’attrice Sara Alzetta.

All’evento, realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Trieste e con l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, sarà possibile accedere tramite la piattaforma Google Meet a questo link.

Quotidiani crimini di pace

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 07/01/2021 - 14:05

Filomena Greco, sindaca di Cariati: «No allo smantellamento del centro di salute mentale. Si continua a distruggere». A rischio 1700 pazienti e 10000 prestazioni annue

[articolo uscito sull'Eco dello Jonio]

«È assurdo ed improponibile che, tanto più nell’attuale emergenza, che ha esteso smisuratamente la sofferenza psicologica e mentale, si pensi di demolire ulteriormente gli unici e residuali presidi territoriali che si stanno prodigando tra mille difficoltà per far fronte alle tante richieste provenienti dal territorio». È quanto dichiara la Sindaca Filomena Greco denunciando come inaccettabile anche la sola ipotesi, che pure sta circolando in queste ore, di uno smantellamento di fatto del Centro di Salute Mentale (CSM) di Cariati con l’obiettivo, ancora una volta paradossale perché scriteriato, di supportare attraverso trasferimento di personale il Servizio di Diagnosi e Cura Psichiatrico (SPDC) di Corigliano, che ha già quattro medici su tre posti ricovero (occupati solo da donne di cui uno riservato da più di un anno alla stessa paziente); che dimostra pertanto di non averne nessun bisogno data l’esiguità dei ricoveri e la presenza di altri sanitari già in organico e che, infine, dovrebbe rappresentare, come da linee guida della psichiatria, l’ultimo approdo del paziente psichiatrico che ha invece tutto il diritto di curarsi a domicilio mantenendo la sua rete familiare e sociale.

Nello specifico, per quanto riguarda l’ambito territoriale provinciale (ATP) Ionio Sud – precisa la Sindaca – sono solo due gli psichiatri che lavorano nei CSM di Rossano e di Cariati. Come è noto, il Centro di Salute Mentale è privo da più di due anni di un organico stabile perché non è stato sostituito il personale collocato in quiescenza. Secondo l’ipotesi di ri-programmazione diffusa ufficiosamente – aggiunge – i due sanitari in questione dovrebbero essere alternativamente spostati dalla loro sede di servizio (CSM Rossano e CSM Cariati) ed utilizzati presso il SPDC di Corigliano. Tradotto – scandisce il Primo Cittadino – ci troveremmo di fronte ad un ulteriore smantellamento dei servizi territoriali con grave sofferenza delle zone periferiche già duramente penalizzate dalla progressiva desertificazione dei servizi di tutela della salute.

Tanto più – prosegue – se si considera che il territorio afferente al CSM di Cariati comprende non solo gli utenti di Crosia, Calopezzati, Pietrapaola, Mandatoriccio, Campana, Terravecchia, Scala Coeli e Bocchigliero ma anche quelli di Crucoli, Cirò Marina e Cirò, facendo registrare, negli ultimi tre anni, circa 1700 pazienti in carico con prestazioni che si aggirano all’incirca a 10000 annue. Nonostante le esigue risorse il CSM continua ad assicurare la cura a pazienti gravi e cronici, prevenendo scompensi e ricoveri e riducendo i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO), producendo di conseguenza un risparmio economico ingente per l’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP), considerato che ogni ricovero costa all’incirca 250 euro al giorno.

Per queste ragioni – va avanti – è assolutamente impensabile che il CSM di Cariati, uno dei primi istituito in Calabria ed il primo in provincia di Cosenza, che sta già operando quotidianamente con notevolissime difficoltà e con un organico stabile costituito da tre operatori (uno psicologo e due infermieri e con il supporto saltuario dei due psichiatri sopradetti) venga ulteriormente penalizzato impedendo di fatto ai medici di continuare la presa in carico dei pazienti

«È assurdo – scandisce la Sindaca – che non soltanto non vi sia stata ad oggi alcuna risposta da parte del Governo né del Parlamento col Decreto Calabria alle diverse richieste manifestate all’unanimità dai sindaci calabresi; che non sia stata ascoltata da parte del commissario provinciale alla sanità la nostra richiesta di prevedere per il CSM di Cariati la presenza stabile dello psichiatra; che non soltanto non sia ancora stata trovata una soluzione alla necessaria re-immissione dell’Ospedale di Cariati nelle rete regionale, così come invocato da tutti; ma che si continui imperterriti – conclude Greco – a privare questo territorio perfino dei Centri di Salute Mentale, primo riferimento per persone vulnerabili, fragili, con disagio psichico e spesso con famiglie multiproblematiche alle spalle».

Abitare si può! Sabato 23 gennaio 2021, ore 15.30-19 online

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 06/01/2021 - 20:50

Il 24 novembre 2020 il Tribunale di Sassari ha assolto dall’accusa di avere realizzato strutture sanitarie abusive gli operatori del Centro di Salute Mentale di Sassari che avevano sostenuto, nel corso del 2010, la realizzazione di due progetti di abitare condiviso.

La vicenda prende avvio mercoledì 6 luglio 2011. Alle otto del mattino, i carabinieri dei N.A.S. arrivano in due appartamenti in cui vivono cinque donne e quattro uomini con storie difficili di sofferenza mentale e li trasferiscono d’imperio in strutture residenziali psichiatriche che il Dipartimento di Salute Mentale di Sassari ha ubicato in palazzine dell’ex-ospedale psichiatrico. Le nove persone erano regolarmente in carico al Centro di Salute Mentale, che aveva promosso e seguito il loro percorso di vita autonoma, ed erano sostenute 24/24 ore da una cooperativa sociale con cui avevano firmato, singolarmente, un contratto di assistenza generica per la gestione della vita quotidiana. Le persone residenti nei due appartamenti avevano un regolare contratto d’affitto, stipulato personalmente o dai loro tutori legali, eppure i N.A.S., con l’avallo della magistratura, considerano queste abitazioni “residenze sanitarie abusive”, e alcuni operatori del Centro di Salute Mentale e della cooperativa vengono accusati di averle, senza autorizzazione, realizzate. Senza essere mai sentiti dall’autorità giudiziaria competente, quattro psichiatri, un’assistente sociale e un educatore professionale vengono così rinviati a giudizio con accuse pesanti: dalla concussione all’abbandono di incapace e all’utilizzo improprio di risorse sanitarie. Dopo 9 anni, numerose udienze e testimonianze e una perizia, il 24 novembre2020 il Tribunale assolve pienamente tutti gli imputati e riconosce la natura di abitare condiviso di quel progetto che l’inchiesta della magistratura ha comunque distrutto.

Questa vicenda è un’occasione importante per molte ragioni: per riaffermare il diritto all’abitare delle persone con sofferenza mentale, delle persone anziane e con disabilità; per denunciare i pregiudizi che caratterizzano a tutt’oggi l’operare di magistrati e forze dell’ordine e le cattive pratiche e le culture manicomiali di non pochi operatori psichiatrici e amministratori pubblici; per evidenziare i costi economici e sociali delle strutture che istituzionalizzano le persone e le disabilitano; per segnalare ancora una volta i numerosi e sperimentati esempi di servizi e di politiche locali che creano spazi di vita, socialità, dignità e diritti, e per chiedere che questi esempi diventino finalmente indirizzi politici e di governo.

Muccioli, o dell’anti Basaglia

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 06/01/2021 - 20:30

Il tempo mette ogni cosa in ordine, ogni cosa a suo posto. La serie Netflix, non sappiamo quanto consapevolmente, restituisce possibilità di lettura fuori dalle polemiche degli gli accadimenti intorno alla questione delle dipendenze sul finire degli anni ‘70. Nel ’78 era stata approvata la legge che restituisce diritti e libertà finalmente possibili non solo ai matti. Di lì a poco il boom mediatico della collina di San Patrignano. Si schierano poteri finanziari, politici, ecclesiastici, politici. Il potere dell’informazione, i media tutti, si mettono a servizio di questo vasto schieramento che già prefigura i fasti delle politiche degli anni ‘80. Era necessario porre un argine all’avanzare faticoso delle lotte per i diritti umani e alle conquiste di quel decennio tanto difficile.

Di Carlo Miccio

[articolo uscito su primocontatto.org]

La recente uscita della docuserie SanPaLuci e tenebre di San Patrignano, recita il sottotitolo – ha avuto come immediato effetto di far ripiombare il paese in un dibattito vecchio di trent’anni, riproponendo gli stessi schieramenti ideologici formati da più o meno le stesse persone.

Io stesso non faccio eccezione: mi sono scoperto fin dal primo accenno alla vicenda sui social – prima quindi di vedere anche solo una puntata del documentario – trascinato in un vortice di discussioni polemiche e agguerrito a sostenere la medesima posizione che avevo trent’anni fa. Posizione sintetizzabile grosso modo in questi termini: Muccioli è stato un demonio capace di impersonificare tutto ciò che di sbagliato si è fatto in materia di droghe in questo paese, la quintessenza di un paternalismo proibizionista che considera crimine quella che è una malattia con profonde radici nel sociale.

Che lo pensassi allora, quando avevo trent’anni di meno, era perfettamente comprensibile e naturale: all’epoca usavo eroina e anche io – come tanti – avevo il problema di riuscire a smettere. E mi era ben chiaro, allora come adesso, che il modello San Patrignano – basato com’era su un’ammissione di impotenza: il tossico (come il matto) è ontologicamente incapace e ha bisogno di qualcuno che decida per lui– era l’esatto contrario di quello di cui avevo bisogno io: ristrutturare me stesso intorno a delle scelte quanto meno assertive, capaci di definirmi come individuo pensante e agente. Io da San Patrignano e dalla sua ideologia mi sentivo personalmente minacciato, e che quindi all’epoca demonizzassi il baffone romagnolo ci stava tutto. Insooma, era una questione di sopravvivenza, per quanto mi riguardava. Ho quindi optato per un combo metadone+psicoterapia e, a tutt’oggi, credo che sia stata una scelta azzeccata. E con questo non intendo dire che metadone+psicoterapia sia la ricetta universale e valida per tutti: dico solo che lo è stato per me. Evidentemente è la persona che va trattata, nella sua individualità – e non certo pensare che una sostanza possa rendere tutti replicanti capaci delle stesse reazioni emotive. Quello era il metodo giusto per me, funzionava. Punto e basta.

Ma questo succedeva nel secolo scorso, mentre adesso ho trent’anni di più e nessun problema di tossicodipendenza a rendere la mia rabbia così pressante: da dove mi esce fuori allora tutto questo risentimento che provo ancora oggi a sentir parlare di Muccioli e dei suoi sistemi nell’esatta maniera in cui se ne parlava trent’anni fa, con schieramenti praticamente identici sui fronti del pro e del contro? Come si fa a uscire da questa coazione a ripetere e riuscire invece a storicizzare l’intera questione – magari senza demandare il compito ad agenzie di produzione televisiva come Netflix?

Provando a darmi una risposta mi è sembrato di trovarla nella data di nascita di San Patrignano. 1978. Lo stesso anno dell’approvazione della Legge 180, impropriamente detta Basaglia, che si proponeva di regolare il trattamento della malattia mentale – categoria madre di cui le dipendenze fanno parte – basandosi su un criterio radicalmente opposto a quello della costrizione usato da Muccioli. Quello che mi sembra chiaro oggi è che la battaglia di San Patrignano sia stata un episodio fondamentale di una guerra che in quegli anni mirava a delegittimare una nuova concezione di cura, una concezione che vedeva nel paziente un agente attivo di cambiamento e non più solo un recettore di regole decise e amministrate da chi ha più potere di lui. Nell’immaginario della sfavillante Italia degli anni 80 – quella del Martini, di Maradona e del Drive In – Vincenzo Muccioli era l’anti Basaglia per eccellenza, l’uomo che in nome del “senso comune” assegnava un valore curativo a catene e schiaffoni, alla faccia dei teorici di Psichiatrica Democratica di qualunque scienziato saputello arrivato dopo Freud e Montessori. La sua era la cura del padre, contadino e incapace di diplomarsi (ce lo racconta nel documentario il fratello laureato di Muccioli, accennando a frustrazioni mal sopite) ma onesto e sincero perché ama i suoi ragazzi, come li chiamava lui. Una cura che per secoli aveva funzionato con tutto, e non si vedeva perché non potesse funzionare anche con la droga – e con la malattia mentale.

Tanto più quando gli stessi media che amplificavano il verbo muccioliano, invitandolo ovunque perché faceva audience (e l’audience negli anni ’80 era diventata la nuova religione) iniziarono a usare con criminale insistenza l’espressione “vittima della legge Basaglia” ogni volta che si registravano fatti di cronaca nera con protagonisti pazienti psichiatrici. L’equazione era evidente e sotto gli occhi di tutti – non solo quelli di Red Ronnie: il mondo sognato da Muccioli era un luogo sicuro, quello immaginato da Basaglia invece no.

E adesso quindi mi è finalmente chiaro il motivo di questo risentimento che provo ancora oggi rispetto a quella vicenda: non è solo la consapevolezza di avercela fatta – su un piano personale – grazie a una visione sicuramente più vicina al metodo basagliano che a quello di Muccioli, ma anche la convinzione che tanto del ritardo che questo paese oggi manifesta nel campo delle politiche sanitarie antidroga debba essere ascritto – parafrasando Jovanotti – a quella grande chiesa che da San Patrignano arriva fino a Craxi, Russo Jervolino, Fini, Giovanardi e tutto quel circo di media e politica che per anni ha cavalcato – e continua a farlo – l’onda del Sorvegliare e Punire come unica soluzione possibile per gestire la società in cui viviamo e le sue (nostre?) fragilità.

E questa, per quanto mi riguarda, è forse l’eredità più forte che Vincenzo Muccioli ha lasciato a questo paese: la possibilità di continuare a confondere cura e punizione, e di riuscire a farlo anche riempiendosi la bocca della parola Amore.

Carlo Miccio è mediatore culturale, scrittore, autore di La trappola del fuorigioco (Collana 180 – Archivio critico della saluta mentale)

Su San Patrignano

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 05/01/2021 - 17:56

Un commento di Oreste Pivetta

Non ho visto l’ormai celeberrimo SanPa. Quindi non dirò nulla di questo lavoro, encomiabile, serio, da quanto capisco leggendo. Mi permetto di sottolineare una coincidenza: nel 1978 viene approvata la legge 180 che decide la chiusura dei manicomi, nello stesso anno nasce san Patrignano. Da una parte Basaglia, dall’altra Muccioli. Negli anni Sessanta s’era assistito ad una battaglia (dagli stati Uniti all’Italia) per i diritti e la democrazia nelle cosiddette istituzioni totali (carceri, caserme, scuole, ospedali, manicomi), per nuovi rapporti nel mondo del lavoro, ecc. In italia nel 1978 nasce una nuova istituzione totale, san Patrignano. Non giudico. Mi chiedo se san Patrignano non rappresenti l’inizio di un percorso involutivo, di un degrado politico e culturale le cui conseguenze paghiamo ancor oggi, di una negazione di quelle battaglie che alimentarono la nostra breve stagione delle riforme.

Ho visto Mental

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 05/01/2021 - 17:47

Di Luca Negrogno

Ho visto Mental, la serie della RAI sui disturbi psichici degli adolescenti, e complessivamente posso dare un giudizio positivo al lavoro degli sceneggiatori e dei realizzatori il quale, per quanto con alcuni limiti che proverò a spiegare di seguito, ha per lo meno il merito di aprire un dibattito informato attorno a questioni delicate e spesso trattate con troppa leggerezza.

Nella presentazione della serie è stato esplicitato in più occasioni che essa ha il fine di sensibilizzare i giovani e gli adulti a proposito dei disturbi mentali, superare lo stigma e l’alone di silenzio che riguarda questi temi e indirizzare chi ha bisogno d’aiuto verso la possibilità di parlarne e farsi aiutare, come recita un disclaimer posto all’inizio di ogni puntata. La serie si è avvalsa della collaborazione scientifica di Paola De Rose, dirigente dell’Unità di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, il cui direttore, professor Stefano Vicari, in un’intervista del maggio 2020 dichiarava: «Oggi, almeno il 10% dei bambini e una percentuale tra il 16 e il 20% degli adolescenti ha un disturbo mentale. Del resto il suicidio costituisce la seconda causa di morte sotto i 20 anni. Ansia, depressione, episodi psicotici, ma anche disturbi del neurosviluppo come autismo, disturbo da deficit dell’attenzione, dislessia, ritardo mentale riguardano una fetta di almeno il 10% dei bambini. [...] Stiamo iniziando a vedere, soprattutto negli adolescenti, un aumento di ansia e di depressione».

Siamo quindi di fronte a un fenomeno importante e in crescita, che gli autori scelgono di trattare dall’osservatorio di una Clinica che ha tutte le caratteristiche dei tanti servizi residenziali di neuropsichiatria per l’infanzia e per l’adolescenza convenzionati con il nostro Sistema Sanitario Nazionale. Le caratteristiche sono quelle tipiche di questi contesti: attività terapeutiche e creative (talvolta queste ultime gestite da ex utenti) individuali e di gruppo, somministrazione farmacologica, in alcuni casi trasferimenti coatti eseguiti dalle forze dell’ordine, controllo medico, residenzialità h 24 con visite contingentate e uscite solo dietro autorizzazione (in realtà i personaggi nella serie escono solo una volta e senza autorizzazione, per fuggire dalla clinica). La vita dei pazienti si svolge dentro un mondo “totalizzante” e separato dal mondo esterno attraverso alti cancelli chiusi.

Lungo lo sviluppo narrativo della serie appaiono i limiti strutturali e umani di queste istituzioni ma emerge anche la loro centralità esclusiva, la certezza che esse costituiscano il contesto necessario per affrontare la cura. Quando i pazienti riescono a fuggire, per esempio, vedono che il “mondo esterno” non mantiene nessuna delle aspettative maturate nelle loro idealizzazioni anzi rivela tragicamente le sue caratteristiche più espulsive nei loro confronti. Tuttavia è proprio l’impatto con la realtà esterna che permette la crescita e il superamento dell’empasse esistenziale dei protagonisti. Collocando lo scontro con la realtà esterna e la conseguente svolta narrativa nel momento della fuga, forse in qualche modo si ammette che questo processo catartico non possa mai davvero avvenire all’interno dell’istituzione ma solo in percorsi di uscita a contatto reale con il “territorio”. Si potrebbe vedere qui un primo limite e una lacuna della rappresentazione, ove non sono mai citati questi percorsi “esterni” (tranne un caso di affidamento etero familiare), nonostante le più recenti elaborazioni in tema di salute mentale pubblica (per esempio il Budget di Salute e i percorsi formativi e lavorativi individualizzati) pongano l’accento proprio sui trattamenti extra clinici e a contatto con la realtà sociale, grazie ai quali possono avvenire le forme di crescita e di riconoscimento che nella serie avvengono solo per via di una disfunzione nelle maglie delle regole dell’istituzione.

La descrizione dei percorsi di cura restituisce correttamente l’idea di un susseguirsi di prove ed errori, tentativi inefficaci e ipotesi interpretative inadeguate che evolvono nel tempo anche grazie ai percorsi individuali di crescita dei giovani personaggi. Inoltre emerge chiaramente il peso dei “giochi relazionali” tra ospiti e operatori, la cui difficile posta in gioco è la costruzione di un clima di fiducia reciproca, contro il quale si staglia però la consapevolezza di uno scarto sempre presente tra le regole di comportamento imposte e le condotte “informali” dei giovani pazienti. È espressa, anche esplicitamente, la consapevolezza dell’incapacità di comprensione totale dei bisogni dell’altro da parte degli operatori, difronte a cui i medici chiedono spesso “collaborazione”. Emerge abbastanza forte in alcuni passaggi il tema del “paziente che non decide niente”, a proposito dei suoi percorsi di vita e sulla lettura della propria condizione. Si tratta di una criticità correttamente sollevata, che molti di noi tra utenti e operatori conoscono, anche se la narrazione non sviluppa realmente questo problema ma sembra evocarlo solo per il suo portato emotivo.

Complessivamente lo sforzo degli autori propende per una visione non solo organicistica della malattia mentale: la gran parte delle costruzioni narrative sui personaggi tende a collocare nella biografia dei pazienti le cause della crisi esistenziale che ha condotto al ricovero. Infatti le vicende dei personaggi si snodano attorno a episodi traumatici o violenti, sistemi di oppressione o forme di misconoscimento subite; emergono in modo abbastanza chiaro i fenomeni di invalidazione sociale subiti da una vittima di stupro e le conseguenze traumatiche di un caso di cosiddetto revenge porn; in altri due casi le caratteristiche dei disturbi vengono riempite di significati esistenziali ricostruendo storie da cui emergono dinamiche legate al lutto e alla colpa, a fenomeni di abbandono e di trascuratezza genitoriale legati all’uso di sostanze. Ciò che emerge è l’idea di disturbi con molteplici fattori causali: dinamiche psicologiche e relazionali, vissute in famiglia o a scuola, intervengono nella vita dei pazienti talvolta sovrapponendosi a preesistenti caratteristiche esistenziali e particolarità neurologiche (almeno in un caso si mostra chiaramente che queste atipicità esistenziali restano tali anche nel momento in cui la crisi è superata, il trauma risolto e si è ricostruita una forma storicizzata di esperienza, attraverso la quale, la serie sembra dire, si può arrivare a uno stato di benessere in cui si può anche convivere con caratteristiche divergenti della propria psiche, della propria percezione e della propria esperienza).

Si tratta in definitiva di una narrazione che sembra correttamente rispondere a un modello interpretativo bio-psico-sociale dei disturbi mentali. Tuttavia forse il termine “sociale” della triade è quello che risulta trattato in modo più superficiale. Dalla narrazione non emergono mai le domande su: quali sono le condizioni sociali che favoriscono vulnerabilità o protezione rispetto agli eventi traumatici? In che modo l’organizzazione sociale della cura può realizzare trattamenti efficaci e non traumatizzanti? Le forme di oppressione sistemica a cui gli eventi traumatici del racconto rimandano possono richiamare anche questioni più ampie di tipo politico e sociale o sono del tutto riconsegnati a una visione centrata solo sull’empowerment e sulla crescita individuale della vittima? Le condotte e le esperienze “divergenti” possono trovare una loro legittimità sociale al di là dei vissuti di invalidazione e traumatizzazione? Su questi aspetti c’è un certo silenzio nella serie. Non mi sembra sia sufficiente ridurre a questa impressione il riferimento al vissuto della protagonista Nico, paziente di 16 anni, per cui «nessuno vuole essere normale. Preferiamo fare schifo per dimostrare al mondo che non siamo noiosi».

Cosa possono dirci le esperienze di questi pazienti su come intervenire, piuttosto, sulla normalità?

C’è, elemento principale della narrazione, un forte accento sulle relazioni tra i pazienti che sono il motore dei percorsi individuali, e questo appare piacevole ma anche un po’ ideologico (da questo punto di vista la serie mi ha ricordato La pazza gioia di Virzì): chiaramente una serie ha bisogno di protagonisti positivi con cui sentiamo il bisogno di identificarci. Ma quanto si perde di realtà pensando che la capacità di cooperazione e la disponibilità ad affrontare collettivamente i problemi siano qualcosa di già realizzato nella popolazione che attraversa questi momenti di negazione della vita e non piuttosto un oggetto, se non il principale oggetto, dello sforzo che dovremmo compiere?

La scena non-sense dell’ultima puntata, quando il ragazzo con sintomi ossessivo-compulsivi inizia a spiegare che non bisogna dire più “manicomio” (come invece molti personaggi chiamano la clinica) perché c’è la legge 180, perché le cose sono per fortuna molto cambiate (ma questa pedante spiegazione dà luogo a una reazione imprevedibile) è forse una corretta dichiarazione politica e poetica: dobbiamo trovare un linguaggio diverso per parlare di questi argomenti e non possiamo più cullarci solo sul monumento delle vittorie del passato; modificare la rappresentazione sociale della “pazzia” (altra parola ricorrente in tono spregiativo nelle conversazioni dei personaggi) richiede uno sforzo di comprensione e immaginazione che può portarci al di fuori del già detto e del già visto.

Il miraggio del farmaco che cura la malattia

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 05/01/2021 - 17:42

Di Peppe Dell’Acqua

Voi siete, come noi diciamo in termine medico, un soggetto schizofrenico…

no, no io sono un democratico napoletano

(Totò a Parigi 1958)

Chi avesse il tempo di frequentare come osservatore almeno uno degli innumerevoli convegni delle società psichiatriche, organizzati con larghezza di mezzi in ogni parte del mondo dall’industria farmaceutica, si convincerebbe che è ormai vicina la realizzazione del sogno degli psichiatri. Il sogno almeno di quelli, e sono la maggioranza, convinti che le malattie mentali sono determinate da un guasto organico. Grazie ai risultati ottenuti dalla biologia molecolare, dalla genetica, dalle neuroscienze, con l’accattivante suggestione delle immagini colorate e tridimensionali del cervello, la causa della malattia mentale appare ormai certa e indiscutibile. I sistemi neuronali, i mediatori, le sinapsi con sempre maggiore dettaglio si confermano responsabili del malfunzionamento del cervello e disegnano solidissimi modelli di malattia.

Appena fuori dal convegno il nostro osservatore, incontrando persone che con la malattia mentale hanno veramente a che fare, si sentirebbe disorientato, non potrebbe non avvertire un fastidioso turbamento. Si accorgerebbe che i solidissimi modelli fanno fatica a contenere la realtà e non potrebbe fare altro che prendere atto dello scollamento, della dissociazione tra i modelli di malattia e la ruvidezza della vita concreta e singolare delle persone.

Le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale sono costrette, loro malgrado, a fare i conti con le conseguenze di questo scollamento. Devono sopportare una penosa contraddizione. Da una parte la clinica, la medicina che definisce con certezza la diagnosi, promette cure e intanto semplifica, riduce e alla fine costringe all’identità della malattia. Dall’altra l’insopprimibile volontà di resistere, di giocare tutte le possibilità della propria vita, il bisogno malgrado tutto di essere protagonisti, di esserci, di dare significato alla propria esperienza e accettare di convivere con una faticosa incertezza.

Per gli operatori del campo lo scollamento è logorio quotidiano e nelle discussioni dei gruppi di lavoro nei dipartimenti di salute mentale, dove ancora si fanno riunioni, e negli istituti universitari più attenti è presenza ostinata e feconda.

Poco, tuttavia, la psichiatria sembra riflettere sulla questione: da un lato è impegnata ad accreditare la sua “scientificità”, dall’altro l’illimitata variabilità del quotidiano, la singolarità delle esistenze e dei conflitti visti quasi come un disturbo. Un accidente che la stessa psichiatria tenta di scotomizzare, ignorare, accantonare, mentre il miraggio del farmaco ”che cura la malattia” resta l’interesse dominante.

È innegabile il contributo delle neuroscienze nei progressi (impensabili) della neuropsicologia e sul piano applicativo nel campo della riabilitazione cognitiva. Tuttavia, al di là dei miraggi, esse stanno evidenziando sempre meglio i limiti dei modelli biomedici, in rapporto alla malattia mentale e alla vastità delle ormai infinite correlazioni tra i mediatori chimici, gli eventi, i contesti, le storie di vita.

Più procede la ricerca più diventa evidente l’abisso tra le formidabili scoperte delle neuroscienze e i modelli di malattia mentale, che ora appaiono rudimentali. Ora, proprio con il contributo di queste ricerche, è più difficile spiegare[1].

Malgrado tutto i modelli e le spiegazioni, i risultati della ricerca finiscono per assumere un valore totalizzante sia nella formazione degli operatori, che nell’operatività quotidiana, che nella vita delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale.

Il problema dello scollamento appare con tutta evidenza quando ci avviciniamo agli psicofarmaci e alla questione del modello di malattia che gli psicofarmaci accreditano.

Gli psicofarmaci si sono dimostrati utili nel trattamento del disturbo mentale severo. Riescono a fronteggiare sintomi drammatici, a contenere lo scompenso, a lenire insondabili dolori, a consentire più rapido accesso a percorsi di ripresa, di abilitazione, di emancipazione. Ma quando il modello farmacologico pretende di spiegare la malattia diventa prepotente, falsifica la realtà, riduce ogni cosa.

I farmaci impediscono allo psichiatra di vedere la persona che gli sta davanti. Mentre parla pensa alla prescrizione. Non riesce a vedere altro. Basaglia, cercando di farmi capire queste cose, era l’ottobre del 1979, ricordò Ernst Töller. Il drammaturgo tedesco, morto suicida a 40 anni dopo la terribile esperienza di internamento nel manicomio, aveva scritto che «lo psichiatra è un uomo che ha occhi ciechi e orecchie sorde». E Basaglia aggiungeva, questo non vuol dire che egli non sia capace di vedere e ascoltare gli amici, la moglie, i figli! È quando lo psichiatra ha davanti “il suo malato” che non è più capace di vedere e di ascoltare[2].

Il farmaco, anche se agisce sui sintomi, dunque a valle di un processo che conserva tutta la sua complessa insondabilità, viene assunto a conferma del modello e della organicità del disturbo mentale.

Il modello prende il sopravvento sulla vita reale e costringe così a operazioni tragicamente riduttive, a banali semplificazioni quando accosta (confonde) ambiti e dimensioni incompatibili tra loro in quanto riguardano la vita, la singolarità dell’esistenza, le scelte che vivono sempre in un loro singolare contesto, in una loro irripetibile temporalità.

Il modello (il farmaco) condiziona così i rapporti sociali, le relazioni delle persone e costringe nel patologico sentimenti ed emozioni, lutti e conflitti, passioni e indifferenze, amori e disamori.

Questo passaggio non è cosa da poco. Quasi un terzo delle persone vivono una condizione di disagio, di malessere, di fatica a vivere. È il disagio che accade, prima o poi, a ognuno di noi: insonnia, affaticamento, difficoltà relazionali, conseguenze di conflitti sociali, di catastrofi e di eventi bellici, separazioni, lutti, occasionale abuso di alcol, droghe e farmaci, insoddisfazione nelle relazioni e nei rapporti di lavoro. Questi eventi allo sguardo delle psichiatrie (e delle psicologie) transitano nel campo del patologico. La parola “depressione”, nell’accezione sommaria e abusata di malattia mentale, diventa il contenitore e insieme la spiegazione di ogni condizione. La prescrizione del farmaco conclude puntualmente questo percorso.[3]

L’industria farmaceutica alimenta con ogni mezzo queste psichiatrie fino a proporre, come nel caso della depressione, singolari linee guida. Non solo la depressione, in quanto entità clinica definita, merita interventi farmacologici ma anche una condizione che di depressione non è ma che a essa potrebbe alludere. La cosiddetta depressione sotto soglia. Non solo i medici psichiatri ma anche e soprattutto i medici di famiglia vengono addestrati per essere capaci a cogliere il patologico e ridurre a depressione tristezze e affanni, stanchezze e rancori, frustrazioni e delusioni, perdite e lutti. I medici di famiglia finiscono così per essere i maggiori prescrittori di ansiolitici e antidepressivi. A nulla valgono le ricerche indipendenti, poco pubblicizzate per altro, che mettono in dubbio l’efficacia degli antidepressivi, per esempio, o avvertono su drammatici effetti collaterali. Di recente la ricerca condotta da Irving Kirsch[4] con un gruppo di ricercatori inglesi, americani e canadesi ha dimostrato che l’efficacia degli antidepressivi è paragonabile a quella del placebo. Come se niente fosse accaduto, il modello si riconferma e prende forza. Paradossalmente i risultati della ricerca autorizzano le industrie farmaceutiche a immettere sul mercato più recenti e “miracolose” molecole e il gioco ricomincia. È davvero un gioco perverso se si pensa che le industrie farmaceutiche hanno la necessità di cambiare le molecole sul mercato quando queste già in produzione perdono il brevetto (e l’esclusiva), dunque perdono valore di mercato e contestualmente bisogna brevettare nuove molecole che, in genere, sono di poco differenti dalle prime. L’affare ha dimensioni gigantesche.

Basterebbe solo pensare che in questo momento, mentre scrivo, almeno un milione d’italiani sta ingoiando una pillola di antidepressivo.

Con maggiore dettaglio e accuratezza l’inchiesta di Jakye Law, giornalista scientifica americana, di recente in libreria per Einaudi, denuncia il condizionamento delle industrie farmaceutiche non solo nel definire modelli di malattia ma nel costruire il concetto di salute[5]. È paradigmatica l’esplosione degli antidepressivi, del Prozac, “la pillola della felicità”. Si propone un farmaco per tenere livelli prestazionali, relazionali e affettivi. Il farmaco, malgrado le ricerche indipendenti abbiano negato la funzione di sostegno al buonumore e benché siano stati denunciati effetti collaterali e conseguenze gravissime (assuefazione e sviluppo di intenzioni suicidarie fino alla concreta evenienza del suicidio in un cospicuo numero di persone in trattamento con tale farmaco), ha assunto una diffusione larghissima di dimensioni, in termini di utili, impensabili per una azienda farmaceutica.

Le medie, le scale, le oggettive ed evidenti osservazioni, altri direbbero «lo sguardo freddo e distante della clinica», poco hanno a che vedere, abbiamo detto, con le persone, con i soggetti, con le singolari e molteplici identità.

Soprattutto chi fa ricerca nel campo delle neuroscienze sa bene che il cervello medio è cosa ben diversa dalla singolarità del cervello, sa bene che ambiti differenti, diverse stimolazioni sviluppano reti neuronali e modalità di funzionamento singolari.

È singolare peraltro che il modello biopsichiatrico, una sorta di psichiatrizzazione delle neuroscienze, continui a svilupparsi su un assunto mai dimostrato: la lesione del cervello. Nancy Andreasen, psichiatra e tra gli esperti di psichiatria biologica più accreditati, in un ormai classico e puntuale articolo[6] del 1997, discute un progetto di ricerca per la costruzione di una psicopatologia scientifica. Tra le questioni fondamentali, che elenca con rigore, affronta il nodo della relazione tra mente e cervello. «La relazione tra mente e cervello – scrive – è stata ampiamente discussa dalle psicologie e filosofie contemporanee senza alcuna soluzione decisiva. Una possibile soluzione è adottare la posizione che la mente è l’espressione dell’attività del cervello (….), le alterazioni dei comportamenti proprie della malattia mentale riflettono l’anomala interazione cervello/mente (….). Esse [le alterazioni] sono malattie di una psiche (della mente) che risiedono in quella regione del soma (del corpo) che è il cervello.» L’obiettivo a lungo termine sarà identificare i meccanismi neurali che presiedono ai normali processi cognitivi e scoprire come essi sono lesionati nelle malattie mentali (qui il termine cognitivo è largo e si riferisce a tutte le attività della mente, incluse le emozioni, la percezione, la regolazione dei comportamenti). Nel corso dell’articolo descrive magistralmente il modello biopsichiatrico, sviluppa tutto il discorso e le deduzioni conseguenti, fino alle più significative indicazioni terapeutiche, a partire dalla premessa che le lesioni del cervello, seppur non dimostrate, saranno sicuramente scoperte. Sulle lesioni da scoprire, to be discovered lesions, si fonda dunque il modello della ricerca. Fin qui, se si resta nel terreno delle ipotesi di ricerca, va tutto bene. È paradossale che sulle to be discovered lesions si costruisca l’agire psichiatrico: le spiegazioni di ciò che accade nella vita delle persone, le pratiche di intervento, le organizzazioni dei servizi psichiatrici![7]

Lo stesso assunto paradossale proietta la sua ombra sull’altro campo altrettanto significativo e fondante la (presunta) scientificità della psichiatria: la diagnosi.

La diagnosi in psichiatria si legittima scientificamente come ricerca ed estrapolazione di segni di malattia nel complesso dell’esistenza individuale e sociale della persona. L’intervento psichiatrico, risalendo a ritroso nella storia, finisce per rappresentare un potente condizionamento nella stessa analisi dello sviluppo storico della sofferenza e della malattia. La vita concreta viene sottoposta ad un lavoro di ricodifica a posteriori. Il comportamento viene progressivamente, nel corso della lettura della storia, oggettivato e incanalato nei canoni prestabiliti dalla diagnosi posta.

Il paradigma psichiatrico si presenta, così, come falsamente induttivo; in realtà esso ricerca una corrispondenza tra il comportamento del soggetto e una serie di schemi preformati (le malattie, le sindromi) e tra questi e le lesioni da scoprire.

La storia, in termini clinici l’”anamnesi”, altro non è che la ricerca dei segni della malattia.

I fatti della vita vi appaiono solo in quanto fattori scatenanti, semplici situazioni di stimolo che accelerano il “processo” patologico che comunque viene dato come (pre)esistente.

Una volta posto a priori il patologico (le lesioni), si ricercano gli scarti dalla norma negli atti e nei comportamenti, i segni della manifestazione patologica stessa.

Questa priorità del patologico, spinta all’estremo, arriva a invalidare i gesti pratici, le scelte, la vita concreta, perché tra la persona e la malattia resta un salto, un vuoto in senso logico e analitico.

Nella diagnosi psichiatrica i fatti, i gesti vengono accostati secondo un senso a essi esterno in un meccanismo che li sovradetermina.[8]

D’altra parte è noto che in questo campo ogni psichiatra conduce un’esistenza doppia, si direbbe schizofrenica. Egli ha imparato a scindersi tra il paradiso – il mondo di ghiaccio liscio e geometrico delle classificazioni, dei modelli, delle medie – e l’inferno – il mondo sporco, ruvido, multiforme delle concrete, difficili e incerte decisioni diagnostiche e delle cure. Egli sa (o dovrebbe sapere) che ha difronte questa singolare persona con tutto il mondo ignoto della sua storia, ma allo stesso tempo gli viene chiesto di trovare la scatola con l’etichetta dove racchiudere e omologare quella irripetibile esistenza.

Riconoscere, attraversare e riattraversare questo campo di tensione è stato ed è il senso del nostro lavoro a Trieste.

Nell’esperienza triestina, ma qui direi meglio basagliana, l’approccio comprensivo alla persona accade in una dimensione reale dove la malattia (e la diagnosi) “ha e non ha peso”, perché i livelli di vita, le capacità relazionali, i modi di sentire sono determinati da altro e da infinite altre connessioni che sono di volta in volta da scoprire (queste sì da scoprire!). L’incontro accade in un luogo dove le persone vengono a consegnare, perché vengano accolte e medicate, sofferenze acutissime, abissi di terrore, incontrollabili voci ora paurose ora suadenti, visioni angeliche e diaboliche; il luogo che accoglie tutto l’indicibile gelo, il deserto senza fine di emozioni e relazioni rese irriconoscibili, insostenibili da qualcosa che in quei momenti pare ed è più grande di loro. Più forte di tutto.[9]

Ma questo naturalmente conduce ad altre questioni. È implicito che io non insista, in questo breve contributo sulle soluzioni e pratiche triestine in materia non tanto di diagnosi quanto di presa in carico, non di anamnesi quanto di ricostruzione biografica e storia personale, non di prognosi quanto di progetto di vita.

In questa sede basterà questo breve cenno per prefigurare un altro campo di possibilità. Quel campo realistico e promettente dove incontriamo “il malato e non la malattia”, esplicitamente pensato non in termini di modelli omologanti ma di percorsi singolari.[10]

Entrando nello spazio pulito dei modelli di malattia si realizza una sorta di sospensione, di elusione del rapporto con la realtà che definirei di passività (dell’operatore, del terapeuta), che si tratti di riabilitazione, di psicoterapie le più varie, di clinica, di farmacoterapia.

Si finisce per non fare altro che il “corretto protocollo terapeutico” e si attende che quel farmaco, quel particolare definito atto psicoterapeutico o riabilitativo faccia il suo effetto. Condizione di passività che produce intanto perdita di significato della vita della persona che comunque continua a vivere al di fuori della malattia, nonostante la malattia, per diventare ostacolo alla partecipazione, alle relazioni e infine immiserimento della quotidianità.

Per lo psichiatra questa condizione di passività riproduce una frattura irrisolvibile (e alla fine tragicamente invisibile) tra il rigore scientifico della diagnosi, della classificazione, della ricerca delle cause e la realtà del malato mentale, oggi della persona che vive l’esperienza del disturbo mentale. Sembra ancora vero che lo psichiatra debba costringersi a una scelta in ogni caso parziale e riduttiva: accettare i parametri della psichiatria scientifica facendo aderire la persona ai modelli, ai sintomi, a favore della teoria; avvicinarsi al malato così com’è cercando di comprendere che cosa egli è diventato passando attraverso le esperienze di vita e le istituzioni e i saperi della psichiatria, a favore della realtà.[11]

È evidente quanto la persistenza di una frattura tra ricerca e intervento terapeutico continui a restringere e a immiserire il campo. In genere la ricomposizione della frattura si realizza sempre con infinite e profonde falsificazioni. Si pensi alla pulizia dei lavori scientifici, agli interventi nei convegni contrapposti all’impurità e complessità della vita delle persone, alla sporcizia e inaccessibilità dei luoghi della cura, ai rapporti gerarchici tra gli operatori e tra questi e i pazienti. Mai da questi contributi scientifici è possibile risalire allo sporco, alle violenze, alle mortificazioni che a quei lavori hanno fatto quantomeno da sfondo.

Se la psichiatria continuerà a non riflettere su queste contraddizioni si costringerà sempre più a modelli di estrema povertà (i farmaci in questo senso sono riduttivi, sottrattivi). Confermerà malgrado la fragilità delle sue certezze fondative la collocazione acritica nel campo delle scienze biologiche e, paradossalmente, proprio a causa della sua fragilità pretenderà quella collocazione con caparbietà più di quanto facciano le altre discipline mediche. Soltanto per esempio: molte aspettative introdotte dagli psicofarmaci hanno dovuto successivamente segnare arresti, insuccessi e comunque dichiarare, nell’evidenza dei risultati, quanto improprie erano state le attese e le aspettative. Improprie non in quanto irrealizzabili ma in quanto impropriamente riposte sul farmaco. Pensiamo a quanto larghe (e frustranti infine) siano state le aspettative di guarigione e, con l’arrivo della cloropromazina agli inizi degli anni ’50, quanto sia stata acritica la speranza di chiusura dei manicomi promessa dal farmaco. I manicomi sono restati in funzione in tutti i paesi, ad eccezione forse del nostro e di poche altre regioni europee. In Germania, in Belgio, in Svizzera, in Austria, in Francia, ad esempio, dispongono con larghezza dei farmaci più potenti e recenti, eppure continuano a progettare ospedali e a spendere per i posti letto in cliniche e istituti psichiatrici l’80% delle risorse. Ancora oggi molti psichiatri e ricercatori, e di seguito amministratori e policy makers, progettano servizi e investimenti centrati sulla malattia.

L’effetto, perverso, prodotto da questo modo di pensare è evidente. Si assiste oggi, anche in Italia, al ritorno di questa psichiatria (mai in verità aveva lasciato il campo) nei luoghi vecchi e nuovi della riforma, nei luoghi dove si era appena indebolito il suo secolare dominio. Sono riemersi con prepotenza stili operativi che alludono a modelli culturali che sembravano superati o quanto meno ridotti nelle loro forza oggettivante, forme organizzative che polverizzano i servizi pubblici, sistemi “liberisti” che intendono valorizzare l’imprenditorialità privata e la competizione fantasticando una libertà di scelta che non è praticabile e che finisce per privare di opportunità i soggetti più deboli e più esposti[12]. Questa psichiatria è tornata nei servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura blindati e con le persone legate ai letti, nelle affollate e immobili strutture residenziali, in comunità senza tempo che si dicono terapeutiche e che si situano fuori dal mondo aspro delle tensioni e dei conflitti. Nei centri di salute mentale (CSM) vuoti e ridotti a miseri ambulatori. È tornata, con la rinnovata chimera del farmaco (e da qualche parte, poche per fortuna, dell’elettroshok), col candore del camice bianco, con la riservatezza delle cliniche private, con la falsa promessa della medicina e della clinica, alleata alle psicologie più svariate.[13]

Credo che da qui dovremmo ripartire fuori dalla piattezza dei luoghi comuni, “la pericolosità, l’inguaribilità”, e tornare ad appassionarci intorno a questioni che rimandano alla persona, al soggetto, all’incontro e al riconoscimento, all’ascolto, alla negoziazione ostinata, alla cura, e vigilare e batterci per i diritti, per la cittadinanza, per la valorizzazione delle differenze… e della libertà che, come scrivemmo sui muri del manicomio di San Giovanni, più di ogni altra cosa si è rivelata terapeutica.

Ustrine, Cres (HR), agosto 2008

[1]Uso qui spiegare per intendere l’evidenziazione delle connessioni tra possibili cause biologiche, le evidenze oggettive, e le manifestazioni comportamentali e relazionali proprie della malattia, i sintomi. Ritengo che ricercare le cause, descrivere sintomi, organizzare le osservazioni empiriche in diagnosi e discorsi comunicabili resti una premessa indispensabile per il lavoro clinico. Sul versante della ricerca però, proprio per i sistemi complessi che essa utilizza, la molteplice presenza di fattori totalmente differenti che chiama in causa, mentre arricchisce il campo, rende più difficile, se non impossibile, la spiegazione.

[2] In L’inedita presentazione di Franco Basaglia da Non ho l’arma che uccide il leone, di Peppe Dell’Acqua, Stampa Alternativa, 2007

[3] Per uno sguardo diverso su salute, malattia e trattamenti vedi Franco Rotelli, Ma la salute mentale che cosa è? in Le apocalissi della mente, Comunitas nr. 12, novembre 2006 e Franca Onagro Basaglia, Salute e malattia, Einaudi, 1982

[4] Dalla rivista online PloS Medicine (PloS Medicine: Public Library of Science), marzo 2008:

Initial Severity and Antidepressant Benefits: A Meta-Analysis of Data Submitted to the Food and Drug Administration di Irving Kirsch, Brett J. Deacon, Tania B. Huedo-Medina, Alan Scoboria, Thomas J. Moore, Blair T. Johnson . Il rapporto di Irving Kirsch, direttore del dipartimento di psicologia della Hull University, valuta gli esiti complessivi di 47 studi (sia noti che inediti) di esperti britannici e statunitensi sui reali effetti delle “pillola della felicità”: fluoxetina (Prozac), venlafaxina (Efexor), paroxetina (Seroxat) e molecole similari.

[5] Jakye Law, Big Pharma, Einaudi, ed. maggio 2008

[6] Nancy Andreasen, Linking mind and brain in the study of mental illness: a project for a scientific psychopathology, in  Science 14  march 1997: vol.275. no.5306, pp.1586-1593

[7] Intorno a questi temi ho molto discusso con Furio Di Paola e i suoi lavori mi sono stati di aiuto:

Vedi L’istituzione del male mentale. Critica dei fondamenti scientifici della psichiatria biologica di Di Paola Furio G., Manifestolibri Editore, 2000; Soggetti diversi. Singolarità, psichiatria, neuroscienze, di Di Paola Furio G., Dante & Descartes Editore, 1999

[8] Quanto è riportato nel testo è parte di un lavoro intorno alla diagnosi e alla perizia psichiatrica svolto con Roberto Mezzina col quale, intorno a questo tema, continuo a discutere. Vedi La storia e il soggetto di Giuseppe Dell’Acqua e Roberto Mezzina da Il folle gesto, a cura di G. Dell’Acqua e R. Mezzina, Sapere 2000, 1988

[9] Per un contributo dal punto di vista di chi l’esperienza del disturbo mentale vive quando incontra le istituzioni della psichiatria vedi  Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta di Alice Banfi, Stampa Alternativa, 2008

[10] Sull’organizzazione del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, sulla sua storia, sui principi che lo sostengono e sui servizi territoriali, i progetti, i programmi, i percorsi abilitativi e emancipativi vedi www.triestesalutementale.it

[11] Dalla registrazione delle lezioni tenute da Franco Basaglia a Trieste nell’ottobre 1979, vedi: http://www.triestesalutementale.it/letteratura/testi/29aggop.htm

[12] Vedi, a proposito, la situazione della salute mentale in Lombardia e il Disegno di Legge per la riforma della legge 180 presentato a inizio della recente legislatura da parlamentari lombardi del PDL.

[13] Le scommesse di Basaglia – Trent’anni dopo la legge che rivoluzionò gli scenari della cura in Animazione Sociale, Gruppo Abele, nr. 1 gennaio 2008

Sulla chiusura delle indagini per Elena

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 05/01/2021 - 17:25

Di Giovanni Rossi, Presidente Club Spdc No Restraint

Tra salute mentale e coercizione vi è assoluta incompatibilità. Per questo i sevizi di salute mentale di comunità dovrebbero sempre operare senza ricorrere a strumenti di contenzione fisica, meccanica, spaziale, farmacologia. Purtroppo non sempre è così.

Elena Casetto morì il 13 agosto del 2019, nell’incendio che si sviluppò dalla stanza in cui era chiusa e contenuta meccanicamente. Era ricoverata all’interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Ora il pubblico ministero Letizia Ruggeri avvisa della conclusione delle indagini ritenendo responsabili i due addetti della ditta che aveva in appalto il servizio di pronto intervento antincendio dell’ospedale. Afferma che vi fu imperizia e negligenza tale da renderli colpevoli dell’incendio che causò la morte di Elena (art. 113, 449, 589 c.p.).

Occupandomi da molti anni di salute mentale, ma anche di gestione del rischio nelle attività sanitarie, mi pongo alcune domande. È noto infatti che un evento avverso, per di più con esiti mortali, origina da una serie di concause organizzative, ciascuna delle quali di per sé risulta essere necessaria ma non sufficiente. Solo il concatenarsi tra loro di una somma di errori porta all’evento avverso. J. Reason lo rappresentò graficamente con una serie di fette di formaggio svizzero. Solo se i buchi di ciascuna fetta sono in asse possono essere saltati tutti gli ostacoli che si frappongono tra la possibilità dell’evento avverso ed il suo concreto determinarsi. Dunque risalendo la catena degli eventi nel caso di Elena dovremmo chiederci come si sia potuto sviluppare l’incendio. Se partì dalla stanza vi fu un innesco per un corto circuito o altre ragioni connesse alla struttura? Se partì da un’iniziativa di Elena furono adeguati gli interventi di dissuasione e sorveglianza? Consideriamo questa circostanza. Elena sarebbe stata in possesso di un accendino. Sappiamo che Elena fu chiusa e contenuta meccanicamente, dunque, si riteneva che potesse essere di danno a se stessa. Come è potuto accadere che avesse, se dimostrato, un accendino? Possiamo fare due ipotesi sul perché Elena l’abbia acceso. Per suicidarsi o per liberarsi delle contenzioni. In ogni caso è evidente che la presenza di un operatore sanitario nella stanza avrebbe impedito l’utilizzo dell’accendino o quanto meno provveduto a spegnere immediatamente il principio di incendio.

La seconda domanda riguarda proprio la solitudine di Elena. Che stava male, nessuno l’ha messo in dubbio, al punto che si decise di isolarla e contenerla. Il primo dovere di un operatore sanitario è prendersi cura delle persona che gli è affidata. È un principio indiscutibile che gli consente di agire, se lo ritiene, anche andando al di là delle indicazioni di routine. Nessuno si accorse che Elena necessitava della presenza costante di un operatore al suo fianco, quantomeno per sorvegliarla se non, come sarebbe stato auspicabile, per darle sostegno ed ascolto? Si dirà: «Sono state rispettate le indicazioni che richiedono il monitoraggio ogni 15 minuti». Questo fa porre un’ulteriore domanda. E cioè se tali indicazioni siano adeguate. Evidentemente nel caso di Elena non lo furono. Dobbiamo, dunque, chiederci se tali indicazioni in realtà non siano state dannose per avere fatto abbassare la guardia agli operatori che sono stati spinti ad osservare le regole piuttosto che Elena, con il suo star male.

Questo insieme di domande riguardano non tanto se l’incendio sia stato correttamente spento, ma se l’incendio potesse essere evitato o immediatamente fermato sin da principio. Esse chiamano in causa la responsabilità di chi quel giorno era in servizio e di chi ha emesso le disposizioni di sorveglianza sopracitate.

Continuando a risalire a monte lungo la catena degli eventi, dobbiamo ora chiederci perché Elena fu contenuta meccanicamente ed isolata. Come sappiamo questa è oramai da tutti considerata una extrema ratio cui ricorrere se sussistano i motivi dello stato di necessità. In tal caso gli operatori sanitari decidono e mettono in atto un comportamento non di natura sanitaria – incorrerebbero nel reato di sequestro di persona – che è giustificato da ragioni di pericolo attuale ed inevitabile. La ragione fondante l’intervento per forza maggiore risiede proprio nell’evitare un danno grave alla persona, e la limitazione del diritto deve essere proporzionale. Se queste erano le intenzioni, nel caso di Elena il risultato fu ben diverso. Dobbiamo pertanto, e a maggior ragione visto l’esito, chiederci se davvero sussistessero, all’interno di un servizio ospedaliero specialistico, in presenza di medici ed infermieri specializzati nel trattamento del disagio psichico, le condizioni per fare ricorso alla limitazione della libertà personale di Elena per la forza maggiore derivante dallo stato di necessità. La domanda è ulteriormente rafforzata dal fatto che in quel SPDC nell’anno 2019 risulta siano state messe in atto 300 contenzioni meccaniche nei confronti di 86 persone. Un numero decisamente elevato per giustificarle tutte con lo stato di necessità.

È evidente che se non si riconoscessero le ragioni di necessità che portarono alla contenzione meccanica ed all’isolamento di Elena potremmo ritenere tale decisione erronea e collegarla alla morte di Elena. Infatti, se Elena non fosse stata contenuta ed isolata, non si sarebbero verificate le circostanze successive che portarono alla sua morte. È bene, dunque, che venga chiarito senza lasciare alcun ombra di dubbio se i motivi dello stato di necessità sussistessero.

Rimane, infine, un’ultima domanda. Elena era ricoverata al SPDC dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Venne ricoverata volontariamente. Quando si ipotizzò la necessità di un intervento contro la sua volontà, furono preventivamente verificate eventuali alternative da lei o dalla sua famiglia condivise? È noto che il principio su cui si incardina il Sistema Sanitario della Lombardia è quello del diritto di scelta del cittadino tra le diverse opzioni di cura. All’interno di tale principio si giustifica la concorrenza tra strutture pubbliche e private. Ora viene da chiedersi se tale principio sia stato rispettato nel caso di Elena o, come purtroppo spesso accade alle persone con problemi di salute mentale, tale possibilità di scelta non sia stata né proposta né concessa, come se vi fossero cittadini meno uguali e con meno diritti di altri? Oppure viene da chiedersi se, come si usa tra professionisti della salute, si sia richiesta una seconda opinione, da parte di un esperto esterno, allo scopo di esaminare e migliorare nel confronto con il collega il progetto di cura. È stato fatto? E se sì, si è concluso che per Elena la soluzione migliore era quel ricovero?

Nell’ambito del risk management le domande che mi sono appena posto hanno lo scopo di svolgere attività di audit che portino a cambiare la futura concatenazione degli eventi in modo da evitare che ciò che è successo si ripeta.

Immagino che le stesse domande se le sia poste chi ha svolto le indagini giudiziarie, anche se con scopi diversi. Sono, comunque, curioso di conoscerne le risposte.

Mantova 3 gennaio 2020

Buon anno

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 01/01/2021 - 14:45

L’urgenza del cambiamento che Basaglia avvertiva drammaticamente è ciò che continua a sorprenderci ancora oggi. La possibilità di far crescere utopie, desideri, sogni di rivoluzioni gentili sembra che oggi ci sia data solo a patto che se ne rimandi la realizzazione in un altrove che non ci è dato conoscere. Oggi sembra prevalere il senso dell’impossibile, della certezza, della fissità: intoccabili gli assetti istituzionali, evidenti i limiti delle risorse, indiscutibili le politiche per la sicurezza e per il controllo, pericolosa e minacciosa la presenza di gruppi e soggetti diversi, indicibile la diseguaglianza crescente.

Basaglia, con la sua ostinata testimonianza, ha reso evidente che l’utopia non può che stare nel nostro quotidiano.

Forse è il lascito più arduo che rende sempre più difficile il nostro lavoro e tuttavia continua a contagiare i giovani a sollecitare esperienze innovative, a tenere viva e nitida la visione del cambiamento.

Sono certo che non dimenticheremo la strage dei vecchi.

Alla scoperta delle Rems

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 29/12/2020 - 22:52

Di Michela Trigari

[articolo uscito su Redattore Sociale]

A cinque anni dalla nascita delle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, che hanno preso il posto degli ospedali psichiatrici giudiziari, luci e ombre su un nuovo modo di superare violenza (o reato) e disturbo mentale

A M. ogni tanto tremano le mani. Però è contento di parlare e sorride spesso. Sembra un buontempone. Racconta la sua giornata tipo all’interno della Rems Casa degli Svizzeri di Bologna, la struttura che, insieme a quella di Casale di Mezzani (Parma), in regione ha preso il posto del vecchio Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. «Mi sveglio presto, aspetto che gli operatori aprano la zona notte, faccio colazione e alle 8, alle 14 e alle 20 vado in saletta terapia ad assumere i farmaci. Poi prendo un altro caffè, gioco a Machiavelli con gli altri pazienti e, una volta a settimana, vado in piscina a nuotare. Ma mi piace molto anche il karaoke e quando prendiamo la pizza, il kebab o il cinese da asporto. Qui non si sta male, ma non è vita reale: mi manca la libertà, la famiglia».

L’Emilia-Romagna, nei tempi stabiliti dalla legge 81/2014 che ha sancito definitivamente la chiusura degli Opg, è stata tra le prime regioni italiane pronte ad accogliere in strutture alternative i propri internati, cioè quelle persone con disturbi mentali che hanno commesso un reato e per cui sussistono elementi di pericolosità sociale. Era il 30 marzo 2015. «Il primo anno abbiamo pagato l’inesperienza generale: non c’erano protocolli operativi, nessun modello di riferimento su come costruire una Rems, né a livello strutturale né metodologico. C’erano solo alcune linee guida del governo in merito alla sicurezza, alla gestione sanitaria, all’intesa con le prefetture e la magistratura di sorveglianza, all’attivazione di percorsi terapeutico-riabilitativi territoriali e poco altro, per cui ogni Asl si è mossa per conto proprio», spiega Federico Boaron, psichiatra, responsabile sanitario della struttura di Bologna. «Noi abbiamo cercato di coniugare la vocazione riabilitativa tipica delle comunità con un maggiore livello di sicurezza, essendo una struttura detentiva, ferma restando la volontà di aprirci il più possibile all’esterno per le attività riabilitative, anche perché la noia prolungata non è terapeutica. Il laboratorio di musica, il corso di scacchi e quello di italiano per stranieri o i gruppi di discussione vanno in questa direzione».

Un alto cancello verde che corre tutto intorno alla Rems, del filo spinato dove la recinzione è più bassa, vetri antisfondamento ma nessuna sbarra alle finestre, un bel giardino con l’orto dove spesso si aggira il gatto Nerone. La Casa degli Svizzeri si trova in città, anche se in una zona un po’ isolata e con pochi palazzi. Si presenta come una casa colonica ristrutturata, ed effettivamente quella era in origine. Poi ci sono le telecamere perimetrali e una guardia giurata armata all’ingresso. Dentro, la sala da pranzo, la cucina dove gli ospiti ogni tanto hanno la possibilità di prepararsi da mangiare anche se i pasti vengono da fuori, la sala tv, il tavolo da ping pong e il biliardino, una grande stanza polivalente, le camere da letto, suddivise tra uomini e donne, che, con il Covid, sono diventate tutte singole. Negli spazi comuni è obbligatorio tenere la mascherina. Se non fosse per un pulsante su ogni piano per poter chiamare la polizia in caso di situazioni fuori controllo, e per il braccialetto di soccorso al polso degli operatori da attivare quando si ha bisogno di aiuto, assomiglierebbe più a una casa di riposo che non a un luogo di detenzione. Con ambienti molto grandi, tanto da sembrare semivuota in relazione ai 14 posti letto di cui dispone e ai pazienti che vagano per la struttura.

Attualmente all’interno della Rems di Bologna ci sono dodici persone, di cui tre donne, mentre un altro paziente e un’altra paziente stanno usufruendo della licenza finale di esperimento. «Si trovano in libertà vigilata in un gruppo appartamento e in una comunità e, se va bene, dopo sei mesi potranno chiudere il loro percorso detentivo», dice il dottor Boaron.

Oltre a questa licenza, esistono altri tre tipi di permesso: sanitario, di lavoro o per tirocini formativi e ad horas per lo svolgimento di attività riabilitative. «In realtà si tratta dei 30 giorni di permesso l’anno spettanti per legge, che noi abbiamo deciso di far usufruire a ore e che qui possono essere utilizzati per fare sport, ippoterapia, andare al cinema, a fare la spesa, a passeggiare sui colli». L’approccio di Boaron con i pazienti è sempre informale. «Abbiamo attivato anche un inserimento scolastico in un istituto tecnico cittadino per un nostro giovane paziente, che ha deciso di continuare a studiare, riscontrando una grande sensibilità nel preside, nei professori e nei compagni di classe», commenta lo psichiatra. «La scuola ha solo voluto essere rassicurata che il ragazzo non avesse commesso un reato a sfondo sessuale nei confronti di minori».

Anche a J. piace il computer. «Ci faccio musica e resto aggiornato sul mercato valutario. Quando mi hanno prospettato l’ingresso nella Rems, la mia preoccupazione più grande era la noia. Ma visto che c’è il pc, ho trovato il modo di passare il tempo e di gestire lo stress e devo dire che qui sto bene: meglio che in alcune comunità di Rimini. Metà del gruppo è giovane, ha circa la mia età, così posso almeno chiacchierare con dei coetanei». J. si occupa di data entry in una cooperativa sociale. «È un percorso abbastanza decente per poter indirizzare la mia futura uscita da qui: io sono pieno di sogni, devo solo focalizzarmi su quello giusto».

Ma c’è anche chi in questa struttura non si trova bene, come P., una delle poche donne detenute: è vestita alla moda, è truccata, indossa qualche gioiello e una borsetta gialla a tracolla. «La Rems è come una galera, le regole sono rigide e non possiamo fumare in camera: siamo maltrattati. E poi ci sono persone molto schizzate, in una convivenza costretta che non ho scelto. Io sono qui da tanto, non esco da agosto. Sono una piccola ribelle, ma se vedo dell’immondizia per strada la raccolgo. Non vedo l’ora di uscire». Neanche A. è soddisfatto della sua permanenza, lui che è un fiume di parole. «Se uno non era matto lo diventa. Io sono in Rems senza una condanna di primo grado e i tempi del processo si allungano sempre più. La mia è una carcerazione bianca: ho 40 chili di documenti che giudici e avvocati non hanno ancora valutato. La magistratura non è aggiornata sulle leggi correnti. Chi mi tiene qui o è stato inquisito o era in carcere con me. Io sono una persona scomoda a certi ceti sociali. Tutto ciò, detto da una persona ricoverata in una struttura psichiatrica, può sollevare dubbi, ma o sono fuori di testa o sono vittima di una truffa».

Non è facile lavorare con i pazienti psichiatrici. «Devi essere predisposto, altrimenti non ce la fai. A volte sono persone petulanti, che ti sommergono di continue richieste, a volte ti riempiono di parolacce o ti minacciano. L’ambito relazionale non è semplice», precisa Tommaso, infermiere alla Casa degli Svizzeri da quasi un anno ma da sempre nel settore della salute mentale. «Pericolosità sociale e violenza sono elementi che bisogna mettere in conto: abbiamo avuto parecchi casi di aggressività verbale o diretta verso oggetti, come per esempio una porta e un muro di cartongesso sfondati durante una crisi di rabbia. Ma non bisogna mai guardare il lato criminale dei pazienti, altrimenti l’approccio sanitario e riabilitativo ne risulta negativamente condizionato. Non sempre, però, ci si riesce».

Dati alla mano, il bilancio di cinque anni di attività della Rems di Bologna parla di 30 dipendenti su base volontaria tra infermieri, operatori socio sanitari, educatori, psicologi, psichiatri, tecnici della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali e guardia giurata, 45 pazienti transitati per la struttura, in larga maggioranza uomini e per la metà stranieri, 35 dimissioni (ma solo uno per rientro al domicilio e uno per revoca della misura di sicurezza detentiva), 8.500 telefonate, 2.690 uscite per permessi ad horas (anche se solo cinque persone sono potute uscire da sole), 830 visite di parenti o amici, 25 pazienti coinvolti in attività di socialità o attinenti all’area lavoro (di cui uno in un supermercato della città), 22 trattamenti sanitari obbligatori, 35 interventi di polizia o carabinieri, sei infortuni di operatori per conflitti con i pazienti, per fortuna non gravi, «non viene praticata la contenzione né fisica né farmacologica, nessun caso di positività al Covid». A illustrarci queste cifre, che vanno da aprile 2015 a settembre di quest’anno, è Velia Zulli, la coordinatrice della Casa degli Svizzeri, un grosso mazzo di chiavi sempre in mano. «Ma il problema vero sono le liste d’attesa: persone ingiustamente detenute in carcere, persone che si trovano in una struttura psichiatrica con un provvedimento a metà strada tra il Tso e gli arresti domiciliari oppure c’è chi è libero anche se socialmente pericoloso, perché le Rems – per legge – non possono essere mai in sovrannumero».

Dietro i numeri, però, ci sono gli individui e il loro passato. «Storie di vita quasi sempre molto dolorose o con forti traumi alle spalle, rapporti familiari segnati da eventi tragici, marginalità che generano solitudini», commenta Zulli. Tanto che queste persone non devono solo riparare il reato commesso e affrontare la patologia psichiatrica, ma devono soprattutto ristabilire un costrutto psicologico, emotivo, parentale, affettivo e relazionale che, anche prima di delinquere, non ha certo favorito la loro salute mentale.

Il punto critico: aggressioni a pazienti e operatori. Se non ci fosse stato il Covid-19 e il relativo lockdown, gli addetti ai lavori avrebbero certamente fatto il punto sullo stato di attuazione della legge 81/2014 e sulla chiusura degli Opg, sostituiti da un sistema di welfare di comunità, dai servizi sociali e sanitari dei Dipartimenti di salute mentale della Asl, al cui interno operano appunto le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Il processo di riforma è stato affrontato superando, sul campo, difficoltà e incertezze con l’invenzione di un modello di lavoro originale, molto complesso e certamente non lineare né definitivo. Nell’aprile 2019, però, l’Osservatorio sul superamento degli Opg e sulle Rems ha inviato un questionario a tutte le residenze al fine di ottenere dati aggiornati sul funzionamento delle strutture stesse a partire dalla data della loro apertura. Ha risposto il 77% delle strutture, ossia 24 Rems delle 31 attualmente esistenti in Italia. Questi i primi risultati. Le residenze sono in larghissima parte dedicate alle misure di sicurezza definitive (il 66%), mentre le provvisorie sono il 31,7%. Il personale complessivo che vi lavora, in stretto contatto con la magistratura, è pari a 843 operatori tra psichiatri, psicologi, infermieri, oss, educatori, assistenti sociali e vigilanti, con un rapporto di 1,5 rispetto ai posti letto. I pazienti ricoverati sono 526, di cui il 10,6% è donna, ma oltre mille sono quelli transitati, con un alto livello di turnover. Per quanto riguarda la provenienza, il 41,4% prima era libero, il 39,7% viene dal carcere, il 10,1% dall’Ospedale psichiatrico giudiziario, il 2,7% da altra Rems e il restante 6,1% da altre strutture di ricovero. Le persone in lista d’attesa risultano 390, dato probabilmente sottostimato in quanto non disponibile per tre strutture.

Ma passiamo agli eventi critici: 90 sono trattamenti sanitari obbligatori (5,7%), 80 sono contenzioni (5,1%), quattro sono suicidi e quattro tentati suicidi (0,6% in totale), 202 sono aggressioni ad altri pazienti (12,8%) e 161 agli operatori (10,2%). Inoltre si segnalano 98 allontanamenti (6,2%). Infine sono stati richiesti alle strutture alcuni dati clinico-organizzativi, da cui è emerso che, rispetto al numero di pazienti transitati, i progetti terapeutico riabilitativi individualizzati predisposti entro 45 giorni dall’ingresso del paziente in Rems riguardano circa un utente su quattro (24,3%).

A partire dal 2017, l’Osservatorio sul superamento degli Opg ha intrapreso un viaggio nelle Rems. L’ultima struttura visitata è stata la struttura di Castiglione delle Stiviere (Mantova), a luglio del 2019. La visita, si legge nel rapporto, «ha riportato che l’ex Opg ha sì cambiato nome – ora è Sistema polimodulare di Rems provvisorie –, ma è sostanzialmente rimasto ciò che era prima della riforma. Al suo interno, infatti, si trovavano concentrate 160 persone, suddivise nei vecchi reparti dell’ex ospedale. In totale si tratta, sulla carta, di otto Rems da 20 posti ciascuna, con la struttura che mantiene ancora le sbarre e pratica la contenzione meccanica, pur se in numeri inferiori rispetto al passato».

Racconti dagli Opg, alla vigilia dalla loro chiusura

Le testimonianze che seguono sono tutte stralci contenuti ne “Gli intravisti”, di Jacopo Santambrogio, un cammino alla scoperta degli Ospedali psichiatrici giudiziari, dei volti e delle storie di chi li ha vissuti, iniziato nel 2013 e conclusosi nel 2015, compiuto insieme alla giornalista e fotografa Caterina Clerici. Un viaggio effettuato quando nel Paese era forte l’eco prodotta dalla denuncia della commissione parlamentare d’inchiesta guidata da Ignazio Marino, in un momento di passaggio che avrebbe decretato la fine degli Opg e la nascita di una nuova organizzazione di cura e detenzione a carattere riabilitativo: la Rems appunto.

Fausto: «Va be’ era pedofilo… però è una persona umana che ho sulla coscienza, insomma. Eh, l’ho ucciso. [...] C’erano queste persone totalmente imbottite di farmaci, in questo tugurio. Perché era il vecchio manicomio, in Castiglione paese. Tutto lo scrivere mi aiutava, perché facevo memoria di qualcosa che mi apparteneva e che stava montando. Sono così perché ho voluto essere così io. Noi siamo una somma di tutte le situazioni, è una pura sacrosanta verità. Se una situazione ci va male, ci segna; se ci va bene, ci fa stare bene. Non so chi lo abbia detto ma io, per sentito dire, dico “acconsento”. Il rapporto con gli altri è difficile qui. Bene o male tutto il mondo della psichiatria ti violenta, ti violenta mentalmente. Perché parlare con i dottori significa dovergli spiegare delle cose tue. [...] Andare a scavare nelle proprie vicende personali può essere qualcosa che non nuoce, ma non si può sapere il passato di una persona».

Davide: «La mia esperienza in Opg iniziò nel maggio 1994 per poi essere interrotta dall’ammissione in comunità nel gennaio 2006. Adesso, visto che sono riuscito a fare anche abbastanza danni in sette anni di comunità, mi ritrovo in ospedale psichiatrico giudiziario. Comunque non è l’inferno, come alcuni possono pensare. Per me l’Opg, volendo essere obiettivi e vederlo da un’altezza che non è certo la mia, è una branca del sistema che cerca di non buttare via i casi disperati. In altri tempi quelli come me, quelli come noi sarebbero stati buttati via, isolati, chiusi a chiave e buona notte. Qua si cerca di non buttarci via. L’ospedale psichiatrico giudiziario, mi viene una parolaccia, potrebbe essere il buco del culo del mondo […]. La malattia mentale non è una cosa che hai, ma una cosa che si radica a tal punto nell’anima, la malattia mentale è una cosa che sei. Io non ho la schizofrenia paranoide, io sono uno schizofrenico paranoide, e non credo che sia solo un gioco di parole».

Fiorenzo: «Andai a Montelupo Fiorentino nel ’96 e ai dottori dissi quello che mi aveva spiegato l’avvocato: Sento le voci, sento odore di casa. Mi cominciarono a siringare, dopo 20 giorni: Non c’ho più niente! Me l’ha detto l’avvocato, rimandatemi in carcere! e mi rimandarono subito in carcere. Però l’Opg fu un precedente bruttissimo e tutte le volte che facevo casino in carcere mi mandavano un mese in osservazione in Opg. Ci sarò venuto 15 volte qui. Prima si stava molto male, ora è migliorato. Prima picchiavo le guardie. Mamma mia, pedate in bocca, manganellate, erano violentissimi, violentissimi, ti siringavano, letto di contenzione… ho patito tanto. […] Passò Ignazio Marino, all’epoca senatore e non riuscivo a parlare. Tra l’altro mi fecero una benzodiazepina che è un narcotico, potentissimo. Gli volevo parlare ma non ce la facevo! E Ignazio Marino disse: Ma in che condizioni è quest’uomo? Ma come lo avete conciato?. Il giorno dopo mi liberarono».

L’inchiesta è tratta dal numero di novembre di SuperAbile INAIL, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità

L’impresa di Crazy for football, davanti al pallone tutti normali

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 29/12/2020 - 22:21

[articolo uscito su Redattore Sociale]

Davanti al pallone ci sono solo giocatori. Una convinzione che ha trasformato la legge 180 e le sfide sul campo in Crazy for football: la Nazionale italiana di calcio a 5 formata solo da pazienti psichiatrici, che nel 2018 ha vinto il campionato del Mondo in un torneo giocato a Roma da circa 150 giocatori con problemi di salute mentale, con 9 nazioni rappresentate. Un sogno folle? Non per la Regione Lazio, che guarda all’integrazione con un approccio multidimensionale. «Crazy for football è un progetto importante e proseguirà con il sostegno della Regione, perché sport e sociale camminano di pari passo nelle nostre politiche», sottolinea Alessandra Troncarelli, assessora alle Politiche Sociali. La nuova frontiera, dunque, diventa «lo sport come strumento straordinario di integrazione e di riscatto sociale», le fa eco Roberto Tavani, delegato allo Sport del presidente della Regione Lazio, in apertura del webinar Ecos su Lo sport contro il disagio psicosociale: aspetti clinici e relazionali.

Ma com’è nata Crazy for Football? «Nel gennaio 2006 eravamo l’armata Brancaleone e nel giro di un mese abbiamo radunato una settantina di ragazzi, pazienti psichiatrici, provenienti dai circoli italiani», racconta il ct Enrico Zanchini. «Abbiamo scelto i migliori 11 e siamo andati a giocare il mondiale in Giappone, vincendolo. Poi siamo riusciti in un miracolo: organizzare un mondiale e far venire a Roma le nazionali. In squadra abbiamo dei veri e propri giocatori, al di là del fatto che siano schizofrenici, depressi e bipolari».

Depressione, bipolarismo, ansia e non solo. Sono tanti i disturbi mentali che colpiscono ogni anno 870 milioni di persone nel mondo. Lo sa bene Santo Rullo, psichiatra e ideatore di Crazy for football, e con lui la riabilitazione in Psichiatria è partita dal confronto di sacro e profano, salute mentale e calcio: «Da questo connubio nel 2004 nacque la prima squadra composta da persone con problemi di salute mentale, a cui seguì il documentario per rendere l’esperienza collettiva. In quello stesso anno Newsweek dedicò un articolo allo sport come terapia per la malattia mentale. Articolo poi ripreso anche dalla Figc». La maglia della Nazionale è «sempre stata per noi un simbolo di lotta allo stigma – sottolinea lo psichiatra – grazie alla parte motoria, lo sport di squadra influenza fortemente la funzionalità sociale. Questo è il nostro assunto di base», soprattutto perché «l’autostigma, che spesso coinvolge le persone con disturbo psichico – precisa lo specialista – ne aumenta anche la sedentarietà e l’estraniamento».

Lo sport, tuttavia, non è l’unico modo per affrontare la patologia mentale. Il consiglio di Francesca Cirulli, ricercatrice del Centro per le Scienze comportamentali e la Salute mentale dell’Istituto superiore di sanità, è di «agire sia sulla complementarietà degli interventi nel momento della presa in carico, che di individuare la tipologia di sport in base alle diverse patologie, per rendere gli interventi mirati e adattati al singolo individuo».

Alla base di tutto deve esserci però più cultura e una rete territoriale capace di prevenire e intercettare i disturbi mentali, che spesso emergono in adolescenza. «Questo è un momento della vita pieno di opportunità, ma anche di grande fragilità, è un nervo scoperto della nostra società. Lo abbiamo visto in occasione della gestione della Pandemia, chi è stato marginalizzato di più sono proprio gli adolescenti. Non bisogna allora creare solo una cultura dello sport, ma anche una cultura della rete che coinvolga la famiglia, la scuola e i servizi». Su questi ultimi, in particolare sullo stato del patrimonio infrastrutturale, interviene Andrea Abodi, presidente dell’Istituto per il Credito Sportivo: «Bisogna pensare a tutte le opportunità di frequentazione degli impianti sportivi, considerando le persone nella loro diversa normalità, agilità e abilità. È fondamentale che la banca abbia nella sua agenda tutto il sostegno possibile per rendere questi luoghi decorosi, ospitali, accessibili e inclusivi. Ci vuole una relazione stabile e nobile con tutte le fasce della diversa socialità, dal terzo settore sportivo al vertice». Fortunatamente in questa lotta allo stigma sociale il mondo dell’informazione giocherà la partita. Crazy for football gode, infatti, del sostegno della Rai: «La nostra intenzione è aiutarvi, sostenervi e supportarvi. In questo c’è la disponibilità di tutta l’azienda», assicura in conclusione Giovanni Parapini, direttore di Rai per il Sociale.

Lazio. Quante carenze nei servizi per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 29/12/2020 - 22:11

[articolo uscito su retisolidali.it]

Poche strutture residenziali e posti letto nei servizi di diagnosi e cura e poca continuità ospedale-territorio. Ma, soprattutto, pochissimo personale

Il Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza #NextGenerationItalia destina alla Salute solamente 9 miliardi sui 196 che arriveranno dall’Europa con il Recovery Plan. E per la destinazione di questi 9 miliardi non si fa cenno alla salute mentale. Un grosso problema, tanto più che nel nostro Paese ci sono molti problemi aperti nei servizi per la salute mentale e profonde diseguaglianze tra regioni.

In questo contesto Fabrizio Starace, in un articolo uscito su quotidianosanità.it, propone un’analisi sintetica della situazione regione per regione. Il testo completo dell’analisi si trova nel quaderno della Società Italiana di Epidemiologia psichiatrica intitolato La Salute mentale nelle Regioni. Diseguaglianze di sistema, a cura di Starace e Baccari, che si può scaricare a questo link. È uno strumento utile per cogliere le criticità di ogni regione, comprenderle e ragionare – finalmente – su possibili future programmazioni.

I dati del Lazio

Guardando i dati che Starace cita per il Lazio, emerge un quadro preoccupante. Nei servizi per la salute mentale si scoprono carenze diffuse rispetto all’offerta di strutture territoriali (quasi il 32% in meno rispetto al dato nazionale), strutture semiresidenziali (-34,5%), posti letto in SPDC (-31%), offerta residenziale (-35,0%).

La dotazione di personale risulta molto inferiore rispetto al dato nazionale (-68%), nonostante le voci di spesa non siano molto difformi dalla media nazionale. Sono inferiori alla media nazionale anche i ricoveri in SPDC e la durata complessiva delle degenze (rispettivamente -20% e -13%), le dimissioni con diagnosi psichiatrica (-57%) soprattutto. In compenso c’è una più ampia presenza dell’utenza in strutture residenziali (+35%) e un tasso di nuove ammissioni nell’anno presso queste strutture maggiore del 73,2% rispetto alla media. I servizi territoriali mostrano una buona capacità di intercettare la nuova domanda di salute mentale (incidenza trattata: +26%), anche per la diagnosi di schizofrenia (+74%).

Purtroppo però le prestazioni per utente sono inferiori al dato medio nazionale di quasi il 20%, anche se sembra esserci una certa efficacia nel gestire i casi di crisi, visto che i TSO hanno un tasso più basso del 24,5%. Tuttavia manca la continuità tra struttura ospedaliera e territorio, visto che a distanza di 14 giorni le persone ancora in contatto con i servizi sono decisamente inferiori alla media (più del 59%). Nel Lazio infine i farmaci sono utilizzati un po’ meno che altrove (-10% circa), mentre gli antipsicotici e i sali di litio sono prescritti in misura lievemente superiore.

Territorio, integrazione sociosanitaria, formazione

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 24/12/2020 - 23:03

Di Fabrizio Starace

[articolo uscito su sossanita.org]

Quanti sono i docenti – anche quelli che vantano curricula illustri – che si cimentano sul piano didattico con le attività territoriali, o con le visite domiciliari? E come attendersi che il mondo dell’accademia fornisca competenze idonee ai giovani medici, ai giovani infermieri, se si tiene distante dal mondo reale?

La crisi pandemica ha reso evidente le criticità del nostro sistema sanitario in termini di risorse umane e capacità organizzative, ancora troppo diseguali da regione a regione. Occorre adottare meccanismi più efficienti per superare queste disparità. Una straordinaria occasione per riequilibrare queste carenze sarà offerta dall’uso appropriato delle risorse europee. Tuttavia, l’iniezione di nuove risorse rischia di non ottenere gli effetti desiderati se in parallelo non si mette mano ad alcune riforme di sistema.

La prima è dettata dalle tendenze socio-demografiche, che indicano da tempo nelle persone con bisogni di assistenza a lungo termine il target di cui sempre più dovremo occuparci, facendo sintesi tra problematiche sanitarie e sociali. La frattura che oggi esiste tra sistemi per la salute e sistemi di protezione sociale induce i professionisti dei due settori a riprodurre le loro competenze in modo separato, con il paziente che diventa una pallina da ping pong rimbalzato tra servizi e regolamenti diversi. La definizione di un sistema unitario di governance sociosanitaria è condizione necessaria a ricomporre l’oggetto di intervento (la persona con problemi sanitari e sociali che si influenzano reciprocamente) e a dare senso concreto al modello dei determinanti sociali di salute. Il rilancio del servizio sanitario nazionale, in modo coerente con i suoi valori fondativi, può avvenire solo considerando unitariamente il sanitario e il sociale, ponendo fine ai conflitti di competenze e di attribuzione che ne compromettono l’efficacia.

La seconda riguarda il sistema delle cure extra-domiciliari. La riforma di cui c’è bisogno deve partire dal capovolgere la consuetudine, che relega le cure domiciliari in un’area marginale della medicina territoriale e della salute mentale e di tanto in tanto ne invoca il rafforzamento. Occorre invertire l’onere della prova di appropriatezza e chiedersi – sempre – perché quella cura, quella pratica terapeutico-riabilitativa, si svolgono in un contesto differente dal domicilio della persona o in prossimità dello stesso. Tra le persone con problemi di salute mentale e/o dipendenze sono decine di migliaia quelle affidate ad ambienti residenziali, distanti dai contesti di vita, per periodi anche di anni. Siamo certi che i programmi educativi, riabilitativi, terapeutici, assistenziali, che ne giustificano la presenza in luoghi diversi da casa propria, stiano perseguendo obiettivi reali di autonomia, inclusione, capacitazione? O vi sono persone che si gioverebbero a tal fine di modalità differenti, di supporto anche intensivo svolto a domicilio?

La terza riguarda le competenze che è indispensabile il personale del servizio sanitario possegga per produrre salute, e non solo interventi riparativi. Sarebbe essenziale a tal fine un dialogo molto più intenso tra il sistema sanitario nazionale e il sistema della formazione universitaria. Il Ssn, che è il principale committente ed utilizzatore dell’attività formativa che avviene nelle scuole di medicina e di scienze infermieristiche, non è stato sinora in grado di determinare la produzione di competenze ad esso funzionali. I paesi anglosassoni hanno parzialmente superato questa contraddizione attraverso l’organizzazione del teaching hospital; in Italia i principi della Riforma sanitaria potrebbero essere valorizzati in una più spiccata formazione sul campo, sul territorio, oggi fortemente penalizzata. Questo tema è particolarmente evidente in salute mentale: ancora oggi uno dei criteri per qualificare le scuole di specializzazione in psichiatria è la presenza di posti letto, che non sono certo il cardine per l’acquisizione di competenze in salute mentale di comunità. Quanti sono i docenti – anche quelli che vantano curricula illustri – che si cimentano sul piano didattico con le attività territoriali, o con le visite domiciliari? E come attendersi che il mondo dell’accademia fornisca competenze idonee ai giovani medici, ai giovani infermieri, se si tiene distante dal mondo reale?

Le cose non vanno meglio nel mondo della formazione continua, che accompagna gli operatori sanitari nel corso della loro carriera. In larghe aree del Paese la quasi totalità delle occasioni formative è costituita da eventi finanziati da portatori di interessi privati. È inevitabile che questi eventi diventino luoghi di promozione commerciale piuttosto che di formazione indipendente. Quello che manca è un organismo che possa intermediare la relazione tra interessi privati e responsabilità pubbliche in modo indipendente, affiancando garanzie etiche e giuridiche a interessi clinici ed epidemiologici. Il criterio di selezione per le attività formative degli operatori sanitari dovrà essere allora la rilevanza rispetto ai bisogni reali della popolazione. Allo stesso modo, la ricerca finanziata con fondi pubblici dovrebbe essere valutata in funzione della ricaduta sulla sanità pubblica in termini di migliore efficacia, efficienza, organizzazione. Il caso della ricerca condotta negli ultimi vent’anni in psichiatria, fortemente caratterizzata da un approccio biomedico, è significativo: come ricorda Thomas Insel, ex Direttore del National Institute for Mental Health, è stato possibile «pubblicare molti articoli, di bravi scienziati, a costi elevati» ma «non abbiamo ridotto i suicidi, i ricoveri o migliorato gli esiti di guarigione delle persone con problemi di salute mentale».

Se queste riforme troveranno spazio nei piani per la ripresa, allora le risorse europee potranno essere davvero impegnate per guardare a un futuro diverso da offrire alle prossime generazioni.

Buon Natale, buon Natale monsignor Vincenzo Paglia

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 24/12/2020 - 17:32

Di Peppe Dell’Acqua

La scorsa settimana al telegiornale una giovane giornalista, entusiasta, manda un servizio da una casa di riposo lombarda, emiliana, campana, sarda… «Qui ci sono 120 anziani e oggi è festa – dice – è Natale e arriva la banda dalla città per il concerto.» Sembra invitarci a guardare quel luogo, pulito, ordinato, sereno… e la città non dimentica i suoi nonnini, dice proprio così. Non è ancora Natale e neanche la vigilia, ma che importa, a chi ha la ventura di abitare suo malgrado le istituzioni totali il tempo svanisce, viene rubato! Le istituzioni totali, quali sono le case di riposo, sono in grado di rubare il tempo e di produrre effetti che è impossibile per noi immaginare! Privati del proprio tempo, dei propri oggetti, gli orari scanditi dai ritmi dell’istituto, le persone finiscono per chiudersi a riccio, per appiattirsi, per rinunciare. Le persone che invecchiano poi, devono salire riluttanti le scale della Rsa, non vogliono accettare la sconfitta. La casa per le persone che invecchiano è la loro memoria.

Hanno ingaggiato un corpo a corpo senza tregua con la minaccia dell’oblio per mettere in salvo almeno un brandello della propria storia e vorrebbero farcela in compagnia delle foto dei figli e delle figlie, delle nipoti e dei nipoti, della vecchia radio sempre accesa nel cucinino, della mantellina di lana fatta all’uncinetto, della collezione dei gialli tascabili Mondadori, del gatto… La banda ora è sistemata in giardino, un piccolo numero di signore e di signori di quelli che abitano l’istituto, vestiti al meglio con assistenti sorridenti dietro una grande vetrata. Il concerto comincia, armonie natalizie. È Natale?

«[..]Deve insomma finire la latitanza dei servizi sanitari e sociosanitari sul territorio. C’è bisogno di ridisegnare una sanità vicina alla vita delle persone che invecchiano, alle loro case, nei loro quartieri. […] La presenza di medici di famiglia, di infermieri, di assistenti sociali, di fisioterapisti, di educatori di ogni ordine e grado.» Così in una recente intervista al quotidiano Avvenire l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, che è stato nominato dal Ministro Speranza a presiedere la Commissione istituita dal ministero della Sanità per la riforma dell’assistenza degli anziani.

Non posso non ricordare, anche leggendo l’intervista a mons. Paglia, il Natale e le tante domeniche in manicomio. Di quelle domeniche ho un ricordo di una mestizia assoluta. La domenica (e il Natale) è il giorno in cui il manicomio praticamente si svuota. Durante la settimana siamo in tanti, c’è sempre un gran fermento in quei primi mesi del ’72 nel manicomio di San Giovanni. La domenica mattina vengono i parenti, almeno fino all’ora di pranzo, e noi stessi passiamo per i reparti a salutare, a dare una mano agli infermieri, a parlare con un familiare o con qualcuno che in quel momento non sta bene. Ma la domenica pomeriggio è solo tristezza. Nel grande soggiorno del reparto donne, le infermiere, generosamente e con molto buonsenso, cercano di fare qualcosa per rimuovere il velo grigio che avvolge ognuno di noi e ogni cosa. Infilano un 45 giri nel mangiadischi e invitano le donne a ballare. Alcune di loro, titubanti e impacciate, accettano, formano tre o quattro coppie e cominciano a ballare. Il camerone è a loro intera disposizione, tutte le altre donne rimangono a guardare sedute sulle panche di legno intorno ai pesanti tavoli. Guardano le coppie e la nostalgia si fa palpabile, pensano forse ai pomeriggi delle domeniche passate, quando col moroso andavano nei caffè, nelle osterie, nelle balere. Pur con tutta la buona volontà delle infermiere, il ballo e le canzonette non riescono a intaccare l’atmosfera penosa e triste, anzi la nutrono.

Lavorando in manicomio ho vissuto la tristezza infinita delle domeniche, del Natale, delle feste di compleanno. Sono sempre più convinto che il Natale in un reparto del manicomio, in una residenza, in un carcere, in una casa di riposo, in una caserma, a bordo di una petroliera sarà sempre più triste di tutti i Natali più tristi che voi possiate immaginare. La chiusura del manicomio ha cancellato quelle domeniche e ha costretto tutti a tentare di essere nelle relazioni, nei conflitti, nelle solitudini del mondo di fuori, nella infelicità umanissima che ci accomuna: restituire le persone alla comune infelicità della condizione umana, forse il senso più ricco del nostro lavoro.

Un anno di epidemia: sessantamila morti nel nostro paese e tantissimi in Europa. Più di quarantamila vecchi sono morti. Trecentomila oggi sono costretti dietro le mura di tremila case di riposo. «[…] La tragedia di queste centinaia di migliaia di morti – ancora monsignor Paglia – ha svelato contraddizioni già esistenti nella società che hanno ragioni più profonde, che hanno a che fare con i diritti delle persone che invecchiano, con la qualità dell’assistenza, con la sua efficacia ed efficienza. È chiaro ormai che è il modello stesso di cura residenziale, in istituto, a essere sbagliato e a esporre le persone che invecchiano a ogni genere di emergenza [..].»

Fino a quando…?

Buon Natale, buon Natale monsignor Vincenzo Paglia.

Natale 2020

Il gesto di Basaglia [2/2]

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 20/12/2020 - 22:39

Di Luca Negrogno

Il testo è apparso su Studi sulla questione criminale online

La “disindividualizzazione” e il rapporto con le lotte di base

Partendo da una critica alla psichiatria positivista e attraversando la fenomenologia, Franco Basaglia riconnette l’epochè alla lotta per la trasformazione, verificando praticamente il legame tra l’esclusione sociale e la disciplina psichiatrica che emergeva dagli studi genealogici di Michel Foucault e da quelli microsociologici di Erving Goffman e della Scuola di Chicago[1]. Questo permette una critica più generale dell’incontro tra il tecnico e il bisogno sociale su cui opera e di riflesso una critica del rapporto tra l’intellettuale, anche politicamente impegnato, e la società; critica che negli stessi anni formulava Frantz Fanon a proposito dell’intellettuale socialmente inserito che in un contesto coloniale non può che scegliere tra la rivoluzione e il lavoro di oppressione tecnica dei subalterni[2]. A testimoniare la continuità di questi momenti, senza alcuna artificiosa separazione tra fasi dell’opera di Basaglia e del suo pensiero, sta il problema filosofico di fondo dell’incontro dell’uomo con se stesso, declinato nell’analisi successiva delle scappatoie che costantemente, come “tecnico” o come “politico”, egli (e il movimento stesso) può trovare nella “malafede”[3], nelle “ideologie di ricambio”[4] rassicuranti sulla linearità del progresso, nella posizione di comodo del produrre analisi teoriche generali senza possibilità di verifica pratica.

Questa critica si inserisce nell’insieme di tensioni sociali, politiche e culturali che caratterizzano l’Occidente tra gli anni ‘60 e ‘80, quando emergono nuovi movimenti di base che solo marginalmente vengono assunti e sintetizzati nei macroprocessi sociali di cambiamento (in parte interpretati e in parte rifiutati dai vecchi partiti politici di massa, finendo questi ultimi per esserne poi travolti). L’emergere dei movimenti di base corrisponde a una radicale messa in discussione delle divisioni tra saperi e discipline e contribuisce alla trasformazione in senso antiautoritario delle istituzioni classiche e delle scienze, così come delle forme politiche tradizionali. Ne è un esempio la medicina critica italiana che nasce negli anni ‘70 sulla base di un gesto politico di “disindividualizzazione” (un’espressione usata da Michel Foucault in altro contesto, che però riteniamo utilissima per descrivere questo movimento[5]): il tecnico del sapere medico fa emergere i “saperi assoggettati” mettendosi a disposizione di un contesto in cui sono i “gruppi omogenei” e le comunità autonome a descrivere i fattori di nocività del lavoro di fabbrica o della “malaria urbana” (l’espressione è di Giovanni Berlinguer e costituisce uno dei titoli più rappresentativi della collana Medicina e potere della Feltrinelli, diretta da Giulio Maccacaro e importante per una tematizzazione sistematica del rapporto tra politica e medicina. Di Giulio Maccacaro si veda l’importantissima raccolta di saggi Per una medicina da rinnovare[6]).

In questi casi, come ha sottolineato Davide Caselli parlando della vicenda della “psicologia di fabbrica” inaugurata da Ivar Oddone, «la critica alla dimensione disabilitante del potere professionale si intreccia a una critica complessiva del capitalismo»[7] producendo una nuova forma di definizione delle oggettività scientifiche: una scienza consapevole dei poteri cui decide di legarsi. Si tratta di una irruzione di nuovi corpi e nuovi saperi che piegano le oggettività scientifiche all’analisi dello sfruttamento, all’interno di processi complessivi di emancipazione e di presa di parola, come raccontano i movimenti femministi e le pratiche innovative di quegli anni sulla salute della donna intesa come rifiuto dell’incorporazione della subalternità.

Questo nuovo equilibrio politico tra saperi “minori”, militanti e scienze viene però superato da una nuova fase restaurativa in cui i politici si richiudono nell’esaustività del loro ruolo, allucinatoriamente rappresentato come quello di una gestione separata su una complessità indomabile, e la società viene pervasa da nuovi dispositivi di controllo, spesso ricalcati sull’involucro di quelle critiche anti-gerarchiche. In assenza di questa tensione politica i saperi innovativi nati dalla distruzione delle strutture autoritarie si sistematizzano come branche amministrative, individulizzanti, dell’igiene pubblica e del controllo biopolitico e statistico della popolazione.

Di Vittorio esemplifica queste tensioni culturali con il passaggio da una ricezione italiana “minore” di Michel Foucault, intrecciata con le lotte e le pratiche della psichiatria anti-istituzionale, a una dispersione di questi temi nel dibattito astratto degli ultimi quarant’anni, in cui il problema dell’intellettuale specifico è stato soppiantato da una volontà di ritorno all’intellettuale universale, magari un guru televisivo con rinnovate funzioni sacerdotali[8]. (Si pensi solo ai format di divulgazione della psicanalisi, autonominatisi fonti di moralizzazione paternalistica dell’agone sociale e politico – la distopia realizzata del Freud in svendita per le masse proletarie preconizzata da Nanni Moretti – ai tanti filosofi che hanno speculato sulla nozione foucaultiana di biopolitica o al ruolo dei virologi nell’informazione pubblica durante la pandemia di Covid: competizione affettiva sul mercato della comunicazione di massa con esiti nefasti di infantilizzazione della popolazione, di frivolezza epistemologica e di nascondimento delle dinamiche sociali e politiche sottostanti alla diffusione del contagio e alla sua variabile dannosità in termini di salute pubblica).

Innescare le micce

È necessario oggi riaprire gli archivi basagliani con l’obiettivo di innescare nuove lotte e nuove visioni su noi stessi. È necessario in un contesto in cui le forme governamentali e gli esperti che le riproducono sono largamente tecnicizzati e il discorso pubblico nega l’opportunità di un dibattito scientifico critico attraverso la nozione, insieme descrittiva e performativa, dell’“anti-scienza”, in cui si verifica quello che Mattia Galeotti definisce «un meccanismo di complementarietà artificiale, tra scienza e anti-scienza, che viene agitato in maniera da normalizzare le spinte contro-scientifiche, cioè i saperi conflittuali»[9].

Riprendiamo allora gli elementi conflittuali che nella gestione amministrativa della 180 non si risolvevano, neanche agli occhi di Basaglia. In primo luogo la sua consapevolezza che il modello di gestione dei sistemi assistenziali determina la condizione problematica a propria immagine: «in epoche successive la malattia e i suoi sintomi sono sempre stati influenzati e condizionati dai nuovi orientamenti terapeutici [...], noi produciamo una sintomatologia – il modo di esprimersi della malattia – a seconda del modo col quale pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e si esprime sempre a immagine delle misure che si adottano per affrontarla»[10].

Dobbiamo allora indirizzare la critica a «ciò che resta del manicomio», come ha scritto recentemente Antonio Esposito, facendo riferimento a un ricorso diffuso ai dispositivi amministrativi di internamento che pervade la società nel suo insieme in un contesto caratterizzato dal «ritrarsi della politica con il sopravanzare di logiche economicistiche e di poteri decisionali non democratici»[11], come per esempio si vede nelle forme di trattamento di anziani, disabili, migranti e altri marginali nelle istituzioni residenziali, dove l’utenza è valorizzata soprattutto secondo economie di scala ancora rivolte alla concentrazione e all’intrattenimento. Consapevoli nel frattempo che sulla base di una radicale “fragilità epistemologica” (l’espressione è di Roberto Beneduce[12]) la psichiatria diventa anche campo a maglie larghe di medicalizzazione di ogni contraddizione sociale: con il presupposto indimostrato della teoria dello scompenso neurochimico, attraverso un riduzionismo biologico funzionale alla biopolitica liberale, si oggettivizza scientificamente ogni sorta di comportamento deviante e problematico mentre la società ha visto il diffondersi di una psicomedicalizzazione “cosmetica” funzionale all’adeguamento individuale alle norme della produttività e dell’adattamento flessibile.

Nei vecchi archivi dell’epidemiologia critica da tornare ad innescare, invece, si coglieva l’obiettivo teorico e pratico dell’incontro tra bisogno e oggettivazione psichiatrica (come scrive Giulio A. Maccacaro in Appunti per una ricerca sull’epidemiologia dell’istituzione psichiatrica come malattia sociale, in Fogli di informazione, 1976). Riattiviamo l’indagine a partire dalle ricerche di Richard Warner (in Schizofrenia e guarigione. Psichiatria ed economia politica[13]), che da psichiatra e antropologo formatosi alla scuola marxista di Marvin Harris produce per l’OMS la prima meta-analisi mondiale dei dati su internamento manicomiale, dimissioni, diagnosi di schizofrenia e relative guarigioni dal 1880 al 1980, giungendo a dimostrare la correlazione inversa tra internamento manicomiale e richiesta di manodopera industriale, secondo la tesi marxista “forte” dell’esercito industriale di riserva, sulla base della quale poi analizza l’evolversi delle culture psichiatriche come fenomeno sovrastrutturale; questa tesi sarebbe oggi da rinnovare e adattare alle dinamiche della produzione postfordista.

Nel campo della ricerca sulle connessioni tra nocività delle politiche urbanistiche e condizioni di salute mentale è intervenuta recentemente Agnese Baini sul sito del Forum Salute Mentale, denunciando come nelle retoriche del degrado urbano e del decoro si realizzi una nuova esclusione della povertà simile a quella che si sintetizzava nella funzione del manicomio[14]. Giuseppe Allegri e Renato Foschi hanno mostrato, in un articolo sul Reddito di Base Incondizionato Universale, l’effetto positivo che le sperimentazioni in questo senso hanno avuto sul mercato del lavoro, sul capitale sociale e sulla salute mentale delle popolazioni coinvolte in vari paesi europei[15]. Un numero consistente di gruppi statunitensi di operatori e utenti dei servizi comunitari di salute mentale hanno aderito durante l’estate alle campagne favorevoli al definanziamento o all’abolizione dei corpi locali di polizia, denunciando il loro ruolo strutturale nella violenza sistemica ai danni delle minoranze e i disastri sociali causati da un’impostazione delle politiche di sicurezza che ne privilegia il lato poliziesco e repressivo a detrimento degli aspetti redistributivi. Sono questi tre esempi di sconfinamenti, di “uscita dallo specifico tecnico” per avventurarsi nel campo delle politiche urbane, delle politiche di welfare e della gestione dell’ordine pubblico. In questo modo si riprende esplicitamente il gesto di Franco Basaglia.

Si tratta di un gesto che richiede il coraggio di uscire dal proprio ruolo rassicurante e confrontarsi con la voce delle esperienze escluse e subalterne, permettendo ad esse di assumere legittimità nel discorso e nell’azione, anche contro le oggettività scientifiche e anche quando la vicinanza con loro ci fa sentire troppo “odore di merda” (sono le parole di Franco Basaglia, quando descrive l’esperienza provata prima in carcere, da antifascista, poi in manicomio, al suo primo giorno da direttore[16]).

[fine seconda e ultima parte]

[1] Basaglia, Franco; Ongaro Basaglia, Franca; Introduzione ad Asylums, Basaglia, Franco; Scritti, 2, Einaudi, 1981

[2] Basaglia, Franco; Il problema della gestione, Scritti, 1, Einaudi, 1981

[3] Basaglia, Franco; Ansia e malafede (La condizione umana del nevrotico), Scritti, 1, Einaudi, 1981

[4] Cfr. Basaglia, Franco; Ongaro Basaglia, Franca; La maggioranza deviante. L’ideologia del controllo sociale totale, Einaudi, 1971

[5] In Introduzione alla vita non fascista, Prefazione all’edizione americana de L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari, 1977

[6] Maccacaro, Giulio Antonio; Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Feltrinelli, 1981

[7] Caselli, 2020, vedi nota 1

[8] Cfr. Di Vittorio, Pierangelo; Foucault e Basaglia. L’incontro tra genealogie e movimenti di base, Ombrecorte, 1999

[9] Galeotti, Mattia; Ripoliticizzare le scienze, su Jacobin Italia, https://jacobinitalia.it/ripoliticizzare-le-scienze/ consultato il 09/12/2020

[10] Basaglia, Franco; Ideologia e pratica in tema di salute mentale, in Scritti, 2, Einaudi, 1981

[11] Giannichedda, Maria Grazia; Esposito, Antonio; L’internamento prêt-à-porter e altri dispositivi del post manicomio. Dialogo tra Maria Grazia Giannichedda e Antonio Esposito, in Cennini, Elena; Esposito, Antonio; a cura di; COSA RESTA DEL MANICOMIO? Riflessioni sul fascino indiscreto dell’internamento, in Cartografie Sociali. Rivista di Sociologia e Scienze Umane, n. 9, 2020, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa

[12] Beneduce, Roberto; Illusioni e violenza della diagnosi psichiatrica, in Colucci, Mario; a cura di; La diagnosi in psichiatria, Aut Aut, 357/2013, Il Saggiatore

[13] Warner, Richard; Schizofrenia e guarigione. Psichiatria ed economia politica, Feltrinelli, 1991

[14] Baini, Agnese; Lo spazio pubblico non è più pubblico, su Forum Salute Mentale”, http://www.news-forumsalutementale.it/lo-spazio-pubblico-non-e-piu-pubblico/ consultato il 09/12/2020

[15] Allegri, Giuseppe; Foschi, Renato; Universal Basic Income as a Promoter of Real Freedom in a Digital Future, World Futures, DOI: 10.1080/02604027.2020.1792600, https://doi.org/10.1080/02604027.2020.1792600 consultato il 09/12/2020

[16] Basaglia, Franco; Conferenze Brasiliane, Raffaello Cortina, 2018

Il gesto di Basaglia [1/2]

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 20/12/2020 - 22:17

Di Luca Negrogno

Il testo è apparso su Studi sulla questione criminale online, la grafica di copertina è su gentile concessione di Luna Ledi Prestint

Si tratta di un gesto che richiede il coraggio di uscire dal proprio ruolo rassicurante e confrontarsi con la voce delle esperienze escluse e subalterne

È necessario attualizzare l’opera teorica e pratica di Franco Basaglia per usarla nuovamente come strumento critico nei confronti dello sguardo oggettivante della psichiatria, della funzione ideologica che essa esercita (fornire una giustificazione tecnica all’esclusione) e dell’effetto che da essa promana sulla società, per cui è sempre più difficile l’appropriazione delle esperienze soggettive e collettive e la possibilità di una loro lettura situata all’interno dei rapporti politici e sociali. Per questo serve un nuovo uso “critico” della storia di Franco Basaglia, che sia utile a scavare nelle contraddizioni dell’attualità e, quando necessario, condannare il presente, per analizzare il rapporto attuale tra scienza e società e per interrogarci sulle nostre forme di impegno politico.

Un uso critico della storia di Franco Basaglia

Partiamo da una domanda: nelle condizioni attuali, non rischierebbe anche il discorso di Franco Basaglia di essere liquidato come un negazionismo complottista? Se l’interlocutore che vuole porre oggi il discorso della “messa tra parentesi della malattia mentale” avesse lo spazio di argomentare le sue posizioni e, soprattutto, lo spazio di agibilità per praticare una innovazione istituzionale alternativa che mostri il “praticamente vero” delle tesi sostenute, potrebbe, nel campo dei diritti conquistati dalle lotte degli anni ‘70, sopravvivere senza snaturarsi all’attuale conformazione della governance, contrattare uno spazio con le amministrazioni, tirare avanti nel complesso circuito dei finanziamenti destinati al socio-sanitario e al terzo settore, guadagnarsi le necessarie alleanze accademiche, fare ricorso ad un difficile confronto con l’azione collettiva?

Come scrive Davide Caselli nel suo recente Gli Esperti. Come studiarli e perchè[1], il miglior testo uscito negli ultimi anni sul problema dei competenti e della loro crisi di legittimazione,

il processo di critica e reinvenzione della scienza e delle professioni scientifiche operato da Basaglia e dalla sua équipe nel manicomio o da Oddone e dal suo collettivo nella fabbrica non avrebbero potuto svilupparsi senza una critica radicale del nesso tra l’istituzione specifica che volevano trasformare, le strategie dell’accumulazione capitalista dominanti e i processi di produzione e riproduzione dell’egemonia culturale. È attraverso il lavoro su questo nesso che le esperienze richiamate arrivano a connettere la scala micro delle regole che strutturano le loro interazioni con i pazienti e i cittadini secondo una specifica cultura e pratica professionale con la scala macro del funzionamento del sistema di produzione e del ruolo che questo assegna ai tecnici e agli esperti. L’expertise agisce e si riproduce su molte scale e su molti livelli contemporaneamente e lo sforzo che occorre per rendere visibile (e dunque discutibile e modificabile) questo lavoro è notevole.

Bisogna dunque tornare, come tecnici e come militanti, al gesto di Basaglia. Si tratta in primo luogo di cogliere «l’ubiquità dei processi di produzione e riproduzione istituzionale della realtà in cui gli esperti sono implicati»[2], a partire da noi che riflettiamo su questi temi e dobbiamo superare le forme di “falsa coscienza” e “malafede” che attraverso rassicuranti “ideologie di ricambio”[3] abbiamo usato per sopravvivere alla “sindrome istituzionale” della nostra esperienza universitaria (è Franco Basaglia a paragonare la carriera universitaria alla carriera morale del malato di mente nell’istituzione totale nel libro La nave che affonda[4]).

Dovremo fare la stessa operazione anche rispetto al nostro impegno da tecnici o da politici, nelle pubbliche amministrazioni o negli enti di terzo settore, nelle esperienze di militanza e di mutualismo, dove la nostra attenzione deve essere posta sul dato, ben espresso da Foucault, che «l’individuo è il prodotto del potere»[5], che quel prodotto potremmo essere proprio noi se non mettiamo costantemente in questione le conquiste formalizzate nei “diritti” e non ci poniamo come partecipi di una dimensione di inchiesta volta a produrre una nuova capacità di creare saperi e discorsi politicamente legittimi, che vengono dalla subalternità e sappiano mostrare direttamente la relazione tra la tossicità delle condizioni di vita, i malesseri esistenziali e le loro forme (o non forme, o forme negate) di esprimersi.

La “monumentalizzazione” di Franco Basaglia

Non si vuole con questo testo disconoscere l’importanza di chi tramanda oggi la figura di Franco Basaglia, avendone proseguito l’opera e la riflessione e dando continuità alle pratiche nate dalla sua esperienza. Bisogna tuttavia riconoscere che il mutamento dei rapporti di forza nella società, nella scienza e nella politica hanno fatto in modo che quella storia si tramandasse solo a costo di perderne qualcosa, di diventare un “monumento” la cui dirompenza è relegata nel passato, difficile da utilizzare nelle nostre lotte, nelle nostre interrogazioni e nella nostra sofferenza. Vediamo in Italia operare quella che Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio definiscono “monumentalizzazione”[6], l’utilizzo della storia che secondo Nietzsche fa chi «ha bisogno di esempi, maestri, consolatori e non riesce a trovarli fra i suoi compagni e nel presente»; ma a quest’uso della storia si accompagna l’insidia di una “impropria comparazione”, che sia «fatta entrare a forza l’individualità del passato in una forma generale» in cui ne risultano «attenuati tutti gli angoli acuti e spezzate le linee rette per il bene dell’accordo»[7].

Chi ha dovuto tenere vive fino ad oggi le conquiste realizzate nel periodo di lotte e sperimentazioni cha va dal 1961 al 1980 ha successivamente agito in un contesto di arretramento in cui la radicalità di quella storia rischiava costantemente di essere recuperata e diventare materiale inerte, schiacciato tra una vittoria legislativa difficile da applicare e l’isolamento quasi “esotico” dei territori e delle elaborazioni esemplari[8]. In questo contesto si è affermata una ricezione e trasmissione dell’opera e della teoria di Franco Basaglia esemplificata dalla tendenza ad identificare con il suo nome la legge 180\1978: una tradizione che ha legato la sua figura alla prestazione politico/amministrativa del superamento dello scandalo del manicomio e della realizzazione di buone pratiche psichiatriche alternative a esso. Nel frattempo quello che accadeva nel rapporto tra politica, scienza e società rendeva sempre più angusti gli spazi per esercitare pienamente l’originaria critica basagliana: la crisi delle grandi narrazioni politiche emancipatorie si risolveva definitivamente nell’orizzonte debole di un “capitalismo compassionevole” (di fronte a questo Maria Grazia Giannichedda riconosceva l’inadeguatezza dei governi di centro sinistra nel difendere e mettere a sistema le sperimentazioni anti-istituzionali[9]); i territori, già innervati dal tecnicismo amministrativo fin dagli anni ‘70 (si veda a questo proposito l’esemplare difficoltà di Franco Basaglia a realizzare le sue sperimentazioni in Emilia: a Bologna, dove viene giudicato non idoneo alla direzione dell’Ospedale Psichiatrico, come ha recentemente raccontato Angelo Fioritti nel Ricordo personale di un grande che non ho mai conosciuto[10], e a Parma, dove, pur chiamato a dirigere l’Ospedale Psichiatrico di Colorno, si scontra con l’immobilismo dell’amministrazione[11]) diventavano definitivamente luoghi oggetto di valorizzazione competitiva; le scienze e le tecniche chiamate a dare la loro risposta ai bisogni sociali diventavano le tecnocrazie di una finanza globalizzata e, nel campo sociale, di una gestione “inclusiva” dei suoi scarti e delle sue frizioni attraverso il “new public management” e la sua “expertise”.

Per noi è oggi fondamentale invece evitare che la lotta anti-istituzionale venga sbrigativamente identificata con un momento di evoluzione progressista nella raffinatezza della sensibilità borghese, esaurito il quale, e solo grazie ad esso, vengono per decreto superati i lager del mal-trattamento psichiatrico, mentre la gestione della malattia mentale viene finalmente posta sotto l’alveo di una nuova capacità tecnico-amministrativa, compatibile con la cultura democratica. Il rischio è quello di una visione semplicistica che indica in Basaglia solo un umanista o un “filantropo” (l’espressione è di Benedetto Saraceno[12]) interessato al mero superamento dei manicomi, nascondendo tutta la sua riflessione sul mandato sociale della psichiatria e il suo legame con la produzione e riproduzione capitalistica, sul ruolo degli intellettuali nella società e sulle sfide che sempre si pongono nel rapporto tra politica ed esistenza collettiva e individuale.

La ricezione internazionale e il confronto con l’antipsichiatria

Interessante notare come questa immagine, che in Italia era utile a tenere salda la linea della riforma psichiatrica, corrisponda a un sostanziale rifiuto del valore scientifico dell’opera di Basaglia nei paesi anglosassoni e in generale nelle società più “stabili” dal punto di vista politico e istituzionale, dove a Basaglia si attribuisce un valore soprattutto “ideologico”, nel senso di “condizionato da un’eccessiva politicizzazione”, e come dice Benedetto Saraceno «genericamente associato all’antipsichiatria inglese» (Sul tema della ricezione è importante il confronto con il saggio di John Foot e Tom Burns recentemente uscito per la Oxford University Press, Basaglia’s International Legacy[13]).

Certamente esiste una differenza tra la «produzione alta di dissenso culturale, una sorta di avventura individuale e disperata e tutto sommato deconnessa da una più collettiva prassi di liberazione» che Benedetto Saraceno vede nella «impresa di Laing e Cooper, pur nella sua radicalità» e la «prassi di trasformazione collettiva con decisive implicazioni sulle scelte di sanità pubblica» della psichiatria anti-istituzionale. Ma decisivo ora è chiarire, con le parole di Silvia D’Autilia (in Dopo la 180. Critica della ragione psichiatrica[14]), che questa etichetta di “antipsichiatria” è stata

rilasciata frettolosamente da chi guardava con sospetto ai tentativi di distanziamento dall’ortodossia psichiatrica. In questi termini, c’è stata, c’è e continuerà ad esserci antipsichiatria ogni volta che la cura è stata, è e sarà scambiata per esercizio puro della sopraffazione e dell’emarginazione sociale: per questo tipo di amministratori del potere aleggerà sempre l’ossessione – è proprio il caso di dirlo – di vedere ovunque falsi profeti predicare una scienza antitetica alla loro.

Anche perché, come spiega bene Michel Foucault nei passaggi dedicati a Franco Basaglia e alle altre esperienze di rinnovamento psichiatrico dei suoi Corsi al Collège de France, si potrà «chiamare antipsichiatria ogni movimento grazie al quale la questione della verità sarà rimessa in gioco all’interno del rapporto tra il folle e lo psichiatra»[15].

In un ambiente culturalmente e politicamente ostile come quello anglosassone rivediamo agitare l’artefatto culturale della “antipsichiatria” nella lettura della vicenda storica di Franco Basaglia mentre, per gli stessi motivi, in Italia abbiamo quella “attenuazione” che oggi porta ad una essenzializzazione del concetto di anti-psichiatria, dimenticando che questo «bambino che non esiste» (l’espressione è di Franco Basaglia, intervistato sui 10 anni di esperienze “antipsichiatriche”[16]) è spesso un significante vuoto attribuito dai poteri dominanti ad ogni tentativo critico di mettere in discussione il funzionamento delle istituzioni.

Ponendoci su un piano diverso da quello su cui insiste la distinzione netta tra “basagliano” e “antipsichiatrico”, che il movimento ha dovuto tracciare per assestarsi sulla linea dell’applicazione della riforma, consapevoli delle differenze tra una visione astratta della psichiatria come un’agente meccanicamente repressivo contro la «quintessenza della libertà e della soggettività» (parole critiche di Robert Castel a proposito delle tesi “romantiche” sulla liberazione della follia[17]) e un’indagine genealogica e pratica del suo rapporto con la società, recuperiamo quindi ciò che in questo processo di monumentalizzazione scompare e viene reso inerte: il senso scientifico e politico del gesto di Franco Basaglia. In primo luogo esso è un gesto di rifiuto pratico e teorico del ruolo dell’intellettuale, dello scienziato, del militante politico d’avanguardia che persegue l’emancipazione dei subalterni dettando loro la “linea” e la verità sul mondo, per come questi ruoli sociali erano e sono predisposti nel contemporaneo.

[fine prima parte]

[1] Caselli, Davide; Gli Esperti. Come studiarli e perchè, Il Mulino, 2020

[2] Caselli, Davide; 2020

[3] “Falsa coscienza”, “malafede” e “ideologie di ricambio” sono temi ricorrenti in tutta l’opera di Franco Basaglia. Cfr Basaglia, Franco; Scritti, 1 e 2, Einaudi, 1981

[4] Basaglia, Franco; Ongaro Basaglia, Franca; Pirella, Agostino; Taverna, Salvatore; La nave che affonda, Raffello Cortina, 2008

[5] In Introduzione alla vita non fascista, Prefazione all’edizione americana de L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari, 1977

[6] Colucci, Mario; Di Vittorio, Pierangelo; Franco Basaglia, Alpha Beta, 2020

[7] Nietzsche, Friederich Whilelm; Sull’utilità e il danno della storia per la vita, traduzione a cura di Monica Rimoldi, tratto da Contenuti digitali, in De Bartolomeo, Marcello; Magni, Vincenzo; a cura di; Storia della filosofia, Atlas, 2011

[8] Sulla chiusura degli spazi politici e il cambiamento del movimento esiste una letteratura sconfinata che arriva fino ai giorni nostri. Una prima riflessione sul tema si può trovare negli interventi di Franco Basaglia successivi all’approvazione della legge 180 in Basaglia, Franco; Scritti, 2, Einaudi, 1981 e in Venturini, Ernesto; a cura di; Il giardino dei gelsi. Dieci anni di antipsichiatria italiana, Einaudi, 1979

[9] Giannichedda, Maria Grazia; Atti del Convegno Strada facendo – Droga: la ricerca e la proposta. Torino, 20 – 21 – 22 settembre 2002 (Documentazione tratta da Narcomafie). Report tratto da ristretti.it/convegni/torino/index.htm consultato il 09/12/2020

[10] Fioritti, Angelo; Ricordo personale di un grande che non ho mai conosciuto, su Una certa idea di…Il blog dell’Istituzione Gian Franco Minguzzi https://unacertaideadi.altervista.org/2020/08/franco-basaglia-ricordo-personale-di-un-grande-che-non-ho-mai-incontrato/ consultato il 09/12/2020

[11] Cfr Gallio, Giovanna; a cura di; Basaglia a Colorno, Aut Aut n. 342/2009, Il Saggiatore

[12] Questa e le successive citazioni virgolettate sono tratte da Saraceno, Benedetto; Prefazione in D’Autilia, Silvia; Dopo la 180. Critica della ragione psichiatrica, Mimesis, 2020

[13] Burns, Tom; Foot, John; a cura di; Basaglia’s International Legacy: From Asylum to Community, Oxford University Press, 2020

[14] D’Autilia, Silvia; Dopo la 180. Critica della ragione psichiatrica, Mimesis, 2020

[15] Foucault, Michel; Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France (1973 – 1974), Feltrinelli, 2004

[16] Basaglia e l’antipsichiatria https://www.youtube.com/watch?v=xFYX144BrV8 consultato il 09/12/2020

[17] Castel, Robert; Michel Foucault e le critiche della psichiatria: una lettura soggettiva, in Rivista sperimentale di Freniatria, VOL. CXXIX, N. 3, SUPPLEMENTO, 2005

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