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Tornavo da Trieste. 3

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 21/11/2017 - 17:28

Per una psichiatria gentile

di Emanuela Nava

Alla fine è stata ricoverata, così non si poteva andare avanti, si rifiutava di prendere qualsiasi medicina che l’aiutasse a stare meglio. Ma il giorno in cui è stata portata al reparto di psichiatria, non dovrei dirglielo, era quasi addormentata. L’avevamo sedata noi, il papà e io, con le gocce nell’acqua per evitare che arrivassero i vigili, che le facessero il ricovero coatto, il TSO. Era morta una persona, un ragazzo grande e grosso qualche mese prima a Torino, ne avevano parlato anche i giornali. Si rifiutava di andare in ospedale, di farsi fare l’iniezione mensile, e durante la colluttazione con le forze dell’ordine non so, non ricordo bene, forse lo avevano stretto troppo al collo o lui aveva avuto un arresto cardiaco, ci eravamo impressionati, mio marito e io, non volevamo che accadesse anche a nostra figlia.

-E così, una volta in ospedale, le hanno tolto le stringhe delle scarpe, le hanno tolto la sciarpa di seta, il nastro con cui si legava i capelli, le hanno detto che era proibito tenere flaconi di shampoo o bagno schiuma, che se voleva lavarsi poteva usare la saponetta solida, oppure chiedere qualche goccia di shampoo agli infermieri. Hanno aggiunto che il reparto era chiuso a chiave, che non le era permesso di uscire. E che se voleva stare bene doveva collaborare.

-Ci sono voluti due giorni per farle la prima iniezione, mia figlia non voleva, ma non gridava, non faceva la matta, piangeva soltanto.

Sono stati bravi i medici, hanno preferito trattare. Non hanno usato la forza, tanto sapevano che prima o poi l’avrebbero messa KO. Lei desiderava solo lavarsi, aveva paura di disgustare gli altri ricoverati, non voleva avvicinarsi a nessuno, domandava persino ai dottori e agli infermieri di indossare la mascherina, non voleva essere annusata. E loro le hanno ripetuto di fidarsi, con i loro farmaci la puzza sarebbe sparita.

-La psicologa che ora segue anche a me e mio marito al CPS, dopo che ci siamo così tanto arrabbiati per quello che è successo, mi ha detto che sbaglio a chiamare le medicine formule magiche, ma per me i primi a chiamarle così sono stati i medici dell’ospedale. Prendi i farmaci e la puzza sparirà. Sembra quasi una pubblicità. Se non fosse stato per la dose, per il loro protocollo, 100 milligrammi e poi 150 dopo una settimana, due iniezioni che l’hanno stroncata, sarebbe stato anche bello scherzare un po’. Avrebbe fatto bene a tutti. A tutti noi che eravamo angosciati, anche a sua sorella, la mia figlia più grande, che ora piangeva più di lei, quando la vedeva camminare con le scarpe da ginnastica senza stringhe perché le pantofole, non c’era verso di fargliele indossare.

-Sembrava che, con quelle scarpe che si trascinava dalla camera al salottino per i parenti, ci stesse dicendo qualcosa, che non era un’assassina per prima cosa e poi neppure una suicida. Sì, con le stringhe non avrebbe strozzato nessuno e neppure se stessa.

-E comunque c’era sempre quella porta chiusa: quando andavamo a trovarla dovevamo sempre suonare e poi, dopo la visita, chiamare l’infermiere per farci riaprire. Ma Basaglia non aveva aperto le porte? E allora perché tutti le tenevano chiuse, come se i pazienti, le persone che non stavano bene, fossero tigri in gabbia?

-Io lo so, lo sa anche la mia figlia più grande che l’ha studiato a scuola, al corso di psicologia, tu finisci per diventare quello che gli altri pensano di te. E come in uno specchio, se gli altri lo pensano, finisci anche tu per credere che se sei matta, forse anche

pericolosa. E alla fine insieme a te lo credono anche gli altri, quelli che non lo credevano prima, gli amici e i conoscenti. E la prova è che quando ti ricoverano, quando sei in crisi, e magari parli con la principessa Leila o con Dart Fener di Star Wars, ti chiudono a

chiave. È così che poi, quando i matti tornano a casa, e magari non sono neppure più matti, nessuno li invita ai compleanni, alle feste di Natale, magari neppure ai matrimoni dei fratelli: è successo, me lo hanno raccontato. Forse hanno paura che alle feste i matti invitino anche l’Ammiraglio Ackbar. Ormai so tutto di Star Wars.

-Ma il sublime orrore è venuto dopo. Quando mia figlia è stata dimessa, la psichiatra del CPS, quella che l’aveva presa in carico anche se l’aveva vista solo un paio di volte, ha deciso che mia figlia avrebbe dovuto fare venti giorni di Day Hospital. Insomma tornare in ospedale ogni giorno per prendere un altro farmaco, come se quelli che le avevano iniettato non fossero stati sufficienti, e stare quattro ore seduta su un divanetto ad aspettare che passasse il tempo, senza fare nulla. Oppure poteva andare al bar dell’ospedale a mangiare e bere, visto che le medicine le facevano venire una grande fame. Ma solo se c’eravamo noi ad accompagnarla. È accaduto proprio un anno fa, eravamo a Natale: due giorni però ce li avrebbero condonati. Due giorni in cui non bisognava presentarsi, Natale e Santo Stefano, come fanno con i detenuti in libertà vigilata.

-È stato lì che ci siamo arrabbiati, mio marito e io, tornati a casa abbiamo cominciato a telefonare a tutti i medici dell’ospedale. C’era una psichiatra all’ospedale, una vecchia signora comprensiva, pronta ad andare in pensione. Era a lei che telefonavo tutti i giorni, era a lei che chiedevo di intercedere presso l’altra, la più giovane, al CPS, perché non ci costringesse per quasi un mese a una vita simile. E che senso avrebbe avuto, poi? La psichiatra giovane voleva cercare di farlo passare come una sorta di contenimento affettuoso. Sì, avanti e indietro con noi in macchina, perché stordita com’era per tutta la chimica che aveva in corpo, mia figlia non avrebbe certo potuto salire su un autobus. E poi? E poi niente, un’intera famiglia requisita per cosa? Per stare seduta sul divanetto, appunto. Ma chi le ha fatte le leggi, ci siamo chiesti. Un matto? Ma un matto vero, intendo. Com’è possibile che una giovane dottoressa che quasi non la conosce, mia figlia, possa decidere al posto della dottoressa che l’ha ricoverata? Perché sia chiaro, anche se le aveva iniettato tutta quella roba, sembrava che persino lei, la più vecchia, considerasse assurdo quel day hospital senza senso. Senza un progetto, senza qualcosa da fare che non fosse dormire e mangiare.

-Pare che i medici del CPS abbiano più potere di quelli dell’ospedale. Ma le sembra possibile?

-Alla fine l’abbiamo spuntata: siamo rimasti a casa, a letto. Chissà forse era Natale e a Natale sono tutti più buoni.

-O forse la dottoressa più vecchia ha saputo intercedere. Un po’ come la Madonna, quando la prego. Credo che sia stato allora che ho cominciato a dire il rosario. Bisogna sempre credere a una forza che alla fine ci aiuta. Che la forza sia con noi, sì, proprio come dicono nel film.

-Così siamo rimasti a casa a smaltire mesi di sonno e di effetti collaterali. Dico noi, perché in casa tutti soffrivamo insieme a lei. Non so se i medici che a volte trattano i genitori con quell’aria da padreterni lo sappiano quanto soffrono le famiglie. Ci pensano mai a cosa accadrebbe se fossero loro ad avere figli che scambiano le guerre terrestri con le guerre stellari?

-Ora non voglio descrivere tutti i sintomi che provocano le dosi massicce di farmaci, solo alcuni, raffreddore costante, mancanza di fiato, tristezza infinita, desiderio di morire. Incapacità a fare qualsiasi cosa che duri più di cinque minuti.

-Portami nella clinica svizzera, dove fanno l’eutanasia, mi diceva mia figlia. E intanto passavano i mesi e ogni mese chiedevamo al CPS che la dose dell’iniezione fosse più bassa, non si poteva interrompere di colpo, passare alle pillole o alla polverina che prende ora, bisognava ridurre piano.

-Ci siamo di nuovo arrabbiati, all’inizio sembrava che nessuno ci ascoltasse. Mio marito ha urlato forte, ho temuto che ricoverassero anche lui. Alla fine hanno deciso di darci un sostegno. Ogni mese andiamo anche noi, lui e io, al CPS a parlare con uno psichiatra e una psicologa come due matti. E la psicologa ogni volta mi ripete che le medicine non sono formule magiche.

-D’accordo non lo sono, lo so anch’io che non lo sono, anche se dico il rosario e so che dire il rosario è come ripetere i mantra. E anche i mantra sono una specie di formula magica. Sono il veicolo del pensiero. Un veicolo sacro che libera la mente. Sì, le preghiere sono mantra, formule magiche che aprono le porte verso l’ignoto, permettono di accogliere il futuro senza paura.

-Oggi tutti recitano i mantra, chi diventa buddista, chi va a Yoga magari solo una volta alla settimana, senza sapere che Yoga significa unione con Dio e pensa che sia solo una ginnastica per allontanare lo stress, e intanto però ripete i mantra senza neppure immaginare che ripetere i mantra è come dire il rosario.

-Sì, le medicine, se vuoi che ti guariscano devi chiamarle formule magiche, altrimenti corri il rischio di considerarle solo veleno. In ogni cosa ci sono sia un diavolo, sia un angelo. Anche dentro di noi, bisogna scegliere.

-E anche lei, la psicologa, che voleva stare tanto con i piedi per terra, a differenza di noi che parlavamo solo di guerre stellari, non lo sapeva che, dopo tutti quei mesi di torpore e dolore, era difficile, una volta finito il rito delle iniezioni, prendere ogni giorno la dose di mantenimento, una polverina che restava anche un po’ attaccata al bicchiere, ma che faceva il suo effetto?

-Che la forza sia con te e sia con me, noi siamo tutt’uno con la forza, dicevamo insieme, mia figlia e io. Era la nostra formula magica, una formula magica omeopatica, si guariva da Star Wars parlando di Star Wars.

(3 -  continua)

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Ma che cosa è la salute?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/11/2017 - 17:11

di Pier Aldo Rovatti [1]

La settimana prossima Trieste ospiterà un convegno internazionale sulla salute mentale e sui diritti del malato: The right [and opportunity]  to have a [whole]  life /Il diritto [e la possibilità] di vivere una vita [nella sua pienezza]  (http://www.triestementalhealth.org)

Trieste gode ormai da molto tempo di una leadership mondiale in questo campo per i motivi che tutti conosciamo bene. La chiusura dei manicomi che Franco Basaglia ha reso possibile, operando una vera “rivoluzione” proprio a Trieste negli anni Settanta, ha fornito un modello che in seguito è stato tradotto in pratiche virtuose un po’ dovunque e che ancora oggi viene continuamente studiato ed emulato: un modello di radicale trasformazione dell’istituzione manicomiale, ma anche un modello di rivoluzione culturale cioè di trasformazione dell’idea stessa di salute mentale.

Lo stigma sociale della follia sembra essere smantellato e quelli che chiamavamo “folli”, allontanandoli da noi “normali” anche solo attraverso questo banale gesto linguistico che ne penalizzava la diversità, sono tornati a essere persone, cittadini, soggetti, riacquistando i diritti che la cultura dello stigma negava loro. Tutto ciò è avvenuto e sta ancora accadendo in modo lento e faticoso, con un processo disseminato di resistenze che non si è certo concluso e necessita quindi di una elevata soglia di attenzione perché le idee e le pratiche di rinnovamento (e di riassetto istituzionale) vengano sempre di nuovo rilanciate per contrastare l’entropia di una società disciplinare e spesso sorda come è quella attuale.

Se gettiamo un sasso nell’acqua si producono cerchi che si allargano, ma presto l’effetto si spegne e la superficie ritorna piatta. Basaglia lo sapeva perfettamente e lo spirito del suo tempo lo aiutava a capire che buttando il suo poderoso macigno nelle acque stagnanti della malattia mentale e dell’istituzione manicomiale si sarebbe prodotto un sommovimento che si spingeva ben oltre il recinto della follia andando a toccare la questione stessa della salute di ciascuno di noi.

La battaglia a favore della follia sarebbe stata perduta in partenza se fosse rimasta circoscritta alla malattia mentale e non avesse promosso una lotta più grande per liberare la medicina intera dalle sue chiusure e dai suoi pregiudizi. Parlare di salute mentale significava parlare della salute di tutti. Basaglia sapeva anche che non bastava un solo sasso, potente che fosse, per opporsi ai controeffetti della stagnazione che avrebbero sicuramente ricomposto le acque e spinto indietro ogni rinnovamento.

E infatti, quarant’anni dopo la legge 180 (il punto di arrivo politico-istituzionale della sua battaglia), siamo ancora, per dir così, in trincea, ben lontani dalla possibilità di smobilitare le operazioni di lotta sia a livello di attività politica (vedi la recente chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, sopravvissuti fino a oggi, e il Disegno di legge 2850 in attesa di discussione parlamentare che intende dare attuazione concreta ai principi della 180), sia a livello di attività culturale (e qui il fronte è ancora popolato di cecità e grandi incomprensioni, anche a livello di senso comune).

Non sto parlando solo di storia passata o di una memoria da riattivare, anche se è molto opportuno farlo in tempi nei quali tendiamo perfino a dimenticare quello che è appena accaduto, perché i problemi sono qui, sotto i nostri occhi, la loro urgenza resta pressante e c’è un bisogno non procrastinabile di consapevolezza critica e iniziative pratiche.

Basterebbe domandarsi se ci rendiamo davvero conto di cosa significhi il titolo stesso “salute mentale”. Abbiamo ormai compreso che questa espressione abbraccia l’intero percorso di una vita, dall’infanzia fino all’età avanzata. Facciamo ancora fatica, ma abbiamo anche capito che essa non riguarda solo “gli altri”, quelli che sono affetti dai cosiddetti “disturbi”, perché la vita in questione è proprio la vita di ciascuno, che risulta sempre più accerchiata dallo sguardo e dalle premure di una società che ormai si caratterizza o tende a diventare una società del controllo terapeutico degli individui. Medicina preventiva e supporti psicologici (e psichiatrici) premono quotidianamente su di noi con una cultura medicalizzante che ci mette dentro un doppio vincolo: ci vincola positivamente con pratiche di “vaccinazione” che non possiamo rifiutare, ma ci lega al tempo stesso all’orizzonte della malattia potenziale e degli scompensi psichici già osservabili nei bambini.

Dovremmo concludere che, se siamo sempre più aggiornati (e minacciati) sulla “carriera di malattia” cui potremmo essere destinati, non sappiamo quasi nulla della “carriera di salute” che tutti vorremmo intraprendere. Di ciò conosciamo ben poco anche perché l’idea di “salute”, che dovrebbe stare al centro dell’interesse culturale, scivola molto spesso in una zona d’ombra e appare di conseguenza abbastanza vaga e incerta. Cosa significa “salute” per il senso comune? Benessere? Felicità? Ecco il punto sul quale la nostra cultura critica mi pare in ritardo, non convincente, e comunque poco attrezzata a rispondere davvero all’ondata consumistica che ogni giorno ci propone ricette (letteralmente!) per stare meglio e sentirci in forma.

[1] da Etica minima in “il Piccolo” di Trieste del 10/XI/17

Le ragioni del Ddl. Ingenti risorse, bruciate nella “residenzialità”

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/11/2017 - 16:59

Le “Strutture residenziali” sono presenti in tutte le Regioni. In alcune, poche, si conta di 1 posto letto ogni 10.000 abitanti in altre si arriva fino a 5 volte tanto. Quasi ovunque si consumano più della metà ( fino ai ¾) delle risorse regionali per la salute mentale. La tendenza a ricorrere al “posto letto residenziale” sembra in crescita inarrestabile e riduce irrimediabilmente la consistenza e la capacità di intervento dei servizi territoriali.

Occorre dunque ripensare alla presenza della cooperazione sociale, costretta ad appiattirsi su infelici politiche regionali. Rischia di diventare dominante la diffusione di luoghi che assomigliano a cronicari. Le ingenti risorse, passivamente dedicate alla “residenzialità”, sarebbero sufficienti per ripensare a forme diverse dell’abitare, dell’inserimento lavorativo, del vivere sociale. I progetti riabilitativi individuali, dove attivati, producono risultati tanto evidenti quanto inaspettati.

Gli aggettivi che coprono il fallimento delle pratiche residenziali e qualificano questi luoghi come rassicuranti e necessari, evocano la certezza della cura e dell’accoglienza: “terapeutiche, riabilitative, residenziali, familiari, sociali, comunitarie”.

Da molto tempo, ormai, è evidente che il guasto maggiore nell’assetto dei servizi di salute mentale è divenuto il ricorso illimitato, confuso e costosissimo a queste strutture. La conseguenza ancora peggiore è la delega totale della gestione, della cura, delle risorse al privato, sociale o mercantile che sia.

Le strutture residenziali hanno avuto in questi ultimi anni, in particolare dopo il 1998, a seguito della definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici, una notevole crescita numerica: dalla ricerca Progres residenze (Iss, 2001), i posti-residenza nelle Regioni risultavano essere circa 17.000. Da allora l’espansione si è rivelata inarrestabile.

Il numero, anche se non verificato, è comunque rilevantissimo. Oltre 20.000 persone (forse 30.000) che, a vario titolo, sono ospitate in strutture residenziali.

I tempi di permanenza, meglio si direbbe di ricovero se non di internamento, diventano sempre più consistenti. Vi sono persone, e non sono poche, che in queste strutture rimangono inerti da più di 30 anni. In quasi tutte le Regioni questa scelta, la scelta della residenza comunitaria, che originariamente è stata perfino affascinante per molti giovani operatori, attratti dalla suggestione della “comunità”, dell’accoglienza, della convivenza, è diventata un affare di dimensioni spesso mal gestibili proprio dagli stessi Dipartimenti e dalle amministrazioni che le hanno fatto nascere. Un numero rilevante di operatori – accompagnatori, tecnici, psicologi, psichiatri, infermieri – è impegnato in questo esteso arcipelago. E, come isole lontane, queste strutture hanno perduto il contatto con la terra ferma, col servizio pubblico, col DSM, con una qualsivoglia razionale attenzione a un progetto articolato e condiviso.

Alcune strutture residenziali appaiono sovradimensionate nel numero, lontane dalla quotidianità dei paesi e dei quartieri, anonime, prive di oggetti, regolate ancora da logiche manicomiali. Spesso separate dal Centro di salute mentale, con équipe del tutto distinte e con profili professionali inadeguati, operano in una totale e indiscussa autoreferenzialità. Sono luoghi che non possono, per come sono costituite, dare sbocco alcuno  a forme di abitare e di convivenza più autonome e meglio integrate nella comunità.

In conseguenza dell’espansione residenziale sanitaria e delle scarse possibilità di dimissione dei pazienti accolti, le ASL finiscono per attuare deroghe di fatto alle normative nazionali e regionali sui tempi di ricovero, sulle dotazioni strutturali e di personale; anche i controlli in questo ambito sono, in alcuni casi, divenuti superficiali o addirittura inesistenti.

Molte strutture rischiano di diventare contenitori di emarginazione sociale della disabilità psichica, contrariamente alle finalità dichiarate, con conseguenti fenomeni di “wandering” istituzionale tra luoghi di ricovero.

L’offerta di ricoveri in cliniche private convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, in alcune regioni al limite della scandalo, accessibili anche senza coordinamento da parte dei CSM, completano il quadro della residenzialità e rappresentano l’espansione di modelli di assistenza ospedaliera al di fuori della cultura territoriale dei progetti “obiettivo” e dei “piani” per la salute mentale “post legge 180″.

Tornavo da Trieste. 2

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/11/2017 - 16:46

Per una psichiatria gentile

di Emanuela Nava [1]

Il treno aveva rallentato, dal finestrino si vedevano scorrere luci di strade, macchine, case. Eravamo all’inizio di dicembre, splendevano anche alcuni alberi di Natale.

La signora afferrò la sciarpa e la avvolse attorno al collo.

-Per me è Natale ogni volta che nasce un bambino.- disse all’improvviso. – È Natale anche ogni volta che una persona rinasce. L’ho detto alla psicologa, quando, finalmente, dopo i mesi di torpore che le avevano procurato i farmaci, mia figlia è rinata e doveva solo prendere una polverina che faceva sciogliere nell’acqua. Era solo un modo per rendere tutto un po’ più lieve, chiamarla formula magica. Ma cosa ne sa la psicologa di formule magiche? Ha mai recitato il rosario? Non è una formula magica anche quella?

Aveva parlato così in fretta, accomodandosi a ogni parola la sciarpa attorno al collo, quasi volesse ricordare a se stessa che aveva un nodo alla gola, che non potei fare a meno di risponderle:

-L’immaginazione nasce dal cuore! E le immagini possono essere molto potenti!

-Sì, ha ragione. Ma che immagini vuole che nascano quando vai in ospedale e per prima cosa ti tolgono le stringhe delle scarpe, i cordini delle felpe, ti proibiscono persino lo shampoo? E poi ti chiudono a chiave in un reparto come in un carcere.

Mi guardò in silenzio, fissandomi a lungo, quasi volesse studiare la mia reazione.

-Le stringhe delle scarpe?- domandai dopo qualche istante.

-Sì, è così che funziona in tutti gli ospedali, in tutti i reparti psichiatrici. Mia figlia stava male, confondeva Star Wars con le guerre vere che trasmettono ogni giorno i telegiornali e i medici come prima cosa le hanno tolto le stringhe delle scarpe. Anche la sciarpa di seta che le piaceva tanto. Poi l’hanno chiusa a chiave dentro il reparto. Gli psichiatri hanno cercato di spiegarci che lo facevano per il suo bene, ma intanto era come se le dessero la patente di persona pericolosa per sé e per gli altri. Come se con quelle stringhe stessero dicendo che lei poteva strozzare qualcuno.

La signora parlava a una tale velocità, mangiandosi le parole, schiarendosi la voce, che fui sopraffatta da un senso di angoscia profonda.

-A Trieste, e in alcuni altri ospedali, non accade.- riuscii solo a dire.

-A Trieste? E come lo sa? Succede in tutti gli ospedali d’Italia. Me l’hanno detto, mi sono informata.

-Ma a Trieste…- provai a ripetere.

Lei mi zittì.

-A Trieste? Magari, e chi glielo ha detto, qualche medico che glielo voleva far  credere? Conosco anch’io la storia della legge Basaglia, sono abbastanza vecchia per ricordami qualcosa, ma quando ne ho parlato con lo psichiatra del CPS che ha in cura mia figlia avrebbe dovuto vedere la sua faccia. Trieste? Ma lasciamo perdere, mi ha detto.

La signora sorrise. All’improvviso sorrise ancora, indicando il mio libro.

-Mi scusi, l’ho disturbata, lei voleva leggere le fiabe e io sono qui a raccontarle una storia vera.

-Ma no!- mi schermii. – Continui pure, mi fa piacere parlare con lei.

-Grazie, allora, lei è molto gentile, spero di non disturbarla troppo, ho passato una giornata a parlare solo con la Madonna, inginocchiata davanti a lei. Una Ave Maria dietro l’altra. Sono sicura che la psicologa del CPS, se mi avesse visto, avrebbe preso per matta anche me.

-Spesso psicologi e psichiatri sono più matti dei loro pazienti!- esclamai.

Mi ero augurata che la battuta la facesse sorridere di nuovo, invece la signora divenne ancora più seria.

Eravamo giunti alla stazione di Mestre. Stavano salendo altri passeggeri. Il vagone si riempì quasi completamente, ma, come per miracolo, i due posti accanto a noi restarono vuoti. Restarono vuoti per il controllore, per chi passava con il carrello delle bibite, per la signora, ma non per me, che all’improvviso vidi Franco Basaglia. Accanto a noi, divertendosi a cambiare di posto, mi immaginai che lui fosse comparso sul treno. In silenzio e facendomi continui cenni con gli occhi, Franco Basaglia mi incoraggiava ad ascoltare tutta la storia della signora.

-Mi racconti, signora, mi racconti dall’inizio se lo desidera.- dissi allora. -Sono felice di ascoltarla.

-Grazie!- esclamò.

Poi la signora iniziò a raccontare. Un racconto lungo che io non interruppi mai.

-Era da un po’ che mia figlia stava male, tutto era iniziato in quarta liceo, un amore finito quasi subito, giornate intere trascorse a chiedersi dove lei avesse sbagliato, quali frasi avesse pronunciato per farlo scappare, quel bel ragazzo gentile che l’aveva lasciata

quasi subito, neppure il tempo di conoscersi. Tutte cose normali per noi che siamo vecchie e nella vita abbiamo visto fuggire tanti bei Narcisi, che prima ci hanno corteggiato e poi se la sono date a gambe, quando hanno visto che cedevamo, che saremmo diventate appiccicose. Io lo so che anche noi abbiamo perso la testa tante volte, ma so anche che poi l’abbiamo ritrovata, l’abbiamo riavvitata con più forza sul collo.

-Insomma ce ne siamo fatte una ragione. Invece lei no, non faceva che piangere e siccome lui era uno dei suoi compagni di classe ha smesso di andare a scuola.

-Piangeva tutto il giorno, mia figlia, ripensava a ogni parola che lui aveva pronunciato, poi si guardava allo specchio e si trovava ogni difetto possibile: naso, occhi, bocca. Gambe troppo grosse e troppo corte. Alla fine ha detto che puzzava, che era per questo che lui l’aveva lasciata. L’aveva baciata una volta sola ed era fuggito disgustato.

-Così, invece di andare a scuola, ogni mattina si faceva un lungo bagno che durava ore, e anche al pomeriggio continuava a lavarsi le mani e la bocca mille volte. Non voleva andare a scuola e neppure uscire di casa. Puzzava troppo, diceva.

-Le tralascio tutti gli altri particolari, la sofferenza sua e anche la nostra, quella di mio marito e dell’altra mia figlia, che cercava in tutti i modi di parlarle e di farle coraggio. Ha solo due anni in più della piccola, la mia figlia maggiore, ma sembra già così matura.

Per aiutarla, le raccontava anche dei suoi amori infelici, tutti soffrono per amore, le ripeteva.

-Poi le cose sono precipitate. Mia figlia ha detto che erano stati i marziani che una notte erano entrati nella sua camera e l’avevano riprogrammata, ne aveva parlato anche una trasmissione televisiva, Focus mi pare, di quello che fanno gli extratrerestri quando prendono di mira un abitante del nostro pianeta. Entrano nelle case sempre di notte, si impossessano dei pensieri di qualcuno, lo resettano, fanno esperimenti di ogni tipo.

-A mia figlia avevano inserito una ghiandola che la faceva puzzare. E nello stesso tempo però l’avevano messa in contatto con altri mondi, con altre galassie. C’erano le guerre nel cielo, le Star Wars. E ogni volta che in tv scorrevano le immagini delle guerre vere, quelle dell’Africa o del Medio Oriente, mia figlia diceva che erano guerre stellari, che al telegiornale non dicevano la verità. Che lei, con la puzza, aveva ricevuto in regalo anche una grande conoscenza interplanetaria. Solo se le guerre fossero finite, lei avrebbe riavuto il suo buon odore di quando era bambina. Ma tutte quelle cose andavano rivelate, bisognava farle conoscere al mondo, occorreva scriverle. – Alla fine è stata ricoverata.

(2 – continua)

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[1] Emanuela Nava è nata a Milano, dove vive e lavora. Scrive libri per bambini e ragazzi. È stata sceneggiatrice tv. Ha lavorato per cinque anni nell’Equipe dell’Albero Azzurro, il programma tv della Rai per i più piccoli.

Tornavo da Trieste

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 05/11/2017 - 17:16

Per una psichiatria gentile

di Emanuela Nava [1]

Tornavo da Trieste, dove ero stata a trovare Peppe dell’Acqua, amico recente, di cui leggevo da anni i libri, le interviste e insomma tutti quei meravigliosi fatti che avevano portato alla 180, la rivoluzionaria legge Basaglia.

Ero in uno scompartimento quasi vuoto di una Freccia Rossa partita nel buio alle cinque del pomeriggio di un giorno invernale. Niente mare alla mia sinistra, niente blu turchese, il colore luminoso che mi aveva accolto all’improvviso all’andata, dopo un viaggio mattutino trascorso da Milano a Venezia quasi tutto nella nebbia.

Avevo appoggiato un libro sul tavolinetto. E la borsa sul sedile libero accanto al mio. Avevo persino allungato le gambe, felice di essere sola in un posto vicino al finestrino che, quando il treno è pieno, lascia a mala pena la possibilità di muovere i piedi.

Prima di aprire il libro, le fiabe dei fratelli Grimm nella versione integrale, quella che negli ultimi anni, molti, leggendo o raccontando le storie, avevano censurato, perché alcune parti venivano considerate troppo violente per i bambini, e così la regina di Biancaneve non danzava più con le scarpe di ferro rovente, alle sorellastre di Cenerentola le colombe non cavavano più gli occhi e l’orco di Pollicino non uccideva più le sue sette figlie, ripensavo  alla giornata trascorsa a Trieste.

Il servizio psichiatrico di diagnosi e cura in ospedale con la porta aperta, pochissimi lettini come quelli di una casa, sedie e tavoli colorati. La televisione a portata di tutti e i centri aperti in città a tutte le ore. E poi il Posto delle Fragole, dove avevo pranzato, il ristorante gestito da una cooperativa di pazienti, nato all’interno dell’ex Ospedale Psichiatrico San Giovanni, dopo che Marco Cavallo con la pancia piena di racconti e poesie aveva, più potente del cavallo di Troia, distrutto le certezze di chi si era sentito assediato da ciò che non comprendeva e per questo si era arroccato nella cittadella della propria buona salute.

Di nuovo, come nelle storie dei fratelli Grimm epurate, coloro che si consideravano buoni e sani avevano nascosto per anni il male. Ma non c’è di meglio che negare il male per farlo crescere. Dietro i cancelli sbarrati, dentro le stanze dove tutto è permesso perché invisibile. Dentro il dolore della malattia, dichiarata eterna e incurabile.

Era questo a cui pensavo, alla giornata trascorsa in quei luoghi e con quelle persone, a ciò che era necessario raccontare, anche se tutti ne avevano paura. Pensavo alla legge 180, voluta da Franco Basaglia, che aveva aperto i manicomi e pensavo ai protagonisti delle fiabe che partivano sempre da uno svantaggio, da una situazione immeritata e poi trovavano la forza per superare le prove e avere la meglio su orchi e streghe, quando udii una voce:

-Posso sedermi?

Alzai gli occhi e vidi una signora, più o meno della mia età, con cappello e sciarpa scuri che quasi le nascondevano il volto.

-Posso sedermi?- ripeté.

La guardai e ritirai le gambe con cui avevo occupato tutto lo spazio possibile.

Il posto 9 A era il suo, proprio di fronte al mio 8 A, ma la carrozza era quasi vuota e la tentazione fu forte. La signora si era tolta cappello, sciarpa e cappotto e con i suoi indumenti aveva occupato anche gli altri due posti che davano sul corridoio. Volevo alzarmi, sedermi altrove, ma stava passando il controllore e la sciarpa, finita sulla mia borsa, si era arrotolata alla tracolla.

-Mi scusi, l’aiuto io!- esclamò lei. Si sporse sopra di me con una tale agitazione che per poco non mi portò via la borsa insieme alla sciarpa.

Il controllore aspettava, ci guardava in silenzio e aspettava. Quando finalmente la borsa fu liberata dalla sciarpa e il controllore con un cenno di assenso avanzò lungo il corridoio, la signora mi sorrise e chiese:

-Lei viene da Trieste?

-Sì.- annuii.

-Io vengo dalla Croazia. Sono stata a pregare nella chiesa della Madonna della Misericordia di Pola. Dicono che sia una Madonna molto potente. La conosce?

-No, non la conosco.- risposi. –Non sono mai stata a Pola.

-Dovrebbe andarci, se avesse una grazia da chiedere. Ma mi auguro non abbia nulla di così importante da domandare. Neppure io la conoscevo prima che mia figlia si ammalasse. La signora sorrise, un sorriso con occhi spenti, opachi. Fui percorsa da un brivido.

-Quando ascolto le persone mi specchio nella loro e nella mia fragilità.- mi aveva detto Peppe quella mattina. Anch’io all’improvviso avvertii nella mia insofferenza di poco prima non solo il desiderio di stare sola, ma anche la paura forse di specchiarmi negli occhi di chi non conoscevo. Ma lei sembrava non essersene accorta: continuava a inseguire il suo pensiero o forse solo il desiderio di condividerlo con qualcuno.

-Alla Madonna ho recitato il rosario, duecento Ave Maria e 50 Padre  Nostro, inginocchiata e con gli occhi bassi. A ogni Padre Nostro, alzavo lo sguardo, sorridevo a Maria, le ricordavo perché ero lì.

Ero lì per mia figlia. La signora mi fissò per qualche istante, in silenzio.

-Spero di non disturbarla!- rise all’improvviso, coprendosi la bocca.

–Lei crede nelle formule magiche? Vedo che sta leggendo un libro di fiabe.

-Sì, ci credo. Credo nella potenza delle storie. Le storie raccontano senza spiegare. Ci incoraggiano perché parlano alla parte più profonda di noi stessi.

-Oh che bello! Dovrebbe dirlo alla psicologa del Centro Psico Sociale dove vado una volta al mese.- sospirò. -Ogni sera quando mia figlia prende la polverina che le hanno prescritto, le dico: ecco la tua formula magica, quella che ti renderà più forte. Ma la psicologa mi ha detto di no, che è una sciocchezza, che devo parlare con chiarezza a mia figlia. Ma noi, sin da quando lei era una bambina, in casa, le medicine, le abbiamo sempre chiamate formule magiche.

Non sapevo come chiederlo, quali parole cuscino usare, preoccupata dipronunciare parole zannute che potessero non essere abbastanza gentili.

-Cosa è accaduto a sua figlia? Non sta bene?

-Oh è stata molto male. È successo quasi un anno fa. Non so se lei sa che può accadere, ma mia figlia un giorno ha confuso le guerre che ci sono nel mondo con Star Wars, il film, l’ha visto? I medici hanno detto che era una crisi psicotica. Quando vedeva immagini della guerra vera piangeva e si disperava e diceva che voleva andare sulla luna per aiutare quelle povere creature che vivono in cielo e soffrono così tanto. È arrivata in ospedale che delirava.

(1/3 continua)

[1] Emanuela Nava è nata a Milano, dove vive e lavora. Scrive libri per bambini e ragazzi. È stata sceneggiatrice tv. Ha lavorato per cinque anni nell’Equipe dell’Albero Azzurro, il programma tv della Rai per i più piccoli.

La morte di Assunta Signorelli ci addolora profondamente.

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 03/11/2017 - 12:55

Vogliamo ricordarla con le belle parole di Maria Grazia Giannichedda:

“Con Assunta Signorelli, che se ne è andata ieri notte dopo una malattia veloce e senza scampo, abbiamo condiviso una parte lunga e importante delle nostre vite. Siamo arrivate entrambe a Trieste giovanissime, quando Franco Basaglia iniziava a dirigere l’ospedale psichiatrico, Assunta si era specializzata in psichiatria a Parma, dove era andata proprio per lavorare con Basaglia, mentre io mi ero appena laureata in legge ed ero convinta che la strada per prendere sul serio la democrazia passasse anche da lì, dall’impresa di distruggere l’ospedale psichiatrico.

Quando alla fine dell’estate sono stata alcuni giorni da Assunta abbiamo riso molto su quanto eravamo avventurose e malvestite in quegli anni, e anche generose, determinate, resistenti, perché non era facile mettersi e stare in gioco in quegli avvenimenti che esaltavano e sconquassavano, e che spaventarono non pochi. Abbiamo anche messo insieme i ricordi di un periodo dimenticato nel racconto sulla riforma psichiatrica, gli anni in cui Basaglia non c’era più e non c’erano neppure servizi di salute mentale in gran parte del paese, mentre continuavano le “dimissioni selvagge” e cominciava la rivolta delle famiglie, anzi delle madri, mogli, sorelle di persone con disturbi mentali che si ritrovavano a essere  il manicomio che la legge aveva voluto chiudere, come mi disse una di loro.

Noi mettemmo in piedi allora una delle iniziative più pazze di quegli anni:  un manipolo di volontarie – due psicologhe, un’assistente sociale, la leader della sola associazione di familiari che chiedeva non l’abolizione della riforma ma la sua applicazione, e poi Assunta, che all’epoca lavorava a Roma ed io, che collaboravo con la Sinistra Indipendente di cui Franca Ongaro Basaglia era senatrice – gestimmo per quasi due anni un centralino con diverse linee che, ogni pomeriggio dal lunedì al sabato, rispondeva a chiamate che arrivavano da tutta Italia poiché  il numero era pubblicizzato dal “Maurizio Costanzo show” che seguiva l’iniziativa sostenendoci nelle denunce, nella ricerca di soluzioni, nella messa in rete delle persone.

Organizzammo anche viaggi dove le cose funzionavano, soprattutto a Trieste, per far vedere cosa significasse un sistema di servizi al posto del manicomio. Nacque così il “Coordinamento salute mentale. Associazioni di familiari, utenti, cittadini” che poi si trasformò nella Unasam, Unione nazionale salute mentale, attiva tutt’ora. Mi è capitato di litigare diverse volte con Assunta negli oltre quaranta anni in cui abbiamo fatto e pensato cose insieme, ma anche quando non eravamo d’accordo sulle visioni lo eravamo poi sulle pratiche, su ciò che si deve fare, su come si deve farlo.

Così è stato nel programma nazionale sui migranti, così sulla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e sulla violenza contro le donne, per dire del presente su cui Assunta è stata impegnata finché ha potuto. Quando ha scoperto di avere un futuro assai breve è stata forte, coraggiosa; certo non era contenta di andarsene perché era curiosa di vedere i suoi figli da adulti e le sue tre nipotine crescere, ed era curiosa anche di questo mondo in cui abbiamo fatto una vita bella – ci siamo dette – cercando di migliorarlo.

Maria Grazia Giannichedda

Agostino Pirella. Un maestro.

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 02/11/2017 - 18:44

(Cerati, Gorizia 1968, Ospedale psichiatrico)

di Vito D’Anza*

Domenica 29 ottobre Agostino Pirella è morto. Tutto il movimento anti istituzionale è oggi più povero.

L’impegno politico indissolubile dalla pratica terapeutica e la rigorosa misura critica del suo lavoro scientifico hanno costruito un’immagine e un punto di riferimento unico per tutti noi. Tanti giovani hanno potuto attingere dal suo lavoro  per armarsi di parole, di conoscenze, di consapevolezze per affrontare la durezza del lavoro del manicomio e reggere le fatiche, le frustrazioni, le attese  della lunga marcia di attraversamento delle istituzioni.

La tenacia e la caparbietà di Agostino credo siano proverbiali. Tutta la sua vita si è consumata smontando manicomi: Mantova, Gorizia, Arezzo, Torino/Collegno. Sebbene lo conoscessi personalmente e bene dal 1985 ho avuto occasione di lavorare con lui solo per alcuni anni in Piemonte: io giovane psichiatra e Agostino  alla direzione della salute mentale della Regione Piemonte. Lui Presidente di Psichiatria Democratica e io, con Luciano Sorrentino e Roberto Beneduce, alla segreteria regionale. In quei pochi anni ho appreso tanto, quanto mi è servito negli anni a venire. Concedeva poco alla genericità, alla stanchezza, alle “scorciatoie”. A un collega psichiatra che proponeva una soluzione alquanto ambigua e confusa per affrontare le resistenze di un giovane paziente: “… avete a che fare con persone con disturbo psicotico che sempre necessitano  di chiarezza e autenticità. Queste persone  – ci disse – devono essere aiutate a contenere le proprie angosce. Se siamo ambigui e confusi nel nostro essere e nel nostro comunicare difficilmente saremo capaci di rispondere al bisogno di rassicurazione”.  Una piccola lezione che ha sempre orientato il mio lavoro futuro.

Mi piace ricordare, come colleghi più anziani mi hanno raccontato, che Agostino era stato un bravissimo calciatore. Con malcelato orgoglio se qualche volta a cena si finiva a parlare di calcio raccontava della sua militanza in una squadra di serie C. Una sera di primavera di più di trent’anni fa, nel corso di un convegno a Napoli, rientrando in albergo avevano incrociato un gruppo di ragazzi che giocavano a pallone. Era molto tardi. Restarono per un po’ a guardare. I ragazzi, quasi a provocare li sfidarono. Agostino senza tentennamenti si tirò su il risvolto dei pantaloni e la partita cominciò.

* portavoce nazionale del Forum Salute Mentale

Lo splendido diario

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 29/10/2017 - 16:30

(ph Raffaella Dal Toso)

di Eugenio Borgna

La legge 180 ha radicalmente cambiata, nel 1978,  la ragione d’essere pratica, e anche teorica, della psichiatria italiana, cancellandone le intollerabili modalità di realizzazione, e rendendola la migliore delle psichiatrie possibili; ma ancora oggi non sempre, e non in ogni regione, le modalità concrete di fare psichiatria corrispondono ai grandi ideali scientifici, etici e umani, che animano la legge di riforma, e questo in particolare nel contesto dei servizi ospedalieri di psichiatria. Ci sono servizi nei quali le porte sono chiuse, e nei quali la dilagante somministrazione psicofarmacologica non si accompagna a strategie psicoterapeutiche e socioterapeutiche; e ci sono servizi nei quali la contenzione, questa violenza che ogni psichiatria degna di questo nome rifiuta, continua a essere attuata. Sono nondimeno comportamenti, questi, che non mancano, e sono forse frequenti, anche in quelle strutture che si possono chiamare, almeno indiziariamente, comunitarie.

Come si correlano con queste mie considerazioni generali le esperienze di Alberto Fragomeni, l’autore di Dettagli inutili, che è il doloroso splendido diario della sua sofferenza psichica rivissuta nel corso degli anni con coraggio, e con passione? Sono esperienze vissute in un dialogo senza fine con il dolore, con la depressione, con il male di vivere, con il male oscuro, con la maniacalità, e con una cura non sempre capace di ascolto e di comprensione; e sono esperienze descritte con un linguaggio di una bellezza e di una ricchezza emozionale, di una chiarezza e di una leggerezza, semplicemente straordinarie. Sono esperienze che noi leggiamo con stupore nel cuore: affascinati dall’intensità e dalla profondità delle riflessioni, e delle risonanze interiori, e dalla resistenza ferma e ardente alle influenze dolorose della malattia, e delle modalità di comportamento talora fredde e impazienti da parte di medici e di infermieri. Sono esperienze che testimoniano della sensibilità e della dimensione umana della sofferenza, anche quando questa è acuta e profonda, straziante talora e alienante, e che dimostrano la grande radicale importanza della relazione, dell’essere in dialogo, nell’articolazione della cura in psichiatria. Sono esperienze che solo chi ne abbia a soffrire conosce fino in fondo, e riesce a descrivere nella sua palpitante verità psicologica e umana; consentendo alla psichiatria di avvicinarsi al cuore della sofferenza: altrimenti irraggiungibile.

Sono esperienze espresse con un linguaggio di grande chiarezza, e di non comune pregnanza emozionale, che consente ad Alberto Fragomeni di farci conoscere i suoi pensieri e le sue emozioni, i suoi modi di rivivere la sofferenza e le sue doti di intuizione e di riflessione, la sua capacità di de-limitare l’influenza della malattia e di mantenere in ogni momento la coscienza acuta del suo malessere. La malattia, le accensioni brucianti della malattia, non spengono mai la percezione acuta del senso della sofferenza, e non lacerano, e nemmeno incrinano, la inclinazione allo studio e alla ricerca, alla lettura e alla rilettura di grandi e complessi testi di filosofia. Leggiamo stupefatti che egli si avvicina a libri fra i più complessi della filosofia moderna, come sono quelli di Karl Jaspers e di Martin Heidegger, con passione e con entusiasmo; e questo nonostante che da molti anni ormai la sua vita si svolga in un appartamento protetto: così è chiamata la struttura comunitaria in cui vive. La storia della sua vita si svolge senza che mai si manifestino comportamenti incrinati da aggressività, e invece sempre sigillati da una rara gentilezza. Nemmeno mai vengono meno la comprensione e l’accoglienza del modo di vivere delle pazienti e dei pazienti con cui Alberto Fragomeni si incontra.

Sono esperienze le sue, che solo la legge di riforma della psichiatria italiana ha reso possibili nel contesto di quella che è stata la chiusura dei manicomi nei quali, come si sa, la dignità della sofferenza psichica veniva radicalmente negata, e lacerata. Questo libro, sulla scia di straordinarie capacità espressive, testimonia della ricchezza umana e della gentilezza d’animo che si accompagnano alla malattia in psichiatria, e della rivoluzione alla quale è giunta in essa la cura non più irrigidita, e pietrificata, nei soli binari della farmacoterapia, ma allargata a modelli psicoterapeutici e socioterapeutici. Sono cose che tutti conosciamo, e cerchiamo di fare, ma che Alberto Fragomeni dimostra essere necessarie in questo bellissimo libro, che tutti dovrebbero leggere, non solo psichiatri e psicologi, e che ha in sé un grande valore formativo e, anche, educativo, perché ci confronta con l’aspetto interiore della malattia e della sofferenza in psichiatria, e ci aiuta a non perdere la speranza nemmeno quando non si possa giungere alla completa risoluzione della condizione di malattia. Un libro che si comincia a leggere, e non si riesce a interrompere: affascinati dalla sua originalità, e dalla sua umanità, dalla sua tenerezza, e dalla sua sensibilità.

Un libro che ci invita a riguardare e a superare il groviglio dei pregiudizi che non consentono ancora oggi di riconoscere la dimensione psicologica e umana della sofferenza psichica, della malattia in psichiatria, ricondotta abitualmente alla sua reificazione, alla sua riduzione a esperienza senza significato, e senza valore. Sono pochi i libri che, come questo, possano essere utilmente letti e illustrati nelle scuole, anche nella scuola primaria, al fine di ridare alla malattia in psichiatria, e alla grande sofferenza che l’accompagna, la loro irrevocabile dignità, e la loro  nobiltà. Seguendo modelli formativi, come questo, ci si potrebbe attendere che, sulla scia della straordinaria rivoluzione che ha portato in Italia alla restaurazione della libertà nel deserto agghiacciante dei manicomi, la follia sia considerata come una dimensione della vita alla quale ciascuno di noi possa andare incontro. Il grande respiro etico del pensiero e dell’azione di Franco Basaglia non si limiterebbe allora alla realizzazione di una psichiatria umana e gentile, ma entrerebbe a fare parte della vita delle giovani generazioni, al di là di una opinione pubblica indifferente, e non di rado ostile, alla accoglienza di ogni forma di sofferenza psichica.

(da l’Espresso  n° 43, 22 ottobre ’17)

(Dettagli inutili, Alberto Fragomeni. Collana 180. Archivio critico della salute mentale _edizioni AB verlag, Merano, 2016)

Un carcere sano fa bene a tutti

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 29/10/2017 - 16:17

di Nerina Dirindin

Gli istituti carcerari intercettano la domanda di salute di una parte della popolazione, la più fragile e la più vulnerabile; il servizio sanitario dovrebbe essere in grado di rendere effettiva la tutela della salute della popolazione detenuta e di coloro che operano negli istituti penitenziari. E invece la salute in carcere è ormai una vera urgenza, per il carcere ma anche per le istituzioni, la società civile e la politica.
Di questo si è parlato il 2 ottobre a Regina Coeli in occasione di un seminario sulla salute mentale, in carcere e nel territorio, con l’obiettivo di dire No alla rassegnazione e di dire Si alla presa in carico delle persone. La giornata è stata organizzata dal Forum Nazionale per la Salute in Carcere e dalla CC Regina Coeli, grazie all’impegno di tanti operatori, volontari e responsabili della salute in carcere e con la partecipazione di autorevoli esponenti della giustizia, della sanità e della regione Lazio.
Sono state ascoltate le testimonianze di persone, famigliari e operatori e sono stati chiesti impegni precisi alle istituzioni, anche rilanciando il lavoro degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale del 2016 (in particolare nel tavolo 10 “Salute e disagio psichico”).

Garantire la salute in carcere deve essere una occasione per il sistema sanitario, e per l’intero Paese, per dimostrare la propria capacità di occuparsi dei più deboli. Non può essere considerato solo un onere, ma un impegno civile. Una opportunità per la realizzazione di percorsi condivisi, per la formazione di operatori della salute in sinergia con gli operatori della sicurezza, per l’adozione di un vocabolario comune tra professionisti. Punto di incontro deve essere la presa in carico, i percorsi individuali, le équipe multidimensionali, il rapporto con il territorio. Non è un’utopia, si può incominciare, anzi in alcune realtà è già iniziato.
È una battaglia culturale, professionale e civile che il sistema deve saper affrontare, come 30 anni fa ha affrontato il tema delle tossicodipendenze con l’ingresso degli operatori dei Sert in carcere.
E invece sono emerse tante difficoltà: dalla semplice irregolarità nelle forniture di materiali per la cura delle persone e dell’ambiente, ai percorsi terapeutici troppo spesso solo abbozzati e subito interrotti (anche a causa dei frequenti trasferimenti), fino al disagio vissuto dagli operatori.
Si registrano difficoltà ad accedere alle prestazioni sanitarie, in particolare per i detenuti con patologie croniche e anziani, nonché alle strutture sanitarie esterne di cura e riabilitazione (anche in presenza di esecuzione di misure alternative alla detenzione). Alle difficoltà delle liste di attesa, si sommano quelle derivanti dalle differenti procedure seguite da ogni ufficio. Si pensi alla lunga e complessa procedura per l’inserimento in RSA. L’accesso ai servizi è impossibile per chi non ha la residenza o per chi non ha una rete sociale di protezione (come le persone senza fissa dimora).
Preoccupante è la situazione degli stranieri, che in alcuni istituti superano il 60% della popolazione detenuta. Gli Istituti Penitenziari sono infatti tante piccole Lampedusa che hanno come front office la Polizia Penitenziaria e i volontari. Si ascoltano storie personali drammatiche, spesso segnate da esperienze terribili. C’è una generazione di giovani stranieri, con un disagio sociale e psicologico importante. E purtroppo – non ce lo possiamo nascondere – spesso il carcere è l’unica risposta che le istituzioni sono in grado di dare. Mancano i mediatori culturali, i rapporti con ambasciate e consolati sono difficili, l’accesso alle cure di continuità sul territorio sono quasi impossibili e i percorsi terapeutici avviati sono spesso sospesi.
Non è più il tempo di semplici enunciazioni di principio: bisogna passare, in ogni realtà, alle azioni concrete, grazie all’impegno faticoso e paziente di tutti.
La regione Lazio si è impegnata a dare concreta attuazione alle iniziative in capo ai Dipartimenti di salute Mentale: l’impegno del Forum Salute in Carcere è monitorarne la realizzazione.

Nerina Dirindin
Presidente Forum Nazionale Salute in Carcere

Luigi Benevelli, In memoria di Ernesto Muggia (1937-2017)

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 27/10/2017 - 17:30

Il contributo di Luigi Benevelli, all’incontro in ricordo di Ernesto Muggia, la sua persona, il suo lavoro, quanto ci ha lasciato, che si è tenuto il 19 ottobre, presso la Camera del Lavoro di Milano.

La famiglia, gli affetti, il lavoro professionale

Ernesto Muggia nacque in una famiglia ebraica, figlio di Enzo e Elsa Debenedetti. Iolanda, sorella della mamma Elsa, sposò il medico Leonardo De Benedetti ( 1898 – 1983), una figura cui Ernesto fu molto legato. Leonardo e Jolanda furono attivi nel Delasem (Delegazione per l’assistenza agli emigranti ebrei profughi provenienti dai territori del Reich). Quando la situazione si fece minacciosa per gli ebrei italiani, le famiglie Debenedetti che si incontravano nella casa di Beniamino, nonno materno di Ernesto, si dispersero “in varie cascine” ; Elsa, Enzo e i tre figli. Ernesto, Alberto ed Eugenio, al Groppo presso Voghera. Una parte delle famiglie Debenedetti trovò rifugio in Svizzera, mentre Leonardo e Jolanda ne furono respinti. Catturati, furono inviati al campo di Fossoli e da lì, il 22 febbraio 1944, ad Auschwitz dove il convoglio arrivò 4 giorni dopo. Jolanda fu gassata subito, all’arrivo. Leonardo sopravvisse al’internamento e, alla liberazione, con Primo Levi scrisse per i russi un rapporto sulle condizioni sanitarie degli internati nel campo di Buna-Monowitz e testimoniò nei processi contro Höss e Mengele[1].

Negli anni del dopoguerra la famiglia Muggia continuò ad essere percossa da altre tragedie e  drammi: Eugenio, il terzo fratello di Ernesto, un giovane molto intelligente e solare, laureato in Fisica a Milano, e sposato nel ’68, morì per un tumore nel ’69; l’altro fratello Alberto ammalò di malattia mentale  nel ’61, mentre era all’ultimo anno della Facoltà  di Fisica. La vicenda di Alberto portò Ernesto a contatto con gran parte delle offerte di assistenza psichiatrica pubbliche e private presenti in Italia ed anche in Svizzera e Francia. E, ancora, il  figlio di Ernesto, Alessandro, morì nel 1999 in un tragico incidente.

Ernesto, si laureò nel 1962 in Ingegneria chimica al Politecnico di Milano; nel 1964 si sposò con Ida, psicologa dell’infanzia; avranno due figli, Alessandro e Silvia, medico.

Lasciò il suo primo lavoro da ingegnere alla cartiera Vita Mayer in seguito alla morte improvvisa nel’63 del padre, che si occupava di filatelia. Quello dei  francobolli fu un interesse che mantenne come attività  collaterale. Ernesto divenne psicologo conseguendo la specializzazione triennale post-laurea presso l’Istituto di psicologia dell’Università Statale di Milano diretto da Marcello Cesa Bianchi. Si occupò di psicologia del lavoro e delle organizzazioni.  Dal ’66 al ’79 lavorò all’IBM, dove svolse attività di programmazione e informatizzazione in grandi aziende. All’IBM fu attivo nel Consiglio di fabbrica e si occupò della qualità delle condizioni di lavoro, cosa che gli ha ostacolò la carriera, pur avendo ottenuto risultati importanti per l’azienda.

Ernesto è stato in analisi personale; nella sua formazione c’è anche un lungo periodo di apprendimento e poi affiancamento ad Armando Bauleo nella conduzione di gruppi.

Ernesto mantenne nel tempo intense relazioni con Torino, dove la madre aveva  vissuto e studiato (era laureata in scienze naturali) e aveva le famiglie del fratello e della sorella. A Cogne, in montagna,  Ernesto aveva casa, un riferimento per le estati e gli inverni, un luogo di riunione per la famiglia e di incontro con gli amici torinesi ebrei e non.

Ernesto Muggia: un grande lavoro per la salute mentale

Con questa importante, drammatica storia alle spalle e sulle spalle, Ernesto Muggia si dedicò al lavoro di costruzione, in Italia, di un grande, forte, autorevole movimento per il diritto alla salute mentale.  Di seguito cito alcuni importanti eventi dei quali Ernesto fu promotore e protagonista.

1993- Viene fondata l’UNASAM (Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale) ed  Ernesto ne è il primo Presidente.

1994-  Psichiatria Democratica, CGIL Funzione Pubblica, UNASAM (e poi  ARCI Solidarietà) danno vita alla Consulta nazionale per la salute mentale. Nello stesso anno si tiene il Congresso UNASAM,  Un futuro migliore per chi soffre di malattia mentale, presso il Centro Congressi CARIPLO. Gli atti, con la presentazione di Franco Rotelli, sono pubblicati a cura di UNASAM e IREF, Milano 1994. Fra gli altri sono presenti o danno la loro adesione: Benedetto Saraceno, Peppe Dell’Acqua, Alberto Martinelli, Arcadio Erlicher, Paolo Crepet, Pier Francesco Galli, Angelo Righetti, Fiorella Ghilardotti,  José Bertolote. Nella relazione introduttiva[2] Ernesto Muggia chiede di  abbandonare i vecchi schemi ideologici; concentrare gli sforzi sui fatti; abbandonare il triste rituale dei lamenti e dei pianti, , “non essere più costretti a mendicare concessioni”; pone  con forza l’esigenza di una forza capace di partecipare a progettazione, realizzazione, verifica dei risultati  e che poggi su tre poli: i sofferenti, le associazioni delle famiglie, le equipes socio terapiche. Afferma l’urgenza che le associazioni delle famiglie abbandonino la posizione di chi si lamenta solo e sempre, che non si dividano sulla base di pregiudizi ideologici, che non chiedano concessioni e favori, per passare a quella ben più utile e dignitosa di chi ha esperienze da valorizzare, proposte da discutere, diritti da far valere. Fra gli obiettivi che intende perseguire Ernesto elenca: la garanzia della presa in carico del sofferente da parte dei servizi dentro un progetto personalizzato di salute, con coinvolgimento delle famiglie; la chiusura dei manicomi pubblici; una psichiatria nuova, di territorio, meno medica e più sociale, aperta alla collaborazione con altre discipline, con la famiglia e le imprese sociali; progressi nella ricerca biomedica;  una nuova generazione di operatori formati appositamente per agire sul territorio. Grande, importante novità è quella di un nuovo rapporto con i media perché il nemico principale sono il pregiudizio, la paura, l’ignoranza. Di qui il fare prevenzione a partire dalle scuole dando il via a una CAMPAGNA DI INFORMAZIONE che combatta i pregiudizi che con certe malattie non ci sia niente da fare.  E qui Ernesto cita il Primo Levi[3] delle “zone grige”.

Avanti poi con la riforma dell’assistenza e una migliore integrazione fra sociale e sanitario. Altri problemi: il malato che rifiuta i trattamenti; gli aspetti etici della sperimentazione in psichiatria, il superamento del manicomio giudiziario.  Appello per associazioni radicate sul territorio; no a contrapposizioni ideologiche; collaborazione con i servizi, ma libertà di critica di fronte alle inadempienze. Per concludere: facciamo in modo tutti insieme che questa tragedia (della malattia mentale grave) sia più umana.

1995- Si costituisce presso il Ministero della Sanità dell’Osservatorio per la tutela della salute mentale;  Ernesto Muggia fa parte del Comitato di Presidenza

1996- Seminario del Politecnico di Milano e dell’ Istituto Mario Negri, Nuove urbanità- dalla chiusura degli ospedali psichiatrici alle reti di salute mentale, Milano 21 novembre. Ernesto presiede con Cesare Stevan i lavori della seconda sessione Salute mentale urbana: ruolo delle amministrazioni pubbliche e progetti integrati.

1998- UNASAM,  Convegno Internazionale Il carico delle famiglie e il problema della qualità nella salute mentale; il punto di vista di utenti e familiari, Bologna, settembre[4]. Messaggio di apertura di Rita Levi Montalcini; messaggi di Romano Prodi e Rosi Bindi. Ernesto tiene la relazione introduttiva  nella quale dà conto del lavoro svolto, elenca con orgoglio[5] i collegamenti attivati da UNASAM con l’ingresso nel direttivo di EUFAMI e WAPR[6]; e le delegazioni presenti: per l’Italia: Osservatorio Nazionale Ministero della Sanità; Consulta nazionale per la salute mentale; SIP, SIRP, WAPR Italia; Diapsigra; Airsam; per l’Estero: EUFAMI; WAPR WFMH[7].

Mentre registra che “la voce delle famiglie comincia ad essere ascoltata” e che “la presenza di UNASAM ha iniziato una fase di nuova, competente e appassionata collaborazione, e non più soltanto di critica e di protesta”, lamenta la mancanza “ancora in Italia” dell’apporto diretto degli utenti, di una “voce non più mediata e filtrata da operatori e da familiari che, pur con la migliore buona volontà, non possono non far trasparire la loro opinione”[8]. Gli obiettivi: subito il progetto obiettivo 1998-2000 e i parametri di accreditamento per le strutture pubbliche e private; una Legge finanziaria 1999 con finanziamenti per la salute mentale vincolati in conto capitale e spesa corrente; dare applicazione e far applicare le leggi su tutto il territorio della Repubblica.

1999- 18 novembre – Risoluzione del Consiglio dell’Unione Europea sulla promozione della salute mentale

2000- È approvata la legge quadro nazionale di riforma dei servizi sociali n. 382. Il 24 Novembre dello stesso anno il Comitato Nazionale per la Bioetica adottava il Parere su   PSICHIATRIA E SALUTE MENTALE . Dalla presentazione: “A più di vent’anni dall’entrata in vigore della legge 180 del 1978, incorporata poco dopo nella legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale (n. 833 del 1978), il Comitato Nazionale per la Bioetica ha avvertito l’esigenza di affrontare una nuova riflessione sugli aspetti etici, professionali e sociali della salute mentale e dell’assistenza psichiatrica. Diverse motivazioni hanno contribuito alla decisione di affrontare l’argomento creando un gruppo di lavoro ad hoc. Fra queste le sollecitazioni rivolte al C.N.B. dalle associazioni dei familiari dei malati mentali (corsivo del redattore)e dagli operatori nei servizi, l’approvazione (per la prima volta) da parte del Governo di un Progetto-obiettivo sulla salute mentale per il triennio 1998-2000, e il fatto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso di dedicare l’anno 2001 alla salute mentale e ha prodotto sulla questione un rapporto dal titolo “Malattie non infettive e Salute mentale” (giugno 2000). Già un anno fa inoltre, il 19 novembre 1999, il C. N.B. aveva risposto ad una richiesta di parere avanzata dal Comitato di bioetica del Consiglio d’Europa (CDBI) in merito al testo di un “Libro bianco sul trattamento dei pazienti psichiatrici. Lo stesso Consiglio d’Europa ha successivamente più volte sollecitato il Comitato affinché predisponesse un rapporto e una valutazione della situazione italiana a seguito della legge n. 180, riconoscendo l’originalità e l’importanza del modello di assistenza in essa contenuta. Il gruppo di lavoro dedicato alla salute mentale ha focalizzato la sua attenzione sui temi dell’assistenza e dei diritti del paziente con disturbi mentali, e a tal fine ha deciso di avvalersi della competenza di studiosi ed esperti che avessero una specifica conoscenza dell’assistenza psichiatrica in Italia, delle esigenze dei familiari, dei nuovi orientamenti normativi, dell’epidemiologia delle malattie mentali e delle necessità dei pazienti”. Del gruppo di lavoro del gruppo coordinato da Michele Schiavone e da Simonetta Matone fa parte Ernesto.

2001- L’OMS proclama l’Anno mondiale per la salute mentale. Esce  il “The World Health Report”, Mental health: new understandings, new hope.

Si tiene la prima conferenza nazionale per la salute mentale, Roma,10-12 gennaio. In quella sede Ernesto (UNASAM) e Annarosa Andretta (DIAPSIGRA), a conferma dell’unità “politica” del movimento delle famiglie italiane”, presentarono un documento a firma congiunta nel quale si rivolgevano agli “Onorevoli rappresentanti del parlamento, Onorevoli Ministri della Sanità, degli Affari Sociali, della Giustizia, del Lavoro, al Presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle province Autonome, al presidente dell’ANCI” e ai “Signori Rappresentanti degli Enti nazionali presenti”  per denunciare “la gravità dei problemi correlati alla tutela della salute mentale e ancora irrisolti in troppe zone del territorio nazionale, l’abbandono dei malati e delle loro famiglie, la diffusione di cattivi trattamenti e la permanenza di antichi pregiudizi stigmatizzanti” , richiedere “una presa di posizione autorevole e non più procrastinabile”,  la diffusione obbligatoria delle “buone pratiche”, la collocazione dei sofferenti e dei loro familiari come protagonisti nella “valutazione dei bisogni e la verifica della qualità dei servizi”. Il motto è: Se si può si deve.

E aggiungevano: “nel malaugurato caso di ulteriori rinvii o ritardi, ne andrebbe certamente a patire la moltitudine dei sofferenti e delle loro famiglie, schiacciata da questa dolorosa vicenda, ma anche la credibilità di questa democrazia. Non solo nella sua collegialità ma anche nelle sue responsabilità individuali”.

Nello stesso anno 2001 usciva l’agile volume a più voci Salute mentale, contro il pregiudizio il coraggio delle cure[9], con gli interventi di G.B. Cassano, G. Dell’Acqua, G. Garattini, M. Maj, P.L. Morosini, C. Munizza, G. Racagni, E. Muggia, e la presentazione di G.H. Brudtland, direttore generale OMS. Ernesto ne Il ruolo delle associazioni dei familiari (pp. 125-190), riprende i temi della lotta a pregiudizio, paura, vergogna, colpa e del ruolo dei media. Le associazioni sostengono le famiglie  nella condivisione della sofferenza, con la rottura della solitudine, la difesa dei diritti. Ribaditi gli obiettivi di una  presenza vigile, non solo rivendicativa e antagonista, a fianco dei servizi e delle cose da cambiare.

2002- 9 novembre, Bologna, Sala dello Zodiaco di via Zamboni, Ernesto presiede il Seminario Diritti della persona e legislazione psichiatrica in Europa

2003- UNASAM aderisce al Forum Salute Mentale che si costituisce il 16 ottobre a Roma. Ernesto parteciperà alla discussione, alla preparazione delle iniziative che si svolsero in tutta Italia, in particolare sulle contenzioni e la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Assai serrato si fa il lavoro con la CGIL, Stefano Cecconi negli anni più recenti,  e Franco Rotelli, Peppe Dell’Acqua, Giovanna Del Giudice e in generale il DSM di Trieste. Nello stesso anno a Roma, nell’area del manicomio di S. Maria della Pietà, il 27-29 novembre si tiene il Congresso nazionale UNASAM sul tema de Il punto sulla salute mentale: buone pratiche e percorsi di ripresa, Regione per Regione. Il Congresso è aperto dal  sottosegretario Antonio Guidi; Alain Topor tiene la relazione magistrale Percorsi di ripresa; intervengono fra gli altri  Benedetto Saraceno (OMS Ginevra), il presidente EUFAMI Begonia Arino, il presidente della Società italiana di psichiatria Carmine Munizza; tre sessioni di lavoro sono dedicate alla presentazione da parte delle associazioni dei familiari della situazione italiana, Regione per Regione; prendono la parola utenti che presentano i loro problemi e le loro esperienze. Ernesto tiene la relazione introduttiva nella quale denuncia una situazione inaccettabile, reclama il valore cogente delle leggi dello Stato, in particolare la disponibilità concreta delle risorse per poterle applicare[10]. Il motto diventa: Se si vuole si può e se si può si deve

Da tale complesso di stimoli, alleanze e collaborazioni scaturiscono numerose iniziative ed incontri pubblici, testi pubblicati e presentati per tutta Italia.[11]

Sempre nel 2003 si costituisce il Forum Salute mentale Lombardia che organizzerà nel 2006 il 3° incontro nazionale a Milano.  Dall’autunno 2003 al 2006,  L’Associazione mondiale di riabilitazione psicosociale (World Association for Psychosocial Rehabilitation – WAPR) ha sede presso l’Istituto Mario Negri di Milano, presso l’Unità di Epidemiologia Psichiatrica e Psichiatria Sociale. Presidente è nominato lo psichiatra Angelo Barbato, già responsabile del progetto di chiusura del manicomio provinciale di Limbiate (Milano), collaboratore dell’’Istituto Mario Negri e del Dipartimento di Salute Mentale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per le ricerche in epidemiologia psichiatrica.

2004- approvata la legge 9 gennaio 2004, n.6 che istituisce l’amministratore di sostegno.

2005- Ernesto, dopo 12 anni, lascia la presidenza dell’UNASAM che sarà assunta da Gisella Trincas; a

Ernesto è attribuita la presidenza onoraria dell’associazione.

2006- maggio. Congresso UNASAM di Cagliari La salute mentale in Europa. A Milano si tiene il  Convegno WAPR. Il 13 dicembre; l’Assemblea  Generale delle Nazioni Unite adotta  La Convenzione sui diritti delle  persone con disabilità ,  che sarà ratificata dall’Italia nel  marzo 2009.

2007- Ernesto è nella segreteria scientifica del Convegno Internazionale Riabilitazione, empowerment, guarigione, Istituto Mario Negri, Milano, 30 novembre / 1 dicembre, Milano.

2009- la rivista «Quaderni di Italiani Europei», 2, gennaio dedica una sezione alla “Salute mentale”, con interventi di Massimo Cozza, Peppe Dell’Acqua, Ernesto Muggia, Renata Bracco, Paolo Calabresi.  Ernesto sviluppa il tema Le associazioni delle famiglie protagoniste del cambiamento ( pp. 61-67). Nel suo intervento Ernesto  ricostruisce la storia delle associazioni di familiari e fa il punto sullo stato del movimento per la salute mentale in Italia:“Sono sorte le prime associazioni di familiari in linea di principio sempre volte al miglioramento delle condizioni dei sofferenti e delle loro famiglie; nella realtà divise su due fronti: alcune purtroppo per molti anni hanno lottato contro la riforma, contro la legge 180, attribuendo a questa legge colpe non sue, ma di chi invece di applicarla come prescritto anche dalle leggi regionali, si ostina tuttora sulle posizioni ormai superate del vecchio manicomialismo, sia pure variamente mascherato; la grande maggioranza, invece, schierate a difesa della riforma, si sono battute per la sua applicazione integrale e fattuale in tutto il paese. Mentre la cultura nei diversi settori della medicina avanza anche fra la gente comune, per effetto del continuo apporto dei media, che crea poi domanda di ritorno, è opinione diffusa che nel campo della salute mentale continui a persistere l’ignoranza più totale. È viceversa ben presente l’effetto del pregiudizio, come sempre avviene in questi casi, che va dalla paura dell’inguaribilità, dalla vergogna, alla colpa. La paura soprattutto è diffusissima nei confronti di un pericolo ignoto e indistinto, mentre vergogna e colpa colpiscono i famigliari. I media purtroppo, invece di impegnarsi nella lotta al pregiudizio, ne sono anch’essi vittime, sempre come sono alla ricerca esasperata di sensazionalismo ad ogni costo. Le forze della conservazione anche in questo settore oppongono notevoli resistenze, la politicizzazione dei problemi produce solo danni strumentalizzando una opinione pubblica ignorante e pregiudizialmente ostile; le Università continuano a sfornare giovani psichiatri secondo modelli ormai desueti e le nuove figure professionali esperte di tecniche della riabilitazione scarseggiano; i politici  e gli amministratori locali messi di fronte a questi difficili problemi tendono a temporeggiare e a non assumersi responsabilità. Allora forse è necessario muoversi alla rovescia, partire con azioni di prevenzione e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, perché faccia pressione sui politici e gli amministratori locali e questi a loro volta smuovano le resistenze dei potentati universitari ed ospedalieri”.

2009- esce la pubblicazione dell’OMS, Mental health policy and service guidance package

2011-  il WHO Regional Office for Europe pubblica User empowerment in mental health- Empowerment is not a destination, but a journey[12].

2013-  esce il  PIANO D’AZIONE EUROPEO SULLA SALUTE MENTALE dell’OMS/EUROPA elaborato in  concertazione con gli Stati membri, sotto la guida del Comitato permanente del Comitato regionale dell’OMS per l’Europa. Si riconosce che la Regione europea dell’OMS si trova di fronte a diverse difficoltà, che colpiscono al contempo il benessere (psichico) della popolazione e la fornitura di cure alle persone con problemi di salute mentale. Per superare queste difficoltà, bisogna intervenire in maniera globale e coerente. Investire nella salute mentale risulta essenziale per garantire la solidità delle politiche sanitarie e sociali nella Regione europea..

2014- La  Conferenza Stato Regioni licenzia il Piano Nazionale di Azioni per la Salute Mentale che contiene la definizione dei percorsi di cura da attivare nei Servizi per i disturbi schizofrenici, i disturbi dell’umore e i disturbi gravi di personalità. Il documento, approvato nella seduta del 24 gennaio 2013, propone una riorganizzazione dei servizi di salute mentale, funzionale all’adozione di una metodologia fondata sul lavoro per progetti di intervento, specifici e differenziati, sulla base della valutazione dei bisogni delle persone e della implementazione di percorsi di cura; ciò implicando un approccio sistemico da parte delle equipe. Si afferma che “I dati disponibili sulle attività dei DSM e dei servizi per i disturbi neuropsichici dell’infanzia e dell’adolescenza sembrano indicare una scarsa progettualità nei percorsi di assistenza. Tale situazione, riconducibile a una insufficiente differenziazione della domanda genera il pericolo di un utilizzo delle risorse non appropriato alla complessità dei bisogni presentati dagli utenti. In molti casi, gli utenti con disturbi gravi ricevono percorsi di assistenza simili agli utenti con disturbi comuni e viceversa”.

L’impegno nazionale ed europeo di Ernesto durerà fino alla sua morte.

Altri ambiti in cui Ernesto sviluppò una azione forte, determinata, convinta furono Milano, la sua città, e la Regione Lombardia.

Quando Ernesto comincia a dedicare il suo impegno al diritto alla salute mentale e all’associazionismo dei familiari, a Milano era presente e attivo il Coordinamento Lombardo Psichiatria (CLP) nel quale insieme agli psichiatri più impegnati nella chiusura del manicomio e nella costruzione di servizi di  assistenza psichiatrica pubblica radicati sul territorio, operavano volontari, specie nella costituzione  di cooperative per il lavoro, familiari di pazienti e il gruppo per la salute mentale attivato da don Colmegna, allora direttore di Caritas Ambrosiana. Fino all’insediamento delle Giunte Formigoni, che si susseguiranno dal 1995 al 2013,  fu sempre molto intenso, continuo il rapporto con gli Uffici della Regione, in specie con l’Ufficio psichiatria dove lavoravano Massimiliano Chiolo, Dolores Pisapia, la d.ssa Bianchi, Graziella Civenti; assai praticato anche quello con l’Amministrazione Provinciale e il Comune di Milano e, ovviamente, con i partiti e gli amministratori eletti. Tale situazione consentiva lo scambio di informazioni, opinioni, giudizi, la consultazione dei “portatori di interesse” prima delle decisioni, anche se queste, non sempre, ovviamente erano condivise.

Il modello formigoniano

I canali per una utile discussione pubblica intorno a quale migliore salute mentale, a quale possibile psichiatria  di  territorio si chiusero con l’avvento di Roberto Formigoni. Sotto la sua guida il governo regionale misero a punto un modello di welfare dei consumatori-utenti, di aziende e organismi erogatori di prestazioni, tariffate, numerate, quantificate, acquisibili da soggetti  pubblici e privati. Tale impostazione si contrapponeva al  welfare  delle autonomie locali, municipale, di comunità in cui lo sviluppo dei servizi incorpora e valorizza  il protagonismo e  le risorse di utenti, reti e legami sociali. L’ideologia di Formigoni trovò la sua traduzione nella legge regionale 11 luglio 1997 n. 31 Norme per il riordino del Servizio Sanitario Regionale e sua integrazione con le attività dei servizi sociali e seguenti. Con essa, l’assistenza psichiatrica  fu condotta a coerenza con le scelte della giunta: separazione fra AO e Asl, centralità dell’ospedale;  tutto il potere nelle mani dei manager, di nomina e  fiducia del Presidente. Gli psichiatri lombardi, a fronte della scelta in quale azienda stare, optarono nella stragrande maggioranza per l’Azienda Ospedaliera, quindi per assetti organizzativi centrati sull’approccio bio-medico, clinico. Fu chiuso l’Ufficio psichiatria dell’Assessorato alla sanità e, da allora, una funzione importante e decisiva nella messa a punto dei provvedimenti riguardanti l’assistenza psichiatrica  fu  svolta dal “Coordinamento dei Primari delle Unità Operative  psichiatriche”, una istanza riconosciuta dalla Giunta regionale come proprio momento di consulenza tecnica. Nella confezione delle scelte della giunta nessun altro interlocutore (associazioni dei comuni, associazioni di utenti, sindacati, organizzazione del terzo settore e altri ancora) ebbe lo stessa collocazione strategica. L’assistenza psichiatrica pubblica  lombarda perdeva una “cabina di regia” a livello regionale ed era  affidata alla gestione ai Direttori Generali delle Aziende Ospedaliere, che però erano solo funzionari periferici della Regione, senza rapporti con le comunità locali e le loro rappresentanze democratiche. Per tutte queste ragioni finivano col perdere il loro senso parole come partecipazione, psichiatria di comunità, riabilitazione, empowerment, diritto alla salute mentale nel senso declinato da Ernesto.

Nel nuovo contesto Ernesto si batté con grandi forza e determinazione insieme al Forum Salute mentale Lombardia costituitosi il 9 ottobre 2004 a Milano,  un luogo di incontro, discussione, iniziativa per garantire 1′effettivo esercizio del diritto alla salute mentale nei luoghi di vita delle persone, riducendo “la dissociazione fra pratiche ed enunciazioni teoriche, tra principi e modelli organizzativi, tra risorse in campo e supporti alle persone”. Il Forum lombardo si proponeva di interloquire con la Giunta, i consiglieri regionali, i gruppi consiliari,  i partiti politici, le Organizzazioni sindacali generali e di categoria, i Comuni, le Aziende Sanitarie ed Ospedaliere, i Dipartimenti di Salute Mentale in ragione delle responsabilità che tutti questi soggetti avevano in tema di diritto alla salute mentale. Nel febbraio 2006 il Forum Salute Mentale lombardo organizzò, con un grande impegno di Ernesto in prima persona,  a Milano il terzo incontro del Forum nazionale. Il Forum lombardo aderì a Campagna Salute Mentale, il coordinamento che si costituì presso Casa della Carità di don Colmegna.

Come era ovvio che accadesse, dalle politiche delle giunte lombarde emersero gravi criticità:

-                     Il primo scontro avvenne sul  piano socio sanitario 2002-2004 nel quale la Regione Lombardia prendeva le distanze dalla legge nazionale di riforma dell’assistenza del 2000, perseguendo una propria linea di revisione delle politiche di welfare. Il Piano ridimensionava il ruolo della Regione di proprietario e gestore della rete pubblica dei servizi, sulla base dei principi ispiratori della legge regionale 31/97: libertà di scelta, piena parità di diritti e doveri tra strutture di diritto pubblico e strutture di diritto privato, separazione fra chi acquista  e chi produce, Aziende Ospedaliere trasformate in soggetti di diritto privato, libertà di scelta del cittadino, ASL soggetti pubblici di programmazione, controllo e acquirenti delle prestazioni, garanti dei cittadini. Le ASL riducevano al minimo l’impegno nella prevenzione, uscivano dalle gestioni delle attività socio-sanitarie  affidate  a soggetti esterni. Fra gli altri punti oscuri colpivano i limiti di età per l’accesso e la permanenza nelle strutture residenziali psichiatriche: non si capiva in base a quali dati clinici e per quali ragioni una persona con disturbi mentali e disabilità gravi, ad alto rischio di emarginazione come quelle che entrano nel circuito residenziale psichiatrico,  al compimento del 65° anno di età dovesse diventare tout-court un anziano non autosufficiente. La tensione proseguì  con il successivo Piano socio sanitario regionale 2006-2008  per il quale Forum salute mentale Lombardia riproponeva che il 5% del bilancio della sanità regionale fosse riservato ai Dipartimenti di Salute Mentale in modo che in tutto il territorio della regione i CPS fossero aperti  e attivi almeno dodici ore al giorno con equipe multi-professionali, per lo sviluppo della residenzialità “leggera”, ancora in fase di stallo e l’istituzione di un Ufficio per la salute mentale presso l’Assessorato alla Sanità.

-                     Negli anni 2006 – 2011 la città di Milano è amministrata dalla Giunta Moratti. Ne fu assessore, con delega alla salute, Gian Paolo Landi di Chiavenna che sollecitò la massima cooperazione possibile fra forze dell’ordine (Vigili urbani, Polizia, Carabinieri) e Dipartimenti di salute mentale e delle dipendenze patologiche  per combattere e prevenire i comportamenti antisociali delle persone con patologie psichiatriche e/o dipendenti da sostanze del mercato illegale. In buona sostanza, i Dsm e i Sert della città avrebbero dovuto segnalare alle Forze dell’ordine tutti i casi, i nominativi di utenti “difficili” (quelli che non prendono le pastiglie e che “bucano” gli appuntamenti, che “non aderiscono alle cure”) per consentire l’adozione  preventiva di procedure più sbrigative nella gestione in particolare di trattamenti sanitari obbligatori. Tutto questo in base alla pericolosità sociale [13] loro attribuita. Le Forze dell’ordine erano definite “soggetti che, a diverso titolo,  concorrono alla promozione e al mantenimento della salute mentale, attraverso la loro funzione primaria di sostegno e di orientamento alla cittadinanza, non solo di repressione del crimine, ma anche di prevenzione della pericolosità sociale e della sicurezza del territorio”. La mobilitazione delle associazioni degli utenti e delle famiglie, di Forum salute mentale, di Campagna per la salute mentale, con il sostegno di consiglieri comunali dell’opposizione, riuscì, a fatica, a bloccare l’iniziativa, nel silenzio però della maggior parte degli operatori. Agli inizi del 2010 il Comune di Milano, per “governare” la situazione, promuoveva l’istituzione del Tavolo Prevenzione e Sicurezza nell’Area della Salute Mentale, sottoscritto dai Direttori generali delle AAOO milanesi , dal Direttore Generale ASL , dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dalla Polizia Locale.  Il 7 maggio 2010, la sala Alessi del Consiglio Comunale di Milano ospitò un incontro pubblico[14] sul tema Cura, non custodia nel quale Ernesto, a nome di UNASAM tenne l’intervento di apertura su Stigma, prevenzione, pericolosità sociale nel quale argomentava:

“I disturbi mentali sono molto diffusi: secondo recenti studi epidemiologici, nel corso di un anno circa ¼ della popolazione generale soffre di un disturbo psichico clinicamente significativo, comprendendo in questa stima anche i disturbi da abuso di alcool o di sostanze e le conseguenti comorbilità, oggi prevalenti soprattutto nella osservazione delle fasi acute di malattia.

Appare sempre più evidente infatti come, in questi ultimi anni, si sia modificata l’espressione della sofferenza psichica e dei disturbi mentali, con una prevalenza di manifestazioni comportamentali “a corto circuito” e a rischio di agiti aggressivi , dovuta alla preoccupante ed ingravescente  diffusione di abuso di alcol e sostanze stupefacenti.

Recenti ricerche […], effettuate nei paesi anglosassoni,  confermano che le persone affette da disturbi mentali non agiscono comportamenti aggressivi e violenti in misura maggiore rispetto alla popolazione generale, ma che più frequentemente sono vittime di molestie, malversazioni, aggressioni e violenze, con un rapporto tra essere vittima e essere autore di aggressione/violenza di 6 a1 […]”. E concludeva: “Alla luce quindi dei risultati delle ricerche e delle esperienze di pratica clinica, si è inteso dare risposta alle esigenze di salute della popolazione, promuovendo una situazione di incontro,  riflessione e confronto che, favorendo i contatti tra i vari interlocutori istituzionali,  avesse  la finalità di migliorare la  progettazione, il  coordinamento e il controllo dell’efficienza  dei programmi attivati,   rafforzando  un sistema di sinergie  delle progettualità nel campo della tutela della salute mentale  al fine di  implementarne l’efficacia evitando  la parcellizzazione degli interventi”.

-                     Le contenzioni negli Spdc lombardi. In  Lombardia la pratica della contenzione negli Spdc è sempre stata assai diffusa, dando luogo a denunce discussioni e prese di posizione, in particolare a Milano-Niguarda  dove già nel 2006 erano state definite “Linee guida” che le  normavano e legittimavano in quanto “intervento contenitivo alla stregua di un intervento terapeutico rianimatorio “(sic!). Il 29 luglio 2010 la Conferenza Stato Regioni Autonomie licenziava il documento  Contenzione fisica in psichiatria: una strategia possibile di prevenzione nel quale si raccomandava alle singole Regioni di  promuovere nei Servizi pratiche sistematiche di verifica e miglioramento della qualità relativamente alla gestione delle situazioni di crisi e, in particolare, al ricorso alla contenzione fisica che, in una assistenza psichiatrica orientata alla buone pratiche, assumeva il significato di evento sentinella[15].  La  giunta  della Regione Lombardia dava vita a un “Gruppo di Approfondimento Tecnico “ (Gat) sul Ruolo del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura nell’ambito delle attività del Dipartimento di Salute Mentale, del trattamento dell’acuzie e dell’emergenza urgenza psichiatrica che  licenziava un testo nel quale si affermava che “in particolari stati clinici occorre considerare la necessità di contenere (legare) i pazienti”  e si sollecitavano tutti i Dsm della Regione ad adottare “ un protocollo sulla contenzione”, prescrivendone analiticamente l’articolazione e  i contenuti. “Campagna per la salute mentale, ”, di cui Ernesto è membro assai attivo, che organizza associazioni di famiglie, volontari, cooperative impegnati nel lavoro per la salute mentale con sede a Milano presso Casa della Carità, prendeva posizione sul documento del Gat, sostenendo  che l’utilizzo della relazione e il trattenere con le mani costituisce l’alternativa al legare mediante le cinghie, nonché l’alternativa alla sedazione chimica[16].  Campagna salute Mentale sostenne  la necessità di introdurre nell’assistenza psichiatrica le modificazioni di conoscenze, di atteggiamenti, di risorse, di gestione, di organizzazione, in grado di portare al valore zero, in modo stabile e sicuro, il numero delle contenzioni praticate nei servizi di salute mentale. E  citava l’esempio, in Italia ed all’estero, degli “S.P.D.C. no restraint”, luoghi accoglienti, simili ai luoghi di vita che devono essere adeguati per sostenere ed aiutare la persona a ricostruire le relazioni ed il legame sociale interrotto dallo stato di crisi.  E raccomandava: “Per questo, oltre ad abolire la contenzione, occorre tenere le porte degli S.P.D.C. aperte e i servizi in funzione sulle 24 ore giornaliere”.

Il 27 maggio 2011 CAMPAGNA SALUTE MENTALE – URASAM – UNASAM – FORUM SALUTE MENTALE E CGIL-CAMERA DEL LAVORO DI MILANO  organizzarono a Milano il Seminario Contenzione, perché, per chi, fino a a quando?

Moderatore  fu Ernesto, l’ apertura fu di Don Virginio Colmegna – Presidente Campagna Salute mentale, i contributi di   Francesco Maisto – Magistrato,  su La contenzione nell’ottica del diritto;

Francesco Scotti – Psichiatra, Perugia su Le sfide e le difficoltà, quale ruolo degli operatori? ; Giovanna Del Giudice, Portavoce Forum Nazionale Salute Mentale su Il rispetto delle linee guida porrà fine alla contenzione?; le conclusioni di Stefano Cecconi – CGIL Nazionale Per non contenere: prevenzione formazione e risorse.

Si denuncia che i familiari delle persone sofferenti di disturbi psichici da tempo segnalano l’eccessiva diffusione in tutto il paese, di pratiche coercitive nei confronti dei congiunti ricoverati negli SPDC, nelle residenze protette, nelle RSA e nelle carceri. Pratiche che finiscono con l’impedire un corretto approccio di cura e riabilitazione vanificando in tal modo l’instaurarsi di una corretta relazione terapeutica. Legare una persona in condizione di sofferenza in un letto di ospedale è un atto inumano, non degno di un paese civile che pregiudica fortemente la necessaria alleanza terapeutica e quindi l’adesione al progetto di cura.

Nell’incontro ci si proponeva di proseguire il percorso virtuoso verso pratiche innovative che portino al progressivo azzeramento della contenzione anche nella nostra regione. L’esempio del gruppo “SPDC no restraint” mostra nei fatti la buona riuscita con ottimi risultati e ci conforta nel perseguire questo obiettivo.

Affrontare il tema della contenzione rimandava necessariamente alla campagna promossa dalla CGIL e dal Forum Salute Mentale  per la chiusura definitiva degli OPG: sovente il ricovero è l’esito terminale di cattive pratiche e del mancato riconoscimento dei diritti delle persone sofferenti di disturbi psichici.

-                     La salute mentale nei quartieri popolari di Milano, in particolare quello di Molise Calvairate- Prati, nel quale operava un assai combattivo “Comitato inquilini” intorno alla figura di Franca Caffa.

-                     I servizi di salute mentale nelle carceri, la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, l’apertura delle REMS, la questione delle REMS di Castiglione delle Stiviere nell’ambito della campagna nazionale di Stopopg

Commiato

Il 26 luglio 2017 scorso è morto all’età di 80 anni Ernesto Muggia, amico e compagno carissimo, presidente onorario di UNASAM, tra i costruttori  del movimento delle famiglie e degli utenti dei servizi pubblici di assistenza psichiatrica. In premessa ad ogni suo discorso poneva il dovere, l’urgenza della lotta allo stigma, vera pre-condizione per il raggiungimento di qualsiasi obiettivo di salute mentale.

Lui, che era di famiglia ebraica e sapeva per conoscenza diretta degli eventi cosa vuol dire essere discriminati, respinti, violentati, ci testimoniava e pretendeva che a cambiare devono essere sì i persecutori, ma anche le vittime e che le vie del benessere sono assai aspre e richiedono grande applicazione, determinazione, intelligenza delle cose da parte di molti.

Ernesto aveva il passo lungo e cadenzato del montanaro, attento al terreno che si calpesta e a quanto sta attorno: per questo riuscì a fare e a far fare molta strada a noi tutti, per il riconoscimento di rispetto e diritti ai sofferenti psichici e alle loro famiglie. Era stato un manager, dirigente di industria, conosceva il mondo, usava il tram per percorrere la sua città, frequentava  teatro e concerti, era un appassionato lettore, un cittadino competente, un uomo colto. Era un uomo di pace, impegnato nel Centro di iniziativa per la pace in Medio-Oriente (CIPMO) e per i diritti dei palestinesi.

Io l’ho conosciuto soprattutto come uomo politico, un vero compagno, con grandi idee, ma anche con la capacità, la pazienza, la sapienza di organizzarne il perseguimento, esplorando tutti i varchi, raccogliendo il massimo di consenso possibile da tutti quelli che potevano starci. Cito come esempio al riguardo, la sua iniziativa con l’amico Ceriani Sebregondi per ottenere che le Compagnie di assicurazione italiane annullassero la norma interna che vietava loro di stipulare polizze di assicurazione dal rischio di malattia mentale[17].

Ernesto, seguace di slow food era un amante del buon cibo e del buon vino da gustare, meglio se in buona compagnia, con calma, per coglierne tutti i sapori. Amava e sapeva raccontare storielle, molte della sterminata tradizione ebraica.

Una proposta

Per ricordare la sua figura e la sua opera, la prossima, da tutti noi attesa 2ª Conferenza nazionale per la salute mentale, sia dedicata ad Ernesto Muggia.

Mantova, 20 ottobre 2017

P.S. ringrazio Ida, Virgilio, Valerio e Barbara per le preziosissime informazioni, i suggerimenti e le critiche.

Post Scriptum

Edipo e la Sfinge

Ernesto Muggia scelse a rappresentare UNASAM l’icona, tratta da un antico vaso greco, dell’incontro fra la Sfinge ed Edipo nella piazza di Tebe.

La Sfinge, creatura originaria dell’Etiopia con il  volto di donna, ali di uccello, corpo, zampe e coda di leone, era stata inviata da Era per punire i Tebani. Sedeva accovacciata su una colonna della piazza del mercato e da lì proponeva ai cittadini di Tebe di sciogliere il seguente enigma:

C’è sulla terra un animale che può avere quattro, due o anche tre gambe ed è sempre chiamato con lo stesso nome. È il solo tra gli esseri viventi che si muovono in terra, in cielo e in mare che muti natura. Quando egli cammina appoggiato a un maggior numero di piedi, la velocità  delle sue estremità è minore.

Chi non trovava la soluzione era divorato.

Edipo dà la risposta esatta: quell’animale è l’uomo. La Sfinge  si precipita dalla colonna e muore liberando la città dalla paura.

Per liberare la città dall’incubo della Sfinge, il re Creonte aveva promesso il trono a chi avesse risolto l’enigma e di dargli in moglie la sorella Giocasta, vedova di Laio [18].

Edipo era figlio di Laio e Giocasta e secondo l’oracolo di Delfo avrebbe sposato la madre dopo aver ucciso il padre.

Così accadde: Edipo, che era stato abbandonato alla nascita e allevato a Corinto,  conosce la profezia e per proteggere quello che riteneva il suo genitore, si allontana da Corinto, viandante in fuga. Alle porte di Tebe uccide il padre e il suo destino si compie.

Il mito di Edipo fu assunto da Freud a riferimento per la ricerca, l’esplorazione, l’interpretazione degli snodi dello sviluppo individuale, la strutturazione del carattere, lo sviluppo dell’identità sessuale dell’uomo (occidentale).

Ernesto Muggia adottò per rappresentare UNASAM un riferimento complesso, drammatico, tragico,  che rinvia alla condizione degli umani che sono creature sole e impotenti, viandanti soli in fuga[19], ma sanno anche ricercare il senso degli eventi della vita, sciogliere gli enigmi.

[1] v. Anna Segre, Un coraggio silenzioso- Leonardo De Benedetti, medico, sopravvissuto ad Auschwitz,  Zamorani editore, Torino, 2008, p. 26. Ernesto collaborò al libro ed è citato fra chi ha fornito documenti e testimonianze.

[2] Atti, pp. 13-23.

[3] “Bisogna lavorare molto per ridurre quelle che Primo Levi, scrittore ritornato da Auschwitz e morto in tragiche circostanze che io amo molto (corsivo del redattore) – chiamava le zone grigie, perché il numero delle persone non vittime e neppure responsabili- cioè la gente qualunque- il numero di persone che pensano, però, che il problema non li riguardi, che sia un problema di altri, ecco, perché questo numero si riduca sempre più, e cresca invece quello di chi si vuole impegnare: perché oggi a te, domani a me, perché la malattia mentale non sia più un tabù, ma una tragedia normale, di cui si può e si deve parlare, come il cancro ad esempio, da affrontare con consapevolezza e con coraggio, ma senza vergogna o sensi di colpa” . (p.22)

[4] Gli Atti curati da Ernesto e da Eustachio Loperfido escono nel 2000.

[5] “La prima volta che si prova a tenere, senza spirito polemico, ma anzi nel miglior spirito collaborativo, una conferenza come questa”, p. 27.

[6] Società mondiale per la riabilitazione psicosociale, organizzazione non-governativa internazionale, composta principalmente da professionisti della salute mentale (psichiatri, psicologi, infermieri, operatori sociali, terapisti occupazionali, educatori sociali, ecc.) e anche persone con esperienze di utenti e familiari.

[7] Federazione Mondiale per la Salute Mentale, organizzazione non-governativa, multi professionale, fondata nel 1948.

[8] Da allora negli incontri pubblici e nei convegni cominciarono a prendere la parola persone utenti dei servizi, ricordo oltre riproposizione della memoria della grandissima Alda Merini, gli interventi dei “triestini”, di Ivana Mina, Nadia Marangi,  Gianna Schiavetti e Alice Banfi con i loro libri.

[9] Il Pensiero Scientifico editore, Roma 2001.

[10] Nelle conclusioni si rilevava come “Dal complesso degli interventi è emerso l’elevato grado di preparazione dei partecipanti, la loro capacità di analisi e la concreta costruttività delle proposte e delle realizzazioni.
E’ stata ribadita la convinzione, nata dalle esperienze vissute e dalle conoscenze acquisite, che la Legge 180/833 conservi tutta la sua validità e vitalità, anzi esca rafforzata dai risultati acquisiti, a dimostrazione che era e resta riferimento fondamentale per chiunque voglia affrontare e combattere su tutti i fronti le malattie mentali. La tutela della salute mentale è di competenza irrinunciabile e prioritaria del servizio pubblico, che solo può garantire a tutti i cittadini, e a maggior ragione ai più svantaggiati, la cure necessarie attraverso l’attuazione dei Progetti Obiettivo nazionali e regionali. I Centri di Salute Mentale devono essere potenziati su tutto il territorio nazionale, con l’apertura 24 ore su 24, tutti i giorni della settimana.
I Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura devono abbandonare qualunque pratica che violi i diritti della persona e per ciò stesso abolire la contenzione. I Trattamenti Sanitari Obbligatori e gli Accertamenti Sanitari Obbligatori devono essere effettuati nel rispetto della persona, con atteggiamento di ascolto e comprensione da parte degli operatori, dopo aver percorso ogni tentativo per ottenere il consenso alle cure e la collaborazione.
Devono essere diffuse e valorizzate quelle esperienze di buona residenzialità (nel contesto urbano, di piccole dimensioni, con gli standard strutturali delle civili abitazioni, con operatori qualificati, (…) abbandonando il ricorso alla nuova manicomialità in strutture residenziali non rispondenti ai bisogni della persona e secondo modalità che creano cronicizzazione.
Le drammatiche e inaccettabili condizioni di vita denunciate negli O.P.G. richiedono una azione concreta per il superamento di tali istituzioni, tenendo conto anche della recente sentenza della Corte Costituzionale 253/2003.
Occorre procedere con ogni urgenza al completamento degli organici nel rispetto del Progetto Obiettivo Nazionale Salute Mentale, perché è evidente la grave carenza di operatori nei servizi per la salute mentale.
E’ ancora più evidente la grave inadeguatezza delle risorse finanziarie; deve essere assolutamente garantito non meno del 5% delle risorse della sanità alla salute mentale e devono essere utilizzati solo per la salute mentale i proventi in qualsiasi modo derivanti dai beni degli ex O.P. L’esperienza ci dimostra che l’inserimento nel mondo del lavoro è condizione necessaria per una concreta inclusione sociale delle persone con disturbo mentale; le Regioni devono impegnarsi finanziariamente a sostenere l’impresa sociale e dare pratica attuazione alle Legge 68.
La ricchezza delle esperienze presentate in questi giorni di Congresso ha dimostrato quanto valore aggiunto hanno tutte quelle realtà che ruotano attorno ai Dipartimenti di Salute Mentale (Associazioni di familiari e utenti, Caritas, Associazioni culturali, sportive e di volontariato…): le Regioni e i Comuni le devono riconoscere sostenendole finanziariamente, quali promotrici di progresso civile.
Occorre che tutte le organizzazioni operanti nel campo sanitario e sociale formino una grande alleanza, al di sopra e al di fuori di ogni influenza partitica, per confrontarsi con le istituzioni, Comuni, Provincie, Regioni e Governo, perché finalmente, dopo un quarto di secolo, si dia la risposta dovuta alle migliaia di famiglie italiane che nonostante tante sofferenze intendono battersi perché siano affermati i principi di garanzia del diritto alla salute mentale.

[11] Fra tutti cito:

Settimo Accetta (sovrintendente scolastico Regione Lombardia) e Ernesto Muggia ( a cura di), Dal pregiudizio alla convivenza- famiglia, scuola, salute mentale, Regione Lombardia, Università degli studi di Milano, Sovrintendenza Scolastica per la Lombardia, UNASAM; presentazione di Carlo Borsani, assessore alla Sanità Regione Lombardia, prefazione del prof.  Gustavo Pietropolli Charmet. Un agile dizionario delle voci della salute mentale da usare nelle scuole.WPA;

Schizofrenia e cittadinanza – manuale operativo per la riduzione dello stigma e della discriminazione, edizione italiana a cura di Massimo Casacchia, Rosaria Pioli, Giuseppe Rossi, Il Pensiero Scientifico editore, Roma 2001;.

Ron Coleman, Guarire dal male mentale, Manifestolibri, 2001;

Ron Coleman, Mike Smith, Lavorare con le voci, Edizioni Gruppo Abele, 2006;

Carmine Munizza ( a cura di), Salute mentale e diritti- problemi e percorsi di tutela, Edizioni ASL 4 Piemonte, Centro studi e ricerche psichiatria, WHO WAPR, Cuneo,2003;

.Angelo Barbato, Alessia Bajoni, Barbara D’Avanzo, Ernesto Muggia,  I servizi psichiatrici territoriali valutati dai familiari- un’indagine in quattro regioni italiane (Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Sardegna)[11]- Progetto finanziato dal Ministero della Salute (Pier Luigi Morosini) Unasam,  Istituto Mario Negri, 2008;

Luana De Vita, Mio padre è un chicco di grano, Nutrimenti, Roma, 2004;

Giuseppe Tibaldi e Barbara D’Avanzo ( a cura di), Ken Steele[11] (con Claire Berman), E venne il giorno che le voci tacquero, Mimesis, 2005;

Alice Banfi, Tanto scappo lo stesso, Stampa Alternativa, 2008;

Alice Banfi, Sottovuoto- romanzo psichiatrico, Stampa Alternativa, 2012;

lo stesso Peppe Dell’Acqua, Fuori come va? Famiglie e persone con schizofrenia. Manuale per un uso ottimistico delle cure e dei servizi, Editori Riuniti, Roma, 2003.

[12] Dalla presentazione:

Historically, people with mental health problems have lacked a voice. Neither they nor their families have been involved in decision-making on mental health services, and they continue to be at risk of social exclusion and discrimination in all facets of life. In a mental health context, empowerment refers to the level of choice, influence and control that users of mental health services can exercise over events in their lives. The key to

empowerment is the removal of formal or informal barriers and the transformation of power relations between individuals, communities, services and governments. This statement specifies the action to be taken to strengthen user and carer empowerment in mental health and outlines the objectives of the Partnership Project on User Empowerment in Mental Health by the WHO Regional Office for Europe and the European Commission.

[13] Il “Tavolo Prevenzione e Sicurezza nell’area della Salute Mentale”  fissa le linee strategiche e di indirizzo delle azioni da intraprendere in ordine alle questioni connesse con il tema in oggetto; stabilisce, al contempo, prassi di carattere operativo e di rapida applicazione onde far fronte alle problematicità connesse con le urgenze/emergenze psichiatriche o da alterazioni comportamentali sostenute dall’uso di sostanze  potenzialmente foriere di pericolosità sociale.

[14] Nella presentazione si scriveva:

“La situazione oggi in Italia vede i problemi della cosiddetta “sicurezza sociale” come un’emergenza nazionale. Che si tratti di rom, di extracomunitari irregolari, di omosessuali o di malati psichici, la soluzione proposta da chi oggi ci governa è sempre la stessa: rinchiuderli, espellerli, render loro difficile la vita. Viene da chiedersi chi sarà il prossimo oggetto delle loro attenzioni …

Ancora: le soluzioni sono demagogiche, costose e inapplicabili, sotto molti punti di vista: etico, legale, medico. E tuttavia l’effetto annuncio serve a chi ci governa per far credere che qualcosa di concreto si stia facendo.

Oltre al pacchetto sicurezza, in corso di approvazione, che contiene norme aberranti sul reato di clandestinità, sulle ronde, e sul vincolo per i medici di denunciare le persone irregolari assistite, in Parlamento sono depositati alcuni Progetti di Legge che obbediscono al programma della Casa delle Libertà, in cui si prometteva l’abrogazione della 180/1978. Sono già partite dichiarazioni e campagne mediatiche aberranti indirizzate a questo obiettivo; è pure comparsa una nuova associazione “vittime della 180” Sulla traccia di questo “clima” a Milano si è proceduto a costituire il “Tavolo di prevenzione della pericolosità sociale”, ispirato dal Vicesindaco De Corato e   dall’Assessore Landi di Chiavenna, con la presenza del Prefetto, delle Forze dell’Ordine e della Vigilanza urbana, poi depotenziato per la reazione decisa delle forze di opposizione, delle associazioni dei malati, delle Organizzazioni sindacali. La situazione della salute mentale nei quartieri degradati conferma, d’altra parte, che la concentrazione di persone sofferenti, la carenza di cure e l’abbandono producono effetti disastrosi non solo per i “malati”, ma anche per la città.

[15] Le raccomandazioni della Conferenza Stato-Regioni definivano la contenzione: “atto antiterapeutico”, “atto che rende più difficile la cura”, “pratica con un alto potenziale di degradazione e umiliazione per il paziente in contrasto col principio del rispetto della dignità umana che dovrebbe vincolare l’esercizio della medicina”, “pratica diffusa, non omogeneamente applicata nelle diverse regioni, ma soprattutto con differenze notevoli tra un servizio e l’altro che non trovano giustificazioni di ordine epidemiologico”. Dopo aver evidenziato come  la contenzione sia praticata contro il consenso del paziente e che i cittadini che vi sono sottoposti sono quelli che hanno potere contrattuale minimo, si indicava a tutte le Regioni di attivarsi per introdurre nell’assistenza psichiatrica le modificazioni (di conoscenze, di atteggiamenti, di risorse, di gestione, di organizzazione) in grado di portare al valore zero, in modo stabile e sicuro, il numero delle contenzioni praticate nei Servizi di salute mentale per “evitare la contenzione fisica in ogni situazione, attraverso una strategia che prevenga i comportamenti violenti in ambienti di cura”.

[16] Contenzione, perché, per chi, fino a quando? Milano, 12 gennaio 2011.

[17] Le Condizioni generali di assicurazione ASSITALIA all’art. 19 prevedono che non siano assicurabili  “indipendentemente dalla concreta valutazione dello stato di salute, le persone affette da alcoolismo, tossicodipendenza, o dalle seguenti infermità mentali: sindromi organiche cerebrali, schizofrenia, forme maniacodepressive o stati paranoidi. Di conseguenza l’assicurazione cessa al manifestarsi di tali affezioni”.

[18] K. Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Mondadori, 1963, p. 321

[19] Nella sterminata letteratura sull’argomento, v. la voce Edipo curata da Cecilia Albarella e Francesca Giusti, in PSICHE, dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze,  vol I,  Einaudi ed., Torino, 2006, pp. 359-364.

Le ragioni del Ddl. Ridurre le drammatiche differenze

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 22/10/2017 - 17:17

(by Scarlett-Hooft-Grassland)

Centri di salute mentale (Csm), presenti mediamente in numero adeguato in tutto il territorio nazionale (1 ogni 80-100mila abitanti) non sono equamente distribuiti. In alcune Regioni, per via delle razionalizzazioni e degli accorpamenti, vanno ulteriormente riducendosi di numero, insistendo su aree estese e popolazioni sempre più numerose. Sono aperti per fasce orarie ridotte. Ad eccezione di alcune realtà regionali, i Csm sono aperti per 8- 12 ore al giorno per 5 giorni alla settimana. Gli interventi di gestione della crisi, di presa in carico individuale, di sostegno alle famiglie e all’abitare, di integrazione sociale, finiscono per essere insufficienti o del tutto assenti. Frequente è la riduzione alle sole visite ambulatoriali (con il ricorso a sterminate liste di attesa) per prevalenti prescrizioni farmacologiche.L’effetto di scarico sulle altre stazioni del sistema sanitario territoriale e ospedaliero sono facilmente intuibili. La risposta all’emergenza e alla crisi e al bisogno di percorsi riabilitativi diventano frammentari e incerti provocando una domanda mai esauribile di posti letti nei servizi psichiatrici ospedalieri, nelle case di cura private, nelle strutture residenziali.

Come conseguenza” – annota la Commissione parlamentare d’inchiesta – “le tipologie delle prestazioni risultano poco o per nulla declinate sulle necessità della persona, a partire dalla disponibilità all’ascolto, mancano il sostegno integrato con il sociale presso il domicilio, la risposta all’emergenza e alla crisi nelle 24h, la mediazione familiare in situazione di allarme”. L’esiguità di tali opportunità di intervento, personalizzato e domiciliare, risulta essere tanto più rilevante se a scapito delle famiglie più bisognose per problemi psicopatologici gravi e complessi.

Il ricorso frequente e reiterato al Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) è sintomo di carenza di offerta e di incapacità di intercettare il disagio mentale sul nascere, di assenza di azioni di tipo preventivo dell’acuzie.

Considerazioni analoghe vanno svolte nel costatare le difficoltà dei Csm di occuparsi della salute mentale della popolazione detenuta, considerato anche i nuovi contesti e le nuove domande derivanti dalla totale e definitiva chiusura degli Opg.

Il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) rappresenta, drammaticamente, l’unico servizio all’interno del territorio che risponde nell’arco delle 24 ore. Il suo buon funzionamento è strettamente dipendente dalla coerente organizzazione dipartimentale e da un investimento rilevante sul Centro di salute mentale ben radicato nella comunità. La fragilità del servizio territoriale, e spesso la totale mancanza di coordinamento e di comunicazione producono sovraffollamento, pratiche di contenzione, porte chiuse. È questo il luogo del Trattamento sanitario volontario (Tsv) e del Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), che divengono in sostanza risposte totalizzanti offerte in servizi che finiscono per essere non più comunicanti con la rete dei servizi, anche se fragile.

Gli Spdc rimangono per la maggior parte (8 su 10) luoghi chiusi non solo per i ricoverati, ma anche, dall’esterno all’interno, per le associazioni di familiari e utenti, per il volontariato formalizzato e informale, a scapito di un “sapere esperienziale” prezioso che viene perduto. E’ largamente diffusa la pratica della contenzione meccanica. Il trattamento è ovunque prevalentemente farmacologico. In ragione del pregiudizio della pericolosità, spesso le porte sono blindate, appaiono i video citofoni, le telecamere chiamate a proteggere una preoccupante inaccessibilità e a produrre un forte impatto stigmatizzante. Le salette per i visitatori impediscono, il più delle volte, di entrare materialmente nelle stanze dei ricoverati. La qualità della vita delle persone in trattamento è spesso misera e in nome della sicurezza è fatto divieto ai pazienti di possedere gli effetti personali usati comunemente nella vita quotidiana.

Il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), ovvero la sua regolamentazione, nucleo sensibile – ma certo non dominante – della legge di riforma del 1978 rappresenta il punto di massimo equilibrio tra il bisogno di cura oggettivamente riconosciuto e la mancanza di consenso, fino al limite estremo del rifiuto ostinato; nella pratica assume, all’atto della sua applicazione, distorsioni e disattenzioni tali da renderlo strumento di repressione e di mortificazione.

Le modalità di esecuzione del Tso sono variegate, passando da una Regione all’altra e talvolta anche nell’ambito della stessa Regione. Differenze, queste, che espongono i cittadini a cattive pratiche e a lesioni dei loro diritti fondamentali, solo in ragione della loro appartenenza territoriale. Anche nelle statistiche il ricorso a questa pratica trova differenze molto significative (da un tasso di 6/100.000 per anno in alcune regioni a 30/100.000 in altre) mostrando ancora di più, e drammaticamente, le differenze delle politiche territoriali.

(continua)

Carpi convegno spdc no restraint 26 e 27 ottobre

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 19/10/2017 - 19:20

di Giovanni Rossi:

Cari amici e colleghi,
ad oramai 1 settimana dal Convegno Nazionale SPDC No Restraint vi inoltro il pieghevole con il programma completo.
Ciascuna delle due giornate è accreditata ECM
Come molti di voi certo sapranno è consuetudine del Club SPDC No Restraint svolgere un incontro annuale in una delle città che attuano nel proprio SPDC il No Restraint.
Siamo pertanto lieti di incontrarci a Carpi dove questo obiettivo è stato raggiunto, così come ci preme segnalare che a coorganizzare sono i colleghi di Ravenna anch’essi giunti da più di un anno ad abolire le contenzioni meccaniche.
Il fatto che altre realtà emiliano romagnole si aggiungano alla storica esperienza di San Giovanni in Persiceto ci fa sperare che presto questa Regione, e altre, si aggiungeranno al Friuli Venezia Giulia che ha adottato un protocollo per rendere no restraint l’intero sistema reginale dei servizi.
L’incontro di Carpi vuole anche aprirsi a tutte quelle realtà che ci stanno provando, perchè crediamo che non ci sia niente di meglio che lo scambio di esperienze per favorire il movimento del no restraint.
Il nostro obiettivo è, infatti, quello di allargare il più possibile la pratica del no restraint in un rapporto di sostegno reciproco tra quanti sono già no restraint e quanti ci stanno arrivando. D’altra parte sppiamo anche che nessuna esperienze può dirsi consolidata per sempre, fenomeni regressivi possono sempre presentarsi, e, dunque, lo scambio ed il confronto sono utili a tutti.
Siamo anche del parere che i singoli operatori siano i benvenuti, ben sapendo che è anche nel loro interesse trovare punti di collegamento che consentano loro di rompere l’isolamento e porsi con più fiducia nella prospettiva di attori di un cambiamento anche nel proprio servizio.
Come sempre il programma del convegno sta in equilibrio tra la presentazione di esperienze e l’approfondimento di alcuni temi specifici. Ci sembra che contenga molti motivi di interesse e ci aspettiamo di incontrarci in tanti.
In allegato trovate anche alcune informazioni  sulla città di Carpi e la mappa della città con i principali parcheggi, ricordandovi che la sede del convegno si trova in corrispondenza del luogo indicato come 15a
Il parcheggio meno affollato è a 300 metri in v.le Medaglie d’oro,  comunque potete trovare posto anche nel parcheggio più vicino, p.le della meridiana e nelle vie adiacenti all’auditorium.

vi aspettiamo.

Carpi programma convegno SPDC No Restraint

Carpi guida città-1

Carpi mappa città Allegati

Trieste 15-18 novembre: The right (and opportunity) to have a (whole) life

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 15/10/2017 - 19:12

Nella Risoluzione sulla Salute Mentale ed i Diritti Umani, il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea che “le persone con problematiche di salute mentale o disabilità psicosociali, e in particolare le persone che utilizzano i servizi di salute mentale, possono essere soggette, tra l’altro, a discriminazioni diffuse, stigma, pregiudizio, violenza, esclusione sociale e segregazione, istituzionalizzazione illegale o arbitraria, iper-medicalizzazione  e pratiche di trattamento che non rispettano la loro autonomia, volontà e preferenze”.

In Italia la de-istituzionalizzazione è stata completata fino alla chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici in due decenni (1978-1999). La legge del 1978 è stata basata sui diritti (libera comunicazione, diritto al ricorso, no ai trattamenti obbligatori prolungati, no alla detenzione durante tali trattamenti), evitando “carriere” istituzionali. Il settore della psichiatria forense/giudiziaria è stato recentemente incluso in un’ulteriore de-istituzionalizzazione con la chiusura di tutti i rimanenti ospedali psichiatrici giudiziari, sostituiti da piccole unità regionali connesse ai Dipartimenti di Salute Mentale.

La de-istituzionalizzazione è stata dunque un punto di partenza, ma è ancor oggi un passo necessario: significa sostituire i servizi sul territorio alle cure ospedaliere e i trattamenti volontari a quelli obbligatori, ove possibile. Ciò porta alla rottura del tradizionale nesso tra una psichiatria custodialista e la negazione dei diritti umani con la conseguente emarginazione sociale, o la marginalizzazione in strutture istituzionalizzanti o in generale in servizi di salute mentale escludenti.

Quali sono quindi le pratiche che possono promuovere la libertà? Come possono essere descritte e messe in opera? Quali sono gli indicatori a essa collegati? Che cosa unisce parole chiave quali porta aperta, dialogo aperto, accesso libero, coinvolgimento della comunità, co-produzione con i portatori d’interesse, recovery (anche del sistema)?

Nell’ambito delle attività dell’International School & Conference “Franca e Franco Basaglia”(vedi), realizzata a partire dal 2011 dal Centro Collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Ricerca e la Formazione – Dipartimento di Salute Mentale dell’ASUI di Trieste, col sostegno della Regione FVG, si colloca l’incontro internazionale:

“The right [and the opportunity] to have a [whole] life

Parco Culturale di San Giovanni dal 15 al 18 novembre 2017.

Si tratta di un incontro aperto ed interattivo che prevede uno scambio reciproco di nuove idee e pratiche innovative. Esso è modulato in visite di studio ai Servizi ed ai Programmi (con il coinvolgimento dell’intera Regione Friuli Venezia Giulia), corsi brevi e masterclasses, lavori di gruppo e incontri di esperti (vedi gli speakers confermati).

Coordinamento scientifico: Roberto Mezzina, John Jenkins

L’evento è organizzato in collaborazione con:

  • World Health Organization (WHO)
  • International Mental Health Collaborating Network (IMHCN)
  • World Association Psychosocial Rehabilitation (WARP)
  • Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo “Franco Basaglia” (Copersamm)
  • Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica (SIEP)
  • Psichiatria Democratica (PD)
  • European Community Mental Health Service (EuCoMS)

Sono disponibili posti limitati. Verrà data priorità alle collaborazioni ed ai partner del Centro Collaboratore OMS di Trieste

Lingua: inglese / italiano (è prevista la traduzione in simultanea)

ECM: l’evento è in fase di accreditamento ECM per le tutte le professioni, riservati alle prime 100 richieste (20 crediti)

Per tutte le informazioni, i dettagli, gli aggiornamenti e le iscrizioni:

www.triestementalhealth.org

Segreteria organizzativa:

Enjoy Events

Contatti: trieste2017@enjoyevents.it

Ddl Dirindin-Manconi ottimo strumento di lavoro.

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 15/10/2017 - 17:56

(ph Adam Hillman)

Ma serve un confronto

di Fabrizio Starace, Presidente SIEP

Gentile direttore (*),
Il recente intervento di Ivan Cavicchi (vedi) sul DDL Dirindin-Manconi “Disposizioni in materia di Salute Mentale…” (vedi) fornisce una chiave di lettura originale della crisi del sistema di cura per la salute mentale nel nostro Paese, che abbiamo più volte documentato, anche dalle colonne di questo Quotidiano.

Tra i pochi esperti di sanità pubblica che ne hanno colto la gravità, Cavicchi cita quello che altrove abbiamo definito il “paradosso della salute mentale”, tormentata dall’aumento e diversificazione dei bisogni, da un lato, e la riduzione delle risorse, soprattutto umane, dall’altro. E propone un’analisi dello stato attuale delle cose che affonda le radici nella storia delle tre riforme che la Sanità Pubblica ha attraversato dal 1978 ad oggi. Con spirito critico (ma anche propositivo) non comune Cavicchi individua nelle invarianze culturali, nelle asincronie tra le trasformazioni economiche e sociali che hanno caratterizzato l’ultimo quarantennio e le rigidità dell’impianto organizzativo pensato per dare risposta alla domanda di salute, il motivo reale della disapplicazione del disegno riformatore. Le disconferme, esplicite o più spesso inespresse, dei principi riformatori si aggiungono alle scelte non sempre felici adottate per trasdurre gli stessi principi in norme funzionali all’innovazione.

La denuncia – pur necessaria – della “deriva” alla quale sono lasciati i Servizi di Salute Mentale in assenza di qualsivoglia attenzione istituzionale, e la rivendicazione – pur giusta – delle necessarie risorse umane ed economiche, rischiano di costituire mero esercizio di testimonianza, se non si mette mano a un disegno riformatore complessivo, in grado di attualizzare i principi della 180 in un contesto profondamente mutato.

Questo il cardine della riflessione che Cavicchi ci propone, innescando un dibattito al quale non intendiamo sottrarci.

Come è noto, la SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica) ha più volte segnalato – dati alla mano – l’inadeguatezza crescente del sistema di cura per la Salute Mentale in Italia, caratterizzato da eccellenze di spicco a livello internazionale e al tempo stesso da diseguaglianze profonde, intollerabili, sul territorio nazionale, ed è stata la prima a documentare l’inosservanza – da parte delle stesse Regioni che l’avevano definita – della quota minima del 5% della spesa sanitaria da destinare alla salute mentale.

Ciononostante, siamo consapevoli del limite insito in una semplice rivendicazione economica. L’economia aziendale fornisce numerosi esempi di fallimentari scelte conservative, in cui l’iniezione di risorse in sistemi produttivi che non vengono profondamente riformati si traduce in spreco, dissipazione, non solo di denaro pubblico ma di aspettative e in ultima analisi di consenso.

Forse l’unico esempio che in tal senso è possibile rinvenire in salute mentale è costituito dal processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. In questo caso il Legislatore ha previsto l’allocazione di risorse per le innovazioni strutturali e il reclutamento di personale indispensabili per rendere operativa la Riforma, ma è innegabile che i tempi, i modi, il funzionamento e gli esiti sono estremamente diversi da Regione a Regione, profondamente influenzati dai preesistenti assetti organizzativi, dalla vision e dal livello programmatorio che ne deriva.

Se questo, dunque, è il problema, quali le possibili soluzioni?

Trovo molto utile almeno due ipotesi di lavoro che Cavicchi traccia nel suo articolo:
1) Occuparci delle “invarianze”, ossia di tutti quei fattori che hanno impedito alla norma di produrre i cambiamenti auspicati (o peggio, di riprodurre “sotto mentite spoglie” le medesime dinamiche che la norma intendeva modificare: l’esempio della trans-istituzionalizzazione dall’Ospedale Psichiatrico al territorio è illuminante, ma molti altri potremmo citarne, dagli approcci teorici ai meccanismi amministrativi, dal ruolo dei portatori di interessi economici alle scelte organizzative).

2) Combattere il rischio di “regressività” di proposte difensive aprendo il dibattito fuori dal rassicurante perimetro disciplinare, confrontandoci con i diretti interessati, creando nuove connessioni inter- ed extra-istituzionali; oggi “fare salute mentale” di comunità assume connotazioni diverse e richiede nuovi modi, nuovi strumenti, nuove alleanze, rispetto solo ad alcuni anni fa.

Credo che questa necessità sia ampiamente avvertita: ne è testimonianza il manifesto appello per la Salute Mentale, promosso da SIEP un anno fa e condiviso dai Dipartimenti di Salute Mentale, da tutte le società scientifiche ed associazioni di familiari e utenti, dai principali sindacati dei lavoratori, in cui – a conclusione di un’analisi del sistema di cura in Italia – si richiedeva al Ministero della Salute ed ai Presidenti delle Regioni di convocare Conferenze Regionali della Salute Mentale, “con l’obiettivo di rendere conto in modo pubblico, partecipato e trasparente del reale funzionamento dei sistemi locali per la salute mentale, dei modelli organizzativi adottati, delle risorse umane ed economiche effettivamente impiegate, del grado di raggiungimento degli obiettivi di Piano Regionale e Nazionale, dei livelli di efficacia ed inclusione sociale conseguiti”.

Si chiedeva altresì di “convocare la Conferenza Nazionale della Salute Mentale, con il fine precipuo di verificare in che misura i differenti sistemi regionali siano in grado di perseguire gli obiettivi definiti nel Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale approvato in Conferenza Unificata il 24.1.2013 e di definire le misure per garantire in modo uniforme sul territorio nazionale il diritto alla cura e all’inclusione sociale delle persone con disturbi psichiatrici”.

Il DDL Dirindin-Manconi costituisce un ottimo strumento di lavoro, che ha il pregio di individuare criteri ed articolazioni organizzative che hanno dimostrato, in alcune parti del Paese, di essere funzionali a una mission (la salute mentale di comunità) coerente con i principi della Riforma. Credo tuttavia che sia la vision, la capacità di proiettarci nel futuro, l’immaginare i nuovi scenari del nostro agire, a dover attraversare un profondo processo di ricontestualizzazione. Esso non può realizzarsi altro che negli spazi pubblici e partecipati che abbiamo richiesto nell’Appello.

E “convinti come siamo che la Salute Mentale sia un bene esigibile individuale e collettivo” dovremo prendere atto dell’assordante silenzio delle Istituzioni interpellate e promuovere occasioni autonome di dibattito e confronto.

Siamo persuasi che sia un buon modo per avvicinarci al quarantennale della Legge 180, una legge che pretende, per mantenere inalterato il suo portato riformatore, un lavoro continuo di de-costruzione e ri-costruzione delle teorie e delle prassi.

(*) Da Lettere al Direttore, QuotidianoSanità: http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=54758

Rapporto dall’ultima diga di montagna in cui si parla di Elettroshock

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 15/10/2017 - 17:26

di Donato Morena

Tra qualche giorno si terrà (si è tenuto, il 13 settembre us. Ndr) un incontro a Montichiari (Brescia) in cui si parlerà anche di Elettroshock. Non è casuale, immagino, la scelta del luogo essendo sede di uno dei pochi centri (circa sedici in totale in Italia), ma con numeri consistenti, dove si pratica la Terapia Elettroconvulsivante (TEC). L’Elettroshock, appunto, come è stata definita questa controversa pratica dai suoi scopritori Bini e Cerletti nel 1938. E’ consuetudine che a ogni discussione su questo scivoloso tema ne seguano altre organizzate dai sostenitori della TEC per rettificare gli errori tecnici, demistificare le leggende, proporre le storie di chi ce l’ha fatta a stare meglio, dopo lunghe e travagliate peregrinazioni. O almeno, questo è quello che dicono. Comunque, recentemente mi è capitato di partecipare a un convegno e, tra le altre, a una relazione incentrata proprio sul tema. Purtroppo non riesco a indicare con maggiori dettagli la sede e la data del convegno perché in quel periodo soffrivo di misteriosi accessi febbrili, di notevole portata e dopo i quali, come dopo uno shock, mi capitavano dei fastidiosi buchi di memoria che ancora ora faccio fatica a riempire. Per fortuna mi viene in soccorso il diario che porto sempre con me, dove ho annotato quanto accadde quel giorno. Mi scuso in anticipo per i probabili, anzi certi, falsi ricordi di cui il racconto seguente potrebbe essere infarcito, ma ribadisco come fossi segnato all’epoca da pessime condizioni di salute, fisiche e mentali.

Ad ogni buon modo, spero che quanto trascritto possa essere motivo di riflessione e di anticipazione del pensiero e delle critiche degli elettro-fan.

Diario: 20.. (?), settembre (forse), un posto in montagna in Italia

L’aria fredda del mattino è secca e pungente, nonostante dicono sia solo la fine dell’estate e che il grande gelo, da cui la gente del luogo è temprata fin dalla culla, sia ancora lontano. Per fortuna noi sprovveduti abitanti di città, senza camicie di flanella a quadri in valigia,  dobbiamo solo sopravvivere al fine settimana. Entriamo nel mega-hotel d’altura che ancora non si scorge il sole dal profilo scuro della montagna che ci sovrasta. A parte i due colleghi con cui sono arrivato, e che subito perdo di vista, non conosco nessuno. Me ne sto perciò a osservare in disparte i capannelli di colleghi in abiti impeccabili che parlottano tra loro o con gli informatori, ancora più impeccabili. Ogni tanto dalle grandi vetrate della porta girevole si intravede la sagoma di un Professore, scortato sempre da qualche collega femme-fatale che ha scelto questa professione per scortare un Professore. Al loro passaggio marziale, i capannelli  si aprono ossequiosi e sardonici. Il tempo di accumulare un pò di penne e di vergognarmi del mio completo vintage fuori luogo e mi avvio alla sala congressi. Le pareti sono rivestite da legno chiaro, le poltrone di tessuto rosso, e c’è un grande palco illuminato da dei faretti. Sale la musica d’inizio del convegno e la sala si riempie alla svelta. I colleghi lasciano a malincuore il buffet ed entrano in fila, alcuni masticano ancora dopo essere stati prelevati di sorpresa dalle hostess. I moderatori arrivano sul palco, calano le luci di sala, si accendono i microfoni, ci richiamano al silenzio. Manca poco, ancora qualche istante e lo show avrà inizio. Eccola che sale, l’attrazione della mattinata, la Professoressa venerata da generazioni di colleghi. Una star mondiale oramai, una guru che con i suoi interventi si dice riesca a smuovere anche le coscienze più restie e riluttanti, a intrecciare le corde profonde del cuore con quelle più raffinate della mente.
Lo sguardo della Professoressa mira all’orizzonte, a un punto focale fisso chissà dove oltre il fondo dell’aula. Gli occhi chiari che sporgono dagli ossicini taglienti del volto sembrano due fari che rischiarano lo spazio immerso nella penombra. Un colpo di tosse, uno schiocco di lingua, e subito il canale uditivo è inondato dalla sua voce rauca, da fumatrice inesausta, che ha un timbro quasi metallico e sembra sospingere le parole perentorie a una distanza ultra-umana.
“E’ finita”, dice di scatto. “Si, finalmente la guerra è finita. Il fuoco fatuo dell’Ideologia che ha serpeggiato nei focolai di una psichiatria alternativa è quasi completamente spento. Qualcuno ha vinto e qualcuno ha perso. Ovviamente non poteva aver la meglio chi combatteva per una Psichiatria basata sull’etica o ancor peggio sull’estetica. Filosofi. Nostro malgrado abbiamo dovuto assecondarli, per non contraddire un’opinione pubblica trasognante, inebriata da parole vuote come libertà, bellezza, partecipazione. Abbiamo atteso pazientemente che la sbornia passasse, che i sogni si sbriciolassero di fronte alla potenza del Reale. Lo sapevano tutti che erano solo mistificazioni, gli operatori che non stavano sotto i riflettori, i familiari dei pazienti, i politici. Però tacevano e anzi solleticavano le spinte ordaliche del popolo. I politici, soprattutto loro, i più ipocriti, che hanno disegnato leggi sul corpo della nostra Psichiatria senza mai tenerci davvero in considerazione, senza mai affidarsi ad una Istituzione vera e riconosciuta come la nostra. Ma noi sapevamo, sapevamo di essere dalla parte giusta, perchè eravamo dalla parte della Legge. La Legge della Statistica, dei Numeri, dell’Economia. La Legge della Scienza. Non dimentichiamolo mai. E’ grazie alla Scienza che esistono i farmaci che hanno permesso di chiudere i manicomi. E’ grazie alla Scienza che è stato possibile migliorare l’esistenza di persone prima emarginate perchè inguaribili e pericolose. E dopo essere state ammansite, concedere loro di far ritorno ai propri cari. Finanche i casi più difficili, di quei pazienti che con molle negligenza rifiutavano le cure, sono stati risolti grazie alla Scienza. Invece di perdere tempo e risorse per convincerli ad assumere ogni giorno la Cura, la Scienza ha messo a punto dispositivi per rilasciarla nel corpo giorno dopo giorno. Oggi addirittura per mesi e mesi. Così abbiamo accontentato anche i pazienti più paurosi degli aghi! (Ride,ndr). Per non parlare dello sforzo enorme che si sta combattendo sul fronte della Riabilitazione. La Scienza ha svelato la completa inutilità degli intrattenimenti di dubbia derivazione ideologica, smascherando gli impostori pseudo-artisti che volevano contaminare la nostra cara Psichiatria. Anche qui l’improvvisazione è finita, oggi è scientificamente provato cosa serve al Malato per fare ritorno nella Società. Ovviamente residua la soggettività, quella volontà che l’Io precario del Malato non sempre riesce ad avere solida e potente, per cui qualcuno non riesce a re-integrarsi nel ciclo produttivo. Poco male, che si accontenti della pensioncina d’invalidità! (Ride,ndr). Insomma cari colleghi, a coloro che parlavano di una Psichiatria morta abbiamo risposto con tutta la vitalità dell’innovazione. La Scienza ha vinto dovunque! Rimane un solo, ultimo baluardo da far crollare, l’ultimo appiglio a cui l’Ideologia tramortita si aggrappa spudoratamente. Mi trovo a dover discutere, di nuovo purtroppo, della Terapia Elettro-Convulsivante. Purtroppo, ahimè, perchè ci sono pazienti impauriti e un’opinione pubblica che continua a dare credito alle quisquilie, agli squittii di quei residui bellici che non si sono rassegnati. Che ancora parlano, parlano, parlano, innamorati del blablabla, de Lalingua, come direbbero gli psicologi lacaniani. Ah!, gli psicologi. Loro si che sono passati a più miti consigli! I più bravi si sono rinchiusi in una gabbia dorata a parlare di essere e nulla, gli altri si sono limitati a lavorare con test e compiti a casa. Degli psicologi non dobbiamo temere, mentre agli altri, a quegli eversivi basagliani, io dico, attenti!, ricordatevi che oramai noi sappiamo tutto di voi e delle vostre teorie. Grazie alla Scienza abbiamo occupato ogni campo dello scibile. Non siamo più i neurologi e i biologi mancati di un tempo, gli esperti materici di molecole e picchi plasmatici. Avete voluto sfidarci su altri terreni, condurre lo scontro nello spazio della cultura perchè non avevate la forza di confrontarvi sul campo della Scienza. E noi vi abbiamo sconfitto anche lì, disarmandovi. Ci siamo impadroniti dei mezzi del vostro linguaggio libertario e degli strumenti delle vostre pratiche, inglobandoli, metabolizzandoli, ortopedizzandoli per renderli finalmente Scientifici. Oggi siamo noi a parlare con Efficacia di salute mentale, di prevenzione, di presa in carico, di ripresa, di lotta allo stigma. Ma voi, luddisti primitivi, che avete avuto almeno la dignità di togliervi il camice, continuate a mettere i bastoni tra le ruote del Progresso, e ora vi opponete tignosamente alla diffusione delle cosiddette terapie fisiche, e soprattutto alla loro regina, la TEC. Che poi, per l’onestà intellettuale che ci contraddistingue, siamo tenuti a dire che proprio di Progresso in questo caso non si può parlare. Diciamo, meglio, più che di una Scoperta si tratta di una riscoperta, più che di Ricerca di recherche. Ebbene, era dai tempi di Bini e Cerletti che non si sentiva un’aria tanto frizzante, un entusiasmo così combattivo, un fermento scientifico così vivace. Dopo una piccola deflessione, una ritirata naturale per proteggersi dalla pioggia acida e ipocrita delle misconoscenze, siamo sul punto di ripristinare l’Ordine della Verità e della democrazia. E la Verità è che dovremmo essere orgogliosi di questa piccola, grande vicenda italiana. Lasciamo perdere, per carità (sbuffa,ndr), le vecchie storie dei mattatoi di maiali, del ventennio fascista, della corrente che brucia il cervello, delle botte alle radio rotte. Banalità!, analfabetismi!, leggende!. La Verità, non ce ne vogliano le Case Farmaceutiche qui presenti, è che nessuna Terapia in Psichiatria ha dato risultati comparabili a quelli della TEC. La Verità è che lo Shock, di qualsiasi natura, dalla piretoterapia alla malarioterapia, dal metrazolo all’insulina, rappresenta da sempre la Cura migliore per quasi tutti i disturbi psichiatrici, da quelli maggiori a quelli morali. E’ vero, sappiamo ancora poco degli effetti biologici della TEC sul cervello, sulle sinapsi e sull’architettura dei circuiti nervosi. Aspetti, questi, di prioritario interesse per noi. Eppure, siamo convinti che entro qualche anno tutto sarà chiarito. Per ora accontentiamoci dell’Efficacia. Forse che i colleghi cardiologi si chiedono quali modifiche molecolari determini l’uso del defibrillatore? E no, il paragone non è azzardato, perché la TEC è una terapia salvavita! Nella maggior parte dei paesi del mondo, ovviamente in quelli democratici e non oscurantisti come il nostro, nessun ospedale può permettersi di non prevedere l’uso della TEC! Noi, invece, in Italia, patria dei quasi premi Nobel Bini e Cerletti, dobbiamo assistere ai pellegrinaggi terapeutici verso quei pochi centri che resistono ai pregiudizi e alle malelingue. In questi centri di eccellenza, peraltro, si assiste a un’incredibile innovazione della tecnica, oggi totalmente atraumatica e proposta in setting sanitari confortevoli e asettici. E’ un po’ come andare dal dentista! (Ride, ndr). Il giorno dopo i pazienti vanno tranquillamente a lavoro, e senza il fardello della depressione!,altro che smemorati! Le funzioni cognitive migliorano moltissimo, come mostra la Ricerca! In più oggi a nostro sostegno abbiamo molti testimonial in carne e ossa che hanno provato i benefici della TEC e tentano di diffondere la loro esperienza.
Mi avvio alla conclusione. Prima, tuttavia, voglio ricordare come al corpo del malato oggi la Scienza e l’Elettricità offrano non solo la TEC, ma un vero e proprio ventaglio di possibilità terapeutiche di Efficacia comprovata. Oltre alle scosse convulsivanti della TEC abbiamo infatti quelle più tenere della Stimolazione Transcranica con Correnti Dirette (tDCS), le stimolazioni profonde direttamente nel tessuto cerebrale della Stimolazione Cerebrale Profonda (DPS) e quelle con i campi magnetici della Stimolazione Magnetica Transcranica (SMT). E non dimentichiamo la stimolazione del tenero Nervo Vago, lui che pensava di starsene tranquillo e indifferente a vagare per il corpo! (Ride, ndr).
Bene signori e colleghi, la mia breve relazione termina qui, nel ricordarvi che noi siamo uomini di Scienza! E non è nella nostra disponibilità mettere in discussione la Legge della Scienza, il cui principio è al di là del bene e del male! La Scienza, in quanto a contatto con l’Universale, non può che rappresentare l’inizio e la fine del nostro operato e deve necessariamente escludere obiezioni etiche e contestazioni umanistiche. Insomma, ciò ch’ei Cura, ei lice, anzi ei Deve!
Noi siamo contro gli avventurieri, gli improvvisatori, i fanatici oppositori della gerarchia medico-paziente, gli amanti della parola. Noi amiamo i fatti e la Scienza! Ed essendo un fatto che la TEC, uno dei prodotti migliori della Scienza, sia uno strumento magnifico e salvifico, ebbene noi amiamo la TEC! Perciò, difendiamola e proponiamola!”
Dura solo pochi secondi il silenzio, al massimo 6 o 8, il tempo di una scossa di TEC, poi la luce si accende e come un lampo parte un applauso scrosciante, i colleghi si alzano in piedi per 30-40 secondi, il tempo di una crisi convulsiva, più o meno. C’è chi si avvia sotto al palco per stringere le mani alla Professoressa, chi continua ad applaudire con lo sguardo fisso di chi si è appena svegliato da un attacco epilettico, chi corre al tavolo dei rappresentanti della ditta che vende la PushBottonMagicBox. Io rimango fermo, quasi catatonico, ma per fortuna nella confusione non se ne accorge nessuno e mi risparmio un scossa di TEC. Alzo solo gli occhi al cielo. Mi accorgo che sopra di me inaspettatamente c’è una campana di vetro. Ma come ho fatto a non accorgermene prima? E’ l’ultima visione, poi sale di nuovo la febbre, e non ricordo più niente. O forse, mi pare di aver sentito come in lontananza una voce femminile che diceva più o meno cosi: “Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota e  bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno. Un brutto sogno”.

Nota: nessuno dei personaggi menzionati nel racconto è realmente esistito. E’ invece vissuta Sylvia Plath, di cui è l’ultima frase, dal libro “La campana di vetro”. Un libro che parla anche di Elettroshock, ma soprattutto di vita e poesia.

(Da Psychiatryonline: http://www.psychiatryonline.it/node/7003)

Quali possono essere i fattori alla base del superamento della contenzione meccanica?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 15/10/2017 - 17:11

di Roberto Zanfini, Direttore Emergenza Urgenza Psichiatrica di Ravenna AUSL della Romagna

Nonostante i Servizi Psichiarici di Diagnosi e Cura ricorrano alla contenzione non sono presenti leggi o norme che la regolamentino essendo stato il  Regio Decreto 615/1909 ” abolito dalla legge 180/1978. In questo decreto al Capo IV art. 60 il ricorso alla contenzione fisica veniva stigmatizzato ed era stabilita una pena economica per chi vi ricorreva senza l’autorizzazione scritta del Direttore del manicomio o di un medico (“nel manicomio debbono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’istituto. L’autorizzazione indebita dell’uso di detti mezzi rende passibili coloro che ne sono responsabili di una pena pecuniaria … L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in Case Private). Ad oggi in alcune regioni italiane le contenzioni meccaniche vengono monitorate e sono state date indicazioni riguardo al suo ricorso attraverso circolari che la disciplinano. Nella regione Emilia Romagna ciò avviene da anni e ogni anno gli SPDC inviano dati relativi ad ogni singola contenzione eseguita. Ogni SPDC è infatti dotato di un apposito registro per il monitoraggio dei dati. Sono inoltre previsti audit sia periodi che per le singole contenzioni che hanno una certa durata.

Nel 2006 il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura ha segnalato che in Italia “Il potenziale di abuso e di maltrattamento che l’uso di mezzi di contenzione comporta resta fonte di particolare preoccupazione … Purtroppo sembra che in molti degli istituti visitati vi sia un eccessivo ricorso ai mezzi di contenzione”. Per questo motivo la Conferenza delle regioni e delle provincie autonome ha, nel 2010, stilato delle raccomandazioni per prevenire le contenzioni fisiche in psichiatria.

Il ricorso alla contenzione è infine stigmatizzato dagli Ordini Professionali e anche nel 2015 il Comitato nazionale di bioetica ha ribadito la necessità di un suo superamento.

Oltretutto la contenzione meccanica oltre che umanamente degradante non è scevra da rischi e complicanze potenzialmente letali.

Sin dal 2000 il Servizio Psichiarico di Diagnosi e Cura di Ravenna ha avviato pratiche atte a ridurre il ricorso alla contenzione meccanica con l’obiettivo di eliminarla come pure di “umanizzare” sempre di più il ricovero. Gli interventi attuati sono stati strutturali, clinico organizzativo e formativi.

Per quello che riguarda gli interventi strutturali l’ambiente di cura è stato reso il più possibile simile a quello di un domicilio, sono state tolte le sbarre alle finestre, eliminate le telecamere di sorveglianza e si è reso possibile l’accesso a diverse aree del reparto. Le telecamere di sorveglianza erano state installate nei primi anni 2000 in alcune stanze con l’intento di monitorare le persone in particolari situazione di crisi, contenute o a rischio ad esempio di cadute. Solo nel 2011 ci siamo resi conto che un sistema di videosorveglianza richiede un monitoraggio continuo da parte di un operatore che viene sottratto all’assistenza. Per cui tanto vale fornire una assistenza continua alla persona che ne necessita anche in considerazione del fatto che con le videosorveglianza non si prevengono le cadute (si vede solo che la persona è caduta) e non si assistono le persone contenute (non si fa un supporto psicologico e non si “vedono” gli arresti cardiorespiratori).

Per quello che riguarda l’utilizzo di spazi del reparto la guardiola degli infermieri è sempre aperta ed accessibile ai degenti quando al suo interno è presente del personale.

Gli interventi clinico organizzativi sono consistiti nel: a) monitoraggio di ogni singola contenzione sia con la sua registrazione che con la sua analisi per individuare i fattori che potevano averla determinata in modo da poter apprendere strategie/interventi preventivi b) trasparenza dell’operato avvisando i familiari e dando loro la possibilità di rimanere in reparto per tutta la sua durata c) assistenza continua da parte di un operatore per tutta la sua durata d) discussione da parte di tutto il gruppo di lavoro di lavoro prima di utilizzarla con supervisione da parte del Direttore o del suo sostituto sulle 24 ore verificare se tutte le strategie alternative siano state esplorate e percorse e) possibilità di rinforzo del turno in caso di particolari situazioni di crisi anche ricorrendo al CSM d) utilizzo del tempo evitando, quando possibile, di “chiudere” la situazione di crisi per aspetti dovuti all’organizzazione e) creazione di un protocollo con le Polizie Municipali della Provincia di Ravenna relativamente agli ASO e ai TSO f) creazione di un protocollo con il PS per le modalità di espletamento delle consulenze in particolare per il trattamento degli stati di intossicazione e per le sindromi psicorganiche.

Un’altra area di intervento è stata quella di favorire il cambiamento di alcune distorsioni cognitive presenti nel gruppo di lavoro che considerava la contenzione un atto terapeutico da applicare anche in condizioni di ipotetico rischio ritenendo che tali condizioni fossero dovute solo al paziente e non anche a fattori legati all’ambiente di cura e al tipo di approccio relazionale. E’ stata quindi eseguito un massiccio intervento formativo volto a fornire al personale maggiori capacità relazionali e competenze tecniche per la gestione delle situazioni di crisi che non si appiattiscono solo sulla gestione dell’aggressività imminente.

Infatti la formazione ha riguardato anche l’apprendimento della diagnosi funzionale, di tecniche psicosociali, la gestione del rischio di violenza e dell’aggressività, interventi di debriefing e defusing per il gruppo di lavoro.

E diversamente da pochi anni fa, siamo oggi ben consapevoli del fatto che la contenzione non è un atto terapeutico, ma un atto coercitivo e che gli stili relazionali e più in generale l’ambiente di cura possono influire sia sull’innesco di comportamenti aggressivi sia sul successivo utilizzo della contenzione come è sempre di più riportato in letteratura.

Sono stati pertanto rafforzanti i piani di trattamento individuali basati sulla diagnosi funzionale con un atteggiamento improntato alla partnership e al recovery coinvolgendo attivamente la persona (dal “fare al paziente” al “fare con il paziente”); si sono ridotti i tempi di inattività attraverso un aumento del tempo di relazione con gli operatori, l’esecuzione dei trattamenti psicosociali individuali e di gruppo. Le c.d. regole di reparto sono poi state poi per gran parte sostituite dai summenzionati piani di trattamento individuale.

Attraverso queste azioni si è progressivamente ridotto nel corso degli anni il numero delle contenzioni passando dalle 150 del 2000 (il reparto aveva 15 posti letto) alle 3 del 2016 di cui l’ultima, ad oggi, eseguita nell’agosto del 2016 (il reparto dal 2003 ha 20 posti letto).

Il grafico riporta l’andamento nel tempo delle contenzioni e del numero infortuni degli operatori dovuti ad episodi di aggressività a partire dal 2006 anno in cui abbiamo iniziato a monitorare il numero degli infortuni.

Come si può notare dal grafico vi è stato un incremento sia del numero delle contenzioni che degli infortuni degli operatori nel periodo 2007/2010 e nel 2015 (a settembre 2017 le contenzioni sono 0 e gli infortuni 4).

Il ricorso alla contenzione avviene di solito dopo che si è manifestato un episodio di aggressività e non viceversa.

Nel periodo 2007/2010 vi è stato un cambiamento di tipo organizzativo/culturale consistito nel ripristino del primato delle c.d. regole di reparto rispetto alla flessibilità dei piani di trattamento individuale. L’inversione di rotta è ricomparsa a partire dal giugno 2011 anno in cui sono state tolte anche le telecamere dalle stanze di degenza.

Da quel momento si è assistito ad una progressiva riduzione del ricorso alla contenzione fino alla sua eliminazione da oltre un anno associato ad una riduzione degli infortuni (quest’anno sono 4) ad esclusione del 2015. In quell’anno il SPDC è stato temporaneamente trasferito per lavori di ristrutturazione in una sede che non era stata ritenuta idonea motivo per cui vi era stato anche un relativo rafforzamento del personale (i letti sono stati ridotti a 12 e il numero di personale è rimasto invariato).

Ciò a sottolineare l’importanza fondamentale che i fattori relazionali, del milieu e degli aspetti strutturali hanno come determinanti per il ricorso alla contenzione.

Bibliografia

1)                 Zanfini R et al: L’ambiente di cura influisce sul ricorso alla contenzione? Frammenti II (2011); 5-18

2)                 Zanfini R et al: “Come superare la contenzione fisica: l’esperienza del SPDC di Ravenna. Frammenti II (2012): 79-89;

3)                 Papadopoulos et al: The antecedente of violence and aggression within psychiatric in-patients settings. Acta Psychiatr Scand 125: 425-439 2012

4)                 Bowers L et al: Inpatient violence and aggression: a literature review. Report from the Conflict and Containment Reduction Research Programme. King’s College 2011

5)                 Bowers L: Safewards:the empiracal basis of the model and a critical appraisal. Journal of Psychiatric and Mental Health Nursing 21:354–364, 2014

6)                 Bowers L et al: Reducing conflict and containment rates on acute psychiatric wards: The Safewards cluster randomised controlled trial.  Int J Nurs Stud 52(9): 1412–1422,  2015

Brescia – Montichiari: lettera al giornale di Massimo Fada

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 12/10/2017 - 16:37

Gentile Direttore (*),

il processo di chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) si è realizzato con grande ritardo, con gli ultimi 2 “internati” nell’OPG di Barcellona Pozzo di Gotto dimessi, ad esempio, solo il 2 maggio di quest’anno. Siamo ora entrati in una nuova fase in cui le 30 strutture sanitarie costruite al loro posto (Residenze Esecuzione Misura di Sicurezza, REMS, max 20 posti letto ) sono entrate a regime.

Devo riconoscere che nella delibera regionale 5340 del giugno 2016 il passaggio più significativo è sicuramente il personale dedicato alla gestione dei progetti di reinserimento, ove possibile, di soggetti portatori di patologie psichiatriche coinvolti in vicende giudiziarie: 120 operatori, 4 unità per ogni ASST  Lombarda.

Su questo è stato raggiunto l’accordo con l’ASST Spedali Civili di Brescia: i 4 operatori – 1 psichiatra e 1 infermiere al 50%, 1 Assistente Sociale e un Educatore a tempo pieno – saranno assunti con i fondi della Legge Nazionale 81/14, tradotti a livello locale dalla Regione Lombardia.

Siamo tra le prime Aziende in Regione che avranno questo personale, grazie ad un impegno che è andato ben oltre la trattativa.

Ricordo che il Comitato Stop OPG a Brescia è stata una presenza molto attiva e propositiva (con presentazione di libri, di docufilm al cinema EDEN, con una mostra di Sambonet a Brescia presentata anche a Roma-Firenze-Milano, raccolta firme sulle campagne che hanno portato alla chiusura di queste strutture, partecipazione alle iniziative in Commissione Giustizia del Senato durante l’iter della legge).

Mentre il Dipartimento Salute Mentale ha organizzato un corso di formazione specifico, in due edizioni, per tutto il personale del DSM e un convegno già nell’aprile 2015 dal titolo: “Superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari ed oltre”.

Si spera allora di essere stimolo per le altre ASST (25 in tutta la Lombardia) per dotarsi di strumenti che favoriscano l’intervento alternativo alla detenzione di queste persone e che raccordino la loro azione con i soggetti investiti da questi casi: Magistratura, Uffici Esecuzione Penale Esterna, Servizi Territoriali del DSM in modo  tale da favorire la scelta che considera RESIDUALE la custodia detentiva in REMS per pazienti che non sono pericolosi socialmente.

Perchè è qui il nocciolo del problema: la contraddizione tra necessità di sicurezza della popolazione e il necessario, sì necessario, percorso di riabilitazione individuale di persone che soffrono di problemi mentali e che necessitano di cure, in quanto cittadini, anche quando commettono reati. Dopo la chiusura dei manicomi, che interessò circa 70.000 persone e non 1400 degli OPG, non vi è stato un aumento significativo di reati che qualcuno aveva preventivato con la “liberazione dei matti di Basaglia”. Perchè il concetto di pericolosità sociale è criterio inadeguato a descrivere la complessità di una persona. Poco predittivo.

Sulla CONTRADDIZIONE, Basaglia diceva che era il “luogo” del cambiamento reale: la soglia da attraversare per poter immaginare una nuova dimensione (la chiusura del manicomio, ad esempio) da cui ripartire, per andare oltre, continuamente.

Tutto ciò è altro dall’elettroschock che si pratica ancora oggi all’ospedale di Montichiari, autorizzato dal 2005 dall’allora Direttore Sanitario e dal Comitato Etico (dall’intervista del Dott. Fazzari sull’espresso del 20.8.2017).

Dicono che solo in Italia, perché ideologicamente ancora succube della riforma Basaglia, ci sono tutti questi problemi: in altri paesi europei viene somministrata regolarmente. Si dimenticano di dire che sono paesi dove esistono tuttora manicomi. Che l’Italia ha definitivamente chiuso nel ‘99. Nel Regno Unito esistono 160 centri, in Germania 159, con centomila trattati. Andiamo avanti ancora con il confronto o la finiamo qui? “La TEC non prevede un DRG nel tariffario della sanità: è una terapia che non ha ritorno economico” (sempre dall’intervista all’Espresso): io so che le sedute a Montichiari prevedono la presenza di personale infermieristico nella preparazione e accompagnamento del paziente, presenza di un’anestesista, di un medico psichiatra, occupazione di una sala operatoria: tutto fornito dal SSN, pagato con le nostre tasse. Siamo passati (e la mancanza di dati precisi dice della serietà della ricerca sull’elettroschock, non solo in termini di esiti), dicevo siamo passati da 1406 pazienti nel triennio 2008/2010 (unici dati ufficiali 2012 Ministro Balduzzi: 521/2008, 480/2009, 405/2010)  ai circa 300 nel 2014 nelle 6/10 strutture in cui si pratica in Italia. Un trend in calo: come mai?

Non è poi così miracoloso come sembra?

Tutte questioni che verranno affrontate durante l’iniziativa che si terrà a Montichiari il 13 ottobre, alle ore 20.30 nella sala consiliare, partendo dallo spunto della presentazione dei libri dello psichiatra Piero Cipriano “La trilogia della riluttanza: cronache sulle cattive pratiche in uso in ambito psichiatrico”.

Il 2018 è il 40° anniversario della  legge 180, impropriamente chiamata legge Basaglia, che ha iniziato il lungo processo della chiusura dei manicomi in Italia, avvenuta ufficialmente solo nel 1999. Al senato è stato depositato pochi giorni fa il disegno di legge 2850 per tradurre i principi della legge 180 nei territori in cui non è stata ancora applicata e sarà il faro che orienterà nel paese le molteplici iniziative previste dei soggetti coinvolti: operatori, pazienti, familiari, cittadinanza attiva.

Il 2018 è anche l’80° anniversario della prima applicazione elettroschock di Cerletti (dopo che aveva notato l’effetto su maiali prima della macellazione in un mattatoio romano): a Roma il 14/4/‘38, su una persona che vagava in stazione disorientata e arrestata per vagabondaggio perché sprovvista di biglietto.

“Noi” sappiamo quale celebrare.

(*) lettera inviata al quotidiano BresciaOggi

Sembrava chiudersi un secolo di vergogna

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 12/10/2017 - 11:47

di Peppe Dell’Acqua

Devo confessare tutta la mia incompetenza. Quando parlo di elettroshock (ECT) non so bene di cosa parlo: non l’ho mai visto fare, non l’ho mai praticato, non l’ho mai subito(!). Basaglia che spesso gli “gli scienziati” citano come fautore shock elettrico, l’ha praticato nella Clinica delle Malattie Nervose e Mentali a Padova negli anni ’50, lo ha trovato al suo arrivo a Gorizia nei primi ’60. Da allora questo trattamento non ha più trovato asilo nelle sue pratiche e nelle nostre future.

Di ECT, tuttavia, ho dovuto occuparmi. Mi hanno interrogato le bocche sdentate, il decadimento fisico e intellettivo, lo sguardo vuoto degli internati che lo avevano subito. Il terrore, la sconfitta, la mestizia che ancora dovevo ritrovare nelle loro stentate parole.Sento già i colleghi riuniti a Brescia che stanno per riprendermi, un po’ seccati, e quasi divertiti: “ma queste sono storie d’altri tempi, del manicomio che non c’è più. Quando gli strumenti erano rudimentali, le conoscenze approssimative! E poi, pensate, lo usavano perfino per punire. Oggi noi pratichiamo la TEC” Che vuol dire trattamento elettro convulsivante (!) che è solo un altro modo per dire elettroschock”.

Venivano obbligati e puniti gli internati indisciplinati, riottosi, irrispettosi, recalcitranti, clamorosi. Forse tutti ricordano “La meglio gioventù”, il processo e la condanna del dr. Coda, direttore del manicomio di Torino che viene denunciato proprio dagli internati per le sue pratiche coercitive e punitive. Il tribunale ammette come testimoni dell’accusa gli stessi “malati di mente”. E’ a prima volta. Ed è la prima volta, siamo nel ’75, che l’ECT/TEC è costretto a sedere sul banco degli imputati!

Di questo trattamento so poco, comunque, e per questo cerco di leggere, di tenermi informato, di capire, di trovare un’evidenza che sostenga a ragione il mio scarso interesse. La letteratura scientifica non mi aiuta molto, anzi. Non esiste uno studio, uno solo, a fronte di un numero esorbitante di lavori e di una pratica diffusissima in tutto il mondo, che dica dell’efficacia. Di risultati certi, evidenti, duraturi. Più mi interrogo e più mi rendo conto che è una pratica priva di senso. Nel nostro paese il ricorso all’ECT è minimo tanto da renderlo inconfrontabile con le pratiche di altri paesi siano essi ricchissimi o poverissimi.

Bene o male da noi, nonostante Oristano e Brunico, e l’ardore degli scienziati riuniti a Montichiari, la persona riesce a stare al centro degli interventi (non il cervello!).

Più leggo e più mi convinco che la pratica dell’ECT non può che essere una scelta ideologica, una scelta di campo che accetta di ridurre la persona a corpo, che dilata le distanze, già siderali, tra chi soffre di un disturbo mentale, i curanti e il mondo che lo circonda. Contribuisce a cancellare l’umano che è l’unico valore necessario per avvicinare le persone e le loro “incomprensibili” sofferenze. La convulsione provocata dalla scarica elettrica, sotto anestesia e in maniera indolore come se si fosse in un moderno ambulatorio dentistico, interrompe il dialogo fra i neuroni e lo modifica. E drammaticamente cancella qualsiasi possibilità di dialogo tra chi cura e chi dovrebbe essere curato. La pratica dell’ECT (ancor più che i farmaci) resta la dimostrazione di una psichiatria che si interroga poco su i suoi fondamenti e così la malattia resta al centro di ogni interesse (e non la persona), il cervello (e non i sentimenti, le storie, le culture), i neurotrasmettitori (e non le emozioni, le passioni, le ferite quotidiane, le gioie, le sorprese, le solitudini, il gelo delle relazioni, le mortificazioni, i fallimenti, le miserie…).

Non esiste un solo lavoro che dimostri l’efficacia di questa pratica nel trattamento di persone con disturbi mentali severi e complessi nell’immediato come nel lungo periodo. Benché si continui ad affermare e a dimostrare che gli interventi psicosociali producono i migliori risultati di rimonta, di integrazione, e di guarigione per le persone che soffrono di disturbi mentali severi (quelli che massimamente devono interessare un dipartimento di salute mentale) si continua a investire la maggior parte della risorse pubbliche in ospedali, letti, farmaci. Interventi che anche nel nostro paese vanno sempre più sbilanciandosi verso modelli medico/farmacologici.

Ecco credo che sia tutto qui il mio bisogno di cercare di andare oltre l’entusiastico stupore del prof. Cerletti quando per la prima volta applicò la scarica elettrica a un inconsapevole giovane che vagava perduto nella stazione di Roma. Il giovane resistette alla scarica e urlò con tutto il fiato che gli restava: noo! Vi supplico. Non un’altra volta.” Per il prof. Cerletti fu la prova che la scarica aveva funzionato.

Era il 1939, ricevette le congratulazioni del Duce. E l’elettrourto, come in italiano doveva chiamarsi, divenne una “gloria italica”, di cui dovremmo essere fieri.  Il prof. Cerletti, cattedratico di tutto rispetto, aveva visitato il Testaccio, il mattatoio di Roma, dove i macellai, prima di lui, avevano scoperto che una scarica elettrica avviava il maiale docile e remissivo al suo ineluttabile destino.

Col processo di Torino le porte dei manicomi cominciarono ad aprirsi e mostrare “gli scheletri” gelosamente e “scientificamente” chiusi negli armadi. Sembrava chiudersi un secolo di vergogna. Molte psichiatrie insensibili non fanno caso, dimenticano, occultano, tacciono.

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