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Le nostre oscillazioni. Filosofia e follia

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 18/05/2019 - 11:22

Non è rinchiudendo il vicino che ci si convince del proprio buon senso.
F. Dostoevskij

Le nostre oscillazioni. Filosofia e follia (Collana 180 – Archivio Critico della Salute Mentale, Edizioni Alphabeta Verlag, 2019, 96 pp., Euro 12,00) è il nuovo libro di Pier Aldo Rovatti, edizione riveduta e aggiornata di La follia in poche parole, che entra oggi a far parte della Collana 180.

La necessità di questa nuova versione, che arriva a quasi vent’anni dalla sua prima stesura, è dettata dal fatto che in questo lasso di tempo la prossimità tra filosofia e follia si è svuotata, non perché sia qualcosa di superato, ma perché l’abbiamo resa invisibile, l’abbiamo cancellata, trasformando una questione seria e attuale in un episodio culturale di scarsa rilevanza. L’urgenza dell’autore è quella di riprendere in mano il problema con un titolo che sottolinei e rilanci l’importanza del dubbio, espresso in maniera efficace da quel non so da cui partiva la sua riflessione vent’anni fa. Un non so che non è una cautela, ma una posizione costruttiva. Questi due monosillabi possono dirci qualcosa di non banale sulla follia. Sono l’invito a “metterci scomodi”, come a cavallo di un muretto, con una gamba di qua e una di là, e imparare l’arte dell’oscillazione, anche se è un esercizio rischioso. Come non pensare a Franco Basaglia che alla domanda «Chi è il malato di mente?», nella famosa intervista di Sergio Zavoli ne I giardini di Abele, rispose «non so, perché non lo sa nessuno».

L’oscillazione richiama l’esitazione, il paradosso, il dubbio e dovrebbe stare all’origine di ogni pensiero filosofico. Mentre siamo a cavallo del muretto probabilmente vorremmo ritirare lo slancio e starcene da una parte oppure assecondare lo slancio e portarci con un salto dall’altra. Ci viene chiesto, invece, di stare in bilico. Questa è la posizione da prendere per non far sparire la follia. Stare a cavallo del muretto significa introdurre la follia nella nostra cassetta degli attrezzi e imparare a stare in una posizione di equilibrio instabile. Dobbiamo imparare l’arte dell’oscillazione per non cedere all’inerzia di un pensiero che crede di aver già raggiunto il proprio equilibrio o si affatica soltanto per tentare di ottenerlo. Abbiamo bisogno della “follia” per ricominciare a pensare utilmente e per far fronte alle dilaganti pratiche della medicalizzazione.

Questo saggio vuole fornire qualche spunto, poche scintille, che potrebbero accendere un piccolo fuoco, che attutisca il freddo che ci stiamo fabbricando attorno. Confrontandosi con alcuni tra i principali pensatori contemporanei come Foucault, Derrida, Husserl e Bateson, questo agile saggio mostra come la “follia” sia diventata, da esclusivo oggetto della psichiatria, a concetto filosofico in grado di porre questioni decisive grazie alle idee di “equilibrio instabile” e di “oscillazione”. Viene così riaperto il capitolo sull’importanza della follia come tratto soggettivo che appartiene a ciascuno di noi e che non è confinabile nell’universo terapeutico. Queste pagine intendono denunciare la palese chiusura culturale che caratterizza il nostro presente e rilanciare quel pensiero critico che la stessa filosofia, dopo averlo alimentato alla fine del secolo scorso, ha poi abbandonato a vantaggio di un pensiero unico della “normalità” fondato essenzialmente sul potere.

Il libro sarà disponibile nelle librerie a partire dal 20 maggio 2019 e on-line sul sito della casa editrice e sui principali bookstore on line.

Il librò verrà presentato in anteprima domenica 19 maggio alle 11.30 in occasione della quindicesima edizione del Festival Vicino/Lontano in un incontro con l’autore presso l’Oratorio del Cristo (Largo Ospedale Vecchio 10/2, Udine) e poi venerdì 24 maggio alle 18 durante la rassegna Rose Libri Musica Vino presso il Parco di San Giovanni a Trieste.

Incontrollabili e incontrollate

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 16/05/2019 - 08:08

Di Agnese Baini, dottoressa in Storia del libro, Università degli Studi di Udine

«È un fatto universalmente noto che uno scapolo provvisto di un cospicuo patrimonio non possa fare a meno di prendere moglie»[1]. Questo è il famoso incipit di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Vi chiedo ora di fare un piccolo esercizio: se invece del maschile “scapolo” vi fosse scritto “zitella”, quale sarebbe il fatto universalmente noto? C’è una forte dissimmetria e una differente connotazione tra l’idea di autonomia e di indipendenza declinata al maschile o al femminile. Questa è solamente la prima delle tante riflessioni che mi ha suscitato il libro Luride, agitate, criminali [2](Carocci editore) di Candida Carrino. Il volume è la sintesi di una ricerca sulle cartelle cliniche delle internate dell’ospedale psichiatrico Santa Maria Maddalena di Aversa (Caserta); questo è l’ultimo nome con cui la struttura è stata conosciuta, fino alla sua chiusura nel 1999, ma iniziò la sua carriera, nel 1813, con il più poetico “Reale Casa de’ matti”.

Carrino si muove all’interno dell’archivio dell’ex ospedale psichiatrico, studiando le cartelle cliniche e le storie in esse contenute. È un’azione interessante provare a ridare forma ad una persona dietro le pagine compilate, dove c’è scritto ciò che il medico voleva vedere e non ciò che la possibile internata avrebbe voluto raccontare. Per esempio, c’erano segnalati altri casi di pazzia in famiglia oppure azioni “anomale” compiute in passato; le cartelle cliniche non contengono dunque solo ciò che è accaduto dentro il manicomio ma anche quello che è accaduto fuori e prima. Già qua c’è un’ulteriore dissimmetria: è lo sguardo di un medico maschile che guarda il corpo femminile per trovare la follia (la principale diagnosi, con 302 casi, è per “malinconia/stato depressivo/psicosi maniaco-depressiva”), nonostante Camilla Restellini Bassanesi – di cui parlerò più avanti – chiese, nel 1947, che vi fosse «una medichessa»[3]all’interno della struttura.

Il libro è diviso in tre parti: la prima presenta dati e statistiche riguardo queste donne internate, come il contesto di provenienza, la professione praticata precedentemente, il grado di istruzione; nella seconda, l’autrice si sofferma su alcuni gruppi: le minorenni, le “deflorate”, le tribadi, le criminali; la terza parte invece è incentrata sul racconto di tre biografie.

Un primo dato con cui confrontarsi riguarda la sproporzione tra il numero di internati uomini (4398) e le internate donne (2411). Perché questo numero maggiore di uomini rispetto alle donne? Che la follia sia solamente una prerogativa maschile oppure questo disequilibrio nei numeri ha altre implicazioni? L’ipotesi che Carrino avanza riguarda il fatto che la gestione di un corpo femminile folle (o di un corpo folle femminile?) sia più semplice dal punto di vista dell’aggressività e, dunque, si riesce ad assoggettare e a placare con più facilità qualsiasi comportamento sia visto come a/normale. La soluzione era confinare dentro le mura della casa finché si poteva e si arrivava all’internamento nel momento in cui gli eventi smettevano di essere domestici e diventano intemperanze pubbliche; ovvero: scandali. Tornerò più avanti sul ruolo che ha lo sguardo del “pubblico”.

Il secondo dato riguarda lo stato civile di queste internate, solo un terzo erano sposate mentre le altre erano sole: libere, vedove, separate (anche “non specificato”). Il dato non è insignificante perché la decisione riguardante l’internamento era in mano al marito per le donne sposate (in Italia l’autorità maritale è stata abolita soltanto nel 1975) e alla comunità per le donne libere.

«La vulnerabilità delle donne sole era altissima; senza la protezione maritale si era costantemente esposte al pericolo dell’internamento, in quanto il controllo sociale su tale tipologia femminile era più alto e più impietoso, quasi che la società stessa avesse bisogno di difendersi e vigilare su queste donne incontrollabili e incontrollate da un autorità maschile che ne indirizzasse le scelte e le decisioni»[4].

Ecco che torna lo sguardo della comunità, lo sguardo che giudica. Riprendo le parole dello storico Domenico Rizzo: «Il metro di valutazione […] è “pubblico” perché lo spazio della moralità è spazio in primo luogo sociale»[5]. Alle donne sole, quindi non definite e non definibili in relazione ad una figura maschile, si toglieva la possibilità di vivere una vita propria e si arrivava all’internamento con malelingue, pettegolezzi, giudizi e denunce. Nella storia di Maria Vittoria, rimasta vedova, sono i figli stessi preoccupati per l’eredità a chiedere l’internamento (uno dei rari casi di donna proveniente da una famiglia agiata – il 99% delle internate era povera) affermando che sono assenti nella donna sentimenti verso la famiglia e amore verso i figli. Viene da dire, leggendo queste storie, che la follia non sia nemmeno negli occhi di chi guarda ma negli occhi di chi vuole vederla. Leggendo alcune delle storie che Carrino riporta ci si scontra subito con questo fatto: la follia non è mai questione di cosa un corpo e una mente possano produrre, ma di cosa si sia voluto guardare in questi. Il problema era tutto ciò che non rientrava nel normale senso del pudore, nell’essere una moglie e una madre ma nel voler liberare il proprio corpo e i propri desideri. Tra i motivi di internamento troviamo, per esempio: 41 donne che fuggono da casa, 12 incompatibili alla vita di famiglia, 8 aggrediscono il marito (chissà quanti mariti che hanno aggredito mogli sono finiti internati in un ospedale psichiatrico per questo motivo…), 4 hanno avuto rapporti sessuali occasionali, 3 sono stravaganti e altrettante si danno alla prostituzione, 2 gridavano, 1 per l’enigmatica motivazione “sentimenti erotici e religiosi” e 1 altra cantava e ballava per strada.

Tra le tre biografie che Carrino decide di approfondire, quella che più mi è rimasta impressa è la storia di Camilla Restellini Bassanesi. Camilla (1910-1993) era una grafomane e ha raccontato con le proprie parole quello che è accaduto a lei e al marito, puniti per il loro impegno politico con la scusa della poca cura verso i figli. Camilla, internata e lucidissima, iniziò a proporre riforme sociali riguardo l’organizzazione interna – oltre alla richiesta di una medichessa, riforme riguardo il gabinetto e il servizio medico. Ma questa sua voglia di cambiamento le fu additata come un «sintomo che la sfera intellettiva è difettosa»[6]. Voler migliorare la propria e l’altrui condizione è qualcosa da aggiustare, qualcosa che non va. Camilla ha lasciato anche un dattiloscritto, Il peggio incominciava, sui due anni passati ad Aversa – da dove esce grazie ad un dubbio battesimo e all’intervento di un deputato della Costituente. La sua vita si può leggere nella voce dell’Enciclopedia delle donne curata da Carrino stessa.

Di questo libro, Luride, agitate, criminali, ci sarebbe da parlare molto di più perché ogni piccolo dato, ogni insignificante statistica, ogni storia dimenticata stimola delle riflessioni su cosa è accaduto e su cosa accade ancora ora. Clelia, ammessa ad Aversa per la prima volta nel 1935, chiedeva di essere dimessa perché «adesso siamo nel Novecento»[7]e rivendicava il suo diritto di autodeterminarsi. Cara Clelia, pensa che ora siamo nel 2019 e le donne sole e libere continuano a fare paura.

[1]Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, Torino, Einaudi, 2007, p. 3 (traduzione a cura di Fernanda Pivano).

[2]Candida Carrino, Luride, agitate, criminali. Un secolo di internamento femminile (1850-1950), Roma, Carocci, 2018.

[3]Riportato in Carrino, Luride, agitate, criminali, p. 126.

[4]Carrino, Luride, agitate, criminali, pp. 32-33.

[5][5]Domenico Rizzo, Gli spazi della morale, Buon costume e ordine delle famiglie in Italia in età liberale, Roma, Biblink Editori, 2004, p. 41. Citato in Carrino, Luride, agitate, criminali, p. 27.

[6]Riportato in Carrino, Luride, agitate, criminali, p. 127

[7]Carrino, Luride, agitate, criminali, p. 64.

Collana 180. Archivio critico della salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 14/05/2019 - 21:36

È trascorso più di mezzo secolo dall’avvio dei primi cambiamenti nelle grandi istituzioni manicomiali. Un tempo ormai storico che oggi pretende un attento lavoro di rivisitazione, sistematizzazione, riproposizione critica di temi, materiali e documenti che raccontino di quei cambiamenti e di quanto hanno prodotto e producono nell’attualità delle pratiche e della ricerca intorno alla questione psichiatrica e della salute mentale.

Dopo anni di disattenzione, luoghi comuni e polemiche, tanto aspre quanto superficiali, sembra si possa riaccendere un interesse reale e autentico. Il trentennale della legge 180 ha ridato voce alla questione e alcuni eventi culturali di grande impatto comunicativo hanno incuriosito un numero impensabile di persone, fra cui tantissimi giovani*. Oggi il lavoro di Basaglia, e più in generale della deistituzionalizzazione, viene inserito nei programmi di insegnamento delle facoltà di psicologia, scienze dell’educazione, filosofia, sociologia, scienze sociali, antropologia e infermieristica, diventando oggetto di tesi e approfondimenti. Cresce inoltre il numero di studenti, giornalisti e ricercatori interessati a informazioni, libri e documenti intorno a quella che forse è stata la più decisa e perdurante riforma avvenuta in Italia nel secondo dopoguerra. Tuttavia, la mancanza di testi e ricerche sistematiche che diano conto di quegli anni è quanto mai evidente e a rimanere delusi sono soprattutto i giovani.

A Trieste, come in altri luoghi di buone pratiche, siamo ancora impreparati. Più o meno di proposito, continuiamo a rispondere con l’adagio basagliano: «vieni e vedi».

Eppure molto in questi anni è stato scritto e pubblicato. In più territori abbiamo provato ad affrontare la questione. Con tagli diversi (scientifico, divulgativo, filosofico, giornalistico, letterario) e obiettivi talvolta discordanti, sono state avviate iniziative editoriali e pubblicazioni puntiformi dovendo alla fine ammettere di aver spesso fallito.

Le ragioni sono diverse: da un lato la vastità dei processi di cambiamento e i numerosi ordini di discorso che attraversa; dall’altro il fatto che il carico e l’impegno quotidiano richiesto da tali processi ha distolto molti operatori dal lavoro di ricerca e dalla produzione letteraria. Il clima di tensione e di conflitto che ha accompagnato la legge 180 ha fornito un alibi alle consapevoli disattenzioni delle riviste scientifiche e della psichiatria accademica di fronte a quei fenomeni che si presentano come antagonisti e critici dei saperi e degli interessi sostenuti proprio da quelle stesse psichiatrie. Continuano a essere imperdonabili le lentezze del Ministero della Salute e di tutti i governi che si sono succeduti, i quali hanno investito poco o nulla nella ricerca e nella valutazione dei tumultuosi cambiamenti di quegli anni e ancor meno nella diffusione delle esperienze innovative, delle buone pratiche, delle sensate organizzazioni.

Da quegli inizi, la mancanza di continuità volta allo studio, all’analisi, alla definizione e alla ricerca intorno a questo cambiamento che anche altri definiscono epocale, appare sempre più profonda. Non solo per chi vuole sapere, ma prima ancora per quanti, impegnati oggi in questo lavoro, vedono disperdersi il valore di quanto producono e crescere il rischio di stallo, autoreferenzialità e isolamento. Per chi lavora nell’ambito della salute mentale è diventato molto difficile rispondere alle domande sempre più precise che giungono dalle famiglie, dalle associazioni, dagli stessi cittadini che vogliono rendersi più partecipi ed esperti, e dal mondo della formazione e della cooperazione sociale.

Raccogliere queste domande vuol dire accettare una scommessa. Non facile. Vuol dire mettere in campo le sinergie, le risorse e le intelligenze di amministratori, operatori, associazioni, intellettuali, cooperatori sociali, familiari e tanti cittadini. La collana editoriale 180 vuole riconoscere le tante cose che in questi anni sono avvenute. Muove i suoi primi passi da Trieste per percorrere la vasta rete delle buone pratiche, incontrare la storia del cambiamento delle singole persone e raccontare le straordinarie imprese sociali che si sono sviluppate intorno alla questione psichiatrica.

La collana si articola intorno a 4 grandi aree tematiche: NarrazioniRiproposteAttualitàTraduzioni.

La sezione Narrazioni presenta storie di persone, di esperienze collettive, di guarigione, ma anche racconti e romanzi che si costruiscono intorno al disagio e alla malattia.

Le Riproposte mettono a disposizione dei lettori i testi che hanno avuto un ruolo importante nei processi di cambiamento e che oggi riteniamo debbano essere conosciuti e studiati. Testi introvabili e ricercati proprio dai più giovani che di quegli anni (Sessanta–Settanta) rischiano di vedere cancellata ogni memoria.

In Attualità si intende rispondere al bisogno di conoscenza intorno a quanto è veramente possibile fare oggi; una domanda che attraversa trasversalmente tutto il campo e gli attori presenti sulla scena della salute mentale.

Infine, Traduzioni è la parte della collana che intende far conoscere a un pubblico più vasto quelle ricerche e quei saggi di attualità noti solo a pochissimi addetti ai lavori, rendendoli così un utile strumento per arricchire le conoscenze e il dibattito disciplinare, sociale e politico nella più vasta area di quanti, a titoli diversissimi, sono coinvolti e attivi intorno alla questione della psichiatria e della salute mentale.

Marzo 2011

Peppe Dell’Acqua, Nico Pitrelli, Pier Aldo Rovatti

*Basterebbe pensare al film di Giulio Manfredonia Si può fare con Claudio Bisio (8 milioni di spettatori nelle sale) e allo sceneggiato televisivo di Marco Turco C’era una volta la città dei matti con Fabrizio Gifuni e Vittoria Puccini (7 milioni di telespettatori in ognuna delle due serate di programmazione). Senza parlare del successo teatrale e cinematograficode La pecora nera di Ascanio Celestini e della popolarità del lavoro poetico e di testimonianza di Alda Merini.

13 maggio 1978

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/05/2019 - 22:02

[Scritto tratto da (Tra parentesi) La vera storia di un'impensabile rivoluzione, spettacolo con Massimo Cirri e Peppe Dell'Acqua, in scena dal 15 al 24 maggio presso il Teatro Rossetti di Trieste]

Nel gennaio 1977 Michele Zanetti e Franco Basaglia annunciano che il magnifico frenocomio dell’imperial regia città di Trieste– si chiamava così quando è nato, sotto l’Austria – finalmente chiude. Poi c’è un’altra accelerazione, una delle tante in questa storia, perché si sta discutendo in Italia della riforma sanitaria e bisognerà affrontare la questione dei manicomi, sono un pezzo della sanità, la salute mentale. E poi bisogna fare ancora più in fretta, perché nella primavera del ‘78 c’è un referendum del Partito Radicale che chiede l’abrogazione della vecchia legge che sostiene il manicomio. Allora c’è il rischio di un vuoto legislativo, bisogna stralciare un pezzo della riforma sanitaria e decidere alla svelta. E non è facile decidere in quei mesi, perché sono i mesi in cui viene rapito Aldo Moro, Primo Ministro, rapito dalle Brigate Rosse, poi viene ucciso il 9 maggio 1978. Il giorno dopo si riunisce la Commissione che deve decidere. Aldo Moro c’entra tantissimo in questa storia. C’entra tragicamente e c’entra anche per la luminosità del suo lavoro. C’entra tragicamente perché, proprio il giorno prima che si riunisca questa Commissione, il suo corpo viene trovato in via Caetani, nella famosa Renault rossa. È stato assassinato. Aldo Moro è stato uno dei più giovani, forse il più giovane costituente, nel ‘48. Nel ‘48 è stato l’estensore dell’articolo 32 della Costituzione. L’articolo 32 è un articolo che non pretendo che voi ricordiate, neanche io conosco tutti gli articoli, però quello dice che i cittadini, chi si trova sul territorio del nostro Paese ha diritto alla salute e alla cura, nel rispetto del diritto e della dignità, e della libertà. Bene, a queste parole che Aldo Moro scrive e che poi discute, discute con La Pira, con Calamandrei, discute con Togliatti, si aggiunge anche che nessuno può essere sottoposto a trattamento obbligatorio sanitario, se non per precise disposizioni di legge. Aldo Moro muore così, invece, senza difesa, nell’indegnità e nell’illibertà più totale. E Aldo Moro c’entra perché questo articolo 32, che vogliamo ricordare qui, è ciò che poi costituisce la Legge 180, che stiamo cercando di ricordare. È proprio lì che c’entra Aldo Moro. Quel giorno, Aldo Moro è morto, la Commissione si riunisce per l’ultima riunione ed è presieduta da Gabriella, una giovane staffetta partigiana di Treviso: è Tina Anselmi, democristiana, dirige con grande cura e con grande autorità questa Commissione, non facile. Alla fine, quasi per sincerarsi lei e gli altri del buon lavoro che hanno fatto, chiede a tutti e a se stessa: «Ma i matti, quelli che stanno in manicomio, i malati di mente sono o no cittadini per i quali vale il diritto costituzionale?», in quel momento gli arriva sulla testa la colomba dello Spirito Santo – sorrido per non emozionarmi, perché davvero questa cosa è accaduta – e tutti si illuminano e dicono che sì, da quel momento i matti saranno cittadini, e cittadini a maggior ragione, proprio perché matti.

Non sono tutte rose e fiori

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/05/2019 - 17:45

Di Carmine Schettini

«Un uomo è in cucina. Suona il telefono. Si sposta per rispondere ma urta la vasca col pesce rosso, che cade e si rompe. L’uomo comincia a setacciare il pavimento con le mani e si capisce allora che non vede. Cerca, cerca…non lo trova. Mentre il pesce saltella poco più in là. È disperato. Allora vede un’altra soluzione: cerca col tatto lo scarico sul pavimento, si toglie la camicia e lo tappa velocemente. Poi velocissimo riempie il pavimento di acqua. Quando ha finito si siede a terra. Distrutto. E aspetta. Qualche secondo dopo si vede arrivare il pesce: ora può di nuovo nuotare e si infila sotto la sua mano.»*

Sono piuttosto emozionato. Sono molto emozionato direi.

Avrò affrontato l’argomento nel modo giusto? Mi tremerà la voce? Molti dei presenti li conosco bene, altri un po’ meno. Stamattina arrivando molti mi hanno sorriso, ho visto che erano sinceri, ne sono sicuro. Questi farmaci che prendo adesso mi aiutano a capire meglio il mondo. Nonostante, sono emozionato. Ce ne sono ancora molti che quando mi vedono così dicono: «È ansioso, forse non ha preso i farmaci», è perché sono un paziente psichiatrico; io invece mi sento semplicemente emozionato e i farmaci li ho presi.

Casomai potrei parlare un po’ rallentato proprio perché li ho presi. Comunque meglio rallentato che con la bava come era con quegli altri farmaci di una volta: quando parlavo con una ragazza mi cadeva tanta bava, ero terrorizzato. Vabbè che si dice che quando una donna ti piace sbavi per lei, ma nel mio caso…ecco se facessi più di una volta questa battuta ci sarebbe il rischio ancora che qualcuno si chieda se non sia il caso di risistemare un po’ l’umore, farmacologicamente intendo. Se la stessa battuta la fanno i normali invece si dice che sono di “buon umore”. Invece io sono psicotico. Anzi no: io sono una persona affetta da psicosi. Anzi, meglio: quando tra me e il mondo l’esperienza non è abbastanza comprensibile e diventa traumatizzante io tendo a organizzarla in modo psicotico. Devo usare questo modo complicato per definire il mio stato per poter recuperare il mio nome e cognome invece di essere “uno psicotico”.

Con i farmaci che prendo e con quello che ho combinato alla prima crisi, in altri tempi sarei andato in manicomio. Adesso il manicomio non c’è più. È stata una svolta. Per un po’ è sopravvissuto l’elettroshock ma ora sembra scomparso anche quello.

Da alcuni anni i miei frequentano un gruppo nel Centro di Salute Mentale insieme ad altri genitori che hanno figli con i miei stessi problemi e quindi si ritrovano tutti ad avere gli stessi problemi nei rapporti con noi figli. Non è un gruppo terapeutico. È un gruppo che attraverso la condivisione delle esperienze di ciascuno vuole generare un nuovo modo di relazionarsi sulle problematiche della sofferenza mentale in modo da portare poi quelle modalità anche in casa nel rapporto con i figli.

Mi hanno raccontato che ogni volta che una nuova coppia entra nel gruppo esordisce sempre con lo stesso vocabolario:

Necessità di controllo sui figli riguardo all’assunzione degli psicofarmaci, al limite somministrandoli di nascosto, necessità di prolungare la durata dei ricoveri, proteste contro la riforma psichiatrica («Ci sta Basaglia a casa con noi quando nostro figlio si agita?!»), domande sulla genetica come unica causa della malattia su cui non c’è niente da fare, il racconto della tragedia della prima crisi come fosse ancora ieri, la nostalgia senza speranza di «Quando noi figli stavamo bene», la cronicità, la incomprensibilità di certe frasi (i deliri) o di certi comportamenti, la risonanza magnetica funzionale, la pericolosità, il deficit cognitivo inevitabile, il riconoscimento precoce dei sintomi per poterli neutralizzare.

Poi passano gli anni (i miei ci vanno da dodici anni nel gruppo) e adesso il vocabolario è cambiato. Adesso è pieno di parole come:

Sforzarsi di comprendere parlando con questi figli, ridiscutere la paura sempre alle porte di una violenza fisica magari mai avvenuta, le reazioni fisiche possono essere l’espressione estrema di una ferita, la speranza di fare qualcosa con noi e con i curanti, cercare di capire le cose dal nostro punto di vista, il coraggio di non arrendersi nelle situazioni critiche, maggiore ascolto, maggiore possibilità di esprimere in gruppo il dolore, il riconoscimento dell’apporto di ciascuno dei componenti della famiglia al miglioramento o al peggioramento dello stato di salute, eccetera eccetera.

Il cambiamento del vocabolario vuol dire un cambiamento della cultura, una rivoluzione, un rovesciamento dei significati antichi, proprio come nella riforma psichiatrica.

Ma non sono mica tutte rose e fiori…tutt’altro.

Nel corso di questi anni in gruppo i nostri genitori hanno discusso, litigato, ascoltato, pianto, espresso tutte le ambiguità rispetto alle cure e alla sofferenza loro e soprattutto di noi pazienti.

Hanno spesso attaccato i nostri curanti per qualunque problema, hanno ostacolato strenuamente progetti per il nostro inserimento nelle Comunità Terapeutiche e poi con altrettanto impegno sono riusciti a favorirli; ci hanno aspettato alla fine di quella esperienza per riaccoglierci in casa o lasciarci di nuovo andare in Casa Famiglia, dopo aver fatto i conti con vissuti di nostalgia, di espulsione, di accoglienza, sostenuti da una valutazione realistica ma sofferta di tutti i cambiamenti avvenuti in quegli anni in gruppo e delle cose ancora da fare e anche di quelle che forse non potremo sperare di fare mai; hanno fantasticato di essere accoltellati nel sonno da noi figli e poi, al contrario, di poterci un giorno abbracciare senza paura; con tutta la rabbia e il dolore per quell’esito tragico delle nostre storie familiari.

Hanno ridiscusso i loro ruoli come coppia coniugale attraverso le loro vicende di coppia genitoriale. Alcuni hanno fatto anche una psicoterapia individuale, altri hanno fatto una terapia di coppia per migliorare le funzioni genitoriali. Lo so, per qualcuno la speranza non è ancora arrivata.

Ma purtroppo il nuovo vocabolario (la nuova cultura, come abbiamo detto) non è che ha fatto morire quello vecchio una volta per tutte; in ogni momento in cui le difficoltà e le paure e le ferite tornano a livelli intollerabili, come per noi pazienti ritornano le crisi, così da parte dei genitori i vecchi vocaboli possono tornare col fascino di una volta, che fa sembrare le nuove posizioni relazionali solo segni di una debolezza momentanea a fronte di decisioni dure e tempestive da intraprendere. Il pensiero custodialistico rialza la bandiera. Ripetiamo:

Necessità di controllo maggiore sull’assunzione degli psicofarmaci, al limite somministrandoli ad insaputa dei pazienti, la genetica come concausa della malattia su cui non c’è niente da fare, la mancanza di speranza per via della ineluttabile cronicità, l’irrealtà del delirio o l’incongruità di certi comportamenti, la risonanza magnetica funzionale, la pericolosità sociale, il deficit cognitivo ingravescente, il riconoscimento precoce dei sintomi per poterli neutralizzare, eccetera eccetera.

Ma non vi sembra che questo era pure il vocabolario del manicomio? E così anche tutti gli operatori della salute mentale c’hanno dovuto fare i conti e ribaltarlo. Hanno dovuto riattraversare criticamente certe posizioni culturali dominanti, opporvisi opponendosi anche a parti di sé, per poter prendere nuove posizioni nella relazione terapeutica, per poter guardare agli stessi strumenti terapeutici in modo diverso o inventarne dei nuovi. Hanno dovuto riconoscere la differenza tra una persona e la diagnosi, hanno dovuto instillare la speranza dentro la paura della cronicità, hanno dovuto ridiscutere i significati delle costruzioni deliranti anche dal versante del limite della loro comprensione, fare i conti con la paura (che non è da sottovalutare) per la oggettiva pericolosità fisica di certe situazioni cliniche a volte finite tragicamente, alimentare il coraggio di riprovarci “cronicamente”, qui ci vuole, cioè senza arrenderci.

Ma pure qua non sono tutte rose e fiori…

Un genitore che ha entrambi i figli in cura presso il Centro di Salute Mentale dove vado pure io, e che è quello che più di tutti ha faticato per passare dalla ricerca della molecola perfetta per far rinsavire i figli, al tentativo di incontrarli proprio là dove non li capiva, recentemente, dopo circa otto anni, ha chiesto uno psichiatra per sé. Si è accorto a un certo punto che il tentativo di capire le vicende dei figli e di poterli aiutare, invece che averne solo paura, si era rivelata un’occasione per capire e migliorare molte cose che non aveva mai visto né tantomeno capito di sé e di cui aveva anche paura: «Un’occasione della vita» – sono le sue parole esatte, riferendosi alla maturazione personale avvenuta attraverso purtroppo l’esperienza dolorosa dei figli.

È questo un esempio che rende bene l’idea che, il fatto che non ci sia più da qualche parte, magari dentro un bel parco, un posto per i matti e qui fuori invece tutti i sani, non vuol dire che sono cambiate semplicemente le tecniche terapeutiche, ma che è stato rivoluzionato il modo di pensarci: non ci sono più quelli tutti matti e quelli tutti sani. Possiamo tutti mettere insieme gli aspetti più solidi e quelli più fragili per contribuire a creare un contesto comunitario prevalentemente piacevole da vivere, oppure impegnarci per un contesto che fa impazzire chiunque, perché sicuramente a me non fa bene sospettare troppo spesso degli altri, reagire con la rabbia per qualunque ferita o pensare che non vale la pena di vivere. Ma sono sicuro che neanche ai sani fa bene fingere sentimenti per motivi utilitaristici o essersi addomesticati all’ideologia del politicamente corretto. Loro sentono i nostri “non-senso” ma noi vediamo le loro dissociazioni, che nel loro caso però si chiamano “buon senso”.

E lo voglio ridire che non sono tutte rose e fiori.

Adesso, dopo parecchi anni di cure, psicoterapia, farmacoterapia, ricoveri volontari e obbligatori, tre anni di comunità terapeutica, ho cominciato un tirocinio di lavoro. Ricevo un sussidio. Sono iscritto al collocamento alle liste speciali (anche se mi hanno detto che può essere più vantaggioso passare per le liste normali). Ma le possibilità terapeutiche si vanno diradando, perché il personale è sempre più sotto organico, ho paura che taglino i fondi per la Salute Mentale, e la cultura dominante è sempre più una cultura della vittoria a tutti i costi e della vergogna per le fragilità, e noi possiamo diventare di nuovo vuoti a perdere (non paghiamo neanche il ticket), solo invalidi civili, e lo sappiamo che l’handicap è un fatto contestuale. Se rimango tutto il giorno a casa senza lavorare alla lunga divento triste, poi nervoso, poi do un pugno al muro…non mi voglio ricoverare per questo o aumentare i farmaci. Lo so, i dottori non lo farebbero, ma pure loro risentono di questo vento culturale imperante e non vorrei si scoraggiassero…so che uno psicoanalista famoso ha detto che le speranze dei curanti per i pazienti sono inestricabilmente connesse alle speranze che hanno per loro stessi.

Ma se si riducono le opportunità di cura, il contesto culturale si fa ostile e la solidarietà diventa malata terminale, cominciano ad aumentare i sintomi, e allora aumentano i farmaci e poi subito dopo i ricoveri: isolati in casa o dentro le cliniche…sarebbe un altro manicomio.

Ecco, ho cercato a modo mio di sottolineare la necessità di custodire attentamente il cambiamento culturale che il pensiero di Basaglia e la prassi conseguente hanno comportato.

Ma stiamo con gli occhi aperti, o il pesciolino per salvarsi dovrà infilarsi nello scarico!

* libera trascrizione del corto The fish and I di Babak Habibifar.

Carmine Schettini è Medico Psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 2 e Psicoanalista Isispé. Quella riportata è una relazione letta in occasione della Conferenza Isipsé (Istituto di Psicologia del Sé e Psicoanalisi Relazionale) “Maga, Santa, Strega, Matta”. La devianza e il dolore mentale. Omaggio alla memoria di Franco Basaglia a 40 anni dalla Legge 180 tenutosi a Roma il 26 Gennaio 2019.

Un contributo in vista della Conferenza Nazionale per la Salute Mentale.

Prima lezione Agostino Pirella

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 08/05/2019 - 16:45

Questo era il reparto agitati del manicomio di Arezzo. Adesso è pieno di giovani studenti. Nessuno poteva immaginare all’epoca che un posto di dolore e di violenza un giorno sarebbe diventato un luogo di cultura e di pace. Noi ci abbiamo creduto e ci siamo riusciti.

Agostino Pirella

Dal 2019 il Dipartimento di Scienze della formazione, scienze umane e della comunicazione interculturale dell’Università di Siena promuove le Lezioni Agostino Pirella, che intendono valorizzare la sua figura, protagonista, con Franco Basaglia, della stagione novecentesca per la chiusura dei manicomi e per la nascita di una nuova salute mentale in Italia. Tra gli ultimi direttori dell’Ospedale Neuropsichiatrico di Arezzo, che dismise negli anni ‘70, Pirella incarna un momento di radicale cambiamento istituzionale e culturale.

La prima lezione del ciclo si terrà il 16 maggio 2019 alle ore 15 presso il Campus del Pionta di Arezzo e vedrà intervenire Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e professore ordinario di Psicologia dinamica presso l’Università degli Studi La Sapienza di Roma, sul tema Diagnosi e destino. Etimologicamente diagnosi significa conoscenza attraverso: attraverso il sintomo, ma anche la relazione. La diagnosi può essere un incontro, un’alleanza. Ma anche una difesa dello psichiatra dall’enigma del dolore mentale. La diagnosi è sempre in tensione, tra l’unicità dell’individuo e la categoria clinica di riferimento. Seguendo il filo offerto dal pensiero e dall’esperienza di diversi autori (Sontag e Wolf, Didion e Foucault, Jung e Balint, Freud e Jaspers) si entrerà nel labirinto delle diagnosi, si cercherà di comprendere mitologie e significati, percorrendo i confini incustoditi delle nostre vite sempre più divise tra corpo, mente e tecnologie.

In occasione della Lezione verranno esposti scritti, disegni e fotografie provenienti dall’Archivio Pirella, in una mostra a cura di Beatrice Biagioli, Lucilla Gigli e Marica Setaro.

Carcere e salute mentale: tappa lombarda verso la Conferenza Nazionale

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 08/05/2019 - 14:08

In vista della Conferenza Nazionale per la Salute Mentale del 14 e 15 giugno 2019 a Roma ed in preparazione del nuovo Piano Regionale per la Salute Mentale (PRSM), Campagna per la Salute Mentale (CSM) e Forum del Terzo Settore Lombardia organizzano tre seminari di approfondimento su temi cruciali per importanza e complessità: sulle misure privative e limitative della libertà, sui rapporti tra centri di salute mentale e territorio, sulla residenzialità in salute mentale.

Il primo incontro dal titolo Carcere e salute mentale si terrà martedì 14 maggio dalle 14 alle 18 presso l’Auditorium Fondazione Casa della Carità (via Brambilla, 10 – Milano) e vedrà intervenire Don Virginio Colmegna, presidente Campagna Salute Mentale e Casa della Carità, Benedetto Saraceno, segretario generale dell’Istituto di Lisbona per la salute mentale globale, Silvia Landra, medico psichiatra Casa della Carità e psichiatra nelle carceri di Bollate e di San Vittore, Franco Maisto, presidente emerito del Tribunale di sorveglianza di Bologna, Angelo Fioritti, direttore Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche AUSL Bologna, Antonella Calcaterra, avvocato del Foro di Milano, Luigi Benevelli, medico psichiatra, Forum Salute Mentale e Stop OPG Lombardia, Giovanni Rossi, medico psichiatra e vice presidente Club Nazionale SPDC No Restraint, Franco Milani, dirigente struttura Salute mentale, dipendenze, disabilità e sanità penitenziaria – DG Welfare Regione Lombardia, ed infine Valeria Negrini, portavoce Forum Terzo Settore Lombardia.

Secondo i dati di marzo 2019, presentati nella relazione annuale al Parlamento dal Garante Mauro Palma, a fronte di 46′904 posti ci sono 60′512 persone detenute: 13′608 detenuti in più, con un sovraffollamento maggiore del 129%. A questi si aggiungono i numerosi posti attualmente inagibili che ne incrementano il sovraffollamento. Di questi detenuti il 31,1% (16,8% in Europa) lo è per reati legati all’assunzione di sostanze o spaccio. Le persone in attesa di giudizio sono il 34,5% (22,4% in Europa) e di queste il 20% viene assolto, tra errori giudiziari conclamati e detenzioni preventive. Il Comitato Nazionale per la Bioetica, partendo dall’incompatibilità fra il carcere e la salute mentale, dichiara che «la presa in carico delle persone con disturbo psichiatrico debba avvenire di regola nei servizi sul territorio, al di fuori del carcere». Per quanto riguarda i rei folli, ovvero i detenuti con sopravvenuta infermità psichica in carcere, tra le raccomandazioni vi è quella di equiparare l’infermità psichica a quella fisica, che prevede il differimento della pena e la possibilità di essere curati fuori dal carcere. E il 19 aprile la Corte Costituzionale con la sentenza 99, fatte salve le garanzie di sicurezza, dà indicazioni di sanare questa ingiustizia. Per i folli rei, persone con infermità psichica che hanno commesso reato, è prevista dal Codice Penale la non imputabilità che presenta però il limite, attivo anche dopo la Legge 81/2014, del nesso tra malattia mentale e pericolosità sociale.

La discussione mira a stimolare la Regione Lombardia – attualmente ancora ferma sull’avvio dei lavori per il nuovo PRSM – e a dare segnali della necessità di personale formato ed in numero sufficientemente adeguato, di interventi urgenti e preventivi, di pratiche appropriate mirate al recupero, all’emancipazione e all’accompagnamento delle persone nel proprio ambiente di vita.

X Festival dei matti: Gli anni. Legami di generazioni

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 05/05/2019 - 15:17

Gli anni è il titolo di uno straordinario libro di Annie Ernaux, un romanzo-mondo, come ha detto qualcuno, in cui privato e collettivo scivolano e si confondono l’uno nell’altro, il memoir di un’epoca e quello di una vita che ne fa parte.

Abbiamo pensato che fosse il titolo perfetto per il nostro decennale, a guidare una riflessione su ciò che il Festival dei Matti è stato finora ma soprattutto sugli antefatti, i fatti e i legami generazionali che ne scrivono le ragioni, le ambizioni, i desideri e che lo abitano.

Una specie di bilancio di questa nostra scommessa culturale, ma anche un fermo immagine sul senso di rarefazione di quelle trame di pensieri e gesti che a partire dagli anni ‘60 hanno rovesciato i saperi e le pratiche che si incarnavano nei manicomi, si condensavano nelle innumerevoli sentenze di condanna della follia, della diversità, della devianza e che ancora attanagliano uno sterminato esercito di uomini e donne in ogni parte del mondo. Il decimo Festival dei Matti vuole domandarsi come restituire futuro a quelle trame che oggi sembrano sfaldate, contratte e irrigidite e che, nel racconto quotidiano, sono fatte a brandelli dal passaparola, dalle semplificazioni, dai disancoraggi strumentali, dalle brame identitarie. Una storia a rischio liturgia per tutti quelli che si sforzano di esserne parte, noi compresi.

Per queste ragioni, con la decima edizione del Festival dei Matti Gli anni. Legami di generazioni vogliamo tornare a interrogare le parole, a ricucire memorie, a ricostruire i gesti e gli scarti tra questi e gli oblii, i silenzi, le distanze. Lo faremo allargando i contesti, spostando gli sguardi, esercitandoci al pensiero critico, alla trasparenza, alla politica, al respiro del diritto.

La prima giornata, venerdì 24 maggio, patrocinata e accreditata come evento formativo dall’Ordine degli Avvocati e dalla Camera Penale di Venezia, partirà proprio da qui, dall’intreccio che lega in modo indissolubile la nostra salute (non solo mentale) e la pratica dei diritti.

La mattina, l’incontro di apertura Diritti distorti è anche una tappa della Conferenza Nazionale per la Salute Mentale - che approderà a Roma a metà giugno – e vedrà coinvolti Mauro Palma, Stefano Cecconi, Gisella Trincas, Antonella Calcaterra, tecnici, familiari, società civile per parlare dell’allerta e dell’impegno necessari a evitare che le tutele si traducano ancora in sottrazione di diritto per chi è segnato da una diagnosi psichiatrica: nelle residenze per le misure di sicurezza, nelle comunità psichiatriche, nei trattamenti sanitari obbligatori, nella contenzione, nelle prescrizioni farmacologiche arbitrarie, in servizi del tutto incapaci di fare salute mentale.

Il pomeriggio sarà interamente dedicato al pensiero di Franca Ongaro Basaglia e alle sue riflessioni su follia e normalità, salute e malattia, donne e uomini, sapere e potere, discipline e diritti. Sarà un confronto tra generazioni: Serena Ambrogi, Giorgia Chinellato, Alice De Santis, Leopoldo Zampiccoli, Riccardo Ierna, Anna Poma, Maria Teresa Sega e Gisella Trincas, studenti e persone che hanno conosciuto e si riconoscono nella voce di una delle più importanti protagoniste delle battaglie civili del secolo scorso. Un omaggio a una voce cruciale del nostro tempo condiviso a cui il regista Mattia Berto dedicherà anche una corale messa in scena, un’azione di quel teatro di cittadinanza che da tempo incrocia il festival e fa laboratorio dei suoi temi.

La sera l’appuntamento è al cinema Rossini, con la proiezione del docufilm Portami su quello che canta. Storia di un libro guerriero ricostruiremo la vicenda storica, umana e dibattimentale del processo, avvenuto negli anni ‘70, a un noto psichiatra accusato di maltrattamenti sui propri pazienti. Processo storico in cui per la prima volta i matti vengono chiamati a testimoniare, finalmente riconosciuti come soggetti di diritto.

Ne discuteremo quindi con i registi Marino Bronzino e Claudio Zucchellini, avvocato del Foro di Monza, confrontandoci su argomenti che, nonostante la legge 180, restano aperti nella pratica del diritto, ancora troppo disponibile a recedere dinnanzi ai pareri della clinica.

Sabato 25 maggio, di mattina, al teatrino di Palazzo Grassi, il giornalista Sergio Buonadonna incontrerà Björn Larsson, per una conversazione intorno a La lettera di Gertrud, ultimo romanzo del noto scrittore svedese. Una storia sulla genesi della nostra identità: di cosa siamo fatti, cosa ci definisce, cosa c’è in gioco nei nostri legami di sangue? Quante storie mute ci attraversano restando inavvertite e quante ci scalzano risucchiandoci in un destino comune, segnato, talvolta in una dannazione collettiva o familiare? Possiamo scegliere chi essere a dispetto delle appartenenze avute in sorte o decretate da un giudizio d’esclusione?

Le bugie della memoria è il titolo dell’incontro delle 16.30, con Antonella Cilento e Anna Toscano sulla scrittura e sulla poetica di due autrici che sono state alle prese con il peso enorme della storia, con le bugie e i naufragi del tempo, con lo sfaldamento di identità private e collettive: Agota Kristof e Fabrizia Ramondino.

Nel tardo pomeriggio saranno Massimo Cirri, conduttore di Caterpillar, e Denis Curti, direttore della Casa dei Tre Oci a dialogare con Letizia Battaglia, tra le maggiori fotografe contemporanee, in mostra con una personale nel bel palazzo all’isola della Giudecca. Attraverseremo con loro La scena degli anni (i settanta, gli ottanta e i decenni successivi) vicini ai corpi, ai gesti, agli sguardi che le magnifiche foto di Letizia Battaglia hanno immortalato, raccontando le strade, il carcere, il manicomio, ma anche il pathos di un impegno civile e di testimonianza che sta in prossimità di chi guarda e lo incontra davvero. Una scena fatta di tragedia, contraddizioni, bellezza, di pianti e di risate che non vogliamo smetter di sentire.

La sera sarà il legame e il debito che sentiamo di avere con Fabrizio De André a prendere la scena. Con Dori Ghezzi e Francesca Serafini dialogheremo della sua musica e delle sue parole che ci troviamo ancora cucite addosso, di ragioni e sragioni, del risvolto cupo di un mondo in cui il canto della follia sembra il solo a offrire varchi, di sguardi stralunati che vedono davvero. Le anime salve in terra e in mare lo siamo tutti quanti o nessuno. Parleremo della bellezza e del dazio del prendersi molto, troppo o del tutto sul serio che forse è la vera cifra di ciò che chiamiamo follia come insegna Franco Rotelli, uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia.

La mattina della domenica, in Campo Santa Margherita a un passo dalla Libreria Marco Polo, parleremo di libertà nei legami. Dove cerchiamo oggi la libertà, da che cosa pensiamo che ci si debba liberare per guadagnarla fino in fondo? Cosa c’entra tutto questo con la nostra salute mentale? Pietro Del Soldà, scrittore e conduttore di una trasmissione radiofonica che interpella ogni giorno “tutta la città”, ovvero chiunque voglia esprimere il suo parere su ciò che accade, e Chiara Saraceno, acutissima sociologa e studiosa del contemporaneo. Con loro proveremo a domandarci dove si annida la sofferenza che ci attanaglia così diffusamente, in quali strategie di vita, in quali dispositivi sociali che governano i nostri pensieri e piegano il nostro sentire. C’è una libertà fuori dai legami sociali? E cosa ce ne facciamo? A quali legami dobbiamo chiedere la libertà, a quali appartenenze? Cos’è la famiglia, quale forma le si addice? Cosa genera salute mentale nell’incrocio tra noi e gli altri, quelli prossimi e quelli più distanti? Cosa c’entra la cittadinanza in tutto questo?

Il pomeriggio, al Teatrino e Parco Groggia, prenderà il via con un monologo di e con Paolo Puppa, La lettera (impossibile) di Dino Campana a Sibilla Aleramo, che ricuce l’ordito di un amore fattosi preghiera a invocare la vita da dietro le sbarre di una prigione sanitaria, spietata e senza via d’uscita.

Ancora di internamenti parleremo alle 17 con Karen Venturini, autrice di Melanconia con stupore, un centinaio di ritratti di donne internate tra il 1870 e il 1890 nel manicomio Osservanza di Imola. Ritratti fiabeschi eppure realissimi che muovono dalle tetre istantanee di tessere di riconoscimento che potevano soltanto misconoscere, occultare, cancellare. Brevi viaggi sul dorso di parole sempre uguali – mania, furore, imbecillità, melanconia – fatte apposta per far natura morta di vite giovanissime eppure insostenibili e oscene, viaggi interrotti bruscamente non prima però di aver restituito alle storie il possibile di cui sono state per sempre derubate.

Alle 18 sarà l’incontro tra Gianni Montieri e Andrea Pomella intorno al suo ultimo libro, L’uomo che trema, a riportarci nel contemporaneo, alle parole nuove e implacabili della clinica, ai suoi rimedi chimici che saturano di senso unico chi se li sente attribuire, placano per sottrazione e trattano per svuotamento. Ma sopratutto a raccontarci quello che il silenzio tiene fuori dalla scena: la vertigine di una soggettività che perde il mondo e stordita dal dolore si cancella senza forza di resistere; fino a che la vita non riaggiusta il tiro e torna a far rumore, a riempiere le assenze e a far smettere di tremare.

Sarà infine Baby il folgorante racconto di Susan Sontag interpretato da Mattia Berto e Anna Toscano, a chiudere il festival, dando corpo al paradosso del nostro starci accanto, persino genitori e figli, nel perenne vacillare di quello che sappiamo dire, vedere, incontrare l’uno dell’altro anche quando chiediamo disperatamente alla tecnica di sciogliere l’enigma. A cavallo tra follia e normalità, sempre e comunque insieme sulla scena degli anni, che in fondo sono solo legami di generazioni.

Il Veneto è già fuori dalla Costituzione italiana

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 03/05/2019 - 18:09

(foto Berengo Gardin)

Un esempio emblematico da discutere alla Conferenza Nazionale

Di Anna Poma

La Regione Veneto con la delibera 32 del 13 marzo 2019 (vedi) ribadisce la sua radicale distanza da politiche di salute mentale degne di questo nome, insistendo nel riproporre logiche psichiatriche miopi, antiquate e del tutto estranee allo spirito della riforma che nel 1978 ha cancellato i manicomi in Italia e sciolto i dispositivi che misconoscevano, per chi vive un problema di salute mentale, il pieno diritto di cittadinanza.

Oggi con l’approvazione delle nuove schede ospedaliere, lo scorso anno con una delibera che rivedeva l’offerta extraospedaliera comunitaria (la n. 1673 del 12/11/2018, da noi fortemente contestata perché istituisce le fatidiche nuove Residenze sociosanitarie psichiatriche, ovvero, a tutti gli effetti, nuovi piccoli manicomi per complessive 280 persone) la Regione Veneto ripropone, senza nemmeno farne troppo mistero, l’idea che il problema con cui confrontarsi quando in gioco ci sono i “matti” è ancora prima di tutto quello della loro dislocazione. Che si tratti di far diventare i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura dei veri e propri reparti massivi (fino a 58 posti letto sono previsti a San Bonifacio in provincia di Verona, 35 a Padova, 30 a Vicenza) o che si legittimino comunità dove è previsto, dopo i 45 anni di età, sostanzialmente la possibilità di internamento a vita, l’obiettivo da perseguire è sempre e comunque quello di decontestualizzare le vite e di mettere altrove una sofferenza che non interroga mai i luoghi da cui proviene. Una lettura e una logica che malauguratamente sembrano orientare la richiesta e la pressione di alcune associazioni di familiari (che si preoccupano ad esempio perché nella ridistribuzione regionale la asl Serenissima potrebbe perdere qualche posto letto, senza curarsi di cosa accade all’interno dei servizi e dove questi letti finiscano) e che diventa plateale nell’ultima mossa prevista dalla delibera di marzo, che prevede sostanzialmente che i pazienti psichiatrici bypassino il pronto soccorso per finire direttamente in Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC), come a dire che la diagnosi psichiatrica cancella aprioristicamente ogni altra possibile diagnosi – sono già molti oggi i casi di persone che continuano a restare ricoverate in Spdc nonostante il ricovero sia stato reso necessario da altre patologie, rendendola prevalente e preordinando un percorso a parte rispetto agli altri cittadini che abbisognano di un intervento in pronto soccorso.

Come Forum Veneto per la Salute Mentale e associazione Cittadinanza e Salute ravvisiamo e denunciamo da lungo tempo l’inappropriatezza delle risposte di salute mentale in Veneto e in particolare a Venezia. Assistiamo di continuo a ricoveri impropri, utilizzati per far fronte alla carenza strutturale di interventi territoriali adeguati: ci sono persone che vengono ricoverate negli Spdc (ancora drammaticamente blindati: porte e finestre sbarrate, telecamere di sorveglianza, etc.) e vi rimangono per mesi, persone che trascorrono anni in Comunità “terapeutiche” perché non si riescono a costruire risposte di residenzialità leggera e interventi terapeutici individualizzati volti a restituire alle persone opportunità di vita concrete ben meno costose e ben più terapeutiche.

È con sgomento che dobbiamo riconoscere l’ostinazione degli amministratori regionali, sostenuti dai tecnici, a non recepire alcuna delle indicazioni più volte da noi sollecitate, che a partire dalle buone pratiche del territorio nazionale richiedono una radicale riorganizzazione dei servizi territoriali ancora poverissimi nella nostra Regione, non tanto in termini di risorse, quanto in termini di declinazioni degli interventi. I nostri Centri di Salute Mentale (CSM) continuano ad avere orari di apertura risicati, ad esser concepiti come semplici poliambulatori. L’attività riabilitativa – che oggi rischia di essere completamente privatizzata o persino assegnata alle cliniche private (vedi l’estratto delibera n. 22/CR del 13/03/2019 che annuncia «un’importante riorganizzazione dell’offerta delle strutture private accreditate attraverso il riconoscimento dell’attività riabilitativa psichiatrica») – continua a proporre intrattenimento e poco altro, l’ipotesi di introdurre i budget di salute resta remotissima e gli abusi farmacologici, le logiche contenitive e custodialistiche sono di gran lunga prevalenti rispetto a tutto il resto.

Per contrastare questa drammatica situazione non smettiamo di mobilitarci, e lo faremo anche il 24 maggio durante la tappa veneziana della Conferenza Nazionale per la Salute Mentale, prima giornata della decima edizione del Festival dei matti (X edizione 24-26 maggio, Gli anni. Legami di generazioni), in un incontro intitolato Diritti distorti.

La salute mentale in Romagna: tappa verso la Conferenza nazionale

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 30/04/2019 - 20:05

Il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda USL di Ravenna promuove la giornata di studio La salute mentale in Romagna, tappa verso la Conferenza Nazionale per la Salute Mentale che si svolgerà a Roma il 14 e 15 giugno 2019. L’incontro, che si terrà a Ravenna il 30 maggio 2019, è rivolto a Medici, Infermieri, Psicologi, Educatori, Assistenti Sociali, OSS. L’iscrizione è gratuita e si effettua online attraverso il “Portale del Dipendente WHR – TIME”.

Obiettivi della giornata di studio sono l’analisi della situazione e l’individuazione di criticità ed azioni di miglioramento.

Qui il programma completo.

Infermieri legati…e tu slegali subito!

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 30/04/2019 - 19:26

Di Livia Bicego, Dirigente Infermieristica, per la Rete multiprofessionale del FVG impegnata dal 2006 nella lotta alla contenzione

Il 13 aprile 2019 l’Infermieristica Italiana ha perso un’occasione storica

Il Nuovo Codice deontologico dell’Infermiere approvato dal Comitato centrale della Federazione e dal Consiglio nazionale degli Ordini delle Professioni infermieristiche riuniti a Roma nella seduta del 12 e 13 aprile 2019  presenta, in tema di Contenzione, il seguente articolo:

« Art 35 – Contenzione. L’Infermiere riconosce che la contenzione non è atto terapeutico.

Essa ha esclusivamente carattere cautelare di natura eccezionale e temporanea; può essere attuata dall’equipe o, in caso di urgenza indifferibile, anche dal solo Infermiere se ricorrono i presupposti dello stato di necessità, per tutelare la sicurezza della persona assistita, delle altre persone e degli operatori. »

La contenzione deve comunque essere motivata e annotata nella documentazione clinico assistenziale, deve essere temporanea e monitorata nel corso del tempo per verificare se permangono le condizioni che ne hanno giustificato l’attuazione e se ha inciso negativamente sulle condizioni di salute della persona assistita.

Intrapresa da molti anni la strada “giusta” del riconoscimento disciplinare e professionale che equivale, innanzi tutto, alla legittimazione del diritto di cittadine e cittadini all’accesso a Cure fondamentali e specifiche, adeguate ed appropriate, il 13 aprile 2019, con l’articolo 35 del Nuovo Codice Deontologico dell’Infermiere, questa strada è stata smarrita.

Lo sviluppo ed il processo avviato nel corso degli ultimi anni di riconoscimento del valore e del merito della disciplina e della professione Infermieristica ha subito una gravissima battuta di arresto.

Ebbene sì, si è persa un’occasione che non si ripresenterà almeno per altri dieci anni. Si è persa l’occasione di qualificare il ruolo e la funzione dell’infermiere nella Cura di cittadini e cittadine fragili.

Ancora una volta, come nel 2009, si sono scelte scorciatoie imbarazzanti.

Ancora una volta ci si è prestati a genuflessioni organizzative senza pudore.

Nel 2019 si dedica un articolo alla Contenzione dopo dieci anni di dibattiti, analisi, ricerche, formazione, documenti, convegni, sentenze. Lo si dedica a una pratica oramai distintamente per analisi giuridica, medico legale, di evidenze, di letteratura, di saperi, competenze e buon senso, contro tutto e contro tutti. Contro la legge, l’etica, la deontologia, la professionalità, le politiche sociosanitarie, l’interesse delle comunità, dei singoli cittadini e cittadine, dei singoli professionisti.

Contro le diverse e più indifese fragilità: anziani, disabili, persone con problemi di salute mentale, persone con problemi di dipendenza, adolescenti e giovani con indicatori di malessere e manifestazioni di disagio e disturbo; proprio le aree dove il contributo della disciplina infermieristica è più prezioso, dirimente e determinante destini di benessere e di accoglienza, di attenzione e di ascolto, di risalita e di cura non altrimenti perseguibili.

La Storia ci ha viste e visti troppo spesso genuflessi a interessi e poteri altri da noi. Ancora una volta, ci genuflettiamo di fronte a organizzazioni e modalità operative che squalificano il nostro ruolo e la nostra funzione.

Ancora una volta lasciamo aperta la porta, anzi la apriamo noi stessi, a pratiche e modelli organizzativi che potranno permettersi di sottovalutare, non considerare, non assumere e non affrontare fondamentali bisogni di cura delle persone.

Ammicchiamo a modelli irrispettosi di dignità e libertà delle persone in cura. Lesivi dell’interesse dei soggetti più fragili, proprio quelli che più di altri a noi e alle nostre specifiche funzioni e competenze si affidano. Un tanto è ancora più grave se, come è, troppo spesso non possono fare altrimenti!

Ancora una volta, il destino ed il futuro degli Infermieri è unito a quello delle persone più fragili. Questa unione, da sempre, rappresenta uno dei punti di forza della disciplina infermieristica non sempre associata ad altrettanta consapevolezza. Ma, dal 13 aprile 2019, con l’articolo 35 del Nuovo Codice Deontologico, è un destino ed un futuro che ci vede uniti nello sconfortante vuoto di diritto, dignità, libertà, trattamenti adeguati ed appropriati anche in termini economici.

Dei due, infermieri e persone con fragilità in cura, sono i primi che avrebbero dovuto avere e dimostrare coraggio, competenza, lucidità, potere.

Si è invece, ancora una volta, scelta la mediazione più facile, la strada più timida, lasciato ai piedi del sentiero lo zaino del sapere, delle evidenze e della competenza, del coraggio della compromissione, della chiarezza, della responsabilità.

Peccato. Si è persa un’occasione importante.

È vero.

Si dichiara che la contenzione non è atto terapeutico.

Pur non definendola, si evince chiaramente che non si tratta di garanzia della postura.

Non ci si appella più alla prescrizione.

Facciamo tre passi avanti. Ma contemporaneamente, ancora una volta, si sdogana la contenzione con una maldestra lettura della stessa. Con una malcelata debolezza di fronte all’interpretazione della cattiva pratica che infligge penalità inaccettabili alle persone in cura (ma quale cura?!) ed al professionista che le cura. Paradossalmente, il risultato è tre volte peggiore.

Facciamo infatti chiarezza su tre cruciali passaggi, ma allo stesso tempo, ancora una volta, non prendiamo posizione. Ancora una volta non si propongono la trasparenza ed il coraggio necessari nel sostenere il diritto a cure adeguate ed appropriate. Così facendo, si nega il diritto alle persone che curiamo. Così facendo, neghiamo noi stessi, la nostra funzione di cura, il nostro ruolo, il nostro sapere, le nostre competenze, la nostra professionalità, la nostra disciplina. Neghiamo il paradigma della cura che tanto profondamente, specificamente e scientificamente ci connota.

Perché parlare di contenzione nel nuovo Codice Deontologico, se si tratta di un evento eccezionale, temporaneo?

Trovano forse posto nel Codice tutte le eccezioni? Perché la cattiva pratica della Contenzione sì, ed altre cattive pratiche no?

Se la contenzione è dettata da emergenza ed urgenza, può essere attuata da un’equipe? Per definizione il lavoro in equipe va concordato, condiviso, discusso; chiede tempo, concertazione, negoziazione. Se l’intervento è contenitivo, di blocco, se leghiamo le persone pianificando l’intervento in equipe, dove sta la temporaneità?

Da dove il bisogno di precisare che se è urgenza indifferibile, può essere attuata dal singolo infermiere? Non è forse ovvio? Non compete forse a qualunque cittadino, anche non professionista, “salvare” una persona in o dal pericolo (stato di necessità, art. 54 del Codice Penale)? Perché precisarlo? Non esiste già ed è norma dello Stato, lo stato di necessità?

Annotiamo nella documentazione clinica l’evento eccezionale, certo, corretto, ma monitoriamo che cosa? L’evento eccezionale, temporaneo? Nel corso del tempo, monitoriamo l’eccezionalità?

Se la contenzione è eccezionale, temporanea, legata a situazioni emergenti, allora, per definizione, non può essere monitorata.

Può essere trattata attraverso una presenza attiva, garantita, continua nella prontezza e solerzia del processo. Si chiama Cura, non contenzione.

Va trattata come un’urgenza e quindi risolta nell’immediatezza, seguita con attenzione e continuità nel decorso, trattata con valutazioni, cure e terapie del bisogno, del problema, della criticità. Non prevede lacci e lacciuoli, cinture contenitive, camice contenitive, fantasmini, blocchi di varia natura, o protocolli, mentre mi occupo di altro.

In questo caso non è un atto di cura urgente. È qualcos’altro. Nella migliore delle ipotesi è custodia. Ma l’infermiere, antico dilemma, è curante o custode?

Come se non bastasse, l’intero articolo 35/2019 appare, ancora, come nel 2009 l’articolo 32, in assoluta e netta contraddizione, risulta incoerente, con il resto del Nuovo Codice Deontologico.

Abbiamo perso.

Ancora una volta abbiamo perso un’occasione importante per schierarci dalla parte delle cure qualificanti e dovute.

Ancora una volta abbiamo scelto imbarazzanti compromessi nel Curare la gente, le persone, le comunità, le fragilità.

Ancora una volta abbiamo scelto di non Curare la nostra funzione, il nostro ruolo, le nostre Organizzazioni, la nostra Professionalità, la nostra Disciplina, il nostro Paradigma della Cura, le Persone.

Ancora una volta abbiamo scelto di curare interessi altri. Di aprire il fianco ferito a una non cura. Abbiamo ceduto il passo al compromesso, a una mediazione non virtuosa. Ancora una volta abbiamo scelto di non curare i nostri interessi. Ancora una volta abbiamo scelto di non prenderci cura di noi.

Si potrebbe dire molto ancora. Chi ci conosce lo sa. Abbiamo unito alle teorie le pratiche. Grazie alle pratiche, abbiamo perfezionato le teorie. Grazie al contributo di molti esperti, preparati ed infaticabili, abbiamo esplorato ed approfondito tutte le dimensioni: etica, deontologica, multiprofessionale e multidisciplinare, giuridica, medico legale, manageriale ed organizzativa, politica, comunitaria, personale, soggettiva, individuale; abbiamo sperimentato, proposto e realizzato soluzioni e alternative.

Potremmo quindi dire molto di più.

Potremmo citare evidenze, ricerche, bibliografia, documenti del Comitato Nazionale di Bioetica, delibere e decreti regionali, documenti internazionali, patti con il cittadino, esperienze sempre più virtuose e sempre meno puntiformi, con anni di esperienza o di recente attivazione…e molto altro.

Ma questo non è un documento da studiare. Tutta la comunità infermieristica italiana sa già come fare. Lo ha studiato e lo studia ogni giorno nei propri manuali e percorsi formativi. Dobbiamo solo provare a fare quello che studiamo. Quello in cui crediamo. Quello che dichiariamo.

Potremmo dire, invece, di storie singolari. Potremmo dire delle persone che, fiduciose o smarrite o non potendo fare altrimenti, ci affidano i loro destini. Ma la sintesi farebbe loro torto. Ci affidiamo e confidiamo in un pensiero di unione e condivisione che sappiamo essere comune in gran parte dell’Infermieristica italiana.

Dedichiamo quindi il passaggio conclusivo a tutti quei colleghi e colleghe, infermieri e altri professionisti sanitari (personale di supporto, fisioterapisti, educatori, medici, assistenti sociali, ostetriche, terapisti, psicologi, tecnici, etc.) che con pazienti, certosini, illuminati, competenti e specifici contributi quotidiani, con gentile determinazione e convinzione, ci consentono di poter affermare che si può.

È possibile offrire e concretizzare cure libere da contenzione meccanica, farmacologica ed ambientale.

È grazie a tutte e tutti loro che possiamo essere forti nelle nostre espressioni.

Ancora vogliamo dire ai moltissimi colleghi e colleghe che ci raccontano e ci scrivono di turni massacranti, di carichi di lavoro insostenibili, di responsabilità inaffrontabili e quindi di frustrazione, rabbia, disincanto, delusione, solitudine: carissimi colleghi, è tutto collegato, connesso, coerente.

Se non riconosciamo in primis noi, anche attraverso un Codice Deontologico illuminato, lucido, chiaro, non contraddittorio, coraggioso, il diritto allo spazio della cura, al tempo della cura, al gesto della cura, alle pratiche e alle teorie della cura proprio a partire dalle situazioni di massima fragilità, di estrema complessità, di alta intensità, se accettiamo, ancora una volta, l’ancillare compromesso, la mediazione che umilia, la negoziazione che stride con gli impegni che prendiamo nei quotidiani patti con il cittadino, che mortifica gli sforzi di avanzamento e riconoscimento di una disciplina che è prima di tutto garanzia del diritto alla Cura nella fragilità, come possiamo contare sul riconoscimento del valore disciplinare e professionale, del paradigma scientifico della Cura e quindi di un merito economico adeguato a competenze e responsabilità, di un’attribuzione dei carichi di lavoro sostenibile e rispettosa della funzione?

L’invito è a pronunciarsi. A prendere posizione. A dire, esporsi, dichiararsi.

Nell’interesse della professionalità, della disciplina, del paradigma della Cura, anche per l’adeguato riconoscimento sociale ed economico del valore di quello che facciamo, ma soprattutto nell’interesse del fragile Mario, della fragile Maria, di ogni età e condizione, perché l’“inciampo” può capitare a tutte e a tutti. A chi curiamo, a chi ci è vicino ed anche a noi stessi.

E Tu Slegalo Subito: la campagna continua!

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LuogoComune: come l’alterità viene posta ai margini della società

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/04/2019 - 00:41

L’organizzazione studentesca Universitas dell’Università degli Studi di Padova promuove LuogoComune, progetto che nasce dalla necessità di condividere e riflettere criticamente sullo stato attuale della differenza, senza sottovalutarne la complessità, per creare uno spazio di dialogo in cui approfondire le modalità con cui l’alterità finisce per essere vista come marginalità da respingere.

Il quinto incontro dal titolo Servizi psichiatrici e marginalità sociale: un dialogo fra operatori della salute mentale sul territorio, che si terrà il 3 maggio 2019 presso l’aula Cesare Musatti (Psico 1, via Venezia 12 – Padova) dalle 10.00 alle 13.30, vedrà intervenire Peppe Dell’Acqua, Carla Morganti, Vito D’Anza e Stefano Baccaglini. L’obiettivo dell’incontro è mettere in relazione le contraddizioni teorico-operative che possono emergere all’interno dei servizi di salute mentale. Il dialogo fra psichiatri provenienti da esperienze ed impostazioni teoriche differenti mira a far emergere nuove proposte di gestione di pratiche cliniche spesso discusse, come per esempio la contenzione quale atto medico e le prassi esplicitamente no-restraint, ma anche le ricadute del TSO sul paziente ed i punti di forza ed i limiti della Legge 180/1978.

Apre il cantiere

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 26/04/2019 - 08:46

Si avvicina la conferenza nazionale. Il cantiere salute mentale ritorna in Parlamento.

Il Disegno di legge “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei principi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180 (vedi) verrà presentato in Senato nel corso dell’incontro (vedi) del prossimo 14 maggio. Nell’ambito del Forum Salute Mentale, dei movimenti, delle associazioni, si è venuto elaborando il testo che, già presentato nel corso della passata legislatura dalla Senatrice Nerina Dirindin, ora approda in Parlamento presentato alla Camera da Elena Carnevali (PD) e al Senato da Paola Boldrini (PD). Determinante si è rivelato, nel corso delle discussioni che hanno preceduto la stesura del disegno, il contributo di numerosi esperti, professionisti, operatori, associazioni e persone che con impegno e competenza si prodigano quotidianamente per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale.

Finalizzato allo sviluppo e all’attuazione dei principi della legge 180, il Ddl vuole riattivare attenzione, discussione e partecipazione per far fronte comune al declino, che pare inarrestabile, delle culture, delle organizzazioni, delle politiche della salute mentale. L’obiettivo, disegnato con chiarezza, è la concreta attuazione, in tutto il territorio nazionale, di misure adeguate per garantire alle persone l’effettivo accesso alle cure, ai programmi di riabilitazione, al budget di salute, a percorsi di emancipazione, alle possibilità di ripresa riconoscendo i bisogni di ognuno e le storie singolari.  Con altrettanta precisioni si definiscono le modalità organizzative dei Dipartimenti di salute mentale, dei programmi che questi devono mettere in atto per formulare programmi individuali per persone avviate a misure di sicurezza, per gestire e orientare il funzionamento delle Rems. A questo testo hanno dato, tra gli altri, contributi importanti di merito e per il “formato legislativo” Daniele Piccione costituzionalista, la senatrice Nerina Dirindin, Roberto Mezzina direttore del board dell’Oms e un gruppo di operatori che fanno riferimento alle culture e alle pratiche della salute mentale comunitaria e sono (e sono stati) protagonisti dei processi di cambiamento. Parlamentari e autorevoli società scientifiche appoggiarono l’iniziativa. Tra i primi firmatari Luigi Manconi e Sergio Zavoli.

Martedì 14 maggio in occasione della presentazione al Senato sarà importante esserci. Sarà occasione per condividere le fatiche di un’impresa che ricomincia e che non può mai finire. Pensiamo che possa essere un bene: abbiamo bisogno di ritrovarci, di ri-conoscerci, di tessere reti più fitte, di stringere alleanze, di entusiasmare tanti compagni di lavoro che sono sfiduciati e scettici. Bisogna, malgrado tutto, riscoprire il coraggio e la passione civile che hanno accompagnato il difficile cammino del cambiamento e che ancora riconosciamo negli sguardi curiosi di migliaia di giovani.  È necessario dire (manifestare) la propria adesione, discutere, mettere in evidenze tutte le straordinarie esperienze che accadono, riportare sulla scena i soggetti, le persone sempre più partecipi che vivono l’esperienza.

Le motivazioni che ci spingono sono riportate nella relazione di accompagnamento al disegno di legge (vedi) e derivano dalla considerazione delle gravi criticità in cui versano i servizi di salute mentale in tutto il territorio nazionale a causa dell’insufficiente applicazione dei principi e degli orientamenti fissati dalla Legge 180 (che vanno in tutto e per tutto salvaguardati e promossi), dalla non più trascurabile riduzione delle risorse, la fragilità dei centri di salute mentale, da insensati accorpamenti in macroaree dei servizi territoriali, alla assoluta incertezza delle risposte ai bisogni di cura e di crescita delle persone. Ci motiva la lontananza del governo centrale, la minaccia costante di disegni di legge ottusi e anacronistici, la disattenzione delle regioni alle numerose linee di indirizzo elaborate dal ministero della salute.

Aprile, 2019 Allegati

La Liberazione

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 25/04/2019 - 18:10

Il 23 aprile 2016 è stato inaugurato a Ravenna Marco Cavallo, opera in acciaio realizzata dagli studenti – tutti stranieri – che si stavano formando alla professione di saldatori metalmeccanici presso il Centro di Formazione Professionale Alfa di Piangipane, sotto la guida dei maestri d’opera Giuseppe Ragonesi e Andrea Girardelli. Il Marco Cavallo ravennate, esposto nel giardino intitolato a Franco Basaglia ed inserito in un progetto promosso da Giovanna Piaia, già assessora alle Politiche Sociali del Comune di Ravenna, discende da quell’opera collettiva realizzata a Trieste nel 1973 da un’idea di Vittorio Basaglia. È il simbolo ormai universale del processo di liberazione dell’ospedale psichiatrico e di tutti coloro che soffrivano la vita manicomiale.

A tutti voi l’augurio di un buon 25 aprile!

Sportiva … Mente 2019 – L’utopia possibile (VIDEO)

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 25/04/2019 - 16:33

Ovvero l’integrazione sociale attraverso gli scambi

Troia e Lucera 8 – 11 maggio

Il Centro Salute Mentale di Troia (FG), in collaborazione con altri soggetti, promuove la VIII edizione del progetto “Sportiva…Mente – L’utopia possibile”, quale campagna di sensibilizzazione e di lotta allo stigma ed alla discriminazione sulla malattia mentale e sulle persone affette, promuovendo processi di integrazione sociale attraverso lo scambio di idee, sensazioni, partecipazioni, esperienze, emozioni, storie, prodotti, identità.

Il torneo internazionale di calcetto vede la partecipazione di numerose squadre provenienti dal territorio nazionale, comunitario ed extra comunitario, composte da operatori e fruitori dei servizi per la tutela della salute mentale ed una rappresentanza degli studenti degli istituti scolastici coinvolti.

Il 10 maggio, verrà organizzata “La Corte dei Miracoli – mercatino della partecipazione e degli scambi”, con il coinvolgimento di cooperative sociali di tipo B, di Associazioni e di Aziende del settore dell’agro-alimentare e dell’artigianato, nell’ottica della promozione di un modello di mercato che persegua lo sviluppo etico e sostenibile del territorio. In tale modello di sviluppo, l’offerta da parte di soggetti deboli che utilizzano manodopera proveniente dalla diversità, assume pari dignità di quella di produttori più forti all’interno di un sistema che tuteli e garantisca la partecipazione di tutti, bandendo sofisticati meccanismi di competizione, che purtroppo continuano ad inquinare l’attuale modello di mercato.

Sportiva…MENTE

Il lancio:


Il Friuli-Venezia Giulia verso la Conferenza nazionale per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 24/04/2019 - 16:32

Sabato 11 maggio al centro Balducci di Zugliano (UD) si terrà il convegno “Il Friuli-Venezia Giulia verso la Conferenza Nazionale per la Salute Mentale”. L’evento rappresenta un momento di approfondimento sulle prospettive della salute mentale nella regione Friuli-Venezia Giulia per l’individuazione di tematiche specifiche e di proposte da portare alla Conferenza Nazionale del 14-15 giugno a Roma. Al centro del dibattito i bisogni dell’utenza, i rapporti tra gli attori della salute mentale, il funzionamento dei servizi, il punto di vista e le esigenze delle associazioni dei familiari, della cittadinanza attiva, delle cooperative sociale, dei rappresentanti sindacali, le politiche di salute mentale.

Tra gli organizzatori: Il Convegno è organizzato dalle Associazioni, gli Enti e le Onlus del Friuli-Venezia Giulia promotori ed aderenti della Conferenza nazionale per la salute mentale: le Associazioni Regionali di familiari aderenti all’U.N.A.SA.M. (A.Fa.So.P. NoiInsieme Associazione Familiari Sofferenti Psichici di TRIESTE – A.T.Sa.M. Associazione territoriale familiari per la salute mentale GORIZIA – APSAM Associazione provinciale familiari per la Salute Mentale MONFALCONE – IDEALMENTE Associazione familiari, utenti e cittadini per la salute mentale di UDINE – A.T.Sa.M Associazione per la Tutela della Salute Mentale Alto Friuli TOLMEZZO), Psiche Friuli Associazione familiari ONLUS di

PAPARIANO, A.R.T.S.A.M.D.D.N. Associazione Regionale Tutela Salute Mentale Durante Dopo di Noi PORDENONE, Associazione Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, Forum salute mentale Regionale, Gruppo di Partecipazione e Protagonismo Articolo 32, CGIL, CISL e UIL, Enaip Fvg, Legacoopsociali Fvg, COSM Consorzio Operativo Salute Mentale, Consorzio Interland, Cooperative sociali CLU Cooperativa Lavoratori Uniti Franco Basaglia, Lybra, Duemilauno Agenzia sociale, La Collina, Reset, Itaca, Lister Sartoria Sociale, Associazioni Comunità di San Martino al Campo, Samarcanda, Luna e l’Altra, Fuoritema, Ricerche e risorse, Centro di Accoglienza Ernesto Balducci, Libero Movimento Fare assieme per la qualità.

Locandina 11 maggio

Brochure 11 maggio Allegati

La malattia mentale può essere curata fuori dal carcere

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 24/04/2019 - 15:55

D’ora in poi, se durante la carcerazione si manifesta una grave malattia di tipo psichiatrico, il giudice potrà disporre che il detenuto venga curato fuori dal carcere e quindi potrà concedergli, anche quando la pena residua è superiore a quattro anni, la misura alternativa della detenzione domiciliare “umanitaria”, o “in deroga”, così come già accade per le gravi malattie di tipo fisico. In particolare, il giudice dovrà valutare se la malattia psichica sopravvenuta sia compatibile con la permanenza in carcere del detenuto oppure richieda il suo trasferimento in luoghi esterni (abitazione o luoghi pubblici di cura, assistenza o accoglienza) con modalità che garantiscano la salute, ma anche la sicurezza. Questa valutazione dovrà quindi tener conto di vari elementi: il quadro clinico del detenuto, la sua pericolosità, le sue condizioni sociali e familiari, le strutture e i servizi di cura offerti dal carcere, le esigenze di tutela degli altri detenuti e di tutto il personale che opera nell’istituto penitenziario, la necessità di salvaguardare la sicurezza collettiva. È quanto si legge nella sentenza n. 99 (relatrice Marta Cartabia) depositata oggi, con cui la Corte costituzionale risolve il dubbio di costituzionalità sollevato dalla Cassazione.

Secondo la Corte costituzionale, la mancanza di qualsiasi alternativa al carcere per chi, durante la detenzione, è colpito da una grave malattia mentale, anziché fisica, crea anzitutto un vuoto di tutela effettiva del diritto fondamentale alla salute e si sostanzia in un trattamento inumano e degradante quando provoca una sofferenza così grave che, cumulata con l’ordinaria afflittività della privazione della libertà, determina un sovrappiù di pena contrario al senso di umanità e tale da pregiudicare ulteriormente la salute del detenuto.

Perciò la Corte ha accolto la questione sollevata dalla Cassazione e anche il “rimedio” dalla stessa individuato, vale a dire l’applicazione della misura alternativa della detenzione domiciliare “umanitaria”, o “in deroga” (articolo 47 ter, comma 1 ter, dell’Ordinamento penitenziario), che è in grado di soddisfare tutti gli interessi e i valori in gioco.

“La sofferenza che la condizione carceraria inevitabilmente impone di per se’ a tutti i detenuti – si legge nella sentenza – si acuisce e si amplifica nei confronti delle persone malate”. Al giudice spetterà verificare se il detenuto, invece che rimanere in carcere, debba essere trasferito all’esterno, “fermo restando che ciò non può accadere se il giudice ritiene prevalenti nel singolo caso le esigenze della sicurezza pubblica”.

Il testo completo della sentenza Allegati

L’uomo nero

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 18/04/2019 - 20:06

Di Lorenza Magliano, Professoressa Associata di Psichiatria presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”

Ci volle un po’ di tempo a capire che la sua schizofrenia e la sua paranoia non erano etniche: il suo Paese, il Ghana, non era il mandante della sua pazzia macellaia.

Francesco Merlo, L’uomo nero, la Repubblica, 21 marzo 2019.

Il 21 marzo era giovedì ed io avevo lezione di prima mattina. La lezione era di quelle centrali in un corso di psichiatria rivolto a futuri psicologi, secondo me. Si parlava di diritti, garantiti e negati, e di stigma. Se si vuole che una persona con un disturbo mentale grave riceva gli interventi psicologici più utili per la sua guarigione – e se si vuole che questa persona sia trattata nei contesti sanitari con lo stesso rispetto riservato a ogni altro cittadino – è anche di stigma che bisogna occuparsi. L’esperienza e la ricerca ci dicono, infatti, che se gli operatori sanitari sono convinti di avere di fronte una persona pericolosa e imprevedibile evitano di averci troppo a che fare (qui un riferimento). Succede anche con gli psicologi ed è uno dei motivi per cui interventi non farmacologici di dimostrata efficacia nei disturbi mentali gravi, esistono sì, ma in condizioni ordinarie sono pochi gli utenti che li ricevono. Dunque ero in aula a fare una lezione su stereotipi, pregiudizi e discriminazioni. Un laboratorio con video, testimonianze e lavoro in gruppo che si arricchisce ogni anno grazie ai materiali segnalati da studenti, operatori e persone con esperienza di disturbo mentale (qui un breve resoconto). Tre ore, giovedì 21 marzo, a discutere con gli studenti di pericolosità e schizofrenia, del fatto che la percentuale di reati gravi commessi da persone con disturbi mentali complessivamente sia di circa il 10% e spiegabile in larga parte con il concomitante uso di sostanze. In treno verso casa, inizio a leggere il quotidiano – in prima pagina la notizia del dirottamento di un autobus con 50 ragazzi a Milano. L’articolo di Francesco Merlo – un’analisi di quanto avvenuto il giorno prima – riporta: Ci volle un po’ di tempo a capire che la sua schizofrenia e la sua paranoia non erano etniche: il suo Paese, il Ghana non era il mandante “oggettivo” della sua pazzia macellaia. Che effetto avranno avuto, mi chiedevo, queste affermazioni sul lettore comune, e sulle persone con schizofrenia e sui loro familiari e, non da ultimo, sui “miei” studenti? Parole così dovrebbero essere evitate, io credo. È una forma di comunicazione poco accorta, che può ferire chi si trova ad affrontare le conseguenze di questa diagnosi e può aumentare la preoccupazione dei suoi familiari. Di media e stigma ne parla efficacemente Madia Marangi in una bella lettera pubblicata sul forum qualche anno fa che fu uno stimolo potente nello sviluppo della Carta di Trieste. La schizofrenia alla quale faceva riferimento il giornalista Merlo è stata accantonata il giorno successivo, ma il messaggio, io credo, ancora una volta è stato a danno delle persone con questo disturbo. Sì – qualcuno potrebbe obiettare – ma il giornalista intendeva “schizofrenia” in senso metaforico. Forse – si potrebbe rispondere – ma l’effetto non cambia di molto, anzi. L’uso metaforico del termine “schizofrenia” aumenta (eccome!) gli stereotipi – i cliché cioè – che fanno considerare le persone con questo disturbo genericamente imprevedibili e inaffidabili, pericolose verso gli altri e, anche per questo, da tenere a distanza. Di recente e insieme con un giornalista, ho analizzato quanto spesso e in che modo il termine schizofrenia venisse usata sui quotidiani (qui l’analisi). Nelle edizioni online dei 3 principali quotidiani italiani (letti in media da tre milioni di utenti singoli al giorno) nell’arco del 2017, “schizofrenia” era stata usata 234 volte. Nel 64% dei casi il termine era stato usato in senso lato e si riferiva a fatti che con la schizofrenia non avevano niente a che fare. Metaforicamente, il termine il più delle volte indicava gruppi o entità astratte (per esempio, la schizofrenia politica) e quasi sempre era un modo per dire incoerenza, inaffidabilità e volubilità. Un uso figurato che porta il lettore a estendere queste caratteristiche negative alle persone con schizofrenia, con conseguenze rilevanti in termini di percezione di pericolosità e di distanza sociale. Quando usato in relazione al disturbo in sé, invece, il termine schizofrenia in più della metà dei casi si trovava in articoli che riportavano studi di genetica, brain imaging e ricerca sui farmaci, mentre solo nel 9% era rintracciabile in articoli su cure non farmacologiche e interventi psicosociali. L’enfasi sugli aspetti biogenetici contribuisce ad alimentare nell’uomo comune (ma anche negli “specialisti”) la convinzione che “lo schizofrenico” non abbia il controllo dei propri comportamenti e che soffra di un disturbo inevitabilmente cronico. Quando usata in riferimento a persone con una diagnosi di schizofrenia, infine, il termine per lo più veniva rintracciato in cronaca nera, in notizie su persone che avevano commesso gravi reati, ribattute molte volte perché “il pazzo macellaio” fa notizia. Anche in questo caso, l’effetto è quello di rafforzare nel lettore l’associazione schizofrenia-pericolosità. I giornalisti sono spesso inconsapevoli del peso delle loro parole sulla vita delle persone con disturbi mentali. Includere la Carta di Trieste nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista può rappresentare un passo fondamentale nella lotta allo stigma.

Il Forum all’audizione sulla tutela della salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 18/04/2019 - 20:01

Di Vito D’Anza

Il 16 aprile 2019 il Forum Salute Mentale è stato invitato – insieme ad altre associazioni tra cui l’Unione Nazionale Delle Associazioni Per La Salute Mentale (Unasam), la Società Italiana di Psichiatria (SIP) e Psichiatria Democratica – all’audizione convocata dalla XII Commissione (Affari Sociali) della Camera dei deputati.

I temi dell’audizione sono stati due documenti presentati rispettivamente dall’on. Francesca Troiano (Movimento 5 Stelle) e dall’on. Vito De Filippo (Partito Democratico). Per il Forum Salute Mentale era presente il portavoce nazionale Vito D’Anza (Piero Cipriano per un imprevisto non ha potuto partecipare), per l’Unasam la presidente Gisella Trincas, per Psichiatria Democratica sia i segretari Emilio Lupo e Salvatore Di Fede, sia il presidente nazionale Antonello D’Elia.

Tutte e tre le associazioni hanno valutato positivamente entrambi i documenti che, pur con qualche accento diverso, mettono a fuoco lo stato della salute mentale in Italia.

Erano presenti diversi deputati della Commissione che hanno partecipato attivamente e con domande efficaci, pertinenti e di buon livello al dibattito che è seguito agli interventi delle associazioni.

I contributi dei deputati vertevano sul TSO, sulle contenzioni meccaniche e sugli assetti organizzativi dei servizi, temi affrontati dal portavoce del Forum, Vito D’Anza, che in particolare sul TSO ha affermato che si tratta di una pratica legittima e legale ma che in Italia se ne fa abuso, e che a quarant’anni dalla legge 180 ancora non si possiedono dati attendibili su tali pratiche che la stessa legge definisce eccezionali. Per ottenere dati attendibili sarebbe sufficiente rivolgersi ai giudici tutelari (soggetti coinvolti nel percorso di TSO dalla legge 180), che sono molti meno dei Comuni e molto meglio organizzati. I dati forniti dal Ministero della Salute sono inesatti perché forse ricavati dalle schede di dimissione ospedaliera (SDO) o con qualche altro metodo che riporta l’uscita dall’ospedale e non l’ingresso.

Gisella Trincas (Unasam) ha inoltre fornito una panoramica sullo stato dei servizi in Italia, sottolineando che troppi Centri di Salute Mentale (CSM) sono in realtà degli ambulatori.

Emilio Lupo (Psichiatria Democratica) ha invece messo in luce le criticità legate alla gestione delle misure di sicurezza per i pazienti che commettono reati, affermando che i protocolli tra magistratura e i Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) devono funzionare meglio e di più.

Salvatore Di Fede (Psichiatria Democratica) ha posto l’accento sullo sviluppo delle tematiche del lavoro come elemento di cura.

Antonello D’Elia (Psichiatria Democratica) ha infine ripreso il problema del budget di salute.

Fra i deputati della Commissione sono intervenuti l’on. Maria Teresa Bellucci (Fratelli d’Italia) su TSO e servizi per l’infanzia e adolescenza, l’on. Elena Carnevali (Partito Democratico) sul finanziamento del 5% mai rispettato dalle regioni e sullo sblocco dei concorsi per il personale dei servizi, l’on. Alessandra Locatelli (Lega) che ha giustificato l’alto numero di TSO per la presenza di tanti pazienti non collaboranti.

In conclusione tutte e tre le associazioni hanno ricordato la grande iniziativa che si terrà il 14 e 15 giugno a Roma, la Conferenza Nazionale per la Salute Mentale, a cui tutti sono invitati.

Quattro ragazze e un cavallo azzurro

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 17/04/2019 - 15:32

Di Agnese Baini, Allegra Carboni, Marzia Lopiccolo e Giulia Turetta

  • Dove sei tu?
  • Sedere di Marco![1]

Eppur si muove.

Si narra che Galileo Galilei, dopo essere stato costretto all’abiura delle sue teorie cosmografiche, uscendo dal tribunale dell’Inquisizione nel 1633 abbia pronunciato queste tre semplici parole in riferimento allo stato della Terra. Non vi sono prove che Galilei abbia davvero affermato ciò – e pare anzi che si tratti di un’errata citazione attribuitagli anni dopo – ma a me piace credere che sia così, che il grande scienziato abbia davvero rimarcato fino all’ultimo la sua libertà di pensiero contro coloro che lo costringevano a negare pubblicamente l’evidenza.

Eppur si muove è ciò a cui ho pensato sfilando per le vie di Trieste assieme alle tante associazioni che hanno aderito alla manifestazione People – Prima le Persone, tenutasi il 13 aprile scorso. Mentre il ministro degli Interni costruisce il proprio successo politico su azioni che inevitabilmente portano all’odio, sentendosi legittimato dai sondaggi che danno la Lega a più del 32%, e negando, per esempio, ad oltre sessanta esseri umani soccorsi dalla nave Alan Kurdi della ong Sea Eye di sbarcare in un porto sicuro, ecco, simultaneamente, nonostante il drammatico contesto sociale, nonostante tutto, migliaia di persone hanno scelto consapevolmente di scendere in piazza per ricordare le leggi che tutelano i diritti e promuovono una reale giustizia sociale. Un’obbedienza costituzionale che in questo momento storico implica una chiara azione di disobbedienza civile. Una dimostrazione tangibile che esiste un’alternativa, un’Italia migliore, giusta.

Eppur si muove.

Cosa ha significato per noi, quattro giovani ragazze, essere in corteo con quella celebrità di Marco Cavallo?

Ognuna di noi ha già incrociato Marco Cavallo: chi dal vivo, chi nei libri, chi nelle fotografie, chi nelle parole di chi c’era già più di quarant’anni fa quando Marco Cavallo è diventato un simbolo di libertà.

Sono tornata a casa con il corpo pieno di emozioni e la testa piena di desideri. Sono qua, ancora oggi, con un sorriso stampato in faccia e tanti pensieri che frullano in testa. E l’esigenza di provare a capire cosa è successo durante il corteo di sabato pomeriggio. Che cosa lo ha reso speciale? La mia risposta è Marco Cavallo. È lui che lo ha reso diverso, è di lui che si sentiva il bisogno.

A differenza del cavallo di Troia, che dentro alla sua pancia portava i soldati pronti a farsi guerra, il nostro Marco portava sogni e speranze, i sogni e le speranze dei matti. Marco è da sempre il simbolo del fatto che vengono prima le persone, prima del loro disagio mentale, della loro etnia, del loro orientamento sessuale, del colore della loro pelle, del Dio in cui credono. Per questo credo sia stata fondamentale la sua presenza in città (per la prima volta dopo il ‘73!), perché in uno stato che etichetta le persone “di serie A e di serie B”, Marco Cavallo invece unisce, e anche stavolta ha fatto la magia di unirci tutti, migliaia di persone contraddistinte dalle nostre splendide diversità marciare, ridere e ballare insieme sotto un tetto di bandiere di pezze di mille colori, a testimonianza del fatto che dall’unione di cose diverse non può che generarsi qualcosa di meraviglioso.

Che cosa è stato per me sfilare per le vie della città a fianco di Marco Cavallo? Sicuramente un turbinio di sensazioni.

Innanzitutto ho provato un’enorme emozione. L’emozione di vederlo arrivare: immenso e azzurro, pronto ad iniziare la sua camminata in mezzo a tutte quelle persone accorse in difesa dei diritti; poi mi sono sentita orgogliosa, orgogliosa della mia città e di tutti coloro che si sono avvicinati, chi per salutare il vecchio amico azzurro e chi per conoscerlo, con vivo interesse, per la prima volta. Poi però, in me si è insinuato anche un po’ di timore per la responsabilità di trovarmi lì, a portare avanti un simbolo ed un pezzo di storia così importante e dover fare attenzione che non gli succedesse niente, timore che, tuttavia, è svanito quando abbiamo iniziato a camminare tutti insieme e ho visto al mio fianco altre mani amiche pronte a far avanzare e a sostenere Marco. La sensazione che ho provato da quel momento, credo sia ciò che mi resterà maggiormente impressa nella memoria. Vedere così tante mani, di persone adulte ma soprattutto di bambini che, dopo aver giocato e scherzato con Marco Cavallo, erano concentrate a spingerlo con serio impegno, aiutandolo anche a superare gli ostacoli incontrati sul cammino, mi ha fatto pensare che proprio lì ci fosse il suo vero spirito. Quello che oggi, come allora, riesce ad unire le diversità e a far sperare in un futuro migliore per tutti.

Una volta qualcuno scrisse: «Il cavallo c’è ancora, anzi il simbolo, il significato, ciò che è, resta e cresce. Non occorre più oggi spiegare cosa sia questo gigantesco cavallo azzurro, dovunque va, nelle scuole coi bambini, al festival nazionale dell’Unità, in giro per le mostre, le fiere, i mercati, è una grande macchina teatrale. Il cavallo è azzurro, è il colore del cielo, è il colore del mare, è il colore, dicemmo allora, della libertà».[2]

Sabato abbiamo visto proprio questo: il cavallo e tutto ciò che rappresenta, l’idea di libertà che trascina e la voglia di lottare, insieme e con il sorriso.

Marco Cavallo era con noi, ha capito che è il momento di tornare a manifestare insieme, dove l’accento è su questo stare insieme e cercare di capire che tessere relazioni, conoscerci, stare fianco a fianco può essere un antidoto che ci ripara ma anche una specie di incantesimo da lanciare. Stare insieme serve sia per difenderci sia per attaccare. Marco Cavallo ce lo ha ricordato perché dentro quel semplice cavallo azzurro di cartapesta ci sono le storie, ci sono le persone, ci sono i desideri di chi ha potuto, nel 1973, assaporare la libertà perché Marco Cavallo ha sfondato i muri.

E ora come non mai serve di nuovo che Marco Cavallo sia presente, perché ci sono muri che continuano ad essere eretti, barriere che crescono, persone che non hanno il diritto di essere tali a causa dell’indifferenza, dei pregiudizi e delle discriminazioni.

[1]Questo scambio di messaggi è realmente avvenuto. Nessun cavallo è stato maltrattato.

[2]Peppe Dell’Acqua, Non ho l’arma che uccide il leone, Merano, Alpha Beta Verlag, Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, 2015, p. 185

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