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Resistere al tempo del coronavirus

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 26/03/2020 - 21:39

Di Silva Bon, associazione Luna e l’Altra

Assaporare la lentezza

1.

Da molti giorni sono chiusa in casa, vivo sola e isolata tra le mie quattro mura domestiche. Ho cibo sufficiente per sopravvivere autarchicamente ancora per qualche tempo. Non indeterminato, però.

Le prescrizioni comportamentali dettate dal Governo come prevenzione e contrasto alla diffusione della pandemia del coronavirus mi obbligano a una clausura forzata che ha stravolto la mia vita.

Le mie abitudini quotidiane, soprattutto la socialità conquistata lentamente e a fatica, sono messe a dura prova. Resisto, mossa da una filosofia protettiva che spero possa diluirsi nel tempo, almeno per il tempo di quarantena che mi viene imposto.

Cerco di assaporare la lentezza, il tempo lungo delle giornate, la cancellazione della fretta e anche dell’ansia che certi impegni creavano in me. Un tempo libero ragionato, che cerco di riempire con piccoli, fragili gesti di cura della mia persona, di preparazione di pietanze semplici ma gustose, di godimento di certi angoli della mia casa, quasi riscoperti, ed ora vissuti con appagamento.

Non so se tutto questo è un rito narcisistico di autosufficienza. Perché ho bisogno anche di avere contatti col mondo esterno, e allora il telefono, il computer, il televisore sono media utili ed efficaci.

Sto cercando di vivere il più possibile serenamente, accettando, quello che devo fare comunque. Vivo alla giornata, paga del silenzio e della tranquillità apparente intorno a me, calata nella mia interiorità.

Il mio è un grido d’allarme

2.

Tra breve scade il periodo della fiala mensile, una iniezione di aloperidolo, e andrò al Centro di salute mentale di Barcola a prendere il farmaco con il bus che rispetta un orario ridotto. In tempi di coronavirus i rapporti con i Centri per le persone con esperienza di sofferenza mentale si sono ridotte all’andata, breve e contingentata, finalizzata all’assunzione di farmaci. Si entra obbligatoriamente uno alla volta, gli altri aspettano, a distanza convenzionale di un metro, fuori della porta.

Anche la vita all’interno delle Associazioni convenzionate con il Dipartimento di salute mentale e l’Azienza Sanitaria regionale si è totalmente rarefatta: le attività, le riunioni in gruppi organizzativi, ludici, terapeutici, sportivi o culturali sono interdette. Resta possibile ancora solo l’andata a casa delle persone, che hanno bisogno di essere sostenute, da parte di medici, infermieri, operatori socio-sanitari, esclusivamente nel rapporto uno a uno. Comunque una possibilità importante, ma insufficiente a creare reale salute.

Il mio è un grido d’allarme, una preoccupazione concreta, condivisa anche dalle persone afferenti all’Associazione dei famigliari (AFASOP) e dai membri delle altre associazioni: viviamo il pericolo reale di una regressione di tutto il sistema salute mentale, così a livello nazionale come locale; soprattutto il pericolo di un misconoscimento delle idealità basagliane; e ancora il pericolo dell’inaridimento delle buone pratiche improntate allo sviluppo di socialità, di possibilità di condivisione allargata a una collettività, di preclusioni della libertà individuale e comunitaria.

Tutto ciò ha costituito per anni il perno del lavoro di tutti gli operatori, così a Trieste come in numerose altre esperienze italiane ispirate all’azzurrità di Marco Cavallo.

Personalmente posso testimoniare che la sola terapia farmacologica non è sufficiente a ridare pieno equilibro psico-fisico. Io sono stata salvata da uno stato di pesante isolamento, di grave involuzione sociale, di fobia, che mi impediva di camminare per strada, di guardare in viso un’altra persona, e mi costringeva a negare il prossimo, frustrata e incattivita, perché fortemente sofferente.

Proprio dal lavoro di gruppo, dalle discussioni e dal confronto intrecciati tra persone con esperienza all’interno di assemblee, agorà, riunioni; all’interno di Associazioni collegate al Dipartimento di salute mentale di Trieste; e ancora in socialità liberate e stimolate da viaggi, vacanze, partecipazioni a convegni, uscite cittadine, è iniziata per me una forma di liberazione dalla paura, dalle paure, che per quanto lenta e graduale nel tempo, mi ha portato a vivere una condizione più accettabile e più serena di vita.

Per molte persone con esperienza la possibilità di uscire liberamente dalle proprie case, la fruizione di spazi e momenti di socialità sono fondamentali, per loro stesse e anche per i vissuti dei familiari, che soffrono assieme ai propri cari isolati, in cattività.

Queste brevi, balbettanti parole, nascondono una denuncia forte: perché vivo la tragedia del coronavirus come medium per far passare una politica di indebolimento, di indietreggiamento delle linee terapeutiche insegnate da Franco Basaglia.

La burocrazia uccide gli ideali basagliani

3.

Ma bisogna ancora, a mio avviso, denunciare un’altra forma, subdola, di attacco al sistema salute mentale improntato agli ideali basagliani: quello della burocrazia, che impedisce, scoraggia, stanca. E alla fine allontana anche le persone di buona volontà, i volontari, che non sono disposti a spendere il loro tempo in mere pratiche di conteggi e rendiconti finanziari e burocratici, a scapito della cura dei bisogni reali delle persone.

Recentemente, prima del problema del coronavirus, ho partecipato a varie riunioni organizzate dai rappresentanti delle associazioni triestine legate al Dipartimento di salute mentale e all’Azienda Sanitaria giuliana da una convenzione.

Ecco anche la associazione Luna e l’Altra, cui afferisco, è fortemente messa in crisi dalle difficoltà di rendicontazione, dai cavilli burocratici, da inutili operazioni pesanti di conteggio e di sostenibilità finanziaria, tanto che alcune donne volontarie che operano attivamente all’interno dell’associazione sono tentate, o hanno già deciso, di buttare la spugna. Il peso dei regolamenti regionali imposti è, per loro, insostenibile.

Personalmente sono contraria a questa linea di negazione totale, ma capisco che il lavoro delle persone volontarie non può essere assorbito totalmente da mere pratiche di tesoreria. Bisogna individuare un soggetto operativo unicamente nel settore finanziario, che però le associazioni convenzionate non possono pagare, anche se costituisce un vero e proprio ambito di lavoro, diverso ad esempio dal supporto alla pari o dall’organizzazione della vita e degli eventi collettivi associazionistici.

Così anche l’impossibilità di sostenere economicamente il processo di emancipazione e di rafforzamento verso l’autonomia di donne in cammino verso forme di liberazione, di impegno, di accudimento all’interno dell’associazione rende molto scoraggiante proseguire l’attività in un settore così delicato come lo sono la salute mentale e il benessere fisico e psichico.

L’evidenza della pratica

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 24/03/2020 - 17:08

I Servizi di salute mentale, che nella migliore delle ipotesi si sono sviluppati nella comunità, nelle relazioni, nei contesti, e hanno fondato il lavoro di cura e di riabilitazione sulla socialità, sull’incontro, sull’esserci tutti, vivono oggi una profondissima crisi: sovrastati dalla necessaria attenzione all’epidemia, sono ridotti a poco più che ambulatori e i luoghi dell’abitare o della cura in ospedale rischiano di essere dimenticati e abbandonati. Tanto di più di quanto non accada già senza la complicità del virus. Ma di questo parleremo ancora.

Di Peppe Dell’Acqua, 2005/2020

Era il mese di aprile del 1975 quando cominciò la sua attività il primo Centro di salute mentale in Italia. L’ospedale psichiatrico era ormai aperto e, con i Centri di salute mentale funzionanti ventiquattr’ore al giorno, avrebbe visto la sua definitiva chiusura di lì a pochi anni. Che tutto questo potesse accadere era impensabile. Da allora l’attenzione (e l’occhio incredulo e scettico) del mondo, non solo e non sempre delle psichiatrie, non ci ha mai abbandonati. Le psichiatrie, gli accademici, gli opinionisti di ogni ordine e grado, senza mai rendersi conto di quanto stava accadendo sul campo, negavano il valore di quella esperienza (e della più ampia e radicale trasformazione in corso nel Paese), chiamavano a sostegno tutte le ideologie oscurantiste del più arcaico positivismo scientifico: la natura somatica della malattia mentale, la impenetrabile certezza della diagnosi, la pericolosità, l’abbandono, il suicidio. Il cinismo e il pessimismo più devastante della radice biologica della psichiatria del ‘900 dominavano il campo dell’indifferenza delle politiche e della presupponenza delle lobbies.

I cambiamenti avvenuti nel corso di ormai mezzo secolo sono davanti agli occhi di tutti. Riconosciuti e apprezzati da istituzioni e governi di tutto il mondo (dall’Oms alla California e tanto altro) continuano tuttavia a essere negati da una cospicua parte del mondo così detto scientifico. Non ci sono evidenze dicono, e dicevano allora, o meglio si trova poco in letteratura; tutto ciò che si trova su Trieste (e sul Paese in generale) è soltanto aneddotica, dicono. Narrazione, anche ricca ed emozionante.

In questi giorni molti colleghi, amici e compagni della straordinaria avventura che ho avuto la fortuna di vivere nel corso di più di mezzo secolo mi hanno segnalato l’articolo di Mauro Carta, Matthias Angermeyer e Anita Holzinger, Salute mentale in Italia: le ceneri di Basaglia nel vento della crisi dell’ultimo decennio su International Journal of
 Social Psychiatry. Dalle conclusioni: «Trieste è forse il servizio sanitario più famoso al mondo, ma dov’è questa esperienza in letteratura? Uno degli autori ha trascorso due periodi a Trieste nel 1985 e nel 2005, il secondo di 6 mesi. Il clima lavorativo è stato fantastico: l’energia che è emersa dal personale è andata al benessere delle persone che necessitavano di cure. Ma non restano che aneddoti. Questa nostra breve recensione, sebbene sistematica, non può mostrare un quadro esaustivo di tutto ciò che è stato prodotto su Trieste. Tuttavia, è ciò che accade se si cerca qualcosa in letteratura su Trieste». Mi accingo a dare ancora una volta una risposta, sicuro che non basterà, e in premessa devo ricordare agli autori che la trasformazione a Trieste (e in Italia) ha a che vedere con un radicale cambiamento di sistema, di paradigma, di culture. La malattia messa tra parentesi favorisce l’irruzione sulla scena di presenze (cittadini, individui, persone) fino ad allora negate proprio dalla psichiatria.

Basaglia avrebbe detto «venite a vedere» e io non posso che continuare a narrare.

Franco Basaglia aveva cominciato il suo lavoro a Trieste nell’agosto 1971 e per quattro anni l’Ospedale Psichiatrico di San Giovanni si era trasformato in un grande cantiere. Tutto quello che accadrà nei 10 anni successivi accadde in quegli anni: dalla prima cooperativa, che solo dopo si chiamerà sociale, ai gruppi di convivenza che diventeranno i luoghi dell’abitare insieme, al lavoro esterno (fuori dalle mura) che allude ai Centri di salute mentale che di lì a poco verranno. Per la prima volta un manicomio si dotava di automobili e gli infermieri uscivano per accompagnare a casa le persone.

I reparti fino a quel momento organizzati per diagnosi omogenee, o meglio per gradi e definizioni di comportamenti, vennero rimescolati. I tranquilli, gli agitati, i violenti, gli infermi, i sudici, gli osservandi vengono aggregati per territorio di provenienza e cominciano a diventare cittadini. La città, 300 mila abitanti allora, 230 mila oggi, venne suddivisa in 5 grandi zone di 60 mila abitanti; e così l’ospedale psichiatrico.

Cinque gruppi di lavoro cominciano a esplorare quelle zone della città, cercando legami, brandelli di storie da ricomporre, relazioni possibili. Si disse allora che gli operatori uscivano e attraversavano la città portando il matto sulle spalle.

Un esercizio questo, e una metafora, che qualificherà non poco il lavoro dei Centri di salute mentale che verranno. L’urgenza di vedere allontanarsi l’ombra del manicomio e di rompere irreversibilmente con quella storia attraversa ogni azione, ogni gesto.

Non c’è ancora la legge 180 e tuttavia una prima incerta cittadinanza comincia a costruirsi. Con fatica naturalmente. Anche le pratiche, le strategie e le politiche per sostenere quella cittadinanza, ora meno incerta e tuttavia a rischio delle persone con disturbo mentale, fonderanno il Centro di salute mentale. In molti ospedali psichiatrici, dove si sta sperimentando il cambiamento, andare fuori, mettere radici nel territorio sono imperativi assoluti. E impensabili sono le difficoltà, i conflitti da affrontare, le spaccature da sanare per sostenere i matti che ora possono abitare la città e che pongono l’urgenza e la radicalità dei loro bisogni, della loro singolarità finalmente ritrovata.

Nell’aprile del 1975 è Franco Rotelli ad aprire il primo Centro di salute mentale ad Aurisina, piccolo comune nella piccola provincia di Trieste. Una casa, una vecchia caserma dei carabinieri, poco distante dal confine jugoslavo, ospita 10 persone, uomini e donne, dimesse dall’ospedale. Per loro il Centro è un tramite per riprendere posto nel paese. Il Centro comincia a essere anche il luogo dove le persone possono andare per far sentire il proprio male, chiedere di essere accudite, ascoltate, comprese. È il luogo da dove gli operatori si muovono per andare là dove le persone vivono. Dopo pochi mesi, a Trieste, verrà il Centro di Barcola, e poi Muggia e via Gambini. E intanto c’è stata Nocera Superiore/Materdomini, Perugia, Gorizia, Città di Castello, Arezzo e di lì a poco verrà Ferrara, Reggio Emilia, Torino, Settimo Torinese, Caltagirone e tante altre piccole grandi esperienze che segnano quel passaggio: abbandonare l’ospedale, costruire possibilità nella comunità. La scommessa è agire concretamente il lavoro terapeutico nelle relazioni e nei luoghi di vita delle persone.

Per gli operatori che agiscono quel cambiamento la rotta è ben segnata dalla necessità di chiudere il manicomio, di interrogarsi su cos’è la psichiatria e sulla natura della follia. Tuttavia sono ancora poche e deboli le pratiche territoriali, non ci sono modelli e ancora meno esperienze radicate che possano aiutare e indicare una rotta certa.

Le scarne esperienze comunitarie inglesi e americane sono distanti non solo geograficamente. Per altro nascono sempre a valle di corposi manicomi. Anche il settore francese sembra confermare, se non rafforzare paradossalmente, la necessità del manicomio.

La radicalità della scelta di abbandonare il manicomio è comunque appassionante, porta a vedere lontano ma provoca inevitabilmente solitudine, alimenta distanze, rende incerto il cammino. Bisogna esplorare terreni sconosciuti, ridisegnare complesse cartografie, verificare rotte, rischiare sconfinamenti, avanzamenti, stallo, disorientamenti. Le accademie si muovono con ostentata ostilità, la Società italiana di psichiatria espelle Basaglia, timide (e interessate) politiche regionali si assoggettano alla prepotenza dei cattedratici. I Tribunali, le Magistrature non possono non condannare azioni che criticano nella pratica la legge vigente del 1904, il paventato disordine pubblico dei matti in libertà. Più di una volta Basaglia e tutti noi dobbiamo sopportare incriminazioni e processi. Il manicomio, in realtà, non è ancora definitivamente sparito. La legge è stata appena approvata, i progetti obiettivi arriveranno. Non ci sono regolamenti, non ci sono procedure scritte e condivise, non sono disegnate le strutture, si dispone di conoscenze epidemiologiche meno che frammentarie.

La parola guarigione è fuori dal lessico di quelle psichiatrie che stiamo cercando di abbandonare.

Roberto Mezzina comincia a essere impegnato nel lavoro di ricerca di strumenti e relazioni sul piano nazionale e internazionale, convinto assieme agli altri colleghi che bisogna disegnare una rappresentazione meno incerta. La scommessa ora è inventare e dare radici alle nuove istituzioni della salute mentale. Sarà il Centro di salute mentale, o qualcosa che a questa struttura, funzione, dispositivo rimanda, il luogo delle prime esperienze di ricerca e l’entusiasmo, gli interrogativi e la curiosità di quelle esplorazioni si riverserà in un numero cospicuo di lavori valutativi, descrittivi e di approfondimento epistemologico.

C’è già stato nel ’94, atteso da tutti, un primo Progetto Obiettivo che rende più concrete le indicazioni della riforma. Le Regioni hanno avuto il tempo di varare proprie leggi per la salute mentale. Il secondo Progetto Obiettivo (1999/2000) ha precisato finalità, modalità di funzionamento, procedure e organizzazione del Dipartimento di salute mentale. Più di una Regione ritarderà molto a varare una propria legge o peggio sotto l’influenza delle peggiori psichiatrie accademiche e di inconfessabili interessi di imprenditori privati matureranno progetti regionali di compromesso. Tra le altre, solo per esempio, la Sardegna nel 2007 non aveva ancora pensato a una sua legge regionale!

A differenza della maggior parte degli studi italiani che assumono servizi e modelli operativi di altri paesi, in genere anglosassoni e americani, come confronto i lavori prodotti a Trieste hanno dovuto riconoscere i passaggi del cambiamento (spesso assolutamente originali e innovativi) per connettere i risultati alla realtà italiana, alle dinamiche di sviluppo in atto, al processo di crescita non lineare dei servizi di salute mentale nella comunità e alla progressiva presenza dei soggetti sulla scena. Anche gli strumenti di valutazione adottati sono originali e non presi malamente a prestito da altri modelli, da altre culture.

Lo scopo dei lavori di ricerca e valutazione che si sono sviluppati negli anni è stato sempre quello di descrivere e confrontare modalità di accoglienza, percorsi di cura e di riabilitazione, programmi alla dimissione, di inserimento lavorativo, di organizzazione di vita autonoma, di sostegno al carico familiare. Di recente grande rilievo hanno assunto i programmi di ricerca intervenendo sulle forme di associazionismo, di protagonismo e di partecipazione delle persone che vivono l’esperienza. Le forme di risposta alla crisi, le strategie di abolizione della contenzione (a Trieste sono state abbandonate tutte le pratiche coercitive fin dai primissimi anni ’70), l’attenzione all’esordio nei giovani sono i temi che oggi maggiormente tengono il campo.

Il lavoro non avrebbe potuto procedere per tutti questi anni se non si fossero verificate ipotesi di nuove organizzazioni, si fossero messe a punto e descritte pratiche sensate tanto visibili nella loro banalità quanto purtroppo distanti da quanto accade oggi nella maggior parte dei Servizi di salute mentale in Italia e in Europa.

Queste alla fine le evidenze: più il territorio è popolato di servizi che costituiscono reti e sistemi coerenti, più i servizi dispongono di risorse differenti e talvolta inusuali, più sono in grado di utilizzare il posto letto territoriale nel Centro di salute mentale (come ultima risorsa), per esempio, più si propongono di evitare il ricorso passivo al ricovero nel Servizio ospedaliero di diagnosi e cura o, peggio, in cliniche private fuori dal circuito e fuori dalla rete, più sostengono la bassa soglia di accesso, più spostano l’asse dell’intervento verso il contesto dove le persone vivono, più invogliano gli operatori a lavorare in gruppo, più valorizzano tutte le persone presenti nel servizio, più il servizio si orienta alla recovery e con convinzione verso la comunità, maggiori sono i vantaggi per le persone con disturbo mentale, i familiari, gli operatori, i cittadini, le amministrazioni.

Si sono ridotti i tempi del trattamento nella fase acuta, i familiari vengono coinvolti, le persone accedono più facilmente a percorsi abilitativi e di ripresa, restano utilmente in contatto, diminuisce il numero e l’intensità delle ricadute, si usano meno farmaci, si alimentano le reti e le relazioni, cresce il numero delle persone che trovano posto in programmi di formazione lavoro, si è ridotto il rischio di stigmatizzazione e di esclusione.

Le persone con esperienza hanno assunto consapevolezza e hanno cominciato a prendere in mano le loro vite.

Eppure in conclusione non posso non condividere alcune riflessioni che gli autori de Le ceneri di Basaglia fanno sulle ultime decadi delle politiche di salute mentale in Italia (e aggiungerei nel resto dell’intera Europa).

Il declino oggi dell’attenzione alle politiche di salute mentale è una realtà amarissima. È davanti agli occhi di tutti lo smarrimento del necessario orientamento etico, l’approssimazione se non l’assenza di indirizzi governativi e di politiche regionali. La trascuratezza, se non peggio l’insensatezza, delle aziende sanitarie soltanto prese in manovre di rientro, ad accorpamenti di aree territoriali col miraggio di ridurre costi e risorse umane è sostegno delle mai abbandonate cattive pratiche. Tanto che in Italia, come in tutti i paesi europei «…gli psichiatri – scrive Saraceno nella prefazione al bel libro di D’Autilia, Dopo la 180. Critica della ragione Psichiatrica – continuano ad accettare ancora che i pazienti gravi e cronici non abbiano alternative decenti alle istituzioni e che siano seppelliti in residenze protette sempre più simili a manicomi oppure negli istituti privati e religiosi; gli psichiatri accettano che i servizi di diagnosi e cura pratichino normalmente la contenzione fisica, che i servizi territoriali riproducano logiche asfittiche e ambulatoriali, che le case farmaceutiche occultino i dati sfavorevoli ai farmaci che vendono, che, infine, il rigore delle evidenze scientifiche sia invocato sì, ma a giorni alterni, ossia quando conviene».

E anche Trieste, e la regione FVG, è mai come ora minacciata dalla grevità e dalla cecità delle politiche del governo regionale.

Questo testo è buona parte della prefazione a Crisi della psichiatria e sistemi sanitari. Una ricerca a cura di Roberto Mezzina con Daniela Vidoni, Maurizio Miceli, Corrado Crusiz, Annamaria Accetta, Gaetano Interlandi.

Ada

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 21/03/2020 - 20:43

Di Giada Colà, psicologa, Bergamo

Quindici marzo. Fuori è scoppiata una pandemia che affanna i polmoni e riempie gli obitori di cadaveri. Sono così tanti che non si sa più dove metterli e la gente deve vegliare i propri cari in solitudine. Per strada la gente si accarezza con gli occhi. Curva le labbra sotto le ultime mascherine rimaste. Nel metro che separa gli uni dagli altri c’è un silenzio immobile, carico di gesti di affetto che è meglio tenere per sé ancora un po’.

Intanto il Paese perde i suoi vecchi. Con loro se ne vanno il culto dei morti e le memorie più remote e tenaci, quelle che non hanno bisogno di parole per svelarsi.

Ho scoperto l’esistenza di queste memorie quando, quasi ventiquattrenne, iniziai a bazzicare nei centri diurni.

Un’offerta di lavoro accettata per convenienza, molto lontana dalle mie aspirazioni, ma capitata al momento giusto. Il contratto a tempo determinato, quattrocento euro al mese, poche ore a settimana.

Lavorare nei centri mi permetteva di continuare la mia attività di educatrice domiciliare per la tutela minori e, lì per lì, mi pareva più interessante che fare assistenza scolastica.

Quindi vado: accetto, firmo, metto piede tra teste che ciondolano assenti ed è lì che incontro Ada.

Ada ha una settantina d’anni e le pupille di un blu vacuo e diluito. Sta semisdraiata sulla poltrona, lontana dal tavolo dove tutti gli ospiti sono messi a sedere e con la mano destra afferra le sue belle ciocche grigie. Prima di ammalarsi, Ada dipingeva e scriveva poesie. Dell’artista le è rimasta l’espressione sognante e vagamente assente.

Quando la vedo per la prima volta non capisco che quella che le cinge la vita è una cintura pelvica e che lei, a quella poltrona, è legata. Non so com’è che di quella donna silenziosa io mi limiti a cogliere i colori chiari, la forma morbida del corpo invecchiato ma non svuotato, anzi pieno, caldo.

La cartella clinica di Ada è un coro polifonico di voci disperanti e rassegnate. L’ipertensione, il diabete, una grave demenza. E poi l’instabilità agli arti inferiori, gli stati di agitazione, le confabulazioni. Ada è lì, legata alla poltrona, in attesa di spegnersi.

La cintura pelvica la vedo all’incontro successivo, quando l’operatrice sanitaria che è in turno si rivolge alla donna e con tono sprezzante le dice: «Su Ada, che adesso mettiamo questa cosa tra le gambe. Ti piace, ah?».

Non so quale preciso elemento di una simile brutalità mi abbia sconvolta maggiormente. Forse la modalità abusante e violenta, o forse vedere l’operatrice chiudere quei ganci intorno al ventre di Ada con un gesto distratto, abitudinario, privo di pensiero.

Quell’episodio è stata la cosa più simile a uno stupro alla quale io abbia mai assistito ed è stato in quel preciso istante che ho capito d’esserci cascata. La scelta della facoltà universitaria, la laurea triennale, poi la magistrale, il tirocinio post laurea, il lavoro e poi quel tarlo che, lento, iniziava a farsi strada tra i pensieri.

Più toccavo con mano cosa fosse l’assistenza psicologica fuori dallo studio privato, più mi domandavo se fosse davvero il caso di presentarmi a quell’esame di stato.

Il mio terapeuta ripeteva: «Saresti una brava professionista», e puntualmente i miei sogni lo smentivano, grevi di immagini nelle quali la paziente imbruttita e privata di ogni volontà ero io. Alla fine all’esame di stato ci sono andata. Quando all’orale, con modi sardonici e un po’ irritanti, mi hanno domandato come avessi fatto a passare così bene gli scritti, ho risposto che era per esperienza.

«Mamma psicoanalista e papà psichiatra?» chiede il commissario indagatore.

«No – dico io – ho transitato più nella categoria dei pazienti».

Abilitata.

Ecco l’ennesima commessa del potere pronta ad aprire la sua pagina Facebook per pubblicizzare corsi-tutti-i-gusti. D’altronde ci si deve un po’ improvvisare, ci si deve lanciare.

Nel 2018 in Lombardia c’erano più di diciottomila psicologi. Devi competere, se non vuoi soccombere.

Dal giorno dell’orale mi ci sono voluti tre mesi per decidere di mandare i miei dati all’ordine e confermare l’iscrizione all’albo.

Quando ho visto legare Ada alla poltrona, ho capito che se mai avessi fatto qualcosa della mia abilitazione, sarebbe stato usarla per combattere.

E tuttavia introversione e insicurezza non sono precisamente le doti ideali di una combattente, perciò procedetti per tentativi.

La settimana successiva iniziai a domandare a ogni operatore perché tenessero Ada legata. Nelle loro bocche la ragione variava di poco: è una paziente agitata, instabile, così la proteggiamo. E non meno importante: chi si prende la responsabilità di slegarla?

Riportai la domanda alla direttrice sanitaria, una donna canuta, prossima al pensionamento, che si dimostrò tuttavia meno indisponente di quanto immaginassi e mi rispose che slegare Ada era possibile, a patto che mi occupassi anche di compilare la burocrazia annessa.

Presi contatto con un collega che lavorava in struttura da più di due anni e non aveva mai fatto domande sull’utilizzo della contenzione.

«Facciamo il nostro lavoro e manteniamo un basso profilo», mi rispose un po’ seccato.

L’avevo disturbato mentre collezionava l’ennesimo master in psicodiagnosi e testistica.

Una questione di priorità, forse.

La prima volta che tolsi una contenzione, lo feci a una donna di settant’anni, che si chiamava Ada e si tirava così forte i capelli da strapparli. Lo feci domandandole se fosse d’accordo. Presi il suo sorriso per un sì. Aprii i ganci e la sentii respirare profondamente, mentre le cinghie si allentavano. Poi le dissi di afferrare il tavolo difronte a lei e tirarsi su. La sostenni con entrambe le mani, in allerta. Sfilai velocemente la cintura e la lasciai cadere a terra. Quando Ada si rimise a sedere, piantò i suoi occhi nei miei e con la mano destra mi fece la prima di tante carezze.

Io vidi Ada agitarsi pochissime volte. Quando accadeva, ce ne stavamo a tenerci la mano. Le spazzolavo i capelli. Le recitavo l’infinito di Leopardi.

Nelle settimane che seguirono, alcune operatrici iniziarono a dimenticarsi di legarla.

Smisero di tenerla isolata, in disparte, e la fecero accomodare al tavolo con gli altri ospiti.

Tuttavia, quando non ero in turno, Ada restava per lo più in poltrona con la contenzione.

Non imparò mai il mio nome, ma mi piace credere che in me scorgesse una presenza rassicurante.

Impastammo: stendere un panetto di uova e farina era meno doloroso che tirarsi i capelli.

Ballammo, sgraziate e stanche.

Mi feci prestare un vecchio album di fotografie, che la ritraeva bellissima e riccioluta, sul dorso di un imponente elefante.

Facemmo lente passeggiate in giardino e io mi accorsi che quando slegavo il corpo di Ada, slegavo anche i suoi pensieri e lei ricominciava a parlare. Le sue memorie erano frantumate, ma nel modo di gesticolare e in certe curiose espressioni che usava, vi erano preziosi frammenti della donna colta che era stata.

Ada prese una brutta polmonite che la costrinse a casa. La sua personale pandemia la visse con accanto i suoi cari.

Aveva perso ogni memoria già prima che la incontrassi e non recuperò alcun ricordo.

Non sempre riuscii a toglierle la contenzione, ma ogni volta che potei le domandai il permesso, con tenerezza.

È il quindici marzo e fuori qualche famiglia passeggia con indosso le mascherine.

Aspettiamo il prossimo TG per tener conto dei morti e dei guariti e io penso ai ricordi che verranno smarriti, in mezzo a questo fermento.

Un po’ com’è accaduto con Ada, la paziente agitata che, secondo le operatrici, riuscii a tenere slegata perché ebbi grande fortuna.

Le istituzioni totali sono brave a cancellare la speranza.

Dopo la 180. Critica della ragione Psichiatrica

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 20/03/2020 - 23:47

Di Benedetto Saraceno

[dalla prefazione al libro di Silvia D'Autilia, Dopo la 180. Critica della ragione Psichiatrica, Mimesis, 2020]

Questo libro di Silvia D’Autilia è semplicemente necessario. Chiarisce molti aspetti mai abbastanza chiariti sulle origini e le influenze filosofiche del pensiero di Franco Basaglia. È un libro necessario perché porta chiarezza nelle frequenti, confuse e superficiali letture del pensiero e dell’opera di Basaglia.

Questo è un libro che accompagna il lettore con semplicità ma senza semplificazioni attraverso le complesse interconnessioni fra la filosofia moderna e contemporanea, il pensiero di Basaglia e le pratiche da lui inventate, iniziate e proseguite negli anni anche con il contributo e la leadership di altri.

Innanzitutto Silvia D’Autilia offre un inquadramento del percorso filosofico di Basaglia che risulta ben più complesso e articolato di quello usualmente proposto da coloro (e sono molti) che si sono limitati a riconoscere a Basaglia un’ispirazione husserliana e un debito con la fenomenologia esistenziale di Jaspers, Binswanger, Minkowski, Merleau-Ponty e Sartre. Invece, a partire dalla Crisi delle scienze europee di Husserl, la questione della crisi della scienza e di un’idea di uomo non limitata e incarcerata dalla Weltanshauung positivista permea in modo complesso il pensiero basagliano.

Silvia D’Autilia ci accompagna in un viaggio attraverso le influenze dirette (grande quella di Michel Foucault oltreché quella dei fenomenologi-esistenzialisti) e indirette (ad esempio Thomas Kuhn o Georges Canguilhem), consapevoli e inconsapevoli sull’opera teorica e pratica di Basaglia. Il testo assume la psichiatria come paradigma ed espressione più leggibile e coerente della crisi generale delle scienze. Ne analizza le fragilità epistemologiche, le inossidabili certezze teoriche. Il Körper positivista è tutto quello che le scienze biomediche vedono e trattano come oggetto terzo, mentre il Leib rimane ignorato o sfuocato sullo sfondo di una generica (in)comprensione psicosociale dei fenomeni di malattia. Il social suffering evocato dall’antropologo americano Arthur Kleinman è escluso dallo sguardo della psichiatria concentrata sulla malattia e i suoi sintomi ma disattenta e disinteressata alla esperienza di sofferenza del malato. Ancora a tutt’oggi i determinanti sociali della malattia mentale sono sì riconosciuti come rilevanti nel modello teorico eziologico ma certamente la riduzione del loro impatto non fa parte delle pratiche usuali della psichiatria. La psichiatria non sembra capace e neppure desiderosa di mettersi in relazione con la complessità, illudendosi che il modello biomedico possa proteggerla dall’irruzione dei determinanti sociali, che non solo scombussolano le vite delle persone ma dovrebbero anche sfidare le certezze clinico-terapeutiche. Abbiamo vissuto una stagione (quella dalla metà degli anni ’80 in avanti) in cui la psichiatria è divenuta sempre più finemente specializzata a trattare patologie complesse (doppie e triple diagnosi), a formulare diagnosi sempre più sofisticate (DSM IV e poi DSM V in un crescendo cui però corrispondono sempre gli stessi pochi e poveri trattamenti), a impiegare farmaci sempre più mirati ma poi regolarmente sconfessati negli anni successivi, a specializzare operatori psicosociali che imparano a gestire traumi e post traumi, a trattare insuccessi scolastici e precoci accessi alla droga.

Dopo questa illusoria stagione di pseudofioritura delle conoscenze, gli psichiatri continuano tuttavia ad accettare ancora che i pazienti gravi e cronici non abbiano alternative decenti alle istituzioni e che siano seppelliti in residenze protette sempre più simili a manicomi oppure negli istituti privati religiosi; gli psichiatri accettano che i servizi di diagnosi e cura pratichino normalmente la contenzione fisica, che i servizi territoriali riproducano logiche asfittiche e ambulatoriali, che le case farmaceutiche occultino i dati sfavorevoli ai farmaci che vendono, che, infine, il rigore delle evidenze scientifiche sia invocato sì ma a giorni alterni, ossia quando conviene. Ancora una volta, ce lo ricorda bene questo libro, la sfida dell’operare nella complessità, all’incrocio e al confine delle discipline, è quella di promuovere senso e soggettività attraverso strategie e strumenti psicologici, sociali, organizzativi e istituzionali, di creare cioè vita e liberazione. In fondo quello che questo libro ci dice a proposito del monologo della ragione psichiatrica sulla malattia è che il linguaggio opera interamente nell’ambiguità, e la maggior parte del tempo non sapete assolutamente nulla di ciò che dite (Lacan citato da Silvia D’Autilia). Silvia D’Autilia ci aiuta a capire che Basaglia è ben altro e ben più del filantropo che mette scarpe e vestiti ai degenti scalzi e in pigiama.

Delle parole di Basaglia spesso la letteratura internazionale (ma forse anche quella nazionale) ricorda più volentieri quelle legate al superamento dello scandalo del manicomio (edificio più che istituzione) ma non le parole legate alla critica dell’istituzione psichiatrica. La violenza del monologo della ragione sulla follia è invece l’oggetto principale della ricerca di Basaglia e il superamento del manicomio altro non è che la negazione della legittimità di tale monologo. Il Basaglia ingegnere istituzionale e filantropo è certamente rassicurante ma semplicemente non è mai esistito. «Continuare ad accettare la psichiatria e la definizione di malattia mentale significa accettare che il mondo disumanato in cui viviamo sia l’unico mondo umano, naturale, immodificabile, contro il quale gli uomini sono disarmati»: questo scrivevano Franco e Franca Basaglia quaranta anni fa.

Chissà se l’etichetta (ossia la piccola etica) del nuovo savoir-faire psichiatrico territoriale sottoscrive queste parole che enunciano invece una nuova Etica del fare psichiatria. Chissà se gli psichiatri hanno capito che il discorso di Basaglia non è un discorso soltanto sul manicomio ma sulla psichiatria. La questione posta da Basaglia sulla malattia psichiatrica è tutt’oggi centrale: la comprensione minima o parziale dei complessi meccanismi interattivi genetici, neurobiologici, psicologici e ambientali che possono determinare un quadro sintomatico (una sindrome dunque più che una malattia) può certamente accrescersi (e senz’altro si è accresciuta da quando Basaglia scriveva quaranta anni fa) ma non modifica la questione centrale della soggettività del malato e del rapporto che con lui tende a stabilire la psichiatria: rapporto di desogettivazione, di tipizzazione, di dominio. La indubbia maggiore articolazione della risposta psichiatrica oggi (in alcune pratiche per lo meno) certamente implica un minore grado di desogettivazione e dominio ma tuttavia non nega radicalmente la realtà della psichiatria, che consiste in una distanza fondata su quel differenziale di potere che connota più in generale l’ideologia medica che «assume per sé l’esperienza della malattia, neutralizzandola e negandola fino a ridurla a puro oggetto di sua competenza […] inducendo il malato a vivere la malattia come puro accidente oggettivabile dalla scienza e non come esperienza personale».

E, ancora, questo libro ci aiuta a capire che Basaglia non è un antipsichiatra ma uno psichiatra antistituzionale. Basaglia, in area anglosassone e con impropria semplificazione, viene spessissimo genericamente associato all’antipsichiatria inglese; tale semplificazione non coglie una differenza fondamentale: l’impresa di Laing e Cooper, pur nella sua radicalità, è rimasta essenzialmente una produzione alta di dissenso culturale, una sorta di avventura individuale disperata e tutto sommato deconnessa da una più collettiva prassi di liberazione. Al contrario, l’impresa basagliana sopravvive alla morte di Basaglia e prosegue in quanto prassi di trasformazione collettiva con decisive implicazioni sulle scelte di sanità pubblica.

Infine, questo libro ci aiuta a capire che in Basaglia il discorso quando non si accompagna ad una trasformazione instancabile della realtà ma invece si cristallizza in un modello operativo di semplice ingegneria istituzionale, perde ogni senso. E di questa instancabilità è fatta la pratica della psichiatria antistituzionale come rivoluzione che programmaticamente rinvia il suo compimento, pena la negazione del proprio potere liberatorio. Le parole di Basaglia sono progetto di una civitas (di una cittadinanza, di una civiltà) in costante mutazione. In assenza di tale progetto civile, l’efficienza organizzativa del modello, di qualsiasi modello, diviene allora antagonista ai bisogni del malato. Questa instancabile provvisorietà del modello se, per il suo ottimismo utopico, offende ogni ratio d’ordine (ratio borghese direbbe Foucault), al contrario assume di fatto la ratio del procedimento scientifico fondato sulla provvisorietà dei modelli e non sulla loro ideologizzazione. E non a caso è in questi tempi di una ideologia scientista profondamente antiscientifica che si è più spesso sentito definire Basaglia ideologico quando, al contrario, l’ipotesi di ricerca che si definisce con L’Istituzione negata è stata fra le più solide e coerenti e ha retto a molteplici verifiche. La teoria in Basaglia, come in Gramsci, è riflessione sulla realtà e intelligenza dei meccanismi della sua stessa trasformazione. Si definisce attraverso la cartografia storica antistituzionale quell’esistenzialismo gramsciano che fonda l’unicità del pensiero di Basaglia.

Un libro che va letto e riletto e che ci aiuterà a capire molto di quello che spesso non abbiamo capito della vicenda filosofica di Franco Basaglia e della sua esperienza pratica di liberazione.

È per questo che dobbiamo molto ringraziare Silvia D’Autilia.

Presentazione delle istruzioni operative SIEP

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 20/03/2020 - 13:39

Mantenere la funzionalità della rete dei servizi territoriali, soprattutto quelli rivolti alle persone più fragili (persone con sofferenza psichica, con disabilità, con malattie a decorso protratto) è un impegno di carattere etico, oltre che una responsabilità di sanità pubblica, che assume particolare rilevanza nel corso dell’attuale emergenza sanitaria da SARS-CoV-2.

A tal fine è essenziale far riferimento a un patrimonio condiviso di modalità operative, applicabili su tutto il territorio nazionale, per evitare che alle già documentate disuguaglianze inter- e intra-regionali si aggiungano interpretazioni difformi di norme a carattere generale o intollerabili inerzialità.

La Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica ha pertanto stilato una serie di indicazioni pratiche, con l’intento da un lato di declinare le direttive per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2 nella specificità dei livelli di assistenza distrettuale ed ospedaliera erogati dai Dipartimenti di Salute Mentale; dall’altro di offrire un testo di riferimento da aggiornare con il contributo dei DSM e dei professionisti più competenti. L’obiettivo è quello di garantire – perdurando l’emergenza sanitaria – il massimo livello di assistenza compatibile con le esigenze di sanità pubblica e di sicurezza delle cure.

Consulta qui il documento con le istruzioni operative SIEP.

Salute mentale: servizi, individui e corpo sociale all’epoca del coronavirus

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 20/03/2020 - 11:16

di Roberto Mezzina, già Direttore del Centro Collaboratore OMS, Dsm di Trieste

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L’emergenza coronavirus ha necessariamente messo tutto il resto in secondo piano, condizionando e cambiando la nostra vita. Se la sanità in Italia è sottoposta a un grandissimo stress, ad una sfida senza precedenti, la salute mentale, figlia di un dio minore, soffre in silenzio. L’impoverimento dei servizi, la loro riduzione e accorpamento, la carenza del personale, già denunciati da molti anni in qua, si somma al fatto di essere messi oggi in coda alla lista delle priorità di salute. Il livello della minaccia, come in guerra, appare più alto, e l’espressione tutela della salute mentale suona quasi pleonastica in molti contesti sanitari. Eppure, nell’era in cui nessuno può mettere in discussione la liceità di una biopolitica dettata dalla medicina, non c’è mai stato più bisogno di politiche di salute mentale come ora, proprio perché tutta la popolazione italiana, e prima o poi del globo, soffre un disagio formidabile, che tocca e toccherà tutti, e non solo coloro che hanno già disturbi diagnosticati di tipo psichiatrico, sconvolgendo il mondo per come lo abbiamo finora conosciuto.

Si rischia la catastrofe finale, legittimata e perfino comprensibile, del sistema di salute mentale italiano. È notizia di questi giorni di Servizi di diagnosi e cura lombardi che vengono riconvertiti a reparti Covid, con tutto il personale (benché assolutamente e ovviamente non preparato ai compiti nuovi attribuiti) . Molti altri servizi vengono chiusi, o limitati pesantemente, e l’assistenza di base limitata – come tutta quella ambulatoriale specialistica – allo stretto indispensabile e ad appuntamento; il che è esattamente il contrario di un servizio flessibile per una popolazione sotto stress. Che cosa sia prioritario è difficile da identificare. Perciò in queste ore si stanno sviluppando documenti di indirizzo e linee guida per orientare aziende, dipartimenti e operatori sul da farsi.

Appare evidente che il corpo sociale (ONGARO BASAGLIA, F. & BASAGLIA, F. 1979. Follia / Delirio, in Enciclopedia Einaudi, vol. VI, Einaudi, Torino, 267-287; ripubbl. in Ongaro Basaglia F., Salute/malattia. Le parole della medicina, 180 – Archivio Critico della Salute Mentale, Alphabeta Verlag, Merano 2012, 119-14), cui faceva costantemente riferimento Basaglia, sembra ritirarsi. Quella al COVID-19 sembra in partenza una guerra fatta di individui isolati, di solitudini. Ma è anche di famiglie; o di piccole comunità locali, come il condominio, il vicinato; e di reti virtuali, piccole e aperte, o globali. Ma inevitabilmente tocca, di rimbalzo, tutto quel corpo sociale. Al suo interno, l’operatore della salute mentale è uno dei tanti. Non deve curare la sindrome da Covid, ma ciò nonostante deve continuare a lavorare, perché c’è bisogno di tanti livelli di sostegno, anche psicologico e psichiatrico. E non c’è reale distinzione tra chi cura e chi è curato, paradossalmente l’operatore può trasmettere il morbo, anche perché non sono possibili precauzioni adeguate. Inutile sottolineare la nota situazione in cui i presidi medico-chirurgici elementari, le mascherine, i disinfettanti, mancano quasi totalmente.

Da un lato appare lampante l’inutilità e perfino la dannosità di un assetto ambulatoriale come quello che si teneva finora nei servizi, spesso con affollate sale d’attesa, e degli stessi ricoveri, se non strettamente necessari: tutti implicano una potenziale messa a rischio del corpo organico di ciascuno. Tuttavia soffrono di più i servizi diversi, quelli nati dalla riforma. Si era detto di abolire la distanza col malato, non di tenerci a distanza. La relazione, strumento principe della terapia e anche dell’assistenza nella salute mentale, non si può usare in maniera libera e diretta. Il gruppo, il collettivo, sono di necessità coartati e infine aboliti; perfino il toccare il corpo, che è il medium, individuale e insieme sociale, dove si scarica l’angoscia, è inibito: il corpo organico è ora potenziale fonte di pericolo.

I servizi di supporto alla persona, di assistenza domiciliare ed educativa, offerti soprattutto da cooperative sociali, rallentano o si fermano in mancanza di strumenti adeguati di prevenzione.

Le valenze socioterapiche e riabilitative del frequentare un Centro di salute mentale o un Centro diurno entrano in crisi e in gran parte vengono meno. Incombe ovunque una socialità costretta, guardinga.

Si rivela qui tutta la fragilità di una salute mentale fatta di luoghi. Paradossalmente sono proprio gli ambienti extra-ospedalieri, quelli della normalità, della comunità, del vivere comune, a soffrire di più perché da essere luoghi di incontro e di scambio oggi si possono trasformare in luoghi di infezione. In questo arco sono comprese tutte le comunità dove si realizzano forme di convivenza temporanee o di più lungo periodo, specialmente con una residenzialità sulle 24 ore, dove già, come nelle case di riposo, si sono verificati focolai che hanno coinvolto operatori e ospiti.

Nonostante tutto, mai come ora occorre stringersi attorno ai servizi come ancoraggi per la tutela della salute mentale. Occorre urgentemente salvare i servizi, ripensando al tempo stesso a una salute mentale nell’era del coronavirus. Che durerà almeno per un po’, lo sappiamo, e comunque sta già trasformando comportamenti e abitudini, singole e collettive.

2

Se la socialità, in una logica di restituzione al corpo sociale, era l’utopia di Basaglia e della riforma, che fare ora che le reti sociali si restringono all’essenziale, mentre si dilatano tutti i media comunicativi, e specialmente i social media? Si vive connessi tramite internet, o al telefono, o attaccati alla TV. Mentre occorre informarsi, la troppa esposizione, e specialmente quella a fonti inaffidabili, può aumentare lo stress.

Gli studi sui comportamenti individuali non danno molto aiuto, non hanno molto senso. Essi soprattutto utilizzano ed enfatizzano la nozione di stress e il conseguente post-traumatic-stress-disorder (il famoso PTSD). È di questi giorni la pubblicazione tempestiva su Lancet Psychiatry di una review (Brooks SK, Webster RK, Smith LE, Woodland L, Wessely S, Greenberg N, Rubin GJ. The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. Lancet 2020; 395: 912–20. Published Online February 26, 2020) relativa agli effetti psicologici della quarantena, basata però su altre epidemie, dalla SARS in poi. Ma qui non si tratta di mettere in quarantena singoli individui affetti, o positivi all’infezione, come potenziali fonti di contagio. Il lockdown, lo stare chiusi in casa, che l’Italia e ora altri paesi stanno sperimentando e vivendo, è un immane esperimento collettivo, una nuova Norma: una condizione generalizzata, che tocca tutti, e soprattutto chi sta davvero a casa e non si deve recare ogni giorno al posto di lavoro, nella sanità, nella produzione o nei servizi essenziali.

A partire dalla review di Lancet, l’American Psychatric Association (America Psychiatric Association (APA). COVID-19 Mental Health Impacts: Resources for Psychiatrists. Published on-line, Mar 12,2020) tramite l’Università di Bethesda, e ora la Canadian, hanno formulato raccomandazioni. Mental Health Europe ha diffuso una lista semplice di consigli. L’OMS ha fatto un poster sulle forme diverse di aiuto tra persone, con un’attenzione ai bambini, perfino un invito a forme alternative di saluto per evitare strette di mano o abbracci. La IASC (United Nations Inter Agency Standing Committee (IASC). Psychosocial Support in Emergency Setting. Briefing note on addressing mental health and psychosocial aspects of COVID-19 Outbreak- Version 1.0, February 2020) ha aggiornato le sue linee guida per l’intervento d’emergenza umanitaria nella popolazione esposta al Covid, ma appare già vecchia perché non contempla la chiusura totale di un paese, o di più paesi. Molte raccomandazioni riguardano gli stessi operatori sanitari e tra essi quelli della salute mentale, che devono prendersi cura dei propri pazienti ma anche del proprio benessere mentale durante i periodi di quarantena, e sul lavoro, che deve continuare. Essi devono poter mangiare, bere e dormire regolarmente, fare pause, comunicare con colleghi e persone care anche attraverso i media, e garantire che sia la propria famiglia che la propria organizzazione siano al sicuro e abbiano stabilito un piano in caso di contagio.

Dobbiamo pensare, e rapidamente, a che cosa comunicare, fare e dire in Italia, per aiutare la salute mentale dei cittadini, dai più deboli ai più garantiti. Gli studi confermano – ma come potrebbe non essere così – che in situazioni simili a quello del lockdown aumentano la noia, la frustrazione, e pure il livello d’ansia, che dilata la paura dell’infezione fino al panico, e le cenestopatie. Ci si attrezza tutti di fronte a un pericolo, che è forte e presente, benché invisibile. Pochi mettono in atto atteggiamenti di negazione e di fuga dal reale, con ostinazione nel mantenere il proprio stile di vita nonostante tutto. Ma con l’isolamento soprattutto si può vivere una condizione di trauma generalizzato, con potenziali effetti post-traumatici a breve e lungo termine.

3

Rispunta intanto l’antica recezione sociale della malattia come colpa, individuale e collettiva, qualcosa che la psichiatria ha conosciuto nella storia e anche oggi impregna la cultura popolare, soprattutto laddove il modello medico non ha sostituito le vecchie credenze e coperto ogni obiezione. Abbiamo già visto scattare ingiustificate forme di pregiudizio e di stigma rivolti a singoli (ex-malati) o a intere popolazioni o etnie.

Urge allora dare e trovare un senso alla quarantena, al di là delle giuste norme di igiene che la impongono. Molti documenti contengono consigli semplici per chi sta in svariate forme di quarantena, come quelle ora generalizzate a tutti e che anche spontaneamente tutti cercano di mettere in atto. Oltre al mantenere un sonno riposante e mangiare pasti regolari, fare esercizio fisico (in ambiente domestico!); limitare l’uso di alcol, tabacco e altre droghe; parlare con i propri cari, anche di preoccupazioni e timori; praticare eventuali strategie di rilassamento, impegnarsi in hobby e attività piacevoli. Vi sono consigli per chi ha figli, o anziani, e per le famiglie in toto.

Non è così semplice. Il distacco sociale incombe anche su chi non può, o non sa (e a volte non vuole) difendersene. Se da un lato le persone con problemi psichici più gravi, come è riconosciuto, si dimostrano capaci di far fronte e anche di aiutare in condizioni d’emergenza – così succede, ad esempio, nelle guerre – dall’altra l’isolamento sociale di chi ha problemi psicotici è ora ironicamente permesso e normalizzato come comportamento imposto a tutti. Ma molti sono scomparsi dai servizi, rintanati di nuovo in casa. Le famiglie, ove ci sono, tengono o si riprendono i malati: si rinsaldano legami nell’ora del pericolo. Ma sia l’alienazione determinata dall’assenza di legami sociali dei primi, che i conflitti nelle seconde, possono acuirsi improvvisamente e portare a momenti di crisi che vanno assolutamente prevenuti.

Nella popolazione generale, in una situazione omologata in cui sono inibiti lo spostarsi, il fare esercizio insieme, il mangiare o il bere in gruppo, la convivialità, perfino il cantare o il suonare insieme, si afferma di necessità lo stare fianco a fianco nella quotidianità, in una intimità o promiscuità forzata, che è quella della famiglia (per chi ce l’ha). Altri sono costretti a scegliere se stare da soli o convivere, se si ha una relazione. Chi ha un giardino, una seconda casa, un luogo di ritiro e di fuga, è fortunato.

In questa scena prevalentemente domestica possono comparire, con prudenza, i servizi? Una serie di persone allora, le più fragili – e qui non in senso solo medicale o psichiatrico, ma sociale – si devono raggiungere a casa, sia telefonicamente (avere un telefono fisso o un telefonino è ormai riconosciuta come una necessità anche sanitaria, non per niente restano aperti i negozi di elettronica) che laddove occorre anche fisicamente, per portare di persona sostegno e farmaci. Ciò con le debite cautele, e in una situazione quanto mai consensuale, e di consapevole, bilaterale, massimo contenimento del rischio. Il modello ambulatoriale non lo prevede e questa è già una prima sfida. Occorre priorizzare i servizi, identificare chi ha più bisogno. Si chiama prevenzione selettiva. Sono suggeriti profili psicopatologici a più alto rischio (pazienti con deliri, pensieri e comportamenti ossessivo-compulsivi, sintomi somatici, o precedentemente esposti a traumi gravi) per i quali contatti più frequenti possono aiutare a rispondere alle preoccupazioni emergenti, che possono aiutare a evitare gravi esacerbazioni o ricoveri. Ma più di tutto occorre tenere a mente le storie e le situazioni individuali. Bisogna inventare anche forme di telelavoro, di telemedicina o telepsichiatria, e che siano non fredde ma affettive, una sorta di telecuore a distanza.

Si conferma di fatto, in tutta la sua rilevanza e drammaticità, il gradiente sociale della salute mentale: il disagio dei più poveri, di chi sta solo, o anche ammassato, in buchi angusti. Molti possono non avere da mangiare e non accedono a mense sociali o attive nei servizi stessi. Bisogna ricordarsi di assicurare bisogni primari, anche con consegne di pasti. I senza casa poi sono persi in un nulla sociale, senza elemosine neppure perché non c’è gente per le strade, senza cibi caldi se non con lodevoli sforzi di una parte del volontariato. Qui i servizi devono fare out reach, raggiungere chi non vi accede, anche per strada, e sostenere in modo potente con chi garantisce la sopravvivenza, mobilizzando tutte le risorse possibili dei territori, dei rioni, delle associazioni, delle chiese.

Occorre fornire ai più informazione e rassicurazione; ma soprattutto bisogna dare senso all’isolamento. Questo vale per tutti noi, per tutta la società ed è uno straordinario elemento di prevenzione universale, ossia rivolta a tutta la popolazione. Qui emerge la necessità di uscire da visioni individualistiche e optare senza indugio per la condivisione e la solidarietà, civile e sociale. Ora sì che serve innalzare il senso di essere parte di una comunità, e i servizi possono e devono fare da ponti.

Occorrerà allora valorizzare e studiare i fattori di resilienza, della capacità di ognuno e della collettività di affrontare e superare il periodo di difficoltà, e le strategie di coping per una recovery che mai come ora sarà un fatto interpersonale sociale. Si parla già di whole of society approach, un approccio globale di società (IASC).

Andranno potenziate le nuove forme di connessione sociale che si stanno sviluppando in questo sforzo collettivo di lungo-resistenza. Come pure una riscoperta del sé, e un allenamento non già solo fisico – il fitness, lo stile di vita salutista che è pure di moda – ma una cura di sé di foucaultiana memoria. Che cosa ci serve davvero? Che cosa è essenziale? Mentre siamo rigettati dentro noi stessi, in qualcosa di inaudito per tutti noi, l’ascolto di noi stessi e la focalizzazione sul nostro corpo, perfino sul nostro respiro, vi si contrappone e forse prevale il senso di una comunità, di una lotta comune. Il senso di un eroismo collettivo, dove il corpo sociale frammentato e mediatizzato che si riconnette idealmente, o forse anche concretamente, in molteplici forme di aiuto e sopravvivenza.

Questa è salute mentale di un’intera società.

Perciò difendiamo i servizi, che interpretano e intermediano questo sociale, mentre difendiamo noi stessi.

Restiamo una conversazione

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 17/03/2020 - 14:19

Intervista a Eugenio Borgna, di Valeria Pini

[articolo uscito su la Repubblica]

Meno liberi come in guerra ma l’ansia si vince con il tempo ritrovato

Le città sono deserte. Nei rari casi in cui passa una persona, non vediamo un volto, ma una mascherina. Non incrociamo più gli sguardi e ci allontaniamo per paura del contagio. Non abbiamo mai conosciuto qualcosa di simile. Il tempo sembra sospeso in una dimensione che ci ha tolto la libertà come in guerra. Eugenio Borgna, 89 anni, psichiatra e saggista, il clima di tensione di un conflitto l’ha conosciuto da vicino.

Professor Borgna, suo padre era partigiano, che differenza c’è fra la guerra al coronavirus e quella che ha visto da ragazzo?

«Avevo 13 anni quando eravamo esiliati in montagna. Le analogie riguardano il fatto che non sapevamo se e quando i tedeschi sarebbero saliti. Ogni giorno e ogni notte stavamo con il cuore in gola. Non eravamo liberi di tornare a casa, ma allora sentivamo le ragioni ideali, ricolme di speranza».

Per la prima volta una generazione si sente senza libertà.

«Non siamo più liberi di organizzare le nostre giornate ma possiamo accogliere le restrizioni con la coscienza della loro necessità, dando loro un senso, o invece rifiutarle, divenendone prigionieri».

Non siamo abituati all’attesa e all’incertezza.

«La vita moderna è contrassegnata da decisioni immediate. Stralciate dal passato, dalla memoria, dall’attesa, dal futuro. Le certezze si sono liquefatte, non si sa quando rinasceranno e allora o sappiamo riscoprire il valore della memoria e della speranza, riempiendo le giornate di relazioni familiari più intense e più creative, o naufraghiamo nella noia».

Quando la paura diventa un problema?

«La paura di giorni come questi non si può cancellare, fa parte della vita. Non è mai del tutto negativa, ci rende attenti a cose che ci sfuggirebbero, ma non deve diventare diffusa e anonima».

Molti sono corsi a comprare cibo per avere riserve, ma rimanendo chiusi rischiamo solo di ingrassare.

«Fra le preoccupazioni, quella di rimanere senza cibo non è fra le prime. Sarebbe bene evitare di ingrassare. Certo tutto è connesso e allora si ingrassa, o si dimagrisce troppo, se non ci si educa a considerare questa prova come una inevitabile occasione per ripensare ai valori della solidarietà».

Come evitare momenti d’isteria?

«Ansie e paure crescono quando non conosciamo la natura del pericolo e la sua cura. Non è facile controllarle, ma non accresciamole, rimanendo legati alla tv e agli andamenti della malattia finendone storditi».

Gli anziani sono i più colpiti. Cosa devono fare?

«Devono adeguarsi alle disposizioni ed evitare di lasciarsi sommergere dal panico o dalla rassegnazione passiva. Dovranno continuare a fare le cose di prima, sia pure rimanendo in casa. Anche così la vita può avere senso».

La mancanza di posti letto nelle rianimazioni ha fatto parlare di una selezione in base all’età.

«L’età come criterio di cura, di salvezza o di condanna. La cosa è riemersa con parole di una tale gelida inquietante indifferenza da non essere lontana dai fantasmi, quantomai attuali, dell selezione. Non direi altro».

Anche lavorare è diventato un problema, temiamo contagi.

«La situazione è così difficile che si sarebbe tentati di chiudersi in casa, ma ci sono momenti in cui si è tenuti ad un’alta responsabilità».

Ora siamo ancora più dipendenti dalla tecnologia.

«Riempie il grande vuoto che l’essere costretti in casa trascina con sé. La cosa riesce bene solo se ci si sente appagati nel dialogo, che ne nasce».

Come affrontare le ricadute economiche della malattia?

«Ridare fiducia è compito al quale è chiamato il potere politico ma anche ciascuno di noi, se non oggi, domani, quando saranno necessari i gesti di solidarietà».

Molte famiglie hanno parenti lontani.

«Non restano se non le tecnologie che consentano di conoscere frammenti di una vita lontana alla quale ci si può accompagnare».

Il coronavirus ci ha tolto il contatto fisico. Non baciamo più i nostri figli.

«Evitare i contatti fisici fra genitori e figli, fra persone, è cosa più dolorosa e innaturale di ogni altra. Scambiamoci sguardi che, se non ci sono mascherine, sono ancora possibili».

Come gestire le paure dei bambini?

«I genitori dovrebbero cercare di non essere ansiosi, di non ridestare paure evitabili. Serve un sorriso e ricordare che la speranza è una medicina. Va detta la verità, con parole discrete».

Le psicoterapie via Skype hanno un senso?

«Cambia il dialogo psicoterapico, ma, nel deserto emozionale, in cui ci si può trovare in questi giorni, incrociare anche via Skype lo sguardo e la parola di una persona, ha un suo significato, anche se diverso».

Oggi non possiamo più godere dei piaceri della vita.

«Nelle ore della sventura rinascono risorse inattese che ci salvano. Serve una conversione a una vita di riflessione e di ritrovata comunione di destino: una parola misteriosa che la psichiatria conosce nell’incontrarsi con la sofferenza».

È l’occasione per regalarci tempo per i rapporti umani.

«Sarebbe il modo migliore e direi più terapeutico per convertire un tempo perduto in un tempo dell’ascolto interiore e del dialogo, della riflessione e della riscoperta di quello che ci unisce agli altri nelle ansie e nelle inquietudini dell’anima, ma anche nelle attese e nelle speranze. Un tempo ritrovato».

Le Musichall Live Torino, Basaglia Tango in Milonga@Le Musichall

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 13/03/2020 - 19:57

[articolo uscito su Cronaca Torino]

Il Teatro Le Musichall di Torino con il suo direttore artistico Arturo Brachetti lancia un messaggio d’amore per il teatro dalla pagina Facebook @LeMusichallTorino.

Il teatro è vuoto ma entra gratuitamente nelle case con un progetto raccontato dall’hashtag #LaCulturaNonTiAbbandona.

Grazie alla collaborazione di artisti e registi, Le Musichall sarà virtualmente aperto a tutti quelli che, attraverso smartphone e computer, vorranno seguire un estratto degli spettacoli in cartellone. La rassegna si chiama Le Musichall LIVE e lo streaming gratuito andrà in onda sulla pagina Facebook LeMusichallTorino alle ore 18 ed in replica alle ore 20 del giorno in cui lo spettacolo avrebbe dovuto calcare la scena del palco de Le Musichall. Dopo la replica delle 20 i video rimarranno disponibili sulla pagina Facebook del teatro.

Cosa è successo al Caffè Basaglia?

Il Caffè Basaglia, innovativo progetto di ​ inserimento socio-lavorativo di pazienti psichiatrici e spazio di aggregazione e condivisione, dopo più di dieci anni ha dovuto bruscamente interrompere la sua attività per la chiusura dei suoi locali, dichiarati inagibili. La Milonga del mercoledì può adesso tornare in pista, sulla pista del Le Musichall!

Il Servizio Sanitario ha una madre: Tina Anselmi

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 13/03/2020 - 19:52

Di Mila Spicola

[articolo uscito su HuffPost]

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), quello a cui in altri, ma soprattutto in questo momento, stiamo tutti dicendo grazie, quello che sta assicurando salute e coesione nazionale oggi come sempre, ma oggi con maggiori evidenze, nasce nel 1978.

Reca la firma di una donna: la ministra Tina Anselmi. Fu un dibattito importante, quello per l’istituzione del SSN, seguito da una legge fondamentale per lo sviluppo umano, sociale e civile del nostro Paese. E il perché lo stiamo vedendo in questi giorni. Dobbiamo dire grazie a quanti si stanno adoperando negli ospedali e dobbiamo essere meno grati a coloro che negli ultimi anni hanno messo questa priorità della Repubblica (come anche quella della Scuola) un po’ in ombra, a favore di politiche di basso cabotaggio, inseguendo con quelle politiche un consenso illusorio per pressioni sociali particolari e di breve periodo. E allora cerchiamo di ricordare figure della nostra vita politica che sicuramente non hanno anteposto contrattazioni di parte e di breve periodo all’interesse generale. Una di queste è Tina Anselmi, alla quale nessuno di noi dovrebbe dimenticare di dire grazie.

L’attività di ministro di Tina Anselmi, già staffetta partigiana con il nome di Gabriella, è legata all’approvazione di alcune tra le più significative e importanti leggi sui temi che più hanno caratterizzato non solo la sua attività politica ma la storia del Paese, cioè questione sociale, salute, lavoro e questione femminile, e che ancora oggi sono argomento del dibattito pubblico.

Durante il suo ministero alla Sanità (1978-1979), vengono approvate tre leggi pilastro della nostra storia civile e collettiva, oltre la legge che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale (legge 833 del 1978), la riforma dell’assistenza psichiatrica (legge 180 del 1978, la Legge Basaglia) e la sua firma è presente sulla legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza del 1978 (Tina Anselmi, cattolicissima, appone la sua firma come ministro alla legge 194 sull’aborto, nonostante non l’avesse votata in Parlamento, per rimarcare il suo senso delle istituzioni e il rispetto della laicità dello Stato. Avercene). Certo vi era un clima sociale e politico favorevole, ma l’azione di Tina Anselmi fu decisiva in ciascuna di queste leggi.

Anselmi lavora molto durante tutta la sua vita per la questione femminile, molti lo dimenticano: nel 1975 presiede la delegazione italiana alla World Conference on Women promossa dall’ONU a Città del Messico e partecipa anche a quelle di Nairobi nel 1985 e di Pechino nel 1995. Libertà, diritti e uguaglianza sono i valori che Tina Anselmi persegue negli ambiti della società che più l’hanno vista in campo cioè lavoro e sociale. Queste lotte hanno tutte un denominatore comune, uno sfondo in cui si inseriscono: la questione femminile. A inizio 1977 Anselmi propone una legge poco nota ai più che si occupa degli ambiti della società per cui si è più impegnata nel corso della sua esperienza di vita, cioè condizione femminile e lavoro.

La legge 903/1977 sulla parità di trattamento del lavoro femminile e maschile viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 17 dicembre 1977. La legge si propone attraverso delle indicazioni concrete e specifiche rimuovere gli ostacoli concreti che sbarrano la strada alla parità di trattamento: il costo maggiore del lavoro femminile che grava sui datori di lavoro – fatto che non può essere sconosciuto a chi, come lei, viene dal mondo del sindacato e si occupa di lavoro in parlamento – o l’idea per cui i compiti della donna e dell’uomo nella famiglia vadano distintamente ripartiti – questione in cui si imbatte chi riflette sul tema della famiglia. Una legge e un dibattito da ripercorrere e studiare ancora oggi, visto che tanta strada è ancora da percorrere.

Cattolica, democristiana, definita dai compagni di partito la Tina vagante per la sua indipendenza e imprevedibilità, Tina Anselmi ha sempre agito non secondo interesse di parte ma secondo le idee e il bene collettivo, secondo i principi di umanità, di libertà, di autodeterminazione, di salute di tutti e di diritti da allargare. Specie quelli delle donne.

5 serie che affrontano la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 13/03/2020 - 19:31

Di Lorenza Negri

[articolo uscito su Wired]

Da meno di un decennio il piccolo schermo ha iniziato a raccontare le patologie psichiatriche: in occasione del Panic Day, qui gli show migliori che hanno fatto dell’argomento il centro della narrazione. A cominciare da Kill Me, Heal Me, che finiva il 12 marzo di cinque anni fa

Chi l’avrebbe detto, ci sono ancora tematiche che vengono disertate nel mondo della serialità: una di queste è la malattia mentale. Al netto dei titoli sui serial killer che spettacolarizzano patologie psichiatriche gravi come la schizofrenia paranoide (quella che, per capirci, affligge il Professor Nash di A Beautiful Mind), di qualche sparuto episodio sui disturbi dissociativi della personalità e di fenomeni più comuni come lo stress post-traumatico o la depressione post-partum, l’argomento ha avuto poche occasioni di essere al centro di produzioni in modo soddisfacente, e se lo ha fatto, è stato solamente nell’arco dell’ultimo decennio. Tuttavia, una manciata di show ha fatto della malattia mentale il centro della propria narrazione in modo esemplare: scopriamo quali sono in occasione del Panic Day, giornata dedicata a chi soffre di attacchi di panico.

1. It’s Okay That’s Love (2014)

Jae-Yeol è uno scrittore di gialli e uno speaker radiofonico di successo: è attraente, sicuro di sé, accattivante e brillante. Dopo l’incontro durante una trasmissione televisiva con la psichiatra Hae-soo, diventa coinquilino della donna, affetta da sessuofobia, del suo paterno mentore e di un giovanotto che soffre della sindrome di Tourette. Man mano che la serie avanza, lo spettatore, attraverso i comprimari, realizza che Jae-Yeol soffre di schizofrenia: dapprima i segnali sono impercettibili – non riesce a dormire nel letto e ha vuoti di memoria – poi la presenza di un suo alter ego giovanile immaginario (l’impressionante Do Kyung-Soo, vero nome di D.O. della kpop band Exo) e di episodi sempre più frequenti di paranoia lo portano a un lungo e doloroso periodo di ricovero. Questo splendido k-drama è una delle pochissime serie a esplorare la malattia mentale in rapporto alla vita di tutti i giorni, passo per passo dai primi sintomi fino alla crisi, al ricovero e alle cur. Jo In-sung, attore coreano conosciuto in patria più per la sua bellezza e grazia che per il talento attoriale, lascia ammutoliti per la sensibilità e il rispetto con cui affronta il proprio personaggio.

2. Kill Me, Heal Me (2015)

Do-hyun è l’erede di una multinazionale che ha disertato i propri doveri professionali nel tentativo di nascondere alla famiglia di soffrire di Did, il disturbo dissociativo delle personalità. Do-huyn è amabile e paziente, come il suo alter ego principale, Segi, è ribelle e aggressivo. Accanto a Segi, si alternano altre personalità, tra cui un bombarolo, una liceale assatanata, un adolescente con tendenze suicide, una bambina, ognuno destinato a emergere a seconda del tipo di situazione di stress contingente di cui è vittima Do-hyun. A tratti esilarante, a volte estremamente drammatica e con un tocco di thriller, Kill Me, Heal Me è all’apparenza piuttosto scontata e debitrice degli stereotipati film americani sulle personalità multiple. Questa serie, che compie cinque anni dalla sua fine il 12 marzo, riprende la “versione” del disturbo dissociativo delle personalità messo a punto nei romanzi e nei film prima ancora che la malattia venisse definita nel 1994, secondo la quale chi ne soffre manifesta la frattura dell’io attraverso identità separate e nettamente distinte che prevedono cambiamenti decisi nell’aspetto, nella voce, nei gusti e così via. Nonostante questo, vanta anche vari pregi: oltre a un altro interprete bravissimo e camaleontico, Ji Sung, sottolinea l’importanza che ha un ambiente privo di pregiudizi nei confronti del malato mentale.

3. Homeland – Caccia alla spia (2011-2020)

Carrie Mathison è l’analista della Cia – specializzata nello sventare attacchi terroristici – protagonista di questa popolare serie spy-thriller statunitense. Carrie soffre di disturbo bipolare e, nei periodi in cui trascura di curarsi, si ritrova in balia di fasi di euforia seguite da momenti di debilitante depressione e paranoia. Nonostante il suo equilibrio mentale e la malattia non rappresentino l’argomento principale, molto spazio è lasciato, soprattutto nelle prime delle otto stagioni, alla descrizione della patologia della Mathison. Il bello di Homeland è anche quello di ritrarre la donna senza falsi pietismi, senza cercare la benevolenza del pubblico presentando un personaggio gradevole e “facile” da amare: Carrie è spietata, spinosa e difficile come lo può essere chiunque, a prescindere che sia o meno affetto da una malattia mentale.

4. Black Box (2014)

Il disturbo bipolare e le patologie psichiatriche sono al centro della narrazione di questa serie misconosciuta e sottovalutata. Catherine Black è un neurologo di enorme successo: austera, algida, sofisticata, inavvicinabile. Professionalmente impeccabile, umanamente distante. La Black nasconde un disturbo bipolare ereditario, che ha già condotto la madre al suicidio ed è in costante cura della psichiatra Hartramph, con la quale ha un rapporto a tratti conflittuale. I casi della Black formano un’esaustiva e inedita panoramica di patologie mai mostrate o trattate in televisione: oltre alla citata schizofrenia, la sindrome di Gerusalemme, la sindrome della testa che esplode, la morte del letto lesbico e la sindrome di Capgras (persuadersi che un parente stretto è stato sostituito da un impostore). Similmente, la serie Mental, incentrata sull’eccentrico psichiatra Jack Gallagher, indaga – tramite l’espediente del paziente della settimana – altre misconosciute e agghiaccianti patologie come la prosopagnosia (l’incapacità di riconoscere i volti) e il disturbo dell’identità dell’integrità corporea (che porta al desiderio ossessivo di amputarsi un arto).

5. Perception (2012-2015)

A Beautiful Mind, il seguito, praticamente. Daniel Pierce, infatti, è una sorta di Professor Nash della serialità: intelligentissimo e brillante, insegna all’università e gli è stata diagnosticata la schizofrenia dopo aver sofferto di episodi di paranoia legati a fantomatiche cospirazione internazionali e di allucinazioni in forma di personaggi immaginari. All’inizio della serie Pierce – l’Eric McCormack di Will & Grace – ha già superato la fase della diagnosi e del ricovero e vive normalmente, consapevole del proprio stato. Gli basta chiedere ogni tanto a qualche studente se il suo interlocutore è reale. Collabora con l’Fbi nella risoluzione di casi difficili, che gli riesce proprio attingendo alle allucinazioni (ovvero, manifestazioni delle vittime o di altre figure legate al caso). Perception è uno sguardo inedito sulla routine quotidiana dei pazienti psichiatrici che, come quelli non psichiatrici, vivono conoscendo e temendo i rischi di una ricaduta.

Rinvio dell’evento Città libere da contenzione

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 13/03/2020 - 17:53

Alle associazioni, alle cittadine e ai cittadini aderenti all’appello Città libere da contenzione. Insieme si può

In ottemperanza alle disposizioni governative del DPCM del 7 marzo in materia di contrasto e contenimento sull’intero territorio nazionale del diffondersi del Coronavirus con validità fino al 3 aprile, si comunica che l’evento Città libere da contenzione. Insieme si può previsto per il 2 aprile 2020 a Bergamo viene rinviato a data da destinarsi.

Continua invece la raccolta delle adesioni all’Appello.

Sperando di poter programmare al più presto la nuova data dell’evento, inviamo un cordiale saluto.

Per il comitato promotore:

Giovanna Del Giudice, portavoce campagna …e tu slegalo subito, 347 3904626

Valerio Canzian, presidente URASAM, 347 7035105

Camilla Morelli, per il Forum Associazioni per la salute mentale Bergamo, 340 3527238

Tutto chiede salvezza nel reparto psichiatrico

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 13/03/2020 - 14:36

Di Alessandro Gnocchi

[articolo uscito su ilGiornale.it]

La vita è un oggetto contundente. Per tutti ma per qualcuno di più. Daniele, il ventenne protagonista di Tutto chiede salvezza (Mondadori) di Daniele Mencarelli, finisce in Trattamento sanitario obbligatorio per un tentato suicidio finito in uno scoppio d’ira incontenibile.

Siamo dunque nel reparto psichiatrico di un piccolo ospedale di provincia, dove la lingua ufficiale è il romanesco. Per i corridoi si aggirano malati più o meno gravi, per una settimana almeno costretti a condividere uno spazio piccolo, sei letti per ogni stanza, in contatto continuo con la propria malattia, nella testa, ma anche in contatto continuo con la malattia altrui. Una porta chiusa a chiave consente incontri limitati con amici e parenti, ma non è solo la chiave a chiudere dentro i pazienti, sono anche l’imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa. Daniele ha un’arma segreta, la poesia, che coltiva in silenzio, lontano da occhi indiscreti, anche se finirà col leggerla ai suoi nuovi, occasionali amici, un pubblico più ricettivo di quello deputato a giudicare i versi per motivi professionali. Non bisogna dimenticare gli infermieri e i medici, anche loro sono chiusi dentro alle vite dei malati, convivono con il dolore e devono proteggersi, può essere un apparente cinismo, un disinteresse simulato o reale.

C’è Mario, il maestro, che ha cercato di uccidere moglie e figlia, incomprensibile, proprio lui, un concentrato di umanità e saggezza, innamorato dell’uccellino nel nido appena fuori dalla finestra. C’è Gianluca, un travestito che passa dall’entusiasmo alla disperazione, basta la parola giusta o quella sbagliata. C’è Giorgio, un omone che rivive ogni giorno la morte della madre, e l’impossibilità di darle un ultimo saluto. Grande, buono eppure preda di raptus violenti. Poi ci sono quelli che rifiutano completamente il mondo, quelli rinchiusi tre volte: dentro il reparto, dentro la stanza e dentro se stessi. Uno parla solo con la Madonnina, l’altro fissa un punto indefinito del muro, tutto il giorno, tutti i giorni.

Daniele è bipolare. Un disturbo grave, amplificato dal consumo di droghe. Il bipolare è bianco o nero. Quando uno è bianco pensa solo alla bellezza, alla felicità, al piacere. Quando uno è nero pensa solo alla morte. Ogni bipolare ha la certezza che sarà inghiottito dal nero. Per questo farebbe di tutto per restare bianco. Lo sforzo per rimanere in vetta è troppo stressante. Alla fine, il bipolare si butta nell’abisso o fa in modo che le circostanze lo spingano nel vuoto. Ma Daniele è davvero così malato o vive con pericolosa intensità sentimenti che proviamo tutti? La sua malattia si cura solo con i farmaci, è solo una questione di recettori della serotonina, come se l’uomo fosse una macchina con ingranaggi di carne, ne ripari uno e stop, il dolore finisce? Il problema di Daniele è lasciarsi ferire troppo dalla realtà, dalla sua illogicità, imprevedibilità, tragicità. Daniele vorrebbe chiedere salvezza per tutti: salvezza dalla morte, dal dolore, dall’infelicità, dalle delusioni. Una terapia, forse, può cancellare questo modo di vedere le cose. Ma la vera pazzia non sarà proibirsi di cedere almeno un po’, almeno qualche volta? Non è questo che fa di noi uomini e non robot funzionali alle richieste della società: produrre, consumare, crepare?

C’è tanta religiosità in questo libro, a partire dal titolo e dal ricorrere della parola chiave, salvezza. A volte, un reparto psichiatrico può essere la salvezza, non solo per le cure ricevute. Si crea una forte solidarietà tra i pazienti, perfino con quelli che non conosci o non puoi conoscere perché sono catatonici. Perché? La risposta è il grande insegnamento di questo libro prezioso. A un certo punto, ogni discorso viene meno. È il momento in cui ci si presenta disarmati di fronte alla vita. Questa ammissione di impotenza, che è anche richiesta di aiuto, è una prima forma di preghiera, ed ecco i matti che, davanti alla tragedia, Mario che cade dalla finestra, si trovano in ginocchio, a invocare l’aiuto di un Dio nel quale neppure credono. C’è una frase, molto vera, di uno psichiatra: «Dio è un po’ come un alfabeto, qualcuno te lo deve insegnare». Sì, la fede può arrivare improvvisa come l’amore, è un colpo di fulmine. Ma poi bisogna imparare a coltivarla, non si crede mai una volta per tutte, quando diciamo credo intendiamo mi sforzo ogni giorno di credere. Restano i dubbi, le contraddizioni: perché è un dono, la vita, a schiacciarci il muso a terra? Tutto chiede salvezza non è la storia di una conversione, nessuno diventa credente, ma è pervaso dalla più alta forma di fede.

Daniele Mencarelli, nato a Roma nel 1974, noto soprattutto come poeta, con questo romanzo, il secondo dopo La casa degli sguardi (Mondadori) non ha paura di cedere ai sentimenti ma non al sentimentalismo e si afferma come uno degli scrittori da leggere in questo inizio secolo.

Headway 2020: una roadmap per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 13/03/2020 - 14:23

Di Alessandro Graziadei

[articolo uscito su unimondo.org]

«Dedico il premio a tutti gli storti, gli sbagliati, gli emarginati e i fuori casta, e ad Antonio Ligabue, alla grande lezione che ci ha dato, che è ancora con noi, che quello che facciamo in vita rimane».

Sono state queste le parole di Elio Germano, fresco vincitore del premio come migliore attore al Festival del cinema di Berlino per il ruolo di Ligabue nel film Volevo nascondermi di Giorgio Diritti. La vita di questo geniale pittore e scultore soprannominato Al màt, morto nel 1965 dopo numerosi ricoveri in ospedali psichiatrici, è un ottimo spunto per ricordarci come ancora oggi i disturbi mentali rappresentino una delle maggiori sfide per la sanità pubblica del vecchio continente, visto che colpiscono oltre un terzo della popolazione europea, costituiscono la quinta malattia non trasmissibile più comune in Europa e rappresentano il 22,4% delle disabilità. I costi umani in termini di sofferenza sono incalcolabili, quelli economici, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Osce), hanno superato i 600 miliardi di euro annui in tutta Europa, cifra pari al 4% del PIL europeo. In Italia, sebbene il 16,9% della popolazione soffra di disturbi mentali e circa 3 persone ogni 100.000 abitanti muoiano ogni anno per tali cause, solo il 3,5 per cento del totale della spesa sanitaria pubblica è destinato alla cura della salute mentale.

Un problema di dimensioni sempre maggiori e davanti al quale nel 2017 è nata l’iniziativa Headway 2020, che ha sviluppato una piattaforma multidisciplinare per mettere a confronto le diverse esperienze europee relative alla salute mentale. Promossa e sviluppata da The European House – Ambrosetti in partnership con l’azienda farmaceutica italiana Angelini, grazie al contributo di esperti internazionali e nazionali, l’iniziativa ha elaborato alcune importanti proposte e una lista di azioni prioritarie da presentare alla politica per costruire una «nuova roadmap per la salute mentale» in Europa. Con attività volte a condividere le migliori pratiche tra i paesi europei e sensibilizzare istituzioni e comunità ad agire a favore di iniziative in materia di salute mentale, in Italia il gruppo di lavoro di Headway 2020 ha elaborato raccomandazioni specifiche che includono la necessità di varare una nuova strategia nazionale attraverso un Nuovo Piano di salute mentale «capace di migliorare la qualità della vita delle persone affette da problemi di salute mentale e promuovere la loro inclusione sociale attraverso campagne nazionali di comunicazione ed un più ampio accesso al supporto psicologico». Altre misure importanti a livello nazionale prevedono «la necessità di uniformare le differenze regionali; aggiornare la formazione degli psichiatri; fornire corsi di formazione specialistica per gli operatori nel campo della salute mentale; studiare interventi integrati e personalizzati per ridurre il numero di ricadute e ricoveri ospedalieri e aumentare l’incidenza dei casi di diagnosi precoce».

Per Silvana Galderisi, Presidente dell’Associazione Europea di Psichiatria (EPA) «nel 75% dei casi, i disturbi mentali esordiscono in giovane età, prima dei 24 anni. Se il disturbo non viene riconosciuto e curato precocemente il rischio di cronicizzazione è elevato. Per rispondere a tale bisogno è necessario disporre di risorse umane ed economiche adeguate che consentano l’implementazione su larga scala di servizi per la diagnosi e l’intervento precoce e la disseminazione dei modelli di intervento più efficaci». Per questo il gruppo di lavoro Headway 2020 cerca di condividere risorse, conoscenze e know-how per prevenire, diagnosticare, gestire e trovare soluzioni che riducano l’incidenza dei disturbi mentali. Un piano coerente con i programmi, le attività e le strategie di governi e organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e i Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite. Secondo Pierluigi Antonelli, CEO di Angelini Pharma, «la salute mentale rappresenta ancora, purtroppo, un’area terapeutica negletta, e il lavoro da fare si prospetta lungo. [...] Siamo orgogliosi dell’interesse e dell’entusiasmo che il progetto ha suscitato in tutti i partecipanti e crediamo fermamente che, lavorando fianco a fianco, potremo raggiungere il nostro obiettivo prestando il necessario aiuto ai pazienti affetti da disturbi tanto invalidanti». I segnali positivi del resto non mancano, anche in Italia.

Il lavoro di Headway 2020, infatti, ha fatto emergere numerose buone pratiche a livello locale, presenti nel Belpaese, dalle esperienze del Friuli Venezia Giulia, dove si è avviato il processo di riforma della Psichiatria con la Legge Basaglia del 1978, a realtà come il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche della AUSL di Modena dove si attua il modello recovery, in cui tutte le attività sono orientate all’inclusione sociale e alla partecipazione attiva di utenti e familiari. Ogni anno inoltre il Dipartimento, in collaborazione con l’associazionismo di utenti e familiari, la Regione Emilia Romagna, il Comune di Modena e gli altri Comuni della provincia realizza Màt, la manifestazione che coinvolge operatori, utenti, familiari, volontari, cooperatori, e cittadinanza. La manifestazione si occupa di promuovere i temi della salute mentale in una prospettiva comunitaria, per riflettere sulle attività in corso e confrontarsi sui bisogni emergenti di una realtà sociale ed economica in rapida evoluzione. Anche il Progetto Itaca, nato a Milano nel 1999 da un’esperienza di volontariato, è un’esperienza esemplare che oggi opera in diverse città italiane secondo il modello Clubhouse, elaborato da Clubhouse International, organismo che coordina più di 300 centri in tutto il mondo, di cui più di 70 in Europa. In queste strutture non sanitarie i soci si impegnano nello sviluppo di capacità sociali e abilità specifiche al fine di accrescere l’autonomia della persona e, quando possibile, affrontare un lavoro in azienda. Un’iniziativa che è supportata dall’Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale (UNASAM) che a livello nazionale sollecita l’attuazione di piani di intervento per la realizzazione dei servizi territoriali di salute mentale e fornisce supporto ai familiari e pazienti. Per tutti «gli storti, gli sbagliati, gli emarginati e i fuori casta» e per chi crede che non ci sia salute senza salute mentale, non mancano gli esempi di buone pratiche!

Eugenio Carpenedo. Morire di psichiatria

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 07/03/2020 - 09:24

Di Peppe Dell’Acqua

A ottobre 2019 la morte tragica di Eugenio Carpenedo è arrivata finalmente in tribunale per l’udienza preliminare, alla ricerca di una ragione e di una verità ancora lontane e nebulose.

Tutto era accaduto intorno alle 4 del mattino di un venerdì, il 24 marzo del 2017. Eugenio Carpenedo, 62 anni, moriva (legato?) in una stanza (chiusa?) del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’Ospedale di Santorso (VI), intossicato dal fumo provocato dal fuoco del materasso del suo letto. Era un cittadino di Schio ricoverato, come dicono i suoi parenti e i suoi amici, per problemi polmonari: respirava male e fumava molto. Perché fosse ricoverato nel servizio psichiatrico non è ben chiaro. La procura di Vicenza con il pm Serena Chimichi aveva avviato un’indagine all’indomani del grave incidente. Tre operatori, presenti quella notte, sono stati indagati con l’ipotesi di omicidio colposo e con loro il Direttore dell’Azienda sanitaria e un dirigente amministrativo. Eugenio si era addormentato fumando una sigaretta nel letto della sua camera e pare che al primo avvertimento del fumo intenso non abbia potuto trovare una via di uscita perché la porta della camera sarebbe stata chiusa dall’esterno. A oggi nulla è ancora chiaro. Il risultato dell’esame autoptico è stato depositato ma non ancora divulgato. Pare avanzi più di un’ipotesi sulla presenza di lesioni ai polsi.

Eugenio era sempre stato una persona schiva e semplice che sapeva farsi apprezzare per la sua bonomia e la sua semplice generosità. Un bell’uomo, atletico, nonostante l’età, allegro e pronto a parlare con chiunque incontrava. Lo conoscevano in tanti a Schio, sempre in giro a piedi e spettinato perché barba e cavei me piase longhi. Era ospite della cooperativa Nuovi Orizzonti dal 2014, dove in precedenza aveva anche lavorato. Gli amici e gli operatori della cooperativa parlano con amarezza della sua morte. Era un buon amico, dicono, socievole, sempre disponibile nonostante le sue peculiarità caratteriali che malgrado l’età lo facevano considerare un eterno ragazzo. «Sono sconvolta. Stamattina è stato un grande dolore dirlo agli altri ospiti» – così parla Cristina Cogo, coordinatrice della residenza dove Eugenio abitava, e aggiunge: «un vuoto, lascia a tutti noi una profonda tristezza». Era nato ad Asiago come il fratello minore Battista, col quale aveva passato molta parte della sua vita. Da molti anni Eugenio si era trasferito a Schio con la famiglia. Vivevano nel quartiere di Santa Trinità in un appartamento di loro proprietà: per molti anni dopo la morte dei genitori Battista si è preso cura di Eugenio, poi tutto è diventato più difficile e non c’è più riuscito e così gli operatori dei servizi hanno deciso di ospitarlo nella residenza della cooperativa. «I due fratelli erano inseparabili. Inizialmente – racconta ancora Cogo – restava alla Casa Gialla, la nostra residenza solo per qualche periodo, era uno spirito libero: era sempre in giro».

Alla Casa Gialla Eugenio viveva assieme ad altri otto ospiti. «Era inconfondibile, col berretto sempre in testa e, pure con i suoi alti e bassi, era una persona positiva e allegra: amava molto il verde e l’aria aperta, veniva a tutte le scampagnate, – sorride la coordinatrice – ultimamente aveva un po’ di bronchite e dormiva male. Per questo la dottoressa che lo seguiva ha proposto un ricovero». Eugenio era stato accolto nel reparto di Psichiatria (si dovrebbe dire nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura) una decina di giorni prima. Perché nel servizio psichiatrico non è molto chiaro. «Non aveva mai manifestato istinti suicidi o violenti – è categorica Cogo – sono certa che sia stata una disgrazia».

A essere colpita, da ieri mattina, è anche Emilia Laugelli, psicologa, che ho avuto il piacere di conoscere in un convegno a Schio nel periodo del suo assessorato al welfare, credo. In passato si è occupata proprio di Eugenio, «per più di 10 anni quando lavoravo al centro diurno. Sto malissimo a pensare che non ci sia più: Eugenio, pur nei suoi limiti e difficoltà, era un amico – racconta – aveva una personalità molto particolare: la sua fragilità era compensata da una grande simpatia e un grande umorismo. E fumava molto, ma allo stesso tempo, ridendo, diceva di essere era un salutista. Quando lo incontravo era sempre una festa. So che ci mancherà».

Tutta la vicenda, le indagini, l’autopsia e il processo, è stata da subito seguita dall’associazione Cittadinanza e Salute e da alcuni aderenti della CGIL, per ora SPI/Lega di Dueville, e da un comitato di familiari e cittadini. L’associazione è attiva nel Forum Salute Mentale, e aderisce a Unasam, partecipa alla campagna per l’abolizione della contenzione …e tu slegalo subito.

L’associazione ha ottenuto nell’udienza preliminare del processo di essere parte civile. Perché l’associazione si è costituita parte civile? Perché la morte nel corso di un incendio di una persona ricoverata in ospedale non è un fatto normale. «Abbiamo molto semplicemente ipotizzato – dicono – che Eugenio in quella circostanza non fosse nelle condizioni di fuggire, o perché rinchiuso nella sua stanza o perché contenuto (sappiamo che in quasi tutti gli Spdc del Veneto la pratica di legare le persone al letto è presente e molto diffusa) o perché troppo sedato. «Aspettiamo fiduciosi gli esiti del processo. È strano che dopo tre anni di attesa – dicono al comitato – dopo l’udienza preliminare ancora oggi (gennaio ’20) non sono stati divulgati i risultati dell’autopsia».

Il Cavallo di Latiano rompe il silenzio

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 05/03/2020 - 18:19

Latiano, 28 febbraio 2020

Marco Cavallo è un cavallo vero, in carne e ossa, una figura importante nel manicomio, perché è quello che traina su e giù per i viali il carretto con la biancheria, le stoviglie e gli scarti alimentari della cucina. Si trova lì dal 1959 ed è molto amato dagli internati, perché il cavallo, i gatti, i piccioni sono le uniche presenze con le quali gli internati riescono a immaginare, a fantasticare un rapporto umano.

La modernità avanza (siamo nel 1972, ndr), la Provincia ha acquistato un furgoncino a motore e sono già venuti alcuni macellai a dare un’occhiata al vecchio ronzino. Non è stato un bel momento. Lo hanno osservato, lo hanno palpato. Subito dopo è nato un comitato per salvare Marco Cavallo.

(da (tra parentesi) La vera storia di un’impensabile liberazione)

E allora chiamare Marco Cavallo il Centro di Latiano (siamo nel 2008, ndr) ha significato comunque legarsi alla storia di Franco Basaglia, ma nel modo più creativo, fantasioso e vorremmo dire “programmatico”, nel senso che già nel nome si doveva cogliere l’intenzione del progetto, dell’utopia, del desiderio di cambiamento.

E subito, in conseguenza di questa scelta, abbiamo pensato di far nascere il nostro Marco Cavallo, il Marco Cavallo di Latiano.

(dal volantino del Centro Sperimentale Pubblico Marco Cavallo)

Sono passati 12 anni da questo nuovo inizio nel profondo e contradditorio Sud d’Italia ed io, il Marco Cavallo di Latiano, ne ho viste tante.

Sono riuscito anche ad incontrarmi con Marco Cavallo di Trieste, partecipando con lui ad una tappa del giro d’Italia. In Piazza delle Cinque Lune, con almeno 50 curiosi bambini della scuola primaria, abbiamo nitrito per chiedere la distruzione degli Opg, dei manicomi criminali.

Una tappa simbolica e importante, quella davanti al Senato: due cavalli, orgogliosi e fieri, fissavano le finestre di Montecitorio, mentre si reclamavano diritti e democrazia per tutti.

Con la Bora di Trieste, che soffia anche sulle coste pugliesi, ho respirato il desiderio di uscire e andare per il mondo. Ogni minima violenza mi fa fremere di rabbia e sono condannato e intristito a vedere tutti gli imbrogli che accadono qui; ho imparato a conoscere gli esseri umani e a svelare la loro falsa coscienza e a pretendere da ognuno, da ogni singolo, coerenza ed etica. Col vento di Trieste ho colto il senso della possibilità, dell’impegno senza limiti e il bisogno bruciante di una scienza nuova, capace di riconoscere umanità e cavallinità.

Spesso non riesco a trattenermi, devo scalciare e scalpitare, contro gli eterni nemici e i professoroni che ancora prima di nascere mi avrebbero mandato al macello.

Ho galoppato molto, da una città all’altra, per essere presente a tutte le lotte, le denunce, gli eventi con tanti amici. Ci sono riuscito per oltre 11 anni, sempre presente col mio muso, il mio azzurro, il mio cuore.

Ma per la prima volta il mese scorso non ho potuto farlo: non ho potuto aderire con il mio nome all’appello Città libere da contenzione per il convegno a Bergamo. Pensate, proprio lì non dovevo mancare. Proprio lì dove è morta una ragazzina, Elena Casetto, bruciata nel suo letto di contenzione. Una ragazzina un po’ italiana e un po’ brasiliana. Pensate quanto doveva essere bella. E mi hanno detto che amava la poesia come quella nostra grande amica – intendo di noi cavalli azzurri – Alda Merini.

Sì, sono stato contento che comunque vi hanno aderito la mia Associazione 180 Amici Puglia e 180Meraviglie, e anche il nostro movimento pugliese Rompiamo il silenzio, ma…sembra che la coltre di silenzio che copre tutta la mia Regione sia sempre più pesante e più nera. Ho nitrito di dolore, ho scalciato, ho sentito una ferita nel cuore, ho cercato di parlare con tutte le donne e gli uomini del Centro di Latiano. Tutti mi hanno dato ragione. Carletto mi guardava con imbarazzo e una sofferenza profonda. Ho dovuto consolarlo. Tutti mi hanno detto che la situazione politica, economica, sociale non è più quella di prima, e che il servizio pubblico nel cui pancione sono nato si è immiserito e non è più capace di cogliere le cose più belle che può produrre: riconoscimento, coesione sociale, cittadinanza, ripresa, futuro…

In questi ultimi mesi sono state talmente tante le frustrazioni e le offese che ho cominciato a sentire la sconfitta. Come se volessero accantonarmi perché sono vecchio. Ma a me, e sono certo anche a Carlo, basta poco per riprendere a correre, a inseguire aquiloni e desideri.

La storia si ripete. Ho avuto paura, ho temuto che tutto fosse finito. Sono arrivati i macellai! Ho avuto solo il tempo di far chiamare Carlo, che è subito corso al nostro Palazzo di Latiano e mi ha difeso col suo corpo. I macellai volevano ispezionare i miei denti, palpare i miei pettorali e le culatte (come dicono a Trieste). Sono accorsi tutti gli amici e le amiche e hanno fatto muro. Ho saputo dopo che uno dei macellai era perfino laureato in perizie!

E poi la solita Assemblea. L’Assemblea goriziana che qui a Latiano abbiamo fatto crescere incontrandoci ogni giorno e discutendo ogni nostra cosa. Senza se e senza ma è partita la colletta e hanno raccolto i soldi necessari a ripagare il servizio pubblico del valore della mia carne e quindi ora stanno facendo le carte per sdoganarmi e tenermi per sempre con loro.

Ma dopo un attimo di grande gioia ci siamo ritrovati con gli occhi pieni di lacrime e il cuore a pezzi. Dove è andata a finire la scommessa utopica del collettivo Marco Cavallo? Per quanto, ancora, potremo resistere? Io, seppur rendendomi conto della demoralizzazione generale, mi faccio forza e li sprono a lottare. Proprio ieri in Assemblea ho nitrito per dire: perché non occupate il Centro? Così potrete suscitare l’interesse di giornali, radio e televisioni, potrete svelare all’intera opinione pubblica il tentativo, ormai ogni giorno più esplicito, di distruggere per sempre questo nostro lavoro.

Dovete avere il coraggio di svelare l’inganno delle parole. L’inganno e la mala fede delle parole che nelle delibere e negli atti dell’azienda sanitaria e del comune da un lato apprezzano la nostra esperienza, la riconoscono, la premiano, e io stesso vengo raccontato ai bambini delle scuole come un esempio di passione per l’uguaglianza. Quello che accade senza vergogna distrugge di giorno in giorno il nostro sogno, la nostra speranza, le nostre conquiste, i nostri diritti.

Del resto il Marco Cavallo di Foggia, di Napoli, della Sardegna, dell’Aquila, di Empoli e lo stesso Marco Cavallo di Trieste mi raccontano ogni giorno delle difficoltà che stanno vivendo. Ormai dovunque. Sembra un programma ben congegnato per smontare tutte le buone pratiche che sono dovunque e io qui con gli amici di Latiano ne sono un esempio, e l’Art Village di San Severo, una storia luminosa, e ancora il Cunegonda di Bari San Paolo, e ancora e ancora. Faccio fatica a riconoscere gli uomini e le donne di questo Paese, ovunque indifferenza e odio, rancore e violenza. Le forze del male sembrano prevalere in questo momento.

Ma io non ci sto.

Marco Cavallo di Latiano

(riferito da Carlo Minervini)

P.S.: proprio ora mi è giunta la notizia che si è verificato quanto temuto: nessun segnale dalla Regione dopo l’ennesimo sollecito inviato con Pec. I referenti regionali non hanno dato neanche il segnale di aver ricevuto la mail raccomandata, figurarsi convocare i tavoli per onorare le promesse inserite nel famoso verbale del 2 settembre da loro firmato! Abbiamo provato a dare una scadenza, 10 giorni, e abbiamo atteso fiduciosi: questo periodo scade oggi. Da domani siamo liberi di riprendere le nostre azioni di lotta e convocheremo un nuovo sit-in. Resistenza!

L’indicibilità della famiglia. Per l’abolizione dell’articolo 88

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 04/03/2020 - 11:48

Di Peppe Dell’Acqua, 2007/2020

Siamo tutti discendenti di Caino. La nostra storia comincia con un fratricidio, con un crimine nella famiglia. Niente di nuovo si potrebbe dire di fronte ai fatti che fisiologicamente accadono nel corso dell’anno, non così tanti per altro, come si pensa. Niente di nuovo. E tuttavia fatti del genere, ci trovano immancabilmente impreparati e, come se fosse sempre la prima volta, riveliamo tutto il nostro sconcerto. L’interesse così esagerato, debordante e morboso che monta di conseguenza sembra voler coprire con fiumi di parole la nostra insicurezza più intima e profonda. Il colpevole certo e rassicurante non può che essere la follia, il mostro, l’alieno, l’altro diverso da me. Bisogno trovare sempre qualcosa che incarni totalmente la colpa. Salvo poi a scoprire con sconcerto che le persone, anche se folli, usano le nostre parole, esprimono sentimenti ed emozioni che non facciamo fatica a riconoscere. Non hanno nulla di mostruoso. Nulla di alieno. Tutto ciò che è umano mi riguarda.

È difficile accettare che dentro di noi e intorno a noi esistano angoli sconosciuti, sottofondi mai frequentati, sentine dell’anima, parti altre e più che oscure, accuratamente nascoste perché incontrollabili. Quando per una qualche circostanza eccezionalissima, un intensissimo amore, per esempio, una perdita, un imperdonabile torto subito, una mortificazione, un desiderio inconfessabile ci avviciniamo a quei luoghi così poco frequentati dobbiamo ritrarci sgomenti di fronte al potenziale di violenza, di distruttività, di crudeltà che è dentro di noi e per un attimo si presenta ai nostri occhi. La normalità nel mondo comune, nel fuori di noi, nei luoghi dei nostri scambi, dell’incontro con l’altro, del nostro quotidiano, nasconde infinite facce e le une trascolorano, trasmutano, si trasformano in altre. Le une contengono le altre. I tranquilli vicini di casa che meditano e mettono in atto impensabili azioni criminose. Il signore della porta accanto gentile e ben vestito che vive in una casa stracolma di spazzatura e di incredibili e inutili collezioni di vecchi utensili di latta. Ci accorgiamo di lui solo quando un danno all’impianto idraulico obbliga i pompieri a entrare. Siamo tutti angeli incatenati al proprio diavolo.

La normalità del nostro mondo interno, del dentro di noi è ancora più minacciata e incerta. Il luogo dei sentimenti, dei desideri, delle passioni non tollera per definizione la normalità e la cerca tuttavia instancabilmente e avverte l’evidenza del male e i segnali violenti e distruttivi del mondo comune come minaccia dolorosa e devastante.

Sogni orribili, paurosi e apparentemente a noi estranei sono talvolta rivelatori e quasi sempre beneficamente riproduttori di equilibri e rigeneratori di risorse per resistere alla ambigua ruvidezza del quotidiano.

La famiglia è il luogo più segnato dall’incontro, così fecondo, del mondo interno e del mondo comune. Senza mai smettere di essere anche la scena celata e terribile della violenza più naturale e selvaggia. Si potrebbe dire l’indicibilità della famiglia. Passioni, sentimenti, emozioni sono ogni giorno in gioco. Con profondità e larghissimi spazi a disposizione. In famiglia argini e confini sono labili o inesistenti.

Il bisogno di separare, di mettere al sicuro le parti sane dall’aggressione e dalla contaminazione delle parti malate, è l’origine dei manicomi, della psichiatria e della psichiatria forense e dell’ostinata riduzione della follia a malattia mentale, a totale infermità. La presenza irriducibile della follia, che è vita, tragedia, gioia sfrenata, dolore mortale, scompare nella razionalità della malattia.

All’inizio del XIX secolo la monomania omicida, la così detta follia lucida, venne invocata per spiegare i raccapriccianti delitti che accadevano nella separatezza, nella riservatezza, nell’intimità di famiglie poverissime o borghesi. Infanticidi, orribili mutilazioni, uccisioni che nella loro minacciosa inspiegabilità mettevano a rischio, minacciavano la sicurezza del nascente stato di diritto. L’ordine morale, le fondazioni etiche sembravano pericolosamente esposte alla devastante imprevedibilità della follia.

La psichiatria e i nascenti manicomi assunsero il compito di segnare il limite e da allora continuano a farlo. Di qui la presenza degli psichiatri nella storia. Nel corso delle tante perizie psichiatriche, un numero esageratissimo, si dispongono diligentemente a cercare una diagnosi. Spesso due e non è raro che si ritrovino intorno al mostruoso periziando in nove, tre per ogni giudice. Un numero spropositato. La psichiatria, a posteriori, con modalità falsamente deduttive, ha il compito di costruire e articolare concatenazioni causali per costruire spiegazioni. Può accadere, e accade, che i periti psichiatri arrivino a tre conclusioni differenti: la persona è totalmente condizionata dalla malattia mentale; non si riscontrano malattie mentali di sorta; è stata solo parzialmente e momentaneamente condizionata dalla malattia. Le tre conclusioni per tre diverse committenze, per tre diverse linee difensive o accusatorie!

Il gesto folle, i gesti reato senza ragione, i delitti efferati sono di per sé disposti alla sovraesposizione mediatica. Una buona pratica dell’informazione dovrebbe semmai mitigare e orientare criticamente l’informazione: sono tante le persone che sono naturalmente attratte e partecipi. Basta poco per alimentare la curiosità morbosa della gente. L’azione così spropositata dei media di fronte a questi fatti appiattisce nella paura, nella ricerca del mostruoso le domande sul mistero della diversità. Così si alimenta l’ansia sociale, il senso di insicurezza, il rifiuto dell’altro. L’azione dei media (e dei periti) finisce per diventare loro malgrado funzionale alla domanda di politiche repressive e la spiegazione così ostinatamente ricercata nel mostruoso, nell’alieno, nella malattia impedisce la comprensione. Non è più possibile trovare tramiti per riconoscere quella madre, quel fratello, quel figlio. Non c’è più spazio per l’ascolto, il presupposto patologico, costruisce alienità e distanza. Sicurezza per tutti.

Al contrario, credo che è la comprensione che dobbiamo ostinatamente ricercare e la comprensione si concretizza soltanto nella normalità e in tutti i gesti, le azioni, le relazioni che la compongono. Dentro la normalità (intendo nel confronto tra quei mondi così apparentemente distanti, orribili e dolorosi) è possibile la comprensione; nel nostro comune mondo quotidiano e nelle nostre passioni, nei nostri incubi, nelle nostre emozioni possiamo cogliere il senso degli eventi più estremi. La comprensione, ovvero il confronto, il riconoscimento dell’altro, della storia, delle presenze singolari e collettive, dei luoghi concreti delle relazioni e degli incontri costringe al riconoscimento dell’umano, alla costruzione di difese più utili per noi, a percorsi di emancipazione per una intera comunità. Parlo qui di una comprensione che sia in grado di contenere anche la compassione, di riconoscere e vivere il dolore con l’altro. Una comprensione capace di allontanare lo sguardo pietoso e indulgente che riduce l’altro ancora ad alieno, diverso, distante. Non più umano. Sto parlando di una comprensione che ci aiuti a dire che tutto ciò che è umano ci appartiene. Solo la comprensione nella normalità può esorcizzare la paura che avvertiamo, dolorosa e tragica dentro di noi e intorno a noi.

Riportato nella storia, nella comprensione sempre possibile, nella normalità, il gesto folle assume la connotazione indiscutibile del reato e non può non pretendere il giudizio, la valutazione della responsabilità che non può che essere soggettiva. Se colpevole non può non pretendere la condanna. L’esecuzione della pena dovrà tener conto di quel singolare soggetto, della sua storia, dei condizionamenti subiti nel corso della vita.

Superare la contenzione in psichiatria

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 02/03/2020 - 12:37

Di Giovanni Rossi

[articolo uscito su siep.it]

Il rispetto della persona, dei diritti umani, dovrebbe essere premessa necessaria a qualsiasi iniziativa di cura.

Il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dovrebbe essere vissuto come uno spazio accogliente e protetto, una retrovia dove, chi ne abbia la necessità, possa ritirarsi, quel tanto che serve. Per poi tornare sul fronte, nella vita reale. Non da solo ma con al fianco altri servizi, quelli territoriali, che sappiano giustapporre progetto di vita e progetto di cura. Così configurato lo spazio ospedaliero dovrebbe saper accogliere la crisi, consentire di elaborare la sconfitta per ridefinire nuovi traguardi.

In Italia la maggior parte degli SPDC non è in grado di offrire a tutti i pazienti ricoverati una tale opportunità. Lo indica il ricorso diffuso a pratiche di contenzione meccanica e spaziale che hanno l’effetto di affliggere chi vi è sottoposto, chi vi assiste e chi le mette in atto. Purtroppo in alcuni casi in conseguenza di tali pratiche si determinano danni irreversibili, come fu per Francesco Mastrogiovanni, e come è stato lo scorso agosto per Elena Casetto. In tutti gli altri casi (migliaia) si rafforzano i processi di desocializzazione del paziente e deprofessionalizzazione degli operatori. Al primo si apre la prospettiva della cronicità stabilizzata, al secondo di lavorare come custode di tale stabilità.

Quando Franco Basaglia affermava che eliminate le cinghie di contenzione si sarebbero ribaltati i ruoli e sarebbe toccato allo psichiatra essere prigioniero, intendeva sostenere che competeva in primis ai professionisti della relazione trovare un modo di uscire dalla coercizione e liberare il potenziale terapeutico intersoggettivo.

Qui non si vuole negare che in qualsiasi rapporto tra curante e curato vi sia un dislivello di potere, dovuto sia alle conoscenze che il curante ha che al ruolo sociale che riveste, ma ricordare che tale dislivello può dar corso tanto ad un processo evolutivo che ad uno involutivo. Dipenderà, al di là delle migliori intenzioni, dal contesto in cui la relazione si colloca.

L’architetto Giovanni Michelucci per rappresentare il miglior spazio di cura parlava di ospedale invisibile ma non introvabile.

Ci sono forme di coercizione incompatibili con lo spazio di cura. Esse sono la contenzione meccanica e la contenzione spaziale. In esse non è riconoscibile in alcuna forma la qualità di atto terapeutico. E se ciò non bastasse sono in contrasto con il principio costituzionale della inviolabilità della libertà personale. Una modalità illegittima di controllo.

Diverso è il caso degli psicofarmaci. Essi costituiscono a tutti gli effetti un presidio terapeutico, anche se per lo più solo sintomatico. Nel loro caso non è l’uso, ma l’abuso a dover essere evitato.

Uno studio di Starace, Mungai, Barbui del 2018 documenta come vi sia una relazione inversa tra la quantità di prescrizioni di farmaci antipsicotici e la dimensione dello staff: le Regioni italiane con un più elevato tasso di operatori presentano un minor numero di prescrizioni di antipsicotici.

Alcune osservazioni empiriche condotte da Zanfini sugli Spdc della Romagna non evidenziano un maggior consumo di psicofarmaci tra quello di Ravenna, in cui non si attua da alcuni anni alcuna contenzione meccanica, e gli altri tre.

Se dunque forme di abuso prescrittivo possono verificarsi esse non sembrano correlarsi alla presenza/assenza di contenzioni meccaniche, ma piuttosto, in forma inversa, alla dimensione quantitativa dello staff.

Un utilizzo appropriato degli psicofarmaci è reso altresì possibile se gli operatori hanno competenze relazionali atte a svolgere il contenimento attraverso l’empatia, l’accoglienza, la moral suasion e l’holding.

Non è corretto affiancare il contenimento emotivo/relazionale e la appropriata prescrizione farmacologica alle contenzioni meccaniche e spaziali. Mentre le prime rientrano negli atti medici e sanitari, che vanno attuati secondo il principio di efficacia, queste ultime non hanno giustificazione né sul piano terapeutico né su quello giuridico.

Il Consiglio Nazionale di Bioetica (CNB) nel 2015 osservava che «la marcata variabilità nell’uso della contenzione fra servizi che pure insistono su territori con caratteristiche e tipologie di utenza simili, suggerisce che la cultura e la organizzazione dei servizi, più che la tipologia dell’utenza, giochino un ruolo decisivo nell’uso della contenzione». E ipotizzava che per evitare il ricorso alla contenzione fosse rilevante la buona organizzazione dei servizi territoriali, aperti tutto il giorno, spesso anche 24 ore, con forti reti di integrazione e collegamento.

Pragmaticamente Avedis Donabedian ha definito l’efficacia come efficacia nella pratica, ovvero come massimo utilizzo nel contesto reale di tutte le conoscenze scientifiche disponibili.

Stabilito dunque che le contenzioni meccaniche e spaziali sono da evitare e che per farlo occorre agire sulla cultura ed organizzazione dei servizi ci saremmo dovuti aspettare che i providers, le Regioni e le Aziende Sanitarie, sviluppassero programmi informativi, organizzativi e formativi che andassero in questa direzione.

Così non è stato.

Una ricognizione del 2019 ha verificato che nella maggior parte delle Regioni Italiane non esiste alcun monitoraggio del fenomeno contenzioni meccaniche, né tanto meno indicazioni per come affrontare il problema.

Il solo Friuli Venezia Giulia ha un progetto regionale per il superamento delle contenzioni in tutte le strutture sanitarie e socio sanitarie. Emilia Romagna e Lombardia eseguono un monitoraggio puntuale. Nel primo caso è di supporto ad iniziative regionali (circolari, obiettivi di risultato, azioni formative) che stanno progressivamente riducendo il problema sino a rendere concretamente possibile l’obiettivo contenzioni zero. Nel secondo, invece, l’attenzione è posta sulla precisione del monitoraggio. Si raccomanda di eseguire le contenzioni secondo le linee guida e viene genericamente chiesto di ridurre le contenzioni.

Nel 2015 il Comitato Nazionale di Bioetica scriveva: «a livello nazionale, non si conosce il numero dei pazienti su cui la contenzione meccanica sia stata applicata, né il numero delle contenzioni, né il numero totale di ore di contenzione nell’arco di un anno». Nel 2020 la situazione non è diversa ad esclusione di Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Lombardia.

Se proiettiamo le informazioni raccolte da Emilia Romagna e Lombardia su scala nazionale possiamo stimare che la contenzione meccanica sia applicata a 8/9000 persone ogni anno.

Lo studio progress acuti condotto nel 2002-2003 ha osservato che nell’80% degli Spdc e dei Csm 24 ore monitorati la porta era chiusa. Lo stesso studio attraverso l’analisi di un campione ha stimato che nel 88% si praticasse la contenzione meccanica.

Oggi l’osservazione empirica consente di censire una ventina di Spdc che nel 2019 non hanno effettuato nessuna contenzione meccanica.

Pur così diffusa la contenzione meccanica, considerata disdicevole ma ineluttabile, costituisce il rimosso della assistenza psichiatrica.

Scrive Angelo Fioritti: «tutti gli studi sulla soggettività di chi ha subito una contenzione documentano un parere unanimemente negativo, una esperienza degradante e traumatica. La contenzione fisica è una pratica rischiosa, per la salute fisica e mentale (Husum et al., 2010; Steinert et al., 2010). I rischi fisici vanno dalle conseguenze osteomuscolari, al rischio di subire violenza fisica e sessuale senza potersi difendere, alle complicanze tromboemboliche legate all’allettamento, fino alla morte per questi ed altri motivi, purtroppo occasionale, ma non rara. La morte per contenzione ha più o meno la stessa incidenza di quella per incidenti trasfusionali, che è considerata un evento sentinella nazionale ed ha un sistema di monitoraggio ministeriale imponente e giustamente dispendioso. Ma è anche una pratica rischiosa per la salute mentale delle persone. Sono ben noti i disturbi post-traumatici da stress nelle persone sottoposte a contenzione fisica, e meno studiati, ma probabilmente altrettanto significativi, nelle persone che la fanno o che vi assistono. La contenzione molto spesso compromette la relazione futura della persona con i servizi ed il sistema sanitario in generale, costituendo un fattore di allontanamento dal trattamento, risultando quindi un fattore di rischio di deterioramento delle condizioni della persona (Jaeger et al., 2013; Myklebust et al., 2012; Priebe et al., 2011). Tenuto conto di come i comportamenti umani tendano ad avere una loro ripetitività, non è esagerato dire che la contenzione genera contenzione. Soprattutto in soggetti con disabilità intellettiva sono ben noti i loop di contenzioni ripetute, spesso al di là delle intenzioni e delle volontà degli operatori, che producono tra l’altro effetti devastanti sulla motivazione e sulla psicologia del personale. La contenzione infine aumenta la incidentalità nei reparti psichiatrici. La pratica della contenzione aumenta il livello generale di tensione e di violenza nei reparti, alza l’asticella delle relazione umane, la trasferisce dalla dimensione dialettica a quella fisica e lo fa riducendo alla impotenza la persona, con tutto quello che in termini di risentimento, rabbia, frustrazione e rancore comporta. Inoltre è osservata e registrata da altri pazienti e visitatori che ne serbano una traccia indelebile.»

Da un punto di vista strettamente sanitario la contenzione meccanica si configura come evento avverso che richiede un attento monitoraggio e strategie preventive per evitarlo. Il gruppo di lavoro diritti umani e superamento della contenzione”della Siep ritiene, pertanto, che sia assolutamente indispensabile l’attivazione di un sistema nazionale di sorveglianza obbligatorio, il cui modello potrà facilmente essere ricavato dai sistemi regionali già attivi.

Una volta attivato il sistema di sorveglianza possiamo aspettarci:

  • che vi sia una riduzione del fenomeno;
  • che aumenti la consapevolezza del problema e la richiesta di strumenti per affrontarlo.

Si pone, pertanto, la necessità di dare molta più evidenza alle esperienze degli Spdc no restraint. L’osservazione empirica, gli scambi di esperienze tra pari dovranno certamente continuare, tuttavia non può essere più procrastinata l’attivazione di una linea di ricerca che consolidi la significatività delle pratiche no restraint sulla base delle evidenze scientifiche.

Sistema nazionale di sorveglianza delle contenzioni meccaniche nei servizi psichiatrici e programma di ricerca sui fondamenti scientifici delle pratiche no restraint si configurano come obiettivi del tutto pertinenti agli scopi della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, da conseguire nel breve periodo.

Disuguaglianze e schizofrenia

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 28/02/2020 - 12:20

Di Fabrizio Starace e Flavia Baccari

[articolo uscito su siep.it]

Le condizioni socio-economiche hanno un ruolo centrale tra i determinanti sociali di salute e malattia. La presenza di disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza è stata associata anche ad una maggior frequenza di disturbi psichiatrici. In questo lavoro viene presentata un’analisi preliminare della relazione tra disuguaglianze economiche nelle Regioni italiane e incidenza dei problemi di salute mentale. In particolare, sono stati esaminati i tassi di incidenza First Ever (primo contatto nella vita con un Dipartimento di Salute Mentale) nelle diverse categorie diagnostiche presenti nel Secondo Rapporto Salute Mentale del Ministero: schizofrenia ed altre psicosi funzionali, alcolismo e tossicomanie, depressione, disturbi della personalità e del comportamento, mania e disturbi affettivi bipolari, sindromi nevrotiche e somatoformi. La misura delle disuguaglianze economiche è rappresentata dal coefficiente di Gini, indicatore utilizzato per valutare la distribuzione del reddito e della ricchezza. I risultati ottenuti sono stati controllati per alcuni possibili fattori di confondimento, potenzialmente associati a peggiori condizioni di salute mentale: il tasso di disoccupazione, il PIL pro-capite, la percentuale di soggetti con istruzione inferiore ad 8 anni e la percentuale di stranieri residenti (WHO, 2014; Burns et al. 2014), nonché per la prevalenza trattata, al fine di escludere distorsioni dovute alle caratteristiche di funzionamento e di accessibilità dei servizi. L’analisi è stata condotta sui dati 2016 del Ministero Salute, e – per quanto attiene all’indice di Gini – sui dati ISTAT.

I valori dei tassi di incidenza e dei coefficienti di Gini per Regione sono riportati in tabella 1. La Regione che presenta le più ampie disuguaglianze economiche è il Lazio (Gini = 33,0), mentre i livelli minori si riscontrano in Friuli-Venezia Giulia (Gini = 25,1). Come illustrato in figura 1, a maggiori livelli di disuguaglianza economica corrispondono tassi di incidenza di schizofrenia più elevati (coefficiente di Pearson: 0,52122, p=0,0221).

L’associazione è stata successivamente valutata attraverso l’utilizzo di un modello di regressione lineare, includendo gli altri determinanti socio-economici potenzialmente associati all’insorgenza di disturbi psichiatrici nonché le caratteristiche di funzionamento e accessibilità dei servizi. Anche in questo caso, la relazione tra coefficiente di Gini e incidenza di schizofrenia ed altre psicosi funzionali rimane significativa (β=0,822, p= 0,0434, CI 95: (0.028-1.616)) (figura1). Per ogni incremento unitario dell’indice di disuguaglianza, l’incidenza di schizofrenia aumenta di 0,80 x 10.000. Non si rilevano associazioni significative tra coefficiente di Gini e altre categorie diagnostiche.

A nostra conoscenza, si tratta del primo lavoro condotto in Italia su dati aggregati di popolazione che analizza la relazione tra disuguaglianze socio-economiche e insorgenza di disturbi psichiatrici. I risultati, pur preliminari, confermano quanto riportato nell’ampia revisione sistematica condotta da Burns et al. su 26 Paesi: anche in quello studio le Regioni caratterizzate da un più ampio divario tra ricchi e poveri mostravano un rischio più elevato di incidenza di schizofrenia.

Lo studio presenta i limiti di un’analisi ecologica condotta a livello inter-regionale, i cui risultati non sono generalizzabili a livello di singolo individuo. Il disegno trasversale non consente inoltre di escludere nessi di causalità inversa. Va sottolineato, infine, che è impossibile inserire in un modello tutti i fattori che influenzano l’insorgenza di schizofrenia; in questa analisi sono stati considerati solo i principali fattori socio-economici.

È possibile tuttavia affermare che politiche volte alla riduzione delle disuguaglianze economiche – individuate dalle Nazioni Unite come priorità tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile – possano contribuire a ridurre anche in Italia l’incidenza dei più gravi disturbi psichiatrici.

Città libere da contenzione. Report dell’incontro del 13 febbraio 2020

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 28/02/2020 - 12:09

Il 13 febbraio 2020, a sei mesi dalla morte di Elena Casetto, la giovane donna di 19 anni morta nel Spdc di Bergamo legata al letto e trovata carbonizzata, si sono incontrate a Bergamo, presso l’Associazione Mutuo Soccorso, i primi firmatari della campagna …e tu slegalo subito, l’Urasam Lombardia e il Forum delle associazioni per la salute mentale di Bergamo.

Abbiamo ricordato Elena con la lettura della sua poesia Terra de Bandidos, vincitrice di un premio letterario, fatta dall’attrice Adriana Dossi.

Presente all’incontro la madre di Elena che ha rivissuto con noi i momenti in cui le hanno comunicato la terribile morte della figlia e che ha chiesto verità e giustizia.

Hanno partecipato all’incontro e sono intervenuti Camilla Morelli per il Forum delle associazioni per la salute mentale di Bergamo, Valerio Canzian per l’Urasam, Giovanna Del Giudice e Valentina Calderone per la campagna …e tu slegalo subito, Annalisa Colombo della Cgil di Bergamo, Stefano Cecconi della Cgil nazionale, Maria Bagnis dell’Arci Bergamo, Grazia Zuffa del Comitato nazionale di Bioetica, Franco Corleone già Garante delle persone private della libertà della Regione Toscana, Giovanni Rossi e Domenico Tancredi per gli Spdc no restraint, Zico Perani Forum salute mentale Brescia, Edda Adiansi per il Tavolo della Salute di Bergamo, Gianluigi Postini di LiberaMente Lovere, Rocky Gemeletti ferroviere , Antonella Calcaterra Camera penale Milano, Pietro Barbetta Università di Bergamo. Don Virginio Colmegna della Campagna Salute Mentale Milano e Fabrizio Starace Società italiana di Epidemiologia hanno seguito e sono interventi via Skype.

Tutti gli interventi hanno ribadito la necessità di partire dalla morte di Elena per chiedere un radicale cambiamento nella presa in carico delle persone con sofferenza mentale nel solco della Legge 180 e della Costituzione. Per dire basta alla contenzione, pratica violenta fino alla morte, e degradante per chi la subisce e chi la attua. Per il diritto ad una rete di servizi nella comunità capace di prendersi carico e supportare le persone con problemi di salute mentale e i loro familiari. Perché da Bergamo prendano avvio iniziative in tutto il Paese per costruire città libere da contenzione.

È stata confermata da tutti la data del 2 aprile 2020 per l’evento pubblico a Bergamo Città libere da contenzione. Insieme si può.

All’iniziativa hanno già dato l’adesione numerose associazioni che operano nell’area della salute mentale e dei diritti umani, operatori, intellettuali, docenti universitari, rappresentanti istituzionali e politici. Sono stati invitati il Ministero della Salute, il Comune di Bergamo, l’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, l’ASST Bergamo Est, l’ASST Bergamo Ovest, l’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo, l’assessorato al Welfare della Regione Lombardia, la Conferenza delle Regioni e l’ANCI.

Giovanna Del Giudice, Valerio Canzian, Camilla Morelli

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