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La fatica di mettersi in gioco

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 06/08/2020 - 22:41

Di Silva Bon

Intervento all’incontro Quali forme di Educazione emancipativa e del favorire Autoeducazione emancipativa è opportuno promuovere oggi in relazione alla Salute Mentale?

Aiello del Friuli, 6 agosto 2020

Penso che possiamo parlare solo di ciò di cui abbiamo fatto esperienza e che conosciamo.

Per quello che mi riguarda, attingo a piene mani all’esperienza vissuta, all’esperienza di una lunga vita, in cui, a una prima fase ingabbiata in lacci fatti di necessità assoluta, di doveri imprescindibili, si è succeduta una fase di possibilità più aperte e formative, costellate da occasioni di sperimentare, di mettersi in gioco, alla fine di cambiare e forse (lo spero almeno!) di crescere.

All’interno di un percorso accidentato e doloroso di recovery ha avuto luogo per me anche un processo di Educazione emancipativa che ha favorito anche la Autoeducazione emancipativa: e tutto questo lo devo alle cure, alle sollecitazioni degli operatori del Dipartimento di salute mentale di Trieste.

È stato proprio dentro il Centro di salute mentale di Barcola che ho sentito per la prima volta parole diverse da quelle che fino a quel momento erano risuonate intorno a me: erano parole di stimolo e di apertura, che parlavano di cura della propria persona, di rispetto di se stessi e dei propri bisogni, di ascolto interiore. Ma anche di umanità, di sorellanza, di auto mutuo aiuto. Ed erano parole che stimolavano il mio cuore, suscitavano sentimenti e propulsioni positive; e allo stesso tempo stimolavano anche il mio intelletto, perché proponevano concetti nuovi, rivoluzionari, liberatori.

Le buone pratiche in salute mentale, improntate al pensiero di Franco Basaglia, sono state un supporto unico, costruito su occasioni di sperimentare situazioni nuove, anche impegnative, ma alla fine gratificanti e appaganti.

Così ho imparato la flessibilità di approcci che si modulavano sui miei bisogni personali, il night hospital, ad esempio, brevi ricoveri notturni al Csm nei frequenti e susseguenti momenti di difficoltà. Ma mi è stata offerta anche la possibilità di partecipare in forma attiva a seminari, a convegni, a lavori di gruppo: tutte esperienze da cui scaturiva l’occasione di apprendere, di approfondire saperi e forme di socialità arricchenti e propositive. Mi sono messa in gioco anche con qualche paura, con qualche remora, ma ho affrontato le scommesse impegnandomi e lavorando sodo.

Le forme diverse di cambiamento passano attraverso prove emancipatorie anche non facili, ma alla fine il riconoscere un miglioramento psicofisico fa ritrovare salute mentale.

Accorpando accorpando

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 06/08/2020 - 22:40

Il grido di dolore dei compagni di Bari si unisce al coro delle ormai tantissime situazioni locali dove le miserie dei Dipartimenti di salute mentale, la distanza delle direzioni aziendali e la superficialità delle politiche regionali continuano a distruggere pezzo per pezzo un’immagine ancora possibile di sistema di salute mentale comunitario. L’emergenza virus, tutti lo abbiamo pensato, avrebbe dovuto suggerire di abbandonare i vecchi sistemi e cercare di far propria tutta la lezione che in questi mesi abbiamo dovuto imparare. Non è stato così. E a Bari e in tanti altri luoghi si continua a distruggere quel poco che resta dei cambiamenti che pure sono avvenuti in ogni angolo del Paese. Il comunicato di Carlo Minervini non pretende altri commenti.

Bari, 5 agosto 2020

Al Presidente Regione Puglia

Al Direttore Generale ASL BA

Al Direttore Dipartimento Salute ASL BA

Alla Conferenza Nazionale Salute Mentale

Alla Cgil nazionale e regionale

Oggetto: Contestazione rimodulazione organizzativa DSM ASL BA e nuova organizzazione regionale post emergenza Covid

Apprendiamo con stupore e sconcerto che la Direzione Generale della ASL BA ha recentemente approvato una delibera che rimodula la struttura organizzativa del Dipartimento di Salute mentale prevedendo l’accorpamento di varie unità operative, con il dimezzamento (da 14 a 7) del numero delle Unità territoriali (nella città di Bari sono previste solo due Unità con un bacino di utenza di circa 160.000 abitanti ciascuna, corrispondente al bacino di utenza di un intero Dipartimento di Salute mentale di una città del Centro-Nord!).

Si continua così nel paradossale percorso di smantellamento dei servizi territoriali in atto da anni, più volte denunciato dal nostro Movimento, che aveva già portato nel recente passato alla soppressione a Bari di tre Unità Operative Complesse (corrispondenti a tre CSM: Libertà-Carrassi-Iapigia, Picone-Poggiofranco e San Paolo-S. Spirito), creando notevoli problemi per la gestione di porzioni di territorio troppo estese e popolose e soprattutto chiudendo presidi territoriali (Libertà, Carbonara e Santo Spirito) con la conseguente riduzione dell’accessibilità per le fasce sociali più deboli dei quartieri periferici e la perdita della funzione di accoglienza e di aggregazione sociale propria dei servizi di prossimità, nello spirito della Legge n. 180 e del Progetto Obiettivo della Salute Mentale.

Tutto ciò appare davvero irragionevole ed incomprensibile ancor di più ora a seguito dell’emergenza Covid che ha messo a nudo le inaccettabili carenze nei servizi territoriali nonché l’evidente fallimento della visione ospedalocentrica.

Da tempo tutte le grandi riviste mediche internazionali hanno lanciato l’allarme sulle conseguenze della epidemia di Sars-Cov-2 sulla salute mentale e sui servizi ad essa dedicati in tutto il mondo; anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso la sua preoccupazione così come molte Associazioni Scientifiche. Non si tratta infatti soltanto degli effetti del confinamento su categorie di persone fragili o particolarmente esposte, ma della rottura brutale che in questi mesi si è verificata nella continuità dell’assistenza, nelle forme più varie di reclusione che hanno colpito i soggetti costretti a convivenze forzate e/o ad ulteriori e più dure misure di residenzialità, nella marginalizzazione del ruolo degli operatori. Dobbiamo quindi attenderci un aumento significativo del disagio psichico soprattutto lì dove i servizi sono storicamente più deboli e dove è scarsa la considerazione per coloro che non hanno voce, che non riescono ad esprimere una lobbistica politica, che vivono esperienze disperse che gli Enti Locali non aggregano se non nelle forme paramanicomiali di esclusione.

In Puglia l’emergenza virus ha svelato a tutti quanto purtroppo era già evidente alle persone che attraversano i servizi e agli addetti ai lavori: servizi sempre più poveri di personale e risorse, sempre meno aperti e ridotti nei numeri, stravolti nella cultura e nei paradigmi.

Il circuito di risposta alla sofferenza psichica si è ancora di più focalizzato sui poli della emergenza (Spdc) e della cronicità (Comunità Residenziali pesanti H 24, trattate in questo periodo alla stregua della Rsa, e quindi blindate, attuando dei veri arresti domiciliari), chiudendo tutto ciò che vi sta in mezzo e che dovrebbe rappresentare invece l’asse principale e portante dei servizi della salute mentale inverando opportunità e pratiche di prossimità, di comunità, di piccole convivenze, di avvio e inserimento lavorativo, insomma di vita.

I Csm, già quasi dappertutto ridotti solamente ad ambulatori, lo sono diventati per davvero: poche visite, solo per appuntamento, spesso solo per praticare la fiala depot mensile, luoghi quasi vuoti e solo di breve passaggio, visite domiciliari (già carenti prima) quasi completamente annullate, il lavoro interdisciplinare ridotto ancor di più, se possibile. Così la pratica odierna ha definitivamente segnato la priorità dell’approccio biomedico, con medici in testa e infermieri al loro servizio e tutti gli altri assenti o messi da parte.

Nei primi tempi del lockdown da più parti si diceva e sperava che “ne saremmo usciti migliori”, più attenti al prossimo e solidali; e nel campo specifico della salute con finalmente una maggiore attenzione ed investimento sui servizi pubblici; ma, anche nella nostra Regione, i segnali non sono confortanti, anzi: emerge, con sempre più evidenza, ed è considerato vincente dai più, l’irrigidimento dei vizi presenti ormai da oltre 20 anni e che “tradiscono” la 180.

Riguardo la difficoltà di rinforzare i servizi territoriali l’alibi principale finora utilizzato, e cioè che non ci sono soldi (che già era solo parzialmente vero) ora è caduto visti i finanziamenti straordinari in arrivo che dovrebbe servire proprio (in Puglia, come nelle altre regioni) per il potenziamento dei servizi territoriali (Dipartimenti di Prevenzione, Medicina di base, Consultori, Sert) considerando la salute mentale tra le priorità nelle priorità. Rimane però l’altra variabile chi deciderà cosa farne? Quale paradigma sarà utilizzato? Quello a retta o quello a budget di salute? Con quale consapevolezza degli stessi operatori e dei diretti interessati e delle loro organizzazioni?

Alla luce di quanto finora esposto la nostra Organizzazione chiede alla Asl il ritiro della delibera e alla Regione l’apertura immediata di un tavolo di lavoro regionale aperto a tutti i portatori di interesse (peraltro promesso da anni!) per la riorganizzazione condivisa, e sulla base dei reali bisogni attuali, dell’intero circuito psichiatrico, riservandosi ogni iniziativa ritenuta utile per contrastare questa deriva riduzionistica, antipopolare e fuori dal tempo.

Movimento Rompiamo il Silenzio

il portavoce Carlo Minervini

Ma a lei, dottor Basaglia, interessa più il malato o la malattia?

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 06/08/2020 - 17:54

Di Lorenza Magliano

Mi dispiace per Sergio Zavoli che ogni anno, insieme alla cara Giulia Lazzarini, mi aiuta a introdurre gli studenti del corso di psichiatria al manicomio che ufficialmente in Italia non c’è più.

Sergio Zavoli, voce fuori campo e quel bianco e nero consumato, ogni anno varca i cancelli dei Giardini di Abele e apre le porte di un mondo che è di un secolo fa e che, se non ci fosse quel documentario, si farebbe più fatica a far capire quanto sia attuale.

L’indagine di Sergio Zavoli del ‘68 è più di un documentario ed è anche più di un testo bellissimo. Si apre il cancello di Gorizia e si incontrano i “fratelli scomodi”, volti sghembi, operatori perplessi, ora convinti ora a disagio, persone dignitose che raccontano la propria esperienza di manicomio “chiuso” e poi quello “aperto”, che ci parlano del valore del lavoro per l’inclusione sociale «perché se parlo di soldi, se parlo di cose di lavoro tutti mi capiscono, e tutti mi accettano» e di diritti civili persi e «fatti riavere dall’avvocato».

Il documentario parla di un mondo possibile che inizierà in Italia dieci anni più tardi su larga scala e in cui, come dice Basaglia citando un proverbio calabrese parlando dei matti, «chi non ha, non è». Scrivo ripensando al documentario visto e discusso così tante volte con gli studenti da anticipare i dialoghi nella testa e mi vengono in mente altre persone senza diritti nel nostro Paese che non hanno e che, appunto, non sono. Matti e non.

Sergio Zavoli nei Giardini di Abele non racconta però solo con discrezione un mondo chiuso che sta per aprirsi ma si rivolge alle persone “di fuori”, smussandone i timori. «Perché le persone hanno paura di voi?» chiede Zavoli a una signora di mezza età ripresa in giardino. «Perché sono più matte di noi, forse! Ma cosa le ho fatto, io, signor Zavoli? L’ho mai picchiata? Vuole che le canti una canzone, che la faccia piangere? Sa cosa significa essere soli?» poi la signora ripensa alla sua vita e si commuove e noi pure ci commuoviamo con lei.

I Giardini di Abele, trasmesso dalla Rai nel 1969, servì a preparare la gente comune all’accettazione dell’“alienato”, contribuendo – insieme ad altre iniziative di quel tempo – a ridurre la distanza tra il noi e il loro. Fu insomma una seria iniziativa contro lo stigma. Senza troppi giri di parole, riferimenti scientifici, messaggi costruiti ad hoc. Zavoli raccontò i fatti, e raccontando diede voce a chi sui media non aveva voce e, in verità, di voce ne ha poca pure ora.

«È per il manicomio che sono qui» dice la voce garbata fuori campo prima che le telecamere inquadrino i disperati nei giardini ben curati. Poi parte la storia.

Il documentario è disponibile sulla piattaforma RaiPlay, lo potete trovare qui.

La prenderò da lontano

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 06/08/2020 - 17:47

Di Sergio Zavoli

Per gentile concessione della Collana 180 – Archivio critico della salute mentale pubblichiamo l’introduzione a Il pensiero lungo. Franco Basaglia e la Costituzione

24 aprile 2013

Questo libro, per l’argomento, la struttura e il linguaggio, esige dall’autore un corredo di conoscenze, e di saperi, che fanno capo alla disciplina dello studioso; il quale esercita talento e vocazione sottoponendoli a un metodo di lavoro fondato su premesse razionali, senza che una congerie di dati e riflessioni s’infili nelle strettoie del tecnicismo e men che meno negli slarghi innaturali e subdoli del pregiudizio.

Parlo di Daniele Piccione, un giovane funzionario parlamentare che ho cominciato ad apprezzare durante questi anni trascorsi nella Camera alta, giovandomi del suo ruolo nelle lunghe e non di rado difficili sedute di Palazzo Madama. Prima di leggere queste pagine non potevo dire di conoscerlo a fondo; poi, scorso il manoscritto, ho preso a domandargli di lui, dell’interesse per la Costituzione, dei suoi studi.

Si era rifatta viva la curiosità del giornalista. Avevo scoperto l’influenza su Daniele del papà psichiatra, allievo diretto di Franco Basaglia, impegnato con il maestro prima a Gorizia e a Trieste e infine a Roma; dove, scomparsa la sua guida, continuò l’opera di superamento dell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà e la costruzione della rete di servizi territoriali indicata dalla legge 180.

Trovavo confermata la sensazione di un incontro tra due frammenti, pur distanti, di storia personale; ed è ora singolare che si annodino grazie a un libro, in un tempo così poco incline a cercare esempi, inducendoci a considerare quanto invece possa essere necessario il richiamo offertoci da una giovane democrazia repubblicana per riconsiderarne i valori. Tra i quali la sfida della scienza, di concerto con la politica, per affrontare i temi dell’oppressione, come per esempio gli ospedali psichiatrici giudiziari, un’esigenza continuamente rimossa, e ravvivata dalle severe parole del Capo dello Stato nel messaggio di fine d’anno 2012; sapendo quanto doverosa debba essere la menzione di studiosi, clinici, sperimentatori, paramedici che hanno offerto intelligenza e passione a generazioni di malati, alle prese con le diagnosi, i metodi e gli strumenti suggeriti dalle conoscenze via via acquisite da una scienza protesa verso traguardi incerti e persino contradditori.

Solo un autore poligrafo, capace di varie scritture e tonalità, poteva dar vita a un libro su cui, non a caso, si è cimentato un intellettuale tra i più giovani e accreditati tra quanti perseguono l’inderogabile stile e le dovute modalità cui il Senato della Repubblica affida varie e delicate competenze; per esempio, come in questo caso, sugli atti relativi ai complessi lavori dell’Aula. E non può stupire la scelta di aggiungere all’ordinaria attività l’altra – ugualmente intellettuale, ma più libera – che consente di trasformare in un ritratto fortemente emblematico del nostro tempo la storia di un periglioso iter legislativo, di cui si è parlato in mezzo mondo.

L’argomento è Franco Basaglia, lo psichiatra al cui nome si lega una legge, la 180, che riforma la disciplina dei princípi e dei criteri a lungo interpretati da una “letteratura” attraverso la quale, lungo consuetudini non di rado prive di convenute saldezze scientifiche, la “follia” è rimasta tra i mali più infidi, tanto appaiono, e spesso sono, imprendibili e cangianti; e che l’istituzione ospedaliera, uso parole di Giovanni Bollea, ha «imposto a creature tenute nascoste nei meandri del pensiero malato», una critica franca, rivolta non alla scienza, in sé, ma ai suoi alterni e spesso sfiduciati dettami, fino alle innumerevoli compromissioni dell’ordinamento sanitario, fonte di grandi dedizioni, ma anche di indebite, o inadeguate, interpretazioni terapeutiche.

* * *

La prenderò da lontano, nientemeno da quando, in una Grecia al culmine del suo splendore, un grande storico ateniese, Tucidide, narrando eventi di cui era stato testimone, e in parte protagonista, volle escludere da quelle vicende tutti i fattori non umani, come le divinità, il fato, la forza della natura, che oracolando sui misteri ne evocavano i prodigi, cioè i limiti della ragione, in quanto giurisdizioni che le rimangono estranee. Credeva, invece, che tutte le responsabilità civili, politiche e morali, in ogni campo, ricadessero solo sull’uomo. Tanto che ai politici – primo, credo, al mondo – consigliava di dedicarsi ogni tanto a un “ripensamento etico” dei loro convincimenti e delle loro azioni. Un bell’esame di coscienza che oggi, per non comprometterci troppo, si chiama pausa di riflessione.

«Indaghiamo la natura del nostro essere dotati di raziocinio», esorterà Tucidide, come dire: non siamo solo persone, ma anche cittadini, e nelle nostre debolezze singole e comuni, private e pubbliche,vanno cercate le prime cause dei nostri guai.

Dopo avere sprigionato tanta intelligenza al servizio della ragione, la viviamo nel dubbio di non essere riusciti a vincere due grandi battaglie, contro la cecità sociale e il mutismo morale. Cesare Musatti non avrà il vigore dello storico ateniese, ma il nostro psicologo e psicanalista ne raccoglierà il messaggio: «Basta anche un’insofferenza, o un piccolo calcolo egoistico, e figuriamoci un rifiuto, a gettare una persona debole nel caos», scriveva «e ciò vale anche per gruppi sociali e comunità, popoli e nazioni». Lavoriamo, insomma, per una cittadinanza che non escluda nessuno, a cominciare da chi ha più bisogno d’aiuto, domandandoci come debba uscirne tutelata anche la condizione dei singoli cittadini. Usciti tutt’altro che indenni dalle idee massificanti, oggi corriamo il rischio opposto: il disinteresse collettivo per i percorsi individuali. Eduardo, volendo esprimere la nostra separatezza, ne spiegò l’“ubiquità” dicendo che dopotutto «si muore uno per volta». Ma la solitudine – che bel tema per la politica, la scuola, la comunicazione d’oggi – non è una sofferenza e un problema soltanto privato. Più denso, e insieme più semplice, lo studioso Alvin Toffler: «Tutto, in questa civiltà di massa, cioè del collettivo, del comune, dei grandi numeri, tende alla riscoperta della dimensione individuale, ma con il pericolo che, perdendosi la solidarietà, ne nascano solo egoismi e rifiuti. L’accelerazione delle novità tecnologiche influirà sui nostri sentimenti: soprattutto amore e fratellanza, comprensione e vicendevolezza costrette in stagioni troppo brevi ne saranno condizionati. È sufficiente un modico senno per stabilire che occorrerà del tempo per dare all’uomo una quantità emotiva che gli consenta di dividere con gli altri il necessario e il comune».

Qui, tornando a questo libro bello e utilissimo, si levò dal silenzio Franco Basaglia: «A creare il malato, per esempio consunto dalla solitudine, non è sempre e solo la malattia, ma anche la società; spesso, cioè, ci si perde non di fronte al proprio vuoto, ma dentro quello prodotto dal cosiddetto consorzio umano. Che comprende, va detto senza lo scrupolo virtuoso di offendere un intangibile valore, anche la famiglia», con il martoriato scenario della sua quasi sempre irrisolvibile impotenza. Dove può iniziare un sentimento di esclusione, di paura, infine di spaesamento e d’inerzia: perché non ci sono creature più sole di quelle costrette all’insignificanza e all’inutilità, quando la malattia, parente prossima di un disagio spesso negato, suona come una colpa, quindi un rifiuto e un castigo. Talvolta addirittura una condanna. A tanto si può andare incontro persino in una realtà familiare, e ben peggio è destinato a chi, perduta ogni relazione con il mondo, trova il più paradossale dei rifugi nel suo stesso marasma, collaborando al discredito che lo circonda.

Sembra semplice, così, chiudere il discorso. Ma se tutta l’intelligenza e la spiritualità umana, da Pitagora a Confucio, da Socrate a Platone, da Budda a Cristo, da Omero a Dante, da Galileo a Kant, da Marx a Freud, da Gandhi a Einstein non bastano a darci la misura piena di ciò che è e può l’uomo, sarà forse perché ci si aspetta troppo dall’uomo? – si domandano prudentemente i pessimisti. Dove cercare, allora, ciò che non abbiamo ancora capito? In un computer? Ma dell’uomo colpito dal “pensiero malato” il computer saprà dirci che è parzialmente inabile, che cosa gli manca, ma non che quell’uomo, anzitutto, ha bisogno di attenzione, di mani tese. Il problema, in chi è privo di certezze – cioè destinato a vivere, come un sonnambulo, nella sua inerte vaghezza – è drammatico. Perché, ad esempio, il 23% dei prigionieri, specie tra quelli in attesa di giudizio nelle dolentissime segregazioni carcerarie, soffre di una sindrome “da isolamento” che nei soggetti più fragili “induce un malessere anche di natura psichiatrica”? Ciò che serve – quante volte ce lo siamo detto – è il nuovo e il rischioso: occorrerebbe educare l’uomo a una sorta di continua “diseducazione”, purché questa fosse ordinata secondo un nuovo criterio dell’equità, della misericordia, dell’ordine. Ma di fronte alla tragedia dei malati di mente c’è chi torna a parlare di “scontentezza di Dio”, “vendetta del Diavolo”, ”scherzi della Natura”. È ancora difficile, direbbe Tucidide, uscire dagli spericolati trascorsi nei nostri vicoli culturali, sociali e politici. Di fronte a ciò che non vogliamo vedere, e capire, ci si adatta anche alla più astratta delle frustrazioni e alla più arresa delle deleghe. C’è, a questo proposito, un modello di pessimismo, tra mistico e letterario, che colpì molto, ricordo, proprio Basaglia. «Non è solo un discorso positivista, fondato sul naturale, è anche una parabola per il cammino umano dell’immaginazione politica». Da Aristotele in poi sappiamo che nel “fare politica” l’uomo trova la misura, insieme, di sé e dell’altro. Sarà d’accordo anche don Milani: «La politica è uscirne insieme».

In realtà, dicono i basagliani, il malato di mente riceve spesso un trattamento più duro di altri malati perché è senza voce e diritti; nel mondo dei sofferenti equivale agli apolidi, ai sottoproletari, ai neri, a chi è senza stato sociale, famiglia, quartiere, vicinato. Vittima di pregiudizi e privazioni.

* * *

È sperabile che prima o poi sia possibile sottrarre ai “subdoli volti della mente”- è un’immagine di Franca Basaglia, la moglie sopravvissuta al marito il tempo di difendere in Parlamento la 180 – quel pregiudizio, quella paura, quel rifiuto, ma anche le approssimazioni, la letterarietà, in definitiva l’alone che accompagnano la malattia, generando equivoci non di rado devastanti su una realtà così poco angolare e ordinata; anzi, così incerta e sfuggente; dalla quale deriva per paradosso anche una nostra indicibile complicità, quasi si fosse tutti un poco malati, per dir così, del sospetto di poterlo essere, o diventare.

Questa malattia ha in realtà la doppiezza di ciò che sembra non possedere lo spazio e il tempo in cui consistere. Montaigne, nei suoi Essais, scrive: «Siamo, non so come, doppi dentro di noi, per cui quello che veramente crediamo non lo crediamo». Forse dipende da infondati messaggi di quel laboratorio non di rado ingannevole che è il cervello, diceva Basaglia. Ciò che conta è che tutto possa essere o diventare diverso – un’idea stoltamente contesa tra eresia e utopia – affidando al raziocinio il compito di scoprire perché il circuito va in corto; quando cioè “l’errore della mente” dovrà essere una malattia, non una colpa e ancor meno una dannazione. È il caso di quanti ho conosciuto, tra i sani, che non capivano se dover credere o no, ma sotto sotto credendovi, a ciò per cui Basaglia si batteva! Ricordo tre ospedali psichiatrici di una volta, vale a dire tre manicomi non ancora del tutto convertiti alle strutture previste dalla nuova legge; cioè prima che una ragione appena ragionevole avesse sbugiardato la “fatalità” del pessimismo.

Come quel vecchio “paziente” di Bari – mai aggettivo è stato più idoneo a indicare un malato, per giunta mentale – che a 74 anni, di cui trenta in ospedale tra “letti di contenzione” e “camicie di forza”, mi disse: «Uno che non ha famiglia, non ha nessuno, dove va? … Uscendo, dove vado? Mi dica lei dove devo andare! Finché il padreterno ci lascia qui, qui stiamo! Quando Dio vorrà ci rimetteremo nelle sue mani … Chissà, magari il Signore potrà compensarmi… Ci voleva prima, un altro manicomio!»

Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, Napoli (un paziente): «Mi hanno ammazzato. Mi avete ammazzato! Voi, a me, mi avete ammazzato … e resterò ammazzato qui dentro … »

Ospedale psichiatrico di Perugia (un paziente): «La casa … la mia casa è questa. Ci siamo abituati, è come la famiglia con le sue sofferenze. Nell’altra casa, quella vera, non ci vogliono! Oh sorella mia, oh figlia mia, quando mi dirai: resta qua, nella tua famiglia! Ma non ci vogliono. Do fastidio, do fastidio, do fastidio … E io, cristianamente, voglio morire.»

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La 180 è la più umana e controversa delle leggi. Oggi si stenta ancora, da più parti, a riconoscerle, e apprezzarne, lo straordinario mutamento. Eppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha indicata come «l’unica legge capace di affrontare la lotta all’esclusione del malato di mente». La stessa Società Italiana di Psichiatria, la quale respinge risolutamente le “contrapposizioni ideologiche o guerre di religione”, pur non difendendo la 180 quasi fosse un dogma, ne ha salvato legalmente i princípi. Certo, se l’affidamento dei “matti” alle cure di un ospedale generale ha sottratto alla malattia un cupo destino di segregazione, è tuttavia aumentata la responsabilità di famiglie spesso impreparate e va subito aggiunto, senza infingimenti, non adeguatamente sostenute. Bisognerà ottenere un equilibrio che, senza snaturare la legge, ne riduca alcune anche pesanti difficoltà applicative. Lo stesso Claudio Magris, che pure ha solidalmente accompagnato, condividendola, la novità basagliana, si è chiesto se non sia lecito domandarsi quanto la 180 abbia potuto rappresentare «anche l’illusione di aver risolto, felicemente, tutti i problemi».

Ufficialmente i manicomi, oggi, sono vuoti. Li chiusero il 31 dicembre del 1996. Un malato mi aveva detto: «Si aprono le gabbie, ma molti non sanno più volare». C’è ancora chi sogna di prendere il volo in tre metri per tre.

Nella Costa d’Avorio, accanto a un piccolo villaggio chiamato Akakrou, cioè nelle boscaglie limitrofe, si possono portare le persone “ammalate dentro la testa”, legandole agli alberi con una catena alla caviglia. Gregoire Ahongbon, responsabile dell’Associazione San Camillo de Lellis, gira nei boschi per liberare i “posseduti dagli spiriti maligni” e restituire ai villaggi, chissà dopo quali programmi terapeutici, le persone messe in catene: «Qui» dice Ahongbon «c’é un individuo incatenato in ogni villaggio, e le famiglie se ne vergognano a tal punto che dopo un po’ non vanno più a trovarlo». Ci penserà qualche volontario.

Del resto, ripensando alle interviste di Gorizia, nei Giardini di Abele un malato mi raccontava: «Farsi legare a un albero è umiliante, ma è una cosa che un uomo alla fine si rassegna… Io spero sempre di dimenticarla quella prigionia all’aperto…»

Sorge una domanda: quanto dista quel parco di Gorizia da una boscaglia africana?

Traggo da un giornale indiano: «A Yerwadi, un centro di pellegrinaggio nei pressi di Ramanathapuram, il 7 agosto 2001 i ricoverati del Moideen Badsha Mental Asylum sono tutti morti per un incendio». Erano legati ai letti con catene definite terapeutiche. Il giornale riferisce che l’incatenamento dura non si sa più da quando. Episodi non di questa gravità, ma comunque impressionanti, non sono mancati neppure in Italia. Leggo sul Corriere della Sera del febbraio 2000: «In una clinica per degenti psichiatrici vedi gettare l’acqua gelata sui malati, scopri materassi zuppi di urina, cucine sudice, ed ecco riemergere l’orrore dei vecchi manicomi…». Il controllo sulle strutture psichiatriche private rappresenta, non di rado, un altro problema. Spesso il numero dei ricoverati è superiore a quello previsto e si può rischiare, è già successo, che gli interessi economici abbiano il sopravvento sui diritti e la dignità dei malati.

Per indignarsi, dunque, non è necessario andare in Africa o in India; a Salerno, un capannone di vetro-resina ha preso fuoco e 19 malati di mente sono arsi vivi dentro un rogo subitaneo e indomabile. Indagini, fermi, arresti, e trafile. I “matti” muoiono dentro la loro follia – si consola qualcuno – e forse non soffrono come soffriremmo noi! Questo è lo scandalo che nessuna sentenza condannerà mai. Infatti, spesso, è nella nostra testa.

* * *

Ho letto il libro d’un fiato, anzitutto perché mi sono riconosciuto nell’idea che a guidare Daniele Piccione sia stato il medesimo interesse da cui io stesso fui coinvolto mezzo secolo prima. Poiché in una redazione di radiocronisti si coltivavano anche interessi culturali, forse obbedendo a una sorta di trasmigrazione fantastica chiesi di dedicarmi a un problema che presto avrebbe condotto a una delle più difficili riforme del secolo: da una parte giudicata un atto di riparazione civile e morale, dall’altra un’ideologica, pericolosa scorciatoia socio-sanitaria. A Gorizia vidi e ascoltai cose che screditavano non solo nel “profondo” la tradizionale visione della pazzia. I “matti” erano al limite estremo della città: un muro di cinta dell’ospedale segnava un tratto di confine tra lo Stato italiano e quello iugoslavo. Quel territorio di confine era anch’esso una metafora. Mi si potrebbe incolpare di avere usato nei confronti di quei malati una nuova forma di violenza rivelando senza ambiguità il volto di un dolore abitualmente nascosto tra le mura di ospedali nati per custodire una società di esclusi; o di apolidi, se il termine è meno inquietante. Il libro di Daniele Piccione, nella sua rigorosa costruzione combinatoria, è volto soprattutto all’aspetto giuridico del problema, ma non trascura di lasciarci percepire e intendere quanto può restare di un uomo dopo che l’istituzione delegata a curarlo lo ha come oggettivato, riducendolo a numero, a cosa.

Il congedo dai Giardini di Abele stette in questi pensieri: poiché accade facilmente a chi ha perso tutto di perdere infine se stesso, occorre restituire a chi è ridotto soltanto a sofferenza e bisogno la possibilità d’essere riconosciuto, a priori, attraverso una vicinanza che coinvolga e affratelli, obbligandoci a ricercare anche le nostre possibili complicità nel suo male. I lebbrosari, rimasti inutilizzati, dopo la scomparsa della malattia, ritroveranno nei “matti” la nuova popolazione. Una legge antica, in bilico tra pietà e paura, stabiliva il confine tra quanti nella società hanno il diritto di essere difesi e il “matto” che, in quanto tale, perde questo diritto perché la comunità lo giudica pericoloso a sé e agli altri, e di pubblico scandalo. Ma qui sorge una domanda: se dopo due secoli il malato di mente è ancora da ritenersi soprattutto pericoloso, le regole sulle quali si fonda l’istituzione che deve occuparsi della sua cura sono state studiate in funzione di questa pericolosità e della malattia di cui soffre? A chi lasciare il dilemma? Alla brutale efficacia dei grandi sedativi, non tutti solo farmacologici?

Ce n’era abbastanza per interpellare lo scienziato lucido e veggente che aveva messo in atto tutto quel cambiamento. Ecco qualche stralcio dell’intervista a Basaglia.

– Si rimprovera all’ “ospedale aperto” di essere più una denuncia civile che una proposta psichiatrica. «Sono perfettamente d’accordo! Io non saprei assolutamente proporre niente di psichiatrico in un manicomio tradizionale. In un ospedale dove i malati sono legati credo che nessuna terapia, di nessun genere, biologica o psicologica, possa dare giovamento a persone costrette in uno stato di sudditanza e di cattività da chi li deve curare. Non può esservi una possibilità di cura dove essa non conosce una libera comunicazione tra medico e malato».

– Si dice che ai suoi interessi di natura sociale non corrisponda un impegno altrettanto vivo dal punto di vista psichiatrico. «Io faccio questo lavoro tenendo presente che esistono due tipi di psichiatria: quella per i poveri e quella per i ricchi. Un proverbio calabrese recita: chi non ha non è. Questa contraddizione, che esprime esemplarmente le contraddizioni della società, si manifesta nel modo più evidente all’interno degli ospedali psichiatrici, dove davvero chi non ha non è. D’altronde, quando una persona povera disturba, malata o no che essa sia, va a finire o in manicomio o in carcere».

- Lei nega la “pericolosità” del malato di mente? «Io non dico che il malato di mente non sia pericoloso, dico che la pericolosità non dipende soltanto dalla sua malattia, ma anche da altri fattori che vanno indagati e rimossi. La malattia mentale non è soltanto una situazione biologica: è un insieme di fattori che giustificano, nelle loro vittime, le spinte a determinati comportamenti».

– Chi è, in definitiva, il malato di mente? Perché conti¬nuiamo a rifiutarlo? «Non posso dirle chi è, perché non lo sa nessuno. Importante è non respingere la malattia e soprattutto non respingere il malato. Avvicinarsi a una persona che soffre è un compito che trascende la figura semplice e banale del medico che ha imparato determinate tecniche. Il suo approccio dev’essere estremamente dialettico: cioè la presa di coscienza che il malato è spesso il sintomo di una contraddizione sia sociale sia medica».

Le interessa più il malato o la malattia? «Oh, decisamente il malato!»

* * *

Non riesco a togliermi dalla mente un ragazzo “apparentemente normale”, con un di più di gentilezza e pazienza. Lo scelsi come prova documentale di quanto fosse mutata la condizione dei “disturbati che disturbano”.

- Come giudica la sua malattia? «Io dicevo che nella mia vita non aveva senso, anche perché l’ospedale psichiatrico non ha senso. Appunto per il motivo che… forse non ero ammalato…»

– Come le è venuto questo dubbio? «Io ho avuto un’infanzia molto sana, ma con dei problemi particolari che mi hanno condotto alla malattia. E oggi si tratta soltanto di suggestione dell’ospedale!»

– Quando ha cominciato a pensare di non essere malato? «Beh, subito.»

– Già nei vecchi ospedali? «Sì.»

– Secondo lei, avrebbe potuto guarire in quegli ospedali? «No!»

– E quando ha giudicato la malattia qui, nell’“ospedale aperto”, in quale rapporto si è messo con il suo male? «Beh, direi così: dato che io sono libero, ho pensato che qualcuno ha della fiducia verso di me; e quando verso un individuo si ha della fiducia, non si può dire che è pazzo.»

– Che cosa farà per farsi capire, per farsi voler bene? «Beh, per farsi voler bene non c’è nessun mezzo…»

- E per farsi accettare? «Per farsi accettare bisogna parlare delle cose di lavoro. Prima di tutto i soldi, no? Diritti civili e soldi. Tocca formarsi un avvenire.»

– Fuori, cosa conta di più? «Beh, il denaro. Anche un malato ha facili rapporti fra individui quando fa vedere che lavora e guadagna. Allora viene considerato dalla società! La società chiede a me di essere uomo. Nell’oste¬ria tutti sono uomini! Essendo uomini capiscono tutto della vita e perciò negano tutto fuorché il guadagno, perché il guadagno dà da vivere. E allora, se io sono malato e incomincio a farmi uomo anch’io, tutti mi capiscono e diventano amici… Se parlo di film, di sole, di poesie nessuno mi sta ad ascoltare, mentre se parlo di cose serie tutti mi ascoltano. Se parlo di soldi tutti mi ascoltano…»

* * *

Perché è ancora malattia dire cose, tutto sommato, ragionevoli? È questo ragazzo che parla o il suo male? Che i poveri siano “matti” è solo un’ipotesi letteraria, in realtà possono esserlo sia i poveri sia i ricchi. Ma i poveri, di fronte alla malattia, sono indifesi e facilmente si perdono. Chi può criticare la realtà si difende. Questo ragazzo non c’è riuscito, era inerme.

Come si fa, del resto, a capire fino a che punto “siamo doppi dentro di noi” se quella “doppiezza” diventa lo stigma, e la prova, della nostra inguaribilità personale o sociale, psicologica o biologica. Da qui la lettura dei profani, turbati o attratti dalle tante “possibilità” che l’uomo ha al suo interno, essendo ogni persona il frutto di mille mondi, come postulano Franco Basaglia e Umberto Galimberti, in due contigue interpretazioni.

Va da sé che il libro di Daniele Piccione non aveva il compito di isolare e commentare la parte patologica del fenomeno, né di indulgere a ingegnerie dialettiche di sorta; il suo scopo era e rimane quello di dar forma al tentativo di screditare, con un testo non suggestivo, ma puntualmente documentato il corteo delle “dicerie” che accompagnano la malattia con le sue realtà visionarie.

D’altronde, finché lo scenario si ripeteva tal quale – finché tutto, quindi, rimaneva pari a se stesso – non c’era crescita o novità. La scienza, con la 180, ha conosciuto altri percorsi, scalzando tante cose, compresi gli dei. Specialmente i più infidi, i nostri preconcetti.

«Siamo» diceva Benedetto Croce «ciò che sappiamo e possiamo»: sapere e potere non sono traguardi per tutti, c’è chi non ce la fa. Dal principio, ma anche in seguito. Essere visti, conosciuti, capiti è la prima possibilità di farcela. Non sempre, si dirà, ma la 180 non è solo per togliere alla malattia i suoi incubi, beninteso quando si possa; è anche perché non resti altro che pestare, con i nostri piedi, la nostra ombra, obliqua compagna di non sempre misteriose “doppiezze”.

Sergio Zavoli

Chi non ha, non è

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 06/08/2020 - 17:42

Di Daniele Piccione

La scomparsa di Sergio Zavoli ingenera un senso di smarrimento in chi l’ha conosciuto. Ne discende il senso di una perdita aggravata da un rilievo che è spia della sua statura di spettatore di un secolo di storia italiana.

Il fatto è che non sarebbe agevole scegliere la fonte primaria del debito di cultura che i lettori e gli spettatori italiani hanno contratto nei suoi riguardi. Le serate incollati a capire a fondo e a rivivere la lunga e aspra stagione del terrorismo hanno segnato molti ragazzi della mia generazione. E resta indelebile nella memoria la lunga e insistita intervista a Giusva Fioravanti, con quel finale crudo e sconvolgente.

Eppure, qualcosa che ho sempre amato più del resto c’è. Nasce con quell’auto che varca le mura dell’ospedale psichiatrico di Gorizia e svela la realtà di chi vive l’esperienza del disturbo mentale, a milioni di italiani. I Giardini di Abele sarebbero di lì in poi rimasti fluttuanti nella coscienza di un popolo. Zavoli si era schierato, mobilitando la forza emotiva, lo sdegno ma anche la curiosità del nuovo che molti avrebbero trattenuto dentro di sé per anni.

Nell’intervista a Franco Basaglia, nelle domande rivolte agli internati e nelle stesse parole di Sergio Zavoli c’era un piccolo seme della liberazione che sarebbe poi seguita. Per quanto potesse sembrare transitoria e puntiforme l’alleanza di Zavoli con la causa della liberazione dal manicomio e con il compito umanitario di trasformare la psichiatria in tutela della salute mentale, gli anni ne avrebbero rivelato un persistente impegno per la causa di chi soffre psichicamente.

Eccolo, allora assecondare con un sorriso dolce una proposta che, nel 2014, gli prospettammo con gioia e con la minima titubanza che sempre l’autore di un libro reca con sé. Quando gli domandammo di scrivere l’introduzione de Il pensiero lungo. Franco Basaglia e la Costituzione, accettò subito.

Il suo testo non si fece attendere e a rileggerlo, ancora adesso, è un salutare tuffo in un impegno che si rivela costante in Zavoli. Un filo che lega i suoi anni splendenti in cui diffonde e sparge un senso inedito di televisione sociale di una potenza abbagliante e l’ultima parte della sua vita, quando intorno alla sua persona si scorge l’aura del mito e dell’ammirazione partecipata. C’è un’immagine e una frase che, secondo noi, spiegano il senso di Sergio Zavoli per la battaglia campale in favore della libertà di chi soffre del disturbo mentale. È quella in cui Zavoli intervista Franco Basaglia e ne cattura il discorso in una battuta fulminante che rimarrà tra le più intense dei Giardini di Abele. Dice Basaglia che la posizione dell’internato si riassume in un proverbio calabrese, terribile nella sua efficacia: chi non ha, non è.

È il segno dello stigma imposto dall’agiatezza contro la povertà, la discriminazione alimentata da uno squilibrio di potere. Un decisivo tornante del pensiero basagliano da cui si snoda la comprensione della malattia mentale come questione sociale, la necessità stringente dell’integrazione contro l’esclusione e la segregazione. Zavoli coglie tutto questo e lo porta nei tinelli di un’Italia che spesso non sa, non può immaginare la condizione dei suoi “fratelli” internati, allontanati allo sguardo.

Uno potrebbe pensare che quest’intuizione di Zavoli resti isolata in quegli anni, nella cronaca di una grande ed indimenticabile avventura di cui Gorizia, poi Parma, Trieste e la riforma nazionale furono le tappe sofferte di un’irripetibile riammissione alla dignità per tante persone prima di allora scartate e gettate via.

E invece non era così.

Non fu fugace e isolata la passione di Sergio Zavoli per una delle grandi questioni agitate nel secondo Novecento italiano, quella del trattamento del folle e dell’umanizzazione del suo mondo e del suo orizzonte di vita. Lo dimostra la prefazione che qui riproponiamo. È scritta nel 2014 e vide Zavoli caparbio e brillante nell’aiutare a far girare e leggere il libro. Assistemmo a questo suo peregrinare a Parma per presentare il libro e poi lo si vide apparire in videoconferenza, a Trieste, in una serata indimenticabile, cui lui si prestò pur afflitto dalla febbre.

Oggi che non c’è più, riteniamo di ricordarlo, riproponendo qui il testo fulminante e colto di quella sua struggente prefazione.

Covid e salute mentale. Mai più manicomi

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 22/07/2020 - 11:32

Di Stefano Cecconi

[articolo uscito su il manifesto]

L’emergenza da coronavirus ha prodotto pesanti conseguenze sulla vita di tutti i cittadini e la crisi economica e occupazionale che si profila alimenterà i danni sociali.

Effetti certamente più gravi per le persone con sofferenza mentale, per i più anziani, per le persone con disabilità e con malattie croniche, per i detenuti e per tutte le persone “rinchiuse in istituti”.

Effetti resi ancor più duri dai tagli alla sanità e alle politiche sociali di questi anni. In questa emergenza abbiamo assistito al fallimento del modello di cura custodialista, fondato sul ricovero (sulla restrizione, sull’internamento).

Quando l’ospedale – ma si pensi alle residenze per anziani – è stata la risposta prevalente all’epidemia abbiamo visto cosa è successo, in termini di maggiori sofferenze e di morti.

Questa drammatica esperienza ci insegna che occorre rilanciare il “modello di salute e di cure di comunità”, praticato nei luoghi della vita quotidiana, a domicilio, nei servizi territoriali di prossimità: proprio il modello che si è radicalmente opposto all’istituzione manicomiale e che ancora oggi, per la salute mentale, per la non autosufficienza, per la stessa esecuzione della pena, può ispirare l’innovazione necessaria del nostro welfare.

In piena emergenza pandemica, nel mese di aprile 2020, come Osservatorio stopOPG e Coordinamento Rems-Dsm, abbiamo realizzato il 2° monitoraggio sulle Rems, per capire cosa stava succedendo in strutture che, diversamente dalle carceri, erano rimaste fuori dai riflettori.

E per rimettere in marcia il processo riformatore della legge 81/2014, che chiudendo gli OPG ha avviato un nuovo percorso per affrontare il complesso tema del rapporto fra diritto alla tutela della salute mentale e giustizia.

Dalla rilevazione offerta dal questionario, pur considerando i limiti di un monitoraggio effettuato a distanza e solo su alcuni indicatori, viene segnalata una buona risposta all’emergenza Covid-19 del sistema REMS, indicate alcune linee di lavoro e riflessioni sul futuro: fino a prevedere altre soluzioni abitative che potrebbero affiancarsi (o persino sostituire) i modelli residenziali Rems per favorire misure non detentive.

Intanto però, anche se l’importante sentenza (99/2019) della Corte Costituzionale sul diritto a misure alternative alla detenzione anche per gli infermi di mente e sul fatto che le Rems non abbiano sostituito gli Opg, offre una via d’uscita, sappiamo che la “riforma gentile” è incompleta.

Ed è ancora una volta messa in discussione: preoccupante è la questione della legittimità costituzionale sulle Rems sollevata dal Tribunale di Tivoli (Ordinanza 11.5.2020), sulla quale richiamo il commento di Pietro Pellegrini.

Ritorna così evidente la necessità di organizzare un nuovo rapporto di collaborazione tra Giustizia (Magistratura) e Sanità (Regione, Asl, DSM), grazie al quale i progetti di cura dei pazienti siano definiti concordemente, distinguendo il mandato sanitario da quello custodiale.

In questo senso è indispensabile un accordo quadro nazionale Stato Regioni e occorre sia riattivato l’Organismo di monitoraggio nazionale.

Infine, bisogna riaprire il dibattito sulla modifica del codice penale per misure di sicurezza e imputabilità: un’utile base di discussione è la proposta di legge elaborata da Franco Corleone e fatta propria dalla Conferenza dei Garanti regionali dei diritti delle persone private della libertà personale, per superare finalmente quel “doppio binario”, figlio della logica manicomiale, riservato solo ai “malati di mente incapaci di intendere e volere autori di reato” e sancire pari diritto di cittadinanza per tutti.

Morì legato al letto nel Spdc di Sassari. Sempre assolte le psichiatrie sarde

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 21/07/2020 - 16:50

Di Franco Ferrandu

[articolo uscito su unionesarda.it]

Per la Procura di Sassari la morte di Paolo Agri, legato nel letto del reparto di Psichiatria del Santissima Annunziata, è avvenuta per cause naturali. Un evento imprevedibile che non necessita di ulteriori approfondimenti. L’inchiesta su eventuali responsabilità dei sanitari è quindi da archiviare. Per la famiglia del 30enne sassarese, deceduto il 3 settembre del 2018 pochi giorni dopo il trasferimento in ospedale con un trattamento sanitario obbligatorio chiesto dal Centro di riabilitazione Santa Sabina di Pattada, la vicenda deve invece essere ancora chiarita. In particolare per quanto riguarda l’uso della cosiddetta contenzione meccanica, dei pazienti psichiatrici.

In Procura

Paolo Agri sarebbe rimasto legato a mani e piedi al letto, in posizione supina, per più di 16 ore. Un fatto che può aver causato problemi respiratori di tale gravità da portare al decesso. Nei giorni scorsi a Sassari si è svolta un’udienza: da una parte la Procura e dall’altra la famiglia, rappresentata dalle avvocate Maria Teresa Spanu, Anna Ganadu e Antonella Calcaterra. Quest’ultima, milanese, ha già seguito procedimenti simili. Ada Agri, la madre di Paolo, due giorni dopo la morte del figlio aveva presentato un esposto alla Procura e il sostituto procuratore Paolo Piras, aperto un fascicolo, aveva disposto l’autopsia. Per il perito della Procura, il medico legale Franco Lubinu, si era trattato però di «morte cardiaca improvvisa». Così, in brevissimo tempo era stata chiesta l’archiviazione dell’inchiesta. La famiglia ha deciso di opporsi.

Nella memoria difensiva consegnata al Gip c’è una nuova perizia del medico legale Paolo Gasco. Secondo quest’ultimo l’esame necroscopico non ha evidenziato segnali certi riferibili a una causa cardiaca della morte, ma ha evidenziato segni evidenti di problemi polmonari. E la lunga contenzione a letto in posizione supina sarebbe stata il fattore principale che ha determinato l’insufficienza respiratoria a quindi l’arresto cardiaco. Non solo: viene respinta la considerazione della Procura secondo cui la contenzione del paziente era giustificata dalla straordinarietà della situazione.

La Cassazione

Nell’atto di opposizione alla chiusura indagini viene citata una sentenza del 2018 della Corte di Cassazione, relativa alla morte in condizioni simili dell’insegnante elementare Franco Mastrogiovanni. La Corte ha stabilito che la contenzione meccanica non è un atto medico perché non ha l’effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente. Serve solo a tutelare il paziente e le persone che sono a contatto con lui. Ma in questo caso, per l’avvocata Antonella Calcaterra, non ci sarebbero state le condizioni.

Secondo le testimonianze e il diario clinico Paolo Agri sarebbe rimasto legato dalle 10.30 del mattino fino alle 4.45 del giorno dopo, ora della morte. E alle 17.30, slegato per mezz’ora, non avrebbe dato segnali preoccupanti, tanto che alle 22 non si è resa necessaria la terapia farmacologica. Il Gip Antonello Spanu ha ascoltato le ragioni della famiglia e si è riservato di decidere.

Inaugurato il Centro salute mentale di Portogruaro dopo il restauro

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 21/07/2020 - 16:43

[articolo uscito su veneziatoday.it]

Gli interventi sono cominciati ad ottobre 2019. Investiti circa 300mila euro per adeguare le strutture anche ai nuovi standard di approccio con i pazienti

Gli spazi sono stati ridistribuiti per rendere la struttura più funzionale e sono stati effettuati lavori di ammodernamento generale, con l’installazione di impianti realizzati in ottica di ottenere il massimo risparmio energetico possibile. Con il classico taglio del nastro, questa mattina l’assessora regionale alla Sanità Manuela Lanzarin, affiancata dal direttore generale dell’Ulss4 Carlo Bramezza, ha inaugurato il rinnovato centro di salute mentale di Portogruaro. La ristrutturazione dell’edificio era iniziata ad ottobre 2019 ed è stata completata in 8 mesi, per un importo complessivo di circa 300mila euro.

L’intervento di restauro

La struttura di via Forlanini, nata negli anni Sessanta, è stata ristrutturata e adeguata alle nuove modalità di lavoro e di approccio con i pazienti. Il progetto, curato dai servizi tecnici dell’Ulss 4, ha previsto la realizzazione di 8 studi medici, nuovi locali dedicati all’amministrazione del servizio, nuovo day hospital, farmacia/somministrazione delle terapie, area pranzo e sale multiuso. Non sono stati tralasciati i locali di supporto alle attività, come servizi igienici, spogliatoi ed altri, oltre agli impianti elettrico, di condizionamento, antincendio e di trasmissione dati. Sostituiti anche serramenti e pavimenti.

«Lavori improcrastinabili in una struttura dove, da almeno trent’anni, non vi era mai stata una riqualificazione. Lavori eseguiti grazie all’ok della Regione Veneto dopo la vendita dell’ospedale vecchio di Portogruaro che ci ha permesso di recuperare risorse e di investirle in altre opere» ha sottolineato Bramezza. «Questo intervento offre ai pazienti un migliore servizio e qualifica l’importante lavoro svolto dal personale del Dipartimento di salute mentale». Gli ha fatto eco Lanzarin: «Quella di oggi – ha spiegato – è una testimonianza non solo di vicinanza al territorio, delle persone vulnerabili, ma anche di un sistema di attività integrato dove la parte ospedaliera, territoriale, del volontariato e dell’associazionismo, lavorano insieme con l’obiettivo di dare servizi e risposte. Questo è ciò che dobbiamo fare noi amministratori nei singoli contesti, cercando di alzare sempre più l’asticella dei servizi da dare alle nostre comunità».

Il Csm di Portogruaro in numeri

Gli utenti in carico nei due Centri di salute mentale (Csm) dell’Ulss 4 sono complessivamente 2743, di cui 1311 a Portogruaro (348 seguiti a domicilio). Nel 2019 il Csm di Portogruaro ha eseguito 18.519 prestazioni ambulatoriali. Il centro diurno organizza per i pazienti molteplici attività anche in relazione alla patologia, all’età e agli interessi dei pazienti: attività motorie, riabilitative, culturali, ricreative, laboratori protetti.

Da vicino nessuno è disabile

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 21/07/2020 - 16:37

Riuscite a immaginare un museo senza Van Gogh o Ligabue? La musica sarebbe più povera senza Beethoven o Django Reinhardt. E la letteratura? La nostra cultura senza Omero.

Sono mondi dove, seppur con fatica, le persone con disabilità sono state integrate, rendendoli migliori. Il Festival dei Diritti Umani torna a parlarne dal palco dell’Estate Sforzesca con tre serate di talk e le quattro mostre fotografiche dedicate al tema della disabilità presentate a FDU2020.

Dopo la tre-giorni in streaming, dal 5 al 7 maggio, l’edizione 2020 del Festival dei Diritti Umani Da vicino nessuno è disabile continua all’interno del palinsesto dell’Estate Sforzesca del Comune di Milano, con tre appuntamenti per parlare dei diritti delle persone con disabilità, di inclusione, di arte, di lavoro.

Il 20, il 22 e il 29 luglio, dalle ore 21.00 nel Piazzale delle Armi del Castello Sforzesco, il Festival dei Diritti Umani porta le testimonianze di chi ha molto da raccontare: storie di passioni e risultati raggiunti malgrado gli ostacoli. Esperienze per riconoscersi ed emozionarsi. Incontri che introducono i concerti di Suoni Mobili, l’undicesima edizione del festival organizzato da Musicamorfosi.

Questo il programma degli incontri

20 luglio

Ore 21.00 > TALK | Lavorare meglio, includere tutte e tutti (a cura di Festival dei Diritti Umani)

Ospiti: Leonardo Cardo e Francesca Vecchioni

Ore 21.30 > CONCERTO | Fanfara Station (Tunisia / USA / Italia)

22 luglio

Ore 21:00 > TALK | A far ridere son tutti bravi (a cura di Festival dei Diritti Umani)

Ospiti: Piccola Accademia e gli artisti di tutte le abilità

Ore 21:30 > CONCERTO | A love supreme

29 luglio

Ore 21:00 > TALK | Canta che ti passa (a cura del Festival dei Diritti Umani)

Ospiti: Silvia Zaru e Silvia Franzoni

Ore 21:30 > CONCERTO | Ayom (Portogallo/Angola/Brasile): Musica do Atlantico Negro

L’ingresso alle serate (TALK + CONCERTO) è a pagamento. Per info biglietti e prenotazioni > https://www.suonimobili.it

Sempre nel cortile del Castello Sforzesco, restano disponibili fino al 3 settembre le mostre fotografiche digitali del Festival dei Diritti Umani, in collaborazione con Comune di Milano, Estate Sforzesca 2020, Aria di cultura e grazie al sostegno di EuroMilano SpA.

Meno personale, posti letto e ricoveri, mentre salgono accessi a Pronto soccorso e spesa per antidepressivi

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 21/07/2020 - 16:32

Di Luciano Fassari

[articolo uscito su quotidianosanita.it]

I dati sono riferiti al 2018 ma forniscono comunque un quadro certamente non positivo. Quasi 2mila unità di personale persi in un anno. Diminuisce la disponibilità di posti letto. Aumenta il consumo e la spesa per antidepressivi distribuiti in regime convenzionato. Scendono anche i ricoveri (-2 mila in un anno) ma si registrano 25 mila accessi in più al Pronto Soccorso

Sempre più in crisi il comparto della Salute mentale in Italia. La fotografia che emerge dall’ultimo report del Ministero della Salute relativo all’anno 2018 di cui è stata diffusa oggi una sintesi mostra un comparto in profonda crisi.

Iniziamo col personale: nelle unità operative psichiatriche pubbliche le unità di personale sono 26.216 (quasi 2000 in meno rispetto al 2017).

Ma non solo scende anche il numero di posti letto: per il totale Italia, l’offerta per i posti letto in degenza ordinaria è di 9,7 ogni 100.000 abitanti maggiorenni contro i 10,1 ogni 100mila abitanti del 2017. E se cala il numero di utenti assistiti che ammontano a 837.027 unità (l’anno passato erano 851.189), crescono invece gli accessi ai Pronto soccorso che sono 617.326 contro i 592.226 del 2017. Sale poi la spesa per gli antidepressivi in regime convenzionato la cui spesa è arrivata a 372 mln contro i 350 mln dell’anno passato. In calo i ricoveri: sono 107.662 contro i 109.622 dell’anno precedente.

La sintesi del rapporto

L’utenza. Gli utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici nel corso del 2018 ammontano a 837.027 unità (mancano i dati della P.A. di Bolzano) con tassi standardizzati che vanno da 96,7 per 10.000 abitanti adulti in Sardegna fino a 227,2 nella regione Calabria (valore totale Italia 166,6). Gli utenti sono di sesso femminile nel 53,8% dei casi, mentre la composizione per età riflette l’invecchiamento della popolazione generale, con un’ampia percentuale di pazienti al di sopra dei 45 anni (68,3%). In entrambi i sessi risultano meno numerosi i pazienti al di sotto dei 25 anni (soprattutto nelle femmine) mentre la più alta concentrazione si ha nella classe 45-54 anni (25,0% nei maschi; 23,1% nelle femmine); le femmine presentano, rispetto ai maschi, una percentuale più elevata nella classe > 75 anni (7,5% nei maschi e 12,3% nelle femmine). Nel 2018 i pazienti che sono entrati in contatto per la prima volta durante l’anno con i Dipartimenti di Salute Mentale ammontano a 323.707 unità di cui il 93,4% ha avuto un contatto con i servizi per la prima volta nella vita (first ever pari a 302.392 unità).

Le patologie. I tassi relativi ai disturbi schizofrenici, ai disturbi di personalità, ai disturbi da abuso di sostanze e al ritardo mentale sono maggiori nel sesso maschile rispetto a quello femminile, mentre l’opposto avviene per i disturbi affettivi, nevrotici e depressivi. In particolare per la depressione il tasso degli utenti di sesso femminile è quasi doppio rispetto a quello del sesso maschile (29,2 per 10.000 abitanti nei maschi e 48,6 per 10.000 abitanti nelle femmine).

L’attività dei servizi psichiatrici. Le prestazioni erogate nel 2018 dai servizi territoriali ammontano a 11.039.492 con una media di 14,2 prestazioni per utente. Complessivamente il 76,3% degli interventi è effettuato in sede, l’8,2% a domicilio e il resto in una sede esterna. Gli operatori prevalenti sono rappresentati da medici (32,5%) ed infermieri (44,2%); il 31,0% degli interventi è rappresentato da attività infermieristica al domicilio e nel territorio, il 24,9% da attività psichiatrica, il 13,7% da attività di riabilitazione e risocializzazione territoriale, il 6,5% da attività psicologica-psicoterapica e da attività di coordinamento; la quota restante riguarda attività rivolta alla famiglia e attività di supporto. Inoltre le giornate di presenza presso strutture residenziali sono pari a 10.234.718 per 28.895 utenti; la durata media del trattamento a livello nazionale è pari a 936,5 giorni. Gli accessi nelle strutture semiresidenziali sono pari a 1.478.244 per 26.544 persone (307,6 accessi per 10.000 abitanti).

L’attività psichiatrica ospedaliera

Dimissioni Ospedaliere. Nel 2018 si registrano 107.662 dimissioni dalle strutture psichiatriche ospedaliere (pubbliche e private), per un totale di 1.374.710 giornate di degenza con una degenza media di 12,8 giorni. Con riferimento ai Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), le riammissioni non programmate entro 30 giorni rappresentano il 13,8% del totale delle dimissioni, mentre quelle a 7 giorni rappresentano il 7,1%. Nel 2018 sono stati registrati 7.407 trattamenti sanitari obbligatori nei SPDC che rappresentano il 7,6% dei ricoveri avvenuti nei reparti psichiatrici pubblici (97.207).

Accessi in Pronto Soccorso. Nel 2018 il numero complessivo di accessi al Pronto Soccorso per patologie psichiatriche ammonta a 617.326, che costituiscono il 3,0% del numero totale di accessi al pronto soccorso a livello nazionale (n = 20.853.449). Il 13,3% del totale degli accessi in Pronto Soccorso per problemi psichiatrici esita in ricovero, di cui oltre la metà nel reparto di psichiatria. Inoltre il 26,2% dei ricoveri per problemi psichiatrici registra una diagnosi di schizofrenia e altre psicosi funzionali. Il 74,2% del totale degli accessi in Pronto Soccorso per problemi psichiatrici esita a domicilio.

Il consumo dei farmaci

Sono state considerate le seguenti categorie di farmaco: antidepressivi, antipsicotici e litio erogati in regime di assistenza convenzionata e in distribuzione diretta.

In regime di assistenza convenzionata. Per la categoria degli Antidepressivi la spesa lorda complessiva è di oltre 372 milioni di euro con un numero di confezioni superiore a 36 milioni. Per la categoria degli antipsicotici la spesa lorda complessiva è superiore a 77 milioni di euro con un numero di confezioni che supera i 5,5 milioni. Per la categoria litio la spesa lorda complessiva è di circa 3,4 milioni di euro con un numero di confezioni pari a 843.953.

In distribuzione diretta. Per la categoria degli antidepressivi la spesa lorda complessiva è pari a circa 1,2 milioni di euro con un numero di confezioni pari a 565.099. Per la categoria degli antipsicotici la spesa lorda complessiva è pari a circa 82 milioni di euro con un numero di confezioni pari a circa 6,5 milioni. Per la categoria litio la spesa lorda complessiva è di 58.497 euro con un numero di confezioni pari a 28.092.

Costo dell’assistenza psichiatrica

Con riferimento all’anno 2018 il costo medio annuo per residente dell’assistenza psichiatrica, sia territoriale che ospedaliera, è pari a € 78,1 calcolato dividendo il costo complessivo dell’assistenza psichiatrica per la popolazione adulta residente nel 2018. Per quanto riguarda l’assistenza psichiatrica territoriale il costo complessivo ammonta a 3.740.597 (in migliaia di euro), di cui 1.764.288 (in migliaia di euro) per l’assistenza ambulatoriale e domiciliare, 441.699 (in migliaia di euro) per l’assistenza semiresidenziale e 1.534.610 (in migliaia di euro) per l’assistenza residenziale. Per quanto riguarda l’assistenza psichiatrica ospedaliera, la remunerazione teorica delle prestazioni di ricovero ospedaliero è nel 2018 pari a 215.597 (in migliaia di euro).

Il personale. La dotazione complessiva del personale all’interno delle unità operative psichiatriche pubbliche, nel 2018, risulta pari a 26.216 unità. Di queste il 18,9% è rappresentato da medici (psichiatri e con altra specializzazione), il 6,3% da psicologi, il personale infermieristico rappresenta la figura professionale maggiormente rappresentata (45,1%), seguita dagli OTA/OSS con il 10,4%, dagli educatori professionali e tecnici della riabilitazione psichiatrica pari al 7,1% e dagli assistenti sociali con il 4,1%. Il personale part time rappresenta il 6,4% del totale del personale dipendente e il 4,4% del totale del personale ha un rapporto di lavoro a convenzione con il DSM.

L’ammontare complessivo del personale che opera nelle strutture sanitarie convenzionate con il Dipartimento di Salute Mentale nel 2018 è pari a 12.066 unità.

Le strutture. Nel 2018 il sistema informativo salute mentale ha rilevato dati di attività di 1.374 servizi territoriali, 2.220 strutture residenziali e 879 strutture semiresidenziali che si riferiscono a circa il 95% dei DSM. Nel 2018 il numero dei SPDC attivi è pari a 323 con complessivi 4.113 posti letto per ricoveri ordinari e 302 posti letto per ricoveri in day hospital; le strutture ospedaliere in convenzione che erogano attività di assistenza psichiatrica sono pari a 18 con un totale di posti letto per degenza ordinaria pari a 797 e a 15 posti per day hospital. Per il totale Italia, l’offerta per i posti letto in degenza ordinaria è di 9,7 ogni 100.000 abitanti maggiorenni.

La contenzione meccanica: percorsi e strumenti per il suo superamento

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 21/07/2020 - 16:18

Legacoopsociali e la campagna nazionale per l’abolizione della contenzione …E tu slegalo subito, con il supporto della Conferenza Nazionale per la Salute Mentale, promuovono il webinar La contenzione meccanica: percorsi e strumenti per il suo superamento, che si terrà martedì 28 luglio, dalle ore 10 alle ore 12.30 via Zoom.

Sono previsti gli interventi di:

Gian Luigi Bettoli, portavoce gruppo di lavoro Salute Mentale di Legacoopsociale, L’impegno di Legacoopcosiale contro la contenzione nei servizi socio sanitari;

Giovanna Del Giudice, portavoce della campagna …E tu slegalo subito, Dalle linee guida sulla contenzione a linee di indirizzo per l’abolizione della contenzione;

Grazia Zuffa, componente del Comitato Nazionale di Bioetica, Il parere del CNB sulla contenzione meccanica;

Roberto Zanfini, direttore SPDC di Ravenna, Percorsi e strumenti per il superamento della contenzione in un SPDC;

Stefano Roccato, direttore ff. dell’UOC Psichiatria 3 AULSS 9 Scaligera, S. Bonificio: un SPDC che non lega;

Pietro Salemme, psicoterapeuta della Cooperativa Sociale Aelle Il Punto di Roma, La decontenzione come elaborazione della storia di crisi presso l’equipe ospedaliera e territoriale;

Luca Fontana, portavoce gruppo di lavoro Salute Mentale di Federsolidarietà-Confcoperative, L’impegno di Federsolidarietà contro la contenzione nei servizi socio sanitari;

Gisella Trincas, presidente UNASAM, La conferenza Nazionale per la Salute Mentale contro la violazione dei diritti umani.

Per partecipare è necessario segnalare la propria presenza alla segreteria dell’evento al seguente indirizzo: bettolig@fvg.legacoop.it

Franco Basaglia. La nuova edizione della biografia a cura di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/07/2020 - 01:04

Di Paolo F. Peloso

[articolo uscito su psychiatryonline.it]

È senz’altro una buona scelta quella dell’editore Alphabeta Verlag di ripubblicare vent’anni dopo, nell’avvicinarsi del 40esimo anniversario della morte, nella Collana 180 il volume Franco Basaglia di Mario Colucci e Pierangelo di Vittorio, originariamente edito da Bruno Mondadori nel 2001 e tradotto negli anni in francese e spagnolo. Si tratta senz’altro della più importante biografia dello psichiatra veneziano, preziosa nella ricostruzione del suo pensiero e del suo rapporto con la filosofia e con le esperienze psichiatriche coeve, e tale da rendere difficile a chi ritorna sul tema scrivere (e ne sto facendo personalmente esperienza) qualcosa che non sia ripetizione.

Il testo si apre con una preziosa sintesi biografica e coglie nell’impulso all’effrazione e alla visionarietà due tratti fondamentali già nel pensiero del primo Basaglia, quello del periodo padovano nel quale ha luogo la formazione filosofica che è al centro delle pagine, forse più belle.

La fenomenologia gli dà la consapevolezza della natura debole della psichiatria, dell’essere la follia un oggetto imprendibile e uno scritto del 1953, Il mondo dell’”incomprensibile” schizofrenico…, è già una dichiarazione di fede fenomenologica. In Jaspers e nel comprendere psicopatologico – nel fatto che occorre mettere in gioco almeno un pezzo della propria esistenza per avvicinare quella dell’altro – Basaglia trovava infatti una via di fuga dalla trappola della causalità. Ma Jaspers non gli basta, scrivono gli Autori, perché rifiuta quella che gli appare una resa all’incomprensibilità della psicosi, e questo lo porta perciò verso Husserl, e ancora più Binswanger, con la scoperta che: «colui che delira non abita nella sfera irraggiungibile del non senso, piuttosto esprime con il suo linguaggio e la sua condotta incomprensibili l’unica modalità esistenziale che conosce per aprirsi al mondo» (p. 45).

Negli scritti di quegli anni Basaglia mostra quindi già, per gli autori, tutta la sua insofferenza verso una psichiatria che non si interessa della maniera peculiare di “essere nel mondo”, di aprirsi al mondo, del soggetto, quale che sia il suo rapporto con la normalità condivisa.

In uno scritto del 1954, Su alcuni aspetti della moderna psicoterapia: analisi fenomenologica dell’incontro, il riferimento è quindi la fenomenologia dell’incontro di Binswanger (cioè «quel particolare rapporto intuitivo e preriflessivo “nel quale si fonde l’unità del medico e del malato formandone una unica che precede le due singole entità”»[1]), ma anche l’intuizione attraverso la quale Minkowski apre una strada più immediata verso la comprensione eidetica dei caratteri essenziali dei fenomeni di coscienza.

È importante che, perché l’incontro tra medico e malato sia efficace, avvenga prescindendo il più possibile da ogni forma di paternalismo e autoritarismo e si avvicini a essere l’incontro tra due individui liberi. E la scena, notano gli autori, a questo punto non è più duale, ma tira in ballo una dimensione interumana della quale medico e malato sono, ciascuno con la sua peculiare modalità, l’uno e l’altro partecipi ma che non può essere ridotta né all’uno né all’altro.

È particolarmente interessante, ma anche complesso, il modo in cui già in questi primi scritti – ad esempio in In tema di pensiero dereistico del 1955 – Basaglia imposta il tema del rapporto tra follia e realtà. Appoggiandosi, come gli Autori sottolineano, a Binswanger di Sogno e realtà, a certa psicoanalisi, a Minkowski, Basaglia coglie una difficoltà nel collocare il delirio, o l’oggetto “irreale” dell’allucinazione (o del sogno), “fuori” dalla realtà.

Perché essi gli paiono invece parte della realtà, della realtà dell’uomo, che è fatta di ciò che è razionale e ciò che è irrazionale. Una parte certo improduttiva (o forse diversamente produttiva ma improduttiva dal punto di vista della razionalità), a volte distruttiva (ma non è anche la razionalità a essere, a volte, distruttiva?) della realtà, ma comunque una parte interna a essa, la cui estromissione prelude, per Basaglia, all’estromissione dalla comunità umana di colui per il quale l’essere nella follia diventa egemone rispetto all’essere nella razionalità, e sfugge al suo controllo. Ed è questa – già in Binswanger prima che in Basaglia credo – di riportare la follia nella realtà, di dare alla follia la dignità (lo statuto) di essere parte della realtà senza con ciò cedere al suo fascino e al rischio di derive irrazionalistiche, una delle contraddizioni che il pensiero di Baaglia lascia aperte, e non è certo un caso che gli autori citino come esempio, negli stessi anni, di un rifiuto più radicale della psicopatologia rispetto a quello di Basaglia, l’Io diviso di Laing (1959). Una sfida molto più profonda e difficile da raccogliere rispetto a quella di riportare il folle nella città, ammanettandolo però alla condizione della “coscienza di malattia” e al giudizio oggettivante della psicopatologia naturalistica. Una sfida tanto profonda, insomma, da riguardare le radici dell’esistenza umana per come ad essa siamo abituati, che nello stesso momento in cui la esplicito, mi spaventa e mi fa dubitare della possibilità di essere, in senso pieno, concretamente raccolta.

Una contraddizione destinata, anche nella visione degli autori, a rimanere poi aperta nel pensiero del Basaglia maturo, e anzi a riaffiorare in modo più esplicito nel momento in cui, con l’approvazione della Legge 180, il problema “pratico” della distruzione del manicomio è stato risolto. Una questione di ulteriore effrazione e oltrepassamento che non riguarda il destino del folle, il cui ritorno alla comunità è agevolato in quel momento storico dall’affermarsi di una nuova cultura del rispetto e della tolleranza e dalla scoperta dei nuovi psicofarmaci, ma della follia.

Un’apertura ulteriore che, forse, ha più a che fare con l’utopia che con la realtà per come è data e che è necessario “mettere tra parentesi”, direi, nel momento in cui ci poniamo a fare psichiatria nella città, ma la cui esistenza sullo sfondo del nostro operare non deve essere dimenticata. Un’apertura della quale forse è lecito, anzi necessario, essere consapevoli sul piano filosofico, ma che è forse necessario invece rimuovere sul piano storico, sul quale è indispensabile operare in base alla temporanea finzione che la ragione abbia sempre ragione e il delirio sempre torto.

Gli autori colgono poi negli scritti di quegli anni di due intellettuali francesi, Maurice Merleau Ponty e Jean-Paul Sartre, la possibilità per Basaglia di fare proprio il concetto di “corpo vissuto” che sarà poi al centro di due degli scritti più interessanti della metà degli anni ’60, Corpo, sguardo e silenzio del 1965 e Corpo e istituzione del 1967, del quale ci siamo già occupati in questa rubrica.

È nell’inferno del manicomio, sottolineano infatti, che Basaglia riscopre la filosofia: «autenticità e inautenticità, scelta e malafede, impegno e rinuncia: questi i temi che gli sono cari e che rendono per lui entusiasmante la lettura dell’opera sartriana» (p. 73). La filosofia diventa così all’interno del manicomio il discorso sull’uomo, che lo psichiatra applica non solo all’uomo nevrotico o psicotico che ha di fronte, ma in primo luogo a se stesso, al significato della sua presenza nel mondo e del suo lavoro. E gli autori citano da un altro scritto basagliano di quegli anni, Ansia e malafede[2]: «è dunque legittimo che lo psichiatra si domandi come si situi l’uomo nel mondo, quali siano i suoi rapporti con se stesso, per conoscere quali siano i rapporti con l’altro e vedere se, da una condizione ordinaria di inautenticità e di angoscia, sia possibile realizzare per l’uomo la propria responsabilità, il proprio valore. Se sia cioè possibile all’uomo attuare la propria autenticità in una scelta» (p. 74).

Per offrire un’opportunità all’uomo – nevrotico o psicotico – di essere autentico, di ritrovare una fondazione nel proprio Dasein rinunciando all’ineluttabilità del sintomo nevrotico o all’assoluto e alla pretesa onniscienza del delirio, lo psichiatra e lo psicologo non possono limitarsi alla “finzione” terapeutica, ma devono compiere questo percorso verso l’autenticità in primo luogo in se stessi: a Basaglia così, ancora per gli autori, «non interessa una “psichiatria filosofica”, né una “filosofia per psichiatria”; piuttosto è affascinato da un pensiero impegnato nelle cose del mondo, che possa aiutare l’uomo a sostenere la sua fatica di esistere» (p. 76). Si arriva così a cogliere il compito del “nuovo” psichiatra nel «rappresentare per il malato la presenza della realtà con tutte le sue contraddizioni e [...] far sentire i limiti oltre i quali il malato dovrà affrontarle senza fuggirle o lasciarsene sopraffare»[3] (p. 84).

Si arriva così all’epoché – termine che Husserl, come ricordano gli autori, «riprende dagli stoici e dagli scettici, presso i quali designava la sospensione del giudizio» – si rende necessaria a questo punto per consentire che l’incontro di cura sia abbastanza autentico per essere efficace. Essa significa infatti, cito ancora dal testo: «interruzione, sospensione, messa tra parentesi, neutralizzazione dei pregiudizi che, sbarrando la strada al ritorno del soggetto “alle cose stesse” (an die Sachen selbst), rendono impossibile un’autentica esperienza dell’uomo nel mondo» (pp. 93-94).

In Basaglia, gli autori colgono nel termine epoché due diversi significati – e questo mi pare davvero di grande interesse – a seconda che si consideri il periodo di Padova, o quello di Gorizia.

Nel primo caso, essa consiste in una volontà di scardinare la chiusura specialistica della psichiatria per abbracciare una visione globale dei problemi umani dove si apra lo spazio per «la ricerca di un fondamento filosofico per la psichiatria, la quale, come le altre scienze regionali, ha smarrito il suo “senso”». E gli autori citano qui Pirella, il quale «in una conversazione con Basaglia della fine degli anni settanta, [ricorda che] la volontà degli psichiatri di Gorizia fu inizialmente quella di “portare alle ultime conseguenze la comprensione della follia”, assumendo “il ruolo privilegiato del decifratore del senso”» (p. 94). E secondo il quale, in quegli anni Basaglia, lui stesso, Sergio Piro e altri lavoravano all’organizzazione, all’interno della Società Italiana di Psichiatria, di un gruppo di studio su temi di psicopatologia, che veniva ostacolato dai rispettivi titolari di cattedra.

Si trattava dunque, sintetizzerei in prospettiva storica, di riportare la psichiatria alla sua radice originale, col reinnastarvi quella filosofia che nella seconda parte del XIX secolo era stata cacciata. Proseguono così gli autori osservando che: «grazie alla fenomenologia, Basaglia scopre, insomma, che […] bisogna spogliarsi di tutte le certezze scientifiche per cercare di cogliere, insieme al malato, il momento originale in cui si costituisce la sua esperienza». E ancora, in seguito: «le ripetute “effrazioni” che caratterizzano il discorso di Basaglia non sono altro che una riaffermazione, ogni volta più intensa e complessa, dell’epoché» (p. 94).

A Gorizia invece, nel manicomio, epoché non sarà più soltanto questa opzione di fondo volta a cogliere l’uomo autentico al fondo dell’uomo malato per come la scienza lo coglie e lo presuppone o del suo medico, ma diverrà piuttosto l’opzione tattica indispensabile per concentrarsi, con la (temporanea) messa tra parentesi del problema della malattia, sull’affrontare, in un primo momento, le incrostazioni istituzionali che lo complicano e lo nascondono.

Avviene così, seguendo ancora il ragionamento degli autori, che con quello che mi pare un salto dal piano dalla riflessione proprio della filosofia a quello della pratica, che è proprio della storia: «l’oltrepassamento della fenomenologia di Basaglia assomiglia a quello del “filosofo” Michel Foucault, il quale ha strettamente collegato la sua critica delle “verità” moderne (la malattia mentale, la delinquenza, la sessualità) con le lotte locali della gente, con l’insurrezione dei saperi specifici contro la tirannia del discorso scientifico che» – anche con gli apparati di potere che esso ha prodotto, direi – «li ha sepolti e ridotti al silenzio» (p. 104).

Il ritorno alla prima epoché, quella padovana, negli ultimi anni fa sì che, per Basaglia, la chiusura del manicomio con la legge 180 non possa essere punto di arrivo della lotta anti-istituzionale, ma si invece un nuovo punto di partenza per la possibilità non solo di una “nuova” psichiatria, ma anche di una nuova società nella quale anche la follia abbia un posto. Basaglia è consapevole che ora: «si dice che i manicomi non devono esistere però si devono creare delle situazioni alternative che garantiscano tranquillità e sicurezza”; si vuole “l’assicurazione che non venga meno il controllo”» (p. 107). E questo è certo comprensibile sul piano della storia, dove possiamo sorprendere ripetutamente Basaglia stesso e il suo gruppo intenti nel controllo della follia o disperati quando falliscono in questo tentativo. Ma costituisce rispetto all’ipotesi filosofica che la follia possa avere a pieno titolo cittadinanza nella realtà, evidentemente un problema.

La legge 180 dunque, lungi dal risolverle, ha spostato su un piano più avanzato le contraddizioni che stanno alla base della nascita stessa della psichiatria, del suo, credo inevitabile, essere un Arlecchino al servizio di due padroni: il soggetto con le sue necessità di liberazione dalla sofferenza e di realizzazione umana, e la società con la sua necessità di controllo della follia.

Siamo dopo il 1978 e così, proseguono gli autori: «gli psichiatri alternativi non possono più identificarsi con la psichiatria tradizionale, ma non possono nemmeno identificarsi con la lotta contro il manicomio, perché c’è una legge che ne ha ormai decretato la fine» (p. 107). L’esigenza tattica (ma anche l’alibi), della seconda epoché insomma è venuta meno e la vittoria sul manicomio consegna di nuovo lo psichiatra ad «avere a che fare con una sofferenza che deve affrontare», e dinanzi alla quale si trova ora disarmato, «senza strumenti, senza difese, senza fede e senza identità»[4] (p. 108).

È una situazione difficile, ma si tratta per gli Autori di una sospensione che Basaglia «da buon fenomenologo, non ha mai cessato di volere e di praticare» (p. 108): è l’opportunità di un modo diverso di fare “psichiatria”, a partire dal fatto che «è in questo vuoto ideologico e istituzionale che saremo costretti ad avvicinare il disturbo psichico al di fuori dei parametri e degli strumenti che ci hanno finora impedito di avvicinarlo»[5].

Sulle macerie del manicomio, Basaglia ritrova insomma quella che è stata la prima epoché, quella originale, e scrivono gli autori: «dinanzi all’inesorabile tendenza verso il rimpatrio in un nuovo sapere, in un nuovo assetto istituzionale e in una nuova identità, Basaglia rilancia il piacere dell’esilio, l’invito a raccogliere il piacere di un’effrazione che non può essere supportata o recuperata da nessun tipo di fede. Non soltanto non richiude la parentesi, lasciando aperta la domanda sulla follia, ma non dimentica nemmeno che l’esercizio dell’epoché, la messa tra parentesi della malattia mentale, se vuole davvero essere una promessa di senso e di verità, non deve sostenersi su niente, e non deve alimentarsi di niente, se non delle domande che vi si dischiudono (…). In questo estremo rifiuto della teoria riemerge, dunque, prepotentemente l’estremismo teorico di Basaglia» (p. 109).

Strada impervia, questa, per noi psichiatri a venire, lungo la quale è davvero un peccato che la morte abbia impedito a Basaglia di accompagnarci almeno per un tratto, con la sua intelligenza, la sua radicale onestà e il suo coraggio. Perché è davvero difficile, per chi pratica la psichiatria – ma anche per chi abita la società – fronteggiare a mani nude la follia! Senza lasciarsene sedurre, o senza cercare subito modelli, modi e luoghi nei quali imbrigliarla.

E così in molti, anche tra coloro che si erano impegnati nella lotta al manicomio, avrebbero negli anni cercato, in un modo o nell’altro, protezione nel grembo seducente di vecchie e nuove istituzioni rassicuranti, le tecniche psicoanalitiche o quelle sistemiche prima e poi, sempre più prepotente, la vecchia psichiatria naturalistica e organicistica magari mascherata di novità sotto le spoglie di nuovi tecnicismi. È stato il momento nel quale – come gli autori citano dal Jervis del Manuale critico di psichiatria (1975, p. 13) – pareva ineludibile l’alternativa tra uno «spontaneismo anti-tecnico, anti-psichiatrico e antiintellettuale» e il «tecnicismo terapeutico, efficientista, psicologizzante e anti-politico» nel quale oggi ci troviamo a operare (p. 240).

Al di là di queste considerazioni che mi hanno maggiormente colpito, segnalo che non mancano nel testo preziosi approfondimenti del pensiero dei contemporanei che sono più utili per la comprensione del pensiero di Basaglia, come Michel Foucault, la cui Storia della follia nell’età classica viene pubblicata in Francia nel 1961; Erwin Goffman, del qual sempre nel 1961 viene pubblicato Asylums; e Frantz Fanon, del quale ancora nel 1961 viene pubblicato il volume I dannati della terra. Quel 1961 che ha segnato anche l’ingresso di Basaglia a Gorizia.

E dei modelli innovativi di assistenza psichiatrica che Basaglia ha presenti in quel momento e approfondisce con i viaggi e con lo studio: la comunità terapeutica e le politiche sanitarie universalistiche della Gran Bretagna; la psicoterapia istituzionale e la psichiatria di settore sviluppatesi nella Francia del dopoguerra; l’implementazione delle politiche di igiene mentale negli Stati Uniti dell’era Kennedy.

Sono pagine altrettanto ricche e importanti, che contribuiscono, assieme all’identificazione delle questioni di fondo che attraversano il pensiero di Basaglia nel mezzo secolo che trascorre dal periodo padovano a quello romano e alla ricostruzione della vicenda di Gorizia, Parma, Trieste nel contesto di altre del periodo, e dei primi congressi di Psichiatria Democratica, a delineare la ricchezza e l’attualità di questo intellettuale fondamentale per la riflessione della psichiatria su se stessa, ma anche della società moderna sul suo rapporto con la follia.

Una nuova edizione, dunque, ben meritata quella di questo volume – del quale non abbiamo potuto qui riprendere che le questioni che ci sono parse centrali, sacrificando senz’altro molto per cui non possiamo che rimandare alla lettura – che affronta questioni ancora assolutamente aperte.

E che si ripresenta oggi aggiornato e arricchito da una breve ma intensa prefazione di Eugenio Borgna, della quale riprendiamo qui solo un passaggio con il quale questo protagonista indubbio della psichiatria italiana a orientamento fenomenologico, risponde a un’osservazione del libro postumo pubblicato da Slavich sul suo lavoro a Gorizia e affronta con chiarezza e onestà il rapporto tra l’insieme di questa corrente teorica e Basaglia, che ad essa è certamente appartenuto ma che, insieme, l’ha trascesa. E ne coglie, con una certa sofferenza ci pare, il punto essenziale nel fatto che alla riflessione – indubbiamente ricca sul piano teorico e umano – dei suoi maestri (e il pensiero va, per tutti, a figure come G.E. Morselli e Cargnello) siano mancate quelle doti di «coraggio e capacità organizzativa, fermezza e passione del possibile», che hanno permesso invece a Basaglia di coniugare la dimensione umana della riflessione sull’uomo e sulla follia con il lavoro pratico e politico volto alla liberazione del folle (e della stessa psichiatria) dall’ospedale psichiatrico.

[1] Cit. a p. 50 da F. Basaglia, Su alcuni aspetti della moderna psicoterapia… ora in Scritti, Torino, Einaudi, 1981, vol. I, p. 73. Il tema ritornerà in scritti successivi, e sarà centrale in Corpo e istituzione.

[2] F. Basaglia, Ansia e malafede, in: Scritti…, cit., vol. I, pp. 227-240 (p. 229).

[3] Cit. dagli autori da F. Basaglia, Crisi istituzionale o crisi psichiatrica? (1967), in: Scritti…, cit., vol. I, pp. 442-454 (p. 453).

[4] Citazioni da F. Basaglia, Prefazione, in: E. Venturini, Il giardino dei gelsi, Torino, Einaudi, 1978, p. XI.

[5] Ibid., p. XI.

Sul mettere a tacere

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/07/2020 - 00:26

[Illustration by Lucy Jones]

Di Silva Bon

Voglio denunciare la burocrazia, che con le sue regole, spesso interpretate in modo restrittivo, frena, e a volte impedisce, il lavoro di chi s’impegna con buona volontà a fianco delle persone con esperienza di sofferenza mentale. Questo ostacolo è macroscopico nella gestione delle Associazioni del Terzo Settore, che operano con Convenzioni stipulate con i Dipartimenti di salute mentale. A volte sembra che l’impatto burocratico sommerga le possibilità di resistenza di chi sta vicino alle persone, in modo altamente collaborativo e creativo.

Sembra addirittura, viene il sospetto, che il Moloch della burocrazia sia stato creato non ingenuamente, per fiaccare l’operatività, demotivarla, metterla in sordina. Dunque, snellire le pratiche e i loro cavilli è una domanda forte, che viene dalla base.

Ascoltare e prendere in seria considerazione tutte le richieste di aiuto, implica non metterle a tacere. Silenziare le voci, impedire la parola, hanno conseguenze devastanti, così per i gruppi sociali come per le singole persone.

Anche a me è capitato, come a molte altre donne, soprattutto in giovane età, di sentirmi dire di stare zitta.

Sono stata messa a tacere troppe volte, e alla fine non ho più parlato. Parlavo solo sul posto di lavoro, a scuola, ma non con i colleghi, bensì solo in classe, dove tenevo lezione per quattro, cinque ore filate, ai miei studenti.

Relazioni sbilanciate, tutte. Così in casa, dove comandava allora mio marito in modo categorico e a volte minaccioso. Così a scuola, perché i colleghi mi intimidivano; e con gli studenti, i rapporti erano formali, anche se tenevo sempre un comportamento di massimo rispetto nei loro confronti.

Mai relazioni orizzontali, mai relazioni alla pari. Avevo paura di tutto e di tutti. Arrossivo e soffrivo in silenzio. Mi maceravo nelle mie difficoltà, sola, isolata, umiliata, derisa, del tutto trasparente. Nessuno, vicino a me, ha alzato una mano per aiutarmi; eppure vivevo in famiglia, senza amicizie e con poche conoscenze.

È arrivato un momento in cui veramente facevo fatica a concentrarmi, leggere mi era difficile, la memoria era debole. Stavo veramente molto male.

L’esperienza al Centro di salute mentale di Barcola di Trieste è stata per me fondamentale. Lentamente, molto lentamente, ho iniziato un percorso di ricostruzione come persona, come donna. Attraverso tante cadute, tanti traumi, tante sofferenze, sono riuscita, un po’ alla volta, a liberarmi, a darmi coraggio, a sentirmi un po’ più sicura, a evitare continui imbarazzi e difficoltà.

Mettere a tacere è un’operazione subdola, che può provocare danni irreversibili.

Dare la parola è un atto creativo, di messa al mondo della persona.

De Luca e la residenza psichiatrica. In campagna elettorale la salute mentale torna in manicomio

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 04/07/2020 - 23:28

[disegno di Martina Di Gennaro]

Di Antonio Esposito

[articolo uscito su napolimonitor.it]

«Articolata su tre piani per complessivi duemila metri quadri, è pensata per garantire una riabilitazione, sia di tipo intensivo sia estensivo, a pazienti psichiatrici che, per alcuni mesi, hanno necessità di isolarsi dal contesto di vita abituale». La Asl Na2 Nord presenta così la Residenza di riabilitazione psichiatrica per quaranta persone inaugurata il 23 giugno ad Arzano (provincia di Napoli), in pompa magna, dal presidente della Regione Vincenzo De Luca e dal direttore generale dell’Asl Antonio D’Amore.

Il punto di forza di questa esperienza, secondo l’Asl, sarebbe un laboratorio sartoriale realizzato in collaborazione con un’azienda del ramo, per giungere alla produzione di una linea di cravatte, prodotte dai pazienti, ma con il marchio dell’azienda stessa (senza alcuna indicazione di possibilità di assunzione, retribuzione o altro). Se il direttore dell’Asl, ricorrendo alla retorica adolescenziale-maschilista, misura la qualità sulle dimensioni – «questa è una delle Residenze di riabilitazione psichiatrica pubbliche più grandi in Italia e di questo siamo estremamente orgogliosi» – l’enfasi del presidente della Regione, in piena campagna elettorale, rincorre i vacui concetti di eccezionalità ed eccellenza della sanità campana, ormai stanca consuetudine di questi mesi. Così la Residenza diventa «una cosa di cui saremo orgogliosi in tutta la Campania, perché non c’è in Campania una struttura come questa, un lavoro eccezionale». Ancora: «Avevamo il dovere di affrontare in maniera seria il problema della sofferenza psichica, e con questa struttura noi diamo una risposta di eccellenza», e così via, ripetendo che «sarà difficile trovare in altre regioni d’Italia una struttura come questa. Noi ci impegniamo a moltiplicare in almeno altri due casi queste strutture di accoglienza. Ne abbiamo in altre parti della regione ma sono piccole strutture, qui abbiamo la possibilità di ospitare quaranta pazienti, venti in terapia intensiva, venti in sub-intensiva (dice proprio così, forse confondendo un po’ tematiche e interventi sanitari, ndr)».

Non manca il passaggio, un po’ ardito, sulla creazione di occupazione che deriverebbe da questi duemila metri quadri, senza specificare quali concorsi, quali contratti, quali condizioni lavorative. Naturalmente, a fronte di graduatorie bloccate e fame di lavoro, ogni occasione può diventare promessa/speranza di assunzione. «Qui – continua De Luca – lavoreranno decine di medici, di psicologi, di infermieri, di Oss, quindi è anche lavoro che abbiamo creato». Infine, il reinserimento socio-lavorativo delle persone con sofferenza psichica e l’apertura al territorio, cardini dell’assistenza psichiatrica post-manicomiale, sarebbero testimoniati, secondo De Luca, da qualche lavoretto di ceramica, tessile e pittorico, e dai quadri realizzati dai pazienti, o meglio dai ragazzi e dalle ragazze, ché l’infantilizzazione resta sempre presupposto del discorso: «Questo livello di assistenza che proponiamo è davvero di altissima qualità. Dal punto di vista medico, dal punto di vista psicologico, dal punto di vista scientifico, dal punto di vista dell’inserimento sociale… Abbiamo visitato tutti quanti i laboratori, abbiamo visto le produzioni delle ragazze e dei ragazzi: le produzioni di ceramica, le mascherine, le produzioni tessili che si legano bene a questa zona industriale che ha tante eccellenze nel campo della sartoria e del tessile… Non abbiamo un luogo di segregazione, abbiamo una struttura aperta per le famiglie, ma anche di collegamento con le attività sociali: avete visto i quadri nei corridoi dipinti dagli stessi pazienti di questa struttura. È una cosa bellissima, veramente questa è una di quelle realizzazioni di cui essere assolutamente orgogliosi».

Sono tante le questioni che emergono. Ancora una volta, i fondi pubblici, anziché essere destinati a potenziare una sanità territoriale di comunità, sono spesi per vecchi e spesso fallimentari modelli post-manicomiali di residenze riabilitative. La qualità degli interventi non è misurata sulle reali attività messe in campo, sui modelli teorici e operazionali seguiti, ma sul numero dei posti disponibili (che qui giunge addirittura a quaranta) e sui metri quadri della struttura. Il reinserimento socio-lavorativo si traduce nell’alienazione ergo-terapica dei laboratori di ceramica e pittura e in qualche lavoro sartoriale che non è finalizzato ad alcun processo d’impresa che coinvolga i soggetti fragili. Le persone con sofferenza psichica sono reificate e categorizzate come un’unica, indistinguibile, monade sofferente, mentre la sola soluzione prospettata alle loro famiglie resta quella di un deposito nel quale scaricare per un po’ di tempo il problema. Soprattutto, nelle parole usate e nelle immagini che accompagnano la propaganda da inaugurazione, torna il manicomio. È vero, chi ha conosciuto il manicomio, lo ha spesso descritto a partire da quel «tanfo di piscio e di merda» che impregnava pavimenti lerci e muri scrostati, celle spoglie, spesso sporche di escrementi; elementi che, con altri, mostravano drammaticamente le forme di abbandono e segregazione cui erano costretti uomini, donne e bambini. Nulla di tutto questo è nella struttura di Arzano, così nuova, pulita, splendente. Eppure, è proprio il manicomio a porre le fondamenta di una residenza psichiatrica nata con l’obiettivo di «isolare il paziente dal contesto di vita abituale», di sottrarlo cioè alla sua vita e relegarlo in uno spazio altro. Perché il manicomio, non è solo nelle grandi strutture ottocentesche, non è solo il loro tanfo, non è solo la loro violenza istituzionale. Il manicomio è, innanzitutto, un paradigma di internamento ed esclusione, isolamento e infantilizzazione, mancato riconoscimento dei diritti e mutilazione della dignità, sopravvissuto alla chiusura degli ospedali psichiatrici. E come in tante Rsa per anziani, si ripropone, metamorfizzato ma con le stesse logiche e prassi, anche in luoghi abbelliti, puliti e profumati per le inaugurazioni, ma sempre abissalmente lontani dalla responsabilità della cura.

La Campania è ai livelli più bassi in Italia per investimenti in salute mentale, superando a stento la quota del 2% della spesa sanitaria, a fronte di una media nazionale del 3,5% e di un fabbisogno reale del 5%. Il periodo pandemico ha dimostrato il fallimento dei modelli di internamento residenziale (per anziani e persone con disabilità fisica e psichica) e la necessità di investimenti sulla sanità territoriale, di comunità, anche e innanzitutto per la salute mentale. Ci sono strumenti socio-sanitari, come i budget di salute, che potrebbero essere molto utili in questa direzione, puntando a rafforzare l’autonomia e valorizzare i diritti di cittadinanza (all’abitare, al lavoro, alla socialità) delle persone più fragili. Si potrebbe puntare su questo, si potrebbe assumere la sfida culturale e politica di una nuova stagione di de-istituzionalizzazione, si potrebbe pensare e agire per la tutela dei diritti e la risposta ai bisogni delle persone. E invece viene inaugurata come eccellenza l’ennesima residenza di esclusione e isolamento. E ancora, se si iniziano a scorgere i nomi nelle liste dei candidati, si trovano parenti e affini degli imprenditori privati delle grandi residenze di internamento. Perché siamo in campagna elettorale, e la salute mentale torna mestamente in manicomio.

Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/06/2020 - 23:42

[Picture by Lacie Slezak]

Il Comitato di esperti in materia economica e sociale (istituito con DPCM del 10 aprile 2020) ha presentato delle iniziative per accelerare lo sviluppo del Paese e per migliorare la sua sostenibilità economica, sociale e ambientale, in linea con l’Agenda 2030 e gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e con gli obiettivi strategici definiti dall’Unione europea.

Per quanto riguarda il welfare inclusivo e territoriale di prossimità, le proposte del Comitato riguardano la realizzazione dei Presidi Multiservizi presso i Comuni più grandi, con particolare attenzione per azioni volte ad accrescere la coesione sociale nelle periferie urbane, e la diffusione del supporto psicologico alle famiglie e agli individui che sperimentano forte disagio psicosociale a causa dall’epidemia e delle sue conseguenze. Il Comitato raccomanda inoltre di fare leva, a complemento dei servizi pubblici, sul contributo del volontariato e delle organizzazioni di cittadinanza attiva, da rafforzare e incentivare.

Per quanto riguarda gli interventi a sostegno delle persone fragili e rese vulnerabili dalle crisi, occorre adottare un approccio basato sulla domiciliarità dell’assistenza, per mantenere i legami territoriali e proteggere maggiormente le comunità. Il Comitato raccomanda il rafforzamento dei servizi territoriali per la salute mentale, la costruzione di un’alternativa al ricovero in RSA e RSD tramite progetti terapeutico-riabilitativi individualizzati e di vita indipendente per persone con disabilità, minori, anziani, persone con disagio psichico, e la sistematizzazione delle politiche del lavoro per le persone con disabilità.

Potenziare il welfare inclusivo e territoriale di prossimità, per promuovere resilienza individuale e coesione sociale

Presidi di welfare di prossimità. Creare presidi di welfare di prossimità (luoghi fisici e virtuali di incontro, orientamento alla fruizione di servizi esistenti, definizione di interventi aggiuntivi, etc.) nelle aree metropolitane e nelle città con più di 50.000 abitanti, rivolti a individui, famiglie e anziani per fronteggiare e curare le fragilità emerse con la crisi o preesistenti ad essa e promuovere il benessere individuale e collettivo.

Supporto psicologico alle famiglie. Fornire supporto psicologico, attraverso “pacchetti” di colloqui, a famiglie e individui direttamente impattati dal Covid-19, allo scopo di prevenire e ridurre sindromi depressive ed i connessi costi sociali e sanitari.

Organizzazioni di cittadinanza attiva. Rafforzare il ruolo delle organizzazioni di cittadinanza attiva per promuovere la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni materiali o immateriali, il sostegno a persone in condizioni di difficoltà o di emarginazione.

Sostenere e includere le persone fragili e rese vulnerabili

Progetti terapeutico-riabilitativi individualizzati. Potenziare i progetti terapeutico-riabilitativi individualizzati e di vita indipendente sostenuti da Budget di Salute, quale risposta ai bisogni di cura e di emancipazione delle persone fragili e rese vulnerabili (anziani, minori, persone con disabilità) attraverso investimenti produttivi di salute e di sviluppo locale.

Servizi Territoriali sociosanitari. Recuperare la funzione dei Servizi Territoriali per la Salute Mentale e le Dipendenze Patologiche, di sostegno alla resilienza della popolazione e di inclusione sociale di persone con disagio psichico e dipendenze patologiche, attraverso investimenti mirati sul piano delle risorse umane e della formazione.

Politiche del lavoro per le persone con disabilità. Sistematizzare politiche del lavoro per le persone con disabilità, attraverso la proposta di misure ad hoc e di azioni di inclusione: istituzione di un albo nazionale tutor per il sostegno al lavoro delle persone con disabilità, sistematizzazione degli istituti legislativi già esistenti, istituzione di un report periodico unico sui lavoratori con e senza disabilità, etc.

Farmaci e psicoterapia. Infelici, tristi o depressi.

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/06/2020 - 23:27

Di Marco Bobbio

Nella corsa sfrenata ad abbassare i limiti diagnostici per aumentare il numero di persone alle quali viene diagnosticata una malattia e sono quindi da curare con medicine, non poteva sottrarsi la psichiatria, soprattutto da quando sono stati prodotti farmaci ad azione psicoattiva. L’operazione è stata facilitata dal fatto che le diagnosi non dipendono dalla misurazione di una sostanza nel sangue, ma da una valutazione soggettiva da parte dello psichiatra. Come si distingue infatti la tristezza, quale emozione comune nella vita di ognuno di noi, dalla depressione a rischio suicidario? Come in altri campi, si è verificata la coniugazione di interessi tra il mondo della psichiatria clinica e quello delle industrie farmaceutiche: tutti allettati ad aumentare il bacino di clienti. È diventato un gioco da ragazzini trasformare normali emozioni e sentimenti in disordini mentali, termine più ambiguo, ma non meno connotato, di malattia mentale. Gli stessi che hanno allargato il mercato denunciano allarmati che siamo in presenza di una vera e propria epidemia: 1/3 dei cittadini europei soffrono di disturbi mentali! Il paradosso, commenta Tullio Giraldi, neurofarmacologo di Trieste e stretto collaboratore di Slow Medicine, è che l’aumento dei trattamenti antidepressivi avrebbe dovuto provocare una riduzione delle diagnosi di disturbi mentali, risolti dai trattamenti.

Per introdurre il lettore alla controversia sull’efficacia dei trattamenti antidepressivi, Giraldi ripercorre nel suo libro Farmaci e psicoterapia. Infelici, tristi o depressi (Il Mulino, 2016) la storia dapprima delle diagnosi e delle classificazioni dei disturbi mentali fino alla formulazione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), pubblicato per la prima volta nel 1952 e giunto alla quinta edizione del 2013; questo manuale è stato il principale strumento per trasformare i sintomi in malattie e per indurre il bisogno di cure psichiatriche, creando un esercito di pseudopazienti e trascurando colpevolmente coloro che sono veramente malati; dalla prima all’ultima edizione infatti il numero di diagnosi si è più che triplicato. In secondo luogo l’autore ripercorre lo sviluppo della psicofarmacologia da Ippocrate alla rivoluzionaria cloropromazina per il trattamento della schizofrenia, alle benzodiazepine, agli antipsicotici, agli antidepressivi, che per la loro tollerabilità vengono prescritti con troppa facilità. Ahimè, la controversia sull’efficacia dei trattamenti antidepressivi è talmente aspra che non consente neanche a Giraldi di sostenere una delle due tesi. Dalla metanalisi di Kirsch del 1998, secondo cui l’azione terapeutica era dovuta per il 75% all’effetto placebo e solo per il 25% all’azione dei farmaci antidepressivi, criticata dallo stesso direttore della rivista sui era stata pubblicata, si sono succedute ricerche, revisioni sistematiche e metanalisi che hanno creato un polverone da cui è ancora più difficile vedere uno spiraglio di luce. Il punto cruciale, ben spiegato da Giraldi, dipende dalla valutazione dell’efficacia basata su un punteggio (la scala di Hamilton) che classifica la severità della depressione, sommando il punteggio ottenuto da 21 item. Le stesse associazioni psichiatriche non sono d’accordo su quale sia il livello per definire un disturbo depressivo maggiore (grave con più di 24 punti per alcuni e oltre 19 per altri), né su quale sia la riduzione di punti che definisca un miglioramento clinicamente rilevante.

«La complessità dei meccanismi cerebrali – commenta l’autore – rende difficile immaginare e realizzare modalità di intervento che superino l’intrinseca resistenza dei sistemi complessi alla manipolazione. Questa stessa complessità…rende comprensibilmente problematico accertare se l’applicazione nella farmacologia clinica derivata dalle nuove acquisizioni delle neuroscienze di base, si manifesti con il meccanismo atteso». Bisogna pertanto muoversi verso una terapia integrata, in modo che la depressione lieve e moderata possa essere trattata con metodi alternativi ai farmaci antidepressivi, come la psicoterapia o la mindfulness meditation «creando una differenziazione tra i casi di sofferenza mentale seria, che richiedono interventi di adeguata intensità, e gli stati non morbosi di condizione di infelicità, tristezza e più in generale di comprensibile disagio derivante dal dover affrontare situazioni di vita impegnative».

A quando una formazione sulla salute mentale?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/06/2020 - 23:15

Sabato 31 maggio 2020 si è tenuta la Conferenza Nazionale per la Salute Mentale e, all’interno dello spazio virtuale che è stato aperto in occasione dell’evento, il Collettivo Percorso Psiche ha partecipato alla riflessione circa le necessità di ripensamento e di riorganizzazione dei servizi di salute mentale.

Ascoltare esperienze e proposte da chi vive e lavora da anni nel settore è stato per noi un’occasione per avvicinarci alla realtà di chi opera in salute mentale e, allo stesso tempo, ci ha dato la possibilità di sollevare le nostre riflessioni e le nostre critiche circa la formazione dei futuri operatori e delle future operatrici.

Percorso Psiche è un collettivo nato due anni fa su spinta di alcuni studenti e studentesse della Scuola di Psicologia e di Medicina dell’Università di Firenze. In vista del 40esimo anniversario della Legge 180, un gruppo di studenti e studentesse dei collettivi di Medicina e di Psicologia si ritrova con l’obiettivo di avviare un percorso di autoformazione su quello che è stato l’iter socioculturale che ha portato alla rivoluzione avvenuta – al sistema sanitario tutto e in particolare all’interno della salute mentale – nel 1978 con la Legge 180, anche detta Legge Basaglia.

Nonostante non siano tematiche affrontate e valorizzate all’interno del percorso di studi di futuri medici e psicologi, percepiamo la portata e l’importanza che il pensiero di Basaglia – insieme a quello di altri pensatori ai quali ci avviciniamo, quali Foucault e Goffman – ha avuto nel determinare una rivoluzione istituzionale, organizzativa ma soprattutto culturale e linguistica.

In seguito, il nostro collettivo ha accolto studenti e studentesse (anche laureati/e) di altri ambiti disciplinari. La nostra area di interesse si è quindi ampliata all’ambito della salute mentale in tutta la sua complessità. Cerchiamo, ove possibile, di individuare forme e residui di pratiche manicomiali ancora presenti nella nostra società, in modo da portare alla luce le forme disumanizzanti di certi approcci terapeutici. I nostri obiettivi portano avanti la rivoluzione di idee cominciata da Basaglia, di “pensiero” e di metodo, di modo che se ne perpetui il ricordo e – speriamo – l’esercizio da parte della società intera.

Il pensiero basagliano infatti si estendeva al di là della riforma psichiatrica, immaginando una medicina fatta soprattutto di sociale, strutturata in reti territoriali di servizi e di assistenza, per le quali la comunità diventa un collante fondamentale.

Il nostro progetto di autoformazione – tuttora in svolgimento – ha portato alla realizzazione di un’iniziativa a cadenza annuale all’interno dei luoghi universitari, chiamata “Il Manicomio Invisibile”. Nelle diverse sessioni, abbiamo potuto costruire un dialogo che ha unito studenti\esse (e altri\e partecipanti), medici, psichiatri, professori ed operatori della salute mentale, per riflettere: sulle differenze di applicazione della Legge 180 nelle diverse Regioni italiane, svelando le contraddizioni e le difficoltà che si accompagnano alla sua attuazione, sulle dinamiche di abuso di TSO, sulla contenzione meccanica e farmacologica e sul recente passaggio da OPG a REMS.

In questo ultimo periodo abbiamo ritenuto importante parlare e discutere sui fatti recenti avvenuti nelle RSA (Residenza Sanitaria Assistita) e nelle RSD (Residenza Sanitaria per Disabili), legati all’emergenza Covid-19. Questo stato di emergenza ha rimarcato le contraddizioni su cui si poggia il nostro sistema sanitario, oggi sempre più teso verso la privatizzazione, che vede la salute come profitto e non come bene comune. Le RSA e le RSD sono solo uno dei tanti esempi che ci fanno comprendere quanto possano diventare lesivi del diritto alla salute – e in questo caso addirittura fatali – luoghi di cura che non hanno come obiettivo principale l’outcome di salute, bensì il profitto. Inoltre, rileviamo, oltre ad un problema organizzativo delle strutture, anche uno di formazione degli operatori e delle operatrici.

Alcune conseguenze delle nostre riflessioni riguardano l’importanza del rapporto fra operatore/operatrice sanitario ed utente, del luogo e della sua architettura, luogo inteso in senso fisico ma anche figurativo/simbolico che permetta la cura e una vita degna di essere chiamata tale, di creare una rete (multidisciplinare) sociale territoriale che permetta l’instaurarsi di un percorso individuale per ciascun utente.

La salute, e con essa la sanità, devono poter (ri)nascere da una discussione comune e da un’articolata organizzazione dei servizi e delle strutture territoriali.

Abbiamo in diverse occasioni rimarcato la nostra insoddisfazione per una formazione nozionistica e settorializzata. Da ciò, la necessità di un percorso di autoformazione, di messa in discussione del sapere che ci viene fornito (vedi sopra) e di creazione di uno spazio di condivisione e discussione collettiva.

Per riassumere alcune delle lacune che riscontriamo quotidianamente nei percorsi di studio, in particolare di Medicina e Psicologia, notiamo che troppo di rado ci si sofferma sulla riflessione circa cosa sia la salute e quali fattori entrino in gioco nel determinarne gli esiti delle differenti pratiche terapeutiche.

Inoltre, la centralizzazione delle esperienze di tirocinio sulle strutture ospedaliere (soprattutto per gli studenti e le studentesse di Medicina) porta come conseguenza una scarsa consapevolezza – fin dai primi anni di studio – dei servizi territoriali; rileviamo perciò la necessità di un avvicinamento alla realtà concreta della pratica terapeutica e a come questa si articoli nel mondo del lavoro.

Infine, riteniamo che la cosa più importante per gli studenti e le studentesse che si formano per andare a operare nel campo della salute, ancor più della salute mentale, sia la formazione di un vero senso civico, sociale e politico, la consapevolezza di essere un cittadino/una cittadina che andrà a ricoprire un ruolo attivo nella società e che perciò sarà responsabile del suo miglioramento o peggioramento.

Il/la professionista della salute mentale non è infatti un tecnico che ripara macchine malfunzionanti, è un cittadino/una cittadina che ricopre un ruolo fondamentale nella società, un punto di riferimento per chi soffre e per la sua comunità di appartenenza (famiglia, amicizie, territorio) e deve avere perciò gli strumenti per farsi carico di questa grande responsabilità sociale in modo consapevole.

Collettivo Percorso Psiche

Un nuovo welfare per la salute mentale nella fase 2 del Covid? Alcune proposte

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 24/06/2020 - 20:16

[Illustration by Francesca Capellini]

Di Roberto Mezzina

10 giugno 2020

1. Dopo l’esplosione della pandemia da Covid-19, i governi sono chiamati a riformulare le politiche di salute mentale. La stessa salute mentale va ripensata come asset fondamentale degli esseri umani. In che modo essa è oggi connessa ai determinanti sociali di salute? In che modo è in relazione col destino e con le esistenze delle persone e delle comunità? In che misura è garantita da servizi?

Quale è il ruolo dei servizi stessi nel garantire un maggiore e reale accesso alle cure, ma anche ad una visione collettiva della salute mentale?

Dopo i tanti appelli, finalmente alcuni paesi iniziano a porsi il problema della salute mentale nel post Covid. Visioni come quella della Nuova Zelanda che nel suo piano d’emergenza si richiamano alla comunità come perno. Così si è mossa anche l’Australia con un piano nazionale ambizioso.

Il policy brief delle UN, presentato dal Segretario Generale Gutierrez, va nella direzione giusta: riconoscere i servizi essenziali alle persone con disturbo severo, coinvolgere tutta la società e soprattutto gli stakeholders come protagonisti, fare piani nazionali e investire, coinvolgere la comunità, aumentare e riorganizzare i servizi, e soprattutto deistituzionalizzare.

Da noi il Ministero ha diramato finora scheletriche note di servizio miranti a ridurre i rischi e poco più.

Non vi sono ancora notizie di un piano nazionale per la salute mentale nell’emergenza.

Ma se non ora, quando?

Alcune speranze sono puntate sull’esito della Commissione Colao che (grazie al lavoro di Starace e del gruppo nazionale della Conferenza) include alcune (tre) schede riguardanti raccomandazioni generali per la salute mentale (che si incentrano sui Budget di salute, sui servizi territoriali “sociosanitari” e il loro finanziamento, sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità). Ma il testo deve essere ancora discusso dal governo, recepito forse parzialmente, e poi – si spera – tradotto in atti e, finalmente, in pratiche. La strada è lunga.

2. Resto del parere che quello che sostennero Franca Ongaro e Franco Basaglia sia una chiave di lettura e comprensione importante. Semplifico. Un corpo, nuda vita, direbbe Agamben, diventa corpo organico solo in rapporto al corpo sociale cui si riferisce. La salute (e quindi la salute mentale) è un processo partecipativo e di riappropriazione di questo legame. Credo perciò che in una fase come questa tutte le forme di condivisione e di socialità che sottraggono al biopotere la capacità univoca di assoggettare i corpi siano decisive. Lavorando dentro i limiti del possibile e del rischio sostenibile. Qualcuno ha parlato di dominanza dell’ “igiene” (non mentale) in senso letterale.

Il rischio opposto è il Trumpismo, estrema espressione del neoliberismo, che incita alla rivolta contro lo stesso potere che ha evocato pur di preservare la produzione e il consumo senza considerare la salute e la vita stessa, i diritti umani e la giustizia sociale.

La domanda è se sia possibile allora agire e gestire dal basso una ripresa di scambi che non sia esclusivamente dettata dai ritmi della produzione. Il terzo settore e più in generale il welfare di comunità possono e debbono giocare un ruolo decisivo, assumendo l’iniziativa.

Il terzo settore dovrebbe definitivamente provare ad uscire da un ruolo ancillare verso il pubblico, da una situazione in cui raccoglie le briciole, reclamando maggiori spazi e risorse.

Occorre d’altra parte un protagonismo reale attraverso processi di partecipazione.

3. In che senso agire la co-produzione?

Le esperienze partecipative degli stakeholders, della cittadinanza attiva e dei poteri locali, vedi comitati o consulte, anche allargate, non sono riusciti a scalfire il potere professionale che è un potere medico col relativo sapere dominate della psichiatria, anche nella sua versione di comunità. Le esperienze di “fare assieme”, pur preziose, sono sempre in bilico tra la concessione paternalistica e la cooptazione.

D’altro canto va riconosciuto che la collocazione dei DSM dentro le aziende sanitarie ha schiacciato la salute mentale dentro una dimensione biomedica. A mio parere bisogna ricostruire la salute mentale a partire dal nuovo statuto epistemologico che la colloca in forte relazione coi determinanti sociali e con lo sviluppo umano sostenibile (vedi i documenti della Lancet Commission e del WHO).

E quindi a discendere le organizzazioni che vi contribuiscono. Deve essere una scelta strutturale.

Bisogna da un lato definire i DSM come prodotto della integrazione sociosanitaria, ivi compreso il welfare community con il terzo settore. È forse opportuno collocarli in forte relazione con i coordinamenti sociosanitari. I DSM non devono certamente uscire dalle organizzazioni sanitarie, ma la devono curvare e cambiare, attraverso l’approccio multisettoriale e le relative connessioni istituzionali coi servizi del welfare.

A valle, i servizi di salute mentale di comunità, CSM in particolare, nella loro natura territoriale di piccola scala, devono essere costruiti con risorse professionali e strumentali sociosanitarie. L’integrazione deve partire dal cuore del servizio stesso. I CSM devono prevedere professionalità sociali, riabilitative ed educative, anche del terzo settore, e risorse economiche organizzate attraverso strumenti quali il BDS e i tirocini formativi, ma anche fortemente agganciate al ruolo del pubblico nel mercato del lavoro (uffici di collocamento).

Non deve esistere una residenzialità separata dalla pratica territoriale dei CSM, ma una progettualità condivisa ab origine con la cooperazione sociale e gli enti locali, se il quadro strutturale di partenariato e di alleanza si definisce al meglio.

I comuni devono essere ugualmente responsabilizzati nella gestione. Vi sono esperienze nel Nord Europa, vedi Danimarca, o nel Centro Europa, vedi Repubblica Ceca, dove il servizio di comunità è dei comuni e i servizi ospedalieri della sanità. Il modello così è troppo dicotomico e quindi rischioso, ma resta suggestiva la responsabilità comunitaria che vi si afferma.

La multidisciplinarietà deve includere il sapere sociale come elemento strutturale. Sarà così possibile una mediazione dei saperi nella costruzione della pratica e dei progetti di salute mentale individuali e collettivi.

4. Naturalmente non si può riprodurre la gerarchia tra pubblico allocatore di risorse e privato sociale co-erogatore, soprattutto di prestazioni sanitarie, come si è detto prima.

Vanno inoltre riconosciute e superate le contraddizioni delle cooperative sociali: sono imprese e come tali rischiano di essere talora poco partecipative, riproducendo sistemi di comando utile a “stare nel mercato”. D’altronde abbiamo necessità di capire in che modo si potrà cambiare la dinamica, altamente istituzionalizzata oggi, tra cooperazione sociale e servizio pubblico; fare in modo che tutto il terzo settore diventi protagonista attraverso la reale rappresentatività al suo interno degli stakeholders; risolvere le contraddizioni tra comando (d’impresa) e democrazia partecipativa; fare in modo che i determinati di salute siano oggetto dell’alleanza di un nuovo welfare, che rilanci la dimensione collettiva e partecipativa riducendo l’enfasi sull’individuo come isolato “consumer”, anche di sanità e di servizi in genere.

Va riprodotta una gestione unitaria e democratica della salute mentale come elemento centrale di un sistema di salute.

Il privato sociale deve contenere un elemento rappresentativo della cittadinanza. Ossia deve contenere in sé utenza e familiari come elementi attivi, non solo professionalità di area educativa o genericamente sociale. Va forse vincolato ad un sistema di quota la componente dei peer.

Il BDS è un utile strumento, non è di per sé “la” soluzione per l’integrazione, perché riproduce la gerarchia di cui sopra e contiene un rischio di interpretazioni prestazionali. La nostra esperienza triestina in questo campo è solo parzialmente positiva. Ha certamente contribuito a deistituzionalizzare la residenzialità, ha aiutato innovazioni come la recovery house, in parte il team di crisi, l’introduzione dei peer, le attività collettive, ma non ha cambiato la dinamica di separazione e reciproca delega tra servizio pubblico e privato sociale. Le funzioni cliniche al primo, quelle socioriabilitative al secondo.

Si devono in definitiva trovare dei meccanismi strutturali di coinvolgimento del Terzo Settore e del welfare all’interno dei servizi pubblici. Per cambiarli.

Franco Basaglia. Una riflessione a 40 anni dalla morte

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 16/06/2020 - 22:16

Una biografia che si legge, o si rilegge, con grande interesse, e che ricostruisce avvenimenti lontani che nulla hanno perduto della loro febbrile attualità.

Eugenio Borgna

A quarant’anni esatti dalla sua scomparsa, la figura di Franco Basaglia continua a essere di oggetto di discussioni e profonde riflessioni. Dopo il grande successo della prima edizione (2001), uscita anche in traduzione francese e spagnola, la monografia Franco Basaglia a cura di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio, aggiornata e arricchita dall’illuminante prefazione di Eugenio Borgna, ricostruisce il complesso profilo umano e intellettuale di Franco Basaglia, l’intreccio di passione filosofica e impegno politico, di riflessione teorica e sperimentazione medica e istituzionale.

Dal precoce interesse per le correnti psichiatriche d’impronta fenomenologica ed esistenzialistica alla prima comunità terapeutica di Gorizia; dal movimento anti-istituzionale ispirato alle analisi critiche di Foucault e Goffman alla creazione di Psichiatria democratica; fino all’esperienza più emblematica, quella del San Giovanni di Trieste, in cui sono poste le basi per il definitivo superamento dei manicomi e per la legge 180.

Colucci e Di Vittorio ripercorrono le tappe significative di un pensiero e di una pratica terapeutica autenticamente rivoluzionari e pienamente iscritti nel panorama culturale del Novecento.

Il volume viene presentato giovedì 18 giugno alle 17.30 in diretta su Zoom e sulle pagine Facebook di Collana 180 e di Alpha Beta Verlag. Dialogano con gli autori Marino Sinibaldi e Gian Antonio Stella, introduce Peppe Dell’Acqua.

Salute Mentale, evitiamo che non cambi niente

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 10/06/2020 - 09:09

Di Vito D’Anza

[articolo uscito su ilmanifesto.it]

Un motivo ricorrente in questo periodo di pandemia è stato: niente sarà più come prima. Si aspettano cambiamenti soprattutto nel nostro modo di pensare lo Stato e la politica. Dovrà essere ridisegnata soprattutto il modello di salute pubblica.

Insieme al modello dell’istruzione, con la drastica riduzione della burocrazia nella funzione pubblica.

E poi, ma prima di tutto, si dovrà mettere mano alla questione delle disuguaglianze sociali che ormai, anche sulla spinta della pandemia, sono arrivate a livelli di allarme rosso.

Ma sarà vero? Succederà tutto questo? Il sistema politico sarà in grado di cogliere questa grande opportunità, più unica che rara, di modificare il modo stesso d’intendere la politica, di mettere al centro della propria azione esclusivamente il bene comune?

Sono uno psichiatra, un operatore della salute mentale e da qui vorrei partire.

Il 30 maggio si è svolta in webinar la Conferenza Nazionale Salute Mentale.

È stata partecipata da oltre 500 persone, comprese la diretta su Facebook e sul canale YouTube. Molti soggetti collettivi che ruotano intorno al mondo della salute mentale: operatori, associazioni di familiari, sindacalisti e quant’altro.

Le tante criticità che attraversano il mondo dei servizi di salute mentale in Italia sono da tempo sottolineate dalla Conferenza a partire da tanti Centri di Salute Mentale che sono ridotti al rango di ambulatori eroganti farmaci e senza programmi, di cura e di ripresa, individuali, a partire dai servizi ospedalieri di diagnosi e cura (Spdc) che troppo spesso agiscono con pratiche che ricordano i vecchi manicomi, pratiche inumane e degradanti come le porte chiuse e contenzioni meccaniche che spesso durano molti giorni.

Per non parlare poi dell’uso, troppo spesso abusato e immotivato, del Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) come l’ultima vicenda di questi giorni di Dario Musso a Ravanusa ha drammaticamente rivelato semmai ce ne fosse stato ancora bisogno.

Che cosa è necessario fare perché il cambiamento auspicato a parole si trasformi in reale superamento della cronica arretratezza che attanaglia gran parte del servizio sanitario nazionale?

Visto che l’opportunità è determinata in larga parte anche dalla ingente quantità di risorse che arriveranno dall’Europa bisogna evitare, partendo dal modello della L. 833/78, distribuzione a pioggia di risorse finanziarie sollecitate da interessi particolari e, soprattutto, vincolare le risorse a degli obiettivi che dovranno essere puntualmente monitorati e verificati.

E stiamo parlando di cifre fino a oggi inimmaginabili: oltre 20 miliardi di euro per la sanità quando nella scorsa finanziaria la sollecitazione del ministro Speranza di un solo miliardo fu salutata, giustamente come un grande sforzo.

Questi dovrebbero essere ripartiti tra ospedali e territorio. Cosa fare sugli ospedali è relativamente più semplice, ma cosa si farà sul territorio?

Si tratta di costruire e rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) che nel corso degli ultimi dieci anni è stato progressivamente messo in ginocchio.

Ma per limitarci alla salute mentale, elemento centrale del territorio anche secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), è necessario, nell’ordine:

  • la questione del lavoro come opportunità di cambiamento nella vita delle persone con problemi di sofferenza mentale, lo sviluppo di cooperative di tipo B, vere, nate sui territori, venga incentivato;
  • lo strumento budget di salute, nelle sue varie declinazioni, legato a progetti individuali per le persone devastate dall’esperienza di sofferenza mentale divenga il centro delle politiche dei servizi;
  • si riconvertano le strutture residenziali h 24 destinate alle persone più gravi poiché si sono rivelate «un modello fallimentare e pericoloso».

Urgenti risorse per la salute mentale devono essere destinate a rafforzare i servizi territoriali di comunità, a superare tutte le forme di contenzione, segregazione e interdizione.

Bisogna sostituire gli spazi dell’esclusione con i luoghi della vita e quindi puntare decisamente verso forme di abitare supportato dentro la propria comunità; si riporti l’uso del Tso nella sua giusta dimensione e motivazione originaria e si metta fine alle pratiche manicomiali nei servizi ospedalieri psichiatrici (Spdc) come la detenzione dietro porte chiuse e l’umiliazione, per persone che la subiscono e operatori che la praticano, della contenzione meccanica.

Se le risorse in arrivo serviranno per tali questioni poste con chiarezza dall’Oms, il governo e la politica avranno fatto bene il proprio lavoro altrimenti si sarà sprecata la più grande opportunità dal dopoguerra in poi per rilanciare il Ssn e con esso la salute mentale.

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