Ultime news salute mentale

40#180 Trieste, 21 23 giugno – Democrazia e salute mentale di comunità

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 22/04/2018 - 18:07

Partecipazione, cittadinanza e processi di riforma in Italia e nel mondo a 40 anni dalla legge 180

Conferenza dei soggetti e delle organizzazioni per il cambiamento

Evento organizzato dal DSM–ASUI Trieste e dalle Associazioni e Cooperative Sociali del territorio

In collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Salute

La straordinaria esperienza basagliana ha dimostrato quanto le istituzioni totali e i saperi che le giustificano siano inevitabilmente basate sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla negazione delle libertà fondamentali. La parola dignità risuona oggi nelle convenzioni e nei trattati internazionali che tutelano tali diritti. La chiusura dei manicomi che la legge 180, di cui si festeggia nel 2018 il quarantennio, rese possibile, ha realizzato la restituzione delle persone al diritto primigenio, quello di avere una vita degna di essere vissuta. Se la vita non ha senso né valore, se la persona è negata, allora tutto si rende ‘cosa’ – ed è possibile ogni abuso.

La legge 180/78 ha di fatto rappresentato una pietra miliare per l’affermazione dell’uguaglianza delle persone con disturbo mentale, come cittadini, rispetto al diritto alla salute e a ricevere cure adeguate – come trattamenti volontari – nell’esercizio dei diritti di cittadinanza (art. 32 della Costituzione) e della centralità della persona (art. 2 Costituzione). Ciò attraverso la totale trasformazione del sistema istituzionale e manicomiale in una rete di servizi territoriali, e la riduzione delle condizioni in cui si ricorre ai trattamenti sanitari obbligatori e il contenimento della loro durata. La legge si muove esclusivamente sul terreno – sopra definito – della salute mentale, evitando il ricorso a motivazioni direttamente riferibili al controllo sociale ed alla “pericolosità”.

Il carattere seminale della legge 180 come modello per diversi paesi, con tutte le implicazioni di politica sanitaria e di trasformazione dei sistemi, e con la prospettiva di un grande cambio di paradigma, è legato al carattere normativo della legge, che ha garantito le cure in una condizione di diritto.

Sarebbe sbagliato attribuire alla legge lo stato dei servizi per la tutela della salute mentale in Italia, che è fondamentalmente disceso dalle politiche sulla salute mentale o per meglio dire dalle loro carenze. A ciò si sono assommate le insipienze di ordine tecnico, e mentre le sperimentazioni portate avanti in alcuni luoghi, e in tutte le pratiche innovative, anche puntiformi, non hanno trovato adeguata comprensione e diffusione proprio sul versante amministrativo e politico.

Nulla però può sostituirsi alla forza dei movimenti, che ieri hanno sospinto la legge di riforma. Le energie, oggi, sono date soprattutto dalle persone “con esperienza”, e dalle disuguaglianze sociali stridenti che si affollano alla periferia del mondo e delle nostre società. Negli ultimi anni l’affermarsi del protagonismo, connesso a una nuova consapevolezza e ad importanti cambiamenti di prospettiva – con la persona al centro del percorso di ripresa /recovery – ha contribuito alla creazione di nuove spinte collettive che rivendicano l’empowerment, la partecipazione e l’accesso alla cittadinanza.

Tutte le informazioni su:

www.triestementalhealth.org

Anniversario. Peppe Dell’Acqua: «Con Basaglia il malato divenne un cittadino»

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 22/04/2018 - 17:35

(Foto di Gian Butturini)

di Lucia Bellaspiga sabato 21 aprile 2018

A quarant’anni dalla storica legge che porta il nome dello psichiatra veneziano, parla il suo allievo Peppe Dell’Acqua: «Restituì ai “matti” libertà, diritti e dignità»

«Non mi resta il tempo necessario per cambiare la testa agli psichiatri. Meglio formare una squadra di giovani ». Così lo psichiatra veneziano Franco Basaglia, l’uomo che fondò la concezione moderna della salute mentale, restituendo ai “matti” la dignità di persone colpite da una malattia e non più marchiate da un’indicibile colpa, tra i giovani di buone speranze reclutò Peppe Dell’Acqua, allora ventiquattrenne. «Era il 1971, mi ero laureato a Napoli e all’epoca Basaglia era bandito dalla clinica universitaria, assieme alla psicanalisi», ricorda Dell’Acqua, che a Trieste è stato per diciotto anni direttore del dipartimento di Salute mentale e oggi insegna Psichiatria sociale all’università. Prezioso testimone, Dell’Acqua visse in diretta la gestazione della legge 180 o Legge Basaglia, entrata in vigore il 13 maggio 1978, esattamente quarant’anni fa, e ricordata sbrigativamente per aver “chiuso i manicomi”.

Prima che Basaglia scendesse in campo era ancora in vigore la legge del 1904, per la quale venivano internate «le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose e riescano di pubblico scandalo». Più una punizione che una cura, più una reclusione che un ricovero, più una colpa e una vergogna che una normale malattia.

«In un’intervista del 1968 Sergio Zavoli chiese a Basaglia se fosse più interessato al malato o alla malattia, e Basaglia calcò la voce su un avverbio: “Indubbiamente al malato”. Il malato di mente fino al 1978 non è un cittadino, la Costituzione è valida per tutti ma non per chi è internato, privato di qualsiasi diritto. Per cambiare le cose, deve avvenire qualcosa di straordinario il 13 maggio di quell’anno, quattro giorni dopo l’assassinio di Aldo Moro, quando in una commissione ministeriale presieduta da una giovane Tina Anselmi nasce una legge grazie a uomini e donne illuminati, che si interrogano: i matti, questi centomila reclusi in novanta manicomi, sono o non sono cittadini italiani? Vige anche per loro la Costituzione repubblicana del 1948? La loro risposta è sì e da lì comincia la scommessa spigolosa del nostro Paese, una strada tutta in salita».

La citazione di Aldo Moro non è casuale…

«Moro fu l’estensore dell’articolo 32 della Costituzione sul diritto fondamentale alla cura e alla salute: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario…”, trent’anni dopo questa sarà la 180. Quando scrisse queste parole, Moro si confrontava con La Pira, con Calamandrei, tutti giovani che avevano vissuto le restrizioni del fascismo. Quattro giorni prima dell’entrata in vigore della legge che restituiva libertà, diritti e dignità ai malati, Aldo Moro moriva prigioniero, senza diritti e senza dignità, le cose per cui aveva lottato. Questo ci dà il senso dello spessore umano e drammatico che comporta la follia: il prendersi cura dell’altro non è un atto di carità, è il riconoscimento dell’altro nel suo pieno diritto. I primi balbettii di queste intuizioni avvennero all’inizio del ’900, ai tempi di Freud, quando ci si chiese se avessero un senso quei deliri, se fosse possibile dare una qualche ragione a quelle allucinazioni. Ma solo Basaglia ha messo tra parentesi la malattia, e fatto questo non poteva che scoprire delle persone, nomi, storie, relazioni, violenze, desideri andati in fumo, tutte vite cui dare un senso. In loro riconosceva “il soggetto”».

Una “scoperta” che rivoluzionava l’approccio e l’intero impianto di cura.

«Intuita la pochezza della scienza psichiatrica e invece la potenza dellapresenza di persone, Basaglia non può fare altro che aprire la porta, non solo in senso letterale e concreto (la porta dei manicomi), ma come intensa metafora: dietro la porta ci sono finalmente cittadini, non più una massa appiattita in un’unica identità, quella dell’internato. Da qui è naturale che derivi la dimensione politica, cioè il battersi per i diritti di chi diritti non ha, la dimensione etica, ovvero rimediare all’indegnità, e la dimensione della singolarità, che poi è quella terapeutica: non posso curare, se non riconosco la singolarità di ogni altro ».

Eppure quarant’anni di legge 180 lasciano aperte forti criticità.

«Calamandrei della Costituzione disse che aveva uno sguardo presbite, che cioè guardava lontano. Così la 180: nell’immediatezza restituiva finalmente diritti, che sarebbero stati realizzati poi. Molte cose da allora sono accadute, oggi per chi ha disturbi mentali parliamo di diritto di famiglia, diritto alla casa, all’abitare, al lavoro, e quanti si sono sposati, hanno le loro crisi ma anche la loro vita. Nella collana di libri di psichiatria che dirigo (“180 – Archivio critico della salute mentale”), queste persone ci parlano di come ce l’hanno fatta grazie ai servizi più o meno scalcagnati o invece luminosi funzionanti in Italia. Ad esempio Guarire si può è scritto a quattro mani da un’operatrice e una persona con disturbi mentali, laureata e da quarant’anni in cura».

Come commenta l’annosa accusa di aver “chiuso i manicomi senza prima organizzare le alternative”?

«Sono invecchiato sentendo queste parole. Le dico che americani e sovietici quando scoprirono l’umanità dei lager non potevano attendere mesi per decidere con quali mezzi portarla fuori da lì, c’erano un’urgenza e una crudeltà per cui non si poteva aspettare. A Norberto Bobbio in un’intervista fu chiesto se in Italia nel dopoguerra ci sia stata una vera riforma, Bobbio restò interdetto e poi rispose che sì, l’unica vera riforma era quella che aveva liberato i matti, perché coglieva il senso della restituzione del diritto».

Parlando di Basaglia lei si commuove spesso.

«Un ricordo: ero con lui a Trieste da tre mesi e feci un errore giovanile, chiesi al presidente della Provincia dov’era finita la borsa di studio che mi era stata promessa. Basaglia mi fulminò e mi invitò a fare le valigie. Il giorno dopo mi spiegò: “Non è più il tempo dell’università, qui stiamo facendo una scommessa che ci può vedere perdenti in qualunque momento, qui comincia la lunga marcia”, ed è stato così».

da Avvenire.it –>https://www.avvenire.it/agora/pagine/basaglia

SportivaMente 2018 – X edizione (VIDEO)

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 22/04/2018 - 17:31

Ovvero l’integrazione sociale attraverso gli scambi

X Torneo Internazionale di calcetto a 6

X edizione de “La Corte dei Miracoli” mercato della partecipazione

Troia – Lucera (FG), 9 – 12 maggio 2018

Il Centro Salute Mentale di Troia (FG), in collaborazione con altri soggetti, promuove la X edizione del progetto “Sportiva…Mente – L’utopia possibile”, quale campagna di sensibilizzazione e di lotta allo stigma ed alla discriminazione sulla malattia mentale e sulle persone affette, promuovendo processi di integrazione sociale attraverso lo scambio di idee, sensazioni, partecipazioni, esperienze, emozioni, storie, prodotti, identità.

Il torneo internazionale di calcetto vede la partecipazione di numerose squadre provenienti dal territorio nazionale, comunitario ed extra comunitario, composte da operatori e fruitori dei servizi per la tutela della salute mentale ed una rappresentanza degli studenti degli istituti scolastici coinvolti.

A conclusione, il 12 maggio, verrà organizzata “La Corte dei Miracoli – mercatino della partecipazione e degli scambi”, con il coinvolgimento di cooperative sociali di tipo B, di Associazioni e di Aziende del settore dell’agro-alimentare e dell’artigianato, nell’ottica della promozione di un modello di mercato che persegua lo sviluppo etico e sostenibile del territorio. In tale modello di sviluppo, l’offerta da parte di soggetti deboli che utilizzano manodopera proveniente dalla diversità, assume pari dignità di quella di produttori più forti all’interno di un sistema che tuteli e garantisca la partecipazione di tutti, bandendo sofisticati meccanismi di competizione, che purtroppo continuano ad inquinare l’attuale modello di mercato.

Segui su facebook: Sportiva…MENTE

Dialoghi fotografici: Riflessioni sulla sofferenza

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 12/04/2018 - 19:59

L’uomo che forse aveva timore a diventare Dio

Come poter trarre insegnamento dal  ‘dolore’ per realizzare nuove opportunità vitali…

foto di Gianluca Monacelli

Dall’esperienza dei Servizi di salute mentale (1978-2018) un contributo per un nuovo assetto del SSN

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 11/04/2018 - 17:34

Il “Movimento per la Difesa e il Rinnovamento del Servizio sanitario nazionale” ha tenuto nella mattinata  di sabato 7 aprile presso la Casa della Cultura a Milano un incontro sul contributo che l’esperienza dell’assistenza psichiatrica pubblica italiana può dare al miglioramento generale e strutturale del Servizio sanitario nazionale, Regione per Regione.

Di seguito l’intervento di Luigi Benevelli

Fra le emozioni più grandi della mia vita di lavoro vi sono state le prime esperienze di visite al domicilio di persone che stavano internate nel manicomio in cui lavoravo, per prepararne le dimissioni. In Lombardia questo lavoro era stato promosso dalla legge regionale n. 37- 5 dicembre 1972 istituzione e regolamentazione dei Comitati Sanitari di Zona che consentì di sperimentare a livello locale, partendo dai Comuni e dai Consigli Comunali, dalle rappresentanze elettive democratiche locali, la promozione e il governo della salute in età perinatale, scolare, lavorativa, presenile, e delle patologie comportamentali e psichiatriche. Poco prima, nel 1968, era stata approvata la legge stralcio di riforma dell’assistenza psichiatrica pubblica, la legge 431 che fu  decisiva nell’innovare metodi e finalità dei servizi, laddove fu attuata, perché:

  • restituì diritti civili e politici con l’introduzione del ricovero volontario in ospedale psichiatrico;
  • introdusse il “lavoro in squadra” di medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, sociologi, una novità che mise in discussione il primato prima indiscusso dell’approccio biomedico-neuropsichiatrico;
  • istituì i  Centri di Igiene Mentale che contribuirono a facilitare le dimissioni, andare, come si diceva “nel territorio”, consentendo una maggiore conoscenza della vita e delle storie delle persone, delle loro famiglie,  dei loro contesti sociali, compresi i sindaci e in generale gli esponenti della vita delle comunità locali, i parroci, i vicini di casa, gli amici, anche i carabinieri;
  • contribuì a ridurre lo stigma, arricchì il bagaglio collettivo delle competenze con l’inserimento già citato delle figure delle assistenti sociali e degli psicologi. Molti contesti manicomiali furono investiti dal lavoro di gruppi di operatori che modificarono stili e finalità dell’assistenza, restituendo dignità  alle persone, “umanizzando” le condizioni della vita quotidiana, aprendo le porte dei reparti, abbattendo mura e recinti, organizzando apprendimenti utili nella vita quotidiana, accompagnando le persone nel rientro nel  mondo civile, sostenendo il ristabilirsi di autonome relazioni interpersonali e sociali.

La scelta di iniziare a lavorare, come si diceva, “nel territorio”, non è mai stata una scelta solo o prevalentemente organizzativa, perché ha comportato una profonda modificazione del bagaglio professionale di ciascuno, l’ abbandono di criteri di giudizio, modalità di approccio e relazione, finalità di lavoro consolidati e propri del manicomio per impararne e adottarne altri centrati sulla ricerca del consenso, sul rispetto della dignità delle persone, sulla promozione dei diritti dei pazienti e delle loro famiglie, precondizioni per l’efficacia dei trattamenti.

Nel manicomio, così come negli ospedali, a parte i dati delle anamnesi patologiche e del decorso dei sintomi, si sa poco e niente delle condizioni materiali delle vite personali, dei desideri e dei fallimenti, delle relazioni di prossimità. Nel manicomio le famiglie dei pazienti erano guardate con diffidenza perché ritenute nella maggior parte dei casi “patologiche” anche in ragione delle teorie eugeniche. Per regolamento, le persone ricoverate non avevano spazi di vita “privati”, potevano essere perquisite, spogliate e legate a prescindere dal loro consenso. Invece per entrare in casa d’altri per incontrare persone, raccogliere racconti, discutere del che fare, bisogna bussare e che ti sia aperto. Solo allora puoi osservare gli ambienti, i contesti, gli arredi; farti un’idea della qualità dei consumi, dei rapporti di potere, delle dinamiche delle relazioni  dentro la famiglia. Ancora di più se incontri gli amici, i Sindaci, il prete, le persone influenti di una comunità. Perché, come sottolinea Giorgio Cosmacini, “È il malato la realtà con cui confrontarsi, non la sua malattia”[1].

Tutto questo è stato fatto per lo più “sul campo”, imparando nell’esperienza e nello scambio di informazioni con i protagonisti di ciò che si stava facendo in altri manicomi. È potuto accadere così che gli stessi operatori che avevano condiviso la visione pessimistica dell’incurabilità del disturbo mentale, l’internamento e l’ospedalizzazione di lunga durata in un luogo separato e cinto di mura, andarono ad aprire Servizi di diagnosi e cura negli ospedali generali, Centri di salute mentale, ambulatori, centri diurni, accoglienza in residenze protette. Se non si coglie l’intensità delle modificazioni delle culture professionali della maggioranza degli operatori dell’assistenza psichiatrica pubblica italiana, non si possono comprendere la fatica e il valore del lavoro compiuto in trent’anni dalla fine degli anni ’60 al compimento della chiusura dei manicomi alla fine del 1999.

Su tali esperienze ha poggiato l’impianto del Dipartimento di salute mentale  (DSM) codificato dal p.o. nazionale Tutela della salute mentale 1994-96, a centralità e direzione territoriale (CSM/CPS) con un servizio ospedaliero di ridotte dimensioni (Spdc).

Da tale impostazione molti servizi di salute mentale sono andati nel tempo allontanandosi a favore della separazione fra SPDC e territorio; della trasformazione del Centro psicosociale in un ambulatorio periferico; di una imponente neo-residenzialità psichiatrica gestita per gran parte da soggetti privati convenzionati[2].

Sono diventate egemoni culture professionali che rifiutano gli approcci della medicina olistica, culture che non si riconoscono:

-      in “una visione sistemica dell’assistenza sanitaria che considera il paziente come una persona all’interno di una comunità, di una famiglia, di un luogo di lavoro. Tiene conto dei fattori che riguardano gli aspetti somatici, emozionali, ambientali, sociali e quelli connessi agli stili di vita.  Mette insieme i concetti di benessere psico-fisico e il benessere sociale e prende quindi in considerazione le capacità di una persona di interagire con la società: le abilità nel lavoro, nell’apprendimento, nel creare e mantenere le relazioni personali e sociali, come pure nel riuscire a essere libero da malattie evitabili, e riuscirci in un modo che sia accettabile per l’individuo”[3].

-      nel riconoscere l’importanza della qualità della vita quotidiana delle persone, sapendo che le cose che realmente contano, sono distribuite in modo disuguale, molto più di quanto sia accettabile[4]. Di qui la necessità di potenziare la capacità delle persone di prendere decisioni che influenzino positivamente la loro salute e il loro benessere;

-      nell’utilità di costruire comunità socialmente sostenibili e resilienti; del coinvolgere i governi a livello locale, nazionale e globale; dell’organizzare la speranza attraverso la formazione di professionisti che conoscano i “determinanti sociali della salute” e il lavoro di advocacy, per politiche che migliorino le condizioni di salute della popolazione.

Il punto di vista della medicina olistica privilegia l’attenzione sugli assetti delle cure primarie, di prossimità. Ne ha parlato fra gli altri Gavino Maciocco, per il quale,

“Il rinnovamento delle cure primarie, da molto tempo proposto e auspicato, procede in mezzo a mille difficoltà e con grande lentezza.  Alla base c’è un deficit nella formazione medica […]che non va incontro ai bisogni dei pazienti e delle comunità, non promuove il lavoro di gruppo, si focalizza su problemi tecnici senza comprendere il contesto più ampio, si concentra sui singoli episodi e tralascia la continuità delle cure, predilige le cure ospedaliere a spese delle cure primarie[5].

Rispetto alle tendenze in atto bisogna cambiare la direzione delle scelte anche organizzative di politica sanitaria, in direzione di una Medicina di famiglia, di territorio, di comunità che:

  1. Eroghi un set completo di servizi valutativi, preventivi e clinici generali.
  2. Assicuri una continua responsabilità nei confronti del paziente, incluso il necessario coordinamento dell’assistenza per garantire la continuità delle cure.
  3. Fornisca un’assistenza appropriata ai bisogni fisici, psicologici e sociali del paziente nel contesto della famiglia e della comunità.

Tutto questo tenendo conto del fatto che l’ home care impatta oggi su una famiglia  profondamente cambiata, che “è divenuta una sorta di “monade sociale”, “senza porte e senza finestre” […] aperte alla solidarietà domestica o di vicinato. […] Spesso nella stessa casa non esiste lo spazio per malati che non siano autosufficienti, né il tempo per malattie che non siano di breve durata[6]. Di qui la necessità di curanti nuovi e di équipes multiprofessionali. L’Italia è ricca delle culture sociali della carità religiosa, del mutuo soccorso e della solidarietà operaia: si tratta di riconoscerle per valorizzarle.

L’azione per affermare l’ home care si deve misurare anche col fatto che in tutto l’Occidente negli ultimi 20 anni sono andati affermandosi processi di accorpamento delle aziende sanitarie, modificandone in modo radicale la struttura, quella che è stato definita “mania di accorpamenti”. Per stare in Italia, “si è passati da un totale di 659 USL nel 1992 a 180 ASL nel 2005 e infine, nel 2017 ne sono previste 104. […] In totale le ASL si sono ridotte del 40% dal 2005 al 2017. Andamento simile per quanto concerne i Distretti, che si sono ridotti del 33% dal 2005 al 2017; erano 977 nel 1999, 835 nel 2005 e nel 2017 sono diventati 562” [7], come se  alla ridefinizione in senso aggregativo delle aziende sanitarie debba necessariamente seguire anche una loro contrazione. Ora, se la medicina di prossimità è un valore, tale valore si esalta e concretizza solo se le strutture erogatrici realizzano un contatto reale con i cittadini[8]. E questo è diventato un grande problema.
Per stare in Lombardia, la Legge regionale 23/15 ha dismesso 15 ASL e 30 AO, creando due nuove tipologie di enti: 27 ASST – Aziende Socio Sanitarie Territoriali, con bacino di circa 400.000 abitanti; queste nuove aziende coincidono con le ex AO, cui si aggiungono le attività territoriali trasferite dalle ex ASL; 8 ATS – Agenzie di Tutela della Salute, competenti su un’area vasta di circa un milione di abitanti, che “attuano la programmazione definita dalla Regione, relativamente al territorio di propria competenza ed assicurano, con il concorso di tutti i soggetti erogatori, i LEA”.[…] Tuttavia, come annota Fulvio Lonati[9], a fronte dei principi enunciati circa la necessità di spostare l’attenzione dall’ospedale al territorio, la riforma non ha definito gli strumenti di governo dei distretti che, perdono la funzione di coordinamento della rete dei servizi e diventano molto grandi. La collaborazione con i Comuni e la valorizzazione delle comunità locali appaiono marginalizzate; a colui che dovrebbe essere l’attore territoriale di cerniera, il medico di famiglia, non viene attribuito un ruolo preciso. Su questi aspetti critici si pronuncia anche la bozza del documento del Movimento per la difesa e il miglioramento del Ssn (che ha promosso l’incontro di oggi) dedicato all’Assistenza primaria (marzo 2018) che segnala come nella definizione delle risposte utili ai bisogni della popolazione, nella programmazione degli investimenti relativi non siano stati affrontati i nodi del rapporto tra strutture sanitarie e strutture erogatrici di prestazioni sociali e sociosanitarie e quelli del rapporto con gli enti locali. Senza tacere che continua ad essere ignorato il tema della verifica dei risultati, tema che dovrebbe essere centrale in una riforma che si definisce sperimentale e che si propone esempio per regioni e addirittura per il paese.

A me pare che bisogna ridurre le dimensioni delle attuali maxi-aziende sanitarie, ospedaliere e non. Ma si tratta soprattutto di restituire ai Sindaci il ruolo di autorità sanitaria locale loro assegnato dell’art. 13 della legge 833/78, un ruolo che nelle attuali Aziende ha finito coll’essere progressivamente sempre più ridotto, a partire dall’aziendalizzazione delle USL (D.L. 502/92), col risultato che nessuno svolge la funzione di mettere insieme a livello locale la conoscenza di quanto amministrazioni e servizi pubblici, cittadini, volontariato fanno, situazione per situazione, quali ne siano i caratteri e le cause, nonché di monitorare l’esito degli interventi. Nel tempo, al posto dei sindaci, democraticamente eletti dalle popolazioni, ha messo radici una classe di funzionari manager che rispondono a chi li ha nominati (le giunte regionali) ma non al potere politico-amministrativo e alle comunità locali.

Per tali ragioni credo sia necessario, utile e urgente ripartire dalle culture professionali, politiche, costituzionali che hanno innervato il movimento riformatore italiano, costruire percorsi ispirati alla recovery, dare una svolta alla formazione dei professionisti, criticare l’esclusività del “modello medico” restituendo  centralità alla dimensione comunitaria, “locale”, alla domiciliarità dei pazienti, coinvolgendo le associazioni professionali e scientifiche di psichiatri, infermieri, assistenti sociali, psicologi, educatori professionali, di tutti gli operatori della sanità pubblica,

Elio Borgonovi osservava di recente che , “Il tema del Ssn da tempo non è ai primi posti dell’agenda politica, mentre, invece, il tema della salute negli ultimi anni è entrato nel dibattito politico e nell’opinione pubblica solo marginalmente e prevalentemente in occasione di casi reali o presunti di mala sanità, o quando ha avuto un certo spazio tramite i media la cultura a-scientifica, o anti-scientifica, che caratterizza il nostro paese più di altri (es. casi stamina e il rifiuto delle vaccinazioni)[10].

Per rilanciare l’attenzione e il rispetto che merita il  tema del diritto alla salute, vale la pena, credo, di smetterla di esaltarsi per le nostre “eccellenze” presunte o reali, e riprendere a esplorare la qualità della vita quotidiana dei cittadini, specie di quelli che fanno fatica a vivere, a studiare gli esiti delle “prese in carico” e dei trattamenti erogati, a riconoscere responsabilità e competenze in campo sanitario alle democrazie locali. Anche in Lombardia, dove le Giunte regionali di allora, quando Mutue,  Ospedali, manicomi funzionavano a pieno regime, vollero e resero possibile l’esperienza dei Comitati sanitari di Zona.

Lo scorso anno è morto Tullio Seppilli, antropologo medico, fra i costruttori del Servizio sanitario nazionale, uno dei miei maestri.

Tullio parlava di sanità come bene comune, riferendosi ad un sistema pagato con la fiscalità generale, distribuito secondo criteri di universalità e segnalava come fosse rimasto irrisolto “il problema di come aprire un servizio sanitario pubblico come il nostro s.s.n.  a nuove forme di discussione, partecipazione e gestione comunitaria dal basso dal momento che nel corso di questi 40 anni i meccanismi di iniziativa di controllo dal basso, previsti dalla legge 833, sono stati aboliti e sostituiti da un controllo dall’alto”[11].

Credo che sarebbe una buona cosa che l’ANCI ridesse vita e funzione all’ANCI-Sanità e riprendesse a discutere con le Regioni.

Mantova, 06/ 04/ 2018

[1] G. Cosmacini, Storia della medicina e della sanità nell’Italia contemporanea, Laterza, Bari, 1994, p. 214.

[2] v. Fabrizio Starace, Flavia Baccari, Salute mentale a rischio. Ecco la mappa delle disuguaglianze, Il Sole24oreSanità,27.09. 2017; v. URASAM, La situazione della salute mentale in Lombardia, lettera ai candidati alle elezioni regionali, febbraio 2018.

[3] BMA  Social Determinants of Health – What Doctors Can Do, 2008.

[4] Michael Marmot, La salute disuguale, Il pensiero scientifico ed., Roma, 2016, p. 43.

[5] Gavino Maciocco,  Il futuro delle cure primarie, «Salute internazionale.info», 27 aprile 2015

[6] G. Cosmacini, op. cit. pag. 394.

[7] Marco Mariani, Anna Acampora, Gianfranco Damiani, Mergermania. L’ossessione degli accorpamenti delle ASL, SaluteInternazionale.info, 1 ottobre 2017.

[8] Gilberto Gentili, La Casa della salute tra distretto, cronicità e assistenza primaria, Sanità24ore, 25 gennaio 2018.

[9] Fulvio Lonati, La nuova sanità lombarda, Saluteinternazionale.info, 02, 2017.

[10] Elio Borgonovi e Rosanna Tarriconi, Solo così il Ssn potrà affrontare le sfide del futuro, Sanità24, 4 dicembre 2017.

[11] T. Seppilli intervistato da C. Nocentini in «Animazione sociale», n. 278, 10/2013.

Cattive notizie dall’unione europea

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 05/04/2018 - 16:16

Si riporta di seguito la versione integrale, tradotta in italiano, della relazione della Commissione Europea per la Prevenzione della Tortura e delle Pene o Trattamenti Disumani o Degradanti (CNTP) pubblicata in data 21 marzo 2017(8).

Tale relazione compendia le considerazioni circa lo stato delle pratiche di contenzione negli Stati dell’Unione Europea, “sviluppate durante le numerose visite, avvenute negli ultimi anni, a istituzioni psichiatriche, civili e forensi, in diversi paesi europei”.

Alla luce delle rilevazioni riportate, la CNTP “ha deciso di rivedere le sue regolamentazioni in riferimento all’utilizzo dei mezzi di contenzione”.

Il documento è articolato in dodici sezioni precedute da un’introduzione, in cui è specificato che la Commissione “intende sottolineare che l’obiettivo definitivo dovrebbe sempre essere la prevenzione dell’uso dei mezzi di contenzione limitandone, per quanto possibile, durata e frequenza”; inoltre, è auspicata l’elaborazione, da parte delle amministrazioni sanitarie, di una politica peculiare che regolamenti il ricorso alle misure di restrizione che tocchino necessariamente quattro aspetti dell’organizzazione dell’istituzione psichiatrica.

Nelle sezioni successive sono elencati i principi generali a cui dovrebbe afferire la regolamentazione dell’utilizzo delle misure di contenzione (sezione 1.) e sono disciplinati macroscopicamente aspetti e passaggi della pratica.

Introduzione

Assodata l’inferenza della loro natura e il potenziale abuso nel trattamento della condizione psichiatrica , la CNTP ha sempre prestato particolare attenzione all’utilizzo di vari tipi di contenzione sul paziente psichiatrico.

Innanzitutto, la CNTP intende sottolineare che l’obiettivo definitivo dovrebbe sempre essere la prevenzione dell’uso dei mezzi di contenzione limitandone, per quanto possibile, durata e frequenza. A questo proposito, si rende di primaria importanza che le alte autorità sanitarie e le amministrazioni delle istituzioni psichiatriche sviluppino una strategia e pianifichino delle iniziative che includano necessariamente:

- la fornitura di un ambiente sicuro e protetto ( anche negli spazi aperti);

- l’assunzione di un numero adeguato di operatori sanitari;

- l’adeguata formazione, iniziale ed in itinere, del personale impegnato nella contenzione dei pazienti;

- la promozione allo sviluppo di misure alternative che includano interventi di de-escalation.

Nella maggioranza dei paesi visionati dalla CNTP, sono potenzialmente utilizzate una o più delle seguenti tecniche di contenzione:

(a) contenzione fisica (e.g. immobilità del paziente indotta dall’utilizzo della forza fisica da parte del personale, “manual control”);

(b) contenzione meccanica (e.g. immobilità del paziente indotta dall’applicazione di strumenti di contenzione, ad esempio cinghie)

(c) contenzione chimica (e.g. controllo del comportamento del paziente indotto dalla somministrazione forzata di farmaci);

(d) isolamento (e.g. il collocamento di un paziente da solo in una stanza con uscita interdetta).

1. Principi generali

1.1 La contenzione può eccezionalmente rendersi necessaria per pazienti psichiatrici violenti che rappresentano un pericolo per sé stessi e gli altri;1

1.2 I mezzi di contenzione devono essere applicati sempre in accordo con i principi di legalità, necessità, proporzionalità e responsabilità.

1.3 Tutte le tecniche di contenzione e i criteri del loro utilizzo devono essere regolati dalla Legge.

1.4 La contenzione deve essere applicata esclusivamente in extrema ratio per prevenire danni immediati che il paziente potrebbe procurare a sé stesso o ad altri e deve essere prolungata per il più breve tempo possibile.

1.5 I mezzi di contenzione sono misure di sicurezza e non trovano giustificazione terapeutica.

1.6 I mezzi di contenzione non devono essere utilizzati per punire, per la mera sbrigatività del personale, a causa di carenza di personale o per sostituire cure o trattamenti appropriati.

1.7 Ogni istituzione psichiatrica deve sviluppare attentamente una esaustiva politica sulla contenzione. Nell’elaborazione di tale politica, il coinvolgimento e il sostegno sia del personale sanitario che di quello amministrativo sono essenziali. Tale politica deve essere orientata alla prevenzione, per quanto possibile, del ricorso ai mezzi di contenzione e deve esplicare inequivocabilmente quali tecniche sono potenzialmente utilizzabili, in quali circostanze possono essere applicate, la supervisione richiesta e gli interventi da effettuare una volta che la misura risulti conclusa; deve contemplare sezioni che disciplinino altri importanti soggetti quali: formazione del personale; archivi; meccanismi di segnalazione interna ed esterna; rendiconto; procedure di reclamo. Inoltre, i pazienti devono essere opportunamente informati sulla politica di contenzione in vigore nella struttura.

2. Autorizzazione

Qualsiasi ricorso a mezzi di restrizione deve essere sempre espressamente prescritto da un medico dopo una valutazione individuale, oppure deve essere immediatamente sottoposto all’attenzione di un medico per riceverne l’approvazione. A questo scopo, il medico deve esaminare il paziente sottoposto a contenzione il prima possibile. Nessuna autorizzazione generica deve essere accettata.

3. Applicazione dei mezzi di contenzione

3.1 I mezzi di contenzione devono essere sempre applicati con competenza ed accortezza, così da minimizzare il rischio di ferire o causare dolore nel paziente e preservare la sua dignità. Il personale deve essere appropriatamente formato prima di essere impiegato nell’applicazione pratica dei mezzi di contenzione.

3.2 Nel ricorrere a restrizione fisica manuale, il personale deve essere specificatamente formato ad effettuare prese che minimizzino il rischio di lesioni. Restrizioni del collo e tecniche che possano ostruire le vie aeree del paziente o infliggere dolore, devono essere proibite.

3.3 Per quanto riguarda la restrizione meccanica devono essere utilizzati esclusivamente strumenti predisposti a limitare effetti dannosi (preferibilmente, cinghie di stoffa imbottite), così da minimizzare il rischio che il paziente riporti lesioni e/o sperimenti dolore. Manette e catene non devono mai essere utilizzate per immobilizzare un paziente. I pazienti in contenzione devono essere posizionati sempre con il volto rivolto verso l’alto e le braccia orientate verso il basso. *Le cinghie non devono essere troppo strette e dovrebbero essere applicate in modo da consentire movimenti delle bracci a e delle gambe che siano il più possibile sicuri. Le funzioni vitali del paziente, quali la respirazione e la capacità di comunicare, non devono essere ostacolate. I pazienti in contenzione dovrebbero essere abbigliati adeguatamente e, per quanto possibile, dovrebbero essere messi in condizione di bere e nutrirsi autonomamente e di espletare le loro funzioni fisiologiche in servizi igienici.

3.4 L’uso di reti o gabbie andrebbe proibito in qualunque circostanza.

3.5 I pazienti non andrebbero sottoposti a restrizione meccanica in presenza di altri pazienti ( a meno che il paziente non espliciti la volontà di restare in compagnia di un determinato paziente); le visite da parte di altri pazienti dovrebbero avere luogo solo se espressamente autorizzante dal paziente in contenzione.

3.6 Il personale non deve essere assistito da altri pazienti nell’applicare i mezzi di contenzione.

3.7 Se si rende necessario il ricorso alla restrizione chimica, dovrebbero essere somministrati esclusivamente farmaci approvati, dagli effetti ben noti e ad azione breve. È necessari la costante consapevolezza degli effetti collaterali che un medicinale può avere su un particolare paziente, in particolare se questo medicinale vine utilizzato contemporaneamente a restrizione meccanica o isolamento.

3.8 Per quanto riguarda l’isolamento, la stanza in cui il paziente viene isolato dovrebbe essere appropriatamente progettata per lo specifico scopo. In particolare, dovrebbe assicurare la sicurezza del paziente e fornirgli un ambiente calmante.

4. Durata

4.1 La durata dell’uso di mezzi di restrizione meccanica ed isolamento dovrebbe essere del più breve tempo possibile (minuti, piuttosto che ore), e dovrebbe sempre terminare nel momento in cui le ragioni latenti del loro utilizzo sono cessate. L’applicazione della restrizione meccanica per giorni e giorni non incontra alcuna giustificazione e, nell’ottica della CNTP, dovrebbe essere assimilata a maltrattamento.

4.2 Se, eccezionalmente e per ragioni ineludibili, si renda necessario il ricorso a contenzione meccanica od isolamento di un paziente per un periodo maggiore di qualche ora, tale misura dovrebbe essere sempre supervisionata da un medico a brevi intervalli. In questi casi, e quando si verifichi un utilizzo ripetitivo dei mezzi di contenzione, sarebbe opportuno prendere in considerazione il coinvolgimento di un secondo medico e il trasferimento del paziente in una istituzione psichiatrica maggiormente specializzata.

5. Selezione del/dei tipo/i di contenzione

Nel caso in cui venga preso in considerazione il ricorso alla contenzione, sarebbero da preferire misure contenitive che siano meno restrittive e meno pericolose possibile. Nel selezionare tra i mezzi di contenzione disponibili, andrebbe tenuto conto, per quanto possibile, di fattori quali l’opinione del paziente ( inclusa qualsiasi preferenza espressa precedentemente) e le esperienze pregresse.

6. Utilizzo simultaneo di differenti tipologie di contenzione

A volte l’isolamento, la contenzione meccanica o la contenzione fisica possono essere utilizzate simultaneamente alla contenzione chimica. Tale pratica può essere giustificata esclusivamente se esiste la probabilità che riduca la durata dell’applicazione della contenzione o se venga considerato necessario per prevenire gravi danni sul pazienti o su altri.

7. Supervisione

Ogni paziente sottoposto a restrizione meccanica od isolamento dovrebbe essere supervisionato continuamente. In caso di restrizione meccanica, un membro qualificato del personale dovrebbe essere costantemente presente nella stanza per mantenere un rapporto terapeutico con il paziente ede per fornirgli assistenza. Se il paziente è tenuto in isolamento, un membro del personale dovrebbe essere sempre fuori dalla stanza oppure in una stanza adiacente che presenti una finestra, assicurandosi che il paziente possa vedere costantemente l’operatore e che quest’ultimo possa continuamente osservare ed ascoltare il paziente. Ovviamente la video sorveglianza non può sostituire la continua presenza di personale.

8. Debriefing

Una volte che i mezzi di contenzione siano stati rimossi, si rende essenziale il debriefing del paziente, per spiegarli re ragioni della restrizione, ridurre i traumi psicologici derivati da tale esperienza e per restaurare il rapporto medico-paziente. Ciò fornisce al paziente, insieme con il personale, anche l’opportunità di trovare misure alternative per mantenere il controllo su sé stesso, prevenendo, in tal modo, future esplosioni di violenza e conseguente contenzione.

9. Uso delle misure di contenzione su richiesta del paziente

Esiste la possibilità che il paziente chieda di essere sottoposto a misure di contenzione. Nella maggioranza dei casi, tale richiesta “terapeutica” suggerisce che le esigenze del paziente non hanno trovato riscontro e che andrebbero prese in considerazione altre misure terapeutiche. Ad ogni modo, se il paziente è sottoposto a una qualche misura di contenzione su sua richiesta, tale misura dovrebbe terminare non appena il paziente lo richieda.

10. Uso delle misure di contenzione nei confronti del paziente volontario

Nel caso in cui sia ritenuta necessaria l’applicazione di una misura di contenzione ad un paziente e esso lo rifiuti, lo status legale del paziente andrebbe revisionato.

11. Bollettini e rapporti di esempi applicativi di misure di contenzione

11.1 L’esperienza mostra che relazioni dettagliate e accurate circa esempi applicativi di misure di restrizione possono fornire all’amministrazione ospedaliera una visuale generale dei limiti della necessità del loro utilizzo e consentire che tali misure vengano utilizzate, quando lo si ritenga appropriato, riducendo la loro incidenza. A questo scopo, andrebbe istituito un registro in cui riportare tutti i casi di ricorsi alle misure di contenzione, inclusa la contenzione chimica. Ciò dovrebbe aggiungersi ai bollettini contenuti nella cartella clinica individuale del paziente. Ciò che viene menzionato nel registro deve includere l’ora in cui la misura è iniziata e finita, le circostanze del caso, le ragioni dietro il ricorso a tale misura, il nome del medico che l’ha prescritta ed autorizzata e una descrizione di qualsiasi lesione riportata dal paziente o dal personale. Ai pazienti andrebbe riconosciuto il diritto di allegare considerazioni personali a queste relazioni ed essi dovrebbero essere messi al corrente della possibilità di esercitare tale diritto; se lo richieda, il paziente dovrebbe ricevere una copia completa del rapporto.

11.2 La frequenza e la durata dei casi di contenzione dovrebbero essere sottoposte alla supervisione di un’autorità ispettrice e/o di un ispettorato esterno preposto a tale compito (e.g. l’ispettorato per l’assistenza sanitaria) secondo una prassi standardizzata. Ciò faciliterebbe una panoramica nazionale e regionale delle pratiche di contenzione correntemente utilizzate e sarebbe funzionale alla strutturazione di una politica che limiti la frequenza e la durata del ricorso alle misure di contenzione.

12. Procedure di denuncia

Procedure di reclamo efficaci sono strumenti tutelari basilari nel contrasto al maltrattamento in tutte le istituzioni psichiatriche. Ai pazienti, ai loro familiari e ai loro rappresentanti legali, dovrebbe essere riconosciuta la facoltà di esporre denuncia all’autorità amministrativa intestina all’istituzione e, seguendo una prassi confidenziale, ad un ispettorato esterno. Le procedure di denuncia dovrebbero essere semplici, efficaci e fruibili, in particolare per quanto riguarda il registro linguistico utilizzato. Ai pazienti dovrebbe essere riconosciuta la possibilità di rivolgersi ad un legale per ricevere assistenza giuridica in materia di denuncia e di beneficiare di assistenza legale gratuita nelle forme previste dalla legge.

[1] Si veda anche l’Art.27 della Raccomandazione della Commissione dei Ministri agli Stati Membri relativa alla protezione dei diritti umani e della dignità delle persone con disturbo mentale, così come le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in Bureš v. the Czech Republic (18 Ottobre 2012; matricola n. 37679/08; paragrafo 86) e M.S. v. Croatia (19 febbraio 2015; matricola n. 75450/12; paragrafo 97).

40#180 L’eredità della legge 180 nelle parole di Franco Rotelli

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 05/04/2018 - 16:07

6 Aprile ore 10.00 Frattamaggiore Autidorium ASL NA2 Nord Via Padre Mario, Vergara 228

40#180 W Marco Cavallo

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 05/04/2018 - 16:02

Il cavallo blu simbolo della libertà dei matti arriva a Fucecchio per farci galoppare con la fantasia e riflettere sui percorsi di inclusione a 40 anni dalla legge Basaglia –>Programma Marco Cavallo Fucecchio Allegati

40#180 Il mondo là fuori

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 05/04/2018 - 15:57

Il malato psichiatrico a quarnt’anni dalla legge 180: Giovedì 12 Aprile 2018 —>locandina basaglia Allegati

Roma, 11 e 12 maggio: Diritti, Libertà, Servizi

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 02/04/2018 - 17:56

Abbiamo deciso di promuovere un incontro nazionale per la Salute Mentale consapevoli che:

  • La tutela della Salute è fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, come afferma l’articolo 32 della nostra Costituzione.
  • L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dichiara che “la salute mentale è parte integrante della salute e del benessere”.
  • Per rendere effettiva questa definizione occorre intervenire con politiche adeguate sui tutti i determinanti della salute: sanitari, sociali, lavorativi, economici, ambientali.
  • La Legge 180 approvata quarant’anni fa, il 13 maggio 1978, ha allargato gli spazi della cittadinanza e della democrazia sancendo la chiusura dei manicomi, liberando migliaia di uomini e di donne lì rinchiusi e restituendo diritti, dignità e cittadinanza alle persone con disturbi mentali.
  • Grazie alla Legge 180, l’Italia è considerata dall’OMS il Paese che dispone della legislazione più rispettosa dei diritti delle persone con disturbi mentali.
  • Tuttora, seppure ostacolata, parzialmente attuata e persino tradita, la legge 180 é potente motore di trasformazione delle istituzioni e di affermazione dei diritti civili e sociali dei soggetti più fragili.
  • La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, pure essa conquista nel solco della legge 180, necessita di essere sviluppata per superare ogni logica manicomiale come prevede la legge 81/2014.
  • L’esistenza, a livello locale, di numerose esperienze positive dimostrano come le risorse esistenti, pure se insufficienti, possono essere integrate e spese meglio, riducendo i troppi letti in residenze e comunità diventati cronicari e spostando questi fondi verso servizi che aiutino le persone a restare nel proprio ambiente di vita.
  • Per sancire principi e obiettivi della legge 180 serve oggi un rilancio che parta dalla riqualificazione dei servizi di salute mentale e più in generale delle politiche sanitarie e sociali, insieme ad una ripresa della battaglia culturale per sradicare lo stigma, che associa pericolosità e follia, emarginando e discriminando le persone con disturbi mentali e i loro familiari.

Per queste ragioni

al Parlamento, al Governo, alla Conferenza delle Regioni e all’Anci

CHIEDIAMO

sia organizzata una Conferenza Nazionale sulla Salute Mentale

entro il corrente anno, che valuti lo stato delle politiche e dei servizi per la salute mentale, la necessità di un aggiornamento dei LEA e di un Nuovo Piano Nazionale.

Nella Conferenza Nazionale vogliamo discutere come ottenere:

  • Dipartimenti di Salute Mentale – organizzati nel rispetto dei Progetti Obiettivo Nazionali Salute Mentale e delle norme internazionali sui diritti umani delle persone con sofferenza mentale – capaci di garantire attività di prevenzione e tutela della salute mentale nelle comunità locali.
  • Un Finanziamento adeguato per i Dipartimenti, orientato ad assicurare percorsi di cura per la ripresa e l’emancipazione sociale delle persone, attuati nell’ambiente di vita, anche durante le fasi critiche e di acuzie e destinato in particolare ai progetti individuali-budget di salute.
  • Centri di Salute Mentale organizzati sulle 24 ore e servizi ad alta integrazione (sociale, sanitaria, lavorativa, abitativa …) in cui operano – in numero adeguato e con formazione continua – tutte le figure professionali sanitarie e sociali necessarie.
  • Servizi dove la partecipazione attiva e volontaria dei cittadini è decisiva per sostenere il cambiamento. Con una responsabilizzazione delle persone con disagio e disturbo mentali, dei nuclei e delle comunità di appartenenza, con il coinvolgimento degli stessi nella definizione, attuazione e monitoraggio delle politiche, e nella co-progettazione degli interventi a loro destinati.
  • L’eliminazione dei trattamenti degradanti, a partire dalla contenzione meccanica, e di ogni forma di segregazione.
  • Il completo superamento degli OPG, con Progetti di cura e riabilitazione individuali alternativi alla detenzione, considerando le REMS un’extrema ratio.
  • Il diritto all’assistenza e alla tutela della salute per le persone autori di reato, con percorsi di cura dentro il carcere e alternativi.
  • La ripresa e lo sviluppo di politiche di integrazione e di inclusione sociale e lavorativa, fondate sulla centralità della funzione pubblica per una co-progettazione e co-gestione con il privato sociale no profit.
  • Diritti, Libertà, Servizi per la Salute Mentale

Vedi la bozza di programma

Scarica l’appello


PROGRAMMA 11 E 12 MAGGIO bozza aggiornato al 30 marzo 2018

2018_03_APPELLO SALUTE MENTALE 2018-11-12-MAGGIO-def Allegati

Empowerment College. Giornate di formazione a Trieste.

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 31/03/2018 - 14:35

«La conoscenza è la chiave per favorire l’inclusione»

Il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste sta progettando e avviando in modalità sperimentale un modulo formativo rivolto a coloro che attraversano i servizi di salute mentale o operano nel campo per promuovere il benessere mentale. Denominato Empowerment College, nasce da un’iniziativa Erasmus+, finanziata dall’Unione Europea per il biennio 2016­-2018. Il progetto europeo vede impegnate sei nazioni al lavoro per dare una risposta alle esigenze concrete di empowerment, ovvero auto-determinazione e legittimazione.

Il College è strutturato in base alla co­produzione tra professionisti, formatori ed esperti per esperienza diretta di disagio. Lo scopo nel promuovere e sviluppare i corsi è raggiungere le persone che sono escluse dalla partecipazione alla vita sociale per lo sviluppo di una prospettiva di vita e lavoro personalizzata, realistica e attenta alle risorse. L’iniziativa formativa non è da intendersi come “correttiva” di stili di vita disorientati o segnati dallo svantaggio, ma punta al consolidamento dell’esperienza sin qui maturata, rafforzando la reciprocità delle relazioni e la rivalutazione del percorso di vita.

Con la parola ‘empowerment’ si indica il processo interiore per divenire coscienti del proprio potere individuale e per aiutare gli altri ad acquisire la stessa consape­volezza. È il potere di sconfiggere le ingiustizie nella società e valorizzare le singole abilità e capacità, il potere di credere in se stessi. La speranza deve condurre alla conquista di possibilità, attraverso autostima, partecipazione alle decisioni, dignità e rispetto, appartenenza e contributo all’accrescimento della comunità. L’empowerment è un importante elemento di sviluppo umano e lavorare per esso significa credere nei talenti, nelle risorse e nell’infinito potenziale delle persone.

L’EMPOWERMENT COLLEGE È STRUTTURATO IN TRE CICLI DI INCONTRI

1)PARLIAMO DI SOLDI

Il modulo formativo denominato PARLIAMO DI SOLDI è indirizzato da un approccio alla discussione attorno alfattore economico, per “parlare di denaro, ma non di come spenderlo o risparmiarlo”. I partecipanti saranno coinvolti direttamente e invitati a scambiarsi esperienze, in un’ottica di dialogo aperto su temi reali, persviluppare la capacità di fare delle scelte, diventare indipendenti, rafforzare la propria rete di relazioni: tutto ciò fa parte del percorso di ognuno verso la ripresa personale.

2) LA MIA VITA, I MIEI DIRITTI

Il modulo LA MIA VITA, I MIEI DIRITTI vuole favorire una maggiore consapevolezza che l’applicazione delle leggi che garantiscono i diritti non è sempre praticata. Per far valere i propri diritti, bisogna conoscere e far rispettare la Convenzione delle persone con disabilità e gli altri strumenti internazionali e regionali in materia di diritti umani, promuovere l’esercizio dei propri diritti e sperimentare le varie forme di aiuto.

3) PREGIUDIZIO, TIMORE E CONSAPEVOLEZZA

Un modulo per favorire la piena partecipazione alla vita sociale e lavorativa, libera da stigma e discriminazione. Il tutto con la collaborazione di associazioni e altri soggetti attenti alla sensibilizzazione sultema dell’inclusione sociale e del contrasto a forme di emarginazione e pregiudizio. Condividere la consapevolezza dello stigma come processo sociale, dove ciascun individuo partecipa come stigmatizzato e stigmatizzante, almeno in certe connessioni e in certi periodi della vita. Stigma e pregiudizio non sono la stessa cosa: richiedono forza, coraggio, conoscenza e lavoro su se stessi per incidere sulla loro produzione sociale.

Gli incontri si terranno presso il padiglione I – via De Pastrovich 2 a Trieste i martedì pomeriggio dalle 14 alle 19.

‘Parliamo di soldi’: 13 marzo, 20 marzo, 27 marzo, 10 aprile

‘La mia vita, i miei diritti’: calendario in via di definizione

‘Pregiudizio, timore e consapevolezza’: calendario in via di definizione

Per le iscrizioni contattare Articolo 32 presso la segreteria del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13, tel. 040/3997354,e-mail: triestearticolo32@gmail.com

40#180. Le 3 giornate di Firenze. Il Manicomio invisibile.

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 27/03/2018 - 13:29

Si è concluso il ciclo di incontri dell’iniziativa il Manicomio invisibile, organizzata in occasione del 40° anniversario della legge Basaglia dai collettivi Codice Rosso di medicina e Laboratorio 15 di Psicologia dell’università di Firenze. Una tre giorni all’insegna della legge 180 che ha permesso agli studenti di approfondire l’esperienza basagliana e la situazione attuale della cura del disagio psichico.

I temi toccati sono stati molti, grazie anche ad un’ampia partecipazione da parte degli studenti che hanno riempito le aule e i luoghi di dibattito, portando le loro domande e riflessioni agli interlocutori, psichiatri e psicologi provenienti da diverse realtà italiane.

In apertura, Peppe dell’Acqua e Patrizia Guarnieri hanno parlato a più di 200 studenti riuniti nel plesso di Psicologia in via della Torretta e, tra la piacevole narrativa su Basaglia e Marco Cavallo, hanno proiettato i partecipanti all’interno del pensiero basagliano, trasmettendo l’essenza della sua rivoluzione. Mettere tra parentesi il disagio psichico, questa è stata l’operazione portata avanti da Basaglia, così da poter recuperare un rapporto tra esseri umani, rendere dignità alle persone, alle loro storie e ai loro traumi, brutalmente celati dietro lo stigma della malattia mentale. Durante l’incontro si è inoltre sviluppata un’analisi delle leggi pre-180, in particolare della legge sui manicomi del 1904, della legge Mariotti e della legge 833 sull’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale e si è così approfondito il contesto storico politico di quegli anni.

Il secondo incontro, dedicato all’organizzazione delle strutture sanitarie e delle reti sociali adibite alla cura e al reintegro del malato, ha visto la presenza di Walter Ciardo (primario di psichiatria dell’ospedale di Ponte a Niccheri), degli psicologi dell’associazione AIDET, di Lauro Mengheri (presidente dell’ordine degli psicologi Toscana) e di Kevin Nicolini (rappresentante dell’associazione Franco Basaglia di Trieste). I temi approfonditi sono stati l’organizzazione dei Centri di Salute Mentale, la funzione degli SPDC e l’organizzazione territoriale delle associazioni che permettono al malato di inserirsi in un contesto nel quale identificarsi, non ridotti alla loro malattia, ma nella pienezza di esseri umani. Gli psicologi hanno poi approfondito le loro esperienze formative e sottolineato l’importanza della presenza della figura professionale dello psicologo nel pubblico.

Al termine del dibattito si è svolta la passeggiata-spettacolo “C’era una volta il manicomio”, a cura della compagnia teatrale Chille de la Balanza. L’evento ha permesso ai presenti di riflettere sulla forza della rivoluzione basagliana, grazie anche ad alcune immagini tratte dal documentario “I giardini di Abele” di Sergio Zavoli, ad alcune lettere scritte dai pazienti rinchiusi nei manicomi e alle immagini di San Salvi dopo la sua chiusura.

L’ultima giornata ha chiamato Vito d’Anza e Piero Cipriano, rispettivamente da Pistoia e da Roma, ad affrontare insieme agli studenti il tema della contenzione medico-psichiatrica. Entrambi gli psichiatri portano avanti la lotta per l’abolizione della contenzione da molti anni (vedi “..etu slegalo subito29, pur ritrovandosi in contesti e ruoli molto diversi. Uno infatti è direttore di un SPDC a porte aperte, l’altro un dipendente in un SPDC cosiddetto restraint, dove la contenzione, sia essa di tipo meccanico che chimico, è pratica comune. Interessante il confronto delle esperienze, alla luce del quale emerge la disomogeneità della realtà della salute mentale italiana, da Vito d’Anza descritta come “a macchia di leopardo”: ci sono infatti alcune realtà in cui la contenzione non viene applicata, ma sono poche e sporadiche, dovute all’esempio e alla lotta dei singoli individui. Durante il dibattito entrambi gli ospiti hanno sottolineato che la legge italiana è praticamente perfetta e che siamo noi quindi, futuri medici e psicologi, a doverci fare portatori del messaggio basagliano e lottare contro una cultura che non vede il malato come soggetto, ma come oggetto, e che, ancora oggi, fa uso di pratiche disumanizzanti come la contenzione e la coercizione.

Lettera a Vittorio Feltri

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 26/03/2018 - 20:38
Di Luigi Benevelli medico psichiatra. Caro Direttore di «Libero», il suo quotidiano di oggi Venerdì 23 marzo ha titolato in prima pagina, a tutta pagina, “Accoglienza da pazzi- un richiedente asilo su due è matto da legare e va curato”. A seguire, le pagine 2 e 3 con i servizi “Richiedenti asilo- uno su due è matto e va curato”; “L’accoglienza è una roba da pazzi”; “Nei manicomi giudiziari (sic !!!) il 17% dei detenuti è straniero” e un reportage da Vicenza la cui Azienda Sanitaria avrebbe proposto un questionario per sapere quanti ospiti dei Centri di accoglienza avessero subito trattamenti sanitari obbligatori e soffrissero di disturbi legati al sesso, improvvisi atteggiamenti inconsulti ecc. ecc. Purtroppo non solo nei titoli, ma anche negli articoli si dispiega la narrazione di una grande pericolosità sociale e di comportamenti feroci a carico dei migranti. Si parla anche dell’arretratezza, se non della inesistenza di studi aggiornati sulla situazione assistenziale da parte dei servizi di salute mentale pubblici italiani; è citato solo lo studio di Medici senza Frontiere condotto nei Centri di accoglienza di Roma, Trapani e Milano. È del tutto evidente che i migranti che approdano sulle coste italiane dalla Libia sono persone a rischio molto elevato di grave sofferenza mentale per la pesantezza di traumi, eventi stressanti, violenze sessuali e non, maltrattamenti, umiliazioni, deprivazioni. Così come è evidente che la gran parte di loro declini e interpreti il proprio star male secondo i codici delle culture di appartenenza, diversi da quelli in uso da noi, comprese le culture scientifiche cui si ispirano i professionisti dei nostri servizi pubblici di salute mentale. Questo costituisce certamente un problema sia per le persone che stanno male che per quelle che se ne devono occupare per aiutarle. A fronte di tali difficoltà «Libero» usando il linguaggio del lessico manicomiale, lancia l’allarme di “bombe umane” di colore pronte ad aggredire e violentare, folli, inavvicinabili. Al di là di questa operazione a fomentare paura, diffidenza, odio razzista, si nota che non viene affrontato il nodo della questione: l’ignoranza delle culture psichiatriche italiane di fronte all’incontro con pazienti che arrivano da paesi non-europei. L’ignoranza si può superare studiando, parlando con le persone migranti, cercando di conoscerle e capirne le ragioni, andando a vedere cosa si fa in altri paesi europei. Ma all’ignoranza non si rimedia legando, “bombando” di psicofarmaci, chiudendo a chiave da qualche parte e in qualsiasi modo i migranti che stanno male, allontanandoli dalla nostra vista senza guardarli o lasciandoli affogare in mare. Un anno fa, nel marzo 2017, il Ministero della Salute ha licenziato le “ Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale compresi eventuali programmi di formazione e aggiornamento specifici rivolti al personale sanitario”. In esse si riconosce che i richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria (RTP) “sono una popolazione a elevato rischio di sviluppare sindromi psicopatologiche a causa della frequente incidenza di esperienze stressanti o propriamente traumatiche. Sono persone costrette ad abbandonare il proprio paese generalmente per sottrarsi a persecuzioni o al rischio concreto di subirne. Possono anche fuggire da contesti di violenza generalizzata determinati da guerre o conflitti civili nel proprio Paese di origine. Inoltre, durante il percorso migratorio, sono sovente esposti a pericoli e traumi aggiuntivi determinati dalla pericolosità di questi viaggi che si possono concretizzare in situazioni di sfruttamento, violenze e aggressioni di varia natura compresa quella sessuale, la malnutrizione, l’impossibilità di essere curati, l’umiliazione psicofisica, la detenzione e i respingimenti. Gli eventi traumatici che colpiscono i RTP determinano gravi conseguenze sulla loro salute fisica e psichica con ripercussioni sul benessere individuale e sociale dei familiari e della collettività. Cosa hanno fatto in questo anno le nostre Regioni, che sono le responsabili dei servizi sanitari, anche quelle che si dicono piene di “eccellenze”; cosa hanno fatto le Università, che sono titolari della formazione, anche quelle che tengono i corsi e gli esami in inglese? Credo che abbia proprio ragione l’etnopsichiatra italiano Roberto Beneduce, quando a proposito della situazione italiana afferma che “la situazione migratoria rimanda decisamente ai nodi irrisolti della situazione coloniale” . Luigi Benevelli medico psichiatra Mantova, 23 marzo 2018

I 40 anni della Legge 180

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 24/03/2018 - 12:15

Di dr. Giorgio Colombo

I 40 anni della Legge 180

Perché incontrarci a ragionare  sulla legge 180, dopo quarant’anni, concentrandoci sui temi della fragilità e della pericolosità?

Credo che  la legge abbia in sé un nucleo di incompiutezza che si protende verso il futuro e sollecita la nostra riflessione, come fosse una sfida a realizzare principi irrinunciabili, anche correndo rischi prevedibili, accettati  e condivisi.

Siamo qui perché, oggi, noi siamo il futuro della 180  e  dobbiamo conoscere e capire che cosa ha significato e  significhi per i pazienti e le loro famiglie, per la comunità a cui appartengono, per i servizi e per gli operatori che se ne prendono cura.

Oggi tocca a noi schierarci nell’articolato dibattito in cui è ancora difficile non mettere i matti da una parte e la società dall’altra, a maggior ragione se si tratta di matti ritenuti pericolosi. Così com’è difficile riconoscere il diritto di tutti ad avere voce in capitolo quando si tratta della propria vita.

La 180 nasce durante il dibattito parlamentare sui principi ispiratori del Sistema Sanitario Nazionale, che in una prima versione riconosceva ancora nella pericolosità sociale il criterio ispiratore dell’intervento psichiatrico. Ha il destino di tutte  le leggi che raccolgono i fermenti propulsivi di gruppi sociali innovatori, indicando  nuovi modelli operativi che concretizzano un’etica nuova e una nuova cultura.

Inevitabilmente, leggi di questo tipo sono il risultato di uno scontro e di una  mediazione tra le spinte innovative e quelle conservatrici presenti nella società, nelle commissioni parlamentari e nel parlamento legiferante.

Per la 180 si trattò di una preparazione e di un conflitto lunghi, durati quasi vent’anni, accompagnati dalla lenta diffusione di una coscienza sociale  degli orrori del manicomio e dal rifiuto della segregazione che i malati subivano nei manicomi d’Italia, spogliati persino della propria storia e della propria identità,.

La legge fu preceduta da diversi tentativi di umanizzare il manicomio e organizzare il territorio per garantire alternative all’internamento. Dieci anni prima, l’esigenza di un’ampia riforma del sistema ospedaliero, in particolare  degli ospedali psichiatrici, si era imposta anche a livello istituzionale traducendosi nella legge n° 132 del 1968, conosciuta come Legge Mariotti.

Tuttavia la 180 riguarda non solo il manicomio ma anche altri  temi particolarmente “caldi” e di grande risonanza culturale ed emotiva. “Pericolosi” e utopici a giudizio di alcuni, per altri sono irrinunciabili principi di civiltà: la volontarietà delle cure per i malati di mente, il diritto all’autodeterminazione dei “folli”, la rinuncia alle pratiche restrittive, che tutti vorrebbero eliminare anche se molti le ritengono inevitabili, in casi particolari ma non eccezionali, la liceità e la costituzionalità degli accertamenti e dei trattamenti obbligatori, la distinzione tra cura, normalizzazione  e contenimento sociale  e il conseguente ruolo della psichiatria, l’attenzione ai bisogni e alle risorse personali  prima che ai sintomi.

Perciò, è comprensibile che nessuna delle parti in campo sia stata soddisfatta dal testo della legge e che, in questi 40 anni, siano stati proposti numerosi disegni di legge  allo scopo di migliorare, perfezionare, concretizzare, dare attuazione, modificare, abolire la 180, oppure tutelare i diritti personali o la sicurezza sociale. L’ultimo di questi è il DDL 2850 del 13/05/2017.

La legge  è uno dei frutti dell’azione e della riflessione clinica, sociale e politica di singoli o di gruppi, attivi in diversi luoghi d’Italia, mossi dal disgusto per situazione presente, accomunati da una formidabile capacità di lavoro  in condizioni avverse  e  animati da una inusuale determinazione a perseguire un principio, etico prima che scientifico. Psichiatri e amministratori che non potevano accettare né l’intrinseca, alienante brutalità del modello manicomiale di custodia e cura – sancito dalla Legge n. 36 del 1904 – né l’identificazione della sofferenza psichica con l’irresponsabilità e la pericolosità sociale, né  la violenza  insita nei trattamenti, sui quali il malato non poteva negoziare dopo essere stato privato, al momento del ricovero,  dei diritti sociali e politici.

Il gruppo più famoso si forma intorno al prof. Franco Basaglia, direttore del  manicomio di Gorizia dal 1961 al 1969. Dopo l’esperienza di Gorizia, i suoi esponenti saranno attivi su tutto il territorio italiano.

Il loro lavoro dentro il manicomio è condotto favorendo in ogni modo l’interazione tra manicomio e mondo esterno (volontari, intellettuali, libri, interviste, programmi televisivi….) ed è parte integrante delle turbolenze, delle conquiste e delle sofferenze della società italiana degli anni ‘60 e ’70 del 1900. In quegli anni, il movimento antiistituzionale rimette in discussione  la famiglia, la scuola, l’esercito, la chiesa, le istituzioni politiche e giudiziarie mentre la nuova psichiatria critica radicalmente i principi ispiratori dell’istituzione manicomiale, ritenuti non solo antidemocratici ma anche antiterapeutici.

Da un sistema fondato su:

  • gerarchia
  • espropriazione: i pazienti erano privati delle proprie cose, dei vestiti, dei capelli, non avevano un armadio o un comodino propri, non potevano decidere nulla che riguardasse la propria vita quotidiana o il proprio futuro
  • separazione/segregazione: grate, porte chiuse, reparti femminili e maschili, ricorso abituale alla violenza, contenzione, isolamento
  • negazione della soggettività e dell’autodeterminazione
  • trascuratezza dei bisogni primari
  • cancellazione della storia individuale,

si passa a una gestione nuova: i pazienti sono considerati persone capaci e responsabili, vengono sollecitati all’incontro, alla discussione, alle relazioni interpersonali, alla condivisione delle decisioni in assemblea. Si lavora per ridare loro la libertà e il potere decisionale, ispirandosi al modello della “comunità terapeutica” e inserendosi nel flusso  dei cambiamenti teorici e operativi che interessa la psichiatria europea di quegli anni.

Sono “Utopie della realtà” che in Italia diventano azioni concrete di cambiamento, non solo della psichiatria ma della società.

Mentre quello che accade a Gorizia e poi a Trieste assume una risonanza internazionale, ma è preceduto e accompagnato da altre esperienze che contribuiscono al cambiamento della psichiatria italiana.

Si pensi  alla spinta innovatrice di  Ilvano Resimelli (eletto presidente della Provincia di Perugia nel 1964) e di Carlo Manuali (psichiatra nel manicomio di Perugia) che rivoluzionano  l’assistenza psichiatrica a Perugia e in tutta l’Umbria dal 1965 al 1978: umanizzazione del manicomio,  dimissione di gran parte dei pazienti, organizzazione di una capillare rete di servizi territoriali, coinvolgimento della popolazione in assemblee e dibattiti, appoggio dell’amministrazione locale. Nel 1968, a Perugia apre il primo CIM italiano, secondo le indicazioni della Legge Mariotti.

Franco Basaglia è in contatto con Sergio Piro che dirige il manicomio Materdomini di Nocera Superiore (SA) dal 1959 al 1969, avvia una comunità interna al manicomio ripetendo l’esperienza di Gorizia e per questo viene licenziato.

Nel 1965, Mario Tommasini, eletto assessore provinciale con competenza nella gestione del manicomio di Colorno, reagisce alla “visione dell’inferno” con un processo di riforma radicale che prevede  umanizzazione e svuotamento del manicomio, anche contro il parere del direttore  e contro una buona parte degli infermieri; organizzazione di servizi territoriali, reperimento di alloggi, ricerca di opportunità di lavoro.

Quando Franco Basaglia  diventa Direttore dell’Ospedale S. Giovanni di Trieste, nel 1971,   la sua azione è guidata dalla riflessione critica  sull’esperienza di Gorizia dalla quale origina la convinzione che qualunque tentativo di migliorare la vita all’interno del manicomio l’avrebbe forse trasformato in una gabbia dorata, che però rimaneva pur sempre una gabbia, isolata in un contesto sociale e politico ostile. L’obiettivo diventa la chiusura del manicomio e il potenziamento dei servizi territoriali, per evitare che la dimissione si trasformi in un abbandono.

Il progetto è portato a termine dal 1971 al 1980. Dal 1971 al 1978 i ricoverati non volontari passano da 1182 a 87 e il 21/04/1980 l’Amministrazione provinciale di Trieste dichiara ufficialmente: “L’ospedale psichiatrico di Trieste può cessare le sue funzioni  ed essere soppresso”.  Trieste diventa  la prima città al mondo in cui il manicomio viene chiuso.

Questa azione comportò una lotta politica durissima contro la magistratura, la stampa e le forze politiche più conservatrici.

Il timore della pericolosità sociale dei pazienti fu un’ombra, un fantasma che ha accompagnato costantemente il cambiamento in corso.

Fin dall’inizio Basaglia era consapevole che il nodo della pericolosità costituiva un’insidia: sarebbe bastato un “incidente” per frenare il processo:

“In una realtà in rovesciamento […] un passo falso o un errore possono confermare – agli occhi dell’opinione pubblica – l’impossibilità di un’azione” (F. Basaglia e F. Ongaro, 1968)

E gli incidenti, tragici, ci furono e diedero forza alle voci che si opponevano alla trasformazione in corso. Gli attacchi furono durissimi: “Questo pugno di contestatori e sovversivi mette in circolazione gli assassini” (da un manifesto dell’epoca)

Rimane la domanda  di Basaglia:

“Possiamo, per uno che uccide condannare alla morte civile migliaia di uomini, possiamo rinunciare alle pratiche che vogliono guarire, possiamo tornare ad essere carcerieri implacabili di gente fragile, per conto di un metodo che non vuole problemi?” (F. Basaglia, 1971)

Tra questi contrasti si arriva alla promulgazione della legge 180, in un precipitare di eventi che accellerarono il processo: votata in venti giorni, sotto la pressione del Referendum Radicale abrogativo della legge del 1904;  firmata dal Capo dello Stato il 13/05, è pubblicata su G. U. n. 133 del 16/05/1978, neppure discussa in Parlamento ma  solo nelle commissioni di Camera e Senato, frutto di intesa e compromesso tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista in cui  nessuno, tantomeno Basaglia, vede accolte integralmente le sue tesi.

Primo firmatario e promotore è On. Bruno Orsini , democratico cristiano ed esponente dell’AMOPI (Associazione Medici ospedali psichiatrici italiani) molto più moderata di Psichiatria Democratica.

Il clima sociale e politico in cui la legge viene promulgata è drammatico, dominato dall’angoscia nazionale per la morte del Presidente del Consiglio Aldo Moro, ucciso dalla Brigate Rosse  dopo 55 giorni di prigionia,  il 09 maggio.

F. Basaglia, insieme a Pschiatria democratica, espresse un giudizio severo sui limiti e le ambiguità della legge:

“E’ una danza di principi vecchi e nuovi evidente risultato di un lavoro di compromesso, che rischia di lasciare le cose come sono, con tutto il potere delegato ai medici e ad altri personaggi che non hanno nulla a che fare con la cura dei malati. Inoltre la legge presuppone un’organizzazione sociale completamente diversa  e assolutamente democratica , e ciò non è” (1978)

Nella legge non sono definiti i tempi del cambiamento, la natura dei servizi, la loro organizzazione; la misura in cui si può ricorrere al TSO viene lasciata alla discrezione delle singole amministrazioni locali, dei medici,  dei giudici.

Non sono previsti i finanziamenti per trovare alloggio e impiego alle migliaia di ex-pazienti; non si affronta il problema dei lavoratori che perdono il posto con la chiusura degli ospedali psichiatrici

Dopo la legge, la riforma si è affermata in modo disomogeneo nei tempi e nei modi: ci sono voluti vent’anni per arrivare alla chiusura definitiva dei manicomi, con grandi differenze tra una regione e l’altra.

Tuttava una cosa è chiara, come scrive Franca Ongaro Basaglia, pochi mesi dopo la promulgazione della legge:

“Il 13 maggio non si è stabilito per legge che il disagio psichico non esiste più in Italia, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza”

(F. Ongaro Basaglia, 19/09/1978)

Il dibattito sulla legge, e sulla psichiatria da cui è nata e che ne deriva, continua  perché essa prospetta modelli dell’agire psichiatrico realizzati solo parzialmente  nella normale operatività dei servizi pur essendo  ormai parte della cultura condivisa dalla comunità scientifica nel campo della salute mentale:

  • la realizzazione nella pratica clinica del diritto del paziente di esprimersi liberamente, di muoversi liberamente, di manifestare i propri bisogni e  avere un reale potere contrattuale anticipa di 40 anni quello che oggi chiamiamo empowerment;
  • sollecitare il paziente a riappropriarsi della vita, degli affetti, del  proprio ruolo sociale, recuperando potenzialità e aspettative anche se i sintomi non scompaiono del tutto, è uno stile di lavoro orientato alla  recovery, con quarant’anni di anticipo, prima che il modello biologico e le terapie farmacologiche mostrassero i loro limiti nei trattamenti cronici e rendessero la recovery una necessità, prima che un diritto;
  • L’accento sull’eccezionalità dei trattamenti coercitivi/obbligatori, sempre attuati  “nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura” e sempre “accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato”.

Infine,

  • la valorizzazione delle variabili sociali, relazionali  e psicologiche nel favorire il decorso positivo o negativo dei disturbi mentali e il superamento del riduzionismo biologico, che s concentra  sulla malattia e trascura la persona. Riguardo a questo orientamento, lo stesso Basaglia ebbe un ripensamento:

“Penso che abbiamo commesso un grosso errore quando abbiamo creduto di dover attaccare il manicomio per far emergere il vero volto della malattia e di conseguenza ci siamo detti che, in pratica, avremmo dovuto mettere la malattia tra parentesi” (F. Basaglia 1979)

Eppure, esso assume oggi maggior fondatezza scientifica di quanto non ne avesse allora, grazie agli innumerevoli studi di genetica, epigenetica, neuromaging funzionale e  allo sviluppo delle neuroscienze, che  avvalorano l’ipotesi di un legame strettissimo tra esperienze personali, relazionali, culturali, psicoterapeutiche ed  espressività genica, funzionamento cerebrale, modificazione dei sintomi e della sofferenza psichica. Per non parlare dell’importanza dello stress cronico o degli abusi in età infantile sullo sviluppo cerebrale.

E’ sempre più verosimile che lo slogan “La libertà è terapeutica” diventi una verità scientifica.

Oggi più di allora ci sono valide motivazioni scientifiche per costruire servizi territoriali forti e articolati, vicini ai luoghi in cui vivono i pazienti, connessi alla comunità e agli enti locali, dotati di risorse umane ed economiche senza le quali un progetto così ambizioso non può realizzarsi.

Noi,  con infinite contraddizioni, raccogliamo questa eredità e ci interroghiamo:

  • a proposito di empowement: come gestire i servizi in cui il potere decisionale sia condiviso con i pazienti o i familiari: quali poteri ha davvero un “ospite” di un gruppo appartamento o di una casa famiglia o di una residenzialità leggera. Chi decide chi entra in casa e quando? Che poteri di autodeterminazione ha un utente del centro diurno? Che cosa può scegliere contro il parere degli operatori? Ma anche: è garantita la libertà e l’autonomia dei curanti nel proporre il trattamento migliore sulla base delle evidenze scientifiche senza sottostere alle pressioni sociali e ideologiche?
  • come recuperare l’unità e l’identità di una psichiatria che si colloca tra le scienze naturali, le scienze sociali, quelle psicologico/umanistiche, per riattribuire unità all’esperienza della  sofferenza psichica e della persona che la vive? Come rispondere ai giudizi cui siamo continuamente esposti, tanto autorevoli quanto contraddittori e discutibili? Nel 2012 la prestigiosa rivista Lancet (2012) afferma che la percezione comune nell’ambito della professione medica è che la psichiatria non sia abbastanza scientifica e che sia troppo distante dal resto della medicina. Che sia necessario un suo riallineamento ad un modello biomedico della salute mentale. Più recentemente  il  Rapporto Speciale dell’ONU del 2017 esprime il seguente giudizio: “per decenni, i servizi di salute mentale sono stati  governati da un paradigma biomedico riduzionista che ha contribuito all’esclusione, alla trascuratezza, ai trattamenti coercitivi e agli abusi nei confronti delle persone con disabilità intellettive, cognitive e psicosociali” Esposti  alla complessità dei problemi che dobbiamo affrontare, a giudizi generici  e contraddittori a cui siamo sottoposti e alle innumerevoli richieste che ci vengono rivolte non è facile mantenere la consapevolezza della nostra identità e una pratica clinica basata sulle evidenze scientifiche e sul   rispetto, la dignità e i diritti della persona.
  • Come conciliare la complessità degli obiettivi e degli interventi, la prossimità e continuità assistenziale, i percorsi di cura individualizzati, la presa in carico di pazienti e famiglie, l’attenzione ai bisogni e l’orientamento alla recovery  con DSM spesso troppo ampi e  personale sempre più ridotto? Sono significativi i risultati di un recente studio multicentrico italiano, presentato dalla pf.ssa Galderisi durante il congresso della SIPS, tenutosi a Napoli nel gennaio scorso. Sono stati studiati i programmi terapeutici territoriali di più di 1000 soggetti affetti da disturbi psichici gravi (spettro schizofrenico) seguiti in diversi servizi italiani: il 73% riceve esclusivamente un trattamento farmacologico; il 27% un trattamento integrato, definito con una soglia molto bassa: Farmaci + gruppi di auto aiuto; farmaci + CD; farmaci + interventi riabilitativi generici. Solo una piccola minoranza usufruisce d’interventi riabilitativi di riconosciuta efficacia.

  • Come affrontare il rifiuto delle cure, dei comportamenti aggressivi e violenti e della pericolosità di alcune persone affette da un disturbo mentale,? Come  regolamentare  ASO e TSO? Come affrontare il tema della contenzione e come  conciliare  il rispetto della libertà e il diritto alla volontarietà dei trattamenti, stabiliti dalla Costituzione,  con la posizione di garanzia a cui è tenuto l’operatore sanitario? Come accettare la libera scelta del paziente e ottemperare nello stesso tempo all’obbligo di impedire  eventi avversi che ne minaccino l’integrità e la vita o comportamenti che potrebbero compromettere l’integrità altrui?

  • Come affrontare comportamenti esplosivi, impulsivi, o strumentalmente e consapevolmente minacciosi e violenti, dispotici e antisociali, forse  rari ma non eliminabili con dichiarazioni di principio e certo non sempre attribuibili all’imperizia degli operatori?
  • Come lavorare con  pazienti che commettono i reati, la cui pericolosità è cancellata per legge ma continua ad essere presente nel codice penale?
  • Come restituire i diritti di cittadinanza ai pazienti riconoscendo, nello stesso tempo, i diritti agli operatori, e come costruire relazioni terapeutiche fondate sulla condivisione di diritti, doveri e responsabilità, nelle quali il rispetto per la dignità del paziente sia perseguito nel rispetto della dignità di chi si prende cura di lui?

Qualunque sia la risposta a queste sfide deve essere chiaro che  il pensiero e il lavoro di Basaglia – e la legge 180 che ne costituisce l’approdo (anche se certo mai immaginato come definitivo né in sé risolutivo) – vanno letti come la prosecuzione di un pensiero lungo, che ha la sua origine nella Costituzione e che tenta di portarne lo spirito nel territorio del manicomio  e della follia da cui era stato escluso per trent’anni.

D’altra parte lo stesso Basaglia definì la 180, ormai confluita nella 833, «soltanto l’inserimento nella normativa sanitaria di un elemento civile e costituzionale che sarebbe dovuto esservi implicito».

E la  Costituzione è chiarissima:

Art. 13

«La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge». E poi ancora: «E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà».

Art. 32:

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Le risposte alle sfide della 180 non saranno altre leggi che ribadiscano ancora gli stessi principi, illudendoci che questo basti a realizzarli, ma cambiamenti realistici e concreti nel nostro modo d’essere e di lavorare.

“Bisogna tenere ben salde nella memoria le leggi che hanno segnato conquiste sociali e diritti civili. Bisogna rinunciare a ogni forma di autocompiacimento e adesione fideistica alla funzione salvifica di una legge, di un modello o di un algoritmo. Sono sempre coperte troppo corte o inadeguate. Non aver timore di promuovere idee innovative e di lavorare su progetti e obiettivi ambiziosi, allineare le evidenze scientifiche con la pratica del mondo reale, implementare un’informazione scientifica equilibrata e controllata; ridurre la distanza tra le persone che necessitano di un trattamento e quelle che realmente lo ricevono; ridurre la distanza tra efficacia ed efficienza, applicare concretamente il modello dell’assunzione di decisioni condivise e, infine, contrastare l’oscurantismo pseudoscientifico spesso alimentato da pregiudizi ideologici….Abbattere ogni forma di stigma e di discriminazione” (S. De Giorgi, gennaio 2018)

Infine, bisogna monitorare e valutare gli interventi preventivi, terapeutici e riabilitativi considerando non solo adeguatezza, appropriatezza, efficacia ed efficienza ma anche e sempre rispetto e  dignità,  di pazienti e operatori.

—————————————-

Dr. Giorgio Colombo

Via C. Collodi, 22 – Legnano (Mi)

Medico Psichiatra

Direttore ff dell’U.O: di Psichiatria di Legnano

ASST Ovest Milano

SPDC Presidio Ospedaliero di Legnano

Via Papa Giovanni Paolo II

Tel.: 0331449372

—————————————-

immagine da https://www.sospsiche.it/legge-180-e-leggi-salute-mentale/la-legge-180/galleria-fotografica.html

5-6 Aprile: Musiche e ritmi nel tempo. La tradizione si fa cura

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 24/03/2018 - 12:09

Seminario interattivo musicale

Programma

Volantino Marco Cavallo

“MUSICHE E RITMI NEL TEMPO: la tradizione si fa cura” si inserisce nel progetto   PerSona Identità e Musica in cui vanno a collocarsi i congressi realizzati in Villa  Contarini- Fondazione G. E. Ghirardi nel triennio 2015-2017 nell’ambito delle attività della Fondazione G. E. Ghirardi Onlus.

Questo prossimo evento in programma per il 5-6 aprile, intende essere un incontro tra convegno e festival, Seminario Musicale appunto, ponendo l’accento sulle possibilità di socializzazione, inclusione, cura e terapia offerta dalla musica, dal suono inquadrati nella dimensione della tradizione.

Allegati

Guida alla salute mentale. La parola guarigione esiste

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 18/03/2018 - 20:04

Il nostro paese è stato teatro di un evento storico che ha segnato la vita di milioni di persone: la fine dei manicomi. Questo avvenimento ha cambiato radicalmente l’immagine e la percezione della malattia mentale, ma ancora oggi c’è molta disinformazione sul tema. In questa nuova edizione di Guida alla salute mentale, Renato Piccione e Luigi Di Cesare cercano di affrontare in maniera essenziale questo tema non semplice, senza togliere nulla al rigore scientifico. Ne nasce un libro preciso, chiaro e adatto a un pubblico vasto interessato per vari motivi ad approfondire l’argomento della salute mentale. Renato Piccione, che con questo libro intendiamo ricordare, fu un convinto promotore del bisogno di fornire conoscenze, informazioni, strumenti per una partecipazione democratica di tutti gli attori. Ripreso quel testo, aggiornato e ampliato, Renato con i suoi collaboratori lo propose alla Collana. Non ha avuto il tempo di vedere il libro pubblicato.

Spesso il tema della salute mentale è circondato da pregiudizi, luoghi comuni, superficialità e disinformazione. Per questo motivo c’è la necessità di parole affrontino l’argomento con responsabilità e forte intenzione comunicativa. Troviamo infatti micro-testi introdotti da parole chiave, che permettono di focalizzare subito l’argomento trattato e seguire agevolmente il percorso tracciato dagli autori. Questa nuova edizione, rivista e arricchita, è illustrata dagli ironici e colorati disegni di Ugo Pierri, che conferiscono al volume una leggerezza difficilmente riscontrabile in libri di questo genere.

La Guida si rivolge in particolare alle persone che hanno vissuto o stanno vivendo l’esperienza del disturbo mentale e ai loro familiari, in quanto può sicuramente rivelarsi un prezioso alleato per contribuire a comprendere quanto sta accadendo, far fronte alla inevitabile angoscia, al rischio di perdersi.

Può essere utile per accompagnare percorsi di formazione degli operatori di base, un libro di testo per coloro che si affacciano alle professioni sanitarie (tecnici della riabilitazione, assistenti sociali, infermieri, studenti delle scuole di specializzazione…), è uno strumento di lavoro per psichiatri e psicologi. Può supportare gli insegnanti delle scuole superiori ad indirizzo socio-pedagogico, può essere distribuito dalle associazioni e dalle cooperative sociali. Infine può essere una proposta specifica per quanti si trovano a confrontarsi per varie ragioni su questi temi: avvocati, magistrati, giornalisti, religiosi per acquisire conoscenze di base.

I temi affrontati nel volume sono molteplici. Partendo da una panoramica generale sul disturbo mentale, si passa alle cause e ai fattori che influiscono sulle condizioni mentali.

Gli autori propongono poi un excursus sulla storia della follia e del trattamento psichiatrico, facendo un viaggio nel passato dal Duecento a oggi. Segue un approfondimento sulla legge Basaglia con una riflessione sugli scenari futuri. Troviamo poi dei consigli su come avere cura della propria salute mentale e sui fattori che influiscono sul benessere della persona. Infine viene chiarito come si può costruire un progetto di cura, gli strumenti utilizzati e a chi rivolgersi se si ha bisogno di aiuto.

Essere in possesso delle conoscenze di base è importante per non cadere nel pericoloso mare dei luoghi comuni e della superficialità che impregna l’epoca in cui viviamo. Proprio per questo alla fine del libro segnaliamo la presenza di una bibliografia, utile a orientare percorsi di studio e ricerca o per effettuare ulteriori approfondimenti, e di una filmografia sul tema della salute mentale, adatta per creare attorno alla visione di un film, un dibattito costruttivo sul tema.

“La conoscenza intorno alla questione psichiatrica fa ancora fatica a maturare – dichiara Peppe Dall’Acqua, direttore della collana 180 – i luoghi comuni fiaccano oltre misura la vita delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale e nutrono stigma, pregiudizi e discriminazioni. Diventa sempre più necessario e urgente ri/appropriarsi delle parole che hanno fatto il grande cambiamento nel nostro paese e usarle per narrare e farle reagire nelle contraddizioni di oggi. E benché le reti ci aiutino tanto, pensiamo ancora che i libri siano la nostra più preziosa compagnia. Vanno amati prodotti, curati, letti, diffusi.”

Guida alla salute mentale – per la conoscenza delle cure e dei servizi fa parte della Collana “180 – Archivio critiella salute mentale”. Nuova edizione completamente riveduta e aggiornata di Renato Piccione e Gianluigi Di Cesare, con illustrazioni di Ugo Pierri.

( per l’acquisto in libreria, on line o acquistando direttamente dall’editore-  www.edizionialphabeta.it/180

FB/Collana180)

Silvia, Desirée e il CSM 24h. Architettura e salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 18/03/2018 - 20:02

di S. Meterc e D. Grisoni

Siamo Silvia e Desirée, ci siamo laureate a dicembre 2017 in Architettura al Politecnico di Torino evi racconteremo il percorso della nostra tesi “Il centro di salute mentale nel sistema psichiatrico. Sperimentare un progetto multidisciplinare”.

Il nostro lavoro tratta di luoghi e di istituzioni, di ambienti e persone legate dalla psichiatria, di muri che sono stati abbattuti e degli spazi che la salute mentale sta conquistando nel territorio. Parliamo di una storia che non si è mai conclusa e che proprio per la sua natura non finirà mai.

L’istituzione e il potere della psichiatria hanno sempre cercato compimento nello spazio progettato. Per questa ragione gli spazi della psichiatria con le loro differenze e le loro mutazioni ricalcano con grande precisione la storia dell’istituzione.

L’inizio della lotta al manicomio e la sua conseguente negazione è il punto di partenza che possiamo segnare sulla nostra linea del tempo, tramite cui gli spazi della psichiatria cominciano a diventare luoghi di relazione, di scambio e di recupero di singolari identità.

La psichiatria si è servita dell’architettura per concretizzare un’istituzione delirante e sempre chiusa. Dall’altro canto, l’architettura ha approfittato della delega per costruire manicomi, e parti intere di città, in maniera così scrupolosa da definirne i minimi dettagli e imporne l’uso stabilito. I luoghi di sperimentazione sia architettonica che psichiatrica avevano l’obiettivo ultimo di assicurare ai cosiddetti normali una città senza pazzi.

Oggi progettare negando la “separazione netta” tra follia e normalità è possibile con un’azione congiunta che coinvolge tutte le discipline ed esperienze. Si può realizzare pensando ai malati come persone, soggetti, cittadini e ai loro bisogni come diritti.

Un ambiente influenza la percezione dello spazio condizionando i sentimenti della persona e l’architettura ha l’importante compito di immaginare luoghi che soddisfino le esigenze del singolo e della collettività, accompagnando l’individuo al raggiungimento del benessere. La progettazione deve tenere in considerazione tutti i fattori che concorrono alla concretizzazione di questo obiettivo tenendo sempre presente il fondamentale principio di equità secondo il quale tutti devono avere la possibilità di raggiungere il massimo livello possibile di benessere mentale e di ricevere un’assistenza commisurata alle loro esigenze.

La presenza delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale nel tessuto sociale è possibile grazie alla rete di servizi sul territorio che sono stati pensati a partire dalla chiusura dei manicomi e il cui perno è sicuramente il Centro di salute mentale (Csm).

Vogliamo proporre la nostra idea di Centro di salute mentale che guarda al fuori e riesce a formare il dentro abbattendo il limite e contemporaneamente disegnando una soglia.

Vogliamo progettare un Centro che sottenda quello spazio tra se e le strade del quartiere.

Questo luogo-non luogo deve essere abbastanza grande per contenere passioni e malesseri, incontri e scontri, deve prevedere la possibilità, per persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, di essere ascoltati e di poter ascoltare, di esserci. Deve essere un’opportunità di scambio continuo tra le persone.

Definire questo obiettivo ci ha richiesto un grande sforzo, gli studi, la bibliografia e soprattutto la pratica su questo argomento è ancora molto scarsa e per questo motivo l’apporto di psicologi, psichiatri, operatori sanitari e pazienti è stato fondamentale nella stesura del nostro lavoro.

L’esperienza che abbiamo vissuto andando di persona a studiare le condizioni di molteplici realtà sul territorio nazionale ci dimostra che esistono ancora oggi pratiche di esclusione e di contenimento, di violenza e di negazione della persona.

Allo stesso modo esistono realtà all’avanguardia che si impegnano costantemente per disegnare un futuro possibile della salute mentale in Italia e nel mondo.

Il nostro percorso è partito dalla realtà di Torino dove abbiamo principalmente osservato, con l’aiuto e l’accompagnamento della psicologa Elena Varini, l’operato della Società Blu Acqua e le attività di MinDMad in Design. Grazie a questa esperienza abbiamo conosciuto i presidi psichiatrici sul territorio e ci siamo confrontate direttamente con le esigenze degli utenti e degli operatori. Abbiamo potuto lavorare assieme ad alcuni utenti alla progettazione di elementi di arredo destinati agli alloggi della Società.

Parlando di salute mentale è stato imprescindibile studiare la realtà triestina e tutta la storia della rivoluzione basagliana che ci è stata spiegata da uno dei suoi protagonisti, Peppe Dell’Acqua, Direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste per 17 anni, che ha risposto ad ogni nostro dubbio e ci ha accompagnate alla scoperta di un sistema, un metodo e un’idea rivoluzionaria in continua evoluzione.

Le visite di tutti i presidi sul territorio di Trieste ci hanno mostrato una realtà all’avanguardia e in costante fermento. Durante gli incontri nei Centri di salute mentale o al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura abbiamo avuto modo di parlare con i dirigenti dei presidi, gli infermieri, gli operatori e con le persone in cura. A questa esperienza si collega il terzo luogo fondamentale del nostro lavoro: Lecco.

In una fase già avanzata dei nostri studi, quando avevamo ben chiaro il nostro obiettivo ma ci mancava una situazione reale sul quale sperimentarlo, abbiamo saputo che qualcosa, nella città sul lago si stava muovendo e proprio in quel preciso momento.

A Lecco ci siamo rapportate con il Forum di salute mentale della città che ci ha fatto scoprire un sistema che si sta impegnando per raggiungere gli obiettivi di Trieste. Renderci conto della situazione lecchese è stato necessario per capire come possa essere arduo lavorare in questo campo e quanti ostacoli si presentano nel percorso di cambiamento.

L’incessante impegno del Forum di Lecco per migliorare la situazione sul territorio ci ha messo di fronte alle difficoltà ma ci ha presentato anche un’altra forma di consapevolezza e tenacia. Il perseguimento dell’obiettivo di cambiamento richiederà ancora molto tempo ma le cose si stanno muovendo.

Per Lecco questo è un momento storico di particolare fervore nell’ambito della salute mentale: da un lato la cittadinanza chiede a gran voce nuove soluzioni e dall’altro le strutture preposte stanno affrontando i nodi con particolare impegno, in un continuo dialogo che suggerisce come la situazione locale stia radicalmente evolvendosi nella direzione di una concreta realizzazione di servizi nel territorio.

L’istituzione ospedaliera risponde alla richiesta con la proposta di spostare l’attuale Centro psicosociale in un edificio esistente di sua proprietà, con l’obiettivo di perseguire le buone pratiche consolidate nel campo della salute mentale comunitaria. L’Azienda sanitaria di Lecco, con la direttrice sanitaria Flavia Pirola, il direttore sociosanitario Enrico Frisone e tutti coloro che sono coinvolti nell’organizzazione della salute mentale sul territorio ci ha permesso di analizzare, con tutti i mezzi a disposizione, una soluzione progettuale alternativa che si confronti con le normative attuali e che immagini il Centro del futuro.

In questo contesto ci inseriamo pensando a una proposta per il nuovo e diverso Centro psicosociale della città di Lecco basata su quanto appreso dalle nostre esperienze maturate nell’ultimo anno di ricerche.

Il luogo scelto per impiantare il Centro è Villa Gazzaniga, un edificio di inizio Novecento posizionato nel tessuto urbano consolidato della città. L’Azienda sanitaria di Lecco ha deciso di riprogettare i primi due piani dell’edificio per potervi stanziare un Centro psicosociale e un Centro diurno.

La nostra proposta si divide in due fasi progettuali. Nella prima abbiamo riassunto tutte le richieste dell’Azienda con uno sguardo alle modifiche future, una parte degli uffici viene già progettata per ospitare in futuro le camere da letto e per questo motivo è caratterizzata da un adeguato numero di servizi igienici. Nella seconda fase palesiamo l’obiettivo finale: il CPS nel futuro, un progetto di un Centro psicosociale proiettato nel futuro, aperto 24 ore su 24, 7 giorni a settimana, dove al posto degli uffici ci sono le camere per gli ospiti e un grande spazio comune di condivisione. Date le grandi dimensioni della struttura, quasi 600mq, a nostra disposizione pensiamo che parte del piano terra, in questa seconda fase, possa essere riconvertita per diventare un luogo totalmente aperto alla comunità dove lo scambio e l’interazione sociale siano le caratteristiche principali.

Il nostro lavoro si arricchisce poi di due focus progettuali riguardanti due nodi fondamentali: la zona di accoglienza e la camera.

Le caratteristiche compositive, funzionali e distributive di un Centro sono ancora terreno incolto per la disciplina architettonica e in questo lavoro abbiamo cercato di mettere le basi per iniziare un percorso alla scoperta di un’architettura terapeutica.

Cambiare si può ed è già stato dimostrato concretamente.

Il perno imprescindibile del sistema territoriale, il Centro di salute mentale, è quell’elemento al quale dobbiamo pensare, in quanto architetti, per individuare nuove soluzioni, lontane dalle classiche proposte ospedaliere. Il Centro è un luogo ibrido ed indefinito. Le sue funzioni sono orientate a sviluppareinclusione.

Una progettazione ragionata tiene conto delle necessità delle persone che vivono temporaneamenteil Centro e che richiedono, intimità, scambio, accoglienza.

Crediamo possa accadere e accade là dove queste idee e questi dispositivi si vanno realizzando e ne avremo maggiore conferma quando concepiremo i luoghi della salute mentale non come luoghi speciali e separati ma luoghi che all’interno di una città riconosciamo come nostri e che finiamo per amare perché ci fanno stare meglio al pensiero che la salute mentale va promossa e curata come il bene comune, forse il più grande.

Il Centro deve essere immaginato a partire dal contesto in cui agisce. Ogni CSM sarà diverso dall’altro e avrà l’obiettivo condiviso di formare una rete di assistenza integrata nel tessuto cittadino e sociale. In questo modo la città stessa, il quartiere, le sue strade insieme agli abitanti che la animano, può diventare una città che cura.

Grazie alla contaminazione di una disciplina con l’altra, la fusione di idee produce un lavoro di connessione delle varie risorse del territorio e mette in evidenza l’importanza dell’architetto in questo processo di cambiamento.

D.Grisoni, S.Meterc, Il centro di salute mentale nel sistema psichiatrico. Sperimentare un progetto multidisciplinare, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, a.a. 2016-2017

Silvia Meterc

mail: silvia.meterc@gmail.com

linkedin: https://www.linkedin.com/in/silvia-meterc-833a705a/

DesiréeGrisoni

mail: desiree.grisoni@gmail.com

linkedin: https://www.linkedin.com/in/desiree-grisoni-b06151b9/

ilcsm 24h. accoglienza.sezione 1

ilcsm 24h. accoglienza. sezione 2

il csm 24. stanze da letto. sezione 2

Contenzione in Francia. E l’Europa?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 18/03/2018 - 19:58

« Condizioni indegne » al Centro Ospedaliero Universitario di Saint-Etienne

Pazienti legati, isolamento forzato…Gli ispettori generali all’inizio di gennaio hanno rivelato le pratiche « vergognose » che vengono messe in atto alla luce del giorno. Trasmessi i dossier al Ministero della Salute. (da Liberation del 28/ 2/ 18)

E’ una visita che non avrebbe dovuto lasciare conseguenze come di solito sono quelle degli ispettori generali nelle istituzioni chiuse, nei luoghi di privazione della libertà. Arrivano senza avvisare. E danno un’occhiata. La scena avviene al CHU di Saint-Etienne, tra l’8 e il 15gennaio scorso, con l’obiettivo di soffermarsi sulle condizioni di ospedalizzazione in un reparto di psichiatria. All’inzio si recano presso il « pronto soccorso » psichiatrico, di seguito nel reparto di psichiatria. Cos’hanno visto ? Non si riprendono ancora. Pazienti contenuti con i legacci da diverisi giorni. « Condizioni indegne », ovvero vergognose. Nei piani, nel reparto di psichiatria, le stanze d’isolamento sono sempre piene ; i pazienti restano contenuti senza esser visitati da un medio per intere settimane – pratiche d’isolamento estese in contrasto netto con i regolamenti vigenti.

In breve, le cattive pratiche sono tra le più gravi. A tal punto che l’ispettore capo Adeline Hazan, invia alla direzione del CHU e al ministro della Salute – Agnès Buzyn – un dossier con delle richieste precise, come quella di porre fine immediatamente « a questa minaccia grave ai diritti umani ». Sebbene questo dossier è stato publiccato sul Journal officiel questo giovedì, il ministro non aveva ancora fornito alcuna risposta mercoledì sera.

« E’ terribile, ciò che succede lì dentro. La cosa peggiore è che a volte ci si abitua », afferma indignato il dott. Hervè Bokobza, fondatore del Collctif des 39 che si batte contro questa psichiatria senza umanità. Ciò che descrivono gli ispettori è sconcertante, ancor di più se si pensa che è servita un’ispezione per far sì che i soggetti istituzionali reagiscano a pratiche aberranti messe in atto alla luce del giorno. L’Agenzia regionale di Salute così come la Grande Autorità di Salute, che hanno visitato gli stessi luoghi questo autunno, li hanno attraversati senza rilevare nulla di strano. In primavera la direzione del CHU si vantava addirittura dei riusltati della propria struttura. Come raccontato persino da France Info « dal 2013 in poi, il CHU dichiara il raggiungimento degli obiettivi di salute in termini di budget. La struttura ospedaliera da 4 anni a questa parte risparmia regolarmente 18 milioni d’euro attraverso la propria attività. Le CHU di Saint-Etienne è a buon punto nel percorso di autonimizzazione finanziaria. Il tasso di risparmio realizzato del 8,1% è davvero unico nella regione Auvergne-Rhone-Alpes ».

Cosa desiderare di meglio ? All’interno del CHU, la psichiatria per adulti è un reparto importante. Ci sono ben 216 posti letto a disposizione, in confronto ai 14 posti letto e 64 ambulatori per la neuropsichiatria infantile. E non si ha neanche un ammanco significativo di personale. In ogni caso, il percorso terapeutico sembra essere chiaro : eccezion fatta per i ricoveri programmati, la maggior parte dei pazienti entrano nei percorsi di cura, inizialmente, attraverso la porta del Pronto Soccorso.

Ecco che – secondo il rapporto fornito – « quel giorno, gli ispettori hanno constatato la presenza, presso il pronto soccorso del CHU, di venti persone con disagio psichico in attesa di un posto letto. Tredici di questi venti pazienti erano in attesa allettati su delle barelle nei corridoi del pronto soccorso. Sette pazienti erano contenuti con lacci ai piedi e auna o a tutte e due le mani. Queste sette persone si trovavano in PS da una durata che andava dalle 15 ore ai 7 giorni, cinque da più di tre giorni consecutivi. Non avevano potuto lavarsi, nè cambiarsi, nè avere accesso al proprio telefono cellulare. Tre di essi erano stati costretti ad usare un orinale messo su un lenzuolo della barella a contatto con le proprie gambe ».

Tutto ciò era causato dalla loro patologia o dalla loro pericolosità ? Assolutamente no. « Nessuno di questi pazienti presentava uno stato di agitazione psicomotoria, alcuni chiedevano semplicemente di essere slegati, senza rabbia, in uno stato di rassegnazione e accettazione passiva ». Ancora più sconcertante, l’indifferenza di tutto il contesto circostante : «  Gli atti di contenzione erano ben visibili da tutte le persone che accedevano ai corridoi del PS […] Le visite con i medici e gli infermieri, così come la somministrazione delle terapie farmacologiche, si effettuavano senza alcun rispetto della privacy ».

La realtà del Pronto Soccorso è un caso isolato ? Purtroppo no. Gli ispettori hanno scoperto pratiche che sembrano essere istituzionalizzate. Tanto che «  tutte le persone sottoposte a trattamenti obbligatori sono sistematicamente contenute fisicamente ». Senza alcuna motivazione plausibile. Nel reparto psichiatrico, la situazione non è migliore, senza niente che possa nasconderlo. Si è ravvisata « una pratica generalizzata di isolamento e di contenzione in tutte le untià di ricovero non rispettando i regolamenti vigenti e gli aspetti legislativi in materia ». Per esempio : il polo di psichiatria ha a disposizione 4 stanze d’isolamento identiche dotate di un letto fissato al suolo, un lavandino, un gabinetto e un campanello al muro.

« Al momento dell’ispezione, tutte le stanze d’isolamento erano occupate. La limitazione del movimento e della libertà personale è ugualmente frequente nelle stanze ordinarie con la contenzione fisica e senza alcuna tracciabilità informatica di tale pratica. Una paziente non agitata ma sofferente un disturbo ossesivo-compulsivo è stata in questa maniera messa in isolamento nella propria stanza ordinaria da diversi mesi, con la porta del bagno chiusa a chiave e con il permesso di uscire 4 volte al giorno per non più di un quarto d’ora per fumare ». E come se ciò non fosse sufficiente, « i ripostigli di ogni unità albergano una dozzina di kit di contenzione sebbene ci sia solo una stanza d’isolamento ». All’occorrenza…

Alcuni reparti hanno stabilito dei « periodi d’isolamento sistematici, di svariate settimane » Senza dimenticare quei pazienti, ricoverati su base volontaria, che si ritrovano in isolamento e contenuti, pratica del tutto illegale.

« L’analisi delle pratiche assistenziali è inesistente e i dati comunicati dal CHU sono falsi ed inutilizzabili ». Concludendo, il dossier fornito dipinge le persone affette da disturbo psichico come totalmente dimenticate, vulnerabili, isolate, contenute, senza alcuna motivazione sanitaria. «  Queste pratiche si protraggono nel tempo senza nessuna rivalutazione medica nell’illegalità » insiste l’ispettrice generale. Il CHU ha ammesso una buona parte dei fatti evidenziati dal dossier. E Adeline Hazan ha precisato per Libération : «  Allo stesso tempo, siamo allibiti. Poichè si tratta di equipe sanitarie che si sono mostrate disponibili, così come d’altronde lo è stata la direzione dell’ospedale. Quando si è parlato delle loro pratiche, hanno convenuto che non erano opportune e si dimostravano pronti a modificarle rapidamente ». Un ingenuità un tantino folle ?

(proposto e tradotto da Mario Colucci e Giulio Mastrovito)

Aldo Moro era stato rapito. 58 giorni dopo la 180.

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 15/03/2018 - 21:19

di Peppe Dell’Acqua

La mattina di giovedì 16 marzo sono a Barcola. Nella stanzetta che chiamiamo dei colloqui e dell’accoglienza sto parlando con la mamma e il papà di una giovane donna in quel momento ospite al Centro. La stanza si trova proprio all’ingresso, la prima sulla destra. Molti ospiti abituali quando arrivano aprono la porta per salutare. Quella mattina, sono circa le nove e mezza quando: “Hanno rapito Aldo Moro – urla entrando Paolo – le brigate rosse hanno rapito Aldo Moro. Cinque morti…” Faccio un cenno bonario di assenso, conosco da due anni Paolo e il suo delirio. Gli dico: “Va bene, va bene Paolo aspetta che finisco con questi signori e ne parliamo”. So che posso scherzare e aggiungo: “Oggi abbiamo notizie fresche dal KGB..”. Non mi permette di scherzare, oggi, e si arrabbia di brutto: “Ma va in mona, ma di cosa cazzo vuoi parlarmi, no go niente de dirte!!”. Che io ci creda o no, Aldo Moro è stato rapito.  Paolo al Centro è arrivato due anni fa. Ha venticinque anni. Vive con la madre e una sorella in un appartamento delle case popolari di Gretta. Suo padre vive in nord Africa con una nuova moglie, più giovane, e altri due fratelli di Paolo. In Marocco vende sedie e altri prodotti dell’industria friulana. Loro in Africa sono ricchi e noi qua siamo poveri mi dice spesso Paolo. È stato militare a Firenze. Aveva vent’anni. Ha incontrato una bellissima ragazza siciliana,  Paola, che a Firenze faceva l’università. Insieme frequentavano i testimoni di Geova. Ma perché lo voleva Paola, lui Paolo, tiene a precisare che è sempre stato comunista, proletario. Appena finito il militare hanno voluto sposarsi. Molte contrarietà da parte della famiglia di lei. Niente. Paola era già in attesa. Si sono sposati e sono partiti per il Marocco. Un po’ viaggio di nozze, un po’ tentativo di riconciliarsi col padre e mettersi a lavorare con lui. Invece è successo il disastro. In Marocco è cominciato il disastro. È successo che dopo tre giorni che erano ospiti in casa del padre, Paolo ha avuto il sospetto che stava accadendo qualcosa di inimmaginabile. Ha avuto molta paura solo al pensiero di questa cosa. Poi tutto gli è stato tragicamente chiaro. Come aveva potuto non accorgersene? Ecco la terribile verità. Suo padre corteggiava Paola, anzi stava già accadendo qualcosa di irreparabile. Era una giusta punizione questa. Paolo ora aveva un ricordo bruciante e doloroso. Lui stesso quando aveva visto per la prima volta la giovane nuova moglie del padre si era sentito turbato dal suo sguardo e dalla confidenza con cui quella giovane donna che lui non aveva mai visto prima lo aveva abbracciato. Conservava di quell’incontro un ricordo fastidioso. Tre notti di insonnia, di litigi, di parole che diventavano sempre più oscure. Paola era disperata. Tentativi di cura, un brevissimo ricovero al pronto soccorso di un ospedale di Rabat. Poi la fuga precipitosa. Arriva a Trieste con la moglie. Ormai è tutto chiaro. È stato inadeguato, incapace di meritarsi una moglie così bella e brava e desiderabile. Ha rovinato tutto, ha tradito le aspettative della famiglia siciliana. Dovrà essere punito. Sarà punito sicuramente, quanto prima la mafia lo ucciderà. Si chiude in casa. Non apre più neanche le finestre. Una notte sicuro che la casa è circondata esce di corsa urlando. Che uccidano lui, ma lascino stare Paola. All’indomani ci chiamano. Dobbiamo impegnarci per una settimana con lunghe visite quotidiane prima che Paolo faccia entrare la dottoressa e l’infermiera nella sua stanza. Comincia un rapporto difficilissimo. Un confronto duro che ci mette alla prova. Paolo accetta di restare ospite al Centro, poi scappa via, per tornare il giorno dopo. E così per settimane. Insomma una negoziazione senza fine. La mafia non arriva a Trieste ma viene la madre e un fratello di Paola che ormai deve a breve partorire. Paola torna in Sicilia. Nascerà Margherita che Paolo non vedrà se non dopo molti anni. Per quanto Paola voglia far di tutto per tornare a stare insieme, tutto finisce. Registriamo il fallimento. Discutiamo molto della nostra incapacità a sostenere tutta la famiglia nel suo sforzo di restare unita. Non ci consola molto  che Paolo, “un caso così difficile”, non è stato neanche per un giorno in manicomio, che ora sta lavorando in pescheria, che si guadagna da vivere. Avremmo voluto essere capaci di sostenere anche Paola nel suo desiderio di tenere la famiglia. Non ci consola l’ostinata determinazione di Paolo, l’irriducibilità della malattia che lo costringe a essere resistente e contrario alla ricomposizione. Nel corso del tempo si convince che la mafia lo ha risparmiato perché lui si è prestato a un accordo con le spie sovietiche che lo hanno protetto. Col KGB, sì proprio con loro. Paolo si è lasciato impiantare uno strumento nella testa. Una sorta di trasmittente, di video camera. Il KGB vede attraverso gli occhi di Paolo quello che accade in un paese occidentale, quello che scrivono i giornali, cosa dicono radio e televisioni. E intanto gli mandano messaggi, lo tengono informato. Anche su fatti di politica nazionale e internazionale e di recente sul terrorismo, gli attentati, le guerre in giro per il mondo. Il KGB è molto interessato agli incontri tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro. La testa, come si capisce, non gli appartiene più ed è per questo che lui non può stare più con sua moglie e sua figlia. È il prezzo che deve pagare perché loro possano continuare a vivere. Come è logico questa scelta tanto ostinata e convinta è fonte di dolore continuo. E quando il dolore diventa insopportabile Paolo si scompone. Tenta di partire per la Sicilia. Vaga per la città in cerca di telefoni non controllati dai quali poter chiamare Paola, urla a sua madre tutto il suo disprezzo per non essere stata capace di tenere l’unità della famiglia. Arriva in Centro rabbioso annunciando la sua partenza definitiva e accusandoci di ucciderlo con “Quelle merde di gocce di serenase.” E ci mette tutti ginocchio. Forse di una cosa mi consolo. Paolo gioca a calcio divinamente. Gioca libero. Abbiamo cominciato a mettere su la squadra di calcio. Io gioco mediano. Con Paolo accanto, che gioca assai meglio di me, tutto è più facile. Partecipiamo ai tornei cittadini. Non vinciamo molto.

Ma siamo una forza!

Aldo Moro era stato rapito quella mattina di giovedì 16 marzo.

58 giorni dopo arriverà la 180

( da Non ho l’arma.. AB Verlag, Merano. 2014)

Morire di classe, il GR1, il Ddl 2850: Cosa accadrà adesso?

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 12/03/2018 - 19:15

Di Peppe dell’Acqua

“Il mio amico Goffman mi diceva che uno psichiatra può recarsi senza alcun disagio, anche senza conoscere la lingua, in qualunque manicomio del mondo perché la scena e le quinte non cambiano mai. Si troverà sempre col suo schizofrenico, col suo infermiere, col suo assistente o col suo direttore.” Così Franco Basaglia per commentare quanto riportava dai suoi viaggi, ma soprattutto per dire dell’immutabilità e della ripetitività di quei luoghi. Di paese in paese e di tempo in tempo i manicomi restano immutabili. Atteggiamenti, posture, sguardi, orrori, sempre gli stessi quelli che Basaglia troverà entrando a Gorizia e ancora gli stessi dieci anni dopo  quando io sono entrato a Trieste nel 1971. Gli stessi che ho visto di recente in Europa entrando negli ospedali psichiatrici di diversi paesi (si, ci sono ancora!).

La scorsa settimana, stavo sfogliando “Morire di classe” in preparazione di un incontro con gli studenti di un liceo, al GR1 3 brevi servizi “per cominciare a ricordare i 40 anni della legge 180”. Tre reportages il primo da Roma che senza mezzi termini riferiva dell’incolmabile carenza di personale, delle numerose cliniche e strutture private costosissime e produttrici di cronicità e abbandono, delle porte chiuse, grigiore e violenze e dell’eterno grido di dolore di una madre (il riconfermato Zingaretti vorrà fare qualcosa ?). Il secondo dal Veneto per dire della protesta dei familiari che vedono i loro figli annientati da fiumi di psicofarmaci e ancora cronicità, centri diurni infantilizzanti, porte chiuse, contenzioni. Il terzo da Reggio Calabria. Qui mi mancano le parole. La giornalista ha parlato di scarafaggi, di lividi, di braccia rotte. Di “reparti psichiatrici” situati nei luoghi più cupi e osceni degli ospedali civili. Di assenza totale di una qualsiasi logica se non l’evidenza dell’abbandono e della , ho pensato. Prima un senso di fastidio: è così che si parlerà alla radio e sui giornali della legge 180? Ho dovuto tuttavia riconoscere, pur nella superficialità sconcertante del servizio, la verità di quelle parole.Come non pensare alla vuotezza angosciosa dei diagnosi e cura, di troppe Rems, delle debordanti, misere e inutilmente costose strutture residenziali,  dei tanti luoghi detti terapeutici che non possono che riprodurre quelle stesse insensate atmosfere.Le foto che avevo sotto gli occhi,i reportages dai manicomi degli anni di Gorizia documentavano con forza rara quanto si andava scoprendo con le prime timide e osteggiate aperture.

Nelle foto di Carla Cerati, di Berengo Gardin, di Uliano Lucas, di Luciano D’Alessandro, s’impone violenta l’assenza: sottrazione di tempo, d’identità, del diritto, dell’“umano”.

Gli uomini che affollano i cortili circondati da alte mura, che si muovono instancabilmente in un vuoto di senso. Tanti, fiaccati, distesi immobili: figure indecifrabili, immagini senza tempo.

Le parole della giornalista non mi prendevano di sorpresa. So bene che“quotidiani crimini di pace” accadono ovunque e quotidianamente. Non possiamo smettere di scandalizzarci. Non possiamo restare indifferenti. Nell’ambito del forum salute mentale, delle associazioni, delle cooperative sociali da tempo andiamo manifestando i nostri timori. La posta del forum ( e la mia mail) riceve quotidianedenunce e richieste di aiuto per le impensabili insansatezze che accadono. Da tempo ormai il ministero della salute ha deciso di lasciare all’ultimo posto la salute mentale. La Società italiana di epidemiologia psichiatrica continua con serietà a documentare le disparità regionali, le miserie degli investimenti, la mancanza di una reale volontà di governo. Cosa accadrà ora?

Il disegno di legge (vedi) presentato in Senato lo  scorso settembre e ora a ruolo col numero S2850 sarà un banco di prova per tutti noi e per i governi che verranno.

Finalizzato allo sviluppo e all’attuazione dei principi della legge 180, il Ddl  invoca attenzione, discussione e impegno per far fronte al declino delle culture, delle organizzazioni, delle politiche della salute e per valorizzare e moltiplicare le sorprendenti rimonte di migliaia di persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale.Successi e rimonte possibili proprio in ragione del diritto riconquistato, delle cure, dell’abbandono di pratiche prepotenti e mortificanti, di servizi che si sono sviluppati nel nostro paese nel solco tracciato dalla deistituzionalizzazione e dalla legge del ’78. L’obiettivo del Ddl è quanto mai “semplice”, direi alla nostra portata: concreta attuazione, in tutto il territorio nazionale di misure adeguate per garantire l’effettivo accesso ai diritti, alle cure, a percorsi di emancipazione, al budget di salute, alle possibilità di ripresa individuali.  Il Ddl richiama i servizi, le regioni e le magistrature a particolare sollecitudine e vigilanza nell’attuazione del Tso e delle misure di sicurezza. Un ruolo molto incisivo dovranno avere le persone con l’esperienza, i familiari, i cittadini e le loro associazioni.

Gli eventi che accompagneranno, con gioia immagino, i primi 40 anni della 180 dovranno essere occasione per interrogarsi sul che fare. Il panorama politico è radicalmente cambiato e a maggior ragione dobbiamo convocarci e stare insieme. In questa confusa incertezza che stiamo vivendo abbiamo bisogno di riconoscerci, di tessere reti più fitte, di stringere alleanze, di entusiasmare tanti compagni di lavoro e tanti giovani operatori che sono sfiduciati e scettici. Bisogna, malgrado i tempi, riscoprire il coraggio e la passione civile che hanno accompagnato il difficile cammino dei 40 anni del cambiamento.

Cosa faranno i governi che verranno? Le incognite che abbiamo davanti possono togliere il respiro e ogni possibilità di guardare oltre.

È necessario esserci, dire la propria presenza, trovare il coraggio di raccontare i quotidiani crimini di pace che siamo costretti inerti a testimoniare, aprire un ampio confronto che ci aiuti a mettere in campo proposte, progetti, “sogni”, dare evidenza a tutte le straordinarie esperienze che accadono, riportare sulla scena i

soggetti, le persone, i protagonisti. Ricominciare.

Foto di Berengo Gardin

Pagine