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L’unica possibilità è essere umani

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 10/09/2021 - 02:25

Di Alice Cavicchioli, Padova Non è vero che una persona con disagio psichico abbia due possibilità: come escluso o come mimetizzato. Ne ha solo una: come uomo. E come uomo, come essere umano, io voglio cambiare l'organizzazione sociale. Non con la rivoluzione ma spargendo come un virus quello che ho imparato, finché campo. Se tutti quelli che possono, che ne trovano la forza, lo facessero, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Ho scritto questo breve pensiero ricalcato su un discorso di Basaglia perché mi ha ispirata immediatamente una riflessione a parti invertite. Ecco il testo originale: “Non è vero che lo psichiatra abbia due possibilità, una come cittadino e l’altra come psichiatra. Ne ha una sola: come uomo. E come uomo, io voglio cambiare la mia vita. Voglio cambiare l’organizzazione sociale; e non con la rivoluzione, ma semplicemente esercitando la mia professione di psichiatra… Se tutti i tecnici esercitassero la loro professione, questa sì che sarebbe una vera rivoluzione. Quando trasformo il campo istituzionale in cui lavoro, io cambio la società… e se tutto questo, a qualcuno, può sembrare un delirio di onnipotenza, allora viva l’onnipotenza!”. Sapete, avevo deciso che non avrei più parlato di questo tema dopo che la mia esperienza a Trento è fallita. Avevo deciso che non reggevo, che volevo tornare nel mondo che non sa niente, cercare di non farmi scoprire forse, non lo so. Ma la verità è che proprio quando mi hanno dato per vinta come aiuto a chi stava male, ho ricominciato a tenere la mano dei miei simili con più forza ancora. Senza volerlo o deciderlo il mio modo di essere, di pensare, di sentire, di vivere ha preso il sopravvento. Continuo a pensarlo: il mondo si cambia una persona alla volta. Forse è il modello Trento che non è poi così brillante ormai. Forse loro hanno fallito, almeno con me. Sono stanca da morire, davvero, ma confesso che vedo così tanto orrore e noncuranza fra i cosiddetti sani, che lo sforzo immenso di stare accanto a chi soffre e ha sofferto ma mantiene o ha conservato un'umanità straordinaria, vale la candela. E non è vero che si hanno due possibilità: aiutare o essere aiutati. L'unica possibilità è essere umani. Che sollievo sarebbe vivere in un mondo che ne è consapevole.di Alice Cavicchioli, Padova

di Alice Cavicchioli


Non è vero che una persona con disagio psichico abbia due possibilità: come escluso o come mimetizzato. Ne ha solo una: come uomo. E come uomo, come essere umano, io voglio cambiare l’organizzazione sociale. Non con la rivoluzione ma spargendo come un virus quello che ho imparato, finché campo. Se tutti quelli che possono, che ne trovano la forza, lo facessero, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Ho scritto questo breve pensiero ricalcato su un discorso di Basaglia perché mi ha ispirata immediatamente una riflessione a parti invertite. Ecco il testo originale: “Non è vero che lo psichiatra abbia due possibilità, una come cittadino e l’altra come psichiatra. Ne ha una sola: come uomo. E come uomo, io voglio cambiare la mia vita. Voglio cambiare l’organizzazione sociale; e non con la rivoluzione, ma semplicemente esercitando la mia professione di psichiatra… Se tutti i tecnici esercitassero la loro professione, questa sì che sarebbe una vera rivoluzione. Quando trasformo il campo istituzionale in cui lavoro, io cambio la società… e se tutto questo, a qualcuno, può sembrare un delirio di onnipotenza, allora viva l’onnipotenza!”. Sapete, avevo deciso che non avrei più parlato di questo tema dopo che la mia esperienza a Trento è fallita. Avevo deciso che non reggevo, che volevo tornare nel mondo che non sa niente, cercare di non farmi scoprire forse, non lo so. Ma la verità è che proprio quando mi hanno dato per vinta come aiuto a chi stava male, ho ricominciato a tenere la mano dei miei simili con più forza ancora. Senza volerlo o deciderlo il mio modo di essere, di pensare, di sentire, di vivere ha preso il sopravvento. Continuo a pensarlo: il mondo si cambia una persona alla volta. Forse è il modello Trento che non è poi così brillante ormai. Forse loro hanno fallito, almeno con me. Sono stanca da morire, davvero, ma confesso che vedo così tanto orrore e noncuranza fra i cosiddetti sani, che lo sforzo immenso di stare accanto a chi soffre e ha sofferto ma mantiene o ha conservato un’umanità straordinaria, vale la candela. E non è vero che si hanno due possibilità: aiutare o essere aiutati. L’unica possibilità è essere umani. Che sollievo sarebbe vivere in un mondo che ne è consapevole.


Illustrazione di Maja Velesinovich

La salute mentale al G20

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 10/09/2021 - 02:15

di Fabrizio Starace
3 settembre 2021, da Sanità 24

Permettetemi innanzitutto di esprimere la mia più profonda gratitudine alla Presidenza Italiana del G20 e al Ministro Speranza per il privilegio di intervenire a questo incontro, e il mio più sentito ringraziamento ai rappresentanti dei Paesi del G20 e delle Organizzazioni Internazionali, il cui coinvolgimento e impegno hanno reso possibile questo Evento.
L’evento G20 sulla salute mentale che si svolge oggi è una grande opportunità per riaffermare la forza di reazione e resilienza delle nostre comunità, di fronte alla sfida della pandemia. L’analisi critica del recente passato ci offre un’opportunità cruciale, forse irripetibile, per rafforzare i sistemi di salute mentale nei nostri Paesi. La pandemia ha colpito le nostre vite e la nostra salute, sia fisica che mentale, ma allo stesso tempo ha determinato profondi cambiamenti di atteggiamento nei confronti dei beni comuni, come sono la salute e la salute mentale. Oggi la salute mentale è divenuta una priorità, e questo incontro lo conferma.
Questa pandemia ha anche fornito l’opportunità di ripensare le modalità di cura e sostegno alle persone con disagio psicologico o malattia mentale, orientando la nostra prospettiva verso una vera integrazione della governance, ancora divisa tra ospedale e comunità, tra assistenza sociale e sanitaria, tra settore pubblico e privato, tra conoscenze accademiche e competenze pratiche. Per molti anni, ai servizi di salute mentale è stato chiesto di fare molto di più con molto meno e in una società molto meno protettiva. È tempo di invertire la rotta, sostenendo azioni concrete, traducendo in pratica i principi sui quali vi è un accordo generale.
La Presidenza italiana del G20 ha deciso di agire in modo proattivo in questo ambito della sanità pubblica, in considerazione della leadership internazionale che il nostro Paese ha acquisito dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici prevista dalla Legge di Riforma del 1978. L’esperienza italiana ha dimostrato che è possibile rispondere alle esigenze di cura e autonomia delle persone con problemi di salute mentale, o dipendenze, anziani, bambini, disabili, senza applicare misure restrittive, senza far ricorso a grandi istituzioni spersonalizzanti, ma in un sistema di welfare le cui parole d’ordine sono comunità, prossimità, assistenza domiciliare, approccio olistico. Con uno dei più bassi numeri di posti letto psichiatrici ospedalieri, un tasso di trattamenti obbligatori che è anche 20 volte inferiore a quello di molti paesi occidentali, l’Italia ha da tempo dimostrato che è possibile fare a meno degli ospedali psichiatrici e più recentemente anche degli ospedali psichiatrici giudiziari, ponendo fine ai trattamenti inumani e degradanti che si sono perpetuati in questi luoghi. Inoltre, con l’azione combinata e coordinata degli interventi sanitari e sociali, con la reale natura intersettoriale della Salute Mentale nelle politiche per l’istruzione, il lavoro, la casa e l’inclusione comunitaria, l’Italia ha dato sostanza ai principi di cittadinanza e non discriminazione stabiliti dalla Costituzione e dalle Carte Fondamentali Europee e delle Nazioni Unite.
I risultati raggiunti sono resi possibili dalla visione che li guida, che mira a garantire, promuovere e aumentare i diritti umani delle persone che soffrono di disagio psichico.
Eppure, per far sì che questi diritti non rimangano sulla carta né siano consegnati alla retorica della comunicazione, è decisivo ciò che questi diritti giuridici concretamente permettono di realizzare. Consideriamo il diritto alle pari opportunità per il pieno sviluppo della persona umana, e le intollerabili disuguaglianze, l’esclusione sociale e lavorativa che vivono le persone con malattie mentali.
Io credo che l’unica possibilità che abbiamo per coniugare il rispetto dei diritti umani con il mandato di cura affidatoci dalle nostre comunità è accettare e praticare un processo di continuo “rimodellamento” delle nostre pratiche. Oggi, promuovere la salute mentale nelle persone colpite dalla pandemia, nei giovani e negli adolescenti, nelle donne, negli anziani, nei migranti, nei tossicodipendenti, nella crescente popolazione dei poveri, richiede nuovi strumenti, nuovi luoghi, nuove alleanze e relazioni istituzionali, nuove modalità di interconnessione. Tutto ciò pone importanti domande sul futuro dei servizi di salute mentale. Le sfide di oggi e di domani vanno affrontate con gli strumenti di oggi e di domani. È più saggio quindi rimboccarsi le maniche e portare i fondamenti etici della salute mentale nelle forme del nostro tempo. Libertà, cura, incontro, qualità, protezione, cittadinanza, diritti umani e civili richiedono personale altamente professionale e un’adeguata disponibilità di risorse.
Creare le condizioni per un maggiore potere contrattuale degli utenti è al centro del cambiamento necessario: la persona, con un nome e un volto unico, portatrice di bisogni e titolare di diritti, è protagonista del percorso di cura e non oggetto passivo di interventi. Il coinvolgimento attivo e decisionale dei rappresentanti degli utenti in tutti i contesti in cui le politiche sono discusse, rese operative, valutate, è quindi essenziale.
Questo non è il primo, né sarà l’ultimo forum internazionale in cui i principi e le politiche di salute mentale sono discussi e concordati. Tuttavia, abbiamo imparato che questo non è sufficiente per fare la differenza. Dobbiamo impegnare noi stessi e i nostri Paesi a tradurre le politiche in fatti, facendo scelte coraggiose, facendoci carico del disagio delle persone.
In salute mentale non abbiamo un vaccino per evitare la sofferenza: dobbiamo invece lavorare quotidianamente su quegli aspetti della vita che sappiamo essere associati o causalmente correlati alla malattia mentale. Ma se vogliamo avere successo dobbiamo anche chiederci cosa non ha funzionato negli sforzi precedenti e come dovremo agire per realizzare i cambiamenti desiderati.
C’è un gap tra i progressi scientifici e la loro applicazione: tra ciò che sappiamo e ciò che viene effettivamente fatto. Abbiamo molte prove di efficacia senza applicazione pratica e molte pratiche senza prove di efficacia.
Come possiamo colmare questo gap tra conoscenze e azioni? Sappiamo che le strategie passive (ad es. la diffusione delle conoscenze) sono inefficaci, se non accompagnate da altre scelte strategiche: una forte leadership, risorse finanziarie e umane, formazione continua, organizzazioni sanitarie efficienti, alleanze e endorsement da parte di opinion leader, solo per citarne alcune.
Negli ultimi tempi, abbiamo spesso sentito dire: non bisogna mai perdere le opportunità create da una crisi. Oggi siamo a un bivio, nel programmare il recupero della salute mentale dalla pandemia. Possiamo pensare che la crisi si risolverà da sola, semplicemente ignorandola, poiché le priorità sono altre; oppure possiamo riaffermare i nostri valori e il nostro impegno, fare le scelte giuste e affrontare le sfide che ci attendono.
Tutto parte da un punto, diceva Kandinsky: il disegno dipende da noi. Sono sicuro che daremo una possibilità alla speranza.
Grazie.

Fabrizio Starace è Direttore Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche, Ausl Modena
Professore di Psichiatria di Comunità (ct), Unimore
Presidente Società Italiana di Psichiatria Epidemiologica (Siep)
Membro del Consiglio Superiore di Sanità

Summer School – Forum Droghe CNCA-CTCA (2/4 settembre)

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 01/09/2021 - 16:46

Forum Droghe-CNCA-CTCA
Online Summer School 2021
2-3-4 Settembre 2021

La salute di chi consuma droghe e la salute mentale

Saperi critici a confronto per una alternativa alla patologizzazione

Programma

[*** relatore/trice – coordinatore/trice   da confermare]

2 settembre

ore 11.00-13.00 Modulo 1

Lezioni apprese. La storia, le storie

-  I processi di patologizzazione e neo-istituzionalizzazione. Uno sguardo critico, Stefano Vecchio

- Il rapporto tra psichiatria e consumi di droghe, Leopoldo Grosso

- Dalla deistituzionalizzazione verso uno sguardo critico sulla “follia”, Mario Colucci

Interventi e dibattito

Coordina: Denise Amerini

Ore 15.00-18.00 Modulo 2

Convergenze parallele. Dibattito, conflitti, i nodi comuni ai due ambiti

-       Processi di medicalizzazione e patologizzazione. Il ruolo ambivalente delle neuroscienze, Henri  Margaron e ***

-       Restituire soggettività contro i processi di oggettivazione. Roberto Beneduce e Patrizia Meringolo

-       La re- istituzionalizzazione, tra nuove strutture e processi diffusi. -Consumatori in misura di sicurezza, spunti dall’Osservatorio Rem, Grazia Zuffa, -Doppia diagnosi, doppio etichettamento? Roberto Mezzina

Coordina: ***

3 settembre

10.00-13.00 Modulo 3

Un altro modo è possibile. Gli approcci critici e le esperienze alternative al discorso dominante

-       Approccio e pratiche della Riduzione del danno, Susanna Ronconi, e della Recovery, ***

-       La voce e l’azione dei soggetti protagonisti, Valentina Mancuso e Rui Coimbra Morais; Martijn Kole *** e Paul Baker

-       “Stanze” per i lavori di gruppo

Coordina***:

15.00-18.00 Modulo 4

I luoghi della relazione e della cura

-Pratiche alternative nella gestione del farmaco, Giuseppe Tibaldi e Angelo Giglio

-Il modello di Fermata d’autobus, Egle De Maria

- Intermedium: spazio psicologico per persone che usano sostanze, Lorenzo Curti e Pasquale Esposito

Interventi (dagli abstract presentati)

Coordina: Lorenzo Camoletto

4 settembre

10.00-13.00 Modulo 4

Servizi e questioni di sistema. Una prospettiva

Maria Grazia Giannichedda, Fabrizio Starace, Vito D’Anza, Stefano Vecchio, Edoardo Polidori, Riccardo de Facci, Fabio Inzerillo***

Coordina: Maurizio Coletti

Conclusioni

I relatori, le relatrici

Paul Baker, IMHCN International Mental Health Collaborating Network, Hearing Voices Network England

Roberto Beneduce, antropologo ed etnopsichiatra, Centro Franz Fanon

Rui Coimbra Morais, EuronPUD, CASO (PT)

Mario Colucci, psichiatra, Dipartimento di salute mentale di Trieste

Lorenzo Curti, Intermedium: spazio psicologico per persone che usano sostanze, Torino

Vito D’Anza, Psichiatra, direttore SC Salute Mentale USL Toscana Centro

Riccardo de Facci, presidente CNCA

Egle De Maria, Fermata d’autobus Onlus

Pasquale Esposito, Intermedium: spazio psicologico per persone che usano sostanze, Torino

Maria Grazia Giannichedda, sociologa, presidente Fondazione Basaglia

Angelo Giglio, già responsabile RdD ASL TO2, Comitato scientifico Forum Droghe

Leopoldo Grosso, psicologo, presidente onorario Gruppo Abele

Fabio Inzerillo, direttore Cooperativa La collina, Trieste

Martijn Kole, Enik Recovery College, Utrecht

Valentina Mancuso, ITANPUD, Chemical Sisters

Henri Margaron, già direttore Dipartimento delle Dipendenze Patologiche dell’ex ASL 6 Livorno, Comitato scientifico Forum Droghe

Patrizia Meringolo, LABCom/Università di Firenze, Comitato scientifico Forum Droghe

Roberto Mezzina, psichiatra, già   Direttore dei Servizi di Salute Mentale di Trieste, IMHCN International Mental Health Collaborating Network

Edoardo Polidori, direttore UOC Dipendenze Patologiche Forlì

Susanna Ronconi, ricercatrice, presidente Comitato scientifico Forum Droghe

Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’AUSL di Modena

Giuseppe Tibaldi, psichiatra, direttore Salute Mentale Adulti dell’Area Nord, Dipartimento di Salute Mentale di Modena

Stefano Vecchio, presidente Forum droghe, già direttore Dipartimento dipendenze della ASL Napoli 1 Centro

Grazia Zuffa, presidente Società della Ragione, Comitato scientifico Forum Droghe

***

I coordinatori delle sessioni

Denise Amerini, CGIL nazionale, Responsabile dipendenze e carcere

Lorenzo Camoletto, CNCA, Responsabile Piemonte-Liguria

Maurizio Coletti, psicoterapeuta, IEFcoS- Istituto Europeo di Formazione e Consulenza Sistemica, Comitato scientifico Forum Droghe

***

Forum Droghe / Note per la Summer School

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 01/09/2021 - 13:52

Forum Droghe- CNCA-CTCA

Note per la Summer School 2021

Incroci tra salute mentale e salute delle persone che usano droghe.

I termini psichiatria e dipendenze sono intrisi di stigmi e pregiudizi e partoriti da un paradigma morale e patologico (neurobiologico) per cui preferisco utilizzare due termini più aperti che fanno riferimento alla “salute” intesa sia nei suoi risvolti culturali che istituzionali. Anche se Salute Mentale fa parte del lessico istituzionale e Salute delle Persone che usano Droghe non ancora, propongo che rientri nel nostro lessico critico e militante.

Storicamente queste due aree di fenomeni sociali e culturali si sono tenute a distanza, quasi che ognuno temesse l’altra e che se ne dovesse difendere.

Questo ha fatto si che le evoluzioni culturali e politiche che si sono sviluppate all’interno dei due contesti siano rimaste tendenzialmente reciprocamente poco conosciute e che non si siano valorizzate le pratiche, gli sguardi, i punti di vista comuni e le similitudini.

Penso ad esempio ai processi di deistituzionalizzazione e alla critica di ogni tendenza a istituzionalizzare la vita delle persone tipici della elaborazione nel contesto della salute mentale, così come al concetto di epochè (Basaglia): messa tra parentesi della malattia, di recovery e alle pratiche di supporto tra pari degli uditori di voci (R. Coleman) per citare alcune di queste pratiche e tematiche rimaste dissociate.

Così come penso alla prospettiva della Riduzione dei danni e Limitazione dei rischi, alla concezione del supporto tra pari naturale (Trautman) e alle sue trasposizioni nei servizi, al modello Droga, Set, Setting (Zinberg), al concetto di autoregolazione e regolazione sociale e legale dei fenomeni come dimensione di riferimento delle politiche sulle droghe …

È  paradossale invece che in entrambe le aree siano reciprocamente più diffuse le rappresentazioni basate sui modelli morali e biomedici e degli stigmi collegati (del tossico nella salute mentale e del folle nelle dipendenze), che sono state sottoposte a una critica radicale dai movimenti della società civile e dagli operatori in ognuna delle due aree, seguendo logiche analoghe ma che rimangono, ancora reciprocamente, sconosciute o estranee.

Questa realtà di distanziamento ha fatto si che le relazioni tra le due aree fossero prevalentemente inquadrate nello spazio della clinica: doppia diagnosi, comorbilità, con una concentrazione ossessiva su chi sia nato prima, l’uovo o la gallina, e sulla rigida separazione dell’intervento dell’uno e dell’altro, considerando il confine, classicamente, come una separazione piuttosto che un luogo di incontro.

Sul piano dei modelli organizzativi dei servizi questa logica si traspone in termini fortemente identitari e conflittuali/difensivi: Dipartimenti rigidamente separati o un unico Dipartimento che ingloba le Dipendenze nella Salute Mentale, mai il contrario (fino al modello estremo del Lazio che ingloba entrambi in un Dipartimento delle Fragilità, un vero capolavoro della semplificazione e dell’impoverimento dell’istituzione sanitaria).

Tutto ciò rischia di limitare e ridurre i nostri stessi discorsi alla critica della psichiatrizzazione delle persone che usano droghe e alla rivendicazione di una autonomia “difensiva”, intesa prevalentemente come identità istituzionale, al di fuori di un contesto più ampio di prospettiva critica e alternativa.

Cambiare direzione, fare un passo indietro e esplorare “il comune” tra le due aree di fenomeni e dei movimenti culturali e politici critici …

Partiamo dalle analogie:

In Italia quella che oggi chiamiamo riduttivamente Salute Mentale fa riferimento a un grande movimento di critica del manicomio inteso come istituzione totale che ha sottoposto, anche molto oltre il discorso sui manicomi,  a una critica radicale il concetto stesso di malattia e degli stigmi collegati, e la medicalizzazione, i processi sociali e culturali collegati assegnando ai nuovi servizi territoriali una funzione parziale (e non totale) e indicando nello spazio sociale, culturale e politico il luogo della restituzione dei diritti e dell’autonomia delle scelte di vita …

Fu proprio Basaglia a dire che dopo il manicomio si sarebbero sviluppati nuovi processi di istituzionalizzazione diffusa della sofferenza molto più ampi e pervasivi… e che il movimento di deistituzionalizzazione avrebbe dovuto continuare a agire sui nuovi scenari

Un primo interessante confronto: nell’area dei consumi di droghe non abbiamo avuto un manicomio ma forti processi di stigmatizzazione e di etichettamento che hanno influenzato intensamente l’opinione pubblica, i servizi, i comportamenti e la percezione di sé degli stessi consumatori.

Nel corso del tempo l’invadenza del paradigma morale nel suo ibridarsi con quello biomedico ha prodotto processi di istituzionalizzazione diffusi nell’area dei servizi pubblici per le dipendenze, relegando le persone che seguono trattamenti farmacologici a malati cronici inguaribili …

Così come l’invadenza del sistema penale rappresenta un tema apparentemente estraneo alla salute mentale ma da riaffrontare nel confronto con la logica del TSO e del post ospedali psichiatrici giudiziari …

La prospettiva della Riduzione dei Danni e della Limitazione dei rischi, rielaborata alla luce dello schema di Zinberg, della logica dell’autoregolazione e regolazione sociale,  dell’apprendimento sociale e dell’empowerment, con le sue pratiche e la forza del suo dispositivo critico sta operando un processo che ha molte analogie con la critica diffusa ai processi di re-istituzionalizzazione, di cui già aveva parlato Basaglia, e rappresenta la base per l’attivazione di azioni corrispondenti di deistituzionalizzazione.

Quali relazioni comuni tra i due ambiti? Per esempio, tra recovery e RdD, e tra supporto tra pari e mutuo aiuto tra uditori di voci?

Quali esperienze comuni sulle logiche di intervento centrate sul modello dell’empowerment, sulla valorizzazione e potenziamento delle risorse e competenze delle persone riconosciute come soggetti aventi diritti e autonomia di scelta e negoziazione?

A partire da questi confronti e esplorazioni di ciò che abbiamo in comune è possibile pensare a una alleanza piuttosto che a un conflitto o a una cooptazione culturale e istituzionale.

A partire da ciò che ci accomuna è possibile condividere strategie che considerano la distinzione e autonomia dei due sistemi come risorsa e come potere di attivare processi e azioni in sintonia rendendo permeabili i confini senza confondere né separare i due ambiti.

A partire da questo incontro e da questa costruzione di uno spazio culturale, politico e istituzionale in comune è possibile e utile prendere atto delle differenze nei due contesti, nella realtà che presentano i diversi fenomeni di riferimento.

Dopo aver delineato uno spazio di incontro e di incroci tra sguardi e sapere critici, solo allora possiamo affrontare le questioni legate alle collaborazioni tra i servizi, al di là delle etichette, oltre la doppia diagnosi e comorbilità …

In ambito istituzionale capita che usiamo per “opportunità” alcuni termini, come dipendenza e psichiatria, che critichiamo nei nostri contesti culturali in quanto stigmatizzanti. È  utile estendere questo stile critico anche ai termini doppia diagnosi e comorbilità in coerenza con l’impostazione esposta fino ad ora. Questi termini si presentano distanti dalle persone in quanto fanno riferimento a logiche istituzionalizzanti e prevalentemente diagnostico-etichettanti. Tendono a sollecitare posizioni di delega sulla base di una rigida separazione delle competenze.

Usare sostanze psicoattive non implica sofferenza, di norma … ma alcune persone possono vivere esperienze di sofferenza anche per l’influenza dei processi di stigmatizzazione, di esclusione, di carcerizzazione, o anche di particolari eventi di vita … Così come, d’altra parte, diverse esperienze di disagio più strutturato e stigmatizzato possono incontrare l’uso di sostanze con una dinamica da analizzare caso per caso senza pregiudizi.

Sono incroci che richiedono incontri, confronti, studi, scambio di esperienze e competenze … e che fanno emergere anche la presenza di stigmi e pregiudizi tra gli operatori dei due sistemi di servizi.

A partire da questi luoghi di incontro su aree culturali e politiche è possibile analizzare insieme le modalità condivise per affrontare le forme di sofferenza, disagio, crisi che esprimono le persone che sono in carico o comunque in contatto con i nostri due circuiti di servizi

Una prospettiva in “comune” dilata le possibilità del lavoro sui confini: comprendere insieme e con le persone che si rivolgono ai nostri diversi servizi quali risorse e competenze tipiche dei due sistemi di servizi, possono essere messe a disposizione e mobilizzate e al di fuori di una mera logica di budget.

E si aprono nuovi scenari nel confronto tra le diverse/comuni metodologie di empowerment, autoregolazione/autonomizzazione, riduzione dei danni/recovery …

Un’ ultima area di confronto riguarda le analogie e le differenze nelle prospettive politiche e culturali e nelle mission istituzionali (es. la legalizzazione e depenalizzazione e la decriminalizzazione come strategie politiche di regolazione sociale hanno un analogo nella complessa area della salute mentale?)

Salute delle persone che usano droghe e salute mentale.

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 01/09/2021 - 11:33

Al Ministro della Salute
Alla Presidenza conferenza stato-regioni
All’AGENAS

Apprendiamo con sorpresa e preoccupazione, da una bozza di un documento dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) l’ipotesi di inserire, le dipendenze e in generale le competenze dei servizi rivolti alle persone che usano droghe, all’interno della Salute Mentale.

Consideriamo questa proposta completamente anacronistica e pericolosa e, tra l’altro, inopportunamente lanciata proprio quando si sta organizzando la Conferenza Nazionale sulle Droghe, indetta dopo dodici anni, che dovrà riflettere anche sul sistema dei servizi.

Risale alle leggi Sanitarie del 1933 l’assimilazione tra malattia mentale e “intossicazione da sostanze stupefacenti” che aveva come riferimento la legge manicomiale del 1904 sulla base dell’idea che all’epoca si aveva del fenomeno, non ancora particolarmente diffuso tra la popolazione.

Ma fin dal 1975 quando il fenomeno si stava diffondendo e delineando nella sua specificità, la legge n. 685, prima normativa organica sulle droghe, identificava un’area autonoma di intervento dei servizi nell’ambito di una politica complessiva di intervento sulle diverse e specifiche componenti del fenomeno. Così successivamente con il DPR n. 309/90 si manteneva lo stesso orientamento articolando più precisamente la configurazione dei servizi e le relazioni con gli enti del Terzo Settore e, infine, l’Atto di Indirizzo della Conferenza Stato Regioni del 21/1/99, identificava il Dipartimento come modello organizzativo più adeguato delegando alle Regioni la scelta del suo livello di articolazione.

Il vero nodo delle leggi più recenti sulle droghe era ed è la progressiva pervasività del sistema penale che, paradossalmente rende l’area degli interventi e dei servizi rivolti alle persone che usano droghe ancora più specifica in quanto questa si confronta con incarcerazioni di massa e gli stigmi associati e con i processi di patologizzazione e di istituzionalizzazione di un fenomeno che ha radici sociali e culturali. E non vorremmo che si aggiungesse a questi processi anche, dopo quasi un secolo, il ritorno della psichiatrizzazione diffusa delle persone che usano droghe.

Dagli anni ’80, da quando è stato creato un sistema di servizi per le dipendenze sull’intero territorio nazionale, il fenomeno delle droghe ha attraversato cambiamenti sostanziali: si è fortemente articolato e reso complesso, moltiplicando i modelli di uso e di consumo in una pluralità di contesti, dalla marginalità al divertimento e alle aree socialmente integrate di tutte le età e generi. I contesti, il setting, si affermano come centrali per comprendere la natura del fenomeno e le prospettive politiche e degli interventi.

Una tale complessità e specificità richiede, un ambito di politiche e di interventi specifico e articolato che non può essere confinato, come vorrebbe l’Agenas, nel modello del disagio e in generale nella salute mentale che ha un’area altrettanto complessa ma con caratteristiche chiaramente diverse.

La riduzione delle politiche sulle droghe a questione psichiatrica o anche di salute mentale, per questi motivi, determinerebbe un significativo ridimensionamento e compressione degli interventi e delle attività di servizio realizzati nelle carceri e verso i cittadini liberi. In particolare, darebbe uno stop al lavoro della miriade dei servizi innovativi impegnati a riadeguare il sistema alle nuove domande posta dai cambiamenti. Ci riferiamo alle esperienze ampie e diversificate Riduzione del Danno e Limitazione dei Rischi (RdD/LdR) oggi inserite nei LEA, molto frequentemente realizzate in integrazione con il Terzo Settore, fino alle pratiche di servizio volte al superamento del modello patologico e cronicizzante all’interno di molti Serd e, ancora, alle numerose esperienze di prossimità realizzate nell’area delle Comunità di Accoglienza. Si prefigurerebbe, cioè, l’interruzione o comunque il ridimensionamento di tutti quei processi che nel corso degli anni sono stati promossi per depenalizzare, decriminalizzare e depatologizzare le persone che usano droghe e per adeguare il sistema degli interventi all’altezza dei tempi.

Del resto, le esperienze di unificazione dei due servizi sperimentate in diverse regioni italiane hanno evidenziato che si è trattato di una operazione di management finalizzata al contenimento della spesa. Non c’è alcuna evidenza pratica che l’accorpamento abbia significato un miglioramento dei percorsi assistenziali per le persone in carico ai due servizi. Difatti si è dimostrato un processo che ha messo, fittiziamente, due servizi, storicamente differenti, nello stesso contenitore creando non già un’integrazione ma solo due percorsi paralleli.

Ma, ancora più pesante è la scelta di voler omogeneizzare sul territorio nazionale esperienze diverse in assenza di un dibattito, approfondito e trasparente, tra tutti gli operatori dei due settori.

Inoltre, se questa ipotesi inadeguata e pericolosa, dovesse essere accolta dal Ministero della Sanità e dalle Regioni, ci troveremmo di fronte a un considerevole passo indietro verso quella psichiatrizzazione dei fenomeni sociali, che proprio la salute mentale italiana nata dalla deistituzionalizzazione dei manicomi, si è impegnata storicamente a combattere. In conclusione, una riduzione dei diritti delle persone che usano droghe e vivono altre dipendenze.

Pensiamo che tra la Salute Mentale e la Salute delle Persone che usano Droghe o con una dipendenza comportamentale, sia necessario una collaborazione sulle problematiche di confine dei due sistemi di servizi, ma mantenendo la piena autonomia sulle realtà più specifiche di azione e di intervento di ognuna che corrispondono ad aree diverse di bisogno dei cittadini.

Nelle regioni nelle quali tale modello di inglobamento nella salute mentale è stato sperimentato, non è un caso, si sono create frequentemente conflittualità tra i due sistemi, il ridimensionamento dei servizi e la limitazione delle risorse destinate agli interventi rivolti alle persone che usano droghe e che vivono altre dipendenze.

L’esigenza di un Dipartimento autonomo sul piano gestionale e organizzativo, che si occupi in modo ampio della Salute delle Persone che usano Droghe e con altre Dipendenze, non è legata a logiche corporative o di potere ma all’esigenza di offrire prestazioni adeguate ad una fascia di bisogno ben definita della popolazione. Il modello di un Dipartimento autonomo, inteso come un sistema flessibile e aperto permette di introdurre le innovazioni e i cambiamenti necessari nel modello organizzativo e culturale attuale ancora legato agli anni ’80 per promuovere un sistema di interventi e azioni differenziate e plurali in grado di rispondere ai diversi modelli di uso e di consumo in continua evoluzione, ampliando l’integrazione e la coprogettazione tra Pubblico e Terzo settore.

Sulla base di queste considerazioni chiediamo, in primo luogo al Ministro della Sanità e alla Conferenza Stato-Regioni che la cabina di regia per il patto della Salute non prenda in considerazione questa ipotesi. Nello stesso tempo chiediamo di riscrivere in modo organico la sezione riferita al Sistema dei Servizi rivolti alle Persone che usano Droghe e con altre Dipendenze con un nuovo testo discusso con le organizzazioni degli operatori e della società civile, nel quadro più generale della riforma delle leggi sulle droghe, inserendo nel Patto sulla Salute, uno specifico capitolo per l’area della Salute delle Persone che usano Droghe e con altre Dipendenze, analogamente a quanto previsto per la Salute Mentale.
Denise Amerini CGIL
Stefano Vecchio Presidente Forum Droghe
Antonello D’Elia Presidente Società Italiana di Psichiatria Democratica
Vito D’Anza Portavoce Forum nazionale della Salute Mentale

Roma, 10 agosto 2021

A noi giovani manca un Basaglia

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 28/08/2021 - 23:33

di Allegra Carboni

Il 29 agosto di quarantuno anni fa moriva Franco Basaglia.

Banali motivi anagrafici (sono nata vent’anni dopo) mi hanno impedito di conoscerlo, eppure mi sembra di averlo fatto: credo di averlo incontrato nell’operato di molte persone qui a Trieste, uomini e donne che con coraggio e determinazione hanno continuato negli anni a edificare sul terreno preparato da lui, ad abitare quel luogo d’incontro sulla soglia, tra salute e malattia.

La legge 180 del 1978 è innanzitutto una radicale scelta di campo. È una scelta faticosa, di grande responsabilità, che chiede di stare nelle cose, di opporsi all’incapacità di ascoltare e di accogliere. Dai racconti di Peppe Dell’Acqua emerge spesso l’abilità di Basaglia di sconvolgere ogni certezza, di portare continuamente a interrogarsi su ciò che si sa veramente fare, di graffiare la coscienza di chiunque gli capitasse a tiro. Con Basaglia la cura non è demandata alle studiate mani di un medico in camice bianco, ma è affidata a un’organizzazione intera, a una macchina ben oliata non trainata da rapporti di potere e rigide gerarchie, ma dalla collaborazione e dal confronto costante, dal riconoscimento del valore del singolo, delle competenze che ciascuno possiede e può mettere a servizio degli altri. È su queste solide basi che a Trieste è nata e cresciuta una nuova cultura che ha travolto tutti: medici, infermieri, operatori, amministratori, persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, cittadini. Per costruire ci vogliono tempo, sudore e sacrifici, distruggere invece è facilissimo, come stiamo dolorosamente constatando in questi mesi. In Friuli Venezia Giulia lo smantellamento di un modello conosciuto e apprezzato in tutto il mondo è una minaccia reale, tutt’altro che velata, che impone di darsi più coraggio, di non ascoltare senza reagire, di non temere di alzare la voce, e ci ricorda che il fascismo non è un’idea o un’opinione, ma un metodo.

Da quando frequento la piazza del Forum Salute Mentale ho imparato una cosa che riconduco alla sconfinata eredità di Basaglia. Ho capito che è possibile non avere paura di essere fragili, che anche nel momento di massima vulnerabilità ci sarà qualcuno ad accogliermi, a prendermi per mano. Questa consapevolezza è frutto di una rivoluzione, la più bella, e di una liberazione impensabile che ha toccato tutti, anche chi, ancora, non ha imparato a dire grazie.

*studentessa di Medicina, Università di Udine

La toponomastica della smemoratezza

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 27/08/2021 - 15:29

di Claudio Ascoli, 12 agosto
da Corriere Fiorentino  >>> https://bit.ly/2WmDPLP

A San Salvi di nuovo le «Persone» a raccontare la propria storia. E i cartelloni…smemorati ritrovano la memoria

Avevo scelto come ogni anno di riprendere le passeggiate l’11 agosto, data della Liberazione di Firenze, per parlare di un’altra liberazione: quella dei “matti” nel manicomio di San Salvi

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È stata una strana, inquietante, emozionante Passeggiata quella di ieri sera a San Salvi. L’ho vissuta come un abbraccio, tanti abbracci …in un tempo che ancora ce li nega, spegnendo così i naturali sorrisi-emozioni nei quotidiani incontri. Avevo scelto come ogni anno di riprendere le passeggiate l’11 agosto, data della Liberazione di Firenze, per parlare di un’altra liberazione: quella dei “matti” nel manicomio di San Salvi. Ri-vivere così quel percorso che, non tutti sanno, tanto deve anche al lavoro di un gruppo di operai che, espulsi dalla Pignone e ricollocati nell’ospedale psichiatrico, contribuirono negli anni settanta a formare la coscienza di sentirsi Comunità. E questo 11 agosto con altri operai, quelli della GKN in piazza della Signoria, ci ricorda e ci insegna ancora una volta che «il mondo è una unità, si voglia o non si voglia», come rifletteva Gramsci nei suoi Quaderni.

Ma torno alla Passeggiata nella ferita aperta dei cartelloni…smemorati, collocati pochi giorni fa dalla Asl a raccontare un manicomio fatto di sole architetture nella totale assenza delle Persone. In questi cartelloni mancano incredibilmente le storie di quanti vi furono internati sino al compimento del processo di liberazione che, mai come a Firenze, si realizzò con una bella, franca, appassionata partecipazione dal basso. Cartelloni che ignorano anche i ripensamenti, gli approfondimenti che sin da subito si manifestarono sull’organizzazione, la catalogazione dei matti e che cancellano finanche le presenze dei tanti Artisti che vi furono rinchiusi!

Dopo anni di duro lavoro sulla memoria di San Salvi, tutto questo l’ho vissuto come una ingiustificata violenza; in più attaccato dai tanti – psichiatri, infermieri, psicologi, storici, antropologi, sociologi, architetti, ma soprattutto matti e loro familiari e comuni cittadini – che hanno attribuito ai Chille una qualche responsabilità per tale nefandezza. Cosa può fare un artista a questo punto? Sicuramente, come chiedeva Pasolini, ri-aprire la contraddizione, manifestando un rifiuto essenziale, ritornare a quel “Mi non firmo” da cui prese vita la rivoluzione basagliana: non accettare la situazione. Da qui la necessità di realizzare una Passeggiata in cui ri-costruire una Comunità di Persone che raccontassero la propria storia-presenza sansalvina. Ho così inventato con Sissi Abbondanza, un pamphlet di fogli di Memoria-Persona: dall’ultima lettera di Dino Campana scritta al 1° piano del padiglione che ci ospita da più di vent’anni, al disegno creato da Venturino Venturi su di un foglio in terra sul pavimento, con evidenti i segni delle mattonelle; e ancora la copertina del libricino che raccoglie le parole di amore di Costanza Caglià, di un amore nato nel cinema-teatro oggi abbandonato. Senza naturalmente dimenticare le creazioni di Artisti de La Tinaia. Tutte Persone assenti nei cartelloni…smemorati!

Ma come far sì che tutto ciò non fosse soltanto un urlo di artista? Eccoci di nuovo alla Passeggiata, terreno di incontro, ostinatamente e necessariamente bisognoso di costruire comunità. Ho deciso di raccontare queste storie di Persone ai miei spettatori e chieder loro di agire insieme. E’ stata una grande emozione vederli diventare protagonisti, agire attaccando i fogli di Memoria-Persona ai cartelloni smemorati: un amoroso abbraccio collettivo, anteprima del cerchio finale che conclude la Passeggiata. Un cerchio in cui il necessario distanziamento fisico non implica quello sociale, mentre a suggellare la ritrovata Comunità, leggo le parole di un matto: «Avrei volute le cose che avete avuto voi».

Chille de la balanza

12 agosto 2021 | 16:08

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Borgna. Saper passare dal “sentire” all’ “ascoltare”

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 27/08/2021 - 15:14

di Marina Corradi, martedì 17 agosto 2021
da “Avvenire” >>> https://bit.ly/3mB87VN

Questo atteggiamento permette «quel camminare insieme cui come Chiesa siamo chiamati». Ma lo si deve fare non solo verso se stessi, ma anche verso gli altri «che la vita ci fa incontrare»

Prima di tutto, Agostino: noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas. (Non uscire da te, rientra in te stesso, nell’intimo dell’uomo abita la verità). Chiamato a intervenire al 79° Corso di studi cristiani ad Assisi sul tema «Sinodo, insieme per camminare insieme», il professor Eugenio Borgna, psichiatra e docente emerito, non poteva non partire dal monito agostiniano, che dall’adolescenza ai 90 anni di oggi gli è caro. Di «ascolto», Borgna si potrebbe dire un maratoneta, dopo 40 anni nell’ospedale psichiatrico femminile di Novara. Uno scorrere infinito di parole, e disperati silenzi, e sguardi, frammenti vivi di dolore. Quanto ha «ascoltato », Eugenio Borgna.

Professore, ancora è possibile annunciare Agostino, in un tempo tanto distratto?
È possibile, e necessario. Come capire qualcosa degli altri, di quel camminare insieme, cui come Chiesa siamo chiamati, se non siamo in costante ascolto di noi stessi, e di coloro che la vita ci fa incontrare, e particolarmente dei più fragili, e, infine di Dio?

E come si fa a imparare ad ascoltare?
Porsi in ascolto è liberarsi dai propri pensieri, sapere mettere sé stessi fra parentesi. Passare dal «sentire» all’«ascoltare», che è altro e molto di più, è un gettare ponti.

Viene in mente Etty Hillesum, la giovane ebrea morta ad Auschwitz, che scriveva nel suo Diario: «Io sto sempre molto tesa e molto attenta… ».
Questo è proprio l’ascolto, una tensione all’altro. Quell’attenzione al prossimo che, diceva Simone Weil, è già preghiera.

Non sarebbe rivoluzionario, nel labirinto del web, nel ronzio dei social o fra le battute dei dee jay alla radio, sentir risuonare «Noli foras ire, in te ipsum redi…».
Forse. Ma a volte mi domando quanto davvero sia totalizzante il dominio di media e web. Perché mi accade di essere invitato nelle scuole, e le domande dei ragazzi spesso mi sbalordiscono, tanto sono acute e profonde. Da un liceo di Novara al Parini di Milano, mi meraviglia l’affiorare di domande cui molti adulti faticherebbero a rispondere. È come se intravedessi il crescere di una nuova generazione che cerca, e non trova, perché gli adulti tacciono. Una umanità silenziosa, adolescente, senza maestri.

Lei ad Assisi parla di ascolto del prossimo. Penso alla miseria di migliaia di migranti che sbarcano in Italia, o annegano nel tentativo di arrivarci. Eppure questo sembra lasciarci sempre più indifferenti, quando non ostili. L’ascolto autentico non richiede anche immedesimazione?
Certamente. Ed è strano, c’è ormai in noi quasi un pregiudizio fatale: al massimo riconosciamo la povertà materiale di questa gente, la loro fame, ma è come se non sapessimo che ciascun profugo dalla Siria o dall’Afghanistan è un uomo con la sua interiorità, uno che ha perduto la casa, magari abbandonato i figli, o un orfano straziato.

Il Covid quasi due anni fa ci è arrivato addosso come una bomba: la strabiliante scoperta che anche fra noi, e anche ancora giovani, era possibile morire in poche ore. Le bare di Bergamo sui camion dell’Esercito sono state uno schiaffo indimenticabile per gli italiani. C’è stata in noi una sorta di conversione, e quanto duratura?
Nelle prime settimane quelle incredibili, strazianti bare di Bergamo, e ciò che accadeva negli ospedali, hanno per qualche tempo, credo, creato fra noi una «comunità di destino». Benché magari impauriti nell’incrociare un altro per la strada, ci siamo, per qualche tempo, sentiti tutti sulla stessa barca. Alla terza, alla quarta ondata, certo, c’è stanchezza. Eppure quel primo sentire comune, quel pure breve «essere insieme» che abbiamo provato, testimonia che l’umanità in fondo a noi non è pietrificata.

Lei ha scritto nel suo ultimo libro, «In dialogo con la solitudine» (Einaudi), che non c’è ascolto senza solitudine. Cosa vuole dire?
Parlavo naturalmente di solitudine non nel senso di isolamento, di chiusura all’altro, ma di quella solitudine desiderata e scelta che diventa capacità di mettere da parte noi stessi, e lasciare spazio al Mistero. È questa «bella solitudine» che ci cambia lo sguardo: e scioglie finalmente il nostro egoismo in generosità e ascolto dell’altro.

(illustrazione da ilariamappanelmondo.com)

Vi presento Basaglia, un visionario che ha cambiato il mondo

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/08/2021 - 17:48

Conversazione con la docente Antonella Rellini per conoscere meglio la figura raccontata nella graphic novel di Andrea Laprovitera
di Valeria Cioccolo
30 luglio, 2021 da Orvietosi.it

Un visionario che ha cambiato il mondo con la forza di piccoli passi. Franco Basaglia è uno di quegli eroi ‘silenziosi’ che con pacatezza, umiltà, ma  soprattutto con la forza delle proprie azioni fu protagonista di una grande rivoluzione. Commossa e impressionata dalla lettura della graphic novel “Basaglia. Il dottore dei matti” scritto da Andrea Laprovitera e illustrato da Armando ‘Miron’ Polacco (ed. Becco Giallo) ho voluto saperne di più chiedendo a chi Basaglia lo conosce bene, la docente di Filosofia e Scienze Umane Antonella Rellini. Ne è nata una bella intervista su Basaglia e su come, grazie a lui, i pazienti dei ‘manicomi’ abbiano riacquistato la propria dignità di persona e la libertà individuale.

Chi è per te Franco Basaglia?
Franco Basaglia, noto psichiatra e docente universitario, è stato, a mio avviso, uno dei più grandi “visionari” del Novecento: la sua opera rivoluzionaria ha traghettato l’umanità verso nuovi orizzonti, più umani e rispettosi della propria e altrui persona; ha cambiato la prospettiva, con coraggio e perseveranza, introducendo una nuova metodologia in ambito psichiatrico, innescando un vorticoso passaggio  dall’ “esclusione” all’ “inclusione”, restituendo dignità di persone ai malati di mente, non più ritenuti ingiustamente, disumanamente e riduttivamente “matti” da rinchiudere, isolare e contenere.

Mi ha colpito molto la parola “visionario”: in che senso la società italiana ha beneficiato della sua attività?
Grazie a lui e a tutti coloro che seguirono le sue orme in Italia sappiamo che le cose hanno iniziato a poco a poco a cambiare realmente, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Il Manicomio, vera e propria “istituzione totale” per usare la terminologia del sociologo Erving Goffman, aprì progressivamente le sue porte e i reparti furono riorganizzati, perché l’ospedale psichiatrico così com’era concepito fino ad allora, non riusciva a “curare” i pazienti, ma, producendo malattia, la “peggiorava”, annientando la loro persona unica e originale, disumanizzandoli … Furono soppresse, ad esempio, le terapie shock e le forme di contenzione fisica, si favorirono le uscite in città, si permise una cosa semplice come scegliere i propri abiti, piuttosto che indossare “divise omologanti”… È stata una progressiva “riconquista” della libertà personale, diritto imprescindibile in una società democratica.

Come possiamo renderci conto di quello che succedeva una volta che un individuo veniva internato in un manicomio?
Potrei suggerire, per approfondire un argomento così importante e delicato, ma spesso poco conosciuto soprattutto dai più giovani, e per rendersi conto di quello che significava essere dichiarati “matti” e “internati” in un manicomio prima di Basaglia, ( … e bastava poco per essere così considerati …) una visita al Museo Laboratorio della Mente di Roma, collocato nell’ex-manicomio “Santa Maria della Pietà”, dove attraverso un percorso immersivo che oscilla tra reale e virtuale il visitatore non solo può conoscere, ma anche condividere empaticamente la storia di vita e l’esperienza degli “ex-pazienti” della struttura. E poi approfondire attraverso letture e documentari che possano aprirci gli occhi su questo tema sempre attuale.

Così l’ultima pagina della graphic novel è stata ben lontana dal segnare per me la fine di questa storia. Ha aperto i miei occhi su un mondo diverso e sconosciuto, quello dei manicomi e dei malati psichiatrici e di quanto questo dottore visionario abbia portato umanità e dignità in luoghi spesso dimenticati e emarginati da tutti.

‘Basaglia. Il dottore dei matti’ è una lettura che consiglio a tutti per la capacità di emozionare, commuovere e soprattutto di farci rendere consapevoli della grandezza di questa figura. (Valeria Cioccolo)

La malattia psichiatrica non si cura solo con farmaci e ricoveri

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/08/2021 - 17:30

di Federica Manzon

2 agosto 2021, da Internazionale

Mancano cinquemila rose, perché tante ne abbiamo messe, ma altrettante ne avevamo in più promesse”, scrive in Quale psichiatria? (Alpha Beta 2021) Franco Rotelli, uno dei collaboratori più stretti di Basaglia, per anni direttore dei Servizi di salute mentale (Ssm) a Trieste. Oggi, quando si entra nel parco dell’ex manicomio di San Giovanni, a colpire sono i colori e i fiori. Gli edifici dipinti di giallo e rosso, le finestre e le porte spalancate da cui esce musica jazz e canti stonati, le prove teatrali dell’Accademia della follia che si mescolano nell’aria estiva alle chiacchiere dei triestini seduti al Posto delle fragole, lo storico bar del parco, e tutt’attorno il profumo delle rose. C’è un’aria allegra, anche se sono giorni di tensione per il mondo psichiatrico italiano e soprattutto triestino.

A giugno la conferenza nazionale promossa dal ministro Roberto Speranza è stata disertata dalla Società italiana di psichiatria (Sip) che ne ha contestato il titolo e l’orientamento criticando “il metodo autoreferenziale di scelta degli argomenti senza confronto né discussione”. Il presidente della Sip Massimo Di Giannantonio ritiene che i metodi basagliani siano “superati”. “Forse la scelta di intitolare la conferenza ‘Per una salute mentale di comunità’ deve aver scontentato chi si riconosce in una psichiatria più tradizionale, meno sensibile ai ‘determinanti sociali’ e scarsamente impegnata nell’assistenza sul territorio”, ha ipotizzato Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di salute mentale di Modena e membro del Consiglio superiore di sanità. A Trieste questa linea di frattura si è rispecchiata nello scandalo del risultato del recente concorso per il rinnovo della direzione del Centro di salute mentale (Csm) di Barcola, aperto da Franco Basaglia nell’omonimo rione. Mario Colucci, psichiatra di formazione basagliana con una ventennale esperienza sul territorio, al primo posto della graduatoria per pubblicazioni e titoli, si è visto scalzare da Pierfranco Trincas, che dal terzultimo posto è salito al primo dopo un breve colloquio a porte chiuse.

Trincas negli ultimi anni è stato direttore del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) di Cagliari, una realtà segnalata nel 2019 dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale a causa dell’uso della contenzione, della presenza di porte chiuse allarmate e di diverse irregolarità nelle procedure dei trattamenti sanitari obbligatori (Tso). A presiedere il concorso friulano c’era Emi Bondi, direttrice dell’Spdc di Bergamo, dove nel 2019 è morta bruciata Elena Casetto, una ragazza di 19 anni legata al letto in una stanza chiusa a chiave.

L’esito del concorso, difeso dalla Sip, ha suscitato subito reazioni allarmate e ha agitato le comunità psichiatriche internazionali portando alla petizione “Save Trieste’s mental health system”, approdata sulle pagine dell’Indipendent e dell’autorevole British Medical Journal, mobilitando medici e scienziati di tutto il mondo in difesa di un modello recentemente indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità come “sistema complessivo d’eccellenza” al livello mondiale per i servizi di salute mentale di comunità.

La posta in gioco
Ma perché un concorso locale suscita tanta preoccupazione internazionale? In gioco c’è qualcosa di più decisivo e ingombrante: la vita di un modello di cura che da solo costituisce una scomoda anomalia e chiama in causa una certa idea di società e di politica, ma anche di scienza medica, e in definitiva il rapporto tra pubblico e privato.

Forse allora vale la pena di raccontarlo questo modello, per capire perché un parco con un roseto e gli edifici colorati faccia così paura, e perché a lanciare la prima pietra sia proprio la Società nazionale di psichiatria.
Basterebbero le parole di Arturo a zittire molti discorsi che animano il conflitto tra la Società italiana di psichiatria e realtà basagliane. Basterebbe venire a san Giovanni dove le porte sono aperte, la gente si ritrova a discutere con responsabilità e tutti si raccontano volentieri in un’aria allegra e propositiva. Un’aria molto diversa da quella che si respira in questi mesi nel dipartimento di salute mentale, dove la direzione dell’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina del Friuli Venezia Giulia ha negato ai suoi dipendenti l’autorizzazione a raccontarci il loro lavoro.

Che la salute mentale a Trieste e in Friuli Venezia Giulia sia gestita diversamente dal resto d’Italia lo dicono i dati e la storia. Nel rapporto “Salute mentale” del ministero i dati dell’ultimo aggiornamento mostrano alcune differenze che saltano all’occhio. In Friuli Venezia Giulia gli utenti che ricevono una visita psichiatrica entro 14 giorni dal ricovero sono l’88,9 per cento (il 100 per cento per tutte le fasce d’età tranne quella tra i 45-54 anni), contro una media del 20,1 per cento nel Lazio, del 16,5 in Veneto, del 32,8 per cento in Liguria. La percentuale delle persone ricoverate di nuovo dopo sette giorni dalle dimissioni è del 6,9 per cento in Friuli Venezia Giulia, del 9,3 per cento in Piemonte, del 14,8 per cento nel Lazio. Per quanto riguarda i Tso ogni diecimila abitanti, il Friuli Venezia Giulia ha una media molto bassa dello 0,4 per cento, contro l’1,6 per cento della Liguria, il 2,5 per cento dell’Emilia-Romagna, il 3 per cento dell’Abruzzo. Solo per citare alcuni indicatori.

Questi dati hanno una storia e si radicano in un’esperienza oggi liquidata come ideologica, legata a quella rivoluzione degli anni settanta che è ora di lasciarsi alle spalle, magari smantellandola in favore di realtà private più profittevoli. La verità è che il modello psichiatrico triestino non è poi così conosciuto, vuoi per l’ingombrante fantasma di Basaglia, spesso invocato a sproposito, vuoi perché Trieste è sempre stata una città periferica rispetto alle dinamiche della società italiana.

Il modello Basaglia

“In gioco ci sono due diversi modi di intendere il lavoro nella salute mentale, ma direi anche due diverse idee di società”, spiega Giovanna Del Giudice, psichiatra del gruppo di Basaglia e promotrice della campagna “…e tu slegalo subito” per l’abolizione della contenzione. “Da un lato c’è una psichiatria clinica che si fonda su un paradigma biomedico, una psichiatria del posto letto, e dall’altra invece c’è una pratica che guarda all’individuo come soggetto di bisogni complessi e si basa sui servizi, perché la gente ha il diritto di essere curata in libertà. Che sia scoppiato questo conflitto è un bene, perché chiede alla politica e alla società di schierarsi”.

È d’accordo anche Franco Rotelli: “Le persone che hanno un disturbo mentale non hanno solo bisogno di farmaci e colloqui con lo psicoterapeuta. Hanno bisogno di diritti e di poterli esercitare, hanno bisogno di una casa, di un lavoro, dell’indipendenza economica, di una sfera della sessualità e degli affetti. E questo non è affare solo della psichiatria: perché sia possibile serve un’alleanza con i cittadini e la città, le parrocchie e gli artisti, i giornali, serve un’alleanza globale”.

Ed è su questa alleanza che si fonda il modello basagliano, articolato su tre fronti: quello amministrativo, quello della pratica concreta e quello della pratica artistica. Quello amministrativo è fondamentale perché a Trieste le attività che riguardano la salute mentale non hanno il loro centro nei reparti ospedalieri, come accade nella maggior parte delle città italiane, ma nei Csm che sono realtà organizzate sia per il ricovero sia per le cure ambulatoriali e domiciliari. I Csm a Trieste sono aperti tutta la settimana 24 ore su 24, il che significa avere una vicinanza costante e una conoscenza profonda delle persone con disagio mentale, che rende possibile l’eliminazione totale di qualsiasi coercizione (in Italia ci sono 319 reparti di diagnosi e cura e solo venti non usano la contenzione. Il Friuli Venezia Giulia è l’unica regione in cui in tutti i servizi della psichiatria non si contengono le persone).

L’unicità di Trieste è che al centro c’è sempre la libertà dell’individuo

Alla base di questo sistema non c’è solo una buona amministrazione, ma anche una pratica concreta il cui obiettivo è rendere autonoma la persona. In gran parte d’Italia, quando un utente esce dal reparto di diagnosi e cura finisce in comunità, dove la situazione si cronicizza e non esce più. A Trieste invece per ogni soggetto si predispone un budget di cura, cioè un percorso economicamente sostenuto che risponda alla domanda: cosa serve a questa persona per rientrare nella società? Si costruisce un progetto sul singolo che parte dai suoi desideri. Per fare questo è fondamentale il lavoro con le cooperative sociali, le istituzioni cittadine, il tessuto urbano.

A Trieste la rete è forte. “Da noi più del 40 per cento dei lavoratori proviene dall’area della salute mentale”, spiega Stefania Grimaldi, operatrice della cooperativa La collina. “C’è il pregiudizio che realtà come le nostre, che hanno a che fare con la salute mentale ma possono anche gestire bar, musei, occuparsi di pulizie o formazione informatica, forniscano servizi di bassa qualità, ma da anni non è più così, altrimenti non stai nel mercato”. Anche questa rete di lavoro è sotto attacco. “È un modello difficile da portare avanti, ma dobbiamo cogliere questa occasione per rinsaldare alleanze storiche, mettere in sicurezza quello che fa parte delle nostre pratiche. Nel percorso di Basaglia le assemblee sono state una pratica fondamentale per gettare le basi del cambiamento ed esercitarlo fino in fondo. Non si trattava solo di buttare giù i muri del manicomio, ma di ridefinire le relazioni di potere perché salute mentale di comunità non vuol dire solo che esistono i servizi e non gli ospedali, ma che la comunità diventa corresponsabile della salute dei suoi cittadini”.

Penso alla parola assemblea e fatico a immaginarla come una pratica efficace per gestire una realtà così complessa, forse lo è stato nei rivoluzionari tempi di Basaglia quando lo scontro tra pubblico e privato era meno feroce. Poi invece, mentre vago nel parco di San Giovanni, sotto l’ombra del caseggiato con la scritta rossa “La libertà è terapeutica” disegnata dall’artista Ugo Guarino – che insieme a Giuliano Scabia fu uno degli artisti che diedero voce alle pratiche basagliane – vedo un centinaio di persone riunite sotto un glicine. Sono psichiatri giovani e della vecchia guardia, utenti, familiari, studenti, qualche infermiere. Cosa stanno facendo? “È un’assemblea autoconvocata”, mi spiega sorridente un giovane operatore sociale conosciuto come Pantxo Ramas. “L’assemblea è sempre stata uno strumento centrale nella vita delle strutture psichiatriche basagliane. Qui la persona con disturbo mentale ha gli stessi diritti dello psichiatra, ma anche gli stessi doveri, tutti devono spiegarsi, raccontarsi, autocriticarsi, nessuno accusa e nessuno si difende”.

Se Foucault aveva descritto lo psichiatra come il “signore della follia”, depositario di un sapere incontestabile, nel cortile dell’ex manicomio triestino è evidente come a essere messa in crisi sia proprio l’idea di un sapere come potere, il controllo del medico sul malato. In ballo è invece l’apertura di uno spazio di espressione dove la malattia mentale riesca a mettere in gioco tutti. “Qui lavorano tre dimensioni: quella del corpo fragile, del corpo curante e del corpo sensibile”, continua Ramas. “Il corpo fragile è costituito dalle persone con disagio, ma la precarietà delle condizioni di lavoro rende fragili anche gli operatori. Il corpo sensibile dovrebbe essere quello degli operatori e dei cooperanti, ma spesso la sensibilità degli utenti è la più sottile. Il corpo curante poi esiste solo dentro una relazione e quindi è sempre molteplice”.

Sotto il glicine, in questa atmosfera di allarme ma anche di grande energia e voglia di fare comunità perché un modello di cura non finisca demolito, le voci si alternano con partecipazione. Conosco Arturo, ha 31 anni ed è entrato in contatto con i servizi di salute mentale quando ne aveva 18: “Posso dire di aver vissuto in prima persona dei momenti di esclusione dalla società, ma da quando sono entrato in contatto con i servizi le cose sono migliorate sempre di più. Per me è stato importante cominciare fin da subito a lavorare, prima in una casa editrice, poi nell’organizzazione di un festival di poesia, poi in un’azienda. Oggi lavoro come addetto alla formazione in una cooperativa sociale per attività di inclusione digitale e progetti culturali, per cui organizzo conferenze internazionali lavorando anche come interprete”, racconta con calore.

“L’unicità di Trieste è che al centro c’è sempre la libertà dell’individuo. Nessuno nega la terapia, ma è sempre negoziata con la persona. Il farmaco è utile, ma da solo non è niente, non riesce a farti superare quel vuoto di relazioni, di significato”, dice Arturo. “Qui il vuoto è colmato grazie a un sistema dove, anche se decidi di non prendere la terapia per un periodo, il servizio ti sta vicino, ti segue, ma senza forzarti a fare nulla. Se alla persona manca una casa per vivere bene, le viene offerta una soluzione abitativa, se manca il lavoro vengono fornite delle opportunità, se manca la socialità, si lavora tantissimo per crearla. E piano piano tu riesci a emanciparti e pesare sempre meno sul servizio. A quel punto sta a te decidere se rimanere all’interno di questo tessuto o uscirne. Io ho scelto di restare qui seguendo un po’ la filosofia racchiusa nel concetto giapponese dell’ikigai, che vuol dire ‘ragione d’esistere’, ciò che ti permette di avere una vita felice in un equilibrio tra le tue vocazioni e la società. Lavorando in una cooperativa sociale faccio delle cose che hanno un’utilità e restituiscono anche un senso di responsabilità etica”.

Un’esperienza dove la scelta, l’esercizio di una responsabilità da parte delle persone è al centro. “Il modello triestino non è una semplice risposta a una difficoltà ma è la creazione di un circuito che va a dare senso a un’esperienza, come quella della malattia mentale, che senso non ne ha. Se tu pensi che i problemi si risolvano con un farmaco, è una risposta molto riduttiva. Anche il discorso della pericolosità sociale si azzera se c’è un sistema che dà senso all’esperienza. La cosa importante è che le crisi, che possono capitare nella vita, siano trasformate in opportunità. Se togli lo stigma e il giudizio le crisi sono energie in movimento, e se riesci a canalizzarle bene possono portarti a una determinazione maggiore e renderti più forte”.

Modelli a confronto

Perché tanta paranoia tra la dirigenza dell’Azienda sanitaria? Perché tanto accanimento contro il modello triestino? “Perché è un modello difficile”, dice Rotelli. “Studi medicina per anni sognando di indossare un camice, poi diventi psichiatra e capisci che il camice non serve a niente, che la psichiatria ha uno statuto epistemologico debole e allora devi guardarti dalla tentazione di sostituirlo con il potere. La politica guarda alle persone fragili pensando ‘dove le metto?’, perché dove li metterai produrrai denaro. Invece qui ci si è sempre interrogati sul ‘cosa ci faccio insieme?’, che è una domanda che produce complicazioni. A Trieste è stato possibile dimettere le persone dai manicomi perché siamo andati fuori con loro, noi psichiatri e infermieri: non abbiamo scaricato il peso sulle famiglie ma non abbiamo nemmeno scaricato i malati. Abbiamo costruito servizi”.

Per capire quanto il modello triestino sia lontano da quello del resto d’Italia basta ascoltare le parole di Pierfranco Trincas, il vincitore del concorso: “Intendo lavorare moltissimo con i pazienti” dice il neodirettore del Csm, rispondendo alle mie domande sulle novità che vuole portare a Trieste. Colpisce l’uso disinvolto del termine “pazienti” che nelle realtà del Friuli Venezia Giulia non si sente pronunciare da almeno quarant’anni tra gli operatori della salute mentale. Una differenza minima che però sottintende una consapevolezza tutt’altro che secondaria. “Vorrei migliorare i servizi per le famiglie, come ho fatto a Cagliari, dove ho istituito dei consulenti legali perché i pazienti possono creare dei problemi. Voglio fornire alle famiglie assistenti con varie competenze, perché spesso i pazienti hanno bisogno di essere amministrati. E poi vorrei istituire un ricovero solo di volontari, perché spesso il paziente chiede di essere ricoverato, e spesso questo è un sollievo per lui e per la famiglia”. Per ricovero Trincas intende quello ospedaliero. “Noi cerchiamo di umanizzare il reparto, per esempio permettendo ai familiari di entrare, di passare del tempo in giardino dove i pazienti possono liberamente fumare, facciamo anche delle piccole feste per i compleanni”.

Gli equivoci del TSO nella cronaca di questi ultimi giorni

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/08/2021 - 17:21

di Antonello d’Elia, Presidente di Psichiatria Democratica
23 luglio 2021, da Quotidiano Sanità

Gentile Direttore,
se ci facciamo caso, da qualche tempo il TSO è diventato il metro di misura della follia. Non più un provvedimento sanitario disposto dai medici che, ricordiamolo, devono essere due, chi propone e chi convalida ed entrambi del servizio pubblico, così come dispone la legge 180 che lo pone al centro del suo dispositivo insieme alla chiusura dei manicomi.

Nel discorso pubblico attuale il Trattamento Sanitario Obbligatorio rimanda invece allo status di folle, anzi di matto nei confronti del quale non si può che allontanare, contenere, legare, isolare, ricoverare in modo coatto per sedarne le bizzarrie comportamentali e sopirne le manifestazioni di scompenso psichico. Nei giorni tra il 20 e i 22 luglio il TSO è comparso tre volte almeno sulla stampa in tre casi affatto diversi.

Nel primo, un emendamento al Recovery Fund lo trasforma di fatto in diagnosi medica prescrivendo che chi dovesse riceverne uno andrà segnalato all’autorità di polizia in quanto persona malata non adatta a possedere e usare un’arma. Come sappiamo si tratta di una disposizione che non avrà corso per la sua incoerenza con la legge dello stato che ne norma le condizioni ma ciò non toglie che qualcuno, nella posizione del deputato legislatore, ha ben pensato di difendere i possessori ‘sani’ di armi dai matti pericolosi che, come si sa, non pensano ad altro che ad acquistare e sparare al prossimo… E che a ispirare l’emendamento non siano ragioni che hanno a che fare con la medicina ma con l’uso delle armi non ci può consolare perché denota il livello di incompetenza e di rappresentatività interessata della nostra classe politica.

Nel secondo caso, un esponente della suddetta classe, un assessore al comune di Voghera, ha sparato a una persona per strada uccidendola. In questo caso un portatore ‘sano’ di armi, che, a quanto se ne sa, non ha mai ricevuto cure psichiatriche e che è un convinto detentore di pistole, ha ammazzato in piazza un uomo che lo avrebbe importunato, esercitando così un suo diritto di vita e morte su un altro essere umano che, il caso vuole, fosse una persona sofferente di cui i parenti, sgomenti, raccontano che avesse problemi psichiatrici che l’avevano condotto a un ricovero in TSO. I familiari, attoniti, dichiarano che si trattava di una persona che andava curata e non uccisa, una cruda verità che, vista dalla parte politica a cui appartiene l’assessore assassino, è bellamente ignorata.

Per uno dei paradossi dell’esistenza, mentre un deputato invoca il bando pubblico e la segnalazione all’autorità prefettizia e di polizia degli uomini e donne che ricevono un TSO per poter far circolare armi con maggior sicurezza per tutti, un assessore che l’arma la detiene e la usa, spara ammazzandolo un uomo che un TSO aveva ricevuto perché ammalato, sofferente e bisognoso di cure.

A concludere l’orribile sequenza ravvicinata di notizie, un paziente napoletano, ricoverato in TSO in un ospedale della sua città muore in circostanze ancora da chiarire nel luogo della cura per eccellenza, affidato al personale sanitario proprio per trattare gli aspetti acuti del suo malessere. In questo caso le cure erano somministrate, forse in eccesso se si trattava di soli farmaci e non di ascolto e accoglienza, eppure il regime di ricovero coatto non è servito a restituire la persona alla sua vita normale ma a segnare il contesto della sua morte.

Tre casi diversi dunque in cui il discorso sulle cure e la sofferenza mentale viene oscurato dalla cronaca, nera in due dei casi descritti, riportandoci tutti indietro nel tempo, esaltando gli aspetti sociali e non quelli personali della sofferenza mentale, allontanando da qualsiasi possibile comprensione o immedesimazione e trasformando un discorso sulla salute in una questione di ordine pubblico. Invocato, mancato o, nel caso napoletano, degenerato, il Trattamento Sanitario Obbligatorio occupa uno spazio mediatico che non corrisponde al suo reale utilizzo che non va oltre l’1% dei tanti casi che in un anno il sistema di salute mentale pubblica, pur in affanno come non mai, tratta con risultati clinici ed esistenziali di rilievo.

È tornato il tempo di riaprire un discorso pubblico e collettivo sulla salute mentale, sottrarlo all’incombente e sempre più esplicito ritorno alla pericolosità dei folli e porre i riflettori sulle distorsioni e gli abusi di cui anche la psichiatria si macchia nella sua versione sciatta e violenta. Non da meno ci tocca segnalare tutti quei casi e tutte le circostanze in cui per una improvvida sineddoche il TSO viene a sostituire un provvedimento sanitario con le motivazioni che lo determinano e a condensare in un acronimo lo status di malato psichiatrico e la sua sorte di escluso.

Tutte le volte che al convincimento si sostituisce materialmente o simbolicamente l’imposizione violenta di un essere umano o dello stato sulla persona si creano le condizioni per un deficit di equità, giustizia e democrazia. Si pensi, in conclusione, a un altro caso esemplare che ha avuto ampia rappresentazione di stampa qualche mese fa, quello del liceale marchigiano a cui è stato effettuato un TSO perché in classe, in piena pandemia, rifiutava di indossare la mascherina. Un intero sistema fatto di istituzione scolastica, famiglia, forze dell’ordine, sanità, apparato giuridico dello stato e, non ultimo, apparato mediatico, va in cortocircuito nel momento in cui la scorciatoia del ricovero coatto obnubila tutti e di tutti assorbe le energie. Una lezione da meditare.


Per avviare la terza rivoluzione

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/08/2021 - 17:02

La cura nella Salute Mentale come valorizzazione della persona e difesa della democrazia.

di
Angelo Barbato (Istituto Mario Negri Milano)
Antonello D’Elia (Presidente di Psichiatria Democratica)
Pierluigi Politi (Ordinario di Psichiatria Università di Pavia)
Fabrizio Starace (Presidente Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica)
Sarantis Thanopulos (Presidente della Società Psicoanalitica Italiana)

La cura del dolore nel campo della Salute Mentale pubblica è in crisi. Il dominio del modello biomedico l’ha inaridita. L’approccio puramente farmacologico alla “sofferenza mentale” e, tendenzialmente, a tutte le problematiche esistenziali, appiattisce sulla biologia i nostri desideri, sentimenti, pensieri e azioni, facendo leva su un obsoleto determinismo naturalistico. Esso ha creduto di potersi accreditare scientificamente a forza di “evidenze”, costruite a sua immagine e somiglianza, ma l’aver perso di vista l’esperienza soggettiva l’ha condotto a risultati deludenti. Ci sono state tante ricerche, investite grandi risorse finanziarie, sono stati pubblicati molti articoli, ma non sono stati ridotti i suicidi, i ricoveri e non sono stati migliorati gli esiti di guarigione delle persone con problemi di salute mentale. Il modello biomedico ha trovato sostegno nei media, nell’insegnamento universitario, in gran parte dei servizi di Salute Mentale e ha contagiato settori della psicologia.

Si è capovolta progressivamente la prospettiva, faticosamente conquistata, dell’umanizzazione della cura psichiatrica e si è registra un ritorno prepotente alla logica dell’“istituzione totale” rivisitata: la reclusione delle persone sofferenti in esistenze diagnostiche costruite in funzione di trattamenti farmacologici disinvolti. Le ricerche scientifiche che mostrano l’uso eccessivo, inappropriato dei farmaci, che soffoca insieme ai sintomi anche la persona, e indicano la possibilità concreta di un loro uso pensato, accurato, sono ignorate. La psichiatria dissociata dalla psicoanalisi/psicologia dinamica, dalla pratica psicoterapeutica, dalla fenomenologia, dalla psichiatria sociale e relazionale si è impoverita e rischia di ridursi in mestiere tecnico di contenimento/sedazione delle emozioni, fatto da psichiatri che pensano e agiscono secondo algoritmi. La relazione terapeutica si è chiusa nel rapporto assistenziale a senso unico tra curanti e curati, invece di costituirsi nell’ambito della reciprocità, dello scambio affettivo e mentale tra pari. L’attuale stato delle cose favorisce la spersonalizzazione dei vissuti sia degli operatori sia delle persone sofferenti. E tende a creare un clima depressivo, emotivamente povero, negli spazi della cura. La riforma Basaglia, che ha ridato dignità di cittadinanza e diritto alla soggettivazione della propria vita al “paziente psichiatrico” (sino ad allora non considerato entità giuridica e politica), è sotto attacco, nonostante le dimostrazioni di qualità provenienti da quei servizi che ne hanno applicato lo spirito in modo innovativo. È tempo che tutte le forze riformatrici che considerano il pensiero e la prassi della cura psichica pubblica come strumenti critici di costruzione solidale e democratica della vita cittadina si uniscano per opporsi alla controriforma in atto. Per costruire un approccio al dolore psichico fondato sul dialogo tra saperi che si confrontano tra di loro in modo paritario. Lavorare insieme, unire saperi ed esperienze in un approccio multidisciplinare, ha rappresentato, nei momenti migliori, l’elemento portante dei dispositivi di cura. Questa eredità tradita deve essere recuperata. A partire dalla valorizzazione del lavoro dell’équipe territoriale, fulcro dell’intero sistema della Salute Mentale e luogo in cui integrano tra di loro i diversi approcci alla cura: – Il trattamento farmacologico mirato e critico, coadiuvato da un lavoro paziente di sostegno relazionale e di accoglienza umana del dolore, che è funzionale al contenimento dell’angoscia acuta, invasiva, e della depressione. – La cura, ispirata alla teoria e alla clinica psicoanalitica/psicodinamica (nelle sue varie forme: individuale, di gruppo, di coppia, di famiglia) e ai principi fenomenologici, che promuove il lavoro di trasformazione psichica necessario al ritorno in gioco della soggettività desiderante. – La terapia delle relazioni, che usa principi sistemico-familiari e cognitivo-dialogici. – Il lavoro di integrazione socio-culturale nella comunità in cui si vive, che richiede una competenza specifica delle dinamiche psichiche e sociali della collettività, una grande sensibilità umana e una collaborazione costante con le istituzioni e con gli ambienti della cultura umanistica, della letteratura, del teatro, del cinema, dell’arte. Questi ambienti hanno una funzione preziosa nella costruzione della comunità, nella configurazione delle reti condivise di significazione dell’esperienza che creano un senso di identità aperto alla differenza, all’alterità, non chiuso in sé stesso. – Il lavoro di prevenzione, basato sulle diagnosi precoci, sulla valorizzazione dell’intervento psicopedagogico e della psicoterapia nei bambini e negli adolescenti, sull’individuazione di realtà familiari fragili, sugli interventi di sostegno in ambienti sociali vulnerabili colpiti da fenomeni di degrado, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli ospedali. – La partecipazione attiva e organizzata degli utenti con problemi di salute mentale che portano il contributo della loro soggettività al processo di cura. – Il superamento delle pratiche coercitive e violente attraverso la critica costante e la promozione di pratiche alternative in tutti i contesti di cura. Il buon funzionamento dell’équipe ha un suo indispensabile complemento in un rigoroso lavoro epidemiologico e di ricerca clinica che affida la verifica del lavoro svolto soprattutto a criteri di qualità: lo sviluppo dei legami affettivi, della creatività e della libertà di espressione personale. L’équipe richiede una buona formazione di partenza in tutte le sue componenti. Essa non è, tuttavia, la somma delle competenze che la compongono, non è un’attività poli-ambulatoriale. Non si identifica con una sede ma la sua funzione si diffonde nel territorio e eccede la sua composizione in due sensi. Da una parte include nel suo lavoro il gruppo dei pazienti, i loro familiari, le forze culturali e sociali con cui interloquisce; dall’altra amalgama tra di loro le diverse prospettive che ospita nel suo interno creando una prospettiva unitaria, un lavoro di cura coerente. L’équipe è luogo di formazione e di ricerca permanente, il luogo in cui la terapia della sofferenza grave, invasiva, si configura attraverso l’esperienza in modo autentico, vero. La cura psichica non è un’applicazione di principi tecnici ai quali le persone sofferenti devono aderire, in una falsificazione reciproca di rapporti. È una prassi, un prattein nel senso nobile del termine che gli ha assegnato Aristotele: l’agire che ha come suo oggetto la vita dell’uomo. La prassi della cura psichica è un lavoro che segue principi scientifici, ma prende forma nell’ambito di relazioni personali, non anonime, come sapere artigianale che riconosce in ogni storia di sofferenza la sua particolarità, in ogni esistenza sofferente la sua trama originale. L’umanizzazione della cura non perde mai di vista gli strumenti farmacologici o i dispositivi relazionali che contengono l’angoscia. La cura, tuttavia, è nella sua essenza un prendersi cura della relazione con le persone che soffrono. Essa è, al tempo stesso, mezzo e fine, affermazione della soggettività. È fuorviante e profondamente dannoso per la salute psichica dell’intera comunità che la cura della sofferenza grave sia orientata e definita da coloro che lavorano in laboratorio, sulla base di schemi diagnostici “obiettivi” prodotti da una compulsione tassonomica che nulla aggiunge al sapere prognostico, senza entrare mai in contatto con le persone sofferenti, senza conoscere i loro desideri, le loro emozioni, i loro pensieri travagliati, senza sentire il loro respiro, senza incrociare il loro sguardo. Le espressioni bizzarre, tormentate, incoerenti di una psiche lacerata se da una parte sono manifestazione di una sottostante angoscia destrutturante, che deve pur trovare tregua, sollievo, dall’altra sono l’unica forma con cui la persona sofferente si tiene viva e comunicante. La loro soppressione attraverso un abuso di cure farmacologiche, fa rientrare dalla finestra ciò che si pensava essere stato accompagnato alla porta: la logica manicomiale, la cancellazione violenta di identità, di esistenze umane. L’approccio puramente quantitativo alla terapia del dolore psichico – la sua sedazione che mira soprattutto a renderla invisibile – ha portato allo sviluppo di un dolore sordo che svuota il senso dell’esistenza, diffondendosi ben al di là dei confini della sofferenza “psichiatrica” conclamata. Le soluzioni anestetiche non riguardano solo coloro che patiscono una sofferenza psichica grave, ma affliggono chiunque nelle varie fasi della sua vita incontri difficoltà, incertezze, vacillamenti, crisi esistenziali. Persone giovani o adulte che hanno un’alta probabilità di essere ridotte a un’etichetta diagnostica con cui saranno portate ad identificarsi e con cui saranno identificate. Il progetto mistificante di una società senza dolore che passivizza i cittadini, sia deprimendoli sia spingendoli verso la scarica impulsiva/compulsiva delle loro emozioni, ha creato storicamente un terreno favorevole al totalitarismo. Ribellarsi all’equiparazione tra la persona e la sua biologia è una questione di civiltà. Contrastare la standardizzazione, l’omologazione dei comportamenti e la sottomissione della nostra concezione della vita al tecnicismo dilagante, è affermare la democrazia.

Illustrazione: Anna Parini per il settimanale “Internazionale”.

I domenicani inquisitori e Galileo

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 02/08/2021 - 17:41

di Peppe Dell’Acqua
a proposito della reazione di Leonardo Tondo all’articolo di Allen Francis

(per l’articolo di Allen Francis —> clicca qui)

Quanto scrive Allen su Lancet, e con lui altri colleghi inglesi, americani, argentini e tanti altri è un segno di riconoscimento che non può che darci conforto in un momento così buio e abitato da figure che non saprei come definire. Leggerete qui un commento  all’articolo di Allen, pubblicato su Lancet, scritto dal leader naturale degli psichiatri sardi. Leonardo Tondo vanta i suoi studi negli Stati Uniti e una profonda conoscenza di neuroni, trasmettitori, genetica e farmaci. Conoscenze che tutti noi apprezziamo e lascia intendere che la psichiatria americana, la sua formazione americana, sono al di sopra di ogni misero sistema di assistenza sociale così come le psichiatrie dominanti definiscono Trieste da cinquant’anni. Leonardo Tondo non si è mai interessato ai sistemi pubblici di salute mentale e non sa, fa finta di non sapere, che la psichiatria pubblica americana è un disastro. Gli uomini e le donne che vivono l’esperienza del disturbo mentale severo e la ventura di incorrere nelle inarrestabili spire della deriva sociale del sistema pubblico americano, da Reagan in avanti, sono senza speranza alcuna; fa finta di non sapere che la psichiatria pubblica è arrivata al limite della criminalità.

Potremmo consigliargli un libro, “Chi se ne frega dei matti”, di Ron Power, premio Pulitzer, romanziere, sceneggiatore, padre di un ragazzo suicida e di un altro che continua a vivere malamente in una condizione di severo disturbo schizofrenico. Il libro tradotto e pubblicato da Erickson ( ma Tondo potrebbe leggerlo nella edizione originale)  è un atto di accusa terribile. Ma se Tondo frequenta gli Stati Uniti potrebbe segnalare lui a noi ricerche, documentari, inchieste e libri sullo stato della psichiatria pubblica e dell’abbandono. Perfino in Sardegna i “malati di mente” riescono a vivere meglio che a Los Angeles.

Forse bisognerebbe chiarire che la nostra preoccupazione per l’arrivo di un suo collega sardo non sta tanto nelle capacità cliniche e dei progetti  di cambiamento che dovrebbe possedere questo attempatissimo psichiatra.
Conosco bene le psichiatrie oggettivanti di Tondo, di Trincas e delle decine di psichiatri sardi, che hanno fatto di tutto, come gli inquisitori di fronte a Galileo, per negare ogni evidenza che avrebbero potuto cogliere nel lavoro di Franco Basaglia, nei risultati e nelle organizzazioni di Trieste.
È evidente che non si può aver paura di un servo sciocco, ma dei suoi padroni. L’Assessore del FVG, con un disegno, già meditato da tempo, ha in programma la disarticolazione non solo dei Dipartimenti di Salute Mentale, ma anche di tutta quella rete di Servizi di Medicina territoriale, che con fatica sono stati attivati a Trieste negli ultimi 15 anni. Con grande consenso della città e con una massa di risultati che capovolgono radicalmente il rapporto dei cittadini con i sistemi sanitari.
Per semplificare, il modello lombardo, malgrado i luttuosi e vergognosi fallimenti, continua a essere d’ispirazione per questo assessore che già da tempo, incurante della correttezza amministrativa, ha decapitato tutte le strutture complesse territoriali e ha introdotto fette considerevoli di privato; un privato, peraltro, a quanto mi è dato di comprendere, poco preparato e poco competente.

Che dire: benvenuto al povero Pierfranco Trincas, che si lascia ingaggiare in affari a che poco conosce. Felice permanenza a Trieste!

La risposta del professore Leonardo Tondo   ad Allen Francis, ha davvero dell’incredibile! Gratuitamente al limite della diffamazione. Non commentiamo, lo capirete da soli. È singolare che questo professionista del farmaco e della diagnosi, come egli stesso in fondo si definisce, non abbia mai avuto tempo e umiltà per andare a vedere i servizi di Trieste impegnato come è, notte e giorno, a far funzionare e produrre profitti nel Centro Lucio Bini di Cagliari (andate a vedere sulla rete). Bini è stato con Cerletti l’inventore della terapia elettro convulsivante: imperitura gloria italica. Tondo  dice ad Allen Francis, che a Trieste c’è stato ben 7 volte per periodi anche lunghi, che non gli è stato fatto vedere quello che i triestini nascondono: polvere sotto il tappeto. Dando dei disonesti agli operatori di Trieste e del credulone a Francis.

Questo è quanto sentiamo il bisogno di dire. Nel giorno in cui si compie l’assurdo disegno della giunta del FVG.
Gli operatori di Trieste resistono e vanno avanti. Malgrado tutto.

Peppe Dell’Acqua

P.S. Se mai il professore avesse voluto, avrebbe trovato molti rapporti e dati sull’attività di Trieste. Non ultimo il rapporto SIEP (2018/2020): che, in estrema sintesi, riferisco:

  • p. 12: tasso di strutture territoriali attive: rispetto a un valore medio di riferimento nazionale di 2,5/100.00 abitanti in Friuli-Venezia Giulia c’è il valore più alto (+239,3%), a segnalare la presenza di una rete assistenziale ricca e articolata con una capillare diffusione sul territorio. In Sardegna c’è un valore negativo (- 40, 5%);
  • p. 19: il costo pro-capite per residente per la Salute Mentale in Italia è pari a € 78,1, In FVG è +11,7. In Sardegna è -29,4.
  • p. 20: la spesa per la Salute Mentale è pari al 3,6% del Fondo Sanitario Nazionale. In FVG la variazione percentuale rispetto al valore medio è di +9,8; in Sardegna di -26,2.
  • p. 21: la prevalenza dei casi trattati è del + 4,0 % in FVG; invece è del -41,9% in Sardegna.
  • p. 22: la prevalenza dei casi trattati di schizofrenia è del + 51,3 % in FVG; invece è del -33,4% in Sardegna.
  • p. 25: Il numero medio di prestazioni per utente in Italia è pari a 14,2. In FVG c’è il valore più altro nazionale del +258.3%, in Sardegna del -27,5%.
  • p. 30: La percentuale di pazienti con visita psichiatrica entro 14 giorni dalla dimissione è considerata un indicatore della continuità assistenziale. In Italia essa è pari a 37,4%. In FVG è del + 96,3, in Sardegna non ci sono neanche i dati disponibili.
  • p. 31: Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è generalmente utilizzato come indicatore indiretto della scarsa efficacia dei programmi preventivi, terapeutici e riabilitativi realizzati dai DSM. Il tasso di riferimento nazionale di TSO è pari a 14,6 / 100.000 ab. In FVG è molto basso -71,6; in Sardegna è molto alto +64,6.
  • p. 39: il tasso di soggetti trattati con farmaci antipsicotici in Italia è pari a 33,6 /100.000 ab. In FVG è del -43,3, in Sardegna è del +64,3.
  • Infine, i dati sui suicidi mostrano una riduzione del 50% rispetto agli anni ‘80. Tasso. E riporta Trieste (e il FVG) a livello di molte altre regioni e ora ben distante dai dati storici (elevati della bassa Austria, della Slovenia, dell’Ungheria, eredità mai ben digerita dell’Impero! Ridicolo affermare che questo sistema (totalmente pubblico) fornisce risposta al 5% dei pazienti in assenza di strutture private. Come può sopravvivere per 50 anni? È semplicemente offensivo scrivere che non sappiamo come diagnosticare e trattare con i farmaci. Abbiamo introdotto la clozapina per la prima volta in Italia nel 1992 e pubblicato anche il più ampio studio sull’uso degli antipsicotici su un Pharmacology Journal (2006) nei nostri Servizi di salute mentale.

Leonardo Tondo in risposta all’articolo di Allen Francis su Lancet

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 02/08/2021 - 16:45

Caro Allen

Non so dove hai ottenuto informazioni su quello che sta succedendo a Trieste. Ho pubblicato un articolo sul nuovo direttore del locale Dipartimento di Salute Mentale, Pierfranco Trincas. Non è certo la persona che vorrebbe smantellare il favoloso modello triestino ma probabilmente aggiungerebbe qualche nuovo approccio come fare diagnosi e usare farmaci quando necessario. Descrivi il meglio del modello Basagliano dimenticando che molto è come la polvere sotto il tappeto. E intendo l’insabbiamento di qualsiasi incidente o infrazione da parte di alcuni pazienti per mostrare la bontà del sistema. Inoltre, la regione di Trieste ha uno dei tassi di suicidi più alti d’Italia. Infine, il modello è perfetto per il 5% dei pazienti psichiatrici, quelli con malattie croniche e gravi che sono una piccola minoranza di tutti i pazienti. Purtroppo non credendo alle diagnosi e ai farmaci psicotropi, molti pazienti che potrebbero essere curati stanno aumentando il numero dei cronici.

Ho la sensazione che durante le tue visite a Trieste, tu sia stato esposto a tutto il bene ma non necessariamente al mondo reale. (no comment!)

Leonardo Tondo

qui l’articolo di Allen Francis >>>> avere-cura-del-sistema-di-salute-comunitaria

Avere cura del sistema di salute comunitaria

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 02/08/2021 - 16:28

di Allen Francis
su Lancet Psychiatry, 14 luglio 2021

Il modello triestino di salute mentale comunitaria è riconosciuto dall’OMS come standard mondiale per la psichiatria di comunità. Ha ispirato programmi in dozzine di paesi ed è un faro di speranza per medici, pazienti e famiglie ovunque. Tuttavia, Trieste, la città del nord Italia, è ora minacciata da un governo di destra che promuove la privatizzazione e lo smantellamento di quella che erroneamente percepisce come psichiatria politicamente di sinistra. Questo ricorda dolorosamente la distruzione della psichiatria di comunità negli Stati Uniti da parte del presidente Ronald Reagan nel 1980. Per chi non ha mai visto in azione il modello Trieste potrebbe sembrare troppo bello per essere vero. Come può un sistema di salute mentale aiutare i pazienti con condizioni gravi e croniche con così pochi ricoveri e così poco trattamento involontario?

Una volta ero tra i profondi scettici. Ma l’immersione durante cinque visite mi ha convinto che Trieste è il posto migliore al mondo per essere un paziente con un disturbo mentale, mentre le visite ai pazienti nelle carceri e per le strade degli Stati Uniti mi hanno convinto che gli Stati Uniti sono tra i peggiori. È sorprendente come si comportano bene i pazienti quando sono trattati bene a Trieste; quanto più diventano malati quando trascurati negli Stati Uniti.

L’approccio di Trieste si basa su quattro principi: i pazienti sono cittadini meritevoli di dignità e rispetto; ha un grande valore terapeutico includerli nelle attività quotidiane della città; il lavoro con la comunità crea un tessuto sociale inclusivo che accoglie i pazienti; e i pazienti funzionano meglio quando conserviamo la loro libertà e facciamo leva sui loro punti di forza.

Trieste promuove la salute mentale con la sua forte enfasi sulle relazioni interpersonali, il coinvolgimento della famiglia, il miglioramento delle condizioni di vita e le opportunità di lavoro e di socialità. Il trattamento involontario, l’isolamento e le porte chiuse vengono eliminati in un sistema che è marcatamente sollecito e invitante. La negligenza negli Stati Uniti permette ai sintomi acuti di diventare cronici, fa emergere i sintomi peggiori e promuove demoralizzazione e sfiducia.

Trieste un tempo aveva 1200 posti letto nell’Ospedale psichiatrico di San Giovanni per 240.000 abitanti; ora ha solo 6 posti nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura  nell’ospedale generale e 30 posti letto nei 4 centri di salute mentale nella città aperti 24h/7giorni. La deistituzionalizzazione è stata un brillante successo a Trieste perché i suoi servizi nella comunità si sono rivelati utili e realmente alternativi al precedente modello; è stato un triste fallimento negli Stati Uniti perché i nostri servizi per la comunità si sono rivelati carenti e poco accessibili. La chiusura del 90% dei letti ospedalieri negli Stati Uniti negli ultimi 60 anni ha portato alla vergogna nazionale di 600.000 pazienti con malattie mentali incarcerati o senzatetto.

Per funzionare bene, la chiusura dei letti deve essere accompagnata da un’apertura nella società. Trieste fornisce alloggi solidali; Centri di salute mentale comunitari aperti 24 ore su 24 e risposta alle crisi; cura della casa; circoli sociali; posti di lavoro retribuiti in aziende imprenditoriali create e gestite dal sistema di salute mentale di Trieste; opportunità ricreative; e l’aiuto dei servizi sociali per ottenere assistenza economica. Famiglie e amici vengono accolti in un ambiente dal design creativo e arredato con gusto. La piacevole atmosfera da club si sta normalizzando: di solito non puoi dire chi è un membro del personale, chi è un paziente, chi è un familiare o un visitatore. Riconoscendo che la ricreazione e il piacere sono una parte importante della vita, i centri sponsorizzano feste, viaggi, esercizi e laboratori artistici e teatrali. Il modello ha dimostrato il suo valore, sicurezza, praticità, accettazione da parte della comunità ed economicità.

I servizi comunitari seguono l’utente a casa, negli ospedali, nelle case di cura, nelle carceri e nelle strutture forensi. Con le visite a domicilio si conoscono le condizioni di vita, si mediano i conflitti con la famiglia o il vicinato, si somministrano farmaci e si accompagnano le persone secondo necessità alle agenzie governative o al posto di lavoro.

È crudelmente ironico che gli Stati Uniti siano stati i pionieri della migliore psichiatria di comunità e siano stati effettivamente un modello per Trieste. Dopo la sua elezione nel 1960, il presidente Kennedy agì sulla sua forte motivazione personale per migliorare la condizione delle persone con malattie mentali; sua sorella Rosemary aveva ricevuto un trattamento spaventoso. Il Kennedy’s Community Mental Health Centers Act ha finanziato programmi in ogni stato per soddisfare le esigenze dei pazienti dimessi da ospedali psichiatrici disfunzionali. Il denaro risparmiato dalla chiusura degli ospedali era destinato a fornire alloggio e cure alla comunità. Questa è stata l’ispirazione per Franco Basaglia, l’ideatore del modello Trieste, che ha trascorso 6 mesi negli Stati Uniti nel 1969 a studiare la deistituzionalizzazione e la psichiatria di comunità.

Che strano scherzo del destino che a Trieste sia sbocciata la migliore psichiatria di comunità del mondo proprio mentre gli Stati Uniti hanno smantellato quello che fino ad allora era stato il migliore. Quando Reagan ha definanziato i centri comunitari di Kennedy, hanno chiuso o sono diventati privati ​​​​e hanno smesso di accettare persone con malattie gravi che non erano assicurate o costose da curare.

La psichiatria di comunità è economicamente vantaggiosa e l’eliminazione dei fondi si è rivelata molto costosa. Trascurare le persone con malattie mentali ha aumentato notevolmente i costi per polizia, carceri, ospedali, pronto soccorso, case di cura e servizi per i senzatetto. L’indifferenza alla sofferenza delle persone con malattie mentali non è solo disumana, ma ha conseguenze economiche disastrose.

Aver cura di Trieste non è solo una questione locale italiana; è il simbolo della di una psichiatria di comunità decente e di programmi di salute mentale capace di assicurare una buona vita alle persone con malattie mentali severe ovunque.

I direttori generali che non hanno visione

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 02/08/2021 - 16:24

E gli assessori regionali amministrano (?) la Sanità sicuri dell’obbedienza dei servi sciocchi.

di Paolo F. Peloso
da psychiatryonline.it, 13 giugno

Mi pare difficile ignorare lo scontro cui ha dato la miccia in questi giorni il concorso appena concluso per la direzione del CSM di Barcola a Trieste – il primo a essere stato aperto, quello che ha avuto come primari in successione Rotelli, Dell’Acqua e Mezzina – e perciò, vorrei prendere spunto dal dibattito in atto per qualche considerazione non tanto nel merito (ho una mia lettura di quanto è successo, certo, come tutti, ma preferisco soffermarmi qui su considerazioni di ordine più generale) ma piuttosto sul meccanismo concorsuale e la sua applicazione in questo specifico caso.
La prima considerazione riguarda l’esigenza che avverto di interrogarci (laicamente) sul senso che hanno oggi i concorsi – mi riferisco soprattutto a quelli per le figure apicali -  nella sanità aziendalizzata, nella quale, se di vere aziende ancorché pubbliche deve trattarsi, mi chiedo (e spero di non scandalizzare nessuno) se il meccanismo concorsuale non rappresenti una vera incongruenza. E, infondo, non sarebbe invece meglio che le nomine avvenissero, come nel settore privato, in modo trasparente per cooptazione. Mi spiego meglio: se non sarebbe preferibile, cioè, che chi ha la responsabilità di dirigere queste aziende esponga chiaramente la sua idea di assistenza sanitaria (nel nostro caso di organizzazione per la salute mentale) e cerchi poi, in modo altrettanto trasparente, la persona meglio in grado di interpretarla. Mi pare invece un’ipocrisia tipicamente italiana quella di pretendere di selezionare un dirigente sulla base di un’astratta idea di “esperienza” o “capacità” (esperienza di cosa, capacità di fare cosa?), per cui tutti sono invitati a concorrere e una commissione tecnica di esperti (anch’essi esperti di cosa, cioè di quali aspetti di quella cosa tanto complessa che è la psichiatria?) è chiamata a valutare chi sia il “migliore”. Salvo però rischiare di doversi poi trovare a forzare, più o meno legittimamente, in qualcuno di questi passaggi il meccanismo (l’impressione a naso è che a volte la commissione, o l’esito del colloquio siano troppo quelli attesi, per attribuirne proprio alla sorte la responsabilità), per ottenere che a essere nominato non sia il concorrente astrattamente “più esperto”, “più bravo”, ma mettendo i piedi per terra quello ritenuto più adatto a interpretare un progetto di organizzazione le cui caratteristiche rimangono in larga parte (non del tutto oggi, certo, perché è prevista comunque la definizione del profilo) non esplicitate.


Già, il profilo. Che evidentemente rappresenta un correttivo utile a far sì che il concorso non riguardi un’astratta “superiorità” del vincitore sugli altri, ma il fatto che egli sia la persona più adatta a stare in quel posto lì, che l’azienda gli assegna; a fare quella cosa lì, che l’Azienda si aspetta da lui. Ho partecipato a molti concorsi, ormai, sia come commissario che come candidato. In uno, ad esempio, fummo costretti a non ammettere un candidato che aveva un punteggio molto alto nella ricerca, ma non aveva trascorso un solo giorno nei servizi che avrebbe dovuto dirigere. Non corrispondeva al profilo. In un altro caso, si trattava della direzione di un SPDC, il profilo descriveva in modo estremamente preciso il luogo per cui si era alla ricerca di un direttore, e l’obiettivo che ci si aspettava che raggiungesse: la contrazione progressiva delle contenzioni, per la loro eliminazione. Qualcuno potrebbe arricciare il naso per tanta chiarezza nel merito e nell’orientamento; perché è evidente che uno psichiatra che attribuisca scarsa importanza al tema della contenzione avrebbe in quel caso poche opportunità di vincere. Ma non si tratta di una lotteria, si tratta di un lavoro che è giusto che vada a fare chi è interessato a farlo e chi sa farlo. E almeno la commissione sa cosa cercare. Anche a Trieste, il profilo avrebbe potuto orientare in modo più vincolante la commissione, risolvendole a monte molti problemi. Avrebbe potuto specificare le peculiarità del modello triestino, che è davvero molto particolare rispetto a quelli delle altre regioni italiane (cfr. sul punto in questa rubrica il link; e il link). E avrebbe potuto chiarire se il professionista di cui si era alla ricerca era qualcuno che potesse implementare ulteriormente, corroborare, magari aggiornare quel modello; o qualcuno che potesse trasformarlo e ricondurlo a essere più omogeneo ai modelli organizzativi prevalenti nelle altre regioni. Non mi pare che in questo caso si sia scelta né l’una né l’altra strada.
Certo, una terza considerazione riguarda il fatto che l’aziendalizzazione dell’assistenza sanitaria non ne altera però la natura pubblica, e quindi il fatto che il Direttore generale di un’azienda debba rendere conto, a porteriori, delle scelte: a quale modello di organizzazione dell’assistenza sanitaria intende conformarsi, cioè, e – nel caso si andasse come personalmente auspico verso un meccanismo di cooptazione – quale persona ha scelto per interpretarlo al meglio. Nessuno scandalo, perciò, mi pare ci debba essere se esperti di salute mentale e cittadini interessati a vario titolo aprono un dibattito sulle scelte del Direttore generale quando non le condividono. Se i sostenitori di un modello che lo avvertono complessivamente sotto attacco da un punto di vista politico si impegnano nella sua difesa esponendo i loro argomenti. E se, d’altra parte, altri esponenti della psichiatria italiana e internazionale prendono posizione sull’uno o sull’altro versante. Né può non colpire che tutti e tre gli psichiatri che hanno fino a oggi diretto il CSM di Barcola, nonché il DSM triestino, esprimano perplessità sulla designazione del loro successore. E che tra i firmatari della lettera con la quale cinque ex direttori dei dipartimenti della regione contestano le politiche regionali in atto nonché gli esiti del concorso, figuri Angelo Cassin, che ha diretto per anni la sezione regionale FVG della Società Italiana di Psichiatria, quando io dirigevo quella ligure, che è la stessa società scientifica cui fanno capo i due psichiatri componenti la commissione e molti di coloro che sono intervenuti a sostegno dell’esito del concorso.


Proseguo cogliendo due passaggi di un’intervista sul quotidino “Il Piccolo” all’assessore alla sanità della regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Riccardi, che mi hanno colpito perché verrebbe a prima vista da considerarli quasi ovvi, e invece a ben pensarci toccano questioni davvero complesse. Il primo è quello in cui afferma «non penso faccia titolo l’essere seguaci di Basaglia». Il secondo è: «Penso che tutta la psichiatria si riferisca a Franco Basaglia, il padre di una nuova cultura. Attribuirsi la definizione di basagliano mi pare un atto di grande presunzione».
Partiamo dal secondo: apparentemente non si può non dare ragione all’assessore. Tutta la psichiatria italiana oggi può considerarsi basagliana se con ciò si intende il fatto di riconoscersi in quella che possiamo considerare l’idea base, l’idea guida del pensiero di Basaglia, il punto sul quale decisamente ha vinto: che l’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione dovesse essere distrutto, come affermò per primo nel 1964.
Mi sentirei di affermare con sufficiente sicurezza che nessuno psichiatra italiano oggi rimpianga il manicomio. Ma, naturalmente, questa non fu la sola idea di Basaglia. E bisognerebbe far presente all’assessore che altre idee che pure a Basaglia possono essere attribuite, con le relative conseguenze pratiche, non sono condivise in modo altrettanto generale tra gli psichiatri italiani. Non entrerò però qui nel campo delle idee di Basaglia, che è complesso, ma identificherò tre questioni pratiche rispetto alle quali mi pare possibile distinguere psichiatri “basagliani in senso stretto”, da psichiatri che potremmo chiamare “genericamente basagliani”, che di Basaglia apprezzano la chiusura dell’ospedale psichiatrico ma poco di più.

Centralità del nodo della contenzione. Si potrebbe osservare che a nessuno psichiatra piace la contenzione; in realtà non è proprio così, perché mi è capitato ad esempio di imbattermi durante un convegno in un noto universitario toscano che, contestando una mia relazione sul tema, sosteneva che la contenzione può far bene al soggetto agitato, perché essere legato favorisce la liberazione di non so quali sostanze endogene che hanno l’effetto di tranquillizzarlo. O anche in uno psicoanalista genovese che sosteneva che sentirsi legate può fare stare meglio le persone similmente a quanto avviene con la tecnica del pack (ed è un pensiero, forse, non così distante da quello di Paolo Milone quando sembra sostenere che il corpo a corpo con il paziente corrobora la relazione). Ma ammettiamo pure che queste sono eccezioni, e alla maggioranza degli psichiatri l’”arte di legare le persone” non piace per niente. Diverso è però se uno psichiatra pensa che riuscire a fare una psichiatria che non lega sia un obiettivo centrale, fondamentale; o se pensa che certo se si riesce a non legare è meglio, ma se capita di doverlo fare, pazienza.

CSM h24, aperti 7 giorni. Mi pare che un’altra questione che caratterizza una psichiatria in senso stretto “basagliana” sia quello di avvertire l’esigenza di servizi forti in organici (e questo lo avvertono tutti) ma anche fortemente sbilanciati in favore della presenza sul territorio rispetto a quella in ospedale (che, pure, non è del tutto inesistente). Servizi robusti e fortemente calati nel vivo delle relazioni dei territori di vita, e irrigiditi il meno possibile dal carattere di artificialità e distanziamento dei rapporti proprio dell’istituzione ospedaliera.

Case, lavoro.  Una terza caratteristica mi pare quindi quella che in una prospettiva “basagliana” non è la malattia del soggetto a essere presa in carico, ma il soggetto stesso. E quindi curare significa certo prendere in carico, come sintetizzava Bruno Norcio, «la dimensione simbolica», ma anche «la materialità dell’esistenza». E quindi offrire anche risposta alle esigenze che il soggetto ha rispetto all’abitare, non luoghi “terapeutici” ma semplicemente luoghi, al lavoro, al reddito, consapevoli che anche per l’utente dei servizi vale il motto calabrese citato da Basaglia che «chi non ha, non è».

Si potrebbe certo scrivere molto di più sul pensiero di Basaglia, la sua complessità, la sua attualità e le conseguenze concrete che ne derivano per l’organizzazione dei servizi, e in parte abbiamo cominciato a farlo (vai al link); ma credo che già riferendosi a questi tre semplici parametri, facili da rilevare, e girando l’Italia, l’assessore Riccardi potrebbe imbattersi in psichiatrie molto basagliane (Trieste senz’altro) e psichiatrie pochissimo basagliane, con la maggior parte delle nostre psichiatrie che si collocano più vicine all’uno e all’altro di questi poli.
Quanto alla prima affermazione, «non penso faccia titolo l’essere seguaci di Basaglia», anch’essa a prima vista parrebbe un’ovvietà. Non fa titolo essere seguaci di Basaglia, così come non fa titolo essere maschi o femmine, alti o bassi, bruni o biondi, seguaci di Cristo o di Maometto, di Letta o di Salvini (e quest’ultima condizione, non è detto che sempre non faccia titolo…). Ma invece a pensarci meglio, anche quest’affermazione merita di essere problematizzata. Perché, come abbiamo visto, esistono servizi più e servizi meno “basagliani” in Italia, e allora per dirigere i servizi più “basagliani” forse occorre proprio qualcuno che sia “seguace di Basaglia”, cioè conosca il suo pensiero e l’impatto che ha sull’organizzazione dei servizi, e forse anche ci creda e, azzarderei persino, ami quel pensiero. Certo, questo se si vuole che quei servizi continuino a funzionare, e magari in prospettiva funzionino sempre meglio. Se invece l’idea, assolutamente legittima in sé anch’essa, è quella di smantellarli e ricondurli a essere altro, allora essere “seguaci di Basaglia” non solo non farà titolo, ma anzi farà titolo esserlo il meno possibile.
In ogni caso, comunque, temo che essere o meno “seguaci di Basaglia” non sia una condizione che, per quanto una commissione si sforzi di essere “oggettiva”, può facilmente essere ignorata quando si cerca un direttore per un CSM organizzato, orientato in senso fortemente basagliano.

Bilancio ragionato della Seconda Conferenza Nazionale Salute Mentale

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 02/08/2021 - 16:14

a cura del coordinamento nazionale per la Salute Mentale
da www.conferenzasalutementale.it, 23 luglio 2021

La  Seconda Conferenza Nazionale Salute Mentale si è tenuta il 25 e 26 giugno scorso. A circa un mese di distanza è possibile tracciarne un bilancio ragionato. A settembre prima assemblea di verifica.

  • Va innanzitutto espressa la legittima soddisfazione di aver visto finalmente raccolta la richiesta avanzata da anni dalle organizzazioni partecipanti al Coordinamento nazionale Salute Mentale. La Conferenza promossa dal Ministero della Salute arriva infatti dopo ben due Conferenze autoconvocate (2018 e 2019) e numerose assemblee e conferenze tematiche volte ad impegnare le Istituzioni all’ascolto, all’analisi, alla proposta, in un’area della sanità pubblica che negli ultimi 15 anni era letteralmente sparita dai radar ministeriali.
  • Un elemento di assoluto rilievo è stato rappresentato dalla definizione del perimetro indicato nel titolo della 2aConferenza “Per una salute mentale di comunità”, a sottolineare la necessità di “promuovere e rilanciare l’assistenza territoriale per la salute mentale, assumere la comunità come cornice di riferimento, proteggere i diritti umani e la dignità delle persone con sofferenza mentale, favorire ovunque possibile una presa in carico inclusiva e partecipata, migliorare la qualità e la sicurezza dei servizi a beneficio di pazienti e operatori”, come ha affermato in apertura il Ministro Speranza.
  • Questo il senso dello sviluppo che dovrà essere garantito ai servizi per l’assistenza territoriale, avendo ben chiaro il contesto sociale in cui si producono i disturbi mentali ed evitando la logica centrata solo sui posti letto (ospedalieri o residenziali) o sui farmaci.
  • Altro aspetto che va sottolineato riguarda la partecipazione alla Conferenza di migliaia di persone, operatori e rappresentanti delle istituzioni che hanno contribuito al dibattito con interventi scritti e orali, via chat e seguendo le varie sessioni. La Conferenza ha dato voce a un pluralismo di competenze, esperienze, movimenti di utenti e familiari, realtà della società civile, che ha saputo ascoltare le persone, raccogliere proposte, ospitare critiche, confrontarsi sulle idee, sempre con spirito propositivo anche quando con contenuti di denuncia delle numerose debolezze che ancora oggi esistono in molte parti del paese.
  • Questo patrimonio non deve essere disperso: per questo il Coordinamento continua la sua attività di rete che collega associazioni e singole persone per affermare “Diritti, liberta, servizi: per la salute mentale di comunità” e intende sollecitare Ministero, Conferenza Regioni e ANCI a mantenere l’attenzione e gli impegni assunti durante la 2aConferenza.
  • Merita un breve commento l’autoesclusione di chi avrebbe preferito un evento celebrativo e autoreferenziale, un congresso per “addetti ai lavori”: crediamo che questa scelta di campo evidenzi con chiarezza le convinzioni di chi pensa ai servizi di salute mentale come campo di applicazione di tecnicismi pseudoscientifici o peggio come ambito di collocamento di forza lavoro specializzata, indifferente agli obiettivi di sanità pubblica, agli strumenti del lavoro di equipe, al rapporto in rete con gli altri attori
  • La Conferenza è stata anche l’occasione per rendere evidenti le numerose criticità e debolezze del sistema di cura per la salute mentale: dall’insufficiente finanziamento, al depauperamento delle risorse umane, all’inadeguatezza dei dispositivi organizzativi e dei percorsi assistenziali, certificati dalle Regioni e ufficialmente documentati dallo stesso Ministero.
  • Nel corso della Conferenza, anche grazie alle dichiarazioni de* tre Ministr* intervenut* (della Salute, delle Politiche Sociali e della Giustizia) e dei rappresentanti della Conferenza delle Regioni e di ANCI, sono stati assunti impegni precisi, ai quali dovranno far seguito provvedimenti concreti in alcuni specifici ambiti:
  1. il rafforzamento della struttura ministeriale per la salute mentale, di governo e raccordo tra le regioni e l’adeguamento delle funzioni di verifica della realizzazione degli indirizzi nazionali, anche attraverso un più efficiente uso degli strumenti informativi;
  2. il superamento della contenzione nei luoghi di cura della salute mentale, con la predisposizione del documento in attesa di essere discusso e approvato in Conferenza Stato Regioni, primo impegno che, riteniamo, debba essere esteso a tutti luoghi sanitari e socio sanitari dove si ricorre alla contenzione, a partire dalle RSA e RSD (residenze sanitarie anziani e persone con disabilità);
  3. le iniziative con il Ministero della Giustizia per la presa in carico delle persone con disturbi mentali autori di reato e in particolare la riattivazione dell’ Organismo di monitoraggio sull’attuazione della riforma per il superamento degli OPG e sulle Rems;
  4. le iniziative con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per giungere ad un quadro di riferimento normativo che renda finalmente operativa l’integrazione sociosanitaria;
  5. una maggiore dotazione di risorse destinate alla Salute Mentale, possibile già nel 2021 utilizzando parte delle risorse vincolate ai progetti obiettivo di Piano: nella formazione, nella disponibilità di personale, nella qualità dei luoghi di cura, nei servizi territoriali, coinvolgendo le Regioni per condividere le proposte nella attribuzione di risorse vincolate alla salute mentale. Ma anche l’utilizzo degli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza PNRR per il rafforzamento dell’Assistenza Territoriale possono e devono riguardare la salute mentale
  6. primi segnali di attenzione riservata alla salute mentale nei minori, negli adolescenti e nei giovani adulti, un settore spesso trascurato sul quale il dibattito deve essere ulteriormente sviluppato assieme ad una reale collaborazione interistituzionale, a partire dagli Enti Locali.
  • Tuttavia vediamo che questi impegni, e gli obiettivi che la Conferenza si è data, stanno già incontrando ostacoli: ci riferiamo in particolare alla Bozza per la Riforma dell’Assistenza Territoriale prodotta da Agenas, che nulla dice sulla salute mentale in merito al nodo degli standard di personale e riporta indicazioni piuttosto vaghe sui dispositivi organizzativi e qualitativi dell’assistenza. Così come abbiamo osservato l’azione condotta dai NAS, di intesa con il Ministero della Salute , presso le strutture della salute mentale, pubbliche e private in tutto il Paese. Una tale azione può contribuire a fronteggiare specifiche inadeguatezze o irregolarità, ma non affronta la questione cruciale delle carenze gestionali ed organizzative attuali dei servizi. Non può essere dunque questa la risposta del Ministero alle richieste e denunce emerse durante la Conferenza nei tanti interventi di operatori, familiari e cittadini utenti dei servizi. Ciò che serve, ed è urgente, è attuare concretamente gli impegni e gli obiettivi che la Conferenza ha rilanciato.
  • Per questo intendiamo convocare a settembre un’assemblea nazionale del coordinamento salute mentale, per verificare il rispetto degli impegni e lo “stato dell’arte” a tre mesi dalla Conferenza.
  • Sarebbe assai significativa la partecipazione a questo appuntamento dei rappresentanti del Governo, a partire dal Ministero per la Salute, delle Regioni e dei Comuni.


Quale psichiatria? La complessità e l’urgenza per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 19/07/2021 - 08:15
di Kevin Nicolini.
Lo scorso 3 luglio sono stato invitato, assieme al dottor Franco Rotelli (ex direttore dell’Azienda Sanitaria di Trieste), dall’associazione Zeno per parlare di salute mentale e territorio. La grande partecipazione, nella maggior parte esterna al sistema sanitario, ha sottolineato la gravità e l’estrema rilevanza delle recenti dinamiche nell’ambito della salute mentale triestina. Una partecipazione che oltre a sottolineare l’urgenza della situazione, ha voluto richiamare alla responsabilità e al dialogo le diverse parti sociali presenti sul territorio, evidenziando quanto la salute sia elemento di dominio pubblico e non un privilegio di pochi. Succede che a Trieste da poco si è consumata l’ennesima violenza nei confronti del modello di salute di territorio. Succede che l’ipocrisia psichiatrica, nella sua progressiva e svilente concrezione, cerchi ancora una volta di legittimare se stessa sulle spalle delle persone più fragili. Succede che le roccaforti dei saperi si dimentichino del proprio mandato e ruolo sociale e tentino l’ennesima forzata rottura tra chi cura e chi viene curato. Succede che l’ideologia psichiatrica tenti per l’ennesima volta di conservare se stessa, distaccandosi dal piano della sofferenza del reale per poter centralizzare il suo potere e dominio, noncurante delle implicazioni sul protagonismo delle persone nel loro percorso di presa in carico e di cura. Trieste è eccellenza mondiale per la salute. Ieri le persone presenti hanno dimostrato che le recenti scosse non riusciranno a distruggere 50 anni di storia senza incontrare alcun tipo di resistenza. Il nostro modello deve tendere a migliorarsi, perché si può e si deve farlo, senza fare mezzo passo indietro, ma riflettendo sistematicamente sulle sue contraddizioni. Le architetture e le ingegnerie inventate e messe a disposizione negli anni a Trieste necessitano sicuramente di nuova verve e questo sarà compito trasversale tra le molteplici discipline e le diverse generazioni. Ieri, stando con e per le persone, Trieste ha risposto a gran voce che un altro modo per produrre #salute è non solo possibile, ma quanto mai indispensabile. Grazie di cuore a chi non smette di crederci, a chi sa interrogarsi e mettersi in discussione, a chi sa lottare per la giustizia sociale. A chi ama la complessità e non si accontenta.

La salute mentale ha bisogno di comunità, ma il modello basagliano è sotto attacco

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 17/07/2021 - 00:36

di Marco Dotti
da Vita, 13 luglio

L’esperienza socio-sanitaria di Trieste, nata dalla lezione di Basaglia, è a rischio. Che cosa sta succedendo a Trieste? Ne parliamo con la psichiatra Maria Grazia Cogliati Dezza

C’è un modello, riconosciuto, che unisce cura, comunità, persona, inclusione sociale. È il modello che, a Trieste, inevitabilmente si lega a un’esperienza: quella basagliana di critica delle istituzioni totali e di pratica dell’essere presenti sul territorio, nei quartieri, in quei margini e periferie esistenziali dove si generano disagio e disuguaglianze. Eppure questo modello è oggi al centro di numerosi attacchi. Per tante ragioni: economiche, ideologiche, politiche e culturali.Ne parliamo con Maria Grazia Cogliati Dezza, psichiatra, già responsabile del Distretto 2 e coordinatrice socio sanitaria dell’Azienda sanitaria triestina.

Qual è il punto critico? Che cosa sta accadendo a Trieste? Partiamo dal contesto.
A partire dagli anni Settanta-Ottanta, nella città di Trieste grazie al lavoro di Franco Basaglia si sono sviluppati servizi di salute mentale e di medicina di comunità all’avanguardia. Servizi di prossimità, centri di salute mentale e distretti aperti e funzionanti sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno.
Dico questo per spiegare come su questo territorio c’è una storia e un’organizzazione di servizi che è stata un punto di riferimento sia su scala nazionale, sia per quanto riguarda la salute mentale su scala mondiale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene quella triestina una delle tre esperienze più significative a livello globale…
I centri di salute mentale nascono prima ancora della Legge Basaglia: il primo è del 1975. Si tratta di un processo di lungo corso, radicato e importante: da anni Trieste si è dotata di un centro ogni settantamila abitanti, a cui dagli anni Duemila si sono aggiunti i distretti. La forza di questa strutturazione organizzativa è importante: la città è divisa in quattro distretti, in ognuno di questi c’è un centro di salute mentale che fa capo all’omonimo dipartimento, c’è una équipe per le tossicodipendenze, un distretto sanitario tutto pubblico – con servizi dalla prima infanzia all’età anziana –, ma contemporaneamente nello stesso territorio interviene l’unità operativa territoriale del servizio sociale di base del Comune. Ciò favorisce la relazione fra operatori di aree sanitarie di diversa specificità. Forte integrazione, forte lavoro comune, progetti personalizzati…
Questo è il contesto. Ma negli ultimi anni, col cambio di governo regionale e locale, c’è stata sia a Trieste che nella Regione Friuli Venezia Giulia una mancanza complessiva di sviluppo o sostituzione delle figure che andavano in pensione o cambiavano unità di lavoro. Le risorse si sono ridotte, soprattutto quelle del personale. Conseguenza: molti servizi sono stati decapitati, privi di una figura apicale di riferimento.

Questo è il contesto, poi accade un fatto…
All’interno di questo contesto viene bandito un concorso per primario per un centro di salute mentale triestino, quello di Barcola che fu il primo centro messo a punto nel 1975, e viene poi stranamente bloccato questo concorso. Un concorso viene poi riaperto e vinto da un primario di Cagliari, che lavora in un centro dove si applica la contenzione, si lavora a porte chiuse e non esiste alcuna attività di domiciliarietà e prossimità.
Stranamente vince il concorso una persona che non ha mai avuto a che fare con un centro di salute mentale. La domanda è: come farà a dirigerlo, dato che un centro di salute mentale richiede professionalità che si creano non solo con curriculum, ma sul campo.

Perché sul campo?
Perché sono strutture di particolare gestione, che richiedono capacità di alleanza con la comunità.

Lasciando perdere il concorso, su cui probabilmente ci sarà un ricorso, c’è qualcosa di più profondo?
È emersa in tutta evidenza una volontà politica. Una volontà di modificare l’assetto organizzativo di tutto ciò che attiene la salute mentale.

Su che basi lo dice?
Ci sono documenti amministrativi in cui fondi destinati alla sanità vengono devoluti al privato convenzionato o accreditato che sia. Si dice “per migliorare le prestazioni”, ma nel frattempo nulla si fa per migliorare la povertà delle risorse che in questo momento caratterizzano tutti i servizi territoriali di Trieste e della Regione.

Si lascia senza benzina la macchina…
La preoccupazione è ancora più radicale: che si vada a distruggere un’esperienza significativa di salute comunità. C’è tutto un lavoro di conoscenza, di prossimità sui territori, di relazione e di attenzione che rischia di andare disperso.

Il problema è la prestazione?
Se l’assistenza domiciliare si riduce a prestazione, tutte le persone finiscono per essere uguali. Mentre proprio dall’esperienza triestina sappiamo che non è così. Per questo prossimità. relazione, comunità e territorio devono essere punti fermi da cui ripartire. Non livelli da disarticolare per rendere tutti più fragili e più soli.

Il PNRR, tra l’altro, destina molte risorse alla medicina di territorio…
Questo rende ancora più importante capire che cosa significa fare salute mentale e fare medicina di territorio. Spesso in Italia i servizi di territorio sono solo piccoli ambulatori che riproducono una cultura di stampo ambulatoriale tipica dell’ospedale. Ma se per l’ospedale questa cultura è anche giusta, per il territorio non lo è. Ci sono differenze profonde, spetta a noi capirle e – dove ci sono modelli esemplari, come a Trieste – preservarne il valore.

Trieste e l’eredità di Basaglia

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 17/07/2021 - 00:25

di Federico Leoni
da Doppio Zero, 13 luglio

Il lungo addio

Trieste è sottosopra. La notizia è che il nuovo direttore della psichiatria triestina è figura destinata a segnare una netta discontinuità rispetto alla storia del luogo. Storia prestigiosa, legata alla presenza di Franco Basaglia, alle battaglie che lo avevano visto protagonista negli anni sessanta e settanta. Legata alla chiusura dei manicomi da lui fortemente propugnata e realizzata, e alla creazione di un modello di gestione della salute mentale modernissimo. A quarant’anni di distanza, viene giudicato da vari osservatori internazionali tra i migliori al mondo.

Storia prestigiosa ma a quanto pare in via di dismissione. È l’ultimo atto di un lungo addio. Il recente concorso per il rinnovo della direzione di uno dei servizi chiave della psichiatria triestina, a cui erano iscritti una decina di candidati, ha visto perdente, tra gli altri, uno psichiatra triestino cresciuto all’interno di quel modello e impegnato da trent’anni nella sua difesa e nel suo rinnovamento, Mario Colucci, una figura di clinico e di ricercatore di levatura indiscussa. E ha visto vincitore uno psichiatra, Pierfranco Trincas, legato a tutt’altro modello, quello oggi prevalente in ogni città italiana, europea, occidentale. Modello non basagliano ma farmacologico, probabilmente contenitivo, certamente riduzionistico. In altri termini: psicofarmaci a gogò; pazienti legati ai letti; riduzione di quella cosa complessa e sfuggente che chiamiamo follia, intreccio inestricabile di vicende singole e collettive, enigma pieno di senso anche se difficilmente districabile, a un puro e semplice guasto biochimico.

Scienza e politica
I giornali hanno giustamente insistito sulla disparità dei curricula in gioco. I titoli e le esperienze del triestino sarebbero superiori, in maniera schiacciante, rispetto a quelli del candidato risultato vincente. La decisione in altri termini sarebbe stata tutta politica. Sarebbe cioè nata dalla volontà dell’Amministrazione di dismettere il modello basagliano e di introdurre un cambio di passo. Nonostante il dislivello delle candidature in gioco, e nonostante la resistenza dei servizi stessi. Nonostante la mobilitazione delle famiglie e delle associazioni, e nonostante il coro preoccupato degli specialisti e del mondo della cultura. Naturalmente, saranno le carte a dire se ci sono gli estremi per una revisione del concorso. Quello che colpisce, però, non è che il concorso sia stato gestito in maniera politica anziché scientifica, o in maniera tale che la politica abbia imposto un modello scientifico anziché un modello politico, come spesso si accusa di essere il modello basagliano, in materia di gestione della salute mentale. Colpisce che nessuno abbia osservato che un simile concorso sarebbe stato politico in ogni caso, e mai decisioni di questo genere sono puramente scientifiche. Non ha passato la vita, Franco Basaglia, a mostrare in ogni modo che le scienze stesse sono politiche, sono intrise di decisioni extrascientifiche, sono a volte legittimamente solidali con certe premesse filosofiche e culturali, a volte drammaticamente condizionate da retaggi ideologici e interessi economici? E che la loro eventuale apoliticità è semplicemente un’altra forma di politica, una dismissione della politica operata da una certa parte politica in nome della sua progettualità tutta politica? Davvero possiamo credere di difendere l’eredità basagliana con argomenti così ignari dell’abc dell’eredità basagliana?

Un esperimento mentale
Immaginiamo, per semplicità, che a quel concorso fossero iscritti due soli candidati, il triestino di cui abbiamo detto, e l’outsider che al momento risulta vincitore. Immaginiamo che i titoli dei due competitor fossero numericamente equivalenti, che le esperienze professionali fossero di uguale livello, che tutto risultasse perfettamente allineato. Immaginiamo in altri termini che a confrontarsi ci fosse l’esponente migliore della psichiatria di orientamento farmacologico e l’esponente migliore della psichiatria di orientamento basagliano.

Il problema a quel punto si rivelerebbe per quello che è. Mostrerebbe che il nodo sta tutto dalla parte della commissione giudicatrice, non dalla parte dei candidati. A parità di curriculum, vogliamo una psichiatria basagliana o una psichiatria farmacologica? Pensiamo che la follia sia un fatto antropologico o un difetto neurologico? Pensiamo che la follia sia un fatto individuale o una domanda che investe la città intera? E più in generale, pensiamo che la salute sia un bene individuale, e la malattia un problema biochimico individuale, o pensiamo che la salute sia un tema politico, e anche la gestione di un problema biochimico sia un tema politico?

La lunga stagione della pandemia dovrebbe averci riaperto gli occhi sulla lezione basagliana. Non serve pensare all’enigma della follia, per toccare con mano che ogni malattia e ogni trattamento clinico comporta decisioni politiche, valutazioni economiche, urgenze sociali, sensibilità culturali. Vacciniamo prima gli anziani, che sono più fragili, o chiudiamo in casa gli anziani e vacciniamo prima i lavoratori? Teniamo aperte le scuole, consentendo ai bambini di studiare e ai genitori di lavorare, o chiudiamo le scuole bloccando una fetta consistente del mondo del lavoro ma proteggendolo dal virus? Chiudiamo ogni attività pubblica non indispensabile, limitando al massimo le occasioni di contagio, o riapriamo quelle attività, rialzando i contagi ma abbassando l’intensità della catastrofe economica destinata ad abbattersi su chi si è ritrovato dall’oggi al domani senza lavoro?

La follia pone problemi diversi ma non meno intricati e non così dissimili. Una sua definizione è già un’impresa disperata. Una sua diagnosi è sempre difficile e controvertibile. Cinquant’anni fa si diagnosticava con enorme frequenza la schizofrenia, da vent’anni a questa parte si diagnostica con altrettanta frequenza la depressione. La popolazione era diventata massicciamente schizofrenica, e ora tende massicciamente alla depressione? O forse una società iperproduttivista induceva a stigmatizzare forme di vita isolate e improduttive, e ora una società iperconsumista spinge a individuare e correggere forme di vita incapaci di consumare e di adottare l’imperativo generalizzato a godere, godere, godere? Il suo trattamento è complicato, addirittura impossibile quando non tiene conto dei tanti livelli che esso dovrebbe convocare. Farmacologico, dato che nessuno nega l’utilità dei farmaci, certo non i basagliani. Psicoterapeutico, dato che i farmaci non bastano, come peraltro non bastano quando si tratta di curare una malattia oncologica o cardiologica, e non si sta parlando del fatto che qui serva anzitutto il chirurgo. Sociale, perché una rete di supporto alle famiglie dei pazienti si è sempre dimostrata essenziale, dato che la famiglia e la società soffrono insieme al paziente e forse soffrono del paziente, tanto quanto il paziente soffre insieme alla sua famiglia e alla sua società, e forse soffre della sua famiglia e della sua società.

Le famose Geisteswissenschaften
Certi vecchi dibattiti dicevano che la psichiatria è una disciplina di confine, in parte scienza umana, addirittura scienza dello spirito, Geisteswissenschaft, come dicevano Jaspers o Husserl o Binswanger, in parte scienza naturale. E aggiungevano che a differenza delle altre specialità mediche, il suo oggetto non ricade interamente nel campo della medicina, cioè in ultima analisi della biologia, e neppure interamente nel campo della filosofia, o della psicologia, o della sociologia.

Ma a ben vedere questa anomalia della psichiatria fa luce sulla medicina nel suo insieme, su tutta la serie delle specialità mediche. Anche le più apparentemente lontane da domande filosofiche. Perché ogni decisione sulla nostra salute risponde a una domanda sul senso che vogliamo dare alla nostra salute.

Tutta la medicina è un’anomalia, se consideriamo che da nessuna parte possiamo tracciare una linea di confine, e dire che fino a quella linea la medicina è la medicina, oltre si tratta di altro, cultura, società, storia, politica. Forse siamo noi a vedere un’anomalia dove non c’è. Vediamo un’anomalia perché pensiamo per dualismi, pensiamo che l’anima è l’anima e il corpo è il corpo, o, nella fattispecie, che la verità è la verità e gli usi che il mondo fa della verità è l’uso che il mondo fa della verità. Mentre la realtà non è dualista ma monista, come si direbbe in filosofia. E infatti tutto si ingarbuglia, non appena qualcuno fa notare che per cercare la verità servono i soldi, così come per decidere come usare i soldi serve, se non la verità, una sua convincente approssimazione. Le scienze della natura sono anche loro scienze dello spirito, cioè frutto dell’attività umana, del bisogno che la vita ha di vivere, del suo desiderio di vivere meglio. Lo diceva Husserl alla fine degli anni Trenta, lo ripeteva Basaglia negli anni Settanta, lo spiega Latour in questi anni. Ogni quarant’anni perdiamo la memoria, a quanto pare.

Individui o concatenamenti
Decidere, non per il candidato farmacologo, ma per il modello farmacologico, non significa decidere per una soluzione scientifica anziché politica, o decidere politicamente di far prevalere l’approccio scientifico su quello politicante, che è quel che si dice, non senza ragioni, che sia accaduto nel concorso in questione. Perché l’idea che la follia sia un fatto biochimico da curare coi soli strumenti della biochimica è un’idea essa stessa politica da parte a parte. Assume che esistano solo gli individui, che gli individui si ammalino per motivi in ultima analisi endogeni, e che la natura di quell’endogenicità sia quella di una biologia tutta privata, tutta richiusa su se stessa, tutta consegnata a causalità accuratamente circoscritte all’interno del singolo organismo.

In altri termini, il tratto distintivo di questo modello di gestione della salute mentale non è che è freddamente scientifico anziché umanamente comprensivo, oggettivo anziché politicamente appassionato. Il tratto distintivo di questo modello è che vuole essere biologico ma è improntato a una biologia vecchia di due secoli, e a un’ideologia politica guarda caso esattamente coeva, che ha nutrito quella stessa idea di biologia. Crede che esistano singoli organismi anziché complessi concatenamenti di viventi. Concatenamenti che si ammalano complessivamente e che possono essere curati solo complessivamente. Concatenamenti di organismi che includono le rispettive nicchie ambientali, dunque concatenamenti di nicchie ambientali la cui salute o malattia è a sua volta in gioco. Questa inerenza di ogni aspetto del vivente a ogni aspetto del vivente è il biologico stesso, ed è a questa inerenza che una scienza che si voglia scientifica deve tenere fede.

Sulla politicità delle scienze
La domanda a questo punto è molto semplice. Perché la psichiatria, quando vuole essere organicista, adotta questo genere di organicismo e non un altro? Perché la medicina, in generale, volendo essere organicista e dovendo essere organicista, adotta questo organicismo e non un altro?

Non certo per motivi scientifici. Non certo perché questo organicismo è più scientifico dell’altro. Ma perché questo organicismo fa sistema con tutta una serie di opzioni che riguardano la ricerca farmacologica, la sua economia specifica, il modo in cui i trattamenti farmacologici si concatenano con certi tempi e spazi di gestione dei ricoveri e delle degenze, e così via. Appena allarghi il campo, appena cerchi di mettere a fuoco la logica di un certo modello di cura, ecco che ti accorgi che non puoi fermarti alla singola pillola, al singolo letto d’ospedale, alla singola specialità ospedaliera. Tutta la città entra in scena prepotentemente. Tutta la nazione, tutta una rete internazionale o una rete di multinazionali, come sarebbe il caso di dire.

C’era sempre stata, in scena, questa ampiezza quasi inimmaginabile di concatenamenti. Solo che non lo sapevamo, o facevamo finta di non saperlo, o facevamo fatica a tenere insieme i pezzi del puzzle, tanto forte è la spinta a tenerli separati. Pensavamo che le scienze nascessero per immacolata concezione e prosperassero grazie alle virtù taumaturgiche di quella cosa chiamata verità. E invece scopriamo che nascono dalla città e per la città. Scopriamo che sono politiche da cima a fondo. E va bene così, intendiamoci. Serve denaro per cercare e forse per fabbricare la verità, e serve la verità per fabbricare denaro e prosperità. Ma allora il nostro problema cambia. Il dilemma non ha più questa forma: vogliamo una psichiatria politica oppure una psichiatria scientifica? E non ha neppure questa forma: vogliamo un concorso gestito politicamente, o un concorso gestito secondo criteri scientifici, oppure un concorso che garantisca scientificamente una psichiatria politicamente avvertita, o ancora un concorso che garantisca politicamente una psichiatria scientificamente inappuntabile? Dilemmi così formulati sono falsi dilemmi. Non si tratta di decidere tra la politica e le scienze. Si tratta di decidere quale politica delle scienze, quale politica della medicina, quale politica della salute, quale politica della città.

Aut aut
Ogni risposta a queste domande suppone una risposta preliminare a una domanda preliminare. Una domanda intorno alla vita. Intorno alla vita che vogliamo vivere, e che vogliamo vivere forse da soli o forse con gli altri, forse dando a quella solitudine o a quella comunanza certe forme, forse dando loro tutt’altre forme e prospettive.

Basaglia aveva reso familiari a tutti, non solo agli psichiatri o ai pazienti o alle loro famiglie, ma a tutta la città, questo genere di domande. Quanta strada abbiamo fatto da allora, rigorosamente in retromarcia. In ogni campo la città delega se stessa ai vari specialismi, tutti denunciano la politica come se fosse ovviamente una cosa cattiva, tutti sperano di mettere gli specialismi nel luogo delle decisioni, come se gli specialismi fossero ovviamente una cosa buona.

Ma una volta avvistata questa domanda sulla vita, ecco che le politiche e le scienze smettono di contrapporsi, come la cosa buona e la cosa cattiva, a passano entrambe da uno stesso lato del dilemma. Certe politiche andranno subito insieme a certi paradigmi di scientificità. Certi altri modi di fare scienza andranno subito insieme a certi altri modi di pensare la vita individuale e collettiva. Quali politiche e dunque quali scienze vogliamo? Quali paradigmi politici e dunque quali paradigmi scientifici non vogliamo? Persino questa distinzione a un certo punto inizia a suonare astratta. Quelle due cose passano così decisamente da uno stesso lato del dilemma, che potremmo chiedere semplicemente: le nostre pratiche dell’umano e del non umano, la vita delle nostre città e la vita del pianeta che le ospita, che cosa vogliono, e come lo vogliono ottenere?

Questa domanda sulla vita che vogliamo vivere, e che in ultima analisi è una domanda sulla natura individuale o collettiva di quel fenomeno che chiamiamo vita, sulla sua natura anzitutto privata o anzitutto pubblica, anzitutto personale o anzitutto impersonale, anzitutto chiusa o anzitutto aperta, ha un nome antico e persino ovvio. Si chiama filosofia.

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