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“Contenzione zero”, III seminario verso la Conferenza nazionale per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 08/04/2021 - 10:43

Il terzo seminario online Verso la Conferenza nazionale 2021: quali obiettivi per la Salute Mentale 2021 si terrà sabato 10 aprile dalle 15 alle 18.

Contenzione zero

  • I sessione: Dove si lega. Perché è illegittimo / Coordina: Valentina Calderone / Intervengono: Daniele Piccione, Grazia Zuffa, Gisella Trincas, Michele Miravalle, Alessandra Ballerini, Maria Antonella Costantino, Giovanna Del Giudice
  • II sessione: …e tu slegalo subito / Coordina: Antonio Esposito / Intervengono: Grazia Serra, Patrizia Petroni, Mariarosa Santomauro, Roberto Zanfini, Barbara D’Avanzo, Roberto Mezzina, Cristina Soldi, Gianluca Mambrini

Se i tempi lo permetteranno seguirà eventuale dibattito.

Per partecipare: diretta streaming sulla pagina Facebook della Conferenza salute mentale o riunione Zoom (accesso ore 14,45 / ID riunione: 937 8981 4292 / Passcode: 361106)

Folli rei, cancellare il codice Rocco contro le insidie neo-manicomiali

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 08/04/2021 - 10:34

Il miracolo annunciato dalla legge 81 del 2014, la chiusura degli Opg, si è realizzato quattro anni fa. Una rivoluzione gentile, che resiste tra contestazioni subdole e velata nostalgia del manicomio.

Noi che firmiamo questo appello abbiamo condiviso la lunga battaglia per completare il processo di liberazione iniziato con l’approvazione della legge 180 nel 1978; e continuato con la legge 81, che indica la strada delle misure non detentive ai fini di percorsi di cura e di riabilitazione, e solo come misura estrema la misura di sicurezza detentiva da eseguirsi nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). In questo quadro, l’esperienza delle REMS, pur differenziata e in alcune situazioni discutibile, si è rivelata valida quando è rimasta aderente a cinque pilastri fondamentali (extrema ratio, territorialità e inserimento nella comunità locale, numero chiuso, limite temporale della durata della misura di sicurezza, rifiuto della contenzione meccanica): in questo quadro va considerata un tassello della più complessa battaglia per il superamento degli OPG.

Siamo consapevoli che la legge 81 non ha toccato il sistema del “doppio binario”, che riserva agli autori di reato – se dichiarati incapaci di intendere e di volere per infermità mentale – un percorso giudiziario speciale, diverso da quello destinato agli altri cittadini: questa carenza ha fatto sì che la logica sottesa al trattamento dei “folli rei” non sia stata recisa.

La sopravvivenza di questa cultura crea difficoltà nell’applicazione della stessa legge 81 e intravediamo i rischi di stanchezza, determinati dagli attacchi strumentali e dal colpevole isolamento di chi opera nello spirito di quella riforma.

Siamo convinti della necessità di non arroccarci a difendere una casamatta che ha vissuto nella contraddizione tra cura e custodia, ma di affrontare nodi cruciali: i rapporti tra psichiatria e diritto; i concetti di imputabilità e pericolosità sociale; il doppio binario e le misure di sicurezza; il disagio psichico in carcere.

La Società della Ragione, l’Osservatorio di StopOpg, il Coordinamento Rems/Dsm e Magistratura Democratica organizzarono a Treppo Carnico nel settembre 2020 un seminario intitolato Il Muro dell’imputabilità. Dopo la chiusura degli Opg, la riforma del regime legale dei folli rei, con lo scopo di discutere il testo di una proposta di legge per abolire il meccanismo del proscioglimento per incapacità di intendere e di volere previsto dall’art. 88 del Codice Rocco.

Il testo che presentiamo – Norme in materia di imputabilità e misure alternative alla detenzione per i soggetti con disabilità psicosociali – , frutto di una discussione collettiva assai approfondita, viene offerto per la presentazione in Parlamento. La proposta mira a sciogliere alla radice, in maniera limpida, ispirandosi ai principi della Costituzione, molte ambiguità che alla lunga risulterebbero insostenibili.

Scegliamo la via del giudizio per le persone affette da gravi disabilità psicosociali, non per arrivare a una pena dura o esemplare, ma per riconoscere la loro dignità di soggetti, restituendo la responsabilità – e con ciò la possibilità di comprensione – delle loro azioni; e insieme risparmiando lo stigma che il verdetto di incapacitazione “di intendere e volere” e l’internamento recano con sé. Affermiamo convintamente che “la responsabilità è terapeutica”.

La proposta di legge affonda le radici nelle elaborazioni di trenta anni fa e si è avvalsa delle riflessioni del Comitato Nazionale di Bioetica, del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale: si propone un rafforzamento del ruolo del Dipartimento di Salute Mentale nel territorio e in carcere e – soprattutto – una possibilità di accesso a misure alternative alla detenzione per i soggetti affetti da patologie psichiatriche.

Siamo convinti che la proposta favorirà un confronto tra giuristi, psichiatri, avvocati, operatori e attivisti delle associazioni a vario titolo impegnate sul terreno della salute mentale. Sarà anche utile nell’immediato per battere le derive ideologiche che si oppongono alla giusta applicazione della legge 81, respingendo nei fatti il principio della misura di sicurezza detentiva in REMS come extrema ratio.

La proposta potrà essere arricchita e perfezionata nella discussione pubblica e nell’esame alla Camera dei Deputati e al Senato. Nel frattempo rimane ferma la battaglia perché i pilastri qualificanti delle REMS siano salvaguardati da attacchi strumentali e le persone colpite da misure di sicurezza provvisorie e definitive non siano rinchiuse in contenitori indistinti di condizioni umane e patologie diverse, rinverdendo la logica e la prassi degli OPG.

Firma anche tu!

Uno psichiatra e tre infermieri sopra di me

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 05/04/2021 - 22:23

Di Silva Bon

Irritazione e sconcerto, queste le mie prime reazioni, dopo la lettura-confronto con il libro di Paolo Milone, L’arte di legare le persone. E anche dolore e paura, timore per una possibile regressione delle pratiche messe in campo dagli psichiatri italiani, rispetto al processo di liberazione attuato da Franco Basaglia e dai suoi epigoni. E inoltre sensazione acuta, preoccupazione che le parole di Milone possano incidere sull’opinione pubblica, rafforzando ogni pregiudizio e ogni prevenzione, stigmatizzando vieppiù la sofferenza mentale.

Io so la follia e so anche cosa significa subire violenza, violenza e forza brutale, quando mi sono opposta con decisione all’assunzione di un farmaco. È successo a Praga, ma forse sarebbe potuto accadere anche in altre parti d’Italia: uno psichiatra e tre infermieri sopra di me, per immobilizzarmi e farmi l’iniezione, che assumeva la forma di contenzione chimica, farmacologica.

La contenzione meccanica non l’ho sperimentata sulla mia pelle. Comunque ho vivissimo il sentimento provato in quella notte d’inferno: prima di stupore, di tradimento, poi di assoluta impotenza, di impossibilità, di nullità e di povertà della mia persona, messa di fronte alla prevaricazione del potere medico. Io ero sola, “nuda”, indifesa, nella mia miseria, in completa balia.

Legare le persone è un crimine, che non si giustifica, né si può giustificare in nessun modo.

Penso che gli psichiatri esercitino una professione molto speciale, diversa da quella dei medici di ogni altro campo della medicina. Se essi mancano l’incontro con l’Altro e non riconoscono la soggettività delle persone, ma anzi le racchiudono in strette definizioni di diagnosi cliniche oltre le quali non c’è scampo, non c’è via d’uscita; impediscono ogni possibilità di relazione e di cura.

Per fare gli psichiatri è necessario amare, amare incondizionatamente.

Quale psichiatria? Taccuino e lezioni di Franco Rotelli

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 05/04/2021 - 16:22

Quale psichiatria? Taccuino e lezioni è una raccolta di 22 saggi, scritti tra il 1967 e il 2018, che riprende lo straordinario percorso umano e professionale di Franco Rotelli, tra i protagonisti della riforma psichiatrica in Italia e uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia.

In questo video, l’autore ci racconta il punto di partenza e il senso delle riflessioni raccolte in Quale psichiatria? appena pubblicato per Edizioni alpha beta Verlag con la postfazione di Benedetto Saraceno.

«Parlare di salute mentale, non più di psichiatria e di che cosa può servire per produrre un po’ di salute mentale, o per combattere contro quel troppo poco di salute mentale che esiste.»

«Se l’impossibile diventa possibile» così Agnese Baini, curatrice del volume, presenta gli scritti raccolti in Quale psichiatria? Taccuino e lezioni che vanno a delineare un instancabile cammino di inclusione e di emancipazione dove la salute mentale diventa pratica di libertà.

È infatti la libertà il cuore di questo volume. E la fine dell’istituzione manicomiale, di cui Rotelli è stato tra i principali fautori, diventa un passaggio imprescindibile nel superamento di un approccio al disagio mentale fatto di oggettivazione, distanziamento, violenza.

Di cosa parla, dunque, il libro? Parla di «prendere il largo dalle psichiatrie per inventare luoghi e modi che portino un po’ di salute mentale e politiche che ne conseguono. Parla di beni comuni, di applicare la Costituzione, di cooperazione sociale, di vita activa, di energie che si liberano se scegli, tra regole e bisogni, da che parte stare.»

Cara Einaudi, di che arte stai parlando?

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 05/04/2021 - 16:15

Di Agnese Baini

Nel 1968 veniva pubblicato dall’editore Einaudi L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, a cura di Franco Basaglia. Con questo libro l’orrore del manicomio veniva svelato. L’opera ha un impatto straordinario: 8 edizioni di cui due nel corso del 68, 60mila copie vendute, premio Viareggio per la saggistica e tradotto in numerose lingue. Nel 1969, sempre per Einaudi, Franco Basaglia e Franca Ongaro curano Morire di classe: la condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin. Più di ottomila copie vendute soltanto nella prima tiratura. Nel 1970, per Einaudi, Franco Basaglia e Franca Ongaro traducono Asylums. Le istituzioni totali. la condizione sociale dei malati di mente e di altri internati di Erving Goffman, per cui scrivono anche un’introduzione. Di questo autore curano anche Il comportamento in pubblico, che esce l’anno seguente, sempre per Einaudi. Nel 1971, i due coniugi pubblicano per Einaudi il capolavoro La maggioranza deviante: più di 20mila copie vendute nelle prime due edizioni di quell’anno e un totale di 60mila copie vendute dall’uscita al 2010. Nel 1973 esce per Einaudi una nuova edizione di Che cos’è la psichiatria di Franco Basaglia: 10mila copie nel primo biennio.

Nel 1975 esce Crimini di pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti all’oppressione: Vladimir Dedijer, Michel Foucault, Robert Castel, René Lourau, Vincenzo Accattatis, Erick Wulff, Noam Chomsky, Ronald David Laing, Erving Goffman, Thomas S. Szasz, Stanley Cohen, John McKnight. I curatori? Franca Ongaro e Franco Basaglia. L’editore? Einaudi. Nel 1977 Franca Ongaro fa pubblicare da Einaudi Le donne e la pazzia di Chesler Phyllis. Nel 1978 Franca Ongaro scrive l’introduzione a L’inferiorità mentale della donna di Paul Julius Möbius, che esce per Einaudi, e sempre nello stesso anno scrive per l’Enciclopedia Einaudi le voci “Clinica”, “Cura/normalizzazione”, “Donna”, “Esclusione/intergrazione”; nel 1979 le voci “Farmaco/droga”, “Follia/delirio” (con Franco Basaglia), “Medicina/medicalizzazione” (con Giorgio Bignami). Tutte queste voci sono state raccolte in un libro pubblicato da Einaudi.  Nel 1980 Franco Basaglia muore e Franca Ongaro cura per Einaudi la pubblicazione di due volumi che raccolgono gli scritti del marito: nel 1981 esce il primo, 1953-1968: dalla psichiatria fenomenologica all’esperienza di Gorizia, e nel 1982 il secondo, 1968-1980: dall’apertura del manicomio alla nuova legge sull’assistenza psichiatrica. Mi fermo qua, ma Einaudi negli anni seguenti ha continuato a pubblicare i testi di Franco Basaglia e di Franca Ongaro.

Ora vi dico due cose di me: ho una laurea triennale e una magistrale in Storia dell’editoria e ho appena concluso un Master con una tesi in cui analizzo come i disturbi e le malattie mentali vengano rappresentati nella narrativa italiana.

Einaudi è stata ed è tuttora una casa editrice importante per la trasmissione della cultura italiana. In un certo senso, ha fatto la storia dell’Italia. Ha pubblicato negli anni capolavori di letteratura e di saggistica, ha alimentato i più importanti dibattiti culturali, ha contribuito a diffondere autori di riferimento per il pensiero critico. Sulla storia delle case editrici vi rimando al libro di Gian Carlo Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia (sapete già chi è l’editore).

Pochi mesi fa è apparso per questo editore L’arte di legare le persone di Paolo Milone – tutto il contrario di prezioso. Nonostante nell’ultimo anno io abbia letto (quasi) soltanto libri che parlano di disturbi e malattie mentali e nonostante la narrativa sulla malattia è uno dei miei generi preferiti, ho deciso di non leggere questo libro.

Il titolo mi ha fatto subito raccapricciare, ma forse era solo messo lì, un po’ accattivante. Ho pensato di aspettare che altri lo leggessero. E per fortuna! Sono una persona che si infastidisce molto facilmente e questo libro non sarebbe stata una lettura piacevole. In molti hanno elogiato il libro (ahinoi, ahinoi!) e in pochi ma valorosi lo hanno stroncato. Vi rimando ad articoli pubblicati proprio su questo Forum (questo, questo, questo, questo e, soprattutto, questo).

Diciamo, per chi fosse ancora indeciso, che il titolo non è soltanto una frase accattivante. E come può, allora mi chiedo, Einaudi proprio Einaudi pubblicare un libro del genere mentre nel suo catalogo si trova Franco Basaglia? Franco Basaglia che, in uno dei suoi primi giorni da Direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia disse all’ispettore capo, Michele Pecorari, mentre gli porgeva il registro delle contenzioni: «Mi no firmo». Tre semplici parole ma che hanno cambiato tutto: i matti non vanno legati, la contenzione non è una cura, la libertà è terapeutica.

Einaudi proprio Einaudi che negli ultimi anni aveva pubblicato La prima verità (2016) e Parla, mia paura (2017) di Simona Vinci, L’uomo che trema di Andrea Pomella (2018), Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino (2019). La storia di Leros, l’isola manicomio, e tre storie sull’ansia, sul suicidio e sulla depressione. Dei testi generosi per la loro sincerità e per questo dei testi da leggere per approfondire, per conoscere, per scoprire. Chi mi conosce, sa che in particolare il libro di Fuani Marino mi ha colpito e da questo libro traggo queste parole: «Questo libro non era solo il racconto di una cosa terribile che mi era successa, ma anche un gesto politico».

Ecco, la storia della casa editrice Einaudi è zeppa di Libri-Gesti-Politici. Pubblicare Basaglia e quella psichiatria era un gesto politico. Ci si schierava – certo, L’istituzione negata ha anche insegnato che quella psichiatria in quegli anni vendeva (si veda: Nicola Badaloni, Il destino del libro: editoria e cultura in Italia, Editori Riuniti – cambiamo, per una volta). Ma ormai, cara Einaudi che hai deciso di rinnegare tutto pubblicando Milone, non hai più né arte né parte.

Legare le persone è un crimine. E non c’è altro da aggiungere

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 29/03/2021 - 20:01

[Illustration by Simon Pemberton]

Editoriale del Forum Salute Mentale

Eugenio Borgna, decano degli psichiatri italiani, con bruciante semplicità definisce la violenza della contenzione fisica come: «l’essere sottratti a ogni libertà possibile e immersi in uno spietato isolamento».

L’arte di legare le persone, di Paolo Milone, psichiatra genovese, di recente in libreria per Einaudi, non poteva lasciarci indifferenti. Le recensioni di Nicola La Gioia su Robinson e di Goffredo Fofi su Internazionale poi, tra le altre, ci hanno convinti a tornare sulla secolare questione della contenzione. Non si può più tacere. Sembra di capire dalle loro parole leggere e comprensive che non si conosca affatto o si accetti con indifferenza una pratica di violenta sopraffazione, al limite della liceità, se non francamente illegale. Chissà se hanno visto 87 ore, un documentario intenso di Costanza Quatriglio, la morte straziante di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico più alto d’Italia. Chissà se hanno prestato attenzione ad Andrea Soldi, quarantenne morto legato in un giardino pubblico di Torino. E crediamo non possono non aver sentito della morte di Elena Casetto, giovane ragazza italo-brasiliana morta bruciata legata a letto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo. Da qui la decisione di pubblicare questo noioso saggio.

Nella storia della psichiatria

Nella terminologia medica e infermieristica, e in psichiatria, si parla di contenzione fisica per definire l’immobilità totale o parziale di una persona, attraverso l’uso di cinghie, lacci, fascette, spallacci, cinture, polsini, corpetti, sedie di contenzione o altri mezzi, più o meno sofisticati.

Nella storia della psichiatria, e della psichiatria manicomiale in particolare, le forme di contenzione venivano comunemente usate, con strumenti talvolta ancora più violenti di quelli descritti, per controllare comportamenti oppositivi, contestatari, prepotenti. Venivano anche usati come strumenti di punizione. Frequentemente la contenzione si giustificava (e ancora si giustifica) anche in previsione di comportamenti minacciosi o violenti e per mantenere l’ordine dell’istituto o del reparto[1].

La questione della contenzione, dei mezzi coercitivi, ha sempre accompagnato la storia della malattia mentale e del suo trattamento. La psichiatria per farsi non può che oggettivare l’altro. L’altro, ora oggetto senza più nome e senza più diritto, diventa povero corpo, scompare allo sguardo. Le sue parole non possono più essere ascoltate.

Gli psichiatri e gli istituti più attenti si sono sempre interrogati sulla correttezza, sulla liceità, sull’utilità, sulla funzione terapeutica dei mezzi coercitivi. Molti psichiatri, figure luminose della storia di questa disciplina, si sono battuti per l’abolizione della contenzione e del suo uso ordinario e indiscriminato.

Nutre la violenza delle istituzioni

A metà del diciannovesimo secolo nel villaggio di Hanwell, un sobborgo londinese, John Conolly, nominato amministratore dell’istituto per lunatici di quel paese, si convinse che era necessario dare il più possibile piena libertà agli internati: per prima cosa abolì la contenzione, naturalmente in voga in tutti questi luoghi di reclusione. Questa esperienza è descritta nel libro Trattamento del malato di mente senza metodi costrittivi (1976, Einaudi), con una prefazione ricchissima di Agostino Pirella. E pensare che oggi Einaudi, dopo la forza della collana del Politecnico col quadratino rosso, si interessi all’arte del legare.

Già dalla seconda metà dell’Ottocento, dunque, era noto che la contenzione, ma soprattutto il suo uso ordinario e protratto, induce regressione totale nel paziente e riproduce e nutre la violenza dell’istituzione. È tanto vero questo sentire diffuso di quanti operavano nel campo della psichiatria che la prima legge italiana del 1904 sull’assistenza psichiatrica[2] a proposito dei mezzi coercitivi raccomanda: «nei manicomi debbono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del Direttore… che deve indicare la natura del mezzo, il tempo…».

Bisognerà attendere la Costituzione

Malgrado queste attenzioni e i successivi, ulteriori, contributi di discipline vicine alla psichiatria, psicologia, sociologia e diritto soprattutto, le forme di coercizione e segregazione si sono sviluppate quasi indisturbate.

Anche l’art. 13 della Costituzione[3], che avrebbe dovuto riguardare tutti i cittadini della nascente Repubblica Italiana, lasciò inalterata questa pratica. I malati di mente restavano fuori dalla Costituzione.

Bisognerà attendere la Legge di riforma dell’assistenza sanitaria, nr. 833/78 perché le persone con disturbo mentale riacquistino il loro diritto e la loro cittadinanza.

Nei trent’anni successivi alla promulgazione della Carta Costituzionale, nulla mutò negli istituti psichiatrici. Si deve qui considerare e sottolineare che né il ricovero coatto nell’Ospedale Psichiatrico né l’internamento a qualsiasi titolo negli Ospedali psichiatrici giudiziari, quando ancora in funzione, autorizzava e/o regolamentava la contenzione fisica. Peraltro l’art. 14 della Costituzione, dove recita che «gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali, sono regolamentati da leggi speciali» precisa che la contenzione, per essere attuata, necessiterebbe di specifiche leggi. Né gli ospedali psichiatrici né gli OPG furono mai regolamentati da qualsivoglia deroga a leggi ordinarie, che facessero riferimento e giustificassero l’uso della contenzione.

Merita sottolineare che la contenzione fisica è stata specificamente abolita e vietata nel carcere dalla riforma penitenziaria[4].

La Legge di Riforma dell’assistenza sanitaria (Legge 833/78) cambia radicalmente il quadro dell’assistenza psichiatrica in Italia. Gli ospedali psichiatrici vengono progressivamente chiusi, i diritti restituiti, le cure messe in atto e articolate nei contesti territoriali. Da quel momento e per un lungo periodo, fino alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici nel 1998, non si parlò più di contenzione. Si dava per acquisito che, con la chiusura del manicomio, anche la violenza che in esso albergava si fosse dissolta. Molte affermazioni di autorevoli psichiatri e programmatori sanitari facevano ritenere un tanto.

Nella realtà le cose non andarono proprio così

Una ricerca dell’Istituto Superiore della Sanità (2005), Progres Acuti, condotta in tutti i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (i servizi di accoglienza dell’emergenza psichiatrica negli ospedali civili) di tutte le Regioni italiane, dimostrò che almeno in 7 di questi servizi su 10 si ricorreva alla contenzione come pratica routinaria, in pochi in maniera sporadica.

La ricerca evidenziò una preoccupante disparità di pratiche e di organizzazioni psichiatriche tra le diverse Regioni. In 3 servizi su 10 si operava con le porte aperte, senza ricorrere alla contenzione e senza che per altro i rischi fossero aumentati e la qualità di attenzioni e cure diminuita. Al contrario si era potuto costatare che, laddove era abolita la contenzione e si operava con le porte aperte, ci si trovava di fronte a servizi territoriali più articolati e disposti a farsi carico anche della crisi e dei comportamenti più preoccupanti. In questi ultimi quindici anni il quadro è rimasto pressoché inalterato.

La possibilità di una diversa organizzazione dei servizi e delle pratiche, proprio in rapporto alla contenzione, ha determinato attenzione da parte dei Governi regionali e del Ministero della Salute. Nel 2010, per rispondere a una diffusa interrogazione proveniente soprattutto dalle associazioni dei familiari, dai gruppi di cittadini con disturbo mentale oltre che da operatori del settore, la Conferenza Stato Regioni ha licenziato un documento[5] che il Ministero della Salute ha fatto proprio con la finalità di indicare strategie omogenee perché tutte le Regioni si ponessero l’obiettivo della riduzione massiccia del ricorso alla contenzione, fino a una sua abolizione. L’attenzione della Conferenza e del Ministero era stata stimolata anche da un rapporto del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, delle pene, dei trattamenti inumani e degradanti nei servizi psichiatrici in Italia. In questo rapporto, del 2006, una larga parte è dedicata alle misure di contenzione negli istituti psichiatrici per adulti e si riferisce anche alle visite negli OPG, allora ancora funzionanti.[6]

Il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, delle pene, dei trattamenti inumani e degradanti

Alcune considerazioni generali del Comitato sono di grande utilità. «Il potenziale di abusi e di maltrattamenti che l’uso dei mezzi di contenzione comporta, resta fonte di particolare preoccupazione. Purtroppo sembra che in molti degli istituti visitati vi sia un eccessivo ricorso ai mezzi di contenzione […]. La creazione e il mantenimento di buone condizioni di vita per i pazienti, così come un buon clima terapeutico, presuppone l’assenza di aggressività e di violenza […]. Il rapporto denuncia come stigmatizzante l’uso della contenzione come punizione e/o come intervento pedagogico […] e considera che non esistono ragioni, né la mancanza di personale né la particolare condizione del paziente, che giustifichino il ricorso alla contenzione». È un documento estremamente pragmatico che non propone l’abolizione della contenzione ma suggerisce che deve essere regola generale che una persona venga contenuta solo come estrema misura di ultima istanza, per tempi brevissimi, che definisce come strettamente necessari, a operare per introdurre una terapia farmacologica o a evitare, in quel momento, danni per la persona o per terzi. Sottolinea come l’esperienza dell’essere contenuto produca sentimenti di cupezza, di violenza e confusione nel paziente e afferma che la pratica di far durare la contenzione per un periodo superiore a quello strettamente necessario, che deve essere brevissimo, è considerato un maltrattamento, se non una tortura. In ogni caso le pratiche di contenzione non possono far parte dei dispositivi ordinari di cura e devono essere considerati interventi di grande straordinarietà, che possono essere conseguenza di uno stato di necessità che andrebbe prevenuto adeguando le condizioni assistenziali, sviluppando speciali strategie per far fronte a situazioni di acuzie. Sempre la condizione di contenzione deve essere superata il più rapidamente possibile (da pochi minuti all’ora).

Alcune Regioni italiane hanno affrontato negli anni passati la questione e, nei loro rispettivi Piani Sanitari, hanno disposto raccomandazioni per il divieto, o la massiccia riduzione, della contenzione fisica, tra queste la Toscana, l’Emilia-Romagna e il Friuli Venezia Giulia. Altre, come la Lombardia, hanno, al contrario, predisposto l’uso della contenzione approvando regole e dispositivi per la sua attuazione. Un atto davvero paradossale e contradditorio, come approvare regole e dispositivi per una buona esecuzione di un furto con scasso!

Lo stato di necessità

La contenzione non può essere considerata un atto medico, vale a dire che non ha funzioni terapeutiche e dunque non può essere giustificata come conseguenza della malattia della persona[7].

La contenzione, infatti, rende impossibile, limita e ostacola qualsivoglia atto terapeutico, di assistenza o di cura. Rende impossibile qualsiasi percorso di consapevolezza da parte di chi la subisce.

Tutte le ricerche e le osservazioni che abbiamo potuto consultare arrivano a queste conclusioni e per questo che non ha senso che sia prescritta da un medico né attuata da un infermiere, non può essere protocollata né essere oggetto di linee guida.

A giustificare il ricorso a questo tipo di intervento si invoca, più o meno coerentemente, lo stato di necessità, l’articolo 54 del C.p.[8]

Il ricorso all’art. 54 è considerato da molti un corretto discrimine e tuttavia, anche quando correttamente citato, rischia di favorire comportamenti illeciti e, alla fine, comportamenti lesivi e dannosi per le persone.

In molte prescrizioni di contenzione ricorre con estrema frequenza la dizione «… stato di necessità … si prescrive la contenzione per il tempo strettamente necessario» in circostanze che sembrano poco alludere allo stato di necessità. Come, ad esempio, il rifiuto ostinato di una persona di assumere una terapia farmacologica in quel momento (non stiamo parlando di farmaci salvavita), una persona che inveisce contro il muro, la porta o le suppellettili, una persona che è tesa e confusa, insonne e disturba la quiete del reparto, una persona che rifiuta di fare la doccia o che rifiuta di mangiare.

Lo stato di necessità dovrebbe esaurirsi davvero nell’arco di un tempo brevissimo, e allora è stato di necessità la contenzione che dura mediamente 48 ore fino 6 giorni e oltre, come risulta in tanti casi di decesso venuti poi all’attenzione dei tribunali?

Insomma, il ricorso a questa pratica resta molto controverso sia sul piano normativo che soprattutto etico. Sul piano clinico terapeutico poi, questo trattamento, appare ancora più discutibile. Sono noti i rischi che la contenzione comporta sul piano fisico: asfissia, polmonite ab ingestis, trombosi, traumi meccanici, lesioni dei tessuti molli. Sono drammaticamente noti gli eventi mortali che si sono verificati nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura. Ricordiamo qui solo il più recente e drammatico. Agosto 2019, Elena una giovane donna ventenne muore bruciata legata al letto di contenzione in una stanza chiusa del Servizio di diagnosi e cura dell’ospedale civile di Bergamo. Molti trasferimenti dai Diagnosi e cura ai reparti Rianimazione e Medicina d’Urgenza sono determinati dalle conseguenze della pratica del legare e del contemporaneo sovradosaggio farmacologico.

Una ferita indelebile

Le conseguenze, per certi versi ancora più gravi per la vita della persona, sono quelle di ordine psicologico. Tutti i pazienti sottoposti a questo trattamento vivono l’esperienza con una profonda perdita di autostima, con un doloroso senso di umiliazione, con paura. Alla contenzione fa spesso seguito l’insorgere di un sentimento di rancore, di cupezza, di rabbia. Talvolta, alla fine della contenzione, segue una profonda depressione, una sorta di perdita della speranza, la consapevolezza di aver toccato il fondo e che non sarà più possibile rimontare.

Naturalmente queste pratiche all’interno di un’istituzione producono effetti nei confronti degli altri ricoverati. Le persone vengono impaurite, terrorizzate da azioni violente che non capiscono e ridotte a un profondo condizionamento.

Non ultimo è l’effetto di conferma, assieme all’esuberante uso dei farmaci, del modello di malattia e dei pregiudizi a essa connessi, soprattutto la pericolosità, l’incomprensibilità e l’incurabilità.

Taluni affermano che il ricorso alla contenzione viene fatto in ragione dell’evitamento di un uso, a scopo sedativo e altrettanto dannoso, dei farmaci. Al contrario, alla contenzione si associa un uso “largo” di farmaci sedativi. Moltiplicandosi così il rischio delle conseguenze mortali. Ma basterebbe imparare a legare con arte!

[1] Nella stesura di questo saggio ci siamo riferiti a … e tu slegalo subito di Giovanna Del Giudice; a Il nodo della contenzione. Psichiatria, diritto e dignità della persona a cura di Stefano Rossi; a Il pensiero lungo. Franco Basaglia e la Costituzione di Daniele Piccione. Si possono trovare nella Collana 180, Archivio critico della salute mentale, AB Merano, ed.

[2] Regio Decreto Nr.36, 1904, Disposizioni e regolamenti sui manicomi e sugli alienati

[3] Costituzione Italiana, art. 13: La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale né ogni altra restrizione della libertà personale se non per atto motivato dell’Autorità Giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

[4] L. 354/75, all’art. 41 prevede in casi eccezionali l’impiego della forza fisica e l’uso dei mezzi di coercizione per prevenire o impedire atti di violenza, per impedire tentativi di evasione o per vincere la resistenza, anche passiva, all’esecuzione degli ordini impartiti […] Non può essere usato alcun mezzo di coercizione fisica che non sia espressamente previsto dal regolamento e, comunque, non vi si può fare ricorso a fini disciplinari […]

[5] Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, 10/081/Cr07/C7: Contenzione Fisica in Psichiatria: una strategia possibile di prevenzione, 29 luglio 2010

[6] The European Commitee for the prevention of torture and inhuman or degrading treatment or punishment (CPT): General Report on the CPT’s activities, 16 ottobre 2006, nella parte dedicata alle Misure di contenzione negli Istituti Psichiatrici per adulti

[7] M. Misley, L. Bicego Assistenza e diritti, ed. Carocci faber 2007

[8] L’art. 54 c.p. o Stato di Necessità: non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo

Un’arte da mettere da parte

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 29/03/2021 - 19:57
Da Tobino a Milone Di Peppe Dell’Acqua Molti dicono che L’arte di legare le persone è scritto molto bene. Ed è proprio così. Leggendo il libro ho ricordato un grande scrittore, Mario Tobino. Non so dire della differenza della scrittura e del narrare. Certamente Tobino mi sembra più sicuro, più di mestiere raffinato. Entrambi, però, sono stati psichiatri. Leggere delle donne e degli uomini del reparto 77 ha fatto ritornare vivido il ricordo della mia estate dopo la maturità, quando mi capitò tra le mani un Oscar Mondadori, Le libere donne di Magliano. Del libro mi appassionò la descrizione della follia, del delirio, della vita di quelle donne nel manicomio. Ritratti, storie, passioni amorose, delicatezza e violenza mi fecero conoscere un mondo fantastico (mi iniziarono?), misterioso sorprendente, oscuro e inquietante. Donne innamorate e abbandonate, madri premurose e tradite, figlie devote e sconfitte mi avvicinarono a umane profondità assolutamente sconosciute nella crudezza della mia adolescenza. Quella lettura, quelle suggestioni lasciarono il segno. Forse anche per questo, studente nella facoltà di Medicina di Napoli, cominciai a frequentare la clinica delle malattie nervose e mentali. E per questo cercai altre letture. Ma lessi anche Il deserto della Libia che narra, con inarrivabile poesia, l’esperienza della guerra vissuta sul fronte libico, e Il clandestino che rievoca vent’anni dopo la partecipazione alla Resistenza contro i nazifascisti in Toscana e le vicende drammatiche della lotta partigiana. Ancora l’orrore della guerra. Conoscere gli uomini e le donne, la loro vera e più profonda essenza, il valore dell’estenuante lavoro di Tobino. E la verità più intima e indicibile sembra affiorare soltanto in guerra come nel manicomio, nell’orrore della lotta fratricida come nella follia. Ma, come ho detto, Tobino è psichiatra, come Milone, e scrive di manicomi e di psichiatrie che in seguito avrei letto e sentito. Con molta delusione e disincanto. Mi aveva affascinato quando scriveva: «La pazzia è veramente una malattia? Non è soltanto una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo, un’altra realtà dove le emozioni sono più sincere e non meno vive?». Negli anni Settanta manifestò invece la sua contrarietà alle prime timide esperienze di apertura dei manicomi. Mi amareggiò la sua difesa strenua non più della follia ma delle istituzioni che la contengono e la riducono. E annientano gli uomini, le donne e la loro innegabile umanità. Svelava questa sua posizione una sorta di irrinunciabile affezione al manicomio, e dico oggi alla prepotenza e insindacabilità della psichiatria. Nel suo quasi ultimo Per le antiche scale sostenne l’irreversibile destino del “malato di mente”, l’inguaribilità, l’incomprensibilità, la sua inarrivabile diversità. Si avventurò in una insostenibile, anche per lui, difesa degli psicofarmaci in ragione della oggettiva consistenza della malattia. Ebbe sempre vergogna di giustificare, se non di esaltare, l’arte della contenzione. E chiamò con ironia “innovatori” quelli che allora si dedicavano alla folle impresa di aprire le porte dei manicomi. Non da meno Milone trova le parole peggiori per cancellare il cambiamento avvenuto nel nostro paese, il contributo scientifico e culturale di Franco Basaglia, il lavoro di migliaia di operatori che hanno reso possibile il ritorno in un contesto di libertà e di faticosa uguaglianza. Compresi allora per Tobino, e oggi dolorosamente leggendo il libro di Milone, che quelle narrazioni così accattivanti, fantastiche, stupite riguardano sempre l’oggetto malattia, misterioso, oscuro, ineluttabile. Saprò dire solo dopo che le narrazioni di Tobino e le artistiche legature di Milone hanno fatto e fanno più danni e creato più pregiudizi del manicomio stesso.

Il farmaco e la cura

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/03/2021 - 20:36

Di Silva Bon

Mi sembra che il discorso sui farmaci sia particolarmente impegnativo: penso infatti che un rapporto di “equilibrio” rispetto all’assunzione di farmaci, dei farmaci specificatamente mirati alla salute psico-fisica, o psichica tout court, risulti difficile da praticare.

Spesso le persone con esperienza di sofferenza mentale sono portate a negare il malessere, quindi a rifiutare l’aiuto dei farmaci; altre volte la dipendenza crea un bisogno continuo, eccessivo, di medicine e si può arrivare fino all’abuso.

Credo che molte persone possono capire e imparare molte cose dalla descrizione semplice, pulita, onesta, corretta e scientifica, che si diffonde sui principi attivi di farmaci, magari conosciuti solo per nome, e per questo temuti o abusati.

Mi sembra che a tutto questo sia sottesa l’idea che le medicine si devono usare con attenzione, sotto il controllo medico, e questo tanto più se si conoscono i loro benefici, che non escludono però eventuali controindicazioni. Quindi spiegare, far capire, da parte dei medici, le funzioni e i principi attivi delle medicine può essere un’azione utile che crea centralità nel dialogo/relazione tra medico e persona, e costruisce anche maggior fiducia e autocontrollo rispetto alla propria salute da parte delle persone stesse. La consapevolezza della ricerca della propria salute, di fare qualcosa di positivo per sé stessi assumendo anche farmaci, mi sembra utile quando, appunto, passa attraverso la conoscenza e l’apprendimento.

Anche il capire i “nomi scientifici” delle diverse patologie, ed il loro andamento, mi sembra un esercizio utile e democratico, quando si rivolge alle persone, in modo chiaro, in modo comprensibile. Il riuscire a “capire” costituisce già una parte del complesso percorso delle diverse esperienze di vita, soprattutto di quelle più difficili e/o dolorose.

Tutto il discorso punta a costruire un approccio di collaborazione con il medico, approccio finalizzato a servirsi di “mezzi” molteplici, diversi per raggiungere l’obiettivo “ben-essere”. La responsabilità è assunta tanto dai medici dei Centri di salute mentale, quanto dalle persone, che anche con le medicine, ma certamente non solo con le medicine, possono raggiungere uno stato di guarigione.

Infatti la prescrizione di farmaci non può costituire l’unica forma di cura che gli operatori mettono in campo per lenire, per risolvere le sofferenze delle persone con esperienza. Senza ombra di dubbio tutte le pratiche psico-sociali, l’individuazione e la risposta ai bisogni dei singoli sono indispensabili al raggiungimento dell’obiettivo salute mentale. Soprattutto una presa in carico orientata alla recovery, che stimoli e punti sul senso di responsabilità delle persone, che possono/devono anch’esse essere motivate a collaborare con i medici, gli operatori tutti, in una relazione terapeutica, volta al progressivo cambiamento e miglioramento. La relazione tecnico/paziente è fondamentale per costruire fiducia e base certa, in cui si inserisce anche la necessaria negoziazione nell’assunzione del farmaco, che deve essere dosato in forma minima, rispetto alla massima efficacia e non per sempre.

La guarigione psichica può essere una condizione di vita che dura per periodi più o meno lunghi o anche per sempre, ed è un traguardo che può essere raggiunto, non un’utopia: alla fine si può giungere anche allo stato di non assunzione di terapie farmacologiche.

L’Italia dovrebbe investire due miliardi di euro per la salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/03/2021 - 10:12

Di Jessica Masucci

[articolo pubblicato sull'Espresso il 22 marzo 2021]

Da vent’anni non investiamo una quota adeguata del budget sul disagio psichico. E ora servono più psicologi nelle scuole e nelle asl

Se si cercano le parole salute mentale nelle 168 pagine del Piano nazionale di ripresa e resilienza del 12 gennaio scorso, il Recovery plan italiano, non si ottiene alcun risultato. Eppure attivisti globali e locali, familiari dei pazienti, psichiatri, psicologi, tutti coloro che a vario titolo si occupano di questo tema sono d’accordo: investire nel benessere mentale dei cittadini è necessario per la ripresa sociale ed economica delle comunità, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19. E conviene, perché fa risparmiare.

La questione nel dibattito internazionale è stata posta già a fine gennaio 2020, quando l’organizzazione United for global mental health ha lanciatola campagna #Timetoinvest durante il World economic forum di Davos, per sensibilizzare i leader mondiali sul tema.

L’Italia da oltre vent’anni non investe una quota adeguata del suo budget sanitario per la salute mentale. Nel 2001 i presidenti delle Regioni si sono impegnati a destinare almeno il 5 per cento dei fondi sanitari regionali alla sua tutela. Da allora quell’obiettivo non è mai stato raggiunto: la media nazionale è inchiodata ancora oggi a poco più del 3,5 per cento.

«Francia, Germania, Regno Unito stanziano almeno il 10 per cento e in alcuni casi vanno oltre», sottolinea Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica, che nel 2020 ha fatto parte della task force di Vittorio Colao per l’emergenza coronavirus. In quella sede aveva proposto un incremento del budget di almeno il 35 per cento, pari a circa un miliardo e mezzo di euro. Con il Recovery fund in arrivo dall’Unione europea, si potrà fare di più per un settore della sanità pubblica cronicamente sotto finanziato? «Sarebbe veramente ingenuo attendersi che una iniezione di denaro in un sistema che non funziona possa risolverne i problemi», ammonisce lo psichiatra, ricordando che bisogna verificare cosa funziona e cosa va cambiato in ogni Regione e aggiornare il Piano di azioni nazionale per la salute mentale, redatto nel 2013.

L’arrivo, sette anni dopo, della pandemia ha reso evidenti le contraddizioni presenti nel sistema. Valerio Canzian, presidente di Urasam, il coordinamento delle associazioni di familiari di pazienti psichiatrici in Lombardia, racconta come negli ultimi mesi sia stata ancor più complicata la vita di queste famiglie. Nei periodi di massima criticità sono mancate le visite a domicilio, i centri diurni sono stati parzialmente o del tutto chiusi, era difficile per un parente visitare chi si trovava in una comunità ed è aumentato l’uso dei farmaci. L’esigenza principale, secondo chi vive su questo fronte della trincea della salute mentale, è assumere più infermieri, più psichiatri, più educatori, più psicologi e soprattutto passare «da una cura di attesa – spiega Canzian – a una cura di iniziativa», con i medici che, invece di aspettare che i pazienti psichiatrici vadano in ospedale, li raggiungano dove vivono. Ma per inviare medici e infermieri a casa di chi ha bisogno, non serve solo più personale, servono gli adeguati mezzi di trasporto per i Dsm, Dipartimenti di salute mentale.

Il rinnovo del parco auto fa parte della lista di priorità per gli investimenti nel settore, anche in vista dell’arrivo degli aiuti europei, stilata dal presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), Massimo Di Giannantonio. Oltre ai mezzi per i Dsm, l’elenco include i sistemi informatici e di telemedicina per mantenere il contatto con il paziente anche quando non è possibile visitarlo in presenza e l’edilizia sanitaria. La Sip ha inoltre stimato che servirebbe assumere 800 professionisti della salute mentale – non solo medici – perché i Dsm garantiscano ai cittadini almeno i livelli essenziali di assistenza previsti. Nel complesso, secondo Di Giannantonio, servono 2 miliardi e mezzo di euro per rimettere in moto la psichiatria italiana. «Il mancato finanziamento corretto della salute mentale – aggiunge – porta a un aumento dei casi clinici, un peggioramento del loro decorso e un aumento dei costi che se fossero affrontati a tempo debito avrebbero un esito assolutamente migliore». Non finanziare significa anche non diagnosticare in tempo: sono circa 837mila i pazienti dei Dsm (secondo i dati dell’ultimo rapporto del ministero della Salute, riferiti al 2018), ma ci sarebbero altre 300mila persone con disturbi psichiatrici gravi non ancora intercettate dal sistema. E tutti questi numeri riguardano solo una parte degli italiani che presentano un disagio mentale.

Uno dei problemi con i quali ci si confronta quando si parla di questo tema è infatti quello dei dati. Quelli disponibili, certificati dai rapporti annuali del ministero della Salute, fanno riferimento, appunto, all’assistenza psichiatrica. A questo calcolo sfugge tutta la fascia di popolazione che soffre di un malessere psicologico che può essere affrontato con delle sedute di psicoterapia private, possibili solo per chi se le può permettere economicamente.

Proprio nel 2021 è difficile pensare che la ripresa anche economica di un paese possa prescindere dall’aiutare le persone a stare meglio. «Vedersi è la cosa che è mancata di più, soprattutto per coloro che già hanno pochi momenti di contatto con altre persone», racconta Cristina Ardigò, presidente dell’associazione milanese di pazienti psichiatrici e loro familiari Aiutiamoli. Quest’ultimo anno in tanti li hanno cercati anche via Facebook per chiedere aiuto, persone che prima non avevano mai avuto contatti con loro.

Secondo un’indagine condotta dall’Istituto Piepoli per il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (Cnop), lo “stressometro” degli italiani lo scorso 8 marzo ha segnalato che solo il 16 per cento dei cittadini si sente poco stressato, gli altri avvertono livelli di stress medi (46 per cento) oppure alti (38 per cento). «Occorre un uso pubblico della psicologia oltre a quello privato», rimarca David Lazzari, presidente del Cnop. Il rappresentante degli psicologi è stato ascoltato il 27 gennaio scorso in audizione dalla commissione Affari sociali della Camera dei deputati sul Pnrr, dove ha proposto dei voucher per consentire a chi non può permetterselo un certo numero di sedute di psicoterapia privata. Ma ci sarebbe, a suo dire, soprattutto bisogno di intervenire su sanità, scuola, lavoro, welfare.

Stiamo parlando di assunzioni di psicologi nelle Asl, che da 5.000 dovrebbero arrivare a essere almeno 15.000; più psicologi nelle scuole, dove ne servirebbero circa 2.000 in più e quelli che ci sono dovrebbero poter fare più ore; di istituire presidi psicologici nei centri per l’impiego e punti di consulenza a livello provinciale per le piccole e medie imprese. «Se si aiutano le persone in tempo, si impedisce che lo stress degeneri e si trasformi, con ulteriori costi a carico del Sistema sanitario nazionale», spiega Lazzari, il quale aggiunge che «mediamente ogni euro speso per interventi psicologici ne produce due di risparmio». Ma il guadagno nell’investire sul benessere delle persone non è solo quello economico. La risposta del rappresentante delle associazioni di familiari, Valerio Canzian, è senza esitazioni: investire in salute mentale consente di «prendere la sofferenza là dove nasce».

Piccolo manuale di sopravvivenza in psichiatria

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/03/2021 - 09:57

Da mercoledì 17 marzo è in libreria e online Piccolo manuale di sopravvivenza in psichiatria, di Ugo Zamburru e Angela Spalatro. Può sembrare un titolo provocatorio, ma non è così: l’autore e l’autrice, entrambi psichiatri, scrivono un vero manuale pratico dedicato a tutte le persone che, direttamente o indirettamente, hanno a che fare con i servizi psichiatrici italiani. Cosa fare in caso di diagnosi psichiatrica? A chi rivolgersi? Da cosa stare in guardia?

«Non chiedermi che sintomi ho, chiedimi cosa mi è successo!»

Quando il vecchio maestro di Ugo Zamburru gli chiese quanti tipi di schizofrenia conoscesse lui, fresco di studi e desideroso di fare bella figura, rispose snocciolando le quattro categorie diagnostiche che si usavano allora, negli anni ‘80. «Sbagliato – gli ha risposto allora il maestro – Esistono tanti tipi di schizofrenia quante sono le persone che vengono diagnosticate tali». Si può dire che il libro sia tutto qui: affrontando a viso aperto cattive prassi, ignoranza e pregiudizi legati alle condizioni psichiatriche i due autori mettono insieme le neuroscienze con le proprie esperienze personali di una vita passata sul campo. Nel farlo raccontano un altro modo di vedere la psichiatria, fatta non solo di farmaci e contenzione ma soprattutto di ascolto attivo, condivisione, relazione.

«Credo che il processo di cura sia quello che descriveva Basaglia: un atto di reciprocità, una via intrapresa insieme nella condivisione dei nostri saperi, dei nostri desideri, delle nostre paure»

Piccolo manuale di sopravvivenza in psichiatria non è scritto solo per i medici ma per quelle persone che nella psichiatria sono coinvolte – compresi utenti e familiari – e che cercano informazioni pratiche per muoversi nella complessità delle diagnosi psichiatriche e dei servizi territoriali. Una critica ai falsi miti della psichiatria ma anche una corposa raccolta di esempi virtuosi, dal Caffè Basaglia all’Open Dialogue. Buone prassi per una pratica psichiatrica più sana e più giusta.

Matti da legare?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/03/2021 - 09:49

[Illustration by Brian Rea]

A proposito dell’arte di legare le persone, questa volta Goffredo Fofi ci ha proprio conquistati

Di Goffredo Fofi

[articolo uscito sul numero 1399 di Internazionale]

I “matti”, i loro curatori e i vicoli di Genova sono i protagonisti di questa narrazione frammentata e fitta di personaggi e di storie, mescolate con l’accortezza di uno scrittore fin troppo bravo per essere al suo esordio. Scrittore e qualcos’altro, perché Milone è uno psichiatra che scrive dei “matti” e dei loro curatori, dell’ambiente che li circonda e che dice di proteggerli e proteggerci a decenni dalla legge Basaglia e con una sorta d’insofferenza verso le retoriche che l’hanno circondata, che hanno circondato le figure dei “matti”.

Si è subito catturati dalla densità e dalla sveltezza della scrittura, tra racconto e riflessione, tra dura oggettività e nervosa soggettività, e dagli scorci di una città, che tanti abbiamo amato e continuiamo ad amare e voler conoscere nella sua (non eccessiva) diversità. Gli appunti e gli incontri, i ritratti e le osservazioni di Milone sanno accostarcela a partire dal disagio di chi più sembra averla sofferta. L’autore non ha, e gliene siamo grati, risposte su tutto ma domande, mostra inquietudini che ci riguardano perché, prima o poi, malati o medici, questo disagio è un aspetto centrale dell’esperienza di ogni società e torna a coinvolgerci. Non si vive impunemente in questa società, e forse in ogni società. «In passato ho legato molte persone», dice Milone, e non gli è facile né pentirsene né emendarsene.

Legare? Avrei preferito di no

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/03/2021 - 09:25

[Illustration by Brian Rea]

Di Francesca Baggio, da appunti di quando era specializzanda

Il primo era un ragazzo africano. Lì si usava chiuderli a chiave dentro ad una stanza. «È per proteggerlo dalle aggressioni degli altri pazienti!» mi fu detto. Ci credevano davvero.

Il tutto in una regione che ogni estate veniva devastata dagli incendi. Ed era estate. Che bastava un alito di scirocco per divorare la città, in un reparto dove si fumava. Non volevo slegarlo, almeno non subito. Ero solo al primo anno.

«Poi magari spacca tutto…», convenni con me stessa che sarebbe stato meglio parlarci un po’ prima…«poi vedo». E così, quando il codazzo di camici bianchi defluì fuori dalla sua stanza (era uno strano reparto, che aveva a volte più medici che pazienti, anche se differenziarli non era sempre facile) rimasi ferma in un angolo, sperando di non essere notata.

Mi notarono.

«Vieni fuori» mi disse la collega.

«No, resto un po’ qua».

«ESCI!!!» urlò, e tutti gli altri dietro, urlando in mezzo al reparto.

Non ricordo molto. Le grida: «TU DEVI RISPETTARE LE REGOLE!!! SEI SOLO UNA SPECIALIZZANDA!». Io, allora, che chiedevo con sfida di vedere i protocolli, conscia di essere in una regione dove la parola si onora a tal punto da quasi non avere bisogno dei contratti d’affitto, figuriamoci di protocolli! Poi io che mi sentivo appellare il primario, che forse mi vedeva allora per la prima volta, con il suo nome di battesimo, e ancora io che uscivo, dal reparto, dall’ospedale, e che accovacciata in lacrime, sul marciapiede accecato dal biancore del tufo circostante, chiamavo rabbiosa il mio buon analista.

Ci misi una buona ora e mezza a rientrare (il mio analista aveva risolto la telefonata in poco più di dieci minuti, lui segue il tempo logico).

Al rientro nessuno mi considerò.

Poi una piccola infermierina si avvicinò intimidita: «Per me aveva ragione lei dottoressa» sussurrò.

Mi fu sufficiente per andare avanti.

*

Altra regione, altro reparto. Notte di guardia. Terzo anno.

Stavolta era un ometto del Pakistan, così mingherlo da poter essere fermato con due dita perfino da me.

Ripeteva in inglese che aveva fame, ma ogni volta che gli si avvicinava qualcosa alla bocca, scuoteva la testa con forza.

Voleva mangiare, sì ma, come si suol dire, da bravo cristiano.

Lo slegai. Tutto il comparto si dileguò dissentendo, lasciandomi sola.

Lui si diresse alla sala da pranzo, io dietro. Si sedette ignorando chiunque, e avidamente mangiò.

Poi, soddisfatto, ritornò a letto.

Scusandomi, lo legai nuovamente.

La mattina seguente fui convocata dalla caposala.

«B…, i pazienti si slegano al mattino, quando c’è il personale medico!».

La guardai stupita: «Ma io sono un personale medico…».

«Sì ma si slega al mattino, che c’è più gente. Poteva succedere qualcosa».

«Ma non è successo!».

«Ma avrebbe potuto!!!».

«Forse ho valutato correttamente, ed è per questo che non è successo nulla».

Chiusi la partita.

*

Altra notte di guardia. Quarto anno. Stesso reparto.

Il terzo era cinese.

[Si sa, l'alterità fa paura. L'alterità dell'alterità fa paura paura]

Ovviamente non parlava italiano, non lo parlano mai.

Con il vecchio cordless alla mano composi il numero di Roma per il servizio di traduzione telefonica. Ed eran tempi ante Covid.

«Buonasera, avrei bisogno di un traduttore cinese… Salve, c’è un suo connazionale qui ricoverato, può aiutarci a comunicare?».

Lui ricominciò a parlare, gli avvicinai istintivamente il cordless alla bocca.

«Dice cose confuse» disse lei.

«Immagino, siam in psichiatria…può gentilmente chiedergli se ha dei parent…»

[tutututututu]

Lì in fondo non si prendeva quasi nulla.

Ricomposi il numero: «Salve, avrei bisogno di un traduttore cinese». Altra operatrice, ovviamente, ricominciamo…

«Può spiegargli dove si trova?».

[tutututututu]

Feci qualche altro tentativo, cercando anche di memorizzare i numeri identificativi per dar continuità alla comunicazione. Niente.

Mi arresi.

Ma lui si agitava, mi guardava, e parlava.

Mi girai verso i miei infermieri: «Non mastico molto il mandarino, ma mi sembra stia chiedendo di essere slegato».

Questa volta erano con me.

Lui si drizzò, si strappò di dosso il pannolone di ordinanza… e poi si udì la sonora pisciata della libertà. Rientrò e, senza nemmeno degnarci di uno sguardo, crollò sul materasso russando.

Questa volta non lo rilegai.

Alle 7.58 ero già davanti alla porta della palazzina, pronta a costituirmi.

Il direttore era un tipo molto puntuale.

«Dottore, ho slegato il cinese, legato si agitava di più».

«Hai fatto bene» e passò oltre.

Uscii a respirare una boccata di sole.

Ero finalmente una donna libera.

C’è un vecchio

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 10/03/2021 - 00:29

Di Lorenza Magliano

C’è un vecchio che vive per strada e che torna e ritorna in pronto soccorso al New Amsterdam Hospital. Lo curano ogni volta – al New Amsterdam curano tutti, pure quelli che l’assicurazione non ce l’hanno – lo tengono a dormire e gli danno da mangiare, poi lo dimettono. Poi il vecchio che vive per strada torna di nuovo. E questa cosa, il tornare, il letto, il cibo, una flebo di acqua e zucchero, costa tempo ed energia ma soprattutto non produce salute e manco un poco di sollievo, oltre quello di un letto e di un pasto caldo, s’intende. Ma il direttore è un tipo nuovo e un poco curioso, va avanti e indietro e parla coi portantini, con quelli imboscati, con gli infermieri e coi medici e chiede spesso: «Come posso aiutarti?» e all’ennesimo ricovero del vecchio senza casa gli prescrive una casa – proprio cosi! – e convince il rettore a pagargliela per la vita, perché conviene anche economicamente e fa salute. E allora rapidamente il direttore curioso accompagna il vecchio senza tetto in una casa vera e quello non se ne fa capace. È contento, probabilmente, ma come si fa stare in una casa vera? Come si bada a se stessi e all’ambiente di vita (direbbe la me che scrive di queste cose)? E allora il vecchio che si sente ancora senza casa pure se ora una casa ce l’ha e non sa proprio che farsene, torna in ospedale. E il medico curioso questa volta un poco si avvilisce (il medico curioso è sostanzialmente uno speranzoso positivo e spesso gli va bene così). Ma mentre sta lì, il medico curioso al capezzale per nulla di moribondo del vecchio che si sente ancora a casa in ospedale, ecco che entra un tipo e chiede come si fa ad andare in un certo reparto. E il vecchio senza casa che ora la casa ce l’ha ma non sa bene che farsene è prontissimo e preciso nella risposta: «E vai di qua, e gira lì, e prendi l’ascensore, e scendi e svolta…». E allora il medico curioso fa gli occhi da Archimede e gli propone di fare la guida come lavoro, e si intuisce che al vecchio la cosa fa proprio piacere e che quella attività socialmente utile (direbbe sempre la me che scrive di queste cose) è come un lavoro protetto dall’esperienza e forse è il primo passo per capire pure come passare da una casa di cui non si sa bene che farsene a una casa per sé.

La serie New Amsterdam su Netflix, a noi che ostinatamente parliamo, semplicemente, di comunità possibili, piace molto e fa compagnia in questo tempo infame. Perché sì, pure in questo tempo che non avremmo voluto c’è qualcosa di buono che ci può fare pensare.

Pretesti. Un libro al mese per ripensare alla cura e alle pratiche della salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 09/03/2021 - 14:52

Proseguono gli appuntamenti con la lettura promossi da Conferenza Basaglia per confrontarsi sullo stato di salute della sanità pubblica ai tempi del Covid a partire dalla lezione basagliana. Protagonista dell’incontro di giovedì 11 marzo sarà il libro Restituire la soggettività. Lezioni sul pensiero di Franco Basaglia del filosofo Pier Aldo Rovatti

Anche a marzo non mancherà l’appuntamento mensile con la lettura promosso da CoPerSaMM, la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, che attraverso il progetto Leggere per trasformare, finanziato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, intende riprendere pubblicamente il discorso attorno ai temi della cittadinanza e del diritto alla salute. Al centro dell’incontro, in programma giovedì 11 marzo alle 18, il libro Restituire la soggettività. Lezioni sul pensiero di Franco Basaglia del filosofo Pier Aldo Rovatti. Un testo, questo edito dalle Edizioni alpha beta Verlag di Merano nella Collana 180, che non è una semplice ricostruzione dell’opera di Basaglia, né tanto meno una sua santificazione, ma il tentativo di mettere in evidenza problemi che restano attualissimi. E che se lo erano nel 2008, quando queste lezioni sono state tenute, e nel 2013, quando il libro è stato pubblicato, lo sono ancor di più oggi, nel pieno di una pandemia che ha reso il diritto alla salute sempre più precario e sempre meno garantito.

A che punto è la restituzione della soggettività che Basaglia aveva intrapreso, allargando lo sguardo ben oltre i manicomi? Nel 2021, in Italia e non solo, possiamo tutte e tutti dirci cittadine e cittadini a pieno titolo, nelle condizioni di godere di tutti i diritti che la Costituzione ci riconosce? In un’epoca di distanziamento cosa significa non corrispondere all’etichetta di normalità? L’emergenza ha aumentato e sdoganato il potere del medico?

Con Pier Aldo Rovatti, già docente universitario e direttore della rivista aut aut, che al pensiero di Basaglia ha dedicato tempo e attenzione oltre a queste lezioni tenute a Trieste nell’anno accademico 2008/2009 nell’ambito di un corso di Filosofia teoretica, ne discuteranno la docente Silvia D’Autilia, esperta di storia della psichiatria e del rapporto tra soggetto e istituzioni, e gli psichiatri Mario Novello e Stefano D’Offizi. Saranno presenti anche Giovanna del Giudice, presidente di Con/F/Basaglia, l’associazione promotrice, Peppe Dell’Acqua, psichiatra e infaticabile divulgatore, direttore della Collana 180-Archivio critico della salute mentale, e l’attrice Sara Alzetta, che proporrà dei brani tratti dalla pubblicazione.

Sarà possibile seguire l’evento, realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Trieste e con l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, dalla pagina Facebook di Copersamm.

Intervista a Franco Rotelli

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 25/02/2021 - 19:03

Di Luisa Pozzar

[articolo uscito su Avvenire il 23 febbraio 2021]

La pandemia impone di superare il modello Rsa per un sistema misto. «C’è bisogno di quella che noi chiamiamo la città che cura, dove pubblico, terzo settore e altri enti sociali lavorano insieme».

Il 30 aprile, termine previsto per la presentazione dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (Pnrr), è ormai dietro l’angolo. Tra i diversi soggetti che a suo tempo si erano autoconvocati per offrire al ministero della Salute delle sollecitazioni in ottica Next Generation Eu, vi è anche la Conferenza Permanente sulla Salute Mentale nel Mondo (CoPerSaMM), realtà nata a Trieste nel 2010 e figlia della straordinaria esperienza basagliana. «Abbiamo partecipato, come Conferenza Basaglia, a questo movimento che si propone di spendere bene i fondi europei rispetto alla sanità» spiega Franco Rotelli, medico psichiatra, stretto collaboratore di Franco Basaglia per 10 anni, già consulente Oms e già direttore generale dell’Azienda Sanitaria triestina, autore di numerose pubblicazioni, nonché primo presidente di CoPerSaMM e firmatario del manifesto del Welfare di Prossimità. «L’obiettivo principale di una rivoluzione in campo sanitario per noi sta – spiega Rotelli – nell’infrastrutturare le realtà socio-sanitarie a carattere territoriale e, insieme a questo, nel rafforzare l’assistenza domiciliare. Una visione che sposta l’attenzione dall’ospedale al territorio, dall’attività prestazionale all’attività di presa in carico complessiva della persona. Questa politica deve essere sviluppata in particolare rispetto agli anziani». E subito i numeri: «Parliamo di 500mila persone nelle cosiddette Rsa, etichetta che, ormai impropriamente, identifica le case di riposo; ma anche di oltre 50mila persone in residenze psichiatriche di lungo periodo, che non sono i vecchi manicomi, ma non hanno nulla a che vedere con un buon servizio di salute mentale» prosegue Rotelli. «Noi, partendo dall’esperienza della psichiatria, sosteniamo che questa politica vada ampliata a tutto l’ambito della sanità con molta più forza di quanto non si sia fatto finora e abbiamo presentato un manifesto, insieme a molte associazioni, per chiedere al Governo un cambio deciso di rotta». Istanze che si trovano riconosciute nella Missione 6 del testo del Pnrr quando si parla di Case della Salute, Case di Comunità ecc.: «Sono parole buone: si tratta di articolarle di più e di finanziarle meglio per rendere questo discorso più incisivo e più credibile. Su questo facciamo leva e speriamo che il governo rafforzi ipotesi e strategie».

La pandemia ha messo sotto gli occhi di tutti il paradigma o ospedale o abbandono ed è chiaro per Rotelli che si tratta di una visione «veramente inaccettabile. Esistono esperienze in giro per l’Italia in cui i servizi territoriali ci sono e sono stati costituiti. I distretti socio-sanitari dovrebbero essere il perno dell’assistenza al cittadino e va sottolineata la parola socio-sanitari perché la presa in carico delle persone deve essere complessiva e non prestazionale». Da qui lo sguardo si apre ad altre questioni altrettanto importanti: «C’è bisogno di quella che noi chiamiamo la città che cura, dove pubblico, terzo settore, altri enti sociali lavorano insieme per curare le persone. In qualche modo il servizio pubblico deve attivare il resto del sistema sociale». Ma serve anche, invece di continuare a costruirne di nuove, «svuotare le Rsa e attivare da subito un grande Osservatorio che guardi a ciò che succede lì dentro, anche rispetto alla presenza delle multinazionali nel meccanismo degli appalti». Senza dimenticare l’urgenza di «cambiare tutto rispetto agli indicatori economici. Dobbiamo capire quanto spendiamo per queste forme di istituzionalizzazione e costruire dei sistemi alternativi che possono essere molto più produttivi, chiamando in causa molto più lavoro utile e molto meno profitto fatto da capitale internazionale».

Resta molto da fare anche sulla tendenza dell’informazione a «glorificare gli ospedali dando scarsissima attenzione alla quantità e alla qualità dei servizi territoriali». Ma anche sul tema della formazione dei medici di medicina generale e dei medici di famiglia «che sono oggetto di una formazione autarchica, non hanno alcuna forma di accreditamento o di dipendenza e diventano sempre più burocrati o fornitori di ricette elettroniche nelle farmacie». Su questo Rotelli è categorico: «La prima cosa da fare è spazzare via il vincolo di assunzione per le Aziende Sanitarie». E poi impegnarsi per costruire alleanze: «Sono le uniche che possono sostenere la presa in carico delle persone. Altrimenti si distrugge tutto il capitale sociale».

Legare non è un’arte

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 25/02/2021 - 18:54

Di Amedeo Gagliardi

Ho letto il libro di Paolo Milone e alcune delle recensioni che lo hanno seguito, ad iniziare da quella di Nicola Lagioia su Robinson, di Vittorio Coletti su Repubblica di Genova e di Paolo Peloso su P.O.L. Voglio qui dare il mio contributo di lettore, operatore sociale, membro del Circolo di studio sul lavoro sociale Oltre il Giardino e Portavoce del Coordinamento per Quarto.

Penso che questo sia un testo importante e che merita di essere letto. I libri che nascono dall’esperienza sono sempre importanti, soprattutto se, come in questo caso, raccontano un’esperienza intensa che ha coinvolto l’intera vita dell’autore.

Sulle questioni stilistiche non posso dire molto, sono un semplice lettore, ha già detto Nicola Lagioia su Robinson di Repubblica, dove lo accosta allo Spoon River di Edgar Lee Master «per forma, oggetto di scavo, capacità di indagine». Il testo procede per epigrammi, una soluzione che stringe il lettore verso l’angolo della riflessione attraverso numerose sequenze narrative divise in capitoli, i quali assumono gradualmente tutti i sapori e i dolori dell’esperienza della sofferenza psichica, facendone emergere contraddizioni, incongruenze e paradossalità. La lettura prosegue in modo coinvolgente e il succedersi ritmico di questi frammenti, alcuni di notevole intensità, ben rappresenta l’esperienza di chi accanto alle persone e al loro dolore psichico è riuscito a mantenere presenza qualificata ed umana.

Si comincia dai due luoghi in cui l’esperienza nasce e si manifesta, il Reparto 77 e la Stanza del Glicine. Con il primo si fa riferimento al reparto di diagnosi e cura di uno dei grandi ospedali genovesi, con il secondo allo studio professionale. Il racconto procede attraverso diversi capitoli che conducono il lettore nei meandri della cura, sullo sfondo Genova. Tra un vicolo e l’altro, tra le piazzette e gli interni delle chiese, tra una discesa e un affaccio al mare, compaiono i volti, le sofferenze delle persone e l’umanità dell’autore. Incontriamo Lucrezia, Filippo, Rufo, il collega che si precipita a tutti i convegni, gli infermieri e tanti altri. Come ha anche sottolineato Vittorio Coletti vengono raccontati in forma originale molteplici episodi, a conferma di come anche la prosa possa diventare poesia, andando oltre l’esperienza e creando quello spazio sublime capace di accogliere con senso anche il dolore più grande, la tragedia più inaspettata.

Si arriva così agli ultimi capitoli. Qui il racconto, riprendendo il titolo L’arte di legare le persone, cambia tono e in modo inaspettato diventa saggio. Dalla lirica comincia ad emergere una teoria su quest’ipotetica arte, la tecnica della contenzione, e sulla sua decisiva importanza. Qui la parola diventa paglia, prassi inutile. Così anche la psicologia diventa una pratica che si preoccupa solo di cercare un colpevole, strada non percorribile in psichiatria. Gradualmente si fa strada quello stereotipo secondo cui la pericolosità del matto rioccupa l’intero spazio della scena e la complessità della cura ridotta a battaglia personale, tra la bontà di un abbraccio e la severità di una contenzione.

A questo punto la mia lettura diventa incerta, i volti delle persone scompaiono, ricompaiono le caratterizzazioni delle diagnosi, i tanti luoghi comuni che spezzano quella continuità antropologica tra gli umani, siano essi psichiatri, matti, curanti o pazienti. Ritorna l’alieno, come giustamente afferma Paolo Peloso nella sua recensione su P.O.L. Qui la tecnica, addirittura l’arte, sentenzia sul mondo, in una relazione totalmente asimmetrica che tende ad escludere il dubbio e la perplessità. In questo finale l’interesse per la malattia sovverte l’indicazione della riforma della fine degli anni Settanta, che non ha mai negato la sofferenza psichica e la malattia mentale, ma voleva metterla tra parentesi, cercando di farsi prossima al malato, evitando di separare la malattia dalla sofferenza della persona. Qui la malattia torna ad occupare la centralità dell’interesse del curante, un ritorno che storicamente ha permesso l’agibilità delle cure più estreme e più assurde.

È per questi motivi che mi sono spinto a scriverne. A mio parere il titolo e le sue conclusioni pongono dei rischi nel rappresentare la cura in salute mentale e nel costruire un immaginario collettivo, rispetto a questo tema, che rinforza la paura, lo stigma e la vergogna. La lettura dell’articolo di Vittorio Coletti, che considero un autorevole osservatore della vita cittadina, mi ha confermato questo rischio. Coletti è entusiasta del libro perché lo considera finalmente non negazionista: «Milone sa che la pazzia esiste, non è un’invenzione sociale come hanno creduto menti abbagliate dalla propria intelligenza». Coletti individua dunque questa negazione all’origine della riforma che ha chiuso i manicomi scaricando la cura «allegramente sugli sventurati parenti». Accogliere questo libro come testimonianza dell’Arte di fronteggiare la malattia mentale rischia di far diventare questo corpo a corpo solo personale, riducendo nuovamente la follia ad una questione individuale, riportandola in ordine alla sola sua pericolosità sociale e ridando fiato alla costruzione di apparati scientifici, processi amministrativi e rapporti di potere che la riconducono ad un oggetto da separare dalla sofferenza della persona in relazione al contesto sociale. Ancora Coletti nella recensione: «Lo psichiatra può curarla, per quello che si può, solo standole fisicamente vicino, come un chirurgo abbracciandolo e persino, se occorre, come recita il titolo del libro, legando il malato, sporcandosi il camice, prendendo botte, sputi, lacrime, riducendo la distanza fisica, fino alla colluttazione e all’abbraccio.»

È purtroppo vero che molte famiglie hanno vissuto e continuano a vivere l’esperienza della malattia mentale nella solitudine. È per questi motivi che rimane latente il desiderio di un ritorno ai manicomi, a luoghi in cui concentrare e separare il problema. Sappiamo però che la questione è più complessa e che i muri storicamente non sono mai stati in grado di restituire cure adeguate, né buon governo della convivenza, invece hanno fornito ottimi alibi per costruire solidi rapporti di potere. È vero anche che gli anni seguiti alle riforme, purtroppo, non sono stati all’altezza delle aspettative. Fatti salvi pochi centri di eccellenza e tante piccole iniziative lodevoli, nelle politiche generali di salute mentale in Italia si fatica a mettere al centro la persona sofferente, il suo sapere esperienziale, i suoi bisogni, un coinvolgimento attivo in percorsi di recovery. Diversi i motivi. Nel nostro Paese viene investito appena il 3% del Fondo sanitario nazionale in questo ambito, mentre in altri Paesi europei (Germania, Francia, Inghilterra) questa percentuale oscilla tra il 10 e il 15%. Ma c’è anche una questione culturale per cui dove prevale è il sapere dei medici rispetto a quello degli utenti e dove le procedure standardizzate, quasi sempre appiattite verso il basso, vengono preferite a soluzione innovative, coinvolgenti, aperte e talvolta anche più convenienti da un punto di vista economico. Ancora alcuni numeri per comprendere meglio. I lavoratori nell’assistenza sociale sono in Italia 10 ogni 1000 abitanti contro i 22 dell’Europa. La questione culturale rimane centrale, anche per come si investono le risorse: ricordo che i sistemi di cura, soprattutto in salute mentale, sono costruzioni socio-culturali, non neutri apparati scientifici. In questo senso il testo di Milone pone dei rischi. L’arte e la conseguente tecnica a cui fa riferimento diventa una relazione di aiuto orientata esclusivamente all’impresa individuale. Un corpo a corpo con l’altro, una relazione a due esclusiva, che mette in azione una competenza che esclude l’appartenenza a un progetto collettivo e più complesso. Qui la questione della violenza diventa nodale, non perché si tratta di malattia mentale o di matti ma perché si tratta di persone e di relazioni. E la violenza trova spesso origine in una relazione ridotta a dimensione duale, che diventa cannibalica, dove io mangio te o tu mangi me, dove il terzo viene completamente estromesso. Il fine di quest’arte pertanto non può fermarsi alla contenzione, anche la psichiatria d’emergenza ha la necessità di recuperare un oltre. Per provarci bisogna uscire da un io che nella relazione con il tu rinuncia alla mediazione del noi. È attraverso la dimensione del noi che l’io può osservarsi da una prospettiva riflessa ed estranea. È in questa relazione a tre che si può allentare la violenza e riconquistare una visione di se stessi più estranea, diversa, che dia modo di sospendere convinzioni incistate, restituendo fiducia nel cambiamento, nel futuro.

Negli ultimi anni, con grande fatica, anche a Genova si è provato a riprendere un cammino in questo senso. Un cammino iniziato nato 2012 a seguito di un’imbarazzante vicenda. A seguito della vendita del Complesso dell’ex Ospedale Psichiatrico di Quarto, per liberarlo dai circa ottanta pazienti che vivevano lì, ASL3 procedeva con una gara al massimo ribasso, per lotti di venti. Questo succedeva nel quasi totale silenzio degli oltre cinquecento operatori impegnati nel Dipartimento. La reazione non tardò. Alcuni familiari fecero causa ad ASL3 per maltrattamenti e parallelamente si costituì un Coordinamento capace di manifestare indignazione e maturare un nuovo impegno civile su questo tema. Negli anni questo impegno ha maturato la costruzione di un Patto per la Salute Mentale, La città che cura, per ricostruire fiducia e tenere insieme una pluralità di protagonismo. Un cammino tutto in salita.

Ritorno infine sul libro, che invito a leggere. A mio avviso dalla narrazione emerge con forza anche la solitudine dell’autore. Questo è un sentimento che professionalmente condivido e sul quale credo sia importante tornare a riflettere collettivamente. In questo mestiere di grande esposizione al male e alla sofferenza emerge con prepotenza questa dimensione anche per l’operatore. Il dolore, la sofferenza psichica possono essere molto coinvolgenti e particolarmente contagiosi, e questo dovrebbe essere un ulteriore motivo per cercare di rimanere incardinati in una dimensione sociale e di lavoro di gruppo. Non solo la persona che esprime una sofferenza psichica va reinserita in una dimensione collettiva, ma anche l’operatore ha necessità di nutrirsene. Se si vuole pensare ad una relazione di aiuto come ad un’arte, anche nelle pratiche più estreme, come nella psichiatria d’urgenza, credo sia bene ricominciare a declinare una dimensione più vasta. Un’arte deve essere capace di dare un respiro nuovo. Spesso gli operatori si sentono soli o, ancora peggio, per non rischiare di sentirsi soli cercano di coinvolgersi il meno possibile. Se c’è un’arte di cui abbiamo bisogno, e che questo libro conferma quanto sia importante ricercare insieme, è quella del ricucire legami significativi per restituire fiducia ed efficacia all’impegno di tutti, pazienti e operatori. Questo legame può essere ricercato restituendo libertà alle persone: come afferma Anna Maria Ortese in Corpo Celeste, la libertà è «respiro universale, rollio inavvertibile e misterioso della vita».

Speriamo che il contributo di Paolo Milone vada in questa direzione.

Per la salute mentale in Lombardia c’è ancora molto da fare

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 25/02/2021 - 18:24

Brescia, 22 febbraio 2021

Lettera aperta

La riforma della sanità lombarda e la rete territoriale dei servizi per la salute mentale

Complice la pandemia, la polemica tra Sindaci, Regione e Governo e da ultimi la crisi ed il cambio di Governo, la discussione sulla riforma della legge regionale 23 del 2015 viaggia in canali non aperti al pubblico dibattito.

È tenuta sequestrata dalla Giunta Regionale che ne ha addirittura esternalizzato la proposta modificativa e, per altro verso, la costruzione di una posizione unitaria del centrosinistra lombardo viaggia probabilmente tutta interna alla mediazione tra partiti.

Quindi per ogni verso, se esiste, è una discussione per nulla aperta al dialogo con gli operatori, i cittadini utenti, le associazioni, le organizzazioni sindacali.

Come si dovrebbe sapere, il Governo, dopo aver concesso un periodo di sperimentazione, ha sonoramente bocciato la legge regionale lombarda, imponendo modifiche di sostanza.

Il documento del Governo, pur lodando il principio della presa in carico della cronicità (che invece è stato un esperimento, per il momento fallito, di privatizzazione della medicina territoriale di base) ne ha imposto una modifica sostanziale, per riallinearla alla normativa nazionale.

Quindi la legge va cambiata.

La pandemia, come tutti hanno constatato, ha messo in evidenza il fallimento della rete territoriale scaricando il peso dell’emergenza sugli ospedali e lasciando morire sole, senza assistenza e cura, centinaia di persone (inchieste in corso).

Ora, alla bocciatura della LR 23/2015, il centrosinistra bresciano risponde con la proposta principale di scorporare l’ospedale cittadino dalla ASST, con l’obiettivo di trasformare il Civile in azienda autonoma ed in prospettiva in Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, liberandolo dall’onere di dover seguire ed organizzare la medicina del territorio.

A quest’ultima viene dedicato un documento che, pur contenendo proposte sacrosante, come la ricostruzione dei Distretti e la dimensione provinciale della ASST, lascia nel vago e nell’ambiguità proprio quella medicina territoriale a cui si dovrebbe dare una priorità.

Noi pensiamo che sia questo, invece, il momento di chiarire che cosa debba essere di preciso la medicina territoriale.

Il Civile è un bene prezioso intendiamoci, ma l’I.R.C.C.S. è una scorciatoia sbagliata.

Sbagliato partire dall’ospedale lasciando in secondo piano proprio la medicina territoriale.

Se ci si crede, è proprio questo invece il momento di organizzare le Case della salute, di recuperare i servizi azzerati nel tempo (dai consultori ai servizi psichiatrici territoriali, alla prevenzione), di recuperare un ruolo positivo dei Medici di Medicina Generale che debbono essere incentivati a lavorare in forma associata senza dover competere con gestori privati.

Quando dovremmo farla questa discussione se non ora?

Prima deve venire il territorio che è stato colpevolmente devastato.

Alle persone va garantito un accesso guidato alla cura, una tutela che tenga conto dell’insieme dei loro bisogni (integrando i servizi sanitari, sociosanitari e sociali).

Non dopo, ma prima!

Da tempo noi denunciamo la carenza dei servizi territoriali dedicati alla cura del disagio psicologico e psichiatrico.

Servizi che già con la LR 31/97 dell’allora Governatore Formigoni vennero scorporati dalle costituende ASL e messi alle dipendenze dell’ospedale, subendo una drammatica sudditanza dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura e perdendo così centralità nel percorso di prevenzione, cura e riabilitazione delle persone con sofferenza psichica (ruolo invece riconosciuto dal piano di salute mentale regionale).

Ora, qualora vi fosse lo scorporo dall’ospedale dell’insieme dei servizi territoriali, siamo certi che la rete territoriale dei servizi psichiatrici seguirebbe questa via?

Vorremmo vederci chiaro e vorremmo che chi fa proposte, avendo chiaro il concetto che i servizi per la salute mentale sono servizi sociosanitari, si confrontasse con i bisogni di utenti, familiari ed operatori.

Alleanza per la Salute Mentale

Associazione Marco Cavallo – Forum Salute Mentale Brescia

Quei malati dimenticati

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 22/02/2021 - 00:06

[Illustration by Tamara Shopsin]

I centri di salute mentale nel discorso del premier

Di Maria Novella De Luca

[articolo uscito su Repubblica il 19 febbraio 2021]

C’erano due parole fondamentali nel discorso pronunciato al Senato dal nuovo premier Mario Draghi, entrambe iniziano con la C e sono sfuggite ai più. Citando la sanità territoriale e la medicina di prossimità, Draghi ha indicato, tra i servizi da rilanciare, anche i consultori e i centri di salute mentale. E colpisce (favorevolmente) che un premier appena incaricato sia stato così preciso nel segnalare due reti sanitarie tra le più importanti, ma anche tra le più trascurate e ignorate della storia italiana degli ultimi decenni. Con il coraggio di parlare della categoria più scomoda: i malati di mente. i pazienti psichiatrici, i “matti” insomma, novecentomila persone che sembrano scomparse dall’agenda di tutti i ministri della Sanità.

Nascono negli anni Settanta i consultori e i centri di salute mentali, figli di un’idea democratica della medicina che cerca di avvicinarsi alla persona, realizzando, anche, di fatto, una rivoluzione culturale. I consultori, istituiti nel 1975, sono infatti luoghi di tutela gratuita della maternità, ma anche del primo approccio di massa alla contraccezione e poi di garanzia della legge 194 sull’aborto. E così i centri di salute mentale, che diventano la realizzazione territoriale della cura psichiatrica fuori dai manicomi così come l’aveva pensata Franco Basaglia. Curare la malattia mentale non isolando il paziente dal mondo dei “normali”, internandolo con i suoi simili, ma curarlo nella società, con un servizio psichiatrico “di prossimità”. Chiusi (lentamente) i manicomi con una rivoluzione epocale e incompiuta, la legge 180 istituisce i Dsm, i Dipartimenti di salute mentale, che comprendono i centri sul territorio, più piccolissimi reparti ospedalieri per i casi più acuti, e le comunità dove sperimentare anche una vita autonoma. UN’idea straordinaria e umana, peccato, come sappiamo, che non sia mai stata pienamente concretizzata, se non in alcuni fazzoletti d’Italia, Gorizia dove tutto cominciò, Trieste, Trento, Reggio Emilia e poco altro. Se i consultori sono infatti in un certo senso sopravvissuti, la “psichiatria territoriale” è invece precipitata in una crisi profonda. E questo nonostante la professionalità (diciamo anche abnegazione) di chi ancora in quei servizi lavora e crede: psichiatri, psicologi, educatori, costretti dai tagli a turni massacranti e sottoposti al serio rischio di burnout.

La rete dei 3.800 centri di salute mentale, però, come denunciano da anni le associazioni di familiari dei pazienti, è ormai una “rete bucata”. Servizi aperti poche ore al giorno, cure erogate senza continuità, frequente ricorso ai trattamenti sanitari obbligatori, spesso invocati da famiglie stremate dalla gestione di un familiare con disabilità mentale. L’abuso di farmaci, l’abbandono delle psicoterapie, nessun investimento sul reinserimento dei pazienti, sempre più confinati in comunità che sono parcheggi per “diversi”: matti, clochard, drop-out. E mentre contenzione ed elettroshock sono di nuovo prassi in molti ospedali, avere una patologia psichiatrica, o essere familiari di un “matto” è tornato ad esser fatto privato: chi ha soldi si cura, chi non ne ha si ritrova marginale e solo insieme a coloro che lo amano. Il sogno dimezzato della legge 180, i cui centri di salute mentale sarebbero dovuti essere (e in alcuni casi lo sono stati) il passaggio da una “psichiatria di contenimento” a una psichiatria di cura riabilitazione. Per questo le parole di Draghi sul rilancio dei servizi territoriali sono fondamentali: perché i pazienti psichiatrici tornino a essere considerati persone e non più soltanto malati.

Basterà il Ministero alla Disabilità per superare la separazione tra Sanità e Sociale?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 21/02/2021 - 23:32

Di Fabrizio Starace

[articolo uscito su ripartelitalia.it]

Tra le novità introdotte dal Governo Draghi, l’individuazione di una specifica delega per la disabilità, affidata alla Senatrice Erika Stefani. In realtà, l’ipotesi di porre sotto un’unica guida le misure e gli interventi per le persone disabili era stata già percorsa nei Governi Conte, prima con il Ministero della Famiglia e della Disabilità, poi con l’assunzione della delega da parte del Presidente del Consiglio, senza tuttavia effetti di rilievo.

Non ha mai visto la luce, infatti, l’annunciato “Codice per la persona con disabilità”, in cui concentrare tutte le norme in materia: il disegno di legge di delega al Governo, approvato il 28 febbraio 2019 dal Consiglio dei Ministri, non ha superato il vaglio della Ragioneria dello Stato. Di esso rimane l’elenco, al comma 2, delle aree da coordinare e semplificare: a) definizione della condizione di disabilità; b) accertamento e certificazione; c) disciplina dei benefici; d) sistemi di monitoraggio, verifica e controllo; e) promozione della vita indipendente e contrasto dell’esclusione sociale; f) abilitazione e riabilitazione; g) istruzione e formazione; h) inserimento nel mondo del lavoro e tutela dei livelli occupazionali; i) accessibilità e diritto alla mobilità.

Aree di criticità che peraltro erano state già dettagliatamente affrontate nel “Secondo programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità”, adottato con DPR del 12 ottobre 2017, ampio documento per orientare le politiche e i servizi per le persone con disabilità.

Tra le 8 linee di intervento, le 47 azioni generali, le 205 azioni specifiche, che hanno purtroppo ricevuto scarsa attenzione ed ancor più limitata applicazione, crediamo vada sottolineata l’analisi che apre il capitolo dedicato a “Salute, diritto alla vita, abilitazione e riabilitazione”: «…si constata come le politiche sanitarie risultano ancora fortemente centrate su modelli di cura che mettono al centro la malattia e non la persona con disabilità nel suo contesto di vita e le sue progettualità di inclusione e partecipazione alla comunità, con una forte carenza di integrazione di policy in particolare sociosanitaria, una accentuata carenza di collegamento tra Ospedale e Territorio, percorsi non ancora compiuti di riqualificazione delle cure intermedie e del livello delle cure primarie. Non può dirsi pienamente realizzato il processo di integrazione socio-sanitaria e permangono in molte aree del paese forti difficoltà nel costruire progetti personalizzati che mettano effettivamente al centro la persona con disabilità assicurando la pienezza ed effettività dei principi di autodeterminazione ed empowerment. Prevale poi un approccio basato sulla singola patologia o condizione…».

L’individuazione di un dicastero “dedicato” alla disabilità è un indubbio passo avanti in termini di vision unitaria del tema, ma rischia di replicare nelle forme di governo la carenza di integrazione tra competenze istituzionali sanitarie e sociali, più volte indicata quale vero ed insormontabile ostacolo alla realizzazione di progetti personalizzati sul piano terapeutico, riabilitativo, assistenziale, tutelare, nel rispetto dell’unitarietà e della centralità della persona.

Più recentemente, anche il Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza ha assegnato alle politiche sociali e sanitarie compiti sostanzialmente convergenti, auspicandone l’integrazione. Ancora una volta è stata affidata la realizzazione di interventi innovativi a una strategia che ha mostrato tutta la sua inefficacia. La nuova stesura del PNRR che si annuncia da parte del Governo Draghi costituisce una straordinaria occasione per la parallela, strutturale riforma della pluridecennale frattura tra sociale e sanitario.

Gli oltre 3 milioni di italiani che, a causa di problemi di salute, presentano limitazioni nello svolgimento di attività abituali e ordinarie (persone anziane, con disabilità, persone con problemi di salute mentale e/o dipendenze, o con disturbi del comportamento) hanno bisogno di progetti personalizzati di intervento caratterizzati dalla inscindibilità degli apporti professionali sanitari e sociali e dalla indivisibilità del loro impatto sugli esiti.

Non è sufficiente riconoscere questa realtà in atti normativi, in piani d’azione, in linee di indirizzo. È illusorio pensare – e tutte le analisi lo dimostrano – che l’impulso all’intervento integrato proveniente dai documenti programmatori, possa essere recepito e adottato in maniera ordinaria da servizi sanitari e sociali strutturalmente organizzati e gestiti in maniera autonoma e separata. Crediamo sia un errore ritenere che le criticità dipendano dalla carenza di risorse e che sia un errore ancor più grave immettere nuove risorse in un sistema che ha bisogno di un radicale riordino: vanno modificate innanzitutto le modalità con cui le risorse vengono utilizzate, pervenendo al governo unitario di tutta l’area dell’integrazione sociosanitaria, quale riforma necessaria al buon uso delle risorse europee.

Risorse che non sono trascurabili: quelle previste nell’ultima versione del PNRR sono stimabili a circa 15 miliardi di Euro (considerando la componente 5.1 Politiche per il lavoro; la componente 5.2 Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, in cui sono previsti progetti per Servizi socioassistenziali, disabilità e marginalità e per Housing sociale; la componente 6.1 Assistenza di prossimità, in cui sono previsti finanziamenti per Casa della Comunità e presa in carico della persona, Casa come primo luogo di cura, Assistenza domiciliare, Sviluppo delle cure intermedie).

Queste risorse si aggiungeranno a quelle correnti per l’assistenza alle persone con limitata autonomia (attività sanitarie e sociosanitarie per long term care, attività e misure sostenute dalle Politiche Sociali, erogazioni assistenziali a carico dell’INPS) stimabili per difetto in oltre 20 miliardi di Euro all’anno, senza considerare gli stanziamenti autonomamente deliberati a livello regionale e comunale.

Appare evidente che le risorse già impegnate e quelle che verranno rese disponibili con i Fondi Europei sono adeguate a far compiere al Paese un significativo salto di qualità nella direzione di un welfare inclusivo, generativo, motore di ripresa e resilienza. A patto che le stesse vengano utilizzate in un sistema di governance unitario che superi i limiti, i confini di competenze e le autoreferenzialità attuali.

L’occhio

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 17/02/2021 - 14:43

[Photograph by Marko Opancina / Alamy]

Di Guido Nicoli

La notte è madre, come una madre mi culla, ma io sono inquieto, mi rigiro tra le coperte, sudo. Fuori un cane abbaia. Fa molto caldo. Cosa vorrà questo cane? Perché continua ad abbaiare? Forse sta segnalando una presenza? Un agente segreto che mi tiene d’occhio? Ho paura, qualcuno mi osserva, è certo. Mi alzo per controllare fuori dalle finestre se c’è qualcuno: mi pare di intravvedere un’ombra segnata dai lampioni della strada. Allora c’è davvero qualcuno. Controllo che la porta sia chiusa a chiave, poi mi sdraio sul letto. Sono nudo, non sopporto nessun vestito addosso con questo caldo. Ascolto con attenzione i rumori che sento fuori. Il cane ha smesso di abbaiare, ma solo per poco. Si sentono i rumori delle macchine che passano lungo la via Cremasca, non sembra ci sia molto traffico, saranno le cinque. Guardo la sveglia: cinque e dieci. Non riesco a prendere sonno, mi sento strano. Prendo il rosario nero nel cassetto, è il rosario di un santo, ma non ricordo quale, dovrebbe proteggermi dalle forze oscure, che non si vedono ma sono sempre presenti, e ti osservano, ti spiano, ti tengono d’occhio. Sento il suono sordo di un aereo che decolla dall’aeroporto di Orio al Serio, sarà un aereo spia, forse sta già registrando i miei movimenti, che sono minimi, cerco di tenermi fermo, immobile, che non possa destare sospetti. Così, atterrito e sudato, attendo che appaiano le prime luci dell’alba, e dopo un tempo che mi è parso lunghissimo, scandito solo dal ritmo monotono della vecchia sveglia, vedo la camera illuminata dalla luce del mattino, allora mi alzo, fumo una sigaretta, nudo sul divano del salotto, ho ancora in mano il rosario, sussurro mentalmente delle preghiere confuse e spengo la sigaretta nel posacenere per accenderne un’altra subito dopo. Mi alzo di scatto e vado verso la libreria: prendo la Bibbia e la apro a caso:

«Lettera di Giuda: Carissimi, avevo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra salvezza, ma sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte. Si sono infiltrati infatti tra voi alcuni individui – i quali sono già stati segnati da tempo per questa condanna – empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio, rinnegando il nostro unico padrone e signore Gesù Cristo.»

Sono certo io l’empio, il peccatore, allora mi distendo per terra, mi rannicchio e, baciando il rosario, imploro il Signore di assolvermi dalle mie colpe, e piango, e tremo, il pavimento è bagnato dal mio sudore. Mi rialzo. Accendo la televisione.

Le torri gemelle bruciano, si vedono persone che si lanciano nel vuoto: tutta colpa mia, e loro lo sanno. Mi osservano, sento il suono di un elicottero, mi stanno tenendo d’occhio, la televisione continua a mandare le immagini tragiche dell’attacco dell’11 settembre, io mi alzo e vado verso la finestra, guardo fuori, non c’è nessuno, il cane da molto ha smesso d’abbaiare, l’agente segreto deve essere andato via. Mi sento male, provo una grande angoscia ma non ne sono cosciente, solo continuo a camminare avanti e indietro tra il salotto e la cucina, pieno di paura, e il suono delle immagini tragiche mandate dalla tv. Continuo a muovermi senza senso, vorrei fuggire, ma sono un animale in gabbia. Mi cresce la rabbia, la rabbia per i peccati che ho commesso, e che ora ricadono su quei disgraziati che si lanciano dalle torri gemelle. Prendo un bicchiere dal tavolo e in uno scatto d’ira lo scaglio per terra. Il bicchiere va in frantumi lasciando schegge di vetro disperse sul pavimento, ma io non me ne accorgo, continuo a muovermi disperato avanti e indietro, braccato, i pezzi di vetro si infilzano nella carne dei miei piedi e inizio a lasciare tracce di sangue per tutto l’appartamento, ma non me ne accorgo, non sento dolore, solo sento la voce del cronista inglese che commenta: non capisco nulla, ma la voce è piena di paura, si sente l’ansia, la sua ansia, la mia angoscia, mi accascio, mi tocco i piedi e mi accorgo che vi sono conficcati dei pezzetti di vetro. Ho paura. Giuda aveva ragione: io l’empio, il peccatore, e ora questi tagli, come me li son fatti? Una punizione, un segno, forse un giusto supplizio per espiare la mia colpa. Tolgo tremando i frammenti di vetro dai piedi, me li tengo stretti tra le mani. Il pavimento è tutto macchiato di sangue, e io piango e bacio il rosario del santo e chiedo perdono. Con la lingua lecco il sangue, sento il sapore ferroso, sputo, vado a bere un bicchiere d’acqua, ho sete, molta sete. Vado verso la tv e cambio canale, ma su ogni canale c’è sempre la stessa immagine delle torri che crollano, è il 12 di settembre del 2001, io sono in preda a una crisi psicotica, ma non ne sono consapevole, tutto quello che vivo, dolori e pensieri, per quanto assurdi sono per me reali, pugnalate nel mio corpo di peccatore che non cessa di respirare. Poi sento di nuovo il rumore metallico delle pale dell’elicottero: loro lo sanno chi sono io, mi osservano, mi devo nascondere. Guardo l’armadio di noce antico di mio nonno, che non contiene nulla, e mi chiudo dentro, così non possono vedermi. È buio dentro l’armadio, nessuno mi vede. Nonostante il caldo, sento freddo, tremo, mi tengo stretto tra le braccia, mi accarezzo quasi a volermi calmare, immaginando di essere accarezzato da mia madre, un pezzente consolato, un peccatore che si nasconde allo sguardo di Dio. Sento i commenti in inglese della tv, e guardo fuori dallo spiraglio delle ante socchiuse dell’armadio, non vedo nessuno, non sento nessuno, mi tranquillizzo un poco, forse hanno perso il mio contatto, forse se ne sono andati. Allora mi faccio coraggio ed esco dall’armadio: mi avvicino al tavolo in cucina, mi siedo e cerco un po’ di pace, che non trovo, solo pensieri angosciosi nella testa, pensieri di morte, forse dovrei farla finita, forse, ma come? Vado in camera, è lì che ho nascosto nell’armadio la corda per impiccarmi, ma non la trovo. Butto fuori dall’armadio a caso gli abiti, finché trovo la corda, la prendo e metto una sedia sul letto, per avvicinarmi al gancio di ferro che tiene su il lampadario in mezzo alla camera. Lego la corda e faccio il cappio, infilo la testa, e attendo. Sento la pressione della corda sul collo, ma non ho il coraggio di saltare giù dalla sedia, piango, mi stringo il cappio al collo, cosa si sente quando la corda ti stringe il collo? Sento le vene del collo che pulsano, sento l’aria che mi manca, ma non ho il coraggio di compiere il gesto risolutivo: la corda stringe, ma prima che perda i sensi allargo il cappio e sfilo la testa, poi mi siedo sulla sedia sul letto e piango. Mi vergogno, nudo come un verme, verme del peccato, serpente del male, solo la santa Vergine Maria può schiacciare la testa del serpente, allora prego la Vergine Maria: «Ave, Maria, gratia plena, Dominus tecum. Benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus…». E ripeto continuamente la preghiera, per un tempo di cui ho perso il senso, è come se fossi in un altro luogo, forse in un deserto, tentato dal demonio, ma no, no che non mi butto dal monte più alto, non mi inganni Satana, continuo a pregare, unica arma di cui dispongo, poi mi lascio scivolare dalla sedia al letto, e ancora mi rannicchio, quasi volessi tornare nell’utero materno, quasi volessi perdere la coscienza: un feto ha coscienza? Un feto vive in uno stato di grazia, senza colpa, è questo che cerco, pace, solo pace, ma sento un vuoto nel ventre, un pesante senso d’angoscia. Per un po’ resto rannicchiato sul letto a piangere, i piedi che sanguinano, il sudore sulla pelle, gocce che bagnano il mio corpo quasi fosse un battesimo redentore, poi di nuovo sento dei rumori, dei passi, il cane riprende ad abbaiare. Scendo dal letto e mi avvicino alla finestra. Scosto la tenda e intravvedo la figura di un uomo di spalle che attraversa il vialetto. Chi è? È tornato l’agente? Hanno ripreso l’attività di controllo? Devo fare un’azione positiva, un’azione di vita, che dà vita: vado in cucina e apro gli armadietti. Dove è il sacchetto dei fagioli? Eccolo! Prendo qualche fagiolo secco e lo pianto nel vaso in salotto, poi prendo una brocca d’acqua e innaffio i fagioli che ho piantato. Questi fagioli saranno la mia salvezza, ho dato la vita, ho creato, Dio mio aiutami! Dio mio! E corro avanti e indietro, con la tv che manda di continuo le immagini delle torri gemelle, crollo che io con i miei peccati ho creato, e corro avanti e indietro per la casa, pregando e chiedendo aiuto a Dio, che mi perdoni, Signore aiutami, e con un’intenzione pura dal mio cuore sorge un’implorazione: guardo il cielo fuori dalla finestra e chiedo col cuore in mano che Dio mi perdoni, che mi dia un segno del mio perdono. Ed ecco che mi appare nel cielo un occhio nero, un’ogiva nera in mezzo al cielo, una visione che dura pochi secondi, e poi scompare. Mi ritraggo dalla finestra stupefatto, cosa è successo? Che cosa era quell’occhio nel cielo? Di colpo è come se tutte le mie paure fossero scomparse, guardo di sguincio fuori dalla finestra: non c’è nessuno, il cane ha smesso di abbaiare.

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