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Chi salva un “matto” è un Giusto. Riconoscimento importante a Basaglia

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 18/11/2019 - 21:58

[articolo uscito su Festival dei Diritti Umani, foto di Claudio Ernè]

Chi salva un matto è un giusto. Se volete metteteci le virgolette, ma la sostanza è questa. Gariwo, benemerita associazione che si occupa di far scoprire la biografia di persone che hanno cercato di impedire il crimine di genocidio, di difendere i diritti dell’uomo nelle situazioni estreme, ha deciso di inserire tra loro anche Franco Basaglia. Il medico dei matti, lo psichiatra che è riuscito a convincere la comunità scientifica e la politica degli anni ‘70 a chiudere i manicomi, sarà ricordato nel Giardino virtuale dei Giusti. Il riconoscimento è arrivato poche ore fa.

Il nome di Basaglia si leggerà vicino, ad esempio, a quello di Francesco Quaianni, un funzionario della Questura di Milano che nel ‘43 aiutava i partigiani, o a quello di Reinhold Chrystman, una sorta di Schindler polacco che riuscì a salvare quasi 700 ebrei che lavoravano nella sua vetreria, in Polonia.

Che c’azzecca Basaglia? C’azzecca, eccome. Innanzitutto, come spiega lo statuto di Gariwo, può essere considerato un  giusto chi difende i diritti dell’uomo nelle situazioni estreme, e non c’è molto di più estremo di un manicomio. Persone segregate, spogliate – anche fisicamente, a volte – di una parvenza umana, sottoposte a contenzione fisica o sedazione chimica. Se è vero, come c’è scritto nella Bibbia, che chi salva una vita salva il mondo intero, allora il medico veneziano si merita quel posto, per ogni recluso nei manicomi che è riuscito a liberare, o perlomeno a restituirgli quell’esistenza dignitosa che ciascuno ha (dovrebbe) come diritto inalienabile.

Non è l’unico giusto inserito da Gariwo nel Giardino senza aver salvato esplicitamente vite umane: c’è, per fare qualche esempio, Felicia, la mamma di Peppino Impastato, c’è la filosofa marxista-critica Agnes Heller, la mezzofondista algerina Hassiba Boulmerka, minacciata dai fondamentalisti perché correva coi pantaloncini corti. Persone che hanno scritto e agito per rendere davvero universali i diritti, per abbattere le barriere (anche) di genere, che hanno sfidato convenzioni e stereotipi, che hanno lottato per rendere libere uomini e donne.

Siamo particolarmente orgogliosi della scelta di Gariwo, perché la proposta di includere Franco Basaglia nel Giardino dei Giusti è proprio del Festival dei Diritti Umani: siamo fermamente convinti che sia un riconoscimento dovuto a chi ha ridato diritti e dignità a migliaia di persone. Ci sarà modo di parlarne ancora. Stay tuned.

Altre info sul sito di Gariwo.

Ci salverà solo la giustizia sociale

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/11/2019 - 19:56

Di Fabrizio Barca, coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità

[articolo uscito su La Repubblica]

Dalla redistribuzione della ricchezza all’accesso alla conoscenza garantito a tutti: proposte (realizzabili) per uscire dal tunnel

Disuguaglianze. Da qualche tempo classi dirigenti, mezzi di comunicazione di massa, pensiero economico ortodosso, ne parlano assai, in Italia e in tutto l’Occidente. «Sono eccessive, vanno ridotte», scrivono gli editoriali de L’Economist, Martin Wolf sul Financial Times. La montante dinamica autoritaria, frutto dell’abbandono dei ceti deboli o subalterni da parte delle loro classi dirigenti, è la fonte di questo risveglio di sensibilità. Si riconosce che la soluzione non sta nella crescita che prima o poi tutti solleva. Bene. Ma c’è un problema. Al risveglio non corrisponde un’adeguata diagnosi delle cause delle disuguaglianze. È insufficiente la loro stessa descrizione. E dunque le soluzioni proposte (pure talora condivisibili) sono al margine. Non bastano. Non possono parlare ai ceti deboli. La parola disuguaglianze rischia di diventare retorica. La dinamica autoritaria di non avere ostacoli.

Non possiamo permettercelo. Il risentimento per disuguaglianze e ingiustizie può e deve trasformarsi in un nuovo moto di emancipazione sociale. Con urgenza. Si parta, allora, prestando attenzione ai dati e alle analisi prodotte da chi ha costruito un patrimonio di conoscenza occupandosi di disuguaglianze e giustizia sociale. Si parta ascoltando il sapere accumulato in questi stessi anni da decine di migliaia di attivisti di mondi diversi – organizzazioni di cittadinanza attiva, sindacati, movimenti, imprese sociali e private, pubblici amministratori – nel contrasto di povertà e ingiustizie. Un universo di talenti e pratiche che, costruendo ponti con chi non ha potere, indica innovative vie d’uscita.

Aiutati dalle spalle robuste di maestri del pensiero come Amartya Sen, Anthony Atkinson o Axel Honneth, si scoprirà allora che le disuguaglianze sono certo quelle cruciali di reddito, ma sono anche di ricchezza e di accesso e qualità del lavoro, e toccano tutte le dimensioni della vita: accesso e qualità dei servizi fondamentali, autostima, riconoscimento della propria dignità, abilità e capacità di contribuire alle comunità di cui si è parte. Sono questi i molteplici piani di vita dove in oltre trent’anni, in tutto l’Occidente, sono cresciuti gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana, che secondo la nostra Costituzione (art.3) è compito della Repubblica rimuovere.

Si scopriranno i numeri che descrivono questi ostacoli. L’aumento dal 2 al 7%, fra 1995 e 2016, della quota di ricchezza posseduta dai 5mila adulti più ricchi d’Italia. Il divario di competenze fra quindicenni del Sud e Nord-Italia e la ripresa degli abbandoni scolastici. La povertà assoluta minorile, triplicatasi dal 2005. I 40-60-80 minuti necessari, in molte aree interne, per l’arrivo del soccorso dopo una chiamata per emergenza, contro lo standard nazionale di 16 minuti. Il divario complessivo di genere, superiore alla media europea. E mille altre informazioni ancora.

Si scoprirà che una diagnosi delle cause di queste disuguaglianze esiste già. È già stato mostrato che le disuguaglianze non sono ineluttabili. Non dipendono da globalizzazione, cambiamento tecnologico, migrazioni; ma piuttosto dal modo in cui abbiamo governato o non governato questi fenomeni. Dipendono da scelte intenzionalmente compiute: la rinunzia dello Stato a perseguire missioni strategiche, affidandosi alle decisioni di chi controlla conoscenza e ricchezza, disinvestendo nelle pubbliche amministrazioni e utilizzando il terzo settore per esternalizzare servizi e sottopagare il lavoro; la rinunzia o l’attenuarsi degli obiettivi di piena occupazione, tutela della concorrenza, progressività fiscale; l’indebolimento sistematico dei lavoratori organizzati; la cecità ai luoghi, generatrice di riforme istituzionali distorsive; i sussidi pubblici per aree marginalizzate (a pseudo-formatori, infrastrutture inutili, imprese insostenibili) usati per compensare (in realtà, ampliare) i danni delle altre scelte.

Il tutto spronato e sorretto da cambiamenti del senso comune, per cui ciò che è pubblico è peggiore di ciò che è privato, la povertà è una colpa o una forma di furbizia sociale, il merito è provato dal patrimonio accumulato.

È la diagnosi che il Forum Disuguaglianze e Diversità ha fatto propria e sviluppato, mettendo insieme sapere e agire di organizzazioni di cittadinanza di diversa cultura e del mondo della ricerca. Sono così apparsi evidenti alcuni nodi prioritari da affrontare e come farlo. Una strategia radicale per l’azione pubblica e collettiva che miri a ridurre le disuguaglianze perché è giusto. Che intervenga nei processi di formazione della ricchezza (pre-ridistribuzione), redistribuisca potere e si saldi con altre simili strategie rivolte ai nodi del welfare e dell’istruzione. Che aggredisca gli ostacoli nell’accesso alla conoscenza, promuovendone il controllo collettivo attorno a missioni strategiche condivise e offrendo opportunità alle aree marginalizzate. Che dia potere e riunifichi lavoro forte e lavoro precario, ricostruendo dialogo e alleanza fra istanze sociali e ambientali. Che ripristini una protezione collettiva dei giovani, oggi sostituita da una protezione individuale per cui il tuo destino è sempre più dipendente dalla famiglia e dal contesto in cui nasci.

Si tratta delle 15 proposte per la giustizia sociale che ora stiamo mettendo a terra grazie al lavoro con un crescente numero di alleati: discutendole, modificandole, sperimentandole sul campo, portandole dentro sedi istituzionali. Non cerchiamo consenso passivo, ma impegno e confronto ragionevole; ossia aperto e rivolto ai punti di vista altrui, con ogni altra idea e proposta su come contrastare le disuguaglianze. Anche, ovviamente, con le proposte che vengono dalla cultura egemone, dalla cui critica queste considerazioni hanno preso le mosse. Con un motto: fare presto.

Annuario SOUQ 2019: Istituzioni e conflitti

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/11/2019 - 18:09

Il volume raccoglie gli articoli editi dal Centro Studi SOUQ della Casa della carità, pubblicato da Il Saggiatore

Esce in questi giorni l’Annuario SOUQ 2019, il volume che raccoglie gli articoli editi dal Centro Studi SOUQ della Casa della carità, pubblicato da Il Saggiatore, a cura di Simona Sambati e Benedetto Saraceno. Tema di quest’anno: Istituzioni e conflitti.

Il nostro corpo sociale e morale è ammalato. Nutrite da una precarietà totalizzante, nevrosi da insicurezza corrodono il tessuto del vivere collettivo, alimentando diffidenze, odio e individualismi. Le istituzioni che dovrebbero sostenere il benessere comune si sclerotizzano e ripiegano su se stesse, incapaci di far fronte al dilagare del disagio e della sofferenza. A pagare il prezzo di questa disgregazione sono anzitutto i soggetti più deboli – migranti, malati psichiatrici, poveri – ma a disperdersi è anche la possibilità di costruire alternative efficaci e condivise, in grado di incarnare l’utopia necessaria di una giustizia che non dimentichi nessuno.

Per guarire da questo miscuglio di livore e impotenza, le voci raccolte in questo nuovo annuario del SOUQ – Centro Studi sulla Sofferenza Urbana, dal titolo Istituzioni e conflitti, ci invitano a ripensare le forme della politica, a immaginare il nuovo. E a farlo partendo da una mitezza militante che rifiuti l’indifferenza e si riappropri del conflitto come strumento generativo, coniugando la bontà con l’indignazione, il disegno dell’amore con quello della lotta.

Le scintille di progettualità dal basso raccontate in questi saggi sono esempi di resistenza, disobbedienza e creatività che trascendono lo sguardo cieco delle istituzioni e insieme le reinventano, rispondendo nel concreto alla chiamata del bene, del vero, della solidarietà. Semi gettati sui terreni disastrati della salute pubblica, dell’economia, del lavoro, della terra e delle periferie, che germogliano e crescono fino a diventare i frutti del mutamento, restituendoci a un orizzonte di azione e di speranza.

L’Annuario SOUQ 2019 è disponibile alla Casa della carità e durante gli eventi promossi dalla Fondazione e dal Centro Studi SOUQ.

Per prenotarlo e per maggiori informazioni: 02.25935243 oppure info@souqonline.it

Conflitti di interesse e salute. Come industrie e istituzioni condizionano le scelte del medico

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/11/2019 - 16:39

Di M. Bobbio

[recensione uscita su Slow Medicine]

Riproponiamo di seguito una recensione di Conflitti di interesse e salute. Come industrie e istituzioni condizionano le scelte del medico di Nerina Dirindin, Chiara Rivoiro, Luca De Fiore (Il Mulino, Bologna 2018).

Canto la canzone di chi mi dà il pane è uno dei tanti proverbi che si tramandano in diverse culture popolari a sottolineare un concetto comune: chi riceve un regalo è condizionato dal donatore. Spesso il buon senso popolare viene utilizzato per giudicare l’operato degli altri più che il proprio; come risulta da alcune ricerche, molti medici affermano di non essere influenzati dalla propaganda aziendale, mentre gran parte dei loro colleghi sì. Da qui nasce la constatazione, presente in tutta l’accurata e lucida analisi di Dirindin, Rivoiro e De Fiore, che il problema principale dell’interazione molesta tra il mondo dell’industria sanitaria (chi produce farmaci, dispositivi e offre servizi) e il mondo dei professionisti della sanità (ricercatrici e ricercatori, mediche e medici, infermiere e infermieri, ostetrici e ostetriche, manager, giornaliste e giornalisti) riguarda la mancanza di consapevolezza che anche piccoli regali possano influenzare in modo determinate e subdolo la propria indipendenza, danneggiare l’immagine della propria moralità e minare la fiducia dei pazienti. «Il conflitto di interessi è un rischio» – ribadiscono gli autori – «per l’integrità del sistema, perché rappresenta una condizione raramente riconosciuta come critica». Il libro riporta la ricchissima e interessante letteratura scientifica riguardante ricerche che documentano pesanti e misconosciuti condizionamenti da parte di chi svolge ricerche, di chi scrive articoli scientifici, di chi prescrive farmaci, di chi gestisce gli ospedali, di chi promuove l’aggiornamento, di chi dirige società scientifiche. Come sostengono gli autori, elemento cruciale di un auspicabile cambiamento consiste nel creare la consapevolezza dei rischi legati a chi dà il pane (soprattutto nei giovani professionisti più vulnerabili alle lusinghe di piccole gratificazioni e senza una sufficiente esperienza sulla mendacità di molta propaganda) perché l’approccio preventivo è più efficace di quello normativo/repressivo. Si tratta di affrontare una strada irta di ostacoli e di incomprensioni; una strada che è indispensabile iniziare a percorrere per il bene del sistema sanitario, per ricreare un rapporto fiduciario medico/paziente e in ultima analisi per garantire cure scevre da condizionamenti economici. Un libro che soprattutto gli studenti di medicina e i giovani professionisti dovrebbero leggere per sapere come evitare le facili lusinghe di chi ti fa cantare la sua canzone.

Giornata mondiale infanzia e adolescenza: al Nuovo Cinema Aquila di Roma vite di giovani caregiver

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/11/2019 - 16:23

Il 20 novembre 2019, in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti per l’Infanzia e l’Adolescenza e in concomitanza con le celebrazioni per il trentennale della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, l’Associazione COMIP – Children Of Mentally Ill Parents sceglie un film italiano di qualità, pluripremiato nei festival cinematografici nazionali ed internazionali, per sensibilizzare sul tema dei giovani caregiver, i minori con responsabilità di cura, e in particolar modo su chi è figlio/a di un genitore che soffre di un disturbo psichico. All’evento, che si svolgerà al Nuovo Cinema Aquila di Roma a partire dalle 9.30, parteciperanno studenti e insegnanti di cinque scuole secondarie di secondo grado della capitale, appartenenti a cinque diversi municipi di Roma (I, X, V, XI, IV), ed una scuola di Ciampino. Un risultato straordinario per il primo evento di questo genere organizzato dall’associazione COMIP, che proprio il 20 novembre festeggia il suo secondo compleanno, risultato raggiunto grazie anche al supporto ricevuto dall’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio.

«Siamo particolarmente orgogliosi di portare la voce dei caregiver adolescenti, la nostra voce, a ragazzi e insegnanti per costruire insieme quel cambiamento e quel sostegno che a noi, quando eravamo studenti, spesso è mancato», spiega Stefania Buoni, presidente e co-fondatrice dell’associazione. «La nostra è la prima ed unica associazione italiana creata da figli di genitori con un disturbo mentale. Desideriamo far emergere questo iceberg invisibile per i tantissimi bambini e adolescenti che spesso credono di essere gli unici a vivere queste situazioni. Il tutto senza colpevolizzare il genitore che sta male, ma per abbattere lo stigma e far comprendere che la prevenzione in salute mentale deve diventare una priorità per tutti noi. Abbiamo scelto il film Un Giorno All’Improvviso di Ciro D’Emilio perché al centro della storia ha messo finalmente il punto di vista di un figlio adolescente senza vuoti stereotipi e sensazionalismi, ma unendo magistralmente poesia e crudo realismo».

La proiezione, realizzata grazie al contributo dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, sarà seguita da un dibattito in sala con lo sceneggiatore del film, Cosimo Calamini, e con i soci co-fondatori dell’associazione, tutti ex giovani caregiver: Stefania Buoni, Carlo Miccio e Gaia Cusini. Ospiti d’onore lo psichiatra Santo Rullo, ideatore della Nazionale Italiana Crazy For Football e il commissario tecnico Enrico Zanchini. Invitata anche la Garante Infanzia e Adolescenza Filomena Albano, oltre ad altre figure istituzionali coinvolte nel benessere dei minori e delle famiglie come l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio.

L’iniziativa è parte del più ampio Progetto Quando Mamma o Papà Hanno Qualcosa Che Non Va, avviato a settembre del 2018 da COMIP per promuovere e diffondere in tutta Italia l’omonima miniguida alla sopravvivenza per figli di genitori con un disturbo mentale scritta da Stefania Buoni, presidente dell’Associazione, una pubblicazione di Editoria Sociale a cura del CESVOL Umbria/Terni. Grazie al crowdfunding e all’attivazione di tantissimi sostenitori l’associazione è già riuscita a donare una copia del libro a numerose biblioteche, scuole, centri di salute mentale e consultori d’Italia, dalla Val D’Aosta alla Sardegna. L’obiettivo? Tendere una mano a tantissimi figli – ed anche ai loro genitori – che possono aver bisogno di un manuale per orientarsi quando mamma o papà hanno qualcosa che non va. Una mappa creata da COMIP su Google mostra i punti in cui la miniguida è arrivata finora. «Non ci fermeremo finché non avremo raggiunto ogni città e regione. Nessuno deve più essere lasciato solo» conclude Stefania Buoni. È possibile richiedere la miniguida e contribuire all’iniziativa facendo una donazione all’associazione su Buonacausa.org.

Collana 180. Archivio critico della salute mentale – Liberarsi dalla necessità degli ospedali psichiatrici giudiziari. Quasi un manuale

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 13/11/2019 - 12:15

Era il 2012 quando il Parlamento italiano nel votare la legge “svuota carceri” approvò un emendamento che affrontava la questione dei manicomi giudiziari, prendeva atto del rapporto della Commissione parlamentare d’Inchiesta presieduta dal senatore Ignazio Marino che denunciava le condizioni non più sopportabili di quei luoghi, la negazione di ogni diritto per gli internati, l’arcaismo dell’impianto legislativo risalente al codice Rocco del 1930. La rete delle associazioni e il sindacato Cgil attivi intorno alla questione psichiatrica si adoperarono convergendo nel cartello StopOpg che ha organizzato e sostenuto la difficile campagna. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo discorso alla nazione del Capodanno 2012 pronunciò un insolito, accorato e commosso appello definendo quei luoghi «indegni di una società appena civile». Nel novembre 2013 il viaggio di Marco Cavallo in tutti gli Opg fu il momento di maggiore visibilità della campagna. Il 30 maggio 2014 venne varata la legge 81/2014 che sancì il definitivo superamento degli Opg. Si giunse al marzo 2015 quando finalmente i primi internati cominciarono a uscire da quelle istituzioni e si avviò un difficile cammino per rendere definitiva quella auspicata chiusura. Sono seguiti due anni di intensa attività per regolamentare, trovare percorsi adeguati, affrontare per la prima volta in un campo così ruvido la secolare contraddizione tra il bisogno di protezione sociale, la limitazione della libertà per gli autori di reato e l’assoluta necessità di affermare il diritto alla cura e alla salute. A gennaio del 2017 l’ultimo internato lasciò l’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto.

Liberarsi della necessità degli ospedali psichiatrici giudiziari. Quasi un manuale (2017, pp 340, € 16,00, Edizioni alphabeta Verlag), a cura di Pietro Pellegrini, con l’intento di ricordare Mario Tommasini a dieci anni dalla sua scomparsa, raccoglie interventi e scritti per sostenere l’attuazione della legge 81/2014. Gli scritti riferiscono delle riflessioni del gruppo di lavoro che all’interno del Dipartimento di Salute Mentale di Parma opera per realizzare la Residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza, per progettare misure alternative, per avviare percorsi terapeutico/riabilitativi personalizzati.

In una prima parte del testo, il lettore sarà informato sul processo di chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e sulla conseguente attuazione della legge che mette fine al sistema custodialistico e repressivo del ricovero in manicomio criminale; in una seconda parte, invece, il focus si sposterà sulle maggiori criticità della riforma, come ad esempio la sicurezza o la responsabilità professionale, tentando di delineare delle soluzioni coerenti e opportune.

La sequenza incalzante dei contributi e l’impostazione dialettica dei contenuti collocano il lettore all’interno di un cantiere, dal quale possa effettivamente ricavare sia un’idea chiara e globale del cambiamento in corso, sia un’occasione di dibattito, confronto e condivisione.

Se, infatti, l’impegno che ha da sempre animato l’operato di Mario Tommasini può essere individuato nella fiducia riposta nel singolo per raggiungere importanti traguardi sociali e politici, così il testo a lui dedicato intende valorizzare la posizione del lettore e la sua partecipazione alla discussione.

Liberarsi dalla necessità del carcere era uno degli slogan programmatici del lavoro di Mario Tommasini, di Franco Rotelli e di tanti altri compagni di strada, ma il suo lavoro contro l’esclusione e l’emarginazione lo ha visto altresì intento a combattere la necessità del manicomio, del brefotrofio, degli istituti per i disabili, dei ricoveri per i vecchi: in una parola, di tutte le istituzioni totali, nelle quali si esauriva la vita delle persone e veniva meno il senso stesso della soggettività.

Con questo libro Collana 180 affronta una questione di pressante attualità. Il cambiamento culturale che la chiusura degli Opg sta producendo è un punto di svolta epocale. Le visioni, i principi, le disposizioni, i cambiamenti che la Legge 180 aveva avviato già nel 1978 sembrano trovare oggi un possibile completamento.

Raccontare il manicomio, a Trieste

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 12/11/2019 - 22:11

Giovedì 14 verrà presentato a Trieste il libro “Raccontare il manicomio: la macchina narrativa di Basaglia, fra parole e immagini” di Marina Guglielmi, pubblicato da Franco Cesati Editore.

«Il processo narrativo basagliano ha disseminato e prodotto narrazioni su tutti i media e i dispositivi attivi in quel momento storico: parola, fotografia, video, stampa, cinema, teatro, tanto da poter affermare che si tratti di una macchina narrativa transmediale».

L’autrice, docente di Teoria della letteratura all’Università di Cagliari, parte da questa ipotesi di ricerca: il paradigma manicomiale è stato scardinato anche grazie ad uso sapiente di immagini e narrazioni.

Furono vendute 50.000 copie nei primi quattro anni dalla pubblicazione de L’istituzione negata e vinse il Premio Viareggio per la saggistica; il volume collettivo Crimini di pace raccoglie testi di Foucault, Goffman, Laing, Chomsky; le 8.000 copie della prima edizione di Morire di classe con le fotografie di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin sono ora introvabili, dei pezzi da collezione. C’è inoltre il documentario “I giardini di Abele” di Sergio Zavoli che porta le immagini del manicomio e le parole delle persone lì rinchiuse sulla principale rete nazionale. A questi prodotti si aggiungono ulteriori avvenimenti che vanno ad alimentare le narrazioni di ciò che sta accadendo: la famosa gita aerea e, in particolare, l’uscita di Marco Cavallo nella città.

Il libro presenta una storia comunicativa sulla chiusura del manicomio, una storia in cui la parola diventa un elemento fondamentale per poter cambiare.

Alla presentazione parteciperà l’autrice Marina Guglielmi insieme ad Agnese Baini e Sergia Adamo. Si terrà giovedì 14 alle ore 18 in Spazio Rosa, via Bottacin 4 (Parco di San Giovanni), Trieste.

La presentazione si inserisce all’interno del programma UNITS X LETS, le iniziative promosse dall’Università di Trieste a sostegno della candidatura di Trieste a città creativa UNESCO per la letteratura.

Bookcity 2019. Alla Casa una serata su salute mentale e disabilità

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 12/11/2019 - 20:26

Giovedì 14 novembre alle 20, Chissenefrega dei matti, un evento promosso da LEDHA in collaborazione con la Casa, Urasam e Festival dei Diritti Umani

Terzo appuntamento della rassegna LEDHA: da 40 anni il nostro sguardo sulla disabilità – incontri e visioni promosso da LEDHA – Lega per i diritti delle persone con disabilità, in programma a Milano dal 14 al 17 novembre, nell’ambito del festival letterario BookCity. Durante ogni incontro sarà presentato un libro diverso: un saggio, un romanzo, un testo autobiografico, una raccolta di poesie.

Chissenefrega dei matti (in lingua originale No one cares about crazy people. The chaos and heartbreak of mental health in America) è il titolo del saggio di Ron Powers, giornalista statunitense, premio Pulitzer nel 1973 e coautore, con James Bradley, del bestseller del New York Times Flags of Our Fathers da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Clint Eastwood. Una storia sociale della psichiatria che si intreccia con la storia. Un saggio approfondito ma di facile lettura, che spazia dalla storia della scienza (nascita della psichiatria e della psicoanalisi, M, evoluzionismo ed eugenetica, neuroscienze, farmacologia) alla storia socio-culturale del XX secolo (Terzo Reich, controcultura, antipsichiatria), arricchendo la trattazione di interessanti riferimenti al mondo dell’arte e della letteratura.

(Tra parentesi) La vera storia di un’impensabile liberazione è il titolo del libro di Massimo Cirri, Peppe Dell’Acqua ed Erika Rossi, tratto dall’omonimo spettacolo teatrale, che ruota attorno alla chiusura dei manicomi e alle storie minime degli uomini e delle donne che hanno vissuto l’internamento.

Ron Powers dialogherà a distanza con Peppe Dell’Acqua, già direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, don Virginio Colmegna, direttore della Casa della Carità, e Massimo Cirri, conduttore radiofonico e scrittore. Modera Danilo De Biasio, direttore del Festival dei diritti umani. Agostino Squeglia presenterà l’incontro e leggerà alcuni brani delle opere. È previsto un aperitivo di benvenuto a cui seguirà l’intermezzo musicale Tempo di Danze – duo violino e pianoforte – a cura dell’Esemble Suoniamo Insieme, musicisti volontari dell’associazione per MITO Onlus.

Evento organizzato in collaborazione con il Festival dei diritti umani, Urasam e Casa della Carità.

Iscrizione obbligatoria qui.

locandina Allegati

Per migliorare la presa in carico: ecco cosa fanno le regioni

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 12/11/2019 - 20:04

[articolo uscito per quotidianosanità.it - Quotidiano on line di informazione sanitaria]

Nei 13 punti della risoluzione a prima firma della deputata dem Giuditta Pini, si impegna il Governo a supportare le persone affette da problemi di salute mentale nella ricerca di un lavoro, nell’inclusione sociale e abitativa, ad aggiornare i Lea, a verificare il rispetto della normativa del Tso in tutto il territorio nazionale, ad incrementare i fondi per consultori e distretti sanitari, oltre che ad assumere più personale specializzato, a formare e aggiornare il personale sanitario sociosanitario ed educativo.

«Dopo quasi un anno di discussione in Commissione Affari Sociali, oggi abbiamo approvato all’unanimità una risoluzione sulla salute mentale che porta la mia prima firma». Lo dichiara Giuditta Pini, deputata del Partito Democratico e membro della Commissione Affari Sociali alla Camera.

«Nel nostro Paese – continua Pini – sono assistite dai servizi specialistici 851.189 persone e la legge 180/78, conosciuta come legge Basaglia, ha portato l’Italia ad essere avanguardia, ma ancora molto rimane da fare. Dopo mesi di discussione e audizioni abbiamo licenziato un testo che teneva conto delle proposte di tutti i gruppi. Nei 13 punti di impegno della risoluzione abbiamo chiesto al Governo di supportare le persone affette da problemi di salute mentale nella ricerca di un lavoro, nell’inclusione sociale e abitativa, ad aggiornare i Lea, a verificare il rispetto della normativa del TSO in tutto il territorio nazionale, ad incrementare i fondi per consultori e distretti sanitari, oltre che ad assumere più personale specializzato, a formare e aggiornare il personale sanitario sociosanitario ed educativo».

«Abbiamo chiesto – inoltre – che si usi il budget di salute come strumento di integrazione sociosanitaria, che il Ministero riferisca periodicamente alla Commissioni Parlamentari sullo stato di attuazione delle politiche relative alla salute mentale e, infine, che si presti particolare attenzione ai giovani e alla neuropsichiatria infantile. Si tratta di un lavoro molto importante che impegna il Governo in un tema sempre più presente nella vita delle famiglie e del Paese», ha concluso la deputata Pini.

Clicca qui per leggere i 13 punti sui quali la risoluzione impegna il Governo

Il rilancio della Carta di Trieste a Màt 2019. Un significativo passo avanti per l’approvazione definitiva del documento?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 10/11/2019 - 12:55

di Lorenza Magliano

Nel commentare fatti di cronaca che riguardano, direttamente o impropriamente, cittadini con disturbi mentali si rinnova l’interesse e l’urgenza di vedere definitivamente pubblicata la Carta di Trieste (CdT) – “Proposta per un codice etico per i giornalisti e gli operatori dell’informazione su notizie concernenti cittadini con disturbo mentale” – preliminarmente approvata nel 2011 a Impazzire si può

A Modena, nel corso di Màt 2019 un’ampia iniziativa su “Giornalismo e salute mentale. Come i mass media influenzano la percezione pubblica della sofferenza mentale” ha rilanciato finalmente la questione dell’approvazione della CdT.

L’iniziativa, un corso di formazione rivolto a giornalisti e non, è stato un momento di significativo confronto tra professionisti dei media, operatori dei SSM e ricercatori su un tema di grande rilevanza per i cittadini tutti.

Al Corso, introdotto da un intervento di Fabrizio Starace – Direttore del DSM di Modena – sono intervenuti il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti (OG), Carlo Verna, e il Presidente dell’OG dell’Emilia Romagna,  Giovanni Rossi,  giornalisti di testate nazionali e locali e di radio LiberaMente di Modena.

Come rappresentanti  del gruppo di lavoro sulla CdT siamo intervenuti Peppe dell’Acqua (qui il video del suo intervento) ed io (in fondo la copia dell’intervento sulle Testimonianze e ricerche che hanno contribuito allo sviluppo della Carta di Trieste), illustrando – a doppia voce – i motivi e il percorso che a partire dalla lettera di Madia Marangi hanno portato alla stesura del documento.

Qui di seguito i punti della Carta di Trieste nella forma presentata a Modena.
CN-OG e la FNSI Invitano i giornalisti italiani ad osservare la massima attenzione nel trattamento delle informazioni relative ai cittadini con Disturbo Mentale (DM) 1.      Usare termini non lesivi della dignità umana o stigmatizzanti per definire il cittadino con Disturbo Mentale (DM), se oggetto di cronaca: non il disturbo di cui è affetto ma il comportamento gli si attribuisce 2.      Usare termini giuridici non allusivi a luoghi comuni nel caso un cittadino con DM si sia reso autore di un reato, tenendo presente che è una persona come le altre di fronte alla legge 3.      Non attribuire le cause e/o l’eventuale efferatezza del reato al DM né interpretare il fatto in un’ottica pietistica, decolpevolizzando il cittadino per il solo motivo che soffre di un DM 4.      Considerare il cittadino con DM un potenziale interlocutore capace di esprimersi e raccontarsi, tenendo presente che può ignorare le conseguenze e gli eventuali rischi dell’esposizione attraverso i media 5.      Non identificare il cittadino con il suo DM (“lo schizofrenico”, “il depresso”) 6.      Garantire al cittadino con DM il diritto di replica 7.      Consultare esperti in materia per fornire l’informazione in un contesto il più possibile chiaro e completo. Fornire dati di confronto tra i reati commessi da persone con e senza DM 8.      Integrare, se possibile, la notizia con informazioni sui servizi, strumenti, trattamenti, cure che sono disponibili nelle singole realtà locali 9.      Promuovere la diffusione di storie di guarigione e/o di esempi di esperienze positive 10.  Limitare l’uso improprio di termini relativi alla psichiatria in notizie che non riguardano questioni di salute mentale (“una politica schizofrenica”) per non incrementare il pregiudizio che un DM sia sinonimo di incoerenza, inaffidabilità, imprevedibilità

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Diapositive intervento: Testimonianze e ricerche che hanno contribuito allo sviluppo della Carta di Trieste – di Lorenza Magliano

La carta di Trieste: PDF e PNG
Allegati

La salute mentale è un lusso

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 04/11/2019 - 21:23

A quando la terza rivoluzione?

La denuncia di Francesco Blasi

Di Adriana Pollice

[articolo pubblicato su il manifesto]

Cancellati per legge, i manicomi non sono mai spariti. I pazienti abbandonati nelle strutture private. E cresce la costrizione con il Tso. Standard diversi tra le regioni. Serve un garante nazionale che tuteli i diritti dei malato

Non sanare ma tagliare: in Campania la Sanità è commissariata dal 2009 e da allora si va avanti su questa strada. Francesco Blasi è il direttore dell’Unità operativa di salute mentale 24/31. Che significano i due numeri giustapposti? per risparmiare le 10 unità operative di Napoli sono diventate 5. Blasi si occupava dei quartieri San Ferdinando, Chiaia, Posillipo e Capri e cui è stato aggiunto il Centro storico, una platea totale di 180mila abitanti, più della città di Salerno. Le sedi, però, sono rimaste due. In che modo si è efficientato il servizio? In nessun modo perché le carenze di personale sono rimaste le stesse, è stato tolto però un direttore: a Blasi sono stati dati 250 euro netti in più al mese ma ha dovuto trovare un facente funzione da mettere al Centro storico per non bloccare entrambe le platee. La delega però non copre la responsabilità civile e penale in capo a Blasi, che può solo assentarsi da via Crispi di tanto in tanto per dare un occhio a via Vespucci.

È un esempio di quello che sta succedendo nel pubblico. La legge quadro 180 voluta da Franco Basaglia viene calata in ogni singola regione e, in base al grado di investimento, si determinano differenti servizi e diritti. Servizi e diritti erosi dall’interno attraverso il disinvestimento pubblico. I manicomi tornano in forme differenti come i centri privati, le Rems (Residenze per le misure di sicurezza), l’uso massiccio di farmaci e Tso. Le stesse case diventano i manicomi privati di chi viene abbandonato a se stesso.

I servizi territoriali pubblici sono multidisciplinari: assistenza psichiatrica; sostegno psicologico; reinserimento sociale anche attraverso laboratori, borse lavoro, vacanze; presa in carico anche a casa. Un lavoro in team con psichiatri, psicologi, infermieri, sociologi, assistenti sociali. Con i tagli la realtà è differente: se si verifica un caso acuto, ad esempio di domenica, in servizio finisce che ci sono solo gli infermieri psichiatrici e bisogna appoggiarsi al medico del 118, senza competenza specifica. Tutto il sistema è in affanno così la priorità va ai casi estremi. Chi ha un disagio e potrebbe essere aiutato finisce in coda fino a quando non è diventato acuto.

I quaderni di epidemiologia psichiatrica mostrano i trend dal 2015 al 2017. I pazienti in cura presso i servizi psichiatrici pubblici sono circa 860mila e sono solo la punta dell’iceberg. Mancano all’appello nel pubblico oltre 500 medici, 100 psicologi e mille infermieri. Gli interventi sul territorio sono aumentati da 10 milioni del 2015 a circa 11 milioni e mezzo nel 2017. «Aumentano del 50% le giornate di degenza in assistenza residenziale e la durata media di degenza, oltre 800 giorni, indice di una progressiva istituzionalizzazione di ritorno» spiega Blasi. Aumentano anche i sofferenti che assumono antipsicotici, che vanno da 23 a 40 per mille abitanti. Infine, c’è una marcata flessione dei nuovi casi venuti in contatto con i servizi territoriali (da meno 5,5% del 2016 a meno 9,1% del 2017) mentre nel triennio sale a più 25,8% il numero di nuovi casi di schizofrenia e altre psicosi: «L’accesso alle cure viene limitato ai casi più gravi così aumentano i pazienti sotto antipsicotici (più 74,2%)».

La spesa nazionale in salute mentale pesa sul totale della Sanità per il 3,6% ma dovrebbe essere il 5%. In Basilicata è il 2,3%, in Campania il 2,6% e dentro c’è anche il privato convenzionato, il cui peso va ulteriormente a erodere i servizi pubblici. In provincia di Trento, invece, è il 7,8%, in Emilia Romagna è il 5%, in Friuli circa il 4%. I Tso in Italia sono in media 15 per 100mila abitanti in un anno. In Sicilia si sale a più 91,5% ma in Friuli si va a meno 76,9%. E ancora: i posti letto ospedalieri sono 10,1 per 100mila abitanti in Italia. In Calabria meno 45% ma in Veneto più 124,4%. Il costo pro capite della salute mentale in Italia è di 78 euro. In Campania vale meno 26,6%, in Emilia Romagna più 40,5%, in provincia di Trento più 116%.

«È necessario un garante nazionale per la Salute mentale – spiega Francesco Maranta, segretario nazionale del Forum diritti e salute. Un garante per pazienti che possono essere esposti a tortura in manicomi diffusi sul territorio, poco visibili rispetto al passato ma spesso non meno vessatori. Un organo monocratico, designato dal Consiglio dei ministri, che opera in autonomia». Chiari i temi su cui vigilare: contrasto alla contenzione meccanica e farmacologica quando si configura come tortura; conflitti di interesse tra pubblico, imprenditori e multinazionali del farmaco; condizioni dei reparti ospedalieri e delle strutture di riabilitazione; valutazione dei Lea psichiatrici su tutto il territorio; indagini conoscitive e ispettive; gestione di un Registro nazionale dei Tso; facoltà di proporre la sospensione dei direttori generali delle Asl. «Nel Sud si stanno smantellando i servizi di salute mentale» – conclude Maranta – «mentre lievitano i profitti dei privati. Sta tornando una concezione del malato mentale come rifiuto sociale, il cui esito è la cronicizzazione. E poi ci sono i giovani precari che soffrono di sintomi come l’ansia, disturbi del sonno, sottostima. Spesso finiscono in un circuito di medicalizzazione che li imbriglia per sempre quando il male è fuori da loro e andrebbero solo aiutati. Bisogna creare ovunque dipartimenti democratici che si occupino degli aspetti riabilitativi, che restituiscano contrattualità sociale ai pazienti».

La messa in scena del galateo del potere

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 04/11/2019 - 20:24

Di Benedetto Vecchi

[articolo pubblicato su il manifesto]

Torna per Einaudi Il comportamento in pubblico di Erving Goffman, un classico della sociologia che fu commentato da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia. Un’analisi delle relazioni sociali tracciata negli Usa degli anni Sessanta che interroga il mondo dei social e della Rete. L’attualità del testo, che non stabilisce incongrui paralleli tra mondi diversi, sta nell’indicare la strada per un superamento di una lettura “naturalistica” dello stare in società

Operazione editoriale preziosa, questa ristampa del saggio di Erving Goffman sul Il comportamento in pubblico (Einaudi, pp. 296, euro 22) introdotta dall’utile testo di Adriano Zamperini sui tempi e la ricezione dell’opera quando fu pubblicata negli Stati Uniti e nella prima traduzione italiana letta e commentata da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia.

Il saggio di Goffman può essere sicuramente considerato come espressione di uno spirito del tempo, dove le relazioni sociali erano scandite da un rigido galateo e da una differenza di classe che contemplava dunque modalità relazionali differenziate a seconda dei contesti. Un mondo alle nostre spalle sostituito da altre relazioni sociali che non cancellano certo le differenze di classe e da galatei sicuramente meno prescrittivi di quello evocati più volte da Goffman. E tuttavia le ricerche, l’ambito professionale di questo sociologo appassionato della psichiatria e dell’analisi delle istituzioni totali può essere considerato sì alla stregua di una archeologia dei comportamenti in pubblico, pur mantenendo però la capacità di aprire finestre sul mondo delle relazioni mordi e fuggi dei social network, dell’ostentazione narcisistica dei selfie, dove la messa in scena di sé è sempre propedeutica all’invenzione di identità posticce assemblate attraverso i vari brandelli di esperienza maturati nella partecipazione alle diverse scene pubbliche alle quali si accede tanto fugacemente quanto se ne esce rapidamente.

Erving Goffman ha acquisito una grande notorietà per aver posto – nei primi anni Sessanta del Novecento – al centro del dibattito il tema di come il singolo, quando si trova in pubblico, è portato a una rappresentazione di sé come se fosse a teatro. È cioè un attore che indossa una maschera e che recita a soggetto non però per celare l’identità, come veniva stabilito dalla psicoanalisi e da tanta letteratura ma per meglio esprimerla. È questa messa in scena per meglio rappresentare il sé che favorisce meccanismi di integrazione sociale; o, all’opposto, di stigma e di esclusione sociale.

Tutti elementi messi in evidenza proprio da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, che invitavano alla lettura del libro di Goffman, ritenendolo essenziale per comprendere le dinamiche sociali della vita quotidiana come rappresentazione (il titolo della sua prima opera), ma nel quale l’assenza del parametro delle asimmetrie del potere ne limitavano la capacità di comprendere appieno il funzionamento della scena pubblica nel definire meccanismi di integrazione o di esclusione di singoli o gruppi sociali. Per i grandi vecchi dell’antipsichiatria italiana, Goffman imboccava sì la strada maestra della critica delle istituzioni totali, ma ne smarriva la direzione rimuovendo la tematica del potere. Critica condivisibile, anche se questo libro offre comunque spunti di riflessione. Prendiamo la malattia, elemento ricorrente nei case studies presentati.

Il malato è guardato sempre con un surplus di attenzione. Lo sguardo può essere di empatia, pietà, ribrezzo, in un alternarsi di condivisione e di emarginazione. C’è dunque ambivalenza, ma è proprio in questo contesto che matura lo stigma (titolo di un altro libro di Goffman, proposto meritoriamente da ombre corte nel 2003) dell’istituzione e dei rapporti sociali dominanti.

L’esclusione è dunque una pratica istituzionale che calibra le colpe e i premi stabiliti dal potere sociale dominante. Merito di Goffman è segnalare il fatto che le asimmetrie di potere sono però naturalizzate dentro i comportamenti individuali e collettivi in pubblico. Sono cioè ridotte a processi, flussi di informazioni. Di dati, per quanto riguarda, ad esempio, la Rete. Quel che Goffman stila sono delle bozze delle mappe del potere informale perché naturalizzato dalle istituzioni totali.

Goffman non nega le differenze di classe. Sa che il galateo della working class è radicalmente altro da quello della borghesia, che impone il suo come modo di essere dominante, ma è però interessato al comportamento pubblico della classe media, espressione che negli Stati Uniti indica i comportamenti socialmente condivisi e necessari alla riproduzione di una società di massa. Non è cioè interessato a una analisi dell’ideologia dominante, né ai processi di formazione delle soggettività, bensì a quel che accade appunto quando si è in pubblico, vale a dire quando si formano gruppi occasionali e legati alla contingenza di singoli che si incontrano, parlano, scambiano informazioni su argomenti più o meno futili ma comunque importanti nella propria quotidianità; coltivano amicizia, flirt sentimentali, incontri sessuali occasionali; oppure cercano conferma alle scelte di vita compiute in passato attraverso, appunto, la messa in scena del sé attuale. Tutto ha il carattere dell’occasionalità, del fortuito, dell’effimero.

In questo risiede l’attualità del libro nell’epoca dell’ostentazione in pubblico del proprio privato. I social network, l’uso intensivo e spasmodico della comunicazione sincopata degli sms o dei messaggi vocali, video o testuali di WhatsApp o di uno dei tanti servizi di messaggistica; l’essere connessi sempre alla Rete, volutamente strutturata come un ibrido di pubblico e privato come sono gli ambiti studiati da Goffman: i gruppi occasionali dei party, degli incontri al caffè, allo stadio, cioè le poche forme di socialità degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta statunitensi.

Le tassonomie da lui stilate per indicare le diverse modalità di comportamento pubblico – i raggruppamenti, le occasioni sociali, gli incontri, l’essere fuori luogo a causa di un comportamento inappropriato come l’essere ubriachi, le regole situazionali implicite e quelle esplicitate per la contingenza, il coinvolgimento dominante e quello subordinato – definiscono vere e proprie regole di ingaggio per lo stare in società alla luce di reazioni più volte qualificate come precognitive, cioè interiorizzate nei processi di socializzazione dell’infanzia e della prima adolescenza. Sono forme che si ritrovano anche nello stare in Rete, in una dinamica tuttavia amplificata come è potenzialmente amplificato il pubblico della messa in scena on line.

Molto importante è questo elemento della dimensione precognitiva, interiorizzata. Nell’esperienza della Rete significa che c’è amplificazione del già noto, cioè delle regole di ingaggio sociali implicite ed esplicite dello stare sul palco della vita. L’esplosione del narcisismo, l’ostentazione del sé, l’indifferenza verso le ragioni degli altri, i sottili meccanismi ipocriti di accoglienza uniti ai feroci meccanismi di esclusione sociale sono, senza incorrere in anatemi, degli a priori del comportamento pubblico. La Rete li radicalizza, li mette a nudo e li rende costantemente operativi.

Nel libro di Goffman c’è, va ripetuto, un costante riferimento al galateo, cioè a regole che ogni uomo e donna e ogni gruppo sociale doveva rispettare. In Rete il riferimento a un qualche galateo è il panno caldo che si invita ad usare per lenire il dolore, per evitare i flame, gli insulti, la logica del branco che porta gli haters della tastiera a colpire e a trovare inaspettate complicità. Si potrebbe dire che in Rete non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Sono comportamenti, modi di essere che il sociologo di origine canadese aveva analizzato sin dagli anni Cinquanta. Con una sostanziale differenza, che come è noto quando supera una certa quantità influenza molto la qualità. Il mondo sociale di Goffman era circoscritto da confini precisi e rigidamente delimitati dalle differenze sociali e di classe. Su Internet tutto diventa più fluido, più dinamico. La logica prevalente è quella dei flussi, che non annullano differenze di classe, sessuali, etniche, di razza, ma le articolano in maniera tale che sono interscambiabili e tendenzialmente fusionali. Ovvio quindi che tutto è amplificato, radicalizzato nelle sue manifestazioni. Stare in pubblico è come stare in teatro, scriveva Goffman: in Rete è come stare sempre on line e in video, dato che non c’è pubblico senza essere visti. Da qui il predominio del visuale rispetto al testuale. Da qui la sistematica violazione delle regole situazionali che procede di pari passo con l’invito a ripristinarle in una dinamica di superfetazione di etiquette che lascia sempre il tempo che trova.

L’attualità del libro di Goffman sta dunque nella capacità dei suoi studi non di stabilire omologazioni fuori dal tempo storico o paralleli tra mondi diversi, bensì di stabilire la strada per un superamento di una lettura naturalistca dello stare in società, lettura per altro non assente neppure nelle tesi dello stesso studioso. Il comportamento pubblico non ha dunque bisogno di galateo, ma di una solida teoria del potere costituito. E di quel potere costituente che può imbrigliarlo e superarlo. Erving Goffman può cioè diventare quello che non avrebbe mai pensato di poter essere: un compagno di strada di una attitudine radicale, di critica e superamento dei rapporti di potere e di classe vigenti.

Morto Vladimir Bukovsky, denunciò gli abusi della psichiatria sovietica

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 04/11/2019 - 20:00

[articolo pubblicato su adnkronos]

È morto in Gran Bretagna, all’età di 76 anni, Vladimir Bukovsky, lo scrittore che denunciò al mondo la rete degli ospedali psichiatrici usati per mettere a tacere i dissidenti dell’ex Unione Sovietica. Bukovsky fu rinchiuso per 12 anni in prigione, campi di lavoro forzato ed ospedali psichiatrici.

Nel 1971 Bukovsky riuscì a far uscire dalla Russia materiale che provava l’uso da parte dei sovietici degli ospedali psichiatrici per punire i dissidenti. Nel 1976 fu scarcerato e fatto uscire dal Paese in uno scambio con l’allora regime del generale Augusto Pinochet che scarcerò il segretario generale del Partito comunista cileno, Luis Corvalan.

Lo scambio avvenne a Zurigo e dopo Bukovsky si è stabilito a Cambridge, dove è morto la notte scorsa, secondo quanto ha reso noto il Bukovsky Center.

Ulss 2: Emergenza personale per i servizi di Psichiatria e Psicologia

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 04/11/2019 - 19:34

[articolo pubblicato su TrevisoToday, a firma della Redazione]

«Nella Ulss 2 la grave carenza di personale e risorse sta mettendo a rischio i servizi di Psichiatria e Psicologia. Servono misure urgenti per interrompere questa emergenza, in primis nuove assunzioni». La richiesta è del Partito Democratico, con il consigliere Andrea Zanoni che ha presentato un’interrogazione firmata anche dai colleghi Claudio Sinigaglia e Anna Maria Bigon.

«A chiedere un concorso a tempo indeterminato per psichiatri e psicologi sono da un lato sindaci e associazioni dei familiari, dall’altro gli stessi operatori costretti a turni pesanti e, data la tipologia di lavoro, particolarmente stressanti. Operatori che lamentano poi un aumento delle aggressioni da parte di utenti esasperati per un’assistenza non all’altezza e non certo per colpa dei dipendenti. Il direttore generale dell’Ulss 2 ha annunciato a breve un bando di assunzione, ma non pare risolutivo, almeno a giudicare dall’allarme dei sindacati. Nel Dipartimento di salute mentale mancherebbero infatti non solo psicologi, ma anche medici, infermieri, assistenti sociali, operatori socio sanitari, educatori e tecnici della riabilitazione. Appare dunque necessario rimpolpare la pianta organica se si vuol garantire un servizio, senza dover per forza ricorrere al privato creando così cittadini di serie A e di serie B».

A Terni 180 piastrelle per i quarant’anni della Legge Basaglia

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 04/11/2019 - 19:22

Di Redazione Terni in Rete

[articolo pubblicato su Terni in Rete]

Si chiama Opera #Terni 180 il pannello murario di 180 piastrelle in terracotta, disegnate da cittadini ed utenti dei centri diurni dell’Azienda Usl Umbria 2 di Terni “Leonardo” e “Marco Polo” installato all’ingresso dei locali del Cup, centro unico di prenotazione, della sede centrale di viale Bramante.

L’iniziativa, che oltre alla partecipazione dei cittadini ha riscosso grande apprezzamento di utenti e personale dell’azienda sanitaria, è stata realizzata nel 2018 nell’ambito delle celebrazioni, a Terni, del 40esimo anniversario della legge 180 del 13 maggio 1978, una legge fortemente voluta dallo psichiatra Franco Basaglia che, attraverso la chiusura dei manicomi, ha permesso di restituire dignità e valore ai malati in essi reclusi affermando la centralità della persona e un nuovo modello di presa in carico dei pazienti psichiatrici.

Nel corso dell’evento #360atuttocentro in piazza della Repubblica, i centri diurni “Marco Polo” e “Leonardo”, grazie all’impegno degli operatori delle cooperative sociali Ati, Casaligha e Helios, hanno realizzato 180 piastrelle in terracotta e hanno coinvolto i cittadini nella costruzione del pannello, dipingendo ognuno una propria piastrella con colori e disegni ispirati alla propria idea di benessere.

Opera #Terni 180 vuole essere un’occasione di sensibilizzazione della cittadinanza ai valori e alle forme della riabilitazione psichiatrica attraverso l’inclusione sociale. Allo stesso tempo vuole restare segno tangibile per celebrare i quarant’anni della legge Basaglia e la sua attuale importanza e influenza sulle buone pratiche della salute mentale della nostra comunità.

Le scarpe dei matti

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 04/11/2019 - 15:18

Dopo aver appreso della pubblicazione del libro Le scarpe dei matti. Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia (1904-2019) di Antonio Esposito, abbiamo deciso di proporre la recensione di Paolo Peloso, che ci è parsa equilibrata e opportunamente critica, capace di stimolare attenzione e discussioni. Torniamo ora sul libro con un ulteriore approfondimento uscito sul Fatto Quotidiano, dove è intervistato lo stesso autore.

«La normalità, intesa nel senso nobile del termine, altro non è se non un continuo oscillare tra salute e malattia, entrambe strettamente collegate all’ambiente socio culturale nel quale la persona vive», si legge nella prefazione di Assunta Signorelli al libro Le scarpe dei Matti (Ad este dell’equatore) del ricercatore indipendente Antonio Esposito. Un lavoro importante, che nasce da un progetto di ricerca sui 40 anni dalla legge 180 (legge Basaglia) e dall’incontro fortuito, nei seminterrati dell’ex manicomio Santa Maria Maddalena di Aversa, con un cumulo di scarpe abbandonate, spaiate, rosicate dai topi.

Scarpe senza lacci, vietati in manicomio, indossate da quanti – donne, uomini e bambini – sono stati rinchiusi in quel luogo, secondo una cultura e una normativa che trasformava l’azione psichiatrica in intervento di ordine pubblico, portando in manicomio chi era considerato pericoloso o di pubblico scandalo. Un libro che ripercorre oltre un secolo di psichiatria in Italia, dalla legge del 1904 all’attuale sistema dei servizi, per riflettere con rigore scientifico su ciò che manca e sulla riproposizione di logiche manicomiali. Un libro che inevitabilmente ci impone un’importante domanda politica: in che società vogliamo vivere?

Quali strade devono ancora percorrere le scarpe dei matti per trovare un po’ di pace?

Per trovare un po’ di pace, un po’ di giustizia, devono incontrare sguardi capaci di ascolto e accoglienza, la cura che, prima di qualsivoglia diagnosi o farmaco, è data dal riconoscimento, dall’essere accolti, scriveva Jorge Luis Borges, come parte di una realtà innegabile.

In questi 40 anni di chiusura dei manicomi com’è migliorata la vita dei matti?

La chiusura dei manicomi è stata una vera e propria rivoluzione, una delle più importanti riforme operate in questo Paese, il primo a realizzare la possibilità di curare la sofferenza mentale facendo a meno delle mura asilari. L’opera iniziata da Franco Basaglia, e al sud, in Campania, da Sergio Piro, ha restituito il sofferente psichico al diritto di cittadinanza, riconoscendogli dignità sociale e reali possibilità di cura. Purtroppo, la legge 180 è stata applicata male, a macchia di leopardo con grandi differenze territoriali, e certamente presenta elementi estremamente problematici come il Tso. Ma sarebbe un grave errore, storico e politico, imputare la cattiva o mancata applicazione delle previsioni della normativa alla legge, i cui principi sono saldamente ancorati all’orizzonte costituzionale.

Ha visto il film Joker? Mi ha fatto pensare allo psichiatra, Ronald Laing, che vedeva nella follia una risposta sana a un ambiente sociale malato. Oggi come si cura un paziente come Joker?

Il film porta riflessioni importanti anche sul mondo della sofferenza psichica, ma credo che non si debba “tipizzare” Joker: ogni percorso di cura deve rispondere al cammino biografico, ai bisogni, ai desideri della persona sofferente, a partire dal riconoscimento della sua unicità calata nello specifico contesto, sociale, familiare, affettivo e lavorativo in cui vive. Va poi chiarito che l’equazione malattia mentale-pericolosità sociale è fondata sulla paura del diverso e sulla logica del capro espiatorio, figlia di una visione stereotipata della sofferenza psichica che, purtroppo, viene inopinatamente riproposta dalla politica, dai media e anche dai tecnici.

Un altro tema che emerge dal film, come critica al sistema americano, sono i tagli al welfare che privano Joker dell’assistenza psichiatrica di cui ha bisogno. In Italia come siamo messi?

In Europa e in Italia, negli ultimi trent’anni, si è realizzato uno smantellamento sistemico del welfare, che si è abbattuto innanzitutto sulle persone più fragili, sulle fasce sociali più deboli, su quanti, come i sofferenti psichici e i loro familiari, avrebbero maggiore necessità di cura e assistenza. Il taglio dei servizi (innanzitutto quelli aperti sulle 24 ore), del personale, dei luoghi pubblici di cura, determina una situazione spesso insostenibile, con prese in carico che si limitano alla prescrizione farmacologica e un’assistenza quotidiana che ricade sulle sole spalle dei familiari. E la situazione diventa drammatica al Sud, dove in regioni come la Campania, le Marche, la Basilicata, alla salute mentale è assegnato poco più del 2% del Fondo Sanitario, a fronte di una media nazionale del 3,5%. Ma non è solo una questione di scarsità di fondi, è importante anche come si spendono, quali sono le opzioni di cura messe in campo.

Dal suo lavoro emerge che dietro la produzione e al consumo di farmaci, oltre a un conflitto d’interesse tra medici e case farmaceutiche, c’è un obiettivo socio politico di controllo ed esclusione, cosa intende?

Il conflitto d’interesse è segnalato, oltre che da numerosi studi, finanche dal Comitato nazionale per la bioetica, senza che però questo abbia prodotto alcun intervento utile. Oggi si assiste a un vero e proprio abuso della prescrizione e dell’utilizzo dei psicofarmaci. Nel 2017 in Italia, secondo i dati del Ministero, si sono consumate oltre 48 milioni di confezioni tra antidepressivi, antipsicotici e litio, con una spesa lorda superiore ai 500 milioni di euro. Un trend destinato a crescere.

Il nuovo grande mercato di consumatori è rappresentato da giovani e bambini, con psicofarmaci somministrati fin dalla più tenera età, a fronte di un dilagare psichiatrico-diagnostico da cui scompare il contesto sociale, economico e familiare e ogni problematicità, ogni supposta anomalia è addebitata a una malattia del soggetto. Chi viene considerato “anomalia” del sistema capitalistico produttivista viene “normalizzato” come consumatore di farmaci. Questo non vuol dire negare l’esistenza della sofferenza psichica, né l’importanza dei farmaci: si vuole, piuttosto, richiamare la necessità di problematizzare le questioni in campo e restituire la salute mentale alla sua dimensione multisistemica e pluridisciplinare.

Per i familiari esiste un’assistenza che li aiuti nella gestione della malattia?

Oggi i familiari, a fronte dello smantellamento dei servizi, sono troppo spesso abbandonati a loro stessi, senza ricevere alcun tipo di supporto dalle istituzioni. È però essenziale che anche i familiari si facciano protagonisti, come i sofferenti stessi, di rivendicazioni e lotte in grado di portare questi temi al centro del dibattito pubblico, contribuendo in maniera sostanziale al cambiamento delle cose.

Nel libro si parla di fascino discreto dei manicomi e di recente abbiamo sentito Salvini parlare della riapertura dei manicomi, cosa ne pensa?

In realtà il fascino del manicomio si fa sempre meno discreto. Purtroppo una certa politica fomenta e cavalca in modo strumentale la paura del “diverso”, costruisce con un linguaggio spesso violento i capri espiatori a cui imputare tutti i mali sociali, autoassolvendosi delle proprie mancanze e omettendo le proprie ruberie.

Riproporre i manicomi è in linea con il pensiero che vuole i porti chiusi, con le politiche che hanno costruito luoghi terribili come Cie e Centri di rimpatrio, con un autoritarismo che ha in spregio diritti e libertà inseguendo, con parole d’ordine d’odio e violenza, una strana concezione di ordine e sicurezza che somiglia molto alla repressione di regime.

Ogni ritorno era negato

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 29/10/2019 - 23:33

Di Peppe Dell’Acqua

[dall'introduzione a Dopo venuti a Trieste. Storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine 1945-1970]

Quando nel 1971 sono arrivato a Trieste, confini orientali non era altro per me che una definizione geografica. Sapevo poco della storia dell’esodo, una storia tanto recente quanto drammaticamente sconosciuta ai più e offuscata dai luoghi comuni, dalle ideologie e dai conflitti. Trieste, per un giovane salernitano, era lontanissima. Un altro mondo. Avevo maturato un’immagine molto manichea. Anch’io ero influenzato dalle contrapposizioni di quel tempo. Tutto si riduceva a pensare che da una parte c’erano i comunisti e dall’altra i fascisti: di là quelli della Resistenza che hanno sconfitto il nazismo e cercano di fondare un paese nuovo, indipendente, una nuova organizzazione sociale, una vita, che è capace di guardare oltre e di qua c’è un paese che sembra bloccato, obbligato nella scacchiera delle politiche internazionali che si stavano formando. Era evidente che l’Europa era ormai tagliata in due: la guerra fredda, a Trieste, col confine sulla porta di casa, assumeva una concretezza inquietante. Dovevo cominciare a orientarmi tra quanto leggevo e quanto mi raccontavano. I rastrellamenti, le foibe, le rappresaglie, gli esodi forzati, i confini che cambiavano, i cognomi sloveni e croati obbligatoriamente italianizzati per decreto ministeriale, i campi di concentramento dove gli italiani internavano i giovani partigiani e quelli dove più tardi verranno internati i comunisti dissidenti, erano oggetti sconosciuti. Dell’esodo, dell’abbandono forzato delle terre, della scomparsa degli italiani, solo più tardi comprenderò tutta la potenza drammatica.

Quando qualche anno prima, era il 1968, studente universitario, avevo viaggiato in autostop lungo tutta la costa dalmata, avevo goduto la bellezza del paesaggio e l’amicizia di tanti giovani studenti jugoslavi. Non mi passava neanche per la testa che stavo toccando con mano una storia che solo più tardi avrei dovuto conoscere. A Trieste sono arrivato insieme a tanti altri giovani, con Basaglia che progettava di proseguire sulla linea di quanto aveva sperimentato a Gorizia. Il cancello di San Gio- vanni una volta varcato ha segnato tutta la mia vita. Il posto di blocco di Rabuiese o di Sezana era un confine tra due mondi. Ero attratto dalle differenze: come saranno le fabbriche, le scuole, gli ospedali, il cinema, la cultura, la democrazia, il socialismo?

Era ll sogno di una cosa: come per i giovani amici friulani di Pier Paolo Pasolini. Eravamo affascinati dal viaggio alla ricerca di un altro mondo privo di discriminazioni, oppressione e sfruttamento. E trovavo davvero delle conferme! Venivo a sapere delle brigate dei giovani comunisti, operai di Monfalcone, che sceglievano di andare volontari dall’altra parte per contribuire allo sviluppo del socialismo. Leggevo del giovanissimo Tomizza che nei primi anni ’50 lavorava ai programmi in lingua italiana di Radio Belgrado. Nelle mie escursioni domenicali, la ricorrente presenza di lapidi e monumenti, a ricordo della lotta partigiana e dell’eccidio di tanti giovani e di tante donne, sembrava rafforzare le ragioni della mia ricerca. Avvertivo tuttavia un vuoto, una sorta di voragine che dovevo assolutamente colmare.

Cominciavo ad apprendere con maggiore dettaglio quanto era accaduto a Trieste e in quelle terre durante la guerra e il ventennio fascista. Mi rendevo conto che per le popolazioni di questi luoghi l’identità italiana assumeva uno spessore e una responsabilità completamente diversi dalla tranquilla spensieratezza del mio essere italiano. Non era facile comprendere quanto era accaduto. Ma le fratture erano evidenti e non ho potuto non sentirmi vicino a chi aveva subito le forme più estreme del nazionalismo, la repressione più orribile dell’occupazione tedesca, lo sconvolgimento e le durezze della lotta partigiana. Dovevo, poi, fare i conti con la persistenza della lingua italiana, di un bel parlare, più veneto che triestino, che mi permetteva di ascoltare quelle singolari storie che riuscivo a rubare quando mi avvicinavo di più a qualche vecchio, a qualcuno che quelle vicende aveva vissuto: dalla Grande Guerra, al fascismo, all’occupazione tedesca, dalla guerra di liberazione, alla costruzione della federazione jugoslava. Ero disorientato, una vertigine, tra confini e identità che mutavano, tra un racconto e l’altro. La presenza veneziana mi restituiva un fascino particolare. Le piazze di pietra bianca, le facciate delle chiese, i campanili, i porti e i moli continuavano a confondere ogni mia recente certezza. Nei paesi dell’interno trovavo campi, coltivazioni, attrezzi che mi riportavano d’improvviso all’immagine del paese dell’Irpinia, dove ho vissuto le estati della mia infanzia con la nonna.

Nelle storie che ascoltavo in manicomio, a colpirmi non era solo il dolore fermo e pietrificato nel momento difficile dell’abbandono del luogo d’origine, ma quella particolare condizione che su questo dolore sedimentava. Una volta in manicomio per resistere all’omologazione, all’unica piatta identità dell’istituzione, le persone non possono che aggrapparsi a quella loro identità sofferente e frammentata. Quasi a coltivarla. L’ascolto delle piccole storie, una sorta di pantografo, mi riportava alle centinaia di migliaia di persone che ora, sapevo bene, erano arrivate, transitate e ripartite da Trieste. Come certamente aveva fatto la mia professoressa d’inglese del liceo. Si chiamava Marina Gelletich. Noi alunni sapevamo che era fiumana. Non sapevamo com’era arrivata a Salerno e dove vivesse. Conoscere poco di lei la rendeva ancora più strana e misteriosa di quanto dicessero il suo parlare, il modo di vestire, di rapportarsi con noi. Che fosse istriana per noi non significava nulla e che forse stava abitando in un campo profughi significava ancora meno.

Conoscenze superficiali, luoghi comuni e tranquilli punti di vista hanno dovuto ricollocarsi. Entrato a San Giovanni, un manicomio come tutti, dove si può leggere la storia del luogo nelle sue dimensioni più estreme e talvolta grottesche, dovevo rendermi conto, per fare il mestiere che mi accingevo a fare, delle storie degli internati e di un’intera città, di un territorio lacerato. Dovevo cercare di sapere cos’era veramente accaduto. Cogliere la singolarità dei vissuti. Per molti si era trattato di una frattura insanabile, una discontinuità, un prima e un dopo che non trovava possibilità di ricomposizione se non, forse, in una forzata rimozione. Non tutti avevano avuto la possibilità o il coraggio di imbarcarsi sul transatlantico Saturnia. Tanti erano rimasti a Trieste accolti dalle politiche di assorbimento del governo di allora, vicini e lontanissimi dalle terre che avevano lasciato.

Ho passato notti intere, durante i turni di guardia, a parlare con gli infermieri e i ricoverati. Ero curioso di conoscere come accadeva la partenza, come avevano affrontato l’arrivo nei campi profughi, ma anche com’era stata la loro giovinezza, i balli, i fidanzamenti, gli sposalizi, le feste patronali, il lavoro nei campi, i modi e le stagioni della pesca. Le conversazioni erano ricche di espressioni dialettali croate, slovene, istriane, triestine. Ascoltare mi rivelava un aspetto che poco mi era stato chiaro. Capivo che molti non andavano via per una particolare scelta di campo ma per un cupo sentimento d’ineluttabilità che sembrava incombere sulle loro decisioni.

Per i ricoverati istriani che di giorno in giorno conoscevo meglio, mi sembrava che l’internamento fosse conseguenza del peso della storia che gravava sulle loro spalle. Rischiavo di ridurre la malattia al destino di essere nato a ridosso di un confine o al peso di vicende storiche e politiche più grandi delle loro vite.

Gli infermieri, che sono stati per me singolari narratori di quelle terre, mostravano con diversi accenti la consapevolezza di quanto era accaduto. Chi più chi meno esprimeva una sua posizione politica. Molti, radicandosi poco a poco a Trieste, dimenticavano il paese abbandonato. Altri non sopportavano il dolore della lontananza e ritornavano spesso. Quasi imbarazzati raccontavano il viaggio. Per tutti il confine faceva percepire una distanza incolmabile. Quei paesi, seppure a poco meno di un’ora di macchina, apparivano ormai irraggiungibili.

Gli internati, quasi tutti, preferivano tacere. Coglievo una sorta di arresto, un’immagine ferma in un tempo che non scorre. Era difficile collocare le loro esperienze, la loro vicenda umana in un divenire che restava indecifrabile e a me estraneo. Sarebbe stata comunque evidente la pochezza della semplificazione, se avessi voluto attribuire all’abbandono della famiglia, della terra, dei sogni di quelle giovinezze spezzate le ragioni della malattia e dell’internamento. La malattia, come sempre, aveva a che vedere con chissà quante cose.

Il racconto che ascoltavo nei viali e nei cameroni di San Giovanni si collocava tra gli anni ’50 e ’60. Erano stati gli anni della mia adolescenza che non avevo vissuto a Trieste: una volta lasciata la tua terra, non incontri più i compagni di scuola, non riconosci nessuno per strada. Così, nella quotidiana vicinanza con i ricoverati, l’oratorio, i rioni, la partita di calcio erano segnali muti. Frequentemente, per esempio, chiedevo delle scuole elementari, della maestra, del grembiule, dei banchi, della refezione, nel vano tentativo di trovare un comune terreno di scambio. Se era evidente la distanza da colmare con i triestini, con gli esuli e i profughi era doppia.

Per i triestini ero forestiero. Percepivo chiaramente la frattura che minacciava la continuità della mia storia e meglio potevo comprendere l’interruzione di quelle vite. Alla frattura della malattia e a quella, quanto mai presente, del muro del manicomio, si aggiungeva l’impossibilità di vivere il dolore della lontananza. I sentimenti, le passioni, gli stati d’animo erano ormai negati dalla diagnosi che sovrastava in- contrastata ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero. Quelle persone erano ormai fuori da ogni contesto, fuori dal contratto, fuori dalla storia, costretti a vivere dentro la malattia, aldiquà di un confine che rendeva oramai irraggiungibile la propria terra e insanabile la frattura. Ogni ritorno era negato.

Il manicomio è stato sempre il luogo che sancisce e riproduce la rottura del contratto. Per lo psichiatra il mandato non era altro che questo: confermare l’esclusione. Punto. Per la psichiatria e l’istituzione manicomiale era del tutto superflua la ricerca di un’origine, di una storia sociale, di un brandello di esperienza personale. Avrei potuto non sapere affatto di istriani, dalmati, pugliesi, triestini. Un dettaglio della scheda anagrafica e delle scarne notizie della cartella clinica. Certamente il senso del riconoscimento di un’appartenenza non poteva risolversi nell’accostare all’attributo schizofrenico anche quello di istriano. Nella prospettiva che andavamo scoprendo, il luogo, la terra, le vicissitudini erano gli elementi che restituivano significato e costruivano vicinanza. Molte volte mi sono ritrovato a raccontare la mia storia – chissà in quanti modi diversi e con quanti differenti dettagli! – e forse desideravo che l’altro trovasse con me una qualche comunanza, una possibilità di somiglianza, di scambio. Trovare qualcosa che ci permettesse di riconoscere un modo comune per dire le nostre emozioni. Per esempio parlare delle case popolari, del cortile dove ho vissuto la mia adolescenza. Mio padre era ferroviere e abitavamo nelle case dei ferrovieri e quando trovavo qualcuno come me figlio di ferrovieri, sembrava ci conoscessimo da una vita.

Parlando con gli istriani tuttavia facevo fatica a trovare l’immediatezza della vicinanza. La loro esperienza era lontana. Non era dato immaginare la possibilità del ritorno che potesse stravolgere l’immutabilità dei destini degli internati. E invece, inaspettatamente, tante storie di ritorno, che pure accadevano, facevano esplodere i blocchi della guerra fredda, l’irreversibilità della malattia.

A Trieste, il tentativo di ricomporre le fratture così profonde nelle storie delle persone diventava, di giorno in giorno, un imperativo categorico. Dovevamo ascoltare e favorire il racconto dell’altro. Non bastava mai. Le vie d’uscita si potevano trovare soltanto nella trasformazione, seppure lenta, del quotidiano. Bisognava tornare nei luoghi che da anni le persone avevano lasciato. Era necessario stare insieme per ore e per giornate intere. I piccoli viaggi, le vacanze al mare o in montagna – allora un’assoluta novità – permettevano lenti ma inesorabili avvicinamenti. A poco a poco le persone trovavano il piacere di raccontare la loro vita. Era facile raggiungere la casa di Livio a San Giacomo, non era altrettanto semplice per Giovanni, Ljubo, Boris, Eufemia toccare le pietre della loro casa a Umago, a Vrh, a Pisino, a Rovigno. Questi ritorni non finivano mai di interrogarmi: com’era stato possibile andar via? Com’era stato possibile lasciare la piccola vigna di Buroli, e Cherso, e Parenzo, e Portole, e Giurizzani? E l’azzurro e le pietre bianche? E non andar via per scelta, ma per una dolorosa obbligazione, con la consapevolezza dell’impossibilità del ritorno.

Le scarpe dei matti

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 29/10/2019 - 23:32

Di Paolo Peloso, psichiatra, Genova

[articolo pubblicato su Psychiatry on line Italia]

Della prossima uscita del libro Le scarpe dei matti. Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia (1904-2019) Antonio Esposito, giornalista e ricercatore indipendente nel campo sociale di Napoli, mi aveva parlato l’anno scorso, in occasione della presentazione a Genova del volume Storia di Antonia. Viaggio al termine di un manicomio, scritto con Dario Stefano Dell’Aquila e recensito in questa rubrica.

L’immagine da cui il testo prende le mosse è quella di un cumulo di scarpe spaiate e impolverate scoperto accidentalmente nel sottoscala di un manicomio, ed è suggestiva per due ragioni. La prima è l’implicito rimando al lager; la seconda, all’idea che è un percorso attraverso l’ultimo secolo e poco più di psichiatria italiana quello che ci viene proposto.

Non è facile classificare il volume perché rispetto al testo di riferimento per la storia della psichiatria italiana, Liberi tutti di Valeria Paola Babini, del quale condivide quasi, per la parte storica, la data d’inizio (1902-1978 in quel caso), manca dell’equilibrio tra le parti e dell’ordinamento cronologico che caratterizzano un testo, appunto, di storia, e si pone in una prospettiva diversa arrivando a comprendere la storia più recente, quasi il giornale di ieri.

Parte però forse da troppo indietro per essere un volume dedicato alle questioni aperte della psichiatria dell’oggi, molte delle quali vi trovano uno spazio, alcune più adeguato e altre meno (dall’impatto dell’amministrazione di sostegno, al superamento ancora in atto dell’OPG, alla contenzione, al TSO e all’ASO, alla neoistituzionalizzazione, persino ai LAI e alle tecniche di brain modulation, nonché alle recenti proposte di riforma di Lega e Radicali, ai dati ProgRes e agli ultimi dati diffusi dal Ministero e commentati da SIEP sullo stato dei servizi).

Il taglio comunque rimane quello dello storico, applicato anche alla cronaca, il che mi pare indubbiamente un tratto di originalità e di interesse.

Il testo si compone di diversi capitoli: il manicomio e la legge 36, il lungo periodo dalla legge 36 alla legge Mariotti, le esperienze degli anni ’60 e ’70, gli scandali manicomiali, la legge 180, lo stato attuale dei servizi, il TSO, il manicomio e l’OPG, le terapie di shock e la psicochirurgia, la contenzione, la psicofarmacologia. Difficile è anche capire a chi sia dedicato: per chi già conosce e frequenta la materia propone senz’altro una documentazione preziosa e ricostruisce in modo puntale passaggi importanti, come quello del dibattito in Costituente sull’articolo 32, tra le pagine più belle; in altri casi però ripropone nozioni che forse avrebbero potuto essere date per note e riassunte. Per essere dedicato a chi si avvicina per la prima volta a una vicenda complessa, quella della psichiatrica italiana, il livello di documentazione e approfondimento è in alcuni casi senz’altro abbondante, in altri forse carente, e l’attenzione è forse sbilanciata a favore dell’evoluzione della normativa, rispetto a quella delle pratiche, delle esperienze concrete.

Se dovessi identificare il pregio maggiore, mi pare che sia lo sforzo di ricerca documentaria e di riproposizione diretta delle fonti che ne sta alla base: perché dentro la mole davvero imponente delle pagine, sono molte le perle nelle quali ci si imbatte, le cose che erano dimenticate e che fanno riflettere. Molti sono i documenti interessanti riportati, e ne sono senz’altro un punto di forza, come l’appassionato appello di Sartre, Chomsky e Dedijer lanciato in difesa di Basaglia sotto processo (p. 169), o il giudizio di Bobbio sulla 180 (p. 255), o in senso contrario il riferimento al suicidio di un care-giver che si sentiva abbandonato dai servizi a Brescia nel 1982 (p. 263), o ancora il dibattito tra Basaglia e Orsini, ospiti di Maurizio Costanzo (pp. 275-279), ma anche moltissimi altri.

E forse, il principale limite invece è il fatto che l’attenzione per il dibattito in alcuni casi non sia pari a quella per le fonti; un po’ come se, su vari temi, dalle fonti a questo volume poco fosse stato scritto e discusso. Se si dovesse dare una valutazione complessiva, perciò, il tratto fondamentale di questo testo – che ne è insieme il difetto e il pregio – mi pare una sorta di “voracità”, di “affanno” quasi, un bisogno di toccare tanti temi, approfondendone alcuni, e altri inevitabilmente no. Vi si trovano, come dicevo, passaggi rispetto ai quali il lavoro di ricerca e documentazione è decisamente minuzioso e prezioso: il dibattito a monte della promulgazione della legge 36/1904 e le sue previsioni, scelto come punto di partenza, e poi le sue conseguenze. I ritocchi normativi apportati in senso custodialistico in epoca fascista, ma anche la ripresa dell’aumento del numero di posti letto nel dopoguerra, un fenomeno di cui si parla poco. La precisione con cui è ricostruito il dibattito nella Costituente sull’articolo 32, che ho trovato di grande interesse perché in fondo è proprio lì che la questione del TSO e della legge 180 trovano un fondamento spesso trascurato. Il dibattito sulla promulgazione della legge 180 – un ampliamento del diritto di cura ai non pericolosi e scandalosi, scrive Esposito, e mi sembra originale e interessante vederla anche da questo lato – con la ricca e documentata ricostruzione del dibattito, in particolare sulle questioni spinose: TSO, SPDC e suo rapporto con l’organizzazione dipartimentale, e quella del ruolo (meglio del non-ruolo) giocato in quella fase dall’Università. Con lo stesso approccio di questi momenti, vengono affrontati nodi molto recenti: il superamento degli OPG, la questione della contenzione che dalla citazione dal viaggio del belga Joseph Guislain in Italia nella prima metà dell’Ottocento alla vicenda di Franco Mastrogiovanni con le fasi più recenti del dibattito attraversa tutto il volume come una sorta di fil rouge, ai più recenti aspetti della questione psicofarmacologica e delle terapie di modulazione cerebrale.

E ho trovato senz’altro pregevole la puntuale ricostruzione della promulgazione a breve distanza dei due decreti Bindi in tema di terapia elettroconvulsivante (pp. 466-469), o quella del pronunciamento della Cassazione sulla contenzione in riferimento al caso Mastrogiovanni (pp. 484-393). Se occorra, poi, come vorrebbe l’Autore, una legge che esplicitamente vieti la contenzione negli SPDC, mi pare opinabile, perché questa previsione mi pare già garantita dall’attuale quadro normativo, e come ben si vede questo non è sufficiente a limitare il ricorso al solo stato di necessità, perché è la definizione di stato di necessità che rischia di presentare in questo caso confini troppo labili. E quanto poi all’ipotesi che il fatto che questo reato sia compiuto in ambito sanitario possa essere previsto come aggravante, ci si può ragionare, anche se io resto convinto che la scorciatoia di perseguire la riduzione o l’abolizione della contenzione per legge sia destinata a dare scarsi risultati, e per ottenere quest’obiettivo sia più importante invece lavorare a una trasformazione della cultura dei gruppi di lavoro, a partire ovviamente da chi li dirige.

In altri casi il volume non introduce sostanziali novità rispetto a vicende già note, ed è il caso dei riferimenti al dibattito eugenetico, alle due guerre, al cammino dal dopoguerra alla legge 180, alle prassi di trasformazione degli anni ‘60-‘70 dove però è interessante l’ampliamento della prospettiva di studi precedenti con l’inclusione di Nocera, Torino, Reggio Calabria.

Alcuni temi mi sono parsi affrontati in modo forse un po’ troppo convenzionale e sbrigativo: è il caso della storia del manicomio che quasi parrebbe sia stato, al di fuori di una prospettiva storica, nel suo secolo e mezzo di vita sempre lo stesso; o di una questione complessa come quella dell’ergoterapia della quale non viene forse del tutto colto il carattere ambiguo di elemento disciplinante ma anche evolutivo, strumento di coercizione e ricatto a volte, ma altre testimonianza di autentico e appassionato sforzo di cura là dove altre cure non c’erano, o il fatto che sempre nella letteratura ottocentesca a un maggior impegno nell’ergoterapia corrisponda minore ricorso alla contenzione e viceversa; o la nascita del manicomio giudiziario e i nodi più delicati del suo superamento, a proposito del quale vengono sì riportati preziosi documenti come quello della posizione del CSM sui delicati e discussi temi delle misure di sicurezza provvisorie o delle liste d’attesa per le REMS, ma poi i riferimenti al dibattito in atto e ai punti di vista alternativi su queste questioni non sono forse sufficienti; o ancora la funzione dell’amministrazione di sostegno, figura sull’utilità della cui introduzione siamo tutti d’accordo, ma della quale mi pare non siano colte a sufficienza quelle che si stanno via via rivelando le criticità, almeno nella mia esperienza, a partire dal sentimento di oppressione che spesso la nomina evoca comunque nel “beneficiario” (che tale spesso non si sente, nonostante le buone intenzioni, per nulla) o il ruolo neoistituzionalizzante che rischia a volte di assumere, per carenza di cultura antiistituzionale, chi esercita la funzione nella dialettica coi servizi (se è collocato lì, si è tutti più tranquilli).

In altri casi ancora poi la posizione di Esposito mi pare tradire un’ambivalenza, come nelle pagine dedicate al ruolo degli psicofarmaci nella deistituzionalizzazione, che sono testimonianza di uno sforzo da parte sua di coglierne, da un lato, sulla scia di varie e profonde citazioni da Basaglia, il carattere complesso; e della tentazione, dall’altro, di sottolinearne unilateralmente il carattere disciplinante e sfigurante la “naturalità” della follia, al cui fascino l’Autore pare non sapersi del tutto sottrarre. Pagine in bilico, insomma, tra Basaglia e Antonucci, mi paiono queste, senza saper esercitare un’opzione decisa a favore del primo come, personalmente, credo che sia opportuno.

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