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Che cosa è oggi la nostra psichiatria?

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 17/09/2019 - 15:13

Di Donato Morena

Il lutto porta sempre con sé il bisogno di un’elaborazione, necessaria nella sua funzione di restituzione di senso, di un senso, per chi rimane. La morte delle persone che ci vengono affidate, nel proprio corpo e nella propria anima, apre inoltre ferite che lasciano dubbi profondi sulla direzione dei nostri passi.

Negli ultimi giorni tanti e significativi sono stati gli interventi che hanno dato voce al dolore che si prova di fronte alla morte di una ragazza ventenne. Di nuovo una morte che riempie d’angoscia.

Ne è nata una discussione (purtroppo a tratti condotta con venature di acredine poco rassicuranti per chi assiste con occhi di speranza al nostro operato), ultima di una serie, essendone occorse altre, in questi anni, all’indomani di altre tragedie (ogni morte di un paziente lo è – così come non possiamo dimenticare le morti di operatori di salute – squarci nel velo dell’esistenza improblematica).

Ad ogni evento si è cercato di dare un segno postumo, cercando cause, rimedi, riorganizzazioni, affinché ciò che è avvenuto non si ripetesse.

Alle persone decedute in conseguenza di assurde contenzioni meccaniche si è tentato di restituire la dignità strappata attraverso protocolli che ponessero limiti a tali pratiche. Dopo i colpi mortali di arma da fuoco contro pazienti agitati o in fuga, è stata valutata l’introduzione di pistole elettriche, i Taser, in uso da tempo negli Stati Uniti. Alle morti di due operatrici di salute mentale per mano di pazienti, si è discusso delle strategie per ottenere maggiore protezione nei luoghi di lavoro. Maggiore sorveglianza e un richiamo alla custodia di cui gli operatori sono ritenuti garanti sono stati invocati dopo le morti volontarie in luoghi di cura e riabilitazione. Successivamente a violenze compiute da pazienti in fase di scompenso psicopatologico, è stata ribadita la posizione di garanzia degli operatori, chiamati a controllare la continuità delle cure, soprattutto di tipo farmacologico.

Con questo breve riassunto delle vicende recenti, di eventi che si sono inscritti nelle vite di operatori e pazienti inestricabilmente legate, vorrei entrare nel merito non di ognuna delle soluzioni trovate quanto pensare all’insieme delle stesse e al futuro che si sta delineando per la nostra psichiatria.

Nelle discussioni sulle pratiche da attuare, nate dopo questi eventi, viene infatti spesso richiamata la strada che conduce ad azioni dalla comprovata efficacia scientifica, con la messa all’indice di soluzioni considerate ideologiche. È stata riaffermata con forza tale posizione dai vertici della psichiatria italiana: la psichiatria appartiene all’alveo delle scienza. Tale posizione, d’altra parte, è assolutamente legittima, ma allo stesso modo limitativa, se considerata in modo esclusivo ed ermetico.

Una visione d’insieme della storia della psichiatria, soprattutto di quella italiana, non può ignorare come i maggiori sviluppi positivi siano nati proprio allorché le teorie e le prassi si siano aperte ad altri mondi e ad altre discipline, psicologiche, antropologiche, sociali, filosofiche, artistiche.

È stato un merito decisivo, quello di aver saputo coltivare autocritica verso le proprie teorie e le proprie prassi, lasciando che queste ultime venissero arricchite da altre esperienze e altre visioni.

Dalla capacità di far buon uso della propria crisi, da intendere nella nobile apertura al dialogo e alla trasformazione, la psichiatria ha saputo trarre per prima quell’energia trasformativa che solo con molto ritardo è stata assimilata da altre branche della medicina.

Dalla fusione calda di diversi ambiti, la psichiatria, in particolare quella italiana (ancora), ha saputo generare un orizzonte più ampio: quell’idea di salute mentale che guarda a tutti, non solo a chi rientra nelle definizioni diagnostiche dei manuali psichiatrici.

Tanti sono stati i successi ottenuti nel nostro Paese nei decenni scorsi. Da anni tuttavia sembra che questi traguardi non siano più degni della valorizzazione che meriterebbero.

I movimenti di trasformazione hanno portato alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari negli anni recenti. Ma, nonostante lo straordinario impegno dei propri protagonisti, questi movimenti sembrano sempre meno accompagnati da nuove forze propulsive.

Forse, più forte appare l’attrazione di miraggi scientisti. Col rischio di un distacco dalla propria storia, e di una frattura, mi viene da dire, dal mondo reale.

Lo noto dagli sguardi stravolti di chi si trova di fronte a situazioni complesse che necessitano di risposte altrettanto complesse, a cui troppo spesso non si è abituati.

In questo contesto, parlare sic et simpliciter di “efficacia” nella ricerca di cambiamenti appiattisce e svuota di senso il metodo culturale e umano con cui i problemi della psichiatria andrebbero affrontati.

Mi viene in mente, ad esempio, l’abisso incolmabile (eppure da colmare) tra esperienze di stati di acuzie gestiti senza o con la contenzione meccanica; tra le ore trascorse a cercare un contatto che renda possibile una terapia, questa sì, efficace nel riportare la vita sui binari da cui è deragliata e i pochi attimi con cui con forza si ottiene una contenzione farmacologica. La sola scienza statistica non è capace di far emergere le profonde divergenze di tali prassi. Quali dati numerici nei nostri database elettronici potrebbero darne testimonianza? Ancora, quali differenze tra il valore numerico assegnato all’inizio di una terapia sotto minaccia di TSO rispetto a quello che si raggiunge dopo ore di dialogo? E tra la riduzione dei revolving door, delle ri-ospedalizzazioni dei pazienti, di un servizio attento solo alla continuità farmacologica, rispetto a quella raggiunta da un servizio che si prende cura di altri bisogni dei suoi utenti?

Certo, ci sono mille altre variabili con cui la psicometria permette di quantificare gli aspetti umani, la qualità di vita, il benessere, lo stato di salute fisica, l’empowerment, e altre categorie della recovery, della ripresa. Ma per quanto si possa disarticolare la vita e le relazioni, nessun dato può restituire l’infinito dispiegarsi dei rapporti, delle parole, dei gesti, degli sguardi, dei silenzi. Elementi spesso fragili e rarefatti, a volte solo intuitivi, ma straordinariamente salvifici.

Su questo terreno, su queste intuizioni, certamente non su preventive analisi statistiche (arrivate comunque a supporto in un secondo tempo, a testimoniare il valore dell’ottimismo della pratica) è nato il rivoluzionario progetto di chiusura degli Ospedali Psichiatrici, prima; ieri degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

Dalla necessità etica di restituire il diritto di cittadinanza ai pazienti, anche autori di reato, è sorta la spinta per questi cambiamenti; non su aspetti medici, che d’altronde non sono i soli a caratterizzare la figura e l’operato dei medici e degli operatori.

Se così non fosse, le esperienze di trasformazione dei primi Ospedali Psichiatrici a dispetto dello status perdurante degli altri non avrebbe avuto alcuna significanza. Se non quella di dover rialzare mura, recinti e barriere.

Sono elementi, questi che caratterizzano la storia della psichiatria, della nostra psichiatria, nel suo rinnovarsi e saper rigettare le proprie componenti deteriori, che dovrebbero essere apprezzati, ricordati, continuamente insegnati nella formazione dei nuovi operatori, tenuti sempre a mente nelle prospettive future e, infine, valorizzati come tratti di merito rispetto ad altre discipline mediche. Sono, infatti, elementi degni di diffusione nel loro potenziale trasformativo.

Penso ai Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, reparti ospedalieri che nelle speranze di Franco Basaglia avrebbero dovuto contaminare gli altri, diffondere il valore della tutela della salute al di là di quello della guarigione del corpo.

In questi ultimi anni assistiamo, invece, a un contagio di direzione inversa. Anche nei reparti di psichiatria i tempi e i linguaggi dell’ospedale si sono imposti sulle attese silenziose e sulle parole del cuore; i ritmi dell’azienda hanno velocizzato quelli fisiologici delle persone; il personale è sempre più precario nei numeri e nella capacità di accoglienza e sostegno; la collaborazione tra le varie discipline è sempre più caratterizzata da asperità e da rigidi interessi di protezione legalistica.

Tutto ciò, con quali risultati nella sanità? “È come essere in guerra”, ha dichiarato una chirurga aggredita nei giorni scorsi in un pronto soccorso della Campania. Ed è una sensazione che sempre più si sta facendo strada anche nella mente di chi lavora in psichiatria. Una psichiatria d’altra parte in posizione sempre più marginale e subalterna: di nuovo considerata porto franco in cui confinare la devianza. Ci si sente operatori di supporto, chiamati in causa per risolvere gli intoppi creati da agitati, intossicati, devianti, violenti, pericolosi a sé e agli altri: insomma dall’uomo da escludere. Sempre più esposti e con minor possibilità di dare risposta.

Questo per gli operatori, mentre tra i pazienti chi può permetterselo si tiene alla larga dai servizi pubblici.

Eppure, la psichiatria ha avuto l’occasione di diventare un faro per le altre discipline mediche, avendo dimostrato quanto sia importante rendere i luoghi di cura più vicini alle persone, addirittura entrando nelle case, seguendo i pazienti anche in modo proattivo, per dare risposta al disagio prima che si trasformi in urgenza.

Il filo che ha condotto a tali cambiamenti è nato, come detto, prima ancora che da sperimentazioni, da intuizioni umanistiche e pratiche. A cui non possiamo e non dobbiamo rinunciare. Non è possibile infatti rispondere alle grandi questioni che ci troviamo di fronte col solo metodo dell’efficacia scientifica. Non sarebbe solo una soluzione consolatoria quanto parziale e inadatta?

Il teologo Karl Barth affermava che “quando il cielo si svuota di Dio, la terra si riempie di idoli” e potremmo forse estendere questa riflessione all’idolatria verso il metodo scientifico che nei paesi dove è stata attuata non pare aver dato risultati positivi. A giudicare dagli Stati Uniti e dalla situazione della salute mentale e della sicurezza dei suoi cittadini.

Il cielo della nostra psichiatria è stato invece arricchito di ideali alti, e la storia dei cambiamenti ottenuti nel nostro Paese dovrebbe essere motivo di orgoglio.

Gli ideali di cura e di libertà andrebbero riportati al centro delle pratiche, delle risposte, delle proposte. Di nuovo, della formazione. Magari leggendo, tra una diagnosi del DSM e un articolo scientifico, qualche pagina di “Che cos’è la psichiatria?”, raccolta di testi a cura di Franco Basaglia.

Franca Ongaro Basaglia: felicità di un incontro

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 17/09/2019 - 12:55

Di Silva Bon

Ho attraversato per anni gli spazi gestiti dal Dipartimento di Salute Mentale di Trieste: Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura; Centri di Salute Mentale; luoghi altri e molteplici di aggregazione e di socializzazione per una crescita individuale con/nella Comunità.

Il percorso più lungo, verso la ricerca di un auspicato benessere psico-fisico, lo ho fatto in compagnia di donne, molte donne, che sono diventate amiche solidali, con cui condividere le proprie storie di vita, le esperienze di sofferenza, in un cammino che era ed è ancorato a ciò che fa star bene, che dà felicità.

Anche felicità intellettuale, frutto dell’approfondimento di conoscenze, di saperi, che riguardano salute e malattia mentali.

E fondamentale è stato l’incontro diretto con il pensiero di Franca Ongaro Basaglia, moglie e compagna di vita di Franco Basaglia.

Sono convinta che la possibilità di ripresa da momenti, da fasi di crisi, di malessere psichico, è sostenuta anche dalla costruzione di consapevolezza attraverso l’apprendimento: così, assieme ad un gruppo di donne ho, abbiamo deciso di affrontare la lettura e l’analisi di testi, capitoli, brani, passi, squarci più o meno ampi di scrittura, prodotti da chi aveva avuto la fortuna di condividere vita e pensiero con Franco Basaglia. Insieme a lui, insieme a un gruppo di altri giovani psichiatri, Franca Ongaro ha teorizzato ed attuato la fine, la chiusura dei manicomi in Italia, diventando efficace divulgatrice della filosofia che sta alle radici, che sta dietro alla rivoluzione basagliana.

Ho scoperto che tutto questo mi/ci riguardava, soprattutto vivendo a Trieste e usufruendo delle cure della sanità psichiatrica pubblica locale che deriva, si attiene, implementa le teorie messe in atto da Franco Basaglia. Il tutto all’interno di un contesto medico-operativo improntato alla messa in atto di buone pratiche che partono dal rispetto della libertà e della dignità delle persone: porte aperte, no contenzione fisica e/o farmacologica, servizi aperti sulle 24 ore per 365 giorni all’anno.

Ho risposto con una azione concreta ad un bisogno interiore: mi interessava capire l’azione politica di una grande donna, Franca Ongaro, sempre al fianco e in prima linea con Franco Basaglia. La domanda è scaturita dal desiderio di apprendere, di saperne di più, partendo appunto dalla lettura dei suoi scritti.

Così ho deciso di valorizzare il volume Salute e malattia, edito recentemente nella Collana 180, per i tipi di Alpha Beta Verlag di Merano. Il libro raccoglie il lavoro di Franca Ongaro, in parte già apparso nei lemmi molteplici dell’Enciclopedia Einaudi. Dunque testi degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Alcuni anche finora inediti.

Per tutti i mesi di una lunga estate assolata, due anni fa, ho raccolto attorno a me un gruppo di amiche interessate, che hanno aderito affluenti alla mia proposta di leggere Franca Ongaro Basaglia.

Ci siamo incontrate, con scadenza settimanale, negli spazi di Una Casa Tutta per Noi, aperta specificatamente alla frequentazione di donne afferenti ai Servizi psichiatrici del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste: si tratta di un ampio appartamento sito nel cuore storico della città; il living apre le sue finestre sulla Piazza del Ponte Rosso, lastricata di antichi masegni; nel mezzo sta una bella fontana ottocentesca, che vede un putto, il Giovannin, al centro degli spruzzi e dei giochi d’acqua; attiguo, il Canal Grande, che dal mare giunge fino alle falde della Chiesa neoclassica di Sant’Antonio Nuovo, che vi si specchia; tutto intorno, e oltre il Ponte Rosso, il Borgo teresiano di fattura settecentesca, ricco di importanti palazzi d’epoca, simboli decorati e austeri delle fortune della Trieste mercantile.

Anche la location vuole la sua parte!

La bellezza intorno, e la bellezza dentro la Casa, arredata con gusto moderno, e arricchita dai lavori delle donne, lavori che sono testimonianza del gusto, della creatività, della manualità, della produttività dell’immaginazione femminile: così disegni, quadri, composizioni floreali, gioielli, tessuti…

Il nostro gruppo di lettura, uno zoccolo duro di circa sei-sette amiche, aperto alle frequentazioni anche occasionali di altre donne incuriosite, si è dato delle regole: leggere a turno una pagina; analizzare e capire il testo; riflettere sul contenuto; partire dallo scritto per discutere, raccontare i propri vissuti, le proprie impressioni, le proprie emozioni; portare il tutto all’attualità, alle esperienze più recenti, alle conoscenze esperite in vario modo della società che sta attorno.

Niente compiti per casa, ma tutto frutto del discorso collettivo, qui ed ora, di due ore di impegno culturale.

Così abbiamo scoperto la piena attualità del pensiero elaborato da Franca Ongaro, pensiero originale e al tempo stesso ortodosso rispetto alle discussioni infinite elaborate con Franco Basaglia e il gruppo di giovani psichiatri a lui affini e compagni dell’avventurosa rivoluzione in corso: la chiusura dei manicomi, come luoghi di costrizione, di ammalamento, di cronicizzazione, di deprivazione di libertà e di ogni diritto civile ed umano.

Franca Ongaro parte dalla storia, dal processo diverso nei secoli, del concetto di follia; e di come la società si è rapportata, ha giudicato, i folli e la follia.

Lei sostiene che la società attuale, contemporanea, contiene in sé i germi che fanno cadere nelle diverse forme di sofferenza psichica: pertanto la salute mentale può passare soltanto attraverso un profondo cambiamento delle regole che vigono tra gli uomini, tra le donne nel mondo. Sono le profonde diseguaglianze di potere, di censo, le divaricazioni estreme della forbice tra il Nord e il Sud, di tutti i Sud del mondo, che devono cessare, essere superati per giungere ad un equilibrio solidale, a una maggiore distribuzione egualitaria della ricchezza, a una frequentazione tra uomini e donne improntati al rispetto reciproco e alla collaborazione.

In una società più giusta, più responsabile, anche la malattia, la malattia psichica, può essere accolta, tutelata, inclusa, volta verso un recupero di salute, che significa, si incarna nella tutela delle persone con esperienza di sofferenza mentale, diventati cittadini con pari diritti, con pari dignità.

Oggi le regole che partono, che vengono indotte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e che sono messe in pratica, esperimentate, in diverse parti del mondo, parlano di qualità dei Servizi psichiatrici, di buone pratiche basate soprattutto su una rivoluzionaria tutela, implementazione, rafforzamento dei più fragili, dei più deboli, restituendo loro piena personalità.

L’analisi delle opere di Franca Ongaro Basaglia fa giungere all’affermazione della necessità di incidere profondamente nella società odierna attraverso una rivoluzione umanitaria che implica, comporta Salute e Bene – Essere nella/della Comunità.

Per liberare la vecchiaia dall’Alzheimer. Marco Cavallo a Treviso

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 14/09/2019 - 10:30

Quando Peppe è venuto a dirmi che mi avevate invitato a Treviso per una festa, si era dimenticato di dirmi che si trattava di questa cosa qui, questa cosa di Alzheimer. Ho capito subito che mi avete invitato perché sono vecchio. In effetti, ho più di 45 anni e, per un cavallo, 45 anni è un’età biblica!

Va beh, di questa cosa come potete immaginare so abbastanza. Pensate che quando io cominciavo a muovere i primi passi, nel manicomio di San Giovanni, e il mio azzurro diventava sempre più intenso e abbagliante, accadeva che, nei reparti di accettazione, specie quelli delle donne, arrivavano ogni notte fra le tre e le sei vecchie signore. Venivano mandate via dall’ospedale generale perché disturbavano, perché rifiutavano le medicine, perché non trovavano la porta del bagno, insomma venivano mandate in manicomio.

I posti letto presto si esaurivano. Una giovane infermiera, un giorno, è venuta a trovarmi e con le lacrime agli occhi mi ha detto: «Ma ti sembra giusto, Marco Cavallo, che la caposala, come una vecchia strega, ci dice di lasciare aperte le finestre di notte proprio negli stanzoni dove ci sono tutte le vecchie? Tu capisci perché vero?». Insomma questo succedeva.

Intanto era arrivato il nuovo direttore e si diceva di lui che era più interessato al malato che alla malattia. Capivo poco. Che viene a fare, mi dicevo, in un ospedale dove ci sono le malattie, le diagnosi, i farmaci, le camice di forza proprio per curare le malattie più pericolose? Ho capito tutto dopo ed è cominciata tutta un’altra storia. Ho conosciuto anche una signora, francese, era molto bella, ha scritto tanti romanzi adesso non ricordo il suo nome cioè potrei anche ricordarlo, si chiamavaa… ma no no non me lo ricordo. La signora era la moglie, o la compagna non me lo ricordo, di uno che dicevano essere un grandissimo filosofo. Era amico del Direttore che si chiamavaa… boh, non me lo ricordo. Forse Gianpaolo. Ma lui che pure ho visto era piccolo, brutto, con gli occhiali, fumava continuamente e anche beveva. Anche lui aveva scritto delle cose molto belle, per esempio aveva scritto qualcosa ma non ricordo bene ma che diceva che si può sempre migliorare la biografia della persona. Ma non mi ricordo altro.

Sua moglie invece, quella bella signora francese, aveva scritto, questa sì che ricordo bene: «La vecchiaia è ciò che capita alle persone che diventano vecchie». Sì forse era proprio questa la frase. Bene, questo per dire… Ma cosa posso dirvi?

Allora Alzheimer. Alois Alzheimer. Era uno scienziato tedesco, neuropatologo mi hanno detto, che guardando nel cervello delle persone che invecchiano, aveva trovato che il cervello diventava più piccolo o no, lo diceva in un altro modo che proprio non ho mai capito «che le cisterne della base diventavano più grandi» mah…, poi più avanti hanno trovato che le cellule del cervello erano gonfie e non funzionavano più.

Questa difficoltà a stare nelle relazioni, a ricordare i nomi, a orientarsi bene che era quella dei cervelli che il neuropatologo aveva analizzato venne da allora chiamata la malattia di Alzheimer. Da allora, e sempre di più ai giorni nostri, la vecchiaia ha smesso di essere una condizione, della mia vita per esempio, per diventare una malattia. Il morbo di Alzheimer! Un cervello con delle grandi cisterne.

Ma ormai è chiaro, io l’ho capito da tempo: la vecchiaia non è affatto una malattia. Pensate che, proprio in questi ultimi decenni, quelli che si chiamano i neuro-scienziati hanno fotografato, hanno analizzato, hanno visto tante cose nuove nel cervello degli uomini, e anche dei cavalli, e hanno spiegato molte cose. Insomma, mi dicono che i risultati sono impressionanti. Eppure, le cure per le persone che dicono con l’Alzheimer, ma anche per “i malati di mente”, non hanno subito alcun miglioramento. Ricordo bene a Trieste, un po’ di anni fa, lavoravano a un progetto che si chiamava Cronos… Cronos! Si trattava di sperimentare i farmaci delle grandi aziende, hanno fatto spendere miliardi, miliardi in tutto il mondo!, solo a Trieste spendevano decine di milioni per fare esami, risonanze, che non ho mai capito cosa sono ma mi dicono che costano, per acquistare farmaci, decine di milioni. Finalmente, con un pizzico di onestà gli psichiatri e per necessità le grandi aziende hanno dichiarato fallimento. Non ci sono farmaci!

Mi verrebbe da dire, ma non ci capisco niente, che è come se volessero trovare l’elisir di lunga vita. Al contrario, le cure lì dove quelle decine di miliardi vengono spese altrimenti sono state profondamente trasformate, ma migliorate alla grande!, dal riconoscimento – che a noi cavalli sembra veramente banale – che le persone stanno meglio in relazione a come vivono: se il fieno è buono, se le stalle sono accoglienti e magari ci sono stallieri, cavalline e puledri che ti stanno vicini e che, quando non ce la fai più a tirare il carro, ti fanno stare sempre insieme agli altri cavalli. È quello che è successo a me!

Pensate che, addirittura, quando ho smesso di lavorare, per non farmi mandare al macello si sono mobilitati in tanti e così sono riuscito ad andare in una bella stalla, una bella campagna con tanto buon fieno, stallieri e cavallini che ancora stanno con me e hanno piacere ad ascoltare i miei racconti.

La vecchiaia non è una malattia. Con questa storia di Alzheimer tu non sei più tu e non si sa più che cosa sei, tant’è che questo neuropatologo ha dato il suo nome a centinaia e centinaia di vecchi in giro per il mondo che lo avevano perduto. Vi è mai capitato di entrare in uno di questi terribili reparti, delle case che chiamano di riposo che non sono affatto come la stalla dove io sto vivendo la mia vecchiaia in Friuli? Arrivi e qualcuno ti dice «sì sì, qua abbiamo dieci Alzheimer», e tutto finisce lì: il catetere, la pressione, gli esami del sangue, la padella, le bandine perché la signora Alzheimer può anche cadere dal letto ma anche le fasce, mani e piedi legati perché il signor Alzheimer può diventare perfino violento. Io a questi li prenderei a calci – come ho dovuto tante volte fare nei manicomi in giro per il mondo, nei manicomi criminali, negli istituti per bambini, nelle carceri.

Voi capite, il rispetto di tutti non va mai alla vecchiaia ma proprio al suo contrario: cioè al fatto che qualcuno, nonostante i suoi anni, si mostra ancora attento, giovanile. Per esempio, fa il Presidente di un partito, gestisce capitali e televisioni, e magari – questa è la cosa che più colpisce – continua ad avere attenzioni per le belle ragazze. Questo per dire, che quando si diventa vecchi ci azzecca eccome se sei ricco o se sei povero, se hai accumulato ricchezze o hai sempre lavorato e alla fine devi vivere con una misera pensione, se sei solo o hai una bella compagnia, di famigliari, di amici, di figli magari che ti vogliono bene. E che tutto intorno a te si sforzi di essere accogliente.

Venendo da Trieste, per incontrare te e l’ippogrifo, ho pensato che a questo mio amico che ha la fortuna di avere le ali, volevo chiedere di andare sì, sulla Luna, ma per riportare un po’ di saggezza nella testa di tutti gli uomini e le donne, e riportare tra noi un po’ di parole che si vanno perdendo: che la persona è sempre la sua storia, che un cittadino esprime sempre i suoi bisogni e che ognuno di noi, anche quando scambia un orologio per una macchinetta del caffè, una penna per una forchetta, una saponetta per un bignè ha sempre il desiderio di continuare a vivere. Insomma, di esserci. Voi tutti capite che esserci significa noi che stiamo insieme, tutti, nessuno escluso. La vecchiaia chiede sempre di essere ascoltata, in tutte le sue forme: quando racconto sempre la stessa storia, quando per mezza giornata cerco gli occhiali e non li trovo perché li avevo addosso, quando in tanti momenti penso che di lì a poco mi verrà a trovare mia madre alla quale volevo tanto bene, o quando non trovo la strada per tornare a casa e mi perdo e ho paura. Tanta paura.

Io, nel manicomio di Trieste e poi fuori in giro per il mondo, ho capito che ormai e per fortuna i vecchi, un numero esorbitante, e tante persone che vivono una loro faticosa diversità chiedono di restare nelle relazioni, di non essere avviate alle periferie della nostra anima.

E invece, sempre più, essere vecchi finisce per essere un’etichetta: anziano, demente, Alzheimer. Un’etichetta che non prevede più che ci sia vita nella tua vita ma che tragicamente la tua vita è finita proprio in quel momento, con una diagnosi.

Tante volte, al mattino, quando posso andare a trotterellare sui prati, penso, ma sono diventato davvero un po’ matto!, che mi piacerebbe diventare ministro della Salute. Pensate, un cavallo azzurro ministro della Salute! Un cavallo che ha fatto saltare i muri dei manicomi, che porta dovunque i desideri, le passioni, gli amori, delle persone che fanno fatica a stare con gli altri. Da ministro della Salute chiederei al mio collega, Frisone, cavallo da guerra e ministro della guerra, di prestarmi per qualche giorno gli aeroplani più moderni muniti di quelle bombe che dicono intelligenti (certo che gli uomini sono proprio strani a chiamare intelligenti le bombe) e farei evacuare tutte le case di riposo, ma tutte proprio tutte, e con precisione guerresca le distruggerei tutte ma proprio tutte.

Amici di Treviso, ve lo devo proprio dire: è giunta l’ora di liberare i vecchi e la vecchiaia da Alzheimer e tutti i suoi colleghi.

Marco Cavallo, conversando con Peppe Dell’Acqua

Contenzione. Incontro con il Ministro Speranza

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 13/09/2019 - 16:51

Gentile Ministro Roberto Speranza,

Le scriviamo in qualità di portavoce della Campagna nazionale …e tu slegalo subito per l’abolizione della contenzione, presentata a Roma nel gennaio 2016 da trenta primi firmatari, rappresentanti di associazioni delle salute mentale e diritti umani.

Innanzitutto ci congratuliamo della Sua nomina a Ministro della Salute e Le auguriamo un proficuo lavoro.

Ci rivolgiamo a Lei per chiederLe un sollecito incontro di presentazione della Campagna. La contenzione meccanica, ovvero la pratica di legare al letto o immobilizzare una persona in cura attraverso l’utilizzo di mezzi meccanici, è pratica, spesso sommersa, ancora diffusamente utilizzata nei confronti dei pazienti psichiatrici, ma anche di anziani, minori e persone con disabilità, istituzionalizzati in strutture socio sanitarie. Non sono disponibili dati ufficiali riguardo a questa. Va peraltro evidenziato che esistono circa 30 servizi psichiatrici ospedalieri che non fanno ricorso alla contenzione, come strutture protette per anziani che sono riuscite ad abolirla. La contenzione è dunque evitabile, operando nel solco della Costituzione e della Legge 180/78.

Ricordiamo che il Comitato Nazionale di Bioetica, nel parere del 2015, si è espresso per il superamento della contenzione nei confronti delle persone con problemi di salute mentale e degli anziani, anche nel rispetto della Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilitata del 2006, ratificata nella Legge 18 del 2009 dal Governo italiano. E nel settembre 2018 il Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, nel rapporto annuale, ha condannato i trattamenti psichiatrici coercitivi e chiesto agli Stati aderenti il superamento delle pratiche contenitive.

Di contro ancora in Italia si muore di contenzione. Tre morti di cui siamo a conoscenza nell’ultimo anno nei Servizi psichiatrici ospedalieri, gli SPDC. Lo scorso mese, il 13 agosto, la morte drammatica di una giovane donna di 19 anni, Elena Casetto, ricoverata nel reparto di Psichiatria dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, contenuta e trovata carbonizzata in un incendio divampato nel reparto, forse partito dalla sua stanza. Il 23 dicembre 2018 moriva contenuto nel SPDC N.1 dell’Ospedale S.S. Trinità di Cagliari Agostino Pipia, di 45 anni. Il 3 settembre 2018 nel SPDC dell’Ospedale Santissima Annunziata di Sassari moriva il giovane Paolo Agri di 30 anni, legato mani e piedi da più giorni.

Mentre le indagini giudiziarie avviate dopo queste morti seguono il loro corso, la Campagna chiede al Governo e alle Regioni un urgente e significativo impegno per il superamento di questa pratica, inumana e degradante, per chi la subisce ma anche per chi la fa.

Certi della Sua attenzione e disponibilità, rimanendo in attesa di un Suo riscontro, La salutiamo.

Giovanna Del Giudice, presidente di Conferenza Basaglia

Valentina Calderone, direttrice di A Buon Diritto Onlus

Collana 180. Archivio critico della salute mentale – Guarire si può

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 11/09/2019 - 15:55

Già nella sua prima edizione Guarire si può – Persone e disturbo mentale di Isabel Marin, assistente sociale che lavora nel Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, e Silva Bon, storica contemporaneista, ha contribuito a diffondere e a far crescere la consapevolezza della possibilità di farcela. Ha reso evidente che la guarigione accade con più frequenza quando le persone vengono accolte nel rispetto della loro soggettività e accompagnate nel loro singolare percorso, che ognuno riesce a trovare nonostante i fallimenti e attraverso le inaspettate riprese. Sono le stesse persone che hanno vissuto e vivono l’esperienza del disagio a richiedere di ripensare ai servizi di salute mentale territoriali, luoghi aperti e attraversabili dove si producano possibilità di contare e diritti d’inclusione, a persone dedicate ad accompagnare la ripresa, esperti professionali ed esperti per esperienza vissuta. Alla luce di oggettive e positive esperienze è possibile pensare finalmente a servizi orientati alla guarigione.

Frutto di riflessione individuale e collettiva, questo libro conclude il lavoro di una ricerca sui processi di re-covery svolta nei servizi di salute mentale di Trieste.

«Ho il coraggio di scrivere queste parole oggi, perché ho preso determinazione e consapevolezza della mia vita speciale. Quasi una rabbia, che è piuttosto orgoglio della mia diversità, che condivido con tutte le persone che sanno la sofferenza mentale. Anche la conoscenza dei propri diritti, il senso di dignità personale, l’affermazione della propria unicità, non sono dati acquisiti fin da subito: niente è scontato e tutto è una lenta, progressiva conquista. Almeno per me lo è stato. Ho osato parlare apertamente e pubblicamente della mia condizione, esperienza al limite, innominabile. Lo faccio per lottare contro lo stigma, i pregiudizi, le paure, l’ipocrisia diffuse. Oggi parlo di salute mentale. Ritrovata e possibile.» [Silvia Bon]

C’è molta sofferenza in giro, davanti alla quale la gente chiude gli occhi, non sempre pronta ad accogliere e capire, piuttosto pronta a ferire, a deridere, a etichettare. Nasce evidente il bisogno di lavorare per una trasformazione della società, di cui Franco Basaglia parla nel suo lavoro. La rivoluzione cui si deve tendere non è pura utopia, ma un lavoro ad ampio raggio, di vasto respiro e di contenuti molteplici, per cambiare la mentalità, l’approccio, la risposta non solo dei medici, degli psicologi, degli assistenti sociali, degli infermieri, ma di ognuno di noi verso la malattia mentale.

Naturalmente all’interno dei servizi di salute mentale le professionalità, le competenze, le energie degli operatori di livelli diversi hanno bisogno di essere rinnovate, sostenute, formate in nome dell’attenzione dovuta alla persona, al singolo che si rivolge alle cure di quel servizio e si pone come un protagonista giudicante: l’unicità della sua esperienza lo mette nella condizione di selezionare situazioni, rapporti, contatti. Molte interviste qui raccolte offrono chiari esempi dell’accesa sensibilità e della vigile percezione rispetto alla qualità dell’accoglienza e del tratto usati verso i testimoni.

Dizionario della Nuova Psichiatria: Noi Matti [10]

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 11/09/2019 - 15:31
T

TERAPIE PSICHIATRICHE.

Sono di due tipi: terapie biologiche e “psicoterapia” (v.); le prime direttamente legate all’ideologia medica e a un‘interpretazione organicistica della malattia, la seconda direttamente derivata dalle concezioni psicogenetiche. A queste si è aggiunta ora la terapia sociale (v. “Socioterapia”) come conseguenza di una interpretazione sociogenetica dei disturbi mentali. In tutti e tre i casi si tende a enfatizzare di volta in volta un fattore diverso come responsabile della malattia mentale: il corpo (soma), la psiche o la società. Come se si trattasse di tre virus diversi che devono essere debellati con tecniche e strumenti diversi. Ma se l’uomo è corpo, psiche ed essere sociale, nessuna di queste interpretazioni presa a sé può rispondere al problema della malattia mentale e ogni risposta settoriale non può che servire a tranquillizzare il tecnico di fronte a un problema che non sa risolvere. Ciascuno interpreta la malattia a suo modo e agisce in conformità, costruendo statistiche sempre più precise per confermare la validità delle sue ipotesi.

In realtà, nel caso della malattia mentale ogni metodo terapeutico che faciliti il rapporto col paziente può essere positivo nel senso che facilita la comprensione del malato e della sua malattia. Ma ogni strumento terapeutico può anche essere negativo. Nel momento in cui nasce come ipotesi e tenta di rispondere direttamente ai bisogni del malato tenendone presente la soggettività, la terapia riesce a conservare un minimo di reciprocità nel rapporto tra medico e paziente; ma quando codifica e cristallizza i propri metodi come adatti a ogni singolo caso, non è più la terapia ad adeguarsi al caso ma il caso alla terapia. L’antiterapeuticità della terapia nasce nel momento in cui essa, attraverso l’imposizione e la violenza, impedisce il rapporto medico-paziente: quando cioè serve al medico come l’unica risposta sicura e possibile; e non al malato.

TEST MENTALI.

Metodi di esplorazione della psiche il cui scopo è, secondo una definizione tecnica, quello di «differenziare gli individui fra di loro». I test si dividono in due grandi categorie: di efficienza intellettiva e proiettivi. I primi separano gli “intelligenti” dai “cretini” (v: “Imbecille”) e assolvono quindi la propria funzione discriminante in quella classificazione fra superdotati, normodotati e ipodotati che serve ad alimentare le classi scolastiche differenziali. I secondi, detti anche test della personalità, pretendono invece di rendere obiettivamente evidenti quei settori della psiche che sfuggono al colloquio clinico, facilitandone l’esteriorizzazione attraverso le interpretazioni che il soggetto dà degli stimoli ambigui dei test. Uno fra i più noti è quello delle macchie di Rorschach.

TRENTATRE’.

(v. “Diagnosi”).

V

VORTICE DEGLI INGANNI.

Espressione proposta da Erwing Goffman (“Asylums”, Einaudi l968) per riassumere l’insieme di contingenze che portano abitualmente al ricovero in “manicomio” (v.). Si tratta per lo più di “denunce”: i genitori che non tollerano le ribellioni di un figlio, il datore di lavoro che si lamenta per qualche stranezza del lavoratore, l’istituto che non può trattenere un minorenne per raggiunti limiti di età e che fornisce un’ambigua diagnosi psichiatrica onde facilitarne il passaggio a un’altra istituzione pronta a accoglierlo, una famiglia che non accetta la relazione di una ragazza con un uomo sposato. Simili denunce creano attorno a quello che si può definire il malato potenziale un clima di sospetto, inganno, insicurezza e ambiguità tale da indurlo a instaurare un rapporto dissociato con la realtà. Il vortice degli inganni inghiotte così il malato designato lo porta al ricovero in manicomio dove il suo comportamento, fino a quel momento contraddittorio e ancora suscettibile di mutamenti, sarà congelato nella defìnizione della malattia.

VIOLENZA ISTITUZIONILIZZATA.

Termine con cui si usa riferirsi a una violenza esercitata sul singolo o sul gruppo allo scopo di mantenere, attraverso l’adeguamento alle regole specifiche e uno specifico settore, l’ordine costituito generale. La violenza istituzionalizzata è quella che si esercita in un‘istituzione (scuola, caserma, carcere, manicomio eccetera) per mantenere, attraverso la serializzazione degli individui in essa contenuti, la funzionalità dell’istituzione al sistema generale di cui è espressione. Nella scuola, ad esempio, l’autoritarismo e la violenza hanno un doppio significato: sono il segno dell’impotenza del corpo insegnante a educare i giovani al la critica di una realtà chi i giovani stessi devono contribuire a modificare; e, insieme, la finalità dell‘istituzione scolastica che, all’interno del nostro sistema sociale tende proprio a vietare ai giovani la capacità di critica della realtà, perché essa resti immutata. Così il manicomio oltre a essere espressione dell’impotenza e del fallimento della psichiatria di fronte al problema del malato mentale, tende insieme ad assolvere, attraverso l’imposizione di regole violente, distruttive e antiterapeutiche, la sua funzione di luogo di segregazione e di eliminazione di ciò che contiene, in nome della tutela e della difesa di una norma che deve restare indiscussa specificità di ogni singola scienza servirebbe quindi ad avallare, sul piano tecnico, una violenza istituzionale che non troverebbe alcuna giustificazione sul piano morale e umano.

(tra parentesi) La vera storia di un’impensabile liberazione al festivalfilosofia di ModenaCarpiSassuolo

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 10/09/2019 - 17:23

Il festivalfilosofia cambia per tre giorni il volto delle città di Modena, Carpi e Sassuolo allestendo spazi aperti, comuni e diffusi di formazione e di conversazione. Cinquanta lezioni magistrali di protagonisti della scena culturale italiana e internazionale articolano a ogni edizione una parola-chiave che rinvia a questioni fondamentali della discussione filosofica e a esperienze cruciali della condizione contemporanea. Un ampio programma creativo di mostre e installazioni, spettacoli dal vivo e concerti, giochi e laboratori, film e cene filosofiche offre vie d’accesso ai temi spesso sorprendenti, per segnalare le connessioni virtuose tra le forme della riflessione e quelle della creazione artistica.

Quest’anno in programma anche (tra parentesi) La vera storia di un’impensabile liberazione, spettacolo teatrale di Massimo Cirri e Peppe Dell’Acqua che racconta dell’arrivo di Franco Basaglia al manicomio di Gorizia il 16 novembre 1961 e degli anni che hanno portato all’approvazione della Legge 180 nel maggio 1978. Cirri e Dell’Acqua raccontano un po’ di questa storia e dei suoi mille intrecci e delle tante storie minime di uomini e di donne che l’internamento hanno vissuto. Una storia che non è finita, che non potrà mai finire. Lo fanno dialogando, per l’idea (basagliana?) che si riesca a dire qualcosa di più quando c’è un incontro, uno scambio, una narrazione.

L’appuntamento è fissato per sabato 14 settembre 2019 alle ore 22 a Sassuolo, in Piazza Garibaldi; l’ingresso è gratuito.

Lettera al Presidente incaricato

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 10/09/2019 - 16:48

Nell’auspicio di concordare al più presto un incontro, quanto mai necessario,  con il neo ministro della salute Roberto Speranza, il Coordinamento Nazionale della Conferenza Salute Mentale si rivolge al Presidente incaricato per ribadire la necessità di un governo che recuperi la capacità di accogliere la sofferenza e renda ciascuno capace di contribuire al benessere comune

Il Coordinamento segnala la necessità che il programma di governo affronti con chiarezza e determinazione le sofferenze determinate dalla crisi economica e da una comunicazione politica volta alla ricerca del capro espiatorio nelle fasce più deboli dell’umanità: migranti, sofferenti psichici, detenuti. Occorre rafforzare l’azione di sostegno e inclusione, a partire dai servizi sociali e sanitari, prima indeboliti e poi accusati di inefficienza.

La lunga crisi economica, che purtroppo non accenna a esaurirsi, sta producendo effetti negativi sulla salute della popolazione che si aggiungono a quelli – più noti – connessi all’invecchiamento della popolazione e alle difficoltà che il welfare ha dovuto affrontare in questi anni, nel sociale così come nel sanitario (dalla riduzione dei finanziamenti alla condizione del personale). Una politica che vuole realmente puntare ad una svolta deve tener conto che l’aumento delle povertà, dell’incertezza economica, della disoccupazione, della precarietà, della solitudine (soprattutto fra gli anziani) incidono sulla salute delle persone, e non solo di quelle tradizionalmente più fragili, aumentando i casi di disturbi mentali, disagio psichico, depressione, decadimento silenzioso e rischio di esclusione sociale.

Per questo ci auguriamo che il programma e le azioni del nascente Governo abbiano attenzione per la Salute Mentale, e siano coerenti con la Legge 180/78 che, sancendo la chiusura dei manicomi, ha allargato gli spazi della cittadinanza e della democrazia, restituendo diritti, dignità e cittadinanza alle persone con disturbo mentale.

Per rendere effettivo il diritto alla Salute Mentale occorre intervenire con politiche adeguate su tutti i determinanti delle diseguaglianze nella salute, costruendo una società più giusta che non discrimini alcun essere umano, italiano o straniero che sia. E occorre potenziare, e finanziare adeguatamente, un sistema di servizi sociali e sanitari nel territorio, capaci di prendersi carico delle persone, favorire l’inclusione, contrastando le cattive pratiche, che violano i diritti delle persone in cura, con particolare riferimento alla contenzione e alle modalità inappropriate nell’esecuzione dei TSO.

Al termine della Conferenza nazionale per la Salute Mentale 2019 del 14 e 15 giugno scorso, che ha coinvolto più di 150 associazioni nazionali e territoriali, abbiamo espresso la disponibilità a collaborare con le Istituzioni, avanzando 10 proposte contenute nella dichiarazione conclusiva, che inviamo oggi al Presidente del Consiglio incaricato.

31 agosto 2019

Il Coordinamento nazionale Conferenza Salute Mentale

Cosa ci aspettiamo dai “soggetti schizofrenici”

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 10/09/2019 - 16:33

Pubblichiamo di seguito un breve commento di Lorenza Magliano sull’inclusione e sul peso dei pregiudizi, elaborato a seguito della lettura dell’articolo Nell’auto di Massimo Sebastiani trovate tracce di Elisa Pomarelli. «Repertata cenere fuori dal pollaio», uscito per il Corriere

Ecco qua, ancora una volta. Non si sapeva nemmeno che fine avessero fatto i due – Elisa Pomarelli e Marco Sebastiani – che già la psicologa nominata a difesa del presunto assassino con incauta (?) superficialità si diceva impressionata per come aveva trovato la cascina in cui l’uomo viveva,  «uno scenario del genere te lo aspetti da soggetti schizofrenici». Ma si può?! È necessario avere una voce rappresentativa, forte e competente, che parli da utente per gli utenti e che abbia il mandato di contrastare pubblicamente queste azzardate affermazioni, tutelando l’immagine di tutte le persone con questa diagnosi. «È un’anticipazione della linea difensiva? Schizofrenia, disturbo della personalità, incapacità di intendere e di volere». Scontato il commento sulla revisione del codice penale. Amara la riflessione sulle donne vittime della cattiveria di ex compagni e farabutti di altro genere.

Ridurre la coercizione nella salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 10/09/2019 - 16:02

Di S. P. Sashidharan (Institute of Health & Wellbeing, University of Glasgow, Scotland), Roberto Mezzina (Dipartimento di Salute Mentale, WHO Collaborating Centre for Research and Training, ASUI Trieste, Italy), Dainius Puras (Clinic of Psychiatry, Faculty of Medicine, Vilnius University, Lithuania)

Abstract

Scopi:

Esaminare l’entità e la natura delle pratiche coercitive nell’ambito della salute mentale e considerare le sfide etiche e umane che le attuali pratiche cliniche affrontano in questo campo. Abbiamo considerato l’epidemiologia della coercizione nella salute mentale e valutato l’efficacia dei tentativi fatti per ridurre la coercizione e, dunque, formulato specifiche raccomandazioni per rendere la salute mentale meno coercitiva e più consensuale.

Metodi:

Abbiamo identificato la bibliografia attraverso le ricerche su MEDLINE, EMBASE, PsycINFO e CINAHL Plus. Abbiamo limitato la ricerca agli articoli pubblicati tra il gennaio 1980 e il maggio 2018. Le ricerche sono state effettuale utilizzando i termini malattia mentale (ammissione, trattenuto, detenzione, coercizione) e trattamento (forzato, involontario, isolamento, costrizione). Gli articoli pubblicati durante questo periodo sono stati ulteriormente identificati attraverso ricerche nei file personali degli autori e su Google Scholar. Gli articoli risultanti dalle ricerche e i riferimenti pertinenti citati in questi articoli sono stati rivisti. Sono stati esclusi gli articoli e i testi sulla popolazione non psichiatrica, persone sotto i sedici anni, e quelli esclusivamente riguardanti le persone affette da demenza.

Risultati:

La coercizione nelle sue varie forme è parte integrante della salute mentale. Ci sono poche ricerche in questo campo e l’assenza di dati sistematici e raccolti regolarmente rappresenta il principale ostacolo sia alla ricerca sia alla comprensione della natura della coercizione e dei tentativi di affrontare questo problema. Gli esempi di buone pratiche in questo campo sono limitati e non c’è quasi nessuna evidenza relativa alla generalizzazione o sostenibilità dei singoli programmi. Sulla base del controllo, abbiamo formulato specifiche raccomandazioni per ridurre le pratiche coercitive. La nostra tesi è che questo richiederà più di un aggiustamento legislativo ma richiederà cambiamenti fondamentali nella cultura della psichiatria. In particolare, dobbiamo garantire che la pratica clinica non vada mai a compromettere i diritti umani delle persone. È eticamente, clinicamente e legalmente necessario affrontare il problema della coercizione e rendere la salute mentale più consensuale.

Conclusione:

Tutte le forme di pratiche coercitive sono incoerenti con le pratiche di salute mentale basate sul rispetto dei diritti umani. Questa è una sfida globale che richiede un’azione urgente.

Introduzione.

Nonostante le prove, provenienti da diversi contesti, dimostrano che l’assistenza e la cura della salute mentale offrano benefici significativi, la psichiatria rimane un settore controverso della prativa medica. Lo spiegano in parte le domande sullo stato e l’utilità della diagnosi psichiatrica. Le incertezze sull’efficacia di molti interventi psichiatrici, le molte variazioni nella pratica clinica, la scarsa sicurezza del paziente (D’Lima et al., 2017) e la mancanza di dati di buona qualità sui risultati delle questioni più rilevanti per gli utenti dei servizi (Thornicroft and Slade, 2014) contribuiscono ad una percezione generalmente negativa della psichiatria. Tuttavia, l’aspetto più controverso della psichiatria contemporanea è il continuo ricorso alla coercizione come parte della cura clinica, un’eredità della sua storia istituzionale.

Anche se la grande maggioranza di coloro che entrano in contatto con i servizi di salute mentale non sperimentano pratiche coercitive, detenzione involontaria e trattamento obbligatorio, queste sono esperienze universali nei servizi di salute mentale. Tali pratiche non volontarie sono spesso associate con l’uso della forza, come l’isolamento, il contenimento e il trattamento obbligatorio. Queste pratiche coercitive sono legittimante, approvate e impiegate quotidianamente come parte della salute mentale negli stati, sia in quelli più ricchi sia in quelli più poveri, negli ospedali e nelle comunità. Queste pratiche comportano una significativa violazione dei diritti umani, rappresentano una «crisi globale irrisolta» (Drew et al., 2011) e rimangono una delle questioni più controverse nel campo della salute mentale (Salize e Dressing, 2004).

Il testo completo, in inglese, si può leggere qua. Allegati

Collana 180. Archivio critico della salute mentale – Il nodo della contenzione

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/09/2019 - 11:54

Il Nodo della contenzione. Diritto, psichiatria e dignità della persona (a cura di) Stefano Rossi è un libro sulla contenzione in psichiatria che apre all’interdisciplinarietà con un confronto tra filosofi, giuristi, psicologi, psichiatri e sociologi voluto per far emergere il contributo che ogni sapere può fornire a questo tema così controverso. Il ricorso alla contenzione è presente in 8 servizi psichiatrici ospedalieri su 10. Questa pratica, benché non conosciuta, è molto diffusa e mette a rischio quotidianamente non solo l’integrità fisica di molte persone affette da disturbo mentale (vedi le morti di Cagliari nel 2006, di Vallo della Lucania nel 2009, di Bergamo nel 2019), ma con un’inaudita estensione ferisce la dignità delle persone e compromette una possibile adesione alle cure.

Stefano Rossi, avvocato e dottorando di ricerca in diritto pubblico e tributario nella dimensione europea, raccoglie gli esiti di un convegno organizzato dal Dipartimenti di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bergamo nel febbraio 2014 dal titolo Diritto, dignità delle persone e psichiatria. Colpito dall’interesse della platea e dalla molteplicità di spunti che stavano nascendo decide di trasformare quest’esperienza in una pubblicazione di cui è il curatore.

Risultato di un lavoro durato un anno, il volume si compone di due parti e ad esso vi contribuiscono gli interventi di Antonio Amatulli, Stefania Borghetti, Giuseppe Arconzo, Marco Azzalini, Pietro Barbetta, Beatrice Catini, Peppe Dell’Acqua, Giandomenico Dodaro, Anna Lorenzetti, Michele Massa, Luca Negrogno, Barbara Pezzini, Giovanni Rossi, Stefano Rossi, Nadine Tabacchi, Lorenzo Toresini.

Nella prima parte alcuni dei relatori del convegno riprendono, integrano e approfondiscono i loro interventi. Peppe Dell’Acqua raccoglie in sette punti quella che per lui è l’insensatezza della contenzione, Giandomenico Dodaro osserva il problema della legittimazione giuridica dell’uso della contenzione sui pazienti psichiatrici, Michele Massa analizza la contenzione ripercorrendo la costituzione e l’attuale legislazione, Pietro Barbetta approfondisce alcuni paradossi del mondo della salute mentale, Marco Azzalini guarda ai soggetti deboli, cioè ai malati, Nadine Tabacchi pone l’attenzione sulla comunicazione tra medico e malato mentale.

La seconda parte raccoglie i frutti di queste testimonianze e si arricchisce del lavoro di altri tecnici che forniscono il loro contributo al dibattito sul tema della contenzione.

Viene analizzata la grammatica dei diritti dignità, libertà e rispetto che divengono vocaboli essenziali per tentare di costruire un nuovo linguaggio più attento alle persone, ai loro bisogni, alle loro aspirazioni, non perdendo però l’occasione di raccontare la vicenda delle persone e di confrontarsi con i diritti delle persone con disabilità sancite nella convenzione ONU.

Il curatore nel suo intervento analizza le forme della contenzione, fisiche, ambientali e farmacologiche, l’ordinamento italiano dove mancano le disposizioni legislative necessarie ed infine il limite della dignità del soggetto contenuto.

Questo testo, insieme a …e tu slegalo subito della stessa Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, è stato posto come strumento a sostegno della Campagna contro la contenzione in Italia lanciata durate l’VIII Forum Salute mentale di Pistoia. Nel 2015.

BOOKTRAILER

Bibbiano (e oltre). Serve l’affido, non le ideologie

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 06/09/2019 - 12:48

Di Daniele Novara, pedagogista

[articolo uscito su avvenire.it]

Il caso di Bibbiano, in terra di Emilia, dove alcuni operatori della Tutela Infantile sono stati arrestati con l’accusa di aver agito per allontanare i figli dai genitori senza motivi reali, anzi con lo scopo di favorire interessi privati, sta creando attenzioni acute e una strumentalizzazione politica incomprensibile e anche disgustosa quanto l’episodio stesso, sul quale peraltro sono ancora in corso le indagini. Cercare mostri non serve a nulla. Senz’altro un mostro non può essere il sindaco di Bibbiano: in queste procedure i sindaci hanno un ruolo molto lontano dai processi decisionali veri e propri che sono sostanzialmente in mano ai tecnici che hanno un potere più significativo e rilevante.

La domanda da porsi è questa: cosa fare quando una comunità, una collettività e un’istituzione pubblica, con tutti i suoi servizi, acquisiscono l’informazione, ovviamente da verificare, che una famiglia – o dei genitori, al limite anche uno solo – non sta funzionando per i propri figli e può risultare pericolosa e dannosa? Anzitutto, se la situazione è questa, è sbagliato lasciare semplicemente i figli, tanto più i bambini, ai genitori. Sono i genitori stessi i primi che hanno la necessità di un intervento che può salvare la vita ai bambini, ma anche ai genitori. In seconda battuta, penso che occorra definitivamente uscire dall’idea che si possa scorporare la questione dei figli da quella dei genitori. Sui diritti dei bambini la nostra società è giustamente sensibilissima perché sono soggetti estremamente fragili.

Ritengo comunque che si salvano e sostengono i bambini se si salvano e si sostengono i loro genitori. E che quindi un intervento ideologico unicamente volto a separare i figli dai genitori appare privo di efficacia, oltre che di fondamenta scientifiche. In Italia, comunque, la sensibilità verso i bambini è più teorica che reale. Il nostro è uno dei pochissimi Paesi europei a non aver ancora una legge contro le punizioni fisiche, letteralmente corporali, in famiglia. Esiste solo, ne ho parlato tantissimo anche nei miei libri – specie Punire non serve a nulla (Bur-Rizzoli) -, il reato di maltrattamento.

Ma per agire nella logica del maltrattamento bisogna che il genitore compia qualcosa di veramente molto grave ed eclatante. Mentre la pura e semplice punizione fisica viene rubricata come un atto educativo erroneo, ma comunque possibile. È una situazione grottesca in quanto se una maestra di Asilo nido o di Scuola materna urla, incalza minacciosamente i bambini, li strattona, li butta sul lettino e dà uno scapaccione, anche se c’è un pannolino a proteggerli, tutto questo viene considerato un reato, le telecamere lo registrano e la maestra va nei guai.

Ma se la stessa cosa, anzi in forma più grave, succede in famiglia non è reato. Occorre uscire dalla retorica del salviamo i bambini e chiedersi se veramente abbiamo in Italia le leggi giuste e adeguate che permettono, non tanto di criminalizzare i genitori, ma di creare un semaforo rosso. E quindi di aiutare il genitore a capire che sta sbagliando e che in quel modo rovina i suoi figli piuttosto che educarli. E che se questo genitore a sua volta è stato cresciuto a mazze e panelle, come dicono in alcune parti d’Italia dove un proverbio recita mazze e panelle fanno le figlie belle, non c’è bisogno che replichi questa coercizione e questa nefandezza all’infinito.

Può essere che agisca in questo modo per disinformazione, forse perché non ha mai incontrato nessuno sulla sua strada che gli abbia fatto capire che non è questo il modo per tirar su i bambini. L’approccio giusto è quello di aiutare i genitori. Poi ci sono situazioni in cui da sempre, in ogni comunità, si sono create le cosiddette uscite di sicurezza. Quando una mamma stava male, c’era una zia o qualcuno che se ne occupava. Quando i genitori dovevano andare a lavorare lontano, il bambino veniva affidato a un parente. Sono situazioni normali.

Diciamo che l’istituzione dell’affidamento, che anch’io ritengo estremamente importante, positiva e da difendere a tutti i costi, è proprio il corrispettivo istituzionale di quella che era una prassi in uso nelle società tradizionali dove la solidarietà inter-famigliare creava le condizioni per cui un bambino potesse essere ospitato e gestito dai parenti. Operazione che anch’io ricordo tante volte realizzata fino agli anni Sessanta-Settanta dai miei genitori rispetto ad alcuni loro parenti. È una soluzione utile per i bambini, a fronte di genitori fragili che non ce la fanno. Ricordo di aver seguito recentemente un affidamento nel primo anno di vita di una neonata di una ragazzina di 15 anni che, ovviamente, non ce la faceva.

Quel primo anno di vita è stato gestito in affidamento famigliare e a un anno e due mesi la bimba è stata restituita alla mamma inesperta ma più cresciuta e preparata, in ottime condizioni. Se la mamma l’avesse tenuta nel primo anno di vita sarebbe stato un disastro. La possibilità di avere queste uscite di sicurezza è importantissima. Il caso di Bibbiano ci dice di uscire dalle ideologie, dai luoghi comuni e da alcune tecniche che appaiono equivoche, come quella di ascoltare i bambini come se fossero adulti.

Si rischia di prendere lucciole per lanterne, quante volte è già successo? Ho avuto la possibilità di seguire e di aiutare gli insegnanti di Rignano Flaminio (Roma) che erano stati ingiustamente accusati di seviziare sessualmente i loro bambini di Scuola materna sulla base di colloqui estremamente equivoci fatti ai bambini stessi. Sono cose che dal punto di vista scientifico conosciamo da tempo immemorabile: al bambino piccolo, attraverso domande tendenziose, puoi far dire anche quello non pensa. Ci vuole altro per capire se siamo in presenza di violenza nei confronti dell’infanzia.

Occorre cercare nuovi sistemi e dispositivi che non siano unicamente basati sul dover ricavare le informazioni dai figli stessi. In quante Ctu i figli vengono vergognosamente manipolati in modo da liberarsi dell’altro genitore? Abbiamo bisogno di istituzioni che sappiano individuare immediatamente i problemi, ma non per criminalizzare i genitori, bensì per fare in modo che ci possa essere un’occasione di riscatto, sempre che il genitore lo voglia. Se, ad esempio, un genitore è alcolizzato e non si cura, non è in grado, ovviamente, di occuparsi dei figli. Personalmente, mi sono ritrovato a difendere bambini da padri pedofili che non venivano riconosciuti come tali. Nemmeno dalle istituzioni preposte. È sempre molto complicato, ma se usciamo da un’idea puramente giudiziaria ed entriamo in un’idea educativa, forse ce la possiamo fare.

Il dott. Enrico Zanalda, presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP), ed i rischi degli SPDC no restraint

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 06/09/2019 - 12:40

Di Roberto Zanfini, Direttore SPDC di Ravenna AUSL della Romagna, socio del club SPDC no restraint

Il 17 agosto 2019 il giornalista Fabio Paravisi nell’edizione di Bergamo del Corriere della Sera riporta che il Presidente della SIP, dott. Enrico Zanalda, avrebbe affermato quanto segue: «In medicina la contenzione viene fatta spesso: nei casi di necessità si sceglie il male minore, quando non farlo rappresenta un rischio per il paziente. In Italia solo il 5% dei reparti non la pratica ma con il rischio di creare problemi maggiori». Ciò è stato riportato come commento al drammatico decesso di una degente avvenuto qualche giorno prima presso un SPDC, ed il dott. Zanalda ha ribadito questo concetto anche il 19 agosto nel corso della trasmissione radiofonica Tutta la città ne parla, come se a sbagliare fossero gli operatori e le associazioni che si impegnano per abolire la contenzione meccanica.

Nel reparto dove lavoro l’ultima contenzione è avvenuta il 16 agosto del 2016. Le affermazioni del Presidente della SIP mi hanno allarmato e sono andato a verificare se tra gli i dati del SPDC dove lavoro si erano verificati, a partire dalla data dell’ultima contenzione, eventi se non di maggiore criticità almeno di pari a persona ricoverata bruciata viva mentre è legata a letto. Ho verificato più volte ma fortunatamente ma non ne ho trovati. Però ho notato, relativamente al 2017 e al 2018, come nel nostro SPDC, rispetto ad altri tre SPDC che comunque stanno cercando di superare anche loro la contenzione, vi sia una tendenza ad un minor numero di giornate di lavoro perse per episodi di aggressività eterodiretti (infortuni), come pure un minor utilizzo di risorse sanitarie. Paradossalmente ciò che mi ha colpito di più è che ho trovato invece diversi drammatici eventi sentinella nel periodo in cui eseguivamo più di un centinaio di contenzioni all’anno.

Il vero problema però è un altro, come pure la vera domanda è un’altra.

Nel reparto dove lavoro c’è una procedura per la contenzione meccanica e ci sono le cinghie di contenzione. Perché dall’agosto del 2016 non abbiamo più dovuto attivare questa procedura? Come è stato possibile? Non credo che abbiamo situazioni di crisi diverse dagli altri, come neppure che siamo una squadra con competenze superiori alle media. Sì, siamo un buon gruppo di lavoro che ha chiarezza rispetto alla mission e una vision ben chiara. Ma siamo persone come gli altri. Certe volte penso che anche la fortuna ci abbia aiutato molto. La nostra forza maggiore fino ad ora (dico fino ad ora perché non posso escludere che oggi stesso nel nostro SPDC una persona possa essere contenuta) è che siamo stati in grado fino in grado di applicare un metodo di lavoro, metodo che è anche rintracciabile in letteratura. Come gruppo di lavoro infatti abbiamo più volte sottolineato, come riportato anche in letteratura, che alla base del superamento della contenzione meccanica ci sono: a) fattori strutturali; b) fattori organizzativi; c) fattori clinici; d) fattori formativi.

Non ritengo opportuno in questa sede elencare per ogni fattore gli elementi alla base del superamento della contenzione, ma vorrei fare un suggerimento che ha come obiettivo il miglioramento della qualità delle cure. Propongo pertanto al Presidente della SIP che di fronte ad accadimenti così drammatici, oltre ad evocare i potenziali maggiori rischi del no restraint (ma quali?), di fare una campagna di sensibilizzazione: a) su come dovrebbe essere strutturato un SPDC (a piano terra, con giardino, con camere singole, con spazi per attività psicosociali, ecc.), sia per motivi terapeutici ma anche per la dignità delle persone che vengono lì curate contro la loro volontà; b) di definizione degli standard di personale necessari per attuare piani di assistenza individuale che in alcune situazioni prevedono un rapporto 1:1, che non può essere sostituito da una telecamera (che qualcuno deve comunque guardare) e/o da una contenzione meccanica (che qualcuno deve comunque monitorare); c) sulle competenze e le abilità che dovrebbe avere il personale che lavora negli SPDC (formazione non solo psicopatologica); d) sulla necessità di avere come personale del SPDC anche figure professionali quali lo psicologo ed i terapisti della riabilitazione.

Non sono a conoscenza di studi di confronto tra SPDC con orientamento no restraint/orientamento restraint, se non quanto da noi eseguito. Ritengo necessario predisporre una ricerca sull’efficacia/efficienza e sugli esiti orientamento no restraint/orientamento restraint. L’SPDC dove lavoro dà fin da ora la sua disponibilità a partecipare a questo studio, come pure a farsene promotore.

Il mio principale pensiero è comunque rivolto alla persona deceduta e al dramma che stanno vivendo i famigliari, come pure tutti gli operatori di quel reparto. Ed è principalmente questo che mi ha spinto a scrivere queste osservazioni. Perché ciò, per tutti, non accada più.

Mosto (il succo delle storie)

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 06/09/2019 - 12:32

Ogni storia è un piedistallo che ci permette di spostare più in alto il punto di vista e osservare il mondo oltre il confine delle cose a noi più prossime. Spingersi un po’ più in su per guardare un po’ più in là, raggiungere cime che non conoscevamo per allargare il nostro orizzonte. La terza edizione di Mosto, il succo delle storie, è dedicata alle Grandi Altezze, che ci permettono di sollevare cuori e sguardo.

In occasione di Mosto (il succo delle storie), rassegna che incrocia le arti e i mestieri della narrazione e che, attraverso l’esperienza e le professionalità di romanzieri, narratori, attori e registi, giornalisti e autori, racconta la forza e la semplicità dell’arte più antica e conosciuta di sempre, quella di raccontare storie, oggi, venerdì 6 settembre 2019, alle 20.30  andrà in scena (tra parentesi) la vera storia di un’impensabile liberazione, spettacolo teatrale di Massimo Cirri e Peppe Dell’Acqua. Gorizia, 16 novembre 1961. Un medico di 37 anni entra nel manicomio di Gorizia. Ci sono viali alberati, muri, reparti, e porte chiuse. Lui si chiama Franco Basaglia: sarà il nuovo Direttore. Quello che vede lo disorienta e lo sconcerta. Di fronte a tanta violenza vorrebbe scappare via. Per restare, non può che scommettere il suo potere di direttore per cambiare ogni cosa. Cirri e Dell’Acqua raccontano un po’ di questa Storia e dei suoi mille intrecci e delle tante storie minime di uomini e di donne che l’internamento hanno vissuto. Una storia che non è finita, che non potrà mai finire.

L’evento si inserisce in una tre giorni d’estate in una valle ai piedi dell’Appennino in cui il mestiere di raccontare, ascoltare e condividere le storie si mostra sia nelle sue componenti più conviviali come il racconto orale, la tavola e il buon bere, sia in quelle più raffinate: la messa in scena, la scrittura e la musica.

Tutti gli eventi della rassegna sono ad ingresso libero e su prenotazione.

Dizionario della Nuova Psichiatria: Noi Matti [9]

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 04/09/2019 - 10:30
R

RAPTUS.

Termine con il quale, in gergo scientifico recuperato anche dal linguaggio comune, si intende designare un atto improvviso e imprevedibile che esce dalla “norma” (v.) in senso antisociale. Di solito il raptus ha un carattere incomprensibile se preso come fenomeno a sé, mentre spesso risulta accessibile se restituito al contesto in cui si è manifestato. Con la parola raptus le istituzioni preposte a conservare l’ordine costituito tendono a codificare in termini di malattia situazioni che altrimenti metterebbero in discussione le norme e i valori su cui quell’ordine si fonda.

REINSERIMENTO SOCIALE.

“Soluzione finale” della terapia psichiatrica che si prefigge di adattare l’irrecuperabile all’istituzione manicomiale (istituzionalizzazione interna), e il recuperabile alle istituzioni sociali (istituzionalizzazione esterna).

REPARTI APERTI.

Reparti pseudo-manicomiali non soggetti alla “legge” (v.) sugli alienati. Pur essendo inseriti nello stesso complesso ospedaliero, sono rigidamente divisi dai reparti manicomiali e non comportano la “stigmatizzazione” (v.) tipica dell’internamento in ospedale psichiatrico. Vi hanno accesso i malati paganti o che dispongono di mutue privilegiate. Come nelle “case di cura” (v.), quando finiscono i soldi o la mutua non paga più, i degenti passano dai reparti aperti a quelli manicomiali e diventano, da “volontari”, “coatti”. Così, da un giorno all’altro, e per ragioni estranee alla malattia, uomini liberi vengono dichiarati «pericolosi a sé e agli altri e di pubblico scandalo», restando prigionieri dell’istituzione manicomiale.

I reparti aperti consentono anche il percorso inverso: cioè internati manicomiali possono passare, sempre per gli stessi motivi (una mutua disposta a pagare o il rinvenimento di fondi da parte del ricoverato), dallo status di malati coatti a quello di pazienti liberi.

Se da un lato l’esistenza dei reparti aperti consente a molti malati di recente ingresso di evitare la stigmatizzazione del manicomio (ma sempre su basi discriminanti), dall’altro consente anche ai medici di usufruire delle quote capitarie.

S

SOCIALE, PSICHIATRIA.

Con il termine “psichiatria sociale” si intende ampliare il campo della psichiatria dal terreno strettamente medico-scientifico a quello sociologico. L’immissione del sociale in psichiatria segnerebbe l‘inizio di un nuovo tipo di interpretazione della malattia mentale, in cui viene messo l’accento sui fattori sociali presenti nella determinazione e nella cristallizzazione della malattia. In realtà la psichiatria è sempre stata sociale, nel senso che se teoricamente ci si occupava della malattia in quanto stato morboso, praticamente nelle istituzioni in cui si esercita la psichiatria se ne sono sempre presi in considerazione soltanto gli aspetti sociali, come ad esempio la “pericolosità” (v.), l’imprevedibilità e l’oscenità. La nuova ondata sociale della psichiatria non è dunque che il capovolgimento positivo di un’ideologia, vissuta prima in negativo. Ma a questo punto occorre conoscere la natura delle forze sociali che premono sul malato, reale e potenziale. Esse non si limitano all’influenza dell’ambiente familiare e sociale sul malato e sulla malattia ma includono i valori del gruppo sociale in cui la malattia si manifesta e soprattutto i limiti di “norma” (v.) definiti da quel gruppo. Non si può infatti tenere conto soltanto dell’aspetto psicodinamico del sociale (come sembrano intendere i fondatori di questa nuova disciplina), tralasciando il peso dei rapporti di produzione in cui il malato è incluso, dato che proprio questo insieme di rapporti stabilisce di volta in volta i limiti di norma in base ai quali si etichettano gli stati morbosi.

SOCIOTERAPIA.

Termine generico che comprende anche l’ergoterapia, la ludoterapia, eccetera. Teoricamente, un insieme di tecniche basate su interazioni di gruppo. Si tratterebbe cioè di terapie sociali miranti a risocializzare il malato mentale attraverso la sua partecipazione, più o meno sollecitata, a una serie di attività. Il paziente, abbandonato prima a se stesso come incurabile, viene coinvolto in attività lavorative o ricreative attraverso le quali si presume possa ricostruire la propria socialità. Praticamente, l’ergoterapia si traduce in uno sfruttamento dei malati che, con questo alibi, vengono chiamati a tenere in vita l’istituzione da cui sono segregati. Ciò avviene di solito facendoli lavorare ai vari servizi generali dell’istituto: il che significa per loro partecipare attivamente alla propria distruzione. In cambio ricevono compensi settimanali che non superano, nei migliori dei casi, qualche centinaio di lire.

Per quanto riguarda invece la ludoterapia, nel momento in cui essa viene rigidamente istituzionalizzata, anziché diventare uno stimolo all’interazione sociale si trasforma nella ripetizione stereotipata di un gioco cui i malati partecipano come fantocci nelle mani del terapeuta.

STIGMATIZZAZIONE.

«I greci, che sembra fossero molto versati nell’uso dei mezzi di comunicazione visiva, coniarono la parola “stigma” per indicare quei segni fisici che caratterizzano quel tanto di insolito e di criticabile della condizione morale di chi li possiede. Questi segni venivano incisi col coltello o impressi a fuoco nel corpo, e rendevano chiaro a tutti che chi li portava era uno schiavo, un criminale, un traditore, comunque una persona segnata, un paria che doveva essere evitato specialmente nei luoghi pubblici». Così Erving Goffman definisce la parola.

Il concetto espresso dal termine stigma continua ancora a servire da strumento per la conferma di una diversità su cui si fondano le scienze umane. Continua cioè il processo di caratterizzazione di alcuni individui in base a segni distintivi particolari i quali, contemporaneamente, sanciscono l‘appartenenza a una categoria definita e il giudizio negativo sulla categoria stessa.

Collana 180. Archivio critico della salute mentale – …e tu slegalo subito. Sulla contenzione psichiatrica

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/09/2019 - 10:34

Corredato da un’introduzione affidata a Eugenio Borgna e da una postfazione a cura di Giandomenico Dodaro, il libro di Giovanna Del Giudice, psichiatra dell’equipe di Franco Basaglia a Trieste, protagonista nei percorsi della deistituzionalizzazione di numerose esperienze italiane e straniere, …e tu slegalo subito. Sulla contenzione in psichiatria, nell’attuale dibattito sulla contenzione fisica in psichiatria mostra, in maniera chiara e inequivocabile, essere la pratica del legare la persona affidata in cura una violazione dei diritti umani, un trattamento inumano e degradante assimilabile alla tortura. Il testo si propone come strumento operativo per chi lavora nella salute mentale, ma d’interesse anche per il cittadino attento al funzionamento delle istituzioni che le persone più fragili attraversano spesso con una diminuzione, o perfino una negazione, del diritto. Un dibattito quanto mai attuale in questi giorni in Italia, dove piangiamo la morte di Elena Casetto, giovane donna di 19 anni deceduta nel rogo della sua stanza d’ospedale a Bergamo mentre era legata al letto.

In questo lavoro l’autrice, a partire dalla dolorosa vicenda di Giuseppe Casu, venditore ambulante abusivo di frutta e verdura della città di Quartu Sant’Elena, morto il 22 giugno del 2006 nel reparto psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale civile di Is Mirrionis di Cagliari, dopo essere stato legato al letto per 7 giorni senza soluzione di continuità, traccia i fattori, le circostanze, le giustificazioni che portano tuttora a contenere le persone in molti servizi psichiatrici ospedalieri italiani, mettendo in luce il paradigma che sostiene queste psichiatrie. Tutto ciò proprio nel contesto italiano dove, dopo le difficili battaglie degli anni settanta, si è arrivati alla chiusura del manicomio pubblico e alla Legge 180 che ha decretato l’ingresso nel mondo dei diritti, dell’uguaglianza e della solidarietà delle persone con disturbo mentale.

Quella morte non silenziata, non negata, non giustificata, ma indagata e assunta come limite invalicabile dell’agire psichiatrico, è diventata nel Dipartimento di salute mentale di Cagliari il punto di avvio di un tumultuoso quanto difficile cambiamento verso l’organizzazione di un sistema di servizi di salute mentale di prossimità capace di farsi carico delle persone anche con disturbo mentale severo, nella dignità e nel diritto, aperto ed attraversabile dalla comunità. Verso una possibile, praticabile quindi obbligata, abolizione della contenzione e di ogni pratica lesiva dei diritti umani.

Dal 2006 al 2009 la psichiatra ha diretto il Dipartimento di salute mentale di Cagliari, accompagnandone il cambiamento. La resistenza opposta è stata lacerante e violenta. Diviene chiaro che a Cagliari si è determinato uno scontro tra psichiatrie, tra differenti visioni, che ha coinvolto non solo il Dipartimento di salute mentale, i medici e la società degli psichiatri italiani, ma la città tutta, la regione, andando oltre i recinti degli specialismi ed aprendo un confronto sulla diversità, sui poteri, sui diritti delle persone più vulnerabili.

Ecco dunque che attraverso questo libro e la condivisione della sua esperienza Giovanna Del Giudice ci mette di fronte alla questione radicale della contenzione in psichiatria – farmacologica, psicologica e fisica, questione nella quale entra in gioco la dignità dei pazienti, ma anche degli operatori. La contenzione offende la dignità della persona che la subisce ma anche di chi la attua, è prevaricazione sull’altro, segno di grave inefficacia ed inefficienza dei servizi. Ritorna come potente spartiacque che distingue la pratica medica dalla violazione dei diritti umani, uno strumento di cura da uno strumento assimilabile alla tortura. Come affermato dall’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani e degradanti». In Italia oggi – e allo stesso modo in ogni altra parte del mondo – in 7 su 10 Servizi psichiatrici di diagnosi e cura la contenzione è pratica diffusa e non è difficile vedere letti con fasce che legano polsi e caviglie, corpetti che inchiodano sul letto le persone affidate in cura.

La contenzione non costa nulla, non ha bisogno di assistenza né di relazione, ma legare un individuo vuol dire negare la sua soggettività, annientare la sua identità, violare il suo corpo, privarlo di autonomia e libertà, renderlo oggetto inerme alla merce di ognuno. «La contenzione» – sottolinea Eugenio Borgna nella sua prefazione – «frantuma ogni dimensione relazionale di cura e fa ulteriormente soffrire esistenze lacerate dal dolore e dall’isolamento».

Ma un cambiamento è possibile. Si può dimostrare che è percorribile contrastare il ricorso alla contenzione anche nelle situazioni di esasperata durezza, che è possibile rimuovere la resistenza e la refrattarietà e dimostrare che il ricorso alla contenzione non è necessario né ineluttabile. E come dice Franca Ongaro Basaglia, «se tutto questo è stato possibile, significa anche che ora ricade su tutti la responsabilità di continuare a cercare e, per me, per quelli che sanno che cosa siano stati la forza ed il significato di questo cambiamento, di continuare a testimoniarlo, continuando a metterlo in pratica.»

La violazione dei diritti umani è una questione che riguarda tutti i cittadini e tutte le organizzazioni, e richiede una precisa presa di posizione affinché nessuno possa più subire, in nessun luogo, tali tipologie di trattamenti. In tal senso, l’opera di Giovanna Del Giudice riguarda tutti e come lo definisce Borgna è un libro di straordinaria importanza nel far conoscere le sorgenti della violenza in psichiatria e i modi in cui superarla nel rispetto della dignità e della libertà.

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E tu che ne pensi? Pensieri attorno a Bibbiano

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 30/08/2019 - 12:10

di Patrizia Pedrazzini, assistente Sociale, Responsabile Area Servizi alla Persona Comune di Soncino, Docente a contratto corso di Laurea in Servizio Sociale dell’Università di Milano Bicocca.

Mia figlia mi ha chiesto più volte e tu che ne pensi? E regolarmente le ho risposto che la questione è complessa, ne sappiamo poco per esprimere commenti un poco più profondi di quanto già non si legga sui giornali o sui social.

Mi rendo conto però che è un po’ poco e allora ci provo ad argomentare un po’ meglio il mio sgomento, la mia incredulità, il mio dispiacere, la mia rabbia anche.

Tralascio la cronaca: la conosciamo (per quanto ci è dato conoscere) e comunque vi sono indagini in corso e fino a che non saranno concluse, non sapremo cosa possa essere successo davvero, quali le reali responsabilità, quali le omissioni, quali i mancati controlli. Perché in questa brutta storia vi sono responsabilità, omissioni, mancati controlli.

Cercando di capire, seguo i giornali locali e, pur con l’attenzione a distinguere la cronaca e le interpretazioni degli eventi, sono sempre più incredula. Si scrivono cose, pare fondate su verbali degli interrogatori o su intercettazioni, che disegnano un sistema diffuso a dir poco aberrante. Faccio fatica a credere, non perché metta in dubbio la veridicità, che si possa aver costruito un sistema il cui scopo era l’utilizzo dei bambini per perseguire evidentemente altri scopi.

Cercando di capire, evito di leggere i commenti che accompagnano le notizie riportate dai social; a volte la curiosità prende il sopravvento ma me ne pento in fretta perché, se non appartengono a professionisti o comunque a persone che s’interrogano e che cercano di approfondire, sono spesso conditi da volgarità, da sentenze grevi per lo più nei confronti delle assistenti sociali. Siamo un facile bersaglio! Anche ai non addetti ai lavori dovrebbe essere chiaro che l’indagine nei confronti di un sospetto abuso presuppone un incarico del Tribunale ed ancor di più l’allontanamento di un bambino dai suoi genitori è dettato da un decreto del Giudice; lo può fare anche il Sindaco, con lo strumento dell’Ordinanza, ma solo in casi urgenti, con l’obbligo di dimostrare che non si possono aspettare i tempi del Tribunale (ed è vero che, a volte e purtroppo, occorre agire in fretta perché il rischio per il bambino è troppo elevato) ed in ogni caso si tratta di un provvedimento che il Giudice deve poi convalidare.

Ciononostante i giudizi sprezzanti, denigratori, sono diffusi e si prestano al rischio di strumentalizzazioni e di addossare responsabilità solo ad alcuni degli attori di quella brutta vicenda.

Il cosa è successo a Bibbiano è anche una domanda insidiosa: da un lato evita la comprensione dei tanti troppi rischi cui sono esposti continuamente i bambini, inoltre dà fiato alla credenza tutt’ora diffusa secondo la quale le assistenti sociali portano via i bambini. La (pruriginosa) narrazione popolare continua ad alimentare questo pregiudizio. Bibbiano lo rende verosimile, purtroppo, nonostante siano coinvolte varie figure professionali.

E dunque, per arrivare a definire un po’ meglio il mio pensiero, sento che devo prenderla un po’ larga, a partire dai bambini e dai tanti bambini e bambine che vivono in famiglie povere: uso questo termine in senso lato, povere perché mancanti sia di beni materiali e sia di competenze ad educare, famiglie fragili che espongono i loro figli ad ulteriori, esponenziali, fragilità. Vi sono anche famiglie che espongono i bambini e le bambine a forme di violenza inaudita; parliamo di violenza subita (maltrattamenti, abusi) e di violenza assistita: un bambino ed una bambina che assistono alla violenza di un genitore sull’altro, per le nostre leggi, sono essi stessi vittime di violenza. E vanno messi in protezione.

Lavoro da tanti anni ma mai come negli ultimi anni ho visto famiglie povere, prive di beni materiali, costrette a barcamenarsi nell’incertezza e nell’insicurezza, costrette a rinunciare perfino alle cure mediche; mi capita di ascoltare genitori disarmati di fronte ai loro bambini, genitori che non sanno definire una regola e farla rispettare e che non sanno comprendere l’esigenza -vitale- di ogni bambino di sapere che vi è una strada tracciata da percorrere per crescere in sicurezza. Vedo sempre più spesso coppie che si separano in modo conflittuale, con litigi sproporzionati rispetto alle questioni da affrontare e che non si fanno scrupolo a litigare di fronte ai figli o, peggio ancora, ad utilizzare i figli, come merce di scambio o arma di ricatto.

E vedo sempre più spesso donne (straniere, ma non solo) vittime di compagni violenti che non risparmiano i loro figli in questi agiti; donne che faticano a denunciare, ad allontanarsi per il timore (concreto) dei ricatti, dei giudizi, della solitudine alla quale si condannano quando decidono di sollevarsi dall’omertà.

E mi è capitato -raramente per mia fortuna (a volte anche per scelta) ma li ricordo uno per uno- di allontanare bambini dai genitori, di collocare in luoghi protetti mamme con i loro bambini per proteggerli da un marito/compagno violento e pericoloso. Non sono mai state scelte semplici, ogni volta discusse a lungo (ma non troppo, per evitare il peggiorare delle cose), approfondite, presentate al Tribunale dei Minori affinché assumesse una decisione assumedomi/ci la responsabilità di segnalare, evidenziare, approfondire.

Mi sono anche spesso interrogata sul confine (sottile) tra la necessità di assicurare ad un bambino e ad una bambina deprivati un’opportunità di crescere con le cure e le attenzioni che ogni bambino dovrebbe avere garantiti ed il diritto di ogni bambino e di ogni bambina a crescere nella propria famiglia, quale che sia ai nostri occhi, ma che è la sua.

È un confine sottile che segna anche la differenza tra esercitare il potere e agire la responsabilità. L’uno e l’altro non dovrebbero essere contrapposti a condizione che sia chiaro il fine dell’agire; non si contrappongono se, per garantire ad una bambino di vivere nella propria famiglia, non si lascia nulla di intentato per rendere evidenti ai genitori i loro limiti e farne oggetto di lavoro (accompagnandoli, sostenendoli) accettando le frustrazioni dei passi indietro ovvero delle scelte che non condividi ma che rispetti perché sono le loro di scelte e riguardano la loro di vita. Perché genitori sommersi da fragilità, non vanno denigrati ma aiutati a riscoprire e valorizzare le risorse, magari poche e ben nascoste, ma quelle sono e quelle vanno valorizzate.

Potere e responsabilità vanno di pari passo se tali questioni vengono dibattute, se si chiede / pretende che ognuno faccia la propria parte anche sul fronte dei servizi, che non si faccia finta di non vedere, che ci si interroghi seriamente sui diritti dei bambini e si abbandoni la comoda giustificazione del “tanto non cambia nulla” così che di fronte alla sofferenza ci si autorizza a far finta di nulla.

Ritornando a Bibbiano, si fa presto a strumentalizzare una vicenda di tale portata, con il rischio che si eviti di trattare delle fatiche, delle deprivazioni, delle violenze di cui molti bambini e bambine sono vittime.

Devo però aggiungere un’ultima nota rispetto al ruolo dei servizi. La vicenda Bibbiano mi fa davvero dispiacere, ed anche rabbia, perché espone una comunità professionale a critiche di cui non sentivamo certo la mancanza. Anche qui però non possiamo liquidare il tutto così: le persone indagate sono davvero tante e allora cosa si è inceppato? Cosa è venuto meno? Perché è evidente che c’è una filiera, nessuno lavora da solo, isolato da altri servizi, stare dentro un ente significa linea gerarchica, dipendenza funzionale, vi sono responsabilità ai vari livelli di un governo dell’organizzazione.

Uso volutamente il termine servizi senza ulteriori aggettivi volendo ricomprendere il sistema dei servizi sociali, socio-sanitari, la scuola. Avanzo l’ipotesi che in quel contesto sia mancata anche una consapevolezza diffusa circa i diritti dei bambini, sui segnali di rischio, sul trattamento dei segnali, sulla collaborazione con le altre agenzie, in primis la scuola, e via discorrendo; forse questo avrebbe potuto costituire un antidoto ad allontanamenti che paiono davvero ingiustificati e, se così sarà dimostrato, causa di infinite sofferenze per i bambini coinvolti.

Da anni non c’è più stato un dibattito pubblico sui diritti dopo che c’è stata una stagione in cui pareva possibile occuparsi e pre-occuparsi dei diritti dei bambini e delle bambine sul finire del secolo scorso, con leggi davvero all’avanguardia purtroppo troppo presto dimenticate.

Ugualmente non c’è un dibattito pubblico sulla funzione dei servizi sociali; se ne parla per difetto, quando succedono cose (ma dov’erano i servizi, le assistenti sociali…, a cosa servono); chi oggi oserebbe dichiarare che solo un welfare efficiente, efficace, presente, diffuso, generalizzato, può garantire lo sviluppo di una società? E dunque i servizi possono essere delegittimati, disconosciuti o riconosciuti in negativo.

Un sistema di protezione sociale fa bene a tutti così come farebbe bene a tutti diffondere fiducia verso le istituzioni e verso i servizi; denigrare, seppur a partire da un episodio per certi versi aberrante, forse raggiunge altri scopi. Che non sono certo la tutela dei bambini e delle bambine e delle loro famiglie.

Lo spazio pubblico non è più pubblico

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 29/08/2019 - 12:02

di Agnese Baini.

«I selvaggi non hanno fucili. È questo il vero significato dell’essere selvaggi, una condizione che possiamo definire come di dipendenza rispetto allo spazio, così come viceversa si parla del dominio dello spazio da parte dell’esploratore. Il rapporto tra padrone e selvaggio è un rapporto spaziale»

J.M. Coetzee, Terre al crepuscolo

Chi sei determina in quali spazi tu puoi stare: questo potrebbe benissimo essere un breve riassunto dell’ultimo libro di Wolf Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, pubblicato pochi mesi fa da Edizioni Alegre. Wolf ci parla di spazi pubblici che non hanno più nulla di pubblico, democratico e neutrale ma sono pensati e progettati per escludere qualcuno e far stare a proprio agio qualcun altro – ed è soltanto una questione di classe.

Zygmunt Bauman in un saggio del 2005, Seeking Shelter in Pandora’s Box, definisce lo spazio pubblico come quello spazio in cui non vi sono regole di accesso nè di permanenza, in cui non esistono criteri predefiniti per accedervi e, prosegue, per questo motivo «è proprio nei luoghi pubblici che il futuro della vita urbana si decide» [1]. Il libro di Wolf ci permette di osservare come siano cambiati questi spazi andando proprio a creare delle regole di accesso e di permanenza. Si inizia con Tolleranza Zero a New York e si prosegue con Città sicure a Bologna, ma il percorso, ahinoi, non riguarda soltanto queste due città.

Per esempio, in quest’ultimo mese a Trieste, città dalla quale sto scrivendo, è arrivato l’esercito, perché – testuali parole del Prefetto – «i dati statistici ci dicono che la città è sicura e i reati in diminuzione ma, al di là dei numeri, non possiamo ignorare la percezione e il sentire delle persone» [2]. Gli esempi riportati da Wolf nel libro dimostrano come quando i crimini non ci sono ma vengono percepiti è il momento giusto per intensificare le misure repressive perché «la teoria egemonica sulla sicurezza urbana afferma che la percezione conta più dei fatti» [3].

E una volta percepiti i crimini, cosa bisogna fare in nome di questa agognata sicurezza? Semplice, trovare i criminali. E come si trovano i criminali? Semplice anche in questo caso, basta cercare quelle persone che fuoriescono dalla norma sociale [4] e che, colpevoli della loro diversità e non omologazione diventano potenziali colpevoli di crimini. «Emerge così, dalle ordinanze e dallo sguardo da esse trasformato, la categoria del “disordinato”, a indicare qualcuno che, pur non essendo criminale, merita ugualmente di essere perseguito» [5]. È un passaggio sottile dal percepito crimine al potenziale criminale, tanto sottile quanto crudele perché agisce sulla pelle delle persone – sulla pelle di quelle persone che sono povere, emarginate, escluse e che, in una città sana, sarebbero quelle su cui costruire politiche di accoglienza ed inclusione. Invece hanno [6] deciso che è meglio escluderle perché non meritano di vivere la città, perché non sanno come vestirsi, dove mangiare, dove pisciare, dove sedersi o dove bivaccare, cosa ascoltare e a che ora uscire. Ci sono i cittadini perbene che sanno come si vive lo spazio cittadino e ci sono i barbari permale che invadono e terrorizzano. D’altra parte, non è la prima volta nella storia in cui c’è bisogno dei barbari per costruire le regole di civiltà e c’è bisogno del Diverso per definire la propria identità.

E qua entra in gioco il binomio Decoro/Degrado, anche se si fa presto a vedere la precarietà su cui si reggono questi concetti: se ci soffermiamo anche solo un attimo, non sappiamo dire bene che cosa essi significhino: «se il decoro è civiltà o educazione, come si definiscono educazione e civiltà? Ebbene: tramite il loro manifestarsi, e cioè il decoro stesso. Tentiamo al contrario: degrado è inciviltà, è barbarie, ma come si riconoscono inciviltà e barbarie? È semplice: osservando il degrado che le caratterizza» [7]. Come dice Wolf, ci troviamo sulle scale di un quadro di Escher, dove si usano delle idee – che diventano concetti chiave per la politica – ma non si sa bene cosa siano. Degrado/Decoro hanno acquistato una rilevanza mediatica notevole negli ultimi anni ma cui non corrisponde, pericolosamente, una definizione precisa: è tutto relativo. Nessuno però ci pensa, sentiamo sventolare queste parole per far approvare leggi e decreti, nuovi regolamenti comunali e di polizia urbana, ci siamo convinti di vedere il degrado per le strade della città (perché le coperte di un senza fissa dimora, cos’altro potrebbero essere? [8]) e ormai ci sembrano concetti così chiari e naturali che non ci viene da metterli in discussione.

«Chi è quindi titolare del pieno diritto ad attraversare, frequentare, vivere la città decorosa? È ormai chiaro che i tradizionali diritti civili non sono sufficienti, e che bisogna sapervi associare un comportamento adeguato, che si sostanzia in un adeguato consumo» [9]. Qualcuno viene escluso: è chi non produce, quindi chi non genera profitto e che non ha soldi da investire nella città, nelle sue catene di negozi, nei suoi ristoranti stellati o chi non vuole assolutamente cedere a questo ricatto e vivere la città senza essere giudicato ed escluso per quello che (non) ha nel portafoglio.

Mi sono tornate alla mente altre parole, alla fine sto scrivendo sul Forum Salute Mentale e non potrebbe essere altrimenti. Nel 1979, Franco Basaglia tenne alcune conferenze in Brasile, in una di queste, a San Paolo (Analisi critica dell’istituzione psichiatrica, 20 giugno 1979), si soffermò sul nesso tra “essere folli” e “essere improduttivi” e su come l’istituzione manicomiale andasse a colpire le persone povere: «abbiamo capito che l’internamento dei “folli poveri” era una conseguenza del fatto che queste persone non erano produttive in una società basata sulla produttività, e se restavano malate era per la stessa ragione, perché erano improduttive, inutili per una organizzazione sociale come questa. […] Detto altrimenti tutto ciò che non produce è malato, non va» [10].

Nello stesso anno, insieme alla moglie Franca Ongaro, scriveva nella voce “Follia/delirio” dell’Enciclopedia Einaudi: «La distanza fra chi ce la fa e chi crolla si allarga, e chi crolla – o non riesce a trovar posto nell’organizzazione del lavoro, diventato l’unico valore socialmente riconosciuto – resta tagliato fuori dal mondo, privo di identità e di diritti. In questa nuova dimensione l’uomo produttivo è formalmente attore «libero» del contratto sociale; l’improduttivo ne resta ai margini e l’unica identità che gli viene offerta è quella di far parte della marginalità improduttiva (che comprende incapaci, deboli, ritardati, handicappati, donne, vecchi, ma anche i disoccupati di cui la produzione non ha bisogno)» [11].

Erano sicuramente altri anni, ma l’eco di queste parole continua a risuonare: si esclude il povero, il subalterno, l’emarginato dal corpo sociale, che deve rimanere puro. È davvero pericoloso tutto quello che sta succedendo: là dove c’è la povertà (il primo sintomo della malattia, disse qualcuno) bisogna agire e costruire politiche sociali. Invece sta accadendo tutto il contrario, come ci fa vedere Wolf con un’attenta analisi: là dove c’è la povertà bisogna trovare il modo per farla sparire facendo sparire le persone. Lo spazio si svuota, perché è più importante uno spazio vuoto invissuto e invivibile rispetto alle persone che lo hanno abitato e che lo voglio abitare. Solo se produciamo abbastanza e abbiamo abbastanza soldi per produrre, allora soltanto in quel momento lo spazio cittadino si aprirà a noi – altrimenti riceveremo daspo, ordini di allontanamento, multe e un bel foglio con scritto «ci scusiamo, ma non rispetta gli standard della nostra città» – così come un tempo si riceveva un «pericoloso per sé e per gli altri o che riesca di pubblico scandalo» e si veniva internati in un manicomio.

Quest’ultimo lavoro di Wolf è un testo necessario. Il teorico Jonathan Culler sostiene che un lavoro teorico per essere tale deve andare contro il senso comune; La buona educazione degli oppressi lo fa: smonta piano piano quelle retoriche di cui anche le nostre orecchie sono intrise per cui il povero, l’immigrato, l’escluso, il subalterno siano dei cittadini permale; fa vedere come sia riduttivo spostare l’asticella a destra quando ci sono state volontà politiche ben precise che ci hanno portato dove siamo arrivati, diffuse tanto a destra quanto a sinistra; ci dice chiaro e tondo di renderci conto che “degrado” e “decoro” sono parole assolutamente senza senso; infine, ci chiede di non cadere anche noi in questi giochi perché la libertà appartiene a tutte e tutti, così come la città.

[1] Traduzione italiana: Zygmunt Bauman, Rifugiarsi nel vaso di Pandora. Ovvero: paura, sicurezza «and the city» in Idem, Vita liquida, Bari-Roma, Laterza, pp. 69-83 (p. 81)

[2] Gianpaolo Sarti, «Stretta anti criminalità in centro città», Il piccolo, 7 luglio 2019, p. 20.. Oltre all’esercito nelle settimane successive si sono aggiunti: guardie giurate armate e vigili urbani in bicicletta

[3] Wolf Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Roma, Edizioni Alegre, 2019, p. 25

[4] Riporto definizione di norma scritta a quattro mani da Franca Ongaro e Franco Basaglia per l’Espresso nel 1971 in un servizio intitolato Noi Matti, Dizionario della nuova psichiatria: «Norma. Complesso di regole che definiscono i valori di una data società in rapporto al tipo di credenze, organizzazione sociale, livello economico, sviluppo tecnologico-industriale che la caratterizza. Si tratta di un insieme di valori relativi che acquistano peso e significato assoluti solo nel momento in cui vengono infranti (v.: “Deviante”). Essi si traducono cioè in norme giuridiche deputate a sancire la situazione in atto. Di conseguenza, sanciscono il sistema di valori della classe dominante quindi il privilegio della classe che stabilisce i limiti di norma rispetto all’altra, che li subisce»

[5] Bukowski, La buona educazione, p. 91

[6] Utilizzo la terza persona plurale perché in quanto attivista, ex studentessa fuori sede, attuale precaria rientro più facilmente nella categoria dei disordinati

[7] Bukowski, La buona educazione, p. 109

[8] Riferimento all’episodio che ha visto come protagonista il vicesindaco di Trieste in cui si vantava di aver gettato nel cassonetto le coperte di un senza fissa dimora perché sporcavano

[9] Bukowski, La buona educazione, p. 153 (corsivo nel testo)

[10] Franco Basaglia, Analisi critica dell’istituzione psichiatrica, conferenza tenuta a San Paolo all’Instituto Sedes Sapientiae il 20 giugno 1979. Le conferenze brasiliane sono raccolta nel volume: Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, a cura di Franco Ongaro Basaglia e Maria Grazia Giannichedda, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000

[11] Pubblicato originariamente, in collaborazione con Franco Basaglia, in Enciclopedia Einaudi, vol. VI, Einaudi, Torino, pp. 262-287. Ora in Franca Ongaro Basaglia, Salute/Malattia. Le parole della medicina, Merano, alpha beta Verlag, pp. 119-147 (pp. 130-131)

Non era mai entrato in un manicomio

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 29/08/2019 - 08:56

Il 29 Agosto 1980 moriva Franco Basaglia

«Non era mai entrato in un manicomio. Giovanni Belloni, direttore della Clinica delle malattie nervose e mentali dell’università di Padova lo aveva mandato a Gorizia, ai confini dell’impero… Tutti in clinica lo chiamano “il filosofo” per il suo essere sempre immerso nelle letture di testi che in un reparto neurologico non si erano mai visti. Era interessato insieme ad altri giovani alla ricerca sulla possibilità di comprendere gli “schizofrenici”. Cercavano una strada per riportare nel campo della malattia mentale, della psichiatria fredda e distante, qualcosa che avesse a che vedere con l’umano, con la persona, col soggetto.

Basaglia entra nel manicomio di Gorizia e non può non vedere un mondo sospeso, grigio, freddo. Un luogo di violenza, la violenza del manicomio che comincia a toccare con mano. Vede le porte blindate, vede i letti a rete, le “gabbie”, vede i camerini d’isolamento. Vede gli internati legati al letto, vede uomini e donne che si aggirano, nelle loro goffe divise grigie, nei cameroni, nel tempo servo e senza fine.  Vede gli internati distesi per terra sul selciato dei cortili circondati da alte reti. Vede le divise, i camici bianchi di medici e infermiere. Ride al ricordo delle cuffiette inamidate delle infermiere. Basaglia vede ancora qualcosa che altri non vedono, non possono vedere: l’assenza. Dirà che in quel luogo ci sono 600 corpi, «600 corpi infagottati in tela grigia e rapati. Ma non c’è più nessuno». E’ un impatto terribile. Vuole andare via. Sarà proprio quella filosofia che lo appassiona che spinge il suo sguardo a cercare un uomo, una donna, una presenza umana, e lo aiuta a restare. 600 internati…e non c’è più nessuno. Uomini e donne sono diventati invisibili. Cosa mai potrà fare?   “Da direttore – dice – non potrò che diventare complice di tanta violenza”. Diventa più forte il desiderio di fuggire. Non lo fa. Non lo fa, per nostra fortuna! Gli viene incontro quella filosofia che lo ha fatto mandare via da Padova. Mettendo tra parentesi la malattia, mettendo a lato le parole “pulite e distanti” della psichiatria, allontanando l’immagine dell’internato e dell’internamento, rimosse la diagnosi e la malattia, come sollevando una grossa pietra scopre segni di vita brulicante. Emergono così come da un terreno melmoso nomi, cognomi, persone. Persone, voci, storie. Basaglia dirà che da quel momento diventa ancora più terribile restare lì, la vergogna è ormai insopportabile.

Adesso, è arrivato a lavorare un giovane assistente, Antonio Slavich. Hanno in mano le chiavi che tengono chiuse le porte e davanti ai loro occhi, dietro quelle porte non ci sono più oggetti, povere cose, ma persone. Diventa di giorno in giorno più urgente fare qualcosa per togliersi di dosso la vergogna che sentono tutte le sere, più acuta, quando tornano a casa. Non possono restare fermi. Decide di aprire le porte dei reparti. È un gesto di rottura, naturalmente. Le persone cominciano a muoversi, a circolare, a incontrarsi timidamente gli uni con gli altri. È un inizio. Dietro quelle porte coprono cittadini privati della loro cittadinanza. Arriveranno a diventare cittadini anni dopo, con la legge 180, per strade tortuose e sempre in salita. Scopre finalmente le persone, persone che sono state ridotte all’indegnità, al niente del manicomio, a corpi, a divise. E allora toccherà con mano l’urgenza di riconoscere l’altro. È l’etica dell’incontro che lo accompagnerà per il resto della sua storia. E poi ancora i soggetti, gli individui, non più gli schizofrenici, i malati di mente, ma nomi e cognomi singolari, singolarissimi: amori, passioni, fallimenti, storie, dolori, ferite sanguinanti. Da questo momento non si potrà che ascoltare, incontrare, parlare.  Tutta questa storia cominci da qui»

Brano tratto dalla conversazione teatrale (tra parentesi). La vera storia di una impensabile liberazione di Massimo Cirri, Peppe Dell’Acqua, Erika Rossi.

Dizionario della Nuova Psichiatria: Noi Matti [8]

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 28/08/2019 - 15:19

PSICOFARMACI.

Sotto questo nome vengono raggruppate tutte quelle sostanze ad azione psicotropa, che agiscono cioè sullo stato psichico e sul comportamento. L’era farmacologica comincia negli anni ‘50 grazie alla scoperta di alcuni farmaci che, con la loro azione sedativa, avviano per chi sa approfittarne la possibilità di un rapporto prima inesistente col malato. Ma se l’uso del farmaco si limita soltanto a garantire le tranquillità dei reparti, l’unico risultato è un nuovo totale annientamento dei ricoverati attraverso l’immissione massiccia dei farmaci come elemento gravemente istituzionalizzante (v.: “Istituzionalizzazione”). In definitiva si può dire che gli psicofarmaci hanno avuto e hanno tuttora un’azione terapeutica sia sui pazienti che sugli psichiatri, nel senso che costringono questi ultimi a mutare radicalmente il loro atteggiamento pessimistico nei confronti della malattia mentale, e ad assumerne un altro che implichi il riconoscimento del malato come persona ancora esistente, con esigenze personali che vanno oltre le regole dell’istituzione che lo segrega.

L’uso indiscriminato dei farmaci nelle istituzioni ha portato alcuni autori a parlare di una nuova forma di “contenzione” (v.) chimica, nel senso che i farmaci possono appunto essere usati con l’unica finalità, decisamente antiterapeutica, di mantenere la calma nei manicomi.

PSICOSI.

Sono sindromi cliniche che presentano una sintomatologia delirante da ricondurre a disturbi della coscienza o della personalità. Esse sono caratterizzate da un modificato rapporto con la realtà, quando questa realtà significhi non solo il mondo fisico che ci circonda ma anche il mondo psichico interiore del soggetto, il mondo nel quale e per il quale egli vive. Tale modificazione si rivela attraverso idee “sviate” (conseguenza dell’alterata assimilazione dei valori che legano l’Io al suo mondo) e idee “deliranti” (nelle quali il processo che assegna a tutti i fenomeni del mondo il loro significato e il loro grado di realtà viene sviato, sovvertito).

Una volta fatta la diagnosi, datale una veste clinica, applicata un’etichetta (schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva, paranoia, eccetera), la definizione di “malato” diventa una realtà totalizzante che investe l’intera personalità dell’individuo. Ogni suo atto, gesto, pensiero rientrano in questa connotazione, come se il mondo in cui e di cui egli vive non continuasse a muoversi, a esistere e a interferire su di lui con la stessa forza ambigua e dissociante del suo pensiero dissociato.

PSICOTERAPIA.

Merita questo nome ogni metodo di trattamento di disturbi psichici o psicosomatici che si serva di mezzi psicologici e che abbia come base il rapporto tra medico e inalato. Alla psicoterapia appartengono quindi il colloquio in senso lato, la suggestione, l’ipnosi, il training autogeno, le terapie del comportamento, la rieducazione psicologica, eccetera. La “psicanalisi” (v.) fa parte della psicoterapia: e si può dire che ne è la componente più importante.

La società che determina i disagi, li traduce in bisogni e mette sul mercato i prodotti atti a soddisfarli, richiede sempre di più l’opera di psicoterapeuti. Tale opera è necessaria e insostituibile ma offre risultati modesti poiché le cause di disagio e di sofferenza rimangono immutate e tendono a intensificarsi. Dato l’aumento delle richieste, la psicoterapia è costretta a uscire dal rapporto duale medico-paziente e a interessarsi di dinamiche e cure familiari e di gruppo. Sembra che tali interventi diminuiscano gli attriti all’interno delle famiglie e dei gruppi e aumentino l’efficienza e la produttività dei soggetti che vi si sottopongono. Alcuni, dopo terapie di gruppo, si sposano; altri, dopo le terapie familiari, divorziano.

Si avvicinano i tempi delle grandi terapie di massa. La più moderna di queste è il gioco del calcio o, meglio, il tifo calcistico. Esso fa soffrire e godere le masse per avvenimenti che non le riguardano, fa dimenticare avvenimenti che invece le riguardano molto, permette di localizzare il nemico all’esterno (l’arbitro) e di identificarsi con un singolo (Pautasso, sei tutti noi) o con un gruppo (daje Lupi!). Per la psicanalisi il goal potrebbe simboleggiare la scena originaria dell’amplesso dei genitori ed essere vissuto o con orgasmo (identificazione con il supposto aggressore) o con sofferenza (identificazione con la supposta vittima). Tale psicoterapia di massa fa in modo che, dopo la catarsi domenicale, tutti corrano a casa e aprano il televisore per rivedere la partita e rivivere ancora la scena originaria (al rallentatore).

Il futuro della psicoterapia è di estrema importanza per la nostra vita. Col passare del tempo, infatti, da un lato le malattie mentali saranno assolutamente proibite, dall’altro diventeremo tutti “matti” (v.) senza accorgercene. Il futuro compito della psicoterapia sarà quello di sostituire il lavoro umano con la “ergoterapia” (v.), il tempo libero con la ludoterapia e l’amore con una sana attività erotica senza inibizioni. (Michele Risso).

PSICOFARMACI.

Sotto questo nome vengono raggruppate tutte quelle sostanze ad azione psicotropa, che agiscono cioè sullo stato psichico e sul comportamento. L’era farmacologica comincia negli anni ‘50 grazie alla scoperta di alcuni farmaci che, con la loro azione sedativa, avviano per chi sa approfittarne la possibilità di un rapporto prima inesistente col malato. Ma se l’uso del farmaco si limita soltanto a garantire le tranquillità dei reparti, l’unico risultato è un nuovo totale annientamento dei ricoverati attraverso l’immissione massiccia dei farmaci come elemento gravemente istituzionalizzante (v.: “Istituzionalizzazione”). In definitiva si può dire che gli psicofarmaci hanno avuto e hanno tuttora un’azione terapeutica sia sui pazienti che sugli psichiatri, nel senso che costringono questi ultimi a mutare radicalmente il loro atteggiamento pessimistico nei confronti della malattia mentale, e ad assumerne un altro che implichi il riconoscimento del malato come persona ancora esistente, con esigenze personali che vanno oltre le regole dell’istituzione che lo segrega.

L’uso indiscriminato dei farmaci nelle istituzioni ha portato alcuni autori a parlare di una nuova forma di “contenzione” (v.) chimica, nel senso che i farmaci possono appunto essere usati con l’unica finalità, decisamente antiterapeutica, di mantenere la calma nei manicomi.

PSICOSI.

Sono sindromi cliniche che presentano una sintomatologia delirante da ricondurre a disturbi della coscienza o della personalità. Esse sono caratterizzate da un modificato rapporto con la realtà, quando questa realtà significhi non solo il mondo fisico che ci circonda ma anche il mondo psichico interiore del soggetto, il mondo nel quale e per il quale egli vive. Tale modificazione si rivela attraverso idee “sviate” (conseguenza dell’alterata assimilazione dei valori che legano l’Io al suo mondo) e idee “deliranti” (nelle quali il processo che assegna a tutti i fenomeni del mondo il loro significato e il loro grado di realtà viene sviato, sovvertito).

Una volta fatta la diagnosi, datale una veste clinica, applicata un’etichetta (schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva, paranoia, eccetera), la definizione di “malato” diventa una realtà totalizzante che investe l’intera personalità dell’individuo. Ogni suo atto, gesto, pensiero rientrano in questa connotazione, come se il mondo in cui e di cui egli vive non continuasse a muoversi, a esistere e a interferire su di lui con la stessa forza ambigua e dissociante del suo pensiero dissociato.

PSICOTERAPIA.

Merita questo nome ogni metodo di trattamento di disturbi psichici o psicosomatici che si serva di mezzi psicologici e che abbia come base il rapporto tra medico e inalato. Alla psicoterapia appartengono quindi il colloquio in senso lato, la suggestione, l’ipnosi, il training autogeno, le terapie del comportamento, la rieducazione psicologica, eccetera. La “psicanalisi” (v.) fa parte della psicoterapia: e si può dire che ne è la componente più importante.

La società che determina i disagi, li traduce in bisogni e mette sul mercato i prodotti atti a soddisfarli, richiede sempre di più l’opera di psicoterapeuti. Tale opera è necessaria e insostituibile ma offre risultati modesti poiché le cause di disagio e di sofferenza rimangono immutate e tendono a intensificarsi. Dato l’aumento delle richieste, la psicoterapia è costretta a uscire dal rapporto duale medico-paziente e a interessarsi di dinamiche e cure familiari e di gruppo. Sembra che tali interventi diminuiscano gli attriti all’interno delle famiglie e dei gruppi e aumentino l’efficienza e la produttività dei soggetti che vi si sottopongono. Alcuni, dopo terapie di gruppo, si sposano; altri, dopo le terapie familiari, divorziano.

Si avvicinano i tempi delle grandi terapie di massa. La più moderna di queste è il gioco del calcio o, meglio, il tifo calcistico. Esso fa soffrire e godere le masse per avvenimenti che non le riguardano, fa dimenticare avvenimenti che invece le riguardano molto, permette di localizzare il nemico all’esterno (l’arbitro) e di identificarsi con un singolo (Pautasso, sei tutti noi) o con un gruppo (daje Lupi!). Per la psicanalisi il goal potrebbe simboleggiare la scena originaria dell’amplesso dei genitori ed essere vissuto o con orgasmo (identificazione con il supposto aggressore) o con sofferenza (identificazione con la supposta vittima). Tale psicoterapia di massa fa in modo che, dopo la catarsi domenicale, tutti corrano a casa e aprano il televisore per rivedere la partita e rivivere ancora la scena originaria (al rallentatore).

Il futuro della psicoterapia è di estrema importanza per la nostra vita. Col passare del tempo, infatti, da un lato le malattie mentali saranno assolutamente proibite, dall’altro diventeremo tutti “matti” (v.) senza accorgercene. Il futuro compito della psicoterapia sarà quello di sostituire il lavoro umano con la “ergoterapia” (v.), il tempo libero con la ludoterapia e l’amore con una sana attività erotica senza inibizioni. (Michele Risso).

PSICOFARMACI.

Sotto questo nome vengono raggruppate tutte quelle sostanze ad azione psicotropa, che agiscono cioè sullo stato psichico e sul comportamento. L’era farmacologica comincia negli anni ‘50 grazie alla scoperta di alcuni farmaci che, con la loro azione sedativa, avviano per chi sa approfittarne la possibilità di un rapporto prima inesistente col malato. Ma se l’uso del farmaco si limita soltanto a garantire le tranquillità dei reparti, l’unico risultato è un nuovo totale annientamento dei ricoverati attraverso l’immissione massiccia dei farmaci come elemento gravemente istituzionalizzante (v.: “Istituzionalizzazione”). In definitiva si può dire che gli psicofarmaci hanno avuto e hanno tuttora un’azione terapeutica sia sui pazienti che sugli psichiatri, nel senso che costringono questi ultimi a mutare radicalmente il loro atteggiamento pessimistico nei confronti della malattia mentale, e ad assumerne un altro che implichi il riconoscimento del malato come persona ancora esistente, con esigenze personali che vanno oltre le regole dell’istituzione che lo segrega.

L’uso indiscriminato dei farmaci nelle istituzioni ha portato alcuni autori a parlare di una nuova forma di “contenzione” (v.) chimica, nel senso che i farmaci possono appunto essere usati con l’unica finalità, decisamente antiterapeutica, di mantenere la calma nei manicomi.

PSICOSI.

Sono sindromi cliniche che presentano una sintomatologia delirante da ricondurre a disturbi della coscienza o della personalità. Esse sono caratterizzate da un modificato rapporto con la realtà, quando questa realtà significhi non solo il mondo fisico che ci circonda ma anche il mondo psichico interiore del soggetto, il mondo nel quale e per il quale egli vive. Tale modificazione si rivela attraverso idee “sviate” (conseguenza dell’alterata assimilazione dei valori che legano l’Io al suo mondo) e idee “deliranti” (nelle quali il processo che assegna a tutti i fenomeni del mondo il loro significato e il loro grado di realtà viene sviato, sovvertito).

Una volta fatta la diagnosi, datale una veste clinica, applicata un’etichetta (schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva, paranoia, eccetera), la definizione di “malato” diventa una realtà totalizzante che investe l’intera personalità dell’individuo. Ogni suo atto, gesto, pensiero rientrano in questa connotazione, come se il mondo in cui e di cui egli vive non continuasse a muoversi, a esistere e a interferire su di lui con la stessa forza ambigua e dissociante del suo pensiero dissociato.

PSICOTERAPIA.

Merita questo nome ogni metodo di trattamento di disturbi psichici o psicosomatici che si serva di mezzi psicologici e che abbia come base il rapporto tra medico e inalato. Alla psicoterapia appartengono quindi il colloquio in senso lato, la suggestione, l’ipnosi, il training autogeno, le terapie del comportamento, la rieducazione psicologica, eccetera. La “psicanalisi” (v.) fa parte della psicoterapia: e si può dire che ne è la componente più importante.

La società che determina i disagi, li traduce in bisogni e mette sul mercato i prodotti atti a soddisfarli, richiede sempre di più l’opera di psicoterapeuti. Tale opera è necessaria e insostituibile ma offre risultati modesti poiché le cause di disagio e di sofferenza rimangono immutate e tendono a intensificarsi. Dato l’aumento delle richieste, la psicoterapia è costretta a uscire dal rapporto duale medico-paziente e a interessarsi di dinamiche e cure familiari e di gruppo. Sembra che tali interventi diminuiscano gli attriti all’interno delle famiglie e dei gruppi e aumentino l’efficienza e la produttività dei soggetti che vi si sottopongono. Alcuni, dopo terapie di gruppo, si sposano; altri, dopo le terapie familiari, divorziano.

Si avvicinano i tempi delle grandi terapie di massa. La più moderna di queste è il gioco del calcio o, meglio, il tifo calcistico. Esso fa soffrire e godere le masse per avvenimenti che non le riguardano, fa dimenticare avvenimenti che invece le riguardano molto, permette di localizzare il nemico all’esterno (l’arbitro) e di identificarsi con un singolo (Pautasso, sei tutti noi) o con un gruppo (daje Lupi!). Per la psicanalisi il goal potrebbe simboleggiare la scena originaria dell’amplesso dei genitori ed essere vissuto o con orgasmo (identificazione con il supposto aggressore) o con sofferenza (identificazione con la supposta vittima). Tale psicoterapia di massa fa in modo che, dopo la catarsi domenicale, tutti corrano a casa e aprano il televisore per rivedere la partita e rivivere ancora la scena originaria (al rallentatore).

Il futuro della psicoterapia è di estrema importanza per la nostra vita. Col passare del tempo, infatti, da un lato le malattie mentali saranno assolutamente proibite, dall’altro diventeremo tutti “matti” (v.) senza accorgercene. Il futuro compito della psicoterapia sarà quello di sostituire il lavoro umano con la “ergoterapia” (v.), il tempo libero con la ludoterapia e l’amore con una sana attività erotica senza inibizioni. (Michele Risso).

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