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L’inclusione sociale e la promozione delle comunità

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 30/01/2018 - 14:45

Tre giorni a inizio febbraio per approfondire il valore culturale dei processi inclusivi che costruiscono il benessere della persona. È la proposta della cooperativa sociale La Esse con la Fondazione Benetton. A Treviso in programma due workshop, un incontro pubblico e un convegno
Due workshop, un incontro pubblico e un convegno: questo il menù proposto dalla cooperativa sociale La Esse in collaborazione con la Fondazione Benetton Studi Ricerche per i giorni dall’1 al 3 febbraio. Si tratta di una rassegna dal titolo Nuove comunità e dedicata al tema dell’inclusione sociale e al suo valore culturale. Agli spazi Bomben di Treviso l’iniziativa mette in connessione i progetti realizzati nel territorio con alcune esperienze a livello nazionale per approfondire un approccio che vede l’inclusione sociale come il risultato di un processo di promozione della comunità locale.Comunità intese come soggetti collettivi dove le persone possono partecipare a processi inclusivi, a partire dai bisogni e dai problemi che vivono nella quotidianità. Promosso con il patrocinio della Città di Treviso, il sostegno di Ascotrade e di Banca Etica, il programma prevede quattro eventi rivolti ad assistenti sociali, operatori, educatori, psicologi, animatori di comunità, amministratori, imprenditori, cittadini attivi nell’ambito del volontariato e interessati, che per tre giorni potranno confrontarsi sul tema dei processi di inclusione sociale. Si parte giovedì 1 febbraio alle ore 14,30 con il workshop Storie e comunità per indagare la costruzione del benessere della persona in ottica inclusiva. Un percorso che guarda ai bisogni, alle storie personali e ai contesti relazionali, così come allo sviluppo di opportunità che promuovano l’autonomia. Con il contributo della Caritas di Padova e dell’Università degli studi di Padova, il workshop presenta l’idea di casa in un gruppo di senza dimora nell’ambito di un progetto di housing first; riflette sul tema dell’attivazione delle persone e dei gruppi nell’ambito delle pari opportunità e della ricerca lavorativa in alcuni casi seguiti da La Esse; assieme a Marta Bonetti, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa riflette su come promuovere processi di inclusione a livello locale, tra trasformazioni istituzionali e nuovi bisogni. Due gli appuntamenti proposti venerdì 2 febbraio. Attivare le persone e le relazioni è il filo conduttore del workshop Costruire comunità (dalle ore 9) che indaga la dimensione del gruppo come soggetto intermedio in grado di innovare la relazione della persona con la comunità di appartenenza. Tre le esperienze in programma: l’Happy center Bolognina, laboratorio di comunità che opera con le persone senza dimora con Martina Bonato, coordinatrice del progetto per la cooperativa Piazza Grande di Bologna; la riorganizzazione delle politiche e dei servizi sociali a partire dalla condizione umana di fragilità con Giulio Antonini, dirigente del settore Opportunità Sociali e Sviluppo Umano della Città di San Donà di Piave (Venezia); lo sviluppo di comunità nei quartieri di Treviso con Nadia Paccagnan, coordinatrice per la cooperativa La Esse. Proprio il progetto Fare comunità, promosso dal Comune di Treviso e dall’assessorato alla Partecipazione, Politiche Giovanili e Pari Opportunità, è al centro del documentario breve Fare comunità: i quartieri si colorano che sarà presentato in un incontro pubblico sempre venerdì 2 febbraio alle ore 20.45. Esito del laboratorio di cinema guidato dalla filmmaker Chiara Andrich e prodotto da Sole Luna Doc Film Festival, con il sostegno dell’amministrazione comunale, il video è stato realizzato con la partecipazione delle cittadine e dei cittadini che fanno parte del percorso di sviluppo di comunità, iniziato a fine 2015 per diffondere un’aggregazione consapevole e favorire le relazioni tra le persone che vivono nello stesso quartiere, nel segno di un cambiamento condiviso. Sabato 3 febbraio alle ore 10 il convegno Nuove comunità vuole condividere con il territorio un approfondimento dedicato all’inclusione sociale, a partire dalle proposte di riflessione emerse dai due workshop “Costruire il benessere della persona” e “Attivare le persone, i gruppi, le relazioni”. Il convegno prosegue con il contributo di Giuseppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale per 17 anni, fino all’aprile del 2012, oggi impegnato nel campo dell’editoria come direttore della collana “180.archivio critico della salute mentale”. Attraverso due esperienze, la mattina si concentra sulla possibilità di sviluppare l’inclusione sociale anche partendo dall’economia: Rete SenzaAsilo di Torino affronta il tema dei cambiamenti di sistema per favorire l’inclusione, con un focus sull’inclusione dei migranti a partire dalla domanda del tessuto economico territoriale; Banca Etica presenta la testimonianza di un progetto di microcredito. L’evento è realizzato in convenzione con il Consiglio dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto e a chi ne farà richiesta saranno riconosciuti i crediti per la Formazione Continua degli Assistenti Sociali. Ancora pochissimi i posti disponibili per partecipare ai due workshop, a iscrizione obbligatoria (dettagli in agenda online); tutti gli appuntamenti sono gratuiti e si svolgono nella sede della Fondazione Benetton, via Cornarotta 7 a Treviso.
Articolo originale ->http://www.vita.it/it/article/2018/01/23/linclusione-sociale-e-la-promozione-delle-comunita/145708/

“Melanconia con stupore” di karen venturini: un libriccino prezioso.

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 29/01/2018 - 14:26

“Rachele era nata in un casolare

nelle campagne di Cesena.

Un sabato mattina, nei suoi dodici anni,

mentre andava a comperare la farina al mercato,

fu spinta alle spalle,

buttata a terra e montata da un corpo pesante.

Sentì solo la puzza dell’alito,

un misto di vino e formaggio ammuffito,

il rumore dell’aria buttata fuori

come di un cane quando afferra la gallina,

e il dolore tra le gambe,

prima fuori e poi dentro.

Da quella mattina, con l’erba e la terra tra i denti

e con la gonna alle caviglie,

Rachele decise che sarebbe diventata una malinconica semplice.”

Karen Venturini, l’autrice, è foglia di uno psichiatra che lavorò con Franco Basaglia aTrieste negli anni della famosa 180, la prima legge in Europa che decretava la fine dei manicomi e ne proclamava la chiusura. Dalla presentazione dell’autrice stessa:

“Tra i ricordi visivi della mia fanciullezza ci sono i viali alberati dell’OPP (ospedale psichiatrico) di Trieste, la scritta all’entrata del complesso “La libertà è terapeutica”, Marco Cavallo, un enorme cavallo blue di cartapesta simbolo della liberazione, gli abbracci e i baci dei matti con la saliva che rimaneva sulle mie guance e schifata la rimuovevo con il bordo della maglia, e poi un libro intitolato “Non ho l’arma che uccide il leone” di Peppe dell’Acqua, un collega di mio padre . Peppe dell’Acqua aveva raccolto le storie di vita dei folli, detenuti nel manicomio triestino, e le riportava con lo stesso linguaggio, la stessa sincerità e freschezza con la quale li aveva sentiti raccontare. Leggendo le pagine di quel libro ero incuriosita, stranita, ma anche eccitata da sapere che quelle persone un po’ deformi, che camminavano strascicando i piedi, con lo sguardo perso nel vuoto, e con la bava alla bocca avessero avuto una vita normale, potuto provare amore, odio, pena, rancore, aver avuto un lavoro, una famiglia, essere andate a scuola, proprio come facevo io. Quel libro mi aprì gli occhi e il cuore, mi presentò delle nuove persone, mi avvicinò al loro dolore e alla loro solitudine. Continuai a frequentare i matti e i loro ricoveri, fino all’ospedale Osservanza di Imola del quale mio padre assunse la direzione negli ultimi anni prima della chiusura. I luoghi deputati all’asilo dei matti e costruiti a fine Ottocento si assomigliano l’uno con l’altro. Nel credo del positivismo ottocentesco, gli psichiatri definirono con piacere catalogatorio la malattia mentale e l’organizzazione delle cittadelle destinate ad accoglierla, fino a fornire ai progettisti indicazioni per come edificarli nel modo più efficace possibile. Anche l’architettura pareva potesse contribuire alla guarigione: e allora la disposizione topografica dei camminamenti, dei padiglioni, della chiesa fu finalizzata al ripristino dell’ordine sociale ed individuale. Così come la medicina anche l’architettura inneggiò al trionfo della ragione, all’utopia di un mondo schematico e di un uomo razionale. Nella mappa geografica manicomiale un viale centrale segnava il territorio mentre alle estremità si ergevano l’edificio del culto e la sede del direttore. Il prete e il direttore, i due padri/padroni del manicomio, le due figure cardine da rispettare con devozione e reverenza.  Ai lati del viale i padiglioni, rettangoli perfetti, con finestre simmetricamente allineate e lunghi corridoi nei quali si muovevano le infermiere/suore, devote alla cura autoritaria, di bianco vestite come il contesto che le circondava. I brevi racconti che mi accingo a presentare, nascono a seguito della consultazione casuale di materiale sul manicomio di Imola. Nello specifico, si tratta di un centinaio di schede identificative (o tessere di riconoscimento) degli internati in manicomio dal 1870 al 1890, fotografie del complesso manicomiale dell’Osservanza, delle camerate, delle addette alla lavanderia, dei malati in posa nei giardini.  Il ritratto fotografico, i dati identificativi dei pazzi (nome e cognome, luogo di nascita, paternità, età e giorno dell’ammissione in manicomio) e la definizione della forma di pazzia hanno guidato la fantasia nella rappresentazione letteraria del profilo del soggetto catalogato nella scheda. Molti possono essere gli appunti su quanto segue: improprio utilizzo di materiale storico, questioni di privacy, lacune sul sapere psichiatrico, e via dicendo, ma i punti di contatto con la fiaba sono numerosi e sovente hanno sovrastato l’interesse per la veridicità.”

ntervista allo psichiatra Franco Rotelli su Franco Basaglia e sulla legge 180

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 28/01/2018 - 21:49

Franco Rotelli: «40 annni fa chiudemmo i manicomi. Basaglia, un pensiero incancellabile»

«Una cosa è certa: i manicomi non torneranno mai più. È una brutta storia finita per sempre grazie alla legge 180 che il 13 maggio compie 40 anni». Franco Rotelli è uno dei protagonisti della riforma psichiatrica italiana, uno dei giovani che negli anni 70 insieme a Franco Basaglia costruisce qualcosa di straordinario per l’Italia e per il mondo: chiudere i manicomi e cambiare completamente l’idea che si ha della psiche, della normalità e della malattia. Un salto culturale e sociale che, con tutti i limiti, è ancora vivo: «È – commenta Rotelli – una delle poche ondate di energia duratura del ‘ 68». Nel 2013 è stato eletto con il Pd nel consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia. Per dieci anni è stato direttore generale dell’azienda sanitaria di Trieste, attualmente presiede la commissione Sanità e politiche sociali della Regione.

Quando incontra Basaglia?

Lo ho conosciuto nell’ospedale psichiatrico di Parma, mi ero appena laureato. Nel ‘ 71 Basaglia vince il concorso a Trieste come direttore dell’ospedale psichiatrico provinciale. Viene chiamato dal primo presidente di centrosinistra, Michele Zanetti, che vuole effettivamente cambiare le cose. Io lo seguo.

Quale situazione trovate?

Trieste sconta in quegli anni il problema degli esuli istriani, trecentomila persone che erano scappate dal loro Paese: un conto era vivere nelle campagne istriane negli anni Quaranta un altro vivere in città negli anni Cinquanta. Arriviamo in un manicomio con 1300 persone in una città che avrebbe dovuto averne molte di meno. Le immagini che ci troviamo davanti sono quelle terribili, immortalate nelle fotografie dell’epoca. Sbarre, contenzione, elettroshock.

I famigerati manicomi: quale legge li regolava?

Era in vigore la legge del 1904, che stabiliva condizioni oggi impensabili: prevedeva che tutte le persone internate in un ospedale psichiatrico fossero da considerarsi pericolose. Non era tanto un giudizio di valore, quanto un principio giuridico: se uno di questi veniva trovato per strada veniva processato. Era considerato come un prigioniero. C’era una presenza, oggi non più pensabile, della magistratura e della questura.

Che cosa decidete di fare?

Cambiare non era facile. Ma a nostro favore c’era l’esperienza di Gorizia, precedente a quella di Parma, che aveva assunto molta importanza a livello nazionale e il successo del libro di Basaglia, pubblicato nel ‘ 68, L’istituzione negata. Zanetti, che era democristiano, dà a Basaglia carta bianca. Si verifica qualcosa di impensabile fino ad allora, qualcosa di irripetibile. La carta bianca viene presa sul serio da Franco che ottiene 30 borse di studio per psicologi e psichiatri. Il clamore mediatico è tale che da tutta Italia arrivano studiosi e volontari. Tanti giovani, tutti molto motivati.

C’è un legame con i movimenti anti autoritari e studenteschi che in quegli anni stanno cambiando la società italiana?

Succede che da un luogo chiuso, oppressivo come il manicomio, nasce un’ondata liberatoria: una delle poche ondate di energia duratura del ‘ 68. Quella generazione di scalmanati riesce a cambiare la realtà dei manicomi, assumendosi grandi responsabilità. Si aprono i reparti, si mescolano uomini e donne, si apre l’ospedale all’esterno. Si modifica lo statuto giuridico delle persone ricoverate. Una piccola legge del ‘ 68 consentiva di poter entrare volontariamente nell’ospedale. Questo voleva dire una cosa ben precisa: che se entravi volontariamente, potevi uscire liberamente. Non eri più costretto a stare, come se fossi un prigioniero. Si crea la figura dell’ospite, che – anche se ricoverato – dal punto di vista giuridico resta un cittadino libero.

Un fatto passato alla storia è quella di un gigantesco cavallo di legno e cartapesta che viene portato in corteo da ospiti, medici, volontari. Si rompe il muro di separazione tra interno ed esterno. Ricorda quel giorno?

Marco Cavallo, questo è il suo nome, viene costruito da Vittorio Basaglia e Giuliano Scabia insieme alle persone che partecipano ai laboratori nati all’interno dell’ospedale. Nel ‘ 73 si attraversa la città: è la rappresentazione scenica del cambiamento che si sta attuando. La città reagisce con interesse, ma le resistenze non sono poche. Il quotidiano Il Piccolo scrive contro di noi articoli molto violenti. Il Pci vuole e non vuole, approva e non approva quello che stiamo facendo. Allora il Pci a Trieste contava molto, era il partito di Vidali con migliaia di iscritti.

Questo dissenso crea una battuta d’arresto?

Assolutamente no. Noi andiamo avanti. C’è un clima da “liberazione”: ogni giorno leviamo qualche vincolo, combattendo contro la paura delle gente e contro le regole. E costruiamo una forma di welfare artigianale: nascono le prime cooperative sociali di persone ricoverate. Fino a quel momento, lavoravano ma senza essere retribuiti. Gradualmente si crea un sistema di protezione sociale. Le persone iniziano a uscire, a trovare casa, a farsi una vita anche senza avere una famiglia.

Qual è la sfida a quel punto?

Alla fine del ‘ 73 non era chiaro se si dovesse riformare l’ospedale psichiatrico – umanizzandolo, abbellendolo e rendendolo più civile – o farlo fuori. Questa opzione fu chiara alla fine del ‘ 74. Pensammo: va distrutto. Altrimenti l’esclusione sarebbe rimasta come elemento fondante.

Era un periodo di grandi discussioni, di un lavorìo intellettuale oggi forse incomprensibile. Ricorda altre querelle?

Un altro dibattito riguardava “il dopo”. Secondo alcuni la malattia mentale non esisteva, era solo una conseguenza del malessere sociale. Noi eravamo convinti che i manicomi andassero chiusi, ma che si dovessero costruire servizi sufficientemente forti nel territorio: servizi che aiutassero le persone a curarsi e a vivere una vita dignitosa. Non volevamo buttare la gente in strada. Volevamo buttare via i manicomi. Dicevamo: le persone vanno curate, assistite, in un altro modo, con un altro paradigma, ma vanno aiutate! In California, negli stessi anni, chiudono i manicomi e le persone finiscono per strada senza alcun sostegno. Oggi fanno i conti con quella scelta e sono venuti da noi a studiare cosa è stato invece fatto in Italia.

Arriviamo così al 13 maggio del 1978, giorno in cui viene approvata la legge 180 che abolisce i manicomi. Che cosa succede?

Il gruppo originario che lavorava con Basaglia, non si muoveva solo in ambito psichiatrico. L’idea era quella di cambiare in generale la qualità della vita, la democrazia di questo Paese, di allargare le sue regole. La sfida era quella di spostare i confini della cosiddetta normalità. Quando arriva la legge che consente di chiudere i manicomi è un passo importante. Ricordo che quando fu approvata fummo sorpresi anche noi, non ce l’aspettavamo che potesse arrivare. Lo stesso Basaglia fu sorpreso dalla velocità con cui fu approvata. Moro era stato da poco ucciso. Questa drammatizzazione portò a una accelerazione impensabile fino a quel momento. Quando arriva la 180, noi abbiamo ancora 500 persone nell’ospedale psichiatrico. Fu molto bello, anche perché eravamo giovani.

Come ricorda quei giorni?

Pochissimi mesi prima dell’approvazione della legge, andammo a occupare una casa. Basaglia non era d’accordo. Ci fu uno scontro all’interno dell’equipe tra chi voleva affrettare le cose sul piano concreto e Franco che temeva ripercussioni negative. Diceva: “State fermi, non rompete troppo, e non estremizzate delle pratiche che rischiano di creare fratture politiche”. Aveva capito che la legge stava per essere approvata. Tutto era messo in discussione: le carceri, le case di riposo, le politiche per i minori – all’epoca c’erano gli orfanotrofi – le classi speciali.

Si mettono in discussione anche i concetti di normalità e di malattia…

La parola malattia applicata a queste questioni è una forzatura, questo non vuol dire che non esista qualcosa che si possa definire malattia, ma solo se diamo un valore relativo a questa parola. Non esiste lo schizofrenico, esistono persone che hanno disturbi schizofrenici. E non è la stessa cosa. Perché se una persona ha dei disturbi schizofrenici, tu puoi parlarci, vedere che cosa puoi fare. Se invece hai davanti lo schizofrenico, hai davanti una totalità che aggredisci riempendolo di farmaci o usandogli violenza. Dire schizofrenico è quindi un semplicismo, ma lo è anche negare che esista un problema di salute mentale. Un disturbo mentale grave comporta un degrado sociale, una distanza dagli altri, un isolamento, una stigmatizzazione, la perdita del lavoro. Se non contrasti tutto questo insieme non risolvi granché. Si deve fare in modo che le persone non precipitino: si deve cioè garantire loro una socialità invece che bombardarli di farmaci.

Come è oggi la situazione italiana?

Rispetto agli anni Sessanta gli aspetti deteriori sono venuti meno. E’ stata assimilata l’idea che i manicomi non si riaprono. Il clima culturale da questo punto di vista è cambiato. E non si torna indietro. Si tratta di un cambiamento irreversibile. Ma mancano i servizi. I centri di salute mentale sono aperti poche ore al giorno e sono chiusi il sabato e la domenica. C’è molto da fare.

Come rilanciare la sfida al cambiamento?

Noi abbiamo elaborato una proposta di legge per il nuovo Parlamento, firmata da Pd e da Liberi e Uguali che presenteremo il 1 febbraio in una conferenza stampa al Senato. Parla di servizi e dice che bisogna destinare il 5 per cento della spesa sanitaria alla salute mentale. I centri di salute mentale devono restare aperti sempre, perché non è che si diventa matti solo i giorni feriali, si ribadisce che la contenzione fisica è proibita, che bisogna sostenere di più le cooperative sociali, i piccoli appartamenti protetti per un numero limitato di persone e che ogni azienda sanitaria deve avere un centro di salute mentale con un budget proprio.

Quindi la legge 180 non si tocca?

Assolutamente non si tocca. La legge 180 resta così. Quella che presentiamo è una legge attuativa della 180. Quando nel 1904 fu approvata la legge per costruire i manicomi, nel 1909 ci fu un regolamento applicativo molto preciso. Con la 180 questo è mancato. Alcune regioni hanno fatto buone leggi, altre no. C’è stato qualche piano nazionale. Ma si tratta di strumenti molto deboli. Noi proponiamo una legge che rafforzi la governance.

A Trieste però ce l’avete fatta, il progetto continua…

Sì ci siamo riusciti sia con le giunte di centrosinistra sia con quelle di centrodestra. È abbastanza dura, perché le regressioni ideologiche sono a portata di mano, perché le logiche di esclusione sono sempre immanenti, la farmacologizzazione dei problemi è sempre la via più semplice, perché le risorse vanno conquistate con le unghie e con i denti. Ma abbiamo resistito: ci sono quattro centri di salute mentale, aperti 24 ore al giorno, una rete di piccoli appartamenti, una rete di cooperative sociali, abbiamo vari laboratori di pittura, teatro, arte, manufatti vari.

Dagli anni Settanta lei ha a che fare con la sofferenza, con il dolore, con tanti problemi. Come ha retto?

Noi abbiamo avuto la fortuna di vivere una dimensione collettiva, siamo stati un gruppo molto ampio, con molti ricambi e un forte legame affettivo oltre che professionale. Negli ultimi anni si fa più fatica, perché tutto è più istituzionalizzato e si è spinti verso la solitudine, l’individualismo. Ma aver mantenuto in piedi servizi abbastanza forti, ha consentito una ossigenazione continua, anche se c’è sempre la preoccupazione che tutto questo possa venire meno.

Ma Basaglia non è stato dimenticato?

La storia che lui rappresenta è come un fiume carsico: sparisce e poi ricompare là dove meno te lo aspetti. Siamo per esempio sorpresi dall’interesse che ci viene mostrato dall’estero, da gruppi di studiosi che vogliono conoscere quello che abbiamo fatto. A volte sono gli stessi governi a mostrare interesse, come è accaduto per il Brasile ai tempi di Lula. I problemi più drammatici di questa storia sono stati superati, quindi essendo meno drammatici sono anche meno evidenti. Il fatto, per esempio, che si sia riusciti a superare gli ospedali psichiatrici giudiziari, anche se con soluzioni che vanno tenute ancora sotto osservazione, è accaduto negli ultimi anni. All’epoca non c’eravamo riusciti.

Sanità: sì preliminare al Piano regionale salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 26/01/2018 - 17:46

Udine, 25 gen – Strutture territoriali e più vicine ai bisogni dei malati, Centri di salute mentale sulle 24 ore più efficienti e una rete di cura omogenea a livello regionale.
Sono gli obiettivi principali del Piano regionale della salute mentale, infanzia, adolescenza ed età adulta 2018 – 2020 approvato in via preliminare dalla Regione.
Il Piano muove da un’accurata analisi dell’attuale situazione dei servizi per la salute mentale che trovano in Friuli Venezia Giulia un modello organizzativo all’avanguardia, radicato fin dagli anni ‘60 nell’esperienza di Franco Basaglia. Ciononostante i servizi, soprattutto quelli riferiti all’età evolutiva, si sono nel tempo articolati in maniera eterogenea sul territorio, dove si misura anche una presenza diversificata di neuropsichiatri, l’assenza di un sistema informativo unico e di un osservatorio epidemiologico dedicato.

Il Piano intende innanzitutto, sul cardine della riforma della sanità, migliorare l’integrazione tra cure primarie e specialistiche e i relativi percorsi di cura, tenuto conto che la cura dei disturbi mentali “comuni” ha un altissimo impatto sui servizi. In particolare dovranno essere costruite relazioni stabili tra gli operatori dei Centri di salute mentale e i medici di medicina generale, sia nella prevenzione che nella presa in carico e cura dei pazienti.

Il Piano si prefigge inoltre di implementare la rete regionale integrata per la prevenzione, l’identificazione precoce, la diagnosi, la cura e l’abilitazione/riabilitazione rivolta a minori con disturbi neurologici, neuropsicologici e psicopatologici e disordini dello sviluppo psicologico, cognitivo, linguistico, affettivo e relazionale.

Una parte del Piano è dedicata alla definizione di percorsi di transizione delle cure dall’età pediatrica a quella adulta, coinvolgendo i diversi attori della rete territoriale, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, neuropsichiatrie dell’infanzia e dell’adolescenza e Dipartimenti di salute mentale, per una presa in carico integrata.

Con questa visione ritrova centralità il “progetto terapeutico riabilitativo individualizzato”, un percorso di cura coerente con i bisogni della singola persona, in cui sono coinvolti servizi sanitari, enti locali e operatori del terzo settore. I percorsi riabilitativi si fondano principalmente su tre assi principali: casa, scuola/lavoro e socialità e possono essere finanziati anche attraverso il Fondo per l’autonomia possibile. Altre esperienze positive che il Piano evidenzia sono quelle dell’abitare inclusivo, che ha permesso una progressiva riduzione delle residenze che ospitano persone con disturbi psichici (da 31 nel 2004 si è passati a 23 nel 2016, con una riduzione del 23%) e dei posti letto dedicati (dai 210 del 2004 ai 152 del 2016, con una riduzione del 26%), a favore di nuove forme di domiciliarità che favoriscono il superamento del disagio psichico e il reinserimento sociale. Allo stesso modo agiscono i tirocini inclusivi, che offrono opportunità dirette di inserimenti nel mondo del lavoro e acquisizione di competenze.

Ampio spazio è dedicato alla formazione e ricerca: la Regione intende promuovere programmi di ricerca scientifica innovativa che possano valorizzare le esperienze regionali in materia di salute mentale, in particolare nelle buone pratiche in ambito di cure orientate al recupero, nell’appropriatezza degli interventi farmacologici a livello di cure primarie in età adulta e pediatrica, nella riabilitazione psicosociale e nella prevenzione del suicidio.

Il Piano detta, inoltre, le linee guida per la gestione dell’emergenza, la prevenzione del suicidio e il trattamento delle patologie connesse all’uso di sostanze psicotrope e delle patologie da dipendenza. Si prevede, infine, entro il 2020 lo sviluppo e l’adozione di un sistema informativo unico per la salute mentale, da adottare sia nei servizi dell’adulto, che in quelli dell’infanzia e adolescenza, per favorire una maggiore capacità gestionale e programmatoria.

In Friuli Venezia Giulia le persone seguite dai servizi dei Dipartimenti di salute mentale sono circa 20 mila di cui il 60% sono donne (dati 2016). Le classi di età prevalenti sono quelle comprese tra i 30 e i 49 anni e tra i 50 e 69 anni. I disturbi più diffusi sono quelli dello spettro psicotico (schizofrenia sindrome schizotipiche e deliranti), le sindromi affettive (disturbi di umore) e quelle legate allo spettro ansioso (fobie correlate a stress) che assieme rappresentano più dei tre quarti di tutte le diagnosi. Per la salute mentale degli adulti, i Dipartimenti di salute mentale della Regione hanno investito nel 2016 oltre 63 milioni di euro.

http://www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/

Articoli 88 e 89 del codice penale è possibile abrogare il vizio di mente?

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 25/01/2018 - 16:14

Da sempre la questione della incapacità e della pericolosità attraversa gli ambiti del diritto e della psichiatria, e spesso si deve confrontare con la richiesta di controllo sociale.

L’infermità mentale non comporta mai di per sé una condizione di totale o parziale non-imputabilità, dovendo essere accertato se, in relazione al fatto commesso, essa possa aver inciso sulla capacità di intendere o di volere dell’Autore del reato al momento della commissione del fatto; l’incontro si pone l’interrogativo della possibilità di riconoscere la responsabilità penale anche dell’infermo di mente.

Il tema involge questioni che abbracciano il campo della psichiatria con particolare riferimento alle origini dell’infermità mentale, ma anche il campo giudiziario nel quale gli Operatori, nei diversi ruoli, devono indagare, attraverso esperti, sulla persona dell’Autore del reato, assumendo decisioni che concernono la sussistenza e il grado della sua penale responsabilità, l’applicazione e la misura della pena, l’adozione di una misura di sicurezza.

Dopo una sentenza di assoluzione o di condanna rimane comunque la Persona che, in ragione della sua malattia, ha bisogno di una presa in carico globale.

Venerdì 2 febbraio 2018 – 8.30-18.00

Aula Corte d’Assise– cortile interno, Palazzo di Giustizia

TRIESTE – ingresso pedonale da via Coroneo 20

ore 8.30/9.00 registrazione partecipanti – ore 9.00 saluto delle Autorità

Relatori:

  • Roberto Mezzina – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale, Trieste
  • Sergio Moccia – Professore di diritto penale, Università di Napoli
  • Luigi Benevelli – Psichiatra, Mantova
  • Daniele Piccione – Costituzionalista
  • Lorenzo Toresini – già primario del Dipartimento di Salute Mentale di Merano
  • Maria Teresa Collica – Professore di diritto penale, Università di Messina
  • Cosimo Lorè – Direttore Medicina Legale, Siena
  • Guido Rispoli – Procuratore Generale, Corte d’Appello di Campobasso
  • Mariapia Maier – Presidente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Trieste
  • Luigi Dainotti – Presidente Aggiunto presso Sezione G.I.P., Tribunale di Trieste
  • Lionella Manazzone – Magistrato di Sorveglianza, Udine
  • Paolo Borghi - Psicologo – Psicoterapeuta

Coordinano:

Peppe dell’Acqua – già direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste

Gloria Carlesso -referente distrettuale della Scuola Superiore della Magistratura

7 crediti formativi ECM perMedici, Infermieri, Operatori sanitari, Educatori e Assistenti sociali

Iscrizioni   paola.cecchini@asuits.sanita.fvg.it

Per Avvocati e Praticanti ….crediti formativi

iscrizioni da farsi seguendo le istruzioni nel sito del Consiglio dell’Ordine Avvocati di Trieste

Per Magistrati e Tirocinanti iscrizioni presso formazione.ca.trieste@giustizia.it

Senato: riapre il cantiere DDL2850

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 23/01/2018 - 17:43

Seminario di approfondimento

su iniziativa delle Sen. Nerina Dirindin e Emilia Grazia De Biasi

Salvaguardare e promuovere la salute mentale: Un’occasione di ascolto e confronto



Giovedì 1 febbraio 2018, ore 14,00 – 19.30

Sala dell’Istituto Santa Maria in Aquiro (ISMA) – Roma, Piazza Capranica, 72

A 40 anni dalla 180, una legge che ha reso l’Italia punto di riferimento internazionale  per l’assistenza alle persone con disturbi mentali, appare necessario promuovere un ampio confronto fra tutti i soggetti che conoscono la realtà nel nostro Paese e si impegnano per la tutela dei diritti delle persone, per rilanciare i principi fondanti della L. 180/1978, promuovere le condizioni per una sua concreta attuazione, superare le difformità territoriali e favorire il superamento delle attuali carenze applicative.

Intervento introduttivo di Nerina Dirindin

Considerazioni conclusive di Franco Rotelli

Sono invitati ad intervenire, o ad inviare contributi, le associazioni di familiari, di persone con esperienza,

associazioni e cooperative sociali, professionali, operatori, società scientifiche, rappresentanti istituzionali

delle Regioni e delle Aziende Sanitarie.

Segreteria organizzativa: tel: 06. 6706 4129 – 3837

L’accesso alla sala, con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta, è consentito fino al

raggiungimento della capienza massima.

ADULTS FOR CHILDREN – LA GENITORIALITA’ NEI SERVIZI PSICHIATRICI

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 23/01/2018 - 17:34


IL 1° FEBBRAIO A MILANO IL SECONDO CONVEGNO NAZIONALE
SUI FIGLI DI GENITORI CON UN DISTURBO PSICHICO

Salute mentale, prevenzione, genitorialità e figli: questi fra i temi chiave del secondo convegno italiano sui figli di genitori che soffrono di una patologia psichiatrica.
Essere una mamma o un papà con una fragilità psichica può avere serie conseguenze sulla vita dei propri figli e sul loro benessere psicologico, se non sono adeguatamente supportati. Spesso restano invisibili nel loro dolore e per questo vengono definiti “Forgotten Children”, i figli dimenticati.

Da qualche anno si sta verificando nel mondo un’inversione di tendenza. Nuovi approcci e nuovi strumenti stanno nascendo per interrompere la catena intergenerazionale del disagio psichico e fare prevenzione. Bambini, adolescenti e giovani adulti i cui genitori soffrono di un disturbo psichico possono trarre enorme beneficio da un approccio orientato alla famiglia e dal miglioramento della
comunicazione interna ed esterna al nucleo familiare, grazie al supporto di esperti.

Il prossimo 1° febbraio, a Milano, il convegno organizzato dall’associazione CONTATTO ONLUS, da anni attiva in questo campo, insieme all’ASST “GRANDE OSPEDALE METROPOLITANO NIGUARDA” e con il patrocinio di FONDAZIONE CARIPLO, sarà un’occasione preziosa di scambio e condivisione di buone pratiche dall’Italia e dall’Europa. Saranno presenti professionisti internazionali che da tempo lavorano su questa tematica per condividere con il pubblico i programmi e le strategie europee più innovative di intervento. In ambito nazionale saranno presentati i risultati di cinque anni del PROGETTO SEMOLA, il primo in Italia ad offrire un supporto mirato ai figli minori degli utenti in carico al servizio di salute mentale ed ai loro genitori.

Sarà l’occasione per ripensare il ruolo svolto dai servizi di salute mentale e orientarlo maggiormente in chiave di prevenzione del disagio psicologico: valorizzare e sostenere il ruolo genitoriale in presenza di una patologia psichiatrica per contrastare le possibili ripercussioni negative sui minori. L’obiettivo è migliorare il supporto ai bambini e agli adolescenti di oggi perché diventino gli adulti resilienti di domani.

Al convegno parteciperà anche Carlo Miccio, autore del romanzo “La Trappola Del Fuorigioco”, pubblicato da Edizioni Alpha Beta Verlag nella Collana 180 diretta dallo psichiatra Peppe Dell’Acqua. Il romanzo entra nel vivo della tematica raccontando di Marcello e di suo papà affetto da disturbo bipolare ed utilizzando come metafora e filo conduttore Johan Cruyff, la leggenda del “calcio totale” olandese. Romanzo che è stato scintilla per la nascita della prima associazione italiana creata da e per i figli di genitori con un disturbo mentale: COMIP – CHILDREN OF MENTALLY ILL PARENTS.

Il convegno è gratuito ed aperto a tutti fino a esaurimento posti, previa iscrizione.
Per ulteriori informazioni e per accedere al programma completo:

www.mybluebox.it

Puglia: Rompiamo il silenzio

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 18/01/2018 - 10:10

Bari, Palazzo Ex Poste, 22 gennaio 2018: “La Salute Mentale in Puglia: criticità e prospettive future“, evento regionale promosso dal Movimento per la tutela della Salute Mentale pugliese “Rompiamo il silenzio” in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bari. Un’occasione per rilanciare e sostenere buone pratiche di salute mentale coinvolgendo amministratori, operatori, associazioni di utenti e cittadinanza e per ribadire lo stato attuale di precarietà e di sofferenza dei servizi di salute mentale pugliesi.

Il 31 marzo 2017, presso il Fortino di Bari, ha avuto luogo un incontro-assemblea, promosso dalla Sezione Pugliese della Società Italiana di Psichiatria Democratica, dal titolo “Rompiamo il Silenzio: salute mentale, crisi del welfare e malessere sociale”.

Da quell’incontro è nato un movimento che raccoglie associazioni di utenti e familiari, operatori dei servizi pubblici di salute mentale, cittadini e rappresentanti della società civile che hanno sottoscritto un documento di denuncia sulla condizione dei servizi di salute mentale della regione Puglia. Il documento, posto all’attenzione dei referenti istituzionali regionali, non ha ricevuto riscontri, ma il dibattito sulle criticità e priorità della salute mentale continua ad essere vivo e le proposte avanzate dal Movimento “Rompiamo il silenzio” richiedono delle risposte urgenti.

Negli ultimi 10 anni, infatti, il sistema dei servizi di salute mentale regionale che era in grado di fornire risposte complesse ai bisogni dei cittadini, è stato depotenziato, perdendo il suo ruolo di presidio per la tutela della salute mentale della popolazione. I Centri di Salute Mentale sono diventati luoghi sempre meno accoglienti, se non addirittura respingenti, i Servizi di Neuropsichiatria del’Infanzia e Adolescenza, di più recente istituzione, di fatto non sono mai stati messi in condizione di fornire adeguate risposte a questa fascia di popolazione.

Dopo le battaglie che hanno condotto all’abolizione del manicomio e allo sviluppo dei servizi territoriali, oggi c’è il grave rischio di un riduzionismo di tipo tecnico e securitario: agli operatori è chiesto in modo sempre più insistente di etichettare, con le diagnosi psichiatriche, disagi personali e familiari strettamente connessi con situazioni di povertà e di malessere sociale. Dinanzi alla complessità di tali problemi, la condizione di debolezza dei servizi pubblici non consente di dare risposte adeguate e rischia di produrre una “manicomializzazione del territorio”.

Con l’iniziativa organizzata dal movimento “Rompiamo il silenzio” insieme all’Università di Bari, ci si auspica di aprire la discussione con i rappresentanti delle istituzioni pugliesi, sulle criticità e prospettive future della salute mentale in Puglia.

Vedi il programma

PIEGHEVOLE ROMPIAMO IL SILENZIO
Allegati

Firenze, i pazienti del servizio di salute mentale diventano attori

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 15/01/2018 - 14:52

Si chiama ‘‘Sussulti’ ed è la rassegna teatrale che prende il via all’ex Fila giovedì 18 gennaio. In programma commedie, monologhi, spettacoli con tematiche legate al sociale, spettacoli di teatro danza.

Da giovedì 18 gennaio all’Exfila di Firenze, quinte aperte su una rassegna teatrale incentrata sul valore del teatro come strumento sociale. Si chiama “Sussulti – rassegna di teatro e trasformazione sociale” ed è organizzata dal Coordinamento Teatro Come Differenza, in collaborazione con l’associazione Bottega Del Tempo che cura il progetto Cirkoloco, teso all’inserimento lavorativo di persone con disagio mentale e che opera nello spazio bar dell’Exfila, con il sostegno del Comitato Arci di Firenze e dell’associazione Exfila.

In programma commedie, monologhi, spettacoli con tematiche legate al sociale, spettacoli di teatro danza. Tanti show con attori disparati, alcuni dei quali pazienti del servizio di salute mentale. La rassegna teatrale che prende avvio dal prossimo giovedì è frutto, in primis, della stretta collaborazione tra Sfumature in atto, una delle cinque realtà di teatro sociale (con Isole Comprese Teatro, Arte In Corso, Arbus, Es-Teatro) che compongono il Coordinamento Teatro Come Differenza e la Bottega del tempo, impegnati da tempo nella palazzina.

Storie Interdette – Un bando per giovani teatranti

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 13/01/2018 - 14:01

Il gruppo teatrale chille della balanza invita giovani attori a cimentarsi con ricerche e narrazioni sul tema della salute mentale oggi

San Salvi, città aperta, accoglierà eventi teatrali e dibattiti nel corso di questo speciale anno.

Storie interdette è un Bando Nazionale con premio annesso dedicato alla giovane creazione contemporanea nell’ambito delle arti drammaturgiche e performative. Il Bando si pone come occasione di visibilità e di riflessione per i giovani.

A 40 anni dalla Legge Basaglia Storie interdette intende favorire la consapevolezza dei giovani sul percorso di superamento del manicomio e così aiutare a trovare risposte ai problemi dell’attuale società.

Lo scopo del bando è selezionare 4 idee progettuali da sviluppare in un seminario di una settimana che si svolgerà da lunedì 5 a domenica 11 marzo 2018 nella Residenza di San Salvi Città Aperta (Via di San Salvi, 12 padiglione 16 Firenze) al fine di elaborare 4 messe in scena, che verranno narrate/performate al pubblico dai candidati durante il “Festival Storie interdette – Fare comunità” a Firenze San Salvi da venerdì 11 a domenica 13 maggio 2018. Nell’occasione avverrà la relativa premiazione dei vincitori del bando che prevede i seguenti premi: 500€ al primo classificato, 300€ al secondo, menzione agli altri due partecipanti. Le prove di preparazione al Festival saranno da martedì 8 a giovedì 10 maggio.

Bando completo e come partecipare … http://www.chille.it/bandi/bando-storie-interdette/

Il lavoro è guarigione sociale

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 13/01/2018 - 13:51
L’entusiasmo di Donata dai Nobili e degli operatori del Centro Diurno di Monte Sant’Angelo anche quest’anno, al quarantesimo anniversario della legge 180, ha riproposto il progetto di inserimento lavorativo riabilitativo per nove persone, denominato “Il lavoro è guarigione sociale”. L’Assessorato alle Politiche Sociali di Monte Sant’Angelo, il Centro Diurno “Genoveffa De Troia” ed il Centro di Salute Mentale di Manfredonia hanno voluto, ancora una volta, umanizzare il percorso terapeutico-riabilitativo, restituendo ai concittadini con disagio psicosociale e psichiatrico i diritti di cittadinanza. Il dottor Michele Grossi e gli operatori del Centro Diurno di Monte Sant’Angelo continuano a chiarire che il lavoro è centrale nei percorsi di riabilitazione psicosociale e psichiatrica. Per questa loro cultura riabilitativa, tra le diverse buone pratiche di terapia occupazionale hanno scelto e condiviso con i tirocinanti ed i familiari l’idea del lavoro che “produce” la socializzazione e contiene la solitudine e l’isolamento di quanti stanno vivendo il male oscuro del disagio psichico. La finalità del progetto “Il lavoro è guarigione sociale” è, quindi, intrecciare le maglie di una rete sociale solidale, capace di abbracciare la buona socializzazione  e la qualità della vita. Un progetto che vuole rendere reale l’inclusione sociale di persone in difficoltà momentanea e liberare dai troppi lacci e lacciuoli burocratici il passaggio da una fase pre-lavorativa a quella dell’inserimento lavorativo vero e proprio, anche se  il lavoro in questa nostra terra viene, purtroppo, visto come un’utopia, a causa delle particolari condizioni socioeconomiche in cui ci si trova ad operare. Nonostante le difficoltà materiali e i pregiudizi storici e geografici, il progetto voluto dagli U.F.E. (utenti, familiari, esperti) ha, comunque, come prospettiva l’inserimento lavorativo, vero, di persone svantaggiate. Per questa ragione, gli utenti, i familiari e gli operatori hanno deciso che il progetto fosse chiamato “Il lavoro è guarigione sociale”: per tutti! Con una tale cultura e consapevolezza si vuole dire, ancora una volta, a tutti gli attori dei tavoli tematici del Piano Sociale di Zona, che la visione rigida dei bisogni e la lettura burocratica delle proposte-richieste distruggono la fattibilità e la validità di ogni approccio innovativo all’integrazione lavorativa dei pazienti psichiatrici e annichilisce la cultura del fare assieme, sperimentata e praticata dal movimento nazionale “Le Parole Ritrovate”. Per gli Utenti Familiari Esperti, lo spirito del progetto non è quello economico, bensì il far conoscere il significato del fare assieme, coinvolgendo le diverse risorse umane istituzionali, associative, religiose e familiari operanti sul territorio. Un intervento riabilitativo rivolto sia a persone in possesso del riconoscimento di invalidità civile sia a giovani che sono all’esordio della malattia o che convivono da un tempo relativamente breve, ma, in particolare alla comunità. Queste persone intraprenderanno il percorso di tirocinio lavorativo, considerando le proprie motivazioni e interessi e saranno seguiti da operatori, utenti esperti e familiari con una visione orizzontale e multidisciplinare. Sono loro i nuovi attori che desiderano intrecciare le maglie della rete sociale inclusiva  permanente di attori territoriali a supporto dei percorsi di integrazione socio-lavorativa dei cittadini con disagi psichiatrici. A Monte Sant’Angelo, i destinatari del progetto “Il lavoro è guarigione sociale” sono cittadini con difficoltà psicosociali e psichiatriche, seguiti dal Centro Diurno “Genoveffa De Troia”. Gli operatori di riferimento avranno la funzione di monitorare il percorso motivazionale dei partecipanti, accertandosi, nei momenti critici, di una loro condivisa adesione al percorso d’ integrazione lavorativa. Per ora, il budget per l’attivazione del progetto deliberato dal Comune di Monte Sant’Angelo è di 11.500,00 euro ed è stato concesso all’Associazione “Genoveffa De Troia” di Monte Sant’Angelo, che organizzerà la fase di gestione del progetto. Il coordinatore, Matteo Notarangelo, ha concordato con l’assessora alle Politiche sociali, Agnese Rinaldi, ed il capo settore, Domenico Rignanese, le modalità della rendicontazione, in modo da rendere trasparente la relativa gestione. Le voci di costo ammissibili sono il contributo stimolo alla guarigione sociale, che sarà dato al tirocinante, consistente in una somma corrispondente alle ore mensili prestate, e le spese per l’assicurazione INAIL e l’assicurazione di responsabilità civile verso terzi. Per pianificare il progetto, gli Utenti Familiari Esperti e gli operatori hanno tenuto diverse assemblee organizzative ed hanno concordato che la prescritta documentazione fiscale richiesta consisterà in una documentazione bancaria, che attesti il trasferimento individuale delle somme e una ricevuta delle due assicurazioni. Dopo di ciò, il progetto avrà inizio. A tal fine, diventa importante per tutta la comunità educante il poter contare su tutte le risorse territoriali, affinché attivi azioni trasversali a supporto e a completamento dell’integrazione lavorativa, pur di sostenere le persone con difficoltà psicosociali e psichiatriche. L’associazione “Genoveffa De Troia” ha già coinvolto, in modo gratuito, i suoi tecnici per facilitare gli incontri  (gruppi di mutuo ed auto-aiuto) tra le famiglie delle persone in difficoltà, in modo da contenere le fragilità familiari nei momenti di difficoltà e durante il percorso di integrazione lavorativa, ma anche sociale e scolastica. L’elemento qualificante del progetto sarà la valutazione e la misura degli effetti sullo stato di benessere complessivo delle persone coinvolte. Risultati che verranno messi a disposizione di coloro che si occupano di salute mentale.  “Da molti anni, – afferma il sociologo Matteo Notarangelo – la cultura innovativa degli operatori del Centro Diurno “Genoveffa De Troia” di Monte Sant’Angelo pone al centro di ogni relazione terapeutica non il “malato” oggettivato, ma la persona soggettivata e portatrice di diritti di cittadinanza, bisognosa sia dell’autonomia esistenziale e lavorativa sia delle giuste cure umanizzate, liberate da qualsiasi forma di contenzione, fisica, ambientale, relazionale, farmacologica e meccanica”. Un’idea che entusiasma l’assessora alle Politiche Sociali del Comune di Monte Sant’Angelo, Agnese Rinaldi, la quale ribadisce che il progetto “ “Il lavoro è guarigione sociale” è un’iniziativa innovativa. Un intervento sociale pensato e pianificato dagli operatori del Centro Diurno “Genoveffa De Troia” e dal Centro di Salute Mentale di Manfredonia, ma condiviso dalla Giunta Comunale e dal sindaco,  Pierpaolo D’Arienzo, che con le Associazioni ed i concittadini vuole condividere la costruzione di nuovi servizi alle persone fragili.  Un’ esigenza irrinunciabile, che porrà all’attenzione di tutti gli interlocutori del Piano Sociale di Zona con il fine di avviare una reale e solidale integrazione sociale, sanitaria e assistenziale”. Una prassi già conosciuta ed apprezzata dagli Utenti Familiari Esperti e dagli operatori della salute mentale territoriale. Lo psichiatra, Michele Grossi, responsabile del Centro di Salute Mentale di Manfredonia, nel mostrare l’apertura ai cittadini del servizio territoriale psichiatrico, apprezza l’impegno degli amministratori di Monte Sant’Angelo e riconosce che il progetto  “Il lavoro è guarigione sociale” è in continuità con quello condiviso ed attivato dall’ex assessore alle Politiche sociali, Felice Scirpoli, e trova la sua spiegazione  clinica ed umana nella volontà forte da parte del Comune di dare la possibilità ai suoi cittadini di uscire dal circuito tradizionale psichiatrico. “Con questo nuovo progetto – dichiara Michele Grossi – abbiamo ascoltato e raccolto le richieste dei singoli cittadini con disagio psicosociale e psichiatrico, i quali ci hanno proposto di essere coinvolti in attività culturali, teatrali, di giardinaggio e cura del verde, di servizi di portierato, di pulizia domestica e di ufficio. Con tutti loro, ringrazio il Comune di Monte Sant’Angelo per la sua cultura e sensibilità, essendo consapevole che questa iniziativa, come quelle passate, segna la storia della salute mentale di questa Città”.

FramMenti di Barbara Garlaschelli

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 08/01/2018 - 13:32

Collana Sdiario, Edizioni del Gattaccio

La storia della psichiatria è storia degli psichiatri, non storia dei malati. (…)

Essa è storia dei potenti, dei medici, mai dei malati.

Conferenze Brasiliane (1979) di Franco Basaglia

Di Michela De Mattio

FramMenti è un libro di Voci.

A raccontare la propria storia sono gli utenti e gli operatori del CPS (Centro Psico Sociale) di Via Ugo Betti a Milano, un quartiere periferico ad alta densità di popolazione.

L’idea di far raccontare alla scrittrice Barbara Garlaschelli* cos’è un CPS è venutanel 2004 alla dottoressa Laura Bellini (psichiatra), al dottor Massimo Cirri (psicologo) e alla sua equipe. Volevano una Voce fuori campo che fosse priva del linguaggio medico-scientifico e del suo terrore semantico.

L’intento del progetto era quello di far comprendere alla gente fuori, quella considerata Normale, che non esiste un recinto dentro al quale vivono le persone affette da disturbo mentale, non esiste un Noi e un Loro, non esistono i Normali e i Folli, esistono solo le persone con le loro storie, le loro esperienze di vita, i loro sogni, i loro dolori e le loro speranze. Volevano far sapere che c’è una possibilità di cura anche per chi non ha mezzi finanziari tali da potersi permettere terapie private e che si può trovare un’altissima professionalità nel lavoro degli operatori che prestano servizio in un CPS come quello di Via Ugo Betti, una struttura che almeno in quegli anni era fatiscente, priva di mezzi e di risorse adeguate, ma che era nata dal desiderio degli operatori che ci lavoravano e non da un atto amministrativo e burocratico.

È iniziato così il viaggio della scrittrice milanese Barbara Garlaschelli che ha frequentato quel CPSper due anni e mezzo. Ha incontrato e si è relazionata con utenti affetti da disturbo mentale, infermieri, educatori, assistenti sociali, psicologi e psichiatri.

Quando alla fine si è ritrovata con una quantità enorme di materiale in mano ha deciso di non avere voglia di utilizzare il materiale per scriverne un romanzo. Aveva tra le mani Voci preziosissime e storie di vitasconvolgenti. Ha scelto di sbobinare le registrazioni e di mettere insieme quelle Voci, senza cambiarle, senza modificarle, riportando ciò che ogni persona le ha raccontato di sé.

Va detto che questo: per uno scrittore, non è un gesto usuale. È una scelta ben precisa quella di puntare i piedi davanti alla verità dopo averla vista. È un passo di danza a due per il quale serve la generosità di un autore che decide consapevolmente di accadere di meno e di mettere davanti a sé l’altro, il vero protagonista della propria storia. Ci vuole una grande nobiltà d’animo e una certa eleganza.

Molti di coloro che hanno contribuito alla realizzazione di FramMenti lo hanno fatto non solo con il racconto orale ma anche con l’apporto di scritti (poesie, pensieri, disegni) tutti riportati nel libro. Barbara Garlaschelli ha aggiunto brevi ballate e “fotogrammi letterari” di grande intensità.

Quando ho iniziato a leggere FramMenti ne ho percepito nell’immediato la potenza espressiva sia per come il libro è stato concepito e strutturato sia per le verità che custodisce. La prima cosa che mi è balzata agli occhi è il fatto che ogni capitolo porta il nome della persona che si racconta. Finché non si leggono le parole non è dato modo di sapere se si tratti della Voce di un utente o di quella di un operatore.

Il gesto compiuto dalla scrittrice è rivoluzionario, per qualcuno forse anche vertiginoso, perché presuppone che dal suo punto di vista non ci sia differenza non solo “tra chi sta fuori e chi sta dentro”, ma nemmeno tra chi è utente e chi è operatore.

Per me che sono cresciuta a Trieste e che fin da piccola ho frequentato il Parco di San Giovanni, che a Trieste mi sono laureata in Medicina e Chirurgica e poi specializzata in Medicina Interna è stato impossibile non ritrovare in FramMenti il senso più profondo del lavoro di Franco Basaglia, di Franco Rotelli e di Peppe dell’Acqua.

Franco Basaglia, al di là di ciò che a molti fa comodo pensare, non è l’uomo che ha chiuso i manicomi. È l’uomo che ha distrutto le barriere culturali che impedivano l’incontro e la relazione. Basaglia ha dimostrato che non è possibile costruire nulla se prima non si distrugge, se prima non si fa spazio. La sua parola d’ordine inoltre era “Comunicazione”.

Barbara Garlaschelli, con il suo modo di frequentare il CPS milanese, è riuscita a distruggere il muro di recinzione che ancora oggi, nel 2018, divide i sani dai folli e gli utenti dagli operatori. È stata capace di crearsi uno spazio per comunicare in maniera autentica, orizzontale con ogni persona che si è resa disponibile a raccontarle la propria storia.

La scrittrice, attraverso la comunicazione, è riuscita a rimettere in gioco la persona, dimostrando ancora una volta quanto sia vero ciò che Franco Basaglia ha affermato: “L’avvicinamento a una persona che soffre dev’essere un compito che trascende la figura semplice e banale del medico che ha imparato determinate tecniche, il suo avvicinarsi dev’essere dialettico, dev’essere una presa di coscienza che il malato è l’espressione di una nostra contraddizione. È l’espressione sia di una contraddizione sociale che di una contraddizione medica.”

Quando si lavora per sottrazione, d’altronde, parlando con le persone, ascoltando le loro storie, le persone vengono curate e si curano perché iniziano ad aprirsi a delle possibilità diventando “un corpo nel mondo” e un corpo aperto al mondo. E quando un corpo si apre al mondo (come la stessa scrittrice fa notare), anche affermare che una persona è schizofrenica, un’altra è psicotica, un’altra ancora è border-line, perde di senso. Spingono a riflettere le parole di Silvana quando afferma: “Ma perché se sento le voci io mi dicono che sono schizofrenica e quando lo hanno detto a Mejugorie ci hanno fatto i peregrinaggi?”

La profezia della diagnosi in FramMenti cade nell’immediato e si frantuma poiché il protagonista diventa la vita e la sua narrazione che sono di una mutevolezza che stupisce e commuove a ogni parola letta. Nel momento in cui riconosciamo la persona, diventa impossibile non riconoscerla all’interno di una relazione, all’interno di un contesto.

In FramMenti c’è di sconcertante il fatto che nessuno parla di guarigione. Non ne parlano gli operatori e di conseguenza nemmeno gli utenti. Parlano di “convivere con la malattia”. Le persone che si raccontano a Barbara Garlaschelli quando si riferiscono alla propria “malattia” (perché è così che la chiamano) si identificano con essa inserendosi in modo automatico in categorie prestabilite, in categorie diagnostiche delle quali hanno imparato segni e sintomi. Accade così che identificandosi con la propria malattia ogni essere umano si appiattisce fino a scomparire.

Solo quando le persone si sentono accolte da Barbara Garlaschelli iniziano a raccontare la propria storia personale permettendosi di ritornare a essere ciò sono: soggetti, tutti diversi tra loro. Individui responsabili, pieni di dignità, protagonisti di una storia unica e irripetibile.

Ecco allora che FramMenti palesa in modo inequivocabile quanto siano ancora potenti le scale diagnostiche e le definizioni mediche in ambito sanitario. Sono queste a crollare addosso alle persone e a frantumargli il cranio, non il disturbo mentale. FramMenti è una testimonianza di quanto l’omologazione di uno sguardo scientifico che accoglie anche chi non si occupa di scienza appiattisca tutto, appiattisca la persona, reifichi il soggetto. Ed è l’appiattimento, non il disturbo mentale a portare alla fine, una fine dalla quale non si esce. Le scale diagnostiche sono quelle che si imparano all’Università prima ancora di instaurare un qualsivoglia approccio relazionale con i pazienti. Il problema non è la scala diagnostica in sé, ma la separazione che essa genera. Quando c’è separazione, la dignità dell’individuo scompare. E anche oggi nel 2018 possiamo affermare che troppi psichiatri e troppi medici in generale, purtroppo, non hanno ancora capito che è sotto e dentro le scale diagnostiche che muoiono tutti i soggetti.

FramMenti di Barbara Garlaschelli è un libro rivoluzionario anche perché rivela ciò che oggi manca più che mai:la cultura del lottare davvero contro lo stigma che altro non è se non l’impedire che le persone con disturbo mentale si identifichino con la propria malattia. È l’identificazione che porta a spingere la persona fuori, lontano dal mondo, e le periferie dell’anima come le definisce Eugenio Borgna sono i luoghi in cui oggi vengono spinte le persone. Luoghi in cui viene esercitato un controllo ancora più brutale rispetto a quello dei manicomi. Ne parla Massimo in Frammenti quando dice che “I manicomi erano i depositi degli scarti, i CPS hanno il mandato sociale di essere il luogo della gestione degli scarti, il luogo della rassegnazione”.

Barbara Garlaschelli, costruendo questo puzzle di Voci, comprova ciò che Peppe Dell’Acqua afferma da almeno trent’anni. Si tratta del fatto che “Guarire si può”.

Guarire si può significa che la cura ha a che vedere con una progressiva sottrazione di strumenti e di percorsi lesivi per la persona. Il disturbo mentale, come emerge in modo potente in questo libro, ha a che vedere con dei meccanismi istituzionali spesso di una violenza inaudita che nulla hanno a che fare con la sofferenza dell’essere umano.

Tuttavia ciò che non va dimenticato è che “Guarire si può” nasce da un punto di partenza antecedente e imprescindibile: ovvero che “Impazzire si può”. Dice Peppe dell’Acqua in un’intervista: “Impazzire deve essere possibile perché impazzire significa avere la possibilità di farcela, di stare nel sociale, di abitare e di vivere la vita. Basaglia quando parlava di una società che ha al suo interno la follia non stava dicendo nulla di diverso da questo. Ma perché questo avvenga è necessario un cambiamento culturale.”

FramMenti è un libro importante proprio perché costruisce ponti, legami, diffonde conoscenza e cultura.

E infatti in queste pagine di Barbara Garlaschelli riaffiora l’importanza dell’artigiano del pensiero, dello scrittore, dell’intellettuale. Un ruolo che torna a essere fondamentale dopo anni di silenzio, fatta eccezione per la Collana 180 che continua senza sosta a produrre cultura.

Questo è quello che negli anni ‘70 ha fatto Franco Basaglia, che da tantissimi anni fa Peppe dell’Acqua ma che un tempo facevano altri intellettuali: Jean-Paul Sartre, Paul-Michel Foucault, il giornalista scrittore Sergio Zavoli. Loro Diffondevano conoscenza.

FramMenti di Barbara Garlaschelli diffonde conoscenza e nel farlo evidenzia ancora un volta ciò che manca: che dovrebbero essere gli stessi operatori sanitari (medici, psichiatri, infermieri, educatori, assistenti sociali, psicologi) mezzo, ponte per costruire una nuova cultura e di conseguenza una nuova dialettica capace di accogliere, di toccare, di aprire a una relazione autentica.

Ciò che ha permesso la rivoluzione degli anni ‘70 è stata la cultura, non la medicina.

È stato il cambiamento culturale a permettere a coloro che erano stati rinchiusi in manicomio di tornare a essere persone, soggetti, cittadini.

La Medicina era ed è rimasta conservativa, reazionaria.

Oggi siamo dotati di uno strumento legislativo che è molto più avanzato della sensibilità diffusa. Le politiche di questo Paese fanno leva sui temi della paura, della chiusura, della diffidenza, del pensare a come difendersi dall’altro. Aver paura dell’altro significa aver paura di perdere quel poco o tanto che si ha. Ed è una paura che non conosce distinzioni di classe, che investe in modo trasversale tutto il tessuto sociale, da quello più abbiente a quello più disagiato.

La paura, un’emozione dall’innesco facile, un virus rapido, irrazionale e contagioso che confina e stigmatizza l’essere umano. Contro questa paura Franco Basaglia ha combattuto più che contro qualsiasi altra cosa.

Barbara Garlaschelli, frequentando il CPS milanese di Via Ugo Betti, ha combattuto quasi quarant’anni dopo contro la stessa paura, scavalcando il disturbo mentale e recuperando tutto ciò che di umano c’è sotto una crisi, un conflitto, un disturbo, un dolore.

Mi capita di sorridere quando sento molte persone affermare: “Io sono basagliano”. Sono in molti i medici che si nascondono dietro al nome di Franco Basaglia e sono ovunque. Essere basagliano oggi non significa nulla. Questa è un’espressione ormai corrosa che si colloca al limite del ridicolo. Il Basaglia che manca a tutti noi, a chi lo ha conosciuto, a chi lo ha letto e studiato, è l’uomo con il suo pensiero critico. Manca la sua apertura a nuove possibilità, la sua ricerca continua, il suo modo di fare cura, di fare riabilitazione, di prendersi carico della persona con tutto ciò che è.

La bellezza che sottende a FramMenti è che nasce da un pensiero critico, da una possibilità ed è anche per questo che è un libro così prezioso e fondamentale è la sua ripubblicazione e diffusione in questo preciso periodo storico. In Italia oggi, in 8/9 su 10 dei circa 320 servizi psichiatrici di diagnosi e cura, la contenzione è pratica diffusa. Questo dato è stato accertato nel 2005 dall’Istituto Superiore della Sanità e a distanza di quasi tredici anni nulla è cambiato. Lo racconta bene Claudia che giunge al CPS di via Ugo Betti dopo essere stata ricoverata in uno dei tanti SPDC degli ospedali Milanesi. Queste strutture di diagnosi e cura sono tutt’ora più violente della manicomialità. Gli SPDC a porte chiuse sono i veri crimini di pace che ogni giorno si compiono. Le persone ancora oggi, in questi luoghi, vengono bunkerizzate, spesso legate preventivamente a letto, riempite di farmaci e quindi abbandonate alla propria sofferenza. Si tratta di un abbandono che è anche una fine. Una fine decisa da qualcun altro.

Questa è la vera lesione del diritto e l’annullamento delle infinite possibilità di farcela di un individuo che si ammala. Questo è il tradimento dell’operatore sanitario verso la persona. L’operatore sanitario che esercita un potere distruttivo nei confronti delle persone utilizzando programmi terapeutici standardizzati su un’idea di malattia e mai sulla persona.

FramMenti è un libro che dovrebbero leggere tutti.

FramMenti è Lo Sguardo che ci manca e che illumina ciò che una grande fetta di mondo cerca di nascondere.

*BARBARA GARLASCHELLI

Nata a Milano nel 1965. Laureata Lettere Moderne all’Università Statale di Milano con una tesi sul teatro a Milano visto attraverso il giornale Il Secolo, dal 1900 al 1906. Tra i libri che ho pubblicato: O ridere o morire ( Marcos y Marcos, 1995; Todaro editore, 2005); Nemiche(Frassinelli, 1997); Alice nell’ombra (Frassinelli, 2002; Ottolibri, 2014); Sorelle (Frassinelli, 2004; premio Scerbanenco 2004); Frammenti (Mobydick, 2007; Edizioni del Gattaccio, 2017). Il romanzo Non ti voglio vicino (Frassinelli, 2010) è stato tra i dodici finalisti deI premio Strega 2010 e ha vinto i premi: “Matelica – Libero Bigiaretti 2010”; premio Università di Camerino e premio Alessandro Tassoni 2011; Premio letterario Chianti 2012; Lettere dal’orlo del mondo (Ad est dell’equatore, 2011); Carola (Frassinellli, 2013); Non volevo morire vergine (Piemme Voci, 2017). Molti racconti sono pubblicati su varie antologie e riviste. Alcuni libri sono stati tradotti in Francia, Spagna, Portogallo, Russia, Olanda.

Ha diretto la collana I Corti per la casa editrice EL.

Vice-presidente dell’Associazione culturale Tessere Trame e uno di direttori editoriali della collana Sdiario, Edizioni del Gattaccio.

L’ultimo libro è un’autobiografia Non volevo morire vergine, uscito a marzo 2017 per Piemme Voci.

Nel novembre 2017 è stato ripubblicato FramMenti per la collana Sdiario, Edizioni del Gattaccio.

Legami 5. A proposito della lettera di Rebecca

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 02/01/2018 - 17:33

In Italia oggi, in 8/9 su 10 dei circa 320 servizi psichiatrici di diagnosi e cura, la contenzione è pratica diffusa. Di routine in alcuni luoghi, più raramente in altri. Una  ricerca dell’Istituto superiore di Sanità del 2005 accertava questo dato e le cose, purtroppo, dodici anni dopo non sono cambiate. Bisognerebbe oggi, con maggiore rigore, aggiornare  il dato e prendere atto della crescente diffusione di questa pratica. Nel giorno dell’indagine, in alcuni servizi psichiatrici, erano legate al letto fino a 4 persone contemporaneamente. Più gli uomini che le donne e più frequentemente gli immigrati e gli uomini di colore. Quanto accade in Italia è consuetudine in ogni parte del mondo, nei paesi ricchi, come più tragicamente nei paesi poveri e poverissimi. Fu all’epoca rilevato anche l’uso non trascurabile della contenzione in alcuni reparti di neuropsichiatria infantile. Negli ultimi dieci anni, la pratica della contenzione nei confronti dei minori non ha smesso di essere esercitata. Da quanto siamo in grado di sapere da osservazioni empiriche, si è affermata anche nei reparti di neuropsichiatria, ma anche in una quantità di istituti non meglio definibili.

L’illiceità del trattamento è riconosciuta da tutti e dovunque, anche quando le scarse risorse di programmi e di personale, fanno apparire inevitabile il ricorso alla contenzione. Tuttavia, nella maggioranza dei luoghi della cura, si ricorre a questo trattamento e con imbarazzo si fa di tutto per non dire. A nulla serve sapere che della contenzione si può fare a meno. Ci sono luoghi in Italia come in altri paesi dove gli operatori e le organizzazioni accettano come precondizione di qualsiasi intervento terapeutico il rifiuto della contenzione stessa. Molto hanno fatto le campagne contro i trattamenti restrittivi e le denunce di autorevoli organismi internazionali. Eppure l’inerzia delle organizzazioni sanitarie, la disattenzione degli amministratori e dei politici, il lungo e faticoso riposizionamento dello sguardo sul malato di mente, le esagerate e ingiustificabili preoccupazioni a garantire la sicurezza degli operatori rallentano, fino a rendere paradossalmente utopica, l’abolizione delle pratiche contenitive.

Al contrario si è potuto constatare che, laddove la contenzione è stata superata, si opera con le porte aperte, ci si trova di fronte a servizi territoriali più articolati e disposti a farsi carico anche della crisi e dei comportamenti più preoccupanti. Anche il paventato rischio di infortuni, nei quali possono incorrere gli operatori nel contatto fisico con i pazienti, diminuisce sensibilmente. Il risultato più rilevante dell’indagine del 2005 non è tanto il grande numero di servizi con le porte chiuse, ma l’evidente possibilità che della contenzione e delle porte chiuse è possibile farne a meno: non in tutti i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) si ricorre alla contenzione. Considerando che questi sono circa 320, diffusi in tutto il territorio nazionale, almeno in 60, le persone non rischiano un trattamento così degradante.

Legami 4. A proposito della lettera di Rebecca

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 30/12/2017 - 17:26

Nella terminologia medica e infermieristica, e in psichiatria, si parla di contenzione fisica o meccanica per definire l’immobilità totale o parziale di una persona in cura, attraverso l’uso di cinghie, lacci, fascette, spallacci, cinture, polsini, corpetti, sedie di contenzione o altri mezzi, più o meno sofisticati.Merita sottolineare che la contenzione fisica è stata abolita e vietata nel carcere dalla riforma penitenziaria1. Altrettanto avrebbe dovuto accadere in Opg, ma non accadde, e ora nelle Rems, e certamente, non avrebbe dovuto essere neanche immaginata nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura.

Bisognerebbe sempre ricordare che l’assistenza sanitaria per le persone con disturbo mentale è regolamentata da una legge dello Stato ispirata massimamente alla Costituzione. Non trovo nei documenti della regione Lombardia che ho potuto consultare sia riportata una qualsivoglia attenzione in ordine al tema della contenzione e delle porte chiuse. La contenzione non viene vietata anzi viene regolamentata e di fatto proposta come un atto necessario e perché no, terapeutico. Ma tante altre regioni non fanno di meglio. Èche qualcuno denunci il ricorso così frequente alla contenzione in quasi tutti i luoghi della psichiatria.La possibilità di una diversa organizzazione dei servizi e delle pratiche, proprio in rapporto alla contenzione, ha determinato attenzione da parte di alcuni Governi regionali, pochi, e del Comitato nazionale di bioetica (Vedi il documento che pubblichiamo più avanti). Anche la Conferenza Stato Regioni nel 2010 aveva licenziato un documento2che il Governo ha fatto proprio con la finalità di indicare strategie omogenee perché tutte le Regioni si ponessero l’obiettivo della riduzione massiccia del ricorso alla contenzione, fino alla sua abolizione. Poco è accaduto negli anni successivi.

Un rapporto del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, delle pene e dei trattamenti inumani e degradanti su i Reparti Psichiatrici in Italia, del 2006, dedica larga parte alle misure di contenzione negli istituti psichiatrici per adulti: “Il potenziale di abusi e di maltrattamenti che l’uso dei mezzi di contenzione comporta, resta fonte di particolare preoccupazione per il Comitato. Purtroppo sembra che in molti degli istituti visitati vi sia un eccessivo ricorso ai mezzi di contenzione … la creazione e il mantenimento di buone condizioni di vita per i pazienti, così come un buon clima terapeutico, presuppone l’assenza di aggressività e di violenza … Il rapporto denuncia come stigmatizzante l’uso della contenzione come punizione e/o come intervento pedagogico … (il Comitato) considera che non esistono ragioni, né la mancanza di personale né la particolare condizione del paziente, che giustifichino il ricorso alla contenzione”. E’ un documento estremamente pragmatico che suggerisce come regola generale il ricorso alla contenzione solo come estrema misura di ultima istanza, per tempi brevissimi, che definisce come strettamente necessari, a operare per introdurre una terapia farmacologica o a evitare, in quel momento, danni per la persona o per terzi. Serve ancora sottolineare che il documento vuole enfatizzare le conseguenze di questo trattamento sulla persona. E’ noto e dimostrato da numerosi studi che l’esperienza della contenzione produce sentimenti di cupezza, di violenza e confusione nel paziente.

Il documento afferma che la contenzione per un periodo superiore a quello strettamente necessario, che deve essere brevissimo (si parla di minuti), è considerato un maltrattamento. In ogni caso le pratiche di contenzione non possono far parte dei dispositivi ordinari di cura e devono essere considerati interventi di grande straordinarietà, che possono essere conseguenza di uno stato di necessità che andrebbe prima di tutto evidenziato e segnalato e che andrebbe prevenuto adeguando le condizioni assistenziali, sviluppando speciali strategie per far fronte a situazioni di acuzie.

A giustificare il ricorso a questo tipo di intervento si invoca, di solito più o meno coerentemente, lo stato di necessità: l’articolo 54 del c.p.3

Il ricorso all’art. 54 è considerato da molti un corretto discrimine e tuttavia, anche quando correttamente citato, rischia di favorire comportamenti illeciti e, alla fine, lesivi e dannosi per le persone.

In ogni caso lo stato di necessità dovrebbe esaurirsi nell’arco di un tempo brevissimo.

[1] L. 354/75, all’art. 41 prevede in casi eccezionali l’impiego della forza fisica e l’uso dei mezzi di coercizione per “prevenire o impedire atti di violenza, per impedire tentativi di evasione o per vincere la resistenza, anche passiva, all’esecuzione degli ordini impartiti … Non può essere usato alcun mezzo di coercizione fisica che non sia espressamente previsto dal regolamento e, comunque, non vi si può fare ricorso a fini disciplinari …”

[2]Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, 10/081/Cr07/C7: Contenzione Fisica in Psichiatria: una strategia possibile di prevenzione, 29.07.2010

[3] L’art. 54 c.p. o Stato di Necessità: “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo

Metapsicologia dell’inanalizzabile

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 29/12/2017 - 20:25

di Piero Cipriano

Talvolta qualcuno me lo chiede. Ma come, di mestiere fai lo psichiatra, e hai ricusato di farti analizzare?

Eh sì. E non è obbligatorio, ancora, per fortuna. E poi, analizzare che? Cosa? L’inconscio? E dov’è? Cos’è?

Va be’, parliamone.

Abrahams. Si può cominciare da lui questo discorso sui soggetti inanalizzabili, oppure ricusanti l’analisi.

Chi è Abrahams? Chi vuole si può leggere il pezzo su di lui che ho scritto qualche mese fa, sempre su Carmilla.1

Altrimenti lo riassumo. È uno che nel dicembre del 1967, a 32 anni, diventa il paziente selvaggio, non più domestico ma selvatico, e irrompe nello studio del suo ridicolo psicanalista, brandendo un magnetofono come fosse un’arma.

Il dialogo psicanalitico, come lo chiama Abrahams, è eloquente, fa bene Sartre a pubblicarlo.

Una settimana dopo, il ridicolo analista lo fa internare in manicomio.

Basaglia, ne Le conferenze brasiliane dice: dal punto di vista del sapere lo psichiatra è il medico più ignorante: non sa niente ma compensa questa carenza con il potere. Nel manicomio questo è evidente. Ci sono poi i vari psicanalisti, psicoterapeuti, psichiatri eccetera. Ognuno tenta di dare una risposta a quello che è la malattia mentale, ma se noi parlassimo con ciascuno separatamente ci sentiremmo dire che non sanno cos’è la follia, e ciascuno ammetterà anche che la relazione con il paziente è una relazione di potere. L’esempio dello psicoanalista è il più tipico. Su questo problema del dominio dello psicanalista sullo psicanalizzato Abrahams discute in L’uomo col magnetofono. Un giorno un paziente va dallo psicanalista con il registratore e dice: questa volta chi fa la psicoanalisi sono io, lei è il paziente e io lo psicanalista. Lo psicanalista resta sorpreso, cerca di dissuaderlo, ci convincerlo a riprendere il suo posto, siccome il paziente si rifiutava, lo psicanalista prese il telefono e chiamò la polizia.

Basaglia usa Abrahams per dimostrare che la psicanalisi, non meno della psichiatria (da cui non si distingue così tanto, in termini di potere) è una pratica oppressiva.

Personalmente mi ritengo fortunato a non aver risposto alle sirene di questa disciplina, tanto superba quanto sopravvalutata, ho sempre contestato gli psicanalisti, claustrofilicamente chiusi nei loro studi d’avorio, staccati dalla vera sofferenza, dalla miseria, dalla merda, dalla feccia umana. Dai manicomi insomma, d’ogni sorta. Dalla sofferenza hard. Dalla miseria esistenziale di “chi non ha non è”, diceva Basaglia.

E continua: “Io non voglio offendere nessuno, ma qual è la differenza tra una prostituta che vende il suo corpo e il medico che si prostituisce nel suo ambulatorio, quando dovrebbe dare il massimo della sua attività alle istituzioni pubbliche?” “Gli psicanalisti hanno sempre una gran lista di attesa, come gli aeroplani”. Perché? Perché gli psicanalisti rispondono ai problemi di quella parte della popolazione che ha i mezzi per difendersi, e non certo ai bisogni dei miserabili, perché “chi non ha non è”, chi non ha il danaro non se la può pagare la terapia psicanalitica. Perché la psicanalisi è “terapia di classe”, “cosa ha fatto la psicanalisi per il malato mentale del manicomio nel corso di questo secolo?”

Affermazioni forti, apparentemente datate, ma non tanto. È a margine di queste e di questa critica della psicanalisi che, nelle conferenze in Brasile, Basaglia cita Abrahams. Come esempio del potere e della repressione non solo psichiatrica ma perfino psicanalitica.

Perché questo dialogo affascina Basaglia, e affascina Sartre? Perché capovolge i rapporti tra analista e analizzando, capovolge il rapporto di potere tra i due, e la violenza, che c’è, passa dall’altra parte. Lo psicanalista ridicolo, incapace di gestire l’irruzione nel suo studio del paziente col magnetofono, grida “Violenza fisica! Violenza fisica! Non sono abituato alla violenza fisica!”, così grida. A quella psicologica invece evidentemente ci è abituato, quella per cui obbligare per anni a stare steso sopra un lettino girato di spalle senza poter guardare l’espressione del volto del cosiddetto analista, depositario del segreto, della verità, del tempo della guarigione. Alla violenza dell’interminabile asimmetrica relazione psicanalitica a quella ci è abituato.

Dice Abrahams, nella sua registrazione: “Non si può guarire là sopra – al divano intende – e lei stesso non è guarito perché ha passato anni là sopra. Lei non osa guardare la gente in faccia. Lei mi ha obbligato a voltar le spalle e non è così che si può guarire la gente. Vivere con gli altri significa saperli guardare in faccia”. Continua: “Sono venuto da lei per molti anni due o tre volte a settimana e cosa ne ho ricavato? Lei ora sta raccogliendo quello che ha seminato con la sua ingannevole teoria”. Ancora: “Lei è un privilegiato, è venuto dopo di Freud, le hanno pagato gli studi, ed è riuscito a mettere una targa sulla porta! E adesso rompe le palle a un sacco di persone con il diritto di farlo. Lei è un fallito e non farà altro nella vita che rifilare i suoi problemi alle persone…”.

Ecco: uno psicanalista che a queste affermazioni riesce a balbettare solo: “Violenza fisica! Violenza fisica!” conferma di essere davvero un fallito.

Non sembra un fallito, invece, lo psicanalista che analizza Alessandra Saugo. Lei raccoglie il testimone di Abrahams. E subito dopo muore, nel settembre del 2017, e dopo due mesi esce Metapsicologia rosa, il libro selvatico di questa selvatica apparentemente addomesticata analizzata riluttante. Il titolo forse non è il massimo, la copertina nemmeno, rosa nel titolo e rosa la copertina. Quello che c’è dentro però non è affatto rosa.

Lo scopro per caso, inizio a leggerlo, e mi pare subito una dichiarazione di guerra all’analista, o all’analisi, o a entrambi, o forse proprio al suo analista, a quello lì e non a un altro, e la cosa non è di poco conto, giacché questo suo analista, che lei per contrappasso metapsicologico analizza, ho come l’intuizione che potrebbe essere non un analista qualunque ma… l’analista, l’analista che psicanalizza la nazione.

Se Abrahams fu il gatto selvatico penetrato di forza nello studio di quell’inetto pavido pusillanime di analista francese, lei è la gatta selvaggia bolañiana che penetra sorniona e timida nello studio dello psicanalista della nazione, lo psicanalista del partito della nazione, lo psicanalista del condottiero della nazione, lo psicanalista che dalle pagine culturali del giornale della nazione analizza la nazione.

Lei è lì, che lo analizza. Che paga quattrini per analizzarlo.

Pure Abrahams pagò anni di quattrini per analizzare il suo. Lei non so per quanti anni paga quattrini. Ma tutto lascia credere che vada lì soprattutto per osservare, con quegli occhi suoi nucali (quei “due occhi allucinati dietro le spalle”), l’uomo “sciatto” che “sta lì”, che “intasca”, “in nero”, e “gigioneggia”, “sciatto”.

Mi colpisce il pagare, seduta dopo seduta, o meglio sdraiata dopo sdraiata, ma questa cosa non è un elemento di inferiorità e soggezione, al contrario, è un gesto di più che parità, perfino superiorità, io ti pago, tu mi ascolti, un gesto, quello della mano che a fine seduta puntualmente arraffa il danaro, “in nero”, dunque senza scontrino, senza ricevuta, e che lo rende molto pezzente, morto di fame, nonostante la fama. E quanto è anti-terapeutico – ammesso che l’analisi sia davvero terapeutica? – il gesto di prendersi pagato “in nero”?, questo è un argomento che nessuno, dallo psicanalista della nazione fino all’ultimo guru affronterà mai, nelle infinite supervisioni.

È chiaro che lei tra i due è la più forte.

Curiosità. Perché lei sceglie lui? Perché proprio lui? Il più famoso. Il più letto. Il più invitato. Il più pagato. Perché?

Lo psicanalista organico. Organico al partito della nazione. Lo psicanalista che seduce le platee. Lo psicanalista che fa l’endorsement. Lo psicanalista che psicanalizza la nazione.

Perché vuole guarire?

Ma no. Non è così sprovveduta.

Perché vuole scrivere di lui. Ecco perché. Lei lo paga, seduta dopo seduta, per studiarlo, registrarlo con quei suoi “due occhi allucinati e nucali”, vederlo in azione nel suo, là dove sta, “gigione, sciatto, narciso”.

E a mano a mano che vado avanti nella lettura di queste pagine lasche (e rallento fino a fare una pausa di molti giorni quando arrivo a metà libro, perché non voglio consumarlo, perché Saugo è un’autrice morta e chissà quando mi capiterà un altro suo libro, ammesso che ne verranno pubblicati degli altri) me la vedo questa donna dal carattere venuto su difficilino, che entra e esce dal confessionale dell’analista.

A un terzo del libro di poco più di cento pagine la gatta selvaggia in analisi descrive il suo transfert erotico, come lo chiamano loro, gli psi, quelli addestrati a difendersi dagli attacchi sessuali e che spesso non ci riescono – pare che la differenza tra il transfert erotico e quello erotizzato è che nel primo il paziente si capisce che vorrebbe ma non procede nel secondo ci prova apertamente perché è un perverso o un narcisista maligno che vuol distruggere l’analista. Dice “ostia io mi farei suonare invece di farmi analizzare, io mi farei accordare, con il suo archetto lui mi potrebbe sviscerare come e quanto gli pare. Gli darei soddisfazione, ho un suono… basta solo che metta le dita nelle posizioni giuste e tocchi la corda”. E prosegue “ah questa psicanalisi che mi toglie solo fuori dalla custodia… lui tiene l’archetto ma non lo affonda… è lì seduto dietro al mio corpo incustodito” e poi “qui è il posto sbagliato per mettersi a fare un concerto, ma so che sento che ne ho una voglia di suonare, da scoppiare”. E infine, e qui è bellissima la descrizione della curiosità impicciona dell’analista nazionale “vuole sapere che tipi erano i miei liutai, da che bottega salto fuori e quanti concerti mi hanno fatto fare, se mi hanno mai rotto, qual è il mio repertorio”. E conclude “Dottore: di fronte al tuo teoretikòn. La tua prosa armata fino ai denti è specializzata. Abbottonata. Di fronte alla tua prosa istruttiva protetta da trattatistica mi sento pescivendola scollata che sbraita le sue offerte fin troppo aulenti in preda a una glasnost rionale”. Applausi. Dieci minuti.

Abrahams e Saugo. Due esempi – e bastano loro, a questo punto – di contestazione della psicanalisi e del proprio psicanalista, aggressiva e violenta nel primo caso, infatti Abrahms si becca il manicomio, mite e sarcastica nel secondo, infatti Saugo non viene mica ricoverata, a quel che mi risulta.

Detto ciò, io non ho voglia di discettare di psicanalisi e delle magagne della psicanalisi di cui non mi frega niente e di cui, della psicanalisi intendo, penso tutto sommato abbastanza male. Filosofia confessionale. Omeopatia della sofferenza psichica. E si potrebbe andare avanti così ma penso si capisca.

E non voglio salvare gli psicanalisti da questo loro mestiere francamente inutile (inutile nel senso che se ne potrebbe fare a meno, senza colpo ferire) perché non li stimo, in generale, salvo quelli che si giocano la propria capacità relazionale e psicoterapica nei servizi pubblici, CSM, SPDC (non sui lettini, insomma, o sulle chaise longue) e che si confrontano con la grande psichiatria, non esclusivamente con la piccola sofferenza, e con le persone non abbienti, quelli che non avendo (danaro) rischiano di non essere (nessuno).

Ciò che penso, in accordo con Foucault (l’ho già scritto ne La società dei devianti) è che viviamo in una società sempre più confessionale, con l’ingiunzione a confessarci che ci aggredisce da ogni parte, e se progressivamente vien meno la prassi della confessione cristiana (o religiosa, in genere), e se conservandosi nei limiti della legge si riesce, forse anche per tutta la vita, a scansare la confessione giudiziaria, nell’ultimo secolo a queste s’è imposta la confessione psichiatrica, o, in generale, la confessione psicoterapeutica. E il medico, lo psichiatra che fu alienista, ora è lui il nuovo confessore, e l’ospedale è la sua chiesa, e il folle che delira, perché ha smarrito la verità, che vada in ospedale, da solo o di forza, e confessi allo psichiatra il suo delirio, e poi assuma come un’ostia i farmaci, li inghiotta, perché il reparto psichiatrico è non più, non solo il luogo della custodia sanitaria, ma il luogo dove si inghiotte: farmaci, parole, cibo, nicotina. Inghiotta e lasci trascorrere dieci o venti giorni, e ogni giorno ripeta la confessione, finché la verità non sia cambiata, finché il pensiero non sia più folle, finché il delirio che ha in testa non si sia estinto.

Ma non c’è solo la confessione del delirio del delirante. Cioè la confessione della follia più spinta. La confessione coercitiva, sotto ricatto, da TSO, o confessi il delirio, o inghiotti i medicamenti anti-delirio, oppure non esci, oppure non ti slego. Non c’è solo la confessione estorta. È sempre più imperativa, ormai, la confessione della vita normale della persona normale (e la storia di Abrahams costretto dal padre a confessarsi da quel ridicolo psicanalista per quasi tre lustri ce lo dimostra) (e il libro di Saugo che paga per dire parole a colui che sta lì “sciatto e intasca” ce lo conferma). Soggetto normale che è, sempre di più, indotto a percepirsi fragile, insicuro, vulnerabile, e perciò bisognoso di una diagnosi, di un nome, di un qualcosa che definisca la sua incertezza, e poi, forte della diagnosi, poter ricorrere alla confessione psicoterapeutica.

Eppure, nonostante l’apparente separazione tra lo studio borghese e il reclusorio manicomiale, questa psicanalisi, contestata da Abrahams e irrisa in modo adorabile da Saugo, è lo stesso ancella del manicomio. I suoi analizzati non adatti, quelli che non si adattano alla confessione psicanalitica, i contestatori, come Abrahams, là finiscono, in manicomio. Gli altri, quelli normali anzi più intelligenti e sensibili dei normali, come Saugo, quelli ce la farebbero pure senza. La psicanalisi non è alternativa al manicomio. La psicanalisi è un’altra forma del manicomio. Oppure è inutile.

Prima di concludere il libro di Saugo mi capita (per sincronicità, avrebbe chiosato quel volpone di Jung) un articolo apologetico su uno psicanalista definito di scuola lacaniana (per capirci: quelli che quando parlano ti fanno la supercazzola, per farti passare per scemo), che, ma questa è una mia fantasia, potrebbe essere dello stesso stampo di quello che ascolta Saugo e “gigioneggia”, e questo viene intervistato proprio nel suo confessionale, dove “tutto è secondo l’ordine che ti aspetti in questi casi. Il silenzio, il lettino, le luci basse, la tinta pastello dei muri. Nulla denota che, in realtà, stai entrando nello studio di un rivoluzionario della prassi medica, di un carbonaro della psiche, di un eretico della élite terapeutica più snob che esista. L’eresia di questo psicanalista sta nel pensare che la psicanalisi possa farsi cura alla portata di tutti”. Accidenti, non conoscessi i miei polli abboccherei anch’io e correrei a farmi psicanalizzare. Intanto ripenso: alla portata di tutti, e come?

Ma uscendo dalle torri d’avorio!, proclama l’analista eretico. E il chiavistello, per questa rivoluzione copernicana, sta nelle tariffe. Quelle del mercato vanno da 100 a 150 euro tre quattro volte a settimana. E il nostro psicanalista le considera immorali. Dice che così si fa una selezione naturale del paziente. E qual è dunque la sua proposta? E quale la parcella, dunque? Eh, lui ha deciso per questo di infrangere il tabù dei sacri testi – secondo cui sarebbe proprio la tariffa alta che incentiva il paziente alla guarigione, tu guarda che paraculi – e fare i conti con l’ostracismo della categoria, e fondare una onlus senza fini di lucro. Il cui fine è riassunto in uno slogan anarchico, nientedimeno: offrire terapie a basso prezzo. A ciascuno secondo i propri bisogni, da ognuno secondo le proprie possibilità, insomma. Sedute che al massimo costano 40 euro e studi che nascono in periferie. Solo in questo modo, sostiene, riesci a intercettare perfino il bisogno di cura dei migranti, e delle persone con problemi di droga, e con disturbi alimentari, eccetera.

A parte che ci sarebbero i Centri della Salute Mentale, che sono gratis in quanto servizi pubblici. Ma comunque. Vediamo, con soli 40 euro, più volte a settimana, lo psicanalista nazionale spin doctor del partito della nazione pensa di poter avere in cura, steso sul suo lettino, un migrante? Ah. Aspetta che finisco di ridere. Mettiamo che lo veda per una sola seduta a settimana. Sono 40 per quattro. Fanno 160 al mese. Psicanalista. Dico a te. Il migrante tu non lo vedrai mai, neppure col binocolo.

Questa è la dimostrazione – pleonastica – di come la psicanalisi sia il dispositivo adatto – esclusivamente – a quella che ieri chiamavano la classe borghese, e oggi potremmo dire la classe degli abbienti. Per gli altri, niente, inutile, non ci arrivano proprio. Ma lasciate i vostri studioli aromatici e calatevi nei servizi pubblici, CSM ambulatori consultori, mettete la vostra perizia confessionale al servizio del popolo, allora sì, sarete credibili in questo slancio da psicanalista per tutti.

Ecco come Saugo racconta la propensione del suo analista a entrare in rapporto col migrante, con gentilezza e garbo, dall’alto del suo carattere venuto su difficilino, gli dice “per strada e in televisione vorrebbe sempre cambiare il colore delle pupille di tutti. Poi non gli interessa niente altro che i caratteri delle persone… è un fanatico dei caratteri. Dei tipi psicologici. Il segreto delle persone sospinte verso i bordi delle strade… oppure rinchiuse nelle stanze senza partecipare al grande movimento generale che sa portarsi avanti e sa la direzione… lui pensa che il segreto è i caratteri”.

“Ha intravisto degli extracomunitari seduti sulle panchine… e si è sentito gonfio di impressioni su di loro come se li avesse incontrati veramente.” “Vuota retorica, teoria, porca teoria… bei paroloni, tutte cazzate, pavido, non li osserva, non ne sa niente…”.

“E i barboni, pensa, si stendono sulla pietra…” (e no sul lettino).

“E un pomeriggio che pioveva forte lui con sua moglie camminavano sotto gli ombrelli nel centro della città… e c’era un barbone… e il cielo gli buttava addosso tutta l’acqua. Allora questa sua fulgida moglie… al barbone… urlando… indicandogli i portici col dito… e il barbone… ma va’ in mona”.

Pare che l’ha pagato solo per studiarlo. Ma lui, l’avrà capito?

Ogni seduta, quante? Tre quattro a settimana o meno, per quanto tempo? Un anno due tre o quattro? La tariffa, in nero, ok, ottanta? Cento? Di più?

Quanto ha speso, mettiamo ottanta – arrotondiamo per difetto – mettiamo solo una volta a settimana – arrotondiamo per difettissimo – mettiamo solo per due anni – impossibile, ma facciamo finta – ebbene fanno circa tremila euro in nero all’anno, seimila euro per studiare lo psicanalista.

È stata in una posizione di forza assoluta. Io ti pago. Tu mi ascolti. Poi sei libero di “gigioneggiare”. Di sbadigliare. Di stare lì. Nel tuo. Di sgranocchiare la caramelluccia. Ma ricorda: sono io che ti pago. Sei al mio servizio. E non solo ti pago. Scriverò di te. Sarai il mio soggetto. Il mio personaggio.

Io non ho mai pagato nessuno per parlare. Io vengo dal basso come un montante, come disse mi pare Camus. E chi viene dal basso, se non è proprio coglione, non paga l’analista. Anche se si mette a fare – più o meno – il suo stesso mestiere. Non solo non avevo questa esigenza di ricostruire la mia storia, non solo non avevo sintomi che non riuscivo a domare da solo – ipocondria ossessioni anancasmi panico ciclotimie hai voglia, ma son cose che fanno parte della vita, e dopo un po’ le addomestichi pure senza lettino – ma non avevo neppure questa curiosità epistemica o letteraria di guardare l’analista stare nel suo e operare e agire e gigioneggiare e intascare il mio danaro in nero.

Anche perché, intanto, avevo un’altra quotidiana opportunità di osservare quegli altri terapeuti, gli psichiatri, agire nel loro luogo, nell’ospedale, stare accanto a loro, essere uno di loro, godere della loro fiducia, vederli in azione.

Vedere il loro scarso interesse curiosità comprensione per l’altro. Vedere la loro paura per le anormalità dell’altro. Vedere lo psichiatra che da soggetto che ascolta si trasforma di repente in soggetto che aggredisce e salta addosso e immobilizza e fa legare lo sragionante.

E allora ho provato a fare la stessa operazione di dileggio-del-cosiddetto-terapeuta che fa Saugo, li ho resi macchiette e li ho chiamati la iena, la fredda, il cinico, il prete, lo psicanalista, il biondo, il grigio, il giovane, la suorina, la gattamorta. I loro caratteri.

È divertente irridere psichiatri e psicanalisti. Fa bene.

Articolo tratto da  https://www.carmillaonline.com/2017/12/26/metapsicologia-dellinanalizzabile/

Legami 1. A proposito della lettera di Rebecca

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 28/12/2017 - 12:51

Eugenio Borgna, decano degli psichiatri italiani, con bruciante semplicità definisce la contenzione fisica come: “l’essere legati, sottratti a ogni libertà possibile e immersi in uno spietato isolamento”e anche “la contenzione frantuma ogni dimensione relazionale della cura, e fa ulteriormente soffrire esistenze lacerate dal dolore, e dall’isolamento; e la contenzione scende come lacerante ghigliottina sulla loro vita psichica: ricolma di sensibilità e di fragilità, di nostalgia della vita e della morte”.(in G. Del Giudice, “…e tu slegalo subito” – collana 180.Archivio critico della salute mentale. Edizioni AB Verlag. Merano)

La questione della contenzione, dei mezzi coercitivi, ha accompagnato la storia della malattia mentale e del suo trattamento. Un’ombra ingombrante e spinosa che ha sempre prodotto interrogativi sulla sua correttezza.

Alcune figure luminose della storia di questa disciplina, già nel corso del XIX secolo, si sono battute per l’abolizione della contenzione.

Già dalla seconda metà dell’Ottocento era noto che la contenzione, ma soprattutto il suo uso ordinario e protratto, producesse regressione totale, riproducesse e alimentasse nel paziente sentimenti di bassissima autostima e/o al contrario desiderio di rivalsa. Molti pensano che la legge 180, la chiusura dei manicomi e la restituzione di diritto alle persone con disturbo mentale abbiano di per sé cancellato da tutti i luoghi della psichiatria l’idea stessa di contenzione. Al contrario, accade che solo pochi istituti, un esiguo numero di psichiatri e pochissimi amministratori si pongano il problema.

L’art. 13 della Costituzione[1] e la stessa legge di riforma psichiatrica dovrebbero quanto meno introdurre un elemento di dubbio e di preoccupazione. Il malato di mente, ancora oggi sembra scomparire agli occhi degli psichiatri e degli operatori di giustizia  come cittadino e come soggetto di diritto.

È quanto mai evidente che né il ricovero coatto nell’Ospedale Psichiatrico  pre ’78, né l’internamento a qualsiasi titolo in Opg, né tantomeno il ricovero in Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) in un Spdc autorizzino la contenzione fisica. L’art. 14 della Costituzione dice che “gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali, sono regolamentati da leggi speciali” precisa che la contenzione, per essere attuata, necessiterebbe di specifiche leggi. Né gli ospedali psichiatrici, né gli Opg, né tanto meno i Spdc sono mai stati regolamentati da leggi speciali, o qualsivoglia deroga a leggi ordinarie, che facciano riferimento e giustifichino l’uso della contenzione.

La ripetitività delle pratiche nei luoghi della psichiatria smentisce, nella quotidianità banale di gesti e comportamenti, qualsiasi possibilità di problematizzazione.(in S. Rossi (a cura di), “Il nodo della contenzione”– collana 180.Archivio critico della salute mentale. Edizioni AB Verlag. Merano)

[1] Costituzione italiana, art. 13: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna didetenzione, di ispezione o perquisizione personale né ogni altra restrizione della libertà personale se non per atto motivato dell’Autorità Giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”.

Legami. Rebecca legata scrive al Forum

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 27/12/2017 - 18:50

Qualche sera fa sono stata prelevata da casa mia da un’ambulanza chiamata da mio padre. Non ho opposto resistenza e gli operatori mi hanno portata al P.S. del mio ospedale di zona , il San Paolo. Al triage era presente il mio psichiatra di riferimento da circa tre anni. Mi sentivo calma e rassicurata dalla sua presenza anche se non era il medico gentile che conoscevo. Livido in volto, quasi beffardo nelle domande…ha detto a mio padre che non mi vedeva da un anno (bugia) mentre mio padre gli riferiva che non dormivo, ero strana,oppositiva e aggressiva( bugia: non vivo con mio padre, vivo con i miei figli adolescenti e non sono oppositiva. Dormo regolarmente e beatamente). A sentire questa conversazione mi sono molto spaventata. Come se i ricorrenti deliri di complotti ai miei danni stessero diventando realtá orrorifiche. Mi é stato chiesto di scendere dalla barella coperta da una cerata blu come quella delle vele) per sedermi su una comoda. Mi sono seduta, mio padre scomparso, lo psichiatra scomparso…..sola con quattro frettolosi operatori. Ho lanciato via le scarpe

Mi hanno fatto un’iniezione ed hanno iniziato le operazioni di contenzione. Eravamo in un sotterraneo buio e mentre mi stringevano  caviglie e le mani pensavo che sarei morta. Anche per la forte pressione che sentivo sul torace, forse una sbarra, un braccio che mi toglieva il fiato. Sono rimasta calma, concentrandomi sulla sola cosa che potessi controllare: Il mio respiro .

Mattina mi hanno tolto le stringhe delle scarpe e non mi danno il mio tutore. Sto facendo i salti mortali per camminare ma me la cavo. Vorrei poter segnalare questa procedura assurda (nel mio caso). Hai in mente un luogo o una persona? Perché mi viene in mente che, ad esempio, le protesi acustiche potrebbero essere ingoiare (!) e le protesi esterne usate come armi contundenti e quindi confiscate.

Legami. Un pomeriggio in Psichiatria

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 26/12/2017 - 12:16
di Emanuela Nava
Caro Peppe, desidero farti sapere quello che ho visto ieri. O meglio ancora segnalarti, come però temo tu già sappia, che anche nella civilissima Milano le cinghie di contenzione non sono state abolite. E che neppure ci si illuda che vengano usate in via eccezionale, visto che sono già presenti in tutti i letti.  All’Ospedale San Paolo di Milano, dove sono stata ieri pomeriggio, me le hanno mostrate non solo l’amica che sono andata a trovare, ma anche le altre compagne di camera. Tutti i letti avevano le cinghie, appunto. E tutte loro erano state legate. Così la mia amica, dopo avermi raccontato quello che le era successo, ha voluto farsi fotografare, perché tu vedessi, come, all’entrata al pronto soccorso, l’avevano legata. Ora penserai magari che si trattasse di un TSO (ma anche col Tso la contenzione non è lecita) e invece no, la mia amica era andata al pronto soccorso volontariamente, anche se poi l’avevano legata e lasciata così da sola con qualcosa che le premeva anche sul petto, forse un’altra cinghia, in un corridoio poco illuminato. Ora non cercherò di parlarti del dolore psichico, delle crisi psicotiche, delle allucinazioni, del baratro in cui precipita l’anima, quando si sta così male. In tutto il pomeriggio trascorso in ospedale ho visto ridere, piangere, scherzare, arrabbiarsi. La mia amica che è una eccezionale logopedista e che dice di essere riuscita a non impazzire mentre era legata, respirando come sa fare e sa insegnare, era l’unica a consolare le compagne che andavano e venivano dalla stanza. Una in particolare che trascinava le sue scarpe senza stringhe e che continuava a piangere e a lavarsi i capelli, forse per lavare via anche i pensieri. Una donna giovane e smarrita che non riusciva a stare ferma e che all’improvviso ho abbracciato anch’io perché si calmasse. E tre ragazzini, chiusi nella stanza del fumo, il più piccolo dei quali aveva 14 anni. Sì, quattordici, hai letto bene, a contatto con adulti disperati.Attorno a tutti noi, malati e sani, dove il confine era piuttosto annebbiato, c’era un ospedale vecchio con le porte chiuse e i bagni con un vetro da cui essere controllati. C’erano infermiere gentili, ma c’era anche chi, tra loro, annusava il caffè della macchinetta portato in reparto per controllare che fosse decaffeinato: dopo le sei non si poteva bere il caffè vero.Peppe, ora concedimi un sorriso. Anch’io, se bevo il caffè dopo le sei del pomeriggio, non dormo. Ma secondo te, un caffè contro tutti gli psicofarmaci che prevede il protocollo, cosa può fare?Temo che il rischio di impazzire davvero e per sempre in ospedale sia molto molto alto.

Memorie. Periferie dei luoghi e della mente, appunti da Girifalco e Reggio Calabria

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 25/12/2017 - 20:23

di Anna Foti

La storia degli ospedali psichiatrici in Calabria è antica e le complesse pagine dedicate al superamento di tali strutture, come anche in altre regioni d’Italia, raccontano di decenni di ritardo rispetto alla legge 180 del 1978 che, su intuizione dello psichiatra Franco Basaglia, impose la chiusura dei manicomi, disciplinando il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i centri di salute mentale da allestire in ogni azienda sanitaria – quali diramazioni territoriali del dipartimento della Salute mentale – prospettando l’integrazione dei servizi pubblici e privati e incentivando l’istituzione di servizi alternativi. Nonostante a oggi si attenda ancora una piena attuazione delle legge Basaglia[2] le persone affette da patologie mentali non sono più condannate all’isolamento, alla coercizione e alla contenzione fisica [3]e l’approccio alla malattia mentale si propone di riguardare le persone effettivamente affette da queste patologie psichiatriche piuttosto che mostrarsi nutrito di ciechi pregiudizi e ignoranza. Un tempo i manicomi divenivano i non luoghi in cui relegare non solo chi aveva bisogno di cure ma anche persone con disagi, persone affette da dipendenze, gli ultimi, i soli al mondo, le mogli adultere o presunte tali, giovani donne criminalizzate per una loro fuga d’amore, persone con gravi forme di disabilità non solo mentale che le famiglie, spesso per vergogna, preferivano abbandonare quasi completamente. Vi era la categoria dei “folli” le cui maglie erano assolutamente larghe e gravide del rischio di ingurgitare persone per nulla ammalate ma solo emarginate o portatrici di un qualche stigma. Il manicomio era un luogo nato per essere un non luogo in cui dimenticare di essere vivi e di essere persone, come fosse una periferia vocata a custodire storie dolorose e difficili, vite interrotte, sogni sospesi al di là di quelle mura, esistenze segnate dalla solitudine, dalla disperazione, dall’esclusione. Una condizione che, nonostante alcune eccezioni, ha segnato anche la storia della malattia mentale nel nostro paese, purtroppo non solo prima della legge Basaglia ma anche dopo. I tempi del superamento dei manicomi furono molto lunghi e complicati. Furono necessari oltre venti anni per l’avvio effettivo di questo delicato processo; nonostante la legge, i manicomi continuarono a restare aperti, spesso in strutture obsolete e senza che fosse chiaro come bisognasse procedere.

La legge Basaglia, riformando l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, ha reso l’Italia l’unico paese ad avere compiuto questo passo di civiltà, ad aver abolito i manicomi di fatto luoghi di confine in cui rinchiudere senza possibilità altra.[4]

Il fine della riforma fu quello di difendere la dignità e i diritti delle persone malate, lasciandosi alle spalle logiche esclusivamente custodiali e reclusive. Il cammino di reale applicazione dei principi della legge e di effettiva integrazione con tutti i servizi del territorio e tra assistenza pubblica e privata per il trattamento delle acuzie e la riabilitazione è tuttavia ancora in corso, complici i lenti, tardivi e ancora incompiuti, in termini di effettivo miglioramento delle condizioni, passaggi dai manicomi ai centri di salute mentale, ai servizi ospedalieri di diagnosi e cura, alle strutture private convenzionate e a quelle pubbliche riabilitative.

Anche in Calabria i ritardi sono stati notevoli; nonostante la nostra Regione si fosse già dotata di una legge ad hoc (numero 20) nel 1981, i manicomi di Girifalco, nel catanzarese, e quello di Reggio Calabria furono chiusi molti anni dopo. L’articolo 1 della citata legge regionale sanciva proprio lo scatto di dignità nel fronteggiare la malattia mentale ponendo al centro la persona, definendo “le funzioni e le attività relative alla tutela della salute mentale nella Regione tendenti a: privilegiare l’intervento diretto a prevenire lo stato di disagio psichico e l’insorgenza di ogni forma di patologia psichiatrica; eliminare ogni forma di discriminazione, di emarginazione e di segregazione pur nella specificità delle misure terapeutiche; favorire il recupero e il reinserimento sociale dei disturbati psichici”.

La storia dei manicomi calabresi comincia a Catanzaro nel 1878. Per l’esattezza inizia a Girifalco, scelta per ospitare il manicomio provinciale che avrebbe potuto accogliere fino a 50 “folli” e che nel 1881 iniziò la sua attività con le 21 anime sofferenti censite nella provincia di Catanzaro.

Per questo Girifalco è stata definita dallo scrittore di lì originario, Domenico Dara, “archivio della follia calabrese per oltre un secolo”. A Reggio Calabria, ospite del circolo culturale Calarco alcune settimane fa, lo scrittore ha presentato l’ultimo suo libro “Appunti di meccanica celeste” con il quale ha vinto il premio Stresa e il premio letterario Vincenzo Padula 2017. Ambientato a Girifalco, il romanzo rende anche omaggio alla memoria del paese ancora strettamente legata a ciò che il manicomio ha rappresentato.

La sede del manicomio provinciale di Girfalco fu l’antico convento dei Riformati che all’epoca il Comune, in competizione con le altre amministrazioni, aveva messo a disposizione per l’istituzione manicomiale in Calabria. Arrivato nel lungo arco della sua vita anche a ospitare oltre 1000 degenti, il manicomio girifalcese ebbe nel corso di oltre un secolo oltre ventimila degenti prevalentemente uomini. Domenico Marcello, nel suo volume “Storia del Manicomio di Girifalco” edito da Vincenzo Ursini, medico per lungo tempo del manicomio, riferisce delle anime che popolarono il manicomio calabrese provenienti non solo da tutta la provincia ma anche dall’estero, dalla Grecia, dalle Isole Egee e, addirittura, dai Paesi dell’Africa settentrionale.

Il manicomio provinciale di Girifalco mutò denominazione nel 1927 in ospedale psichiatrico provinciale di Catanzaro. [..]La storia di questo comune catanzarese è legata profondamente alla presenza del manicomio fin dalla fine del 1800. Non a caso il comune di Girifalco è stato a lungo noto come “il paese dei pazzi”. E’ una memoria forte e ancora viva nel borgo catanzarese adagiato ai piedi del monte Covello, a poco più di trenta chilometri dal capoluogo di regione. Qui molti ancora si definiscono con orgoglio figli del manicomio perchè nipoti e figli di persone che, a diverso titolo, lavorarono all’interno della struttura. Questo ancora oggi attesta l’opportunità di sviluppo e il volano economico che il manicomio rappresentò per Girifalco.

La sua lunga vita è stata scandita dalle grandi trasformazioni che riguardarono la psichiatria in Italia; tra i cambiamenti significativi, il passaggio dai sorveglianti agli infermieri, la contaminazione con la psichiatria sociale e il ricorso ad interventi terapeutici e riabilitativi in luogo dell’esclusiva modalità della contenzione fisica. Una storia lunga quella del manicomio di Girifalco che riflette in Calabria le luci e le ombre, le sfide e le difficoltà di un cammino nazionale accidentato e faticoso verso il superamento dei manicomi e di una condizione di degenza degradante, verso la liberazione dal pregiudizio che pervadeva e, ancora oggi seppure in misura diversa, pervade la malattia mentale. Tra i punti luce va ricordata l’esperienza open door di cui il manicomio di Girifalco fu antesignano. Le persone ricoverate, infatti, uscivano ed entravano dal manicomio intessendo anche relazioni con la comunità. In tanti oggi, tra i ricordi di infanzia, rammentano di averli avuti ospiti nelle occasioni di festa, nella propria casa. Esperienza comune anche ad altri manicomi in Italia è stata quella del lavoro all’interno del manicomio; in tanti ricordano una sorta di autogestione – all’interno si faceva il pane, si rilegavano libri, si lavorava la ginestra, si sfornavano mattoni, si allevavano animali. Ciò consentiva di offrire anche servizi all’esterno. Di tutto questo oggi resta solo la memoria di chi, pur se in tenera età, c’era e lo ricorda.

[..] Nelle settimane scorse è stato eseguito un sopralluogo alla presenza del commissario nazionale per il superamento degli Opg, Franco Corleone. Le Rems sono strutture gestite dal dipartimento Salute Mentale e dall’Asp territorialmente competente, istituite per il superamento delle strutture di contenzione sociale destinate ai cosiddetti “folli rei”, persone macchiatesi di un reato e anche affette da patologie psichiatriche, e per porre fine al cosiddetto ergastolo bianco che condannava queste persone a rimanere internate per periodi superiori alla pena comminata. Gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) o manicomi criminali, aboliti nel 2013 con due proroghe per la chiusura slittate al 2014 e al 2015, ad oggi sono sostituiti da queste strutture denominate Rems. In Calabria anche questo cammino ha richiesto tempo. Non essendoci mai stato in Calabria un Opg, i cittadini calabresi, autori di reato ritenuti socialmente pericolosi, afferivano in massima parte all’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, ultimo manicomio criminale ad essere stato chiuso dopo quelli di Reggio Emilia, Firenze, Mantova, Napoli e Aversa, struttura nel casertano che per prima fu istituita in Italia nel 1876). [..] La storia del manicomio è adesso raccontata nel documentario uscito quest’anno e che nel suo titolo richiama le parole che si leggevano all’ingresso del manicomio: “Sanusegredieris”, “Uscirai sano”. Diretto dalla girifalcese Barbara Rosanò e da Valentina Pellegrino, il documentario, prodotto dall’associazione culturale “Kinema” con la partecipazione di un cast di attori calabresi, è stato già proiettato in diverse località. Esso ha partecipato allo “Sguardi Altrove Film Festival” di Milano e alla selezione dei David di Donatello.

Un progetto promosso dall’amministrazione comunale impegnata a preservare la memoria storica del legame del manicomio con il territorio. Tra i sostenitori anche la Calabria film commissione che ha dato un contributo per la distribuzione.

La storia manicomiale approdò nel 1914 anche a Reggio Calabria con l’istituzione di un altro manicomio provinciale che nel 1932 divenne Ospedale psichiatrico provinciale e nel 1967 ospedale neuropsichiatrico. Inizialmente la struttura prevista con decreto nel 1906 avrebbe dovuto sorgere a via Borrace. Poi il sisma del 1908 travolse anche questo progetto e la nuova collocazione fu la zona panoramica dei piani di Modena. Il manicomio entrò in funzione nel 1932 e venne chiuso agli inizi degli anni Novanta dopo circa sessanta anni di attività. Sei decenni in cui, tuttavia, il progetto iniziale di colonia agricola per la rieducazione delle persone ricoverate lasciò il posto a un lager dove ad essere rinchiusi non furono solo malati mentali ma anche persone disabili, abbandonate ed emarginate. Un’umanità sofferente di cui si prese cura anche don Italo Calabrò, l’amico degli ultimi e dei poveri, con i giovani volontari ai quali faceva da guida. Dal 1994, laddove sorgeva il manicomio, ha sede la scuola allievi carabinieri “Fava – Garofalo” di Reggio Calabria.

Attraverso la documentazione presente presso l’archivio di stato di Reggio Calabria è possibile ricostruire la storia del manicomio reggino. Le corrispondenze custodite testimoniano anche come il disagio psichico dei congiunti era vissuto dai familiari fino al secolo scorso. Interessanti sono le carte relative al progetto del manicomio, nato per accogliere e rieducare e non per internare e isolare. Degne di nota anche documentazione processuale e le perizie.

Tutti tasselli di un cammino di civiltà che ancora è in corso, nel nostro paese come nei nostri territori, e il cui traguardo di accoglienza e umanizzazione è un’irrinunciabile conquista di dignità.

Memorie. Periferie dei luoghi e della mente, appunti da Girifalco e Reggio Calabria[1]

[1]L’Stril.it quotidiano calabrese dal 2006.

[2]vedi il DdlS2850/17 “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei principi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180” presentata al senato lo scorso settembre anche su iniziativa di questo Forum

[3]vedi la campagna nazionale per l’abolizione della contenzione “..e tu slegalo subito

[4]Dal maggio 2014 anche gli Opg, ospedali psichiatrici sono chiusi. l’ultimo internato è uscito dall’Opg di Barcellona Pozzo di gotto lo scorso 27 gennaio. vedi l. 81/2015

Buon Natale!

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 24/12/2017 - 12:49

Per una psichiatria gentile (edizione completa)

di Emanuela Nava

Tornavo da Trieste, dove ero stata a trovare Peppe dell’Acqua, amico recente, di cui leggevo da anni i libri, le interviste e insomma tutti quei meravigliosi fatti che avevano portato alla 180, la rivoluzionaria legge Basaglia.Ero in uno scompartimento quasi vuoto di una Freccia Rossa partita nel buio alle cinque del pomeriggio di un giorno invernale. Niente mare alla mia sinistra, niente blu turchese, il colore luminoso che mi aveva accolto all’improvviso all’andata, dopo un viaggio mattutino trascorso da Milano a Venezia quasi tutto nella nebbia.

Avevo appoggiato un libro sul tavolinetto. E la borsa sul sedile libero accanto al mio. Avevo persino allungato le gambe, felice di essere sola in un posto vicino al finestrino che, quando il treno è pieno, lascia a mala pena la possibilità di muovere i piedi.

Prima di aprire il libro, le fiabe dei fratelli Grimm nella versione integrale, quella che negli ultimi anni, molti, leggendo o raccontando le storie, avevano censurato, perché alcune parti venivano considerate troppo violente per i bambini, e così la regina di Biancaneve non danzava più con le scarpe di ferro rovente, alle sorellastre di Cenerentola le colombe non cavavano più gli occhi e l’orco di Pollicino non uccideva più le sue sette figlie, ripensavo alla giornata trascorsa a Trieste.

Il centro di salute mentale dell’Ospedale nuovo, i centri aperti in città a tutte le ore. E poi il Posto delle Fragole, dove avevo pranzato, il ristorante nato all’interno dell’ex Ospedale Psichiatrico San Giovanni, dopo che Marco Cavallo con la pancia piena di racconti e poesie aveva, più potente del cavallo di Troia, distrutto le certezze di chi si era sentito assediato da ciò che non comprendeva e per questo si era arroccato nella cittadella della propria buona salute.

Di nuovo, come nelle storie dei fratelli Grimm epurate, coloro che si consideravano buoni e sani avevano nascosto per anni il male.

Ma non c’è come negare il male per farlo crescere. Dietro i cancelli sbarrati, dentro le stanze dove tutto è permesso perché invisibile. Dentro il dolore della malattia, dichiarata eterna e incurabile.

Era questo a cui pensavo, alla giornata trascorsa con Peppe, a ciò che era necessario raccontare, anche se tutti ne avevano paura.

Pensavo alla legge 180, voluta da Franco Basaglia, che aveva aperto i manicomi e pensavo ai protagonisti delle fiabe che partivano sempre da uno svantaggio, da una situazione immeritata e poi trovavano la forza per superare le prove e avere la meglio su orchi e streghe, quando udii una voce:

-Posso sedermi?

Alzai gli occhi e vidi una signora, più o meno della mia età, con cappello e sciarpa scuri che quasi le nascondevano il volto.

-Posso sedermi?- ripeté.

La guardai e ritirai le gambe con cui avevo occupato tutto lo spazio possibile.

Il posto 9 A era il suo, proprio di fronte al mio 8 A, ma la carrozza era quasi vuota e la tentazione fu forte.

La signora si era tolta cappello, sciarpa e cappotto e con i suoi indumenti aveva occupato anche gli altri due posti che davano sul corridoio.

Volevo alzarmi, sedermi altrove, ma stava passando il controllore e la sciarpa, finita sulla mia borsa, si era arrotolata alla tracolla.

-Mi scusi, l’aiuto io!- esclamò lei. Si sporse sopra di me con una tale agitazione che per poco non mi portò via la borsa insieme alla sciarpa.

Il controllore aspettava, ci guardava in silenzio e aspettava.

Quando finalmente la borsa fu liberata dalla sciarpa e il controllore con un cenno di assenso avanzò lungo il corridoio, la signora mi sorrise e chiese:

-Lei viene da Trieste?

-Sì.- annuii.

-Io vengo dalla Croazia. Sono stata a pregare nella chiesa della Madonna della Misericordia di Pola. Dicono che sia una Madonna molto potente. La conosce?

-No, non la conosco.- risposi. –Non sono mai stata a Pola.

-Dovrebbe andarci, se avesse una grazia da chiedere. Ma mi auguro non abbia nulla di così importante da domandare. Neppure io la conoscevo prima che mia figlia si ammalasse.

La signora sorrise, un sorriso con occhi spenti, opachi.

Fui percorsa da un brivido.

-Quando ascolto le persone mi specchio nella loro e nella mia fragilità.- mi aveva detto Peppe quella mattina. Era la frase che ripeteva sempre Franco Basaglia. E anch’io all’improvviso avvertii nella mia insofferenza di poco prima non solo il desiderio di stare sola, ma anche la paura forse di specchiarmi negli occhi di chi non conoscevo.

Ma lei sembrava non essersene accorta: continuava a inseguire il suo pensiero o forse solo il desiderio di condividerlo con qualcuno.

-Alla Madonna ho recitato il rosario, duecento Ave Maria e cinquanta Padre Nostro, inginocchiata e con gli occhi bassi. A ogni Padre Nostro, alzavo lo sguardo, sorridevo a Maria, le ricordavo perché ero lì. Ero lì per mia figlia.

La signora mi fissò per qualche istante, in silenzio.

-Spero di non disturbarla!- rise all’improvviso, coprendosi la bocca. –Lei crede nelle formule magiche? Vedo che sta leggendo un libro di fiabe.

-Sì, ci credo. Credo nella potenza delle storie. Le storie raccontano senza spiegare. Ci incoraggiano perché parlano alla parte più profonda di noi stessi.

-Oh che bello! Dovrebbe dirlo alla psicologa del Centro Psico Sociale dove vado una volta a mese.- sospirò. -Ogni sera quando mia figlia prende la polverina che le hanno prescritto, le dico: ecco la tua formula magica, quella che ti renderà più forte. Ma la psicologa mi ha detto di no, che è una sciocchezza, che devo parlare con chiarezza a mia figlia. Ma noi, sin da quando lei era una bambina, in casa, le medicine, le abbiamo sempre chiamate formule magiche.

Non sapevo come chiederlo, quali parole cuscino usare, preoccupata di pronunciare parole zannute che potessero non essere abbastanza gentili.

-Cosa è accaduto a sua figlia? Non sta bene?

-Oh è stata molto male. È successo quasi un anno fa. Non se lei sa che può accadere, ma mia figlia un giorno ha confuso le guerre che ci sono nel mondo con Star Wars, il film, l’ha visto? I medici hanno detto che era una crisi psicotica. Quando vedeva immagini della guerra vera piangeva e si disperava e diceva che voleva andare sulla luna per aiutare quelle povere creature che vivono in cielo e soffrono così tanto. È arrivata in ospedale che delirava.

Il treno aveva rallentato, dal finestrino si vedevano scorrere luci di strade, macchine, case. Eravamo all’inizio di dicembre, splendevano anche alcuni alberi di Natale.

La signora afferrò la sciarpa e la avvolse attorno al collo.

-Per me è Natale ogni volta che nasce un bambino.- disse all’improvviso. –È Natale anche ogni volta che una persona rinasce. L’ho detto alla psicologa, quando, finalmente, dopo i mesi di torpore che le avevano procurato i farmaci, mia figlia è rinata e doveva solo prendere una polverina che faceva sciogliere nell’acqua. Era solo un modo per rendere tutto un po’ più lieve, chiamarla formula magica. Ma cosa ne sa la psicologa di formule magiche? Ha mai recitato il rosario? Non è una formula magica anche quella?

Aveva parlato così in fretta, accomodandosi a ogni parola la sciarpa attorno al collo, quasi volesse ricordare a se stessa che aveva un nodo alla gola, che non potei fare a meno di risponderle:

-L’immaginazione nasce dal cuore! E le immagini possono essere molto potenti!

-Sì, ha ragione. Ma che immagini vuole che nascano quando vai in ospedale e per prima cosa ti tolgono le stringhe delle scarpe, i cordini delle felpe, ti proibiscono persino lo shampoo? E poi ti chiudono a chiave in un reparto come in un carcere.

Mi guardò in silenzio, fissandomi a lungo, quasi volesse studiare la mia reazione.

-Le stringhe delle scarpe?- domandai dopo qualche istante.

-Sì, è così che funziona in tutti gli ospedali, in tutti i reparti psichiatrici. Mia figlia stava male, confondeva Star Wars con le guerre vere che trasmettono ogni giorno i telegiornali e i medici come prima cosa le hanno tolto le stringhe delle scarpe. Anche la sciarpa di seta che le piaceva tanto. Poi l’hanno chiusa a chiave dentro il reparto. Gli psichiatri hanno cercato di spiegarci che lo facevano per il suo bene, ma intanto era come se le dessero la patente di persona pericolosa per sé e per gli altri. Come se con quelle stringhe stessero dicendo che lei poteva strozzare qualcuno.

La signora parlava a una tale velocità, mangiandosi le parole, schiarendosi la voce, che fui sopraffatta da un senso di angoscia profonda.

-A Trieste non accade.- riuscii solo a dire.

-A Trieste? E come lo sa? Succede in tutti gli ospedali d’Italia. Me l’hanno detto, mi sono informata.

-Ma a Trieste…- provai a ripetere.

Lei mi zittì.

-A Trieste? Magari, e chi glielo ha detto, qualche medico che glielo voleva fare credere? Conosco anch’io la storia della legge Basaglia, sono abbastanza vecchia per ricordami qualcosa, ma quando ne ho parlato con lo psichiatra del CPS che ha in cura mia figlia avrebbe dovuto vedere la sua faccia. Trieste? Ma lasciamo perdere, mi ha detto.

La signora sorrise. All’improvviso sorrise ancora, indicando il mio libro.

-Mi scusi, l’ho disturbata, lei voleva leggere le fiabe e io sono qui a raccontarle una storia vera.

-Ma no!- mi schermii. –Continui pure, mi fa piacere parlare con lei.

-Grazie, allora, lei è molto gentile, spero di non disturbarla troppo, ho passato una giornata a parlare solo con la Madonna, inginocchiata davanti a lei. Una Ave Maria dietro l’altra. Sono sicura che la psicologa del CPS, se mi avesse visto, avrebbe preso per matta anche me.

-Spesso psicologi e psichiatri sono più matti dei loro pazienti!- esclamai.

Mi ero augurata che la battuta la facesse sorridere di nuovo, invece la signora divenne ancora più seria.

Eravamo giunti alla stazione di Mestre. Stavano salendo altri passeggeri. Il vagone si riempì quasi completamente, ma, come per miracolo, i due posti accanto a noi restarono vuoti.

Restarono vuoti per il controllore, per chi passava con il carrello delle bibite, per la signora, ma non per me, che all’improvviso vidi Franco Basaglia accanto a noi.

Si divertiva a cambiare posto. In silenzio e facendomi continui cenni con gli occhi, lui mi incoraggiava ad ascoltare tutta la storia della signora.

-Mi racconti, signora, mi racconti dall’inizio se lo desidera.- dissi allora, guardando Franco Basaglia, la signora e poi di nuovo Franco Basaglia con complicità. -Sono felice di ascoltarla.

-Grazie!- esclamò lei.

Poi iniziò a raccontare. Un racconto lungo che io non interruppi mai.

-Era da un po’ che mia figlia stava male, tutto era iniziato in quarta liceo, un amore finito quasi subito, giornate intere trascorse a chiedersi dove lei avesse sbagliato, quali frasi avesse pronunciato per farlo scappare, quel bel ragazzo gentile che l’aveva lasciata quasi subito, neppure il tempo di conoscersi. Tutte cose normali per noi che siamo vecchie e nella vita abbiamo visto fuggire tanti bei Narcisi, che prima ci hanno corteggiato e poi se la sono date a gambe, quando hanno visto che cedevamo, che saremmo diventate appiccicose. Io lo so che anche noi abbiamo perso la testa tante volte, ma so anche che poi l’abbiamo ritrovata, l’abbiamo riavvitata con più forza sul collo.

-Insomma ce ne siamo fatte una ragione. Invece lei no, non faceva che piangere e siccome lui era uno dei suoi compagni di classe ha smesso di andare a scuola.

-Piangeva tutto il giorno, mia figlia, ripensava a ogni parola che lui aveva pronunciato, poi si guardava allo specchio e si trovava ogni difetto possibile: naso, occhi, bocca. Gambe troppo grosse e troppo corte. Alla fine ha detto che puzzava, che era per questo che lui l’aveva lasciata. L’aveva baciata una volta sola ed era fuggito disgustato.

-Così, invece di andare a scuola, ogni mattina si faceva un lungo bagno che durava ore, e anche al pomeriggio continuava a lavarsi le mani e la bocca mille volte. Non voleva andare a scuola e neppure uscire di casa. Puzzava troppo, diceva.

-Le tralascio tutti gli altri particolari, la sofferenza sua e anche la nostra, quella di mio marito e dell’altra mia figlia, che cercava in tutti i modi di parlarle e di farle coraggio. Ha solo due anni in più della piccola, la mia figlia maggiore, ma sembra già così matura. Per aiutarla, le raccontava anche dei suoi amori infelici, tutti soffrono per amore, le ripeteva.

-Poi le cose sono precipitate. Mia figlia ha detto che erano stati i marziani che una notte erano entrati nella sua camera e l’avevano riprogrammata, ne aveva parlato anche una trasmissione televisiva, Focus mi pare, di quello che fanno gli extraterrestri quando prendono di mira un abitante del nostro pianeta. Entrano nelle case sempre di notte, si impossessano dei pensieri di qualcuno, li resettano, fanno esperimenti di ogni tipo.

-A mia figlia avevano inserito una ghiandola che la faceva puzzare. E nello stesso tempo però l’avevano messa in contatto con altri mondi, con altre galassie. C’erano le guerre nel cielo, le Star Wars. E ogni volta che in tv scorrevano le immagini delle guerre vere, quelle dell’Africa o del Medio Oriente, mia figlia diceva che erano guerre stellari, che al telegiornale non dicevano la verità. Che lei, con la puzza, aveva ricevuto in regalo anche una grande conoscenza interplanetaria. Solo se le guerre fossero finite, lei avrebbe riavuto il suo buon odore di quando era bambina. Ma tutte quelle cose andavano rivelate, bisognava farle conoscere al mondo, occorreva scriverle.

-Alla fine è stata ricoverata, così non si poteva andare avanti, lei si rifiutava di prendere qualsiasi medicina che l’aiutasse a stare meglio. Ma il giorno in cui è stata portata al reparto di psichiatria, non dovrei dirglielo, era quasi addormentata. L’avevamo sedata noi, il papà e io, con le gocce nell’acqua per evitare che arrivassero i vigili, che le facessero il ricovero coatto, il TSO.

-Era morta una persona, un ragazzo grande e grosso qualche mese prima a Torino, ne avevano parlato anche i giornali. Si rifiutava di andare in ospedale, di farsi fare l’iniezione mensile, e durante la colluttazione con le forze dell’ordine non so, non ricordo bene, forse lo avevano stretto troppo al collo o lui aveva avuto un arresto cardiaco, ci eravamo impressionati, mio marito e io, non volevamo che accadesse anche a nostra figlia.

-E così, una volta in ospedale, le hanno tolto le stringhe delle scarpe, le hanno tolto la sciarpa di seta, il nastro con cui si legava i capelli, le hanno detto che era proibito tenere flaconi di shampoo o bagno schiuma, che se voleva lavarsi poteva usare la saponetta solida, oppure chiedere qualche goccia di shampoo agli infermieri. Hanno aggiunto che il reparto era chiuso a chiave, che non le era permesso uscire. E che se voleva stare bene doveva collaborare.

-Ci sono voluti due giorni per farle la prima iniezione, mia figlia non voleva, ma non gridava, non faceva la matta, piangeva soltanto. Sono stati bravi i medici, hanno preferito trattare. Non hanno usato la forza, tanto sapevano che prima o poi l’avrebbero messa KO. Lei desiderava solo lavarsi, aveva paura di disgustare gli altri ricoverati, non voleva avvicinarsi a nessuno, domandava persino ai dottori e agli infermieri di indossare la mascherina, non voleva essere annusata. E loro le hanno ripetuto di fidarsi, con i loro farmaci la puzza sarebbe sparita.

-La psicologa che ora segue anche a me e mio marito al CPS, dopo che ci siamo così tanto arrabbiati per quello che è successo, mi ha detto che sbaglio a chiamare le medicine formule magiche, ma per me i primi a chiamarle così sono stati i medici dell’ospedale. Prendi i farmaci e la puzza sparirà. Sembra quasi una pubblicità. Se non fosse stato per la dose, per il loro protocollo, 100 milligrammi e poi 150 dopo una settimana, due iniezioni che l’hanno stroncata, sarebbe stato anche bello scherzare un po’. Avrebbe fatto bene a tutti. A tutti noi che eravamo angosciati, anche a sua sorella, la mia figlia più grande, che ora piangeva più di lei, quando la vedeva camminare con le scarpe da ginnastica senza stringhe perché le pantofole, non c’era verso di fargliele indossare.

-Sembrava che, con quelle scarpe che si trascinava dalla camera al salottino per i parenti, ci stesse dicendo qualcosa, che non era un’assassina per prima cosa e poi neppure una suicida. Sì, con le stringhe non avrebbe strozzato nessuno e neppure se stessa.

-E comunque c’era sempre quella porta chiusa: quando andavamo a trovarla dovevamo sempre suonare e poi, dopo la visita, chiamare l’infermiere per farci riaprire. Ma Basaglia non aveva aperto le porte? E allora perché tutti le tenevano chiuse, come se i pazienti, le persone che non stavano bene, fossero tigri in gabbia?

-Io lo so, lo sa anche la mia figlia più grande che l’ha studiato a scuola, al corso di psicologia, tu finisci per diventare quello che gli altri pensano di te. E come in uno specchio, se gli altri lo pensano, finisci anche tu per credere che se sei matta, forse anche pericolosa. E alla fine insieme a te lo credono anche gli altri, quelli che non lo credevano prima, gli amici e i conoscenti. E la prova è che quando ti ricoverano, quando sei in crisi, e magari parli con la principessa Leila o con Dart Fener di Star Wars, ti chiudono a chiave. È così che poi, quando i matti tornano a casa, e magari non sono neppure più matti, nessuno li invita ai compleanni, alle feste di Natale, magari neppure ai matrimoni dei fratelli: è successo, me lo hanno raccontato. Forse hanno paura che alle feste i matti si presentino con l’Ammiraglio Ackbar. Ormai so tutto di Star Wars.

-Ma il sublime orrore è venuto dopo. Quando mia figlia è stata dimessa, la psichiatra del CPS, quella che l’aveva presa in carico anche se l’aveva vista solo un paio di volte, ha deciso che mia figlia avrebbe dovuto fare venti giorni di Day Hospital. Insomma tornare in ospedale ogni giorno per prendere un altro farmaco, come se quelli che le avevano iniettato non fossero stati sufficienti, e stare quattro ore seduta su un divanetto ad aspettare che passasse il tempo, senza fare nulla. Oppure poteva andare al bar dell’ospedale a mangiare e bere, visto che le medicine le facevano venire una grande fame. Ma solo se c’eravamo noi ad accompagnarla. È accaduto proprio un anno fa, eravamo a Natale: due giorni però ce li avrebbero condonati. Due giorni in cui non bisognava presentarsi, Natale e Santo Stefano, come fanno con i detenuti in libertà vigilata.

-È stato lì che ci siamo arrabbiati, mio marito e io, tornati a casa abbiamo cominciato a telefonare a tutti i medici dell’ospedale. C’era una psichiatra all’ospedale, una vecchia dottoressa comprensiva, pronta ad andare in pensione. Era a lei che telefonavo tutti i giorni, era a lei che chiedevo di intercedere presso l’altra, la più giovane, al CPS, perché non ci costringesse per quasi un mese a una vita simile. E che senso avrebbe avuto, poi? La psichiatra giovane voleva cercare di farlo passare come una sorta di contenimento affettuoso. Sì, avanti e indietro con noi in macchina, perché stordita com’era per tutta la chimica che aveva in corpo, mia figlia non avrebbe certo potuto salire su un autobus. E poi? E poi niente, un’intera famiglia requisita per cosa? Per stare seduta sul divanetto, appunto. Ma chi le ha fatte le leggi, ci siamo chiesti. Un matto? Ma un matto vero, intendo. Com’è possibile che una giovane dottoressa che quasi non la conosce, mia figlia, possa decidere al posto della dottoressa che l’ha ricoverata? Perché sia chiaro, anche se le aveva iniettato tutta quella roba, sembrava che persino lei, la più vecchia, considerasse assurdo quel day hospital senza senso. Senza un progetto, senza qualcosa da fare che non fosse dormire e mangiare.

-Pare che i medici del CPS abbiano più potere di quelli dell’ospedale. Ma le sembra possibile?

-Alla fine l’abbiamo spuntata: siamo rimasti a casa, a letto. Chissà forse era Natale e a Natale sono tutti più buoni.

-O forse la dottoressa più vecchia ha saputo intercedere. Un po’ come la Madonna, quando la prego. Credo che sia stato allora che ho cominciato a dire il rosario. Bisogna sempre credere a una forza che alla fine ci aiuta. Che la forza sia con noi, sì, proprio come dicono nel film.

-Così siamo rimasti a casa a smaltire mesi di sonno e di effetti collaterali. Dico noi, perché in casa tutti soffrivamo insieme a lei. Non so se i medici che a volte trattano i genitori con quell’aria da padreterni lo sappiano quanto soffrono le famiglie. Ci pensano mai a cosa accadrebbe se fossero loro ad avere figli che scambiano le guerre terrestri con le guerre stellari?

-Ora non voglio descrivere tutti i sintomi che provocano le dosi massicce di farmaci, solo alcuni, raffreddore costante, mancanza di fiato, tristezza infinita, desiderio di morire. Incapacità a fare qualsiasi cosa che duri più di cinque minuti.

-Portami nella clinica svizzera, dove fanno l’eutanasia, mi diceva mia figlia. E intanto passavano i mesi e ogni mese chiedevamo al CPS che la dose dell’iniezione fosse più bassa, non si poteva interrompere di colpo, passare alle pillole o alla polverina che prende ora, bisognava ridurre piano.

-Ci siamo di nuovo arrabbiati, all’inizio sembrava che nessuno ci ascoltasse. Mio marito ha urlato forte, ho temuto che ricoverassero anche lui. Alla fine hanno deciso di darci un sostegno. Ogni mese andiamo anche noi, lui e io, al CPS a parlare con uno psichiatra e una psicologa come due matti. E la psicologa ogni volta mi ripete che le medicine non sono formule magiche.

-D’accordo non lo sono, lo so anch’io che non lo sono, anche se dico il rosario e so che dire il rosario è come ripetere i mantra. E anche i mantra sono una specie di formula magica. Sono il veicolo del pensiero. Un veicolo sacro che libera la mente. Sì, le preghiere sono mantra, formule magiche che aprono le porte verso l’ignoto, permettono di accogliere il futuro senza paura.

-Oggi tutti recitano i mantra, chi diventa buddista, chi va a Yoga magari solo una volta alla settimana, senza sapere che Yoga significa unione con Dio e pensa che sia solo una ginnastica per allontanare lo stress, e intanto però ripete i mantra senza neppure immaginare che ripetere i mantra è come dire il rosario.

-Sì, le medicine, se vuoi che ti guariscono devi chiamarle formule magiche, altrimenti corri il rischio di considerarle solo veleno. In ogni cosa ci sono sia un diavolo, sia un angelo. Anche dentro di noi, bisogna scegliere.

-E anche lei, la psicologa, che voleva stare tanto con i piedi per terra, a differenza di noi che parlavamo solo di guerre stellari, non lo sapeva che, dopo tutti quei mesi di torpore e dolore, era difficile, una volta finito il rito delle iniezioni, prendere ogni giorno la dose di mantenimento, una polverina che restava anche un po’ attaccata al bicchiere, ma che faceva il suo effetto?

-Che la forza sia con te e sia con me, noi siamo tutt’uno con la forza, dicevamo insieme, mia figlia e io. Era la nostra formula magica, una formula magica omeopatica, si guariva da Star Wars parlando di Star Wars.

-Comunque, tornando indietro, dopo la seconda iniezione mensile mia figlia sembrava che non delirasse più e non diceva neppure più di puzzare. I medici erano contenti, anche noi lo eravamo, stava bene: era guarita. A casa si festeggiava, anche a mia figlia grande era tornato il sorriso. E si progettava già di ripetere l’anno in un’altra scuola e di quel Narciso, che l’aveva fatta soffrire, non si parlava più.

-E poi è accaduto, siamo rimaste da sole, mia figlia piccola e io, un pomeriggio, e lei ha ripetuto quello che diceva prima, anche con molte aggiunte e varianti, i combattimenti tra galassie, le finte guerre sulla terra, che erano solo la riproduzione cinematografica di quello che accadeva in cielo: l’Aids, la Tbc, la Meningite, malattie inoculate di notte dagli alieni. Il grande complotto mondiale per fare fuori la terra.

-Bisogna scriverle queste cose, divulgarle per salvare il mondo, ripeteva. Era per questo che non puzzava più. La principessa Leila era riuscita a intercedere per lei. Se avesse salvato il mondo, lo Jedi Obi Wan Kenobi le avrebbe fatto provare la spada laser. Ma occorreva scrivere tutto. E voleva che fossi io a scriverle, queste cose. Ma perché, le chiedevo, scrivile tu, sono cose che mi fanno impressione, lo sai che non ci credo.

-Insomma con gli altri, medici compresi che ogni mese la visitavano, non delirava più, ma con me sì.

-Voleva che io l’aiutassi e io ero riuscita solo a risponderle che non credevo in quelle sciocchezze.

-Ma bisogna capire anche me, quando lei mi raccontava le cose che vedeva e sentiva, stava molto male. Tremava, alzava e abbassava la voce, il cuore sembrava che le scoppiasse nel petto. Per un po’, dopo il mio rifiuto, lei ha fatto finta di niente, non parlava più di Star Wars né di battaglie interplanetarie, poi all’improvviso si è confidata con sua sorella, le ha detto che io l’avevo delusa, non credevo in lei, per questo lei non mi raccontava più nulla.

-Ho dovuto accettare, ero spaventatissima, avevo paura che potesse stare ancora peggio, mentre mi dettava quello che pensava, ho imposto qualche regola, solo un quarto d’ora di dettatura, appena stai male, smetto, le ho ripetuto. Ha accettato, mi ha dettato tutti quei deliri, che in fondo in fondo deliri non sono, bisogna imparare ad ascoltare le persone, a interpretarle: aveva perso la testa per amore, si era rifugiata in un altro mondo, per giustificare lui ha dato la colpa a se stessa, all’odore che emanava. Ma forse in cuor suo sperava pure che Dart Fener gli tagliasse la testa con la spada laser, a quel Narciso senza sentimenti.

-Ho ancora la sua paginetta sulla scrivania del mio computer. Dopo dieci minuti mia figlia ha smesso di dettare. Ha detto che aveva finito. Non ha più parlato di Star Wars, non mi ha dettato più nulla, sono passati i mesi. Non ha mai più delirato. Forse, più delle medicine, l’aveva curata raccontare la sua storia.

-Ero così felice che un giorno l’ho voluto far sapere al suo psichiatra, che non era più la psichiatra giovane del day hospital natalizio, che se ne era andata per fare carriera, ma un uomo di mezza età con esperienza che, ero certa, avrebbe apprezzato: avrebbe interpretato quella storia come un sintomo di guarigione. Insomma ho voluto raccontare a lui come le parole scritte avessero fatto passare a mia figlia il delirio.

-E lui, dopo avermi guardato in silenzio per qualche minuto, come se intanto stesse pensando a chissà cosa, mi ha risposto che un conto è scrivere da soli, un conto è dettare: non sono la stessa cosa, non era il caso di cantare vittoria.

-Era un ragionamento di un matto, proprio di un matto vero. Di uno che voleva curare gli altri, ma era più matto lui dei suoi pazienti. Ma ero così stupefatta che non ho saputo rispondergli.

A un tratto la signora si era fermata. Aveva smesso di parlare. Stava passando il carrellino con le bibite e lei chiese dell’acqua. Insistette per offrire una bottiglietta anche a me.

Ringraziai e sorrisi: Franco Basaglia era ancora accanto a noi. Per tutto il tempo, pur cambiando posto per stare vicino a entrambe, aveva ascoltato insieme a me ogni parola con molta attenzione.

-Grazie per avermi ascoltato. Avrei ancora molte altre cose da raccontarle!- esclamò lei, posando la bottiglia sul tavolinetto accanto al mio libro e sciogliendo la sciarpa che in molti giri aveva ancora stretta attorno al collo.

-Grazie a lei per la fiducia.- risposi. –E ora, se posso, vorrei chiederle come sta sua figlia.

-Molto meglio, prende sempre i farmaci, forse ancora una dose troppo alta perché spesso sembra assente. Ma la conquista, ciò per cui tutta la nostra famiglia ha lottato, è che continua a  prenderli per bocca, basta iniezioni, ogni giorno una polverina che resta un po’ attaccata al bicchiere.

Sorrisi.

-Lo sa cosa diceva Basaglia? Il grande Franco Basaglia che ha aperto l’ospedale San Giovanni, che ha permesso a malati rinchiusi anche da più di vent’anni, che avevano subito le peggiori crudeltà, come l’elettroshock, di uscire, di essere finalmente liberi?

-Che cosa? Che cosa diceva?- mi incalzò la signora.

-Che occorre prendere un solo farmaco, alla dose più bassa possibile. E che poi occorre andare nel mondo, studiare, lavorare, frequentare amici. Un farmaco senza vita sociale è inutile.- risposi.

Franco Basaglia annuiva. E anch’io annuivo, emozionata. Se era un’allucinazione, era l’allucinazione più gioiosa che potessi immaginare.

-Sì, ha ragione, solo così un farmaco diventa una formula magica!- esclamò la signora, bevendo ancora. –Ma sa che anche l’amore conta, gli occhi con cui noi guardiamo gli altri, può trasformare? Avrei così tante cose da raccontarle e sto per scendere. Ma una vorrei ancora dirgliela, se non la disturbo troppo, è stata così gentile ad ascoltarmi.

-Sì, la prego.- risposi.

-Un giorno su un autobus c’era un matto, un ragazzo giovane che cantava e ballava, aveva un ombrellino con sé che faceva girare, era vestito come un clown, ma si vedeva che gli mancava qualche rotella, eppure sorrideva a tutti, sembrava persino felice. Anch’io gli ho sorriso. Ho seguito il suo canto e la sua danza quasi con occhi innamorati. Chissà, forse pensavo a mia figlia, non volevo che si sentisse a disagio. Erano in molti sull’autobus che ridevano, che si facevano cenni tra loro, che indicavano che era svitato. All’improvviso mi sono girata e ho riconosciuto tra i passeggeri lo psichiatra di mia figlia, quello che aveva detto che non aveva nessun valore la storia delle guerre stellari che mi dettava, che avrebbe dovuto scriverla lei, mia figlia, lo storia, perché avesse il giusto valore terapeutico. E insomma sa quel dottore cosa faceva? Guardava il matto con occhi così seri, che non ho potuto fare a meno di avvicinarmi a lui e dirgli: ha visto? È un bel matto. Volevo che provasse compassione, perché l’amore senza compassione non è amore, e la compassione senza amore non è compassione, ma lui provava solo fastidio. Andrebbe ricoverato, disse, solo questo.

La signora si alzò, indossò il cappotto.

-Fra un po’ devo scendere. Ho una coincidenza.

-Peccato, ero felice di ascoltarla.

-Davvero? Se fossi rimasta le avrei raccontato ancora molte altre cose. Quasi quasi non scendo.- rise.

-Ha ancora qualche minuto prima che il treno giunga in stazione. Se ha un’altra storia breve…

-Un’ultima cosa?

-Sì, certo.

La signora si fece seria, sorrise, si fece seria di nuovo.

-Ecco allora, ascolti. Un giorno al CPS, mentre aspettavo che mia figlia terminasse il colloquio mensile con il dottore, c’era un uomo molto agitato nel corridoio, parlava con le infermiere, diceva di non riuscire a dormire, voleva vedere un medico, ma i medici erano tutti occupati, e lui non aveva un appuntamento. Lo conosciamo, sentii dire dalle infermiere, lui viene sempre senza appuntamento. E allora sa cosa ho fatto? Sono andata da quel signore e gli ho proposto di bere un caffé, decaffeinato, visto che lui aveva problemi di insonnia, e abbiamo parlato. Sembrava che l’appuntamento, l’avesse preso con me.

Stavamo arrivando in stazione.

Dal finestrino si scorgevano sempre più frequenti le luci della città.

-E vuole sapere cosa mi ha detto, mentre bevevamo il caffé? Che un giorno dell’anno prima, visto che non lo ricevevano mai quando aveva bisogno e si era molto offeso, aveva chiesto alle infermiere di dire al suo psichiatra di telefonargli per favore. E lo psichiatra invece, per tutta risposta, gli aveva mandato una raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui c’era scritto il giorno e l’ora dell’appuntamento. Una raccomandata, capisce? Neppure una telefonata, per cercare di capire cosa stesse accadendo, un briciolo di luminosa umanità, insomma…

La signora afferrò borsa, sciarpa e cappello.

-Devo andare. Buonasera e buon viaggio!- esclamò.

-Buonasera a lei, signora, faccia tanti auguri a sua figlia!- risposi.

-Sì, grazie. Lo sa che da gennaio torna a scuola?

-Tutto bene, allora?

-Sì, a volte si comporta come una bambina. Vuole entrare nel lettone. Gioca con la bambola di quando era piccola. Chissà. Forse vuole recuperare il tempo perduto.- mi guardò negli occhi per un istante che mi sembrò senza fine.

-Lei dice che a Trieste le cose sono diverse?

-Sì, a Trieste non tolgono le stringhe delle scarpe, permettono di tenere lo shampoo in camera, i medici non indossano il camice e sa una cosa? Le porte sono sempre aperte e la Madonna della Misericordia è molto vicina.

Stava già percorrendo il corridoio, trascinando un piccolo trolley che aveva nascosto tra i sedili e che non avevo notato prima, quando la signora tornò indietro e mi abbracciò. Per farlo abbracciò anche Franco Basaglia che era sempre accanto a noi, anche se lo vedevo solo io.

-Grazie!- sussurrò. –Grazie.

Dal finestrino la vidi percorrere la pensilina e scendere le scale del sottopassaggio della stazione.

Sospirai, chiusi gli occhi per qualche istante. Quando li riaprii, Basaglia era sparito.

Ora che ci penso, non riesco a ricordare in quale città scese la signora.

Senz’altro in una dove i centri di salute mentale degli ospedali hanno le porte chiuse.

Ricordo solo che riaprii il libro.

Avevo lasciato il segnalibro alla fiaba di Hansel e Gretel.

Rilessi il finale, quello che mi piaceva tanto e che non facevo altro che ripetere a tutti coloro che volevano conoscere cosa intendessi per potenza delle fiabe.

Hansel e Gretel entrarono nella casa della strega e dappertutto c’erano forzieri pieni di perle e di pietre preziose. -Sono molto meglio dei sassolini!- disse Hansel, e mise in tasca tutto quel che poté entrarci; e Gretel disse: -Anch’io voglio portarne a casa un po’.- E si riempì il grembiulino… e così finirono tutti i guai… la matrigna era morta… e Hansel e Gretel e il padre, a cui avevano regalato tutti i tesori, vissero felici e contenti.

Che bel finale, pensai.

I tesori mancavano ai genitori che avevano abbandonato Hansel e Gretel. Non a Hansel e Gretel, che erano stati abbandonati. Per questo motivo i bambini della fiaba non li tenevano per sé, ma li regalavano al padre.

-Speriamo che quella ragazza capisca che non era a lei che mancava la bellezza e il profumo, ma al suo Narciso che non aveva abbastanza tesori dentro di sé per riconoscere quelli di lei.- dissi a me stessa.

E fu mentre ripensavo alla ragazza che parlava di Star Wars, che a un tratto mi venne in mente che non avevo chiesto il nome alla signora. Né il suo, né quello di sua figlia.

Provai dispiacere e vergogna.

Ma il treno aveva ripreso la sua corsa nel buio della sera.

Continuai a leggere.

Franco Basaglia era sicuramente tornato a Trieste.

6 gennaio 2017

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