Ultime news salute mentale

Non c’è solo il Brasile

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 17/06/2022 - 11:35

di Roberto Mezzina

Come sappiamo non c’è solo il Brasile. In tema di re-istituzionalizzazione, si dovrebbe anche scrivere sull’attuale preoccupante trend di ricostruzione di ospedali psichiatrici ‘moderni’, di medie dimensioni, in paesi come il Regno Unito (Manchester, York che conosco di persona), Malta (nonostante il record mondiale di posti letto psichiatrici), Australia (Adelaide, Orange), che associati alla persistenza di modalità di istituzionalizzazione a lungo termine, di guardianship (tutela legale e ‘substitute decision making’ sulle persone).    

Nel frattempo viene indicata a modello europeo la ‘riforma’ belga, che non ha fatto altro che sviluppare alcuni fragili servizi di comunità (team mobili), senza un passaggio complessivo all’assistenza territoriale, lasciando immutati gli OP; la Spagna è di nuovo ferma, e, a parte il Portogallo, solo in Repubblica Ceca, per quanto ne so, si sta sviluppando un’azione riformatrice, grazie alla pur avversata (dal ‘sistema’)  leadership di Jan Pfeiffer e delle ONG ‘sociali’ (riduzione di 2/3 dei ricoveri in 2 anni).  Paesi come la Croazia e la Lituania si sono affidati a progettualità esterne (l’Istituto Sant’Anna per la prima, e la Policy Unit dell’OCSE per la seconda) ma si parla di promotion e primary care e non c’è un focus sulla deistituzionalizzazione. 

Come saprai, in Argentina ci sono forti segnali di invalidazione della legge del 2010. Per arrivare infine all’Italia con la proposta di legge Cendon (!) sul ‘patto di rifioritura’ che introduce il trattamento obbligatorio ‘lungo’ in ambito riabilitativo e residenziale.   

C’è la lotta globale sul tema degli human rights, condotta dalle organizzazioni delle disabilità, ma senza politiche complessive di riforma, che tocchino anche le leggi, sappiamo che non si va molto lontano, temo.

Il nuovo World Report del WHO, che sarà lanciato questa settimana, tocca la deistituzionalizzazione solo tangenzialmente, nonostante l’impegno di alcuni advisor, tra cui il sottoscritto.

Occorre un forte rilancio del tema.

In Brasile tornano i manicomi

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 17/06/2022 - 09:00

di Benedetto Saraceno*

Il Governo Bolsonaro ha smantellato la riforma psichiatrica brasiliana, caratterizzata dall’estinzione dei manicomi, dall’apertura di servizi sostitutivi dell’internamento e dalla costruzione di progetti comunitari per coloro che soffrono di disturbi mentali. 

Il sistematico smantellamento da parte del governo Bolsonaro nei confronti delle storiche e straordinarie conquiste della riforma della assistenza psichiatrica in Brasile riguarda tutti perché costituisce un modello aggressivo e sempre più diffuso che combina le logiche estreme delle politiche neoliberali di privatizzazione della salute con le retoriche della pericolosità delle persone con disturbi mentali e di coloro che fanno uso di sostanze psicotrope. Questo letale cocktail sta determinando un drammatico ritorno al “grande internamento” come unica risposta alla diversità e alle vulnerabilità psicosociali. E non solo in Brasile. 

Storicamente la riforma psichiatrica brasiliana coincide con il processo di ritorno alla democrazia, nel momento in cui cade la dittatura militare e si avvia un insieme di profonde riforme strutturali. La riforma psichiatrica è stata parte del complessivo processo di riforma della salute che ha condotto nel 1990 alla creazione del SUS ossia del Sistema Unico di Salute che garantisce l’accesso universale ai servizi sanitari. Fu in quel clima di rinnovamento e di speranza che il Movimento dei Lavoratori della Salute Mentale (MTSM), avviò in tutto il paese iniziative di lotta per migliorare le condizioni di ricovero e cura nei grandi manicomi brasiliani, e furono denunciate le terribili condizioni in cui erano costretti gli internati. Il documentario dei registi Silvio Darin e Helvécio Ratton, “Em nome da Razão”, del 1979, girato all’interno del manicomio di Barbacena, fu capace di riportare alla luce la tragedia quotidiana e gli orrori praticati dalla psichiatria. In quegli anni il nascente movimento brasiliano di riforma fu anche influenzato dalla presenza di Franco Basaglia (1) e di altri psichiatri “critici” del tempo: al primo Congresso Brasiliano di Psicoanalisi nel 1978, parteciparono oltre a Franco Basaglia anche Erwing Goffman, Thomas Szasz, Robert Castel e Félix Guattari. 

Negli anni ’80 il Movimento di Riforma Psichiatrica prese piede in tutto il paese e fu capace di coinvolgere gli utenti dei servizi psichiatrici che, probabilmente unico caso al mondo, divennero protagonisti attivissimi della riforma. Il movimento non solo metteva in discussione le premesse teoriche delle pratiche di istituzionalizzazione ma avviava esperienze trasformative di notevole impatto (basti ricordare le storiche esperienze di Santos, di San Paolo e di Rio Grane del Sur). La lotta al manicomio assume spesso forti connotazioni politiche perché a quel tempo quasi la metà dei manicomi brasiliani erano istituzioni private che generavano guadagni importanti a pochi proprietari, fra cui anche molti psichiatri. L’obiettivo del superamento dell’ospedale psichiatrico diventa centrale e si comincia a disegnare il modello di assistenza alternativo centrato sui CAPS, i Centri di Atenção Psicosocial (2). La dichiarazione di Caracas, promossa dalla OMS e dalla Organizzazione Panamericana della Salute, nel 1990 dichiarava la necessità di superare la cultura e le pratiche manicomiali ed esercitò una grande influenza trasformativa sulla psichiatria brasiliana. Il motto “società senza asilo”, adottato nel 1987, ha funzionato come guida etica per i cambiamenti strutturali nella gestione pubblica, che sono stati i tratti distintivi del decennio successivo: la riduzione dei posti letto negli ospedali specializzati, la creazione di servizi in comunità, l’espansione radicale dell’accesso alle cure e l’apertura di un fronte di collaborazione con la Primary Health Care brasiliana che si organizzava intorno al grande progetto nazionale della Medicina di Famiglia. Questo ampio movimento tecnico, politico e sociale ha saputo costruire un modello di assistenza psicosociale e comunitaria, alternativo alle istituzioni asilari predominanti. Nel 1989 il deputato Paulo Delgado ha presentato il disegno di legge n. 3657, che mirava alla progressiva estinzione dei manicomi e alla loro sostituzione con altre risorse assistenziali. Questo disegno di legge aveva sostanzialmente tre articoli: 

Divieto di costruire nuovi ospedali psichiatrici; 

Dirigere finanziamenti per la creazione di risorse extra-asilo; 

Disciplina dei ricoveri obbligatori. 

L’approvazione della legge nel 2001 fu un evento storico nella storia del movimento di lotta anti-manicomiale brasiliano poiché rappresentava il consolidamento della Riforma Psichiatrica in Brasile. La legge riorienta radicalmente l’assistenza psichiatrica da un modello basato sull’ospedale a uno basato su lavoro nella comunità. Inoltre, la legge regola in modo garantista il ricovero delle persone con disturbi mentali e formula di fatto un nuovo modello di assistenza psichiatrica che prevede forme di residenzialità alternative all’ospedale psichiatrico nonché la implementazione di residenze terapeutiche e Centri di Assistenza Psicosociale. Questo grande patrimonio è altamente significativo non solo per il continente latino-americano ma per il mondo intero poiché dimostra la fattibilità di una riforma radicale del sistema di salute mentale ben oltre il “locale” delle esperienze pilota ma afferma che un intero continente può costruire un modello di assistenza giusto, democratico, efficace e umano. Non solo cade il mito della innovazione possibile solo in forme sperimentali locali ma anche quello della possibilità di riforme solo in paesi ad alto reddito. Nel 2005 il Brasile incomincia a investire più nei servizi di salute mentale territoriali che in quelli ospedalieri (Figura 1). 

Figura 1. Decrescita della spesa per gli ospedali psichiatrici (linea blu) e la crescita della spesa per i servizi territoriali (linea rossa)

 

 

 

 

 

Fonte: Delgado (3). 

Ed è questo lo straordinario patrimonio che ora è aggressivamente e progressivamente smontato dalla politica neoliberale e autoritaria del governo Bolsonaro. Le misure adottate dal governo federale brasiliano dal 2016 consentono di affermare che esiste un processo accelerato di smantellamento della riforma psichiatrica.  Per la prima volta in 35 anni la riforma viene arrestata e minata alle sue basi (3). Non c’è dubbio che le misure regressive applicate alla politica di salute mentale si inscrivono nel più generale attacco alla sanità pubblica. Il Governo da una parte ha disattivato le norme emanate a partire dagli anni ’90 e la legge Paulo Delgado del 2001, che costituivano il nucleo giuridico e istituzionale della riforma psichiatrica brasiliana, caratterizzata dall’estinzione dei manicomi, dall’apertura di servizi sostitutivi dell’internamento e per la costruzione di progetti comunitari per coloro che soffrono di disturbi mentali; dall’altra ha introdotto nuovi decreti che, invece, incoraggiano il ricorso alle istituzioni psichiatriche private. Fra questi quello del luglio 2020, che consente il ricovero obbligatorio degli adolescenti con problemi di abuso di sostanze. Tra il 2016 e il 2019, il Governo Federale ha adottato le seguenti misure: 

  • modifica della Politica Nazionale di Assistenza Sanitaria Primaria (Política Nacional de Atenção Básica) abolendo l’obbligatorietà della presenza di un operatore di salute comunitaria all’interno delle équipe familiari;
  • ampliamento dei finanziamenti per gli ospedali psichiatrici, concedendo un conguaglio superiore al 60% del costo delle degenze giornaliere;
  • riduzione dei Centri di Assistenza Psicosociale (CAPS);
  • ripristino della centralità dell’ospedale psichiatrico. 

Nel febbraio 2019 il Ministero della Salute ha emesso una ‘Nota Tecnica’ (5) che ribadisce il rafforzamento dell’ospedale psichiatrico e critica la “ideologia” della precedente riforma psichiatrica invocando una imprecisata prospettiva “scientifica” (questo è un vecchio e notissimo argomento utilizzato sempre e ovunque dalla psichiatria arretrata e istituzionale ogni qualvolta vuole, in assenza di argomenti solidi criticare innovazione e riforme). La “Nota Tecnica”, infine, pone una preoccupante enfasi sul trattamento psichiatrico di bambini e adolescenti e sui metodi biologici di trattamento, come l’elettroshock; sospende le strategie di riduzione del danno per coloro che utilizzano sostanze psicotropiche. 

Gli effetti dell’agenda neoliberista hanno avuto un impatto immediato sugli indicatori di salute pubblica e benessere e qualità della vita. Tutti i determinanti sociali che la letteratura internazionale correla a una compromissione della salute mentale indicando il loro ruolo di fattori di rischio, sono aumentati. Fra gli altri: se all’inizio del 2016 il tasso di disoccupazione era intorno al 5,5%, nel primo trimestre dell’amministrazione Bolsonaro ha raggiunto il 12,5%. Non è necessario ricordare la vastissima letteratura che correla disoccupazione, disturbi mentali e aumento dei tassi di suicidio. 

La preoccupazione per l’aggressione alla riforma psichiatrica brasiliana non è solo questione di solidarietà ma ha ben altre implicazioni. I tre ingredienti che caratterizzano la esplosiva miscela che sta affossando quaranta anni di riforme sono: 

una implacabile politica neoliberale che smantella il servizio sanitario nazionale e favorisce le privatizzazioni un utilizzo spregiudicato e demagogico dei vecchi fantasmi quali la pericolosità del “malato di mente”, la criminalizzazione del “drogato”

la paternalistica e autoritaria idea dell’”internamento come protezione per la società e per il malato”

la connivenza delle associazioni professionali più conservatrici (psichiatri per primi) con misure illiberali, autoritarie che favoriscono il ritorno a modelli di assistenza ostili alla collaborazione fra medicina, salute e welfare territoriale. 

Tre ingredienti che non hanno frontiere e che ci invitano alla vigilanza.

* Benedetto Saraceno, Segretario Generale, Lisbon Institute of Global Mental Health 

 

Bibliografia 

  1. Basaglia F. Conferenze brasiliane. Raffaello Cortina Editore. Milano. 2000. 2. Amarante, P. (Ed.). Psiquiatria social e reforma psiquiátrica. SciELO-Editora FIOCRUZ. 1994. 
  2. Delgado PG. (2013). Mental health reform in Brazil: changing hospital-centered paradigm to ensure access to care. Souq online. 

http://www.souqonline.it/home2_2_eng.asp?idpadre=955&idtesto=949#.UoyRqSe3eK Q 

  1. Delgado P.G. (2019). Psychiatric Reform: Strategies to Resist the Dismantlement. educ. saúde 17 (2) https://doi.org/10.1590/1981-7746-sol00212
  2. Ministério da Saúde. Nota Técnica 11/2019. Esclarecimentos sobre as mudanças na Política Nacional de Saúde Mental e nas Diretrizes na Política Nacional sobre Drogas Coordenação Nacional de Saúde Mental, Álcool e Outras Drogas. 2019. https://www.abrasco.org.br/site/wp-content/uploads/2019/02/11_23_14_123_Nota_Te% CC%81cnica_no.11_2019_Esclarecimentos_sobre_as_mudanc%CC%A7as_da_Politica_d e_Sau%CC%81de_Mental.pdf


da Saluteinternazionale.info

Minoranza Egemone? Per uscire dall’angolo

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 14/06/2022 - 11:57

di Carla Ferrari Aggradi*

Ho ritrovato nel mio p.c. queste righe che sembrano essere un collage di pensieri, molto probabilmente scritte da tutte/i noi. Mi è parso utile riproporle al nostro piccolo gruppo di lavoro che, giustamente nello sforzo di collegamento fra noi e l’assemblea più allargata, ha deciso di farlo ricomparire nel sito del forum. Perché potessimo ricordarci i motivi per cui ci siamo ritrovate/i, le strade che vogliamo percorrere, gli obiettivi  che vogliamo raggiungere, con quali strumenti. Vogliamo provarci: la discussione è aperta.

LA SALUTE MENTALE, LA CULTURA DELLA SALUTE MENTALE, IL FARE SALUTE MENTALE
Parole che fanno fatica a trovare cittadinanza nelle nostre pratiche e nelle nostre organizzazioni.  La psichiatria, che non ha mai smesso di essere dominante, è oggi quanto mai presente e intrusiva. La ripresa del Forum dovrà considerare questo stato delle cose, non per dichiarare guerra ma per moltiplicare le presenze, la correttezza delle pratiche, la responsabilità, la dimensione etica e politica della banale quotidianità.

IL RITORNO A UN LINGUAGGIO EXTRA-MEDICO E TECNICO: facendo appello all’incertezza del “nostro sapere”, dobbiamo tornare a costruire un “lessico famigliare”, dove tutti, proprio tutti, abbiano la possibilità di sentirsi sempre a casa propria. Le parole hanno un peso e fa quasi ridere ricordarlo qui parlando del nostro mestiere, dove le parole uccidono; hanno un peso e oggi dopo molti anni troneggiano nuovamente termini come “struttura”, “paziente”, “repartino”, “diagnosi”, “pericolosità”, “aggressività”, “posizione di garanzia”. Vale la pena riflettere sul perché siano nuovamente accettati questi termini, non solo per cominciare a usare criticamente le parole e il linguaggio, ma soprattutto per riprendere contatto con la profondità e la gravità delle questioni che quotidianamente andiamo affrontando, per vivere con il giusto spirito critico e la conseguente capacità di ascolto e di accoglienza le persone che abitano la “soglia”, dentro e fuori il centro di salute mentale, dentro e fuori il disturbo mentale, dentro e fuori la propria famiglia, dentro e fuori le multiple identità che il nostro lavoro deve ricercare, valorizzare, sostenere.

AUTONOMIA E TERRITORIO: come ridurre il potere delle regioni e cominciare a discutere concretamente della esagerata e intollerabile autonomia regionale. Semmai sarebbe opportuno che maggior autonomia avessero Comuni, Enti Locali, politiche dal basso perché il territorio e la comunità possano agire liberamente e riconoscere ciascuno le proprie peculiari risorse e occuparsi in modo puntuale nei micro contesti. Convergendo in una linea che responsabilmente il Ministero dovrà indicare e verificare.
Possiamo forse partire dal cosiddetto D.d.L. DIRINDIN per riparlare di questo? Riparlarne come una sorta di esercitazione che ci aiuta al confronto e a tornare sulle parole chiave. Il D.d.L contiene, di fatto, gli elementi che consentono di discutere sul rapporto tra servizi, territorio e istituzioni, culture e scelte di campo. E su una concreta ipotesi di organizzazioni territoriali e dispositivi di funzionamento. Nell’assemblea scorsa abbiamo incominciato: andiamo avanti, come? con quali soggetti istituzionali e non? 

LA FORMAZIONE: è uno dei punti cardine da cui partire. C’è bisogno di dare prospettiva ai giovani che si formano oggi. Una prospettiva STORICA, che non faccia crescere quanti si apprestano al “mestiere della cura” in un ambiente senza radici, esclusivamente biomedico; una formazione che dia visione, che apra a nuove competenze e le metta in gioco in ambito sociale, antropologico, filosofico, politico; un approccio formativo che ponga l’accento sull’importanza dell’ambiente di vita, del contesto, del ruolo della famiglia, della rete sociale, della collettività, delle politiche; che elimini la violenza dall’armamentario terapeutico. Va tenuto presente che è un momento molto delicato per la vita delle comunità e dei servizi, percorsi di crescita e di formazione vanno ideati, prendendo in considerazione tutte le variabili e le circostanze attuali dei servizi e del contesto sociale in cui essi operano. E nella disunita realtà attuale, come possiamo costruire alleanze e basi solide per una “scuola” che non sia solamente basata su lezioni ex cathedra, ma che attivi possibilità di esperienze e di confronti nelle realtà che meglio possano rappresentare bisogni, conflitti, diseguaglianze?

CONTRO LA SOLITUDINE E L’ISOLAMENTO: oggi molti (in particolare gli operatori) hanno paura di parlare, di proporre, di prendere posizione, perché non si sentono sorretti da un pensiero condiviso e perché spesso temono ritorsioni e ricatti ( ché a volte avvengono davvero) da un ambiente che non è in grado di considerare l’ascolto e la crescita professionale; un ambiente frammentato, discontinuo, poco attento al confronto. Il Forum potrebbe essere uno scudo contro questo isolamento coatto, potrebbe creare una comunità che dà forza al pensare e alla sua espressione e al confronto serrato che restituisce capacità critica e autonomia. Avere la possibilità di incontrarsi e discutere non è una perdita di tempo, come taluni affermano, è il nucleo più prezioso di qualsiasi percorso formativo.
Vogliamo  ricostruire un movimento che potrebbe essere un ritorno a quella “minoranza  egemone” che ha caratterizzato il lavoro di cambiamento per più di mezzo secolo. Ritornare a essere la minoranza culturale egemone  è tra le poche possibilità per tentare di rimuovere la freddezza e la rigidità delle relazioni tra i differenti gruppi in tutto il campo psi.

L’IMPORTANZA DI UN’ORGANIZZAZIONE SOLIDA, CONTINUATIVA, VISIBILE, APERTA: perché il Forum abbia un buon futuro è importante posare alcuni punti fermi: un gruppo redazionale che si occupi dei contenuti dando anima al sito e un piccolo gruppo che si occupi del coordinamento, della programmazione, degli impegni politici, culturali e formativi che di volta in volta il forum potrebbe essere chiamato a sostenere.
La riunione del 7 dicembre ha riportato all’attenzione la necessità di creare un agile strumento associativo, uno status giuridico: un soggetto sociale che ci permetta di relazionarci con istituzioni, con aziende, con progetti di collaborazione.

 Vogliamo dare concretezza  alla costituzione di un’associazione e farvi una proposta, vogliamo provare a tornare presenti e visibili nel mondo che è tanta parte di noi.

CONCLUDO: addolorata ma anche stupefatta annoto che nell’ultimo convegno nazionale del 10 giugno, come troppo spesso accade, non fosse stato per il breve intervento di Mario Colucci, non è comparso alcun riferimento all’esperienza basagliana, a tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta nel mondo il DSM di Trieste. I riferimenti sono sempre altri. Come se dovessimo scoprire sempre altrove ciò che in Italia è già stato sperimentato, vissuto… e non solo a Trieste. Come se “quarantaquattro anni dalla legge 180”, quarantaquattro anni di  psichiatria antimanicomiale, di riscoperta di donne e uomini nascoste dietro la sofferenza mentale, di diritti riconsegnati ai “pazienti dei servizi psichiatrici “, di rispetto per la loro sofferenza, per la loro vita….. come se non fossero esistiti.

Partigianeria la mia? Può darsi. Ma la Storia è la Storia. Vogliamo riprendere la tessitura?

* da Brescia, Carla Presidente dell’Associazione MarcoCavallo

Ancora su Abdel Latif

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 11/06/2022 - 09:00

Di Antonello D’Elia*


era il 9 dicembre quando la sua testata ha ospitato un mio contributo scritto sotto la spinta di un ennesimo caso di morte in un SPDC italiano, quella del giovane Wissem Abdel Latif deceduto legato ad un letto del San Camillo di Roma. Pochi giorni fa un altro uomo, Lorenzo, è morto in un altro reparto psichiatrico laziale, quello di Monterotondo, anch’egli sottoposto a contenzione meccanica.

La pietà per una morte comporta tacere il cognome, anche se la stessa delicatezza non era stata riservata al migrante tunisino, ma le due vicende accadute nell’arco di 4 mesi non possono rimanere oggetto di sola pietà né limitarsi a finire sul tavolo di un giudice. È per questo che mi permetto di scrivere una lettera aperta agli operatori, a coloro che sono partecipi di queste e di tante vicende analoghe che, pur con esiti non così estremi, quotidianamente si verificano nei nostri servizi.

Cari colleghi, penso di conoscere la vostra reazione a questi fatti: pena, dispiacere, sgomento, paura, rabbia, fanno parte senza dubbio delle emozioni che hanno suscitato in voi, come in me d’altronde. E quanti pensieri! Come è possibile che una persona che ci viene affidata in un momento difficile della sua vita esca cadavere da un luogo di cura? Troppa esperienza abbiamo per attribuire questi fatti al caso o alla sfortuna. Non è per questo che anni addietro abbiamo scelto di lavorare nella salute mentale. Non è per legare e somministrare farmaci sedativi che siamo stati assunti!

Anche i più convinti tra noi dell’esistenza di una malattia mentale chiusa negli spazi misteriosi dei nostri cervelli, che va trattata con tanta chimica, non sono estranei alla tensione verso un altro essere umano, attratti, solo incuriositi magari, dalla sua diversità. A volte spaventati dalla sua imprevedibilità o dai suoi comportamenti ma pur sempre convinti di poter curare: il motivo di una scelta professionale, giusto? Come fare i conti allora con queste morti? Come sottrarci al cinismo e al fatalismo, sapendo che alla lunga non ci danno alcun sollievo?

Tanto per iniziare dovremo fare i conti con la nostra competenza sanitaria: è mai possibile che la medicina che pratichiamo, le conoscenze che abbiamo appreso, i termini specialistici, le teorie e categorie che utilizziamo finiscano ridursi alle fasce di contenzione? Non volevamo essere figli delle neuroscienze? Non volevamo indossare i nostri camici di medici, di infermieri, con l’orgoglio dei nostri colleghi dei reparti accanto che salvano vite fino allo spasimo, che ricorrono a tecnologie avanzate e futuribili per guarire, curare, almeno lenire?

E ci troviamo a legare la gente a un letto come un secondino carcerario dell’ottocento! Ricacciati dalla medicina, quella vera, nella sentina sporca di urine e feci di un vecchio manicomio, quello schifo da cui pensavamo di essere finalmente affrancati e felici di dialogare alla pari coi colleghi dell’ospedale generale e non essere più visti come praticoni rozzi e impotenti.

I più giovani poi sono stati educati nella convinzione della natura esclusivamente medica della psichiatria, una branca come le altre soggetta alle Evidenze, ai Protocolli, alle Valutazioni di Esito condotte in termini di efficacia dei farmaci. Cosa dire dell’atto di iniziazione in cui per la prima volta, dimentichi della scienza, devono legare o far legare qualcuno a un letto per paura che faccia del male o per insegnargli a non farne? Un momento di verità terribile, il crollo di un’illusione. Legare i corpi per domare le menti si è letto. Altro che scienza!

E che dire della recente estetizzazione letteraria per cui legare è un’arte: non stringere legami ma legacci e fascette, per capirci. E non ci possiamo neppure consolare pensando che gli ospedali sono luoghi del dolore dove si può anche morire. È vero, ma in cardiologia si muore per complicanze, per una eccezionale aggressività del male, a volte anche per errore medico o infermieristico, perché negarlo, ma legare non è un atto medico e una sentenza della Cassazione ce lo ha detto chiaramente, e il male, in questo caso lo facciamo noi, non siamo quelli che lo combattono nell’altro.

Il fatto che una psichiatria così, impastata di contraddizioni e infarcita di violenza gratuita non possiamo volerla. Tra noi qualche Mengele ci potrà pure essere, ma da contare sulle dita di una mano. Il resto è procedura, abitudine, sciatteria quotidiana, convincimenti non smentiti dalla conoscenza e dal sapere.

E organizzazione sanitaria che si volta dall’altra parte, si indigna, dà la colpa agli infermieri, come nel caso di Monterotondo, pur di trovare un responsabile.

Un Ministero che non ha il coraggio di promuovere il documento sulla contenzione che ha prodotto, delle Regioni troppo prese da altro per diffondere direttive chiare per fermare queste pratiche e promuovere educazione ad azioni alternative.

Primari troppo certi del loro potere e non abbastanza prudenti per evitare di finire davanti a quei giudici che mostrano tanto di temere ma da cui contano di essere comunque assolti per meriti corporativi. L’errore, cari colleghi, è di sistema ma se a rivelarlo non sono le parti che quel sistema compongono e che più di tutti rischiano, si continuerà a morire legati e a lavorare nel timore di essere stanati dalla giustizia. Quella degli uomini, si intende, ma non è poco.

Da: http://www.sossanita.org/archives/17021

*Presidente di Psichiatria Democratica (componente del Coordinamento nazionale per la salute mentale)

Il fascino indecente del manicomio criminale

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 09/06/2022 - 13:25

di Pietro Pellegrini

da Il Manifesto

Il 4 ottobre 2019 nella Questura di Trieste avviene l’omicidio di due agenti di Polizia e il tentato omicidio di altri otto. L’imputato, un trentenne, è stato sottoposto a due perizie psichiatriche, risultando ridotta imputabilità per la prima e non imputabile per la seconda. Venerdì 6 maggio 2022, la Corte d’Assise lo ha assolto per “vizio totale di mente”, “il fatto è stato commesso da una persona non imputabile”. In attesa delle motivazioni e tralasciando l’interrogativo sul perché di fronte a perizie contrastanti non sia stata effettuata una perizia collegiale, un dato è certo: la Corte d’Assise ha applicato il Codice Rocco del 1930 che prevede il “doppio binario”. Di fronte a una tragedia di questa portata la parola “assoluzione” (proscioglimento) appare in sé ingiusta. Non fa bene a nessuno, nemmeno all’autore del reato.

A seguito dell’assoluzione per totale infermità mentale, il riconoscimento della pericolosità sociale apre la via della misura di sicurezza detentiva in Ospedale Psichiatrico Giudiziario, oggi chiuso, un carcere dove si poteva restare 30 anni o spesso tutta la vita. Assolto e detenuto!

Questo avveniva quando il Codice Rocco aveva come riferimento l’abrogata legge 36 del 1904. Oggi vi è una distanza abissale fra Codice Rocco e le leggi 180/1978 e 81/2014. Questa ha chiuso gli OPG sostituendoli con un sistema di welfare di comunità, di cui fanno parte i Dipartimenti di Salute Mentale al cui interno operano le REMS (Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza). L’assoluzione per incapacità d’intendere e volere, avvertita come iniqua, scarica tutte le conseguenze sulla psichiatria, chiamata all’impossibile compito di curare e custodire insieme. Due mandati inconciliabili perché la cura della psicopatologia, può realizzarsi nella relazione, attraverso il consenso, la partecipazione attiva nella libertà, la capacità di autodeterminarsi (“nulla su di me senza di me”).

La psichiatria, invece, dovrebbe curare alle condizioni decise dalla giustizia, custodire e un po’ anche punire come richiede l’opinione pubblica, e al tempo stesso prevenire con un controllo (onnipotente) gli agiti dei malati di mente.
le Rems sono strutture sociosanitarie, residuali e transitorie. Non è pensabile restarvi 30 anni, snaturandone il mandato, ma secondo le esigenze del programma terapeutico. O si vogliono Rems dove mettere sine die e senza condizioni, persone disturbate, disturbanti, indagate, prosciolte o condannate, come nuovi “mini OPG”?

Per l’atto commesso tutte le persone devono avere il diritto al processo e, se colpevoli devono essere condannate a una pena come previsto dall’art 27 della Costituzione. La persona con disturbi mentali ha bisogno della parola della legge che dialoga, giudica e stabilisce la durata e le modalità di esecuzione della pena, lasciando intonse le competenze della psichiatria. Non giova un proscioglimento incomprensibile per un fatto che rimane molto presente nel mondo interno della persona che è sempre molto di più della sua malattia e del reato. Il proscioglimento crea una nebulosa che può far sprofondare tutto nel buco nero del non senso dell’alienazione.

La cura richiede chiarezza, fiducia, speranza, possibilità di elaborazione e riparazione. Questo è fondamentale anche per le vittime e i loro familiari. Affinché i vissuti siano compresi e l’evoluzione sia possibile vi è bisogno di ancoraggi alla verità giudiziaria. Ciò rende possibile l’elaborazione psicologica, storica ed etica (l’umana pietas) di fatti umani molto inquietanti perché connessi alla vita e alla morte. Ovviamente con la possibilità di misure alternative alla detenzione. In carcere. A fronte dell’omicidio dei poliziotti di Trieste, la tragedia sia l’occasione per una risposta politica di alto livello approvando con urgenza la Proposta di legge n. 2939 a firma del l’on. Riccardo Magi che può rifondare su basi nuove il “patto sociale”, la giustizia e la cura delle persone con disturbi mentali.

Da: https://ilmanifesto.it/a-trieste-sentenza-abnorme-torna-lopg

e tu slegalo subito

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 07/06/2022 - 09:00

lettera aperta al Ministro Speranza 

Giovanna Del Giudice e Valentina Calderone per la campagna “…e tu slegalo subito”:

Gentile Ministro,

ci rivolgiamo a Lei dopo un’altra morte, avvenuta il 7 maggio scorso, di un uomo di 36 anni, sottoposto a contenzione meccanica in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’ASL Roma 5. Di lui poche notizie dagli organi di stampa: era stato ricoverato nel SPDC in trattamento sanitario volontario proveniente dalla comunità Reverie di Capena, era sottoposto a libertà vigilata con obbligo di firma settimanale presso i carabinieri.

Questa morte pone alcune questioni che meritano di attenzione critica.

Pur confermando essere sempre il ricorso alla contenzione pratica non sanitaria e illegittima, va al-tresì considerato che, attuata nei confronti di una persona che volontariamente si rivolge al servizio ed è invece sottoposta ad un trattamento coercitivo, intacca il rapporto fiduciario tra cittadino/a e istituzioni fondamentale nel rapporto di cura, in particolare per le persone con disturbo mentale.

Emerge un problema diffuso sulla “formazione” del personale sanitario in relazione ai diritti delle persone con disabilità, come sanciti dalla Convenzione ONU del 2006, ratificata dal nostro Governo nel 2009.

Va rilevato che negli ultimi 6 mesi negli SPDC delle Asl di Roma sono avvenute due morti di per-sone contenute. La precedente del 28 novembre 2021 è di Wissem Ben Abdel Latif, nel SPDC del San Camillo dell’Asl Roma 3.

Nel novembre 2021 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha peraltro sanzionato l’Italia per aver trattato in modo inumamo una persona con disturbi mentali e ha messo il nostro Paese sotto sorveglianza sulla contenzione meccanica in psichiatria.

Di fronte alla troppe morti di ricoverati nei servizi della salute mentale, si riafferma l’urgenza di intervento da parte delle istituzioni competenti per mettere fine alla pratica della contenzione, atto non sanitario e lesivo dei diritti umani fondamentali.

Il Ministero della Salute nell’aprile 2021 ha emanato il documento Per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentaleche prevedeva il progressivo superamento della contenzione nel triennio 2021-2023. Ma il documento giace ormai da 12 mesi presso la Commissione Salute delle Regioni, in attesa di essere licenziato.

Il Ministero ha stanziato 60 milioni per le Regioni e Provincie autonome, finalizzati tra l’altro al superamento della contenzione, che devono trovare appropriato utilizzo. Anche in relazione a que-sto il documento potrebbe utilmente indirizzare.

Ricordando le Sue parole nella seconda Conferenza nazionale sulla Salute Mentale del 24-25 giugno 2021: Per una salute mentale di comunità!

Concludiamo con una breve riflessione su un importante risultato: nei giorni scorsi il Ministero ha inoltrato alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome, la bozza di documento e lo schema di Accordo per il Superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale.

Si tratta di un provvedimento che consideriamo di grande valenza etica, oltre che di indirizzo, e che risponde alle numerose sollecitazioni e raccomandazioni di vari enti e istituzioni”, vogliamo a queste appellarci. Appare sempre più urgente mettere in atto interventi strutturali e formativi per interrompere le morti per contenzione dei ricoverati e avviare processi per il superamento di quella pratica inumana e de-gradante. Appare sempre più urgente rafforzare i Dipartimenti di Salute Mentale dal punto di vista culturale, dei dispositivi organizzativi, delle risorse.

Per questo ci rivolgiamo a Lei.

Sperando in un suo riscontro, La salutiamo, rimanendo a disposizione per qualsiasi chiarimento.

per la campagna …e tu slegalo subito

Giovanna Del Giudice, presidente di Conferenza Basaglia

Valentina Calderone, direttrice di A Buon Diritto Onlus

http://www.slegalosubito.com/

Le psichiatrie che annientano

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 05/06/2022 - 09:00

di Maria Grazia Giannichedda

In meno di sei mesi, due giovani uomini sono morti a Roma durante il ricovero nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc). La magistratura indaga, gli operatori e gli amministratori tacciono, come se queste morti siano solo un problema giudiziario e non un segno ulteriore delle gravi carenze di persone e mezzi che da anni vengono denunciate, delle scelte sbagliate di politica sanitaria che si riproducono per inerzia e del rigenerarsi incontrastato, in forme nuove, di culture e pratiche che hanno radici nel manicomio.

Questi i fatti.

All’alba dello scorso sabato 7 maggio LD, 36 anni, viene trovato morto in un letto del Spdc dell’ospedale di Monterotondo, piccolo comune nella Asl Roma5. L’uomo, un italiano residente nel Lazio, era ricoverato da alcuni giorni, proveniva da una comunità terapeutica privata e accreditata, la Reverie di Capena, era in libertà vigilata e sembra non fosse in trattamento sanitario obbligatorio (Tso).

Le circostanze della sua morte non sono chiare. I familiari non vogliono parlare, gli operatori sono chiusi in un silenzio intimorito ma da giorni circolano domande e sospetti.

È certo che LD era stato legato al letto oltre che sedato, ma era legato anche al momento della morte? Il particolare non è irrilevante dato che la sommatoria di contenzione meccanica e farmacologica può indurre, com’è noto, effetti deleteri nel corpo di una persona, oltre che nel suo sentire.

E come mai i “sistemi di sicurezza attiva e passiva”, che il servizio vanta insieme alle “finestre antisfondamento”, non hanno rilevato che qualcosa non andava? O forse i monitor nessuno li guardava perché era una notte tranquilla e non ci si doveva difendere dai ricoverati?

La magistratura, che ha disposto l’autopsia di LD, potrà rispondere a queste domande ma una riflessione pubblica sui servizi psichiatrici a Roma non dovrebbe aspettare il lavoro di giudici e periti: come è stato denunciato più volte, ci sono elementi sufficienti per definire drammatico il malfunzionamento di molti Dipartimenti di salute mentale, e del resto un campanello di allarme era già suonato meno di sei mesi fa, per chi voleva sentirlo.

Il 28 novembre 2021, infatti, nel Spdc dell’ospedale San Camillo della Asl Roma1 era stato trovato morto Wissem Abdel Latif, 26 anni, tunisino, pesantemente sedato e legato per oltre 60 ore in un letto “soprannumerario” nel corridoio del reparto.

Abdel Latif era approdato a Lampedusa il 2 ottobre 2021, il 13 era stato trasferito al Centro per il rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria e il 23 novembre, con una pesante quanto affrettata diagnosi psichiatrica, era stato inviato all’ospedale Grassi di Ostia dove aveva subito una contenzione meccanica di 40 ore e poi il 25 era stato trasferito al San Camillo, dove era stata confermata diagnosi e contenzione senza che lui potesse parlare con qualcuno che conosceva la sua lingua.

Abdel Latif resta così, legato, sedato e isolato per 60 ore. Il 24 novembre il giudice sospende il provvedimento di respingimento e trattenimento presso il Cpr, dunque Abdel Latif deve essere rimesso in libertà ma nessuno glielo dice, e quando finalmente il mediatore culturale arriva al San Camillo, il giovane è così sedato che non si riesce a parlare con lui.

Il 28 novembre Abdel Latif muore. L’autopsia viene eseguita senza informare i familiari, che sapranno della morte del giovane solo il 3 dicembre dall’ambasciata tunisina. L’indagine in corso dovrebbe concludersi a breve, il “Comitato verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif”, di cui i familiari fanno parte, cerca di non far cadere il silenzio su questa vicenda di una crudeltà che lascia senza parole.

La psichiatria violenta, che mai è andata fuori gioco, sta prendendo il sopravvento di nuovo. Ritorna forte l’ossessione del controllo in nome di una sicurezza che non ha mai evitato gli “incidenti”, come si diceva nei manicomi; dilaga, in parte complice il Covid, la miseria dell’affollamento, dei turni massacranti, dell’incuria verso la legalità e il rispetto delle persone.

Ma quando gli Spdc funzionano come manicomi in sedicesimo è perché gli ambulatori territoriali usurpano il nome di centri di salute mentale, sono luoghi frettolosi di controllo che ignorano la vita delle persone e alimentano il circuito delle strutture dove metterle. È necessario investire sulla trasformazione di questo sistema di servizi per contrastare la psichiatria violenta.

Un anno fa, il ministro della Salute ha proposto alle Regioni un documento che indica come superare in tre anni l’uso della contenzione nei luoghi di cura attraverso una serie di cambiamenti nei servizi e nel loro funzionamento, anche vincolando risorse a questo scopo. Ma il documento giace indiscusso e ci stiamo abituando a pensare che sia pura fantasia passare dai documenti, e anche dalle leggi, alle decisioni e alla politica, almeno quando si tratta di prendere certi diritti sul serio.

da: http://www.sossanita.org/archives/17019

Sul doppio binario “il treno all’incontrario va”

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 03/06/2022 - 09:00

di Franco Rotelli

Intervento al IX convegno nazionale – Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale

Molte titubanze a pensare cosa dirvi. Perplessità che derivano dalla posizione sostanzialmente e probabilmente molto elementaristica che ho, abbiamo, a Trieste su questa questione del doppio binario, dell’imputabilità e del trattamento delle persone con problemi di salute mentale. In qualche modo, da molti anni, noi sosteniamo che il tema dell’incapacità totale di intendere e di volere della persona al momento di commettere il reato non esiste. Le persone non arrivano mai a questo stato di incomprensione del fatto che stanno commettendo. Riteniamo quindi che il doppio binario sia una modalità da eliminare. Riteniamo che tutti gli articoli del codice di procedura penale che abbiano a che fare con la pericolosità sociale, con la non imputabilità totale e con la totale incapacità di intendere e di volere vadano superati. Mantenendo però la possibilità di giudicare come fortemente ridotta la capacità di intendere e di volere in determinati casi e la necessità in tutti i casi in cui si rileva una sofferenza mentale significativa di ricorrere in modo più ampio possibile a misure alternative alla detenzione.

Quindi giudizio, stare in giudizio, essere giudicati, essere riconosciuti come persone e quindi essere sanzionati se ritenuti colpevoli di quel gesto, di quel fatto, di quel reato. In sede di trattamento essere riconosciuti, se è il caso, come persone portatrici di un grave stato di malessere mentale e quindi come tali trattati e come tali immessi in percorsi alternativi alla detenzione, in percorsi di cura, di sostegno con programmi di trattamento e riabilitativi disegnati sulla particolare storia di quella persona. Quei percorsi che le perizie psichiatriche dovrebbero indicare. Non dovendo più indicare, le perizie psichiatriche, risposte a domande a cui lo psichiatra non è in grado di rispondere. Cioè se la persona è o era pericolosa se la persona è o era incapace. Sono domande prive di risposte scientificamente fondate.

Mentre invece può essere che la perizia psichiatrica possa dare un contributo positivo ai percorsi di cura, una raccomandazione appropriata in base alla valutazione dello stato di sofferenza mentale di una persona, indicazioni appropriate in sede di trattamento dopo giudizio. Ma il giudizio deve esserci, al giudizio nessuno deve essere sottratto perché tutti siamo cittadini, nessuno escluso, e come cittadini abbiamo il diritto dovere di essere giudicati. Questo è quanto noi pensiamo, questo è quello che riteniamo, in perfetta buona fede, frutto di esperienza e pluridecennale rapporto con persone con problemi psichiatrici e con un immaginario che molto evidentemente ha a che fare con la possibilità di recupero delle persone. Recupero delle persone che può avvenire solamente se a esse viene riconosciuta una capacità. Una capacità, anche residuale, ridotta, a volte fortemente ridotta ma sempre presente e che su questa capacità si possa lavorare per immaginare un trattamento, una cura, un’emancipazione, un futuro che tenga conto del reato ma anche della possibilità di una vita che deve continuare.

Tutto qua quello che noi pensiamo – Frutto di almeno mezzo secolo di impegni ed esperienze sul campo anche in situazioni di apparente estrema incomprensibilità. Forse queste scelte giudicabili come semplicistiche rendono sempre difficile e incerto prendere posizione.

Ma il Tso non è uno strumento di punizione

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 01/06/2022 - 09:00

Il carcere è un luogo del territorio. I cittadini detenuti hanno gli stessi diritti dei cittadini liberi, gli stessi diritti alla cura intendo. L’anomalia che segnala Francesco e Antigone non è tanto che si garantisca in carcere la cura anche quando la persona non è consapevole e rifiuta le cure. Il Tso è uno strumento, non mi stanco mai di ripeterlo, che deve garantire la cura nell’attenzione al diritto della persona anche quando per altre ragioni privata della libertà. Qui si tratta del ricorso reiterato che restituisce la mancanza di tentativi di negoziazione nel corso del tempo o di ipotesi e programmi alternativi anche alla detenzione. Ancora una volta il Tso, che in sé e per sé dovrebbe essere uno strumento di garanzia, finisce per essere una procedura fredda, distante, che non fa altro che negare la persona già in una condizione di doppia fragilità. La mancanza di libertà perché detenuto, la mancanza di libertà perché condizionato dalla sofferenza mentale.

[nota di Peppe Dell’Acqua]

di Francesco Santin

“Antigone” Triveneto

Come Osservatori di Antigone, ci capita anche di visitare altri istituti di pena fuori regione e ogni volta è necessario porre la massima attenzione a ciò che incontriamo durante le visite. Gli istituti possono differire molto gli uni dagli altri per dimensioni, caratteristiche e tipologia ed è quindi necessario essere pronti a cogliere nell’osservazione ogni diversa sfumatura. Ci capita però anche di entrare in alcuni contesti in cui le situazioni sono talmente particolari da risultare subito evidenti. Questo testo racconta una di queste storie.

La situazione che abbiamo incontrato riguarda una persona che si trova nella casa circondariale di Pordenone, dove abbiamo svolto una visita di osservazione nel 2021.
L’istituto di Pordenone è una Casa Circondariale situata in centro città e facilmente raggiungibile, trovandosi in una zona servita e comoda. Tuttavia l’istituto è collocato all’interno di una vecchissima struttura, aperta come carcere già nel 1866. Seppure siano stati portati a termine alcuni lavori di ristrutturazione negli anni scorsi, il carcere presenta spazi stretti, è privo di molti luoghi importanti quali una palestra, un campo sportivo o spazi dedicati al lavoro. Le docce non si trovano internamente alle celle ma sono comuni. Già negli anni precedenti ci era capitato di riscontrare durante le visite l’utilizzo del locale lavanderia, ampio pochi metri quadrati, come aula per svolgere corsi o attività di gruppo.
Si tratta di un carcere piccolo, la cui capienza massima è di 38 posti. Al momento della visita erano presenti 39 persone recluse, fra le quali la maggioranza con condanne definitive.

Durante la pandemia la sezione che nel carcere era destinata ai detenuti semiliberi è stata trasformata, necessitando l’amministrazione di un’area per l’isolamento precauzionale sanitario e i detenuti semiliberi sono stati trasferiti ad altri istituti. Inoltre è stata aperta una nuova sezione, composta da due stanze detentive, dove viene effettuato l’isolamento sanitario al bisogno.
Quello di Pordenone è sicuramente il carcere più piccolo dei 5 presenti in regione Friuli Venezia Giulia, dove il più capiente è quello di Tolmezzo con 149 posti, a seguire Trieste con 138 e infine Udine con 86 e Gorizia con 52.
Il carcere di Trieste è l’unico in regione con una sezione femminile e attualmente conta 20 donne presenti. A Tolmezzo invece sono presenti prevalentemente detenuti soggetti ad alta sorveglianza e in regime di 41bis.

 

Durante la visita nell’istituto di Pordenone abbiamo dunque incontrato, e successivamente approfondito, la situazione molto particolare di un uomo detenuto con una diagnosi psichiatrica.
Le persone detenute che presentano una diagnosi o un disturbo psichiatrico in Italia non sono una rarità. Infatti “con l’ingresso in carcere la persona perde il proprio ruolo sociale, è privata dei suoi effetti personali, di uno spazio personale, della capacità di decidere autonomamente, del contatto quotidiano con la famiglia e con gli amici. La persona detenuta vive rapporti sociali imposti e diventa dipendente dall’istituzione; sperimenta l’impotenza e la frustrazione, soprattutto delle aspettative. Un detenuto con difficoltà di adattamento può sviluppare, specie nella fase iniziale, psicopatologie quali ansia da separazione, ansia reattiva da perdita e da crisi di identità, o addirittura disturbi correlati alle emozioni scaturite dal reato commesso”1).

La persona di cui raccontiamo qui si presenta diversamente da altre per le modalità in cui il suo disagio mentale è trattato. Infatti si tratta di una persona che precedentemente alla detenzione è stata per anni seguita dal dipartimento di salute mentale ma oggi è detenuto con una sentenza che lo identifica come imputabile.
Già prima della detenzione assumeva una terapia psichiatrica a rilascio prolungato, il depot, che si effettua tramite iniezione e garantisce un’attività terapeutica prolungata, evitando al paziente di dover assumere quotidianamente delle pillole.
Da quando si trova in carcere però rifiuta di sottoporsi a questa iniezione e pertanto, con l’obiettivo che non resti scoperto dall’azione del farmaco, questo gli viene somministrato forzatamente attraverso un TSO, che viene disposto sistematicamente per permettere al personale sanitario di effettuare l’iniezione.
Il TSO è quel dispositivo, nato a seguire dalla legge 180 del 1978 di chiusura dei manicomi e regolamentato dagli articoli 33, 34 e 35 della legge 833/1978, che si identifica come intervento sanitario e che può essere applicato in caso di motivata necessità e urgenza, qualora sussista il rifiuto al trattamento da parte del soggetto che deve ricevere assistenza. In particolare è previsto “solo se esistano alterazioni psichiatriche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive e idonee misure sanitarie extraospedaliere”.

Nella nostra attività di osservazione sul territorio nazionale risultano solo altre due situazioni in cui sia stato necessario disporre un TSO in carcere per una persona detenuta nell’arco dell’anno 2021. Per quanto riguarda le persone libere i dati sono ovviamente più alti ma raccontano di numeri in calo, dal 1980 ad oggi. In particolare, nel Rapporto sulla salute mentale del Ministero della salute i dati parlano di 8289 casi di TSO effettuati nel 2015 e a seguire 7962 nel 2016, 6737 nel 2019 e 5398 nel 20202).
Si evidenzia come in ogni caso il trattamento sanitario obbligatorio, anche per la persona libera, sia un atto estremo che, pur consentendo alla psichiatria di operare nelle situazioni più difficili, si connota come un atto di forza ed è sempre da utilizzare in forma residuale fintanto che possa permettere, limitata la fase acuta dello scompenso, di operare a favore del soggetto con un insieme di attività farmacologiche, psicologiche e sociali.

La situazione di un uomo detenuto che presenta una diagnosi psichiatrica e al quale viene somministrata forzatamente la terapia a rilascio prolungato ci è apparsa dunque come eccessiva. Scoprire poi che questi TSO funzionali alla somministrazione forzata della terapia sono stati ripetuti periodicamente ci ha lasciato sgomenti. Infatti nel corso di un anno sono stati oltre dieci i trattamenti sanitari obbligatori che questo unico soggetto ha subito trovandosi in carcere, quasi uno al mese. In una sorta di detenzione all’ennesima potenza, oltre a tutto ciò al momento della visita abbiamo verificato che egli si trovava in una cella chiusa all’interno della micro-sezione dedicata all’emergenza sanitaria.
In risposta ai bisogni manifestati la risposta data è sicuramente discutibile, poiché il metodo adottato appare sistematico e privo di attenzione per un qualsiasi percorso dell’individuo. Proponendosi di tutelare in qualche modo la persona, quanto realizzato risulta come profondamente lesivo della sua salute e anche della sua sicurezza, oltre al fatto che questo sistema ci sembra totalmente incapace di essere vagamente risolutivo.

Successivamente abbiamo ricostruito che in questi mesi in cui è in atto questo particolare trattamento, egli ha compiuto diversi atti di autolesionismo, con esiti anche gravi, portandolo ad un ricovero ospedaliero.
La condanna di questa persona nel frattempo è diventata definitiva e la pena è di lunga durata. Abbiamo dunque provato a ricostruire con chi lo ha in carico dal punto di vista sanitario il suo percorso di cura, cercando una prospettiva che sembra però non esserci. La stessa ipotesi di un trasferimento ad altro istituto cela preoccupazione nei terapeuti, perché nel cambiamento si possa annidare un ulteriore peggioramento o una mancanza di riferimenti per il paziente.
In ogni caso non viene prospettata neanche la richiesta di incompatibilità con il regime carcerario, e non possiamo non evidenziare che questa non sembra plausibile primariamente per mancanza di alternative, in un territorio che per storia ha vantato un primato proprio nella capacità di cura e di prossimità alle persone con bisogno di cura psichiatria.

  1. Il problema della salute mentale in carcere, Maddalena di Lillo, https://antigoneonlus.medium.com/il-problema-della-salute-mentale-in-carcere-4ae94fe83391
  2. Ministero della Salute, Direzione generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della statistica – Ufficio II Direzione generale della prevenzione sanitaria – Ufficio VI

da: https://www.rapportoantigone.it/diciottesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/pordenone-il-carcere-dei-trattamenti-sanitari-obbligatori/

Rems: l’eterno scontro tra giustizia e psichiatria

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 30/05/2022 - 09:00

Di Francesco Santin

“Antigone” XVII rapporto sulle condizioni di detenzione

Con l’ordinanza nr. 110 dell’11 maggio 2020 il GIP del tribunale di Tivoli solleva la questione di legittimità costituzionale degli artt. 206 e 222 c.p. e dell’art. 3 ter del D.L. n. 211/2011, per le parti in cui escludono la competenza del Ministro della Giustizia dall’esecuzione delle misure di sicurezza detentive del ricovero in REMS.

L’ordinanza entra in una materia, quella della salute mentale e più nello specifico della salute mentale per gli autori di reato, sulla quale l’Italia è stata protagonista di un’importante riforma che ha visto chiudere definitivamente gli ospedali psichiatrici giudiziari (opg) nel 2015, assegnando al Ministero della Salute la competenza esclusiva sulla materia.

Va precisato che questa “rivoluzione gentile” 1) arriva ad esito di un processo riformistico molto più ampio che a partire dal secolo scorso, con la legge Basaglia e la chiusura dei manicomi civili, ha rivoluzionato l’intero modo di concepire la malattia mentale. Ciò che si è profondamente modificato, a partire da psichiatri e pensatori come Basaglia, è stato prima di tutto il pensiero riguardo alla follia. Tra i suoi effetti più concreti ciò ha concesso la possibilità, per le persone con sofferenza mentale, di sperimentare una vita al di fuori delle Istituzioni “se, com’è vero, la legge 180 segna, normativamente e simbolicamente, il passaggio dal paradigma manicomiale-custodiale al paradigma terapeutico”. 2)

Il cambiamento di cui parliamo non è però solo sanitario o normativo ma anche culturale e ci sposta concettualmente dall’idea di malattia a quella di salute mentale, mostrando prospettive altrimenti nascoste e aprendo a nuove possibilità di integrazione e di vita per la persona con problemi di salute mentale.

L’enfasi su salute mentale piuttosto che su psichiatria, malattia, anormalità ha aperto la possibilità per tutte le persone di poter vivere una condizione di sofferenza, di disagio, di disturbo, senza mai perdere la continuità con la propria vita, le proprie relazioni, le proprie aspettative”. 3) Da ciò deriva dunque la possibilità di pensare a un diritto per tutti a provare a stare bene quindi ad essere curati e vivere anzitutto in quanto soggetti, donne e uomini.

L’ordinanza di Tivoli pone una questione di altissima rilevanza poiché suggerisce un cambio di rotta rispetto alla direzione sopra descritta e propone, in nome di una presunta illegittimità costituzionale del D.L. n. 211/2011, il ritorno a una gestione da parte della Giustizia dei cosiddetti “folli-rei”.

Ma quali sono i temi portati a rinforzo di questa tesi all’interno dell’Ordinanza e come sono conciliabili con la visione terapeutica e umanizzante che contraddistingue gli sforzi della psichiatria italiana?
E quali sono invece delle possibili alternative?

Ciò che lascia perplessi è che sia proprio un caso come questo ad essere utilizzato come volano per proporre il ritorno a una gestione unicamente custodialistica dei pazienti autori di reato.

Il caso

Guardando più da vicino il caso singolo citato nell’ordinanza si scopre che le vicende su cui viene costruita la questione di legittimità riguardano un individuo al quale viene contestata la violazione degli art. 336 c.p. (violenza o minaccia a pubblico ufficiale), art. 81 c.p. (reato continuato) e art. 658 c.p. (procurato allarme). Viene evidenziato inoltre lo stato psicopatologico dell’individuo, egli è infatti definito come scompensato dal punto di vista comportamentale e affetto da psicosi schizo-affettiva con personalità con tratti antisociali.

Ciò che lascia perplessi è che sia proprio un caso come questo ad essere utilizzato come volano per proporre il ritorno a una gestione unicamente custodialistica dei pazienti autori di reato. Traspaiono infatti lungo tutta la vicenda elementi e spunti che rinforzano il sistema in uso, ossia quello che vede il “pazzo criminale” in primo luogo come soggetto bisognoso di cura.

In quest’ottica un primo elemento da evidenziare è il quadro in cui i reati commessi si manifestano. Nello specifico la violenza o minaccia a pubblico ufficiale di cui all’art 336 c.p., viene così descritta: “…più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in più occasioni, presso gli uffici del Comune di […] e sulla pubblica via” in cui il paziente “minacciava di un male ingiusto […] Sindaco del predetto Comune nell’esercizio delle sue funzioni, per costringerlo a compiere un atto dell’ufficio ed in particolare per indurlo a garantirgli la consegna di buoni alimentari”. Pur riconoscendo la necessità di protezione per la società da qualsiasi reato, e non sminuendo l’entità di questo, nella prospettiva di cura e di riabilitazione intravediamo in questo episodio un ruolo determinante del contesto sociale. Ci viene restituita l’immagine di una persona con importanti esigenze di sostentamento primario che inevitabilmente incidono per la comprensione globale della sua storia e dei suoi agiti. Vanno considerate infatti anche le sue condizioni di vita interrogandosi sulla natura dei suoi bisogni e sul suo accesso ai beni di prima necessità, proprio richiamando il diritto all’uguaglianza sancito dall’art. 3 Cost.

Continuando la lettura con questa lente, in un altro passaggio risulta difficile non discostarsi dall’Ordinanza rilevando la consecutio con cui il Giudice afferma che “il soggetto non aveva coscienza di malattia, aveva sempre rifiutato le cure e non collaborato con i servizi preposti e, pertanto presentava un rischio psicopatologico rilevante in termini di pericolosità sociale e necessitava di cure ad elevata intensità terapeutica.” 4) La difficoltà che troviamo sta nel riconoscere il collegamento tra la mancata compliance del paziente e il suo poor insight con la rilevanza della pericolosità sociale, qui presentata come conseguenza immediata.
Ma la mancanza di consapevolezza di malattia e la non adesione alle cure di un paziente non possono connotarne automaticamente la pericolosità sociale, tanto più se consideriamo che queste cure dovrebbero, secondo la definizione che propone Fornari sulla pericolosità sociale psichiatrica, essere realizzate “in regime di coazione”. Inoltre, sempre Fornari ricorda che per realizzare il diritto alla salute costituzionalmente garantito a tutti i cittadini sarebbe auspicabile e “necessario sostituire la nozione di pericolosità sociale psichiatrica con quella di necessità di cure e di assistenza specialistica”. 5)

Se invece guardassimo alla scarsa capacità del paziente di vedere dentro sé stesso come legittimante di un’imposizione delle cure, inevitabilmente la sua possibilità di prendervi parte in modo consapevole ne sarebbe limitata. Come ribadisce il Comitato Nazionale di Bioetica, vi è un “orizzonte bioetico del superamento della contenzione, nell’ambito di un nuovo paradigma della cura fondato sul riconoscimento della persona come tale (prima ancora che come malato e malata), portatrice di diritti. Il rispetto dell’autonomia e della dignità della persona è anche il presupposto per un intervento terapeutico efficace”. 6)

Analogamente notiamo la facilità con cui il soggetto viene inserito nella categoria delle persone “totalmente inferme di mente”. Ciò fa riflettere nella misura in cui, attraverso questa definizione, appare lesa la possibilità di una dignità per l’individuo. Un ulteriore quesito da porsi a questo proposito è se i suoi agiti siano totalmente correlabili al disturbo psichico o se non si possa individuare un ruolo anche nella sua situazione sociale e in che misura la presenza di una struttura sociale più solida influirebbe sul suo comportamento e sulla sua vita.

Infine accogliendo il fatto che ogni presa in carico, tanto più se complessa, porta con sé parti più e meno riuscite, crediamo che queste ultime non possano fare da trampolino per un ribaltamento di anni di evoluzione normativa, sociologica, filosofica, giuridica e culturale che ha portato in una direzione umanizzante della persona con sofferenza psichica.
L’ipotesi di una gestione coercitiva viene presentata come l’unica risposta possibile nel caso di non adesione ai percorsi di cura proposti. Focalizzandosi limitatamente alla visione di ciò che alla persona è stato offerto e alla sua scelta di non aderire ci si pone in una posizione paternalistica rispetto all’altro allontanandosi ulteriormente dalla possibilità reale di incontro, di costruzione di un percorso autentico di cura. Troncando in questo modo la possibilità di autodeterminazione del soggetto fragile si costringe la cura e la relazione al rapporto con un’idea di sicurezza che allontana, esclude, isola e in definitiva impedisce crescita e sviluppo.

Quale alternativa, quali strumenti.

Nell’Ordinanza la competenza esclusivamente sanitaria delle Rems viene definita disfunzionale e incostituzionale in quanto non garantirebbe la presa in carico di tutti i soggetti bisognosi e aumenterebbe i “rischi per l’incolumità dei cittadini e degli stessi infermi di mente, esposti a lunghi periodi nei quali è di fatto impossibile applicare misure di sicurezza a tutela anche della loro salute”.

Tuttavia tenendo un fisso riferimento sulla necessità di cura anziché sulla coercizione, si possono trovare alternative sia dal punto di vista ideologico che pratico. Va sempre ricordato che per il paziente “la vita può divenire un’insopportabile sofferenza per fattori biologici, psicologici e sociali, relazionali e per il peso dei determinanti sociali di salute. Ciò non fa venire meno il senso dell’autodeterminazione e della responsabilità. […] Tuttavia, se è necessaria una cura questa non può che fondarsi su consenso e responsabilità.7)

In linea con questo modello che assegna al protagonismo del paziente un ruolo primario, in alcune realtà d’Italia si sta già da tempo sperimentando il sistema del budget di salute.
Esso consiste nell’individuazione di un vero e proprio budget che diventa “strumento di definizione quantitativa e qualitativa delle risorse economiche, professionali e umane necessarie per innescare un processo volto a restituire centralità alla persona, attraverso un progetto individuale globale“.8)

A livello pratico tramite la destinazione interna alle aziende sanitarie di un importo economico viene definito un progetto personalizzato per il paziente che prevede un utilizzo su ambiti quali la formazione al lavoro, la socializzazione, la cultura, lo sport, il tempo libero.
Così vengono destinate risorse alla costruzione di azioni e interventi estremamente mirati per valorizzare la persona nel suo contesto di vita, riprendendo ambiti di funzionamento altrimenti fermi. Assegnando un ruolo al paziente ma anche alla sua stessa rete si avvia una reale presa in carico territoriale. Non viene dunque speso di più ma semplicemente in modo diverso, attraverso un sistema che non punta ad eliminare la residenzialità ma a rafforzare l’efficacia delle prese in carico.

Il mezzo budget di salute ha infatti il pregio di richiedere un minor investimento in termini quantitativi ma permette anche di impiegare le risorse in modo più preciso, ottimizzando.

Questo strumento operativo realizza appieno l’ideale che sottende alle importanti riforme italiane in tema di salute mentale e permette al contempo un notevole risparmio economico. Il mezzo budget di salute ha infatti il pregio di richiedere un minor investimento in termini quantitativi ma permette anche di impiegare le risorse in modo più preciso, ottimizzando. E’ superfluo dire che ciò consente anche un notevolissimo risparmio rispetto all’ipotesi di costruzione di nuovi posti letto e, se implementato ulteriormente, consentirebbe anche maggiori dimissioni dalle ReMS e quindi ricambi, aumentando la disponibilità di accoglienza per i casi più complessi.

  1. Così è definita da Franco Corleone la L 81/2014
  2. Trattamento Sanitario Obbligatorio, contenzione, salute mentale Il ruolo dei garanti delle 3. persone private o limitate nella libertà per la trasparenza delle pratiche sanitarie. Intervento alla Conferenza Salute mentale, Roma, 14 e 15 giugno 2019
    Di Grazia Zuffa
  3. 5. http://www.sossanita.org/archives/8776, Cos’è la salute mentale? di Peppe Dell’Acqua, Silvia D’Autilia
  4. pericolosità sociale psichiatrica, Ugo Fornari, ATTUALITÀ IN TEMA DI PERICOLOSITÀ SOCIALE PSICHIATRICA
  5. CNB La contenzione: problemi bioetici, 23 aprile 2015, http://bioetica.governo.it/it/documenti/pareri-e-risposte/la-contenzione-problemi-bioetici/
  6. L’elaborazione del reato è un processo doloroso e lungo, ma inevitabile. Pietro Pellegrini https://www.societadellaragione.it/campagne/imputabilita/se-e-necessaria-una-cura-questa-non-puo-che-fondarsi-su-consenso-e-responsabilita/
  7. Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità

da: https://www.rapportoantigone.it/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/salute-mentale-e-rems-2-leterno-scontro-tra-giustizia-e-salute/

A margine della V assemblea

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 29/05/2022 - 09:00

E’ utilissimo leggere le note di Renato Ventura per sentire la vicinanza al gruppo e la condivisione affettuosa di quanto andiamo facendo. Ma anche un qualcosa che lascia sempre perplessi. Come se fossimo gli eterni difensori della legge 180. La proposta del disegno di legge certamente non tocca la legge 180 e, come credo Renato abbia colto, vuole cercare di riavviare percorsi di conoscenza anche per uscire da tanti luoghi comuni che anche in queste note si avvertono.

di Renato Ventura scritto il 12.05.2022

Non avendolo potuto fare durante l’incontro di ieri prendo la parola oggi (metaforicamente) per esprimere qualche considerazione critica integrativa di quanto è stato detto.

Innanzitutto voglio ringraziare Peppe e il Forum per l’opportunità di sviluppare, all’interno di un Agorà particolarmente qualificato e appassionante un confronto che sento sempre più necessario e che altrove mi è apparso di spessore assai modesto e spesso di bassa cucina politica.

Ho scoperto il Forum tardivamente, nell’ultimo anno, e condivido con Peppe, che ho conosciuto in occasione di questa frequentazione, la sofferenza per quanto accade nel campo della Salute Mentale. Ne ho esperienza come genitore e professionista e, più recentemente, come presidente di associazione di familiari (La Tartavela ODV di Milano).

Vorrei innanzitutto dare un parere di ordine pratico: a parte la presentazione di tesi o proposte articolate da parte di oratori scelti volta a volta, gli altri interventi andrebbero limitati rigorosamente a pochi minuti (massimo 5-10) per dare l’opportunità a tutti di parlare.

C’è infatti la cattiva abitudine di pochi (spesso sempre gli stessi) di impadronirsi del microfono e (stra)parlare per un tempo prolungato spesso con argomenti autoreferenziali o con valore di testimonianza o riferiti a piccole realtà locali: tutte le passerelle stimolano il nostro narcisismo oratorio ma francamente provo spesso un senso di fastidio e di insofferenza.

E’ un peccato perché tradisce la filosofia di questi incontri che dovrebbero permettere a tutti di confrontarsi su temi di comune interesse, evitando personalismi eccessivi, anche se, in parte, inevitabili.

La testimonianza personale è fondamentale ma deve essere inserita in un discorso generale.

Ripercorrendo l’incontro e andando a memoria e senza pretesa di una rigorosa disamina, devo confermare il grande interesse della proposta di legge Dirindin, ma sul punto vorrei fare alcune considerazioni.

E’ stato detto che non ci sono le condizioni politiche e culturali perché venga approvata. Con tali premesse dovrebbe diventare una sorta di Bibbia che, se non troverà applicazione legislativa, dovremmo tenere come L’Arca degli ebrei, per conservarla e utilizzarla come difesa dai “nemici della 180”. Non credo a questa visione salvifica e immutabile della legge 180, che pure ho apprezzato e apprezzo per i radicali cambiamenti che ha determinato nel campo della SM. L’appassionante difesa che ne ha fatto il giurista Piccione è apprezzabile ma, a mio parere, rischia di diventare un nuovo muro di Berlino che non permette di modificare gli assetti normativi in profondità e radicalmente in tema di salute mentale.

In un’altra sede ho parlato di “peccato originale” relativo alla legge 180 perché la sua incorporazione nella legge 833/1978 istitutiva del SSN  ha sostanzialmente delegato totalmente la Salute Mentale alla psichiatria inserendola pertanto in un contesto di tipo medico.  Se all’epoca della 180 questo inserimento dei disturbi mentali nell’ambito di SSN era stata una indiscutibile vittoria degli psichiatri di allora (io ero tra questi) che da “manicomiali” diventavano ospedalieri o facenti parte del SSN, oggi a me sembra che il connotare il disturbo mentale in senso medico biologico comporti di necessità la sua gestione in termini sanitari e giustifica (apparentemente!) il ricorso alla psicofarmacologia come soluzione del problema del disagio e dei disturbo mentale.

Sappiamo che i gravi disturbi mentali (non le malattie mentali che, come malattie della mente, non esistono), le psicosi, non sono curabili nel senso che in medicina si dà solitamente e tradizionalmente al termine cura e che decisivi sono i cosiddetti determinanti sociali che sono causa e conseguenza del disturbo mentale grave. Gli psicofarmaci non curano la malattia mentale. Parlare di malattia mentale è improprio perché non di malattia della mente si tratta quanto di distorsioni e peculiarità di vivere e percepire la realtà e il mondo di certe persone che, per tale motivo, sono marginalizzate e stigmatizzate. Ho proposto di abolire il termine di malattia mentale. Il (troppo) famoso DSM parla infatti di “mental disorders” (disturbi mentali).

Bisogna però tener conto che, d’altro canto, la società si difende da situazioni e persone che mettono in crisi la sua stabilità.

In quest’ottica la 180 e la sua, pur pregevole, rivisitazione e riscrittura adattata alle nuove acquisizioni ed esigenze, rischia di essere la fortezza Bastiani del Deserto dei tartari. In questa ridotta, come accade a Mariupol nei cunicoli dell’acciaieria, si sono asserragliati i difensori della 180 e della e della sua revisione aggiornata. Spero non sia inevitabile la loro caduta da parte dei nemici della 180. Ma il rischio c’è quando ci si difende asserragliandosi su posizioni alla lunga indifendibili.

In sostanza mi sembra necessario un radicale ripensamento della Salute Mentale (che non è rappresentata e non deve essere gestita solo dalla psichiatria) operando, anche sul piano delle proposte legislative, per una valorizzazione della componente psicosociale del disturbo mentale grave e affidando anche ad altri interlocutori politici, per esempio il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la gestione del problema rappresentato dal disturbo mentale grave e delle sue ricadute sociali.

Quello che infatti occorre è una gestione di tali derive sociali e lavorative, determinate dalla presenza di un disturbo mentale, e dei necessari sostegni a livello individuale e sociale. 

Più che voler curare e “normalizzare” le persone affette da disturbo mentale Io credo, dopo molti anni di esperienza sul campo, che vada fondamentalmente rispettata l’individualità e la scelta di vita delle persone con disturbo psicotico garantendo loro una vita il più possibile compatibile con le loro peculiarità e stili di vita, socializzando il problema. Si tratta Infatti più che di curare il disturbo mentale di curare la società che deve diventare aperta e in grado di accogliere le persone devianti senza pretendere l’impossibile normalizzazione o forzandone l’integrazione.

Oggi si parla di metaverso (è la realtà virtuale, accessibile con gli attuali strumenti informatici e internet). Io invece penso al multiverso: l’universo parallelo abitato dagli psicotici.

In questo senso credo che si debbano rispettare le loro peculiarità di pensiero e di modo di essere e, nei limiti del possibile, le loro scelte di vita e le loro inclinazioni.

Questo non significa tentare in tutti i modi di integrarli, anche a livello lavorativo e cercare di controllare le istanze auto distruttive o aggressive che talora, ma più spesso quando non si sentono capiti o accettati, possono caratterizzare i loro comportamenti (gli “agiti” o acting out). 

Anche tutta la problematica che ruota intorno all’ obbligo delle cure (Aso, TSO, contenzione, REMS ecc.) deve essere ripensata separando le funzioni dei servizi di psichiatria da quella dell’autorità giudiziaria in modo più netto.

Si parla di “doppio binario”. Ebbene, che allora sia veramente un doppio binario: se una persona delira o minaccia di uccidere i propri familiari sarà il 112 a provvedere e se non lo farà sarà penalmente perseguibile per aver mancato ai doveri d’ufficio. Perché lo psichiatra dovrebbe certificare che la persona deve essere curata? Di cosa dovrebbe essere curata? Chi deve certificare che non sussistono le condizioni per curare la persona a casa o che si rifiuta di farsi curare? E’ discutibile che entrando nell’ordine di idee del doppio binario lo debba fare lo psichiatra. Bisogna avere il coraggio, parlando il doppio binario, di dire che è un problema di polizia, se ci vuole essere coerenti. La mia è in parte una provocazione, ovviamente.

Infatti le cose sono più complesse e bisogna ripensare al concetto di pericolosità sociale (lo si dice da anni) e, a mio parere, riprendere forse il concetto di pericoloso a sè e agli altri che, più limpidamente individuava nella pericolosità sociale il motivo dei provvedimenti restrittivi.

Mi rendo conto di essermi cacciato in un ginepraio ma la mia piccola competenza medico legale mi fa dire che, dal momento che viene posto il problema del doppio binario, coerenza vuole che gli psichiatri si rifiutino di fornire, in sede peritale, giudizi di pericolosità sociale.

D’altro canto anche ieri sono stati denunciati fatti di cronaca che non possono essere misconosciuti: Fatti di sangue, spesso all’interno delle famiglie che concernono persone affette da disturbo mentale non seguite dai servizi o che interrompono i trattamenti. Mi rendo conto che il rischio è che possono essere strumentalizzati, come mi aveva detto Peppe in una conversazione privata quando gli sottoposi un fatto di cronaca sanguinoso originato da una presumibile carenza di servizi psichiatrici nel gestire queste situazioni. Il rischio di una Controriforma è sempre in agguato. Tuttavia ritengo che se si appartiene al cosiddetto “campo largo” non dovremmo avere timore di affrontare queste questioni. Il rischio infatti è di mettere la polvere sotto il tappeto

Su questi argomenti Io credo che dovremmo interrogarci a fondo con l’aiuto di Mezzina che conosce le realtà europee e internazionali. Io sono conoscenza, nei casi nei quali c’è un rifiuto del trattamento, di poche realtà internazionali che sono alternative nostro TSO. Mi piacerebbe che in sede di Forum questi argomenti venissero approfonditi. Certamente le proposte che concernono questo punto estremamente delicato sono presenti nella PDL Dirindin e possono costituire un’ottima base di discussione

Per finire ancora qualche piccola notazione che riguarda quello che ho chiamato il reducismo dei triestini. Ho grande stima di Peppe e lo ribadisco, ma la sua visione di Trieste come faro della psichiatria si scontra con una realtà politica molto diversa da quando lui faceva la rivoluzione con Basaglia e pecca di un certo provincialismo che non tiene conto delle mutate condizioni politiche e delle diverse condizioni di applicazione della legge in sede regionale e sulla base della c.d. devoluzione della sanità alle regioni. Tale legge andrebbe rivisitata.

Un’ultima notazione: quando Peppe parla di rischio che i nostri incontri possano essere quelli di pensionati di una bocciofila e Mezzina segnala l’assenza di giovani al Forum (io aggiungo degli psichiatri che fanno capo all’Università e alla rete che frequenta il Forum) penso si riferisca proprio al, mai abbastanza condannato, rischio della autoreferenzialità particolarmente presente fra gli psichiatri.

E’ pur vero che non si può allargare troppo il camp perché si rischi di inquinarlo.

Come spesso mi accade mi rendo conto di aver posto più problemi che soluzioni ma una impostazione psicoanalitica lungamente perseguita mi impone di fare domande e porre interrogativi più che dare risposte.

Per una cura uguale per tutti

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 27/05/2022 - 09:00

Sul non-sapere delle discipline psy, per una nuova politica delle pratiche sociali

Benedetto Saraceno e Luca Negrogno propongono una riflessione critica a tutto il campo sui saperi e le pratiche delle discipline psichiatriche e psicologiche.

L’attuale situazione sociale, che la pandemia ha contribuito a smascherare come insostenibile sul piano delle disuguaglianze globali, impone una riflessione su come dovremo tornare a considerare la questione centrale della miseria epistemologica e morale della psichiatria e di tutti i saperi psy. Nel fare questo sappiamo di poterci accostare a un pensiero per larga parte già esistente: il processo di messa in discussione pratica e teorica avviato con la deistituzionalizzazione, il superamento della falsa oggettività del tecnico sintetizzato da un libro ancora fondamentale come “L’istituzione negata”, la necessità di uscire dallo specifico psichiatrico per tornare ad interrogare i sistemi sanitari, il welfare, le forme di convivenza attraverso cui si realizzano i diritti di cittadinanza. Non stiamo dicendo che le cose siano rimaste ferme negli ultimi 40 anni: la proposta pratica basagliana si è certamente arricchita e sviluppata sugli assi della presa di parola da parte delle popolazioni locali, non solo dei servizi psichiatrici ma anche dell’area della disabilità; si sono sperimentate forme di innovazione “dal basso” delle pratiche sociali: dai budget di salute comunitari realizzati inizialmente da Franco Rotelli ad Aversa, dove a un’ottica “manageriale” dell’assistenza fondata su rette e posti in strutture residenziali si era sostituita l’attivazione di cooperative, il recupero di beni confiscati alla criminalità organizzata, la reimmissione in circolo di risorse pubbliche per il benessere e l’inclusività dei territori. Si è sistematizzata la lotta alla contenzione, si sono sviluppate forme di cooperativismo che vedono gli utenti veri protagonisti, si sono moltiplicate le esperienze di salute mentale territoriale “forte”.

In questi mesi di pandemia si stanno moltiplicando documenti, manifesti e campagne di sensibilizzazione sulla salute mentale, che toccano gli ambienti più disparati (dal World Economic Forum di Davos fino alle giornate mondiali di sensibilizzazione, sempre più diffuse). Se da una parte questo indica una raggiunta consapevolezza rispetto alla rilevanza di questo tema, cosa che può avere effetti indiscutibilmente positivi nel nostro contesto nazionale in cui i servizi di salute mentale sono sottofinanziati e spesso operano sotto organico, c’è da evidenziare il limite che tali dichiarazioni e tali campagne servano solo a riprodurre un generico discorso “politicamente corretto”, che non aggiunge nulla se non a illudersi sulla efficacia di affermazioni di principio, totalmente slegate dalle pratiche reali.

In particolare, accanto a iniziative importanti e salutarmente operative come la recente Conferenza Nazionale Salute Mentale, che ha promosso un confronto aperto tra stakeholders, che ha saputo considerare la voce delle persone che utilizzano i servizi e delle loro famiglie, che, infine, interloquisce dialetticamente con i Ministeri e con le amministrazioni pubbliche, c’è invece da guardare con una certa perplessità a quelle mobilitazioni che restano legate alla enunciazione di principi e che sembrano scarsamente sintone con la realtà quotidiana dei servizi pubblici.

Le dichiarazioni sulla importanza della salute mentale e sulla necessità di buone pratiche psichiatriche sono spesso generiche e rischiano perciò di creare l’illusione di un fronte unico che più è vasto e più dovrebbe interrogarsi sulle ragioni di tanto e vasto arretramento delle buone pratiche dei servizi. In altre parole, se siamo tanti come spiegare tante cattive pratiche? Sarebbe forse più utile, invece, non tanto ragionare in termini di buoni e cattivi psichiatri/psicologi/infermieri/operatori ma piuttosto di buoni e cattivi servizi. I servizi sono più potenti dei singoli che in essi operano e dunque buoni servizi riescono a trasformare in buoni operatori anche i mediocri mentre, ahimè, i cattivi servizi possono rendere impotenti e cattivi anche gli operatori più capaci. Dunque, non accontentiamoci di dichiarazioni, soprattutto quando enunciano principi sui cui tutti possono essere d’accordo come, ad esempio, la necessità di interventi bio-psico-sociali, parola che non dice nulla perché dice tutto, o la necessità di umanizzare gli interventi. Sorvolando sul fatto che la psichiatria è maestra nel negare nella pratica ciò che afferma nelle sue dichiarazioni (da quanti anni le associazioni professionali degli psichiatri evocano l’“etichetta” dei diritti umani ma sono complici nelle pratiche che li violano?), attraverso queste dichiarazioni assistiamo alla vecchissima riproposizione di approcci psichiatrici, presentati in alternativa fra loro e alla evocazione della preminenza delle psicoterapie o delle tecniche della riabilitazione. Il dibattito sui modelli biomedici e neuroscientifici contrapposti alle tecniche psicodinamiche e ai protocolli riabilitativi rischia di farci perdere di vista la possibilità di una reale messa in questione della psichiatria e in generale dei saperi psy (come ci insegna il gesto pratico e teorico di Basaglia), della loro incongruenza diagnostica, della loro inesistenza prognostica, della loro ambiguità terapeutica (considerando in egual misura tutte le terapie e tutte le tecniche). Solo contestualmente a questa messa in questione potremo capire meglio quali siano state quelle pratiche che hanno restituito senso, possibilità di vita e diritti di cittadinanza a coloro identificati e schiacciati sotto l’etichetta omnipervasiva di malati, forse anche grazie alla decostruzione del discorso della psichiatria e alla promozione di percorsi di legittimazione della produzione di senso da parte delle persone.

Ci sembra completamente fuori strada ogni discorso che, privilegiando le diverse strategie tecniche di intervento, che si tratti di farmaci o psicoterapie, cognitive o psicodinamiche, resti prigioniero di una dimensione esclusivamente determinata dalle discipline e i saperi psy. Si tratta di un discorso inevitabilmente destinato a perpetuare la illusione di qualunque sapere che si illuda di conoscere la verità dell’altro.

Chi ha lavorato nei vecchi ospedali psichiatrici, come chi ha attraversato quelle misere istituzioni post-manicomiali attuali che rispetto ai manicomi spesso non sono sufficientemente cambiate, ha incontrato servizi disumani, miserabili, violenti, indipendentemente dal fatto che operassero in essi, pure in posizioni apicali, ottimi neuroscienziati, psicoanalisti di chiara fama o psicologi con qualificate formazioni. Cattivi servizi trasformano tutti in complici dell’epistemologia istituzionale in cui sono immersi.

Sarebbe necessario riportare il focus sulla qualità dell’organizzazione dei servizi, sul legame necessario tra essi e il “sociale” con cui interagiscono, da cui raccolgono bisogni e in cui dovrebbero agire in senso trasformativo. Si tratta di un discorso che interpella direttamente la politica: il problema è l’attuale temperie culturale che irride il servizio pubblico, che chiude i presidi territoriali, che depotenzia il personale, che ignora la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che, mercificando la città e interpretando in modo ultraliberale ogni aspetto delle relazioni e della vita delle persone, rende quel sociale un mero campo di applicazione di interventi manageriali, in virtù dei quali anche ogni forma di assistenza finisce per riprodurre e confermare le “vite di scarto” la cui generazione è sempre all’opera nelle forme di “social suffering” urbano, su cui poi le discipline psy come sempre articolano un inerte apparato descrittivo-classificatorio rivolto principalmente ad oscurarne la dimensione etica e le responsabilità politiche. Ci sembra fuori strada, oltre che datato, un discorso incapace di tenere conto dell’impatto che tutte le politiche hanno sulla salute mentale, da quelle abitative a quelle educative, dai modelli di previdenza sociale alle scelte urbanistiche, dall’accesso al reddito per tutti alla dignità e ai diritti legati alla condizione dei lavoratori e delle lavoratrici. È obsoleto pensare che la salute mentale possa rimanere un discorso tecnico-specifico mentre ciò che ora è importante tematizzare per parlare di salute mentale è la necessaria rivoluzione del rapporto tra settore pubblico e settore privato, attualmente basato su un abbraccio mortale tra delega da una parte e parassitismo dall’altra, pretendendo dalla politica e contribuendo a realizzare un rapporto nuovo: un settore privato più trasparente su come si generano i soldi e su come vengono pagati gli operatori e le operatrici, sulla qualità della loro formazione e sulla dignità della loro condizione lavorativa e un settore pubblico più responsabile, che non usi il privato sociale solo come pattumiera per le situazioni più complesse, su cui si concentrano minori investimenti. Allo stesso modo va affrontato senza alcuna semplificatoria demonizzazione il discorso dei farmaci e dell’influenza che Big Pharma esercita sulle discipline psy. I laboratori del complesso farmacologico-industriale non sono né lontani né vicini a chi soffre: essi inventano e producono psicofarmaci che oltre che essere, e meno spesso di quanto si creda, benefici per i pazienti, costituiscono soprattutto una merce messa sul mercato. Gli psichiatri, tutti, comprano questa merce e sono esposti alle comprovate manipolazioni di Big Pharma. La questione centrale, dunque, è come far cessare tale influenza e come, grazie alle tanto demonizzate evidenze, rendere evidenti non solo i benefici ma soprattutto i rischi. Solo un’azione decisa sulla dimensione pubblica dei servizi, della formazione, della ricerca può costituire un argine a questo potere della mercificazione e agli effetti culturali che ne provengono.

Non saranno un maggiore orientamento psicodinamico, una maggiore disponibilità di psicofarmaci, una maggiore accessibilità a psicoterapie individuali sul mercato o una maggiore formalizzazione burocratica delle pratiche riabilitative a rendere la fragilità epistemologia e morale della psichiatria e della psicologia meno fragile. Quello che sappiamo è che la psichiatria e le altre discipline psy fanno male non perché siano troppo o troppo poco biologiche ma perché sono normative e producono gravi asimmetrie di potere. Bisogna smettere di pensare che ci sia una psichiatria cattiva perché biomedica e una buona perché psicodinamica, o viceversa. Pur di fronte alla constatazione che le ricerche di evidenze non hanno prodotto significativi miglioramenti negli esiti e nei trattamenti, non si giunge mai abbastanza fino in fondo alla messa in discussione della retorica per cui psichiatri e psicologi conoscerebbero i desideri dei pazienti meglio dei pazienti stessi; non si dice abbastanza contro la mai sopita convinzione epistemologica del pensiero psicodinamico di conoscere l’altro anche quando tale conoscenza non è data, come ci ricorda Merleau Ponty; non si contrasta abbastanza la presunzione di sapere di esperti di neuroscienze e di discipline psy che poi finisce sempre a colludere con l’istanza di controllo sociale tradizionalmente legata al ruolo della psichiatria nella modernità.

È necessario investire con questa critica tutto il campo dei saperi psy, e non solo quello di un certo orientamento: è infatti tutta la psichiatria che non ha saputo migliorare gli esiti delle sue pratiche e quando essi sono migliorati non è stato certo grazie alla psichiatria. La psichiatria, come istituzione costruita su teorie della normalità e della patologia, come ente incaricato di gestire le vite di scarto, come luogo della pretesa di capire l’altro e orientarlo, come luogo fisico dell’esercizio della forza, spesso, invece che fare stare meglio ha fatto stare peggio. Un sapere ancora medico-centrico, che irradia verso tutta la società una irresistibile tendenza a delegare ai tecnici il discorso sulla qualità della vita delle persone, deve essere messo in questione ricomponendo i possibili elementi di valore descrittivo delle discipline e l’aspetto etico della capacità di incidere sulle trasformazioni sociali. Si tratta di riconoscere, come tecnici, la funzione politica che hanno le nostre discipline quando veniamo chiamati a fare da mediatori nei rapporti tra chi ha voce e chi non ha voce, scegliendo di conseguenza convintamente per la limitazione del nostro potere-sapere a vantaggio dei non-professionals, delle popolazioni marginalizzate, in definitiva di chi è escluso dalla società.

Malgrado il rispetto che nutriamo per parte dei colleghi e delle colleghe coinvolte nelle varie campagne di mobilitazione “dall’alto” che vediamo in questi mesi, riteniamo più urgente sviluppare un pensiero sul “non sapere” delle discipline psichiatriche e psicologiche. É urgente dirlo e urgente agire di conseguenza particolarmente nel momento storico attuale, mentre è necessario immaginare un welfare che sia uno strumento reale di democrazia, di accesso a poteri, risorse, beni, necessari ad “aspirare” ad una vita di qualità. Come avviene per altre questioni, dire che siamo di fronte ad una “emergenza” in salute mentale permette di esimersi dall’affrontare la dimensione strutturale e sistemica del problema. Partire dal riconoscimento del nostro “non sapere” come esperti psy, mettere in questione il ruolo politico che le nostre discipline svolgono, può essere un primo passo per un processo di vera apertura a quel “sociale” di cui vorremmo veder emergere i bisogni reali e la attiva capacità di trovare soluzioni, senza stringere nessuno nelle maglie strette delle interpretazioni e delle illusioni conoscitive.

Benedetto Saraceno, Luca Negrogno

da: https://unacertaideadi.altervista.org/2022/01/sul-non-sapere-delle-discipline-psy-per-una-nuova-politica-delle-pratiche-sociali/

Si, è proprio la BBC

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 25/05/2022 - 09:00

Un breve racconto di Sara che non avrei proposto alle pagine del Forum se non fosse il dolore acuto che provo nel vedere quanto accade nella mia città e nella mia regione.

Quelli che sono responsabili delle politiche sanitarie hanno deciso di radere al suolo quell’organizzazione che ha accolto Sara e continua ad accogliere me.

Sì, sono d’accordo con Sara.

Trieste è il posto migliore al mondo per cadere pazzi!

Ma, soprattutto, Trieste è il posto migliore al mondo per guarire.

Perché vogliamo stare bene, essere liberi e avere diritto di camminare per le vie del mondo, come tutti. 

Questo è il valore dell’insegnamento di Franco Basaglia e delle buone pratiche di cura: costruiscono la possibilità di aprire il volto al sorriso, di aprire il cuore alla speranza.

Silvia Bon – si occupa di Storia e Letteratura

https://www.bbc.com/news/av/stories-49008178

Ballando con Ada

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 24/05/2022 - 10:37

di Giada Cola*

di Giada Cola

Ada, una settantina d’anni e l’espressione sognante e un po’ persa dell’artista che è stata. Liberarla dalla brutalità di una cintura pelvica che la lega a una poltrona è stato per Giada Cola il primo passo, nel suo lavoro di psicologa, da combattente. Contro le gabbie della burocrazia e dell’indifferenza, contro le istituzioni totali, “così brave a cancellare la speranza”. Un racconto tenerissimo, d’amore e di rivolta, contro ogni gesto abitudinario e privo di pensiero. 

Quindici marzo. Fuori è scoppiata una pandemia che affanna i polmoni e riempie gli obitori di cadaveri. Sono così tanti che non si sa più dove metterli e la gente deve vegliare i propri cari in solitudine. Per strada la gente si accarezza con gli occhi. Curva le labbra sotto le ultime mascherine rimaste. Nel metro che separa gli uni dagli altri c’è un silenzio immobile, carico di gesti di affetto che è meglio tenere per sé ancora un po’.

Intanto il Paese perde i suoi vecchi. Con loro se ne vanno il culto dei morti e le memorie più remote e tenaci, quelle che non hanno bisogno di parole per svelarsi.

Ho scoperto l’esistenza di queste memorie quando, quasi ventiquattrenne, iniziai a bazzicare nei centri diurni.

Un’offerta di lavoro accettata per convenienza, molto lontana dalle mie aspirazioni, ma capitata al momento giusto. Il contratto a tempo determinato, quattrocento euro al mese, poche ore a settimana.

Lavorare nei centri mi permetteva di continuare la mia attività di educatrice domiciliare per la tutela minori e, lì per lì, mi pareva più interessante che fare assistenza scolastica.

Quindi vado: accetto, firmo, metto piede tra teste che ciondolano assenti ed è lì che incontro Ada.

Ada ha una settantina d’anni e le pupille di un blu vacuo e diluito. Sta semisdraiata sulla poltrona, lontana dal tavolo dove tutti gli ospiti sono messi a sedere e con la mano destra afferra le sue belle ciocche grigie. Prima di ammalarsi, Ada dipingeva e scriveva poesie. Dell’artista le è rimasta l’espressione sognante e vagamente assente.

Quando la vedo per la prima volta non capisco che quella che le cinge la vita è una cintura pelvica e che lei, a quella poltrona, è legata. Non so com’è che di quella donna silenziosa io mi limiti a cogliere i colori chiari, la forma morbida del corpo invecchiato ma non svuotato, anzi pieno, caldo.

La cartella clinica di Ada è un coro polifonico di voci disperanti e rassegnate. L’ipertensione, il diabete, una grave demenza. E poi l’instabilità agli arti inferiori, gli stati di agitazione, le confabulazioni. Ada è lì, legata alla poltrona, in attesa di spegnersi.

La cintura pelvica la vedo all’incontro successivo, quando l’operatrice sanitaria che è in turno si rivolge alla donna e con tono sprezzante le dice: “Su Ada, che adesso mettiamo questa cosa tra le gambe. Ti piace, ah?”

Non so quale preciso elemento di una simile brutalità mi abbia sconvolta maggiormente. Forse la modalità abusante e violenta, o forse vedere l’operatrice chiudere quei ganci intorno al ventre di Ada con un gesto distratto, abitudinario, privo di pensiero.

Quell’episodio è stata la cosa più simile a uno stupro alla quale io abbia mai assistito ed è stato in quel preciso istante che ho capito d’esserci cascata. La scelta della facoltà universitaria, la laurea triennale, poi la magistrale, il tirocinio post laurea, il lavoro e poi quel tarlo che, lento, iniziava a farsi strada tra i pensieri.

Più toccavo con mano cosa fosse l’assistenza psicologica fuori dallo studio privato, più mi domandavo se fosse davvero il caso di presentarmi a quell’esame di stato.

Il mio terapeuta ripeteva: “Saresti una brava professionista” e puntualmente i miei sogni lo smentivano, grevi di immagini nelle quali la paziente imbruttita e privata di ogni volontà ero io. Alla fine all’esame di stato ci sono andata. Quando all’orale, con modi sardonici e un po’ irritanti, mi hanno domandato come avessi fatto a passare così bene gli scritti, ho risposto che era per esperienza.

“Mamma psicoanalista e papà psichiatra?” chiede il commissario indagatore.

“No – dico io – ho transitato più nella categoria dei pazienti.”

Abilitata.

Ecco l’ennesima commessa del potere pronta ad aprire la sua pagina Facebook per pubblicizzare corsi-tutti-i-gusti. D’altronde ci si deve un po’ improvvisare, ci si deve lanciare.

Nel 2018 in Lombardia c’erano più di diciottomila psicologi. Devi competere, se non vuoi soccombere.

Dal giorno dell’orale mi ci sono voluti tre mesi per decidere di mandare i miei dati all’ordine e confermare l’iscrizione all’albo.

Quando ho visto legare Ada alla poltrona, ho capito che se mai avessi fatto qualcosa della mia abilitazione, sarebbe stato usarla per combattere.

E tuttavia introversione e insicurezza non sono precisamente le doti ideali di una combattente, perciò procedetti per tentativi.

La settimana successiva iniziai a domandare a ogni operatore perché tenessero Ada legata. Nelle loro bocche la ragione variava di poco: è una paziente agitata, instabile, così la proteggiamo. E non meno importante: chi si prende la responsabilità di slegarla?

Riportai la domanda alla direttrice sanitaria, una donna canuta, prossima al pensionamento, che si dimostrò tuttavia meno indisponente di quanto immaginassi e mi rispose che slegare Ada era possibile, a patto che mi occupassi anche di compilare la burocrazia annessa.

Presi contatto con un collega che lavorava in struttura da più di due anni e non aveva mai fatto domande sull’utilizzo della contenzione.

“Facciamo il nostro lavoro e manteniamo un basso profilo”, mi rispose un po’ seccato.

L’avevo disturbato mentre collezionava l’ennesimo master in psicodiagnosi e testistica.

Una questione di priorità, forse.

La prima volta che tolsi una contenzione, lo feci a una donna di settant’anni, che si chiamava Ada e si tirava così forte i capelli da strapparli. Lo feci domandandole se fosse d’accordo. Presi il suo sorriso per un sì. Aprii i ganci e la sentii respirare profondamente, mentre le cinghie si allentavano. Poi le dissi di afferrare il tavolo di fronte a lei e tirarsi su. La sostenni con entrambe le mani, in allerta. Sfilai velocemente la cintura e la lasciai cadere a terra. Quando Ada si rimise a sedere, piantò i suoi occhi nei miei e con la mano destra mi fece la prima di tante carezze.

Io vidi Ada agitarsi pochissime volte. Quando accadeva, ce ne stavamo a tenerci la mano. Le spazzolavo i capelli. Le recitavo l’infinito di Leopardi.

Nelle settimane che seguirono, alcune operatrici iniziarono a dimenticarsi di legarla.

Smisero di tenerla isolata, in disparte, e la fecero accomodare al tavolo con gli altri ospiti.

Tuttavia, quando non ero in turno, Ada restava per lo più in poltrona con la contenzione.

Non imparò mai il mio nome, ma mi piace credere che in me scorgesse una presenza rassicurante.

Impastammo: stendere un panetto di uova e farina era meno doloroso che tirarsi i capelli.

Ballammo, sgraziate e stanche.

Mi feci prestare un vecchio album di fotografie, che la ritraeva bellissima e riccioluta, sul dorso di un imponente elefante.

Facemmo lente passeggiate in giardino e io mi accorsi che quando slegavo il corpo di Ada, slegavo anche i suoi pensieri e lei ricominciava a parlare. Le sue memorie erano frantumate, ma nel modo di gesticolare e in certe curiose espressioni che usava, vi erano preziosi frammenti della donna colta che era stata.

Ada prese una brutta polmonite che la costrinse a casa. La sua personale pandemia la visse con accanto i suoi cari.

Aveva perso ogni memoria già prima che la incontrassi e non recuperò alcun ricordo.

Non sempre riuscii a toglierle la contenzione, ma ogni volta che potei le domandai il permesso, con tenerezza.

E’ il quindici marzo e fuori qualche famiglia passeggia con indosso le mascherine.

Aspettiamo il prossimo TG per tener conto dei morti e dei guariti e io penso ai ricordi che verranno smarriti, in mezzo a questo fermento.

Un po’ com’è accaduto con Ada, la paziente agitata che secondo le operatrici, riuscii a tenere slegata perché ebbi grande fortuna.

Le istituzioni totali sono brave a cancellare la speranza.

*Giada Cola psicologa, Bergamo

Una lettera

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 20/05/2022 - 22:26

Questa è una lettera, un appello, un grido, un messaggio nella bottiglia… che Gabriella La Rovere, madre di un giovane donna con grave disabilità, lancia nel mare dell’indifferenza, della disattenzione, della deriva in cui spesso si perde, e fa perdere le persone, un sistema che sembra dimenticare cosa sia la cura, il diritto di riceverla, il dovere di prestarla. Ci racconta una storia purtroppo non rara, per quanto una complicanza “le conferisca l’onore (!) di essere il 19esimo caso al mondo”.
Gabriella La Rovere è una madre, ha un sapere incondizionato che nasce dal fuoco dell’esperienza… Non possiamo che confrontarci con lei, il nostro è un sapere appreso sui libri che non può che arricchirsi nell’ascolto e nel confronto con la ruvidezza delle esperienze concrete.

Ascoltiamo quello che ha da dirci…

“Avere una figlia con una malattia rara significa convivere con un dolore sordo, costante, ed esserne anche il medico carica tutto di lacerante consapevolezza, di pesanti responsabilità.
La sclerosi tuberosa è una malattia bastarda nella quale le formazioni tumorali (di solito benigne, ma non è detto!) interessano tanti organi danneggiandone la funzione. Ed ecco perciò l’epilessia non controllata dai farmaci, il ritardo mentale, l’autismo, la lenta evoluzione verso l’insufficienza renale, il possibile interessamento
polmonare, cardiaco, e così via.
Mia figlia ha anche un aneurisma del sifone carotideo sinistro, una complicanza ancora più rara all’interno della sua straziante rarità, che le conferisce l’onore (!) di essere il 19esimo caso al mondo. La scelta di cosa fare è spettata a me, e mentre la parte materna urlava il suo dolore contro il Cielo, quella professionale valutava i pro e i contro di un intervento chirurgico rischioso che poteva portare a conseguenze ancora più gravi, considerava la paziente nella sua particolare unicità e optava verso una vita piena, degna di essere vissuta per tutto il tempo che le sarebbe stato concesso.
Pensavo che tutto questo fosse più che sufficiente, invece la vita mi ha posto davanti un altro mostro contro il quale è difficile, quasi impossibile combattere: la schizofrenia e l’evoluzione psicotica grave che trasforma mia figlia in un essere rabbioso, con occhi e voce diversi, e che nel novembre 2019 ha tentato più volte di aggredirmi, fino a riuscirci. La nostra vita è cambiata, i momenti di serenità sono pochissimi perché vivo nella paura della sua perdita di controllo ad ogni minimo imprevisto. L’interessamento ingravescente cerebrale l’ha resa molto incerta nel camminare e a tutt’oggi non sono sicura che non possa perdere la coordinazione motoria portandola all’uso della sedia a rotelle.
È indubbio che le nostre esistenze debbano dividersi ed è qui che inizia un’altra brutta storia, fatta di omissioni e “leggerezze”. Attualmente, quando una persona autistica diventa maggiorenne, passa in carico al Centro di Salute Mentale (CSM) del proprio territorio che, il più delle volte, non ha la giusta competenza per affrontarne il complesso mondo, riducendo il tutto a carichi di farmaci, spesso in grado di innescare effetti paradossi.

Nonostante ripetute segnalazioni – le mie e quelle di due operatrici di una cooperativa che collabora con il distretto sanitario, una delle quali aggredita fisicamente – da più di un anno il CSM è inadempiente nell’autorizzare l’inserimento di mia figlia in una residenza sanitaria. In Umbria, dove viviamo, c’è l’Istituto Serafico di Assisi, struttura molto qualificata sia dal punto di vista pedagogico-abilitativo che medico. L’inserimento sarebbe possibile perché c’è posto e mia figlia vi ha già trascorso 30 giorni, in seguito al nullaosta del Giudice Tutelare del Tribunale di Spoleto al quale avevo sottoposto il caso e che aveva convenuto l’esattezza della mia richiesta.
Sorvolo, ma non dimentico, la gogna alla quale sono stata sottoposta con insinuazioni becere di voler “rinchiudere” mia figlia, di essere una donna “psichicamente provata”. Sono sopravvissuta a Bettelheim e, per fortuna, la medicina è una scienza, non mero empirismo In tutto questo tempo (perso) il CSM e il Distretto Sanitario hanno affermato a voce che non ci sono i soldi e, su suggerimento delle assistenti sociali, continuano a proporre una residenza socio-assistenziale perché più economica, a dispetto del
quadro clinico, indiscutibilmente grave. A questo punto non posso che prendere atto che una sanità che, in condizioni di innegabile gravità clinica, opta per il risparmio deve prendersi tutte le responsabilità morali, sociali e penali del caso.

Dott.ssa Gabriella La Rovere

Descrive benissimo, la dottoressa La Rovere, un carico familiare soggettivo che può distruggere. Come non ricordare che “occuparsi di una persona affetta da disturbo mentale non si risolve con il frenetico scatto del velocista, che in cento o duecento metri brucia tutte le proprie energie e raggiunge il traguardo. Occuparsi di una persona con un disturbo mentale significa allenarsi per essere dei buoni maratoneti”. E quante grandi, silenziose, misconosciute maratonete… Sappiamo che i due terzi dei familiari che sopportano il carico della cura sono donne. In maggioranza si tratta di madri. Anche sorelle, mogli, ma soprattutto madri, come l’autrice di questa lettera/denuncia.
Non possiamo non comprenderla, per quella sua dolorosa consapevolezza di doversi allontanare dalla figlia che, sappiamo, ha fino ad oggi avuto vicino ogni istante della sua vita. Liberarsi della figlia? Qualcuno avrà insinuato… Ritornello che ritorna, orrendo… gioco facile, e crudele, su un terreno purtroppo spinoso…
E con quanto dolore denuncia le inadempienze pubbliche nell’inserire la figlia nella residenza sanitaria adeguata ai suoi bisogni.

La sua lettera svela il dolore di tanti altri genitori. Qualcuno, ci ha ricordato La Rovere, per avere garantito un semplice diritto, ha seguito il suggerimento “scellerato” di denunciare il proprio figlio disabile, così da ricorrere alla forza pubblica per ottenere l’inserimento nella struttura prescelta, ma rifiutata dalla asl perché “troppo costosa”.
Sappiamo bene quanto questa decisione abbia ripercussioni psichiche sul genitore alimentando ancora di più il proprio senso di colpa e inadeguatezza, come sui figli autistici, sui quali rimangono segni indelebili di tanto inutile dolore.
Che è cosa drammatica che succede, purtroppo. Ma è una deriva assolutamente da combattere. Perché è cosa orrenda quando il servizio pubblico chiede di denunciare un reato per ottenere un ricovero. Costringere i genitori a denunciare il proprio figlio è una delle pratiche più oscene…
Gabriella La Rovere si batte e continuerà a battersi, ed è giusto che lo faccia, ma sarebbe opportuno che una regione come l’Umbria inizi a pensare ai budget di salute, a costruire un programma quotidiano per aiutare a vivere una vita piena, 24 ore su 24, pensando alle possibili forme di autonomia. Un programma che può anche essere quello dell’Istituto Serafico di cui si parla …
Siamo da sempre convinti della necessità di operare per il funzionamento dei servizi di territorio, perché le risorse da spendere siano tutte impegnate per costruire il progetto per quel cittadino che ne deve fruire. In questo senso pensiamo allo sviluppo della medicina di comunità, alle microaree, ai distretti, alle forme rigorosamente individualizzate di sostegno, e per questi vogliamo impegnarci.
Dovrà essere così. Ma ora, come non riflettere sul comportamento della Regione Umbra e di tante altre che conosciamo. Un’amministrazione pubblica non può lesinare una risorsa appena più significativa di un’altra. Qui si denuncia il rifiuto da parte della asl di una richiesta di cura perché troppo costosa, trascurando lo spessore amoroso che c’è in queste richieste…
Eppure, il nostro paese con la legge di riforma sanitaria del ’78 ha fatto una scelta rischiosa e impegnativa: garantire il diritto alla cura per tutti i cittadini, per qualsiasi forma di disagio, per qualsiasi malattia, anche la più rara. Non è soltanto legge che in maniera fredda definisce moduli organizzativi, centri di costo, spesa, eccetera eccetera… ma è una legge che per la prima volta considera il cittadino non come utente astratto, ma come soggetto partecipe.
Abbiamo scommesso 40 anni fa, e adesso non ci si può tirare indietro.”    

Learning from the Trieste Mental Health Experience

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 18/05/2022 - 16:43

Giovedì 19 maggio 2022, dalle 14 alle 16 sarà possibile seguire il Workshop online: “Learning from the Trieste Mental Health Experience: Developing Essential Ingredients in Creating Resilient Community Mental Health System” con Roberto Mezzina, Pina Ridente, Renzo Bonn e Peppe Dell’Acqua.

Il workshop fa parte di una serie di attività formative proposte per la Scuola Internazionale, avviata da International Mental Health Collaborating Network (IMHCN) con i suoi partner e che è in fase di sviluppo, con collaboratori da tutto il mondo.

Scopo della International School è supportare gli operatori e i servizi di salute mentale ad apprendere da modelli innovativi di assistenza e di conoscere pratiche efficaci basate su tutti i bisogni degli utenti dei servizi.

La Scuola Internazionale intende accompagnare la trasformazione dei servizi di salute mentale con diverse attività (webinar, masterclass e workshop) dedicate ad argomenti e temi fondanti dell’attuale scenario sanitario e sociale. Per iscriversi (gratuitamente) e seguire il workshop >>> https://bit.ly/TriesteMentalExperiencePer saperne di più >>> https://imhcn.org/
(immagine: “Trasformazione”, pittura da Francesco Dea)  

Silva. Intervento al VI Congresso Nazionale WAPR.

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 18/05/2022 - 12:19

WAPR Italia   VI Congresso Nazionale

La Salute Mentale di Comunità oggi: Soggettività, Modelli, Evidenze

Perugia, 6 e 7 maggio 2022 

Sabato, 7 maggio – Sala dei Notari – Tavola rotonda – h.10.40

L’utente e la rete dei Servizi: bisogni individuali e complessità delle risposte

Intervento di Silva Bon*

Vorrei presentarmi come storica, ma soprattutto come una cittadina, come una persona che ha avuto bisogno dell’aiuto e del supporto della rete dei Servizi presso il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste. 

È stato un lungo arco di tempo, durato più di trent’anni, in cui ho attraversato situazioni, spazi diversi, in forme altamente drammatiche e dolorose; ho conosciuto la sofferenza personale e ho riconosciuto quella delle persone che come me afferivano ai Centri di Salute Mentale. Ancora oggi sono collegata, come socia attiva alla Conferenza Basaglia, che lavora in campo internazionale per la Salute Mentale nel Mondo (l’acronimo COPERSAMM penso sia conosciuto da tutti); inoltre faccio parte della Redazione del Forum Salute Mentale; mi impegno come volontaria nelle Associazioni dei familiari e degli utenti, radicati sul territorio nazionale e collaboro in Associazioni femminili impegnate nella promozione sociale.

Partendo da questo punto di vista, dal basso, da chi ha bisogno, penso che l’indicazione del titolo di questa Tavola Rotonda dovrebbe essere capovolto: si dovrebbe parlare non di bisogni individuali, bensì di complessità di domande individuali, e purtroppo, molto spesso, si dovrebbe denunciare la povertà delle risposte, la unicità di una risposta di intervento clinico e farmacologico.

Assieme a molti compagni di viaggio, ho avuto l’opportunità di crescere, di imparare, di cambiare radicalmente la mia visione della vita. 

Ricordo l’epifania di volti contratti dall’angoscia, aprirsi finalmente all’Altro, alla possibilità di relazione con l’Altro, alla possibilità di parola, di comunicazione e di interscambio, perfino di sorriso e di aiuto reciproco, tra pari. Questo è potuto avvenire soprattutto all’interno di gruppi, di piccole comunità costruite con la co-progettazione di operatori, familiari, utenti. Si tratta di esperienze collettive che hanno dato adito ad approfondimenti di conoscenze interpersonali, a relazioni amicali, al superamento di pregiudizi reciproci; in realtà sono state forme di intervento psico-sociale, forme necessarie a vincere e superare proprio l’isolamento, la chiusura, l’impossibilità, di cui soffrono le persone con esperienza di sofferenza mentale.

Io anni fa non riuscivo ad uscire in strada, non potevo guardare nessuno in faccia, eppure dovevo lavorare, in un continuo stato di tensione, di panico, che mi sfibravano e mi riducevano a una larva. 

Ricordo perfettamente la prima volta che ho trovato il coraggio di esprimere i pensieri, le idee che si affollavano nella mia testa, in uno spazio ristretto e che oggi so accogliente, ma che allora i miei fantasmi ingigantivano pericolosamente come uno spazio pubblico e giudicante: è stato in un gruppo femminile, improntato alla Salute mentale di genere; il gruppo era condotto da una psichiatra che ci parlava del mito di Demetra e Persefone, del rapporto tra madre e figlia. Per me quel momento ha rappresentato una grande conquista, un primo piccolo passo verso la recovery, perché ho preso coscienza che ero in grado di parlare, di comunicare con il mondo esterno, senza essere zittita o rimproverata.

Sono ancora grata a quella psichiatra per avermi concretamente aiutata e con lei ho un rapporto di stima e di empatia; lei mi ha invitata a partecipare a molte riunioni, anche aperte ai familiari, oltre che agli utenti, e negli anni ho acquistato sempre più sicurezza e fiducia nelle mie possibilità.

Un nuovo approccio verso la vita mi ha aiutato perfino anche nel mio lavoro di storico, perché oggi trovo il coraggio di dire quello che penso in maniera più libera e spontanea. Non canto vittoria, non ho conquistato nessuna meta, sono in cammino, ancora debole e fragile.

Il processo evolutivo di crescita e di rispetto di me stessa è stato molto lungo, con frequenti cadute, passi falsi, errori, fatica esistenziale: ho proceduto come un gambero, due passi indietro e uno avanti, e le mie mille andate, anche volontarie, in qualsiasi ora del giorno e della notte, al Centro di Salute Mentale o addirittura al Servizio di Diagnosi e Cura, hanno segnato di sofferenza la mia vita. 

Là, però, ho trovato accoglienza, una parola buona, un letto dove finalmente riposare, un bicchiere d’acqua offerto con un sorriso preoccupato perché stavo per svenire, e una mattina speciale perfino il ricambio di scarpe per i miei piedi piagati dall’incessante andare: un paio di zoccoli di gomma, comodi, con cui potevo riuscire a camminare senza troppo dolore. Sono tornata, qualche giorno dopo, a ringraziare quell’infermiere, perché il suo gesto semplice, pratico, concreto davvero ha rappresentato un aiuto per me, e io ho capito tutta la sua umanità.

Frequentando le Associazioni di familiari e di utenti, mi sono confrontata con altre esperienze al limite: ad esempio quelle delle madri e dei padri, che mi sembra di poter capire, con i quali condivido la sofferenza, perché anche io ho due figli e so per esperienza so che il dolore più grande per un genitore è vedere soffrire il proprio figlio, e non riuscire a porre rimedio.

In varie occasioni ho sentito i familiari che testimoniavano gratitudine per l’aiuto dato dagli operatori ai propri figli; sono gli infermieri, gli assistenti sociali, i tecnici della riabilitazione, i medici, che hanno operato al loro fianco, come sostegno perché questi giovani riuscissero a finire un curriculum scolastico, ad esempio; oppure riuscissero ad affrontare l’impegno di un lavoro; o ancora, a inserirsi in un contesto sociale facendo musica o giocando a calcio, o camminando in montagna, o condividendo la festa di una pizza in un locale pubblico. Molti genitori hanno dichiarato pubblicamente, a gran voce e con forza, che questo atteggiamento formativo, da parte dell’équipe medica, questo indirizzo di aiuto verso l’assunzione di responsabilità e verso il raggiungimento di conquiste positive, per i loro figli più fragili, ha costituito e consolidato Salute mentale, molto più dell’assunzione dei farmaci.

Ma ho sentito anche la denuncia di molte persone, donne e uomini, nei gruppi operativi di utenti, che si stanno formando in Italia, denunce di abusi perpetrati dal potere psichiatrico. Perché la Psichiatria ha un potere totale sulle persone, un potere giudicante e oggettivante, direi assoluto, quando non è pratica di Salute Mentale di Comunità. 

E ancora si muore di Psichiatria. E non si ricorda che il TSO non è un mandato di cattura. Come non è cura, cura medica, legare le persone, contenerle meccanicamente o farmacologicamente; o addirittura praticare l’elettroschok.

La mia paura, la nostra paura, di noi utenti, è che tutto questo stia ritornando in Italia, e forse c’è già. Per questo motivo ci sono gruppi di utenti aggregati che cercano di essere più attivi là, dove le pratiche non sono buone pratiche, e si disconosce il valore dell’insegnamento basagliano, che non è una ideologia obsoleta, datata, irripetibile, come dicono molti. Ma ha costituito e costituisce anche oggi, in molte parte, in Italia e nel Mondo, un punto fermo da cui partire per una progressione ulteriore.

Ci sono oggi giovani operatori, psichiatri specializzandi, che cercano di dare un senso al loro lavoro: vogliono uscire dall’isolamento, per vincere il pericolo di essere fagocitari dall’impossibilità e dall’immobilismo dell’inferno che è il manicomio.

Noi utenti temiamo il ritorno camuffato e subdolo del manicomio. Io ho vissuto questa esperienza devastante di giorni di ricovero in due manicomi, a Praga e a Klagenfurt. Sono una sopravvissuta. Per questo, per il ricordo di quei momenti che a volte mi sommerge come un’onda, si abbatte su di me, suscita angoscia e pianto, penso che valga la pena di testimoniare e di lottare in nome del principio del rispetto e del diritto alla vita.

*Silva Bon si occupa di Storia e Letteratura

Un uomo mite

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 17/05/2022 - 19:17

La settimana scorsa abbiamo dato la notizia della morte di Valerio Canzian.

Protagonista e guida nei decenni passati del lavoro di promozione,  difesa e tutela dei diritti delle persone con disturbo mentale e delle loro famiglie. Ha operato a livello nazionale nell’UNASAM, ma soprattutto a livello regionale lombardo  e milanese in contesti, quindi, politico-amministrativi assai difficili, spesso impermeabili, quando non apertamente ostili alle culture professionali e organizzative della riforma dell’assistenza psichiatrica pubblica italiana del 1978.

Valerio ha sempre tenuto il punto con fermezza e severità su questioni quali:

  • le contenzioni, in specie negli SPDC, anche sostenendo insieme ai famigliari ricorsi alla magistratura in alcune vicende davvero drammatiche;
  • il lungo internamento in strutture residenziali cosiddette protette come proposta privilegiata e routinaria per situazioni di grave sofferenza, grande complessità e durata al posto della costruzione e della gestione di percorsi di salute mentale di cui siano protagonisti i sofferenti, le loro famiglie, le reti sociali di prossimità,
  • il dovere della Regione e delle Aziende sanitarie lombarde di predisporre e garantire servizi, operatori in numero adeguato, risorse per la promozione della salute mentale delle persone ristrette nelle carceri e nelle REMS di Castiglione delle Stiviere.

Valerio ha sempre ricercato l’interlocuzione con la politica regionale e cittadina, mai limitandosi alla protesta, ma pretendendo di essere ascoltato, e non da solo, ma insieme in specie alla Camera del Lavoro di Milano, a Casa della Carità di don Colmegna, Stopo opg, Forum salute mentale.

Con  la sua morte il movimento per la salute mentale italiano, quello lombardo in assoluto, hanno perso una grande guida, determinata, generosa, competente. 

Un grande abbraccio. Ciao Valerio,

Luigi Benevelli

Giovanni Rossi

 

Mantova, 11 maggio 2022

La storia si ferma al Codice Rocco Due omicidi, assolto per totale vizio di mente: trent’anni di Rems. L’ingiustizia del doppio binario per i folli rei.

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 16/05/2022 - 11:44

di Pietro Pellegrini

Il 4 ottobre 2019 nella Questura di Trieste avviene l’omicidio di due agenti di Polizia e il tentato omicidio di altri otto.

L’imputato, un trentenne è stato sottoposto a due perizie psichiatriche, risultando imputabile con la prima e non imputabile per la seconda. Venerdì 6 maggio 2022, la Corte d’Assise lo ha assolto per “vizio totale di mente”, “il fatto è stato commesso da una persona non imputabile”. In attesa delle motivazioni e tralasciando l’interrogativo sul perché di fronte a perizie contrastanti non sia stata effettuata una perizia collegiale, un dato è certo: la Corte d’Assise ha applicato il Codice Rocco del 1930 che prevede il “doppio binario”. Di fronte ad una tragedia di questa portata la parola “assoluzione” appare in sé ingiusta. Non fa bene a nessuno, nemmeno all’autore del reato.

A seguito dell’assoluzione per totale infermità mentale, il riconoscimento della pericolosità sociale apre la via della misura di sicurezza detentiva in Ospedale Psichiatrico Giudiziario, oggi chiuso, un carcere dove si poteva restare 30 anni o spesso tutta la vita. Assolto e detenuto!

Questo avveniva quando il Codice Rocco aveva come riferimento l’abrogata legge 36 del 1904. Oggi vi è una distanza abissale fra Codice Rocco e le leggi 180/1978 e 81/2014. Questa ha chiuso gli OPG sostituendoli con un sistema di welfare di comunità, di cui fanno parte i Dipartimenti di Salute Mentale al cui interno operano le REMS. L’assoluzione per incapacità d’intendere e volere, avvertita come iniqua, scarica tutte le conseguenze sulla psichiatria, chiamata all’impossibile compito di curare e custodire insieme. Due mandati inconciliabili perché la cura della psicopatologia, può realizzarsi nella relazione, attraverso il consenso, la partecipazione attiva nella libertà, la capacità di autodeterminarsi (“nulla su di me senza di me”).

La psichiatria, invece, dovrebbe curare alle condizioni decise dalla giustizia, custodire e un po’ anche punire come richiede l’opinione pubblica, e al tempo stesso prevenire con un controllo (onnipotente) gli agiti dei malati di mente. Anche nel caso di Trieste non sono mancate le critiche circa la “fallacia” registrata nella gestione della malattia dell’autore del reato. Se fosse stato solo visto da uno psichiatra, sarebbe scattata la “posizione di garanzia” e lo psichiatra chiamato come imputato? Si lamenta l’insufficiente numero dei posti REMS e al contempo la loro limitata capacità custodiale dimenticando che il loro mandato è la cura, le REMS sono strutture sociosanitarie, residuali e transitorie. Non è pensabile restarvi 30 anni, snaturandone il mandato, ma secondo le esigenze del programma terapeutico. O si vogliono REMS dove mettere sine die e condizioni, persone disturbate, disturbanti, indagate, prosciolte o condannate, come nuovi “mini OPG”?

In ogni fase, a prescindere dallo stato giuridico, va assicurato il diritto alla salute in contesti appropriati dove ammissioni e dimissioni sono decisi dai medici e non dai magistrati. Ciascuno resti nell’ambito delle proprie competenze.

Per l’atto commesso tutte le persone devono avere il diritto al processo e, se colpevoli devono essere condannate a una pena come previsto dall’art 27 della Costituzione. La persona con disturbi mentali ha bisogno della parola della legge che dialoga, giudica e stabilisce la durata e le modalità di esecuzione della pena, lasciando intonse le competenze della psichiatria. Non giova un proscioglimento incomprensibile per un fatto che rimane molto presente nel mondo interno della persona che è sempre molto di più della sua malattia e del reato. Il proscioglimento crea una nebulosa che può far sprofondare tutto nel buco nero del non senso dell’alienazione.

La cura richiede chiarezza, fiducia, speranza, possibilità di elaborazione e riparazione. Questo è fondamentale anche per le vittime e i loro familiari. Affinché i vissuti siano compresi e l’evoluzione sia possibile vi è bisogno di ancoraggi alla verità giudiziaria. Ciò rende possibile l’elaborazione psicologica, storica ed etica (l’umana pietas) di fatti umani molto inquietanti perché connessi alla vita e alla morte. Occorre evitare una regressione culturale e operativa che tende a unire cura, coercizione, custodia e isolamento sociale. A fronte dell’omicidio di poliziotti di Trieste, la tragedia sia l’occasione per una risposta politica di alto livello approvando con urgenza il Disegno di legge 2939/2021 a firma Riccardo Magi che può rifondare su basi nuove il “patto sociale”, la giustizia e la cura delle persone con disturbi mentali.

Pietro Pellegrini – Psichiatra, Direttore DSM di Parma

fonte: sossanità.org

13 maggio

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 13/05/2022 - 09:00

Sabato 13 maggio 1978 il Parlamento italiano approva la legge che sarebbe diventata famosa col numero 180. La prima firmataria fu la partigiana Gabriella, Tina Anselmi, primo ministro donna della Repubblica Italiana. La legge che avrebbe chiuso per sempre i manicomi dice nel titolo “norme per gli accertamenti e i trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, quello che semplicemente è: restituzione di diritto, di cittadinanza e di dignità alle persone che hanno la ventura di vivere l’esperienza della malattia mentale. Il legislatore affermò semplicemente che l’articolo 32 della Costituzione valeva per tutti, anche per i matti. A maggior ragione per i matti proprio perchè matti.

A Franco Basaglia

Il vento, la bora, le navi che vanno via
il sogno di questa notte
e tu l’eterno soccorritore
che da dietro le piante onnivore
guardavi in età giovanile
i nostri baci assurdi
alle vecchie cortecce della vita.

Come eravamo innamorati, noi,
laggiù nei manicomi
quando speravamo un giorno
di tornare a fiorire
ma la cosa più inaudita, credi,
è stato quando abbiamo scoperto
che non eravamo mai stati malati.

di Alda Merini

Alda Merini, massima voce della poesia Italiana del secolo scorso, al momento si trovava in un manicomio. La legge 180 fu per lei, come per i centomila internati in Italia, una speranza.

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