Ultime news salute mentale

Per abolire la contenzione

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 03/05/2017 - 09:59

(grafica di Ugo Pierri)

“Trovandosi accanto a un uomo ristretto sul letto di contenzione, non si può non sentire il sentimento di disperazione finale che avverte chi è costretto a questa prepotenza. Sentimenti di rabbia, di dolore, d’impotenza, d’incapacità, di ribellione, d’inutilità, di fallimento che oggi le persone, con l’esperienza della contenzione, a fatica riescono a riferire. È talmente profonda la ferita di chi esce vivo da quest’esperienza che il racconto è quasi più doloroso dell’esperienza stessa. Come la fatica e gli inenarrabili turbamenti che hanno dovuto vivere i sopravvissuti dei lager, quei pochi, che hanno voluto affrontare la pena del ricordo.”

Mai più Opg. La parola a Montecitorio

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 03/05/2017 - 09:59

di Stefano Cecconi

Sono usciti ieri dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto gli ultimi due internati, per essere ricoverati nella Rems di Barete (Aq), che in via eccezionale e provvisoria ha accolto persone da fuori regione proprio per far chiudere l’ultimo dei sei Opg italiani. Finisce così finalmente la storia dell’estremo baluardo del manicomio, rimasto aperto anche dopo la riforma Basaglia. Ma non finisce la nostra battaglia: ora dobbiamo fare in modo che l’alternativa alla logica manicomiale dell’Opg non si riduca alle sole Rems (Residenze per le misure di sicurezza), strutture sanitarie certamente migliori ma pur sempre detentive.

La vera sfida, come prescrive la riforma, la legge 81/2014, è offrire percorsi di cura e riabilitazione con misure alternative alla detenzione.

Perché ciò sia possibile bisogna dare forza ai servizi di salute mentale nel territorio e al welfare locale. E sostenere una collaborazione fra Magistratura, Regione, Asl e Dipartimenti di Salute Mentale (Dsm). Nel frattempo bisogna rendere le Rems soluzioni di passaggio, attraversabili, aperte, parte integrante delle comunità. E soprattutto non devono riprodurre, come ci è capitato a volte di vedere, visitandole, caratteristiche così marcatamente custodiali da farle sembrare dei “miniOpg”. O peggio, come nel caso di Castiglione delle Stiviere, restare Opg. Ci incoraggia però aver incontrato in queste strutture tanti operatori seri e motivati. Per questo abbiamo deciso di sostenere la costruzione, dal basso, di un coordinamento nazionale Rems e il primo atto sarà il 18 maggio prossimo a Bologna.
Intanto, a pochi giorni dalla chiusura degli Opg, siamo stati costretti ad aprire una nuova mobilitazione. Un comma del Disegno di Legge «Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario», approvato al Senato e ora in discussione alla Camera, ripristina le vecchie norme, disponendo il ricovero nelle Rems anche di detenuti, come accadeva nei manicomi giudiziari.

Se non si pone rimedio, le Rems rischiano di diventare a tutti gli effetti i nuovi Opg. Sarebbe smentita non solo la riforma che ha chiuso gli Opg, la legge 81, ma anche il lavoro degli operatori che ha portato in pochi mesi a dimettere dalle Rems più di cinquecento persone. Se il problema che si vuol risolvere con l’emendamento è garantire l’assistenza sanitaria ai detenuti, troppo spesso impedita dalle drammatiche condizioni delle carceri, la soluzione è ben altra. Occorre che il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria istituisca le sezioni di osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche nelle carceri stesse (con strutture e personale adeguato e formato), riqualificando i programmi di tutela della salute mentale. Ma soprattutto servono misure alternative alla detenzione.

Così invece le Rems diventerebbero il contenitore unico per i «folli rei e per i rei folli», riproducendo all’nfinito la logica manicomiale. Ora la responsabilità è affidata alla Commissione Giustizia e poi all’Aula di Montecitorio e al ministro Orlando.

Per cancellare una norma così distruttiva, stopOpg ha lanciato un digiuno a staffetta, proprio durante la discussione del Disegno di Legge alla Camera. Alla staffetta avviata dall’ex Commissario per il superamento degli Opg Franco Corleone, partecipano in primo luogo i rappresentanti di stopOpg, tra cui don Luigi Ciotti, ma anche operatori della salute e della giustizia, associazioni di utenti e familiari. Un piccolo atto per una grande impresa: garantire dignità e piena cittadinanza a tutte le persone, senza discriminazioni, come vuole la nostra Costituzione.

(da Il Manifesto: https://ilmanifesto.it/mai-piu-opg-la-parola-a-montecitorio/)

Cantiere salute mentale 11. Deistituzionalizzazione e cambiamento.

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 26/04/2017 - 11:36

Scrive Franco Rotelli: Che cos’è (cosa è stata) la destituzionalizzazione (vera) se non rovesciare il rapporto perverso tra regole e bisogni? Che cos’è il dovere del tecnico se non il suo schierarsi sempre, costi quel che costi, dalla parte dei bisogni? Cos’è stato Basaglia se non un uomo che tra regole e bisogni ha avuto il coraggio di scegliere sempre i secondi? Ma quanti sono disposti a piegare le regole ai bisogni, e quanti invece non fanno nel loro tempo che piegare i bisogni alle regole?

Scrive Michel Foucault: “Per semplificare, l’umanesimo consiste nel voler cambiare il sistema ideologico senza toccare l’istituzione; il riformismo nel cambiare l’istituzione, senza toccare il sistema ideologico. L’azione rivoluzionaria si definisce al contrario come una scossa simultanea della coscienza e dell’istituzione”

Coscienza e istituzione, saperi e assetti organizzativi, riferimenti teorici e pratiche, etica e politica costituiscono ancora oggi le questioni attraverso cui è passato e deve passare il processo di cambiamento. Questo intendiamo per deistuzionalizzazione. Lo smontamento della struttura manicomiale, delle istituzioni delle culture e dei saperi delle psichiatrie e  la contemporanea crescita della rete dei servizi territoriali e del protagonismo delle persone  sono la sostanza dei percorsi di cambiamento.

Tutti quelli che vorranno possono scrivere per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte al sito del forum salute mentale.

[Ci proponiamo  con questi interventi minimi, che chiamiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di ri-attivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

Riflessioni sulla salute mentale

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 23/04/2017 - 16:45

di Donato Morena.

“Dottore mio figlio fuma spinelli, ha cominciato a spacciare e non vuole saperne di smettere, al Sert non vuole andarci, dice che noi genitori non abbiamo capito niente della vita, possiamo fargli un ricovero in psichiatria?”. ”Mia figlia è scappata di casa, si guadagna da vivere con delle sex-cam e non vuole saperne di cambiare vita, cosa dobbiamo fare? siamo disperati, e se fosse sua figlia?”. “La ragazza quest’anno sta andando malissimo a scuola, prima aveva in pagella solo nove e dieci, quest’anno a malapena la sufficienza, ha la testa tra le nuvole, con noi non parla, che dice la facciamo vedere da uno psicologo?”. ”Mio figlio sta tutto il giorno in casa, non esce mai, non studia, non lavora, dice che non vuole fare la fine dei suoi genitori, non esiste qualche clinica specializzata?”. ”Mio figlio dice che se non gli trovate un lavoro si ammazza”. “Il ragazzo ha iniziato a stare sveglio di notte e a dormire di giorno, con degli amici si fanno di tutto e collassano in casa, dicono che in città non c’è niente da fare”. “Lo sappiamo che questa ragazza dovrebbe andare in carcere per quello che ha fatto ma come si fa, con tutto quello che ha passato, vedete se riuscite a fare qualcosa voi con un ricovero”. “La ragazza siamo andati a prenderla in un orfanotrofio che aveva solo due anni, poverina era tutta sporca con le bruciature di sigaretta sulle braccia. Per strana è sempre stata strana, per carità, se ne voleva sempre stare per fatti suoi in qualche angolo della casa. Le siamo stati sempre vicini, io e mio marito, nessuno ci ha aiutati. Ma ora non ce la facciamo più, con mio marito litighiamo perché lui lavora sempre e io a casa con lei non ce la faccio, è sempre nervosa, quando le dico di no mi prende per il collo. Ho iniziato anche io a prendere degli antidepressivi e delle gocce per stare tranquilla. Stiamo aspettando qualche comunità che se la tenga perché la situazione è fuori controllo”. Il quindicenne di due metri palestrato e vestito da rapper sogna l’NBA, ascolta solo hip-hop duro, testi che parlano di soldi donne armi e fanculo al mondo, ma anche vedere Dragon Ball non gli dispiace e questa sera in discoteca quando si è calato una pasticca di nome Dragon Fly forse avrà pensato di potersi trasformare nel suo supereroe. Parlare con delle ragazze in carne ed ossa è uno scoglio difficile da superare senza una spinta chimica, su internet è tutto più facile. Ma qualcosa è andato storto, la serata non è andata come si aspettava, “gli è presa male”, e ora va su e giù per il pronto soccorso, prendendo a calci e pugni tutto quello che incontra, risparmiando per fortuna i nonni attaccati alle flebo.

Ho riportato questi brevi esempi per dare una parziale prospettiva su quel fiume carsico di vita e di sofferenza che scorre ad ogni ora del giorno tra ambulatori medici, reparti ospedalieri, pronto soccorso, comunità terapeutiche. Sono frammenti scheggiati di vita di “devianti”, visibili con quel caleidoscopio assegnato agli psichiatri al posto del fonendoscopio degli altri medici. Frammenti devianti perché fuori dalla traiettoria lineare di una “santa norma” che nessuno, in fondo, è mai riuscito davvero a precisare, e fuori dalla logica standardizzata di definizione e classificazione alla base di manuali, protocolli e linee guida che indirizzano l’operato medico. Situazioni complesse, che neanche il mastodontico “manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (DSM), con le sue ben 392 etichette, permette di decifrare e tradurre. E di certo non è dalla moltiplicazione di diagnosi, a questo punto potenzialmente infinita, che ci si può aspettare una soluzione. Sono storie di vita e richieste di aiuto pronunciate con occhi increduli, terrorizzati, colmi di speranza e a volte di rabbia, che non si possono non sentire ogni volta addosso, non sentirle arrivare ai limiti della consapevolezza di essere l’ultimo baluardo umano al naufragio, a cui si è infine arrivati come ultima possibilità. E le sensazioni sono tanto più acuite dal fatto che troppo spesso ci si sente trascinati da soli in questi vortici bui, impreparati proprio come chi dall’altra parte cerca aiuto. Ci si sente come di fronte ad una striscia di detriti che la mareggiata ha scaricato sulla spiaggia, oggetti spezzati, parti di un qualcosa che si può solo immaginare con la propria parte di esperienza, ma che non si può tentare di rimettere in sesto e ricostruire da soli, senza correre il rischio di creare dei collage inautentici.

E li vedi soprattutto i più giovani, persi come piccoli Joseph K. nei meandri di tribunali terapeutici, con la condanna ad una cura che si ritrovano di colpo una mattina al risveglio. Piccoli Pinocchio confusi e sperduti in labirinti popolati da geppetti, lucignoli, gatti e volpi, strattonati qui e là da chi vuole mettere e chi vuole togliere le mani, chi li chiama ragazzi difficili e chi malati, chi vuole curarli con i farmaci e chi senza, chi vuole punirli se commettono reati e chi incolpa la società o la malattia, chi vuole coinvolgere le famiglie e chi vuole allontanarli in quel sottobosco proliferante di case famiglie, case alloggio, cliniche e comunità dalle più disparate etichette e nei più improbabili confini geografici. Sempre più spesso questi ragazzi giungono in un servizio pubblico già con una vasta conoscenza di “cure” fallite, e perciò tanto più scoraggiati, essendo migrati da una consultazione all’altra, rimpallati da esperti e trascinati da famiglie attratte da un mercato terapeutico che sa sempre più di marketing e sempre meno di terapia e salute mentale.

Il punto è che i confini dei diversi piani, psicologici, psichiatrici, sociologici, antropologici e non ultimo economici, su cui si articola la dimensione della salute mentale, si sono fatti sempre più labili, mescolati e confusi da cambiamenti e stravolgimenti storici talmente rapidi che superano in velocità ogni tentativo di interpretazione. E’ evidente ad esempio come molti disturbi psichici affondano inestricabilmente le loro radici nelle diverse strutture, individuali, familiari e sociali, della realtà. Non si può ad esempio non intravedere nell’ADHD i riflessi di una società spasmodicamente accelerata. E se i quadri depressivi sono sempre più di rado “endogeni” e deflagrano in uno scenario di crisi generale, le psicosi, gli stati disforici, le alterazioni psicomotorie hanno sempre più spesso un’origine “chimica”, alimentate da una fiorente produzione in laboratorio di nuove sostanze. D’altronde quella pasticca dal nome fantasioso è spesso l’unica possibilità per vincere la timidezza, essere iper-performanti, farsi riconoscere e poter trarre godimento, nel qui ed ora, senza responsabilità e forse senza desiderio. Ai ragazzi di oggi sembra rimasto solo questo, quest’unico obiettivo possibile, dalla cui esclusione non può che generarsi rabbia cieca e distruttiva. Ma se le cause sono sempre più nebulose, intricate e complesse, le possibilità di un aiuto articolato da parte delle istituzioni vanno, al contrario, parallelamente desertificandosi. E noi operatori spesso ci troviamo da soli, mi permetto di ribadire, nel punto in cui questi rivoli di sofferenza si canalizzano dopo essersi vaporizzati, e con la pesante sensazione di essere già fuori tempo e fuori luogo. In questo contesto di continuo incremento di bisogni arrivano come un macigno i recenti dati pubblicati dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica che segnalano un’incessante riduzione delle risorse messe a disposizione dei Dipartimenti di Salute Mentale. Si riducono così le fila di quegli operatori che, come detto, rappresentano sempre più spesso l’ultimo appiglio per un disagio che non si adatta al modello standard di domanda-risposta di altri servizi. E sui quali, peraltro, pesa il pericoloso tentativo di (ri)stabilire una ingombrante, quanto comoda per altri, attribuzione di compiti e doveri di cura, motivata da una maggiore conoscenza tecnica. Ma è evidente il rischio per tutti di rimanere schiacciati, immobili ed impotenti di fronte alle sofferenze, se la soluzione rimane una delega della cura tout court alla psichiatria, ridotta ad unico spazio di accoglienza, ascolto, proposta. In questa assenza, le sofferenze rischiano di restare storie di vita e richieste di aiuto indirizzate su binari morti. Come uscirne se non con un cambio di rotta consistente innanzitutto nel coinvolgimento di più parti della società, non più disancorate e solipsistiche ma unite nella condivisione di energie e saperi? Questo non solo per sopperire al deficit di risorse ma anche per generare opportunità e, attraverso un movimento di mutuo scambio, ricollocare l’azione terapeutica, non più demandata a personale tecnico e confinata in luoghi istituzionali, bensì tema della cittadinanza e motivo di riflessione condivisa. Senza questo passaggio si rischia purtroppo oggi di riaprire spazi scivolosi verso una revanche manicomiale, soprattutto quando la necessità di ricevere risposte e soluzioni rapide, dettate dall’evidente sofferenza collettiva nel reggere sentimenti di ansia e paura, si scontrano con il depauperamento di risorse umane ed economiche. Ecco quindi che il coinvolgimento di più parti competenti della società può offrire la possibilità di elaborare risposte ragionate ed utili alla persona in sofferenza e alla sua famiglia, permettendo di identificare quali supporti utili possono essere messi in atto per quali bisogni, cosa ci si aspetta reciprocamente e quali sono i punti di forza personali e del contesto in cui si opera. Un tale confronto, che faccia uscire dalla logica della delega e della settorialità, permette al contempo di ridurre le eccessive aspettative che spesso le famiglie in sofferenza rivolgono alle istituzioni, aspettative che appunto generano rabbia quando s’infrangono sui limiti reali della finitezza delle risorse in campo. Ma ha anche un senso nel superare quel “quanto prima tanto meglio” che ignora come in un contesto tanto delicato una risposta immediata non è sempre la risposta migliore, che l’attesa non è sempre tempo perso e che la vicinanza senza interferenza può generare nelle persone quei cambiamenti e quelle motivazioni fondamentali per accedere ad una “vita buona”.

Lungi dal rappresentare una stampella ai servizi di salute mentale, reciproci scambi e tavoli di lavoro condivisi possono dar voce, su temi di grande importanza per le trasformazioni sociali in corso, ad operatori portatori di esperienze preziose in materia. Penso, ad esempio, al dibattito attuale sulla liberalizzazione o sulla maggiore proibizione delle droghe leggere, all’interpretazione degli episodi di cronaca che l’hanno acceso, al bisogno di adolescenti e genitori di confrontarsi su aspetti che li vedono primariamente coinvolti.

In questo contatto sociale tra parti della società e tra generazioni vi è ancora lo spazio per proporre risposte e percorsi aperti, fondati su capacità, qualità e potenzialità personali di tutti i soggetti in campo, per evitare che deficit e paure generino riflessi di chiusura, di condanna o di costruzione di muri, di cui si avverte forte il pericolo.

Dalle lotte dei disoccupati organizzati dei “Banchi Nuovi” alla nascita del “Comitato di lotta per la salute mentale” – Napoli

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 23/04/2017 - 16:41

di Adriano Coluccia

INTRODUZIONE
Questo lavoro che presentiamo nella forma di pubblicazione lo rivolgiamo alla attenzione di tutti coloro che dalla sua lettura possano trarre spunti riflessivi e pratici per un agire materiale e incisivo nel sociale. Sono tempi questi dove il fiorire di tante iniziative disseminate sul territorio nazionale fanno ben sperare in una non troppo lontana possibilità di trasformazione del tessuto sociale nel senso di una radicale trasformazione della società in cui viviamo o sopravviviamo. Segnali di risveglio dunque. Lo dimostrano le numerose “lotte sociali” che incalzano ormai da qualche anno e per i più svariati motivi e che tutte abbisognano di essere raccontate ed evidenziate nel più totale disinteresse generale se non nella totale censura, nel totale silenzio strumentale che avviene sulla loro esistenza, perpetrato dai mezzi di comunicazione al servizio del potere della classe socialmente dominante: la borghesia. Parliamo infatti di quelle persone, di quegli aggregati umani che, alla luce di una dura e cruda realtà opprimente derivata anche dall’incalzare della crisi economica dei nostri giorni e dal suo carattere epocale che investe tutto il mondo dei meno abbienti e che minaccia la stessa esistenza degli uomini tutti, non hanno altro da fare che difendere con fatica e con sudore, con le unghie, la propria condizione di vita ridotta sempre più ad una mera condizione di sopravvivenza. Questi sono costretti insomma a lottare per continuare a vivere o a soccombere più o meno lentamente e nelle forme più svariate: questa infatti è la brutale alternativa che la odierna società capitalistica tutta tesa alla sua riproduzione pone in essere nel generale processo di disfacimento sociale che ci si presenta davanti e in modo drammatico. E di fatto è di lotta che vogliamo parlare, di lotta sociale che riprende dopo anni di silenzio dopo anni di tregua sociale dove l’illusione della società del benessere della opulenza la faceva da padrone e imperava in una specie di contratto sociale secondo il quale ciascuno avrebbe avuto quel minimo per stare bene per vivere dignitosamente: i fatti però hanno dimostrato il contrario hanno dissolto queste aspettative hanno da soli frantumato quel mondo neutrale asettico e strettamente demagogico che avvolgeva le menti della gente e specialmente dei più poveri producendo disagio e sofferenza.
Chi siamo
All’inizio degli anni settanta l’incalzare della crisi economica libera dal tessuto lavorativo preesistente ampi strati sociali ai margini dello sviluppo economico e industriale della Grande Fabbrica. Il serbatoio di forza-lavoro, estromessa dal ciclo produttivo, che si determina non si riversa però in quello che noi definiamo “esercito industriale di riserva”, anzi al contrario produce nel mercato del lavoro rigidità orizzontali e verticali che sfoceranno nella rivendicazione di un lavoro stabile e sicuro. Nascono i primi comitati dei cosiddetti disoccupati organizzati: il comitato disoccupati organizzati “Banchi nuovi” è tra i primi a costituirsi e a radicarsi nell’area del Centro storico napoletano. Già a metà degli anni ottanta “Banchi Nuovi” prendeva possesso della struttura del fabbricato ex ONMI (opera nazionale maternità e infanzia) per espletare le finalità rivendicative lavorative e con successo. L’azione si ripete ancora nel febbraio 2008: il fabbricato dismesso momentaneamente dal movimento dei disoccupati, reso inagibile e divenuto mero sversatoio di rifiuti urbani, viene rioccupato e liberato, bonificandolo e riadattandolo parzialmente con la sola forza delle nostre braccia. Di seguito segnaliamo gli eventi presenti nella struttura e che caratterizzano l’attività svolta nel nostro Centro sociale.
-Movimento di lotta per il lavoro – L’attività consiste nell’accogliere il bisogno umano di ottenere un lavoro stabile e sicuro e il salario garantito, la difesa dei posti di lavoro e dei contratti CCN, indirizzando i senza lavoro in un percorso che sul piano pratico si attua nell’inquadrare la domanda lavorativa verso un iter di vertenza rivendicativa, di lotta di piazza e di conquista del lavoro!
-Iniziative culturali nel centro sociale – Tra le numerose iniziative culturali svolte ne segnaliamo due a parer nostro significative del discorso culturale che il comitato articola sul territorio urbano.
Nell’ambito della Rassegna “Rovesciare il Mondo” gli appuntamenti del Centro sociale Banchi Nuovi e della Biblioteca Ramondino-Neiwiller:
1) Ottobre 2010 Incontro con Mario Martone, anteprima di sequenze dal film “noi credevamo”, interventi di Livia Patrizi, Renato Carpentieri, Antonello Cossia, Antonio Pennarella e Vincenzo Salomone.

2) Luglio 2011 Convegno – “dalle prime esperienze dei comitati Cinquesanti e Banchi Nuovi alle lotte di oggi”, incontro con Enzo Gragnaniello.
-Intervento nel quartiere – Anno 2009 Dimostrazione pratica della raccolta differenziata svolta per una settimana nell’area del Centro storico dagli aderenti al comitato.
-Intervento all’esterno del quartiere – Anno 2009-2010 Bonifica dell’area sottostante le Torri Aragonesi, Lungo mare Caracciolo, Centro direzionale, Torri Porta Capuana. Numerose iniziative di dibattito e proiezioni su tutta la tematica ambientale, blocco inceneritori e trasformazione tramite differenziata del ciclo industriale dei rifiuti.
-La biblioteca di quartiere – Luglio 2010 Nascita della Biblioteca Ramondino-Neiwiller con l’apertura al pubblico della sala lettura e prestito gratuito dei testi presenti in essa e con serate culturali di lettura e musica.
-Il comitato di lotta per la salute mentale – Dicembre 2011 Costituzione del Comitato di lotta per la salute mentale con finalità di accoglienza del cosiddetto “disagio mentale-disagio sociale”. Esso è stato creato per affrontare il tema del disagio mentale, sofferenza e disagio umano, ed è formato da studenti in medicina, sofferenti psichici e relativi familiari, e gli addetti ai lavori (psichiatri e psicologi) che da tempo agiscono su tali problematiche.
-Sportello di ascolto – Da subito attivato e inteso come strumento operativo del CDLSM nell’ambito delle prassi trasformazionali del reale svolte dal comitato di lotta di cui sopra.
-Accoglienza senza fissa dimora – L’attenzione mostrata dal Centro sociale verso le problematiche sociali presenti sul territorio si traduce attualmente anche nella collaborazione con altri comitati ad hoc nell’affrontare il disagio manifesto per le vie della città e nell’indirizzare il soggetto sociale in questione in un percorso di riscatto da una vita schiacciata nei propri bisogni (abitazione, lavoro, sanità).
-Accoglienza immigrati – La collaborazione fattiva con altri comitati di cui sopra ha prodotto una frequentazione stabile del nostro centro sociale da parte di immigrati di colore e non. L’attività si sostanzia nell’affrontare la problematica molto delicata della “esclusione/inclusione” forzata del diverso da noi con campagna per l’integrazione ed il diritto ad un salario garantito!
-Laboratorio musicale – Per insegnamento di strumenti di musica e prove di banda musicale.
Come disoccupati organizzati del quartiere di Forcella abbiamo percepito una sofferenza persino all’interno del movimento stesso, tra i nostri adepti, centinaia di persone, molte donne. Noi abbiamo visto che nella lotta, quando all’inizio tu hai l’orgoglio, certe cose, l’euforia, l’orgoglio, l’entusiasmo, ti fanno dimenticare i mali della società e anche quelli personali. Nell’ultimo periodo però abbiamo visto una cosa: un abbattimento, una sofferenza psichica, un malessere che noi abbiamo come ipotesi di lavoro definito così: “depressione sociale”. Ancora una volta ritroviamo i “luoghi di contenimento”. Il cosiddetto “manicomio”, abbattuto attraverso la cosiddetta “lotta dei pazzi”, di Franco Basaglia. Noi istighiamo alla lotta. Comunque diamo voce se il sofferente non riesce a esprimersi, ma attraverso una lotta che vede il sofferente tornare a una presa di coscienza individuale. Il gruppo di lavoro iniziale intendeva affrontare la questione della depressione sociale.
La riflessione che ha spinto a scegliere questo campo di ricerca e di pratica politica discende dalla constatazione pratica del dilagare di varie forme di malessere psicologico legate al progressivo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro o per l’incremento della disoccupazione in settori crescenti della popolazione in esame. Per il gruppo questa “inchiesta” sociale rappresenta, allora come adesso, la convergenza di una pratica di lotta politica nel quartiere con la richiesta di un sapere medico realmente attento alle dinamiche economiche e sociali e non più astrattamente concepito neutrale e scientifico. In particolare il gruppo si proponeva un salto qualitativo di proposte ed obiettivi che rompa gli argini rispetto al ruolo delle istituzioni sanitarie, viste in genere come luoghi nei quali si pratica una medicina asettica e alienante nella sua pretesa di medicalizzazione compulsiva del disagio soggettivo.
Nascita del comitato di lotta per la salute mentale
La storia del Comitato di lotta per la salute mentale (CDLSM), nato 5 anni fa nel Centro sociale ”Banchi Nuovi” è la storia di un organismo di massa politico che muoveva dalla osservazione del tutto particolare di un settore della popolazione subalterna: il manifestarsi di una sofferenza diffusa, anche psichica, all’interno del movimento stesso dei disoccupati organizzati, e non solo quelli dei “Banchi Nuovi”, acuita oltre tutto dai tragici dettami della crisi economica in cui versiamo. L’ipotesi del gruppo di lavoro originario era tutta centrata nel verificare quella che in prima approssimazione venne definita ”depressione sociale”. L’indagine, che voleva essere un primo momento di riflessione per un intervento pratico e politico nel sociale, “lavoro di massa”, (analisi della situazione socio-economica della popolazione meno abbiente del centro storico di Napoli – quartieri come Forcella ad esempio), partiva anche dalla considerazione, mutuata dalla osservazione del movimento stesso, che una lotta così dura e aspra per il lavoro, alla luce delle delusioni raccolte e dell’indebolimento indotto anche dalla risposta repressiva delle istituzioni, una lotta che di fatto ripiegava dall’ardore partecipato iniziale in una lotta del tutto economica ma dagli esiti incerti, senza alcuna speranza di sbocco in una soluzione lavorativa finale, produceva inesorabilmente una sofferenza diffusa…una sofferenza mentale. Quindi il dilagare della sofferenza psichica soprattutto fra le classi più deboli della società. Il Comitato di Lotta per la Salute Mentale si propone il duplice obiettivo dello smascheramento del ruolo assunto oggi dalla psichiatria nel controllo della sofferenza e del suo imprigionamento attraverso pratiche di normalizzazione, sommersione farmacologica e contenzione fisica e della istigazione dei sofferenti psichici alla lotta contro tutte le forme di oppressione esterne nella società ed interne nella loro interiorità attraverso la lotta politica e la pratica gruppale dell’ auto aiuto. La progressiva frantumazione di ciò che rimaneva dell’assistenza psichiatrica, fenomeno che non riguarda solamente la nostra città e la nostra regione, rappresenta l’aspetto emerso di più vasti movimenti politici e culturali che, in virtù della forte, se non assoluta, preminenza della deriva biologistica nell’ambito delle scienze umane e della virulenza delle logiche del mercato, impone come obiettivi la negazione di bisogni e diritti e l’annullamento del desiderio in nome di un progetto normalizzante e mercificante. La sofferenza mentale è fortemente diffusa ed aumenta con il perdurare della crisi, con la negazione dei diritti umani elementari, con l’abbandono dei sofferenti al loro destino, con l’arretratezza ed il pessimo funzionamento dei dipartimenti di salute mentale dell’ASL, con il cinismo di un assetto politico ed economico che provoca solo distruzione e morte.
Il “Comitato di lotta per la salute mentale”, con sede nel centro sociale Banchi Nuovi, è nato 5 anni fa per la volontà di familiari, sofferenti psichici, operatori, disoccupati, studenti di medicina e di altre facoltà, specializzandi in psichiatria, volontari, artisti, e della collaborazione con il dipartimento di neuroscienze della Federico II e altri soggetti politici comunque coinvolti nella fase attuale di smantellamento e distruzione dei dipartimenti di salute mentale. Il comitato di lotta per la salute mentale, opera nel territorio del centro antico della città. L’analisi critica del comitato ha elaborato il significato della propria presenza attiva nel quartiere a partire dall’oggettivo dilagare del disagio psicologico, disagio evidente fin da subito al centro sociale Banchi Nuovi presente nel quartiere da circa 40 anni, e particolarmente pronunciato negli strati già colpiti dal processo di esclusione ed emarginazione connaturato alle dinamiche del capitalismo finanziario, ed evidente conseguenza del contemporaneo imbarbarimento delle condizioni politiche ed economiche che la crisi ha imposto alle classi sociali svantaggiate. Il ruolo del comitato è stato fin dall’inizio focalizzato sull’intervento politico tendente all’individuazione delle contraddizioni e alla lotta per l’affermazione di una consapevolezza delle dinamiche repressive e di classe che la psichiatria, in generale nel suo agire istituzionale storicamente determinato e in particolare nella attuale fase politica, mette in campo. L’obiettivo che il comitato ha individuato è l’istigazione alla lotta per la salute mentale non senza rivendicare il diritto ad avere servizi di salute mentale aperti 24/24 ore e 7/7 giorni, non certo però allo scopo di puntellare acriticamente strutture in questo momento oggetto di rimaneggiamenti drastici e già peraltro storicamente carenti e portatori spesso di ulteriori disagi. L’obiettivo quindi non si limita alla semplice rivendicazione. Il comitato, in sintesi, vuole smascherare il ruolo della psichiatria come disciplina normalizzante improntata all’abbandono e allo sfruttamento teorico ed economico del disagio mentale. Il comitato lotta per costruire una pratica sociale che sovverta le prassi della psichiatria territoriale e per sperimentare un intervento, nel quartiere, volto alla comprensione degli intrecci tra malessere personale e struttura sociale. Tutto ha inizio 5 anni fa allorquando i frequentatori del centro sociale “Banchi Nuovi” hanno percepito, grazie soprattutto al radicamento che hanno sul territorio di Napoli Centro, in particolare “Forcella”  un pericoloso, quanto elevato aumento di disagio psichico nel quartiere stesso, che ha portato gli abitanti ad assumere notevoli quantitativi di psicofarmaci,  in particolare antidepressivi ed ansiolitici.
Tutto ciò è iniziato, e non a caso in concomitanza con la crisi economica già dal 2008. Quello che ha spinto i partecipanti del CDLSM nel cercare di affrontare la problematica è la convinzione che moltissime volte quello che spinge i sofferenti a chiedere aiuto non è affatto una patologia  o un male da curare, ma semplicemente un problema di carattere sociale, materiale, e legata ad una sofferenza legate a condizioni di vita che giorno dopo giorno diventano sempre più precarie. Secondo i promotori dell’iniziativa i medicinali, non possono rappresentare l’unica soluzione. Lo psicofarmaco può aiutare ad alleggerire  un sintomo, ma certamente è poco per risolvere il problema. La “pillola della mente” non può rappresentare l’unica soluzione, ma può aiutare ad alleviare un sintomo,  ma da sola non può risolvere il problema.
Gli psicofarmaci sono semplici palliativi, “se uno è malato si deve curare, ma i veri problemi sono altrove” recita un comunicato redatto dal collettivo, e sono dell’opinione che  bisogna indagare nelle esperienze di vita nei rapporti umani, per finire alle relazioni con la società che circonda e influenza la persona.
A questo punto i fondatori del collettivo CDLSM – Napoli  che ha luogo nella storica sede Banchi Nuovi in Via del Grande Archivio 16, hanno deciso di parlarne, coinvolgendo tutti coloro che si sentono toccati da questo problema per capire insieme e collettivamente come lo affrontano, quali soluzioni vengono offerte e quali desidererebbero. “Vogliamo capire come affrontare un disagio in modo diverso” si legge nel comunicato del collettivo, che continua “ con la consapevolezza che la soluzione non è soltanto medica, ma anche sociale, e che pertanto riguarda indistintamente tutti allo stesso tempo”. Obiettivo politico in tal senso dunque, tutto inerente alla dinamica di un comitato che agisce infatti per “istigare alla lotta” quel soggetto sociale che da anni ormai, data la deriva del sistema sanitario pubblico, subisce un regime di vera tortura e non di cura: il cosiddetto sofferente psichico. Ovviamente sono invitati tutti i soggetti che, vivono direttamente o indirettamente tali problematiche, al gruppo di ascolto che si riunisce presso il centro sociale Banchi Nuovi tutti i mercoledì alle 17.
DIRITTO ALLA SALUTE, SITUAZIONE ECONOMICA, RETE DEI SERVIZI
L’art. 32 della Carta Costituzionale sancisce: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti ” e, quindi, fa obbligo allo Stato di adottare ogni iniziativa, correlata alla disponibilità delle risorse realmente esistenti, finalizzata al conseguimento di tali obiettivi. Nella Regione Campania tale dettato costituzionale non ha trovato finora una soddisfacente realizzazione.
La regione Campania persegue (in nome dei tagli alla spesa) il progressivo smantellamento di quel che rimane dell’assistenza psichiatrica territoriale e, nella attuazione di metodologie di cura orientate al solo approccio farmacologico, produce fenomeni di cronicizzazione della sofferenza nei pazienti e nelle loro famiglie. I servizi territoriali, anche a causa delle enormi carenze di organico soprattutto tra le figure non mediche (psicologi, assistenti sociali, sociologi, antropologi, tecnici della riabilitazione, educatori), si sono ridotti a meri dispensatori di farmaci, con l’unico scopo di annichilire e normalizzare la personalità dei cittadini sofferenti. Sul versante psichiatrico, quindi, la situazione è particolarmente grave con un aumento dei TSO (trattamenti sanitari obbligatori) quale conseguenza dell’abbandono e del mal-trattamento negli interveti di cura. I metodi di intervento nella crisi diventano sempre più violenti, con l’utilizzo di dosi massicce di farmaci e il ricorso a pratiche di contenzione fisica (legare) che, combinate assieme, possono produrre effetti mortali. Nasce l’esigenza di opporsi allo smantellamento della Sanità Pubblica.
Il taglio dei flussi finanziari al privato convenzionato diverrà uno stimolo ai viaggi sanitari da sud a nord. I ricoveri in case di cura convenzionate si ridurranno e la sofferenza psichica avrà sempre più bisgno di grossi contenitori per la gestione per la gestione della malattia mentale cronica. Questi contenitori saranno strutture residenziali (SIR) che dovranno aumentare le loro capacità di accoglienza. Sarà anche inevitabile che le case di cura convenzionate si trasformeranno in SIR (Strutture Intermedie Residenziali): questo è quanto afferma il Forum Sergio Piro.
La rete dei servizi di salute mentale presenta segni di malfunzionamento. Il numero dei trattamenti sanitari obbligatori nei confronti di persone residenti a Napoli, attuati nei servizi psichiatrici ospedalieri, è elevatissimo rispetto ai valori nazionali e regionali (da: La salute mentale nei quartieri degradati, di Alessio Maione e Teresa Capacchione).
Il disagio mentale è un problema sociale: le Asl e la Regione Campania sono responsabili del grave peggioramento dell’assistenza per i sofferenti psichici.
Col piano De Luca–Polimeni (struttura commissariale) siamo di fronte all’ennesimo intervento locale di un programma europeo di ben più ampio respiro che il governo sta realizzando in Italia e che prevede la privatizzazione generale, la riduzione di ogni forma di garanzia sociale per le classi subordinate e l’instaurazione di un regime autoritario per fronteggiare lotte sempre più diffuse e violente. Urgenza della formazione di una rete territoriale che tenti di costruire una strategia unitaria di intervento e strategie sul problema della salute e della salute mentale, in particolare su questa tematica alcuni interventi hanno sottolineato l’importanza di approfondire ed allargare il concetto di “salute mentale”, di modo che tutti gli ambiti in cui si manifesti esclusione, reclusione, emarginazione, disoccupazione, povertà, abbandono e vere e proprie aggressioni alla vita, alla gioia, ai talenti personali, possano diventare terreno di organizzazione e lotta. La rete territoriale delle realtà di lotta si propone di costruire un’ottica sistemica che coinvolga tutte le tematiche sociali su elencate senza peraltro annullarne le specificità.
________________________________________
(*) Adriano Coluccia (Comitato di lotta per la salute mentale – Napoli, Via del Grande Archivio)

IO DIGIUNO perchè non devono tornare gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 23/04/2017 - 16:25

Per la Salute Mentale: uscire dalla logica manicomiale, diritti, doveri e cittadinanza.

Esprimiamo grande preoccupazione a proposito del testo di un comma del Disegno di Legge “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario” art. 1 comma 16 lettera d AC 4368, approvato al Senato e ora in discussione alla Camera AC 4368che, se confermato, rischia di riaprire la stagione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg). Viene infatti ripristinata la vecchia normativa disponendo il ricovero di detenuti nelle Residenze per le Misure di Sicurezza (Rems) come se fossero i vecchi OPG.

A pochi giorni dalla chiusura dei manicomi giudiziari, così le Rems rischiano di diventare a tutti gli effetti i nuovi Opg, travolgendone e stravolgendone la funzione. Vanificando l’ straordinario lavoro degli operatori che ha portato in questi mesi ad oltre 500 dimissioni. E smentendo la grande riforma che ha chiuso gli OPG, la legge 81/2014, che vede nelle misure alternative al detenzione, costruite sulla base di un  progetto terapeutico riabilitavo individuale, la riposta prevalente da offrire. Non abbiamo chiuso gli OPG per vederli riaprire sotto mentite spoglie.

stopOPG propone perciò una nuova staffetta del digiuno, durante la discussione del DdL alla Camera, per ottenere lo stralcio della norma in questione.

Di enorme significato è la decisione dell’ex Commissario unico per il superamento degli OPG Franco Corleone di avviare la staffetta del digiuno i giorni 12, 13 , 14 aprile. Su www.stopopg.it la pagina dedicata alla staffetta.

Per aderire alla staffetta del digiuno scrivere all’indirizzo redazione@stopopg.it “nome e cognome, città, ev. associazione di appartenenza, ev. incarico-professione”

Staffetta digiuno stopOPG aprile – maggio 2017

leggi tutto dal sito di StopOpg

Cantiere salute mentale 10. A proposito della diagnosi

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 23/04/2017 - 16:13

Più che un documento in cui risulti la storia del paziente sembra spesso una pezza giustificativa che l’ospedale (il servizio) prepara per motivarne il ricovero (il trattamento). La formulazione della diagnosi illumina di un colorito particolare ogni atto o avvenimento della vita del paziente, mettendo in evidenza soltanto gli aspetti che possono essere interpretati sotto questa luce. Nella cartella clinica non solo viene ricostruita (a posteriori) la malattia ma anche la storia del paziente, una storia che sembra sia stata vissuta soltanto in funzione di quella malattia e, soprattutto, in funzione del ricovero […]. Sembra rivolta a individuare gli elementi più negativi, i fallimenti più nascosti, gli avvenimenti più vergognosi che abitualmente l’individuo riesce a celare; e ciò per costruire un quadro del “malato” perfettamente rispondente all’ipotesi diagnostica. Gli stessi elementi collezionati nella cartella clinica di un malato istituzionalizzato restano fatti privati personali per chiunque non entri in una istituzione psichiatrica. All’internato (all’utente psichiatrico) invece non resta più niente di personale e meno ancora di privato. E la cartella clinica, con l’elenco delle sue «stranezze» e dei suoi «errori» diventa perciò un nuovo strumento antiterapeutico che si aggiunge agli altri, aiutando a fissarlo in quella sua immagine di pazzo, ormai pubblica e quindi irreversibile

(F. Ongaro Basaglia  in  Noi matti – Dizionario della nuova psichiatria, pubblicato in l’«Espresso-colore» del 21 marzo 1971)

Tutti quelli che vorranno possono scrivere per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte al sito del forum salute mentale.

[Ci proponiamo  con questi interventi minimi, che chiamiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di ri-attivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

La trilogia di Piero Cipriano. Sperimentare il dubbio

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 23/04/2017 - 16:00

Si apre all’insegna di Michel Foucault, George Orwell e Emmanuel Carrère il terzo libro che Piero Cipriano licenzia per Elèuthera. La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante) (pp. 248, euro 15) segue La fabbrica della cura mentale del 2013 e Il manicomio chimico del 2015. Ogni suo libro è inoltre caratterizzato, sin dai sottotitoli, dalla riluttanza con la quale Cipriano, di professione psichiatra e psicoterapeuta di formazione etnometodologica, si trova a fare il proprio lavoro all’interno delle istituzioni di cui inevitabilmente parla e che inevitabilmente critica. Per questa via di accesso ci ricolleghiamo a Foucault, secondo il quale – è noto – si procedeva verso una forma di controllo statale della devianza. Ritornando sulla lezione del “collega” inglese Derek Summerfield, Cipriano ricorda inoltre che “l’ordine politico-economico trae vantaggi quando le sofferenze e i disturbi, che probabilmente sono in rapporto con le sue pratiche o le sue scelte politiche, vengono spostati dallo spazio socio-politico, cioè pubblico e collettivo, a uno spazio mentale, ovvero a una dimensione privata e individuale”. Di Orwell Cipriano riprende le riflessioni metascrittorie: nel suo distinguere i quattro ricorrenti motivi per cui solitamente si scrive, lo scrittore britannico non dimenticava quello politico (scrivere per cambiare il mondo, anche provando a cambiare una singola disciplina che sta dentro il mondo, la psichiatria ad esempio). Infine arriviamo a Carrère, un autore particolarmente amato dal nostro psichiatra podista, e al suo tipico “patto con il lettore”. Anche Cipriano ne fa uno, e lo porge così:

[...] lettore, ti racconto di me, delle mie passioni, dei miei tormenti, ti faccio entrare nel mio flusso di coscienza, però poi mi segui fino in fondo, non mi lasci, non interrompi la lettura appena il gioco si fa duro, quando scrivo venti pagine per provare a spiegare che cos’è la depressione o la schizofrenia o quando riscrivo, in tutti i modi che so, che è necessario slegare i cristi in croce, o che bisogna togliere le pasticche all’umanità.

Da qui e dalla circoscrizione e conferma della riluttanza, parte questa terza fatica di Piero Cipriano (la parola “fatica” qui ci può stare) e questo terzo colpo ai dogmi repressivi, un “grido” che prova a chiamare a raccolta i “cento Basaglia” che ancora in Italia ci sono e che possono provare a fare della psichiatria qualcosa di diverso da un esercito di “tecnici-aguzzini-e-freddi” che spesso alimentano l’imprenditoria e il business della salute.

Il libro è strutturato in 31 capitoli abbastanza brevi, spesso simili a exempla, montati secondo una logica cumulativa e argomentativa serrata, e tenuti insieme dall’occhio del regista (in un romanzo breve uscito per Manni nel 2010, Film anarchico e impopolare. Nella terra dei lupi e dei santi, il protagonista è proprio un regista). Si tratta di un esperimento interessante di fiction che non è fiction (una peculiare non-fiction novel, toh, per scrivere come si dovrebbe, con ampi stralci di saggio narrativo) oppure, se si guarda dal versante opposto, possiamo pensare di avere davanti un saggio informale e colloquiale, concepito come una progressiva aggressione ed erosione del terreno preso in esame, cioè quello della follia con cui si cerca di irretire istituzionalmente e commercialmente… un’altra follia, o perlomeno quanto ci ostiniamo comunemente a chiamare così. Chi ha conosciuto la scrittura di Piero Cipriano nei primi libri non avrà bisogno di queste note provenienti invece da un suo lettore dell’ultim’ora il quale, suggerendo la lettura di questo nuovo nuovo, evidentemente si immagina un lettore altrettanto tardivo interessato sia a questa nuova opera sia alle vecchie opere dell’autore. Chiudono il libro l’utile poscritto e le altrettanto utili bibliografia e – soprattutto – filmografia (da Nei giardini di Abele di Sergio Zavoli del 1968 al recentissimo La pazza gioia di Paolo Virzì, e certo è che la regia e il montaggio ritornano costantemente nell’approccio di Cipriano).

La costituzione del volume sin dal titolo sposta l’attenzione su una parola nuova, “società”, mentre nei primi due libri facevano capolino le parole “fabbrica” e “manicomio” (quest’ultima parola parzialmente dematerializzata dall’aggettivo “chimico”), a conferire comunque fisicità architettonica agli aspetti relativi alla salute mentale e alla sua “gestione” dopo la chiusura dei manicomi. Parlare di “società” dei devianti e non solo delle “istituzioni totali”, su cui si era soffermato magistralmente il saggio Asylums di Erwing Goffman (libro che ricordiamo fu tradotto da Franca Ongaro e prefato da Franco Basaglia), traduce quel continuum scabroso che va da un’ineffabile e tuttavia esistente “follia” alla “normalità” altrettanto ineffabile. Allo stesso tempo è un libro la cui strutturazione traduce un dubbio di fondo che riguarda la libertà di non sapere chi siano veramente i devianti (pensavo all’epoché leggendo e ad un certo punto questa parola è spuntata nella prosa di Cipriano, e a ben vedere epoché richiama la “messa tra parentesi” della malattia mentale di cui parlava Franco Basaglia, in attesa di sgretolare certe sovrastrutture che la imbrigliano e non aiutano nessuno). Cipriano evita di essere inconcludente in questo loop, soprattutto quando salda il proprio ragionamento in un circuito economico-produttivo che riconduce la non produttività del deviante al lucro che su di questo è prodotto. Tra tutti, di particolare interesse i capitoli che ritornano sull’eredità basagliana, il carteggio diviso in parti con la “decima madonna”, ovvero la poetessa Nicoletta Bidoia, sulla scia del suo libro Vivi. Ultime notizie di Luciano D. (libro di cui ho scritto qui) e quello intitolato programmaticamente “Una nosologia non botanica e non entomologica della sofferenza psichica”. Ma non mancano spunti pratici più fecondi come “Il paziente zero”.

Di fondo, tra le pagine, resta la “riluttanza” che è la cifra (e forse ormai un’etichetta, pericolosa e a doppio taglio come ogni altra etichetta) con cui Cipriano veicola il proprio pensiero e operato, una postura metodologica che traduce la scarsa propensione a cedere alla follia istituzionalizzata con cui ancora si prova a imbrigliare – magari chimicamente e non architettonicamente o con le fasce e il contenimento – la follia. Alla parola Cipriano riserva sicuramente un’attenzione importante e speranzosa, anche se non altrettanto speranzosa è la prospettiva di certa psicanalisi, su cui emergono alcune riserve. La stessa storia della nostra lingua conserva tracce di espressioni in uso come “matto da legare”, ma la stessa lingua e parola diventano, qui come altrove, dei territori dove può accadere qualcosa che si avvicina alla “cura” (che cosa fa Cipriano nel suo lavoro? Scrive che prova a parlare ai pazienti). Resta da capire come la plurisecolare vicenda della sofferenza psichica, che oggi ha per ogni colore la pasticca del colore giusto e rispondente, possa confluire dentro una rinnovata e rinnovabile visione, che raccolga davvero l’eredità basagliana (nonché di molti altri “eretici”); è una vicenda molto lunga che tra l’altro, non di rado, intercetta la scrittura, la letteratura, artisti e scienziati, la musica o il cinema. Oltre un secolo fa uno scrittore come Edmondo De Amicis non scriveva solo libri come Cuore ma varcava i cancelli e affondava da vicino lo sguardo su questo “mondo”, portato lì anche da vicende personali tutt’altro che lineari. Eppure di De Amicis ci portiamo appresso soprattutto l’altra immagine, meno interessante. Il dubbio deve rimanere un principio metodologico fondante e su questo Cipriano, per quel che capisco io, mi pare abbia molto da dire e suggerire. Sulle “ricette” con cui rispondere alla sofferenza mentale e ad altri mali dell’anima non è del resto facile pronunciarsi e non lo è mai stato. “Ricette” è un vocabolo principe del linguaggio medico, ed è inevitabile che una critica passi anche per la riconsiderazione di questo linguaggio. Di questa riconsiderazione linguistica la prosa di Cipriano pone già qualche base.

(da LibroBreve: http://librobreve.blogspot.it/2016/07/piero-cipriano-e-la-societa-dei.html)

La precisazione del Vice Presidente Legnini del Consiglio Superiore di Magistratura sulla delibera Rems

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 22/04/2017 - 19:48

[Qui il link de ilfattoquotidiano relativo alla nota ansa]

“In merito alla nota dell’ansa relativa alle problematiche del superamento degli OPG, il CSM  precisa che quanto riferito in ordine al fatto che responsabili anche di gravi reati di sangue ma prosciolti per infermità mentale, “vagano nel territorio  ammalati psichiatrici gravi” perchè sarebbero piene le REMS, non costituisce affatto oggetto del parere approvato nella seduta di ieri. Si tratta, invece di affermazioni, peraltro non testualmente riportate, rese dal Presidente del Tribunale di sorveglianza di Catania e semplicemente citate, come diverse altre di ben differente tenore, nel testo della delibera. In vari passaggi della delibera, si dava conto delle comunicazioni trasmesse alla Sesta Commissione dai principali dirigenti degli Uffici giudiziari interessati.

Il quadro generale emerso non corrisponde ai toni allarmistici riportati nell’agenzia.

Il CSM, ribadisce l’importanza della delibera approvata ieri, che si è fatta carico di portare alla luce tutti i benefici derivanti dal superamento degli OPG, nonché di proporre numerose soluzioni volte a rendere efficace la riforma del 2014. La Riforma, infatti, oltre alla definitiva abolizione degli OPG ha stabilito concrete misure per garantire la tutela della salute mentale degli autori di reato non imputabili. Tra le proposte avanzate dal CSM c’e quella di una maggiore integrazione con i servizi di salute mentale sul territorio e la crescente collaborazione tra le REMS e i Tribunali di sorveglianza”.

Mentre i Radicali presentano in Parlamento la loro proposta, il Forum non può che dissociarsi

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 21/04/2017 - 11:41

(disegno di Ugo Guarino)

di Alessia de Stefano.

Leggendo la presentazione della proposta di legge dei radicali italiani di modifica della legge 180 (vedi), scopro di avere capito molto poco delle regole che da dieci anni applico nei servizi di salute mentale.

L’impianto normativo più volte elogiato dalla OMS sarebbe “fragile”, la tutela dei diritti del paziente del tutto inconsistente, il sindaco “figura ornamentale”.

La soluzione passerebbe per un giudice tutelare, non più garante e supervisore ma diretto responsabile della emanazione della ordinanza di tso, per un avvocato che difenda il paziente proprio come una persona arrestata o fermata.

Rimango molto stupita da queste affermazioni, come se la quasi quarantennale legge 180 non fosse stata ideata proprio nel tentativo di affermare i diritti della persona che in un momento importante della sua vita necessita di cure. Come se la massima autorità sanitaria locale, quel sindaco che deve rendere conto direttamente ai cittadini, non fosse stata chiamata in causa proprio per affermare la natura medica del trattamento sanitario.

D’altronde, a quanto pare, le incongruità della proposta non si limitano ad aspetti così volgarmente (o apparentemente?) “ideologici”. La proposta afferma che, ora, il giudice tutelare non applica a dovere la legge; che senso ha allora assegnargli un compito ben più importante e delicato? Senza peraltro entrare nel merito di un potenziamento e riorganizzazione dei suoi uffici (e dell’intera rete dei servizi di salute mentale)?

Nessun problema sembra di capire, i diritti del povero paziente sarebbero comunque garantiti (magari a costo zero per lo stato!) dal presidente del tribunale in persona, che con udienze ogni 4 giorni deciderebbe la sorte del malcapitato di turno.

Dalla padella nella brace, due magistrati per un atto medico…

Nel delicato momento in cui la malattia della persona bussa alla porta, magari nella forma del delirio, spesso la reazione è il rifiuto di ogni aiuto, di ogni cura. Paura, disagio, smarrimento possono prevalere, insieme alla sensazione che il mondo ci sia ostile.

Udienze, tribunale, avvocati, avete idea di quanto tutto questo possa sconvolgere le persone?

E poi, al posto dei Vigili Urbani (rappresentanti del sindaco, corpo di polizia locale, in un ordinamento civile) chi mettiamo? La Polizia di stato?

Per un periodo di studio da specializzanda in Psichiatria sono stata in Olanda. In quel paese il giudice decide (per pericolosità) il Tso, di solito si reca personalmente in ospedale ed esamina il paziente prima di esprimere il suo accordo o rifiuto al ricovero o al trattamento obbligatorio. Non a caso, a condurre i pazienti in ospedale è sempre la polizia. Ero lì nel 2006 per insegnare il modello italiano. In un paese in cui il servizio pubblico non era falcidiato da tagli, incuria e smanie privatizzatrici si rendevano conto che le garanzie offerte dalla loro legge di quasi cento pagine erano largamente virtuali, come dimostrava la protesta organizzata delle famiglie contro l’arbitrarietà dei ricoveri negli ospedali psichiatrici (ebbene sì, persi tra un codicillo e l’altro hanno dimenticato di chiuderli!).

Ora mi trovo in Italia nel 2017 e mi si propone la stessa identica cosa, con una bella riverniciata di “europeo”. Come è possibile?

Forse, mi dico, nei nostri servizi in questi anni ci sono stati terribili abusi e tragiche morti, anche perché si è perso il senso del servizio pubblico, che questo sia lo strumento principe di garanzia di diritti finalmente reali e non solo proclamati con roboanti parole.

E spesso, perché no?, che questo fondamentale compito comporti per ogni operatore del Sistema sanitario nazionale dei doveri.

Doveri verso tutti i cittadini.

Quante volte le giuste prescrizioni di leggi giuste sono state malamente realizzate o addirittura capovolte? E’ veramente scontato che lo psichiatra sia un “operatore di pubblica sicurezza” dal quale il cittadino (che se lo può permettere) va difeso per mezzo di giudici e avvocati?

Ricordiamo allora, ancora una volta, le principali direzioni di azione indicate dalla legge del 1978, invitando contemporaneamente a riflettere sulle difficoltà prodotte dalla crisi in corso (il lato della “domanda di cura”) e dai continui tagli a personale e strutture (l’ “offerta”).

Circostanze che spingono inesorabilmente verso una psichiatria “quantitativa”, coercitiva, anche se non devono e non possono in alcun modo giustificare i comportamenti violenti di operatori che hanno completamente smarrito il senso del loro lavoro e che troppo spesso lo stesso sistema giudiziario che si invoca come panacea lascia impuniti.

Il bisogno di trattamento, base dell’attuale legge determina un’azione immediata verso la persona da parte di uno psichiatra o comunque di un medico, che spesso può risolvere una situazione critica senza ricorrere all’ammissione obbligatoria.

Una delle principali ragioni per la sua introduzione era, lo ricordiamo, proprio il tentativo di fondare la relazione medico-paziente sull’obbligo morale di curare e su un impegno politico alla protezione della salute del cittadino, in alternativa all’obbligo legale di punire l’individuo e di proteggere la società.

La legge italiana ha avuto il coraggio di negare il pregiudizio anacronistico della pericolosità implicita e invariabilmente connessa alla malattia mentale. Per questo la parola “pericolosità” scompare completamente dal testo di legge.

Grazie a questo (e in tempi di garanzie vacillanti per tutti sorprende l’insensibilità proprio dei radicali a riguardo) dal 1978 un magistrato o le forze di polizia non possono più disporre una cura o un internamento. Ma ciò che forse rappresenta la peculiarità della legislazione italiana, ciò che la contraddistingue rispetto ad altre legislazioni europee, è l’attenzione al tema della volontarietà e della involontarietà. Proprio da qui scaturisce il dovere del medico di farsi carico della libertà della persona, adottando tutte le iniziative opportune rivolte ad assicurare il suo consenso nel caso di un trattamento sanitario obbligatorio.

La legge del 1978 si interroga insomma su quel nodo centrale e delicato che concerne il rapporto tra malattia mentale e libertà.

Nei due sensi: in che misura siamo davvero liberi quando siamo in preda alla malattia? E viceversa: quanta libertà ci può concedere la società quando siamo malati?

Il compito che la legge indica al medico è quello di mettersi al centro di questi dilemmi etici, di cercare il consenso alle cure con pazienza e tenacia. E lì dove ciò non accada, di farsi carico del rifiuto con una scelta responsabile che garantisca i diritti della persona, primo fra tutti quello di essere curato. Riconoscendo che non ci si può nascondere dietro questo rifiuto per sostenere, in maniera generica e strumentale, il rispetto sempre e comunque della libera scelta dell’individuo. Per soggetti non dotati di mezzi adeguati, troppo spesso questo comporta l’abbandono in una condizione di solitudine e di miseria morale e materiale.

Da qui la risposta del servizio di salute mentale: pensata e articolata efficacemente sul territorio, con il trattamento ospedaliero ridotto a extrema ratio.

Bisogna ricordare che in tutta Europa, dove il sistema è spesso molto simile a quello proposto dagli amici radicali, si sta presentando una preoccupante crescita dei trattamenti obbligatori, concentrata nei paesi che accettano il criterio del pericolo. Alcuni studiosi sembrano concordi nell’individuare la causa di questo fenomeno nel costante e pervasivo allarme (minaccia terrorista, violenza ecc. ecc.) che da qualche anno agita con la medesima intensità tanto gli operatori quanto la società nel suo complesso.

Di fronte al pericolo ci si difende, una logica che un po’ ovunque in Europa ha ripreso ad alimentare la vecchia idea che la malattia mentale sia sempre qualcosa di incontrollabile e pericoloso.

Il «patto tra psichiatria e Stato», insomma, non è mai stato completamente spezzato, e ora nubi oscure si addensano all’orizzonte anche in Italia.

I radicali da che parte stanno?

Bibliografia:

1. Dressing, H., & Salize, H.J. (2004) Compulsory admission of mentally ill patients in European Union Member States. Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology 39(10);

2. Guaiana G., Barbui C. (2004) Trends in the use of the Italian Mental Health Act, 1979-1997. European Psychiatry 19(7);

3. Jonas, C., Machu, A., & Kovess, V. (2002) France. In H.J. Salize, H. Dreßing, Peitz M. (Eds.) Compulsory Admission and Involuntary Treatment of Mentally Ill Patients – Legislation and Practice in EU-Member States – Final Report. Mannheim (D): Central Institute of Mental Health, pp. 75-81.

4. Legge 13 maggio 1978, n. 180 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, pubblicata nella Gazz. Uff. 16 maggio 1978, n. 133.

5. Mulder C.L. (2005) Variations in involuntary commitment in the European Union. British Journal of Psychiatry 187(1), 91-92.

6. World Health Organitation (2005) Mental Health: facing the challenger, building solutions.

7. Riecher-Rössler A., Rössler W. (1993) Compulsory admission of psychiatric patients–an international comparison. Acta Psychiatrica Scandinavica 87 (4), 231-236.

8. Salize H.J., Dressing H. (2004) Epidemiology of involuntary placement of mentally ill people across the European Union. British Journal of Psychiatry 184(2), 163-168.

9. Szmukler G., & Holloway F. (2000) Reform of the Mental Health Act. Health or safety? (3), 196-200

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Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione.

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 15/04/2017 - 13:32

[Pubblichiamo un articolo di Monica Coviello pubblicato il 20 gennaio 2017 su Vanityfair]

La storia di Angelo, rinchiuso in manicomio, a Villa Azzurra, Torino, quando aveva tre anni, è una delle otto raccolte da Alberto Gaino nel suo libro Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione. Nove anni di violenza, punizioni spietate, disumanizzazione e rabbia: la sua testimonianza

«Io mi dicevo: se vedo i merli dalle finestre, vuol dire che sto bene e a posto con la testa, se invece il cervello era tutto confuso, dipendeva dai giorni, era per i farmaci che mi davano». Angelo è un sopravvissuto. Uno di quei bambini che hanno passato l’infanzia in un manicomio.

La sua è una delle otto storie raccolte da Alberto Gaino nel suo libro Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione, in uscita mercoledì 25 gennaio per la collana le Staffette, edizioni Gruppo Abele. L’autore, che dal 1981 è stato cronista prima per Stampa Sera, poi per La Stampa, ha ripercorso la cronaca giudiziaria degli anni ’60 e ’70, quelli in cui i manicomi (oggi chiusi grazie alla legge Basaglia del 1978), in particolare quelli della provincia di Torino, erano delle vere e proprie «discariche di relitti e persone rotte, dove la disumanizzazione era all’ordine del giorno».

Bambini e bambine, a volte abbandonati, a volte considerati «monelli», «pericolosi a sé e agli altri», venivano lasciati marcire dietro quei muri, legati mani e piedi per giorni o in balia del gelo invernale. Gaino ha riaperto le cartelle cliniche di quei vecchi istituti. «L’ospedale psichiatrico – spiega – è stato nei suoi centocinquant’anni di vita un’immensa discarica umana in cui sono state rovesciate, come rifiuti organici, generazioni di uomini e donne, e bambini, tutti vulnerabili».

Angelo aveva tre anni quando un’assistente sociale lo portò a Villa Azzurra, «che di quel colore non aveva proprio nulla. Ci finii perché quella buona donna di mia mamma mi aveva avuto da un uomo che della paternità se ne infischiò allegramente, non l’ho mai incontrato. Lei era giovane e sola, e lavorava come operaia in una maglieria.

[…] Finii nel manicomio per i più piccoli. Giusto per avere un letto e un piatto di minestra. Ovviamente questi sono pensieri che ho avuto dopo. A quell’età, di male potevo avere fregato solo i ciucci all’asilo. Poi, a Villa Azzurra, che era una caserma con le suore che punivano per ogni nonnulla, diventai oppositivo, come dicevano tutti. Ricordo che mi punivano e io scappavo per le grondaie sul tetto, mi nascondevo nei tombini, mi rifugiavo nella camera mortuaria in fondo all’Ospedale psichiatrico di Grugliasco.

Mia madre mi ha chiamato Angelo e so bene che non lo sono mai stato, un angelo. Però, di fronte alla paura, non ho mai pensato di provare a fare pena. Ho sempre reagito alla paura con la rabbia, la protesta. Era la mia natura. E, come ho già detto, mi hanno definito un oppositivo. E, per la verità, molto altro. Ero curioso e la notte mi alzavo, uscivo scalzo dalla camerata, mi attirava la luce accesa nella stanza in fondo, dove stavano gli infermieri. Una volta vidi un’infermiera che faceva la festa a un infermiere, lo dissi alla suora e lei mi punì.

Cominciai a essere legato al letto, o al termosifone, che avevo quattro anni. Così diventai un ribelle. Non scappavo soltanto. Rispondevo alzando anch’io la voce. Era arrivato Coda, lo psichiatra elettricista. Mi ha dato la scossa cinquantadue volte. Non mi ricordavo quant’erano state. Ho rubato la mia cartella clinica e là c’è scritto che Coda mi fece mettere la gommetta fra i denti e i due tappi alle tempie tutte quelle volte. A dire il vero, e questo me lo ricordo senza consultare le carte, secondo come gli girava, l’elettricità me la dava ai genitali, alla colonna vertebrale, ai reni, oltre che alla testa. Diceva alla suora: «Si è fatto la pipì addosso? Sì? Insegniamogli a non farla più». Oppure bastava che lo avessi guardato storto. E mi faceva schiattare dalla paura, prima, ma cercavo di non darlo a vedere. Cercavo.

Una volta partita l’elettricità nel mio corpo, non capivo più niente e svenivo. Saranno stati secondi, ma era come per quei bambini, fra di noi, che avevano le convulsioni. Partivi come un frullatore. Solo che eri tu, una persona. Non una macchina. Ho letto quello che ha detto un altro ricoverato cui avevano fatto l’elettroshock, a proposito dei movimenti del suo corpo: «Li senti come se fossero gli ultimi della tua vita». Io sono vivo, sono stato male, anche malissimo, più di una volta, ma non so, non lo so ancora cosa si prova quando si sta per morire. Ma sono d’accordo con questa descrizione. Era… mi sembrava che fosse come morire. Sono andato a leggermi cosa scrisse Coda: «Il medico che si commuove crea la piaga purulenta».

Tutte quelle volte. Mi abituai persino all’elettroshock, nel senso che nemmeno domandavo più perché continuassero a punirmi in quel modo. E quando mi svegliavo, ore dopo, se andava bene mi trovavo nel mio letto sul materasso, se no sulla rete: avevano tolto il materasso perché non si lordasse. In ogni caso io ero legato. Ricordo che prima di svenire me la facevo regolarmente addosso. Me ne accorgevo al risveglio. Sporco com’ero rimanevo così per ore, a volte anche per giorni, una volta per quattro giorni, e mi sporcavo ancora di più. Al centro della rete c’era il cuculo. Ce l’avete presente il film Qualcuno volò sul nido del cuculo? Noi chiamavano cuculo il buco che veniva fatto in mezzo alla rete perché non ci sporcassimo. Ma c’erano le volte che non si poteva evitare di sporcarci. Dipendeva da come ti legavano. Se nella fretta ti legavano tutto storto non c’era niente da fare: te la facevi addosso. E restavi così.

Passavano gli infermieri, mi dicevano: «Poi ti cambio». Oppure: «Hai fame? Dopo te ne do». Magari passava una giornata intera. Semplicemente si dimenticavano di me. Avevo cinque, sei, sette anni. Ho vissuto la mia infanzia in quella maniera.

Ricordo abusi e adusi di Villa Azzurra. Gli abusi ce li ho stampati nel cervello più di tutto il resto. C’era l’infermiere che si prendeva e si portava, dove solo lui sapeva, le bambine più sviluppate. Che avevano tredici anni, ma anche undici. La suora caporeparto, quella che andava tanto d’accordo con Coda, lo copriva. Ce ne furono una o due, di quelle bambine, che erano diventate grosse, la suora ci diceva: «Mangiano tanto, troppe caramelle». Quali caramelle? Non ne vedevamo mai. Poi, quell’una o due bambine non le abbiamo più viste. Ho capito e saputo dopo anni che l’infermiere le aveva messe incinte. […] Ricordo che sotto la palazzina dove dormivano le suore c’era la sala chirurgica e che ci portavano dei malati che non tornavano. Mi ricordo di bambini e bambine che hanno portato là e non sono tornati da noi. I più grandi di noi dicevano che ci facevano esperimenti in quella sala chirurgica. Faceva paura quando portavano via qualcuno.

Sono passati cinquant’anni e sono convinto che facessero esperimenti su di noi. Esperimenti di farmaci che ci intontivano: io mi dicevo se vedo i merli dalle finestre vuol dire che sto bene e a posto con la testa, se invece il cervello era tutto confuso, dipendeva dai giorni, era per i farmaci che mi davano. E poi c’erano esperimenti ancora più strani come l’elettroshock sui bambini epilettici. Su quelli come me, lo ripeto, avevano solo un obiettivo punitivo: almeno questo mi era chiaro. Nel resto della mia vita mi sono reso conto di tante cose che mi hanno fatto là dentro, cose che mi pesano nella testa e sullo stomaco. E mi hanno avvelenato di rabbia il sangue. Tipo il contenermi per qualsiasi cosa. Neanche i cani alla catena diventano buoni. Io non sono diventato buono.

L’unica cosa positiva che aveva la contenzione era evitare che i bambini epilettici, quando avevano le loro crisi, sbattessero la testa contro le sbarre del letto. Ma ho anche capito che i bambini epilettici non dovevano trovarsi là.

[…] Sono stato più di nove anni a Villa Azzurra, che a chiamarla così, adesso che ci ripenso, era proprio uno scherzo a noi bambini. Ricordo che non c’erano giocattoli, li ho visti poi nelle vetrine quando sono andato fuori, ma allora ero già grande per la mia età e non ci avevo più testa per i giocattoli. In quel posto l’unico gioco che abbiamo mai fatto era con la Marisa, la maestra che ci faceva fare un po’ di ginnastica: lei portava il pallone e noi maschi ci correvamo dietro. C’era anche un’altra maestra a tempo, che ogni tanto ci portava i dolcetti, ci sembrava chissà cosa. Non ho più rivisto nessuno dei bambini di Villa Azzurra. Se non Oscar. Quando lo rividi era diventato un tossico. Fu lui a dirmi di Flash, morto di droga. Come altri di Villa Azzurra. Come lo stesso Oscar più tardi. […]

Sono sopravvissuto a quel tempo perché – dopo quasi dieci anni di Villa Azzurra, un undicesimo in un reparto per adulti e un periodo di educazione morale sulla nave scuola Garaventa – fui preso in comunità da Paolo Henry che si dava un gran da fare a portare via dal manicomio le persone. Ma, per quanto in comunità fosse diverso, scappai lontano appena mi fu possibile, oltreconfine. Non tornai se non dopo parecchi anni, ormai dimenticato, persino dato per morto. Avevo quindici anni quando decisi di lasciarmi alle spalle la vita che mi era stata donata.

[…] Avevo capito, crescendo là dentro, che la salvezza era correre via lontano. Un giorno Paolo Henry mi diede un bel po’ di soldi per le commissioni, li misi in tasca e uscii, non mi ricordo assolutamente quanti erano, ma ci presi un treno e andai all’estero. Girovagai un po’ di qua, un po’ di là tirando a campare. Il giro per l’Europa mi doveva ripagare di tutta un’infanzia chiusa fra camerate e refettori che sapevano sempre di rancido o di disinfettante, a ore alterne. E mi portò alla meta dell’avventura che non avevo osato nemmeno sognare ma che, durante lo zigzagare per mesi, divenne pura necessità: Aubagne, nel sud della Francia, quartier generale della Legione Straniera, rifugio di peccatori e promessa di emozioni forti. Per l’età che avevo non avrei potuto arruolarmi. Mi aggiustai con i documenti. E mi presero.

Ho indossato quella divisa per sei anni e poi ho passato altri otto mesi in ospedale, come conseguenza. […] A parte la lezione di vita, mi diedero la liquidazione, erano un sacco di soldi per i miei gusti, mi sentivo quasi benestante e girai l’Europa a spenderli. […] Tornai in Italia quindici anni dopo la fuga dalla comunità: avevo esaurito le riserve auree. Infine, sono tornato a Torino».

Angelo ha lavorato finché un grave infortunio non l’ha messo da parte. Non si è arreso, e dice: «Qualche carenza ce l’ho anch’io, ma non sono un paziente psichiatrico. Navigo con il computer, leggo, se posso dare una mano a qualcuno che ha bisogno lo faccio volentieri». […] Anima blues: «Vado per la mia strada. Sono solo e creperò solo. Non so se invecchiando o improvvisamente».

Cantiere salute mentale 9. Inventare le istituzioni

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 13/04/2017 - 09:02

di Piero Cipriano

… ricordo un’infermiera che lavorava nella mia equipe, e che sul finire degli anni ‘70 evidentemente era accorsa con centinaia di altri volontari a Trieste, che mi racconta di una discussione, a dir poco animata, tra Rotelli e Basaglia, durante la quale Rotelli gli dice: Taci tu, che hai ancora un manicomio da chiudere!

Così. Rotelli che dice a Basaglia taci!, e lo rimprovera di non essersi liberato ancora del manicomio di cui è direttore. Di non averlo ancora liberato. Di non averlo ancora distrutto. Abolito. Chiuso.

A me questa frase mi è spesso tornata in mente, ogni volta che risentivo il nome di Rotelli ripensavo a colui che zittiva Basaglia. Che gli metteva pressione …

(leggi tutto)

Da “A-Rivista Anarchica”, numero 415 di aprile 2017

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IO DIGIUNO. Perché non devono tornare gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 13/04/2017 - 08:38

Per la Salute Mentale: uscire dalla logica manicomiale, diritti, doveri e cittadinanza.

Esprimiamo grande preoccupazione a proposito del testo di un comma del Disegno di Legge “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario” art. 1 comma 16 lettera d AC 4368, approvato al Senato e ora in discussione alla Camera AC 4368, che, se confermato, rischia di riaprire la stagione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg). Viene infatti ripristinata la vecchia normativa disponendo il ricovero di detenuti nelle Residenze per le Misure di Sicurezza (Rems) come se fossero i vecchi OPG.

A pochi giorni dalla chiusura dei manicomi giudiziari, così le Rems rischiano di diventare a tutti gli effetti i nuovi Opg, travolgendone e stravolgendone la funzione. Vanificando lo straordinario lavoro degli operatori che ha portato in questi mesi ad oltre 500 dimissioni. E smentendo la grande riforma che ha chiuso gli OPG, la legge 81/2014, che vede nelle misure alternative al detenzione, costruite sulla base di un progetto terapeutico riabilitavo individuale, la riposta prevalente da offrire. Non abbiamo chiuso gli OPG per vederli riaprire sotto mentite spoglie.

stopOPG propone perciò una nuova staffetta del digiuno, durante la discussione del DdL alla Camera, per ottenere lo stralcio della norma in questione.

Di enorme significato è la decisione dell’ex Commissario unico per il superamento degli OPG Franco Corleone di avviare la staffetta del digiuno i giorni 12, 13 , 14 aprile. Su www.stopopg.it la pagina dedicata alla staffetta.

Per aderire alla staffetta del digiuno scrivere all’indirizzo redazione@stopog.it “nome e cognome, città, ev. associazione di appartenenza, ev. incarico-professione”

Il comunicato integrale:

Il comitato nazionale stopOPG riunitosi a Roma il giorno 10 aprile 2017 dichiara:

  • esprimiamo grande preoccupazione a proposito del testo del Disegno di Legge Giustizia (articolo 1 comma 16 lettera d), approvato al Senato e ora in discussione alla Camera AC 4368, che, se confermato, rischia di riaprire la stagione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg). Viene infatti ripristinata la vecchia normativa disponendo il ricovero nelle Residenze per le Misure di Sicurezza (Rems) come se fossero i vecchi Ospedali Psichiatrici Giudiziari OPG.
  • Così, se non si rimedia, saranno inviati nelle strutture regionali, già sature, i detenuti con sopravvenuta infermità mentale e addirittura quelli in osservazione psichiatrica.
  • A pochi giorni dalla chiusura dei vecchi Opg, così le Rems rischiano di diventare a tutti gli effetti i nuovi Opg, travolgendone e stravolgendone la funzione. Vanificando lo straordinario lavoro degli operatori che ha portato in questi mesi ad oltre 500 dimissioni. E smentendo la grande riforma che ha chiuso gli OPG, la legge 81/2014, che vede nelle misure alternative al detenzione, costruite sulla base di un progetto terapeutico riabilitavo individuale, la riposta prevalente da offrire. Non abbiamo chiuso gli OPG per vederli riaprire sotto mentite spoglie.
  • Il problema che si vuol risolvere è garantire le cure troppo spesso ostacolate o negate dalle drammatiche condizioni delle carceri? E’ giusto! Ma Il diritto alla salute e alle cure dei detenuti non si risolve così. Occorre che si rafforzino e si qualifichino i programmi di tutela della salute mentale in carcere e che il Dap istituisca senza colpevoli ritardi le sezioni di Osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche.
  • E soprattutto si devono potenziare le misure alternative alla detenzione.
  • Così invece, moltiplicando strutture sanitarie di tipo detentivo dedicate solo ai malati di mente (le REMS come contenitore unico), riproduciamo all’infinito la logica manicomiale. Il rientro di queste persone nel carcere (o comunque nel “normale” circuito delle misure alternative alla detenzione) serviva e serve proprio a ridimensionare il ruolo del cd “binario parallelo”.
  • E ancora, è gravissimo che le persone c.d. ex art. 148 CP (con sopravvenuta malattia mentale in carcere) siano reclusi in gran parte a Reggio Emilia e a Barcellona Pozzo di Gotto senza rispettare il principio della territorialità.
  • Chiediamo ancora una volta un intervento deciso del Governo per rimuovere quanto inopinatamente la norma in discussione ha disposto, a sostegno del faticoso processo di superamento degli Opg. Ci auguriamo che nella discussione alla Camera dei Deputati ciò avvenga.

Per questi motivi stopOPG decide di:

  1. proclamare una nuova staffetta del digiuno, durante la discussione del ddl Giustizia alla Camera, per ottenere lo stralcio delle norme che riportano ai vecchi OPG (ddl AC 4368 art. 1 comma 16 lettera d). Lo stralcio delle norme è stato richiesto anche dalla Conferenza delle Regioni. Di enorme significato è la decisione dell’ex Commissario unico per il superamento degli OPG Franco Corleone di avviare la staffetta del digiuno (la lettera appello di Corleone). PER ADERIRE alla staffetta del digiuno scrivi a redazione@stopopg.it
  2. sollecitare la Commissione Giustizia della Camera a convocarci in audizione come richiesto
  3. sollecitare la sottoscrizione dell’appello salvate le Rems dallo spettro OPG
  4. riprendere il Viaggio attraverso le REMS e di partecipare al costituendo coordinamento REMS del 18 e 19 maggio a Bologna (Convegno SIEP)

La narrazione alimenta la psicosi

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 11/04/2017 - 17:02

[Pubblichiamo una riflessione di Simona Vinci, già autrice de "La prima verità", sui fatti di Budrio.]

L’ultima settimana, nel nostro territorio, non è stata facile. Non è stato facile apprendere di un brutale omicidio avvenuto in un locale che da sempre veniva considerato come un’oasi di tranquillità, uno di quei posti sonnacchiosi e quieti dove si va a prendere un caffè e mangiare un panino semplice, come quelli di una volta, senza mode alimentari e presentazioni fantasiose, niente happy hour, niente fronzoli, quattro vecchi che giocano a carte, lavoratori di passaggio che mangiano un boccone, clienti abituali che comprano le salsicce passite e fan venire l’ora di tornare a casa. Eppure, è successo. E Budrio è finita sulle cronache di tutti i quotidiani e di tutti i tg per un fatto di sangue che nulla ha dell’ordinario, neanche volendo considere come “ordinari” i furti in casa, i tentativi di scasso nei bar o nei negozi con le serrande abbassate – che ovvio, ogni tanto capitano, ma da qui a farne la norma e la quotidianità ce ne passa. – Quello che è accaduto la sera di sabato 1 aprile al Bar Gallo della Riccardina è un fatto inaspettato e imponderabile. La narrazione che ne è seguita si è gonfiata in un torrente in piena che ha ci travolti e costretti anche, in qualche caso, a riempirci la mente e la bocca di paure e terrori e rabbie che da piccoli, umani timori si sono trasformati in qualcosa d’altro. Qualcosa che personalmente mi fa più paura del presunto killer russo “armato fino ai denti”, “bestia”, “macchina da guerra”, “killer ninja”, spietato ex soldato dell’Armata Rossa o chissà che altro ancora, che si aggira per le campagne della bassa braccato da Polizia, Carabinieri, corpi speciali, cecchini, parà, cani molecolari, elicotteri a sensori termici che da oltre sette giorni pattugliano la zona giorno e notte con il loro suono inquietante di pale da Apocalypse Now. “E’ pericoloso, state attenti.” La narrazione alimenta la psicosi. Budrio è stata presa d’assalto da cronisti d’ogni parte d’italia e d’ogni inclinazione politica, pronti a registrare l’anomalo nella quotidianità. E a riportare in grassetto nei titoli dei quotidiani dichiarazioni indecenti del genere “A Budrio di notte non si girava neanche prima, figuriamoci adesso” oppure “ora gireremo tutti armati”. Ovviamente c’è stato chi non vedeva l’ora di poter salire in groppa a questo evento terribile e in tempi di campagna elettorale provare a sfruttarlo per tirare acqua al proprio mulino. “E ora la legge sulla legittima difesa” è stato lo slogan preferito. Cittadini abbandonati dallo Stato che diventano giustizieri e pistoleri. Ma è questa, la realtà del nostro paese e del nostro territorio? Che sia necessario avere una presenza delle forze dell’ordine sul territorio è evidente ed è questo che dovremmo chiedere allo Stato: pene severe per chi delinque e la sicurezza di essere protetti. Ma questo è un altro discorso rispetto a quello che volevo fare, il punto per me è un altro: è che ci siamo resi conto sulla nostra pelle (è la prima volta, capite?) di quanto la cosiddetta ‘informazione’ sia parziale e manipolatoria, di quanto sia strettamente legata e condizionata dalla politica e di quanto, ancora, sia responsabile nel creare un clima di terrore diffuso che non aiuta le persone a comprendere i fatti, a prendersi il tempo di elaborare un evento, ma getta le nostre piccole anime in un pozzo di paura. Una comunità che si chiude in casa, dice di volersi armare, sbarra porte e finestre e vive nel terrore è una comunità fragile, che non ha fiducia nella propria capacità di reagire in modo composto e collaborativo e io non credo, non voglio credere, che questa comunità sia così. Ho apprezzato sinceramente i toni e i modi con i quali il nostro sindaco Giulio Pierini è riuscito a tenere unita la cittadinanza. Senza nascondersi, senza spararle grosse, con compostezza e umanità. So che ci sono decine di persone che non saranno e non sono d’accordo con me, so che la rabbia e la paura obnubilano la mente, ma so anche che la maggioranza della popolazione non ci sta a farsi rinchiudere in casa con il terrore dentro. Vorrei consigliare a qualcuna di queste persone arrabbiate e impaurite di provare a leggere un libro, uno dei capolavori dello scrittore americano Cormac McCarthy, si intitola “Non è un paese per vecchi” ( i fratelli Coen ne hanno tratto uno splendido film nel 2007 ). Una storia di caccia all’uomo, avidità e vendette che descrive un mondo spietato e senza regole se non quelle del più forte, un mondo in cui ciascuno cerca di farsi giustizia da sé e quello che resta sono macerie (materiali, organiche e morali). Aveva ragione lo sceriffo Bell, uno dei protagonisti, fin dall’inizio del libro: quel paese (l’America al confine tra Texas e Messico) non è più un paese per vecchi, la legge morale ha abbandonato l’anima delle persone, resta solo la violenza. E alla violenza si risponde, pare, solo con la violenza. Ma lo sceriffo Bell è un uomo vecchio stampo, uno di quegli uomini, tra l’altro, che quando dormono sognano e quando si svegliano si ricordano i sogni che li hanno visitati, e nel suo sogno lui è insieme a suo padre, a cavallo, in un territorio ostile e sconosciuto e porta una fiaccola in mano per fare luce e accendere un fuoco che scaldi “in mezzo a tutto quel buio e quel freddo”. Senza il sogno di una fiaccola che porta la luce e sia capace di scaldarci, siamo tutti perduti. Io esco poco la sera perché ho un bambino piccolo, ma quando esco non ho affatto paura di attraversare le strade del mio paese, non è vero che siamo chiusi in casa, non è vero che vogliamo diventare tutti dei giustizieri, non è vero. Solo il 28 marzo scorso era uscito su Il Resto del Carlino un reportage sui paesi del territorio emiliano che descriveva Budrio, attraverso le testimonianze degli abitanti, come il paese del buonumore. Questa settimana ci ha messi alla prova, la vita e gli eventi mettono sempre alla prova, ma se una comunità si fida di se stessa, le prove si affrontano, e il buonumore, nonostante le perdite e il dolore, prima o dopo si ritrova. Si deve ritrovare.

Il Tso. Punto delicatissimo di equilibrio tra il ciittadino, lo stato e la garanzia della cura (Video)

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 09/04/2017 - 17:39

Da tempo il Forum denuncia l’assenza dello stato, il fallimento di politiche regionali coerenti per la salute mentale, il declino dei servizi di salute mentale comunitari, l’inconsistenza delle scuole di formazione, la sottrazione ormai  drammatica delle risorse.

Fino a quando il governo vorrà abusare del nostro silenzio e di chi non ha voce?  Fino a quando continueremo, tutti, a tacere?

La nota di Marco Cavallo. Paolo, la Pazza Gioia e la psichiatria romana

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 09/04/2017 - 17:24

A Roma da qualche anno c’è “Lo spiraglio”, festival del cinema sulla salute mentale. Lo so perché qualche anno fa mi hanno invitato. Era il momento del viaggio negli Opg. Tutti a farmi i complimenti e io a dire: ma i complimenti li dovete fare a Erika e Giuseppe che per 5000 chilometri, per 15 giorni, non mi hanno mai mollato. Il film documento piacque molto a Paolo che mi invitò al TorinoFilmFestival. Un bel tipo questo Paolo, livornese, fantasioso, un po’ anarchico e un po’ scanzonato. Per farla breve siamo diventati amici. Gli raccontai che a Livorno ero stato accolto alla grande e mentre mi imbarcavo per Palermo per andare al manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, cantavano “bella ciao”, io avanti e tanti giovani dietro!! Mi sembrava tornare alla gioia e all’entusiasmo degli anni di San Giovanni. Quest’anno allo spiraglio hanno deciso di premiare Virzì, come se non bastassero tutti i premi che gli hanno già dato. Adesso basta Paolo, con stì premi, se no vieni a noia!

Scherzo, merita tutti i premi del mondo. Poi, non per dire, nel film c’ero sempre anch’io!  Insomma Paolo ha fatto un film importante, è riuscito a raccontare tutte le cose che mi raccontarono nel 2003 gli internati e il Drago di Montelupo, nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, quando andai a trovarli : folli rei e rei folli, fasce per legare le persone, psicofarmaci, elettrochoc, case o ville che sembrano piccoli manicomi. Sono stato sempre un ficcanaso vorrei andare a Roma anch’io.. E così non senza fatica, sto diventando vecchio, mi faccio portare a Roma. Forse più per salutarlo che per sentire cosa dice. E’ pronto il tuo prossimo film? Tra poco, fa, lo stiamo montando, e devo doppiarlo in italiano, Giannini doppia Donald Sutherland. Un’altra fuga da un luogo triste.

Arriva il momento della premiazione. Come premio gli danno una clessidra. Per lui che ha l’horror vacui (?) ha detto un nostro comune amico,è peggio di un pugno tra i denti. Il mio amico che sa tante cose mi ha spiegato che è impaziente, ansioso, non sa stare senza fare niente, ha un rapporto pessimo col tempo. Mah! Poi gli fanno qualche domanda, lui appare dapprima riluttante, vorrebbe andar via quanto prima, poi, preso l’abbrivio dice che la psichiatria romana è una schifezza (questo avrei voluto nitrirlo io!), che i luoghi che lui ha visto sono brutti e soprattutto ci legano le persone, cosa che non fa bene alla loro salute. Noi cavalli sappiamo da secoli cosa vuol dire essere legati e così sogniamo ogni notte il verde e l’azzurro delle praterie sconfinate. Che bravo Paolo a dire queste cose! Tutti i presenti si sono all’improvviso ricordati che la psichiatria non è quella cosa ruffiana raccontata in Crazy for football, dove si racconta di quanto è figo giocare a pallone per guarire, la psichiatria è quella cosa che se stai male ti sbatte in un SPDC, ti imbottisce di farmaci e ti lega al letto, questo racconta, e poi parla degli OPG, e io cavallo che ne ha viste tante, penso: ma tu vedi se doveva venire un regista a raccontare ai romani, o meglio a ricordare, quali sono le questioni aperte della psichiatria in Italia, e un festival, dedicato nientemeno che alla salute mentale, probabilmente finora non ha mai pensato, neppure una volta, a questa storia. E allora ci pensa Virzì e (il suo amico cavallo, che sarei io) a ricordare che c’è una campagna per abolire la contenzione, e parla di Mastrogiovanni; dice delle Residenze che io ancora non ho capito se sono carceri o piccoli manicomi. In questa regione, il Lazio, ne ho viste con alte reti, col filo spinato, con le porte blindate, con telecamere dappertutto, con le grate alle finestre… Che sconforto, caro Paolo, ci tocca sempre ricominciare daccapo. Una storia che non finisce mai. Paolo dice che col suo film voleva augurare che questi luoghi possano diventare delle Ville Biondi, cioè dei luoghi dove si cura e si sta bene insieme e non prigioni che ti rubano il tempo, il nome, la storia, i pensieri, le parole, la vita e ogni possibilità. Ma come si potrà, dico io cavallo, nelle gabbie laziali o nelle residenze romane, o nelle cliniche con  nomi di fiori, di vento e di colori o a colle Cesarano. Forse bisognerebbe farlo sapere al commissario Montalbano che cominci a indagare.  Infine, dice, alludendo ai politici, che lui auspicherebbe un governo di psichiatri, solo psichiatri nei dicasteri (una parola difficile, ma proprio così ha detto), se l’Italia è un manicomio, che se ne occupino gli psichiatri. E già.

Purtroppo, quando pensa di averla scampata, inizia l’intervista alla Marzullo, uno che ho cosciuto più di 40 anni fa, appena uscito da San Giovanni. A un critico cinematografico romano, Franco Montini, che non conoscevo la prima domanda. la domanda molto pensata è: tu che vivi da molti anni a Roma, come mai hai fatto solo tre film su Roma? Non ricordo il povero Paolo cosa ha risposto. Certo, pure a rispondere a domande così ci vuole fantasia. Vai Paolo!

Tuo Marco Cavallo

XIV Riunione scientifica SIEP, 18-19 Maggio 2017

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 07/04/2017 - 13:42

DALLE PAROLE AI FATTI:

INDICATORI E PROGRAMMI PER I SERVIZI DI SALUTE MENTALE

Aula Magna Ospedale Maggiore – Largo Bartolo Nigrisoli, 2, Bologna

Programma:

Nel nostro Paese la programmazione in Salute Mentale ha individuato obiettivi da perseguire a livello nazionale e regionale. Scarsa attenzione è stata finora dedicata alla verifica del loro conseguimento, alle azioni di miglioramento, alla valutazione della loro sostenibilità. Né è stato considerato l’impatto che nelle singole Regioni hanno avuto i recenti cambiamenti organizzativi.

La Riunione Scientifica affronterà il tema in maniera ampia, a partire dal ruolo dei Dipartimenti di Salute Mentale nelle Aziende Sanitarie italiane e più in generale nei sistemi di welfare regionali.

Particolare attenzione sarà dedicata all’Organizzazione dei Dipartimenti di Salute Mentale e ai Modelli di Management adottati nelle diverse Regioni. Nel corso dei lavori saranno discusse le evidenze ricavate dal Rapporto Salute Mentale, rielaborato dalla SIEP. L’analisi delle singole realtà Regionali consentirà l’individuazione dei punti di forza e dei punti di debolezza che emergono dai dati ufficiali e orienterà verso la definizione delle priorità da perseguire nelle politiche di salute mentale.

A conclusione dei lavori, la Riunione Scientifica ospiterà i dirigenti dei DSM italiani per il primo incontro del Coordinamento dei Dipartimenti di Salute Mentale, al quale saranno invitati i sottoscrittori dell’Appello per la Salute Mentale.

COMITATO SCIENTIFICO NAZIONALE: Fabrizio Starace, Andrea Gaddini, Walter Di Munzio, Emiliano Monzani, Antonella Piazza, Elisabetta Rossi, Alessandro Guidi, Lorenza Magliano, Beppe Tibaldi

SEGRETERIA SCIENTIFICA: Francesca Pileggi, Marco Chiappelli, Caterina Bruschi

SEGRETERIA ORGANIZZATIVA: Lopez Congressi  - Cell. 347 8541898 email:iscrizioni@lopezcongressi.it

“La libertà è terapeutica”: la proposta dei Radicali italiani per una riforma del Tso

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 07/04/2017 - 13:35

[Da: http://www.radicali.it/rubriche/tesoriere/la-liberta-terapeutica-la-proposta-radicali-italiani-riforma-del-tso/]

È il 13 Aprile del 1978. Alla Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati si discute una legge “urgente”, diretta a riformare “l’istituto manicomiale”. A ben vedere, si interviene su una legge vecchia di 75 anni, la n. 36 del 1904 del Regno d’Italia; e tuttavia l’urgenza è dettata dalla necessità politica di evitare le celebrazione di un referendum promosso dal Partito Radicale, che vi ha raccolto le firme nel 1977, e che si sarebbe tenuto dopo qualche settimana (diciamo che i Radicali conoscono il problema…).

Lo psichiatra da cui questa legge prende indegnamente (per una volta non è una clausola di stile) il nome, Franco Basaglia, che al grido “la libertà è terapeutica” aveva iniziato da direttore del manicomio di Gorizia, nel 1961, un’esperienza di civiltà e di cura che aveva dimostrato l’esistenza di alternative alla pratica ordinaria e mostruosa della segregazione ed istituzionalizzazione dei cosiddetti “alienati mentali”, l’ha già sconfessata. Il grande intellettuale (beninteso: criticatissimo ed isolatissimo dalla grande maggioranza dei suoi colleghi dall’inizio del suo cammino) concentrava le sue riserve in particolare sulla previsione del Trattamento Sanitario Obbligatorio, più carinamente “Tso”, che definiva una “criminalizzazione” del malato e che, in quella legge, avrebbe consentito il ricovero coatto a certe condizioni (nient’affatto diverse, a ben vedere, da quelle che dal 1904 prevedevano l’internamento in manicomio).

Marco Pannella chiede la parola per annunciare la contrarietà al testo normativo, segnalandone le ragioni di metodo e quelle di merito.
Sul primo versante Marco segnalava che “il legislatore dovrebbe muoversi in un’ottica per cui ci si deve far carico di varare la più intellegibile delle leggi possibili, in modo che la sua laicità, la sua chiarezza siano rese percorribili al cittadino e non solo ai clerici del potere, sanitario, giuridico o amministrativo che sia. D’altra parte, per quanto la relazione a questo provvedimento si ingegni a voler affermare che l’origine di questa nostra attività è altra, è indubbio che essa nasce invece dall’iniziativa presa da 700 mila elettori italiani per incidere su norme che non sono affatto desuete, ma che continuano a prendere corpo ancora oggi, senza che in nessuna delle vostre forze politiche questo abbia mai suscitato grossa emozione, fino a quando il Partito Radicale non s’è fatto carico di mettere in piedi il referendum minacciando – perché di questo si tratta – la partecipazione popolare ad uno dei temi più importanti della vita di ogni giorno.

Sul secondo versante dice tra l’altro: “all’articolo 1 date subito dimostrazione del vostro solito stile con la frase: «nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione”. Succede anche qui quanto è successo per l’aborto: la donna è messa sotto processo, però sempre  “nel rispetto della dignità della persona eccetera eccetera”. Questo però potrebbe anche voler dire che in tutte le leggi, e sono la maggioranza, dove la suddetta precisazione manca, del rispetto della dignità della persona, eccetera, se ne può fare a meno. È così? […] Al secondo comma si dice che il ricovero ospedaliero può essere disposto “solo se esistano gravi alterazioni psichiche e condizioni e circostanze che lo giustifichino”. Ci siamo, come per la legge per l’aborto. Si parla di “gravi alterazioni psichiche” come se i parametri fossero unici a livello scientifico. E poi, quali sono le condizioni e le circostanze che giustificano il ricovero? Per chiarire aggiungete  “per la impossibilità di adottare idonee misure sanitarie di altra natura”. Ma allora le condizioni possono essere anche di tipo sociale e non più di tipo medico, ed in tal caso chi è che deve giudicare? Il medico, perché se il medico sa che esiste la struttura pubblica, ma la ritiene non buona perché conosce di persona il primario, quel medico avrà il dovere di ritenere opportuna l’adozione di idonee misure sanitarie di altra natura. In questo modo continuate a non dare indicazioni precise, anzi, cadete addirittura nel permissivismo come tutti gli autoritari quando decidono di essere liberali. Si tratta infatti di un’indicazione che non serve a nient’altro che ad evidenziare la conflittualità sociale le cui radici affondano in interessi di natura diversa.
Passiamo all’articolo 3. I trattamenti sanitari obbligatori debbono essere accompagnati da una iniziativa: di che tipo ? Non si sa. E quello che soprattutto ci sorprende è che l’iniziativa deve essere volta a promuovere, il più rapidamente possibile, le condizioni per il consenso e per la partecipazione dell’infermo al trattamento. Mi fa paura francamente questo comma, lo raccomando alla vostra attenzione: “I trattamenti sanitari obbligatori devono essere accompagnati da ogni iniziativa volta a promuovere, il più rapidamente possibile, le condizioni per il consenso e per la partecipazione dell’infermo al trattamento”. E se sono economiche, se. sono sociali? Create i soldi? Create il lavoro? Perché non solo Basaglia, o il collega Orsini, ma tutti gli psichiatri riconoscono che anche questi elementi incidono nelle condizioni psichiche del diverso, dell’ineguale…”

Pannella ricordava qui il “chi non ha, non è” affermato spesso da Basaglia, nella parafrasi di un antico proverbio calabrese e nella fotografia di una realtà sociale dove l’internamento apparteneva alle classi deboli, con esigue risorse economiche e culturali.

Quarant’anni dopo, a scolpire la natura profetica delle parole di Pannella, l’Avvocato Gioacchino Di Palma, ospite del XV Congresso di Radicali Italiani, che per l’associazione Telefono Viola si è occupato di centinaia di casi di trattamento sanitario obbligatorio in ogni parte d’ Italia, può affermare che “chi è sottoposto ad un TSO appartiene alla classi sociali meno abbienti, culturalmente meno preparate, economicamente meno sicure“(1). È accaduto cioè, nelle parole di Piero Cipriano, uno psichiatra che opera in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura a Roma,  che “i trattamenti sanitari obbligatori non sono mai stati l’ extrema ratio, l’eccezione al ricovero, che, di norma, avrebbe dovuto essere volontario, ma sono sempre stati effettuati in maniera facile e stereotipa, nonostante fosse stato previsto, apposta per renderlo difficile, il concorso di ben quattro attori (due medici, un sindaco, un giudice tutelare); per cui il timore che potesse trasformarsi in una sorta di sequestro medico mi pare essersi decisamente avverato. E l’altro timore pure. I trecentoventi piccoli reparti psichiatrici ospedalieri (SPDC), nell’ottanta per cento dei casi, sono diventati proprio i “piccoli manicomi” che presagiva Basaglia, e come altro chiamare dei reparti con le porte sempre chiuse (contenzione ambientale), dove vengono somministrati farmaci a scopo sedativo più che terapeutico (contenzione chimica), e vengono legate le persone più indomite (contenzione meccanica)?”(2)

La fragilità dell’impianto normativo, già messa in luce da Pannella nel 1978, non ha consentito l’effettivo esercizio del ruolo di controllo affidato a Sindaco e Giudice tutelare rispetto alle valutazioni e proposte mediche.  La frequente effettiva insussistenza delle condizioni di legge per l’innesco del trattamento non emerge anzitutto per mancanza di una figura in grado di “attivare”, sollecitandole, tali funzioni di garanzia.

Su altro piano, la cronaca continua a dare conto di drammatiche vicende (eclatanti, tra le altre, quella di Giuseppe Casu, morto “di Tso” a Cagliari nel 2006 dopo sette giorni di ininterrotta contenzione, a quella di Francesco Mastrogiovanni, morto nel 2009 a Vallo della Lucania dopo 87 ore di analoga ininterrotta contenzione riprese integralmente da una telecamera all’interno del reparto) che evidenziano come sia nella fase dell’avvio del Tso che nel corso della concreta esecuzione dello stesso si consumino violazioni dei diritti fondamentali, oramai consacrate (le violazioni) in prassi consolidate, divenute emblema della “banalità del male” in ambito sanitario. Questa emergenza “culturale” viene plasticamente evidenziata dalla Corte d’Appello di Salerno, che nel caso di Mastrogiovanni, dovendo motivare la relativa “esiguità” (da un anno ed un mese a due anni) della pena inflitta a sei medici responsabili di sequestro di persona, omicidio in conseguenza del sequestro, e falso in cartella clinica chiarisce nel febbraio 2017 che “nessun può fingere di ignorare che la contenzione non era un’esclusiva dell’ ospedale di Vallo della Lucania e tanto meno dei sanitari di turno durante la degenza delle odierne persone offese, ma costituiva il retaggio della concezione “manicomiale” del trattamento psichiatrico…”. Ma a quarant’anni e due generazioni di medici ed infermieri dalla chiusura dei manicomi, è evidente che il problema riguarda QUESTA legge, perché è nel vigore e nell’applicazione di QUESTA legge, non della precedente che gli odierni “professionisti della contenzione” sono divenuti tali.

Si consideri, per soprammercato, che molto significativamente non esiste una rilevazione statistica approfondita del fenomeno “Trattamento Sanitario Obbligatorio”. Se ne è accorto il “Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale”, istituito nel 2016 ai sensi della legge 21 Febbraio 2014 n. 10, che avendo meritoriamente esteso il campo della sua azione al tema che ci occupa, ha affermato nella prima relazione annuale sulla propria attività, presentata il 21 Marzo del 2017 alla Camera dei Deputati come “una delle criticità delle analisi del funzionamento dei TSO è l’ impossibilità di avere dati statistici chiari. I numeri sono di difficile reperimento e i pochi disponibili riguardano le dimissioni e  non si distinguono per pazienti singoli; tanto da non permettere di avere una base su cui partire per effettuare degli studi. […] Il problema della non trasparenza dei dati rende così questo trattamento di difficile monitoraggio”.(3) Ciò non è accaduto a caso. Il funzionamento reale del Tso, fuori controllo dall’inizio alla fine (magari tragica) del suo compimento, si è lasciato nell’oscurità di rilevazioni tanto quanto sono stati lasciati nell’ oscurità i reparti chiusi e i letti di contenzione che hanno “ospitato” e “ospitano” i malati. Il Garante, che aveva incontrato sul tema Radicali Italiani il 28 Dicembre 2016 ricevendo la sollecitazione ad un impegno, ha fatto propria la proposta di rendersi destinatario di una comunicazione – per possibili controlli a campione – all’atto dell’avvio di un trattamento sanitario obbligatorio.

L’unico dato statistico (sia pure da leggersi al netto dei tanti casi – circa un quarto del totale – di trattamento che “si convertono” in volontari quando si raggiunge coattivamente l’ ospedale, e che non entrano in questa rilevazione) riguarda il numero complessivo delle “dimissioni” da Tso. Sono 9.102 le persone che risultano sottoposte a Tso nel 2014 (dato Istat), e con un significativo salto in avanti ben 10.882 nel 2015. La distribuzione geografica degli interventi rende evidente come le percentuali rispetto alla popolazione (dal virtuoso Friuli Venezia Giulia “basagliano” alla pessima Sicilia) narrino di una diversa efficacia e cultura dei servizi di salute mentale “di prossimità”, più che di una maggiore o minore inclinazione alla follia nelle diverse aree del paese.

La proposta di riforma di Radicali Italiani prende la mosse da questo quadro, e dalla banale considerazione che il controllo sulla legalità delle condizioni di privazione della libertà personale (imposto dall’articolo 13 della Costituzione e quindi dal codice di procedura penale, nel caso di sottoposizione ad arresto, quando si è presuntamente violato il codice penale) non è previsto in caso di privazione della libertà in un contesto di trattamento sanitario obbligatorio (che patisce chi non ha violato la legge, e che porta a subire un intervento di privazione della libertà “aggravato”, perché incindente direttamente sul corpo, con la somministrazione forzata di farmaci). Ne sono punti qualificanti:

  1. la previsione della tutela legale immediata e obbligatoria, analogamente a quanto accade per arrestati e fermati;
  2. la previsione dell’obbligo che i medici autori della proposta siano psichiatri (ciò che la legge del 1978 non precisa, e che infatti non accade sempre);
  3. l’eliminazione del ruolo del Sindaco, che lungo il corso di un quarantennio si è abbondantemente rivelata solo ornamentale;
  4. la celebrazione di un’udienza di convalida, dove la richiesta medica è fatta propria “se lo ritiene” dal Giudice tutelare, e la decisione è assunta dal Presidente del Tribunale: in contraddittorio ed alla luce del sole e “del reparto”, definitivamente sottratto all’ oscurità.

L’incrocio con la proposta sul welfare di Radicali Italiani, ad eliminare o attenuare quel disagio sociale che a lungo andare diviene “fatto apparentemente psichiatrico” – il tema di cui ieri Marco Pannella e oggi l’Avvocato Gioacchino Di Palma ci parlano – è la chiave perché il Tso venga ricondotto ad autentica misura costituente “extrema ratio”, perché il Tso venga “legalizzato”, perché la cura del disagio psichico abbia più fiducia nelle possibili risorse che provengano dal dialogo, magari estenuato, e dalla libertà. Perché “la libertà è terapeutica”.

(1) La libertà sospesa, Fefè editore, 2012, pag. 121
(2) La società dei devianti, Elèuthera edizioni, 2016, pag.142
(3) Pag. 130 della Relazione

Domani, 5 Aprile a Sassari “Prima della 180. Politica e psichiatria negli anni di Franco Basaglia”

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 04/04/2017 - 14:15

“Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 16 maggio, la legge 180 rappresenta un passaggio epocale, che viene completato nel dicembre dello stesso anno, quando viene approvato, con i soli voti contrari del Partito Liberale e del Movimento Sociale, il testo completo della riforma sanitaria (l. 833 del 1978), che di fatto assorbe la riforma della psichiatria. Con il mutamento normativo provocato dalla legge 180 si ridisegna completamente il quadro del trattamento psichiatrico e si aboliscono i manicomi.

[...] Gli psichiatri che gestivano le esperienze di innovazione degli ospedali, inoltre, avevano gettato le basi della riforma mostrando nella pratica la possibilità di un tipo di assistenza alternativo al manicomio. Nel 1978 la provincia di Trieste è l’unica ad aver annunciato la chiusura del manicomio prima della riforma, mentre le province di Arezzo e Perugia hanno di fatto bloccato gli ingressi nei rispettivi ospedali psichiatrici. Ma nella maggior parte del paese, nonostante esista una presa di coscienza sul tema e nonostante i processi descritti nei capitoli precedenti, la riforma è ancora tutta da realizzare. Al passo compiuto verso il pieno riconoscimento dei diritti di cittadinanza della persona con disturbo mentale sarebbe poi dovuto corrispondere un impegno per un’attuazione concreta [...]”

Il poema dei folli nei ringraziamenti di Valeria Bruni Tedeschi

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 01/04/2017 - 15:31

di Mattia Feltri

[Pubblicato su La Stampa il 29/03/2017]

L’eterno poema della follia ha trovato una struggente, commovente, irresistibile interprete in Valeria Bruni Tedeschi, che sul palco per il David di Donatello come migliore attrice ha ringraziato Franco Basaglia, che cambiò l’approccio alla malattia mentale, ha ringraziato Barbara che le propose la sua amicizia il primo giorno d’asilo dandole la focaccia, e facendola sentire magicamente non più sola, ha ringraziato Leopardi, Ungaretti, Pavese, Natalia Ginzburg che la illumina e la consola, la sua povera psicanalista, Anna Magnani, Brassens, Chopin, De André, sua mamma, sua zia, sua sorella, gli uomini che l’hanno amata riamati e anche quelli che l’hanno lasciata, il regista Paolo Virzì che la guarda senza paura, il mondo triste buffo e fantasioso del cinema.

Ha ringraziato tutti, interminabile, desacralizzante, ridendo e piangendo. E ridendo e piangendo ha distrutto pezzo a pezzo la liturgia della presentabilità sociale di questi show di cartone, autocelebrativi, mascherati di falsa modestia, fitti di complimenti vicendevoli e speculari, di grazie al pubblico, senza non sarei nulla. Ha frantumato l’ultima inutile recita buttandoci dentro la vita, la bimba che era, la donna che ha amato, ha letto, è cresciuta, il riso e il pianto, la forza fragile e l’abbandono, il profondo e il profondissimo. Dicono i medici che la normalità è una questione statistica, soltanto un comportamento consueto è normale. E poi salta su una donna e dice: è la vostra consuetudine vile a essere folle. Dovremmo ringraziarlo tutti, Franco Basaglia.

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