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Cantiere salute mentale 14. Riconoscere le persone

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 02/07/2017 - 18:13

(by Andrew-Wyeth)

Il lavoro territoriale che si è faticosamente sviluppato in Italia negli ultimi decenni, benchè in troppi luoghi ancora lacunoso, ha reso evidente che la vicinanza ai conflitti, la presenza precoce nel riconoscere e prendere in carico la sofferenza delle persone e i loro bisogni impedisce che la domanda di aiuto si debba necessariamente definire in diagnosi psichiatrica, che le rotture, i fallimenti, le fragilità debbano “montare” la malattia.

La malattia impone interventi  centrati sul ricovero, sui trattamenti involontari, sui farmaci. Si rischia così che si spalanchino voragini disabilitanti, domande di “internamento”, riproposizioni di luoghi e culture di separazione, di allontanamento, di contenzione. Questo accade se la malattia  occupa tutto il campo prima che la persona possa essere vista, ascoltata, riconosciuta.

Il riconoscimento delle persone è quanto si può attendere dalla organizzazione di servizi diffusi nel territorio. La spirale negativa connessa alla malattia mentale può essere interrotta. I servizi territoriali possono tenere aperto un “fronte” di interdizione della spirale malattia, disabilità, stigma, pregiudizio, deriva sociale, debolezza del diritto, malattia.

Tutti quelli che vorranno possono scrivere per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte al sito del forum salute mentale.

[Mi propongo  con questi interventi minimi, che chiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di ri-attivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

I “matti” e il Sudtirolo inamovibile

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 27/06/2017 - 19:06

(by Igor Morski)

Intervista a Peppe Dell’Acqua sull’aumento dei Tso a Bolzano, il disturbo mentale e l’incontro con Basaglia, padre della legge 180 che sancì la chiusura dei manicomi.

di Sarah Franzosini

Dottor Dell’Acqua, a quanto pare a Bolzano si è verificato un drastico aumento dei trattamenti sanitari obbligatori (Tso), è un caso isolato quello del capoluogo altoatesino oppure il fenomeno è in aumento su tutto il territorio italiano?

Il territorio italiano, in questo campo, è una sorta di “pelle di leopardo”. Bisognerebbe iniziare con il dire che cos’è il Tso: uno strumento di garanzia e di grande civiltà che lo Stato mette a disposizione del cittadino per garantire il suo diritto alla cura anche nelle situazioni più difficili e controverse.Viene istituito nel maggio 1978, quando una legge, la legge 180, restituisce i diritti costituzionali ai malati di mente,  cittadini di serie B fino a quel momento, senza diritti e senza voce. Tina Anselmi e la commissione che presiedeva, votò la legge che restituendo i diritti costituzionali al cittadino, anche se matto, avviava la chiusura dei manicomi. Una circostanza molto particolare  quel 13 maggio. Aldo Moro era prigioniero delle Brigate Rosse. Ed era stato proprio il giovane Moro a scrivere l’articolo 32 della Costituzione il quale sanciva che ogni cittadino ha diritto alla cura e alla salute nel massimo rispetto della sua libertà e dignità. Adottando il Tso si mette in pratica un’operazione molto semplice. Si stabilisce che alle persone, anche quando rifiutano le cure – circostanza che accade di frequente nel caso del disturbo mentale – va garantito il diritto alla cura con tutte le tutele a difesa della libertà e della dignità.

È uno strumento tuttavia notoriamente controverso quello del Tso.

Si ha la tendenza a dire che il Tso sia un’imposizione, una vergogna assoluta, ma non è così, ovviamente a patto che lo si applichi nei termini di una negoziazione che il medico, lo psicologo, l’infermiere, l’educatore e il servizio pubblico deve fare con il cittadino. Il trattamento sanitario obbligatorio è un punto di estrema delicatezza e di fragile equilibrio. Dovrebbe essere messo in atto quando gli stessi servizi pubblici, una volta espletate tutte quelle forme di attenzione, di negoziazione, di avvicinamento e accoglienza nei confronti della persona e riscontrando un disturbo mentale e verificando il rifiuto della persona stessa alla cura, non possono fare altro che chiedere al sindaco di emettere un’ordinanza perché questa persona possa essere curata. È quando esplode il disturbo mentale e non si sa come gestirlo in assenza di servizi territoriali, di presenze adeguate intorno alle persone, di dispositivi attenti e rispettosi, che si utilizza il Tso fuori dalla sua vocazione alla negoziazione e all’accoglienza. E’ così che rischia sempre di diventare uno strumento repressivo o, ancora peggio, va a coprire una quantità di contraddizioni che si trovano all’interno del tessuto sociale dove quella persona vive.

Soluzioni?

Occorre un modello del fare salute mentale che si sviluppi nella comunità e nel territorio, che ci siano centri di salute mentale aperti più a lungo possibile, possibilmente 24 ore su 24 per 7 giorni, che ci sia una visione del disturbo mentale molto più centrata sulla persona, un’attenzione alle relazioni e una risposta ai bisogni che la persona esprime nel momento del suo malessere. Quando questo accade i Tso si riducono. In Friuli-Venezia Giulia, come ho appena detto, si arriva a 5-7 Tso all’anno per 100mila abitanti, a fronte di una media nazionale di 16-17 per 100mila, con dei picchi che si aggirano intorno a 30-35 in regioni come Sicilia, Valle d’Aosta, Emilia e Romagna. Anche tre al giorno una tantum a Bolzano mi sembrano troppi per un città di quasi 107mila abitanti, sono dati che andrebbero verificati.

Un elevato numero di Tso non implica anche un sovraccarico di lavoro per il personale medico e infermieristico che può incidere sull’effettivo processo di cura della persona?

Sì e no, è un sovraccarico soprattutto per le forze dell’ordine e il Comune se i servizi territoriali sono carenti o riluttanti. La persona con disturbo mentale una volta fatto il Tso arriva nel servizio psichiatrico di Bolzano già etichettato, per così dire, predisposto per il trattamento che in quel luogo metteranno in atto. I sanitari lo prendono e lo mettono a letto, gli somministrano dei farmaci, se protesta lo legano. È evidente che il rapporto con una persona in crisi deve risolversi in modi ben diversi.

Lei dice: il ricorso frequente al Tso è direttamente proporzionale alla carenza di servizi, l’Alto Adige a suo avviso è una provincia poco virtuosa in questo senso?

In Alto Adige esiste una psichiatria ospedaliera, medica, oggettivante. Si utilizzano protocolli di terapie farmacologiche che sono al di fuori di ogni razionalità, è uno dei pochi territori in Italia dove si fa l’elettroshock e si usano pratiche restrittive come le porte chiuse e la contenzione, con la virtuosa eccezione del servizio psichiatrico di Merano. La visione è quella di un malato oggetto. Il punto chiave è che c’è una mancanza di servizi di salute mentale adeguati, orientati alla persona, all’integrazione, all’abitazione, alla rimonta, alla recovery, come oggi si dice; servizi che siano in grado di intervenire e negoziare prima ancora che si ricorra al Tso. Tutto ciò diventa un indicatore di presenza di una psichiatria poco gentile che non riesce a vedere il soggetto. Penso anche ad alcuni istituti per persone con handicap dove sono stati fatti programmi meravigliosi, eppure restano delle sacche che sono omologabili alle psichiatrie tedesche degli anni ’30.

Pensa anche all’episodio relativo alla presentazione del libro “E tu slegalo subito…”di Giovanna Del Giudice a Salorno quando critica il sistema altoatesino?

Un fatto che è un altro indice dell’assenza di una cultura di salute mentale comunitaria e che rivela una presenza prepotente e devastante di una psichiatria arcaica, che vuole accreditarsi come moderna, scientifica. È emblematico il fatto che si facciano campagne in Italia e in Europa per l’abolizione della contenzione e di contro ci siano ancora luoghi in cui non se ne può nemmeno parlare.

C’è una connessione fra indigenza e sofferenza psichica?

Può esserci, certamente, ma spesso più che solo un dato di povertà è una condizione di miseria delle relazioni. Parlando di Alto Adige, poi, fa specie parlare di povertà. Credo che il sindaco Caramaschi non parlasse solo in termini economici, descrivendo la situazione, ma di condizione di disagio che emargina dai contesti sociali un numero di persone sempre più elevato. Di una città che fa fatica ad aver cura dei suoi cittadini come vorrebbe.

La maggiore possibilità economica, tuttavia, può essere un elemento che “salva” il soggetto dal subire un Tso?

Dall’abuso e dalle storture ti può difendere. Ma credo salva soprattutto dall’abbandono.

Ma così non si creano pazienti di “serie A” e di “serie B”?
Ebbene sì. Il disturbo mentale comporta una deriva sociale. E più si va in basso più si indeboliscono i diritti delle persone, diventa più rischioso il loro vivere in mezzo agli altri e più concreta la possibilità che venga riconosciuta una malattia da curare o che si applichi il Tso.

L’Alto Adige è anche una delle zone con il più alto tasso di morti per suicidio in Italia.
Quella dei suicidi è anche una tragica eredità dell’impero austro-ungarico che Trieste si sta lentamente scrollando di dosso. Si dice che la bassa Austria e anche i luoghi di confine come il Sudtirolo erano una spina nel cuore dell’imperatore Francesco Giuseppe perché anche allora, alla fine dell’800, si registravano alti tassi di suicidio. Dunque sì, c’è una situazione storica ma questo non giustifica nulla. Il suicidio è solo in certe circostanze una conseguenza o un esito di un disturbo mentale. Solo al 20-25% delle persone che si tolgono la vita era stato diagnosticato nel mese o nell’anno precedente un disturbo mentale, il restante 70-75% non rientra in queste specifiche, sono dati su cui riflettere e rimandano a una miriadi di condizioni che convergono verso un denominatore comune che è la solitudine, l’isolamento, la fragilità inascoltata.

Qual è la sua opinione riguardo ciò che avrebbe dichiarato il sindaco Caramaschi e cioè che “la società odierna, e la nostra città non fa eccezione, non dà spazio a tentennamenti. Se si perde il ritmo, si resta indietro ed è difficile recuperare”? Sembra la descrizione di uno scenario in cui chi inciampa perde la corsa alla dignità umana, alla possibilità di una vita “normale”.

È vero che c’è un allargamento della forbice tra garanzia e non garanzia, tra ricchezza e povertà dove la povertà si esprime anche con un disagio, con una fatica del vivere, che diventa incontenibile. C’è una formidabile fuga verso l’individualismo estremo, ognuno di noi è chiuso nel suo spazio e non vede più l’altro fuori da sé, si perde l’immagine della collettività, di una società accogliente. Pensiamo solo a ciò che accade con gli immigrati. Dobbiamo promuovere di più la cultura dell’incontro, aggregare, mettere insieme. Abbiamo bisogno di vivere gli uni con gli altri.

Stiamo entrando in una nuova era in cui le istituzioni cominciano a cambiare le proprie strutture per quel che riguarda la malattia mentale. Mi riferisco ad esempio agli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) - per la cui chiusura lei si è battuto molto anche con il viaggio di Marco Cavallo e la campagna stopOPG – che oggi sono rimpiazzati dalle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems). Come sta avvenendo questo rito di passaggio?

C’è da meravigliarsi per quanto è strano questo nostro Paese. Quando l’ultimo internato ha lasciato, alla fine di gennaio di quest’anno l’Opg abbiamo potuto finalmente dire che i 6 manicomi giudiziari sarebbero diventati un ricordo. Ed è straordinario perché ci abbiamo messo meno di due anni e mezzo per realizzare quanto  la nuova legge prescriveva. Si sono strutturate circa 30 Rems in tutte le regioni italiane e anche questo è un dato parzialmente positivo. Va riconosciuto senz’altro il fatto che siano stati chiusi gli Opg e che rapida è stata la costruzione di questa alternativa che deve essere considerata  transitoria. L’obiettivo non è quello di trasferire le persone dal grande istituto a un mini Opg. Erano 1.500 le persone internate in questi ospedali quando è partita la campagna per chiuderli, oggi sono meno di 600 nelle Rems di tutto il paese. Si sono moltiplicate le misure di sicurezza alternative, vengono realizzati progetti terapeutici individuali, c’è il coinvolgimento dei dipartimenti di salute mentale. Ed è un lavoro che deve andare avanti. Molti psichiatri e magistrati continuano a credere che le Rems siano il sostituto dell’Opg, ma non è così. Lo sono le reti sociali e terapeutiche di cura per la persona. E questa è la scommessa più grande che stiamo cercando di vincere.

Lei ha creato la collana “180. Archivio critico della salute mentale” (Edizioni Alpha Beta) nel 2010. Che ruolo ha per lei la comunicazione anche nell’ottica di un cambiamento dello status quo?

È fondamentale. Un esempio eccezionale è il servizio che Sergio Zavoli fece per tv7 nel manicomio di Gorizia nel 1968, “I giardini di Abele”. Aprì l’armadio e fece uscire gli scheletri. Zavoli ebbe il merito di non mostrarci chissà quale orrore, cosa che invece la comunicazione dell’epoca usava fare. Ci ha fatto vedere delle persone che riflettono su loro stesse, che desiderano una vita diversa, fuori dal manicomio: persone, soggetti che sperano di diventare cittadini. Beh, io credo moltissimo nella necessità di comunicare, l’abbiamo fatto con Marco Cavallo già dal 1973 e poi girando l’Italia nel 2013 entrando col cavallo in tutti i manicomi giudiziari, e ancora attraverso il teatro e il cinema. E a proposito di cinema, penso ai tentativi fatti per raccontare, in chiave narrativa, la cultura della malattia mentale, come La Pazza Gioia di Paolo Virzì o A Beautiful Mind di Ron Howard, per esempio. Noto, tuttavia, che i giornali ancora parlano di disturbo mentale esclusivamente attraverso fatti di cronaca e così il pazzo diventa per definizione pericoloso. Un’immagine falsa che non trova nessun riscontro nei dati. Pensi che quando si era in procinto di fare la legge 180 si fecero profezie terribili, che sarebbero aumentati i suicidi, gli omicidi, gli stupri, e non solo non è accaduto nulla di tutto ciò ma l’Italia, a differenza di altri paesi europei che hanno fior di manicomi, registra un tasso di suicidi che è il più basso in tutta l’Europa occidentale.

Di Basaglia conosciamo tutti l’ardore, la determinazione e le sue rivoluzioni, ma com’era lo psichiatra veneziano nella vita quotidiana, lei che ci ha lavorato fianco a fianco?

Era molto bello stare con lui. Io l’ho conosciuto che avevo 24 anni, è stata la svolta della mia vita. Chiedeva molto a noi ragazzi, si cominciava la mattina alle 8 con una riunione e si finiva alle 5-6 del pomeriggio con un’altra riunione di fine giornata che poteva continuare fino alle 9 di sera, e poi si andava a mangiare la pizza insieme perché bisognava continuare a parlare. Era sempre capace di ribaltare le questioni, di riproporle da un altro punto di vista, facendo attenzione alle sfaccettature. È stato in grado, a differenza di tanti all’epoca che forse pure si rendevano conto dell’orrore del manicomio, di assumersi delle responsabilità molto gravose, perché Basaglia si è mosso, aprendo porte, attivandosi anche in mancanza di una legislazione. Era appassionato, ironico e autoironico. Con noi scherzava spesso, ma se sgarravamo non ce le mandava a dire. Se esageravamo con le nostre esuberanze giovanili ci ricordava che avevamo di fronte una marcia lunghissima e incerta, ti diceva “ma tu hai capito che lavoro stiamo facendo qui?”. Se si arrabbiava il giorno dopo ti chiamava e ti spiegava il perché in una dialettica costante che era la sua forza. Aveva  la passione delle vecchie cose, quando finiva di lavorare, se faceva in tempo, andava dai rigattieri in città vecchia a comprare una borsa da medico o un vecchio telefono. Mi ricordo che quando andai a Parma a conoscerlo mi trovai in una sala dove si stava tenendo una riunione e per me fu una novità, nessuno aveva il camice bianco e io venivo dall’università dove ci mettevamo tutti in fila davanti al professore. Basaglia mi venne incontro salutandomi e mi disse di dargli del tu mettendomi in un imbarazzo pazzesco, tant’è che io per anni non l’ho chiamato per nome e usavo espressioni come “cosa si fa?”, oppure “adesso sarebbe bene…” [ride], per evitare di trovarmi nella situazione di dargli del tu. Ma chiudo qui, sennò divento nostalgico.

(da: https://www.salto.bz/it/article/25062017/i-matti-e-linamovibile-sudtirolo)

Impazzire si può ’17. Facciamo il punto

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 19/06/2017 - 17:28

“Rivoglio il potere che sconfigge le ingiustizie presenti nella società tramite processi politici, sociali e psicologici, ma anche quello che valorizza le mie singole abilità e capacità, il potere di ritrovare la serenità che ho perduto. Il potere di credere in me stesso” (FedeShoe)

Impazzire si può ’17. Facciamo il punto

Trieste, Parco di San Giovanni, 23 e 24 giugno 2017

Le giornate triestine si propongono quale incontro di coordinamento allargato e informale sui temi del prossimo Impazzire si può (settembre? – 2018 per il quarantennale?)

Dai contatti con la rete di amici e nel corso degli incontri emerge con sempre maggior insistenza la fatica di vivere in una società sempre più a rischio di chiusura sociale, di ritiro progressivo dell’accoglienza e della cura dell’altro, della progressiva burocratizzazione dei servizi.

Ma anche della necessità di testimoniare valori diversi, fare breccia con proposte che valorizzino il percorso delle persone contro una cultura stigmatizzante, operare attivamente per una cultura trasversale e inclusiva, fare formazione comune sui bisogni delle persone allo scopo di ridurre la paura e l’ignoranza che spesso portano esclusione ed emarginazione, promuovere incontri a livello istituzionale e comunitario per una partecipazione attiva sulle politiche sociali e del lavoro aperta a tutti i cittadini.

Fondamentalmente è emersa la necessità di dialogare tra di noi, dialogare per contrastare la perdita di fiducia e la solitudine che si sviluppano sia nel micro sia nel macrosistema sociale, dialogare per scambiare esperienze di successo, di ripresa e di gioia.

Due giornate quindi dedicate al dialogo, al rafforzamento delle rete dei soggetti attivi nell’ambito della salute mentale attraverso l’incontro e lo scambio assembleare.

Venerdì 23 giugno

Direzione del Dipartimento di Salute Mentale, via Weiss, 5

Ore 9.00 – 16.00

Assemblea nr. 1

Come si fa a creare dialettica? Come si costruiscono le buone pratiche, come si mantiene un pensiero critico? Abbiamo ancora la capacità di pensare un futuro assieme?

Impazzire si Può nasce come un momento desiderato di incontro. Di incontro per produrre visioni, prospettive, eroiche imprese personali, per riconoscere l’altro, per riconoscere gli altri, per esserci.

Quest’anno l’appuntamento, più in sordina, vuole ripensare alle scommesse impellenti quotidiane e di un futuro di difficile lettura, incerto, spesso angosciante e tuttavia ricco di possibilità, di visioni gioiose, di rimonte sulle quali tutti noi scommettiamo.

Abbiamo cominciato sperando di poter vedere la costruzione di reti e di momenti aggregativi tra le persone che vivono l’esperienza e che hanno acquistato parole di significato, di peso e di poesia. E’ passato quasi un decennio e facciamo fatica a riconoscere come eravamo, come siamo cresciuti, quanto fitte sono diventate le reti.

Su questo vogliamo riflettere, ricominciando sempre da capo: i nodi, gli ostacoli, le durezze angosciose che continuano a rallentare lo sviluppo delle reti della salute mentale e la crescita, anche lenta, dei diritti. E della liberazione.

L’assemblea ruoterà sui temi che sono emersi nel corso dell’anno:

  • risorse e servizi: leggere insieme il rapporto SIEP
  • sulle questioni più compromettenti o invalidanti per chi vive l’esperienza: i 7 punti di Torino
  • più ambulatori e meno territorio; più farmaco e meno progetti; più case di cura e meno abitare insieme; più grupponi appartamento anonimi e meno casa propria (e svanisce il diritto al proprio nome sul campanello). Cosa sta accadendo nelle pratiche e nelle politiche regionali?
  • ritorniamo a parlare del TSO: dispositivo di garanzia o strumento contenitivo?
  • a più di un anno dalla legge che chiude gli Opg, è possibile fare un punto?

Introduce i temi dell’Assemblea: Carlo Minervini

Assemblea n. 2

Quando la mia salute diventa pubblica

Le pratiche di riduzione dello stigma e di ridefinizione dei pregiudizi: l’esperienza di Livorno e l’esperienza di Kristiansand;

Lo stigma e i pregiudizi dei familiari, degli operatori di salute mentale e degli stessi utenti: esperienze e pratiche di cambiamento;

La funzione degli utenti esperti nella gestione dei progetti anti stigma;

I progetti di salute pubblica come pratica di prevenzione del disagio e come strategia di superamento dello stigma: l’esperienza di auto aiuto Norvegia e l’esperienza dei gruppi di auto aiuto livornesi.

Introducono i temi dell’Assemblea: Paolo Pini e Eleonora Bemi

Ore 18.30

La festa del Falò di San Giovanni.

Tradizionale momento d’incontro che celebra l’integrazione del Parco con la città; rete di relazioni alla semplice luce del fuoco, della luna, del verde… e della voglia di condivisione. Mette all’opera la partecipazione dei laboratori del Centro Diurno Diffuso, con le loro ambientazioni, invenzioni e creazioni – fatte spesso di materiali riciclati – quali dipinti, che raccontano e rappresentano storie, simbologie, personaggi e stati d’animo; producono immagini, suoni, movimenti e danze per il rito del Falò.

  • laboratorio creativo per bambini e adulti ed esposizione artistica al “Posto delle Fragole”
  • “Ricordi Intessuti” Laboratorio creativo Il Cappello Pensatore
  • esposizione degli allievi del “Laboratorio di pittura del benessere”

Performances Danza

  • “I love Hip Hop & Dance Project”
  • GeA Danza e Rdeča Zvezda
  • “SHIN RYOKU” danza giapponese
  • Emporio Danza: esibizione a cura dei bimbi – di età prescolare – che hanno seguito i corsi di pre-ballo organizzati presso la Rems di Aurisina

h. 21.00 laboratorio e orchestra “Il Giardino Musicale” e, a seguire, VJ-set “Immagini”

h. 23.00 Corteo Del Falo’ … tutti intorno al fuoco con le percussioni magiche di MAMAYA!

Sabato 24 giugno

Direzione del Dipartimento di Salute Mentale, via Weiss, 5

Ore 9.30 – 13.00

Assemblea nr. 3

Un cantiere per la salute mentale.

Presentazione del disegno di legge volto all’attuazione e allo sviluppo dei principi della 180. L’assemblea di “impazzire” di quest’anno chiude un ciclo di lavoro e di discussione e apre il “cantiere per salute mentale”. Abbiamo voluto chiamare cantiere la partecipazione e la proposta di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muove intorno alla ‘questione psichiatrica e della salute mentale”, nel contrasto alle persistenti istituzioni totali, sempre rinascenti, per ampliare i margini delle libertà e dei diritti, per promuovere protagonismo, emancipazione, possibilità. Il disegno di legge tenta di arginare il declino delle politiche e delle culture della salute mentale proponendo un ordinamento più certo volto all’attuazione e allo sviluppo dei principi della l. 13 maggio 1978, che il prossimo anno compie 40 anni, e indicare dispositivi, regole linee di indirizzo per l’integrazione degli interventi a livello nazionale e locale per la promozione della 3 salute mentale, della buona pratica e della cura in tutte le regioni. La proposta nasce dal forum salute mentale, dalle tante assemblee di “impazzire” che si sono succedute in questi anni, e da tutte quelle associazioni e movimenti che nella piazza, che il forum vuole essere, si incontrano e da questo luogo, la piazza, vuole chiamare alla discussione, al sostegno, alle iniziative che verranno quanti lavorano e condividono problemi, frustrazioni, successi, aspirazioni, desideri e sentono urgente la necessità di cambiamento. Operatori, persone che vivono l’esperienza, familiari, cittadini, amministratori, rappresentanti politici in tutte le assemblee elettive, con le più disparate provenienze culturali, etiche e tecniche che avvertono l’esigenza di un nuovo radicale impegno per le politiche della salute mentale, per i destini delle tante persone che attraversano (e hanno attraversato) l’esperienza del disturbo mentale e che vedono, fuori da ideologie e chiusure, l’orizzonte amplissimo delle possibilità di ripresa, di “guarigione” alla fine. L’obiettivo è quello di mettere insieme un cartello ampio come StopOpg, o essere in continuità con questa esperienza. Partimmo da Trieste per chiedere la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, per dire no ai “mini OPG”/manicomi regionali e per denunciare il declino delle politiche di salute mentale comunitaria e chiedere a gran voce il rafforzamento dei dipartimenti e l’apertura di centri h24. Questo è quanto con la legge vogliamo cominciare a disegnare.

Presentano il ddl Roberto Mezzina e Franco Rotelli

Articolo 32, Ass. Franco Basaglia, Ass. Nadirpro, Servizio Civile Nazionale, Ass. Arià, Ass. Zyp, Ass. Accademia Follia, Ass. Luna e l’altra,  Ass. Afasop, Ass. Kairos, Laburb mente locale, Ass. Avofasam, Ass. Mediterraneo; operatori e utenti di Kristiansand, Norvegia, HeadMadLab Trieste, Ass. 180Amici Puglia, Coop. La Collina, Coop. Duemilauno Agenzia Sociale, Coop. C.L.U. F. Basaglia, Coop. IG,

Coop. Agricola Monte San Pantaleone, Coop. Lister Sartoria Sociale, Radiofragola, ….

Bolzano: Ricoveri coatti in aumento preoccupazione in Comune

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 18/06/2017 - 17:56
Il sindaco: «Trattamenti sanitari obbligatori, ci sono anche tre casi al giorno» Molti 40 e 50enni ai margini: senza lavoro, con situazioni familiari complesse

di Davide Pasquali

BOLZANO. La giunta comunale ha approvato il calendario «Tso» per i prossimi mesi, fino a dicembre. Niente affatto un atto puramente formale, visto che i trattamenti sanitari obbligatori sono in forte aumento, tanto da preoccupare non poco il sindaco. «Non pensavo – precisa – che potessero essere così tanti. La prima notte dopo l’elezione a sindaco, sono stato svegliato una prima volta alle 3 del mattino, poi alle 5, e poi ancora alle 7. I vigili urbani sono venuti da me a casa, per farmi firmare le autorizzazioni al ricovero». Responsabile per la firma è infatti il sindaco, ma per non oberarlo eccessivamente, giorno e notte, si fa a turno fra i vari assessori. E chi è in turno non può allontanarsi dal territorio comunale, in modo da poter essere raggiunto celermente dagli agenti della municipale. Caramaschi tiene a sottolineare: «In periferia non succede, qui a Bolzano invece ci sono numerose situazioni di criticità psicologica e psichiatrica con obbligo di ricovero. Per questo siamo costretti ad alternarci. Ci raggiungono di mattina, di pomeriggio, di sera, di notte. A volte sono le stesse persone interessate a chiamare dicendo di sentirsi male, per farsi ricoverare. Sono situazioni che fanno impressione». La lista dei turni, una settimana a testa, sostituti reperibili compresi, andrà fino a dicembre. Al momento le statistiche 2017 non sono disponibili, ma il sindaco la spiega benissimo così: «Ci sono anche tre Tso al giorno». Centinaia e centinaia di casi l’anno. Al di là dell’aspetto amministrativo, «ci sono molte situazioni di benessere ma anche di disagio, di emarginazione, di difficoltà psichiche e sociali, di povertà. In passato, ai miei tempi, la povertà era più diffusa ma era vissuta con più dignità. Oggi c’è molta più ricchezza ma anche molta più povertà, gente che arranca. Bisogna stare attenti, perché se si perdono non riescono più a recuperare. La società odierna, e la nostra città non fa eccezione, non dà spazio a tentennamenti. Se si perde il ritmo, si resta indietro ed è difficile recuperare». Ci sono persone di 40-50 anche 55 anni che sono ai margini perché hanno perso il lavoro, sono emarginati, le situazioni familiari sono sempre più complicate, e si riflettono sui giovani, una parte dei quali sbandano perché non sono seguiti. «Quello che era il controllo sociale di una volta è venuto meno, soprattutto in città. Nei paesi, in periferia, c’è ancora. Lì il fenomeno è più mitigato perché

c’è più controllo, nel senso buono del termine. Si riescono ad accudire anche elementi non appartenenti alla propria famiglia». Il Comune «dovrà porre ancora più attenzione alle risorse per il sociale. Dobbiamo seguire queste persone, non possiamo abbandonarle».

(da Alto Adige: http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2017/06/13/news/ricoveri-coatti-in-aumento-preoccupazione-in-comune-1.15485323)

Una partita lunga una vita…

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 18/06/2017 - 17:51

Di Francesca de Carolis

Che ci fa Johan Cruyff in un libro della collana “180, archivio critico della salute mentale” (edizioni alphabeta Verlag)? Cruyff, il fuoriclasse olandese che fu interprete straordinario del calcio totale… quello stile di gioco per cui nessun giocatore è ancorato a un ruolo rigido, e chiunque può, nel corso della partita, essere attaccante, centrocampista, difensore. Insomma, un luogo dove il collettivo è tutto

Il “comunismo di Johan Cruyff”… l’ho capito alla fine anch’io, che di calcio so poco e niente, catturata da “La trappola del fuorigioco”, di Carlo Miccio.

Bel racconto, lucido e dolente, come capita lo sia la vita, emozionante ed esplosivo, come una partita di calcio, con le sue mosse, in attacco, in difesa, i minuti dalla fine quando ogni pallone è quello possibile del disastro…
Bel racconto, che ti prende per mano e ti accompagna attraverso il tempo dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, insieme al protagonista- narratore, Marcello, che fin da piccolo la realtà la decifra tutta solo attraverso il gioco del calcio. Sarà la “rivoluzione del calcio totale” ad aiutarlo a capire il significato della parola comunismo e delle paure del padre, una diagnosi di Depressione Bipolare Schizoaffettiva e l’incubo dell’avanzata elettorale del PCI di Berlinguer. Perché tutto inizia nel 1975…

Narrando una condizione che ben conosce, Miccio “ci accompagna attraverso le dinamiche di una famiglia dove si annida ed esplode il disagio mentale”. Ma è storia che riguarda anche tutti noi.

Si inizia e non ci si stacca più dagli occhi di Marcello ragazzino che quella prima notte da solo, in viaggio con il padre, lo guarda nella penombra. “Era fragile, terrorizzato e vulnerabile. La faccia di un condannato a morte che non trova più soddisfazione a urlare il proprio tormento. Pensai che avrei dovuto strapparlo via dal suo incubo, evitargli tutta quella sofferenza gratuita, ma non avevo il coraggio di svegliarlo. Rimasi invece a guardarlo cercando d’immaginare da dove venisse tutta quella pena”.

Immagine incancellabile e commovente, come una Pietà antica, dove senza sfiorarlo pure il ragazzino accoglie e culla nel suo sguardo attento questo padre, nei momenti bui ossessionato dal demonio e dai comunisti, che invoca su tutti i nemici la spada gloriosa di san Michele Arcangelo…

La sindrome bipolare… tutta una vita in altalena, fra euforia e depressione, luce e buio che nel proprio turbine tutto può travolgere intorno a sé.

E insegna, questo racconto, anche la forza della tenerezza… che può diventare persino l’assurda idea che drogarsi potesse essere un modo per riuscire a capire cosa passava nella mente del padre quando stava male. Entrare in quella zona buia del suo cervello… “Magari, mi dicevo, con la comprensione si poteva anche guarire un giorno. Come san Girolamo con il leone. Che ruggiva per il dolore della spina nella zampa e non perché era cattivo”.

E scivolano gli anni… i santuari dell’Italia dei miracoli, la 180, la nascita dei centri di salute mentale, il dibattito sull’elettroshock, il famoso rigore di seconda di Cruyff, gli anni degli acidi e dell’eroina, tanti aghi in vena… le telecronache di Martellini e degli altri… e la palla calciata da Cabrini che “invece di andare in rete rotolò mestamente a lato, innocua come un coriandolo di carnevale”. E quella partita della Fiorentina dove “accadde tutto nel recupero, a tempo ormai scaduto”. “Mio padre iniziò a piangere…”.

Una partita lunga una vita. Viene da pensare, con tutte le differenze del caso, a “Il rigore più lungo del mondo” di Osvaldo Soriano, che così bene parlando di calcio ha pure parlato di tante altre cose del mondo, con la storia di quel rigore sospeso, che per un tempo infinito sembra mettere davanti alla possibilità di sbagliare…

Ma anche quel padre malato, qualche bel tiro lo mette a segno. Una delle pagine più belle racconta un momento di euforia in cui la sua fantasia riesce a partorire, e realizzare, un vero campo di calcio costruito dal nulla. Un campetto che per tre anni è stato un’idea di aggregazione sociale cui nessuna programmazione urbanistica aveva pensato. Peccato che poi un giorno una bestemmia pronunciata da qualcuno, nell’eccitazione di una partita, provoca la reazione del parroco che tutto smantella. Ma “comunismo evangelico e campi da calcio, anche questo è stato mio padre”.

E poi sono venuti gli anni di Berlusconi, che quell’antica paura del comunismo ha saputo così ben piegare al suo disegno…

Così si approda all’oggi, che padre e figlio vivono insieme. L’uno in qualche modo ad accudire l’altro, a difendersi dalla solitudine e dalle assurdità della società che abbiamo infine costruito.

Così… “ho nostalgia del comunismo di Johan Cruyff. Di una società dove il collettivo è tutto, ci si scambia di ruolo e ci si muove compatti a centrocampo tutti insieme. Il comunismo del calcio totale, ma anche quello dei tarantolati del Salento, dove l’intera comunità è consapevole che la malattia di uno è la malattia di tutti, e la follia psicotica viene affrontata ballando e cantando insieme, e sconfiggendo il male con la musica, invece che con gli elettroshock”.

E viene anche a noi nostalgia di quel comunismo là, nato da un sogno che pure è stato collettivo.

Ma la Storia ha preso un’altra strada. Guardandoci intorno, trovando l’esattamente contrario… “una società dove nessuno ti offre un lavoro che non sia in nero, ma poi fanno finta di regalarti i soldi con i ‘gratta e vinci’ e con i superenalotto. O con quei cazzo di quiz in televisione, ad esempio”.

La trappola del fuorigioco… Leggete, narra davvero tanto di tutti noi…

(Da: http://www.laltrariva.net/?p=1884)

StopOpg: apprezzamento per OdG che vincolano il Governo sulle Rems

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 18/06/2017 - 17:40

stopOPG ha incontrato il Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera on. Marazziti: apprezzamento per Ordini del Giorno che vincolano il Governo sulle Rems

Si è svolto il 15 giugno alla Camera l’incontro fra una delegazione del Comitato nazionale stopOPG (Stefano Cecconi, Maria Grazia Giannichedda, Denise Amerini) e l’on. Mario Marazziti Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera.

Si è discusso dell’avvenuta approvazione (il 14 giugno us, alla Camera) del Disegno di Legge AC 4368 “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”, che con l’art. 1 comma 16 lettera d AC 4368, rischiava di riportare in vigore le norme dei vecchi OPG. Considerato che la questione di fiducia posta dal Governo ha impedito di presentare emendamenti, sono stati presentati e approvati alcuni Ordini del Giorno per condizionare l’attuazione della norma (ricordiamo che si tratta di una legge delega per la cui attuazione sono previsti decreti legislativi del Governo).

stopOPG ha espresso apprezzamento sugli Ordini del Giorno approvati (vedi elenco sottostante), e un ringraziamento alle/ai deputate/i che li hanno proposti.

L’importante Ordine del Giorno presentato dal Presidente Marazziti -  insieme al Presidente della Commissione Ambiente on. Realacci e altri  – restringe di molto la possibilità di ricovero nelle Rems testualmente: “limitare per casi eccezionali e transitori”- per i detenuti (con sopraggiunta malattia mentale o in osservazione) e per le persone con misure di sicurezza provvisoria. Mentre, come auspicavamo, afferma che il diritto alla salute e alle cure dei detenuti va garantito con adeguata potenziamento delle sezioni di cura nelle carceri e attraverso misure alternative alla detenzione, e sempre con la presa in carico da parte dei servizi di salute mentale delle Asl. Infine è importante che l’O.d.G. affronti anche la questione delle Case di Cura e Custodia.

Proprio consapevoli che gli Ordini del Giorno, pur vincolanti e chiari, non sono atto di legge, si è convenuto di insistere con il Governo affinché siano rispettati.

Infine, durante l’incontro, si è convenuto necessario mantenere alta l’attenzione sul processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sulle criticità aperte, sull’esperienza delle Rems e sullo sviluppo delle pratiche di cura e riabilitazione che consentono l’adozione delle misure alternative alla detenzione, nello spirito della legge di Riforma 81/2014. E tenuto conto dell’importante delibera del Consiglio Superiore della Magistratura (vedi CSM 19.4.2017)

In questo senso al termine dell’incontro si è ritenuto utile:

·         venga assunta anche in sede parlamentare un’iniziativa per la riattivazione dell’Organismo nazionale di monitoraggio del superamento degli OPG (composto da rappresentanti dei Ministeri della Salute e della Giustizia, delle Regioni, della Magistratura e che va aperto alla partecipazione delle associazioni impegnate sul tema);

·         richiedere al Governo di mantenere l’impegno a presentare la Relazione periodica al Parlamento sul superamento degli OPG;

·         sia organizzata a settembre, a cura della Commissione Affari Sociali, un seminario di approfondimento sul processo di superamento degli OPG.

Gli Ordini del Giorno approvati:

9/4368/4. Piazzoni, Mariano, Carnevali, Capone, Patriarca, Paola Bragantini, D’Incecco, Amato, Palese

9/4368/5. Daniele Farina, Andrea Maestri

9/4368/6. Miotto, Palese

9/4368/8. (Testo modificato nel corso della seduta) Marazziti, Realacci, Miotto, Bruno, Bossio.

9/4368/14. (Testo modificato nel corso della seduta) Fossati, Laforgia, Murer, Fontanelli, Nicchi, Sannicandro, Rostan, Leva, Martelli

9/4368/15. Beni, Palese

9/4368/18. Mattiello

9/4368/34. (Testo modificato nel corso della seduta) Baroni, Ferraresi, Sarti, Agostinelli, Bonafede, Businarolo, Colletti.

Per leggere il testo degli Ordini del Giorno vedi allegato o vai al link http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/assemblea/html/sed0813/leg.17.sed0813.allegato_a.pdf

La delegazione di stopOPG con il Presidente Marazziti

Un commento alle Linee guida per il trattamento dei disturbi mentali dei rifugiati e di coloro che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale.

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 11/06/2017 - 20:21

Di Luigi Benevelli.

Note di commento alle Linee guida del Ministero della Salute per il trattamento dei disturbi mentali delle persone Richiedenti e Titolari di Protezione internazionale e umanitaria (RTP), 22 marzo 2017.

Il Ministero della Salute italiano ha licenziato il 22 marzo scorso, a conclusione di un lavoro di due anni e mezzo, le Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Le linee guida si applicano a uomini, donne e minori che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, già titolari di status di protezione internazionale o umanitaria o richiedenti asilo. (p.

Si parte dalle affermazioni che “ gli eventi traumatici che colpiscono le persone RTP (Richiedenti e Titolari di Protezione internazionale e umanitaria) determinano gravi conseguenze sulla loro salute fisica e psichica con ripercussioni sul benessere individuale e sociale dei familiari e della collettività” e che è urgente

riorientare  il sistema sanitario italiano verso l’attenzione ai bisogni emergenti, la prossimità ai gruppi a rischio di marginalità, l’equità dell’offerta per assicurare un’assistenza sanitaria in linea con le loro necessità e nel rispetto dei principi costituzionali.

Di qui la necessità

di avviare la programmazione di strumenti operativi adeguati ad assistere questa nuova e numerosa utenza multiculturale, eterogenea, segnata in modo consistente dai traumi subiti”, anche tenendo conto del limite “rappresentato dalle limitate risorse disponibili. (p.6)

Le linee guida adottano e propongono “un approccio multidisciplinare, partecipato, integrato ed olistico, che prevede un percorso di assistenza alle vittime: dall’individuazione, non sempre facile ed evidente in questo tipo di situazioni, alla riabilitazione”. Un focus specifico è portato alla certificazione, essenziale nell’iter della richiesta di asilo e sulla mediazione, indispensabile per la costruzione della relazione. […]Le  linee guida danno indicazioni su come operare nel passaggio di competenze “tra l’accoglienza erogata dal sistema di assistenza per i rifugiati (SPRAR o altri programmi) e il sistema generale dell’assistenza socio-sanitaria”, in particolare in tutte le situazioni che richiedono una continuità terapeutico-assistenziale.(p. 7)

Si passa poi alla descrizione dei quadri psicopatologici:

“I RTP vittime di tortura, stupro, abusi o traumi estremi di altra natura (prolungate prigionie in

isolamento e/o in condizioni disumane e degradanti, naufragi, testimoni di morti violente, etc.)

possono presentare quadri clinici psicopatologici manifesti, latenti o sub-clinici. Questa tipologia di

rifugiati deve essere considerata ad alta vulnerabilità ed è perciò necessario mettere in atto azioni

e procedure specifiche mirate all’individuazione precoce di queste persone. […] Le esperienze traumatiche estreme possono determinare, oltre ai sintomi comuni del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD: Post-Traumatic Stress Disorder), anche altre conseguenze psicopatologiche specifiche e complesse. In particolare: disturbi dissociativi psichici e somatici, tendenza alla re-vittimizzazione, perdita del senso di sicurezza e del senso di sé, disturbi da iperarousal, disturbi affettivi e relazionali. Questo particolare quadro sindromico viene attualmente riconosciuto come un’entità clinico-diagnostica specifica definita “PTSD con dissociazione” o come “Complex PTSD”. Le manifestazioni cliniche dei disturbi post-traumatici complessi (depersonalizzazione, derealizzazione, assorbimento immaginativo, disturbi mnesici e cognitivi, etc.) differentemente dalle manifestazioni caratteristiche di altri quadri psicopatologici, sono multiformi e insidiose e, per loro stessa natura, difficilmente rilevabili e diagnosticabili, specialmente per medici e psicologi senza una specifica formazione ed esperienza. In questi casi il rischio di misconoscimento o di una diagnosi errata risulta molto elevato”(p. 31).

Una volta diagnosticatone il disturbo, i RTP sono “tempestivamente inviati, tenendo conto del livello d’urgenza segnalato dai medici e dagli psicologi del Centro d’accoglienza, presso strutture sanitarie, con adeguate competenze specialistiche, del SSN o da esso riconosciute” (p. 33) dove dovrebbe avvenire la “presa in carico”  seguendo “un approccio integrato, multidisciplinare e multi dimensionale, con interventi che si realizzano in tappe successive: accoglienza, orientamento, accompagnamento”.

A tal fine le A.S.L. definiscono un percorso terapeutico assistenziale multidisciplinare, chiave di volta dell’assistenza e della riabilitazione delle vittime di tortura, che integri professionalità socio-sanitarie e giuridiche dei servizi territoriali pubblici, degli enti gestori e del privato sociale. Per organizzare il percorso multidisciplinare è necessario quindi delineare le funzioni e i ruoli delle diverse figure professionali coinvolte, nonché gli strumenti necessari. A prescindere dai singoli professionisti presenti, è necessario che, all’interno del percorso multidisciplinare, siano sempre rappresentate le diverse aree di competenza:  “Sanitaria”;  “Sociale “; “Giuridica”; della “Mediazione”. (p. 35)

L’approccio clinico si articola in tre fasi:

  • Comprensione e superamento dei sintomi maggiormente invalidanti: disturbi del sonno, condotte di “evitamento”, sintomi somatici e dissociativi.
  • Lavoro sulle memorie traumatiche: ricostruzione dettagliata attraverso la libera narrazione degli eventi traumatici in ambiente protetto per mettere la vittima in condizione di elaborare il vissuto e di integrarlo costruttivamente nella propria identità. Può avere una funzione preparatoria per l’audizione.
  • Ricostruzione dei legami: migliorare le capacità relazionali e facilitare la possibilità di accedere a nuove esperienze interpersonali.

Le prime due azioni generalmente avvengono nelle fasi iniziali, entro il primo anno dall’arrivo nel paese di accoglienza e salvo rare eccezioni, le barriere linguistiche, la lontananza culturale, la paura e la sfiducia delle vittime nell’essere umano potrebbero impedire una corretta valutazione da parte del clinico. (p.44)

Per i minori previsti accoglienza, scuola, cura, percorsi di integrazione. (pp. 45-49)

Fra gli obiettivi delle Linee guida vi è quello di far sì che la stesura delle certificazioni e delle relazioni di accompagnamento siano il più possibile uniformi sul territorio nazionale.

Per valutare la correlazione tra le violenze denunciate e le lesioni fisiche e/o le alterazioni psicologiche si devono utilizzare le formule tratte dal Protocollo di Istanbul:

a) non compatibile: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica non può essere stata causata dal trauma descritto

b) compatibile: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica può essere stata causata dal trauma descritto, ma non è specifica e ci sono molte altre possibili cause

c) altamente compatibili: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica può essere causata dal trauma descritto, e ci sono poche altre cause possibili

d) tipico: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica viene di solito riscontrata con quel tipo di trauma, ma vi sono altre possibili cause

e) specifico: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica non potrebbe essere stata provocata in modo diverso da quello descritto[1].

Ancora, tenendo conto di quanto riportato nel successivo paragrafo n.187 per il quale “fondamentalmente, è  la valutazione globale di tutte le lesioni che è importante nella storia di tortura e non la compatibilità di ogni lesione con un particolare tipo di tortura”, sulla base della valutazione psichiatrica, sarà espressa una valutazione sul grado di compatibilità tra le violenze, i traumi e le torture riferite, anche in correlazione con eventuali esiti fisici, e lo stato di salute fisica e mentale della persona. (p. 55)

Sempre in riferimento alle esigenze di uniformità “è necessario che tutti gli operatori a diverso titolo coinvolti siano adeguatamente formati; la formazione deve essere rivolta ad una pluralità di figure professionali, afferenti sia al sistema pubblico che agli enti, associazioni ed organismi di accoglienza e tutela dei rifugiati”:

-          gli operatori socio-sanitari, delle aziende sanitarie pubbliche e di enti, associazioni ed organismi di tutela dei RTP;

-          i mediatori linguistico-culturali che entrano in contatto con i RTP, compresi i mediatori presso i Tribunali competenti;

-          gli operatori delle Prefetture, Questure, Capitanerie di porto, Marina Militare, Guardia di finanza, Autorità aeroportuali e di frontiera;

-          gli operatori dei centri di primo soccorso, di accoglienza ed identificazione;

-          i componenti le Commissioni Territoriali per l’esame della domanda di asilo;

-          i componenti la Commissione nazionale per il diritto d’asilo;

-          avvocati e/o operatori legali che sostengono i RTP nella fase di domanda di protezione o di ricorso; operatori scolastici ed altri operatori che per il loro ruolo entrano in contatto con i RTP. (p. 60).

La formazione avviene a tre livelli, con target, tempistiche e obiettivi specifici:

  1. primo livello, di “sensibilizzazione” rivolto a tutti gli operatori, al fine di renderli consapevoli del profilo di vulnerabilità delle persone assistite e dei loro diritti, con la finalità di promuovere la capacità di rilevare precocemente possibili situazioni di violenza grave;
  2. secondo livello, di “facilitazione e supporto” destinato agli operatori coinvolti nel percorso multidisciplinare, operanti nei diversi contesti di trattamento dei rifugiati, per fornire elementi operativi ed organizzativi coerenti con il contesto di intervento assistenziale in una logica di presa in carico globale;
  3. terzo livello, di “formazione specifica”, rivolto a determinate figure professionali e gruppi multi professionali, volto a conseguire competenze assistenziali specifiche.

Ancora, la formazione deve:

  • essere concepita secondo finalità collegate agli specifici contesti che caratterizzano il percorso, dall’arrivo fino ai luoghi di permanenza più stabili: sbarco, prima accoglienza, SPRAR, territorio;
  • essere strutturata per obiettivi costruiti su bisogni formativi precedentemente evidenziati;
  • essere sufficientemente flessibile da poter essere praticabile in scenari diversi, secondo le caratteristiche, le esigenze e i vincoli propri di quello scenario;
  • essere affidata ad attori competenti e responsabili secondo modalità che ne consentano un’efficiente implementazione sul territorio. (pp. 63-64)

La Tabella 11 elenca i contenuti da trattare nella formazione:

1 Instabilità geopolitica e violazione dei diritti umani nei Paesi di origine e di transito

2 Le dinamiche di migrazione (situazioni di esposizione legate al viaggio)

3 Diritti e doveri dei RTP

4 Fattori di resilienza e di vulnerabilità

5 Principali forme di violenza fisica, psicologica e sessuale

6 Violenza di genere

7 Aspetti clinici specifici in ambito traumatologico e psico-traumatologico

8 Principi di psicoterapia e approccio al paziente

9 La mediazione culturale nel processo di cura

10 Informazione e orientamento ai servizi socio-sanitari

11 I Progetti di integrazione sociale nel lavoro di rete

12 Interventi di prevenzione e sostegno per la salute degli operatori

Note di commento

  1. Le Linee guida sono un documento “tecnico-amministrativo” che dà indicazioni e chiede impegni nuovi e complessi ai numerosi soggetti, sanitari e non, che operano in Italia nella prima accoglienza dei migranti. Le Linee guida, tuttavia, non hanno il valore normativo di una legge, non prevedono finanziamenti né verifiche dell’applicazione delle disposizioni, né sanzioni per chi non vi ottempera. Questo pone gravi interrogativi circa la possibilità di realizzare le finalità dichiarate, proprio perché il raggiungimento delle stesse comporta una radicale ristrutturazione organizzativa e culturale dei servizi alla persona in ogni Regione  e nuovi diffusi apprendimenti. La “debolezza” intrinseca all’impianto delle Linee guida appare ancora più evidente a fronte del fatto che, praticamente  in contemporanea,  il Parlamento ha approvato una legge,  il Decreto Legge 17 febbraio 2017, n. 13 Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale, che   dispone, con efficacia immediata:
  • la riduzione delle garanzie processuali con l’eliminazione del grado di appello, una novità nell’ordinamento processuale italiano denunciata anche dall’Associazione nazionale magistrati,  visto che si deve accertare se sussista o meno in capo allo straniero un fondato rischio di persecuzione o di esposizione a torture, trattamenti disumani e degradanti o eventi bellici in caso di rientro nel proprio Paese,
  • l’accentramento in solo 14 sezioni specializzate dei principali procedimenti riguardanti le persone straniere. Questo  renderà più difficoltoso il diritto di difesa, senza considerare che l’accentramento dei procedimenti in pochi Tribunali rischia di accentuare le difficoltà degli Uffici giudiziari coinvolti,
  • l’apertura di nuovi numerosi Centri di Permanenza per i Rimpatri, la nuova denominazione dei Centri di Identificazione ed espulsione (CIE).

Insomma, per il Governo pare sia del tutto prioritario accertare il più rapidamente possibile il diritto all’asilo per rispedire indietro il più rapidamente possibile chi non sia stato riconosciuto. La Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM) che aveva chiesto ancora lo scorso anno la chiusura dei CIE perché dannosi alla salute dei richiedenti asilo ha contestato l’adozione di  un ‘diritto speciale’ per gli stranieri richiedenti protezione, in contrasto col nostro ordinamento che prevede procedure adeguate e coerenti con le garanzie relative ai diritti soggettivi della persona: il diritto alla protezione internazionale e il diritto alla salute.

Un gruppo di associazioni (A Buon Diritto, ACLI, ANOLF, Antigone, ARCI, ASGI, CGIL, Centro Astalli, CILD, CISL, Comunità Nuova, Comunità Progetto Sud, Comunità di S.Egidio, CNCA, Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Legambiente, Lunaria, Oxfam Italia, SEI UGL, UIL) hanno firmato un appello di severa critica al Decreto Legge del 17 febbraio, n. 13 e a quello del 20 febbraio 2017, n. 14, (Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città).

  1. Le Linee guida caricano di grandi responsabilità tutti i servizi alla persona, i Dipartimenti di salute mentale in particolare, chiamati a operare in modo efficiente e con tempestività per arrivare a formulare la diagnosi di PTSD, la quale, a sua volta consente l’ottenimento del permesso di soggiorno da parte di persone migranti “irregolari”. Ma da tempo i DSM italiani versano in una condizione drammatica, come documentano il “Rapporto Salute mentale” riferito all’anno 2015 del Ministero della Salute; l’appello al  Governo della Società Italiana di psichiatria in occasione del 10 ottobre 2016[2], Giornata mondiale della salute mentale;  il recentissimo Appello al Governo e alle Regioni della Società Italiana Epidemiologia psichiatrica (SIEP) di cui riporto alcuni passaggi:

Rivolgiamo un appello urgente per richiamare l’attenzione di Governo, Parlamento e Assemblee Regionali sulle drammatiche condizioni del Sistema di Cura per la Salute mentale in Italia.

I tagli alla sanità operati negli ultimi anni, le restrizioni al turnover del personale, la riduzione dei centri di responsabilità per l’accorpamento delle Asl, con la creazione di Dipartimenti di Salute mentale “monster” per oltre 1 milione di abitanti e lo snaturamento dei principi fondanti la salute mentale di comunità, ossia la prossimità dei punti di accesso con i livelli di governo, il radicamento territoriale, il legame con le comunità locali, stanno determinando effetti devastanti sulla qualità dei servizi e sulla motivazione del corpo professionale.

I Servizi per la Salute mentale (Ssm) subiscono questo processo di strisciante sotto-dimensionamento proprio quando tutte le statistiche indicano un aumento delle condizioni di disagio psichico nella popolazione: si calcola ad esempio che solo nel periodo 2006-2013 il numero delle persone che presentano sintomi di interesse psichiatrico (ansia e depressione, innanzitutto) sia cresciuto di oltre 1 milione.

Ma i Ssm devono anche confrontarsi con bisogni nuovi e straordinariamente impegnativi: dalla gestione territoriale dei pazienti psichiatrici autori di reato, alle condizioni di disagio psichico di utenti extra-comunitari, alla vera e propria “epidemia nascosta” di persone che presentano contemporaneamente disturbi psichiatrici e abuso di sostanze.

In questo scenario, la risposta dei Ssm sta assumendo caratteristiche sempre più riduttive, con gestioni orientate ad una “produttività” che rievoca la bipolarità ambulatorio/ospedale, impone la risposta farmacologica come strumento principale della cura e riduce fino ad azzerarli gli interventi psicoterapici e di inclusione sociale. […] Se si esclude il meritorio impegno di Governo, Parlamento e Regioni per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, nulla è stato fatto per migliorare la rete dei Ssm, chiamata quotidianamente a garantire il diritto alla cura di centinaia di migliaia di cittadini con problemi di salute mentale. […] Chiediamo che venga riaffermata con atti concreti la responsabilità pubblica delle politiche per la Salute mentale e sia garantito il diritto dei cittadini a conoscere le condizioni effettive del sistema di cura per la salute mentale nel contesto regionale e nazionale[3].

Senza il rilancio del servizio sanitario nazionale e un grande investimento politico, finanziario e culturale, i DSM italiani saranno a breve al collasso e non potranno quindi certamente adempiere alle prescrizioni delle Linee guida. Ma la discussione sul valore e la credibilità delle indicazioni delle Linee guida  non si ferma qui.

  1. Infatti, é tutt’altro che scontata la scelta di adottare il PTSD come “diagnosi di elezione” per la certificazione e la “presa in carico” della persona migrante. Il fatto è che, come argomenta Roberto Beneduce,  “la situazione migratoria rimanda decisamente ai nodi irrisolti della situazione coloniale”[4]. Su questo è intervenuta anche Renate Siebert per la quale “[gli immigrati] sono portatori di sentimenti, memorie, traumi e sogni altri che non vanno tacitati, sopraffatti da un’applicazione rigida dei metodi di cura prevalenti o dominanti in Europa[5]. Va tenuto conto del fatto che “ I paradigmi predominanti in psichiatria sono stati elaborati in Euroamerica a partire dal XIX secolo[6].  D’altro lato bisogna tenere conto dei “limiti delle operazioni di appiattimento di ogni differenza individuale in schemi di pensiero e di comportamento ritenuti tipici della sua cultura di appartenenza” [7]. Per questo necessario e urgente, rimane dunque il problema di come pensare una “differenza” che si sottragga ai rischi della banalizzazione, da un lato, e della sua non meno preoccupante rimozione, dall’altro”.

“Negli ultimi anni, osserva Elisa Mencacci, citando Didier Fassin, il PTSD è stato eccessivamente interpellato come strumento di supporto agli elementi traumatici presenti nelle storie dei richiedenti asilo, generando un rischioso processo di svuotamento del senso politico insito nella richiesta di protezione internazionale. […] I richiedenti asilo vengono scrutinati “caso per caso”. È in questo processo di estrema attenzione verso i ricordi del singolo individuo socialmente percepito come “altro”, che la memoria del richiedente viene trattata a livello istituzionale come fosse la “scatola nera” del suo passato, l’unico strumento per accedere alla sua identità di origine. Nella verifica della narrazione, come prodotto e rappresentazione della memoria, la biopolitica trova la forma più capillare del suo esercizio”[8]. Il modo con cui si   declina  il nesso tra la salute e i diritti dei migranti costituisce uno snodo decisivo, che per la sua complessità non deve essere banalizzato. Concordo per questo con Federico Oliveri quando annota che i diritti umanitari del migrante rischiano di diventare esigibili solo se lo steso è dichiarato malato:

ridotta al minimo l’applicabilità della persecuzione politica, il soggiorno umanitario viene oggi più facilmente accordato se si accertano nel richiedente asilo i sintomi di quel disagio psichico classificato come “sindrome da stress post-traumatico” [9].

Riferimenti

Accordo Conferenza Stato Regioni Autonomie: Indicazioni per la corretta applicazione delle normative per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle Regioni e delle Province autonome, 20. 12. 2012.

Atti del  Convegno nazionale della SIAM (Roma, 21-23 febbraio 2013) , Antropologia medica e strategie per la salute, prima parte, «AM» Rivista della Società italiana di antropologia medica, n. 37, aprile 2014.

Atti del  Convegno nazionale della SIAM (Roma, 21-23 febbraio 2013), Antropologia medica e strategie per la salute, seconda parte, «AM» Rivista della Società italiana di antropologia medica, n. 38, ottobre 2014.

Roberto Beneduce, Etnopsichiatria- sofferenza mentale e alterità fra Storia, dominio e cultura, Carocci editore, Roma, 2011.

Decreto Legge 17 febbraio 2917, n. 13, Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale

Fabrice Olivier Dubosc, Quel che resta del mondo- psiche, nuda vita e questione migrante, Ed. Ma.gi., 2011

Fabrice Olivier Dubosc e Nijmi Edres ( a cura di), Piccolo lessico del grande esodo- ottanta lemmi per pensare la crisi migrante, Minimum fax, Roma, 2017

Gavino Maciocco, Pugno duro sui migranti.  Per una manciata di voti, «Saluteinternazionale.info»,

12 aprile 2017.

Ministero della Salute, Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, 22 marzo 2017.

ONU, Office of the High Commissioner for Human Rights, United Nations, Geneva, Istanbul Protocol- Manual on the Effective Investigation and Documentation of Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (1999).

Giovanni Pizza e Andrea Ravenda (a cura di), Presenze internazionali- prospettive etnografiche sulla dimensione fisico-politica delle migrazioni in Italia, numero speciale di «AM» Rivista della Società italiana di antropologia medica, n.33-34, ottobre 2012.

Renate  Siebert, Voci e silenzi postcoloniali. Frantz Fanon, Assia Djebar e noi, Carocci editore, Roma, 2012.

Fabrizio Starace, Chi vuole uccidere la psichiatria?«Il sole 24 ore sanità», febbraio 2017, n. 7, pp. 2-3.

Simona Taliani ( a cura di), Atti del Convegno internazionale Il rovescio della migrazione (Torino, 17-19 giugno 2015), «AM» Rivista della Società italiana di antropologia medica, nn. 39-40, ottobre 2015.

Mantova, 11 giugno 2017

[1] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Protocollo di Istanbul – Manuale per un’efficace indagine e documentazione di tortura o altro trattamento o pena crudele, disumano o degradante, 1999, paragrafo 186.

[2] «Quotidiano Sanità.it», 10 ottobre 2016.

[3] Fabrizio Starace, Psichiatria k.o. in mezza Italia, «Il Sole 24 ore Sanità», 28 febbraio 2017 .

[4] Roberto Beneduce, Una “differenza intrattabile”. Credenze, metafore e politiche della traduzione nella cura degli immigrati, «AM», 38, ottobre 2014, 147-189: 150.

[5] Renate  Siebert, Voci e silenzi postcoloniali. Frantz Fanon, Assia Djebar e noi, Carocci editore, Roma, 2012, p. 140.

[6] “Dei 47 psichiatri che hanno elaborato la bozza dell’ICD 10, solo 2 erano africani e nessuno dei 14 centri di ricerca era collocato nell’Africa sub-sahariana. Le illness che non rientrano nelle categorie occidentali diventano così culture-bound o rappresentazioni mascherate di illness vere. Il disturbo mentale è identificato in tutte le culture. L’universalità delle categorie dei sistemi ICD 10 o DSM IV non è stata dimostrata al di là di ogni dubbio. Nessuna malattia conosciuta compare nel mondo con la stessa rappresentazione e la stessa frequenza”, Vikram Patel, Mark Winston, “Universality of mental health illness” revisited: assumptions, artefacts and new directions, «British Journal of Psychiatry», 1994, 165, 437-446.

[7] “Molti psichiatri […]sperano di poter trovare una legge, un principio interpretativo che siano caratteristici di tutti i pazienti provenienti da un certo paese”. Beneduce parla al riguardo di una domanda di avere a disposizione un ethnic cookbook,. Ibidem 2014, pp. 154-155.

[8] Elisa Mencacci, Riparare storie. Istituzionalizzazione della richiesta d’asilo e questioni cliniche, «A M», 38, 2014, pp. 397-414: 406, 408.

[9] Federico Oliveri, Il diritto alla salute dei migranti alla luce della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), www.europeanrights.eu/public/commenti/Diritto_salute_migranti_CEDU ,2008 (?).

13 giugno DIGIUNO stopOPG perche non devono tornare gli OPG

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 11/06/2017 - 20:14

StopOpg: Il 13 giugno riprende in Aula alla Camera la discussione sul disegno di legge che rischia di riportare in vigore le norme dei vecchi OPG: AC 4368 “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario” art. 1 comma 16 lettera d AC 4368

Invitiamo le/i Deputate/i a presentare (o a ripresentare) gli Emendamenti, tenuto conto dell’importante parere della Commissione Affari Sociali (vedi pagina web stopopg). Il termine per la presentazione degli emendamenti scade il 12 giugno p.v. Per il momento il Governo ha deciso di NON porre la fiducia.

Con la staffetta del Digiuno (13 aprile – 30 maggio), alla quale hanno partecipato 206 persone in 49 giorni, abbiamo ottenuto alcuni risultati importanti ma la mobilitazione deve continuare.

Pertanto il 13 giugno, data di ripresa della discussione alla Camera del D.d.L., si terrà una giornata di digiuno collettivo dei rappresentanti del comitato stopOPG alla quale al momento hanno aderito: Stefano Cecconi, Franco Corleone, Denise Amerini, Stefano Anastasia, Gian Luigi Bettoli, Giovanna Del Giudice, Peppe Dell’Acqua, Vito D’Anza, Nerina Dirindin, Maria Grazia Giannichedda, Patrizio Gonnella, Fabio Ragaini, Maria Stagnitta, Gisella Trincas, Tiziano Vecchiato, don Armando Zappolini

Tutti possono aderire alla giornata di digiuno scrivendo a redazione@stopopg.it, indicando Nome, Cognome, Città, Qualifica, ev. Associazione di appartenenza

Come abbiamo più volte affermato, se il problema che si vuol risolvere con la norma è garantire l’assistenza sanitaria ai detenuti, troppo spesso impedita dalle drammatiche condizioni delle carceri, la soluzione è ben altra. Occorre qualificare e implementare nelle carceri i programmi dei Dipartimenti di salute mentale di prevenzione e di presa in carico delle persone con problemi di salute mentale, anche attraverso le sezioni di osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche nelle carceri stesse (con strutture e personale adeguato e formato). Ma soprattutto incentivare le misure alternative alla detenzione. Così invece le Rems diventerebbero il contenitore unico per i “folli rei e per i rei folli”, riproducendo all’infinito la logica manicomiale.

Cantiere Salute Mentale 13. In Italia mancano risorse e personale

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 11/06/2017 - 20:08

Una dettagliata e minuziosa analisi delle strutture e delle attività dei Dipartimenti di salute mentale in Italia è stata compiuta dalla Società italiana di epidemiologia psichiatrica che ha redatto un focus confluito in una pubblicazione presentata di recente a Bologna dalla Siep, la Società italiana di epidemilogia psichiatrica. Fabrizio Starace, presidente Siep sottolinea: “Il principale nodo da sciogliere? Sono le disuguaglianze regionali. Differenze intollerabili”.

E’ impietosa la fotografia delle Regioni scattata dalla Siep, la Società italiana di epidemiologia psichiatrica, che nei giorni scorsi ha presentato a Bologna un lavoro di analisi nel corso di una riunione scientifica a tema. Dalle parole ai fatti il titolo dell’appuntamento e che di fatti concreti vi sia bisogno – per non disperdere il patrimonio di esperienze che la salute mentale di comunità ha costruito nel nostro Paese – lo dicono i numeri.

“Abbiamo analizzato i dati diffusi dal Ministero secondo due principi ordinatori – ha spiegato  Fabrizio Starace, presidente Siep  – prendendo in considerazione, per 26 indicatori, le variazioni nelle diverse Regioni e rappresentando, per ciascuna Regione, il posizionamento dei singoli indicatori, assumendo come riferimento il valore medio nazionale”.

Il lavoro,  liberamente scaricabile, si ispira ad un principio guida: quello del render conto a tutti coloro che hanno un interesse specifico (ad es. operatori, familiari, utenti) o generale (cittadini attenti al funzionamento della cosa pubblica ed al buon uso delle risorse) delle attività svolte, delle risorse impegnate, degli obiettivi raggiunti. È stata evidenziata in questo modo l’estrema variabilità delle risorse umane, strutturali ed economiche che le Regioni destinano alla salute mentale e le conseguenti disuguaglianze nell’accessibilità ai Servizi da parte delle persone con disturbi psichiatrici.
“Tra i dati più preoccupanti quello sulla capacità di presa in carico delle persone con diagnosi di schizofrenia – ha spiegato Fabrizio Starace, promotore e coautore del rapporto”. La prevalenza dei soggetti con psicosi schizofreniche in trattamento presso i Dsm italiani, infatti, è in media 308 x 100 mila abitanti adulti ma i dati regionali variano da un minimo di 130 in Toscana a un massimo di 437 in Sicilia.

“Non è verosimile che esistano sul territorio nazionale variazioni così smisurate nella diffusione della schizofrenia – ha aggiunto Starace – dobbiamo pertanto ritenere che le differenze siano attribuibili alla diversa capacità dei Dsm di intercettare il bisogno di assistenza”. E questo dipende dalla presenza, accessibilità e credibilità del sistema di cura per la Salute mentale nelle Regioni.

Il Rapporto fornice anche una radiografia dei punti di forza e di debolezza dei Dsm in ciascuna Regione, individuando le criticità che dovranno essere affrontate in sede di programmazione locale. “Si confermano purtroppo le previsioni che avevamo segnalato in un precedente intervento, e riprese nell’Appello Siep per la Salute mentale, sottoscritto dalle maggiori Società scientifiche di settore, dai sindacati, da tutte le Associazioni di familiari e utenti, dai direttori dei Dsm italiani che è stato inviato a Ministero della Salute, alla Conferenza Stato-Regioni e a tutti i Presidenti delle Regioni.

“Spiace osservare – ha concluso Starace – che questi documenti rimangano tuttora inascoltati e che nulla sia stato fatto per creare spazi di confronto, accessibili e partecipati, sull’azione, oggi finalmente verificabile, dei servizi pubblici per la salute mentale. Il tutto per fare in modo che le decisioni di politica sanitaria siano generatrici di valore per la comunità. Compito straordinariamente attuale, se si considera il periodo di razionalizzazione delle risorse e la necessità di coniugare sostenibilità economica, equità di accesso e qualità dell’assistenza. Le politiche per la Salute Mentale in Italia hanno più che mai bisogno di competenze scientifiche, sensibilità non episodica, capacità di programmazione a partire da dati concreti, disponibilità al confronto. Di passare finalmente dalle parole ai fatti”.

Ettore Mautone

(da Quotidiano Sanità: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=51493)

Si disse e si dice “morte per Tso”

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 01/06/2017 - 22:56

Il 27 maggio di due anni fa, i vigili urbani di Sant’Arsenio, nella provincia cilentana di Salerno, entrarono in casa di Massimiliano Malzone, un’ora e mezza prima dell’arrivo dei medici, per sottoporlo a Trattamento Sanitario Obbligatorio.  Lo portarono nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura, dove fu ricoverato, alla famiglia non fu permesso fargli visita per i dodici giorni successivi. Il 10 giugno Massimiliano Malzone morì in quello stesso reparto per un arresto cardiaco improvviso: le massicce dosi di psicofarmaci per sedarlo e la contenzione (forse attuata) le probabili cause.

Mentre la magistratura sta ancora indagando per comprendere cosa sia accaduto e le eventuali responsabilità mediche della morte di Malzone, ci si continua a interrogare sulla necessità e l’utilità di questo trattamento, sui valori che sottende e le pratiche in cui si articola.

Si disse e si dice “morte per Tso”. Ma c’entra davvero il Tso in  questa morte, e  in altre per certi versi simili?

E per rispondere e fare chiarezza rispetto a iniziative che sembrano avventate, conviene tornare  ai valori e alle pratiche che possono avvicinarci a una comprensione possibile di un trattamento, il Tso, che si muove su un margine esile, su un delicato punto di equilibrio  sempre a rischio di distorsioni e fraintendimenti.

Ancora una volta, conviene ricordarlo: il TSO non è un mandato di cattura, non è un ricovero coatto, non è affatto la sottrazione di diritto che apre la strada a ogni forma di prepotenza, di mortificazione, di limitazione estreme delle libertà personali.

Il legislatore nel 1978 con la legge 180, intese restituire al cittadino, anche se folle, delirante, allucinato, agitato, “aggressivo”, confuso, violento, impaurito, terrorizzato il suo pieno diritto costituzionale. Uno strumento per garantire il diritto alla cura, alla salute, alla dignità.

Un dispositivo che nell’obbligare l’altro alla cura, crea un campo di negoziazione fra l’individuo e i servizi: sono questi ultimi che hanno l’obbligo di garantire quella cura, quella salute, quella dignità che la Costituzione (art. 32) e lo Stato riconoscono e che quella condizione di disagio grave mette così drammaticamente a rischio.

Nel relazionarsi con questo obbligo dei servizi, nella negoziazione che la legge 180 prevede in ogni suo passaggio, prende forma la possibilità di “comprendere”, di essere con l’altro, di collocare quella condizione, di frequente molto dolorosa, nella storia di quella persona, nelle relazioni, nei contesti.

L’aggettivo “obbligatorio” prima di tutto, dunque, dice che l’altro esiste. Posso “obbligare” qualcuno con un’ordinanza, una norma, una legge quando ho riconosciuto la sua autonomia e la sua possibilità di rifiuto.

Il compito che la legge indica al medico è quello di interrogarsi, di mettersi al centro delle controverse questioni etiche, di cercare il consenso alle cure con pazienza e tenacia. E lì dove ciò non accada, di farsi carico del rifiuto con una scelta responsabile che garantisca i diritti della persona, primo fra tutti quello di essere curato. Riconoscendo che non si può assumere il rifiuto per sostenere il rispetto sempre e comunque della libera scelta dell’individuo. Molto spesso “forzare” il rifiuto di persone che vivono costretti da una condizione di severo disagio individuale, relazionale e sociale, apre alla possibilità di rimontare abbandono,   solitudine, miseria morale e materiale.

In quel dialogo che deve instaurarsi tra il servizio e il cittadino compare  la persona l’individuo, la sua storia, i suoi bisogni.

Se questo punto di equilibrio si incrina, se le istituzioni che autorizzano il Tso e i servizi che lo mettono in pratica, lo fanno presupponendo l’equazione disturbo mentale / pericolosità, interpretando il TSO come una pratica di prevaricazione e coercizione, la responsabilità va cercata nel fallimento di politiche regionali coerenti per la salute mentale, nel declino dei servizi di salute mentale comunitari, nell’inconsistenza delle scuole di formazione, nella sottrazione costante delle risorse.

Alcune recenti iniziative nel tentativo condivisibile e necessario di scalfire quelle che sono delle pratiche di reificazione del malato, finiscono per proporre una visione che cristallizza l’immagine della malattia richiamando pericolosamente in campo giudici, tribunali, avvocati come se la condizione di disagio fosse un reato e la cura una carcerazione.

StopOpg sospende la staffetta del Digiuno ma la mobilitazione prosegue

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 01/06/2017 - 22:33

A poche settimane dal trasferimento dell’ultimo internato dal manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto in una comunità terapeutica di Modica, affermazione definitiva di quella “rivoluzione gentile” che ha portato l’Italia a chiudere finalmente gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, diverse iniziative stanno prendendo forma per evitare che si torni drammaticamente indietro.

Per questo sono stati presentati in Parlamento gli emendamenti al disegno di legge AC4368, approvato lo scorso 15 marzo.

La legge lede il valore residuale delle REMS: essa dispone che possa essere indirizzato a queste strutture non solo chi è stato riconosciuto affetto da disturbo psichiatrico grave al momento del reato, ma anche i detenuti le cui condizioni siano in fase di accertamento o per cui il disturbo mentale sia sopravvenuto in carcere, quando le strutture penitenziarie non sono in grado di assicurare misure adeguate. Come detto più volte quella del Governo è più una scorciatoia che una soluzione.

In attesa che si riprenda la discussione degli emendamenti presentati, stopOpg sospende la staffetta del Digiuno, alla quale hanno partecipato 197 persone in 49 giorni, che ha già portato a importanti risultati.

Parallelamente, si è istituito a Bologna il 18 maggio il coordinamento nazionale delle REMS: all’incontro erano presenti, operatori delle REMS e quindi dei Dsm e, come “ospite-amico e sostenitore”, il comitato stopOpg.

Accanto alla soddisfazione per la chiusura di tutti gli OPG, è emersa la consapevolezza forte delle difficoltà: la riforma (in particolare la legge 81/2014) non è stata “metabolizzata” da settori della magistratura (crescono misure provvisorie, scarsa propensione alle misure alternative, in alcune realtà vi è un eccesso di controllo sulle REMS), dagli stessi Dsm, dai decisori politici; permangono vuoti normativi e preoccupa la “lista d’attesa” per l’ingresso in REMS.

Proseguire in questa azione coordinata è necessario perché le REMS non restino rinchiuse nella stretta da una parte delle inefficienze del sistema carcerario, e dall’altra della difficoltà di collaborazione con i servizi di sanità regionale e di salute mentale territoriale costantemente sotto processo di sottodimensionamento e accorpamento.

Il 17 maggio 1990 l’omosessualità non è più una malattia mentale

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 17/05/2017 - 19:49

di Silvia D’Autilia

Risale al 17 maggio di 27 anni fa la decisione di eliminare l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nella Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD) redatta dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Si tratta di una decisione che agita il clima culturale e sociale dell’Occidente dal ‘68 agli anni ‘90.

Le contestazioni iniziano con la pubblicazione del secondo DSM (Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders), datato appunto 1968, dove, sotto l’influenza estrema della psicoanalisi, l’omosessualità era annoverata tra le deviazioni sessuali.

Da subito gli omosessuali contestarono il fatto. Il cuore delle proteste si fa tuttavia coincidere col maggio 1970[1], quando il congresso dell’APA (American Psychiatric Association) a San Francisco fu fortemente turbato dalle associazioni gay che pretendevano il ritiro dell’omosessualità dal rango delle malattie mentali.

A partire da quel momento le sorti dell’APA si trovavano strette tra due morse: da una parte le leggi della psicoanalisi e dall’altra la ribellione degli omossessuali.

Accadde poi che durante un congresso dell’APA a Dallas nel 1972, un professore di psichiatria della Temple University di Philadelphia, preservando l’anonimato col volto mascherato per timore di ripercussioni professionali, confessò all’aula la sua omosessualità, trovandosi così nella paradossale condizione di medico delle malattie mentali/malato di omosessualità.

Spiccò nel pieno delle criticità la figura di Robert Spitzer, che operò da mediatore tra i due fronti, promuovendo ripetuti incontri tra psichiatri e rappresentanti delle associazioni omosessuali. Spitzer elaborò la seguente proposta: non ritenere più l’omosessualità una malattia mentale, ma un’irregolarità della condotta sessuale, lasciandola tuttavia nella lista delle deviazioni sessuali.

Nel dicembre 1973, il consiglio di amministrazione dell’APA votò all’unanimità il ritiro dell’omosessualità, ponendo al suo posto la diagnosi di “perturbazione dell’orientamento sessuale”. Si precisò che la perturbazione dell’orientamento sessuale si distingue dall’omosessualità non rappresentando di per sé una malattia mentale in senso stretto.[2]

Il compromesso raggiunto comunque non placò del tutto le agitazioni delle organizzazioni che continuarono a lottare per quasi altri 20 anni per togliere all’omosessualità lo statuto patologico stesso.

Sarà solo nel 1990 che questo traguardo verrà raggiunto con l’eliminazione definitiva dell’omosessualità  dalla classificazione statistica ed epidemiologica delle malattie prodotta dall’Oms.

[1] Nel giugno dello stesso anno sarà organizzato il primo Gay Pride sulla 5th Avenue e nella Christopher Street.

[2] Cfr. M. Minard, La validità delle diagnosi psichiatriche. Dalla battaglia degli omosessuali alla lotta dei veterani, aut aut, 357, ilSaggiatore, Milano, 2013, pp.113-126.

Linee guida per la salute mentale dei rifugiati e vittime di tortura

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 16/05/2017 - 15:46

A conclusione di un lavoro iniziato nel 2014, il Ministero della Salute ha pubblicato le “Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale”.

Il documento si propone di definire delle indicazioni che siano  uniformi a livello nazionale per l’individuazione, la presa in carico e la certificazione dei rifugiati e richiedenti asilo ( in Italia, al 31 dicembre 2015, erano 103.792) vittime di tortura e dei soggetti più vulnerabili: circa il 25-30% dei rifugiati ha subito esperienze di violenza che rientra nella categoria dei cosiddetti “traumi estremi”. Come si legge nel documento: “gli eventi traumatici che colpiscono i richiedenti e titolari di protezione umanitaria determinano gravi conseguenze sulla loro salute fisica e psichica con ripercussioni sul benessere individuale e sociale”.

Le linee guida sono nate dal lavoro congiunto di UNHCR, Ministero della Salute e molteplici realtà territoriali e nazionali per la promozione della salute mentale dei migranti. E’  significativo che esse si rivolgano non solo a chi sia già titolare dello status di protezione internazionale o umanitaria, ma anche a richiedenti asilo e alle domande presentate sia nel territorio degli Stati che alla frontiera, in acque territoriali e nelle aree di transito.

La migrazione rappresenta un’importante fonte di rischio per la salute mentale, considerando l’articolazione del suo intero processo: le condizioni di violenza da cui si fugge, quelle del viaggio e la precarietà dell’ accoglienza. Come metteva in luce l’indagine presentata da Medici senza Frontiere nel 2016 sui bisogni di salute mentale tra i richiedenti asilo,  il 60% dei pazienti visitati nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) presentava sintomi di disagio mentale connesso ad eventi traumatici, prima o durante il percorso di fuga. Di questi, l’87% peggiorava a causa delle difficili condizioni di vita nei centri.

Scherzavo!

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 13/05/2017 - 11:28
di Michela De Mattio Passo un’ora a visitare una paziente anziana che attualmente non sta benissimo. La visito, la coccolo, ci chiacchiero e via dicendo. Poi vado in studio a modificarle la terapia.
Quando esco è stata messa in carrozzina, in quel salone dove sembrano tutti uguali, posizionati come al cinema, verso lo schermo di una televisione che forse nemmeno guardano.
No, non la guardano.
Ho memorizzato tutti i loro nomi e i loro volti perché non diventassero mai, nemmeno per un’istante, sovrapponibili l’uno all’altro, come fogli appiccicati.
Sto per prendere l’ascensore e sento una voce come un borbottio.
Mi volto e torno indietro. Ho riconosciuto la voce della donna anziana che ho visitato poco prima
- È da questa mattina che la aspetto! Voi medici siete delle merde!
Mi avvicino, la abbraccio e sorrido
Mi guarda…e riprende a parlare
- Scherzavo!
Scoppio a ridere e lei, al mio orecchio sussurra
-Grazie per prima [Queste poche righe di Michela per dire quanto sia stata profonda la svolta prodotta da quel 13 Maggio. Da allora non possiamo non sapere che un altro modo di ascoltare, di vedere, di avvicinare l'altro è alla nostra portata.
Siamo arrivati a 39. L'anno prossimo saranno 40. Cifra tonda. Per quel traguardo, noi tutti di questa comunità che siamo, faremo festa. Siamo certi che per tutto l'anno ci saranno eventi, raduni e conferenze. Potrebbe essere l'anno di un'ampia partecipazione e di un grande riconoscimento di tutte le esperienze buone, coraggiose e innovative che accadono.
Il cantiere per la salute mentale che allude alla necessità di un grande cambiamento potrebbe chiudersi il prossimo Maggio con un Parlamento festoso che approva una legge per la salute mentale. Una legge che non dovrà fare altro che produrre sviluppo e attuazione della 180.]

Cantiere salute mentale 12. Quel particolare modo di stare al mondo e di vivere le relazioni

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 11/05/2017 - 09:22

Molte volte la persona non percepisce la condizione di sofferenza come qualcosa di definibile e di oggettivabile, dal momento che questa sofferenza è in stretta continuità con la sua storia, col divenire della sua esistenza, con il suo stesso sentire. Molto spesso il problema viene identificato dalla persona come qualcosa di estraneo, che non le appartiene: uno sguardo, un’offesa, una parola che gli altri agiscono con intenti ora minacciosi, ora seduttivi, ora misteriosi. Questo provoca isolamento, distacco, tensioni, ostilità, rancori. In tutte queste situazioni le persone fanno fatica ad avere consapevolezza e a condividere con gli altri il senso e il peso di una tale esperienza.

Questo è il segno della peculiare difficoltà che le persone devono affrontare per riconoscere e accettare la condizione di malattia, ovvero di condividere con gli altri il senso di quella sofferenza e di quel particolare modo di stare al mondo e di vivere le relazioni…e questo è il punto di massima responsabilità che i servizi, gli operatori, le istituzioni devono assumere nel momento in cui si dispongono a garantire il diritto alla cura, il rispetto della dignità e dell’esistenza dell’altro, le possibilità di ripresa e di emancipazione.

Tutti quelli che vorranno possono scrivere per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte al sito del forum salute mentale.

[Ci proponiamo con questi interventi minimi, che chiamiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di ri-attivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

FIMMG e Cittadinanzattiva: “allarme sulla spesa sanitaria”

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 09/05/2017 - 22:30

Come è possibile garantire il diritto del cittadino di accedere alle cure se le liste di attesa sono un ostacolo fondamentale per un italiano su sei?

A partire da questa domanda, Cittadinanzattiva sta promuovendo nelle regioni italiane una serie di eventi per l’undicesima giornata europea dei diritti del malato, che si celebra il 10 maggio a Bruxelles.

Non è questo l’unico punto critico che sta facendo discutere in questi giorni. C’è grande preoccupazione, infatti, per le misure previste dal Documento di Economia e Finanza 2017, appena approvato in Parlamento: nel prossimo triennio si abbassa la quota di PIL dedicata alla spesa sanitaria.

Proprio Cittadinanzattiva insieme alla Federazione Italiana Medici di Famiglia (FIMMG) hanno sollevato le proprie critiche.

“Il livello della spesa sanitaria attuale è già largamente inferiore a quella di altri Paesi europei – sottolinea il segretario nazionale di FIMMG, Silvestro Scotti – il nostro SSN ha davanti a sé, inoltre, sfide non prorogabili come l’applicazione uniforme dei LEA, l’equità di accesso alle cure, il nuovo piano nazionale vaccini, i farmaci innovativi e la sanità digitale. Se ci sono margini di risparmio nel settore, derivanti da tagli a sprechi ancora esistenti, queste risorse devono essere interamente reinvestite nel Servizio Sanitario Nazionale – prosegue Scotti – e il finanziamento del SSN deve essere fortemente riconsiderato”.

“Il Servizio Sanitario Nazionale va rafforzato e rilanciato per rispondere meglio ai bisogni di salute dei cittadini, per contrastare le disuguaglianze che esistono nel nostro paese e per sostenere i redditi delle famiglie. E questo si deve fare aggredendo le inefficienze, reinvestendo nella sanità pubblica le risorse che si recuperano e sostenendo il SSN, che è un bene comune e quindi un investimento per il Paese, e non un costo” – dichiara Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva .

“La difficoltà di accesso e la rinuncia alle cure, le criticità crescenti delle Regioni nel garantire uniformemente i LEA, la spesa privata dei cittadini, l’accesso alla vera innovazione, la qualità e sicurezza delle cure e dei servizi, la cronicità e la non autosufficienza, sono questioni che non possono e non devono essere affrontate portando il rapporto spesa sanitaria pubblica/PIL al 6,4% e cioè sotto il livello di guardia del 6,5% individuato dall’OMS, superato il quale si intacca l’assistenza”.

È facile comprendere che se si prosegue in questa direzione si mettono a rischio i livelli essenziali di assistenza della sanità italiana.

“Sportiva…Mente 2017. L’utopia possibile” (VIDEO)

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 07/05/2017 - 18:15

Ovvero l’integrazione sociale attraverso gli scambi

Troia e Lucera 11-13 maggio

Il Centro Salute Mentale di Troia (FG), in collaborazione con altri soggetti, promuove la VIII edizione del progetto “Sportiva…Mente – L’utopia possibile”, quale campagna di sensibilizzazione e di lotta allo stigma ed alla discriminazione sulla malattia mentale e sulle persone affette, promuovendo processi di integrazione sociale attraverso lo scambio di idee, sensazioni, partecipazioni, esperienze, emozioni, storie, prodotti, identità.

Il torneo internazionale di calcetto vede la partecipazione di numerose squadre provenienti dal territorio nazionale, comunitario ed extra comunitario, composte da operatori e fruitori dei servizi per la tutela della salute mentale ed una rappresentanza degli studenti degli istituti scolastici coinvolti.

A conclusione, il 12 maggio, verrà organizzata “La Corte dei Miracoli – mercatino della partecipazione e degli scambi”, con il coinvolgimento di cooperative sociali di tipo B, di Associazioni e di Aziende del settore dell’agro-alimentare e dell’artigianato, nell’ottica della promozione di un modello di mercato che persegua lo sviluppo etico e sostenibile del territorio. In tale modello di sviluppo, l’offerta da parte di soggetti deboli che utilizzano manodopera proveniente dalla diversità, assume pari dignità di quella di produttori più forti all’interno di un sistema che tuteli e garantisca la partecipazione di tutti, bandendo sofisticati meccanismi di competizione, che purtroppo continuano ad inquinare l’attuale modello di mercato.

Vedi tutto il programma

Il lancio:


Arrivano i giornalisti!

i perchè …

brochure copia.pdf Allegati

“Noi, sopravvissuti agli ospedali psichiatrici”: viaggio tra i malati usciti dagli Opg

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 07/05/2017 - 17:12

Di Giovanni Tizian

Campetti da calcio, orti da coltivare, karaoke, laboratori. E la certezza che prima o poi da questo luogo se ne andranno. I reduci degli Ospedali psichiatrici giudiziari e la loro nuova vita nelle Rems, residenze per le misure di sicurezza. Che ora però rischiano il sovraffollamento.

Vedi tutto il Reportage de l’Espresso

La risoluzione del Consiglio Superiore della Magistratura su legge 81/2014

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 07/05/2017 - 17:07

Un commento dello psichiatra Pietro Pellegrini (*)

Ho letto con attenzione la risoluzione Fasc. 37/PP/2016 “Disposizioni urgenti in materia di superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e di istituzione delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), di cui alla legge n. 81 del 2014. Questioni interpretative e problemi applicativi” del 19 aprile 2017.

In questo contributo cercherò di evidenziare, talora anche citandoli, i passi a mio avviso più significativi di detta risoluzione a partire, lo preciso subito, dal punto di vista dello psichiatra, di chi quotidianamente si trova ad operare per dare applicazione alla nuova legge che ha mutato il panorama normativo del trattamento dell’autore di reato incapace di intendere e di volere (leggi tutto)

(*)Direttore del Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche Ausl di Parma

Io digiuno perchè non devono tornare gli Opg

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 07/05/2017 - 16:55

Io digiuno contro gli Opg: “Mettici la faccia”, video o foto dai partecipanti alla staffetta del digiuno

Continua la  STAFFETTA DEL DIGIUNO, durante la discussione alla Camera del d.d.l. “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”, per ottenere lo stralcio delle norme che riportano ai vecchi OPG … leggi tutto

Per far si che la nostra voce sia ascoltata e la campagna abbia maggior diffusione possibile abbiamo bisogno di tutti e tutte voi.

Ti chiediamo 4 semplici azioni per aderire, sostenere e diffondere il più possibile la campagna IO DIGIUNO:

1- Aderisci alla staffetta del digiuno: scrivi a  redazione@stopopg.it

2 -Realizza un breve video o una foto per promuovere il tuo giorno di digiuno

esempio FOTO esempio VIDEO

3 -Condividi il tuo video o la tua foto sui tuoi canali social network

4 -Inviaci il tuo video (durata 20”-30”…) o la tua foto: sarà parte dello spot per la campagna: invia a crbmsm@gmail.com

“METTICI LA FACCIA!“

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