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C’è bisogno di intellettuali riluttanti

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/09/2017 - 16:57

di Pier Aldo Rovatti

Che fine hanno fatto gli intellettuali? Il termine stesso sembra ormai vecchio, quasi estinto. Eppure, quando lamentiamo la crisi di un ceto politico all’altezza degli attuali problemi sociali e dunque capace di governare, ci appelliamo anche a quelle figure pubbliche di intellettuali di cui sentiamo la mancanza.

In realtà siamo preoccupati che stiano scomparendo dalla scena non gli intellettuali che dicono di sì ai dispositivi che oggi agiscono in modo più o meno visibile, i quali continuano a proliferare producendo vernici ideologiche anche silenziose, ma i portatori di un pensiero critico in grado di discutere, scalfire e possibilmente correggere, se non proprio trasformare, le rigidità e le microviolenze dei dispositivi stessi. Capaci, appunto, di esercitare un’effettiva azione politica.

Sembrano in via di estinzione i luoghi di formazione della coscienza critica a cominciare dalla stessa scuola pubblica, che in proposito non risulta certo una “buona” scuola: essa, nel suo insieme, dà l’impressione di arrancare nel tentativo di limitare il gap tra studio e lavoro e nei fatti produce un esercito di giovani scontenti ma anche disponibili al consenso purché si aprano per loro prospettive concrete di occupazione.

Propongo di adottare la parola “riluttante” per caratterizzare il tipo di intellettuale critico e autocritico che sta venendo a mancare e di cui avremmo, invece, un gran bisogno. Intendo una figura intellettuale che si collochi all’interno dei dispositivi di potere e vi svolga – per dir così – un lavoro ai fianchi denunciando le chiusure senza mai gettare la spugna: una condizione non facile ma sostenibile, che ritengo assolutamente necessaria nel grigiore che sta dominando, caratterizzato prevalentemente dalla rassegnazione e da un consenso quasi automatico. La voglia che prevale è quella di congedarsi, ritirarsi nella propria solitudine, tanto grande è il senso di frustrazione e di sfiducia. Uscire, magari anche scappar via il prima possibile da una condizione che pare ormai bloccata e comunque sterile.

Allora, l’intellettuale riluttante è quello che non accetta questo gioco di rassegnazione, che riesce a non cedere alle sirene neocapitalistiche che lo esortano a far da sé, e che decide che la propria battaglia è quella di stare nelle istituzioni, scomode e perfino orribili che siano, e lì resistere, opporsi, dire di no, “riluttare” anche al suo stesso ruolo e alle sue eventuali competenze privilegiate. Il che significa non piegarsi a troppi compromessi pur di vivere tranquilli facendo finta di non vedere le costrizioni e le rinunce etiche cui si viene sottoposti quotidianamente. C’è una bella differenza tra il diventare “imprenditori di se stessi”, come ci spinge a essere l’ideologia oggi prevalente, e assumere il proprio ruolo, qualunque sia, in una maniera radicalmente autocritica, senza illusioni vuote e accettando il rischio di mettersi davvero a repentaglio.

Una simile resistenza si può tentare ovunque, come insegnanti nella scuola, medici nelle strutture sanitarie, come amministratori locali e anche come politici, fino a quello spazio microfisico ma decisivo che è la famiglia con i suoi schemi parentali bloccati e la violenza sottile che spesso li attraversa. Insomma, agendo su una quantità di schemi irrigiditi che non possiamo negare ma ai quali potremmo opporre dei no e dei rifiuti, cosa che normalmente non facciamo per paura o a difesa di una condizione supposta privilegiata.

Devo questa caratterizzazione di “riluttante” ai libri dello psichiatra Piero Cipriano (l’ultimo si intitola La società dei devianti ed è pubblicato come gli altri dalle edizioni elèuthera): e lui la ha ricavata soprattutto dal suo lavoro di resistente in un “Diagnosi e cura” di Roma, a stretto contatto quotidiano con i “trattamenti obbligatori” e tutte le implicazioni che essi possono avere in un reparto dalle porte chiuse. Se il nome nasce in un luogo che dovrebbe essere di cura e che invece si caratterizza piuttosto come di contenzione (quarant’anni dopo Basaglia!), non me ne vorrà Cipriano se lo estendo qui a una condizione intellettuale che dovremmo impegnarci tutti a costruire.

L’intellettuale universale, quello che pensava e parlava a nome dell’umanità, è ormai morto e sepolto. L’intellettuale “organico”, di gramsciana memoria, mi pare oggi sempre di più privo di fondamenti (che erano le idee di classe operaia, popolo ed egemonia). Resta l’intellettuale specifico, che è diventato inevitabilmente un tecnico o un politico del sapere. Al confronto, quella dell’intellettuale riluttante potrebbe essere un’ipotesi più critica e meno pretenziosa, molto più calata nella realtà comune e quindi – forse – più utile.

[pubblicato su "Il Piccolo", venerdì 8 settembre 2017]

Regione Fvg sottoscrive la “Carta di Trieste sulla non contenzione”

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/09/2017 - 16:50

Parte da Trieste, capoluogo del Friuli Venezia Giulia, con la precisa ambizione di estendersi a tutta Italia e di arrivare fino a Bruxelles, un messaggio forte che punta a superare la pratica della contenzione nelle strutture sanitarie ed assistenziali, nel pieno rispetto dei diritti delle persone più fragili.

L’Amministrazione regionale, che già lo scorso anno aveva approvato una delibera con delle precise raccomandazioni per evitare questa procedura, ha infatti sottoscritto oggi – insieme al Comune di Trieste, alla facoltà di medicina dell’Università, ai Nas dei Carabinieri - la “Carta di Trieste sulla Non contenzione”, un manifesto elaborato lo scorso marzo dall’Azienda sanitaria universitaria integrata insieme a Ordine dei medici, professionisti della salute, magistrati italiani e brasiliani, volontari di diverse associazioni e rappresentanti del Gruppo Trieste libera dalla contenzione.

Ad apporre la firma sotto questo importante documento, che infrange una barriera culturale volendo porre fine ad una pratica consolidata, sono stati oggi a Trieste la presidente della Regione, Debora Serracchiani, l’assessore regionale alla Salute Maria Sandra Telesca, il presidente della Commissione sanità del Consiglio regionale, Franco Rotelli, l’assessore ai servizi sociali del Comune di Trieste, Carlo GrilliRoberto Di Lenarda per l’Università di Trieste e il capitano Fabio Gentilini dei Nas dell’Arma dei Carabinieri. Erano presenti, tra gli altri, anche il direttore dell’AsuiTs Nicola Delli Quadri e il presidente dell’Ordine dei medici di Trieste Claudio Pandullo.

La contenzione è un atto di natura eccezionale, applicato con l’utilizzo di dispositivi fisici, farmacologici o ambientali che limitano la libertà e la capacità di movimento o comportamenti della persona assistita, per controllarla o impedirle di recare danni a sé o ad altri. Una procedura che viene adottata quando tutte le altre misure alternative si siano dimostrate inefficaci.

Ma il Friuli Venezia Giulia, con il provvedimento dell’ottobre 2016, ha voltato pagina, dando a ciascuna Azienda sanitaria l’indirizzo chiaro sulla non liceità della contenzione.

In sostanza, come hanno sottolineato in particolare Serracchiani e Telesca, si vuol garantire alle persone più fragili accolte nelle strutture residenziali di ricevere cure e assistenza sempre nel rispetto della loro dignità.
Dunque «un’iniziativa valoriale encomiabile», ha sottolineato Serracchiani ringraziando quanti hanno dato il loro contributo per arrivare a questo risultato.

«Un manifesto che parte da una città che da tempo ha messo al primo posto la centralità delle persone», ha evidenziato Telesca, aggiungendo che «ci sono vere alternative alla contenzione, anche se a volte si dà per scontato che non ve ne siano».

«Di “firma di libertà, che sancisce il protagonismo dei cittadini per i quali vanno costruiti servizi e attenzioni” ha parlato l’assessore comunale Grilli, mentre il presidente Rotelli ha ricordato che in tutto il territorio nazionale quello della contenzione, specie degli anziani, continua ad essere un problema drammatico, perché spesso anche concausa di morte».

Per il dg dell’Azienda sanitaria universitaria integrata, Delli Quadri, la Carta di Trieste è un faro di civiltà da far arrivare fino all’Unione Europea.

«È fondamentale che i nostri studenti crescano con questi valori» ha affermato per l’Università il professor Di Lenarda. E il presidente dell’Ordine, Pandullo, ha espresso l’impegno di fare proseliti in questa crociata per cercare di abolire questa pratica».

Dunque un documento nel quale, ha indicato ancora Serracchiani, il governo regionale ha ritrovato tutti i principi e le finalità legati alla promozione della tutela dei diritti dei cittadini di tutte le età.“

Le ragioni del Ddl. Protagonisti nel rivendicare i loro diritti di cittadinanza piena

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 17/09/2017 - 16:41

(ph Jörg Heidenberger)

Il faticoso cambiamento che si avviò con le prime timide esperienze di comunità terapeutica e di “liberazione” degli internati nell’ospedale psichiatrico di Gorizia negli ormai lontani anni sessanta, ha arricchito il nostro Paese di culture, di esperienze e di pratiche della deistituzionalizzazione sicuramente innovative; si è diffuso un esteso interesse che, nel corso del tempo, ha attraversato ambiti istituzionali molto ampi: dalla medicina alla scuola, alle carceri, ai ricoveri per gli anziani, agli istituti per i minori e per le persone con disabilità e, più in generale, all’intero ambito delle politiche di welfare.

É ancora lunga l’onda dei percorsi di inclusione, di allargamento della democrazia, dei servizi e dei diritti, avviata dalla 180/1978. La legge ha messo fine allo stato degradato e ghettizzante per le persone con problemi di salute mentale che sempre più entrano in gioco come protagonisti nel rivendicare i loro diritti di cittadinanza piena, intervenendo con consapevolezza nel dibattito sulla malattia, sulla guarigione, sui percorsi di ripresa, sulla qualità delle risposte dei servizi.

Decine di migliaia di operatori di ogni profilo professionale s’impegnano quotidianamente con generosità e partecipazione.

I “servizi per le persone” fondano la loro buona pratica sulla centralità degli individui, sulla motivazione, sul senso di appartenenza. Non sfugga la sintonia di queste pratiche con lo spirito e il testo dell’articolo 2 della Costituzione italiana che – occorre ancora una volta ribadirlo – pone la persona al centro dell’ordito della Carta fondamentale.

Spesso i dispositivi organizzativi e le inerzie amministrative rendono problematica la crescita degli operatori, dei giovani in particolare, preziosissimi e unici per un efficace affiancamento nel non facile lavoro terapeutico e riabilitativo.

Da queste consapevolezze discende l’urgenza della proposta di legge per la promozione e la garanzia della salute mentale nel nostro ordinamento (vedi testo).

(continua)

2850. Abbiamo il numero!

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 14/09/2017 - 17:56

Conferenza stampa

Su iniziativa della Senatrice Nerina Dirindin:

Senato della Repubblica, Sala Caduti di Nassirya – Piazza Madama, 1 – Roma

Martedì 19 settembre, ore 12-13

Un ddl per rilanciare e dare concreta attuazione alla l. 180

Salvaguardare e promuovere la salute mentale

A quasi 40 anni dalla 180, una legge che ha reso l’Italia punto di riferimento internazionale per l’assistenza alle persone con problemi di salute mentale, appare necessario rilanciare l’attualità dei suoi principi fondanti, superare le difformità territoriali, rispondere alle nuove domande, promuovere le condizioni per una sua concreta attuazione, favorendo il superamento delle attuali carenze applicative.

Il disegno di legge S 2850 (vedi) è il risultato di un lungo lavoro di confronto e approfondimento con numerosi esperti, professionisti, associazioni e persone che con impegno e competenza si impegnano quotidianamente per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone con problemi di salute mentale e chiedono concrete misure per garantire una presa in carico globale e rispettosa della dignità, percorsi di inclusione e di promozione sociale, anche alla luce delle attuali direttive nazionali ed internazionali.

Intervengono Nerina Dirindin e Luigi Manconi, primi firmatari del ddl.

Partecipano senatrici e senatori firmatari del disegno di legge.

Saranno presenti rappresentanti delle persone con disturbo mentale e del mondo dei professionisti.

Fra gli altri, Stefano Cecconi (Stop Opg), Vito D’Anza (Forum Salute Mentale), Antonello D’Elia (Psichiatria Democratica), Peppe Dell’Acqua (Forum Salute Mentale), Giovanna Del Giudice (Conferenza Basaglia), Gianluigi Di Cesare (Presam, Prevenzione salute mentale), Josè Mannu (Società Italiana Riabilitazione Psicosociale), Walter Di Munzio (Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica), Maria Grazia Giannichedda (Fondazione Franco e Franca Basaglia), Antonio Maone (WAPR Europa), Roberto Mezzina (DSM Trieste), Daniele Piccione (Consigliere giuridico CSM), Gisella Trincas (Unasam).

L’accesso alla sala – con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta – è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.

Le opinioni e i contenuti espressi nell’ambito dell’iniziativa sono nell’esclusiva responsabilità dei proponenti e dei relatori e non sono riconducibili in alcun modo al Senato della Repubblica o ad organi del Senato medesimo.

Per confermare la propria presenza alla conferenza stampa del 19 settembre bisogna inviare il proprio nome, nascita e indirizzo con una mail a nerina.dirindin@senato.it

PS: nel frattempo, si sono aggiunte altre 16 firme di senatori. Ora sono 45 e aumenteranno!

DDL 2850 settembre 17 Allegati

Il coraggio di cambiare se serve a curare

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 13/09/2017 - 08:05

di Giovanni Rossi

Sul sito del Consiglio d’Europa, http://www.coe.int/en/web/cpt/-/cpt-publishes-new-report-on-italy, è liberamente leggibile e scaricabile il report relativo alla visita che la delegazione del “Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pratiche degradanti, inumane e punitive” ha fatto in Italia nel 2016.

Oggetto della visita sono state carceri e strutture di psichiatria “giudiziaria” e civile

Tra le strutture di psichiatria giudiziaria visitate “brilla negativamente” quella di Castiglione delle Stiviere.Per anni la struttura di Castiglione si è vantata di essere la migliore. Primato conquistato senza gara dato che era l’unico ospedale psichiatrico giudiziario, dotato di personale sanitario.

Da quando le Regioni hanno aperto le Rems, per il trattamento delle persone prosciolte per malattia mentale e soggette a misura di sicurezza, l’ex OPG di Castiglione delle Stiviere, oggi rems, è ultimo in classifica.

Chi avesse la pazienza di leggersi il report, che purtroppo è in inglese o francese, noterà con quanta pignoleria il Comitato si soffermi sulle singole questioni, reparto per reparto.

Si rileva che molti pazienti internati a Castiglione lamentino l’uso della contenzione meccanica come strumento informale di punizione. E si sottolinea che i pazienti devono essere trattati con rispetto ed ogni forma di maltrattamento, anche verbale o fisica, è del tutto inaccettabile e deve essere punita.

Si osserva che per buona parte della giornata i pazienti non possono accedere alla propria camera e si raccomanda che tale divieto sia tolto. Il Comitato ritiene il libero accesso ad ogni ora del giorno e della notte alla propria camera qualifichi il processo riabilitativo.

Altra forma di contenzione spaziale che preoccupa è la presenza di una o più stanze di isolamento in ogni reparto.

Sulla base di quanto riscontrato il Comitato fa due osservazioni più generali.

Nota che a Castiglione il trattamento dei pazienti appare basato sulla sedazione farmacologica e non su di un modello riabilitativo. Tant’è che raccomanda alle Autorità Italiane di operare affinchè il management di Castiglione adotti una filosofia della cura più appropriata.

In secondo luogo fa notare che il superamento del modello OPG si basa su di una relazione di prossimità della persona con un network di strutture socio sanitarie collocate nel territorio di origine. Pertanto esprime preoccupazione circa il fatto che la concentrazione di tante strutture, per tutta la Lombardia, impedisca la effettiva riconversione dal modello custodialistico a quello riabilitativo.Per questo sollecita le Autorità Italiane, che sono le destinatarie del report, a dare risposta a questo interrogativo.

Ed effettivamente il 5 giugno 2017 il Governo Italiano attraverso il Ministero degli Esteri e quello di Giustizia, ha risposto alle osservazioni della Commissione.

Innanzi tutto chiarendo che, dopo la soppressione degli OPG, è improprio parlare di strutture di psichiatria giudiziaria. Le rems, infatti, sono strutture riabilitative inserite a tutti gli effetti nel circuito dei dipartimenti di salute mentale. Esse appartengono al circuito sanitario, e non più a quello carcerario.

Ne consegue l’impegno ad azioni positive sul piano formativo ed organizzativo al fine di abolire qualsiasi forma di contenzione. Che non appartengono al modello riabilitativo che rispetta sempre la dignità della persona.

Per quanto riguarda Castiglione viene condivisa la preoccupazione della Commissione circa l’incompatibilità tra la dimensione della mega-rems ed il modello riabilitativo. Il messaggio è per la Regione Lombardia, responsabile in merito alla ristrutturazione di Castiglione.

Dubito, purtroppo, che le preoccupazioni del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pratiche degradanti, inumane e punitive, anche se condivise dal Governo Italiano, porteranno a modificare il progetto delle mega-rems castiglionesi. Ci vorrebbe un coraggio politico ed una consapevolezza professionale che proprio non vedo.

Eppure non ci sarebbe niente di strano se si facesse come fecero tante amministrazioni provinciali e gruppi di operatori quando decisero di cambiare. Smisero di gestire i manicomi ed aprirono i centri di salute mentale. E’ esattamente quello che accadde con gli ospedali psichiatrici di Mantova e Castiglione (civile).

Prendo atto, tuttavia, che una prima seppur timida ammissione dei propri limiti ci viene proposta. Leggo sulla Gazzetta che la responsabile di Castiglione ammette che alcuni episodi di “contenzione impropria” ci sono stati. Se è così evidentemente siamo di fronte a dei maltrattamenti per i quali è giusto domandare quali provvedimenti siano stati presi nei confronti dei responsabili e quali risarcimenti siano stati proposti alle vittime. Ed è opportuno informarne il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private delle libertà personale, che ha giurisdizione anche sulle rems.

Dal Blog di Giovanni Rossi:

http://rossi-mantova.blogautore.repubblica.it/2017/09/12/il-coraggio-di-cambiare-se-serve-a-curare/

Le ragioni del Ddl. Per un’accoglienza “gentile”

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 10/09/2017 - 16:35

Da tempo si coglie nel nostro Paese una diffusa e profonda preoccupazione per lo stato dei Servizi di salute mentale. Sono le associazioni dei familiari e delle persone che vivono l’esperienza a denunciare, a chiedere attenzioni maggiori e diverse, risposte concrete, più certe e durature. Operatori professionali, cooperatori sociali, cittadini attivi si aggregano alla denuncia evidenziando l’urgenza del cambiamento.

Non è raro che i mezzi di comunicazione segnalino la qualità frammentaria dei percorsi di cura, le pratiche segreganti e contenitive, il ritorno prepotente di servizi fondati sul modello bio-farmacologico. Ancora, non di rado, si scoprono, nelle regioni del nord come in quelle del sud, luoghi di abbandono e violenza che diventano oggetto dell’intervento della magistratura. Si registra da tempo una diffusa disattenzione alle politiche innovative.

L’impoverimento progressivo dei servizi e dei sistemi di welfare mette ormai a grave rischio le possibilità di cura, di ripresa, di guarigione di tanti cittadini che oggi sarebbero alla nostra portata. Parliamo qui non più, come spesso si finisce per lasciare intendere, del vecchio internato, del grigiore di immagini, risalenti agli anni sessanta e settanta, che pure siamo riusciti a lasciarci alle spalle. Stiamo pensando, e non senza una tormentata partecipazione, alle ragazze e ai ragazzi, ai giovani adulti che per la prima volta si trovano a vivere l’esperienza del disturbo mentale severo. Un’esperienza, questa, di per sé drammaticissima, che rischia di subire l’impatto con interventi inadeguati, spesso violenti e disabilitanti con la conseguenza di costringere il/la giovane e la sua famiglia a entrare in un labirinto senza vie d’uscita.

Possibilità di accoglienza “gentile”, di “buona” cura, di prospettive “ottimistiche” e di ripresa più efficaci sono realizzabili ovunque, ma è con estrema disomogeneità che vengono praticate. Nella maggior parte delle regioni il rischio di “cattive” pratiche resta ancora molto elevato.

(1- continua)

Il cantiere salute mentale approda in Senato

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 10/09/2017 - 16:31

Il Disegno di legge (vedi testo) verrà presentato in Senato nel corso della conferenza stampa del 19 settembre prossimo alle ore 11.

Nell’ambito del Forum Salute Mentale, dei movimenti e delle associazioni che, nella piazza che il Forum vuole essere, si è venuto elaborando il testo che ora approda in Parlamento.  Determinante si è rivelato il contributo di numerosi esperti, professionisti, associazioni e persone che con impegno e competenza si prodigano quotidianamente per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale.

Finalizzato allo sviluppo  e all’attuazione dei principi della legge 180, il Ddl  vuole riattivare attenzione, discussione e partecipazione per far fronte comune al declino, che pare inarrestabile, delle culture, delle organizzazioni, delle politiche della salute mentale. L’obiettivo, disegnato con chiarezza, è la concreta attuazione, in tutto il territorio nazionale, di misure adeguate per garantire alle persone l’effettivo accesso alle cure, ai programmi di riabilitazione, al budget di salute, a percorsi di emancipazione, alle possibilità di ripresa di ognuno riconoscendo i bisogni e le  singolari specifiche esigenze. A questo testo hanno dato, tra gli altri, contributi importanti di merito un gruppo di operatori che fanno riferimento alle culture e alle pratiche della salute mentale comunitaria  e sono (e sono stati) protagonisti dei processi di cambiamento e per il “formato legislativo” Daniele Piccione come consulente esperto. Parlamentari di varie appartenenze politiche e autorevoli società  scientifiche hanno espresso  apprezzamento all’iniziativa. Circa 30 parlamentari hanno sottoscritto il testo e aderito all’iniziativa. Nerina Dirindin, Luigi Manconi, Sergio Zavoli sono i primi firmatari.

Martedì 19 in occasione della presentazione al Senato sarà importante esserci. Sarà occasione per condividere le fatiche della nuova impresa che comincia. I tempi, oramai brevi, di questa legislatura di fatto faranno rinviare ogni cosa alla prossima. Pensiamo che possa essere un bene: abbiamo bisogno di ritrovarci, di ri-conoscerci, di tessere reti più fitte, di stringere alleanze, di entusiasmare tanti compagni di lavoro che sono sfiduciati e scettici.

Bisogna, malgrado tutto, riscoprire il coraggio e la passione civile che hanno accompagnato il difficile cammino del cambiamento.

È necessario dire la propria  l’adesione  e aprire un ampio dibattito che ci aiuti a migliorare la proposta, mettere in evidenze tutte le straordinarie esperienze che accadono, riportare sulla scena i soggetti, le persone che vivono l’esperienza.

Le motivazioni che ci spingono sono riportate nella relazione di accompagnamento al disegno di legge (vedi testo) e derivano dalla considerazione delle gravi criticità in cui versano i servizi di salute mentale in tutto il territorio nazionale a causa dell’insufficiente applicazione dei principi e degli orientamenti fissati dalla Legge 180 (che vanno in tutto e per tutto salvaguardati e promossi), dalla non più trascurabile riduzione delle risorse, la fragilità dei centri di salute mentale, da insensati accorpamenti in macroaree dei servizi territoriali, alla assoluta incertezza delle risposte ai bisogni di cura e di crescita delle persone.

Ci motiva l’inerzia del governo centrale, la disattenzione delle regioni alle numerose linee d’indirizzo, elaborate dal ministero della salute.

Non ultimo, il giudizio di non sufficiente adeguatezza di testi in materia giacenti da tempo alla Camera rafforza la nostra motivazione.

Le  adesioni e/o considerazioni di associazioni, di gruppi di lavoro, di cooperatori sociali, o di singoli cittadini possono essere inviati a: forumsegreteria@yahoo.it Informazioni ulteriori, notizie di eventi e riunioni le comunicheremo attraverso il sito del forum e la rete.

Per confermare la propria presenza alla conferenza stampa del 19 settembre bisogna inviare il proprio nome, nascita e indirizzo con una mail a nerina.dirindin@senato.it

In ricordo di Tullio Seppilli (1928-2017)

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 07/09/2017 - 19:06

Di Luigi Benevelli

Il 23 agosto scorso si è spento a Perugia Tullio Seppilli. Di famiglia ebraica, figlio dell’ Alessandro igienista e fondatore degli studi di educazione alla salute, che fu fra i padri del Servizio sanitario nazionale, e di Anita Schwarzkopf, antropologa, Tullio era nato a Padova nell’ottobre 1928. La famiglia, a seguito delle leggi razziali fasciste,  si trasferì in Brasile; a Sâo Paolo Tullio compirà gli studi superiori e frequenterà i corsi di Roger Bastide e Georges Gurvitch.  Nel 1947 la famiglia ritorna in Italia dove si laurea nel 1952 con una tesi di antropologia; nello stesso anno l’incontro decisivo con Ernesto De Martino di cui diventa assistente e collaboratore.

Nel 1956 inizia l’insegnamento a Perugia dove dirige l’Istituto di etnologia e antropologia culturale facendone un luogo di incontri col mondo, in particolare, oltre all’Europa, l’America Centrale e Meridionale; qui continua a operare, ininterrottamente, anche dopo il pensionamento dal’Università.

Al centro dei suoi interessi di studioso i guaritori nella medicina popolare,  i rapporti tra medico e paziente, tra strutture sanitarie ed utenti, tra pratiche sanitarie ed etnologia, le medicine “non convenzionali”, l’educazione sanitaria, i bisogni di salute dei migranti, i percorsi della de-istituzionalizzazione manicomiale. Qui, va citata la sua intensa, diretta partecipazione, a partire dalla metà degli anni ’60 del secolo scorso, alla importantissima “esemplare” vicenda della Provincia di Perugia, una terra nella quale si respirava l’egemonia (in senso propriamente gramsciano) del Partito Comunista umbro; qui danno il loro meglio una leva di grandi amministratori locali, un gruppo di psichiatri di straordinaria cultura e sensibilità (cito per tutti Carlo Manuali). Tullio ne è tra i protagonisti sia sul campo che come studioso, e fino all’ultimo, come mostra la progettazione di una serie di quaderni  intitolata Per una storia della riforma psichiatrica in Umbria e l’impegno nella pubblicazione del libro, uscito postumo nel 2014, Nascita del movimento antimanicomiale umbro[1] dell’ amico carissimo Ferruccio Giacanelli, anch’egli fra i protagonisti di quella vicenda.

Presidente della Società Italiana di Antropologia Medica (SIAM) e della “Fondazione Angelo Celli per una Cultura della Salute” di Perugia, Tullio ha fatto parte della redazione delle riviste “Critica marxista”  e “La questione criminale”; ha diretto “AM rivista di Antropologia Medica” e la collana “Biblioteca di antropologia Medica” dell’editore Argo di Lecce.

Tullio Seppilli, uomo di scienza, è stato convintamente schierato a sinistra nella vita politica e culturale italiana in campi dell’antropologia, dell’etnopsichiatria, della psichiatria, poco frequentati ma assai innovativi, aperti alle complessità del mondo abitato da persone e popoli diversi.

Tullio è stato per me un compagno sapiente, un grande amico, una figura di riferimento.

Parlava  a bassa voce. Al riguardo amo ricordare un incontro di cui sono stato testimone oculare a Francavilla al Mare (Pe) fra Tullio, dalla figura esile e già allora alquanto curvo e Vincenzo Muccioli, fondatore di S. Patrignano, allora sulla cresta dell’onda, grande, robusto, sicuro di sé, dalla voce stentorea. Eravamo nella seconda metà degli anni ’80, ai margini di uno dei tanti eventi che si tenevano in quel tempo sulla questione di quali leggi sulle droghe (illegali). Tullio che teneva in mano un bastoncino si rivolse, a freddo, a Muccioli dicendogli:” Sa che lei mi sembra un po’ fascista!!”. Muccioli rimase del tutto sorpreso, incassò e non reagì, non disse niente.

L’ultima volta che l’ho incontrato di persona ho ricordato a Tullio l’episodio che commentò dicendomi che si trattava di un bastoncino di liquerizia che allora teneva con sé da succhiare  perché “stava cercando di smettere di fumare”.

Mantova, settembre 2017

[1] Studi e Materiali di Antropologia della salute,  Quaderni della Fondazione Angelo Celli per una cultura della salute,

Cantiere salute mentale. Un confine aperto che garantisce sempre il ritorno

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 07/09/2017 - 18:59

Centro Diurno Albano Laziale

Spesso ci chiediamo o ci viene richiesto di rilevare le criticità dei servizi psichiatrici in Italia, in particolare nei CSM e SPDC, così è successo dopo la lettura di questo contributo al Cantiere della Salute Mentale.

Ebbene di criticità, a ben vedere, ce ne sono di grandi e di piccole: chi vorrebbe migliorare lo spazio architettonico, l’arredamento, la rapidità dei servizi, l’ascolto, snellire le formalità, ecc., alcune di queste cose possono anche sussistere ma secondo il nostro particolare punto di vista queste carenze se ci sono non sono che complementari alle due macroscopiche criticità, che se opportunamente valutate ed affrontate con coraggio e determinazione non potranno che far crescere sia gli operatori che gli utilizzatori dei servizi: i primi da un punto di vista umano, i secondi nel loro empowerment.

Le due criticità in questione rappresentano il fulcro di un rinnovamento che potrà chiamarsi veramente tale. Realizzarlo non costa nulla, non richiede ambienti più lussuosi o aumento di personale. Questo rinnovamento ha un costo psicologico e richiede un impegno emotivo ed intellettivo di empatia e partecipazione nel risolvere i problemi di persone spesso svantaggiate socialmente che per i problemi più vari si trovano anche ad affrontare un disagio mentale.

Quali dunque queste criticità:

  • È essenziale creare nei servizi un ambiente culturale e fisico che non sia psicologicamente e fisicamente oppressivo, l’autoritarismo fine a se steso e come filosofia non porta frutti, specie per chi ha problemi di salute mentale e diremmo noi anche sociale. Un clima veramente democratico è il terreno ideale sul quale può germogliare la rinascita psicologica, fisica e sociale di persone sensibili, spesso paranoiche o caratterialmente più vulnerabili, nell’affrontare i problemi più aspri della vita , oltretutto con bassi o bassissimi livelli di autostima.
  • Sovente il medico o gli operatori in genere che seguono gli utilizzatori dei servizi, non credono, nel loro intimo, che possa esserci un miglioramento o magari una guarigione: e chi se non loro dovrebbero per primi farlo? Come può una persona considerata inguaribile a vita da chi la cura iniziare un serio percorso di recovery? Se non le vengono trasmesse speranza, fiducia e possibilità non farà altro che cronicizzarsi, anche se il suo “caso” non è di quelli gravi. Tenderà a non far nulla perché tutto inutile, diventerà sempre più apatico e si rinchiuderà in se fuggendo dalla società che lo ha escluso, pensando sempre di più solo e comunque alla sua patologia da cui non potrà uscire o migliorare.

Per tutto ciò detto non bisogna chiudere le porte alla guarigione o al miglioramento, bisogna aprirle con coraggio alla speranza, all’impegno, alla vita: la mente può fare a volte quello che molte terapie non riescono. Siamo coscienti che non tutti i problemi potranno risolversi ma bisogna tentare, perlomeno puntare ad un progresso perché tarpare le ali indiscriminatamente a tutti i portatori di disagio mentale non è certamente d’aiuto a chi per risorse proprie o per minore gravità potrebbe farcela, ed esempi ce ne sono abbastanza.

L’ articolo ci ha incoraggiato e confermato a portare avanti le pratiche che aspirano a far sì che il nostro servizio, che è un Centro Diurno e non un CSM, si confermi come luogo buono, aperto, accogliente, senza confini, senza serrature (come ci ha suggerito Ettore un nostro fruitore esterno), in cui le persone che lo frequentano possano sentirlo loro, possano utilizzarlo nel momento che ne hanno bisogno o nel momento in cui sentono di poter dare un sostegno a chi ne ha bisogno.

Il nostro Centro Diurno si modella sui costrutti dell’empowerment e della Recovery ed ha come obiettivo la ripresa delle persone, da quello che la sofferenza mentale li ha costretti , in un lasso di tempo che è specifico per ognuno. Quindi il Centro Diurno come luogo di passaggio, da cui si entra e si esce, ognuno con i suoi tempi e , se necessario, anche più volte nella vita. Per questo nel CD si formalizzano le dimissioni con una relazione, con un’auto valutazione della propria condizione di recovery, ci si congeda dal gruppo con un rito di passaggio e di saluto; tutto questo non è un addio ma la conferma di un percorso che si è compiuto. In diversi casi tutto questo si trasforma in un arrivederci: persone che hanno concluso un programma ritornano per dare il loro contributo in qualità di utenti esperti. Oppure un luogo di transito dove le persone timorose dello stigma possono avvicinarsi con cautela e sentire se il luogo è sufficientemente buono per loro. O ancora persone bloccate nella loro volizione e nei loro desideri e questo può rappresentare il luogo dove coltivare la motivazione al cambiamento. Per tutti loro abbiamo coniato il termine fruitori esterni: per chi passa, per chi non ce la fa o per chi ce l’ha fatta e vuole dare il suo contributo o per chi ha necessità di frequentare un gruppo che lo aiuti a proseguire nel personale processo di recovery.

“Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”…. scegliendo loro come, dove e quando e per quanto tempo, da un minuto a tutto il tempo di apertura del Centro Diurno.
Riteniamo importante, per l’evoluzione dei servizi, che gli spazi oltre ad essere belli, accoglienti e confortevoli devono essere a disposizione di tutti, senza confini, al di là dei ruoli. Per questo motivo nel nostro Centro Diurno non c’è la stanza dell’educatore o del responsabile, ogni spazio è connotato per la sua funzione : area dei colloqui, area dei gruppi, spazio ricreativo, area segreteria, stanza per la progettazione. I servizi igienici non sono suddivisi per ruoli ma per genere (non esistono bagni per gli operatori ma per le donne e per gli uomini).

Inoltre sentiamo che il linguaggio è espressione fondamentale del nostro paradigma: non riusciamo più ad utilizzare la parola paziente, ci mette in difficoltà la parola utente.

Tutti insieme (operatori ed utilizzatori del servizio) andiamo cercando nuove parole per definirci, così in questo lavoro di ricerca attualmente abbiamo co-costruito l’acronimo C.E.C in quanto tutti siamo Costruttori – Esploratori – Collaboratori nella ricerca di percorsi di guarigione.

Questo documento nasce dalla mente e dal cuore di una collaborazione attiva tra i depositari del sapere tecnico e chi ha elaborato un sapere esperienziale dato dalla riflessione sulla propria sofferenza.

I C.E.C. del Volo libero di Albano Laziale

Quella sera di ottobre del 1979

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 26/08/2017 - 19:21

(ph Fabio Battellini)

Di Peppe Dell’Acqua

Ho conosciuto Franco Basaglia che Gorizia era già finita; lavorava da qualche anno a Colorno ed era nell’aria “il principio dell’avventura triestina”.

Era la primavera del 1971. L’occasione fu l’incontro Cus Parma-Cus Napoli. Siamo andati a trovarlo a Colorno, io e alcuni compagni, tutti laureandi in medicina, interni all’Istituto di Malattie Nervose e Mentali e giocatori della squadra di rugby dell’Università. A Napoli, negli anni caldi, avevamo letto L’istituzione negata.

Stavamo già ereditando dal sessantotto interrogativi e problemi sulla professione che ci apprestavamo a intraprendere: il rapporto tra la nostra professione e gli apparati del potere e del consenso, il ruolo del medico ad essi subalterno, l’inevitabile dissociazione tra professione e impegno sociale e politico.

Era per tutti noi, la prima volta che entravamo in un manicomio e non nascondo il senso di disgusto, di nausea, di panico che quel primo impatto mi provocò. Franco Basaglia ci accolse con familiarità, ci mise a nostro agio, ci parlava dandoci del tu. Oggi può sembrare strano, ma in clinica le gerarchie erano rispettate e noi studenti eravamo sempre all’ultimo posto della coda che si formava dietro al direttore, il quale mai si rivolgeva a noi direttamente. Partecipammo perfino a una riunione con gli operatori dell’Ospedale. C’erano problemi, tensioni, e tutti discutevano con calore, non risparmiando toni duri e polemiche. Tutto alla luce del sole. Il contrasto con la nostra esperienza in clinica era stridente, quasi ci disorientava, ma eravamo già conquistati ormai, affascinati.

Franco Basaglia ci disse che sarebbe andato a lavorare a Trieste e che cercava medici giovani. Avrebbe fatto di tutto per formare un gruppo di giovani psichiatri. Più semplice – diceva – formare nuovi psichiatri in una pratica nuova, piuttosto che tentare di cambiare testa e cultura a psichiatri vecchi e già formati. E il rapporto con noi fu affettuoso, attento, duro.

Appena arrivati a Trieste, nel novembre del 1971 ci inviò subito “al fronte”, nei reparti, con le nostre insicurezze, a contatto immediato con i problemi: la responsabilità, la gestione del reparto, l’assemblea, i rapporti con le gerarchie degli infermieri.

Passavamo giornate intere nei padiglioni di San Giovanni. A sera, in riunioni quotidiane difficili e spesso frustranti, affrontavamo i problemi della giornata, i nuovi programmi terapeutici, le storie degli internati che emergevano.

Di fronte all’impasse, ai vicoli ciechi in cui ci cacciavamo, Franco Basaglia riusciva sempre a spostare i termini del problema, a farci guardare da un altro punto di vista, a capovolgere le situazioni.

Riuscì a spostare, a capovolgere, anche la nostra vita. Eravamo avviati a una vita professionale frustrante e dissociata: da un lato la professione medica, con i suoi rituali, le sue geometriche distanze dalla realtà, dalla concretezza dei problemi; dall’altro l’impegno politico, quello che restava degli anni caldi dell’Università. Quanti di noi si sono persi drammaticamente nel carrierismo esasperato o al contrario in scelte politiche rigide e senza sbocco.

Con Basaglia, senza accorgercene, abbiamo trovato la nostra strada, senza separazioni, senza dissociazioni: è la “lunga marcia attraverso le istituzioni” che ci ha indicato con il lavoro quotidiano, instancabile. Accettare la sfida del lavoro istituzionale: trasformare, creare nuovi spazi per agire, determinare momenti di vita e di creatività.

Una sera di ottobre del 1979, a Trieste. Il manicomio era ormai stato chiuso, si lavorava fuori, nella città. C’era stata la legge 180. Tutto il gruppo di lavoro era riunito nella direzione dei servizi, dove Franco anche abitava, per fare festa.

Franco, ormai era deciso, sarebbe partito per Roma. Eravamo in tanti a salutarlo. Lo prendevamo in giro, sottolineando ridendo i suoi tic, le sue debolezze, i suoi modi a volte “infantili” di arrabbiarsi, le sue ossessioni, il quadernino per i numeri di telefono (aveva innumerevoli agendine che spesso perdeva), la sua passione per i problemi del Sud America (era appena stato in Brasile e doveva tornarci). Coprivamo con ilarità e allegria il malcelato disappunto e la malinconia che già si faceva strada in ognuno. Non volevamo ci lasciasse, eravamo orgogliosi e fieri di essere stati con lui in momenti così determinanti, con lui che ora partiva per Roma accettando una scommessa più grande, forse decisiva.

Franco rideva come non mai, nel vedere scoperte e rappresentate da noi le sue umane debolezze.

Ognuno di noi ha conservato le foto di quella sera di festa, dove tutti, e Franco con noi, erano allegri, si toccavano, si abbracciavano.

Non avevamo avuto bisogno di parole formali quella sera, l’ultima sera, per salutarlo.

Gli interrogativi, le idee e le pratiche che accompagnarono  l’ingresso di Franco Basaglia, nell’ospedale psichiatrico di Gorizia avviarono, a partire dai primi anni ’60, una stagione di straordinari e impensabili mutamenti. Era il 1968 quando il governo di centro sinistra, sulla spinta dell’esperienza goriziana, varò una legge che omologava il manicomio all’ospedale civile e avviava un processo di radicale cambiamento, che si concluderà dieci anni dopo con la Legge 180. Le trasformazioni istituzionali, etiche, culturali, erano conseguite a scelte di campo rigorose e da pratiche concrete: le porte aperte, la parola restituita, l’ingresso dei matti nel mondo reale, animarono la paziente “lunga marcia” attraverso le istituzioni che quell’apertura aveva tumultuosamente avviato.

Basaglia quando entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia è colpito soprattutto dall’assenza dell’altro.

Gli internati sono 400. Le persone, i soggetti, le relazioni non ci sono più. Un deserto: oggetti, assenze, negazioni.

Di fronte a questa violenza, a questo indicibile orrore è costretto a chiedersi angosciato «che cos’è la psichiatria?».

Da qui l’urgenza della critica ai fondamenti sedicenti “scientifici” della psichiatria stessa, l’irreparabile rottura del modello manicomiale. Dopo quasi duecento anni, per la prima volta dalla sua nascita, le culture e le pratiche del manicomio, vengono toccate alle radici. È un capovolgimento ormai irreversibile: “il malato e non la malattia”.

La legge 180, che presto compirà 40 anni, arriverà nel 1978, non è altro che questo: la fine di una legislazione speciale. L’internato, il malato di mente è un cittadino cui lo stato deve garantire, e rendere esigibile, i suoi fondamentali diritti costituzionali, una persona la cui dignità deve assumere un valore assoluto, un soggetto singolare che pretende ascolto, cure, attenzioni altrettanto singolari.  Da qui il cammino incerto irto di interrogazioni, di rischio, di lentezze insopportabili. Il rifiuto delle intoccabili certezze della psichiatria pretende la cura di un pensare critico, vigile, partigiano. Da qui il cammino aspro e i conflitti che ancora oggi dobbiamo affrontare e che mai ci abbandoneranno. E le entusiasmanti scoperte che le persone con l’esperienza del disturbo mentale continuano a fare. Con stupore.

Franco Basaglia e la forza operante dei “matti”

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 26/08/2017 - 18:53

Quando abbiamo cominciato a parlare di questo corso di formazione per gli infermieri, ho detto delle cose che mi sono state rimproverate poi dagli operatori. Ho detto che non è un caso che la scuola degli infermieri, cioè il suo inizio, coincida con la fine della mia gestione triestina. L’interpretazione di alcuni medici di queste parole è stata che la storia è finita e oggi comincia la storiografia: fino a ora si è cambiato, si è trasformato e oggi comincia la razionalizzazione del cambiamento; in altre parole, da questo momento non avverrà niente di nuovo perché ciò che di nuovo è avvenuto a Trieste, è avvenuto con me: oggi comincia la razionalizzazione, si comincia a edificare, ad abbellire la casa che si è cambiata.

Io non sono affatto d’accordo con quest’affermazione; penso che ciò non è assolutamente vero perché se trasformazione c’è stata qui a Trieste, questo non è dipeso da me ma dallo sforzo partito da tutti, dagli infermieri, dai medici, ma soprattutto, direi, dalla forza operante dei degenti, dei pazienti, dei “matti”, di quelli che oggi chiamiamo “utenti”; perché se non ci fosse stata questa forza trasformatrice nella gente che noi abbiamo curato, nelle persone che venivano a domandare aiuto, noi non avremmo cambiato niente, non avremmo fatto storia [...].”

A settembre del 1979 aveva avuto inizio il corso per gli infermieri. La mattina di martedì venticinque settembre il “primo giorno di scuola”. C’era un bel clima. Si stava realizzando un altro passo verso il radicamento del cambiamento che tutti avevano contribuito a realizzare.

Franco Basaglia tenne la prima lezione e, in pratica, annunciò la sua imminente partenza per Roma.

La scommessa romana ebbe solo il tempo di cominciare. A marzo del 1980 Franco Basaglia si ammala. A Venezia il 29 agosto di quello stesso anno muore.

Cantiere salute mentale. Un confine aperto che garantisce sempre il ritorno.

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 23/08/2017 - 17:13

Il Centro di salute mentale che prefigura il disegno di legge  (vedi il testo). oltre che essere un luogo bello, accogliente, confortevole deve coltivare la vocazione a essere punto di passaggio, confine aperto, attraversamento. Disporsi instancabilmente tra lo star bene e lo star male, tra la normalità e la anormalità, tra il regolare e l’irregolare, tra il singolo e il gruppo, tra le relazioni plurali e la riflessione singolare, tra gli spazi dell’ozio e gli spazi dell’attività.

Un luogo dove le dichiarate intenzioni terapeutiche e le scelte strutturali, costruttive, urbanistiche garantiscano le persone a essere ospiti senza rinunciare alla possibilità di appropriarsi del luogo. Un luogo che contrasta la sottomissione e l’assoggettamento. Un luogo dove le persone, senza la paura del confine che si chiude alle loro spalle, possono entrare per dire il proprio male, farlo sentire, condividerlo. Un confine aperto che garantisce sempre il ritorno.

Tutti quelli che vorranno possono scrivere al sito del forum salute mentale per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte anche a commento del ddl che inizia il suo cammino al senato (vedi il testo).

[Ci proponiamo  con questi interventi minimi, che chiamiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di riattivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

Cantiere salute mentale. Riconoscere le persone

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 20/08/2017 - 18:53

Il lavoro territoriale che si è faticosamente sviluppato in Italia negli ultimi decenni, benchè in troppi luoghi ancora lacunoso, ha reso evidente che la vicinanza ai conflitti, la presenza precoce nel riconoscere e prendere in carico la sofferenza delle persone e i loro bisogni impedisce che la domanda di aiuto si debba necessariamente definire in diagnosi psichiatrica, che le rotture, i fallimenti, le fragilità debbano inesorabilmente “montare” la malattia.

La malattia impone interventi  centrati sul ricovero, sui trattamenti involontari, sui farmaci. Si rischia così che si spalanchino voragini disabilitanti, domande di “internamento”, riproposizioni di luoghi e culture di separazione, di allontanamento, di contenzione. Attentati gravi al patrimonio di diritti che ognuno vuole salvaguardare. Questo accade se la malattia  occupa tutto il campo prima che la persona possa essere vista, ascoltata, riconosciuta.

Il riconoscimento delle persone è quanto si può attendere dalla organizzazione di servizi diffusi nel territorio. Questo uno degli obiettivi qualificanti del Ddl (vedi il testo). La spirale negativa connessa alla malattia mentale può essere interrotta. I servizi territoriali possono tenere aperto un “fronte” di interdizione della spirale malattia, disabilità, stigma, pregiudizio, deriva sociale, debolezza del diritto, malattia.

Tutti quelli che vorranno possono scrivere al sito del forum salute mentale per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte anche a commento del ddl che inizia il suo cammino al senato (vedi il testo).

[Ci proponiamo  con questi interventi minimi, che chiamiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di riattivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

Cantiere salute mentale: Lo stigma della malattia mentale esiste anche nelle strutture di cura?

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 15/08/2017 - 16:37

(ph Marcin Ryczek)

L’ incontro delle  «Fondazione Itaca», a Milano, raccontato sul Corriere della Sera da Daniela Natali riflette su pregiudizi e modi di entrare in rapporto con i pazienti e con le loro famiglie (vedi l’articolo).

I temi che si affrontano trovano una precisa risonanza  e convergenza nel disegno di legge ora in cammino al senato (vedi il testo).

Così all’articolo 4  (Piano nazionale per la salute mentale) il Ddl affronta con decisione la questione dello stigma, della prevenzione, della promozione della salute mentale

1 [..] Il Piano prevede interventi, azioni e strategie finalizzati alla promozione della salute mentale, alla prevenzione del disagio e dei disturbi, alla riduzione dello stigma, al contrasto della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

2. Il Piano individua specifici obiettivi ed azioni volti in particolare a:

a) salvaguardare e promuovere il benessere psichico di tutti i cittadini, tenendo conto dei fattori di rischio e di quelli protettivi in ogni fase della vita, anche intervenendo in maniera integrata sui determinanti sociali della salute, in particolare la condizione socio-economica, il livello di istruzione, l’abitare, l’esposizione a eventi di vita sfavorevoli quali le violenze e le migrazioni;

b) definire le strategie di promozione della salute mentale e di prevenzione del disagio e del disturbo mentale, con particolare riferimento alle persone e ai gruppi di popolazione con maggiori difficoltà ad accedere ai servizi;

c) sviluppare le capacità dell’assistenza sanitaria primaria a tutelare la salute mentale, riconoscere precocemente i disturbi, intervenire con programmi di assistenza psicologica a bassa soglia e favorire il reinserimento sociale e lavorativo;

d) promuovere misure di supporto per la salute mentale a favore delle donne e dei nuclei familiari in particolare a sostegno della genitorialità, in fase prenatale e postnatale e a contrasto della violenza domestica;

e) promuovere la salute mentale nei minori e nei giovani adulti, nelle scuole e nei contesti familiari, anche allo scopo di rilevare precocemente i problemi nei bambini, intervenire contro il bullismo e ogni altra forma di disagio e violenza, contrastare gli abusi;

f) favorire la realizzazione di campagne di informazione contro lo stigma, la tutela della dignità delle persone e la difesa dei diritti umani;

g) individuare modalità per il monitoraggio delle condizioni di salute e dei fattori di rischio, anche con riguardo all’impiego di psicofarmaci e alle situazioni a maggior rischio di discriminazione;

h) promuovere strumenti e modalità per la presa in carico delle persone con disturbi mentali, in particolare quando severi, garantendo la risposta alle condizioni complesse, con scarsa adesione alle cure e a più alto rischio di deriva sociale e di esclusione;

i) definire strategie per la prevenzione del suicidio, in particolare nei gruppi più a rischio, compresi i comportamenti suicidari correlati alle dipendenze, e per il monitoraggio degli stessi;

l) formulare indirizzi per rafforzare la capacità degli operatori a erogare trattamenti rispettosi, sicuri ed efficaci;

m) formulare indirizzi per la qualificazione dei luoghi e degli ambienti in cui sono accolte le persone in cura e in cui operano i professionisti, superando il degrado di molti spazi dedicati alla salute mentale.

3. Il Piano di cui al comma 2 definisce una strategia nazionale di promozione e prevenzione specifica per la salute mentale, coordinata dal Ministero della Salute e realizzata attraverso i piani regionali di prevenzione, integrata con quelle di prevenzione generale e di promozione della salute, volta a perseguire gli obiettivi di cui al comma 2 combinando interventi universali e attività selettive in grado di rispondere ai bisogni della singola persona, delle aree di vulnerabilità e delle comunità.

4. All’interno del modello organizzativo e dei servizi dipartimentali previsti nel Capo II, il Piano individua requisiti minimi di qualità della presa in carico e dei luoghi delle cure, con particolare riferimento a:

a) prima accoglienza;

b) sostegno ai familiari;

c) condivisione dei percorsi di cura;

d) risposta nelle situazioni di urgenza, emergenza e crisi;

e) continuità dell’assistenza;

f) integrazione socio-sanitaria;

g) problematiche relative alla situazione abitativa e lavorativa;

h) strumenti e modalità per la valutazione della qualità delle cure e i relativi indicatori.

Incubo di una notte di mezza estate

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 15/08/2017 - 16:22

di Gilberto Di Petta

Il pomeriggio del trenta luglio lo passo con i due giovani tirocinanti psicologi, Marco e Tello, in Pronto Soccorso. Armando ha ingoiato una lametta. Lo ha portato il 118 da un paesone dell’ hinterland di Napoli nord, quello di “Io speriamo che me la cavo”. E’ a circa cinquanta chilometri da qui. In un territorio metastatizzato dal cemento, senza soluzioni di continuo. Armando viene dai bordi di questa megalopoli che non ha più centro.  Mentre andiamo in PS dico ai ragazzi, Marco e Salvatore, al loro ultimo giorno di tirocinio, che ingoiare le lamette è il gesto tipico dei detenuti. Infatti Armando è con gli obblighi di dimora. Ha fatto venti anni di carcere. Non riesco a capire neanche bene per cosa. Ma poco importa. E’ magrissimo, quasi emaciato. Un uomo vinto, un perdente. Guardo le lastre in controluce e la testina del lamarasoio bicsi vede netta, nell’ipogastrio sinistro. Si aspetta il chirurgo. Intanto Armando è smanioso, vuole firmare e andarsene. Ripete con lagna monocorde : “non mi operate”. Stabiliamo un contatto. Gli prendo la mano.  Gli chiedo qualcosa di lui. Accetta una flebo con un calmante. Facciamo gli esami di sangue, il tracciato eeg. Ha una storia, ma non riesce a raccontarla. Scriveva Baricco in Novecento “…non sei fregato veramente finchè hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. Qui la storia c’è, qualcuno a cui raccontarla pure, ma manca, ormai, il soggetto che la racconti. Armando mi dà l’impressione di non esserci più. Il suo corpo è una crisalide secca, che dubito abbia mai ospitato una farfalla. Si esprime, Armando, in modo stentato, flebile, dialettale …

(leggi tutto l’articolo da Psychiatry Online: http://www.psychiatryonline.it/node/6911)

Un’interpellanza al sen Manconi per il suicidio di Simone L.

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 15/08/2017 - 16:12

(Disegno di R. Sambonet)

Comunicato stampa

Come  Forum veneto per la Salute Mentale, Associazione Cittadinanza e Salute  e Unasam rendiamo noto  di aver indirizzato al sen. Luigi Manconi e alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani di cui è Presidente,  la richiesta di far luce intorno al suicidio di Simone, un ragazzo di 31 anni  ospite dall’ottobre del 2015 – eccetto che per brevi periodi di ricovero nell’SPDC di San Donà di Piave-  della Comunità alloggio Vallonara gestita dalla cooperativa “Un segno di pace”, nel comune di Marostica in provincia di Vicenza.

Siamo addoloratissimi per l’esito drammatico  di una  vicenda che,  come organizzazioni, abbiamo seguito nell’ultimo anno a seguito delle ripetute richieste di aiuto che Simone ci ha rivolto:  i nostri interventi, infatti, non sono valsi a generare strategie alternative di cura che pure Simone aveva ripetutamente sollecitato.

Non è purtroppo la prima volta che ci troviamo a segnalare che nella nostra Regione troppi servizi psichiatrici non sono in grado di scongiurare interventi  psichiatrici che falliscono gli obiettivi che si propongono, per il prevalere di un malinteso dovere di custodia che spesso pregiudica del tutto la possibilità di costruire percorsi terapeutici virtuosi costruiti insieme alla persona, e volti a salvaguardarne dignità e diritti, condizioni imprescindibili per la salute mentale di ciascuno.  E’ noto infatti che il ricorso a pratiche custodialistiche in molti luoghi della psichiatria del nostro territorio (dove persino la contenzione meccanica è tollerata e persino prescritta)  compromette l’incolumità psicofisica e talvolta la vita di persone che rivolgono ai Servizi di Salute Mentale la domanda  e il proprio diritto alla cura.

Chiediamo con forza che il lavoro dei Dipartimenti di Salute Mentale e delle attività che si svolgono nelle strutture residenziali  (comunità terapeutiche, appartamenti protetti etc) gestiti dal privato sociale , nonché quanto accade nelle numerose cliniche private convenzionate  siano monitorati attraverso un’azione sistematica di osservazione e iniziative di formazione, volte a promuovere pratiche non coercitive, le sole realmente terapeutiche che devono diventare generalizzate e condivise.

Ricordiamo, fra l’altro, i casi di morte avvenuti lo scorso anno nella nostra Regione durante l’esecuzione di Trattamenti Sanitari Obbligatori, che troppo spesso vengono trasformati in operazioni di cattura cruenta delle persone.

  • Anna Poma (Forum Veneto per la Salute Mentale )
  • Franco Nube, Leda Cossu, Edoardo Berton (Cittadinanza e Salute)
  • Gisella Trincas (Unasam)
  • Gianfranco Rizzetto  (StopOpg)

Ugo Cerletti: “.. considero l’elettroshock una violenza fatta alla personalità umana..”

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 15/08/2017 - 16:00

di Francesca De Carolis

“In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbrutire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra.

Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”.

L’atroce ricordo di Alda Merini, ritrovato in Salute ok… mi frulla e rifrulla nella testa dopo essere incappata, randagiando fra le pagine del Forum della salute mentale, in ‘notiziole’ che forse non avrete incontrato sulla stampa nazionale, ma che al Randagio hanno fatto drizzare tutti i peli sulla schiena… leggendo un intervento di Peppe dell’Acqua (l’ex direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, direttore della collana ‘180 archivio critico della salute mentale’ e tante altre cose ancora) che fra l’altro denuncia: “In Alto Adige esiste una psichiatria ospedaliera, medica, oggettivante. Si sperimentano protocolli di terapie farmacologiche che sono al di fuori di ogni razionalità, è uno dei pochi territori in Italia dove si fa l’elettroshock e si usano pratiche restrittive come le porte chiuse”. E già ti soffoca il respiro…

Ma quello che ancora di più inquieta, è la replica del primario di psichiatria a Brunico, che difende a spada tratta la terapia elettroconvulsiva e dice: “Prima di tutto l’elettroshock si usa sugli animali quando si conducono degli esperimenti o sugli internati politici in alcune zone del mondo come strumento di tortura, perciò non chiamiamolo così (…)”. Chiamiamola Tec… “La Tec è un trattamento utile e validissimo, quando applicato bene. Il problema è che, all’epoca, è entrata in campo una certa ideologia che ha mescolato due questioni: l’abolizione dei manicomi, posizione giustissima, e l’abolizione della Tec, posizione che invece scientificamente non può più essere sostenuta”.

E sembra di tornare indietro di mezzo secolo…

Il primo pensiero del Randagio intanto, permettete, è andato a tutti i poveri animali che, solo perché catalogati ‘non umani’, ci si sente autorizzati a sottoporre alle più turpi violenze, come non fossero esseri senzienti… Come se non fosse dolore il loro dolore… Ricordando, per chi non lo avesse chiaro, che l’elettroshock è “tecnica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello”.

Ma poi, si è chiesto il Randagio, qual è la differenza fra l’elettroshock e la Tec? Cos’è che rende questa accettabile per gli animali-umani?

Tecnicamente non c’è differenza se non che, si suppone, non si usa anestetico in caso di torture (ovviamente, altrimenti che tortura è… ), né se applicata agli animali ( perché sprecare anestetico che fra l’altro costa..)

Va bèh, chiamiamola pure Tec, che è parola più innocua, ripulita di ricordi d’altri tempi, di un manicomio che non c’è più… Siamo così bravi a usare le parole per allontanare il senso profondo delle cose… ma rimane il dubbio che sia solo una questione di parole, come dire ‘diversamente abili’ invece che disabili, ad esempio, che dà meno fastidio… o clochard invece che senza tetto, che fa più fine… o ristretto invece che prigioniero…

L’elettroshock, per citare Dell’Acqua, “sottrae ai pazienti la loro soggettività, il loro spessore e la loro storia” ( me l’ero appuntata bene questa frase), ma cosa volete che sia una Tec? Pronunciata così sembra lieve come una puntura di spillo, quasi una carezza. Volete mettere con gli orrori che evoca l’elettroshock? Tec! E sembrano svanire con un colpo di bacchetta gli atroci ricordi, la paura, i racconti dal nido del cuculo…

Sempre Dell’Acqua, che pur non avendola mai praticata, di ETC si è pure dovuto occupare … “Mi hanno interrogato le bocche sdentate, il decadimento fisico e intellettivo, lo sguardo vuoto degli internati che lo avevano subito. Il terrore, la sconfitta, la mestizia che ancora dovevo ritrovare nelle loro stentate parole”. E da allora la scelta di campo definitiva, per “cercare, a rischio di cocenti fallimenti, di tenere vivo l’“umano” nelle pratiche della salute mentale”. La libertà innanzitutto… (che è anche il titolo di un articolato e profondo intervento che invito a leggere sul sito salto.bz (https://www.salto.bz/it/comment/40730) .

Ma Gatto Randagio non trova pace… Mi è anche venuta in mente, e sono andato a ripescarla, un’intervista che Ugo Cerletti, il padre dell’elettroshock, rilasciò al settimanale ‘Oggi’, nei primissimi anni sessanta.

Risparmio i racconti da brivido, almeno per chi non ha ancora anestetizzato la mente e l’anima, a proposito degli esperimenti su poveri maiali… c’è un passaggio che molto dà da pensare nell’intervista, rilasciata a vent’anni e più dalla nascita della terapia elettroconvulsiva, quando cliniche per l’elettroshock “fioriscono ovunque”.

Ascoltate bene. “Io non credo ai miracoli, e l’elettroshock non fa miracoli. Hanno sbagliato quelli che lo hanno indicato come mezzo sicuro per guarire la schizofrenia. Solo concorre a curarla… È la terapia più adatta per le forme maniaco depressive (…). Ma io ho deciso di andare avanti, sa? Io in fondo considero l’elettroshock una violenza fatta alla personalità umana, e la violenza non mi piace, non la sopporto”.

“Una violenza fatta alla personalità umana”… E’ proprio Cerletti, così, a gettare in qualche modo un presupposto a quella “certa ideologia” che, con la legge Basaglia ( cito Dell’Acqua) “ha rimesso in gioco gli psichiatri con un approccio diverso, che è più psico-relazionale e meno fisiologico”. Che ha riportato al centro della cura la persona e non la sua malattia, l’uomo e non il cervello…

Anche il tanto osannato inventore dell’elettroshock, dunque, aveva compreso la necessità di cercare altre strade, “ma com’è difficile, doloroso, lungo…”

Ed è lunga, non semplice, ancora oggi, la strada sul cammino della 180 e dintorni. Soprattutto di questi tempi che sembrano riprendere piede luoghi comuni, “pretestuose e inutili mistificazioni”.

Ma vi do una notizia. Proprio in questi giorni si apre una nuova pagina. E’ stato depositato in Parlamento un disegno di legge sulla salute mentale, studiato per rendere meno frammentaria l’attuazione, ancora a tratti inadeguata, della 180. Rendere insomma certa e definitiva la svolta segnata trentotto anni fa…

E, vi prometto, ne parleremo…

(da remocontro: http://www.remocontro.it/2017/07/30/elettroshock-se-non-e-tortura-e-disumanita/)

Sulla Trappola del fuorigioco

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 15/08/2017 - 15:48

Di Paola Grifo

Non sono una giornalista, né un critico letterario. Questo per dire che non so scrivere una recensione. Ma sento il bisogno di dire qualcosa, a caldo, dopo aver terminato, questo pomeriggio, le ultime 150 pagine del libro di Carlo Miccio, “La trappola del fuorigioco”.

È un libro che si divora, mai pesante, anche se i temi che tratta – la malattia mentale, la droga, un’Italia in cui la paranoia, l’individualismo sfrenato, le soluzioni magiche che assurgono sempre più a sistema socioculturale – pesanti lo sono, eccome. Mi sono chiesta come ha fatto, Carlo-Marcello, ad essere così lieve, delicato, ironico, divertente, commovente, emozionante, senza mai farsi sopraffare dalla facile retorica, dal comprensibile sdegno, dalla critica feroce. Credo che la risposta sia nel calcio (di cui non capisco nulla, beninteso), nel senso in cui lo spiega lui: il calcio totale, il collettivo, che poi è il comunismo del compagno Cruyff. Se si è insieme, se si è in un legame sociale, se si lotta tutti per lo stesso obiettivo, allora non si può provare repulsione e disinteresse per nessuno: non per il pusher che auspica l’avvento del Berlusca, non per i tossici che si sono incontrati o che si è stati, non per il padre malato che – novello San Francesco in un paese che non è più terra di Santi, e che ultimamente disprezza anche i navigatori disperati dell’Africa – pur avendogli segnato l’esistenza con la sua follia, è sempre visto con uno sguardo carico d’amore. Ecco, forse è questo il fil rouge che più sento attraversare questo bel libro: l’amore, declinato in tutti i modi possibili, anche i più sbilenchi, amore che permette di immaginare l’altro sempre all’interno di un possibile, grande, gioco di squadra, in cui tutti siamo responsabili dello scudetto vinto, come del rigore sbagliato.

Un’ultima cosa su una frase che mi ha particolarmente colpito, alla fine del libro: “Perché è di questo che si nutre il mio latah: non della grandezza maniacale dei deliri di mio padre, ma dall’assenza del desiderio che pervade di sé il resto della sua vita ordinaria. È di quello che è fatta, la mia trappola del fuorigioco. Di assenza del desiderio.” Questa specifica trappola del fuorigioco accomuna molte delle persone che vedo, professionalmente, ogni giorno, nel mio lavoro di psicoterapeuta. È una trappola silenziosa ma implacabile, capace di spegnere gli ingegni più acuti, le anime più sensibili. Mi piacerebbe pensare di poter essere una specie di mister, come Carmelo Bellìa, capace di spiegare alla squadra dei miei pazienti che un cambiamento è possibile, e che siamo in campo insieme, per guadagnarci, giocando, il pane e anche le rose.

Grazie a Carlo Miccio, e a Peppe Dell’acqua che con il consueto intuito ha scovato anche questa perla.

Cantiere salute mentale: Una casa per ricominciare

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 15/08/2017 - 15:42

(immagine di Ugo Pierri)

Il bel lavoro del gruppo romano che leggiamo nel reportage di Cristiano Balducci per  “Internazionale” (vedi il reportage: Una casa dove chi ha disturbi mentali può ricominciare) rimanda ancora una volta al “si può fare” e all’urgenza di uscire dal buco nero delle “strutture residenziali”.

Le possibilità di fare diversamente sono evidenti da tempo.

Nel disegno di legge presentato in senato in questi giorni (Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei principi di cui alla l. 13 maggio 1978, n. 180. Ulteriori disposizioni per l’integrazione degli interventi a livello nazionale e locale per la promozione e garanzia della salute mentale in Italia. Vedi il testo)  si affronta, tra le altre,con chiarezza la questione dell’abitare: Abitare supportato e progetto terapeutico riabilitativo individuale.

Nell’articolo 8 comma 4,5 e 6:

4. Le Regioni e le Province autonome, tramite i Dsm, promuovono percorsi di residenzialità che privilegiano soluzioni abitative atte a promuovere nelle persone autonomia e responsabilità, a prescindere dal grado di disabilità. È favorito il ricorso ad appartamenti a bassa protezione, libere convivenze e accoglienze da parte di nuclei familiari e cittadini competenti nell’offrire contesti relazionali appropriati. Nell’ambito del diritto alla vita indipendente e all’inclusione nella società,previsto dall’art. 19 UNCRPD, è reso possibile l’abitare assistito fuori da istituzioni, e secondo adeguati livelli di vita in base all’art. 28 della stessa Convenzione, in forma individuale o in piccoli nuclei di convivenza con adeguato supporto.

5. Nell’ambito dei percorsi di residenzialità di cui al comma 4, il Dsm promuove e realizza in particolare:

a) soluzioni residenziali in piccoli appartamenti con i requisiti delle civili abitazioni, per ospitalità temporanea sulle 24 ore, gestiti da personale assistenziale ed educativo professionalmente formato in ambito psichiatrico;

b) case-famiglia, senza vincoli temporali di permanenza, con caratteristiche strutturali delle civili abitazioni, dotate di non più di sei posti-letto, gestite da figure professionali con competenze socio-assistenziali;

c) gruppi-appartamento, con caratteristiche strutturali delle civili abitazioni, dotati di non più di sei posti-letto, la cui gestione può essere totalmente affidata a pazienti e familiari organizzati in ambito associazionistico e/o secondo modelli di mutuo-aiuto, capaci di tradurre in attività di servizio il proprio “sapere esperienziale”. Nei gruppi appartamento è garantito un supporto socio-assistenziale alle attività della vita quotidiana.

Le differenti tipologie di case devono essere ubicate nei centri urbani; è vietata l’attivazione di più  moduli abitativi nello stesso edificio.

6. I percorsi di residenzialità e di abitare assistito sono posti sotto il governo clinico e il monitoraggio costante dei Csm i quali programmano e verificano l’attività terapeutica, riabilitativae di inclusione.

E all’articolo 11comma 3:

3. Le Regioni e le Province autonome disciplinano il Budget individuale di salute. Esso costituisce lo strumento principale di integrazione sociosanitaria per la realizzazione del Ptri, in particolare a favore di persone con bisogni complessi, e per la realizzazione di percorsi riabilitativi, anche temporaneamente residenziali, ma sempre volti a restituire il diritto abitativo. Prevede la valutazione multidisciplinare, che ne attesti la titolarità per finalità sociosanitarie, basata sulla complessità delle condizioni e dei bisogni, col concorso dei servizi sociali e di altri servizi competenti, con risorse definite e eventuali forme di compartecipazione dei beneficiari o dei loro familiari. Esso è realizzato in partenariato, co-progettazione, cogestione con soggetti del privato sociale e prevede adeguata articolazione degli interventi e dei supporti e una durata definita in relazione ai bisogni.

A proposito del ritorno dell’elettrochoc

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 30/07/2017 - 16:42

di Piero Cipriano

Io ho una mia teoria sugli psichiatri che si specializzano – solo – in farmaci o elettrochoc. Se li guardi in faccia quasi mai ricambiano lo sguardo. Guardano di sbieco, o in alto, o in basso, come avessero gravi deficit relazionali, l’empatia non ne parliamo, è per questo, secondo me, che invece di stare con il paziente, comprenderlo, ascoltarlo, parlarci, calarsi nel suo dolore, restituirgli un po’ di speranza, preferiscono somministrargli farmaci o corrente elettrica. È una mia teoria, si capisce. Ma confortata da quasi vent’anni di frequentazione del mondo psi. È per questo che non potevo fare il farmacologo o lo scioccatore, nonostante avessi iniziato la mia carriera proprio con questo tipo di psichiatri.

Eppure provengo da quel mondo. Il mondo della psichiatria biologica, organicista, basata su diagnosi descrittiva di marca americana (DSM) e psicofarmaci. La mia tesi di laurea ebbe questo titolo, che dice molto, sul tipo di psichiatria che frequentavo, e di cui ero diventato molto esperto: Allucinazioni uditive e giro temporale superiore nella schizofrenia – uno studio quantitativo RMN. Conoscevo i farmaci, li conoscevo molto bene. Talmente bene che nessuno avrebbe potuto convincermi che sapevamo quale fosse il meccanismo d’azione, e che tutto sommato non continuavamo a somministrarli ex adiuvantibus – a giovamento – un po’ alla cieca. Fu nel periodo della mia formazione universitaria che venni cooptato nell’ambìto gruppo elettrochoc. Eravamo in quattro a farne parte: il professore, l’anestesista, e due studenti. L’altro studente che non ero io al primo elettrochoc cui assisté, appena il povero cristo ebbe la convulsione, crollò al suolo svenuto. Non volle più continuare a vedere elettrochoc. Velocemente fu sostituito da un altro. Per fortuna pure io fui presto sostituito, dopo quattro o cinque elettrochoc cui partecipai, più che altro come spettatore, perché fui chiamato a fare il militare. Solo che presi la via dell’obiezione di coscienza, e feci in modo di farmi assegnare a un centro diurno psichiatrico di Montevarchi, dove c’erano stati i basagliani, e così conobbi un altro tipo di psichiatria, e lasciai per sempre gli elettroscioccatori, i farmacisti, gli organicisti, i neokraepeliniani.

Qual è il motivo della persistenza, altrimenti immotivata, di questa pratica?

Molti pazienti, dopo anni di assunzione di antidepressivi, non ne riportano più alcun beneficio. Viene ormai definita sindrome tardiva da antidepressivi. Accade sempre più di frequente che dopo dieci o quindici anni di somministrazione, senza interruzione, di psicofarmaci ai pazienti, il loro cervello cambia in un modo che noi ignoriamo completamente. Perché accade, con gli antidepressivi detti Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRI), un po’ quello che succede con la cocaina, o la L-dopa, o le benzodiazepine. La prima somministrazione è la migliore. All’inizio c’è una vera e propria luna di miele con la cocaina, o con gli oppiacei, o con gli antidepressivi SSRI, o con le benzodiazepine. Ma poi, gradualmente, essi modificano i vari recettori cerebrali, e l’effetto si attenua, e bisogna aumentare viepiù il dosaggio. Vediamo i tre casi: gli antipsicotici, gli antidepressivi, e gli ansiolitici.

Nel caso degli antipsicotici, dopo alcuni anni, si sviluppano le cosiddette psicosi da ipersensibilità. Ovvero psicosi che si sviluppano proprio perché abbiamo somministrato antipsicotici a persone che avevano avuto un primo episodio di psicosi. È un paradosso. Ma accade. Significa che se i pazienti, dopo un primo episodio di psicosi, vengono aggrediti farmacologicamente con antipsicotici, ad alti dosaggi e senza scalarli e sospenderli appena la crisi psicotica è risolta, si determina un nuovo equilibrio nel cervello, per cui quei pazienti, per non incorrere in ricadute, hanno bisogno di assumere per tutta la vita antipsicotici a dosaggi importanti.

Un caso mio personale. E lo so che l’aneddotica non costituisce una prova. Ma ne ho moltissimi di questi casi. Una donna di sessantacinque anni, che ho avuto in cura per circa due anni. A trent’anni, dopo la nascita del figlio, ha un episodio di psicosi, forse post-parto. Viene ricoverata in una clinica e trattata con un antipsicotico deposito (o long-acting), il Moditen Depot. Che assume per trent’anni. Senza che nessun medico prenda mai l’iniziativa di ridurlo, sospenderlo, o modificarlo con qualche altro farmaco più nuovo, pur trascorrendo questa donna molti anni senza sintomi. Finché, dopo trent’anni, su richiesta del figlio, e della paziente, le tolgo il farmaco, sostituendolo con un nuovo antipsicotico, a basso dosaggio, e per via orale. Dopo pochi mesi la paziente ha una ricaduta. Dopo trent’anni di quel farmaco il suo cervello non ha tollerato la rottura di quell’equilibrio.

Poi vi sono le depressioni da supersensibilità. O le sindromi tardive da antidepressivi. Anche gli antidepressivi, dopo dieci quindici o vent’anni, smettono di funzionare, determinando forme depressive resistenti a qualunque trattamento farmacologico. La causa delle sempre più frequenti forme depressive resistenti agli antidepressivi è la somministrazione, a pioggia, di farmaci antidepressivi, da parte anche di medici di base o di neurologi o di altri specialisti, antidepressivi prescritti per qualunque forma di tristezza, per lutti, o per depressioni sotto soglia. E’ lapalissiano che meglio sarebbe prescrivere l’antidepressivo quando veramente è necessario – depressioni gravi e con idee di suicidio – alle dosi minime efficaci e per periodi limitati (alcuni mesi), e quando il paziente sta meglio iniziare la riduzione del dosaggio. Invece gli psichiatri vengono formati (negli innumerevoli convegni sponsorizzati dalle case farmaceutiche) a trattare i pazienti depressi con un dosaggio uguale per tutti, e minimo sei mesi al primo episodio e per tutta la vita dopo il terzo episodio. Ma ciò è sbagliato.

Invece accade che molti psichiatri, ai pazienti divenuti resistenti agli antidepressivi, che non sanno più con quali altri farmaci trattare, li inviino a fare gli elettrochoc.

Dunque cosa determina il ritorno dell’elettrochoc?

La psicofarmacologizzazione di massa crea un esercito di persone resistenti ai farmaci (un po’ come per gli antibiotici, assumerli per motivi sbagliati – influenza, raffreddori, eccetera – li sta rendendo viepiù inefficaci, selezionando ceppi di microrganismi antibiotico-resistenti). Ma il rimedio (l’elettrochoc) per i danni causati dai farmaci, aggiunge danno al danno. È due volte iatrogeno. È l’accanimento terapeutico degli psichiatri, che non sapendo che fare strafanno, prima coi farmaci, presi dall’ebbrezza che finalmente anche loro hanno i farmaci per curare le malattie, e quando i farmaci smettono di funzionare passano alla corrente elettrica, ritornano alla terapia convulsiva.

Questa terapia aveva forse senso negli anni 30-40-50 del secolo scorso, quando la psichiatria era del tutto priva di trattamenti somatici, e brancolava nel buio, e dunque qualcosa doveva provare, e una terapia ex adiuvantibus basata sull’ipotesi che schizofrenia ed epilessia fossero patologie antagoniste, dava l’illusione agli psichiatri di fare qualcosa.

Ma oggi, oggi non avremmo più alcun motivo per riproporre le pratiche di Julius Wagner-Jauregg (convulsioni indotte attraverso la malaria) o di Ladislas Meduna (convulsioni indotte con il cardiazol) o di Bini e Cerletti (convulsioni indotte da scarica elettrica), nessun motivo se non fosse che i farmaci psicoattivi, che dovevano essere miracolosi, e avrebbero dovuto spazzare via le malattie mentali dal pianeta, non solo non sono miracolosi per niente, ma hanno smesso di funzionare, e hanno iniziato a cambiare la psicopatologia, facendo sì che molta psicopatologia di questi ultimi decenni è forse, prevalentemente, una psicopatologia iatrogena.

Il rimedio, però, non può essere l’elettrochoc, di cui – riguardo ai meccanismi d’azione – non si sa assolutamente niente.

In Italia, per fortuna, rispetto ad altri paesi (negli USA 100mila persone ogni anno), l’uso di questa pratica è tutto sommato limitato. L’ultimo censimento risale ai dati resi noti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale, presieduta da Ignazio Marino, nel triennio 2008-2010. Allora furono individuate novantuno le strutture ospedaliere italiane dove veniva effettuato l’elettrochoc. E millequattrocento persone, in questo triennio, avevano effettuato il trattamento elettrico. Le strutture ospedaliere più attive in questa pratica erano l’ospedale di Montichiari, in provincia di Brescia (più di quattrocento trattamenti nel triennio 2008-2010), il Policlinico di Pisa (con quasi trecento trattamenti, nello stesso triennio), e l’ospedale San Martino di Oristano (con quasi duecento trattamenti).

Dopo di questo vi è stata un’audizione al Senato nel 2013 da cui i centri eroganti questa terapia sembravano essere ridotti a dodici. Evidentemente molte strutture la stanno abbandonando. Nel Lazio, per esempio, fino al 2014 vi era una sola casa di cura privata a erogarla (la clinica San Valentino), ora nessuna più.

Il meccanismo d’azione dell’elettrochoc, dicevamo. Ipotesi. Nulla di più. Forse viene coinvolto il sistema serotoninergico, perché sappiamo che è coinvolto nella regolazione dell’umore. Ma ciò è poco, troppo poco.

In realtà è forse il suo principale effetto collaterale, quello che viene perseguito: rendere amnesico un paziente. Fargli dimenticare, talvolta, persino chi è.

“Mi chiamo Fernando Alonso, corro in kart e voglio diventare un pilota di Formula uno”. Gli ultimi vent’anni della sua vita rimossi dalla memoria, il campione di Formula uno ricorda la sua vita fino al 1995.

Il 6 marzo 2014, il corridore di formula uno, dopo aver avuto una scarica elettrica nell’abitacolo della sua auto da corsa, così si esprimeva. Aveva fatto una sorta di elettrochoc, presentava i sintomi tipici dell’amnesia post critica della sindrome convulsiva. Dopo la scarica elettrica perse coscienza, rimase senza memoria per un paio di giorni.

Ecco, Fernando Alonso, il campione, aveva dimostrato cos’è, come funziona, un elettrochoc. Nulla è cambiato da quando i maiali destinati a essere sgozzati, al mattatoio di Roma, dopo lo choc elettrico andavano al patibolo fatui, stolidi, ignari del fatto che stavano per morire. Questo stato di completa incoscienza di sé colpì a tal punto Bini e Cerletti, che pensarono di trattare allo stesso modo i malati mentali, gli internati del manicomio di santa Maria della Pietà. E così nacque una delle tante terapie ex adiuvantibus della psichiatria: l’elettrochoc si aggiunse alla malarioterapia, alla lobotomia, alla camicia di forza, alle fasce. Perché funzione l’elettrochoc? Togli la memoria di sé a un depresso, o a una persona con un arresto psicomotorio, lo riporti indietro di venti, dieci, un anno, o di pochi mesi, e quello scorda le ragioni della sua depressione o del suo blocco. E per un po’ non si sente più depresso, ma non perché gli è passata – per magia – la depressione, ma perché per un po’ egli non sa neppure chi è, o chi è stato negli ultimi anni o mesi. Salvo poi quando torna la memoria, e con essa il male di vivere. Ciò che i medici elettricisti non dicono, però, è che questa pratica non solo non è una cura, ma è come una botta in testa, che favorisce una evoluzione tardiva verso sindromi demenziali.

Quando ero nel gruppo elettrochoc dell’università di Roma veniva un ex giornalista, depresso, ormai resistente agli antidepressivi che aveva assunto per venti anni. Dopo alcune somministrazioni elettriche, da depresso che era diventava stolido, la depressione sembrava essere passata, ma lui pareva non sapere neppure chi fosse.

La memoria, dunque. Perdeva interi pezzi della sua memoria biografica. Che poi, nei mesi successivi riacquistava, e con essi tornava la depressione.

È quanto auspica la protagonista del film di Paolo Virzì, La pazza gioia, dice portatemi a Pisa a fare l’elettrochoc, ma non intende per guarire, bensì per non pensare, smemorarsi, come farsi dare una botta in testa.

Ricordo una ragazza, con diagnosi di disturbo borderline (non è tra i disturbi indicati per l’elettrochoc) che fuggiva tenacemente dai luoghi di cura. Le fecero 6-8 elettrochoc, senza effetto alcuno, la memoria le rimase integra, e di conseguenza non manifestò alcun effetto terapeutico (a dimostrazione che è il disturbo cognitivo che favorisce l’apparente miglioramento dell’umore).

Per questi motivi io, tutto sommato, sono d’accordo con Kurt Schneider, che pure è uno psichiatra molto apprezzato dagli organicisti: “Rifiuterei questa terapia anche quando con essa si potesse sottrarre, cosa possibile, un paziente a un conflitto interiore. Lo si potrebbe colpire alla testa così che non sia più capace di risposte emozionali, ma così noi veniamo meno alle ragioni etiche della vita. Anche se tutto ciò fosse di aiuto, non tutto ciò che aiuta è consentito”.

(da Carmilla: https://www.carmillaonline.com/2017/07/30/proposito-del-ritorno-dellelettrochoc/)

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