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Carpi convegno spdc no restraint 26 e 27 ottobre

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 19/10/2017 - 19:20

di Giovanni Rossi:

Cari amici e colleghi,
ad oramai 1 settimana dal Convegno Nazionale SPDC No Restraint vi inoltro il pieghevole con il programma completo.
Ciascuna delle due giornate è accreditata ECM
Come molti di voi certo sapranno è consuetudine del Club SPDC No Restraint svolgere un incontro annuale in una delle città che attuano nel proprio SPDC il No Restraint.
Siamo pertanto lieti di incontrarci a Carpi dove questo obiettivo è stato raggiunto, così come ci preme segnalare che a coorganizzare sono i colleghi di Ravenna anch’essi giunti da più di un anno ad abolire le contenzioni meccaniche.
Il fatto che altre realtà emiliano romagnole si aggiungano alla storica esperienza di San Giovanni in Persiceto ci fa sperare che presto questa Regione, e altre, si aggiungeranno al Friuli Venezia Giulia che ha adottato un protocollo per rendere no restraint l’intero sistema reginale dei servizi.
L’incontro di Carpi vuole anche aprirsi a tutte quelle realtà che ci stanno provando, perchè crediamo che non ci sia niente di meglio che lo scambio di esperienze per favorire il movimento del no restraint.
Il nostro obiettivo è, infatti, quello di allargare il più possibile la pratica del no restraint in un rapporto di sostegno reciproco tra quanti sono già no restraint e quanti ci stanno arrivando. D’altra parte sppiamo anche che nessuna esperienze può dirsi consolidata per sempre, fenomeni regressivi possono sempre presentarsi, e, dunque, lo scambio ed il confronto sono utili a tutti.
Siamo anche del parere che i singoli operatori siano i benvenuti, ben sapendo che è anche nel loro interesse trovare punti di collegamento che consentano loro di rompere l’isolamento e porsi con più fiducia nella prospettiva di attori di un cambiamento anche nel proprio servizio.
Come sempre il programma del convegno sta in equilibrio tra la presentazione di esperienze e l’approfondimento di alcuni temi specifici. Ci sembra che contenga molti motivi di interesse e ci aspettiamo di incontrarci in tanti.
In allegato trovate anche alcune informazioni  sulla città di Carpi e la mappa della città con i principali parcheggi, ricordandovi che la sede del convegno si trova in corrispondenza del luogo indicato come 15a
Il parcheggio meno affollato è a 300 metri in v.le Medaglie d’oro,  comunque potete trovare posto anche nel parcheggio più vicino, p.le della meridiana e nelle vie adiacenti all’auditorium.

vi aspettiamo.

Carpi programma convegno SPDC No Restraint

Carpi guida città-1

Carpi mappa città Allegati

Trieste 15-18 novembre: The right (and opportunity) to have a (whole) life

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 15/10/2017 - 19:12

Nella Risoluzione sulla Salute Mentale ed i Diritti Umani, il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea che “le persone con problematiche di salute mentale o disabilità psicosociali, e in particolare le persone che utilizzano i servizi di salute mentale, possono essere soggette, tra l’altro, a discriminazioni diffuse, stigma, pregiudizio, violenza, esclusione sociale e segregazione, istituzionalizzazione illegale o arbitraria, iper-medicalizzazione  e pratiche di trattamento che non rispettano la loro autonomia, volontà e preferenze”.

In Italia la de-istituzionalizzazione è stata completata fino alla chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici in due decenni (1978-1999). La legge del 1978 è stata basata sui diritti (libera comunicazione, diritto al ricorso, no ai trattamenti obbligatori prolungati, no alla detenzione durante tali trattamenti), evitando “carriere” istituzionali. Il settore della psichiatria forense/giudiziaria è stato recentemente incluso in un’ulteriore de-istituzionalizzazione con la chiusura di tutti i rimanenti ospedali psichiatrici giudiziari, sostituiti da piccole unità regionali connesse ai Dipartimenti di Salute Mentale.

La de-istituzionalizzazione è stata dunque un punto di partenza, ma è ancor oggi un passo necessario: significa sostituire i servizi sul territorio alle cure ospedaliere e i trattamenti volontari a quelli obbligatori, ove possibile. Ciò porta alla rottura del tradizionale nesso tra una psichiatria custodialista e la negazione dei diritti umani con la conseguente emarginazione sociale, o la marginalizzazione in strutture istituzionalizzanti o in generale in servizi di salute mentale escludenti.

Quali sono quindi le pratiche che possono promuovere la libertà? Come possono essere descritte e messe in opera? Quali sono gli indicatori a essa collegati? Che cosa unisce parole chiave quali porta aperta, dialogo aperto, accesso libero, coinvolgimento della comunità, co-produzione con i portatori d’interesse, recovery (anche del sistema)?

Nell’ambito delle attività dell’International School & Conference “Franca e Franco Basaglia”(vedi), realizzata a partire dal 2011 dal Centro Collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Ricerca e la Formazione – Dipartimento di Salute Mentale dell’ASUI di Trieste, col sostegno della Regione FVG, si colloca l’incontro internazionale:

“The right [and the opportunity] to have a [whole] life

Parco Culturale di San Giovanni dal 15 al 18 novembre 2017.

Si tratta di un incontro aperto ed interattivo che prevede uno scambio reciproco di nuove idee e pratiche innovative. Esso è modulato in visite di studio ai Servizi ed ai Programmi (con il coinvolgimento dell’intera Regione Friuli Venezia Giulia), corsi brevi e masterclasses, lavori di gruppo e incontri di esperti (vedi gli speakers confermati).

Coordinamento scientifico: Roberto Mezzina, John Jenkins

L’evento è organizzato in collaborazione con:

  • World Health Organization (WHO)
  • International Mental Health Collaborating Network (IMHCN)
  • World Association Psychosocial Rehabilitation (WARP)
  • Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo “Franco Basaglia” (Copersamm)
  • Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica (SIEP)
  • Psichiatria Democratica (PD)
  • European Community Mental Health Service (EuCoMS)

Sono disponibili posti limitati. Verrà data priorità alle collaborazioni ed ai partner del Centro Collaboratore OMS di Trieste

Lingua: inglese / italiano (è prevista la traduzione in simultanea)

ECM: l’evento è in fase di accreditamento ECM per le tutte le professioni, riservati alle prime 100 richieste (20 crediti)

Per tutte le informazioni, i dettagli, gli aggiornamenti e le iscrizioni:

www.triestementalhealth.org

Segreteria organizzativa:

Enjoy Events

Contatti: trieste2017@enjoyevents.it

Ddl Dirindin-Manconi ottimo strumento di lavoro.

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 15/10/2017 - 17:56

(ph Adam Hillman)

Ma serve un confronto

di Fabrizio Starace, Presidente SIEP

Gentile direttore (*),
Il recente intervento di Ivan Cavicchi (vedi) sul DDL Dirindin-Manconi “Disposizioni in materia di Salute Mentale…” (vedi) fornisce una chiave di lettura originale della crisi del sistema di cura per la salute mentale nel nostro Paese, che abbiamo più volte documentato, anche dalle colonne di questo Quotidiano.

Tra i pochi esperti di sanità pubblica che ne hanno colto la gravità, Cavicchi cita quello che altrove abbiamo definito il “paradosso della salute mentale”, tormentata dall’aumento e diversificazione dei bisogni, da un lato, e la riduzione delle risorse, soprattutto umane, dall’altro. E propone un’analisi dello stato attuale delle cose che affonda le radici nella storia delle tre riforme che la Sanità Pubblica ha attraversato dal 1978 ad oggi. Con spirito critico (ma anche propositivo) non comune Cavicchi individua nelle invarianze culturali, nelle asincronie tra le trasformazioni economiche e sociali che hanno caratterizzato l’ultimo quarantennio e le rigidità dell’impianto organizzativo pensato per dare risposta alla domanda di salute, il motivo reale della disapplicazione del disegno riformatore. Le disconferme, esplicite o più spesso inespresse, dei principi riformatori si aggiungono alle scelte non sempre felici adottate per trasdurre gli stessi principi in norme funzionali all’innovazione.

La denuncia – pur necessaria – della “deriva” alla quale sono lasciati i Servizi di Salute Mentale in assenza di qualsivoglia attenzione istituzionale, e la rivendicazione – pur giusta – delle necessarie risorse umane ed economiche, rischiano di costituire mero esercizio di testimonianza, se non si mette mano a un disegno riformatore complessivo, in grado di attualizzare i principi della 180 in un contesto profondamente mutato.

Questo il cardine della riflessione che Cavicchi ci propone, innescando un dibattito al quale non intendiamo sottrarci.

Come è noto, la SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica) ha più volte segnalato – dati alla mano – l’inadeguatezza crescente del sistema di cura per la Salute Mentale in Italia, caratterizzato da eccellenze di spicco a livello internazionale e al tempo stesso da diseguaglianze profonde, intollerabili, sul territorio nazionale, ed è stata la prima a documentare l’inosservanza – da parte delle stesse Regioni che l’avevano definita – della quota minima del 5% della spesa sanitaria da destinare alla salute mentale.

Ciononostante, siamo consapevoli del limite insito in una semplice rivendicazione economica. L’economia aziendale fornisce numerosi esempi di fallimentari scelte conservative, in cui l’iniezione di risorse in sistemi produttivi che non vengono profondamente riformati si traduce in spreco, dissipazione, non solo di denaro pubblico ma di aspettative e in ultima analisi di consenso.

Forse l’unico esempio che in tal senso è possibile rinvenire in salute mentale è costituito dal processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. In questo caso il Legislatore ha previsto l’allocazione di risorse per le innovazioni strutturali e il reclutamento di personale indispensabili per rendere operativa la Riforma, ma è innegabile che i tempi, i modi, il funzionamento e gli esiti sono estremamente diversi da Regione a Regione, profondamente influenzati dai preesistenti assetti organizzativi, dalla vision e dal livello programmatorio che ne deriva.

Se questo, dunque, è il problema, quali le possibili soluzioni?

Trovo molto utile almeno due ipotesi di lavoro che Cavicchi traccia nel suo articolo:
1) Occuparci delle “invarianze”, ossia di tutti quei fattori che hanno impedito alla norma di produrre i cambiamenti auspicati (o peggio, di riprodurre “sotto mentite spoglie” le medesime dinamiche che la norma intendeva modificare: l’esempio della trans-istituzionalizzazione dall’Ospedale Psichiatrico al territorio è illuminante, ma molti altri potremmo citarne, dagli approcci teorici ai meccanismi amministrativi, dal ruolo dei portatori di interessi economici alle scelte organizzative).

2) Combattere il rischio di “regressività” di proposte difensive aprendo il dibattito fuori dal rassicurante perimetro disciplinare, confrontandoci con i diretti interessati, creando nuove connessioni inter- ed extra-istituzionali; oggi “fare salute mentale” di comunità assume connotazioni diverse e richiede nuovi modi, nuovi strumenti, nuove alleanze, rispetto solo ad alcuni anni fa.

Credo che questa necessità sia ampiamente avvertita: ne è testimonianza il manifesto appello per la Salute Mentale, promosso da SIEP un anno fa e condiviso dai Dipartimenti di Salute Mentale, da tutte le società scientifiche ed associazioni di familiari e utenti, dai principali sindacati dei lavoratori, in cui – a conclusione di un’analisi del sistema di cura in Italia – si richiedeva al Ministero della Salute ed ai Presidenti delle Regioni di convocare Conferenze Regionali della Salute Mentale, “con l’obiettivo di rendere conto in modo pubblico, partecipato e trasparente del reale funzionamento dei sistemi locali per la salute mentale, dei modelli organizzativi adottati, delle risorse umane ed economiche effettivamente impiegate, del grado di raggiungimento degli obiettivi di Piano Regionale e Nazionale, dei livelli di efficacia ed inclusione sociale conseguiti”.

Si chiedeva altresì di “convocare la Conferenza Nazionale della Salute Mentale, con il fine precipuo di verificare in che misura i differenti sistemi regionali siano in grado di perseguire gli obiettivi definiti nel Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale approvato in Conferenza Unificata il 24.1.2013 e di definire le misure per garantire in modo uniforme sul territorio nazionale il diritto alla cura e all’inclusione sociale delle persone con disturbi psichiatrici”.

Il DDL Dirindin-Manconi costituisce un ottimo strumento di lavoro, che ha il pregio di individuare criteri ed articolazioni organizzative che hanno dimostrato, in alcune parti del Paese, di essere funzionali a una mission (la salute mentale di comunità) coerente con i principi della Riforma. Credo tuttavia che sia la vision, la capacità di proiettarci nel futuro, l’immaginare i nuovi scenari del nostro agire, a dover attraversare un profondo processo di ricontestualizzazione. Esso non può realizzarsi altro che negli spazi pubblici e partecipati che abbiamo richiesto nell’Appello.

E “convinti come siamo che la Salute Mentale sia un bene esigibile individuale e collettivo” dovremo prendere atto dell’assordante silenzio delle Istituzioni interpellate e promuovere occasioni autonome di dibattito e confronto.

Siamo persuasi che sia un buon modo per avvicinarci al quarantennale della Legge 180, una legge che pretende, per mantenere inalterato il suo portato riformatore, un lavoro continuo di de-costruzione e ri-costruzione delle teorie e delle prassi.

(*) Da Lettere al Direttore, QuotidianoSanità: http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=54758

Rapporto dall’ultima diga di montagna in cui si parla di Elettroshock

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 15/10/2017 - 17:26

di Donato Morena

Tra qualche giorno si terrà (si è tenuto, il 13 settembre us. Ndr) un incontro a Montichiari (Brescia) in cui si parlerà anche di Elettroshock. Non è casuale, immagino, la scelta del luogo essendo sede di uno dei pochi centri (circa sedici in totale in Italia), ma con numeri consistenti, dove si pratica la Terapia Elettroconvulsivante (TEC). L’Elettroshock, appunto, come è stata definita questa controversa pratica dai suoi scopritori Bini e Cerletti nel 1938. E’ consuetudine che a ogni discussione su questo scivoloso tema ne seguano altre organizzate dai sostenitori della TEC per rettificare gli errori tecnici, demistificare le leggende, proporre le storie di chi ce l’ha fatta a stare meglio, dopo lunghe e travagliate peregrinazioni. O almeno, questo è quello che dicono. Comunque, recentemente mi è capitato di partecipare a un convegno e, tra le altre, a una relazione incentrata proprio sul tema. Purtroppo non riesco a indicare con maggiori dettagli la sede e la data del convegno perché in quel periodo soffrivo di misteriosi accessi febbrili, di notevole portata e dopo i quali, come dopo uno shock, mi capitavano dei fastidiosi buchi di memoria che ancora ora faccio fatica a riempire. Per fortuna mi viene in soccorso il diario che porto sempre con me, dove ho annotato quanto accadde quel giorno. Mi scuso in anticipo per i probabili, anzi certi, falsi ricordi di cui il racconto seguente potrebbe essere infarcito, ma ribadisco come fossi segnato all’epoca da pessime condizioni di salute, fisiche e mentali.

Ad ogni buon modo, spero che quanto trascritto possa essere motivo di riflessione e di anticipazione del pensiero e delle critiche degli elettro-fan.

Diario: 20.. (?), settembre (forse), un posto in montagna in Italia

L’aria fredda del mattino è secca e pungente, nonostante dicono sia solo la fine dell’estate e che il grande gelo, da cui la gente del luogo è temprata fin dalla culla, sia ancora lontano. Per fortuna noi sprovveduti abitanti di città, senza camicie di flanella a quadri in valigia,  dobbiamo solo sopravvivere al fine settimana. Entriamo nel mega-hotel d’altura che ancora non si scorge il sole dal profilo scuro della montagna che ci sovrasta. A parte i due colleghi con cui sono arrivato, e che subito perdo di vista, non conosco nessuno. Me ne sto perciò a osservare in disparte i capannelli di colleghi in abiti impeccabili che parlottano tra loro o con gli informatori, ancora più impeccabili. Ogni tanto dalle grandi vetrate della porta girevole si intravede la sagoma di un Professore, scortato sempre da qualche collega femme-fatale che ha scelto questa professione per scortare un Professore. Al loro passaggio marziale, i capannelli  si aprono ossequiosi e sardonici. Il tempo di accumulare un pò di penne e di vergognarmi del mio completo vintage fuori luogo e mi avvio alla sala congressi. Le pareti sono rivestite da legno chiaro, le poltrone di tessuto rosso, e c’è un grande palco illuminato da dei faretti. Sale la musica d’inizio del convegno e la sala si riempie alla svelta. I colleghi lasciano a malincuore il buffet ed entrano in fila, alcuni masticano ancora dopo essere stati prelevati di sorpresa dalle hostess. I moderatori arrivano sul palco, calano le luci di sala, si accendono i microfoni, ci richiamano al silenzio. Manca poco, ancora qualche istante e lo show avrà inizio. Eccola che sale, l’attrazione della mattinata, la Professoressa venerata da generazioni di colleghi. Una star mondiale oramai, una guru che con i suoi interventi si dice riesca a smuovere anche le coscienze più restie e riluttanti, a intrecciare le corde profonde del cuore con quelle più raffinate della mente.
Lo sguardo della Professoressa mira all’orizzonte, a un punto focale fisso chissà dove oltre il fondo dell’aula. Gli occhi chiari che sporgono dagli ossicini taglienti del volto sembrano due fari che rischiarano lo spazio immerso nella penombra. Un colpo di tosse, uno schiocco di lingua, e subito il canale uditivo è inondato dalla sua voce rauca, da fumatrice inesausta, che ha un timbro quasi metallico e sembra sospingere le parole perentorie a una distanza ultra-umana.
“E’ finita”, dice di scatto. “Si, finalmente la guerra è finita. Il fuoco fatuo dell’Ideologia che ha serpeggiato nei focolai di una psichiatria alternativa è quasi completamente spento. Qualcuno ha vinto e qualcuno ha perso. Ovviamente non poteva aver la meglio chi combatteva per una Psichiatria basata sull’etica o ancor peggio sull’estetica. Filosofi. Nostro malgrado abbiamo dovuto assecondarli, per non contraddire un’opinione pubblica trasognante, inebriata da parole vuote come libertà, bellezza, partecipazione. Abbiamo atteso pazientemente che la sbornia passasse, che i sogni si sbriciolassero di fronte alla potenza del Reale. Lo sapevano tutti che erano solo mistificazioni, gli operatori che non stavano sotto i riflettori, i familiari dei pazienti, i politici. Però tacevano e anzi solleticavano le spinte ordaliche del popolo. I politici, soprattutto loro, i più ipocriti, che hanno disegnato leggi sul corpo della nostra Psichiatria senza mai tenerci davvero in considerazione, senza mai affidarsi ad una Istituzione vera e riconosciuta come la nostra. Ma noi sapevamo, sapevamo di essere dalla parte giusta, perchè eravamo dalla parte della Legge. La Legge della Statistica, dei Numeri, dell’Economia. La Legge della Scienza. Non dimentichiamolo mai. E’ grazie alla Scienza che esistono i farmaci che hanno permesso di chiudere i manicomi. E’ grazie alla Scienza che è stato possibile migliorare l’esistenza di persone prima emarginate perchè inguaribili e pericolose. E dopo essere state ammansite, concedere loro di far ritorno ai propri cari. Finanche i casi più difficili, di quei pazienti che con molle negligenza rifiutavano le cure, sono stati risolti grazie alla Scienza. Invece di perdere tempo e risorse per convincerli ad assumere ogni giorno la Cura, la Scienza ha messo a punto dispositivi per rilasciarla nel corpo giorno dopo giorno. Oggi addirittura per mesi e mesi. Così abbiamo accontentato anche i pazienti più paurosi degli aghi! (Ride,ndr). Per non parlare dello sforzo enorme che si sta combattendo sul fronte della Riabilitazione. La Scienza ha svelato la completa inutilità degli intrattenimenti di dubbia derivazione ideologica, smascherando gli impostori pseudo-artisti che volevano contaminare la nostra cara Psichiatria. Anche qui l’improvvisazione è finita, oggi è scientificamente provato cosa serve al Malato per fare ritorno nella Società. Ovviamente residua la soggettività, quella volontà che l’Io precario del Malato non sempre riesce ad avere solida e potente, per cui qualcuno non riesce a re-integrarsi nel ciclo produttivo. Poco male, che si accontenti della pensioncina d’invalidità! (Ride,ndr). Insomma cari colleghi, a coloro che parlavano di una Psichiatria morta abbiamo risposto con tutta la vitalità dell’innovazione. La Scienza ha vinto dovunque! Rimane un solo, ultimo baluardo da far crollare, l’ultimo appiglio a cui l’Ideologia tramortita si aggrappa spudoratamente. Mi trovo a dover discutere, di nuovo purtroppo, della Terapia Elettro-Convulsivante. Purtroppo, ahimè, perchè ci sono pazienti impauriti e un’opinione pubblica che continua a dare credito alle quisquilie, agli squittii di quei residui bellici che non si sono rassegnati. Che ancora parlano, parlano, parlano, innamorati del blablabla, de Lalingua, come direbbero gli psicologi lacaniani. Ah!, gli psicologi. Loro si che sono passati a più miti consigli! I più bravi si sono rinchiusi in una gabbia dorata a parlare di essere e nulla, gli altri si sono limitati a lavorare con test e compiti a casa. Degli psicologi non dobbiamo temere, mentre agli altri, a quegli eversivi basagliani, io dico, attenti!, ricordatevi che oramai noi sappiamo tutto di voi e delle vostre teorie. Grazie alla Scienza abbiamo occupato ogni campo dello scibile. Non siamo più i neurologi e i biologi mancati di un tempo, gli esperti materici di molecole e picchi plasmatici. Avete voluto sfidarci su altri terreni, condurre lo scontro nello spazio della cultura perchè non avevate la forza di confrontarvi sul campo della Scienza. E noi vi abbiamo sconfitto anche lì, disarmandovi. Ci siamo impadroniti dei mezzi del vostro linguaggio libertario e degli strumenti delle vostre pratiche, inglobandoli, metabolizzandoli, ortopedizzandoli per renderli finalmente Scientifici. Oggi siamo noi a parlare con Efficacia di salute mentale, di prevenzione, di presa in carico, di ripresa, di lotta allo stigma. Ma voi, luddisti primitivi, che avete avuto almeno la dignità di togliervi il camice, continuate a mettere i bastoni tra le ruote del Progresso, e ora vi opponete tignosamente alla diffusione delle cosiddette terapie fisiche, e soprattutto alla loro regina, la TEC. Che poi, per l’onestà intellettuale che ci contraddistingue, siamo tenuti a dire che proprio di Progresso in questo caso non si può parlare. Diciamo, meglio, più che di una Scoperta si tratta di una riscoperta, più che di Ricerca di recherche. Ebbene, era dai tempi di Bini e Cerletti che non si sentiva un’aria tanto frizzante, un entusiasmo così combattivo, un fermento scientifico così vivace. Dopo una piccola deflessione, una ritirata naturale per proteggersi dalla pioggia acida e ipocrita delle misconoscenze, siamo sul punto di ripristinare l’Ordine della Verità e della democrazia. E la Verità è che dovremmo essere orgogliosi di questa piccola, grande vicenda italiana. Lasciamo perdere, per carità (sbuffa,ndr), le vecchie storie dei mattatoi di maiali, del ventennio fascista, della corrente che brucia il cervello, delle botte alle radio rotte. Banalità!, analfabetismi!, leggende!. La Verità, non ce ne vogliano le Case Farmaceutiche qui presenti, è che nessuna Terapia in Psichiatria ha dato risultati comparabili a quelli della TEC. La Verità è che lo Shock, di qualsiasi natura, dalla piretoterapia alla malarioterapia, dal metrazolo all’insulina, rappresenta da sempre la Cura migliore per quasi tutti i disturbi psichiatrici, da quelli maggiori a quelli morali. E’ vero, sappiamo ancora poco degli effetti biologici della TEC sul cervello, sulle sinapsi e sull’architettura dei circuiti nervosi. Aspetti, questi, di prioritario interesse per noi. Eppure, siamo convinti che entro qualche anno tutto sarà chiarito. Per ora accontentiamoci dell’Efficacia. Forse che i colleghi cardiologi si chiedono quali modifiche molecolari determini l’uso del defibrillatore? E no, il paragone non è azzardato, perché la TEC è una terapia salvavita! Nella maggior parte dei paesi del mondo, ovviamente in quelli democratici e non oscurantisti come il nostro, nessun ospedale può permettersi di non prevedere l’uso della TEC! Noi, invece, in Italia, patria dei quasi premi Nobel Bini e Cerletti, dobbiamo assistere ai pellegrinaggi terapeutici verso quei pochi centri che resistono ai pregiudizi e alle malelingue. In questi centri di eccellenza, peraltro, si assiste a un’incredibile innovazione della tecnica, oggi totalmente atraumatica e proposta in setting sanitari confortevoli e asettici. E’ un po’ come andare dal dentista! (Ride, ndr). Il giorno dopo i pazienti vanno tranquillamente a lavoro, e senza il fardello della depressione!,altro che smemorati! Le funzioni cognitive migliorano moltissimo, come mostra la Ricerca! In più oggi a nostro sostegno abbiamo molti testimonial in carne e ossa che hanno provato i benefici della TEC e tentano di diffondere la loro esperienza.
Mi avvio alla conclusione. Prima, tuttavia, voglio ricordare come al corpo del malato oggi la Scienza e l’Elettricità offrano non solo la TEC, ma un vero e proprio ventaglio di possibilità terapeutiche di Efficacia comprovata. Oltre alle scosse convulsivanti della TEC abbiamo infatti quelle più tenere della Stimolazione Transcranica con Correnti Dirette (tDCS), le stimolazioni profonde direttamente nel tessuto cerebrale della Stimolazione Cerebrale Profonda (DPS) e quelle con i campi magnetici della Stimolazione Magnetica Transcranica (SMT). E non dimentichiamo la stimolazione del tenero Nervo Vago, lui che pensava di starsene tranquillo e indifferente a vagare per il corpo! (Ride, ndr).
Bene signori e colleghi, la mia breve relazione termina qui, nel ricordarvi che noi siamo uomini di Scienza! E non è nella nostra disponibilità mettere in discussione la Legge della Scienza, il cui principio è al di là del bene e del male! La Scienza, in quanto a contatto con l’Universale, non può che rappresentare l’inizio e la fine del nostro operato e deve necessariamente escludere obiezioni etiche e contestazioni umanistiche. Insomma, ciò ch’ei Cura, ei lice, anzi ei Deve!
Noi siamo contro gli avventurieri, gli improvvisatori, i fanatici oppositori della gerarchia medico-paziente, gli amanti della parola. Noi amiamo i fatti e la Scienza! Ed essendo un fatto che la TEC, uno dei prodotti migliori della Scienza, sia uno strumento magnifico e salvifico, ebbene noi amiamo la TEC! Perciò, difendiamola e proponiamola!”
Dura solo pochi secondi il silenzio, al massimo 6 o 8, il tempo di una scossa di TEC, poi la luce si accende e come un lampo parte un applauso scrosciante, i colleghi si alzano in piedi per 30-40 secondi, il tempo di una crisi convulsiva, più o meno. C’è chi si avvia sotto al palco per stringere le mani alla Professoressa, chi continua ad applaudire con lo sguardo fisso di chi si è appena svegliato da un attacco epilettico, chi corre al tavolo dei rappresentanti della ditta che vende la PushBottonMagicBox. Io rimango fermo, quasi catatonico, ma per fortuna nella confusione non se ne accorge nessuno e mi risparmio un scossa di TEC. Alzo solo gli occhi al cielo. Mi accorgo che sopra di me inaspettatamente c’è una campana di vetro. Ma come ho fatto a non accorgermene prima? E’ l’ultima visione, poi sale di nuovo la febbre, e non ricordo più niente. O forse, mi pare di aver sentito come in lontananza una voce femminile che diceva più o meno cosi: “Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota e  bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno. Un brutto sogno”.

Nota: nessuno dei personaggi menzionati nel racconto è realmente esistito. E’ invece vissuta Sylvia Plath, di cui è l’ultima frase, dal libro “La campana di vetro”. Un libro che parla anche di Elettroshock, ma soprattutto di vita e poesia.

(Da Psychiatryonline: http://www.psychiatryonline.it/node/7003)

Quali possono essere i fattori alla base del superamento della contenzione meccanica?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 15/10/2017 - 17:11

di Roberto Zanfini, Direttore Emergenza Urgenza Psichiatrica di Ravenna AUSL della Romagna

Nonostante i Servizi Psichiarici di Diagnosi e Cura ricorrano alla contenzione non sono presenti leggi o norme che la regolamentino essendo stato il  Regio Decreto 615/1909 ” abolito dalla legge 180/1978. In questo decreto al Capo IV art. 60 il ricorso alla contenzione fisica veniva stigmatizzato ed era stabilita una pena economica per chi vi ricorreva senza l’autorizzazione scritta del Direttore del manicomio o di un medico (“nel manicomio debbono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’istituto. L’autorizzazione indebita dell’uso di detti mezzi rende passibili coloro che ne sono responsabili di una pena pecuniaria … L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in Case Private). Ad oggi in alcune regioni italiane le contenzioni meccaniche vengono monitorate e sono state date indicazioni riguardo al suo ricorso attraverso circolari che la disciplinano. Nella regione Emilia Romagna ciò avviene da anni e ogni anno gli SPDC inviano dati relativi ad ogni singola contenzione eseguita. Ogni SPDC è infatti dotato di un apposito registro per il monitoraggio dei dati. Sono inoltre previsti audit sia periodi che per le singole contenzioni che hanno una certa durata.

Nel 2006 il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura ha segnalato che in Italia “Il potenziale di abuso e di maltrattamento che l’uso di mezzi di contenzione comporta resta fonte di particolare preoccupazione … Purtroppo sembra che in molti degli istituti visitati vi sia un eccessivo ricorso ai mezzi di contenzione”. Per questo motivo la Conferenza delle regioni e delle provincie autonome ha, nel 2010, stilato delle raccomandazioni per prevenire le contenzioni fisiche in psichiatria.

Il ricorso alla contenzione è infine stigmatizzato dagli Ordini Professionali e anche nel 2015 il Comitato nazionale di bioetica ha ribadito la necessità di un suo superamento.

Oltretutto la contenzione meccanica oltre che umanamente degradante non è scevra da rischi e complicanze potenzialmente letali.

Sin dal 2000 il Servizio Psichiarico di Diagnosi e Cura di Ravenna ha avviato pratiche atte a ridurre il ricorso alla contenzione meccanica con l’obiettivo di eliminarla come pure di “umanizzare” sempre di più il ricovero. Gli interventi attuati sono stati strutturali, clinico organizzativo e formativi.

Per quello che riguarda gli interventi strutturali l’ambiente di cura è stato reso il più possibile simile a quello di un domicilio, sono state tolte le sbarre alle finestre, eliminate le telecamere di sorveglianza e si è reso possibile l’accesso a diverse aree del reparto. Le telecamere di sorveglianza erano state installate nei primi anni 2000 in alcune stanze con l’intento di monitorare le persone in particolari situazione di crisi, contenute o a rischio ad esempio di cadute. Solo nel 2011 ci siamo resi conto che un sistema di videosorveglianza richiede un monitoraggio continuo da parte di un operatore che viene sottratto all’assistenza. Per cui tanto vale fornire una assistenza continua alla persona che ne necessita anche in considerazione del fatto che con le videosorveglianza non si prevengono le cadute (si vede solo che la persona è caduta) e non si assistono le persone contenute (non si fa un supporto psicologico e non si “vedono” gli arresti cardiorespiratori).

Per quello che riguarda l’utilizzo di spazi del reparto la guardiola degli infermieri è sempre aperta ed accessibile ai degenti quando al suo interno è presente del personale.

Gli interventi clinico organizzativi sono consistiti nel: a) monitoraggio di ogni singola contenzione sia con la sua registrazione che con la sua analisi per individuare i fattori che potevano averla determinata in modo da poter apprendere strategie/interventi preventivi b) trasparenza dell’operato avvisando i familiari e dando loro la possibilità di rimanere in reparto per tutta la sua durata c) assistenza continua da parte di un operatore per tutta la sua durata d) discussione da parte di tutto il gruppo di lavoro di lavoro prima di utilizzarla con supervisione da parte del Direttore o del suo sostituto sulle 24 ore verificare se tutte le strategie alternative siano state esplorate e percorse e) possibilità di rinforzo del turno in caso di particolari situazioni di crisi anche ricorrendo al CSM d) utilizzo del tempo evitando, quando possibile, di “chiudere” la situazione di crisi per aspetti dovuti all’organizzazione e) creazione di un protocollo con le Polizie Municipali della Provincia di Ravenna relativamente agli ASO e ai TSO f) creazione di un protocollo con il PS per le modalità di espletamento delle consulenze in particolare per il trattamento degli stati di intossicazione e per le sindromi psicorganiche.

Un’altra area di intervento è stata quella di favorire il cambiamento di alcune distorsioni cognitive presenti nel gruppo di lavoro che considerava la contenzione un atto terapeutico da applicare anche in condizioni di ipotetico rischio ritenendo che tali condizioni fossero dovute solo al paziente e non anche a fattori legati all’ambiente di cura e al tipo di approccio relazionale. E’ stata quindi eseguito un massiccio intervento formativo volto a fornire al personale maggiori capacità relazionali e competenze tecniche per la gestione delle situazioni di crisi che non si appiattiscono solo sulla gestione dell’aggressività imminente.

Infatti la formazione ha riguardato anche l’apprendimento della diagnosi funzionale, di tecniche psicosociali, la gestione del rischio di violenza e dell’aggressività, interventi di debriefing e defusing per il gruppo di lavoro.

E diversamente da pochi anni fa, siamo oggi ben consapevoli del fatto che la contenzione non è un atto terapeutico, ma un atto coercitivo e che gli stili relazionali e più in generale l’ambiente di cura possono influire sia sull’innesco di comportamenti aggressivi sia sul successivo utilizzo della contenzione come è sempre di più riportato in letteratura.

Sono stati pertanto rafforzanti i piani di trattamento individuali basati sulla diagnosi funzionale con un atteggiamento improntato alla partnership e al recovery coinvolgendo attivamente la persona (dal “fare al paziente” al “fare con il paziente”); si sono ridotti i tempi di inattività attraverso un aumento del tempo di relazione con gli operatori, l’esecuzione dei trattamenti psicosociali individuali e di gruppo. Le c.d. regole di reparto sono poi state poi per gran parte sostituite dai summenzionati piani di trattamento individuale.

Attraverso queste azioni si è progressivamente ridotto nel corso degli anni il numero delle contenzioni passando dalle 150 del 2000 (il reparto aveva 15 posti letto) alle 3 del 2016 di cui l’ultima, ad oggi, eseguita nell’agosto del 2016 (il reparto dal 2003 ha 20 posti letto).

Il grafico riporta l’andamento nel tempo delle contenzioni e del numero infortuni degli operatori dovuti ad episodi di aggressività a partire dal 2006 anno in cui abbiamo iniziato a monitorare il numero degli infortuni.

Come si può notare dal grafico vi è stato un incremento sia del numero delle contenzioni che degli infortuni degli operatori nel periodo 2007/2010 e nel 2015 (a settembre 2017 le contenzioni sono 0 e gli infortuni 4).

Il ricorso alla contenzione avviene di solito dopo che si è manifestato un episodio di aggressività e non viceversa.

Nel periodo 2007/2010 vi è stato un cambiamento di tipo organizzativo/culturale consistito nel ripristino del primato delle c.d. regole di reparto rispetto alla flessibilità dei piani di trattamento individuale. L’inversione di rotta è ricomparsa a partire dal giugno 2011 anno in cui sono state tolte anche le telecamere dalle stanze di degenza.

Da quel momento si è assistito ad una progressiva riduzione del ricorso alla contenzione fino alla sua eliminazione da oltre un anno associato ad una riduzione degli infortuni (quest’anno sono 4) ad esclusione del 2015. In quell’anno il SPDC è stato temporaneamente trasferito per lavori di ristrutturazione in una sede che non era stata ritenuta idonea motivo per cui vi era stato anche un relativo rafforzamento del personale (i letti sono stati ridotti a 12 e il numero di personale è rimasto invariato).

Ciò a sottolineare l’importanza fondamentale che i fattori relazionali, del milieu e degli aspetti strutturali hanno come determinanti per il ricorso alla contenzione.

Bibliografia

1)                 Zanfini R et al: L’ambiente di cura influisce sul ricorso alla contenzione? Frammenti II (2011); 5-18

2)                 Zanfini R et al: “Come superare la contenzione fisica: l’esperienza del SPDC di Ravenna. Frammenti II (2012): 79-89;

3)                 Papadopoulos et al: The antecedente of violence and aggression within psychiatric in-patients settings. Acta Psychiatr Scand 125: 425-439 2012

4)                 Bowers L et al: Inpatient violence and aggression: a literature review. Report from the Conflict and Containment Reduction Research Programme. King’s College 2011

5)                 Bowers L: Safewards:the empiracal basis of the model and a critical appraisal. Journal of Psychiatric and Mental Health Nursing 21:354–364, 2014

6)                 Bowers L et al: Reducing conflict and containment rates on acute psychiatric wards: The Safewards cluster randomised controlled trial.  Int J Nurs Stud 52(9): 1412–1422,  2015

Brescia – Montichiari: lettera al giornale di Massimo Fada

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 12/10/2017 - 16:37

Gentile Direttore (*),

il processo di chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) si è realizzato con grande ritardo, con gli ultimi 2 “internati” nell’OPG di Barcellona Pozzo di Gotto dimessi, ad esempio, solo il 2 maggio di quest’anno. Siamo ora entrati in una nuova fase in cui le 30 strutture sanitarie costruite al loro posto (Residenze Esecuzione Misura di Sicurezza, REMS, max 20 posti letto ) sono entrate a regime.

Devo riconoscere che nella delibera regionale 5340 del giugno 2016 il passaggio più significativo è sicuramente il personale dedicato alla gestione dei progetti di reinserimento, ove possibile, di soggetti portatori di patologie psichiatriche coinvolti in vicende giudiziarie: 120 operatori, 4 unità per ogni ASST  Lombarda.

Su questo è stato raggiunto l’accordo con l’ASST Spedali Civili di Brescia: i 4 operatori – 1 psichiatra e 1 infermiere al 50%, 1 Assistente Sociale e un Educatore a tempo pieno – saranno assunti con i fondi della Legge Nazionale 81/14, tradotti a livello locale dalla Regione Lombardia.

Siamo tra le prime Aziende in Regione che avranno questo personale, grazie ad un impegno che è andato ben oltre la trattativa.

Ricordo che il Comitato Stop OPG a Brescia è stata una presenza molto attiva e propositiva (con presentazione di libri, di docufilm al cinema EDEN, con una mostra di Sambonet a Brescia presentata anche a Roma-Firenze-Milano, raccolta firme sulle campagne che hanno portato alla chiusura di queste strutture, partecipazione alle iniziative in Commissione Giustizia del Senato durante l’iter della legge).

Mentre il Dipartimento Salute Mentale ha organizzato un corso di formazione specifico, in due edizioni, per tutto il personale del DSM e un convegno già nell’aprile 2015 dal titolo: “Superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari ed oltre”.

Si spera allora di essere stimolo per le altre ASST (25 in tutta la Lombardia) per dotarsi di strumenti che favoriscano l’intervento alternativo alla detenzione di queste persone e che raccordino la loro azione con i soggetti investiti da questi casi: Magistratura, Uffici Esecuzione Penale Esterna, Servizi Territoriali del DSM in modo  tale da favorire la scelta che considera RESIDUALE la custodia detentiva in REMS per pazienti che non sono pericolosi socialmente.

Perchè è qui il nocciolo del problema: la contraddizione tra necessità di sicurezza della popolazione e il necessario, sì necessario, percorso di riabilitazione individuale di persone che soffrono di problemi mentali e che necessitano di cure, in quanto cittadini, anche quando commettono reati. Dopo la chiusura dei manicomi, che interessò circa 70.000 persone e non 1400 degli OPG, non vi è stato un aumento significativo di reati che qualcuno aveva preventivato con la “liberazione dei matti di Basaglia”. Perchè il concetto di pericolosità sociale è criterio inadeguato a descrivere la complessità di una persona. Poco predittivo.

Sulla CONTRADDIZIONE, Basaglia diceva che era il “luogo” del cambiamento reale: la soglia da attraversare per poter immaginare una nuova dimensione (la chiusura del manicomio, ad esempio) da cui ripartire, per andare oltre, continuamente.

Tutto ciò è altro dall’elettroschock che si pratica ancora oggi all’ospedale di Montichiari, autorizzato dal 2005 dall’allora Direttore Sanitario e dal Comitato Etico (dall’intervista del Dott. Fazzari sull’espresso del 20.8.2017).

Dicono che solo in Italia, perché ideologicamente ancora succube della riforma Basaglia, ci sono tutti questi problemi: in altri paesi europei viene somministrata regolarmente. Si dimenticano di dire che sono paesi dove esistono tuttora manicomi. Che l’Italia ha definitivamente chiuso nel ‘99. Nel Regno Unito esistono 160 centri, in Germania 159, con centomila trattati. Andiamo avanti ancora con il confronto o la finiamo qui? “La TEC non prevede un DRG nel tariffario della sanità: è una terapia che non ha ritorno economico” (sempre dall’intervista all’Espresso): io so che le sedute a Montichiari prevedono la presenza di personale infermieristico nella preparazione e accompagnamento del paziente, presenza di un’anestesista, di un medico psichiatra, occupazione di una sala operatoria: tutto fornito dal SSN, pagato con le nostre tasse. Siamo passati (e la mancanza di dati precisi dice della serietà della ricerca sull’elettroschock, non solo in termini di esiti), dicevo siamo passati da 1406 pazienti nel triennio 2008/2010 (unici dati ufficiali 2012 Ministro Balduzzi: 521/2008, 480/2009, 405/2010)  ai circa 300 nel 2014 nelle 6/10 strutture in cui si pratica in Italia. Un trend in calo: come mai?

Non è poi così miracoloso come sembra?

Tutte questioni che verranno affrontate durante l’iniziativa che si terrà a Montichiari il 13 ottobre, alle ore 20.30 nella sala consiliare, partendo dallo spunto della presentazione dei libri dello psichiatra Piero Cipriano “La trilogia della riluttanza: cronache sulle cattive pratiche in uso in ambito psichiatrico”.

Il 2018 è il 40° anniversario della  legge 180, impropriamente chiamata legge Basaglia, che ha iniziato il lungo processo della chiusura dei manicomi in Italia, avvenuta ufficialmente solo nel 1999. Al senato è stato depositato pochi giorni fa il disegno di legge 2850 per tradurre i principi della legge 180 nei territori in cui non è stata ancora applicata e sarà il faro che orienterà nel paese le molteplici iniziative previste dei soggetti coinvolti: operatori, pazienti, familiari, cittadinanza attiva.

Il 2018 è anche l’80° anniversario della prima applicazione elettroschock di Cerletti (dopo che aveva notato l’effetto su maiali prima della macellazione in un mattatoio romano): a Roma il 14/4/‘38, su una persona che vagava in stazione disorientata e arrestata per vagabondaggio perché sprovvista di biglietto.

“Noi” sappiamo quale celebrare.

(*) lettera inviata al quotidiano BresciaOggi

Sembrava chiudersi un secolo di vergogna

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 12/10/2017 - 11:47

di Peppe Dell’Acqua

Devo confessare tutta la mia incompetenza. Quando parlo di elettroshock (ECT) non so bene di cosa parlo: non l’ho mai visto fare, non l’ho mai praticato, non l’ho mai subito(!). Basaglia che spesso gli “gli scienziati” citano come fautore shock elettrico, l’ha praticato nella Clinica delle Malattie Nervose e Mentali a Padova negli anni ’50, lo ha trovato al suo arrivo a Gorizia nei primi ’60. Da allora questo trattamento non ha più trovato asilo nelle sue pratiche e nelle nostre future.

Di ECT, tuttavia, ho dovuto occuparmi. Mi hanno interrogato le bocche sdentate, il decadimento fisico e intellettivo, lo sguardo vuoto degli internati che lo avevano subito. Il terrore, la sconfitta, la mestizia che ancora dovevo ritrovare nelle loro stentate parole.Sento già i colleghi riuniti a Brescia che stanno per riprendermi, un po’ seccati, e quasi divertiti: “ma queste sono storie d’altri tempi, del manicomio che non c’è più. Quando gli strumenti erano rudimentali, le conoscenze approssimative! E poi, pensate, lo usavano perfino per punire. Oggi noi pratichiamo la TEC” Che vuol dire trattamento elettro convulsivante (!) che è solo un altro modo per dire elettroschock”.

Venivano obbligati e puniti gli internati indisciplinati, riottosi, irrispettosi, recalcitranti, clamorosi. Forse tutti ricordano “La meglio gioventù”, il processo e la condanna del dr. Coda, direttore del manicomio di Torino che viene denunciato proprio dagli internati per le sue pratiche coercitive e punitive. Il tribunale ammette come testimoni dell’accusa gli stessi “malati di mente”. E’ a prima volta. Ed è la prima volta, siamo nel ’75, che l’ECT/TEC è costretto a sedere sul banco degli imputati!

Di questo trattamento so poco, comunque, e per questo cerco di leggere, di tenermi informato, di capire, di trovare un’evidenza che sostenga a ragione il mio scarso interesse. La letteratura scientifica non mi aiuta molto, anzi. Non esiste uno studio, uno solo, a fronte di un numero esorbitante di lavori e di una pratica diffusissima in tutto il mondo, che dica dell’efficacia. Di risultati certi, evidenti, duraturi. Più mi interrogo e più mi rendo conto che è una pratica priva di senso. Nel nostro paese il ricorso all’ECT è minimo tanto da renderlo inconfrontabile con le pratiche di altri paesi siano essi ricchissimi o poverissimi.

Bene o male da noi, nonostante Oristano e Brunico, e l’ardore degli scienziati riuniti a Montichiari, la persona riesce a stare al centro degli interventi (non il cervello!).

Più leggo e più mi convinco che la pratica dell’ECT non può che essere una scelta ideologica, una scelta di campo che accetta di ridurre la persona a corpo, che dilata le distanze, già siderali, tra chi soffre di un disturbo mentale, i curanti e il mondo che lo circonda. Contribuisce a cancellare l’umano che è l’unico valore necessario per avvicinare le persone e le loro “incomprensibili” sofferenze. La convulsione provocata dalla scarica elettrica, sotto anestesia e in maniera indolore come se si fosse in un moderno ambulatorio dentistico, interrompe il dialogo fra i neuroni e lo modifica. E drammaticamente cancella qualsiasi possibilità di dialogo tra chi cura e chi dovrebbe essere curato. La pratica dell’ECT (ancor più che i farmaci) resta la dimostrazione di una psichiatria che si interroga poco su i suoi fondamenti e così la malattia resta al centro di ogni interesse (e non la persona), il cervello (e non i sentimenti, le storie, le culture), i neurotrasmettitori (e non le emozioni, le passioni, le ferite quotidiane, le gioie, le sorprese, le solitudini, il gelo delle relazioni, le mortificazioni, i fallimenti, le miserie…).

Non esiste un solo lavoro che dimostri l’efficacia di questa pratica nel trattamento di persone con disturbi mentali severi e complessi nell’immediato come nel lungo periodo. Benché si continui ad affermare e a dimostrare che gli interventi psicosociali producono i migliori risultati di rimonta, di integrazione, e di guarigione per le persone che soffrono di disturbi mentali severi (quelli che massimamente devono interessare un dipartimento di salute mentale) si continua a investire la maggior parte della risorse pubbliche in ospedali, letti, farmaci. Interventi che anche nel nostro paese vanno sempre più sbilanciandosi verso modelli medico/farmacologici.

Ecco credo che sia tutto qui il mio bisogno di cercare di andare oltre l’entusiastico stupore del prof. Cerletti quando per la prima volta applicò la scarica elettrica a un inconsapevole giovane che vagava perduto nella stazione di Roma. Il giovane resistette alla scarica e urlò con tutto il fiato che gli restava: noo! Vi supplico. Non un’altra volta.” Per il prof. Cerletti fu la prova che la scarica aveva funzionato.

Era il 1939, ricevette le congratulazioni del Duce. E l’elettrourto, come in italiano doveva chiamarsi, divenne una “gloria italica”, di cui dovremmo essere fieri.  Il prof. Cerletti, cattedratico di tutto rispetto, aveva visitato il Testaccio, il mattatoio di Roma, dove i macellai, prima di lui, avevano scoperto che una scarica elettrica avviava il maiale docile e remissivo al suo ineluttabile destino.

Col processo di Torino le porte dei manicomi cominciarono ad aprirsi e mostrare “gli scheletri” gelosamente e “scientificamente” chiusi negli armadi. Sembrava chiudersi un secolo di vergogna. Molte psichiatrie insensibili non fanno caso, dimenticano, occultano, tacciono.

La cittadinanza è terapeutica

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/10/2017 - 19:12

(Hercules, Emre Yusufi)

Vorremmo che la Giornata per la Salute Mentale ponesse al centro l’attenzione più profonda per “le domande più autentiche di una persona che vive l’esperienza. Anche se spesso inespresse o negate, esse non sono diverse da quelle di ciascuno altro: una casa, degli amici, affetti esclusivi, un lavoro, il divertimento, il diritto di abitare una città, il denaro per vivere, la possibilità di professare un credo religioso, la libertà di parlare ed esprimersi. Le sue fatiche sono invece molto più grandi rispetto a quelle di chi non soffre: le idee possono essere bizzarre e non comprese. Le risposte affettive inadeguate, le reazioni inaspettate, la voce per chiedere e rivendicare i propri diritti molto debole oppure spropositata. Le sue parole possono risuonare come una minaccia, quando sono invece una dolorosa richiesta d’aiuto. Tante persone riescono a formulare così impulsivamente il loro bisogno di cura e di vicinanza da risultare aggressivi agli occhi degli altri”.(dal discorso del Cardinale Martini al Convegno “La cittadinanza è terapeutica”, Milano, 2005)

Sono migliaia gli eventi organizzati da istituzioni e soggetti diversi in occasione della Giornata della Salute Mentale. Migliaia gli annunci pervenuti al Forum Salute Mentale. Dove più, dove meno un diffuso protagonismo e parole d’ottimismo.

Il Forum vuole ricordare a tutti, proprio in occasione di questo giorno, l’impegno che dovremo assumere a sostegno del ddl “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei princìpi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180″, di recente presentato in Senato (vedi)

Ravenna: in un anno nessuna contenzione: “Siamo sulla buona strada”

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/10/2017 - 18:16

(disegno di Ugo Pierri)

Si è svolta mercoledì 3 ottobre, al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Ravenna una cerimonia per ricordare che da circa 13 mesi, nel servizio stesso, non viene effettuata alcuna contenzione dei pazienti. Hanno partecipato alla cerimonia il sindaco di Bagnacavallo Eleonora Proni; l’assessore Claudia Gatta di Faenza; il comandante della polizia municipale di Ravenna Andrea Giacomini; il giudice tutelare di Ravenna Cesare Santi; Milena Spadola (Collegio Infermieri Ravenna); Giovanni Rossi (vicepresidente dell’associazione dei Spdc non restraitment, cioè che evitano contenzione); Claudio Ravani (Direttore Dipartimento Psichiatrico Ausl Romagna); Roberto Zanfini (Direttore Spdc Ravenna); Barbara Bandini (Coordinatrice infermieristica Spdc Ravenna) Valerio Cellini (associazione di parenti dei pazienti “Porte Aperte”).

“Nonostante i Servizi Psichiarici di Diagnosi e Cura ricorrano alla contenzione meccanica dei propri pazienti, non sono attualmente presenti leggi o norme che la regolamentino – ha spiegato Zanfini – Il Regio Decreto 615/1909 – che al Capo IV art. 60 recitava: “Nel manicomio debbono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’istituto. L’autorizzazione indebita dell’uso di detti mezzi rende passibili coloro che ne sono responsabili di una pena pecuniaria (…) L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in Case Private” – è stato infatti abolito dalla legge 180/1978 che non contempla tale modalità operativa. In alcune Regioni comunque, in particolare l’Emilia Romagna, le contenzioni meccaniche sono state oggetto di circolari che le disciplinano con apposite disposizioni e vengono puntualmente monitorate. Nel 2006 il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura ha segnalato che in Italia “il potenziale di abuso e di maltrattamento che l’uso di mezzi di contenzione comporta resta fonte di particolare preoccupazione. Purtroppo sembra che in molti degli istituti visitati vi sia un eccessivo ricorso ai mezzi di contenzione”. Per questo motivo la Conferenza delle Regioni e delle Provincie autonome, nel 2010, ha stilato delle raccomandazioni per prevenire le contenzioni fisiche in psichiatria. Il ricorso alla contenzione è infine stigmatizzato dagli Ordini Professionali e nel 2015 il Comitato nazionale di Bioetica ha ribadito la necessità di un suo superamento”.

“La contenzione meccanica – prosegue Zanfini – oltre che degradante, non è scevra da rischi e complicanze. Sin dal 2000 il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Ravenna ha avviato pratiche atte a ridurre il ricorso alla contenzione meccanica con l’obiettivo di eliminarla come pure di “umanizzare” sempre di più il ricovero in particolare per le persone ricoverate coattivamente. Gli interventi attuati sono stati strutturali, clinico organizzativo e formativi. Per quello che riguarda gli interventi strutturali l’ambiente di cura è stato reso il più possibile simile a quello di un domicilio: sono state tolte le sbarre alle finestre, eliminate le telecamere, e si è reso possibile l’accesso a diverse aree del reparto. Gli interventi clinico-organizzativi sono stati diversi: monitoraggio di ogni singola contenzione attraverso la registrazione e l’analisi per individuare i fattori che la determinano, in modo da poter apprendere stretegie/interventi preventivi; trasparenza dell’operato avvisando i familiari e dando loro la possibilità di rimanere in reparto per tutta la sua durata; assistenza continua da parte di un operatore per tutta la sua durata; discussione da parte di tutto il gruppo di lavoro prima di utilizzarla, con supervisione da parte del Direttore per verificare se tutte le strategie alternative sono state esplorate; possibilità di rinforzo del turno in caso di particolari situazioni di crisi; utilizzo del tempo evitando, quando possibile, di “chiudere” la situazione di crisi per aspetti dovuti all’organizzazione. Sono stati inoltre rafforzanti i piani di trattamento individuali basati sulla diagnosi funzionale, con un atteggiamento improntato alla partnership e al recovery, coinvolgendo la persona; si sono ridotti i tempi di inattività attraverso un aumento del tempo di relazione con gli operatori, l’esecuzione dei trattamenti psicosociali individuali e di gruppo. Le cosiddette regole di reparto sono poi state per gran parte sostituite dai summenzionati piani di trattamento individuale. Diversi sono stati, infine, gli interventi formativi eseguiti che hanno riguardato l’apprendimento della diagnosi funzionale, di tecniche psicosociali, la gestione del rischio di violenza e dell’aggressività, interventi di debriefing e defusing per il gruppo di lavoro. Attraverso queste azioni il numero delle contenzioni è stato gradualmente ridotto nel corso degli anni, passando dalle 150 del 2000 (il reparto aveva 15 posti letto) alle 3 del 2016 di cui l’ultima, ad oggi, eseguita nell’agosto di quell’anno. Il numero di pazienti trattati nel 2016 è stato di 430″.

“A questa situazione positiva si aggiungono altri dati, a loro volta positivi, sull’attività delle strutture per la salute mentale in Romagna – prosegue Claudio Ravani – La percentuale di popolazione “pesata” dell’Ausl Romagna rispetto alla Regione è del 25%. Ma dai dati regionali del Sistema Informativo Salute Mentale (Sism) emerge che l’Ausl Romagna eroga prestazioni al 25,23% della popolazione regionale. Il Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche (Dsmdp) della Ausl Romagna, per la Psichiatria Adulti, eroga percentuali complessive di trattamenti superiori, pari al 26,25%, delle prestazioni complessive dei Dsmdp regionali. La distribuzione delle prestazioni è ancora superiore se si considerano i raggruppamenti riabilitativi e psicoterapeutici: psicoterapie 27,4%, psicoeducazione 30,29%, trattamenti socio-riabilitativi 30,94%, verifiche e supervisioni 27,6%, valutazioni (assessment e altro) 39,82% Questi dati vanno integrati con le percentuali relative alle prestazioni tradizionalmente legate alla prescrizione e somministrazione dei farmaci, tipiche del setting ambulatoriale, che sono invece percentualmente più basse rispetto agli altri Dsmdp regionali: somministrazione farmaci 21,92%, colloquio 23,27%. Senza definire differenze “rivoluzionarie”, questi dati indicano però una maggior propensione nel Dsmdp romagnolo ad orientare i trattamenti nell’ambito della riabilitazione, della recovery, della valutazione personalizzata, piuttosto che al tradizionale modello prevalentemente o unicamente ambulatoriale/ farmacologico. La progettazione sul Budget di Salute, che sta progressivamente avviandosi (e che necessita dei tempi necessari a strutturare collaborazioni con gli altri soggetti coinvolti, come gli Enti Locali, il Privato Sociale, le Associazioni) contribuirà in modo decisivo a promuovere ulteriormente la logica degli interventi integrati ed altamente personalizzati, nell’ambito dei quali la farmacoterapia non assume certamente un ruolo centrale o esclusivo, ma funzionale e contestuale al raggiungimento degli obiettivi di riabilitazione, di inclusione sociale, di valorizzazione delle risorse della persona e del contesto “naturale”.

“Questo risultato è frutto di un cambiamento culturale anche per gli infermieri – ha evidenziato Spatola – E quando vado in altri contesti raccconto che a Ravenna facciamo così. Sono importanti i lavoro in equipe e l’attitudine alla relazione. Un nostro slogan è ‘conteniamo la contenzione’”. Giovanni Rossi ha ricordato che i reparti psichiatrici che riescono a raggiungere questi risultati sono 20 – 25 in tutt’Italia. Giacomini ha ricordato che “a Ravenna è stato firmato uno dei primi protocolli sui tso e che questi risultati sono frutto di un lavoro costante e di una stretta collaborazione, una piccola rivoluzione culturale”. Il sindaco Proni e l’assessore Gatta hanno rimarcato l’importanza che gli enti locali non siano estranei a questi processi e percorsi nell’ottica della integrazione degli interventi, anche attraverso il budget di salute. Il giudice tutelare Santi ha evidenziato come sia in aumento il numero di richieste per attivare l’amministratore di sostegno: 350 fino al 20 settembre 2017, mentre nello stesso periodo del 2016 erano state 270. Altro esempio di come la collaborazione di tutti gli enti sia importante. E se la caposala del servizio Barbara Bandini ha ribadito che “così si lavora meglio, anche noi operatori stiamo meglio” il presidente di “Porte Aperte” Cellini ha evidenziato che “dopo anni difficili, finalmente siamo sulla buona strada. Continuiamo così e facciamo ancora di più su tutti gli aspetti della presa in carico”.

Il film Padiglione 25 diventa un libro

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/10/2017 - 17:57

Padiglione 25. Autogestione in manicomio (1975-1976)

edito da Ediesse Editore, a cura di Claudia Demichelis, con allegato il film documentario Padiglione 25, Diario degli infermieri per la regia di Massimiliano Carboni.

Una riedizione del diario degli infermieri con un saggio introduttivo di Maria Grazia Giannichedda,

le postfazioni di Tommaso Losavio e Massimiliano Carboni.

E’ l’estate del 1975 quando un gruppo di infermieri dell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà,

ispirati dalle idee di Franco Basaglia, decide di occupare e autogestire uno dei padiglioni. Inizia così per quattordici infermieri del manicomio di Roma un’esperienza rivoluzionaria. Si trasferiscono con venti pazienti al Padiglione 25, osservano «il non rispetto delle vecchie regole», iniziano un lavoro lento e faticoso di reinserimento progressivo dei degenti nella società e scrivono un diario: un racconto in presa diretta di questa esperienza, da cui emerge con forza che cosa fosse il manicomio «e di cosa fosse fatto il lavoro per smontarlo», come scrive Maria Grazia Giannichedda, nella sua nota introduttiva al testo.

Una «prova di liberazione» la definisce Tommaso Losavio nella postfazione: un tassello importante della memoria di quegli anni, un esercizio interessante per il presente, nonostante l’esito tragico e la violenza dei rapporti di potere, che vedrà i giovani infermieri lasciati completamente soli e ostacolati da un’istituzione interessata solo al fallimento dell’esperienza. Una vicenda esemplare per riflettere sulla condizione attuale di trattamentoe di cura del disagio psichico. A cura di Claudia Demichelis, il libro è accompagnato dal film documentario Padiglione 25, il diario degli infermieri, per la regia di Massimiliano Carboni. La voce di Giorgio Tirabassi guida lo spettatore nella lettura del diario e sono gli stessi infermieri a ripercorrere nelle interviste questa esperienza. Attraverso il contributo delle immagini dell’AAMOD e della Fondazione Franco e Franca Basaglia, l’archivio video degli infermieri stessi e le suggestive animazioni di Annalisa Corsi, il film fotografa un momento di passaggio importante nella vita di un’Italia che in quegli anni cominciava a liberarsi dai manicomi.

Con il film documentario «Padiglione 25, il diario degli infermieri»

Regia di Massimiliano Carboni

Le ragioni del Ddl. Il sogno della piccola scala e il gigantismo istituzionale

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/10/2017 - 18:47

Malgrado la frammentarietà e la scarsità di studi valutativi, l’insufficienza di strumenti di verifica e di vigilanza e la disattenzione dei Ministeri, delle Regioni e delle Aziende che si sono succeduti, una descrizione qualitativa e quantitativa del sistema salute mentale è oggi comunque possibile (vedi il rapporto della Siep). Bisogna riferirsi a quanto prodotto dal Ministero della salute, occorre ripeterlo, in maniera discontinua e disorganica, dalle ricerche dell’Istituto superiore di sanità, dalle società scientifiche e, ancora, dai rapporti descrittivi annuali delle singole Regioni relativi all’allocazione delle risorse, alla quantità degli operatori sul campo, ai profili professionali, alla sensata distribuzione nel territorio, alla disposizione strategica dei servizi, alla presenza del privato sociale e del privato mercantile.

Un contributo empirico, che viene dall’esperienza immediata e dalla pratica giunge dall’ascolto attento delle persone con l’esperienza diretta e dei loro familiari. Non di rado, le associazioni hanno prodotto rapporti preziosissimi. Non trascurabile, e anzi fondamentale per ricostruire una piattaforma basata sul riconoscimento della singolarità, della dignità e del diritto delle persone è la risoluzione del febbraio 2000, adottata dal Comitato nazionale di bioetica (vedi link). Essa insiste sulla presenza sempre unica della persona in tutti i passaggi del percorso di cura. Non si deve omettere di citare, peraltro, la più recente risoluzione del Cnb del maggio 2015 (vedi link), relativa alla questione giuridica della contenzione biomeccanica, di cui finalmente si comincia a cogliere il profilo di illiceità assoluta. Il rapporto finale della Commissione parlamentare già citata, adottato nel 2013, fu frutto di numerose visite ai Dipartimenti di salute mentale, di audizioni di operatori, di familiari, di amministratori; quel rapporto permette di entrare nel merito di una valutazione critica dello stato dell’intera rete dei servizi.

I Dipartimenti di salute mentale (Dsm) presenti nelle Regioni vanno diminuendo di numero, in ragione di accorpamenti di più aree territoriali conseguenti a programmi di “razionalizzazione” e di contenimento delle risorse, peraltro già al limite della sufficienza. L’estensione talvolta spropositata del bacino di utenza (in alcune Regioni fino a 2 milioni di abitanti) crea vere e proprie impossibilità di governo, tradendo la dimensione della “piccola scala”, uno dei principi fondativi della riforma del 1978 e del lavoro territoriale.

Questo “gigantismo istituzionale”, come lo si è chiamato, molto sottrae alle opportunità di cura e la presenza di programmi riabilitativi ben strutturati spesso diviene miraggio. Talora, i dipartimenti non riescono efficacemente a uniformare l’offerta di cure e di servizi all’interno del loro bacino di riferimento.

La recente chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) ha ribadito l’esclusività e la centralità della presenza strategica dei Dsm; ha però evidenziato drammaticamente le differenze: la presa in carico delle persone in uscita dall’internamento ha sopportato ritardi e spesso soluzioni che attendono di essere ulteriormente riconsiderate (vedi articolo di Pellegrini).

In questo speciale frangente, la presenza di una struttura organizzativa “forte”, ben motivata e strategicamente presente sul territorio, ha fatto la differenza, dimostrando quanto siano aggredibili anche le scommesse più ardue e quanto la cura, la ripresa e una vita dignitosa siano possibili per tutte le persone che vivono le diverse condizioni del disagio mentale. Più di una persona su 100 è affetta da un disturbo mentale severo a rischio di disabilità e di marginalità sociale. Quasi un milione di persone, che si triplicano se si considerano i familiari e le persone più vicine coinvolte, con disturbi mentali severi sempre a rischio di cronicizzazione e di deriva sociale  sono il nocciolo duro di una scommessa sicuramente oggi alla nostra portata.

(continua)

Il futuro di una rivoluzione “gentile”

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/10/2017 - 18:45

(ph Jörg Heidenberger)

Pietro Pellegrini*

Il tema della creazione di un sistema che sostituisca gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), chiusi ope legis ad aprile 2015, una “rivoluzione gentile” così l’ha definita il commissario Franco Corleone, resta di grande attualità da un lato per tutti i problemi legislativi rimasti irrisolti e dall’altro per la necessità di ridefinire visioni e prassi operative sia della magistratura che dei dipartimenti di salute mentale.

Come è noto la riforma non ha modificato il codice penale relativamente ad imputabilità, pericolosità sociale, misure di sicurezza e non sono state eliminate nemmeno le contraddizioni più evidenti. La necessità di superare il c.d. “doppio binario”,  di garantire il diritto al processo a tutte le persone comprese quelle con disturbi mentali, evitando misure e percorsi opachi, spesso assai poco garantiti, resta una priorità.

La recente approvazione della legge delega sulla giustizia penale ha scongiurato un pericolosa regressione ma tutto il percorso richiede ancora un’alta attenzione in vista dell’emanazione dei decreti attuativi. A questo proposito, in coerenza con gli ordini del giorno approvati in Parlamento, l’intenzione del Ministero della giustizia[1] sembra quella di volere riservare le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) ai soggetti con misure di sicurezza detentive di tipo definitivo mentre per le altre situazioni (coloro che sono sottoposti a misure di sicurezza detentive provvisorie o nei quali lo stato di infermità psichica sia sopravvenuto nel corso della detenzione e le persone alle quali è stato riconosciuto un vizio parziale di mente) la risposta in primis dovrebbe essere data dalle Articolazioni per la salute mentale negli istituti di pena.

Soluzione questa che, almeno sotto il profilo clinico, non appare convincente in quanto la sede ove curare la persona dovrebbe essere quella più adatta in relazione ai bisogni sanitari. Sembra si continui a ragionare più di strutture, di posti dove collocare le persone e non tanto di progetti terapeutico riabilitativi da realizzarsi in primis, come per altro indica la legge 81/2014, nella comunità sociale.

L’OPG non è stato sostituito dalle REMS bensì dal sistema di welfare di comunità, del quale fa parte il Dipartimento di salute mentale, al cui interno come strutture socio-sanitarie e non penitenziarie, operano le REMS.

Non so quanto consapevolmente ma l’azione legislativa, per quanto incompleta, ha determinato le condizioni per la creazione di un sistema fondato su attività di cura e misure giudiziare di comunità. Un nuovo impianto che sposta l’attenzione dai luoghi separati alla comunità sociale e all’insieme delle attività e dei servizi che in essa vi operano. Alla precedente impostazione penitenziaria (custodialistica) se ne è sostituita una di carattere sanitario (inclusiva) con una funzione di garanzia della magistratura. Ciò deve essere registrato nei diversi accordi, ad esempio quello Stato-Regioni, onde evitare passi indietro, il mantenimento di approcci e linguaggi del tutto inadeguati o pesantemente in contrasto con il nuovo approccio. In questo quadro credo siano essenziali la vigilanza della società civile (Stopog e tante altre realtà associative) e il protagonismo dei Dipartimenti di salute mentale (DSM), del Coordinamento nazionale delle REMS affinché la revisione della normativa sia coerente con quanto finora si è realizzato nelle pratiche e con gli orientamenti parlamentari.[2]

Altro elemento assai importante è il pronunciamento del Consiglio Superiore della Magistratura[3] che costituisce un sicuro punto di riferimento sia per quanto attiene ai contenuti che al metodo indicato. Formazione e lavoro congiunto (cruscotti, tavoli, protocolli regionali) tra magistratura e dipartimenti di salute mentale possono essere gli strumenti per sviluppare e implementare le “buone pratiche”. La costituzione formale di un organismo di coordinamento stato-regioni e di cruscotti regionali che coinvolgano tutti gli attori del nuovo sistema potrebbe essere un passaggio significativo.

Un percorso che può portare a nuovi, più avanzati punti di incontro tra giustizia e psichiatria per dare piena funzionalità al sistema riformato, superare le criticità (ad es. le liste di attesa, gli invii inappropriati, le dimissioni dalle REMS, i migranti e senza fissa dimora, un’appropriata risposta alle  donne) e raggiungere così un risultato straordinario: fare strutturalmente a meno dell’OPG e delle logiche che lo sostenevano.

Questo, tuttavia, non può risolvere tutte le contraddizioni evidenziate dalla chiusura degli OPG: mi riferisco da un lato alla questione della salute mentale negli istituti penitenziari, alla necessità di dare corso a misure alternative e innovative e, dall’altro all’impegno crescente dei DSM per occuparsi in modo efficace di tutti quei casi con misure giudiziarie (libertà vigilata, arresti domiciliari ecc.) presenti nel territorio. E’quindi essenziale un’attenzione politica che sappia sostenere il sistema di welfare pubblico universalistico, legiferare e programmare adeguate risorse nell’ambito di politiche per i diritti, la salute e la sicurezza in grado di essere efficaci e non siano incentrate in primis sulla detenzione, dotando di adeguati mezzi l’intero sistema sia quello sanitario che giudiziario. La riforma ha evidenziato anche alcuni limiti nella risposta del sistema socio-sanitario a problemi posti da soggetti affetti da autismo, disabilità intellettiva, decadimento cognitivo che assolutamente non dovrebbero entrare in REMS ma trovare altre tipologie di risposte.

Il futuro della riforma dipenderà dal respiro e dalla forza della nuova impostazione. Senza tutto questo, il superamento degli OPG per via sanitaria, che è riuscito con uno sforzo ingente, rischia di non reggere la pressione che viene dall’esterno, dal sistema giudiziario e da quello penitenziario o dall’opinione pubblica, affinché svolga un mandato, quello custodialistico-securitario, strutturalmente impossibile. Il reflusso e la controriforma avanzeranno, magari sotto il peso dei problemi irrisolti (liste di attesa, cedimento dei DSM per impossibilità a svolgere la cura e l’abilitazione) dando spazio a diverse soluzioni come ad esempio strutture a gestione “penitenziaria” (che, va ricordato, dovevano portare alla chiusura degli OPG ma quella via più volte ipotizzata non si è mai realizzata).

Dimostrato che l’OPG può essere chiuso tramite la psichiatria di comunità, occorrono una vision chiara e una precisa metodologia. Seppure la misura di sicurezza deve essere adeguata ad assicurare le cure e a fare fronte alla pericolosità sociale, è la stessa Corte Costituzionale a precisare che «le esigenze di tutela della collettività non potrebbero mai giustificare misure tali da arrecare danno, anziché vantaggio alla salute del paziente» (Sentenza n. 253/2003). Quindi per quanto si cerchi di dare equilibrio e sinergia fra i mandati che fanno capo a normative e competenze diverse, nel nuovo sistema a gestione sanitaria, deve prevalere con nettezza quello di cura.

Quindi occorre più coraggio, maggiore capacità di ascolto per prevenire con uno sforzo comune le misure di sicurezza detentive, più innovazione per preservare le caratteristiche essenziali della riforma: ad esempio avvallare l’intero programma di cura, sviluppare soluzioni altamente personalizzate anche sperimentali, garantire fin da subito permessi e attività, forte elasticità nei percorsi, sicurezza e libertà nelle cure.

Gran parte delle misure di sicurezza detentive è evitabile, molti dei pazienti in REMS sono già oggi dimissibili, vanno abbandonate posizioni autoreferenziali e decisioni unilaterali a volte del tutto al di fuori dello spirito della nuova legge. Ancora troppe volte si ha una concezione della misura amministrativa di sicurezza come pena, dotata di una sua autonomina e priorità quando invece dovrebbe accompagnare e sostenere il percorso di cura.

La chiusura degli OPG ha evidenziato la questione della salute mentale negli istituti di pena dove è rilevante la percentuale di persone detenute con disturbi psichici o dipendenze patologiche e vi sono grandi difficoltà o l’impossibilità a realizzare un adeguato trattamento individualizzato all’interno di apposite sezioni dedicate. Osserva, amaramente, il CSM: «La realtà nota agli operatori, purtroppo, è nel senso della sostanziale inesistenza, allo stato, di contesti penitenziari in cui siano offerti regimi di trattamento differenziato indirizzati alla osservazione, alla cura e alla riabilitazione effettive di individui affetti da infermità psichica».

Quindi un raccordo fra magistratura di cognizione, di sorveglianza, amministrazione penitenziaria e DSM è essenziale per creare percorsi sperimentali negli istituti penitenziari anche per quei soggetti (non responders, gravi psicopatici, elevate esigenze di custodia, etc.) per i quali non risulta appropriato il ricovero nelle REMS. Poi vi sono questioni specifiche quale quella dei soggetti senza fissa dimora (circa 8% del totale degli ospiti delle REMS), delle donne autrici di reato e prosciolte.

In questo quadro certamente complesso è ancora troppo diffusa la convinzione che la REMS sia/debba essere un’appendice degli istituti di pena, in una sorta di circuito parallelo nel quale la funzione custodiale sia prevalente. O nel migliore dei casi sia una sorta di area di transizione tra due sistemi con una sorta di impossibile bilanciamento fra due funzioni cura e custodia che i sanitari non possono svolgere contemporaneamente.

La riforma, nell’affidare alla sanità (e non solo alle REMS) la gestione dei percorsi dei pazienti autori di reati e prosciolti, ha cambiato l’intero sistema, collocando il mandato di cura in una prevalenza di fatto perché è solo attraverso questo che la persona può migliorare, cambiare e ritornare ad essere parte della comunità sociale. È un compito assai difficile che la psichiatria di comunità italiana si è assunta e con coraggio e molte difficoltà sta portando avanti meglio laddove vi è il dialogo e il sostegno delle magistrature con le quali condividere programmi e rischi, definire le garanzie, rispetto alle possibili ricadute della patologia e recidive dei reati. Un lavoro che è più facile laddove vi sono Enti locali sensibili, comunità accoglienti, sensibili e solidali…

Attualmente non vi è una strada diversa, né può mai essere tale l’abbandono delle persone. Al contempo appare a tutti chiaro che il processo riformatore non è finito ma è solo iniziato. Occorrono altri investimenti che portino a una diversificazione dei Servizi e delle strutture, all’affermazione dei diritti, a linguaggi nuovi (non più internati ma ospiti, non più minorati ma “persone con…”, “affette da…” e così via) e pensieri lunghi nella relazione fra magistratura e psichiatria.

* Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale e Dipendenze Patologiche (DAI-SMDP) della Ausl di Parma, Largo Natale Palli 1/B, 43126 Parma, tel. 0521-396624/8, fax 0521-396633, E-Mail <ppellegrini@ausl.pr.it>.

[1] https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_6_9.page;jsessionid=W2QHD2iEtw+PBRJYbxIeShOs?contentId=NOL33582&previsiousPage=homepage

[2] http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/assemblea/html/sed0813/leg.17.sed0813.allegato_a.pdf

[3] (Fasc. 37/PP/2016 del 19 aprile 2017, “Disposizioni urgenti in materia di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) e di istituzione delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), di cui alla Legge n. 81 del 2014. Questioni interpretative e problemi applicativi”: www.societadellaragione.it/2017/04/22/falsi-allarmi-la-verita-sulla-chiusura-degli-opg).

Il collettivo per guarire

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/10/2017 - 16:50

Ieri l’altro a Matera Carlo Miccio ha presentato il suo “La trappola del fuori gioco” nel centro diurno polivalente di Matera. A margine del torneo di calcio che si conclude in questi giorni.  Hanno letto brani del testo Adele Caputo, Marco Bileddo e Piero Pacione.

Il giorno dopo, alle 9.00, Carlo Miccio ha incontrato gli studenti del Liceo Scientifico “D. Alighieri”.

Due giornate di partecipazione e di attenta discussione intorno all’attualità delle questioni della salute mentale e della ricchissima letteratura di narrazione di protagonisti che con condizioni e ruoli diversi vivono l’esperienza del disturbo mentale.

La Trappola del fuorigioco, edito da Alphabeta per la collana 180 Archivio critico della salute mentale, è un romanzo che, come una sorta di cartina al tornasole, ci accompagna all’interno delle dinamiche di un ambiente familiare in cui si annida ed esplode un disagio mentale.
Leggendo il romanzo di Carlo, anche chi per il calcio non prova emozioni, troverà una scrittura e un modo di leggere la realtà che ricordano le atmosfere dei racconti di Soriano e la magia delle attese e delle passioni che fanno diversa la quotidianità banale e piatta. Ma anche la fatica della ricerca di parole per dire cose che fanno fatica a essere dette. E ancora la passione amorosa e gli affetti per reggere e sopravvivere alle catastrofi relazionali che rischiano di annientare ogni possibilità di sentire e di esserci. Il romanzo, con il suo sogno di un calcio totale, del collettivo olandese dove la fragilità, l’assenza di un calciatore viene immediatamente rimpiazzata da un compagno, rimanda a un’immagine del gruppo che tante volte per chi vive un’esperienza di dolore si frantuma irrimediabilmente. Il sogno di un comunismo felice, di una società dove tutti si prendano cura di tutti. Dove come nei paesi salentini tutti i paesani si raccolgono intorno alla tarantata per fare argine alla sofferenza.
“Il sogno di una cosa migliore” verrebbe da dire.

Tutto comincia a giugno del  1975: la travolgente avanzata elettorale del PCI di Berlinguer minaccia di sconvolgere l’ordine politico e sociale dell’intero paese. Per Sebastiano La Rosa, 40 anni e una diagnosi di Depressione Bipolare Schizoaffettiva, si profila il peggiore degli incubi: un paese in mano a barbari che bruciano chiese e sequestrano case. Una paura capace di spingerlo nel baratro psicotico e nel groviglio delle cure psichiatriche, dei ricoveri, dei farmaci, dei trattamenti obbligatori, delle incertezze di una riforma che arriva in quegli anni e fa fatica a realizzarsi. Tutto accade sotto gli occhi di suo figlio Marcello, dieci anni, che la realtà la decifra solo attraverso il gioco del calcio. E che al significato della parola comunismo, e al senso vero delle paure di suo padre, ci arriverà scoprendo le meraviglie del calcio totale: un modulo perfetto praticato dalla nazionale olandese sotto la guida del suo rivoluzionario condottiero, il compagno Johan Ciuf. Mentre la famiglia poco a poco si sgretola Marcello inizia un cammino di trasformazione che lo porterà negli anni a trovare la maniera per gestire l’ingombrante presenza della malattia paterna, i conflitti e le lacerazioni familiari e le sue stesse reazioni emotive davanti alla paura e al pericolo.

Un libro da leggere e da suggerire alle persone che amiamo.

Salute mentale, cure a rischio. Ecco la mappa delle diseguaglianze

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/10/2017 - 16:39

(ph Raffaella Dal Toso)

di Fabrizio Starace (presidente Società italiana di Epidemiologia psichiatrica); Flavia Baccari

La connotazione territoriale e comunitaria della psichiatria italiana è chiaramente esplicitata negli atti normativi e nei documenti di programmazione nazionali e regionali. Anche la componente ospedaliera dei Dipartimenti di Salute mentale, costituita dai Servizi psichiatrici di diagnosi e cura, è stata riformata – ben prima del Dm 70/2015 – prevedendo un numero di posti letto non superiore a 15 e un rapporto tendenziale posto-letto/popolazione adulta residente pari a 1/10.000.

Ciononostante, la differente operatività dei sistemi di cura per la salute mentale nei contesti territoriali e ospedalieri non è mai stata sistematicamente valutata nelle diverse Regioni italiane. La recente pubblicazione dei dati del Sistema informativo Salute mentale (ministero Salute, 2016) e l’elaborazione di indicatori di struttura e di processo su base regionale, condotta dalla Società italiana di Epidemiologia psichiatrica (Starace et al., 2017), ha consentito la costruzione di due Indici sintetici per caratterizzare l’Assistenza psichiatrica ospedaliera/residenziale (centrata sul posto-letto) e l’Assistenza psichiatrica territoriale (centrata nella comunità) in ciascuna Regione.

Metodo

Gli indicatori usati (i tassi sono calcolati prendendo come riferimento la popolazione residente per Regione al 1° gennaio 2015) per la costruzione dei due Indici sono riportati di seguito (v. tabella 1 nel file correlato).

L’indicatore relativo al numero di utenti presenti in strutture residenziali è stato considerato all’interno dell’Indice di Assistenza ospedaliero/residenziale, per dar conto del fenomeno di trans-istituzionalizzazione descritto da Priebe et al. (2005).

I valori riportati in ciascuna Regione agli indicatori specifici sono stati rielaborati e ricondotti a punteggi proporzionali compresi tra 0 e 100, dove il valore 100 è assegnato all’indicatore con punteggio maggiore e valore 0 a quello col punteggio minore. In entrambe le aree il punteggio totale è stato calcolato sulla somma dei punteggi ai singoli indicatori.

L’Indice di Assistenza ospedaliero/residenziale e quello di Assistenza territoriale sono stati calcolati sommando i punteggi ottenuti da ciascuna Regione agli indicatori selezionati.

La posizione delle diverse Regioni è stata infine rappresentata graficamente in relazione alle due dimensioni individuate.

Risultati

Il punteggio più elevato all’indicatore dimissioni ospedaliere è quello della Pa di Bolzano, mentre il punteggio minore (corrispondente al più basso tasso di ospedalizzazioni presso reparti di psichiatria) è della Regione Friuli Venezia Giulia.

Per i Tso, il punteggio più alto (corrispondente al più elevato tasso di Tso) si rileva nella Regione Sicilia, quello più basso nella Pa di Bolzano.

La Regione Lombardia presenta una maggiore frequenza di accessi al Ps per motivi psichiatrici, a segnalare frequenza più elevata di condizioni psichiatriche non intercettate dai servizi territoriali di salute mentale; il Molise si colloca all’estremo opposto.

Infine, il numero di persone presenti in strutture residenziali psichiatriche è più elevato in Regione Emilia Romagna; si attesta sul valore minimo in Regione Calabria (v. tabella 2 nel correlato).

Il punteggio più elevato all’indicatore prevalenza trattata è quello della Regione Emilia-Romagna e corrisponde al più alto tasso di trattamento presso strutture territoriali, confermando un’ampia copertura dei servizi territoriali per la salute mentale; il punteggio minore è della Regione Basilicata. Per quanto concerne l’incidenza, ovvero i nuovi casi trattati durante l’anno, il punteggio più alto si rileva nella Regione Calabria, quello più basso in Umbria.

Il Friuli Venezia Giulia è la Regione che eroga il numero maggiore di prestazioni per utente; il Veneto si colloca all’estremo opposto.

Infine, il numero di persone con visita psichiatrica territoriale entro 14 giorni dalla dimissione ospedaliera è più elevato nella Pa di Trento a segnalare la migliore continuità delle cure successiva al ricovero; si attesta sul valore minimo in Regione Basilicata (v. tabella 3 nel correlato).

L’Indice di Assistenza ospedaliero/residenziale, calcolato sommando i punteggi ottenuti da ciascuna Regione agli indicatori selezionati, mostra che le Regioni caratterizzate da una maggiore assistenza ospedaliera/residenziale sono, nell’ordine, Emilia-Romagna, Sicilia, Valle d’Aosta e Liguria, con punteggi superiori a 250. Il Friuli Venezia Giulia si distacca in modo netto dal resto delle Regioni, con un punteggio pari a 58,5 che conferma un deciso orientamento alla de-ospedalizzazione delle cure.

Per quanto riguarda l’assistenza territoriale, la Regione Emilia-Romagna e il Friuli Venezia Giulia mostrano i punteggi più elevati, indicativi di una maggiore capacità di gestione dell’assistenza da parte dei servizi territoriali di salute mentale. La Regione Basilicata, con un punteggio pari a 13,5, presenta evidenti criticità nella dimensione territoriale dell’assistenza (v. tabella 4 nel correlato).

Il grafico rappresenta la posizione delle singole Regioni rispetto ai due Indici di Assistenza calcolati. Le Regioni con migliore performance nelle attività territoriali e valori ridotti dell’indice di ospedalizzazione sono il Friuli Venezia Giulia, la Pa di Trento, il Molise e la Calabria. All’opposto troviamo le Regioni il cui sistema di cura per la salute mentale appare caratterizzato da elevati livelli di attività ospedaliera e bassi livelli di attività territoriale, a indicare la permanenza di modalità assistenziali centrate sull’ospedale, piuttosto che nella comunità; esse sono Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Pa di Bolzano, Sardegna, Umbria, Marche, Lazio, Toscana e Veneto. Nelle Regioni Campania, Abruzzo e Basilicata, invece, entrambi gli indici di performance sono allineati su valori bassi (segnale questo di una complessiva situazione di carenza assistenziale). All’opposto, le Regioni Emilia Romagna, Liguria, Sicilia e Puglia presentano valori elevati a entrambi gli indici; in questo caso si può ipotizzare l’esistenza di un “doppio binario”, secondo il quale a una modalità di assistenza tradizionale, condizionata dall’uso del posto-letto, si è affiancata – senza sostituirla – una modalità innovativa di tipo territoriale; ciò evidentemente comporta un maggiore impegno economico assorbito in parte ancora rilevante dalle attività ospedaliero-residenziali.

(vedi tutto)

Da Il Sole24Ore Sanità: http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/aziende-e-regioni/2017-09-27/salute-mentale-cure-rischio-ecco-mappa-diseguaglianze-112510.php?uuid=AEWnPVaC&refresh_ce=1


Articolo diseguaglianze psichi atria Sole Sanità 26.9.2017 Allegati

Le ragioni del Ddl. Mezzo secolo di esperienze per ricominciare

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 23/09/2017 - 17:56

(by Saul Steinberg)

Il rapporto del febbraio 2013 della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale, presieduta dal sen. Ignazio Marino, su “alcuni aspetti della medicina territoriale, con particolare riguardo al funzionamento dei Servizi pubblici per le tossicodipendenze e dei Dipartimenti di salute mentale”, approvato all’unanimità, costituisce il documento più recente frutto di un attento lavoro di indagine, analisi e dibattito parlamentare.

Al lavoro della Commissione occorre fare costante riferimento. Essa operò nella “consapevolezza che le conoscenze scientifiche e le pratiche cliniche della psichiatria di oggi, in continua evoluzione a livello internazionale” richiedono aggiornamenti continui nelle organizzazioni, nelle politiche sociali di prevenzione, negli interventi a sostegno delle famiglie.

Quasi mezzo secolo di esperienze con intensità e tensioni diverse hanno toccato tutte le Regioni italiane. Le normative nazionali e regionali sulla tutela della salute mentale, le linee di indirizzo, i progetti obiettivi che si sono susseguiti, hanno creato ovunque uno scenario nuovo e una prospettiva ricca di possibilità.

Gli strumenti normativi in mano ai governi locali avrebbero potuto offrire sufficienti possibilità di più ampia attuazione e organizzazione dei servizi nella direzione della salute mentale comunitaria e delle pratiche di integrazione, in quella visione centrata sulla persona di cui si diceva. Accade invece che le indicazioni governative ricevano applicazione incompleta e troppo difforme tra le diverse Regioni, con deroghe di fatto non sempre correlabili a impedimenti di carattere economico o a elementi di differenziazione che, purtroppo, non realizzano modelli virtuosi di regionalismo cooperativo, ma aumentano la forbice della diseguaglianza: ove è presente la disapplicazione delle norme, per disimpegno politico e incapacità amministrativa,  o ancora per scelte di modelli di cura superati e insufficienti, sono conseguite carenze e disuguaglianze a livello regionale e locale.

Dove invece il riferimento alla legge di riforma del 1978 è stato costante e le Regioni hanno scritto e messo in atto, con sollecitudine, i piani per la salute mentale e disegnato reti di servizi coerenti e aderenti ai principi della legge stessa, i servizi hanno cominciato a prendere forma, sono diventati visibili e veramente alternativi agli istituti e alle culture che si riteneva con convinzione di voler abbandonare. I risultati sono evidenti, tanto che gli stessi sono stati valutati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) come modelli di eccellenza internazionale; ove ciò non è avvenuto, si sono prodotte lacune gravi nella rete globale dell’assistenza sanitaria, fino a situazioni di vero e proprio degrado. Il Ddl per ricominciare.

(continua)

Pazienti psichiatrici, un disegno di legge per rilanciare Basaglia

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 23/09/2017 - 17:45

(ph Raffaella Dal Toso)

di Viola Rita.

Più di 20 mila pazienti sono ospitati in residenze di salute mentale. E alcuni vi rimangono inerti per più di 30 anni. Anche la contenzione fisica, ormai illecita, è talvolta ancora messa in atto: dati che devono essere riconsiderati per una migliore gestione dell’assistenza psichiatrica

Più di una persona su 100 è affetta da un disturbo mentale grave e ancora numerosi servizi di salute dedicati a queste patologie severe operano la contenzione meccanica del paziente, una pratica, ormai illecita, che serve a contenere la persona e limitarne i movimenti.

Si tratta di dati che fanno riflettere, su cui si può fare ancora tanto: a questo proposito, il 19 settembre, la Senatrice Nerina Dirindin di Mdp e il Senatore Luigi Manconi del Pd hanno presentato, presso il Senato della Repubblica, un Disegno di legge (Ddl AS 2850 – vedi) per rilanciare la legge Basaglia, la legge n. 180 del 13 maggio 1978, a quasi 40 anni dal suo compleanno.

In un periodo di crisi economica, sociale e culturale, l’unica evidenza scientifica con cui si manifestano gli effetti negativi di questa crisi si “vede” proprio sulla salute mentale dell’individuo, come sottolinea la senatrice Dirindin: ansia, depressione e patologie che colpiscono la mente anche molto serie rappresentano spesso manifestazione di questo disagio. “Le armi scientifiche e legislative – le stesse fornite dalla legge Basaglia – ci sono, ha spiegato la senatrice Dirindin, sono valide e sono in parte state sfruttate, tuttavia talvolta manca la capacità di metterle in atto in maniera completa e adeguata”. Di qui, la necessità di rilanciare, con un nuovo disegno di legge, il “passaggio dalla teoria alla pratica”. Ecco come fare.

La legge Basaglia.

Ben 39 anni fa, questa legge, che prende il nome dal noto psichiatra e neurologo italiano Franco Basaglia, che ha posto le basi del concetto moderno di salute mentale, aboliva i manicomi, sopprimendo il concetto di ospedale psichiatrico come struttura non adeguata, e delineava una fitta rete di servizi alternativi per trattare queste patologie. Una partenza ottima, quella italiana, che ha visto il nostro paese riconosciuto a livello internazionale come precursore nell’ambito della cura della salute della mente. Tuttavia, nonostante siano trascorsi quasi 40 anni, l’impalcatura dell’assistenza psichiatrica non è ancora così forte e sono presenti diversi “buchi” nella sua rete. Un po’ come in una sorta di piramide della cura, tale assistenza si fonda oggi su diversi presidi, che, partendo dalle fondamenta della piramide e salendo verso l’alto, sono i seguenti: i Dipartimenti di salute mentale (Dsm), i Centri di salute mentale (Csm), i servizi psichiatrici di diagnosi e cura e (Spdc) ed altri servizi. Ma in certi casi questa piramide è così solida.

Le criticità.

Quali sono i buchi di questa rete? La non sempre adeguata organizzazione e distribuzione dei ruoli dei diversi organismi che costituiscono la rete di cura, prosegue la senatrice. Ad esempio, si legge nel disegno di legge odierno, i dipartimenti Dsm vanno diminuendo in maniera spesso non propria, i centri Csm non sono sempre distribuiti in maniera omogenea sul territorio, mentre il funzionamento dei servizi Spdc, attivi 24 ore su 24, dipende dalle buone fondamenta della piramide. Luoghi di cura a volte degradati, prosegue la senatrice, possono avere effetti negativi non solo sul benessere del paziente, ma anche sull’operatore che viene demotivato: per questo le strutture devono essere riqualificate. “Altro problema – spiega Dirindin –, la necessità di contrastare la pratica della contenzione meccanica del paziente e il bisogno di una migliore gestione dei casi di emergenza-urgenza con il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), cui si ricorre talvolta troppo frequentemente”. Si va da 6 Tso su 100mila persone in alcune regioni a 30 Tso su 100mila in altre regioni. Come mai? Proprio perché si registrano disparità territoriali e una carenza dell’offerta soprattutto nelle fasi iniziali, quando il disagio mentale è ancora sul nascere.

Altro punto critico, proseguono gli esperti, il “dominio” anche economico, rispetto alla ripartizione del budget della spesa per la salute mentale, delle strutture residenziali, dove si stima, anche se i dati sono ancora da verificare, che possano risiedere più di 20mila persone e forse fino a 30mila. E molte persone vi rimangono inerti per più di 30 anni. “Così – ha spiegato a Repubblica lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, fondatore della Collana 180, Archivio critico della salute mentale – si rischia di perdere il significato originario e l’obiettivo con cui queste strutture sono state concepite, dato che talvolta queste residenze rischiano di diventare contenitori di emarginazione sociale della disabilità psichica”. Insomma, in questi casi si andrebbe quasi nella direzione contraria rispetto agli intenti di Basaglia.

Ma non tutto è critico e ci sono anche ottimi punti di forza nella rete dell’assistenza psichiatrica, con importanti realtà che hanno dato prova di strutturare i servizi necessari insieme alla persona con disagio, alla sua famiglia, alle associazioni di pazienti e alla realtà sociale più estesa: esempi d’eccellenza che possono rappresentare una sorta di guida su come poter intervenire al meglio.

Il disegno di legge.

Dal Piano nazionale per la salute mentale, che prevede interventi pratici, attuativi e preventivi, alla riduzione dello stigma e della discriminazione, fino a regole per articolare i servizi sulla base dei dipartimenti, i Dsm, spesso diminuiti in numero e accorpati, che invece sono il cuore dell’assistenza. Questi sono solo alcuni delle misure previste dal disegno di legge presentato oggi. E poi, vi sono disposizioni per il trattamento della crisi e delle urgenze, vietando esplicitamente nell’articolo 10 la contenzione meccanica, illecita e illegittima, e un raccordo fra i Dsm, gli istituti di pena e le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), dove risiedono persone con disturbo mentale che hanno commesso un reato. Senza dimenticare i finanziamenti per il personale, la formazione e la riqualificazione dei luoghi di cura. Insomma, un nuovo spiraglio di luce per accendere la salute nella mente.

(da Repubblica.it)

Trieste: a Mezzina il premio Gamian Europe

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 21/09/2017 - 11:51

Gamian-Europe, che è la principale ONG impegnata nel campo della salute mentale e dei diritti umani assegna a Roberto Mezzina, direttore del Dipartimento di salute mentale di ASUITs, e del Centro Collaboratore OMS per la Ricerca e la Formazione in salute mentale di Trieste, il prestigioso premio “European Personality Award for the year”, dedicato a personalità che si distinguono nel campo della psichiatria. Mezzina è il primo italiano insignito del premio, istituito nel 2005 e assegnato in passato a direttori dell’OMS, della World Psychiatric Association e a politici europei.

«Il riconoscimento va all’intera esperienza di Trieste, e non solo dal punto di vista storico – ha commentato Mezzina – in quanto oggi Trieste è più che mai punto di riferimento internazionale della salute mentale di comunità, con un sistema a porte aperte fondato sulla centralità della persona. I servizi attuali sono considerati un modello a livello mondiale dall’ OMS per il rispetto dei diritti umani, e la realizzazione della piena cittadinanza delle persone con disabilità psicosociali. Per realizzare questo impiega un approccio globale alla vita e ai bisogni di salute, operando sui determinanti sociali e sull’inclusione. E’ un servizio fondato sui valori e sull’etica oltre che sulle buone pratiche e le evidenze scientifiche».

Nelle motivazioni del riconoscimento si ricorda la capacità di Mezzina di continuare l’opera di progresso e di cambiamento iniziata da Franco Basaglia a Trieste “sviluppando una rete di servizi con alti standard, che assicura ai pazienti una vita in piena libertà“. La motivazione cita anche uguaglianza, solidarietà e fraternità. Il premio sarà consegnato il prossimo 22 settembre a Budapest.

Il Dipartimento di Salute Mentale di ASUITs è da anni impegnato sul tema del miglioramento della qualità delle cure delle persone con problemi di salute mentale nelle istituzioni, nell’ottica della realizzazione di diritti civili e di cittadinanza. Attraverso la chiusura dei manicomi e il contestuale sviluppo di servizi territoriali – processo che ha favorito in vari paesi del mondo, dai Balcani all’America Latina, dalla Palestina all’Australia – ha inteso agire sulla qualità della vita, attraverso la personalizzazione delle cure e il coinvolgimento delle famiglie e del contesto sociale. Ciò non solo per migliorare trattamenti e terapie, ma anche per realizzare percorsi unici di integrazione sociale e proteggere dall’abuso e dalla discriminazione.

Roberto Mezzina, psichiatra, è Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste stabilmente dal 2014. Ha contribuito dal 1978 a tutt’oggi all’esperienza di Trieste, iniziata da Franco Basaglia, con la deistituzionalizzazione dell’Ospedale Psichiatrico e lo sviluppo della rete dei servizi territoriali. Dagli anni ‘90 è stato responsabile del Centro di Salute Mentale di Barcola, e dal 2009 è Direttore del Centro Collaboratore dell’OMS per la Ricerca e la Formazione di Trieste. Nel 2000 ha contribuito a fondare la rete delle esperienze di eccellenza International Mental Health Collaborating Network.

L’ambito della sua esperienza professionale e della sua produzione scientifica include la deistituzionalizzazione, l’organizzazione dei servizi di salute mentale comunitari, l’intervento di crisi, l’approccio integrato alla terapia della psicosi, la “community care”, la riabilitazione, il coinvolgimento dell’utenza ed il self-help, la ricerca e l’epidemiologia, l’epistemologia, il MCQ,  l’approccio critico alla psichiatria forense. Nel corso di questi anni ha contribuito in modo sostanziale alla progettazione ed all’implementazione di programmi innovativi del DSM di Trieste, poi diffusi a livello nazionale ed internazionale, da quelli riguardanti il coinvolgimento dell’utenza nei servizi e il peer support, a quelli di formazione socioculturale dell’utenza, ai programmi per i familiari, ai programmi di intervento di crisi, ai programmi di rete sull’esordio psicotico, ad approcci di cura narrativi basati sulla produzione di senso, a programmi residenziali radicalmente innovativi come la “recovery house” e la REMS a porte aperte.  Ha sviluppato il modello del CSM a 24 ore come modello integrato di servizio e radicale alternativa al modello riduzionista biologico di trattamento delle malattia, ed il CSM da lui diretto rappresenta oggi un modello di servizio territoriale costantemente visitato da operatori, amministratori e politici italiani e stranieri, ed ha raggiunto importanti risultati negli ultimi anni sulla riduzione dei TSO.

Svolge da molti anni attività didattica e scientifica presso servizi di salute mentale, università ed importanti istituzioni scientifiche nazionali ed internazionali, in Italia, in Europa, in America, in Asia, in Australia e Oceania.  Si interessa alla ricerca teorica, epidemiologica e qualitativa, ed ha condotto studi in ambito nazionale ed internazionale come leader ed in collaborazione con studiosi e istituti di primo livello. E’ autore di oltre 200 pubblicazioni nazionali e internazionali.

Rilanciare e dare concreta attuazione alla legge Basaglia.

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 20/09/2017 - 19:13

Presentato Ddl al Senato da Dirindin (Mdp) e Manconi (Pd)

Piano nazionale per la salute mentale; articolazione sul territorio dei servizi di base dipartimentale; trattamento della crisi e dell’urgenza, raccordo tra Dsm, istituti di pensa e Rems; finanziamenti per il personale, la formazione e la riqualificazione dei luoghi di cura. Questi alcuni dei principali obiettivi del provvedimento che punta a garantire diritti e libertà fondamentali alle persone con disturbi mentali.

Rilanciare i principi e l’applicazione della legge n. 180 del 1978, Legge Basaglia, rafforzandone i contenuti di presa in carico effettiva e universale su tutto il territorio nazionale, confermandone la validità delle linee di fondo e dei principi ispiratori che devono essere sviluppati ed estesi a tutta la cittadinanza. Questi gli obiettivi principali del Disegno di legge sulla Salute mentale, a prima firma dei Senatori Nerina Dirindin (Mdp)Luigi Manconi (Pd), presentato nel corso di una conferenza stampa oggi al Senato.

Il Ddl intende rispondere alla diffusa e profonda preoccupazione nel nostro Paese per lo stato della rete dei servizi di salute mentale e impedire che l’impoverimento progressivo del welfare metta a rischio la possibilità di cura, ripresa, guarigione di tanti cittadini che oggi sarebbe invece alla nostra portata.

Dopo quasi quarant’anni dall’approvazione della 180, la presa in carico delle persone con disagio e disturbo mentale e delle loro famiglie è ancora un punto debole. Servizi frammentati, operatori stanchi e con scarse motivazioni al cambiamento, percorsi di cura e riabilitazione poco segnati dalla speranza e dalle sinergie positive di tutti gli attori che prendono parte alla vita quotidiana di ciascuno.

“L’obiettivo è rivitalizzare l’attenzione al tema da parte di tutte le istituzioni e far sì che i cittadini possano recuperare speranza e fiducia – ha dichiarato la Senatrice Dirindin – È un ddl che nasce dal contributo di tantissime associazioni e professionisti che si occupano di questi temi. La legge Basaglia nacque grazie anche alla spinta di un movimento diffuso di persone. Se adesso riuscissimo a ridestare una nuova attenzione alla salute mentale potrebbe tornare una stagione simile a quella che diede vita a quella legge straordinaria. Come Articolo 1 – Mdp ci impegneremo in questo senso”.

“Questo disegno di legge è il risultato di un lavoro che ha coinvolto molti soggetti: operatori, esperti del settore, familiari e giuristi – ha detto il Senatore Manconi – Dal confronto tra questi è nata una lunga discussione che ha cercato di fare tesoro di tutte le esperienze, anche e soprattutto di quelle del dolore”.

Alcune importanti realtà hanno dato prova della concreta possibilità di strutturare i servizi necessari insieme alla persona con disagio o disturbo mentale e alle loro famiglie, alla realtà sociale locale, realizzando una vera co progettazione degli interventi, ma ciò non accade in molti territori del nostro Paese. Ed è soprattutto per tentare di far sì che tutti i cittadini italiani possano vedere rispettati, allo stesso modo, i diritti e le libertà fondamentali della persona che ha avuto origine il presente Disegno di Legge AS 2850 (vedi il testo). Si è trattato di un lavoro di confronto tra numerosi esperti, professionisti, associazioni e persone che con impegno e competenza si prodigano quotidianamente per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone con disturbo mentale, affinché sia garantito ovunque l’effettivo accesso a una assistenza sanitaria e socio-sanitaria che tenga conto delle loro specifiche esigenze.

Il Ddl AS 2850 (vedi il testo) è orientato prevalentemente a supportare l’organizzazione dei servizi sanitari e sociali secondo i principi già espressi e sempre validi della Legge Basaglia: fondare la cura e la riabilitazione su percorsi flessibili, orientati al raggiungimento del miglior stato di benessere possibile e non appiattiti sulla ricerca delle possibili “luoghi di ricovero”, di residenze più o meno aperte o leggere.

Si tratta di un obiettivo ambizioso e per il quale sono da mettere in conto fatiche, ostacoli economici, burocratici e culturali, ma solo puntando all’universale rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali della persona, il nostro Paese potrà sostenere la fiducia della cittadinanza nelle istituzioni e potrà mettere in campo politiche intrise di speranza per coloro che oggi vivono la problematica del disagio mentale ma soprattutto per le nuove generazioni.

Il Disegno di legge si compone di quattro Capi e 18 articoli.

Prevede un Piano nazionale per la salute mentale con interventi, azioni e strategie finalizzati alla promozione della salute mentale, alla prevenzione del disagio e dei disturbi, alla riduzione dello stigma, al contrasto della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Disciplina l’articolazione sul territorio dei servizi su base dipartimentale, individua le figure professionali che operano nei servizi, adotta forme di partecipazione dei cittadini, garantendo prossimità rispetto alle comunità di riferimento.

Il testo contiene esplicite disposizioni dedicate al trattamento della crisi e dell’urgenza. L’articolo 10 in particolare rende esplicito il divieto di praticare la contenzione meccanica in psichiatria, un’attività illegittima e illecita cui si fa ancora ricorso nella rete dei servizi per l’assistenza psichiatrica.

Si prevede un raccordo tra i Dsm, gli istituti di pena e le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), con l’obiettivo di fornire opzioni di assistenza psichiatrica per le persone con disturbo mentale che hanno commesso un reato in grado di rispondere alle esigenze dei singoli individui.

Sono previsti finanziamenti per il personale, la formazione e la riqualificazione dei luoghi di cura.

(vedi il testo del ddl 2850)

(da QuotidianoSanità: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=53829)

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