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Brescia – Montichiari: lettera al giornale di Massimo Fada

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 12/10/2017 - 16:37

Gentile Direttore (*),

il processo di chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) si è realizzato con grande ritardo, con gli ultimi 2 “internati” nell’OPG di Barcellona Pozzo di Gotto dimessi, ad esempio, solo il 2 maggio di quest’anno. Siamo ora entrati in una nuova fase in cui le 30 strutture sanitarie costruite al loro posto (Residenze Esecuzione Misura di Sicurezza, REMS, max 20 posti letto ) sono entrate a regime.

Devo riconoscere che nella delibera regionale 5340 del giugno 2016 il passaggio più significativo è sicuramente il personale dedicato alla gestione dei progetti di reinserimento, ove possibile, di soggetti portatori di patologie psichiatriche coinvolti in vicende giudiziarie: 120 operatori, 4 unità per ogni ASST  Lombarda.

Su questo è stato raggiunto l’accordo con l’ASST Spedali Civili di Brescia: i 4 operatori – 1 psichiatra e 1 infermiere al 50%, 1 Assistente Sociale e un Educatore a tempo pieno – saranno assunti con i fondi della Legge Nazionale 81/14, tradotti a livello locale dalla Regione Lombardia.

Siamo tra le prime Aziende in Regione che avranno questo personale, grazie ad un impegno che è andato ben oltre la trattativa.

Ricordo che il Comitato Stop OPG a Brescia è stata una presenza molto attiva e propositiva (con presentazione di libri, di docufilm al cinema EDEN, con una mostra di Sambonet a Brescia presentata anche a Roma-Firenze-Milano, raccolta firme sulle campagne che hanno portato alla chiusura di queste strutture, partecipazione alle iniziative in Commissione Giustizia del Senato durante l’iter della legge).

Mentre il Dipartimento Salute Mentale ha organizzato un corso di formazione specifico, in due edizioni, per tutto il personale del DSM e un convegno già nell’aprile 2015 dal titolo: “Superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari ed oltre”.

Si spera allora di essere stimolo per le altre ASST (25 in tutta la Lombardia) per dotarsi di strumenti che favoriscano l’intervento alternativo alla detenzione di queste persone e che raccordino la loro azione con i soggetti investiti da questi casi: Magistratura, Uffici Esecuzione Penale Esterna, Servizi Territoriali del DSM in modo  tale da favorire la scelta che considera RESIDUALE la custodia detentiva in REMS per pazienti che non sono pericolosi socialmente.

Perchè è qui il nocciolo del problema: la contraddizione tra necessità di sicurezza della popolazione e il necessario, sì necessario, percorso di riabilitazione individuale di persone che soffrono di problemi mentali e che necessitano di cure, in quanto cittadini, anche quando commettono reati. Dopo la chiusura dei manicomi, che interessò circa 70.000 persone e non 1400 degli OPG, non vi è stato un aumento significativo di reati che qualcuno aveva preventivato con la “liberazione dei matti di Basaglia”. Perchè il concetto di pericolosità sociale è criterio inadeguato a descrivere la complessità di una persona. Poco predittivo.

Sulla CONTRADDIZIONE, Basaglia diceva che era il “luogo” del cambiamento reale: la soglia da attraversare per poter immaginare una nuova dimensione (la chiusura del manicomio, ad esempio) da cui ripartire, per andare oltre, continuamente.

Tutto ciò è altro dall’elettroschock che si pratica ancora oggi all’ospedale di Montichiari, autorizzato dal 2005 dall’allora Direttore Sanitario e dal Comitato Etico (dall’intervista del Dott. Fazzari sull’espresso del 20.8.2017).

Dicono che solo in Italia, perché ideologicamente ancora succube della riforma Basaglia, ci sono tutti questi problemi: in altri paesi europei viene somministrata regolarmente. Si dimenticano di dire che sono paesi dove esistono tuttora manicomi. Che l’Italia ha definitivamente chiuso nel ‘99. Nel Regno Unito esistono 160 centri, in Germania 159, con centomila trattati. Andiamo avanti ancora con il confronto o la finiamo qui? “La TEC non prevede un DRG nel tariffario della sanità: è una terapia che non ha ritorno economico” (sempre dall’intervista all’Espresso): io so che le sedute a Montichiari prevedono la presenza di personale infermieristico nella preparazione e accompagnamento del paziente, presenza di un’anestesista, di un medico psichiatra, occupazione di una sala operatoria: tutto fornito dal SSN, pagato con le nostre tasse. Siamo passati (e la mancanza di dati precisi dice della serietà della ricerca sull’elettroschock, non solo in termini di esiti), dicevo siamo passati da 1406 pazienti nel triennio 2008/2010 (unici dati ufficiali 2012 Ministro Balduzzi: 521/2008, 480/2009, 405/2010)  ai circa 300 nel 2014 nelle 6/10 strutture in cui si pratica in Italia. Un trend in calo: come mai?

Non è poi così miracoloso come sembra?

Tutte questioni che verranno affrontate durante l’iniziativa che si terrà a Montichiari il 13 ottobre, alle ore 20.30 nella sala consiliare, partendo dallo spunto della presentazione dei libri dello psichiatra Piero Cipriano “La trilogia della riluttanza: cronache sulle cattive pratiche in uso in ambito psichiatrico”.

Il 2018 è il 40° anniversario della  legge 180, impropriamente chiamata legge Basaglia, che ha iniziato il lungo processo della chiusura dei manicomi in Italia, avvenuta ufficialmente solo nel 1999. Al senato è stato depositato pochi giorni fa il disegno di legge 2850 per tradurre i principi della legge 180 nei territori in cui non è stata ancora applicata e sarà il faro che orienterà nel paese le molteplici iniziative previste dei soggetti coinvolti: operatori, pazienti, familiari, cittadinanza attiva.

Il 2018 è anche l’80° anniversario della prima applicazione elettroschock di Cerletti (dopo che aveva notato l’effetto su maiali prima della macellazione in un mattatoio romano): a Roma il 14/4/‘38, su una persona che vagava in stazione disorientata e arrestata per vagabondaggio perché sprovvista di biglietto.

“Noi” sappiamo quale celebrare.

(*) lettera inviata al quotidiano BresciaOggi

Sembrava chiudersi un secolo di vergogna

Dal Forum Salute Mentale - Gio, 12/10/2017 - 11:47

di Peppe Dell’Acqua

Devo confessare tutta la mia incompetenza. Quando parlo di elettroshock (ECT) non so bene di cosa parlo: non l’ho mai visto fare, non l’ho mai praticato, non l’ho mai subito(!). Basaglia che spesso gli “gli scienziati” citano come fautore shock elettrico, l’ha praticato nella Clinica delle Malattie Nervose e Mentali a Padova negli anni ’50, lo ha trovato al suo arrivo a Gorizia nei primi ’60. Da allora questo trattamento non ha più trovato asilo nelle sue pratiche e nelle nostre future.

Di ECT, tuttavia, ho dovuto occuparmi. Mi hanno interrogato le bocche sdentate, il decadimento fisico e intellettivo, lo sguardo vuoto degli internati che lo avevano subito. Il terrore, la sconfitta, la mestizia che ancora dovevo ritrovare nelle loro stentate parole.Sento già i colleghi riuniti a Brescia che stanno per riprendermi, un po’ seccati, e quasi divertiti: “ma queste sono storie d’altri tempi, del manicomio che non c’è più. Quando gli strumenti erano rudimentali, le conoscenze approssimative! E poi, pensate, lo usavano perfino per punire. Oggi noi pratichiamo la TEC” Che vuol dire trattamento elettro convulsivante (!) che è solo un altro modo per dire elettroschock”.

Venivano obbligati e puniti gli internati indisciplinati, riottosi, irrispettosi, recalcitranti, clamorosi. Forse tutti ricordano “La meglio gioventù”, il processo e la condanna del dr. Coda, direttore del manicomio di Torino che viene denunciato proprio dagli internati per le sue pratiche coercitive e punitive. Il tribunale ammette come testimoni dell’accusa gli stessi “malati di mente”. E’ a prima volta. Ed è la prima volta, siamo nel ’75, che l’ECT/TEC è costretto a sedere sul banco degli imputati!

Di questo trattamento so poco, comunque, e per questo cerco di leggere, di tenermi informato, di capire, di trovare un’evidenza che sostenga a ragione il mio scarso interesse. La letteratura scientifica non mi aiuta molto, anzi. Non esiste uno studio, uno solo, a fronte di un numero esorbitante di lavori e di una pratica diffusissima in tutto il mondo, che dica dell’efficacia. Di risultati certi, evidenti, duraturi. Più mi interrogo e più mi rendo conto che è una pratica priva di senso. Nel nostro paese il ricorso all’ECT è minimo tanto da renderlo inconfrontabile con le pratiche di altri paesi siano essi ricchissimi o poverissimi.

Bene o male da noi, nonostante Oristano e Brunico, e l’ardore degli scienziati riuniti a Montichiari, la persona riesce a stare al centro degli interventi (non il cervello!).

Più leggo e più mi convinco che la pratica dell’ECT non può che essere una scelta ideologica, una scelta di campo che accetta di ridurre la persona a corpo, che dilata le distanze, già siderali, tra chi soffre di un disturbo mentale, i curanti e il mondo che lo circonda. Contribuisce a cancellare l’umano che è l’unico valore necessario per avvicinare le persone e le loro “incomprensibili” sofferenze. La convulsione provocata dalla scarica elettrica, sotto anestesia e in maniera indolore come se si fosse in un moderno ambulatorio dentistico, interrompe il dialogo fra i neuroni e lo modifica. E drammaticamente cancella qualsiasi possibilità di dialogo tra chi cura e chi dovrebbe essere curato. La pratica dell’ECT (ancor più che i farmaci) resta la dimostrazione di una psichiatria che si interroga poco su i suoi fondamenti e così la malattia resta al centro di ogni interesse (e non la persona), il cervello (e non i sentimenti, le storie, le culture), i neurotrasmettitori (e non le emozioni, le passioni, le ferite quotidiane, le gioie, le sorprese, le solitudini, il gelo delle relazioni, le mortificazioni, i fallimenti, le miserie…).

Non esiste un solo lavoro che dimostri l’efficacia di questa pratica nel trattamento di persone con disturbi mentali severi e complessi nell’immediato come nel lungo periodo. Benché si continui ad affermare e a dimostrare che gli interventi psicosociali producono i migliori risultati di rimonta, di integrazione, e di guarigione per le persone che soffrono di disturbi mentali severi (quelli che massimamente devono interessare un dipartimento di salute mentale) si continua a investire la maggior parte della risorse pubbliche in ospedali, letti, farmaci. Interventi che anche nel nostro paese vanno sempre più sbilanciandosi verso modelli medico/farmacologici.

Ecco credo che sia tutto qui il mio bisogno di cercare di andare oltre l’entusiastico stupore del prof. Cerletti quando per la prima volta applicò la scarica elettrica a un inconsapevole giovane che vagava perduto nella stazione di Roma. Il giovane resistette alla scarica e urlò con tutto il fiato che gli restava: noo! Vi supplico. Non un’altra volta.” Per il prof. Cerletti fu la prova che la scarica aveva funzionato.

Era il 1939, ricevette le congratulazioni del Duce. E l’elettrourto, come in italiano doveva chiamarsi, divenne una “gloria italica”, di cui dovremmo essere fieri.  Il prof. Cerletti, cattedratico di tutto rispetto, aveva visitato il Testaccio, il mattatoio di Roma, dove i macellai, prima di lui, avevano scoperto che una scarica elettrica avviava il maiale docile e remissivo al suo ineluttabile destino.

Col processo di Torino le porte dei manicomi cominciarono ad aprirsi e mostrare “gli scheletri” gelosamente e “scientificamente” chiusi negli armadi. Sembrava chiudersi un secolo di vergogna. Molte psichiatrie insensibili non fanno caso, dimenticano, occultano, tacciono.

La cittadinanza è terapeutica

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/10/2017 - 19:12

(Hercules, Emre Yusufi)

Vorremmo che la Giornata per la Salute Mentale ponesse al centro l’attenzione più profonda per “le domande più autentiche di una persona che vive l’esperienza. Anche se spesso inespresse o negate, esse non sono diverse da quelle di ciascuno altro: una casa, degli amici, affetti esclusivi, un lavoro, il divertimento, il diritto di abitare una città, il denaro per vivere, la possibilità di professare un credo religioso, la libertà di parlare ed esprimersi. Le sue fatiche sono invece molto più grandi rispetto a quelle di chi non soffre: le idee possono essere bizzarre e non comprese. Le risposte affettive inadeguate, le reazioni inaspettate, la voce per chiedere e rivendicare i propri diritti molto debole oppure spropositata. Le sue parole possono risuonare come una minaccia, quando sono invece una dolorosa richiesta d’aiuto. Tante persone riescono a formulare così impulsivamente il loro bisogno di cura e di vicinanza da risultare aggressivi agli occhi degli altri”.(dal discorso del Cardinale Martini al Convegno “La cittadinanza è terapeutica”, Milano, 2005)

Sono migliaia gli eventi organizzati da istituzioni e soggetti diversi in occasione della Giornata della Salute Mentale. Migliaia gli annunci pervenuti al Forum Salute Mentale. Dove più, dove meno un diffuso protagonismo e parole d’ottimismo.

Il Forum vuole ricordare a tutti, proprio in occasione di questo giorno, l’impegno che dovremo assumere a sostegno del ddl “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei princìpi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180″, di recente presentato in Senato (vedi)

Ravenna: in un anno nessuna contenzione: “Siamo sulla buona strada”

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/10/2017 - 18:16

(disegno di Ugo Pierri)

Si è svolta mercoledì 3 ottobre, al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Ravenna una cerimonia per ricordare che da circa 13 mesi, nel servizio stesso, non viene effettuata alcuna contenzione dei pazienti. Hanno partecipato alla cerimonia il sindaco di Bagnacavallo Eleonora Proni; l’assessore Claudia Gatta di Faenza; il comandante della polizia municipale di Ravenna Andrea Giacomini; il giudice tutelare di Ravenna Cesare Santi; Milena Spadola (Collegio Infermieri Ravenna); Giovanni Rossi (vicepresidente dell’associazione dei Spdc non restraitment, cioè che evitano contenzione); Claudio Ravani (Direttore Dipartimento Psichiatrico Ausl Romagna); Roberto Zanfini (Direttore Spdc Ravenna); Barbara Bandini (Coordinatrice infermieristica Spdc Ravenna) Valerio Cellini (associazione di parenti dei pazienti “Porte Aperte”).

“Nonostante i Servizi Psichiarici di Diagnosi e Cura ricorrano alla contenzione meccanica dei propri pazienti, non sono attualmente presenti leggi o norme che la regolamentino – ha spiegato Zanfini – Il Regio Decreto 615/1909 – che al Capo IV art. 60 recitava: “Nel manicomio debbono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi e non possono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’istituto. L’autorizzazione indebita dell’uso di detti mezzi rende passibili coloro che ne sono responsabili di una pena pecuniaria (…) L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in Case Private” – è stato infatti abolito dalla legge 180/1978 che non contempla tale modalità operativa. In alcune Regioni comunque, in particolare l’Emilia Romagna, le contenzioni meccaniche sono state oggetto di circolari che le disciplinano con apposite disposizioni e vengono puntualmente monitorate. Nel 2006 il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura ha segnalato che in Italia “il potenziale di abuso e di maltrattamento che l’uso di mezzi di contenzione comporta resta fonte di particolare preoccupazione. Purtroppo sembra che in molti degli istituti visitati vi sia un eccessivo ricorso ai mezzi di contenzione”. Per questo motivo la Conferenza delle Regioni e delle Provincie autonome, nel 2010, ha stilato delle raccomandazioni per prevenire le contenzioni fisiche in psichiatria. Il ricorso alla contenzione è infine stigmatizzato dagli Ordini Professionali e nel 2015 il Comitato nazionale di Bioetica ha ribadito la necessità di un suo superamento”.

“La contenzione meccanica – prosegue Zanfini – oltre che degradante, non è scevra da rischi e complicanze. Sin dal 2000 il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Ravenna ha avviato pratiche atte a ridurre il ricorso alla contenzione meccanica con l’obiettivo di eliminarla come pure di “umanizzare” sempre di più il ricovero in particolare per le persone ricoverate coattivamente. Gli interventi attuati sono stati strutturali, clinico organizzativo e formativi. Per quello che riguarda gli interventi strutturali l’ambiente di cura è stato reso il più possibile simile a quello di un domicilio: sono state tolte le sbarre alle finestre, eliminate le telecamere, e si è reso possibile l’accesso a diverse aree del reparto. Gli interventi clinico-organizzativi sono stati diversi: monitoraggio di ogni singola contenzione attraverso la registrazione e l’analisi per individuare i fattori che la determinano, in modo da poter apprendere stretegie/interventi preventivi; trasparenza dell’operato avvisando i familiari e dando loro la possibilità di rimanere in reparto per tutta la sua durata; assistenza continua da parte di un operatore per tutta la sua durata; discussione da parte di tutto il gruppo di lavoro prima di utilizzarla, con supervisione da parte del Direttore per verificare se tutte le strategie alternative sono state esplorate; possibilità di rinforzo del turno in caso di particolari situazioni di crisi; utilizzo del tempo evitando, quando possibile, di “chiudere” la situazione di crisi per aspetti dovuti all’organizzazione. Sono stati inoltre rafforzanti i piani di trattamento individuali basati sulla diagnosi funzionale, con un atteggiamento improntato alla partnership e al recovery, coinvolgendo la persona; si sono ridotti i tempi di inattività attraverso un aumento del tempo di relazione con gli operatori, l’esecuzione dei trattamenti psicosociali individuali e di gruppo. Le cosiddette regole di reparto sono poi state per gran parte sostituite dai summenzionati piani di trattamento individuale. Diversi sono stati, infine, gli interventi formativi eseguiti che hanno riguardato l’apprendimento della diagnosi funzionale, di tecniche psicosociali, la gestione del rischio di violenza e dell’aggressività, interventi di debriefing e defusing per il gruppo di lavoro. Attraverso queste azioni il numero delle contenzioni è stato gradualmente ridotto nel corso degli anni, passando dalle 150 del 2000 (il reparto aveva 15 posti letto) alle 3 del 2016 di cui l’ultima, ad oggi, eseguita nell’agosto di quell’anno. Il numero di pazienti trattati nel 2016 è stato di 430″.

“A questa situazione positiva si aggiungono altri dati, a loro volta positivi, sull’attività delle strutture per la salute mentale in Romagna – prosegue Claudio Ravani – La percentuale di popolazione “pesata” dell’Ausl Romagna rispetto alla Regione è del 25%. Ma dai dati regionali del Sistema Informativo Salute Mentale (Sism) emerge che l’Ausl Romagna eroga prestazioni al 25,23% della popolazione regionale. Il Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche (Dsmdp) della Ausl Romagna, per la Psichiatria Adulti, eroga percentuali complessive di trattamenti superiori, pari al 26,25%, delle prestazioni complessive dei Dsmdp regionali. La distribuzione delle prestazioni è ancora superiore se si considerano i raggruppamenti riabilitativi e psicoterapeutici: psicoterapie 27,4%, psicoeducazione 30,29%, trattamenti socio-riabilitativi 30,94%, verifiche e supervisioni 27,6%, valutazioni (assessment e altro) 39,82% Questi dati vanno integrati con le percentuali relative alle prestazioni tradizionalmente legate alla prescrizione e somministrazione dei farmaci, tipiche del setting ambulatoriale, che sono invece percentualmente più basse rispetto agli altri Dsmdp regionali: somministrazione farmaci 21,92%, colloquio 23,27%. Senza definire differenze “rivoluzionarie”, questi dati indicano però una maggior propensione nel Dsmdp romagnolo ad orientare i trattamenti nell’ambito della riabilitazione, della recovery, della valutazione personalizzata, piuttosto che al tradizionale modello prevalentemente o unicamente ambulatoriale/ farmacologico. La progettazione sul Budget di Salute, che sta progressivamente avviandosi (e che necessita dei tempi necessari a strutturare collaborazioni con gli altri soggetti coinvolti, come gli Enti Locali, il Privato Sociale, le Associazioni) contribuirà in modo decisivo a promuovere ulteriormente la logica degli interventi integrati ed altamente personalizzati, nell’ambito dei quali la farmacoterapia non assume certamente un ruolo centrale o esclusivo, ma funzionale e contestuale al raggiungimento degli obiettivi di riabilitazione, di inclusione sociale, di valorizzazione delle risorse della persona e del contesto “naturale”.

“Questo risultato è frutto di un cambiamento culturale anche per gli infermieri – ha evidenziato Spatola – E quando vado in altri contesti raccconto che a Ravenna facciamo così. Sono importanti i lavoro in equipe e l’attitudine alla relazione. Un nostro slogan è ‘conteniamo la contenzione’”. Giovanni Rossi ha ricordato che i reparti psichiatrici che riescono a raggiungere questi risultati sono 20 – 25 in tutt’Italia. Giacomini ha ricordato che “a Ravenna è stato firmato uno dei primi protocolli sui tso e che questi risultati sono frutto di un lavoro costante e di una stretta collaborazione, una piccola rivoluzione culturale”. Il sindaco Proni e l’assessore Gatta hanno rimarcato l’importanza che gli enti locali non siano estranei a questi processi e percorsi nell’ottica della integrazione degli interventi, anche attraverso il budget di salute. Il giudice tutelare Santi ha evidenziato come sia in aumento il numero di richieste per attivare l’amministratore di sostegno: 350 fino al 20 settembre 2017, mentre nello stesso periodo del 2016 erano state 270. Altro esempio di come la collaborazione di tutti gli enti sia importante. E se la caposala del servizio Barbara Bandini ha ribadito che “così si lavora meglio, anche noi operatori stiamo meglio” il presidente di “Porte Aperte” Cellini ha evidenziato che “dopo anni difficili, finalmente siamo sulla buona strada. Continuiamo così e facciamo ancora di più su tutti gli aspetti della presa in carico”.

Il film Padiglione 25 diventa un libro

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 08/10/2017 - 17:57

Padiglione 25. Autogestione in manicomio (1975-1976)

edito da Ediesse Editore, a cura di Claudia Demichelis, con allegato il film documentario Padiglione 25, Diario degli infermieri per la regia di Massimiliano Carboni.

Una riedizione del diario degli infermieri con un saggio introduttivo di Maria Grazia Giannichedda,

le postfazioni di Tommaso Losavio e Massimiliano Carboni.

E’ l’estate del 1975 quando un gruppo di infermieri dell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà,

ispirati dalle idee di Franco Basaglia, decide di occupare e autogestire uno dei padiglioni. Inizia così per quattordici infermieri del manicomio di Roma un’esperienza rivoluzionaria. Si trasferiscono con venti pazienti al Padiglione 25, osservano «il non rispetto delle vecchie regole», iniziano un lavoro lento e faticoso di reinserimento progressivo dei degenti nella società e scrivono un diario: un racconto in presa diretta di questa esperienza, da cui emerge con forza che cosa fosse il manicomio «e di cosa fosse fatto il lavoro per smontarlo», come scrive Maria Grazia Giannichedda, nella sua nota introduttiva al testo.

Una «prova di liberazione» la definisce Tommaso Losavio nella postfazione: un tassello importante della memoria di quegli anni, un esercizio interessante per il presente, nonostante l’esito tragico e la violenza dei rapporti di potere, che vedrà i giovani infermieri lasciati completamente soli e ostacolati da un’istituzione interessata solo al fallimento dell’esperienza. Una vicenda esemplare per riflettere sulla condizione attuale di trattamentoe di cura del disagio psichico. A cura di Claudia Demichelis, il libro è accompagnato dal film documentario Padiglione 25, il diario degli infermieri, per la regia di Massimiliano Carboni. La voce di Giorgio Tirabassi guida lo spettatore nella lettura del diario e sono gli stessi infermieri a ripercorrere nelle interviste questa esperienza. Attraverso il contributo delle immagini dell’AAMOD e della Fondazione Franco e Franca Basaglia, l’archivio video degli infermieri stessi e le suggestive animazioni di Annalisa Corsi, il film fotografa un momento di passaggio importante nella vita di un’Italia che in quegli anni cominciava a liberarsi dai manicomi.

Con il film documentario «Padiglione 25, il diario degli infermieri»

Regia di Massimiliano Carboni

Le ragioni del Ddl. Il sogno della piccola scala e il gigantismo istituzionale

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/10/2017 - 18:47

Malgrado la frammentarietà e la scarsità di studi valutativi, l’insufficienza di strumenti di verifica e di vigilanza e la disattenzione dei Ministeri, delle Regioni e delle Aziende che si sono succeduti, una descrizione qualitativa e quantitativa del sistema salute mentale è oggi comunque possibile (vedi il rapporto della Siep). Bisogna riferirsi a quanto prodotto dal Ministero della salute, occorre ripeterlo, in maniera discontinua e disorganica, dalle ricerche dell’Istituto superiore di sanità, dalle società scientifiche e, ancora, dai rapporti descrittivi annuali delle singole Regioni relativi all’allocazione delle risorse, alla quantità degli operatori sul campo, ai profili professionali, alla sensata distribuzione nel territorio, alla disposizione strategica dei servizi, alla presenza del privato sociale e del privato mercantile.

Un contributo empirico, che viene dall’esperienza immediata e dalla pratica giunge dall’ascolto attento delle persone con l’esperienza diretta e dei loro familiari. Non di rado, le associazioni hanno prodotto rapporti preziosissimi. Non trascurabile, e anzi fondamentale per ricostruire una piattaforma basata sul riconoscimento della singolarità, della dignità e del diritto delle persone è la risoluzione del febbraio 2000, adottata dal Comitato nazionale di bioetica (vedi link). Essa insiste sulla presenza sempre unica della persona in tutti i passaggi del percorso di cura. Non si deve omettere di citare, peraltro, la più recente risoluzione del Cnb del maggio 2015 (vedi link), relativa alla questione giuridica della contenzione biomeccanica, di cui finalmente si comincia a cogliere il profilo di illiceità assoluta. Il rapporto finale della Commissione parlamentare già citata, adottato nel 2013, fu frutto di numerose visite ai Dipartimenti di salute mentale, di audizioni di operatori, di familiari, di amministratori; quel rapporto permette di entrare nel merito di una valutazione critica dello stato dell’intera rete dei servizi.

I Dipartimenti di salute mentale (Dsm) presenti nelle Regioni vanno diminuendo di numero, in ragione di accorpamenti di più aree territoriali conseguenti a programmi di “razionalizzazione” e di contenimento delle risorse, peraltro già al limite della sufficienza. L’estensione talvolta spropositata del bacino di utenza (in alcune Regioni fino a 2 milioni di abitanti) crea vere e proprie impossibilità di governo, tradendo la dimensione della “piccola scala”, uno dei principi fondativi della riforma del 1978 e del lavoro territoriale.

Questo “gigantismo istituzionale”, come lo si è chiamato, molto sottrae alle opportunità di cura e la presenza di programmi riabilitativi ben strutturati spesso diviene miraggio. Talora, i dipartimenti non riescono efficacemente a uniformare l’offerta di cure e di servizi all’interno del loro bacino di riferimento.

La recente chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) ha ribadito l’esclusività e la centralità della presenza strategica dei Dsm; ha però evidenziato drammaticamente le differenze: la presa in carico delle persone in uscita dall’internamento ha sopportato ritardi e spesso soluzioni che attendono di essere ulteriormente riconsiderate (vedi articolo di Pellegrini).

In questo speciale frangente, la presenza di una struttura organizzativa “forte”, ben motivata e strategicamente presente sul territorio, ha fatto la differenza, dimostrando quanto siano aggredibili anche le scommesse più ardue e quanto la cura, la ripresa e una vita dignitosa siano possibili per tutte le persone che vivono le diverse condizioni del disagio mentale. Più di una persona su 100 è affetta da un disturbo mentale severo a rischio di disabilità e di marginalità sociale. Quasi un milione di persone, che si triplicano se si considerano i familiari e le persone più vicine coinvolte, con disturbi mentali severi sempre a rischio di cronicizzazione e di deriva sociale  sono il nocciolo duro di una scommessa sicuramente oggi alla nostra portata.

(continua)

Il futuro di una rivoluzione “gentile”

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/10/2017 - 18:45

(ph Jörg Heidenberger)

Pietro Pellegrini*

Il tema della creazione di un sistema che sostituisca gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), chiusi ope legis ad aprile 2015, una “rivoluzione gentile” così l’ha definita il commissario Franco Corleone, resta di grande attualità da un lato per tutti i problemi legislativi rimasti irrisolti e dall’altro per la necessità di ridefinire visioni e prassi operative sia della magistratura che dei dipartimenti di salute mentale.

Come è noto la riforma non ha modificato il codice penale relativamente ad imputabilità, pericolosità sociale, misure di sicurezza e non sono state eliminate nemmeno le contraddizioni più evidenti. La necessità di superare il c.d. “doppio binario”,  di garantire il diritto al processo a tutte le persone comprese quelle con disturbi mentali, evitando misure e percorsi opachi, spesso assai poco garantiti, resta una priorità.

La recente approvazione della legge delega sulla giustizia penale ha scongiurato un pericolosa regressione ma tutto il percorso richiede ancora un’alta attenzione in vista dell’emanazione dei decreti attuativi. A questo proposito, in coerenza con gli ordini del giorno approvati in Parlamento, l’intenzione del Ministero della giustizia[1] sembra quella di volere riservare le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) ai soggetti con misure di sicurezza detentive di tipo definitivo mentre per le altre situazioni (coloro che sono sottoposti a misure di sicurezza detentive provvisorie o nei quali lo stato di infermità psichica sia sopravvenuto nel corso della detenzione e le persone alle quali è stato riconosciuto un vizio parziale di mente) la risposta in primis dovrebbe essere data dalle Articolazioni per la salute mentale negli istituti di pena.

Soluzione questa che, almeno sotto il profilo clinico, non appare convincente in quanto la sede ove curare la persona dovrebbe essere quella più adatta in relazione ai bisogni sanitari. Sembra si continui a ragionare più di strutture, di posti dove collocare le persone e non tanto di progetti terapeutico riabilitativi da realizzarsi in primis, come per altro indica la legge 81/2014, nella comunità sociale.

L’OPG non è stato sostituito dalle REMS bensì dal sistema di welfare di comunità, del quale fa parte il Dipartimento di salute mentale, al cui interno come strutture socio-sanitarie e non penitenziarie, operano le REMS.

Non so quanto consapevolmente ma l’azione legislativa, per quanto incompleta, ha determinato le condizioni per la creazione di un sistema fondato su attività di cura e misure giudiziare di comunità. Un nuovo impianto che sposta l’attenzione dai luoghi separati alla comunità sociale e all’insieme delle attività e dei servizi che in essa vi operano. Alla precedente impostazione penitenziaria (custodialistica) se ne è sostituita una di carattere sanitario (inclusiva) con una funzione di garanzia della magistratura. Ciò deve essere registrato nei diversi accordi, ad esempio quello Stato-Regioni, onde evitare passi indietro, il mantenimento di approcci e linguaggi del tutto inadeguati o pesantemente in contrasto con il nuovo approccio. In questo quadro credo siano essenziali la vigilanza della società civile (Stopog e tante altre realtà associative) e il protagonismo dei Dipartimenti di salute mentale (DSM), del Coordinamento nazionale delle REMS affinché la revisione della normativa sia coerente con quanto finora si è realizzato nelle pratiche e con gli orientamenti parlamentari.[2]

Altro elemento assai importante è il pronunciamento del Consiglio Superiore della Magistratura[3] che costituisce un sicuro punto di riferimento sia per quanto attiene ai contenuti che al metodo indicato. Formazione e lavoro congiunto (cruscotti, tavoli, protocolli regionali) tra magistratura e dipartimenti di salute mentale possono essere gli strumenti per sviluppare e implementare le “buone pratiche”. La costituzione formale di un organismo di coordinamento stato-regioni e di cruscotti regionali che coinvolgano tutti gli attori del nuovo sistema potrebbe essere un passaggio significativo.

Un percorso che può portare a nuovi, più avanzati punti di incontro tra giustizia e psichiatria per dare piena funzionalità al sistema riformato, superare le criticità (ad es. le liste di attesa, gli invii inappropriati, le dimissioni dalle REMS, i migranti e senza fissa dimora, un’appropriata risposta alle  donne) e raggiungere così un risultato straordinario: fare strutturalmente a meno dell’OPG e delle logiche che lo sostenevano.

Questo, tuttavia, non può risolvere tutte le contraddizioni evidenziate dalla chiusura degli OPG: mi riferisco da un lato alla questione della salute mentale negli istituti penitenziari, alla necessità di dare corso a misure alternative e innovative e, dall’altro all’impegno crescente dei DSM per occuparsi in modo efficace di tutti quei casi con misure giudiziarie (libertà vigilata, arresti domiciliari ecc.) presenti nel territorio. E’quindi essenziale un’attenzione politica che sappia sostenere il sistema di welfare pubblico universalistico, legiferare e programmare adeguate risorse nell’ambito di politiche per i diritti, la salute e la sicurezza in grado di essere efficaci e non siano incentrate in primis sulla detenzione, dotando di adeguati mezzi l’intero sistema sia quello sanitario che giudiziario. La riforma ha evidenziato anche alcuni limiti nella risposta del sistema socio-sanitario a problemi posti da soggetti affetti da autismo, disabilità intellettiva, decadimento cognitivo che assolutamente non dovrebbero entrare in REMS ma trovare altre tipologie di risposte.

Il futuro della riforma dipenderà dal respiro e dalla forza della nuova impostazione. Senza tutto questo, il superamento degli OPG per via sanitaria, che è riuscito con uno sforzo ingente, rischia di non reggere la pressione che viene dall’esterno, dal sistema giudiziario e da quello penitenziario o dall’opinione pubblica, affinché svolga un mandato, quello custodialistico-securitario, strutturalmente impossibile. Il reflusso e la controriforma avanzeranno, magari sotto il peso dei problemi irrisolti (liste di attesa, cedimento dei DSM per impossibilità a svolgere la cura e l’abilitazione) dando spazio a diverse soluzioni come ad esempio strutture a gestione “penitenziaria” (che, va ricordato, dovevano portare alla chiusura degli OPG ma quella via più volte ipotizzata non si è mai realizzata).

Dimostrato che l’OPG può essere chiuso tramite la psichiatria di comunità, occorrono una vision chiara e una precisa metodologia. Seppure la misura di sicurezza deve essere adeguata ad assicurare le cure e a fare fronte alla pericolosità sociale, è la stessa Corte Costituzionale a precisare che «le esigenze di tutela della collettività non potrebbero mai giustificare misure tali da arrecare danno, anziché vantaggio alla salute del paziente» (Sentenza n. 253/2003). Quindi per quanto si cerchi di dare equilibrio e sinergia fra i mandati che fanno capo a normative e competenze diverse, nel nuovo sistema a gestione sanitaria, deve prevalere con nettezza quello di cura.

Quindi occorre più coraggio, maggiore capacità di ascolto per prevenire con uno sforzo comune le misure di sicurezza detentive, più innovazione per preservare le caratteristiche essenziali della riforma: ad esempio avvallare l’intero programma di cura, sviluppare soluzioni altamente personalizzate anche sperimentali, garantire fin da subito permessi e attività, forte elasticità nei percorsi, sicurezza e libertà nelle cure.

Gran parte delle misure di sicurezza detentive è evitabile, molti dei pazienti in REMS sono già oggi dimissibili, vanno abbandonate posizioni autoreferenziali e decisioni unilaterali a volte del tutto al di fuori dello spirito della nuova legge. Ancora troppe volte si ha una concezione della misura amministrativa di sicurezza come pena, dotata di una sua autonomina e priorità quando invece dovrebbe accompagnare e sostenere il percorso di cura.

La chiusura degli OPG ha evidenziato la questione della salute mentale negli istituti di pena dove è rilevante la percentuale di persone detenute con disturbi psichici o dipendenze patologiche e vi sono grandi difficoltà o l’impossibilità a realizzare un adeguato trattamento individualizzato all’interno di apposite sezioni dedicate. Osserva, amaramente, il CSM: «La realtà nota agli operatori, purtroppo, è nel senso della sostanziale inesistenza, allo stato, di contesti penitenziari in cui siano offerti regimi di trattamento differenziato indirizzati alla osservazione, alla cura e alla riabilitazione effettive di individui affetti da infermità psichica».

Quindi un raccordo fra magistratura di cognizione, di sorveglianza, amministrazione penitenziaria e DSM è essenziale per creare percorsi sperimentali negli istituti penitenziari anche per quei soggetti (non responders, gravi psicopatici, elevate esigenze di custodia, etc.) per i quali non risulta appropriato il ricovero nelle REMS. Poi vi sono questioni specifiche quale quella dei soggetti senza fissa dimora (circa 8% del totale degli ospiti delle REMS), delle donne autrici di reato e prosciolte.

In questo quadro certamente complesso è ancora troppo diffusa la convinzione che la REMS sia/debba essere un’appendice degli istituti di pena, in una sorta di circuito parallelo nel quale la funzione custodiale sia prevalente. O nel migliore dei casi sia una sorta di area di transizione tra due sistemi con una sorta di impossibile bilanciamento fra due funzioni cura e custodia che i sanitari non possono svolgere contemporaneamente.

La riforma, nell’affidare alla sanità (e non solo alle REMS) la gestione dei percorsi dei pazienti autori di reati e prosciolti, ha cambiato l’intero sistema, collocando il mandato di cura in una prevalenza di fatto perché è solo attraverso questo che la persona può migliorare, cambiare e ritornare ad essere parte della comunità sociale. È un compito assai difficile che la psichiatria di comunità italiana si è assunta e con coraggio e molte difficoltà sta portando avanti meglio laddove vi è il dialogo e il sostegno delle magistrature con le quali condividere programmi e rischi, definire le garanzie, rispetto alle possibili ricadute della patologia e recidive dei reati. Un lavoro che è più facile laddove vi sono Enti locali sensibili, comunità accoglienti, sensibili e solidali…

Attualmente non vi è una strada diversa, né può mai essere tale l’abbandono delle persone. Al contempo appare a tutti chiaro che il processo riformatore non è finito ma è solo iniziato. Occorrono altri investimenti che portino a una diversificazione dei Servizi e delle strutture, all’affermazione dei diritti, a linguaggi nuovi (non più internati ma ospiti, non più minorati ma “persone con…”, “affette da…” e così via) e pensieri lunghi nella relazione fra magistratura e psichiatria.

* Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale e Dipendenze Patologiche (DAI-SMDP) della Ausl di Parma, Largo Natale Palli 1/B, 43126 Parma, tel. 0521-396624/8, fax 0521-396633, E-Mail <ppellegrini@ausl.pr.it>.

[1] https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_6_9.page;jsessionid=W2QHD2iEtw+PBRJYbxIeShOs?contentId=NOL33582&previsiousPage=homepage

[2] http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/assemblea/html/sed0813/leg.17.sed0813.allegato_a.pdf

[3] (Fasc. 37/PP/2016 del 19 aprile 2017, “Disposizioni urgenti in materia di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) e di istituzione delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), di cui alla Legge n. 81 del 2014. Questioni interpretative e problemi applicativi”: www.societadellaragione.it/2017/04/22/falsi-allarmi-la-verita-sulla-chiusura-degli-opg).

Il collettivo per guarire

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/10/2017 - 16:50

Ieri l’altro a Matera Carlo Miccio ha presentato il suo “La trappola del fuori gioco” nel centro diurno polivalente di Matera. A margine del torneo di calcio che si conclude in questi giorni.  Hanno letto brani del testo Adele Caputo, Marco Bileddo e Piero Pacione.

Il giorno dopo, alle 9.00, Carlo Miccio ha incontrato gli studenti del Liceo Scientifico “D. Alighieri”.

Due giornate di partecipazione e di attenta discussione intorno all’attualità delle questioni della salute mentale e della ricchissima letteratura di narrazione di protagonisti che con condizioni e ruoli diversi vivono l’esperienza del disturbo mentale.

La Trappola del fuorigioco, edito da Alphabeta per la collana 180 Archivio critico della salute mentale, è un romanzo che, come una sorta di cartina al tornasole, ci accompagna all’interno delle dinamiche di un ambiente familiare in cui si annida ed esplode un disagio mentale.
Leggendo il romanzo di Carlo, anche chi per il calcio non prova emozioni, troverà una scrittura e un modo di leggere la realtà che ricordano le atmosfere dei racconti di Soriano e la magia delle attese e delle passioni che fanno diversa la quotidianità banale e piatta. Ma anche la fatica della ricerca di parole per dire cose che fanno fatica a essere dette. E ancora la passione amorosa e gli affetti per reggere e sopravvivere alle catastrofi relazionali che rischiano di annientare ogni possibilità di sentire e di esserci. Il romanzo, con il suo sogno di un calcio totale, del collettivo olandese dove la fragilità, l’assenza di un calciatore viene immediatamente rimpiazzata da un compagno, rimanda a un’immagine del gruppo che tante volte per chi vive un’esperienza di dolore si frantuma irrimediabilmente. Il sogno di un comunismo felice, di una società dove tutti si prendano cura di tutti. Dove come nei paesi salentini tutti i paesani si raccolgono intorno alla tarantata per fare argine alla sofferenza.
“Il sogno di una cosa migliore” verrebbe da dire.

Tutto comincia a giugno del  1975: la travolgente avanzata elettorale del PCI di Berlinguer minaccia di sconvolgere l’ordine politico e sociale dell’intero paese. Per Sebastiano La Rosa, 40 anni e una diagnosi di Depressione Bipolare Schizoaffettiva, si profila il peggiore degli incubi: un paese in mano a barbari che bruciano chiese e sequestrano case. Una paura capace di spingerlo nel baratro psicotico e nel groviglio delle cure psichiatriche, dei ricoveri, dei farmaci, dei trattamenti obbligatori, delle incertezze di una riforma che arriva in quegli anni e fa fatica a realizzarsi. Tutto accade sotto gli occhi di suo figlio Marcello, dieci anni, che la realtà la decifra solo attraverso il gioco del calcio. E che al significato della parola comunismo, e al senso vero delle paure di suo padre, ci arriverà scoprendo le meraviglie del calcio totale: un modulo perfetto praticato dalla nazionale olandese sotto la guida del suo rivoluzionario condottiero, il compagno Johan Ciuf. Mentre la famiglia poco a poco si sgretola Marcello inizia un cammino di trasformazione che lo porterà negli anni a trovare la maniera per gestire l’ingombrante presenza della malattia paterna, i conflitti e le lacerazioni familiari e le sue stesse reazioni emotive davanti alla paura e al pericolo.

Un libro da leggere e da suggerire alle persone che amiamo.

Salute mentale, cure a rischio. Ecco la mappa delle diseguaglianze

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 01/10/2017 - 16:39

(ph Raffaella Dal Toso)

di Fabrizio Starace (presidente Società italiana di Epidemiologia psichiatrica); Flavia Baccari

La connotazione territoriale e comunitaria della psichiatria italiana è chiaramente esplicitata negli atti normativi e nei documenti di programmazione nazionali e regionali. Anche la componente ospedaliera dei Dipartimenti di Salute mentale, costituita dai Servizi psichiatrici di diagnosi e cura, è stata riformata – ben prima del Dm 70/2015 – prevedendo un numero di posti letto non superiore a 15 e un rapporto tendenziale posto-letto/popolazione adulta residente pari a 1/10.000.

Ciononostante, la differente operatività dei sistemi di cura per la salute mentale nei contesti territoriali e ospedalieri non è mai stata sistematicamente valutata nelle diverse Regioni italiane. La recente pubblicazione dei dati del Sistema informativo Salute mentale (ministero Salute, 2016) e l’elaborazione di indicatori di struttura e di processo su base regionale, condotta dalla Società italiana di Epidemiologia psichiatrica (Starace et al., 2017), ha consentito la costruzione di due Indici sintetici per caratterizzare l’Assistenza psichiatrica ospedaliera/residenziale (centrata sul posto-letto) e l’Assistenza psichiatrica territoriale (centrata nella comunità) in ciascuna Regione.

Metodo

Gli indicatori usati (i tassi sono calcolati prendendo come riferimento la popolazione residente per Regione al 1° gennaio 2015) per la costruzione dei due Indici sono riportati di seguito (v. tabella 1 nel file correlato).

L’indicatore relativo al numero di utenti presenti in strutture residenziali è stato considerato all’interno dell’Indice di Assistenza ospedaliero/residenziale, per dar conto del fenomeno di trans-istituzionalizzazione descritto da Priebe et al. (2005).

I valori riportati in ciascuna Regione agli indicatori specifici sono stati rielaborati e ricondotti a punteggi proporzionali compresi tra 0 e 100, dove il valore 100 è assegnato all’indicatore con punteggio maggiore e valore 0 a quello col punteggio minore. In entrambe le aree il punteggio totale è stato calcolato sulla somma dei punteggi ai singoli indicatori.

L’Indice di Assistenza ospedaliero/residenziale e quello di Assistenza territoriale sono stati calcolati sommando i punteggi ottenuti da ciascuna Regione agli indicatori selezionati.

La posizione delle diverse Regioni è stata infine rappresentata graficamente in relazione alle due dimensioni individuate.

Risultati

Il punteggio più elevato all’indicatore dimissioni ospedaliere è quello della Pa di Bolzano, mentre il punteggio minore (corrispondente al più basso tasso di ospedalizzazioni presso reparti di psichiatria) è della Regione Friuli Venezia Giulia.

Per i Tso, il punteggio più alto (corrispondente al più elevato tasso di Tso) si rileva nella Regione Sicilia, quello più basso nella Pa di Bolzano.

La Regione Lombardia presenta una maggiore frequenza di accessi al Ps per motivi psichiatrici, a segnalare frequenza più elevata di condizioni psichiatriche non intercettate dai servizi territoriali di salute mentale; il Molise si colloca all’estremo opposto.

Infine, il numero di persone presenti in strutture residenziali psichiatriche è più elevato in Regione Emilia Romagna; si attesta sul valore minimo in Regione Calabria (v. tabella 2 nel correlato).

Il punteggio più elevato all’indicatore prevalenza trattata è quello della Regione Emilia-Romagna e corrisponde al più alto tasso di trattamento presso strutture territoriali, confermando un’ampia copertura dei servizi territoriali per la salute mentale; il punteggio minore è della Regione Basilicata. Per quanto concerne l’incidenza, ovvero i nuovi casi trattati durante l’anno, il punteggio più alto si rileva nella Regione Calabria, quello più basso in Umbria.

Il Friuli Venezia Giulia è la Regione che eroga il numero maggiore di prestazioni per utente; il Veneto si colloca all’estremo opposto.

Infine, il numero di persone con visita psichiatrica territoriale entro 14 giorni dalla dimissione ospedaliera è più elevato nella Pa di Trento a segnalare la migliore continuità delle cure successiva al ricovero; si attesta sul valore minimo in Regione Basilicata (v. tabella 3 nel correlato).

L’Indice di Assistenza ospedaliero/residenziale, calcolato sommando i punteggi ottenuti da ciascuna Regione agli indicatori selezionati, mostra che le Regioni caratterizzate da una maggiore assistenza ospedaliera/residenziale sono, nell’ordine, Emilia-Romagna, Sicilia, Valle d’Aosta e Liguria, con punteggi superiori a 250. Il Friuli Venezia Giulia si distacca in modo netto dal resto delle Regioni, con un punteggio pari a 58,5 che conferma un deciso orientamento alla de-ospedalizzazione delle cure.

Per quanto riguarda l’assistenza territoriale, la Regione Emilia-Romagna e il Friuli Venezia Giulia mostrano i punteggi più elevati, indicativi di una maggiore capacità di gestione dell’assistenza da parte dei servizi territoriali di salute mentale. La Regione Basilicata, con un punteggio pari a 13,5, presenta evidenti criticità nella dimensione territoriale dell’assistenza (v. tabella 4 nel correlato).

Il grafico rappresenta la posizione delle singole Regioni rispetto ai due Indici di Assistenza calcolati. Le Regioni con migliore performance nelle attività territoriali e valori ridotti dell’indice di ospedalizzazione sono il Friuli Venezia Giulia, la Pa di Trento, il Molise e la Calabria. All’opposto troviamo le Regioni il cui sistema di cura per la salute mentale appare caratterizzato da elevati livelli di attività ospedaliera e bassi livelli di attività territoriale, a indicare la permanenza di modalità assistenziali centrate sull’ospedale, piuttosto che nella comunità; esse sono Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Pa di Bolzano, Sardegna, Umbria, Marche, Lazio, Toscana e Veneto. Nelle Regioni Campania, Abruzzo e Basilicata, invece, entrambi gli indici di performance sono allineati su valori bassi (segnale questo di una complessiva situazione di carenza assistenziale). All’opposto, le Regioni Emilia Romagna, Liguria, Sicilia e Puglia presentano valori elevati a entrambi gli indici; in questo caso si può ipotizzare l’esistenza di un “doppio binario”, secondo il quale a una modalità di assistenza tradizionale, condizionata dall’uso del posto-letto, si è affiancata – senza sostituirla – una modalità innovativa di tipo territoriale; ciò evidentemente comporta un maggiore impegno economico assorbito in parte ancora rilevante dalle attività ospedaliero-residenziali.

(vedi tutto)

Da Il Sole24Ore Sanità: http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/aziende-e-regioni/2017-09-27/salute-mentale-cure-rischio-ecco-mappa-diseguaglianze-112510.php?uuid=AEWnPVaC&refresh_ce=1


Articolo diseguaglianze psichi atria Sole Sanità 26.9.2017 Allegati

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