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Tornavo da Trieste. 5

Dal Forum Salute Mentale - Sab, 23/12/2017 - 11:05
TORNAVO DA TRIESTE per una psichiatria gentile di Emanuela Nava 5 Stavamo arrivando in stazione. Dal finestrino si scorgevano sempre più frequenti le luci della città. -E vuole sapere cosa mi ha detto, mentre bevevamo il caffè? Che un giorno dell’anno prima, visto che non lo ricevevano mai quando aveva bisogno e si era molto offeso, aveva chiesto alle infermiere di dire al suo psichiatra di telefonargli per favore. E lo psichiatra invece, per tutta risposta, gli aveva mandato una raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui c’era scritto il giorno e l’ora dell’appuntamento. Una raccomandata, capisce? Neppure una telefonata, per cercare di capire cosa stava accadendo, un briciolo di luminosa umanità, insomma… La signora afferrò borsa, sciarpa e cappello. -Devo andare. Buonasera e buon viaggio!- esclamò. -Buonasera a lei, signora, faccia tanti auguri a sua figlia!- risposi. -Sì, grazie. Lo sa che da gennaio torna a scuola? -Tutto bene, allora? -Sì, a volte si comporta come una bambina. Vuole entrare nel lettone. Gioca con la bambola di quando era piccola. Chissà. Forse vuole recuperare il tempo perduto.- mi guardò negli occhi per un istante che mi sembrò senza fine. -Lei dice che a Trieste le cose sono diverse? -Sì, a Trieste non tolgono le stringhe delle scarpe, permettono di tenere lo shampoo in camera, i medici non indossano il camice e sa una cosa? Le porte sono sempre aperte e la Madonna della Misericordia è molto vicina. Stava già percorrendo il corridoio, trascinando un piccolo trolley che non avevo notato prima e che aveva nascosto tra i sedili, quando la signora tornò indietro e mi abbracciò. Per farlo abbracciò anche Franco Basaglia che era sempre accanto a noi, anche se lo vedevo solo io. -Grazie!- sussurrò. –Grazie. Dal finestrino la vidi percorrere la pensilina e scendere le scale del sottopassaggio della stazione. Sospirai, chiusi gli occhi per qualche istante. Quando li riaprii,Basaglia era sparito. Ora che ci penso, non riesco a ricordare in quale città scese la signora. Senz’altro in una dove i centri di salute mentale e i servizi psichiatrici degli ospedali hanno le porte chiuse. Ricordo solo che riaprii il libro. Avevo lasciato il segnalibro alla fiaba di Hansel e Gretel. Rilessi il finale, quello che mi piaceva tanto e che non facevo altro che ripetere a tutti coloro, che volevano conoscere cosa intendessi per potenza delle fiabe. “Hansel e Gretel entrarono nella casa della strega e dappertutto c’erano forzieri pieni di perle e di pietre preziose. -Sono molto meglio dei sassolini!- disse Hansel, e mise in tasca tutto quel che poté entrarci; e Gretel disse: -Anch’io voglio portarne a casa un po’.- E si riempì il grembiulino… e così finirono tutti i guai… la matrigna era morta… e Hansel e Gretel e il padre, a cui avevano regalato tutti i tesori, vissero felici e contenti.” Che bel finale, pensai. I tesori mancavano ai genitori che avevano abbandonato Hansel e Gretel. Non a Hansel e Gretel, che erano stati abbandonati. Per questo motivo i bambini della fiaba non li tenevano per sé, ma li regalavano al padre. -Speriamo che quella ragazza capisca che non era a lei che mancava la bellezza e il profumo, ma al suo Narciso che non aveva abbastanza tesori dentro di sé per riconoscere quelli di lei.- dissi a me stessa. E fu mentre ripensavo alla ragazza che parlava di Star Wars, che a un tratto mi venne in mente che non avevo chiesto il nome alla signora. Né il suo, né quello di sua figlia. Provai dispiacere e vergogna. Ma il treno aveva ripreso la sua corsa nel buio della sera. Continuai a leggere. 6 gennaio 2017 (5- fine)TORNAVO DA TRIESTE

Per una psichiatria gentile

di Emanuela Nava

Stavamo arrivando in stazione. Dal finestrino si scorgevano sempre più frequenti le luci della città.

-E vuole sapere cosa mi ha detto, mentre bevevamo il caffè? Che un giorno dell’anno prima, visto che non lo ricevevano mai quando aveva bisogno e si era molto offeso, aveva chiesto alle infermiere di dire al suo psichiatra di telefonargli per favore. E lo psichiatra invece, per tutta risposta, gli aveva mandato una raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui c’era scritto il giorno e l’ora dell’appuntamento. Una raccomandata, capisce? Neppure una telefonata, per cercare di capire cosa stava accadendo, un briciolo di luminosa umanità, insomma…

La signora afferrò borsa, sciarpa e cappello.

-Devo andare. Buonasera e buon viaggio!- esclamò.

-Buonasera a lei, signora, faccia tanti auguri a sua figlia!- risposi.

-Sì, grazie. Lo sa che da gennaio torna a scuola?

-Tutto bene, allora?

-Sì, a volte si comporta come una bambina. Vuole entrare nel lettone. Gioca con la bambola di quando era piccola. Chissà. Forse vuole recuperare il tempo perduto.- mi guardò negli occhi per un istante che mi sembrò senza fine.

-Lei dice che a Trieste le cose sono diverse?

-Sì, a Trieste non tolgono le stringhe delle scarpe, permettono di tenere lo shampoo in camera, i medici non indossano il camice e sa una cosa? Le porte sono sempre aperte e la Madonna della Misericordia è molto vicina.

Stava già percorrendo il corridoio, trascinando un piccolo trolley che non avevo notato prima e che aveva nascosto tra i sedili, quando la signora tornò indietro e mi abbracciò. Per farlo abbracciò anche Franco Basaglia che era sempre accanto a noi, anche se lo vedevo solo io.

-Grazie!- sussurrò. –Grazie.

Dal finestrino la vidi percorrere la pensilina e scendere le scale del sottopassaggio della stazione. Sospirai, chiusi gli occhi per qualche istante. Quando li riaprii,Basaglia era sparito. Ora che ci penso, non riesco a ricordare in quale città scese la signora. Senz’altro in una dove i centri di salute mentale e i servizi psichiatrici degli ospedali hanno le porte chiuse. Ricordo solo che riaprii il libro. Avevo lasciato il segnalibro alla fiaba di Hansel e Gretel. Rilessi il finale, quello che mi piaceva tanto e che non facevo altro che ripetere a tutti coloro, che volevano conoscere cosa intendessi per potenza delle fiabe.

“Hansel e Gretel entrarono nella casa della strega e dappertutto c’erano forzieri pieni di perle e di pietre preziose. -Sono molto meglio dei sassolini!- disse Hansel, e mise in tasca tutto quel che poté entrarci; e Gretel disse: -Anch’io voglio portarne a casa un po’.- E si riempì il grembiulino… e così finirono tutti i guai… la matrigna era morta… e Hansel e Gretel e il padre, a cui avevano regalato tutti i tesori, vissero felici e contenti.”

Che bel finale, pensai.

I tesori mancavano ai genitori che avevano abbandonato Hansel e Gretel. Non a Hansel e Gretel, che erano stati abbandonati. Per questo motivo i bambini della fiaba non li tenevano per sé, ma li regalavano al padre.

-Speriamo che quella ragazza capisca che non era a lei che mancava la bellezza e il profumo, ma al suo Narciso che non aveva abbastanza tesori dentro di sé per riconoscere quelli di lei.- dissi a me stessa.

E fu mentre ripensavo alla ragazza che parlava di Star Wars, che a un tratto mi venne in mente che non avevo chiesto il nome alla signora. Né il suo, né quello di sua figlia. Provai dispiacere e vergogna. Ma il treno aveva ripreso la sua corsa nel buio della sera.

Continuai a leggere.

6 gennaio 2017

(fine)

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Ribadito a Parma che le Rems non sono Opg in sedicesima

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 13/12/2017 - 18:53

Nella recente risoluzione, il Consiglio Superiore del-la Magistratura dice che le “Rems  assumono connotazioni del tutto differenti rispetto agli OPG”. (…) “La riforma ha, dunque, posto al centro del nuovo sistema i dipartimenti di salute mentale, divenuti titolari dei programmi terapeutici e riabilitativi allo scopo di attuare, di norma, i trattamenti in contesti territoriali e residenziali. E ancora occorre ”favorire l’integrazione dell’operato dei giudici della cognizione e di sorveglianza con le strutture dei Dipartimenti di salute mentale e delineare un modello di assistenza improntato da un lato a modelli variegati; dall’altro lato, ad escludere che al centro del sistema si pongano le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza.” Le REMS sono, pertanto, soltanto un elemento del complesso sistema di cura e riabilitazione dei pazienti psichiatrici autori di reato. L’internamento in REMS ha assunto non solo, come si è anticipato, il carattere della eccezionalità, ma anche della transitorietà: il Dipartimento di salute mentale competente, infatti, per ogni internato deve predisporre, entro tempi stringenti, un progetto terapeutico riabilitativo individualizzato, poi inviato al giudice competente, in modo da rendere residuale e transitorio il ricovero in struttura.” Occorre favorire la crescita di buone prassi, di collaborazioni fattive attraverso il confronto fra tutti i soggetti, psichiatri, magistrati, amministrazione penitenziaria, avvocatura, prefettura forze dell’ordine, enti locali coinvolti nella realizzazione della legge 81/2014 nel quale un ruolo sempre più importante hanno anche gli utenti, i familiari e le loro associazioni. “Corollario rilevante della nuova direzione terapeutica e riabilitativa attribuita all’istituto dal legislatore è il principio della territorialità del ricovero”.

Il coinvolgimento di tutte le realtà attive nel contesto sociale e dell’opinione pubblica è essenziale per un nuovo approccio “di comunità” al problema.

Il futuro di una rivoluzione “gentile”

Dal Forum Salute Mentale - Mer, 13/12/2017 - 18:45

Occorre coraggio e capacità di ascolto

Pietro Pellegrini*

Il tema della creazione di un sistema che sostituisca gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), chiusi ope legis ad aprile 2015, una “rivoluzione gentile” così l’ha definita il commissario Franco Corleone, resta di grande attualità da un lato per tutti i problemi legislativi rimasti irrisolti e dall’altro per la necessità di ridefinire visioni e prassi operative sia della magistratura che dei dipartimenti di salute mentale.

Come è noto la riforma non ha modificato il codice penale relativamente a imputabilità, pericolosità sociale, misure di sicurezza e non sono state eliminate nemmeno le contraddizioni più evidenti. La necessità di superare il c.d. “doppio binario”, di garantire il diritto al processo a tutte le persone comprese quelle con disturbi mentali, evitando misure e percorsi opachi, spesso assai poco garantiti, resta una priorità.

La recente approvazione della legge delega sulla giustizia penale ha scongiurato una pericolosa regressione ma tutto il percorso richiede ancora un’alta attenzione in vista dell’emanazione dei decreti attuativi. A questo proposito, in coerenza con gli ordini del giorno approvati in Parlamento, l’intenzione del Ministero della giustizia[1]sembra quella di volere riservare le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) ai soggetti con misure di sicurezza detentive di tipo definitivo mentre per le altre situazioni (coloro che sono sottoposti a misure di sicurezza detentive provvisorie o nei quali lo stato di infermità psichica sia sopravvenuto nel corso della detenzione e le persone alle quali è stato riconosciuto un vizio parziale di mente) la risposta in primis dovrebbe essere data dalle Articolazioni per la salute mentale negli istituti di pena.

Soluzione questa che, almeno sotto il profilo clinico, non appare convincente in quanto la sede ove curare la persona dovrebbe essere quella più adatta in relazione ai bisogni sanitari. Sembra si continui a ragionare più di strutture, di posti dove collocare le persone e non tanto di progetti terapeutico riabilitativi da realizzarsi in primis, come per altro indica la legge 81/2014, nella comunità sociale.

L’OPG non è stato sostituito dalle REMS bensì dal sistema di welfare di comunità, del quale fa parte il Dipartimento di salute mentale, al cui interno come strutture socio-sanitarie e non penitenziarie, operano le REMS.

Non so quanto consapevolmente ma l’azione legislativa, per quanto incompleta, ha determinato le condizioni per la creazione di un sistema fondato su attività di cura e misure giudiziare di comunità. Un nuovo impianto che sposta l’attenzione dai luoghi separati alla comunità sociale e all’insieme delle attività e dei servizi che in essa vi operano. Alla precedente impostazione penitenziaria (custodialistica) se ne è sostituita una di carattere sanitario (inclusiva) con una funzione di garanzia della magistratura. Ciò deve essere registrato nei diversi accordi, ad esempio quello Stato-Regioni, onde evitare passi indietro, il mantenimento di approcci e linguaggi del tutto inadeguati o pesantemente in contrasto con il nuovo approccio. In questo quadro credo siano essenziali la vigilanza della società civile (Stopog e tante altre realtà associative) e il protagonismo dei Dipartimenti di salute mentale (DSM), del Coordinamento nazionale delle REMS affinché la revisione della normativa sia coerente con quanto finora si è realizzato nelle pratiche e con gli orientamenti parlamentari.[2]

Altro elemento assai importante è il pronunciamento del Consiglio Superiore della Magistratura[3] che costituisce un sicuro punto di riferimento sia per quanto attiene ai contenuti che al metodo indicato. Formazione e lavoro congiunto (cruscotti, tavoli, protocolli regionali) tra magistratura e dipartimenti di salute mentale possono essere gli strumenti per sviluppare e implementare le “buone pratiche”. La costituzione formale di un organismo di coordinamento stato-regioni e di cruscotti regionali che coinvolgano tutti gli attori del nuovo sistema potrebbe essere un passaggio significativo.

Un percorso che può portare a nuovi, più avanzati punti di incontro tra giustizia e psichiatria per dare piena funzionalità al sistema riformato, superare le criticità (ad es. le liste di attesa, gli invii inappropriati, le dimissioni dalle REMS, i migranti e senza fissa dimora, un’appropriata risposta alle  donne) e raggiungere così un risultato straordinario: fare strutturalmente a meno dell’OPG e delle logiche che lo sostenevano.

Questo, tuttavia, non può risolvere tutte le contraddizioni evidenziate dalla chiusura degli OPG: mi riferisco da un lato alla questione della salute mentale negli istituti penitenziari, alla necessità di dare corso a misure alternative e innovative e, dall’altro all’impegno crescente dei DSM per occuparsi in modo efficace di tutti quei casi con misure giudiziarie (libertà vigilata, arresti domiciliari ecc.) presenti nel territorio. E’quindi essenziale un’attenzione politica che sappia sostenere il sistema di welfare pubblico universalistico, legiferare e programmare adeguate risorse nell’ambito di politiche per i diritti, la salute e la sicurezza in grado di essere efficaci e non siano incentrate in primis sulla detenzione, dotando di adeguati mezzi l’intero sistema sia quello sanitario che giudiziario. La riforma ha evidenziato anche alcuni limiti nella risposta del sistema socio-sanitario a problemi posti da soggetti affetti da autismo, disabilità intellettiva, decadimento cognitivo che assolutamente non dovrebbero entrare in REMS ma trovare altre tipologie di risposte.

Il futuro della riforma dipenderà dal respiro e dalla forza della nuova impostazione. Senza tutto questo, il superamento degli OPG per via sanitaria, che è riuscito con uno sforzo ingente, rischia di non reggere la pressione che viene dall’esterno, dal sistema giudiziario e da quello penitenziario o dall’opinione pubblica, affinché svolga un mandato, quello custodialistico-securitario, strutturalmente impossibile. Il reflusso e la controriforma avanzeranno, magari sotto il peso dei problemi irrisolti (liste di attesa, cedimento dei DSM per impossibilità a svolgere la cura e l’abilitazione) dando spazio a diverse soluzioni come ad esempio strutture a gestione “penitenziaria” (che, va ricordato, dovevano portare alla chiusura degli OPG ma quella via più volte ipotizzata non si è mai realizzata).

Dimostrato che l’OPG può essere chiuso tramite la psichiatria di comunità, occorrono una vision chiara e una precisa metodologia. Seppure la misura di sicurezza deve essere adeguata ad assicurare le cure e a fare fronte alla pericolosità sociale, è la stessa Corte Costituzionale a precisare che «le esigenze di tutela della collettività non potrebbero mai giustificare misure tali da arrecare danno, anziché vantaggio alla salute del paziente» (Sentenza n. 253/2003). Quindi per quanto si cerchi di dare equilibrio e sinergia fra i mandati che fanno capo a normative e competenze diverse, nel nuovo sistema a gestione sanitaria, deve prevalere con nettezza quello di cura.

Quindi occorre più coraggio, maggiore capacità di ascolto per prevenire con uno sforzo comune le misure di sicurezza detentive, più innovazione per preservare le caratteristiche essenziali della riforma: ad esempio avvallare l’intero programma di cura, sviluppare soluzioni altamente personalizzate anche sperimentali, garantire fin da subito permessi e attività, forte elasticità nei percorsi, sicurezza e libertà nelle cure.

Gran parte delle misure di sicurezza detentive è evitabile, molti dei pazienti in REMS sono già oggi dimissibili, vanno abbandonate posizioni autoreferenziali e decisioni unilaterali a volte del tutto al di fuori dello spirito della nuova legge. Ancora troppe volte si ha una concezione della misura amministrativa di sicurezza come pena, dotata di una sua autonomina e priorità quando invece dovrebbe accompagnare e sostenere il percorso di cura.

La chiusura degli OPG ha evidenziato la questione della salute mentale negli istituti di pena dove è rilevante la percentuale di persone detenute con disturbi psichici o dipendenze patologiche e vi sono grandi difficoltà o l’impossibilità a realizzare un adeguato trattamento individualizzato all’interno di apposite sezioni dedicate. Osserva, amaramente, il CSM: «La realtà nota agli operatori, purtroppo, è nel senso della sostanziale inesistenza, allo stato, di contesti penitenziari in cui siano offerti regimi di trattamento differenziato indirizzati alla osservazione, alla cura e alla riabilitazione effettive di individui affetti da infermità psichica».

Quindi un raccordo fra magistratura di cognizione, di sorveglianza, amministrazione penitenziaria e DSM è essenziale per creare percorsi sperimentali negli istituti penitenziari anche per quei soggetti (non responders, gravi psicopatici, elevate esigenze di custodia, etc.) per i quali non risulta appropriato il ricovero nelle REMS. Poi vi sono questioni specifiche quale quella dei soggetti senza fissa dimora (circa 8% del totale degli ospiti delle REMS), delle donne autrici di reato e prosciolte.

In questo quadro certamente complesso è ancora troppo diffusa la convinzione che la REMS sia/debba essere un’appendice degli istituti di pena, in una sorta di circuito parallelo nel quale la funzione custodiale sia prevalente. O nel migliore dei casi sia una sorta di area di transizione tra due sistemi con una sorta di impossibile bilanciamento fra due funzioni cura e custodia che i sanitari non possono svolgere contemporaneamente.

La riforma, nell’affidare alla sanità (e non solo alle REMS) la gestione dei percorsi dei pazienti autori di reati e prosciolti, ha cambiato l’intero sistema, collocando il mandato di cura in una prevalenza di fatto perché è solo attraverso questo che la persona può migliorare, cambiare e ritornare ad essere parte della comunità sociale. È un compito assai difficile che la psichiatria di comunità italiana si è assunta e con coraggio e molte difficoltà sta portando avanti meglio laddove vi è il dialogo e il sostegno delle magistrature con le quali condividere programmi e rischi, definire le garanzie, rispetto alle possibili ricadute della patologia e recidive dei reati. Un lavoro che è più facile laddove vi sono Enti locali sensibili, comunità accoglienti, sensibili e solidali…

Attualmente non vi è una strada diversa, né può mai essere tale l’abbandono delle persone. Al contempo appare a tutti chiaro che il processo riformatore non è finito ma è solo iniziato. Occorrono altri investimenti che portino a una diversificazione dei Servizi e delle strutture, all’affermazione dei diritti, a linguaggi nuovi (non più internati ma ospiti, non più infermi di mente e minorati ma “persone con…”, “affette da…” e così via) e pensieri lunghi nella relazione fra magistratura e psichiatria.

* Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale e Dipendenze Patologiche (DAI-SMDP) della Ausl di Parma, Largo Natale Palli 1/B, 43126 Parma, tel. 0521-396624/8, fax 0521-396633, E-Mail <ppellegrini@ausl.pr.it>.

[1] https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_6_9.page;jsessionid=W2QHD2iEtw+PBRJYbxIeShOs?contentId=NOL33582&previsiousPage=homepage

[2] http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/assemblea/html/sed0813/leg.17.sed0813.allegato_a.pdf

[3] (Fasc. 37/PP/2016 del 19 aprile 2017, “Disposizioni urgenti in materia di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) e di istituzione delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), di cui alla Legge n. 81 del 2014. Questioni interpretative e problemi applicativi”: www.societadellaragione.it/2017/04/22/falsi-allarmi-la-verita-sulla-chiusura-degli-opg).

Liberarsi dalla necessità degli ospedali psichiatrici giudiziari

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 05/12/2017 - 08:36

Verrà presentato a Parma il 5 dicembre nel corso del convegno: “Processi e spazi di integrazione tra magistratura e dipartimenti di salute mentale nella comunità sociale” (vedi il programma), il libro Liberarsi dalla necessità degli ospedali psichiatrici giudiziari che raccoglie 2 anni di riflessioni degli operatori del Dsm di Parma impegnati nell’attento lavoro della chiusura dell’Opg e della realizzazione delle alternative possibili.

Liberarsi dalla necessità degli ospedali psichiatrici giudiziari

Quasi un manuale
Dedicato a Mario Tommasini, l’uomo dei sogni “impossibili”, il libro segue il processo di chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari che si è concluso nel gennaio di quest’anno e che deve affrontare ora i nodi ereditati dal secolo scorso, diventati tanto intricati che appare follia solo pensare di scioglierli.
La sequenza incalzante dei contributi di Pietro Pellegrini e dei suoi compagni e l’impostazione dialettica dei contenuti costituiscono una sorta di cantiere nel quale il lettore può ricavare un’idea chiara del cambiamento in corso. L’impegno che ha da sempre animato Mario Tommasini sembra rivivere nella campagna per abbattere i muri dei manicomi giudiziari, l’ultimo luogo di internamento arcaico e brutale sopravvissuto ai grandi cambiamenti degli anni ’70.
A 140 anni dall’apertura del primo manicomio criminale ad Aversa e quasi 40 dalla legge 180 del 1978, il nostro paese si è liberato dall’istituzione più brutale.
E proprio “liberarsi dalla necessità del carcere” era uno degli slogan programmatici del lavoro di Mario, di Franco Rotelli e di tanti altri compagni di strada. Il carcere come lotta contro l’esclusione e l’emarginazione, contro la necessità del manicomio, del brefotrofio, degli istituti per i disabili, dei ricoveri per i vecchi. Di tutte le istituzioni totali come luoghi di annientamento, di negazione di ogni brandello di soggettività, della vita stessa.
Mario Tommasini (1928-2006) è uno degli uomini che in Italia ha saputo trasformare bisogni in diritti, uno degli uomini che in vent’anni di lavoro politico ha vissuto per le tre ecologie: della mente, del sociale e dell’ambiente, senza mai dividerle. Per un’idea della politica e dell’uomo che fa dell’utopia un luogo che può essere dappertutto: nelle città, nei quartieri, nelle istituzioni.

Tornavo da Trieste. 4

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 04/12/2017 - 17:33

Per una psichiatria gentile

di Emanuela Nava

Si guariva da Star Wars parlando di Star Wars.

-Comunque, tornando indietro, dopo la seconda iniezione mensile mia figlia sembrava che non delirasse più e non diceva neppure più di puzzare. I medici erano contenti, anche noi lo eravamo, stava bene: era guarita. A casa si festeggiava, anche a mia figlia grande era tornato il sorriso. E si progettava già di ripetere l’anno in un’altra scuola e di quel Narciso, che l’aveva fatta soffrire, non si parlava più.

-E poi è accaduto, siamo rimaste da sole, mia figlia piccola e io, un pomeriggio, e lei ha ripetuto quello che diceva prima, anche con molte aggiunte e varianti, i combattimenti tra galassie, le finte guerre sulla terra, che erano solo la riproduzione cinematografica di quello che accadeva in cielo: l’Aids, la Tbc, la Meningite, malattie inoculate di notte dagli alieni. Il grande complotto mondiale per fare fuori la terra.

-Bisogna scriverle queste cose, divulgarle per salvare il mondo, ripeteva. Era per questo che non puzzava più. La principessa Leila era riuscita a intercedere per lei. Se avesse salvato il mondo, lo Jedi Obi Wan Kenobi le avrebbe fatto provare la spada laser. Ma occorreva scrivere tutto. E voleva che fossi io a scriverle, queste cose. Ma perché, le chiedevo, scrivile tu, sono cose che mi fanno impressione, lo sai che non ci credo.

-Insomma con gli altri, medici compresi che ogni mese la visitavano, non delirava più, ma con me sì.

-Voleva che io l’aiutassi e io ero riuscita solo a risponderle che non credevo in quelle sciocchezze.

-Ma bisogna capire anche me, quando lei mi raccontava le cose che vedeva e sentiva, stava molto male. Tremava, alzava e abbassava la voce, il cuore sembrava che le scoppiasse nel petto. Per un po’, dopo il mio rifiuto, lei ha fatto finta di niente, non parlava più di Star Wars né di battaglie interplanetarie, poi all’improvviso si è confidata con sua sorella, le ha detto che io l’avevo delusa, non credevo in lei, per questo lei non mi raccontava più nulla.

-Ho dovuto accettare, ero spaventatissima, avevo paura che potesse stare ancora peggio, mentre mi dettava quello che pensava, ho imposto qualche regola, solo un quarto d’ora di dettatura, appena stai male, smetto, le ho ripetuto. Ha accettato, mi ha dettato tutti quei deliri, che in fondo in fondo deliri non sono, bisogna imparare ad ascoltare le persone, a comprenderle, mettersi nei loro panni: aveva perso la testa per amore, si era rifugiata in un altro mondo, per giustificare lui ha dato la colpa a se stessa, all’odore che emanava. Ma forse in cuor suo sperava pure che Dart Fener gli tagliasse la testa con la spada laser, a quel Narciso senza sentimenti.

-Ho ancora la sua paginetta sulla scrivania del mio computer. Dopo dieci minuti mia figlia ha smesso di dettare. Ha detto che aveva finito. Non ha più parlato di Star Wars, non mi ha dettato più nulla, sono passati i mesi. Non ha mai più delirato. Forse, più delle

medicine, l’aveva curata raccontare la sua storia.

-Ero così felice che un giorno l’ho voluto far sapere al suo psichiatra, che non era più la psichiatra giovane del day hospital natalizio, che se ne era andata per fare carriera, ma un uomo di mezza età con esperienza che, ero certa, avrebbe apprezzato: avrebbe interpretato quella storia come un sintomo di guarigione. Insomma ho voluto raccontare a lui come le parole scritte avessero fatto passare a mia figlia il delirio.

-E lui, dopo avermi guardato in silenzio per qualche minuto, come se intanto stesse pensando a chissà cosa, mi ha risposto che un conto è scrivere da soli, un conto è dettare: non sono la stessa cosa, non era il caso di cantare vittoria.

-Era un ragionamento di un matto, proprio di un matto vero. Di uno che voleva curare gli altri, ma era più matto lui dei suoi pazienti.

Ma ero così stupefatta che non ho saputo rispondergli.

A un tratto la signora si era fermata. Aveva smesso di parlare. Stava passando il carrellino con le bibite e lei chiese dell’acqua. Insistette per offrire una bottiglietta anche a me. Sorrisi: Franco Basaglia era ancora accanto a noi. Per tutto il tempo, pur cambiando posto per stare vicino a entrambe, aveva ascoltato insieme a me ogni parola con molta attenzione.

-Grazie per avermi ascoltato. Avrei ancora molte altre cose da raccontarle!- esclamò lei, posando la bottiglia sul tavolinetto accanto al mio libro e sciogliendo la sciarpa che in molti giri aveva ancora stretta attorno al collo.

-Grazie a lei per la fiducia.- risposi. –E ora, se posso, vorrei chiederle come sta sua figlia.

-Molto meglio, prende sempre i farmaci, forse ancora una dose troppo alta perché spesso sembra assente. Ma la conquista, ciò per cui tutta la nostra famiglia ha lottato, è che continua a prenderli per bocca, basta iniezioni, ogni giorno una polverina che resta un po’ attaccata al bicchiere.

Sorrisi.

-Lo sa cosa diceva Basaglia? Il grande Franco Basaglia che ha aperto l’ospedale San Giovanni, che ha permesso a malati rinchiusi anche da più di vent’anni, che avevano subito le peggiori crudeltà, come l’elettroshock, di uscire, di essere finalmente liberi?

-Che cosa? Che cosa dice?- mi incalzò la signora.

-Che occorre prendere un solo farmaco, alla dose più bassa possibile. E che poi occorre andare nel mondo, studiare, lavorare, frequentare amici. Un farmaco senza vita sociale è inutile.

-Sì, ha ragione, solo così un farmaco diventa una formula magica!- esclamò lei, bevendo ancora. –Ma sa che anche l’amore conta, gli occhi con cui noi guardiamo gli altri, può trasformare? Avrei così tante cose da raccontarle e sto per scendere. Ma una vorrei ancora dirgliela, se non la disturbo troppo, è stata così gentile ad ascoltarmi.

-Sì, la prego.- risposi.

-Un giorno su un autobus c’era un matto, un ragazzo giovane che cantava e ballava, aveva un ombrellino con sé che faceva girare, era vestito come un clown, ma si vedeva che gli mancava qualche rotella, eppure sorrideva a tutti, sembrava persino gioioso. Anch’io gli ho sorriso. Ho seguito il suo canto e la sua danza quasi con occhi innamorati. Chissà, forse pensavo a mia figlia, non volevo che si sentisse a disagio. Erano in molti sull’autobus che ridevano, che si facevano cenni tra loro, che indicavano che era svitato.

All’improvviso mi sono girata e ho riconosciuto tra i passeggeri lo psichiatra di mia figlia, quello che aveva detto che non aveva nessun valore la storia delle guerre stellari dettata, che avrebbe dovuto scriverla lei, mia figlia, perché avesse il giusto valore terapeutico. E insomma sa quel dottore cosa faceva? Guardava il matto con occhi così seri, che non ho potuto fare a meno di avvicinarmi a lui e dirgli: ha visto? È un bel matto. Volevo che provasse compassione, perché l’amore senza compassione non è amore, e la compassione senza amore non è compassione, ma lui provava solo fastidio. Andrebbe ricoverato, disse, solo questo.

La signora si alzò, indossò il cappotto.

-Fra un po’ devo scendere. Ho una coincidenza.- disse.

-Peccato, ero felice di ascoltarla.

-Davvero? Se fossi rimasta le avrei raccontato ancora molte altre cose. Quasi quasi non scendo.- rise.

-Ha ancora qualche minuto prima che il treno giunga in stazione. Se ha un’altra storia breve…

-Un’ultima cosa?

-Sì, certo.

La signora sorrise.

-Ecco allora, ascolti. Un giorno al CPS, mentre aspettavo che mia figlia terminasse il colloquio mensile con il dottore, c’era un uomo molto agitato nel corridoio, parlava con le infermiere, diceva di non riuscire a dormire, voleva vedere un medico, ma i medici erano tutti occupati, e lui non aveva un appuntamento. Lo conosciamo, sentii dire dalle infermiere, lui viene sempre senza appuntamento. E allora sa cosa ho fatto? Sono andata da quel signore e gli ho proposto di bere un caffè, decaffeinato, visto che lui aveva problemi di insonnia, e abbiamo parlato. Sembrava che l’appuntamento, l’avesse preso con me.

(continua)

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Le Miserie della “valorosa scuola sarda”. A Sassari, sei rinvii a giudizio

Dal Forum Salute Mentale - Ven, 01/12/2017 - 09:15

Imputati medici e docenti, tra i nomi illustri Nivoli e Lorettu

di Nadia Cossu

SASSARI. Sarà un processo davanti al tribunale collegiale a stabilire se realmente gli imputati abbiano esercitato tutto il loro potere per bloccare l’arrivo al traguardo di una allieva “sgradita”. L’inchiesta – oggi coordinata dal sostituto procuratore Giovanni Porcheddu – era scattata due anni fa dopo la denuncia di una specializzanda e aveva avuto l’effetto di un terremoto negli ambienti universitari. Una scossa potente che aveva investito la psichiatria sassarese fino a raggiungere il suo vertice accademico: la Clinica psichiatrica con annessa scuola di specializzazione. A finire nel corposo fascicolo della Procura (ben 2100 pagine) la presunta gestione “parafamiliare” della scuola che aveva portato all’iscrizione di nomi illustri nel registro degli indagati: Liliana Lorettu, direttrice della scuola di specializzazione in Psichiatria, Giancarlo Nivoli, che ricopriva lo stesso incarico fino al 2011 e anche quello di direttore della clinica di San Camillo, la moglie di quest’ultimo Noemi Sanna, docente della scuola e ricercatrice, la loro figlia Alessandra Nivoli, anche lei docente e ricercatrice e un altro collega, Paolo Milia. Imputato anche Donato Posadinu, direttore del Servizio di psichiatria, diagnosi e cura dell’ospedale civile di Sassari. Tutti accusati a vario titolo di abuso d’ufficio, falso materiale e ideologico, esercizio abusivo della professione, soppressione, distruzione e occultamento di atti.

Bisogna fare un passo indietro. A settembre del 2014 una specializzanda in Psichiatria presenta querela «lamentando di aver subìto un illegittimo allontanamento dalla scuola di Psichiatria di Sassari come conseguenza per aver contrastato l’anomalo sistema vigente all’interno della Clinica psichiatrica di San Camillo dove si svolge il corso di specializzazione che si articola in cinque anni accademici». Una scuola che, oltre a formare gli studenti, offre assistenza ai pazienti. A dirigerla, da quando nel 2011 Nivoli è andato in pensione, è la professoressa Liliana Lorettu. Succede che la specializzanda, che quella scuola la frequentava dal 2012, aveva sollevato più volte le sue perplessità sulla gestione dei corsi, lo aveva fatto con la Lorettu ma anche con il rettore e il garante degli studenti. Tra le altre cose sosteneva che lei e gli altri specializzandi venissero lasciati soli nelle visite e nelle diagnosi ai pazienti «senza alcun affiancamento da parte dei medici strutturati che affidavano agli studenti anche la prescrizione degli psicofarmaci e dei relativi dosaggi». Da qui la contestazione dell’induzione all’esercizio abusivo della professione. Specializzandi «chiamati a rispettare l’orario di lavoro imposto dalla direttrice che veniva rigidamente applicato soltanto a loro e non anche ai medici strutturati».

Tutta una serie di rimostranze che, scriveva il gip, «fecero attirare nei confronti della studentessa le antipatie del corpo docente, che sfociarono nel suo allontanamento dalla scuola, architettato dalla Lorettu». Ed ecco il perno dell’inchiesta: l’abuso d’ufficio attraverso il quale sarebbero stati redatti secondo l’accusa atti falsi e occultati verbali per arrivare alla bocciatura della specializzanda, ormai finita nel mirino dei professori “istigati” – è il caso di Posadinu secondo il gip – sempre dalla Lorettu. Isolata a tal punto che, confidandosi con una infermiera della clinica, le aveva raccontato di esser stata anche minacciata dalla Lorettu che le avrebbe detto: «Non farai molta strada se continui così» e da Milia: «Tu non sei funzionale alla clinica e per quanto mi riguarda non andrai avanti».

Ora il gup Carmela Rita Serra, accogliendo la richiesta del pm Porcheddu, ha disposto per tutti il giudizio. Ad aprile l’inizio del processo.

(da un articolo de la “Nuova Sardegna” del 25 XI 17 di Nadia Cossu)

Dicembre 1978 Dacia Maraini intervista Giorgio Antonucci

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 28/11/2017 - 14:47

Giorgio Antonucci è stato un medico e psicanalista italiano, punto di riferimento dell’antipsichiatria in Italia è nato nel1933 a Lucca, ed è morto lo scorso 18 novembre a Firenze.

La conversazione

“Gli istituti psichiatrici chiusi sono dei luoghi di tortura, delle sepolture…”.

Giorgio Antonucci non ha niente del medico tradizionale, indaffarato, autoritario, privo di abbandoni che siamo abituati a conoscere. La sua faccia triste esprime una dolcezza morbida, acuta, quasi dolorosa. I suoi occhi sono pieni di una timida assorta attenzione.

“Ma la nuova legge, la riforma ha cambiato qualcosa?”, gli chiedo.

“Certo, ha cambiato in meglio… Ma i medici sono sempre gli stessi di prima e hanno un’idea punitiva e inquisitiva della psichiatria”.

“Quindi è un po’ come per l’aborto: fatta la legge non si riesce ad applicarla per l’ostruzionismo di chi tiene il potere negli ospedali”.

“E così infatti… Nel mio caso quei sepolti vivi che dopo cinque anni di lavoro durissimo avevo riportato alla vita, rischiano di tornare in stato di prigionia”.

“Puoi raccontare cos’è successo?”.

“L’ospedale in cui lavoro, l’Istituto psichiatrico di Imola, sta cambiando struttura in seguito alla riforma. E il lavoro che abbiamo fatto coi degenti rischia di saltare per aria per l’ostilità dei nuovi dirigenti”.

“Ma prima chi ti appoggiava?”.

“Io sono stato chiamato a Imola da Cotti (direttore dell’Istituto) che voleva cambiare le strutture tradizionali. Ma presto ci trovammo tutti contro, medici e personale”.

“Cosa facevi di così scandaloso?”.

“Per prima cosa chiesi di lavorare nel reparto dei più pericolosi, i cosiddetti ‘irrecuperabili’ “.

“Irrecuperabili cioè non guaribili, è questo che vuol dire?”

“Per i medici tradizionali queste persone hanno un difetto nel cervello quello che viene chiamato malattia mentale, un difetto che non gli permette di avere una vita sociale accettabile. Secondo la legge, che ora è stata abolita, erano segregati perché pericolosi a se stessi e agli altri, propensi a creare scandalo pubblico”.

“Malattia mentale quindi qualcosa di fisiologico, di interno ?”.

“Sì, più o meno un guasto al cervello, derivante da una debolezza congenita. Secondo me invece i degenti non hanno assolutamente niente di diverso dagli altri, solo che si sono trovati in situazioni sociali difficili, di svantaggio nei riguardi del potere”.

“Quindi per te la cosiddetta malattia mentale è esclusivamente un prodotto sociale”.

“E nel ‘68 che si è cominciato a discutere pubblicamente sull’esistenza o meno della malattia mentale. Io ho lavorato con Basaglia nel ‘69. Lui la malattia mentale la vede come una cosa dinamica che investe le persone meno resistenti. Per me la psichiatria è un’ideologia che nasconde i problemi reali delle persone ricoverate. Freud stesso diceva che occupandosi dei conflitti nevrotici aveva smesso di fare il medico e si era messo a fare il biografo”.

“E cosa pensi di quei conflitti arcaici che si pensa superino i problemi sociali e mettano radici nel profondo dell’inconscio ?”.

“Non si possono applicare le categorie di Freud ai braccianti calabresi perché Freud analizza i borghesi dell’Ottocento”.

“Quindi non credi all’universalità del complesso di Edipo, per esempio?”.

“No, decisamente… Il complesso di Edipo, nasce in un certo tipo di famiglia, in una data situazione, in una data cultura”.

“E quali sono i tuoi metodi di lavoro a cui i medici sono così ostili?”.

“Ti faccio un esempio, quando arrivai a Reggio Emilia incontrai una donna, Santina, di 40 anni, che lavorava nelle montagne reggiane, era moglie di un muratore, aveva tre figli, era stata ricoverata molte volte. Per i medici aveva qualcosa di guasto da curare. Le facevano gli elettroshock. Io andai a parlare con la famiglia, con lei, col marito. Venne fuori una storia drammatica; Santina era figlia di contadini, giovanissima aveva fatto la domestica a Genova subendo una serie di esperienze traumatiche. Poi era tornata al paese, si era sposata. Ma ogni volta che aspettava un figlio stava male e il marito l’accompagnava all’ospedale. Qui la riempivano di psicofarmaci e le applicavano gli elettrodi. Per la famiglia quel suo uscire e entrare dall’ospedale era normale”.

“E guarita poi Santina?”.

“Sì… Intanto ho eliminato gli psicofarmaci e l’elettroshock, poi ho parlato col marito, col sindaco del paese, coi vicini. Col marito ho avuto una discussione dura, una lite. Ma dopo le cose sono cambiate. Santina non è più stata ricoverata e quando è rimasta di nuovo incinta non è stata più male”.

“Quindi analisi della situazione reale in cui vive la persona che sta male più che del suo inconscio”.

“L’atteggiamento del medico è importantissimo. Non si può avere rapporti di fiducia con persone che non consideri uguali a te. I medici trattano i ricoverati come degli inferiori e loro rispondono con la violenza o l’apatia”.

“Mi dicevi che hai lavorato soprattutto in reparti di donne…”.

“Le donne spesso sono dentro per ragioni di costume, per avere trasgredito la morale comune. A Imola ho liberato una donna che era stata internata perché ragazza madre. Da 26 anni stava legata al letto. Le ho chiesto perché l’avevano chiusa. E lei mi ha detto: “Perché sono schizofrenica”. Ho insistito chiedendole perché secondo lei era stata chiusa. E alla fine mi ha detto: “Perché mi piacciono gli uomini”. Testuale. Dopo un anno di lavoro l’ho dimessa. Il problema spesso è di trovare qualcuno che le accolga. Lei per fortuna aveva un fratello che l’amava e l’ha accolta in casa.

“Da un libro che è uscito nelle Edizioni delle donne infatti risulta che la maggior parte delle donne vengono internate per trasgressioni ai doveri sessuali o casalinghi, cioè per rifiuto del ruolo tradizionale”.

“Quando io entrai nel reparto delle irrecuperabili i medici mi ridevano dietro. C’erano donne legate da dieci, venti anni, che non erano più capaci di parlare, di camminare, di mangiare. Io le slegai. Tutti si aspettavano la catastrofe. Fra l’altro c’era stato il precedente di un medico che aveva dato l’ordine di slegarle e poi se ne era andato. Le donne, abituate alla costrizione, con tutta l’angoscia che avevano dentro, appena slegate hanno cominciato a picchiarsi. E subito naturalmente le avevano rilegate”.

“E tu come hai fatto?”.

“Io le ho slegate, ma non tutte insieme, due per volta e poi stando presente, parlando con loro, con le infermiere. Poi feci aprire le porte, levare le inferriate. Il reparto era chiuso come una fortezza. Infine fra lo scandalo dell’istituto, le feci uscire nel parco. Il lavoro più duro era, giorno per giorno, ridare loro la fiducia in sé, la capacità di essere indipendenti”.

“E ci sei riuscito?”.

“Dopo tanti anni di letto, legate mani e piedi da cinture di pelle, la camicia di forza e qualche volta, come ho visto addosso a una contadina che aveva l’abitudine di sputare una specie di museruola di plastica che le chiudeva la bocca, si facevano tutto addosso, non volevano vestirsi, non camminavano. Non riuscivano neanche a mangiare—molte avevano i denti davanti spezzati sia per gli elettroshock che per l’uso dello scalpello quando si rifiutavano di aprire la bocca—avevano i muscoli atrofizzati. Era come fare rivivere dei morti”.

“E il personale come reagiva?”.

“Le infermiere prima avevano paura, paura delle malate—abituate ad essere legate come cani quando venivano slegate in effetti mordevano—paura dei medici che le consideravano delle serve e anche le usavano come terreno di caccia. Da principio quindi hanno fatto difficoltà ma poi credo che sia stato un sollievo anche per loro”.

“E quanti reparti hai aperto con questo sistema?”.

“Dopo il 14, il più difficile, ho aperto il l0 e poi il 17 maschile, anche quello considerato irrecuperabile. Nel frattempo è cambiato qualcosa, altri reparti provavano ad aprirsi, anche se a metà”.

“E ora?”.

“Ora con la riforma, Cotti non è più direttore dell’Istituto psichiatrico, le sezioni dipendono dal primario. E questo primario non crede assolutamente ai metodi che uso io. Lui è per i vecchi sistemi dell’elettroshock, della camicia di forza, degli psicofarmaci e i centoquarantasette degenti che ora stanno slegati rischiano di tornare in cattività”.

“Cosa si può fare per evitarlo?”.

“Parlarne, fare sapere alla gente come stanno le cose. Quando io ho detto alla madre di quella donna che stava legata da 20 anni che sua figlia non avrebbe mai dovuto essere ricoverata, si è messa a piangere: “A me nessuno mi aveva mai detto una cosa simile”. La gente non sa si affida ai medici e non immagina che la maggior parte dei casi sono dovuti a conflitti facilmente risolvibili. I medici, anziché guarirli, li puniscono, li legano, li rendono inoffensivi…”.

“Fanno i poliziotti insomma anziché i guaritori”.

“Legare una donna per venti anni a un letto vuol dire ucciderla. . . “.

“Quindi queste donne dimostrano una grande forza non facendosi distruggere del tutto…”.

“Infatti… Se le avessi viste quando sono uscite nel parco la prima volta… Rovinate Come sono, coi denti rotti, i muscoli atrofizzati, la lingua inarticolata… Erano felici ed esprimevano questa felicità con grande vitalità. Tornare a legarle sarebbe un crimine”.

Credo che non ci sia bisogno di commenti a questo dialogo con Antonucci. Io stessa l’anno scorso qui a Roma ho seguito un esperimento di un gruppo di ragazzi che hanno “liberato” degli handicappati. Costoro prima (chiusi e rimpinzati di pillole) non parlavano, non mangiavano da soli, e non potevano uscire. Dopo un anno di lavoro in comune giravano il quartiere da soli, andavano a lavorare, discutevano, partecipavano, decidevano come gestire i soldi, ecc… E non si tratta di beneficenza ma di una migliore convivenza di tutti. Rinchiudere e legare chi appare diverso è come chiudere e legare una parte di noi, forse la migliore, certamente la più carica di originalità e di sensibilità.

La festa

E’ un sabato freddo. La neve spalata ai bordi della strada si scioglie lentamente colando acqua nera. A Imola ci sono tre gradi sotto zero. Le gomme della macchina scivolano sopra uno strato di brina ghiacciata. Chiedo dell’ospedale della Scaletta. Mi indicano un alto muro dietro al quale si alzano dei blocchi gialli. Chiedo del padiglione 10. E laggiù, mi dicono. Imbocco un vialetto corto e largo fiancheggiato da grossi ippocastani e posteggio accanto ad un autobus celeste.

Una volta aperta la porta del reparto mi trovo in una sala lunga e stretta affollata di gente. In fondo sotto un affresco di mari ondosi su cui navigano barche dalle vele rosse, ci sono i ragazzi dell’Aquila venuti qui per suonare. Fra l’orchestra e la porta tante sedie con tanti ricoverati donne e uomini. La festa l’hanno organizzata loro, con l’aiuto del dottor Antonucci e degli infermieri.

Una donna vestita di giallo e di lilla mi abbraccia e mi bacia sulle due guance. Un’altra donna magra, senza denti, i capelli scarmigliati, gli occhi splendenti, un sorriso mesto, si siede accanto a me e mi spiega, con gesti e parole scombinate ma piene di entusiasmo, cosa ha sognato la notte scorsa. La musica di Mozart, con la sua armonia esplosiva dilata gli spazi, entra in queste facce contratte segnate dalle torture trasformando la bruttezza in bellezza, si fa liquido delicato piacere.

I ragazzi dell’orchestra con le loro barbe, i loro blue jeans, i loro capelli lunghi suonano, impetuosamente brandendo i corni, i violoncelli gli oboi. Alcuni dei degenti si mettono a ballare. Altri ascoltano a bocca aperta, facendosi cullare dalla meraviglia di quelle note. Una donna mi invita a ballare. E’ bassa, robusta, ha i capelli neri ispidi che le circondano la faccia dai tratti marcati. Le mancano i denti davanti, come a tante altre; ha gli occhi brillanti, un’espressione di testarda ilarità che la rendono infantile nonostante i suoi anni.

Balliamo come due orsi, in un abbraccio goffo e pesante. Più tardi saprò che questa donna è stata legata per anni, e che quando il reparto era chiuso non riusciva a parlare, a mangiare da sola, sputava addosso a chiunque le si avvicinasse, rifiutava i vestiti e le scarpe. Ora balla, parla, mangia, cammina come una persona qualsiasi.

Nessuno aveva pensato in tanti anni che proprio nel suo sputare stava il segno della sua integrità: anziché diventare un vegetale come volevano i medici, si accaniva a protestare, nel solo modo che le era ormai possibile, contro la prigionia. Sottoposta agli elettroshock (ne ha fatti più di 50), piena di psicofarmaci, legata mani e piedi col bavaglio sulla bocca, era oggettivamente una “idiota”. Ora è tornata ad essere una persona intelligente.

Passa una infermiera con un vassoio pieno di paste. Gli occhi dei ricoverati si fissano avidi su quei pasticcini. Come per tutti i reclusi il cibo è diventato sacro: nel cibo si cerca affetto. soddisfazione sessuale, magia. Il cibo, soprattutto i dolci ricordano al recluso che il suo corpo esiste anche per provare dei piaceri, che la sua pancia non è solo un sacco in cui si cacciano le minestre e le medicine per mantenersi in vita, ma è anche un posto dove lasciare scivolare qualcosa di assolutamente inutile, forse anche dannoso, ma quanto capriccioso, tenero e amabile! Un ricoverato che stava per uscire torna indietro, posa religiosamente la giacca su una sedia e aspetta con pazienza che il vassoio arrivi da lui. Una donna si asciuga la bocca con cura meticolosa, posa il bicchiere di carta pieno di aranciata sotto la sedia, si sporge in avanti, pronta a ricevere la sua parte.

Piero Colacicchi, uno degli artisti che collaborano col dottor Antonucci, mi chiede se voglio fare un giro per gli altri padiglioni. Dico di sì. Usciamo nel freddo di un crepuscolo celeste e argento. Camminiamo in mezzo agli ippocastani, ai tigli, alle acacie profumate fra i fabbricati tutti uguali dell’ex ospedale psichiatrico. Molte finestre sono illuminate. Dietro le finestre si intravedono delle facce bianche, attonite. Bussiamo a una porta. Ci viene ad aprire una infermiera con un grosso mazzo di chiavi alla vita. Nella sala ci sono una quarantina di donne chiuse dentro grembiuli grigi tutti uguali. Ci assale un tanfo di disinfettante, misto a cibo ordinario e sudore che dà il capogiro. Tre infermiere robuste, pratiche, piene di buon senso e di allegria ci mostrano il dormitorio con i letti perfettamente puliti, allineati uno accanto all’altro, il refettorio con le tavole coperte da tovaglie di plastica a quadri. Qui dormono, qui mangiano, qui si riposano. Tre grandi sale in cui convivono quarantacinque donne di tutte le età. I gabinetti sono 4, i bagni due, i lavandini 6. La porta di ingresso è chiusa a chiave. Le finestre sono sbarrate. La differenza coi reparti aperti si sente subito. Lì i ricoverati si sentono padroni di sé, qui sono proprietà di coloro che li controllano, li puniscono. Lì sono vestiti di tutti i colori con roba che hanno scelto loro; qui portano divise che mortificano i loro corpi e li rendono tutti uguali. Lì sono ascoltati come persone che hanno avuto delle difficoltà con l’ambiente in cui vivevano ma non per questo hanno perso la capacità di capire e sentire: qui sono trattati con la bonomia paternalistica di chi decide per loro, agisce per loro, pensa per loro. Le infermiere non possono non fare ciò che i medici dicono loro di fare. La loro personalità viene fuori clandestinamente nei rapporti a tu per tu con le degenti, e sono rapporti fatti di crudeltà e di dolcezza come tutti i rapporti non liberi. Esse si fanno volentieri mamme a volte tenerissime e cordiali, a volte violente e sadiche. Non possono, perché non gli è permesso e nessuno gliel’ha insegnato, avere un rapporto da pari a pari. In un altro padiglione chiuso di soli uomini noto che il movimento avviene tutto per linee orizzontali. Mentre le donne girano in cerchio gli uomini vanno su e giù tracciando delle parallele sul pavimento logoro. Un ragazzo mi mostra una scatola di cartone in cui tiene chiuso il suo segreto. Vuole che tocchi la scatola ma non devo aprirla. Ha le orecchie come due riccioli di carne. E sordo e muto. E guarda con due occhi dolorosi e lontani. Un altro si presenta compito, saluta, si ravvia i capelli, dice alcune frasi cerimoniose, risaluta, si allontana. Hanno qualcosa di spettrale, di spento che, ora capisco, è dovuto soprattutto agli psicofarmaci. Dal padiglione maschile chiuso passiamo a quello aperto. L’atmosfera è subito diversa: confusione, vocio, disordine, colori. Ci viene incontro un uomo mezzo nudo che si muove a quattro zampe. Il peso del corpo gravita tutto sulle due grosse mani callose. Le spalle sono da lottatore; le gambe, atrofizzate, molli e rattrappite, se ne stanno ciondoloni senza forza. Quest’uomo è stato chiuso e legato da quando aveva otto anni. Oggi ne ha quaranta e solo da poco è libero di muoversi come vuole. Si guarda intorno torvo e risoluto; il candore gli illumina le guance. Nello sguardo c’è il ricordo truce di chi è stato costretto a farsi scimmia per sopravvivere. Torniamo alla festa nel padiglione aperto delle donne. Ora molti dei ricoverati chiacchierano con quelli dell’orchestra facendo ressa attorno agli strumenti, toccandoli provandoli. La maggior parte delle seggiole solo vuote. Il pavimento è cosparso di bicchieri di carta. C’è un’atmosfera di eccitazione languida di fine festa, un calore diffuso che appanna i vetri e lustra le guance dei ricoverati.

Prima di andare via, ormai è l’ora di cena, visitiamo il dormitorio dove alcune donne sono rimaste a letto perché malate. Ci accolgono con battute scherzose, allegramente, salvo una che soffre di acuti dolori alla pancia e mugola piano rannicchiata nel suo cantuccio. Le pareti sono coperte di stampe colorate, disegni, fiori, stelle. Una ragazza in vestaglia va e viene portando dei dolci.

Mentre i ragazzi del Gruppo da camera dell’Aquila rinfoderano i loro strumenti e i pittori che collaborano alle iniziative culturali (fra cui Luca Bramanti che ha dipinto molti degli affreschi qui) si preparano a tornare a casa, faccio qualche domanda ad Antonucci. Per prima cosa gli chiedo perché, visto il buon risultato che lui ha ottenuto, non si fa la stessa cosa negli altri padiglioni.

“Prima di tutto perché è molto faticoso – risponde Antonucci con la sua voce quieta, dolce – mi ci sono voluti cinque anni di lavoro durissimo per ridare fiducia a queste donne; cinque anni di conversazioni, di presenza anche notturna, di rapporto a tu per tu. Però non si tratta di una tecnica, ma di un diverso modo di concepire i rapporti umani ” . “In che consiste questo metodo nuovo per quanto riguarda i cosiddetti malati psichici?”

“Per me significa che i malati mentali non esistono e la psichiatria va completamente eliminata. I medici dovrebbero essere presenti solo per curare le malattie del corpo. Storicamente da noi la psichiatria è nata nel momento in cui la società si organizzava in modo sempre più rigido, e aveva bisogno di grandi spostamenti di mano d’opera. Durante queste deportazioni fatte in condizioni difficili, ostili molte persone rimanevano disturbate, confuse, non producevano più bene e quindi c’era l’esigenza di metterle da parte. Rosa Luxemburg dice: “Con l’accumulazione del capitale e lo spostamento delle persone si allargano i ghetti del proletariato”. Nel ‘600 in Francia quando si forma la monarchia assoluta (lo Stato), i manicomi venivano chiamati “luoghi di ospizio per persone povere che disturbano la comunità”. La psichiatria è venuta dopo come copertura ideologica. Nel trattato di psichiatria di Bleuler che è l’inventore del termine schizofrenia è detto che schizofrenici sono coloro che soffrono di depressioni, che si immobilizzano o girano intorno ossessivamente per il cortile. Ma che altro potevano fare così reclusi? Infine Bleuler conclude senza volere, comicamente: “Sono così strani che alle volte assomigliano a noi”. “Insomma tu dici che la malattia mentale non esiste ma esistono dei conflitti sociali di fronte a cui alcune persone più fragili o più oppresse soccombono.”

“Sono i medici spesso che fanno il malato. Ti faccio un esempio che mi è capitato recentemente a Firenze. Un bambino mancino viene sgridato dalla maestra perché “diverso” dagli altri. Il maestro di musica fa notare che l’allievo non batte bene il tempo. Il bambino comincia a sentirsi inferiore agli altri si rifiuta di andare a scuola. La madre ne parla con la maestra che le dice: “Suo figlio è anormale, lo faccia vedere da un medico” e la manda al Centro di igiene mentale. Lì uno psichiatra le dice che il figlio ha dei disturbi di “lateralità”, che va curato. Per caso a questo punto vengono da me. Dico alla madre che il bambino è sanissimo e ha il diritto di scrivere con la mano che vuole. Così lei va dalla maestra e finalmente difende i diritti del bambino”.

“Era un bambino ricco o povero?

“Il fatto è proprio questo: il bambino era di una famiglia che non conta e gli insegnanti avevano un atteggiamento di discriminazione sociale. Ti faccio un altro esempio: una donna sposata con un operaio, ha due bambini, fa la casalinga, non si intende bene col marito, comincia a soffrire di insonnia, di angosce, di paure. Sta male, dimagrisce, è nervosa. Il medico le consiglia di andare al Centro di igiene mentale. Lei si rifiuta di prendere gli psicofarmaci che le propongono; e allora la mandano all’ospedale civile dove gli psicofarmaci è costretta a prenderli per forza. Il trattamento sanitario è una violenza non serve a niente”.

“Alla Scaletta si fanno ancora gli elettroshock?”. “Non più. Da quando Cotti è entrato come direttore sono stati eliminati l’elettroshock e altre forme più vistose di tortura” . “E gli psicofarmaci e il letto di contenzione?”. “Gli psicofarmaci sono ancora usati largamente. In quanto al letto di contenzione, se il ricoverato non disturba viene lasciato a se stesso ma se disturba, lo si lega. Nei miei reparti (sono tre) ho abolito da tempo sia gli psicofarmaci che la contenzione. Da me se due litigano, li si lascia litigare. Da dieci anni che lavoro non ho mai fatto un ricovero obbligato, per me il ricovero obbligato è una deportazione”. “E la nuova legge in che modo ha cambiato le cose qui dentro?”. “Di fronte alla legge ora si verificano tre situazioni diverse: la prima riguarda quelli che già sono dentro le istituzioni psichiatriche, i lungodegenti; verso costoro la legge permette l’uso di vecchi metodi repressivi (quasi ovunque ancora si usano elettroshock, corsetti, detenzione e psicofarmaci); la seconda riguarda le persone al centro di conflitti nel territorio, per le quali la legge ammette l’uso di psicofarmaci per renderle innocue (vedi le ragazze che vengono rimpinzate di tranquillanti perché non escano la sera o perché non si droghino, o non pratichino il sesso); la terza riguarda le persone che non si riescono a controllare con psicofarmaci e per cui la legge prevede che vengano mandate all’ospedale civile dove saranno sottoposte al trattamento sanitario obbligatorio. In tutti i casi la linea del metodo psichiatrico è di tenere le persone sottomesse sotto controllo”.

“Qual è secondo te l’alternativa?”.

“L’alternativa sta nell’identificare i diritti individuali delle persone nella situazione sociale e storica in cui vivono e nell’ottenere il consenso e la partecipazione attiva della comunità attraverso i comitati di quartiere, i consigli di fabbrica, le scuole”. “Insomma sei d’accordo con Pirella (*) quando dice che ‘bisogna adottare iniziative precise per la formazione professionale dei ricoverati, occorre garantire loro il diritto di avere una casa’ “.? “Certo sono d’accordo. Però mi sembra che il discorso di Pirella non è del tutto chiaro. Mi sembra di capire che lui comunque vuole mantenere un certo tipo di assistenza psichiatrica. Mentre io sono per abolirla del tutto”.

La Stampa, 26.7., 29 e 30.12.’78 [Questa intervista è stata fatta nel 1978 dalla scrittrice Dacia Maraini a Giorgio Antonucci allora responsabile del reparto "agitate" dell’Ospedale Psichiatrico (cioè il Manicomio) di Imola; Giorgio Antonucci aveva appena finito –in cinque anni- di togliere dalla clausura e liberare dai metodi coercitivi tali donne; la legge ‘Basaglia’ 180 era stata promulgata da pochi mesi; il luogo de "la Festa" descritta nella seconda parte dell’intervista è l’ex reparto "agitate"; riferimenti su Giorgio Antonucci in fondo ]

La necessità di un buon TSO (che non è un ossimoro)

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 28/11/2017 - 07:57

di Piero Cipriano

La Collana 180 delle edizioni Alpha Beta Verlag è ormai preziosa. Peppe Dell’Acqua negli ultimi anni vi ha pubblicato saggi fondamentali per comprendere cos’è stata e cos’è la salute mentale in questo paese, paese così singolare da essere stato il primo (e tutto sommato l’unico) ad aver abolito i manicomi. Ha pubblicato il libro di Pier Aldo Rovatti (Restituire la soggettività) sul pensiero e la prassi di Basaglia, il libro di Peppe stesso (Non ho l’arma che uccide il leone) dove narra, in prima persona, il processo di demolizione del manicomio di Trieste e la creazione dei servizi territoriali, il libro di Giovanna Del Giudice (E tu slegalo subito) dove si affronta il tema del legare le persone nei luoghi di cura, il libro di Daniele Piccione (Il pensiero lungo) dove si inserisce il pensiero basagliano nel solco della Costituzione, di Franca Ongaro (Salute/Malattia), il libro di Franco Rotelli (L’istituzione inventata), già recensito per “A”, di Daniele Pulino (Prima della 180), tutti saggi davvero preziosi. Volumi di narrativa pochi, tra cui il recente bel libro di Alberto Fragomeni (Dettagli inutili), che è una sorta di diario del proprio vissuto di disturbo psichico.

Il libro di Carlo Miccio, dunque, La trappola del fuorigioco, è, tutto sommato, il primo vero romanzo edito da questa collana. Un romanzo non solo romanzo. Perché a un certo punto, nel romanzo, dove la vita di Marcello e suo padre sono scanditi dal calcio e dai mondiali di calcio, fanno capolino i temi cruciali della salute mentale. Il titolo già di suo evoca la trappola che può essere l’irrompere, nell’esistenza di ognuno, del disturbo psichico. Così. Ex abrupto. Oggi sei uno normale, il giorno dopo sragioni. Può succedere. La trappola può essere pure l’essere preso nelle maglie della psichiatria, quella repressiva, quella che non cura ma controlla, e finire in uno dei vari, diversi manicomi di cui la psichiatria s’è dotata, manicomi fisici fatti di luoghi, manicomi chimici fatti di diagnosi e farmaci.

Il fuorigioco invece può significare uscire (per dirla con Eraclito) dal mondo comune di chi è sveglio (il koinos kosmos) per ripiegarsi nel mondo proprio di chi dorme, e sogna, e delira (l’idios kosmos). Il fuorigioco è questa dimensione di estrema introflessione che sempre caratterizza il disturbo psichico grave. Fuorigioco è, anche, uscire dalla società dei normali e entrare nella società dei devianti, e nei luoghi a parte dedicati ai devianti.

“Le leggi di quei comunisti del cazzo” – dice la zia

Dopo torno sugli altri leitmotiv del libro: il calcio, per esempio, o il comunismo. Togliamoci subito il pensiero, fatemi fare lo psichiatra che parla del tema psichiatrico del libro, e cominciamo con quello che, secondo me, è un tema delicato cui in più punti allude questo libro, riguardo la sua parte psichiatrica: il TSO.

Se uno è matto, dice Marcello (il cui padre, a cavallo degli anni ‘80, inizia una carriera di disturbo bipolare) ci deve essere una maniera per costringerlo a curarsi. No, dice sua zia, Lidia, con la nuova legge non si può. È quella maledetta legge nuova (la legge 180, appunto), sbuffa zia Lidia, con cui hanno chiuso i manicomi ma i matti sono tutti in giro. Sono le leggi di quei comunisti del cazzo.

Ecco, questa è stata la vulgata, in Italia, e nel Lazio in particolar modo (le vicende della storia accadono a Latina), dato che il Lazio è una delle regioni messe peggio in tema di assistenza psichiatrica (dodici case di cura private, un migliaio di posti letto – disse Basaglia, sarà più facile chiudere i manicomi che le case di cura degli imprenditori della follia – e sono le case di cura del Lazio che dissanguano e ricevono metà del budget destinato ai dipartimenti di salute mentale, per cui se nel Lazio molti CSM sono gusci vuoti, e la presa in cura non la riescono a fare, è colpa di questo flagello storico): i comunisti hanno chiuso i manicomi, per cui ora non si può più curare una persona che non vuole curarsi.

Sbagliato. Esiste il TSO. Che è, nonostante le pessime applicazioni, uno strumento importante. Chi ha una persona che ha un disturbo grave e non vuole curarsi, sa che il TSO è una extrema ratio necessaria.

Ma proviamo a ripercorrere la storia della legge psichiatrica in Italia. La legge 180 è una legge straordinaria che cambia il paradigma; non più il malato, per il solo fatto di essere affetto da un disturbo psichico, considerato “pericoloso per sé e per gli altri o di pubblico scandalo” (questo il criterio per l’internamento in manicomio della legge 36 del 1904), e, in quanto pericoloso, sottoposto a ricovero coatto, ricovero disposto dal pretore e attuato dalla pubblica sicurezza.

Quando il TSO è un sequestro sanitario

Con la 180 il trattamento dei disturbi psichici diventa volontario, quindi ha ragione la zia Lidia, però ha pure torto, perché eccezionalmente può essere imposto (ed ecco allora che diventa Trattamento Sanitario Obbligatorio) se (attenzione ai tre se):

1. Esistono alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici;

2. Gli stessi non vengono accettati dal paziente;

3. Non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive e idonee misure sanitarie extraospedaliere.

Questa legge è stata una rivoluzione copernicana: toglie la parola pericolosità, che da allora non è più implicita nel concetto di malattia mentale. Ciò non significa che, per legge, il disturbo psichico non determini, mai più, condotte pericolose, figuriamoci (e la storia di Sebastiano, il padre di Marcello, o di Rocco, suo zio, racconta bene quanto una persona con disturbo possa rappresentare, anche, un pericolo), ma il pericolo non è la regola, anzi, le statistiche confermano che le persone con disturbo psichico delinquono e sono pericolose meno delle persone considerate normali (un marito può essere pericoloso per sua moglie pur senza essere un malato psichico, un autista può essere pericoloso per i pedoni, senza essere malato). La conseguenza di questo spostamento di paradigma è che l’obbligo alle cure (il TSO), quando necessario, non accade più (come nella precedente legge manicomiale) per tutelare la società dal pericolo del folle, ma viceversa per un dovere etico di cura, perché i disturbi psichici non rappresentano più una questione di pubblica sicurezza, ma una questione terapeutica.

Nella storia che Carlo Miccio ci racconta, i servizi della nuova riforma psichiatrica, nel Lazio, sembrano pressoché assenti. Ciò (ci lavoro nel Lazio) non mi stupisce affatto. Sebastiano viene seguito da un neurologo. Per molti anni è abbandonato a sé. È l’alibi, e la malafede, e la disonestà di chi dice: non posso ricoverarlo, la nuova legge me lo impedisce.

Rotelli (l’erede di Basaglia a Trieste dopo la sua morte) negli anni ‘90 fa il punto sulla legge 180. L’Italia si divide in tre, scrive. Chi lavora per realizzare i principi della legge (la minoranza egemone, appunto), chi lavora apertamente per combatterla, e chi, pur aderendovi a parole, nei fatti la stravolge, la svuota di senso, la rende un vuoto feticcio (è la maggioranza democratica, la maggioranza passivo-aggressiva). Ecco, quelli che interpretano la legge 180 a modo loro sono coloro che in questa storia narrata dicono: la nuova legge mi impedisce di ricoverarlo.

Negli anni, poi, è accaduto che gli psichiatri che lavorano con in testa il fascino discreto del manicomio, hanno reso i TSO non più l’extrema ratio, ma un modo semplice per non negoziare le cure e dar luogo, nei fatti, a un sequestro sanitario. Ciò ha determinato, in questi ultimi anni, episodi drammatici, morti detti (erroneamente, o in malafede) da TSO (in realtà morti da cattive pratiche neo-manicomiali): Casu, Mastrogiovanni, Soldi, Malzone, eccetera. Eventi che hanno riportato in auge i detrattori del TSO, con coloro che vorrebbero abolirlo.

La risposta più semplice a questa istanza, apparentemente libertaria, che il protagonista del libro, Marcello, darebbe, è: ma una persona con un disturbo psichico grave è davvero libera? Non è più violento il suo abbandono, rispetto al suo diritto a ricevere delle cure?

Caratteristiche drammatiche

Altro punto. Un TSO si realizza quando, “non vi siano le condizioni per adottare idonee misure sanitarie extraospedaliere”. Significa: il ricovero ospedaliero coatto è l’ultima chance, quando i servizi territoriali di salute mentale non sono riusciti a organizzare un’assistenza in grado di evitare l’ospedalizzazione. Questo è il tema dolente, inerente la qualità dei servizi di salute mentale nella gran parte di questo paese. Servizi che, quasi dappertutto in Italia, tranne in pochi luoghi di buone pratiche, non sono riusciti a organizzarsi con strutture territoriali forti, efficaci, accoglienti, capaci di vera presa in carico della sofferenza (Centri di Salute Mentale aperti nelle 24 ore tutti i giorni, tanto per cominciare), ma hanno saputo implementare solo i reparti ospedalieri adatti per acuzie, emergenze e TSO.

Ma se il TSO diventa un evento abusato, routinario, ecco che perde l’originale caratteristica di eccezione rispetto alla normalità del ricovero volontario, ed è più facile che assuma caratteristiche drammatiche.

Dunque queste morti cosiddette per TSO sono la punta dell’iceberg, eventi sentinella di una psichiatria italiana che sta facendo ritorno al manicomio: nessuna prevenzione, nessuna presa in carico, prevalente intervento sull’emergenza con trattamenti coatti gestiti con modalità poliziesche, ricoveri ad infinitum con aggressive terapie farmacologiche e contenzione al letto.

Perciò io contesto sia chi utilizza il TSO come strumento poliziesco e repressivo, sia chi, come i pochi sopravvissuti antipsichiatri, o i radicali, ne auspica l’eliminazione.

Recentemente ho collaborato col partito radicale per una legge d’iniziativa popolare che rendesse più indaginoso il TSO e permettesse meglio di tutelare la persona che lo subisce. Quando ho capito che questa proposta di legge si preoccupava solo della cosiddetta liberabilità del paziente, e poco o niente del suo diritto a essere curato, o del potenziamento dei servizi di salute mentale, rendendoli idonei alla piena presa in cura, sempre aperti, eccetera, ecco che mi sono fatto da parte.

I cliché della psichiatria

Nel libro c’è questa scena, dove il figlio (Marcello) va a trovare suo padre (Sebastiano) in SPDC, che ha subito l’ennesimo ricovero, e lui non vuole prendere la benzodiazepina che l’infermiere gli dà, allora il figlio, senza farsi vedere, la divide col padre, fanno metà per uno, ed è forse anche grazie all’effetto ansiolitico del farmaco che Marcello riesce a empatizzare come mai prima con la depressione che muove il padre, e per la prima volta vede questo padre che non è solo euforico ma anche triste, e quando è triste vuole uccidersi.

Forse disinibito dall’ansiolitico, Marcello chiede per la prima volta di parlare col medico del reparto, e questi gli snocciola un bel po’ dei meglio luoghi comuni della psichiatria: “La malattia di tuo padre si chiama sindrome bipolare, ed è un’alterazione di alcune sostanze chimiche del cervello, e non si guarisce in realtà, se ce l’hai te lo tieni, è come il diabete, coi giusti farmaci puoi imparare a gestirla, abbiamo perfino pensato di fargli la TEC, ovvero l’elettrochoc, che funziona bene, lo dicono i numeri, per la malattia di tuo padre soprattutto è indicato, ma è lui che deve volersi curare, non possiamo costringere nessuno noi, lo dice l’articolo 32 della costituzione, comunque adesso proveremo con il litio”.

Ecco, in questa scena è riassunta la banalità della psichiatria, e la semplicità degli specialisti.

L’originalità della proposta etnopsichiatrica

Ma le spiegazioni complesse che gli psichiatri, prigionieri del loro riduzionismo, non hanno Marcello le trova nel suo corso di laurea in filosofia, e nell’incontro con Ernesto De Martino, con Sud e magia, con La terra del rimorso, e le tarantolate, queste isteriche salentine la cui cura non è delegata al tecnico, ai farmaci, alla diagnosi, ma alla comunità, è l’intero villaggio col suo rito-esorcismo, coreutico musicale, che si fa carico della sofferenza della morsicata, perché se no “l’alienazione di uno diventa alienazione di tutti”. Ed è tutto sommato il modulo del calcio collettivo olandese, applicato alla sofferenza psichica. Grazie a De Martino, Marcello scopre che quelle manifestazione di ecoprassia che ha manifestato il padre in una delle sue prime crisi (imitava i movimenti degli altri) è simile a una sindrome malese di nome Latah. Forti emozioni, quando diventano ingestibili, portano a questo stato di trance, di automatismo. Ecco una risposta diversa, dall’etnopsichiatria, rispetto a quella della psichiatria organicista che riduce tutto a quattro neurotrasmettitori turbati.

E la riconciliazione col padre

Non è grazie alla psichiatria e al suo pensiero debole e banale che Marcello si riconcilia con suo padre ma grazie all’etnopsichiatria di Ernesto De Martino. Ma deve arrivare a trent’anni. Si trova a Londra. Un amico d’infanzia incontrato per caso gli ricorda cosa era capace di fare questo suo padre utopista e visionario. È al tempo delle medie, è primavera, e l’umore del padre inizia a virare verso l’allegrezza, gli viene l’idea di mietere il davanti la chiesa e trasformarlo in campo da calcio, con tanto di porte. Per tutti i ragazzi del quartiere suo padre diventa un eroe. Una specie di messia che si mette in testa progetti grandiosi e sa pure realizzarli. “La capacità di vedere l’impossibile e trasmetterlo ad altri”. Il campetto dura finché una bestemmia fa indispettire il prete. Che fa segare le porte, dimostrando l’ipocrisia della religione cattolica.

Ma suo padre, agli occhi dei suoi compagni, non è un folle ma un eroe. È certamente un pensiero etnopsichiatrico, quindi, che permette a Marcello di riconciliarsi con suo padre. Suo padre, in un’altra epoca, non vi fossero stati i normalizzatori, cioè gli psichiatri e la psichiatria e i manicomi, sarebbe potuto diventare un utopista, o un santo.

Santo come Francesco d’Assisi. Secondo alcuni, tutte le sue manifestazioni soddisfacevano i criteri diagnostici del manuale diagnostico americano (il DSM) per il disturbo bipolare. Suo padre, come san Francesco, si era spogliato in piazza, aveva predicato l’inutilità delle cose terrene, aveva donato i suoi averi ai poveri e agli sconosciuti, come il santo anche suo padre avvertiva dio, dentro di sé. Allora, perché uno è stato santificato e l’altro psichiatrizzato? Anche Francesco, a suo modo, aveva fatto il Latah, l’imitazione di Cristo. Anche Francesco si era seppellito in una grotta nella sua crisi depressiva e ne era uscito in preda all’euforia per comporre il cantico dei cantici. (Mentre leggo questa parte del libro penso a Carlo Cafiero, l’anarchico che dilapida i beni della sua nobile famiglia pugliese per la causa anarchica, morirà infine nel manicomio di Nocera Inferiore. Anche lui era vissuto nell’epoca dei manicomi, e degli psichiatri).

Ecco che, anche da questa relativizzazione etnopsichiatrica, Marcello si riconcilia con suo padre, mezzo santo mezzo matto, e va a viverci perfino insieme, e quando un giorno suo padre sente, per la prima volta (ha 76 anni) il nome che ha la sua malattia (disturbo bipolare) e Marcello prova a spiegargli che cosa è, Marcello ne percepisce la banalità, l’inutilità della diagnosi, quella cosa che in fondo (insieme alla possibilità di prescrivere farmaci) è l’unico sapere di cui dispongono gli psichiatri (Kant, nel suo Saggio sulle malattie della testa: esiste un tipo di medici convinti di essere di grande utilità nel trovare il nome per le sofferenze).

Calcio e anarchismo

E concludo con una considerazione su una delle cose più divertenti del libro. Il calcio come metafora di comunismo o collettivismo o anarchismo, di condivisione, insomma. Da ragazzo, confesso, giocavo col 14, come Cruyff appunto. Il calciatore che in questo libro viene spesso evocato.

Da ragazzo vivevo in un paesino dell’Irpinia dove erano tutti democristiani e io facevo parte di una famiglia di comunisti del PCI, e alle elezioni la DC prendeva ogni volta 1200 voti e il PCI nemmeno 100. Da ragazzo poi divenni anarchico, perché così mi pareva di essere ancora più comunista dei comunisti, per cui il mio vissuto è diverso da quello che racconta Carlo Miccio in questo libro, per me il male non erano i comunisti, visto che ci vivevo coi comunisti, ma erano i democristiani della balena bianca.

Insomma questo libro mi fa ricordare che giocavo col 14 perché pure in campo ero anarchico, e a volte giocavo da 10 tipo Antognoni all’occorrenza giocavo da 9 come Rossi per segnare di rapina ma poi tornava indietro perché avevo il fiato e mi andavo a riprendere i palloni e allora diventavo il 4 mediano alla Oriali, solo il 7 come Bruno Conti non ho mai voluto fare, mai l’ala destra, ciò per una questione politica.

Poi, a sedici-diciassette anni smisi, da un giorno all’altro, di giocare a calcio, quando compresi che non sarei arrivato in serie A. Mi iscrissi a medicina e mi ingaggiai in questo mestiere assurdo. È andata così. Ormai è tardi per tornare indietro.

Napoli. I diritti fondamentali delle persone con disabilità

Dal Forum Salute Mentale - Lun, 27/11/2017 - 08:37

Nell’ambito del Forum Salute Mentale, dei movimenti e delle associazioni che, nella piazza aperta che il Forum vuole essere, si incontrano, si è venuto via via elaborando con il contributo di molti il Disegno di Legge 2850, finalizzato allo sviluppo dei principi della legge 180/1978. Il Ddl è stato presentato il 19 settembre al Senato dalla senatrice Nerina Dirindin e dal senatore Luigi Manconi. Più di 40 parlamentari di varie appartenenze politiche hanno sottoscritto il testo che vanta come primi firmatari oltre ai presentatori anche Sergio Zavoli. Alcune società scientifiche hanno già espresso apprezzamento sul testo e, ovviamente, cercheremo le più ampie convergenze possibili. E’ nostra intenzione far sì che questo testo sia in Parlamento contestualmente all’avvio della prossima Legislatura. Sarà importante da ora in avanti non solo sottoscriverne l’adesione ma anche promuoverne conoscenza e diffusione in tutti gli ambiti che frequentiamo.

Saranno preziosi i dibattiti e gli incontri che riusciremo a realizzare; come pure suggerimenti e proposte su aspetti particolari che non modifichino l’impianto complessivo del ddl. Le motivazioni che ci hanno spinto sono riportate nella relazione di accompagnamento al disegno di legge e derivano dalla considerazione delle gravi criticità in cui versano i servizi di salute mentale in tutto il territorio nazionale a causa dell’insufficiente applicazione dei principi e degli orientamenti fissati dalla Legge 180 (che vanno in tutto e per tutto salvaguardati e promossi).

Ci motiva anche il giudizio di non sufficiente adeguatezza di testi in materia giacenti da tempo alla Camera.

Le presentazioni della legge sono già cominciate e dovunque hanno rappresentato un pretesto per ritrovarsi e immaginare cose migliori.

Martedì 28 novembre, a Napoli all’Università Suor Orsola Benincasa, alle ore 14, presentazione del ddl e incontro con gli studenti (vedi programma)

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Viaggio di Antonia al termine del manicomio

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 26/11/2017 - 18:42

di Francesca De Carolis

Antonia Bernardini morì a 41 anni, bruciata viva sul letto di contenzione, nel manicomio giudiziario di Pozzuoli. Il giorno in cui moriva anche l’anno. Era il 1974.
Muore dopo quattordici mesi di manicomio, quarantatré giorni consecutivi di contenzione. Prima di spirare riuscì a dire che aveva acceso un fiammifero per attirare l’attenzione, lei che chiedeva da tempo un po’ d’acqua …
Le condanne inflitte al direttore del manicomio criminale di Pozzuoli, al suo vice, a una suora e a tre vigilatrici che lì lavoravano, vengono ribaltate in Appello e la Cassazione seppellisce la vicenda
Antonia sembra essere morta di follia, considera Francesca de Carolis, ‘Se il direttore dell’istituto di Pozzuoli, Francesco Corrado, può dire: “… tra pazze criminali sono cose che qui possono succedere”.
‘Vite di donne infami’, ‘streghe del nostro tempo’, vittime del Medioevo contemporaneo al quale erano state consegnate

Guardate gli occhi di questa donna. Nella foto sgranata dal tempo … è giovane, bella, sorride alla vita …
“Non può essere la stessa donna che era in manicomio, quella che conoscevamo era più brutta era più vecchia “, era stato il commento di due suore che in manicomio l’avevano incontrata. “Certo avrebbero potuto porsi una semplice domanda: come si diventa stando lì dentro, dopo tanto tempo, dopo tante sofferenze?” E’ l’amara riflessione di Gabriella Tucci, che della donna della foto è figlia.

E lei è Antonia, Antonia Bernardini, che morì a 41 anni, bruciata viva sul letto di contenzione, nel manicomio giudiziario di Pozzuoli. Il giorno in cui moriva anche l’anno. Era il 1974.
Se ne parlò molto, allora … la storia del suo calvario occupò per giorni e giorni i principali quotidiani, e squarciò il velo su quanto di terribile accadeva dietro le mura dei manicomi, criminali e non.
Ritorna, oggi, questa vicenda in un libro scritto da Dario Stefano dell’Aquila e Antonio Esposito. “Storia di Antonia, Viaggio al termine di un manicomio”, edito da Sensibili alle foglie. Un libro quanto mai necessario, perché nelle pieghe della cronaca di quei giorni, l’indignazione, il dibattito sui manicomi che ne seguì, e quanto accadde nelle aule di tribunale, e quanto non accadde poi …, c’è molto che ancora ci riguarda. Perché “il passato non è morto; non è nemmeno passato”, come, a esergo del libro, il pensiero di Christa Wolf.

Toglie il fiato dalla prima pagina, questo “viaggio al termine di un manicomio”…. viaggio in un incubo, se da un piccolo diverbio davanti ad una biglietteria, per Antonia, dopo una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, in un precipitare che si fa fatica a credere, si aprono le porte del carcere e poi del manicomio, e poi del manicomio criminale …. Ma già, Antonia aveva “precedenti”… era stata più volte ricoverata in ospedali psichiatrici, dove capitava che si presentasse lei stessa per farsi curare dei momenti di confusione o di depressione. La malattia di Antonia, che viveva in una modesta casa della periferia romana, al Tiburtino terzo, come ben raccontano Dell’Aquila ed Esposito, era una “malattia di classe”…
Antonia Bernardini, per il reato commesso, sarebbe potuta presto ritornare in libertà, se soltanto un magistrato solerte avesse applicato la legge. Ma a chi importa della vita di una “povera pazza”.

E per lei, marchiata con lo stigma della malattia mentale, basta poco per entrare nel meccanismo feroce di una trafila burocratica di norme che identificano la malattia mentale con la pericolosità, e che ha portato “a un’ennesima condanna a morte senza possibilità d’appello, pronunziata ed eseguita congiuntamente da due fra i più forti sistemi repressivi esistenti in Italia, quello giudiziario e quello psichiatrico” , come denunciò in un comunicato, dopo la sua morte, Psichiatria democratica.
Leggete questa “Storia di Antonia”, un lavoro attento, dettagliato, che è racconto e prezioso documento insieme. Puntigliosamente ripercorre tutte le fasi di quella terribile vicenda, gli arbitri, gli abusi, come raccontati dai giornali, nelle testimonianze raccolte nelle inchieste, negli interventi nelle aule di tribunale… in una sorta di moviola che ogni volta finisce sul corpo bruciato di lei, legata a un letto come “Cristo in croce”. Moviola che, anche, svela le parole truccate…

Nessuno salva Antonia Bernardini dagli abusi e dalle violenze se muore dopo quattordici mesi di manicomio, quarantatré giorni consecutivi di contenzione, lei che prima di spirare riuscì a dire che aveva acceso un fiammifero per attirare l’attenzione, lei che chiedeva da tempo un po’ d’acqua… Se le condanne inflitte al direttore del manicomio criminale di Pozzuoli, al suo vice, a una suora e a tre vigilatrici che lì lavoravano, vengono ribaltate in Appello e la Cassazione mette sulla vicenda la parola fine.
Antonia sembra essere morta di follia… Se il direttore dell’istituto di Pozzuoli, Francesco Corrado, può dire: “… tra pazze criminali sono cose che qui possono succedere”. Lì dove, svelano le inchieste, la contenzione era pratica abituale per garantire tranquillità a chi avrebbe dovuto vigilare, contravvenendo alle disposizioni ministeriali che pure l’ammettono solo in casi di estrema necessità.

Assoluzione di stato, si sottolinea in questo libro. Ma questa vicenda permise di mettere sotto accusa tutto il sistema di cura e di organizzazione del manicomio giudiziario. Da sfondo, e accanto ad Antonia, la storia di una folla di donne. Le “agitate”, “scostumate e fastidiose”, e tutte le terribili cose che “sono cose che possono accadere”… come accaduto a Nina, che muore a 17 anni, dopo crisi febbrili indotte, una serie infinita di coma insulinici provocati, elettrochoc, giorni e giorni di contenzione… “e nessuno mai si è occupato del dolore che si portava dentro”…
Bisognerebbe pronunciare il nome di tutte e tutte ricordarle queste “vite di donne infami”, vittime del Medioevo contemporaneo al quale sono state consegnate, quasi “streghe del nostro tempo”…
Questa e moltissime altre sono le questioni che pone “Storia di Antonia”. Un viaggio “al termine del manicomio”, ricco di materiale inedito, frutto di un lavoro di ricerca durato due anni.

Dopo tutto il clamore, l’impegno di molti, il dibattito sulla psichiatria rimasto aperto, e poi la legge Basaglia… dovranno passare altri quarant’anni e la denuncia della commissione Marino su quanto appena ieri accadeva nel manicomio di Aversa, per arrivare infine alla chiusura dei manicomi giudiziari…
Ma, ha scritto Beccaria, “non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa”. E ancora non vi è libertà se ancora si può morire legati a un letto di contenzione, come si ricorda raccontano le recenti tragiche storie di Giuseppe Casu e Francesco Mastrogiovanni.

Un passato che non è passato, se ancora oggi c’è una norma del codice penale per la quale la pericolosità sociale è una qualità della malattia mentale, se ancora c’è chi può considerare la contenzione “terapeutica”. E provate a immedesimarvi …
Gli autori, Dario Stefano dell’Aquila, che si occupa di istituzioni totali, vulnerabilità e intervento sociale, e Antonio Esposito che si occupa di esclusione sociale e storia della psichiatria, scelgono di chiudere la “Storia di Antonia” con la foto che vedete. Sul sorriso di una donna che nonostante tutto, nello spazio di vita fra una difficoltà e l’altra, di un ricovero e l’altro, voleva vivere.

Antonia che, come raccontano, sempre alla figlia diceva: “Non dimenticare che la vita, anche se non sei fortunata, bisogna sempre viverla”.

Da: https://www.remocontro.it/2017/11/12/viaggio-antonia-al-termine-del-manicomio/

Le ragioni del Ddl. I diritti valore assoluto

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 26/11/2017 - 18:24

Il disegno di legge 2850 intende conferire ulteriore efficacia ai principi della “legge Basaglia”, rilanciando l’attualità delle linee di fondo e ulteriormente valorizzandole nell’attuale contesto costituzionale, normativo e sociale. Non un’iniziativa legislativa di revisione. Nessuna delle disposizioni introdotte con questo disegno di legge modifica o integra il testo della l. 180/1978, fatta eccezione per la previsione di un’ulteriore garanzia sostanziale e processuale contro la disumana pratica della contenzione meccanica nei servizi psichiatrici.

L’obiettivo che si propone di perseguire è quello di rilanciare l’applicazione della l. 180/1978, rafforzarne i contenuti di assistenza effettiva e universale sul territorio nazionale, confermare la portata di definizioni e principi che non meritano di mutare ma, al contrario, di essere sviluppati ed estesi. Viene pertanto garantita l’effettività del diritto alla salute, il quale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità non è – conviene ricordarlo – “assenza di malattia”, ma si definisce come stato “psicofisico di benessere”.

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, cui questa proposta di legge fa esplicito e reiterato richiamo, all’articolo 1 dichiara “che lo scopo della convenzione è promuovere, proteggere e assicurare il pieno ed eguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro inerente dignità”.

In questo quadro le azioni di difesa dei diritti delle persone con disabilità, e qui segnatamente di quanti vivono l’esperienza del disturbo mentale, assumono un valore assoluto e segnano il cammino di ogni uomo e di ogni donna verso la totale eguaglianza.

Il diritto alla cura è coniugato nel contesto universalistico degli altri diritti fondamentali riconosciuti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, recepita dall’Italia nel 2009. Tale importante documento ha confermato le anticipazioni della legge di riforma italiana del 1978, ampliandone la portata e declinandole a livello del singolo soggetto, cui vengono riconosciuti libertà fondamentali e la titolarità di ogni decisione sulla propria vita. Nel contrastare ogni forma di discriminazione legata a disabilità o a diagnosi, essa rimanda a un concetto di welfare d’inclusione e non solo di protezione. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha assunto a documento-base per il piano d’azione 2013-2020.

La conseguenza autentica della scelta che ha compiuto il nostro Paese nel sottoscrivere e fare proprio il dettato della Convenzione, non può non mettere in campo azioni attente di vigilanza e promozione, nella concretezza della vita e del governo quotidiano, di dispositivi organizzativi, campagne culturali, risorse umane qualificate per affermare e rendere esigibili i diritti delle persone con disabilità, per sostenere le famiglie, per rendere “visibili” i gruppi sociali a maggior rischio di discriminazione, esclusione e stigmatizzazione.

( vedi tutte le Ragioni del ddl)

Ricordare fa bene. Bisceglie

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 26/11/2017 - 18:07

Il grande affare e la grande vergogna per quei bambini oltre i cancelli della Casa della Divina Provvidenza

di Mario Lamanuzzi

Per una comunità cittadina, fare i conti con la propria storia è sempre esercizio salutare. Sia quando prevale l’aspetto agiografico come è stato fatto recentemente con il primo sindaco del dopoguerra Umberto Paternostro, sia quando di quella storia si deve aprire una pagina oscura.

Lo spunto arriva dalla morte giorni fa di Giorgio Antonucci, medico ed esponente di quella psichiatria che ha riformato profondamente la cura della salute mentale, umanizzandola fino ad arrivare all’abolizione dei manicomi con la famosa legge 180, quella che porta il nome di Franco Basaglia, lo psichiatra veneto di cui Antonucci è stato per un periodo uno stretto collaboratore.

La legge fu approvata nel 1978 ma il manicomio di Bisceglie (perché allora non era altro che un manicomio), cioè quella struttura creata da don Pasquale Uva che dava lavoro a tanta gente, il grande volano dell’economia cittadina, si opponeva al cambiamento. Anche attraverso dispute serrate con l’ostruzionismo perpetrato sui pazienti di cui era stato disposto il trasferimento nei primi anni ‘80 presso le case famiglia che stavano sorgendo nella provincia, per effetto proprio della legge Basaglia.

Uno dei tanti simboli dell’arretratezza culturale del meridione lo si ritrovava proprio nel baluardo di resistenza a quel cambiamento che dal Tevere in su era ormai considerato ineludibile. La Cdp ha resistito oltre un decennio prima di cedere alla dilazionata e progressiva chiusura dei reparti psichiatrici, con la contestuale riconversione in reparti ospedalieri che oggi si ritrovano funzionanti e operativi, dove sono occupati dipendenti che in massima parte hanno appreso un lavoro qualificato che non fosse più quello di badare a dei poveri cristi e tenerli buoni con ogni mezzo. Con ogni mezzo.

Scrive Piero Del Giudice sul Forum Salute Mentale: «Quando viene il tempo delle inchieste – memorabile quella di Liliana Madeo (della redazione romana della Stampa) sui manicomi pugliesi di Bisceglie, Putignano e Santa Maria di Foggia – emerge la complessa rete di interessi che fermentano sulla miseria umana: soldi dati per le rette dalle Province che spariscono, pensioni che spariscono, voti alla Democrazia Cristiana con percentuali bulgare. Le suore caritatevoli, come nella Giornata di uno scrutatore di Italo Calvino al Cottolengo».

Contattata personalmente la giornalista e scrittrice Liliana Madeo, le ho chiesto di poter leggere gli articoli di quell’epoca, anno 1977. La Madeo seguiva l’inchiesta della magistratura. «Un magistrato del tribunale dei minorenni di Bari – scriveva la corrispondente de La Stampa -, il pretore della cittadina, un funzionario di polizia, carabinieri e operatori sanitari compirono un’ispezione nel complesso, scattarono 300 fotografie e acclusero agli atti mezzi necessari per la contenzione».

«Secondo le prime indagini – si legge ancora nell’articolo -, nell’ospedale si ricorreva alla violenza sistematica, erano sfruttati i ricoverati lavoratori, venivano trattenuti soggetti sani di mente, si abusava dei mezzi di contenzione».

In un altro articolo, Madeo scrive: «Nell’ispezione del 7 gennaio scorso furono scoperti circa 200 bambini (il più piccino ha 5 anni, alcuni mesi fa ne morì un altro che aveva appena un anno e mezzo) sia nello psichiatrico sia nel reparto ortofrenici. Si scoprì che venivano sottoposti a metodi di contenzione violenti e prolungati, che vivevano in promiscuità con adulti irrecuperabili, che avevano subito violenze carnali, che venivano sfruttati nei laboratori dell’istituto in nome dell’ergoterapia».

Nello stesso servizio una suora dell’ordine fondato da Don Uva aveva dichiarato alla giornalista: «È vero anche che sono stati messi insieme malati mentali e insufficienti mentali, handicappati fisici e ragazzi normalissimi, sia fisicamente, sia psichicamente, ma poveri, non voluti da nessuno. Però, per affrontare tutto questo in modo diverso ci vogliono strutture, interventi, volontà politica che prescindono dai nostri compiti e dalle nostre possibilità».

In quel periodo alla Casa Divina Provvidenza venivano erogati dalla provincia di Bari (competente in materia all’epoca) finanziamenti, sotto forma di rette giornaliere per paziente, per circa 16 miliardi di lire annui, l’equivalente oggi di oltre 60 milioni di euro. Ma già allora, da via Bovio, reclamavano più denaro.

Quello che era considerato normale in un’epoca non troppo lontana, quell’accumulo di esseri umani su cui costruire l’impero totalitario dell’assistenza psichiatrica che drenava enormi quantità di risorse pubbliche, oggi è a giusta ragione un vergognoso ricordo del passato.

Come accaduto per tante tragedie nella storia dell’umanità, il male si alimenta scorrendo sulle rive della banalità. “Se uno è pazzo, deve essere rinchiuso”, questa era la considerazione dominante in quegli anni prima dell’avvento della legge Basaglia, semplice no? L’effetto benefico sui pazienti era però indimostrato, ma il beneficio apprezzato era quello sul business creato: più se ne rinchiudono e più soldi dalle rette si guadagnano, più stipendi si garantiscono, più voti alla Democrazia Cristiana si danno.

Un esempio di ricovero indiscriminato viene dal racconto di Felice Mangiarano, un ospite della Cdp che suo malgrado acquisì notorietà per aver difeso pubblicamente la struttura dall’ondata di nuovi scandali nei primi anni ‘90, culminata con la vicenda di una paziente che aveva partorito da sola un bambino, distesa sul pavimento in una pozza di sangue, senza che nessuno si fosse accorto della sua gravidanza.

Quell’ospite raccontò ad un giornale di come fosse stato ricoverato. Lui aveva un handicap fisico che non gli permetteva di deambulare. Era un bambino quando nel 1938, suo padre, umile contadino con scarsi mezzi economici, da Monopoli lo trasportò in bici verso Bisceglie e lì lo lasciò. Con il trascorrere dei decenni, per Felice la Cdp era considerata a pieno titolo la sua casa e tutto il suo mondo. Una chiusura di quei reparti dovuta all’applicazione della legge 180 era vista da Felice come un evento carico di drammatiche incognite.

A proposito di famiglie dei – veri o presunti – malati, in un interessante corsivo a commento dei fatti del 1977, firmato da Eleonora Bertolotto su La Stampa si legge: «Quel che accade negli istituti italiani varca spesso i confini della fantasia macabra più sfrenata: promiscuità, violenze, privazioni. E ha motivi molteplici. I bambini sani sequestrati nell’ospedale psichiatrico di Bisceglie sono numeri che “producono” rette lucrose: dieci, anche 20mila lire al giorno (…) Ma la domanda che ci si pone di fronte ai casi di bambini sani trattenuti indebitamente nello psichiatrico di Bisceglie, supera i limiti delle carenze istitutive. Sono tutti orfani questi bimbi? E – se no – quale volto attribuire alle loro famiglie, come spiegare l’indifferenza di fonte alla loro sorte?»

Gli anni più recenti non vedono solo l’esplosione di scandali finanziari ai quali, anche grazie all’operazione che ha portato all’acquisizione dell’Opera Don Uva da parte di Universo Salute, si potrà forse mettere la parola fine, ma anche nell’ultimo decennio si sono verificati casi di maltrattamenti e abusi. Su uno di questi ci fu un procedimento giudiziario e l’assoluzione del personale incriminato. Un paziente fu trovato legato ad un termosifone dai Carabinieri. Al processo fu tutto un rimpallo di responsabilità fino ad arrivare ad accusare un altro paziente. I tre imputati deviarono le accuse verso una collega, che a sua volta le rigettò e le deviò verso un degente, le cui condizioni psichiatriche non hanno consentito di renderlo imputabile e punibile.

Risultato: assolti perché il “fatto non costituisce reato” a causa della “insufficienza di prove”.

(dal blog di Mario Lamanuzzi)

Tornavo da Trieste. 3

Dal Forum Salute Mentale - Mar, 21/11/2017 - 17:28

Per una psichiatria gentile

di Emanuela Nava

Alla fine è stata ricoverata, così non si poteva andare avanti, si rifiutava di prendere qualsiasi medicina che l’aiutasse a stare meglio. Ma il giorno in cui è stata portata al reparto di psichiatria, non dovrei dirglielo, era quasi addormentata. L’avevamo sedata noi, il papà e io, con le gocce nell’acqua per evitare che arrivassero i vigili, che le facessero il ricovero coatto, il TSO. Era morta una persona, un ragazzo grande e grosso qualche mese prima a Torino, ne avevano parlato anche i giornali. Si rifiutava di andare in ospedale, di farsi fare l’iniezione mensile, e durante la colluttazione con le forze dell’ordine non so, non ricordo bene, forse lo avevano stretto troppo al collo o lui aveva avuto un arresto cardiaco, ci eravamo impressionati, mio marito e io, non volevamo che accadesse anche a nostra figlia.

-E così, una volta in ospedale, le hanno tolto le stringhe delle scarpe, le hanno tolto la sciarpa di seta, il nastro con cui si legava i capelli, le hanno detto che era proibito tenere flaconi di shampoo o bagno schiuma, che se voleva lavarsi poteva usare la saponetta solida, oppure chiedere qualche goccia di shampoo agli infermieri. Hanno aggiunto che il reparto era chiuso a chiave, che non le era permesso di uscire. E che se voleva stare bene doveva collaborare.

-Ci sono voluti due giorni per farle la prima iniezione, mia figlia non voleva, ma non gridava, non faceva la matta, piangeva soltanto.

Sono stati bravi i medici, hanno preferito trattare. Non hanno usato la forza, tanto sapevano che prima o poi l’avrebbero messa KO. Lei desiderava solo lavarsi, aveva paura di disgustare gli altri ricoverati, non voleva avvicinarsi a nessuno, domandava persino ai dottori e agli infermieri di indossare la mascherina, non voleva essere annusata. E loro le hanno ripetuto di fidarsi, con i loro farmaci la puzza sarebbe sparita.

-La psicologa che ora segue anche a me e mio marito al CPS, dopo che ci siamo così tanto arrabbiati per quello che è successo, mi ha detto che sbaglio a chiamare le medicine formule magiche, ma per me i primi a chiamarle così sono stati i medici dell’ospedale. Prendi i farmaci e la puzza sparirà. Sembra quasi una pubblicità. Se non fosse stato per la dose, per il loro protocollo, 100 milligrammi e poi 150 dopo una settimana, due iniezioni che l’hanno stroncata, sarebbe stato anche bello scherzare un po’. Avrebbe fatto bene a tutti. A tutti noi che eravamo angosciati, anche a sua sorella, la mia figlia più grande, che ora piangeva più di lei, quando la vedeva camminare con le scarpe da ginnastica senza stringhe perché le pantofole, non c’era verso di fargliele indossare.

-Sembrava che, con quelle scarpe che si trascinava dalla camera al salottino per i parenti, ci stesse dicendo qualcosa, che non era un’assassina per prima cosa e poi neppure una suicida. Sì, con le stringhe non avrebbe strozzato nessuno e neppure se stessa.

-E comunque c’era sempre quella porta chiusa: quando andavamo a trovarla dovevamo sempre suonare e poi, dopo la visita, chiamare l’infermiere per farci riaprire. Ma Basaglia non aveva aperto le porte? E allora perché tutti le tenevano chiuse, come se i pazienti, le persone che non stavano bene, fossero tigri in gabbia?

-Io lo so, lo sa anche la mia figlia più grande che l’ha studiato a scuola, al corso di psicologia, tu finisci per diventare quello che gli altri pensano di te. E come in uno specchio, se gli altri lo pensano, finisci anche tu per credere che se sei matta, forse anche

pericolosa. E alla fine insieme a te lo credono anche gli altri, quelli che non lo credevano prima, gli amici e i conoscenti. E la prova è che quando ti ricoverano, quando sei in crisi, e magari parli con la principessa Leila o con Dart Fener di Star Wars, ti chiudono a

chiave. È così che poi, quando i matti tornano a casa, e magari non sono neppure più matti, nessuno li invita ai compleanni, alle feste di Natale, magari neppure ai matrimoni dei fratelli: è successo, me lo hanno raccontato. Forse hanno paura che alle feste i matti invitino anche l’Ammiraglio Ackbar. Ormai so tutto di Star Wars.

-Ma il sublime orrore è venuto dopo. Quando mia figlia è stata dimessa, la psichiatra del CPS, quella che l’aveva presa in carico anche se l’aveva vista solo un paio di volte, ha deciso che mia figlia avrebbe dovuto fare venti giorni di Day Hospital. Insomma tornare in ospedale ogni giorno per prendere un altro farmaco, come se quelli che le avevano iniettato non fossero stati sufficienti, e stare quattro ore seduta su un divanetto ad aspettare che passasse il tempo, senza fare nulla. Oppure poteva andare al bar dell’ospedale a mangiare e bere, visto che le medicine le facevano venire una grande fame. Ma solo se c’eravamo noi ad accompagnarla. È accaduto proprio un anno fa, eravamo a Natale: due giorni però ce li avrebbero condonati. Due giorni in cui non bisognava presentarsi, Natale e Santo Stefano, come fanno con i detenuti in libertà vigilata.

-È stato lì che ci siamo arrabbiati, mio marito e io, tornati a casa abbiamo cominciato a telefonare a tutti i medici dell’ospedale. C’era una psichiatra all’ospedale, una vecchia signora comprensiva, pronta ad andare in pensione. Era a lei che telefonavo tutti i giorni, era a lei che chiedevo di intercedere presso l’altra, la più giovane, al CPS, perché non ci costringesse per quasi un mese a una vita simile. E che senso avrebbe avuto, poi? La psichiatra giovane voleva cercare di farlo passare come una sorta di contenimento affettuoso. Sì, avanti e indietro con noi in macchina, perché stordita com’era per tutta la chimica che aveva in corpo, mia figlia non avrebbe certo potuto salire su un autobus. E poi? E poi niente, un’intera famiglia requisita per cosa? Per stare seduta sul divanetto, appunto. Ma chi le ha fatte le leggi, ci siamo chiesti. Un matto? Ma un matto vero, intendo. Com’è possibile che una giovane dottoressa che quasi non la conosce, mia figlia, possa decidere al posto della dottoressa che l’ha ricoverata? Perché sia chiaro, anche se le aveva iniettato tutta quella roba, sembrava che persino lei, la più vecchia, considerasse assurdo quel day hospital senza senso. Senza un progetto, senza qualcosa da fare che non fosse dormire e mangiare.

-Pare che i medici del CPS abbiano più potere di quelli dell’ospedale. Ma le sembra possibile?

-Alla fine l’abbiamo spuntata: siamo rimasti a casa, a letto. Chissà forse era Natale e a Natale sono tutti più buoni.

-O forse la dottoressa più vecchia ha saputo intercedere. Un po’ come la Madonna, quando la prego. Credo che sia stato allora che ho cominciato a dire il rosario. Bisogna sempre credere a una forza che alla fine ci aiuta. Che la forza sia con noi, sì, proprio come dicono nel film.

-Così siamo rimasti a casa a smaltire mesi di sonno e di effetti collaterali. Dico noi, perché in casa tutti soffrivamo insieme a lei. Non so se i medici che a volte trattano i genitori con quell’aria da padreterni lo sappiano quanto soffrono le famiglie. Ci pensano mai a cosa accadrebbe se fossero loro ad avere figli che scambiano le guerre terrestri con le guerre stellari?

-Ora non voglio descrivere tutti i sintomi che provocano le dosi massicce di farmaci, solo alcuni, raffreddore costante, mancanza di fiato, tristezza infinita, desiderio di morire. Incapacità a fare qualsiasi cosa che duri più di cinque minuti.

-Portami nella clinica svizzera, dove fanno l’eutanasia, mi diceva mia figlia. E intanto passavano i mesi e ogni mese chiedevamo al CPS che la dose dell’iniezione fosse più bassa, non si poteva interrompere di colpo, passare alle pillole o alla polverina che prende ora, bisognava ridurre piano.

-Ci siamo di nuovo arrabbiati, all’inizio sembrava che nessuno ci ascoltasse. Mio marito ha urlato forte, ho temuto che ricoverassero anche lui. Alla fine hanno deciso di darci un sostegno. Ogni mese andiamo anche noi, lui e io, al CPS a parlare con uno psichiatra e una psicologa come due matti. E la psicologa ogni volta mi ripete che le medicine non sono formule magiche.

-D’accordo non lo sono, lo so anch’io che non lo sono, anche se dico il rosario e so che dire il rosario è come ripetere i mantra. E anche i mantra sono una specie di formula magica. Sono il veicolo del pensiero. Un veicolo sacro che libera la mente. Sì, le preghiere sono mantra, formule magiche che aprono le porte verso l’ignoto, permettono di accogliere il futuro senza paura.

-Oggi tutti recitano i mantra, chi diventa buddista, chi va a Yoga magari solo una volta alla settimana, senza sapere che Yoga significa unione con Dio e pensa che sia solo una ginnastica per allontanare lo stress, e intanto però ripete i mantra senza neppure immaginare che ripetere i mantra è come dire il rosario.

-Sì, le medicine, se vuoi che ti guariscano devi chiamarle formule magiche, altrimenti corri il rischio di considerarle solo veleno. In ogni cosa ci sono sia un diavolo, sia un angelo. Anche dentro di noi, bisogna scegliere.

-E anche lei, la psicologa, che voleva stare tanto con i piedi per terra, a differenza di noi che parlavamo solo di guerre stellari, non lo sapeva che, dopo tutti quei mesi di torpore e dolore, era difficile, una volta finito il rito delle iniezioni, prendere ogni giorno la dose di mantenimento, una polverina che restava anche un po’ attaccata al bicchiere, ma che faceva il suo effetto?

-Che la forza sia con te e sia con me, noi siamo tutt’uno con la forza, dicevamo insieme, mia figlia e io. Era la nostra formula magica, una formula magica omeopatica, si guariva da Star Wars parlando di Star Wars.

(3 -  continua)

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Ma che cosa è la salute?

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/11/2017 - 17:11

di Pier Aldo Rovatti [1]

La settimana prossima Trieste ospiterà un convegno internazionale sulla salute mentale e sui diritti del malato: The right [and opportunity]  to have a [whole]  life /Il diritto [e la possibilità] di vivere una vita [nella sua pienezza]  (http://www.triestementalhealth.org)

Trieste gode ormai da molto tempo di una leadership mondiale in questo campo per i motivi che tutti conosciamo bene. La chiusura dei manicomi che Franco Basaglia ha reso possibile, operando una vera “rivoluzione” proprio a Trieste negli anni Settanta, ha fornito un modello che in seguito è stato tradotto in pratiche virtuose un po’ dovunque e che ancora oggi viene continuamente studiato ed emulato: un modello di radicale trasformazione dell’istituzione manicomiale, ma anche un modello di rivoluzione culturale cioè di trasformazione dell’idea stessa di salute mentale.

Lo stigma sociale della follia sembra essere smantellato e quelli che chiamavamo “folli”, allontanandoli da noi “normali” anche solo attraverso questo banale gesto linguistico che ne penalizzava la diversità, sono tornati a essere persone, cittadini, soggetti, riacquistando i diritti che la cultura dello stigma negava loro. Tutto ciò è avvenuto e sta ancora accadendo in modo lento e faticoso, con un processo disseminato di resistenze che non si è certo concluso e necessita quindi di una elevata soglia di attenzione perché le idee e le pratiche di rinnovamento (e di riassetto istituzionale) vengano sempre di nuovo rilanciate per contrastare l’entropia di una società disciplinare e spesso sorda come è quella attuale.

Se gettiamo un sasso nell’acqua si producono cerchi che si allargano, ma presto l’effetto si spegne e la superficie ritorna piatta. Basaglia lo sapeva perfettamente e lo spirito del suo tempo lo aiutava a capire che buttando il suo poderoso macigno nelle acque stagnanti della malattia mentale e dell’istituzione manicomiale si sarebbe prodotto un sommovimento che si spingeva ben oltre il recinto della follia andando a toccare la questione stessa della salute di ciascuno di noi.

La battaglia a favore della follia sarebbe stata perduta in partenza se fosse rimasta circoscritta alla malattia mentale e non avesse promosso una lotta più grande per liberare la medicina intera dalle sue chiusure e dai suoi pregiudizi. Parlare di salute mentale significava parlare della salute di tutti. Basaglia sapeva anche che non bastava un solo sasso, potente che fosse, per opporsi ai controeffetti della stagnazione che avrebbero sicuramente ricomposto le acque e spinto indietro ogni rinnovamento.

E infatti, quarant’anni dopo la legge 180 (il punto di arrivo politico-istituzionale della sua battaglia), siamo ancora, per dir così, in trincea, ben lontani dalla possibilità di smobilitare le operazioni di lotta sia a livello di attività politica (vedi la recente chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, sopravvissuti fino a oggi, e il Disegno di legge 2850 in attesa di discussione parlamentare che intende dare attuazione concreta ai principi della 180), sia a livello di attività culturale (e qui il fronte è ancora popolato di cecità e grandi incomprensioni, anche a livello di senso comune).

Non sto parlando solo di storia passata o di una memoria da riattivare, anche se è molto opportuno farlo in tempi nei quali tendiamo perfino a dimenticare quello che è appena accaduto, perché i problemi sono qui, sotto i nostri occhi, la loro urgenza resta pressante e c’è un bisogno non procrastinabile di consapevolezza critica e iniziative pratiche.

Basterebbe domandarsi se ci rendiamo davvero conto di cosa significhi il titolo stesso “salute mentale”. Abbiamo ormai compreso che questa espressione abbraccia l’intero percorso di una vita, dall’infanzia fino all’età avanzata. Facciamo ancora fatica, ma abbiamo anche capito che essa non riguarda solo “gli altri”, quelli che sono affetti dai cosiddetti “disturbi”, perché la vita in questione è proprio la vita di ciascuno, che risulta sempre più accerchiata dallo sguardo e dalle premure di una società che ormai si caratterizza o tende a diventare una società del controllo terapeutico degli individui. Medicina preventiva e supporti psicologici (e psichiatrici) premono quotidianamente su di noi con una cultura medicalizzante che ci mette dentro un doppio vincolo: ci vincola positivamente con pratiche di “vaccinazione” che non possiamo rifiutare, ma ci lega al tempo stesso all’orizzonte della malattia potenziale e degli scompensi psichici già osservabili nei bambini.

Dovremmo concludere che, se siamo sempre più aggiornati (e minacciati) sulla “carriera di malattia” cui potremmo essere destinati, non sappiamo quasi nulla della “carriera di salute” che tutti vorremmo intraprendere. Di ciò conosciamo ben poco anche perché l’idea di “salute”, che dovrebbe stare al centro dell’interesse culturale, scivola molto spesso in una zona d’ombra e appare di conseguenza abbastanza vaga e incerta. Cosa significa “salute” per il senso comune? Benessere? Felicità? Ecco il punto sul quale la nostra cultura critica mi pare in ritardo, non convincente, e comunque poco attrezzata a rispondere davvero all’ondata consumistica che ogni giorno ci propone ricette (letteralmente!) per stare meglio e sentirci in forma.

[1] da Etica minima in “il Piccolo” di Trieste del 10/XI/17

Le ragioni del Ddl. Ingenti risorse, bruciate nella “residenzialità”

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/11/2017 - 16:59

Le “Strutture residenziali” sono presenti in tutte le Regioni. In alcune, poche, si conta di 1 posto letto ogni 10.000 abitanti in altre si arriva fino a 5 volte tanto. Quasi ovunque si consumano più della metà ( fino ai ¾) delle risorse regionali per la salute mentale. La tendenza a ricorrere al “posto letto residenziale” sembra in crescita inarrestabile e riduce irrimediabilmente la consistenza e la capacità di intervento dei servizi territoriali.

Occorre dunque ripensare alla presenza della cooperazione sociale, costretta ad appiattirsi su infelici politiche regionali. Rischia di diventare dominante la diffusione di luoghi che assomigliano a cronicari. Le ingenti risorse, passivamente dedicate alla “residenzialità”, sarebbero sufficienti per ripensare a forme diverse dell’abitare, dell’inserimento lavorativo, del vivere sociale. I progetti riabilitativi individuali, dove attivati, producono risultati tanto evidenti quanto inaspettati.

Gli aggettivi che coprono il fallimento delle pratiche residenziali e qualificano questi luoghi come rassicuranti e necessari, evocano la certezza della cura e dell’accoglienza: “terapeutiche, riabilitative, residenziali, familiari, sociali, comunitarie”.

Da molto tempo, ormai, è evidente che il guasto maggiore nell’assetto dei servizi di salute mentale è divenuto il ricorso illimitato, confuso e costosissimo a queste strutture. La conseguenza ancora peggiore è la delega totale della gestione, della cura, delle risorse al privato, sociale o mercantile che sia.

Le strutture residenziali hanno avuto in questi ultimi anni, in particolare dopo il 1998, a seguito della definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici, una notevole crescita numerica: dalla ricerca Progres residenze (Iss, 2001), i posti-residenza nelle Regioni risultavano essere circa 17.000. Da allora l’espansione si è rivelata inarrestabile.

Il numero, anche se non verificato, è comunque rilevantissimo. Oltre 20.000 persone (forse 30.000) che, a vario titolo, sono ospitate in strutture residenziali.

I tempi di permanenza, meglio si direbbe di ricovero se non di internamento, diventano sempre più consistenti. Vi sono persone, e non sono poche, che in queste strutture rimangono inerti da più di 30 anni. In quasi tutte le Regioni questa scelta, la scelta della residenza comunitaria, che originariamente è stata perfino affascinante per molti giovani operatori, attratti dalla suggestione della “comunità”, dell’accoglienza, della convivenza, è diventata un affare di dimensioni spesso mal gestibili proprio dagli stessi Dipartimenti e dalle amministrazioni che le hanno fatto nascere. Un numero rilevante di operatori – accompagnatori, tecnici, psicologi, psichiatri, infermieri – è impegnato in questo esteso arcipelago. E, come isole lontane, queste strutture hanno perduto il contatto con la terra ferma, col servizio pubblico, col DSM, con una qualsivoglia razionale attenzione a un progetto articolato e condiviso.

Alcune strutture residenziali appaiono sovradimensionate nel numero, lontane dalla quotidianità dei paesi e dei quartieri, anonime, prive di oggetti, regolate ancora da logiche manicomiali. Spesso separate dal Centro di salute mentale, con équipe del tutto distinte e con profili professionali inadeguati, operano in una totale e indiscussa autoreferenzialità. Sono luoghi che non possono, per come sono costituite, dare sbocco alcuno  a forme di abitare e di convivenza più autonome e meglio integrate nella comunità.

In conseguenza dell’espansione residenziale sanitaria e delle scarse possibilità di dimissione dei pazienti accolti, le ASL finiscono per attuare deroghe di fatto alle normative nazionali e regionali sui tempi di ricovero, sulle dotazioni strutturali e di personale; anche i controlli in questo ambito sono, in alcuni casi, divenuti superficiali o addirittura inesistenti.

Molte strutture rischiano di diventare contenitori di emarginazione sociale della disabilità psichica, contrariamente alle finalità dichiarate, con conseguenti fenomeni di “wandering” istituzionale tra luoghi di ricovero.

L’offerta di ricoveri in cliniche private convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, in alcune regioni al limite della scandalo, accessibili anche senza coordinamento da parte dei CSM, completano il quadro della residenzialità e rappresentano l’espansione di modelli di assistenza ospedaliera al di fuori della cultura territoriale dei progetti “obiettivo” e dei “piani” per la salute mentale “post legge 180″.

Tornavo da Trieste. 2

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 12/11/2017 - 16:46

Per una psichiatria gentile

di Emanuela Nava [1]

Il treno aveva rallentato, dal finestrino si vedevano scorrere luci di strade, macchine, case. Eravamo all’inizio di dicembre, splendevano anche alcuni alberi di Natale.

La signora afferrò la sciarpa e la avvolse attorno al collo.

-Per me è Natale ogni volta che nasce un bambino.- disse all’improvviso. – È Natale anche ogni volta che una persona rinasce. L’ho detto alla psicologa, quando, finalmente, dopo i mesi di torpore che le avevano procurato i farmaci, mia figlia è rinata e doveva solo prendere una polverina che faceva sciogliere nell’acqua. Era solo un modo per rendere tutto un po’ più lieve, chiamarla formula magica. Ma cosa ne sa la psicologa di formule magiche? Ha mai recitato il rosario? Non è una formula magica anche quella?

Aveva parlato così in fretta, accomodandosi a ogni parola la sciarpa attorno al collo, quasi volesse ricordare a se stessa che aveva un nodo alla gola, che non potei fare a meno di risponderle:

-L’immaginazione nasce dal cuore! E le immagini possono essere molto potenti!

-Sì, ha ragione. Ma che immagini vuole che nascano quando vai in ospedale e per prima cosa ti tolgono le stringhe delle scarpe, i cordini delle felpe, ti proibiscono persino lo shampoo? E poi ti chiudono a chiave in un reparto come in un carcere.

Mi guardò in silenzio, fissandomi a lungo, quasi volesse studiare la mia reazione.

-Le stringhe delle scarpe?- domandai dopo qualche istante.

-Sì, è così che funziona in tutti gli ospedali, in tutti i reparti psichiatrici. Mia figlia stava male, confondeva Star Wars con le guerre vere che trasmettono ogni giorno i telegiornali e i medici come prima cosa le hanno tolto le stringhe delle scarpe. Anche la sciarpa di seta che le piaceva tanto. Poi l’hanno chiusa a chiave dentro il reparto. Gli psichiatri hanno cercato di spiegarci che lo facevano per il suo bene, ma intanto era come se le dessero la patente di persona pericolosa per sé e per gli altri. Come se con quelle stringhe stessero dicendo che lei poteva strozzare qualcuno.

La signora parlava a una tale velocità, mangiandosi le parole, schiarendosi la voce, che fui sopraffatta da un senso di angoscia profonda.

-A Trieste, e in alcuni altri ospedali, non accade.- riuscii solo a dire.

-A Trieste? E come lo sa? Succede in tutti gli ospedali d’Italia. Me l’hanno detto, mi sono informata.

-Ma a Trieste…- provai a ripetere.

Lei mi zittì.

-A Trieste? Magari, e chi glielo ha detto, qualche medico che glielo voleva far  credere? Conosco anch’io la storia della legge Basaglia, sono abbastanza vecchia per ricordami qualcosa, ma quando ne ho parlato con lo psichiatra del CPS che ha in cura mia figlia avrebbe dovuto vedere la sua faccia. Trieste? Ma lasciamo perdere, mi ha detto.

La signora sorrise. All’improvviso sorrise ancora, indicando il mio libro.

-Mi scusi, l’ho disturbata, lei voleva leggere le fiabe e io sono qui a raccontarle una storia vera.

-Ma no!- mi schermii. – Continui pure, mi fa piacere parlare con lei.

-Grazie, allora, lei è molto gentile, spero di non disturbarla troppo, ho passato una giornata a parlare solo con la Madonna, inginocchiata davanti a lei. Una Ave Maria dietro l’altra. Sono sicura che la psicologa del CPS, se mi avesse visto, avrebbe preso per matta anche me.

-Spesso psicologi e psichiatri sono più matti dei loro pazienti!- esclamai.

Mi ero augurata che la battuta la facesse sorridere di nuovo, invece la signora divenne ancora più seria.

Eravamo giunti alla stazione di Mestre. Stavano salendo altri passeggeri. Il vagone si riempì quasi completamente, ma, come per miracolo, i due posti accanto a noi restarono vuoti. Restarono vuoti per il controllore, per chi passava con il carrello delle bibite, per la signora, ma non per me, che all’improvviso vidi Franco Basaglia. Accanto a noi, divertendosi a cambiare di posto, mi immaginai che lui fosse comparso sul treno. In silenzio e facendomi continui cenni con gli occhi, Franco Basaglia mi incoraggiava ad ascoltare tutta la storia della signora.

-Mi racconti, signora, mi racconti dall’inizio se lo desidera.- dissi allora. -Sono felice di ascoltarla.

-Grazie!- esclamò.

Poi la signora iniziò a raccontare. Un racconto lungo che io non interruppi mai.

-Era da un po’ che mia figlia stava male, tutto era iniziato in quarta liceo, un amore finito quasi subito, giornate intere trascorse a chiedersi dove lei avesse sbagliato, quali frasi avesse pronunciato per farlo scappare, quel bel ragazzo gentile che l’aveva lasciata

quasi subito, neppure il tempo di conoscersi. Tutte cose normali per noi che siamo vecchie e nella vita abbiamo visto fuggire tanti bei Narcisi, che prima ci hanno corteggiato e poi se la sono date a gambe, quando hanno visto che cedevamo, che saremmo diventate appiccicose. Io lo so che anche noi abbiamo perso la testa tante volte, ma so anche che poi l’abbiamo ritrovata, l’abbiamo riavvitata con più forza sul collo.

-Insomma ce ne siamo fatte una ragione. Invece lei no, non faceva che piangere e siccome lui era uno dei suoi compagni di classe ha smesso di andare a scuola.

-Piangeva tutto il giorno, mia figlia, ripensava a ogni parola che lui aveva pronunciato, poi si guardava allo specchio e si trovava ogni difetto possibile: naso, occhi, bocca. Gambe troppo grosse e troppo corte. Alla fine ha detto che puzzava, che era per questo che lui l’aveva lasciata. L’aveva baciata una volta sola ed era fuggito disgustato.

-Così, invece di andare a scuola, ogni mattina si faceva un lungo bagno che durava ore, e anche al pomeriggio continuava a lavarsi le mani e la bocca mille volte. Non voleva andare a scuola e neppure uscire di casa. Puzzava troppo, diceva.

-Le tralascio tutti gli altri particolari, la sofferenza sua e anche la nostra, quella di mio marito e dell’altra mia figlia, che cercava in tutti i modi di parlarle e di farle coraggio. Ha solo due anni in più della piccola, la mia figlia maggiore, ma sembra già così matura.

Per aiutarla, le raccontava anche dei suoi amori infelici, tutti soffrono per amore, le ripeteva.

-Poi le cose sono precipitate. Mia figlia ha detto che erano stati i marziani che una notte erano entrati nella sua camera e l’avevano riprogrammata, ne aveva parlato anche una trasmissione televisiva, Focus mi pare, di quello che fanno gli extratrerestri quando prendono di mira un abitante del nostro pianeta. Entrano nelle case sempre di notte, si impossessano dei pensieri di qualcuno, lo resettano, fanno esperimenti di ogni tipo.

-A mia figlia avevano inserito una ghiandola che la faceva puzzare. E nello stesso tempo però l’avevano messa in contatto con altri mondi, con altre galassie. C’erano le guerre nel cielo, le Star Wars. E ogni volta che in tv scorrevano le immagini delle guerre vere, quelle dell’Africa o del Medio Oriente, mia figlia diceva che erano guerre stellari, che al telegiornale non dicevano la verità. Che lei, con la puzza, aveva ricevuto in regalo anche una grande conoscenza interplanetaria. Solo se le guerre fossero finite, lei avrebbe riavuto il suo buon odore di quando era bambina. Ma tutte quelle cose andavano rivelate, bisognava farle conoscere al mondo, occorreva scriverle. – Alla fine è stata ricoverata.

(2 – continua)

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[1] Emanuela Nava è nata a Milano, dove vive e lavora. Scrive libri per bambini e ragazzi. È stata sceneggiatrice tv. Ha lavorato per cinque anni nell’Equipe dell’Albero Azzurro, il programma tv della Rai per i più piccoli.

Tornavo da Trieste

Dal Forum Salute Mentale - Dom, 05/11/2017 - 17:16

Per una psichiatria gentile

di Emanuela Nava [1]

Tornavo da Trieste, dove ero stata a trovare Peppe dell’Acqua, amico recente, di cui leggevo da anni i libri, le interviste e insomma tutti quei meravigliosi fatti che avevano portato alla 180, la rivoluzionaria legge Basaglia.

Ero in uno scompartimento quasi vuoto di una Freccia Rossa partita nel buio alle cinque del pomeriggio di un giorno invernale. Niente mare alla mia sinistra, niente blu turchese, il colore luminoso che mi aveva accolto all’improvviso all’andata, dopo un viaggio mattutino trascorso da Milano a Venezia quasi tutto nella nebbia.

Avevo appoggiato un libro sul tavolinetto. E la borsa sul sedile libero accanto al mio. Avevo persino allungato le gambe, felice di essere sola in un posto vicino al finestrino che, quando il treno è pieno, lascia a mala pena la possibilità di muovere i piedi.

Prima di aprire il libro, le fiabe dei fratelli Grimm nella versione integrale, quella che negli ultimi anni, molti, leggendo o raccontando le storie, avevano censurato, perché alcune parti venivano considerate troppo violente per i bambini, e così la regina di Biancaneve non danzava più con le scarpe di ferro rovente, alle sorellastre di Cenerentola le colombe non cavavano più gli occhi e l’orco di Pollicino non uccideva più le sue sette figlie, ripensavo  alla giornata trascorsa a Trieste.

Il servizio psichiatrico di diagnosi e cura in ospedale con la porta aperta, pochissimi lettini come quelli di una casa, sedie e tavoli colorati. La televisione a portata di tutti e i centri aperti in città a tutte le ore. E poi il Posto delle Fragole, dove avevo pranzato, il ristorante gestito da una cooperativa di pazienti, nato all’interno dell’ex Ospedale Psichiatrico San Giovanni, dopo che Marco Cavallo con la pancia piena di racconti e poesie aveva, più potente del cavallo di Troia, distrutto le certezze di chi si era sentito assediato da ciò che non comprendeva e per questo si era arroccato nella cittadella della propria buona salute.

Di nuovo, come nelle storie dei fratelli Grimm epurate, coloro che si consideravano buoni e sani avevano nascosto per anni il male. Ma non c’è di meglio che negare il male per farlo crescere. Dietro i cancelli sbarrati, dentro le stanze dove tutto è permesso perché invisibile. Dentro il dolore della malattia, dichiarata eterna e incurabile.

Era questo a cui pensavo, alla giornata trascorsa in quei luoghi e con quelle persone, a ciò che era necessario raccontare, anche se tutti ne avevano paura. Pensavo alla legge 180, voluta da Franco Basaglia, che aveva aperto i manicomi e pensavo ai protagonisti delle fiabe che partivano sempre da uno svantaggio, da una situazione immeritata e poi trovavano la forza per superare le prove e avere la meglio su orchi e streghe, quando udii una voce:

-Posso sedermi?

Alzai gli occhi e vidi una signora, più o meno della mia età, con cappello e sciarpa scuri che quasi le nascondevano il volto.

-Posso sedermi?- ripeté.

La guardai e ritirai le gambe con cui avevo occupato tutto lo spazio possibile.

Il posto 9 A era il suo, proprio di fronte al mio 8 A, ma la carrozza era quasi vuota e la tentazione fu forte. La signora si era tolta cappello, sciarpa e cappotto e con i suoi indumenti aveva occupato anche gli altri due posti che davano sul corridoio. Volevo alzarmi, sedermi altrove, ma stava passando il controllore e la sciarpa, finita sulla mia borsa, si era arrotolata alla tracolla.

-Mi scusi, l’aiuto io!- esclamò lei. Si sporse sopra di me con una tale agitazione che per poco non mi portò via la borsa insieme alla sciarpa.

Il controllore aspettava, ci guardava in silenzio e aspettava. Quando finalmente la borsa fu liberata dalla sciarpa e il controllore con un cenno di assenso avanzò lungo il corridoio, la signora mi sorrise e chiese:

-Lei viene da Trieste?

-Sì.- annuii.

-Io vengo dalla Croazia. Sono stata a pregare nella chiesa della Madonna della Misericordia di Pola. Dicono che sia una Madonna molto potente. La conosce?

-No, non la conosco.- risposi. –Non sono mai stata a Pola.

-Dovrebbe andarci, se avesse una grazia da chiedere. Ma mi auguro non abbia nulla di così importante da domandare. Neppure io la conoscevo prima che mia figlia si ammalasse. La signora sorrise, un sorriso con occhi spenti, opachi. Fui percorsa da un brivido.

-Quando ascolto le persone mi specchio nella loro e nella mia fragilità.- mi aveva detto Peppe quella mattina. Anch’io all’improvviso avvertii nella mia insofferenza di poco prima non solo il desiderio di stare sola, ma anche la paura forse di specchiarmi negli occhi di chi non conoscevo. Ma lei sembrava non essersene accorta: continuava a inseguire il suo pensiero o forse solo il desiderio di condividerlo con qualcuno.

-Alla Madonna ho recitato il rosario, duecento Ave Maria e 50 Padre  Nostro, inginocchiata e con gli occhi bassi. A ogni Padre Nostro, alzavo lo sguardo, sorridevo a Maria, le ricordavo perché ero lì.

Ero lì per mia figlia. La signora mi fissò per qualche istante, in silenzio.

-Spero di non disturbarla!- rise all’improvviso, coprendosi la bocca.

–Lei crede nelle formule magiche? Vedo che sta leggendo un libro di fiabe.

-Sì, ci credo. Credo nella potenza delle storie. Le storie raccontano senza spiegare. Ci incoraggiano perché parlano alla parte più profonda di noi stessi.

-Oh che bello! Dovrebbe dirlo alla psicologa del Centro Psico Sociale dove vado una volta al mese.- sospirò. -Ogni sera quando mia figlia prende la polverina che le hanno prescritto, le dico: ecco la tua formula magica, quella che ti renderà più forte. Ma la psicologa mi ha detto di no, che è una sciocchezza, che devo parlare con chiarezza a mia figlia. Ma noi, sin da quando lei era una bambina, in casa, le medicine, le abbiamo sempre chiamate formule magiche.

Non sapevo come chiederlo, quali parole cuscino usare, preoccupata dipronunciare parole zannute che potessero non essere abbastanza gentili.

-Cosa è accaduto a sua figlia? Non sta bene?

-Oh è stata molto male. È successo quasi un anno fa. Non so se lei sa che può accadere, ma mia figlia un giorno ha confuso le guerre che ci sono nel mondo con Star Wars, il film, l’ha visto? I medici hanno detto che era una crisi psicotica. Quando vedeva immagini della guerra vera piangeva e si disperava e diceva che voleva andare sulla luna per aiutare quelle povere creature che vivono in cielo e soffrono così tanto. È arrivata in ospedale che delirava.

(1/3 continua)

[1] Emanuela Nava è nata a Milano, dove vive e lavora. Scrive libri per bambini e ragazzi. È stata sceneggiatrice tv. Ha lavorato per cinque anni nell’Equipe dell’Albero Azzurro, il programma tv della Rai per i più piccoli.

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