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Aggiornato: 22 ore 5 min fa

A Trieste, più di 500 presenze per “Democrazia e salute mentale di comunità”

Sab, 23/06/2018 - 15:08

Di Emily Menguzzato

Trieste- Cinquecento persone, da tutto il mondo. A parlare di diritti e di democrazia, a riflettere sulla centralità dei bisogni e dei desideri: a interrogarsi su tutto ciò che si immagina negato alle persone con disturbo mentale. Si conclude oggi al Parco di San Giovanni il seminario internazionale “Democrazia e Salute Mentale di comunità”, organizzato dal Collaborating Centre dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la ricerca e la formazione e dal Dipartimento di Salute Mentale di Trieste. Tre giorni di conferenze, workshop ed eventi paralleli che hanno coinvolto soggetti e organizzazioni “impegnati nel cambiamento”.

Francesco Stoppa, presentazione del libro "La rivoluzione dentro"

Giovedì scorso, ai saluti delle autorità e all’apertura di Roberto Mezzina, è seguita una riflessione coordinata da Massimo Cozza sulla legge Basaglia con l’intervento di Franco Rotelli sulle responsabilità condivise per l’allargamento dei diritti.Allo stesso tavolo, il costituzionalista Daniele Piccione ha attraversato i punti chiave, spesso misconosciuti della legge 180; infine Silva Bon, di Articolo 32, ha raccontato la sua potente esperienza diretta. Una tavola sulle criticità di oggi e di allora, e sugli elementi che possono essere ripresi e rilanciati, ha poi coinvolto Gisella Trincas, Don Mario Vatta, Mario Novello, Alberta Basaglia, Marco Bertoli, Ivan Brajnik. Il pomeriggio ha visto protagoniste diverse realtà di oltreconfine. Grecia, Lapponia Occidentale, Spagna, Francia, Portogallo, Argentina e Brasile. La prima giornata si è conclusa al tramonto, con la presentazione de “La rivoluzione dentro” di Francesco Stoppa, che ha dialogato con Peppe Dell’Acqua, Mario Colucci e Fabiana Martini sulla preziosa raccolta di esperienze scritte da psichiatri, filosofi e scrittori ma anche da operatori del territorio, meno conosciuti, che si occupano di salute mentale.

"Democrazia e salute mentale di comunità" Foto di Stefano Tieri

Il focus di ieri ha guardato con attenzione alle esperienze locali e alla deistituzionalizzazione, in particolare alle riforme dell’Est Europa e alle buone pratiche diffuse nel mondo, anche laddove il reddito limitato rende più difficoltosa l’apertura delle strutture di stato. Gli incontri della mattinata di venerdì sono stati moderati da Fabrizio Starace e da Gian Luigi Bettoli.

Piero Cipriano, foto di Stefano Tieni

Nel pomeriggio, Giovanna Del Giudice ha coordinato un’intensa conversazione sulle REMS e sulle nuove marginalità. Il secondo appuntamento di “Democrazia e salute mentale di comunità” è terminato poi con un evento collaterale: Piero Cipriano ha presentato il suo libro “Basaglia e le metamorfosi della psichiatria”, dialogando con Alessia De Stefano e Giovanna Del Giudice, in un incontro guidato da Anna Sardo.

Oggi, dopo una mattinata rivolta a politiche, leggi e diritti del futuro, è attesa la chiusura di Roberto Mezzina e, nel pomeriggio, prenderà vita una riflessione sulle esperienze di cooperazione e associazionismo.

Jefferson Garcia Tomala

Dom, 17/06/2018 - 11:43

Di Amedeo Gagliardi

Jefferson Garcia Tomala era un ragazzo di vent’anni, ucciso domenica scorsa a Genova Sestri Ponente, in seguito alla chiamata della madre al 112: «Ieri sera ho avuto un problema con mio figlio. Una storia lunga, adesso ha un coltello. Voglio un aiuto perché si sta facendo tanto male. Si vuole ammazzare». La vittima non era conosciuta dai servizi del Dipartimento di Salute Mentale. La madre aveva chiesto aiuto,cercava qualcuno che intervenisse per riportare il ragazzo alla calma, alla ragione, al buon senso. Lei non poteva piu’ farlo da sola. La tragedia arriva dopo un conflitto esploso il giorno precedente tra Jefferson e la fidanzata, mediato dal Pastore della Chiesa Pentecostale, Franklin Morales, che decide di prendere in casa lei e il loro figlio di due mesi per la notte.Dopo la chiamata al 112 insieme ai militi della Croce Verde, si presentano due pattuglie delle volanti e successivamente altre due. Dopo circa un’ora, gli agenti spruzzano uno spray al peperoncino che provoca una colluttazione: un’agente viene colpito dalla lama del coltello che Jefferson brandiva, l’altro agente risponde con cinque, sei colpi ravvicinati all’addome ,mettendo fine alla vita del ragazzo. Una tragedia. Una madre chiede aiuto per suo figlio e dopo un’ora circa lo rivede steso, ammazzato, nella sua cameretta.Una tragedia che lascia senza parole.

Invece le parole piovono a fiumi e tutte in una direzione. Un chiacchiericcio che alimenta la solita propaganda per una certa sicurezza, una sicurezza individuale, che separa e classifica le persone per quello che rappresentano nella scena sociale. Gli ultimi sono sempre quelli che si trovano a chiedere aiuto. Lo scarto. Il Sindacato della Polizia reclama più mezzi, i sanitari più coordinamento e il miglioramento delle procedure d’intervento, il Capo della Polizia promette che a breve saranno in dotazione le pistole elettriche. Infine il Ministro dell’Interno Salvini, annunciando di venire a Genova a far visita al poliziotto ferito dice: “è fondamentale che chiunque indossi la divisa sappia che il Paese è con lui. Se devo scegliere io so da che parte stare, da quella della divisa”. Un chiacchiericcio che divide il mondo in buoni e cattivi, demolendola cultura dell’aiuto e della cura che propone complessità, sospensione del giudizio, imparzialità, profondità. Cultura che diventa oggi sempre più minoritaria, sopraffatta ed incapace di reagire aduna propaganda che incendia la natura della convivenza democratica.

Una cultura della cura che necessita di un altro linguaggio per esprimere umanità, quella per cui, come indicava Don Milani, è necessario “sortirne insieme”. Un linguaggio capace di farsi ascolto, comprensione, compassione, empatia, amore per la vita, per qualsiasi vita, senza avere bisogno di indicare nemici o capri espiatori.Senza indicare buoni e cattivi. Un linguaggio che cerca come ripartire, imparando dagli errori, facendo silenzio, facendo emergere coscienza. Quella personale ma anche quella collettiva, entrambe ferite dal rumore di tante chiacchiere che rimangono indifferenti al grido di aiuto di una madre preoccupata per la vita del proprio figlio.

La forma dell’acqua

Dom, 17/06/2018 - 11:38

Di Francesca de Carolis

C’è qualcosa che non va… qualcosa che non quadra… mi era subito sembrata “strana”, oltre che drammatica e scandalosa, la notizia del ragazzo di origine ecuadoregna, venti anni, ucciso a Genova con cinque colpi di pistola, cinque colpi di pistola non alle gambe, alle braccia, ma in punti vitali, nel corso di un “Tso”. Tso, trattamento sanitario obbligatorio…

Cinque colpi di pistola? Trattamento sanitario obbligatorio? Non sarebbe la prima volta di un tentativo di Tso con esiti così drammatici (ma questo naturalmente non può giustificare…), ma… leggo di Tso, eppure si parla solo di un intervento di polizia?

Allora, che volete, ho chiamato lo psichiatra Peppe Dell’Acqua che, attraverso la sua rete di  collaboratori e conoscenza, mi racconta di un’altra storia, diciamo più complessa…

Jefferson Tomalà, intanto, non era mai stato in cura presso i servizi psichiatrici, né era conosciuto come “persona pericolosa”. Negli ultimi giorni aveva litigato con la compagna (e la sera prima già agenti della polizia erano intervenuti per controllare, calmare e dirimere…).  Chi lo conosceva, e conosce la condizione della sua famiglia, i suoi cinque fratelli, parla di “una ciliegina su una torta di disperazione”… Quel giorno Jefferson tornato a casa, sembra ubriaco, minaccia di uccidersi… il pastore evangelico che segue la famiglia, per proteggerle, ha allontanato la compagna di Jefferson e la loro figlioletta… la rabbia del ragazzo aumenta e la madre spaventata, non riuscendo a controllarlo, chiama il 112, il numero unico delle emergenze che, considerata la situazione di pericolosità, chiama il 113. Arriva anche un medico.

Difficile, delicato il compito degli agenti… che usano spray al peperoncino, sembra, che agita ed esaspera ancora di più… lui ha un coltello in mano, aggredisce, ferisce un agente e poi… quei cinque colpi di pistola che lo uccidono… Non era in corso nessun Tso… perché, prima che un trattamento sanitario obbligatorio venga avviato, altra è la procedura.

Senza voler incolpare nessuno, commenta Dell’Acqua: “Ma quanta fragilità, quanta impreparazione… quanta confusione, di fronte a una persona esasperata e disperata, impaurita, evidentemente poco capace di controllo… tristissima, scandalosa vicenda, mentre, con confusione, si parla di Tso con l’idea che sia una misura di polizia…”

Cosa fa scandalo in tutta questa tristissima storia. Intanto la morte di un ragazzo di venti anni, del quale, tranne che ai genitori, alla compagna e, quando capirà, a una bambina che crescerà senza  padre, sembra non importi molto a nessuno… a cominciare dal ministro dell’interno che solo ha un pensiero di solidarietà per il militare che (suo malgrado) ha ucciso e che, lui sì, sa avere oggi un pensiero addolorato per la sua vittima…

Cosa fa scandalo. Che si liquidi la morte di un ragazzo come un caso di trattamento sanitario obbligatorio (e non è così), come se bastasse pronunciarne l’acronimo per giustificare interventi violenti… “E’ quanto la deriva drammatica delle psichiatrie va producendo – riprendo il pensiero di Dell’Acqua-, mentre il Tso è pensato come strumento per accrescere il diritto di chi si trova in difficoltà, in condizioni di estrema fragilità, per garantire il diritto alla cura, alla salute, alla dignità.. Per cominciare: il Tso non è un mandato di cattura…. mentre sono ancora troppi i luoghi dove polizia, carabinieri e vigili urbani sono delegati dalle psichiatrie alla “cattura” delle persone. Eppure buone psichiatrie capaci di incontrare l’altro, di disporsi all’accoglienza, di contrastare veramente lo stigma e di curare sono presenti e possibili”.

Cosa fa scandalo. Che ciò che sembra ora urgente sia dare in dotazione alle forze di polizia la pistola taser ( così ha subito dichiarato il capo della Polizia).

Avete visto “La forma dell’acqua”? La scena in cui il “mostro” viene ridotto all’impotenza da scariche elettriche… siamo lì.

Sono andata a cercare, per capire meglio: il taser non uccide, certo, ma “ semplicemente” spara addosso al malcapitato due dardi che, collegati all’arma con cavetti, mandano una scarica elettrica ad alta tensione. Breve, brevissima. Quanto basta per far collassare il sistema nervoso, e produrre convulsioni. Una sorta di crisi epilettica. Ma senza uccidere. Arma “meno che letale”. Peccato che le Nazioni Unite lo considerino strumento di tortura. Peccato che Amnesty denunci che negli Stati Uniti faccia decine e decine di morti. Che poi, controbattere che probabilmente chi ne è morto è morto per suoi problemi cardiaci… è come dire che Stefano Cucchi sia morto non perché brutalmente pestato, ma perché troppo debole per resistere al pestaggio…

E c’è da averne paura in un paese dove la legge sulla tortura, pur con tante contorsioni approvata, alla fine, se leggete con attenzione, la tortura sembra autorizzarla (basta torturare una sola volta…).

La forma dell’acqua… e quanti “mostri alieni” da inchiodare negli spasmi: delinquenti, ladruncoli, mattarelli, agitati… chiunque con gesti inconsulti attenti alla nostra tranquillità. Una moderna camicia di forza, che strizza l’occhio al buio dell’elettroshock. Ennesimo prodotto di una cultura della pericolosità dura a morire.

Cosa fa scandalo. Che fra qualche giorno del povero Jefferson, ucciso a vent’anni in un momento di estrema fragilità e disperazione, non si ricorderà più nessuno (tranne i genitori, la compagna, la figlia che un giorno saprà)… Ma non è solo questo. Pensandoci…

Provate a mettere in fila la sua morte (e l’arrivo delle pistole elettriche), la morte di Soumalia, il giovane sindacalista venuto dal Mali ucciso in Calabria (per il quale un pensiero dalle “istituzioni” è arrivato “tiepido” solo dopo qualche giorno…)…  e poi, anzi prima di tutto, il braccio di ferro sulla pelle dei migranti in alto mare, lo scandalo del rifiuto di approdi che ancora continua…

Tutti questi episodi messi così in fila, insieme ad altri inquietanti episodi che magari non sono arrivati sulle prime pagine dei giornali… li trovo in una riflessione che leggo sulla pagina di Potere al popolo (forse perché nuova formazione? Forse perché rimasta “fuori dal sistema” e il sistema sembra vederlo nel suo insieme meglio di chi vi fa in qualche modo parte?) che scrive: “Il governo (penta) leghista, insediatosi da appena dieci giorni, sta mettendo a verifica la tenuta nell’opinione pubblica di alcuni dei punti nevralgici del contratto di governo come quello della difesa sempre legittima e della tolleranza zero verso i migranti”. C’è da pensarci, e di che tremare…

Ancora un “dettaglio” che a me fa ugualmente scandalo. Il fatto che, come scrive Gad Lerner, “in questa Italia apparentemente inferocita capita spesso che i ministri facciano i loro annunci e le loro querele “non come politico, ma in quanto padre”. Commovente richiamo alla tenerezza verso i figli, consigliato dagli esperti di marketing”.

Mi chiedo se, diventati adulti, quei figli in nome dei quali a tanto si arriva, vorranno davvero ringraziare tali padri. Chissà che, raggiunta l’età della ragione, guardandosi intorno, affogando nel disastro che di questo passo si rischia verrà, qualcuno non se ne vergognerà, di tali padri…

Articolo da –>https://www.remocontro.it/2018/06/17/escandescenze-fuori-di-testa-e-legittima-difesa/

La pistola per l’elettroshock per strada

Dom, 17/06/2018 - 11:30

Di Piero Cipriano*

Genova. Jefferson Garcia, ventunenne ecuadoriano, non era, come scrive Il fatto quotidiano, “in cura per problemi psichici”. Lo confermano gli psichiatri del territorio genovese. Non era conosciuto ai servizi di salute mentale. La madre chiama il 112 per una lite domestica. Jefferson, ebbro e probabilmente sotto l’effetto di droghe, stava litigando coi famigliari, era aggressivo e violento. Di qui a parlare di TSO ce ne vuole. Ma, certo, soprattutto chi si occupa di informare, dovrebbe provare anon essere un portatore giornalistico di stigma, e sapere che il Trattamento Sanitario Obbligatorio è stabilito da due medici, il primo lo propone dopo aver visitato il paziente, il secondo lo convalida, poi il sindaco del luogo emette l’ordinanza (solo allora è TSO), infine un giudice tutelare stabilisce che il TSO è stato fatto a norma di legge, dunque convalida o rigetta. Quattro attori che, nel caso del TSO millantato del ragazzo ucciso non sono mai intervenuti. Allora non si può gridare superficialmente sconsideratamente allarmisticamente all’ennesima morte da TSO. Questa è una morte da polizia. Ricapitolando: viene chiamato il 112 per un ragazzo aggressivo e agitato. Un medico che stabilisse la natura (psichica o tossica) della crisi, non ha fatto in tempo a vederlo, perché il ragazzo viene ucciso prima. Scriveremorto per TSO è una inferenza in malafede. I poliziotti intervenuti spruzzano sul suo viso del ragazzo uno spray urticante. Questo gesto invece di ridurlo a più miti consigli determina una escalation. Brandisce un coltello da cucina. Con cui colpisce un poliziotto. Il collega più giovane, impaurito, spara cinque colpi. Deve essere talmente preso dal panico, per sparare cinque colpi, al corpo del ragazzo,colpendo perfino il suo collega. Il ragazzo muore. E questa morte viene narrata non come ennesimo caso di brutalità discrezionale della polizia. Non come conseguenza del cicalare razzista e xenofobo di questi giorni. Niente di tutto questo. E’la morte di uno straniero matto, forse drogato. Morte di un reietto dal triplice stigma. Rispetto al quale cos’altro potevano fare i due fedeli servitori dello stato intervenuti con eroismo e coraggio? Il neo-ministro che gioca a fare il duce si dice vicino “come un papà” al poliziotto ferito che ha fatto il suo dovere. Questa madre che invoca giustizia non merita la sua vicinanza. Il ministro è papà solo per i poliziotti feriti. Lo straniero ucciso non merita parola.

Quale sarà la conseguenza di questo evento?Il neo-ministro Salvini e il capo della Polizia Gabrielli sono già d’accordo nel dotare le forze dell’ordine di pistola elettrica. La cosiddetta Taser. Sostengono che se i poliziotti ne fossero stato provvisti, Jefferson non sarebbe morto e uno dei due poliziotti non si sarebbe ferito.

Ma cos’è questa pistola elettrica? Jack Cover, scienziato aerospaziale, inventa il Taser negli anni 70. Avrebbe dovuto essere usata dalle forze di sicurezza in situazioni di emergenza, come i dirottamenti aerei, essendo un’alternativa non mortale alle pistole. Taser è acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle (in italiano sarebbe: fucile elettronico di Tomas A. Swift). E’ una saga d’avventura, dove un personaggio, Tom Swift, inventa un’arma, che chiama fucile elettrico, per uccidere cannibali pigmei e animali selvatici africani. Potremmo dire che sembra l’arma ideale per gli inferiori, per gli anormali. Le Taser all’inizio vengono classificate come armi da fuoco, perché nella versione originale utilizzano polvere da sparo per sganciare dardi elettrificati. Nel 1993 la polvere da sparo viene sostituita con azoto compresso, e ciò rende la pistola conforme alle normative sulle armi da fuoco. Le Taser hanno due modalità: “dardo” e “drive stun”. Il primo spara due dardi elettrificati, con forza tale da penetrare i vestiti e rilasciare una scarica elettrica di 50.000 volt. La corrente scorre nel corpo della vittima finché l’agente tiene premuto il grilletto, con effetto neurolettico (ovvero di paralisi del sistema nervoso) potremmo dire, giacché impedisce qualsiasi movimento e causa spasmi muscolari. In modalità “drive stun”, invece, la pistola viene premuta direttamente contro il corpo. Nel 2007, il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura manifesta preoccupazione per l’utilizzo di queste armi, in grado di causare dolore estremo fino al decesso. Gli esperti però sostengono che a causare il decesso non siano gli effetti del Taser ma la “sindrome da delirio eccitato” (ricordo che quando morì Andrea Soldi nel 2015 si disse che era morto per questa sindrome, diagnosi di copertura con cui risolvere incidenti in cui sono coinvolte le forze dell’ordine; è stata tirata in ballo anche per la morte di Riccardo Magherini e molti altri), fantomatica sindromenon riconosciuta né dall’Associazione Medica Americana, né dall’Associazione Americana di Psichiatria, né dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tuttavia citata come causa del decesso in 75 dei 330 casi collegati al Taser tra il 2001 e il 2008. Douglas Zipes, esperto di elettrofisiologia e dell’influenza degli impulsi elettrici sul cuore, ha analizzato il rapporto tra Taser e morti improvvise. I Taser, afferma, possano provocare l’arresto cardiaco, e tirare in ballo la sindrome da delirio eccitato in caso di decesso riconducibile a questa pistola è solo un modo per scagionare Taser International da azioni legali.

In Italia, da alcuni mesi, a Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia la polizia e i carabinieri già stanno sperimentando laTaser al posto del (violento, primitivo, rozzo, scomodo) manganello.

L’ipotesi di utilizzare la Taser era stata valutata già nel 2014 quando, con Angelino Alfano ministro dell’Interno, era stato approvato un emendamento nell’ambito del decreto-legge sulla sicurezza negli stadi, per avviarne la sperimentazione. Solo negli ultimi mesi, però, si è arrivati a una soluzione condivisa con i sindacati del settore, che ritengono che la pistola elettrica possa ridurre gli interventi corpo a corpo.

Il fatto di Genova, a questo punto, viene utilizzato per accelerare i tempi della sperimentazione, e poter finalmente usare questo manganello elettrico su migranti, tossicomani, persone con disturbi psichici, e altri “dannati della terra”. Finché (mi porto avanti con le previsioni), vedrete che questo strumento potrebbe far parte anche della dotazione di noialtri psichiatri. Perché il Taser, pensateci, è l’arma di congiunzione tra i farmaci neurolettici (determina neurolepsia, ovvero paralisi del sistema nervoso), dunque contenzione chimica; le fasce per legare gli agitati, visto che elettrificando un corpo non c’è più bisogno di legarlo, dunque contenzione meccanica; e l’elettrochoc, dato lo stordimento e l’amnesia se non proprio perdita di coscienza che determina, dunque contenzione elettrica.

*Piero Cipriano:

Vice Portavoce del Forum Salute Mentale

Promotore della campagna E tu slegalo subito

Autore de La fabbrica della cura mentale, Il Manicomio chimico, La società dei devianti, Basaglia e le metamorfosi della psichiatria

Articolo da –> http://www.manifestosardo.org/la-pistola-per-lelettroshock-da-strada/

A proposito di Jefferson Toumalà

Dom, 17/06/2018 - 11:24

di Carlo Miccio

All’indomani dell’assurda morte di Jefferson Tomalà, tra le tante incoerenze delle narrazioni che venivano proposte, tracui l’invenzione di sana pianta del Tso(!), mi ha colpito soprattutto la differenza manifesta nei due differenti comunicati (anzi, tweet nel primo caso) emessi  dal Ministro degli Interni e dal prefetto Gabrielli, capo della Polizia. Se il primo si è limitato a far sentire esclusivamente la vicinanza dello stato al poliziotto ferito (“Non solo da ministro, ma da cittadino italiano e da papà sarò vicino in ogni modo possibile a questo poliziotto che ha fatto solo il suo dovere salvando la vita a un collega”) il secondo, dopo aver espresso soddisfazione per le condizioni non gravi del collega ferito aggiungeva: “anche se queste vicende lasciano sempre un aspetto di amarezza, perché quando muore una persona, anche se è una persona che delinque, che si è posta in una condizione di offesa nei nostri confronti, credo che non sia mai una cosa positiva e mi fa piacere che di questo ne abbia contezza anche il collega, perché mai dobbiamo perdere quel profilo di umanità che alla fine contraddistingue la nostra attività.”

Confesso che, all’inizio, ho interpretato tutto come il classico esempio di poliziotto buono/poliziotto cattivo, dove due colleghi si scambiano il gioco delle parti per mantenere sotto pressione l’indagato (=in questo caso leggi: opinione pubblica). Solo dopo un po’ mi sono ricordato che Salvini non è un poliziotto e, nonostante le felpe che ama tanto indossare, non lo è mai stato.
Allora il caso mi si è definito in un’altra maniera: si tratta di un caso di poliziotto vero/poliziotto finto. La dimensione di Salvini, un ministro che la politica la fa su twitter ma si guarda bene dal presentarsi in parlamento quando si tratta di discutere Dublino, è quella della virtualità assoluta, dove non ci si scontra mai con le dure ambivalenze della realtà. Una dimensione virtuale tra l’altro necessaria per alimentare le dicotomie buono/cattivo, giusto/sbagliato, nero/bianco di cui si nutre il suo scarno pensiero politico. Niente di più lontano quindi dal piano di realtà vera con cui si confronta chi il mestiere di poliziotto lo fa sul campo, e non al telefonino o al computer.

Un poliziotto sa che, per affrontare il proprio mestiere, è indispensabile esercitare pietas verso le vittime di ogni storia, di ogni caso, di ogni umana vicenda. Un poliziotto entra in case degradate, quartieri a rischio, realtà sociali marginali e marginalizzate, tocca con mano le tante mancanze in cui tante famiglie sono costrette a vivere in Italia, e sa che parlare di colpe davanti a tragedie come queste ha senso solo dopo aver espresso dolore sincero e partecipazione umana a tutte le persone coinvolte. Il poliziotto, per usare le parole del Capo della Polizia, sa che mai si dovrebbe perdere quel profilo di umanità che alla fine deve contraddistinguere un lavoro così difficile e complesso.

Ma questo Salvini non lo sa, perché lui non si stacca dal cellulare per andare in quelle case: lui al limite fa un salto dalla D’Urso o commenta la finale del Grande Fratello su Facebook. Una pratica del mestiere vero Salvini non ce l’ha, perché poliziotto non è mai stato. Sarà per questo che le vittime vere di questa tragedia (Jefferson e la sua famiglia) il Ministro degli Interni non le ha neanche notate: il non citarle è stato semplice conseguenza.

Il tragico incidente di via Borzoli: un intervento di emergenza, ma non un TSO

Sab, 16/06/2018 - 14:35

di Paolo Peloso

L’incidente accaduto in via Borzoli a Genova domenica 10 giugno, nel quale ha perso la vita il ventunenne Jefferson Garcia Tomalà ed è rimasto ferito un sovrintendente della Polizia di Stato, è un fatto tragico e il primo sentimento che si prova è un immenso dolore per il giovane, per la sua famiglia e anche per il personale di Polizia direttamente coinvolto.Gli antecedenti sono noti. In sintesi pare che un ventunenne ecuadoriano, da poco padre, litighi con la moglie il sabato sera; le Forze dell’ordine intervengono e si riesce in un modo o nell’altro a metter pace con il pastore della chiesa protestante cui la famiglia appartiene che offre temporanea ospitalità a moglie e bambino. La domenica pomeriggio nuova lite in famiglia, il ventunenne questa volta è armato di un coltello e minaccia di uccidersi, forse minaccia anche altri, forse ha bevuto. La madre chiama il 112 e vengono inviati sul posto alcune pattuglie di Polizia e un medico. La sequenza dei fatti da quel momento è meno chiara, ci sono versioni contrastanti e abbiamo troppo rispetto per il dolore di tutti per fare congetture. Alla fine c’è l’odore di uno spray urticante usato dalla Polizia, uno dei poliziotti ha ricevuto più coltellate dal giovane ed è ferito all’addome, l’altro ha fatto fuoco più volte ed è ferito in modo lieve,e il ragazzo è morto ucciso dai proiettili.

Non è però il tragico episodio in sé, sul quale si pronuncerà chi ha informazioni e competenza per farlo, che ho accettato di commentare, ma invece il fatto che in più occasioni le autorità e la stampa hanno fatto riferimento in questi giorni ad esso come a un TSO mortale, mentre questa definizione mi pare fuorviante e cercherò di argomentare perché. E ciò non certo con l’intenzione di insegnare alcunché a nessuno, ma perché la chiarezza in eventi di questa importanza è fondamentale.

Il fatto saliente è la chiamata da parte della famiglia che segnala un’emergenza: il ragazzo ha un coltello, ha propositi suicidi, pare abbia bevuto. Come spesso avviene, questaemergenza presenta dueaspetti diversi: unodi pubblica sicurezza (il ragazzo è armato di un coltello e minaccia di uccidersi) e uno sanitario (minaccia di uccidersi). In questa situazione, dei due aspetti il primo è quello che, evidentemente, è più urgente affrontare: mettere in sicurezza la situazione, eliminando il coltello e assumendo il controllo dell’ambiente (impedendo cioè l’acceso alle finestre o ad altri oggetti atti ad offendere/si). Prima che questo avvenga, è prematuro porsi il problema se sia o meno necessario un trattamento sanitario, volontario od obbligatorio che sia. In questa prima fase sono protagonisti gli operatori della Pubblica sicurezza, i soli titolati all’uso della forza se necessario. E non è certo questo loro un compito facile, ne siamo ben consapevoli: disarmare un giovane adulto badando a che non si faccia male nessuno,né lui, né se stessi, né terzi eventualmente presenti.

In quest’opera di messa in sicurezza della situazione, prima di avvalersi dell’uso della forza o addirittura delle armi, gli operatori di Pubblica sicurezza hanno uno strumento del quale probabilmente anche in questo caso hanno tentato di avvalersi: la persuasione, che qui intendo in senso molto ampio. Parrebbe che fosse stata sufficiente, almeno temporaneamente, la sera precedente, quando però non c’era di mezzo il coltello. Tutti possono manovrare, evidentemente, questo strumento che nascedalle qualità umane delle quali ciascuno è dotato, eanche gli operatori della Pubblica sicurezza – proprio per situazioni come questa – dovrebbero essere in qualche misura esercitatinel suo utilizzo, così come immaginiamo lo siano all’utilizzo di altri strumenti (la forza, le armi ecc.). Gli esperti didiscipline psichiatriche possono eventualmente essere loro utili in questo, all’interno di un quadro generale di collaborazione e sforzo di reciproca comprensione che è senz’altro importante.Se poi gli operatori della Pubblica sicurezza avvertono di non farcela da soli a persuadere, possono chiedere l’ausilio del personale sanitario, che dovrebbe essere più esperto a questo riguardo;e se neppure questo è sufficiente, anche il personale sanitario può cercare a sua volta l’ausilio del personale formato nelle discipline psichiatriche, che dovrebbe essere ancora più esperto nella persuasione. Ma sappiamo, comunque, che la persuasione – chiunque e per quanto a lungo si sforzi di esercitarla – non è uno strumento onnipotente, e non ci si può aspettare che risolva tutte le situazioni. Siamo, in ogni caso, finora ancora nella prima fase dell’intervento di emergenza, quella della messa in sicurezza della situazione, che vede protagonisti – perché c’è di mezzo un’arma – gli operatori della Pubblica sicurezza, e gli altri operatori a collaborare in posizione più o menoausiliaria.

Solo una volta che questa prima fase dell’intervento di emergenza siarisolta,e la situazione sia messa in sicurezza, è possibile passare alla seconda fase, quella che, eliminato il coltello, consente la presa in carico degli aspetti sanitari (emotivi ecc.) e vede protagonista il personale sanitario. Il medico può ora valutare la situazione e la possibilità di risolverla con un trattamento sanitario, cioè congli strumenti della relazione ed eventualmente della somministrazione di farmacio, se il livello di angoscia e l’intenzionalità suicida rimangono elevati, anche la proposta di un ricovero. E questo passaggionon deve essere considerato una mera ipotesi teorica, perché è possibile che quando un soggetto è stato disarmato,questo solo possabastare ad abbassare il livello d’angoscia e favorire l’apertura alla relazione, e quindi la costruzione del consenso a quello che il medico consiglia. Se questo consenso non maturae l’intenzione suicida e l’angoscia rimangano elevate allora, e solo allora,giunge per il medico il momento di valutare come extremaratio la possibilità di procedere ad impostare un trattamento sanitario obbligatorio (TSO).Il che apre una terza fase dell’intervento.

Quello che ho cercato di argomentare, quindi, è che l’intervento di emergenza mista di pubblica sicurezza e sanitario è un processo articolato in più fasi, che ha una sua specifica dignità e durata, e non può essere appiattito sul TSO, che rappresenta solo uno degli esiti possibili. Così facendo, si perde la possibilità di focalizzare nella loro importanza e analizzare in modo sequenziale ciascuna delle fasi dell’intervento, evidenziando per ciascunai momenti critici e le cose da migliorare. In particolare, mi pare che debba essere chiaro che disarmare un soggettoche minaccia se stesso o altri – chiunque sia e in qualunque stato di salute si trovi – non è parte di un TSO perché non è, più in generale, un trattamento sanitario.

Gorizia 1961. Mentre nasce la legge 180

Mer, 13/06/2018 - 19:35

Di Peppe Dell’Acqua

È in libreria da pochi giorni “All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961” di Antonio Slavich, ultima proposta della Collana 180 – Archivio critico della salute mentale (edizioni AB Verlag, Merano). Una narrazione che è la testimonianza dell’origine di una storia che cambierà il nostro modo di pensare alla malattia mentale. È il 16 novembre 1961 quando Franco Basaglia entra come direttore nel manicomio di Gorizia, ai confini del mondo, nel cuore della guerra fredda. Il giovanissimo Antonio Slavich, arriverà pochi mesi dopo, primo e unico aiutante del nuovo direttore. Tutto comincia qui. Lo scenario che si presenta ai due giovani medici è un mondo di sofferenza, di violenza, di annientamento, gli uomini e le donne non ci sono più, soltanto internati senza volto né storia. Messa tra parentesi la malattia gli internati cominciano a chiamarsi per nome, diventano persone, cittadini: il malato non la malattia. Prende avvio il lento e progressivo smontaggio dell’istituzione manicomiale. Le grandi imprese hanno spesso un inizio modesto, quasi minimalista, commenta Slavich nel ripercorrere passo dopo passo le piccole conquiste quotidiane, procedendo per prove ed errori facendosi guidare da un unico obiettivo: incontrare e ascoltare le persone e riconoscere i loro bisogni. Giorno dopo giorno azioni minime: muri ridipinti, uniformi sostituite da vestiti, incontri, porte aperte, giri in Cinquecento per chi era salito solo su un’ambulanza per arrivare legato in manicomio. In quel deserto immobile e squallido ogni gesto irrituale, ogni piccola azione che contribuiva a scalfire almeno un po’ la superficie della piattezza istituzionale sembrava già una riforma. Nel corso degli anni il gruppo diventa più numeroso e sempre di più cresce l’urgenza del cambiamento: si aboliscono tutte le forme di contenzione, i trattamenti più crudeli e si aprono le porte. I giorni vengono scanditi dalle assemblee che si succedono numerose. Da quel momento l’assemblea goriziana diventa il cuore di un movimento destinato a sconvolgere il mondo. Aperte le porte, il parco, ora popolato dagli internati, è il posto dove, all’ombra dei ciliegi, l’incontro prende vita e dove la rivoluzione mette radici. L’amministrazione provinciale che fino a quel momento aveva appoggiato con qualche resistenza l’esperienza della comunità terapeutica finirà per impedirne l’ulteriore sviluppo e per richiudere tristemente i cancelli. Gli anni goriziani, malgrado la pesante censura politica, testimoniano l’origine e il seme di quella che sarà la grande svolta della Legge 180.

Basaglia poco dopo ricomincerà la sua visionaria avventura a Trieste e con Marco Cavallo abbatterà il muro del manicomio. Il crollo del primo muro non chiude una volta e per sempre con la storia delle istituzioni (e delle psichiatrie) apre soltanto un varco. Indica il cammino che porterà alla legge, un cammino affrontato da tanti operatori nella solitudine del deserto, nell’oscurità di boschi impenetrabili, in ruvidi sentieri rocciosi che tolgono il respiro. A orientare la lunga marcia del cambiamento una costellazione di parole che furono l’origine: mettere tra parentesi, porta aperta, cittadino (i diritti e la politica), persona (l’etica e la dignità), soggetto (l’incontro e la cura). Abbandonato il manicomio la cura, la presa in carico avrebbe potuto realizzarsi nei contesti di vita, nelle relazioni, nella quotidianità. Quarant’anni dopo niente è più come prima e non possiamo non riconoscere con orgoglio che i malati di mente sono diventati cittadini, sono entrati sulla scena con la loro singolarità e la loro diversità. Finalmente persone, guadagnano faticosamente margini di libertà e si riappropriano della cittadinanza come condizione irrinunciabile per affrontare la fatica di renderla accessibile. In questi anni è stato possibile dimostrare che “il folle” può essere curato in un altro modo. I Centri di salute mentale, lì dove sono presenti quotidianamente a sostegno della vita delle persone; le cooperative sociali, che sono in grado di produrre lavoro; le associazioni, che sostengono protagonismo e partecipazione; i luoghi dell’abitare e i laboratori, che coltivano il valore della relazione dimostrano che è possibile curare con le porte aperte, con programmi personalizzati, con percorsi di inserimento lavorativi reali. Con la possibilità per le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale di abitare diverse e plurali identità. Oggi si possono raccontare storie di persone che malgrado la severità della malattia mai hanno subito restrizioni e mortificazioni, al contrario, accolte e accompagnate hanno potuto sperimentare singolari percorsi di ripresa. Alcune esperienze esemplari e pratiche diffuse in tutto il territorio, hanno dimostrato che è possibile non fare danni e inventare nuove opportunità. Con la possibilità di guarire. La legge 180 è tutta qui.

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Articolo gentilmente offerto da Il Sole 24 Ore

40#180: GORIZIA 1961. Con Antonio Slavich, là dove tutto ebbe inizio

Mer, 13/06/2018 - 19:26


di Paolo F. Peloso

Ha fatto molto bene l’editore Alphabeta di Merano a proporre quest’anno nella collana 180 (e dove sennò?) diretta da Peppe Dell’Acqua con consulente Pier Aldo Rovatti il libro postumo di Antonio Slavich All’ombra dei ciliegi giapponesi[i]. Gorizia 1961. Ha fatto bene per tre ragioni.
La prima è che, con questo testo, scopriamo come se si trattasse della ricerca della sorgente di un fiume la sorgente prima della Legge 180, la legge che chiude il manicomio. Che non nasce ovviamente nel 1978, anno della sua approvazione in Parlamento sulla base di un accordo tra politici, come è logico che sia per una legge. Ma non nasce neppure nel 1971, l’anno in cui Franco Basaglia arriva a Trieste deciso a dare quella spallata definitiva al manicomio che a Gorizia non era stata possibile. E neppure, come personalmente ritengo, nel 1964, l’anno in cui Basaglia sostiene pubblicamente in un congresso che l’ospedale psichiatrico dev’essere distrutto. Nasce – Slavich ci dice – subito dopo quel 16 novembre 1961 quando un uomo solo, proveniente dall’Università, mise per la prima volta piede nell’ospedale psichiatrico, che avrebbe da quel momento in poi diretto, per il primo giro dei reparti: «ciò che Basaglia avrebbe visto era prevedibile, ma i suoi occhi sensibili non vi erano ancora preparati» (p. 33).
La presa d’atto immediata della miseria della condizione del malato nell’ospedale psichiatrico e il disegno di distruggere quel luogo all’interno del quale essa si era prodotta furono dunque, per quell’uomo sensibile al dolore dell’altro e all’ingiustizia, tutt’uno. E quando Slavich, che era stato suo allievo all’Università di Padova sotto la direzione di Giovanni Battista Belloni, lo raggiunse a Gorizia una domenica dell’inizio del marzo successivo, il rigetto dell’ospedale psichiatrico aveva per lui già avuto luogo. Si trattava ora di mettere mano al lavoro, conquistando metro per metro quel piccolo ospedale per liberarlo e dimostrare così, in primo luogo a se stessi, che l’ospedale psichiatrico poteva essere distrutto.
Il libro di Antonio Slavich – del quale ho avuto il grande privilegio di essere stato forse l’ultimo degli allievi, il più giovane, a Genova – è dunque innanzitutto prezioso perché ci porta – con un’attenzione per i dettagli che nasce dalla consapevolezza di essere, dei primi anni di lotta, morto Basaglia l’ultimo testimone – a ripercorrere passo passo la lotta faticosa con la quale, a partire dal primo momento nel quale il direttore è solo, giorno dopo giorno il gruppo cresce, a volte convincendo e a volte vincendo, passando dall’essere sparuta minoranza all’egemonia.
La seconda ragione per la quale questo libro è prezioso è la capacità di farci ripercorrere, quasi giorno per giorno, una storia nata sì da un rifiuto ma sviluppatasi senza un piano preciso, e forse anche con un po’ di fortuna, dai primi gesti spontanei in favore di piccoli gruppi di malati chiusi in un piccolo ospedale psichiatrico di periferia, fino a diventare emblema nel mondo della lotta al manicomio. Come nacquero, uno per volta, uno dietro l’altro, gli strumenti pratici e i concetti che formano oggi l’essenza della teoria e della pratica della deistituzionalizzazione: l’abbattimento dei muri, il rifiuto della contenzione, l’assemblea, un modo diverso di stare insieme personale e malati. Atti ripetuti in migliaia di esperienze diverse, nelle quali è stato ogni volta necessario ripartire dall’inizio. Alcune più fortunate, altre fermatesi sul nascere perché l’istituzione, l’oppressione, talvolta la stupidità sono state più forti.
Il libro, però, non è solo importante perché ci spiega come tutto ebbe inizio e, passo passo, come si sviluppò; lo è anche per una terza ragione. Perché questa sorta di mito delle origini della nuova psichiatria italiana, finalmente raccontato nel suo svolgersi quotidiano, non è solo un evento di interesse storico ma è destinato a ripetersi – e chi scrive lo sa bene a prezzo di qualche amarezza – ripartendo ogni volta da zero e con la stessa fatica, le stesse amarezze di allora ogni volta che ci poniamo l’obiettivo di liberare un’istituzione dalle incrostazioni manicomiali che può avere assunto negli anni, qualunque sia la legge vigente. Un’incrostazione che è fatta sempre di un misto dolciastro di paternalismo; granitica certezza nel proprio sapere fatto in parte di pregiudizi sul fenomeno misterioso della follia nel suo darsi ogni volta singolare e diverso, e sul modo migliore di affrontarlo; inattaccabile e inconfessata convinzione della di un guardare dall’alto in basso di chi cura rispetto a chi viene curato; inconfessabile difesa di piccole sicurezze, comodità, privilegi; imboscate e piccole astuzie istituzionali; e a volte, più raramente, anche aperta violenza. E soprattutto di una resistenza rocciosa al mettersi in gioco e provare a cambiare sul serio.
La “Legge Basaglia” non ha vinto, non può vincere mai in modo definitivo; si tratta ogni giorno di riaffermarla con fatica ritrovando la stessa determinazione di quel momento primigenio, l’impatto di un uomo contro l’istituzione a Gorizia che gli ha fatto dire: io non firmo, io non ci sto!
E da quel giorno comincia questa storia, fatta di vittorie e più spesso di sconfitte e destinata a ripetersi ogni volta sostanzialmente uguale.
Slavich era già stato incaricato di una sintesi dell’esperienza goriziana cinquant’anni fa, nel capitolo Mito e realtà dell’autogoverno de L’istituzione negata. Ma qui, a tanti anni di distanza, non gli è richiesta la sintesi che toglie il gusto dei dettagli che rendono viva, reale un’esperienza, e poi c’è spazio per l’elemento affettivo del ricordo (del riportare al cuore), che – al di là di uno sforzo evidente di obiettività testimoniato anche dalla scelta della terza persona – in molti punti traspare.
E così incontriamo le prime curiosità, di Basaglia e sue, per la fenomenologia con il suo distacco per un anno a Wurzburg presso Erwin Straus e l’incontro diretto con Viktor von Gebsattel. E poi ritrovarsi dal marzo 1962, maestro e allievo, soli in quello spazio estraneo e nemico: «L’interno degli otto reparti, da 50 o da 100 letti, era ver­niciato a olio (marroncino o verdone) e arredato con qualche panca e pesanti tavolacci; vi stazionavano qualche divisa bianca, non proprio immacolata, e più di 600 corpi infagot­tati in tela, grigi e rapati. Nei due reparti A accettazione i corpi stavano in prevalenza a letto, alcuni legati; nei due re­parti B agitati molti erano contenuti a letto nelle celle. Nelle belle giornate, che a Gorizia erano frequenti anche a novem­bre, era il tempo delle lunghe ore d’aria: e allora tutti dove­vano stare a rabbrividire nei cortili, alcuni ingabbiati, alcuni – specie al B – anche legati agli alberi, i più stesi per terra lungo i muri, o sulle panche di pietra, o ambulanti in un moto perpetuo e senza meta. Il sommesso brusìo e lo scal­piccio erano assordanti, ma in quella mattina di sole qualcu­no, forse per compiacere il nuovo direttore, aveva acceso gli altoparlanti, da cui Mina urlava: “Tintarel-la di luu-naaaaa! Tintarella color laat-teeeeee!”. Persino Franco fu colpito dal contrasto stridente e ne sorrise, come in seguito raccontò lui stesso a Slavich con la consueta ironia» (p. 33).
Come non ritrovare in questa descrizione la scena dell’ingresso di molti di noi in manicomio, anche molti anni dopo la legge 180; il manicomio era sempre lì e l’impressione la stessa.
Da questo sguardo d’insieme l’obiettivo per i due diviene subito quello di raggiungere ogni singolo malato, restituirgli la storia personale, conoscerlo come persona, e quindi rompere in primo luogo con la tendenza all’omologazione e alla serialità. E poi, una volta scoperta la persona, cominciare a rompere con la prassi dell’incombere della pericolosità e dell’esclusione: i primi viaggi in automobile, insieme con il malato. Un giorno sarebbe stato l’aeroplano come una foto famosissima di Basaglia e dei suoi matti all’imbarco ci ricorda: ma quelle prime uscite su una 500, delle quali non abbiamo la fotografia, sono state il vero punto di rottura, l’inizio modesto e in piccolo della storia che Slavich si propone qui di riportare alla luce.
Poi si parla degli psicofarmaci, usati certo con rispetto ma introdotti da Basaglia là dove ancora non erano; della definizione, per la prima volta al XXVIII congresso SIP di Napoli del ’63, da parte di Slavich e degli altri due giovani medici che si erano aggiunti per formare la prima pattuglia dei fedeli del direttore – Leopoldo Tesi e Maria Pia Bombonato – di ciò che stavano facendo come “deistituzionalizzazione”, cioè liberazione del malato da quella che Russel Burton, un autore che ricorre negli scritti di Basaglia in quegli anni, definiva institutional neurosis. “Deistituzionalizzazione”: un faticosissimo nuotare controcorrente che da allora avrebbe segnato il discrimine tra una psichiatria “democratica” – che è facile tacciare di anarchia – e una psichiatria fine soltanto alla conservazione del proprio ordine, che è l’ordine della rigidità e dell’esclusione.
Già a settembre del ’62, poi, le prime aperture dei reparti, e i malati increduli che esitano ad uscire. Siamo ai primi di dicembre e cade la prima delle reti che circondavano i reparti; immaginiamo l’emozione di quell’attimo, e Zavoli monterà un giorno quelle immagini destinate alla celebrità ne I giardini di Abele. Chissà se in quel momento, in quel piccolo ospedale di periferia, Basaglia e i suoi immaginavano quante altre reti sarebbero cadute in Italia e nel mondo negli anni a venire dietro a quella. L’ultima recinzione, comunque, a Gorizia sarebbe stata abbattuta solo cinque anni dopo, a conferma del fatto che non fu certo tutta una marcia trionfale. Intanto la vita nei reparti veniva trasformata con gesti materiali, quelli che Racamier ha chiamato le azioni parlanti, molto più efficaci a volte delle parole: compaiono i piatti, le posate, i mobili – oggetti “pericolosi” – viene individualizzato il vestiario, l’estetica degli ambienti diventa un elemento essenziale per far sì che la miseria e omologazione non si rispecchi nella percezione miserabile di sé degli internati.
Questo dell’estetica dei luoghi è un tema centrale delle pratiche che si ispirano a Basaglia, e mi ci voglio fermare. Confesso che a vent’anni, quando conobbi Slavich, a me, che venivo dal “movimento” e dalla contestazione di tutto ciò che era “borghese”, ne sfuggiva senz’altro l’importanza. Ma negli anni mi colpì l’orgoglio con il quale Antonio mi mostrò i lavori ultimati per la sistemazione elegante in un’enorme divisione dismessa del Nuovo istituto di Quarto del “Centro socioterapico Franco Basaglia”; e quello con cui, nello stesso periodo, mi presentò i nuovi locali, ricavati nel Vecchio istituto, per il Centro diurno dei pazienti territoriali. Mobili scelti uno a uno, con attenzione e con gusto come se si trattasse di arredare casa propria. E poi mi colpì, negli anni successivi, ritrovare la stessa attenzione all’estetica, che forse doveva nascere in questi casi dallo stesso maestro che l’aveva trsmessa ad Antonio, da parte di Antonio Maria Ferro, allievo di un altro goriziano, Giovanni Jervis; e di Giovanna Del Giudice, allieva di Basaglia stesso a Trieste, quando mi mostrarono altri luoghi che avevano approntato per la cura. Gorizia, dunque, laboratorio anche in questo percepire l’importanza per chi era stato costretto a viversi misero nella miseria di scoprire attorno a sé – per sé! – ambienti sobri ma dignitosi, predisposti con rispetto.
Il lavoro dei malati intanto si trasforma da elemento di asservimento all’istituzione in elemento di consapevolezza della propria dignità e potenzialità, che trova un senso certo nell’attività ma anche nel reddito. Nella primavera del ’64 la piccola équipe è in visita a Gutersloh, il tempio dell’ergoterapia manicomiale diretto un tempo da Hermann Simon, per trarne idee ma anche per maturare un approccio critico al tema del quale proprio Slavich con Letizia Comba darà conto in un capitolo fondamentale di Che cos’è la psichiatria?[ii]. Attorno al lavoro si moltiplicano la scuola, lo sport, gli atelier, analogamente a quanto avveniva già in quegli anni nelle esperienze più vivaci di riforma dell’ospedale anche in Italia. Ma il senso di tutto questo lavorio per animare lo spazio e il tempo dentro l’istituzione non era a Gorizia solo una forma più nuova e umana di terapia; era soprattutto uno sforzo di aprire opportunità perché si sprigionasse la vita, un’opportunità di riancoraggio alla vita: «Basaglia vedeva rosso se qualcuno insinuava, fosse pure con le migliori intenzioni, che il suo Mondrian in Tintal potesse costituire in qualche modo una terapia d’ambiente, secondo il costume vigente in quell’epoca, per il quale chi giocava a pallone faceva calcio-terapia, un torneo di scopa e tresette diventava carto-te­apia, la proiezione di qualche film cine-terapia, e via inventandosi cattive pratiche e nuove tecniche terapeutiche a buon mercato, destinate ad animare a lungo il deserto dei mani­comi (ovvero, oggi, quello delle cliniche private, di molti day-hospital e dei servizi territoriali pubblici)» (p. 97).
Ed è un tema, questo, davvero destinato a trascinarsi a lungo nella riabilitazione psichiatrica in Italia, sul quale io stesso, dopo molti altri, mi sono trovato a ragionare più volte[iii].
Nasce il periodico interno autogestito da un’élite tra i malati - Il Picchio – destinato a raccoglierne le loro voci e le lamentele e accompagnare e pungolare il processo di apertura[iv]; e nasce il club “Aiutiamoci a guarire – prototipo di esperienze di autoaiuto e associazione che ancora oggi fanno tanta fatica ad attecchire e diffondersi in una psichiatria dove il paternalismo continua a essere tremendamente diffuso – che gestisce tra l’altro il Centro Sociale interno, luogo indispensabile di libera socialità.
Occupano il centro del volume due capitoli che ho trovato assolutamente preziosi per ricchezza d’informazioni e per chiarezza: Il contesto culturale e professionale Processo al manicomio. Rapporto da un convegno del 1964. Il primo è dedicato alle fonti teoriche e ai contributi principali del duo Basaglia-Slavich nella prima metà degli anni ’60, cioè nei primi anni di Gorizia. I contributi dai classici della fenomenologia tedesca, la scoperta degli autori anglosassoni contemporanei e di Minkowski, Merleau-Ponty  e Sartre, fino a Foucault. Elementi tutti, Slavich ha ragione, tra i quali non c’è discontinuità, ma che insieme contribuiscono alla costruzione di quello che possiamo definire un autonomo punto di vista teorico-pratico “basagliano” che non si sviluppa certo soltanto nella mente di un singolo intellettuale, ma nel confronto continuo tra quell’uomo e il piccolo gruppo di collaboratori che lo accompagna, e soprattutto con la realtà concretya che vive. E che ha come tratto distintivo imprescindibile l’obiettivo della distruzione dell’ospedale psichiatrico. E poi i rapporti, più complessi, con la fenomenologia italiana – preziosa nelle sue riflessioni ma troppo spesso astratta rispetto alla violenta concretezza delle pratiche d’internamento – e lo sforzo del gruppetto di Gorizia di adeguare le partiche al ragionamento teorico sull’uomo, scegliendo così di rimanere a loro volta, come Slavich dice con ammirazione a proposito dell’eccezione rappresentata da Eugenio Borgna: «fedele alle sue idee e ai suoi malati, perché consapevole sia dei limiti delle prime che delle umane sofferenze dei secondi» (p. 126)[v]. E, ancora, le radici del pensiero e della pratica basagliana nella psichiatria italiana ed europea di quegli anni: la psicoterapia istituzionale francese, la comunità terapeutica inglese e per l’Italia le sperimentazioni più interessanti in atto, come quella di Edoardo Balduzzi a Varese. Quanto all’altro capitolo, è uno affresco prezioso a tutto campo sullo stato della discussione sull’assistenza psichiatrica in Italia nel 1964: vi sono rappresentati tutti i punti di vista, i temi all’ordine del giorno, le alternative che erano in quel momento in campo per un futuro del quale tutti avvertivano comunque necessaria – chi più chi meno – la diversità rispetto all’esistente. Il convegno di Bologna è un appuntamento al quale si ritrovano tutti i protagonisti della psichiatria italiana della prima e dell’ultima parte del ‘900, e di ciascuno di essi Slavich riporta, con tratti brevi ma efficaci, il punto di vista. Era un mare tutt’altro che tranquillo, quello della psichiatria italiana in quel momento, e l’esperienza di Gorizia sembrava ancora una delle tante.
Ancora nel ’64, poi, l’apertura ad opera di Slavich della prima comunità terapeutica, un metodo che lentamente si sarebbe diffuso a tutto l’ospedale.
Con il ’65, arrivano i rinforzi, che porteranno l’équipe goriziana alla composizione che resterà famosa: prima Agostino Pirella, poi Nico Casagrande, Giovanni Jervis con la moglie Letizia Comba, Lucio Schittar, che si aggiungono a Basaglia, sua moglie Franca Ongaro e Slavich stesso, protagonisti dei primi, e forse più faticosi, tre anni. La storia, da questo momento in poi, è più nota e infatti anche la memoria di Slavich scorre i fatti in modo più veloce.
Gorizia è ormai famosa nel mondo ma lo è meno in Italia: sarà essenziale, per questo, l’interesse di uno dei più grandi e sensibili giornalisti dell’epoca, Sergio Zavoli, che dell’esperienza darà una rappresentazione fedele e completa con la proiezione, sulla RAI, del documentario I giardini di Abele (un altro documentario, La favola del serpente, meno noto e girato dalla finlandese Pirkko Peltonen in assemblea a Gorizia nell’agosto ‘68, è riportato in calce a questo articolo). Intanto, dopo la pubblicazione in tiratura limitata di Che cos’è la psichiatria?[vi], quella con Einaudi de L’istituzione negata[vii] consacra insieme la notorietà delle tesi goriziane e la saldatura ai movimenti della contestazione. Operatori curiosi e  sensibili, che saranno in parte tra i protagonisti della psichiatria italiana dei decenni successivi come Leo Nahon, Stefano Mistura o Fabrizio Asioli, e altri curiosi, artisti cominciano ad affluire a Gorizia insieme ai parmigiani Mario Tommasini e Fabio Visintini.
L’esperienza di Gorizia sembra giunta così, in soli sette anni, al suo apice, nulla parrebbe poterla più fermare; ma gli equilibri politico-amministrativi locali che avevano consentito, e in qualche misura favorito, fino a quel punto lo sviluppo dell’esperienza goriziana andavano facendosi stretti; l’amministrazione si opponeva al logico sviluppo – cui già stavano andando incontro da un tempo più o meno lungo altre realtà italiane – dell’apertura dell’ospedale psichiatrico al suo interno con la creazione di ambulatori esterni indispensabili, in primo luogo, a sostenere le dimissioni.
Non manca infine, non avrebbe potuto mancare, un capitolo dedicato alla triste vicenda dell’uxoricidio posto in essere da un degente in permesso, col quale Slavich aveva uno speciale rapporto affettivo; è l’incidente più importante e porterà Antonio stesso, insieme a tutta l’impostazione basagliana, sul banco degli imputati. Poi sarà assolto, ma non poteva non dare spazio qui, a tanta distanza del tempo, al proprio dolore, né rinunciare a offrire la propria versione.
Arricchisce il volume, oltre a un’utile glossario curato da Peppe Dell’Acqua e Deborah Borca  -  un articolo cui Slavich sembra tenere particolarmente, realizzato nel ’66, pubblicato sulla Rivista Sperimentale di Freniatria nel ‘67, omesso nella raccolta degli Scritti basagliani e dunque poco noto: Problemi metodologici in tema di psichiatria istituzionale: la situazione comunitaria. In esso un gruppo autoriale a cavallo tra la prima (Basaglia, Slavich, Tesi) e la seconda (Pirella, Casagrande) équipe goriziana propone una lettura teorica di quanto si è realizzato a Gorizia. Non mi sento, ovviamente, di proporre un’esegesi completa per la ricchezza teorica e la complessità del ragionamento che lì viene esposto, ma vorrei limitarmi a evidenziarne alcuni punti salienti, rimandando alla lettura diretta che credo sia fondamentale.
L’articolo, ricco di fondamentali riferimenti teorici, fa il punto su elementi di forza e criticità della psicoterapia istituzionale francese e della comunità terapeutica inglese. L’approccio goriziano, che ha in comune elementi tanto con l’uno che con l’altro, si distingue da entrambi perché si è dovuto innanzitutto opporre a una pressione sociale, che per ragioni storiche aveva intensità maggiore in Italia[viii],  caratterizzata da una spinta per ragioni securitarie all’esclusione sociale del malato di mente e dal carattere vistosamente di classe che l’esclusione stessa assumeva, anche in relazione al minore prestigio della psichiatria pubblica nel nostro Paese.
L’esperienza goriziana prende dunque le mosse dalla dimensione spaziale dell’istituzione: «nello spazio chiuso il rapporto interpersonale è spogliato di ogni spontaneità; si rarefà e si vanifica» (p. 260). Nella situazione aperta, entrano tendenzialmente in crisi i ruoli e questo è certamente l’aspetto di più difficile comprensione, sul quale mi è capitato, proprio per la sua complessità, di soffermarmi più volte[ix]. Il ruolo di medici, infermieri e malati, infatti, non è più distinto sul piano antropologico, essenziale; ma lo rimane sul piano di una autorità “tecnica” degli operatori, basata cioè su un sapere tecnico che può essere sottoposto a continua reciproca verifica e contestazione[x]. L’operatore, quindi, non può più contare sul fatto di essere istituzionalmente “superiore” al paziente, ma si pone di fronte a lui come persona con una persona, portatore però di un sapere tecnico che può essere utile all’altro, ma può essere anche da lui contestato, dialettizzato e negoziato. Il vissuto che ha l’operatore della perdita di questo potere “a priori”, di questo potere come status,  di questa abitudine a volte inconsapevole di parlare con l’altro dall’alto verso il basso può essere perciò, facilmente, quello di “disordine” e “anarchia” (p. 263).
Credo che questo aspetto del pensiero e della pratica basagliana sia quello che ha più difficoltà ad essere recepito nelle nuove istituzioni che la psichiatria si è data dopo la legge 180, e costituisca anche oggi il principale terreno di scontro tra una psichiatria che, anche in luoghi non manicomiali, continua a essere manicomiale (paternalistica) nella sua essenza; e una psichiatria che si sforza di praticare il più possibile stile non manicomiale nella relazione con il malato. Uno stile che non dà a priori sicurezze granitiche come granitico era il muro del manicomio, ma che è necessario rassegnarsi a dover vivere in qualche rapporto, almeno, con la dialettizzazione e la dinamizzazione dell’istituzione, con la negoziazione, e in definitiva con la necessità, almeno in qualche misura, di “vivere nell’ansia e nel rischio” (p. 264, 265)[xi]. “Ansia”, del resto, è uno dei termini più ricorrente nel libro, ed è usato soprattutto in riferimento alla figura di Basaglia. Quanto al valore terapeutico di ciò che si fa, anch’esso consiste nel rimettere: «in discussione alle radici in ogni momento la validità e il senso del nostro lavoro e delle nostre scelte quotidiane comunitarie» (p. 266). Un continuo confrontarsi con la realtà, dunque, che era per la verità già evocato da alcuni autori del movimento della Comunità terapeutica e serve a preservare dalla caduta nella duplice ideologia di considerare sempre – o all’opposto di non considerare mai – l’altro incapace di decidere e bisognoso del fatto che siamo noi a farlo al suo posto.
Temi assolutamente all’ordine del giorno, io credo e so per esperienza che gli Autori considerano da tre punti di vista: quello fantasmatico, quello ideologico e quello reale ma io ho preferito qui proporre riducendoli a quello che mi è parso il nocciolo della questione.
Il volume mi ha riportato alla memoria tante discussioni con Antonio, nel suo studio dove amava ascoltare in solitudine musica classica e lo si poteva trovare a ogni ora, o passeggiando insieme sotto i portici o nei cortili di Quarto, il tono semplice ed epico con il quale rievocava aspetti di quell’esperienza goriziana che aveva avuto la fortuna da vivere dall’inizio e considerava giustamente il momento più importante, e forse uno dei più felici, della sua vita. L’orgoglio col quale mi presentò i compagni di quella stagione meravigliosa al convegno Isole. Percorsi delle difese e della libertà del 1992: Agostino Pirella e Franca Ongaro, forse altri che non ricordo adesso, Lo ricordo ormai molto debole in salute (c’è una discreta e commuovente allusione in proposito a p. 217) preoccupato di non vivere abbastanza per poter concludere questo libro, di non poter portare a termine quello che avvertiva come un dovere di testimonianza di quei tre anni iniziali vissuti a fianco di Franco Basaglia, condividendone le speranze, le ansie, le amarezze, le fatiche, i successi sempre comunque insufficienti ad appagare. Ricordo la sua soddisfazione quando gli porsi le recensioni del suo precedente testo, La scopa meravigliante. Preparativi per la legge 180 a Ferrara e dintorni (Roma, Editori Riuniti, 2003) che avevo pubblicato nel 2004 su “Il vaso di Pandora. Dialoghi in psichiatria e scienze umane”, la rivista degli psichiatri liguri, e nel 2005 su “Quaderni italiani di psichiatria”, la rivista ufficiale della SIP. E così, mi piace sperare che anche la recensione a questo suo nuovo testo, al quale soprattutto teneva e che credo che – grazie anche ai curatori – sia venuto davvero bene, gli avrebbe fatto ugualmente piacere.

[i] Lo strano titolo del libro si riferisce al fatto che gli alberi lungo il viale dell’ospedale psichiatrico, all’ombra dei quali ebbero luogo ante discussioni e tanti incontri di cura in quegli anni, erano per l’appunto ciliegi giapponesi.

[ii] Sul tema cfr. in questa rubrica:  P.F. Peloso,   Che cos’è la psichiatria? 50 anni dopo. Parte II. Lavoro, psicoterapia, istituzione, POL. it, 6 giugno 2017 (clicca qui per il link).

[iii] Ricordo per tutti scritti di Angelo Cocchi e Giorgio De Isabella, e, per ciò che mi riguarda: P.F. Peloso, R. Guttuso-Poggi, P. Ciancaglini, Riabilitare il Centro diurno: problemi, obiettivi, strategie, Psichiatria di comunità, 3, 1, 2004, pp. 23-34; P.F. Peloso, L. Basso, D. Lamonaca, C. Maberino, La vita: fattore terapeutico o antiterapeutico?, Noos, 16, 1, 2010, pp. 29-44.

[iv] Sull’esperienza dei primi giornali autogestiti dai malati negli ospedali psichiatrici italiani, cfr.: P.F. Peloso, Il primo esperimento italiano di periodico socioterapico (1961-74) redatto dai degenti degli ospedali psichiatrici genovesi, Atti dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere,  L, 1993, pp. 231-250; per ciò che riguarda in particolare “Il picchio” cfr.: J. Foot, La repubblica dei matti. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978 Milano, Feltrinelli, 2014, cap. 7.

[v] Una capacità, quella di Borgna, di tenere insieme ricchezza di elaborazione teorica e sensibilità verso il malato che ritroviamo anche in uno dei suoi ultimi testi, L’ascolto gentile. Racconti clinici (Torino, Einaudi, 2017). Per la mia recensione al volume su Pol. it, clicca qui per il link. Rimando anche all’affascinante intervento a Genova di Eugenio Borgna del 9 maggio scorso, quando ho avuto l’opportunità di accoglierlo per la presentazione dello stesso volume, nella sezione video di Pol. it.

[vi] Cfr.: P.F. Peloso (2017),   Che cos’è la psichiatria? 50 anni dopo (clicca qui per il link).

[vii] Per il commento alla prima parte del volume cfr. in questa rubrica: P.F. Peloso, L’istituzione negata. 50 anni dopo, è ancora di lì che dobbiamo partire (1) (clicca qui per il link). La seconda parte è in corso di elaborazione.

[viii] Per la Gran Bretagna, gli Autori si riferiscono probabilmente alla più forte tradizione di democrazia e diritti civili rispetto all’Italia, e a una psichiatria che, dai tempi dei Tuke e di Conolly (una storia alla quale espressamente i teorici della Comunità terapeutica si rifanno) si è posta il problema dei diritti e della dignità del malato di mente. Tanto per la Francia che per la Gran Bretagna, poi, i movimenti di riforma dell’ospedale psichiatrico presero avvio già durante la II guerra mondiale, con largo anticipo perciò sull’Italia. Quanto alla Francia, il maggior prestigio e la maggiore considerazione sociale degli psichiatri rispetto ai colleghi italiani già dal XIX secolo è indubbio, e per un confronto tra la legislazione francese del 1838 e quella italiana del 1904, a caratteredecisamente  più securitario, entrambe vigenti in quegli anni, cfr.: Peloso P.F., Prima di tutto custodire. La psichiatria secondo la legge 36 del 1904, in: A. Arata, Cento… ottanta. Psichiatria tra storia e memoria di un ottuagenario. Seconda edizione arricchita con il contributo di psichiatri protagonisti, Boves (CN), Araba fenice, 2017, pp.  349-381.

[ix] Sul tema ricordo i contributi personali: P.F. Peloso, Architetture della perfezione e spazi di vita, in: Comunità: natura, cultura … terapia (a cura di C. Conforto, G. Giusto, P. Pisseri, G. Berruti), Torino, Bollati Boringhieri, 1999, pp. 80-130, nonché la recensione in tre parti in questa rubrica: P.F. Peloso, 50 anni di “Corpo e istituzione”, Pol. it, 2017 (clicca qui per il link).

[x] Il tema, evidentemente, rimanda a quello, che sarebbe stato posto più recentemente, del consenso informato in medicina e delle difficoltà – ma a volte anche delle eccessive reticenze – che incontra la sua applicazione in psichiatria.

[xi] Sulla questione, rimando in questa rubrica a: P.F. Peloso, La coazione va sempre evitata. Relazione al Congresso annuale PSIVE 2016, POL. it., 2016 (clicca qui per il link).

Articolo da –>http://www.psychiatryonline.it/node/7403

19 Giugno 2018 convegno sul 40° della legge Basaglia

Mar, 12/06/2018 - 18:42
depliant convegno 40 LEGGE BASAGLIA PROGETTO-OBIETTIVO “TUTELA DELLA SALUTE MENTALE 1994-1996″ La riforma psichiatrica varata nel 1978 con la legge n. 180, poi travasata nei contenuti sostanziali negli articoli 33 e seguenti della legge di riforma sanitaria 23 dicembre 1978, n.833, ha aperto la via a profondi cambiamenti culturali e organizzativi a tutti i livelli delle istituzioni pubbliche preposte al settore. La nuova disciplina legislativa, infatti, ha postulato un diverso approccio alla malattia mentale, modificando gli obiettivi fondamentali dell’intervento pubblico dal controllo sociale dei malati di mente alla promozione della salute ed alla prevenzione dei disturbi mentali e spostando l’asse portante delle istituzioni assistenziali dagli interventi fondati sul ricovero ospedaliero a quelli incentrati sui servizi territoriali. PROGETTO-OBIETTIVO “TUTELA DELLA SALUTE MENTALE 1994-1996″ La riforma psichiatrica varata nel 1978 con la legge n. 180, poi travasata nei contenuti sostanziali negli articoli 33 e seguenti della legge di riforma sanitaria 23 dicembre 1978, n.833, ha aperto la via a profondi cambiamenti culturali e organizzativi a tutti i livelli delle istituzioni pubbliche preposte al settore. La nuova disciplina legislativa, infatti, ha postulato un diverso approccio alla malattia mentale, modificando gli obiettivi fondamentali dell’intervento pubblico dal controllo sociale dei malati di mente alla promozione della salute ed alla prevenzione dei disturbi mentali e spostando l’asse portante delle istituzioni assistenziali dagli interventi fondati sul ricovero ospedaliero a quelli incentrati sui servizi territoriali. Allegati

40#180: Le parole di Franco Basaglia

Lun, 11/06/2018 - 13:34

di Massimo Bucciantini

Le quattordici conferenze che tenne in Brasile a giugno e novembre del 1979 sono il testo di Basaglia più conosciuto fuori dall’Italia. E al tempo stesso – come osserva Maria Grazia Giannichedda – sono «il modo migliore per avvicinarsi al suo lavoro e alle sue idee e per ritrovare, nelle sue parole, le radici della Legge 180». Già, le sue parole. C’è un lavoro ancora da fare sulle “parole” di Franco (di Franca e dei «goriziani»). Perché tanto si è discusso in questi mesi dell’azione che lo condusse allo smantellamento del manicomio, meno, però, delle sue parole, che accompagnano e guidano quella esperienza radicale. E il presente libro – più di altri – si presta a riflettere su questo aspetto. Tornando a leggerlo, sono rimasto colpito dall’inquietudine che lo pervade. Eppure era trascorso appena un anno dall’approvazione della legge che prese il suo nome. Non siamo cioè all’inizio di un percorso ma a un significativo risultato di messa in pratica del progetto a cui lui – insieme al gruppo di psichiatri che partecipò a quella stagione irripetibile – dedicò quasi vent’anni della sua vita. Ma l’aria che si respira in queste conferenze non ha niente di celebrativo. Si percepisce subito che Basaglia non si sente maestro di alcunché, né è venuto per esportare un modello di psichiatria o di salute mentale. Ciò che gli interessa è «organizzare qualcosa che vada al di là di queste riunioni, qualcosa che sia come un cemento che può unire le persone che vogliono lavorare in modo diverso». Quello che gli preme comunicare è l’urgenza di un agire che non può limitarsi al rapporto con i malati e con la follia, ma che deve coinvolgere «il popolo in generale» e le sue organizzazioni sociali e politiche. Ben sapendo che ogni conquista di libertà può tramutarsi nel suo contrario, in una nuova forma di oppressione. Ma questa situazione di pericolo e di incertezza non vanifica i cambiamenti, come se gli sforzi di trasformazione della società fossero destinati sempre e comunque all’insuccesso perché «il potere» ha la capacità di recuperare tutto. Scrive, al riguardo, Basaglia: «Se questo fosse vero dovremmo dire che le Brigate Rosse hanno ragione, cosa che invece non è affatto vera perché sono anch’esse manipolate dal potere: il terrorismo in Europa è un’immagine speculare dello Stato». Siamo nel 1979, a un anno dall’assassinio di Moro, e sono parole pesanti le sue. Così come lo sono quelle lanciate contro la psichiatria e la medicina tradizionali. Una lotta impari, del nano contro il gigante, di una minoranza che vuole una realtà diversa, ma che può diventare – e il nome di Gramsci ricorre più volte – una minoranza egemonica. Le Conferenze brasiliane sono abitate da parole ed espressioni che oggi ci sembrano lontane, che appartengono a un orizzonte ideologico e politico distante ere geologiche dal nostro presente. A una prima lettura siamo quasi tentati di trascurarle, di metterle in secondo piano, come se provenissero da un passato arcaico. Ma che invece non possono essere cancellate, se vogliamo provare a calarci dentro quella pratica antistituzionale, se vogliamo capirne il senso. Ecco allora che brani come questo diventano occasione di riflessione: «Penso che in un certo senso la logica terapeutica e la logica della lotta di classe siano due cose molto vicine, e che solamente con dei passi in avanti della lotta di classe si potrà creare un nuovo codice per una nuova scienza, una scienza che sia al servizio del malato». Il passaggio a una nuova scienza assume così uno dei tratti fondamentali dell’esperienza basagliana. Ma che si caratterizza appieno solo se la associamo al timbro e alla grana della sua voce, inconfondibile: «Per noi il problema era quello di trasformare la scienza in una nuova scienza, di trovare un nuovo codice che si poteva trovare solo attraverso nuove risposte all’altra classe, la classe oppressa, il proletariato e il sottoproletariato che popolavano il manicomio». Si tratta di avviare un’opera di restituzione, anche filologica e linguistica, di quel progetto. E ciò significa, a quasi mezzo secolo di distanza, provare a leggere quei testi pesando e bilanciando le sue parole, all’interno di quell’originale incrocio tra battaglia scientifica e battaglia politica su cui Basaglia ha tentato di costruire una nuova forma di umanesimo. Al tempo stesso, però, si avverte la necessità di ascoltare altre voci, di entrare in quel pezzo di storia da punti diversi. Per questo, il racconto autobiografico di Antonio Slavich (1935-2009) riempie un vuoto e vorremmo che altri se ne aggiungessero. Intanto è una testimonianza preziosa, di un protagonista. E non solo perché Slavich fu il primo allievo di Basaglia, colui che dal 1961 lavorò al suo fianco fino al 1969, fino a quando i coniugi Basaglia decisero di trasferirsi prima a Colorno e poi a Trieste, ma anche perché riesce, con una scrittura in terza persona limpida e coinvolgente, a rendere il clima di fermento e di continua sperimentazione che si respirava nei padiglioni di uno degli ospedali psichiatrici più periferici e insignificanti d’Italia, al confine del mondo occidentale. Ci si accorge subito che siamo di fronte a uno sguardo che cattura i dettagli, anche quando vorresti che il racconto non indugiasse ed entrasse subito nel vivo della battaglia. Anzi, in un primo momento saresti quasi portato a saltare, ad andare al dunque. Poi però scopri che questa andatura minimalista ha il merito di farti vedere le persone più da vicino e di spazzare via luoghi comuni. «Il primo incontro di Basaglia con Slavich fu sobrio, breve, cortese, nessun tu asimmetrico fra barone e allievo implume. Da quella mattina di fine ottobre del ’59, fino al ’68, Basaglia e Slavich si sarebbero dati sempre del lei». E riferendosi a Basaglia: «Il francese lo leggeva bene e molto, come l’italiano e l’inglese; il tedesco, invece, se lo faceva tradurre; quanto a parlarle, le lingue, l’unica che orgogliosamente usava era il veneziano, a meno che la cosa fosse proprio inopportuna». Ma le vicende si susseguono senza tregua, e il ricordo si fa incalzante. A cominciare dalla «bella primavera» del 1965, quando a Gorizia, arriva Agostino Pirella già primario a Mantova («lo sguardo era diritto, intelligente e un po’ ironico, uno studioso serio») e subito dopo Nico, Domenico Casagrande, e poi ancora, nell’ottobre del ’66, Giovanni Jervis, la psicologa Letizia Comba Jervis, Lucio Schittar. I sette goriziani, come li chiama Slavich. Il settimo era Leopoldo Tesi arrivato nel novembre del ’62. E attorno a questo sparuto, e a volte conflittuale, gruppo si formano in quegli anni tanti operatori, allora studenti e giovani laureandi, che diventeranno il motore della preparazione della Legge 180. Slavich racconta la genesi del libro collettivo Che cos’è la psichiatria?, curato da Basaglia e stampato dall’Amministrazione provinciale di Parma, «con il disegno autoritratto di Hugo Pratt in divisa da matto in copertina». E subito dopo affronta i nodi concettuali che portarono all’uscita dell’Istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. È uno dei capitoli più belli del libro, con la discussione delle contraddizioni che emersero all’interno del gruppo e provocate dalla presenza degli ultimi due reparti ancora chiusi, i reparti C uomini e donne. Il libro uscì nel febbraio del ’68. E fu un successo. Slavich ricorda così la commozione di Basaglia al momento della consegna del dattiloscritto a Einaudi: «I primi di dicembre, un pomeriggio, Franco aspettava pazientemente in biblioteca la consegna degli ultimi dattiloscritti. Li impilò in bell’ordine in un faldone da ufficio, di quelli grigi con i nastrini neri subito legati a fiocco; sollevò felice il faldone stringendolo al petto, salutò tutti, guardandoci uno a uno con uno sguardo mite carico di affetto e gratitudine: poi di scattò si girò e scendendo le scale a grandi balzi s’infilò in macchina, grattò la marcia, e si precipitò a Torino». Un’immagine fulminante.

Articolo Originale

Franco Basaglia, Conferenze brasiliane. Nuova edizione, a cura di Franca Ongaro Basaglia e Maria Grazia Giannichedda, Raffaello Cortina, Milano, pagg. XI, 232, € 15 Antonio Slavich, All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961, Edizioni Alphabeta Verlag, Merano (BZ), pagg. 271, € 16 (Collana 180. Archivio critico della salute mentale)

“Chissenefrega”, il libro del Pulizer Powers che racconta la malattia mentale

Sab, 09/06/2018 - 19:28
È il viaggio del giornalista e scrittore nel mondo delle cure Usa. I suoi due figli i sono ammalati di schizzofrenia, uno si è suicidato. Da lì è iniziata in cammino drammatico durante il quale ha scoperto falle nelle cure, abbandono, paura

di PEPPE DELL’ACQUA*

“CHISSENEFREGA DEI MATTI” è il libro che il Premio Pulitzer Ron Powersnon avrebbe mai voluto scrivere. Quando i suoi due figli si sono ammalati di schizofrenia, Ron Powers ha scoperto la miseria delle psichiatrie e l’orrore degli ospedali psichiatrici. Con sua moglie Honoree si è trovato disarmato in un mondo duro e sconosciuto. Hanno incontrato psichiatri e psicoterapeuti e facevano fatica a comprendere le loro lingue; hanno dovuto sopportare la presunzione delle certezze farmacologiche e l’evidente fragilità dei fondamenti “scientifici” dei trattamenti. Ha dovuto affrontare l’inerzia che assale una famiglia quando si trova di fronte a un rischio così imminente di disgregazione. Riconoscere la malattia in una persona cara è un’impresa tra le più sgradevoli. Bisogna superare finzioni, svelare segreti, rompere raffinati equilibri inventati per sopravvivere alla tragedia.

Il primo dei suoi due figli è morto suicida. Powers ha fatto molta fatica a “prendere le misure” per parlarne e per restare in un’esistenza così dolorosa, ruvida e amara e affrontare il travaglio per entrare in questa sua storia per raccontarla e riuscire finalmente a mettere il naso fuori, nel mondo. Nel tardo pomeriggio di un freddo giorno invernale con la moglie Honoree  partecipa  a un incontro pubblico nel parlamento del Vermont. Erano stati invitati dal Comitato per la Salute e il Welfare. C’erano i malati di mente a discutere. Affermavano con pacatezza il loro diritto e denunciavano i ritardi nelle cure dovuti alla carenza di programmi, di trattamenti adeguati e di risorse. Powers fu sorpreso dalla compostezza di queste persone e dall’abbigliamento: la tenuta di una normale giornata di lavoro nel Vermont, dice, camicie di jeans e flanella e gonne in denim; le donne con i capelli in disordine, gli uomini con la barba non fatta. Fu una rivelazione: i malati mentali emergevano dalla consueta invisibilità per portare testimonianza di sé. Si rese conto che fino a quel momento, quasi a voler tenere distante il dolore, aveva “convertito i malati mentali in astrazioni”. Aveva smesso di vederli.

• I PREGIUDIZI
Powers deve costatare che nel Vermont come in tutto il mondo le politiche di salute mentale sono basate sul pregiudizio della pericolosità e dell’inguaribilità. Sono programmate con approssimazione tanto che i servizi finiscono per essere lontani dalle persone e di dubbia utilità. Il ricorso inspiegabile e disumano alla contenzione, all’isolamento e a tutte le forme di privazione della libertà non poteva che restare inspiegabile. Comprende che la negazione dei diritti umani è la condizione più compromettente. Una condizione che ostacola le buone cure, le possibili riprese, il desiderio di emancipazione e invade il campo con tutto il peso dello stigma, dell’esclusione, della discriminazione.

Di recente è venuto a Trieste il dr. Jonathan Sherin, direttore dei Servizi di salute mentale di tutta la contea di Los Angeles. Accompagnato da numerosi suoi colleghi ha voluto visitare tutta la rete dei servizi e sapere ogni cosa sulle leggi italiane. Da alcuni rapporti dell’Oms aveva saputo di Trieste e dei suoi servizi territoriali aperti 24 ore su 24 e sette giorni su sette della legge 180 e faceva fatica a credere che un Paese potesse veramente aver chiuso tutti gli ospedali psichiatrici e si accingeva a chiudere per sempre anche gli ospedali psichiatrici giudiziari.

Il dottor Sherin mi disse molte cose della California. Il governatore Ronald Reagan chiuse gli ospedali psichiatrici di Stato con la promessa di finanziare centri di assistenza nella comunità. I centri di salute mentale voluti da John Kennedy già nei primi anni ’60 non ebbero fortuna. La promessa  di Reagan non è mai stata realizzata e ciò ha portato a decine di migliaia di persone che vivono con gravi malattie mentali in carcere e senza le cure di cui hanno bisogno.  Powers arriva per altre vie alle stesse conclusioni: la chiusura degli ospedali psichiatrici negli Usa che chiama deistituzionalizzazione, è stata un fallimento e la psichiatria pubblica quanto di peggio si possa immaginare.

• LA LEGGE BASAGLIA
La legge 180, che compie oggi 40 anni, segna in Italia la fine dell’internamento e ha avviato lo sviluppo di servizi territoriali, qualcosa di simile ai centri di salute mentale che avrebbe voluto Kennedy. È stata la fine di una legislazione speciale: l’internato, il malato di mente entra in scena, diventa un cittadino cui lo stato deve garantire i suoi fondamentali diritti costituzionali, una persona la cui dignità deve assumere un valore assoluto, un soggetto singolare che pretende ascolto, cure, attenzioni altrettanto singolari. Anche noi la chiamiamo deistituzionalizzazione ma non ha niente in comune con le politiche di taglio delle risorse che portò Reagan a chiudere con prepotenza e non curanza i manicomi. Da allora nel nostro paese non è stato più possibile ignorare i malati di mente. Questo libro coraggioso costringerà a ulteriori e attente riflessioni le associazioni dei familiari, le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, le migliaia di operatori che sempre devono sentire la necessità di arricchire le loro conoscenze e coltivare un pensiero critico. E chiede a noi tutti di uscire dall’indifferenza e diventare partecipi.

*Peppe Dell’Acqua, che ha curato la presentazione dell’edizione italiana del libro “Chissenefrega dei Matti” edito da Erickson,
insegna Psichiatria sociale all’Università di Trieste. Insieme al neurologo e psichiatra Franco Basaglia (1924-1980) ha condiviso i motivi ispiratori di una rivoluzione medica che ha rinnovato profondamente l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica in Italia, portando nel 1978 alla chiusura degli ospedali psichiatrici

Articolo da ->http://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2018/06/05/news/_chissenefrega_il_libeo_del_pulizer_powers-198211446/

Libri bellissimi anche per chi non si occupa di manicomi

Mar, 29/05/2018 - 09:58

Piccoli passi, muri ridipinti, uniformi sostituite da vestiti, giri in Cinquecento, per gente che aveva preso solo ambulanze

di Adriano Sofri

Ho incontrato Peppe Dell’Acqua, che è sempre un piacere. Dell’Acqua (Solofra, 1947) è dei protagonisti della rivoluzione che aprì i manicomi e volle trasformare i matti in cittadini. L’esperienza di Dell’Acqua è legata soprattutto a Trieste, città nella cui lingua covava una bella premessa, perché a Trieste si dice “matto” per dire una persona, “un bon mato” per dire una brava persona. Lui l’ha raccontata nei suoi libri, in particolare “Non ho l’arma che uccide il leone. La vera storia del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni”. Dal 2010 ha inaugurato una collana, “180. Archivio critico della salute mentale”, Edizioni Alpha Beta, Merano, che è diventata lo strumento più ricco per chi abbia interesse alla questione della salute mentale. Mi ha regalato l’ultimo titolo, “All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961”, il cui autore è l’esule fiumano poi bolzanino Antonio Slavich (1935-2009). E’ un libro bellissimo che racconta passo dietro passo – piccoli passi, infatti, muri ridipinti, uniformi sostituite da vestiti, giri in Cinquecento, per gente che aveva preso solo un’ambulanza – la riforma che Basaglia e Slavich e pochissimi altri realizzarono in quella città e in quel manicomio di frontiera, e che da lì si sarebbe estesa altrove. Libro bellissimo anche per chi ritenga di non avere alcun movente per occuparsi di un manicomio, perché Slavich ha un tratto franco e ironico, drammatico e misurato, che spinge la lettrice o il lettore a fare il tifo per lui e Basaglia e i loro matti, anche quando si sbrigano a richiudere da dentro le porte che improvvisamente, dopo secoli, si sono spalancate davanti a loro, come se vi sentissero un errore e un rischio. Slavich aveva già raccontato la propria esperienza ferrarese, successiva (“La scopa meravigliante”, 2003) e rinunciato a raccontare una amara esperienza genovese, interrotta poi da una lunga malattia. Questo, che è il racconto tardo della sua prima esperienza, è anche forse il più bel libro sul ‘68 di questo sgangherato cinquantenario.

In un giro breve di anni, da quando i malati “erano legati al letto o agli alberi e morivano come le mosche” a quando Gorizia diventò, suo buon o malgrado, “il luogo migliore per andare a passare l’estate” per studenti, intellettuali, artisti e pellegrini di quel Terzo mondo interno, la loro esperienza ebbe un primo compimento. Basaglia, dopo un anno americano, andò a Parma e Slavich lo seguì, scegliendo di ricominciare daccapo. Si conoscevano da dieci anni, maestro e allievo (e vice): Basaglia allora, in veneziano come sempre, gli propose di darsi del tu.

PDF: Il Foglio

Articolo da Il Foglio Allegati

La spiegazione della fenomenologia? Un dettaglio inutile

Dom, 27/05/2018 - 17:59

Di Alberto Fragomeni

Qualche tempo fa, mi ha chiamato Peppe Dell’Acqua per chiedermi se ci saremmo visti a Milano per Book Pride. C’era una presentazione dei libri narrativi della Collana 180, e io, che ho deciso già da tempo di non contribuire più alla promozione del mio scritto, ho risposto che sì, avrei raggiunto lui e gli altri componenti della grande famiglia della Collana a Milano, ma solo per salutarli e per stare un po’ con loro. Durante la telefonata, a Peppe è venuto in mente che forse avrei potuto aiutarlo per una cosa che deve fare in questi giorni, compilare un glossario di termini filosofici per un libro a cui sta lavorando. In particolare, mi ha chiesto se volessi scrivere qualcosa sulla Fenomenologia. Gli ho subito risposto che non me la sentivo, dato sono solo uno che ha letto un paio di libri, mentre, come sa benissimo, a Trieste è circondato da filosofi che possono svolgere questo compito in pochi momenti, e in modo assolutamente rigoroso.

Poi, dopo Book Pride, in Stazione Centrale, prima di salutarci io e Peppe siamo tornati sull’argomento, e così ho deciso di giustificare un po’ meglio il mio rifiuto, e gli ho chiesto se gli avessi mai raccontato la storia di Jaspers e Husserl sulla comprensione della Fenomenologia, e quando lui ha risposto di no, ho attaccato: un giorno il giovane Jaspers, in quegli anni allievo prediletto di Husserl insieme a Heidegger, si reca dal suo maestro e gli chiede se avesse un po’ di tempo per spiegargli meglio la faccenda della Fenomenologia, che non gli era per niente chiara. Husserl, allora, gli risponde di stare tranquillo, che la Fenomenologia è una cosa molto complicata, e non c’è bisogno alcuno che lui la capisca, dato che la sta già applicando correttamente nei suoi lavori.

All’epoca Jaspers stava scrivendo la “Psicologia delle visioni del mondo”, il testo che segna il suo passaggio dalla medicina alla filosofia, e lui stesso racconta questo scambio di battute avuto con Husserl nell’introduzione a “Filosofia”, il suo capolavoro del 1931.

Ecco perché, ho detto a Peppe, perchè ho respinto il suo invito: se non l’ha capita il grande Karl Jaspers, che la Fenomenologia la studiava con Husserl che l’ha inventata, e anzi, se questi gli ha detto in faccia che neppure poteva capirla, che posso scrivere, io, sull’argomento?

Peppe, allora, mi ha risposto che potevo scrivere proprio questo racconto, non per il Glossario, ovviamente, ma per il Forum, magari, dato che è una storia molto interessante. Gli ho detto che in effetti è stata un mio cavallo di battaglia, quando studiavo la Metafisica, e che l’ho raccontata spesso e con molto piacere, modificandola ed esagerandola, un po’ come si fa con le barzellette. E proprio come ogni buona barzelletta, funziona ancora meglio se la si racconta in dialetto. Ho accennato a Peppe che nella mia testa, a volte, me la immagino svolgersi in napoletano, il dialetto di mia madre. Più o meno avviene così, con Jaspers che rincorre Husserl nei corridoi dell’università:

Mastro Ussérl, Mastro Ussérl!”

Ué uagliò, che tieni?”

Facitim nu piacer’, maestr’: tenit cinq minut ‘e tiemp p’ mi fa capì stu fatt ‘ra Fenomenologgia, ch’ stong nu poc’ confus’…?”

Carlett’, mannegg’ a capa toja! Statt’ calm, che non fa nient se n’a capisc, a Fenomenologgia, che è ‘na cosa tropp gross’ pe’ te, ch’a stai già facend’ bbuona. Jamm bell’, jamm! ‘Na tazzulella ‘e cafè a vuoi?”

No, non era proprio il caso che contribuissi a quel glossario.

40#180 L’anno che cambiò il volto della sanità italiana

Sab, 26/05/2018 - 08:58

Di Pietro Greco

Nell’anno 1978, quarant’anni fa, la sanità italiana cambiò radicalmente volto. Era tra le meno moderne d’Europa, divenne la più avanzata. Con tre mosse affatto nuovo: il 13 maggio, appena quattro giorni dopo l’assassinio di Aldo Moro e il ritrovamento del suo cadavere in via Caetani, viene varata la legge 180 sugli “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. La nuova norma, meglio nota come “legge Basaglia”, spalancava le porte chiuse dei manicomi, carceri spesso terribili, e restituiva la dignità e persino la parola ai ”matti”. Certo, la legge non è stata sempre applicata al meglio. La sua parziale applicazione ne ha scaricato troppe volte la gestione sulle famiglie, lasciate sole in molte regioni d’Italia. Ma la 180 fu un grande evento di civiltà.

Passano appena nove giorni e il 22 maggio il Parlamento approva in via definitiva la legge 194 sulle “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, più nota come “legge sull’aborto”. Anche in questo caso si trattò di un enorme salto di civiltà, sia perché consentiva di contrastare finalmente la piaga dell’aborto clandestino sia perché riconsegnava alle donne il controllo del proprio corpo.

Il 23 dicembre di quel medesimo 1978, infine, il Parlamento varava la legge 833 per la “Istituzione del servizio sanitario nazionale”, con cui al diritto alla salute venivano dati finalmente corpo e sangue. Il servizio creava una sanità finalmente universalistica: da questo momento tutti i cittadini italiani – di ogni età, sesso e ceto –

potevano avere accesso alle medesime prestazioni sanitarie. Una rivoluzione. Che ha fornito un contributo decisivo a far aumentare l’aspettativa di vita degli italiani, fino a raggiungere livelli tra i più alti del mondo. E con costi bassissimi.

Con queste tre mosse l’arretrata sanità italiana cambiò passo e divenne, in breve, tra le più avanzate del pianeta sia da un punto di vista concettuale (formidabile estensione di quei diritti che oggi chiamiamo di cittadinanza scientifica) sia da un punto di vista pratico: i “matti” iniziarono a uscire dalle carceri simili a lager in cui erano sprofondati; il destino e persino la vita delle donne furono finalmente sottratte alle mammane (o, per le più ricche, ai viaggi all’estero); la sanità acquisiva finalment e i principi di uguaglianza e di efficienza. Sì, di efficienza, perché come hanno documentato successive indagini internazionali, quella italiana si impose come le prime due o tre del pianeta per rapporto costo/prestazioni.

Questo formidabile cambiamento è avvenuto grazie all’impegno di diverse persone. La legge 180 deve non solo il nome, ma la sua concezione a Franco Basaglia. Sebbene votarono contro, la legge 194 sull’aborto deve molto alle battaglie dei radicali. Il servizio sanitario nazionale fu un felice prodotto dell’incontro tra il pensiero laico e socialista (del PCI e del PSI) e quello della dottrina sociale della Chiesa, che trovava espressione politica in una parte della DC.

La “rivoluzione sanitaria” del 1978 sembrerebbe, dunque, il frutto di azioni casuali che traevano ispirazione da fonti le più diverse. E, invece, quei tre capisaldi nascevano con uno spirito coerente che faceva riferimento al clima culturale del “compromesso storico”. Furono il risultato, forse il migliore, della stagione che aveva portato il Partito comunista di Enrico Berlinguer e la Democrazia Cristiana di Aldo Moro a incontrarsi per un governo inedito del paese.

Tra i protagonisti di quel cambiamento strutturale – potremmo dire di quella bioetica quotidiana applicata – ce ne fu uno in particolare: Giovanni Berlinguer, il fratello medico di Enrico. Sia perché era a quel tempo uno dei teorici più raffinati dell’interpretazione della salute come un diritto universale e irrinunciabile dell’uomo sia perché si rivelò un abile politico, capace di mediare tra laici e cattolici anche in quei campi – come quello dell’aborto – in cui le distanze erano enormi, quasi impossibili da superare.

Si deve soprattutto a lui se la breve stagione del compromesso storico si chiude, almeno in campo sanitario, con un bilancio oltremodo positivo. E se, ancora oggi, possiamo menare vanto per la nostra sanità, che malgrado non poche e talvolta gravi lacune, continua a essere tra le più giuste ed efficienti ed efficaci al mondo.

Articolo da->https://www.strisciarossa.it/lanno-che-cambio-il-volto-della-sanita-italiana/

40#180 Dal caso Moro alla legge Basaglia quarant’anni dopo, è l’anno che verrà

Sab, 26/05/2018 - 08:54

Di Ilaria Romeo

“Meno botti del solito a mezzanotte – annota nel suo diario l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti alla data del primo gennaio 1978 – Sono grato ai silenziosi perché il mio anno si inizia con un mal di testa di prima classe” Un mal di testa decisamente premonitore quello di Giulio Andreotti alla apertura di un anno foriero per l’Italia di grandi eventi, molti dei quali epocali.

Dal rapimento di Aldo Moro all’elezione di Sandro Pertini a presidente della Repubblica, dalla morte di due papi alla nascita della prima bimba ‘in provetta’, il 1978 è un insieme di momenti storici per il nostro Paese e non solo.

Il 1978 politico inizia in Italia il 7 gennaio con la Strage di Acca Larentia a Roma: due giovani militanti missini, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, vengono uccisi durante l’assalto a una sezione del Partito in via Acca Larentia (quartiere Appio). Due mesi più tardi, il 18 marzo, verranno uccisi con otto colpi di pistola a Milano, in via Mancinelli vicino al centro sociale Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, conosciuti come Fausto e Iaio, di anni 19. In pochi metteranno in dubbio che fossero state persone di estrema destra a ucciderli, ma nessuno è stato mai condannato per la loro morte.

In un clima politico e sociale sempre più rovente (l’inflazione che rasenta il 20 per cento; l’ascesa di Licio Gelli; l’economia sommersa che secondo i dati Censis assorbe dai 4 ai 7 milioni di persone, tra il 15 e il 20 per cento delle attività in Italia; lo stragismo prima, il terrorismo poi), l’11 marzo, dopo una lunga crisi di governo durata quasi due mesi, Giulio Andreotti forma il suo quarto esecutivo monocolore Dc sostenuto anche da comunisti, socialisti, socialdemocratici e repubblicani.

Cinque giorni più tardi, il 16 marzo, le due Camere vengono convocate per discutere e votare la fiducia. Quella mattina in via Fani, a Roma, un commando delle Brigate rosse rapisce Aldo Moro -presidente della Dc e principale sostenitore dell’intesa con il Partito comunista della ‘terza via’ berlingueriana – e uccide i cinque uomini della sua scorta: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi.

Il corpo senza vita di Moro verrà ritrovato nel baule di una Renault 4 rossa in via Caetani, una laterale di Via delle Botteghe Oscure, 55 giorni dopo, il 9 maggio. Quello stesso giorno a Cinisi per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti sarà ucciso dalla mafia Peppino Impastato.

Come scriverà qualche mese dopo su «La Stampa» Lietta Tornabuoni: “L’iconografia nazionale si inverte: se nel 1968 l’esemplare immagine italiana rappresentava folle di lavoratori o studenti nelle manifestazioni di massa, nel 1978 rappresentava singoli cadaveri abbandonati e sconnessi sull’asfalto insanguinato, o abbandonati e riversi dentro le automobili”.

Il 13 maggio, a pochi giorni dall’omicidio di Aldo Moro, il Parlamento italiano emana la legge 180, altrimenti nota come legge Basaglia dal nome dello psichiatra che sul finire degli anni ‘60 e durante tutti gli anni ‘70, prima nel manicomio di Gorizia e poi in quello di Trieste, attuò lo scardinamento dei cancelli della psichiatria. Nello stesso mese di maggio, il 22, è approvata la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Nei giorni 11 e 12 giugno 1978 gli italiani sono chiamati a decidere se abrogare o meno la legge del 22 maggio 1975, n. 152 sulle ‘Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico’ (legge Reale) e se abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Pochi giorni dopo, il 15 giugno, a seguito delle numerose accuse rivelatesi in seguito infondate che lo vedevano implicato nello Scandalo Lockheed, Giovanni Leone rassegna le dimissioni dalla carica di presidente della Repubblica sei mesi prima dalla scadenza naturale del mandato. Sarà sostituito dal partigiano e socialista Sandro Pertini, eletto presidente della Repubblica italiana al 16º scrutinio l’8 luglio.

Intanto il 25 luglio nasce al Royal Oldham Hospital di Oldham (Regno Unito) Louise Brown, la prima bimba in provetta; la procreazione assistita (o fertilizzazione in vitro) ottiene un successo scientifico che origina discussione di gravissima profondità presso tutte le culture, generando, a breve, l’originarsi della bioetica.

Il mondo cattolico è di lì a poco turbato da un’altra serie di avvenimenti: il 6 agosto dopo 15 anni di pontificato muore Papa Paolo VI. Il Patriarca di Venezia Albino Luciani viene eletto papa. Sceglierà di chiamarsi Giovanni Paolo I, diventando il primo papa della storia ad avere un doppio nome. Il suo pontificato però durerà appena 33 giorni e la sua morte, avvenuta all’improvviso nella notte del 28-29 settembre 1978, sarà un evento inatteso e scioccante per la Chiesa cattolica. Il 16 ottobre il cardinale polacco Karol Wojtyla verrà eletto papa con il nome di Giovanni Paolo II. È il primo papa non italiano dai tempi di Adriano VI (15221523). Il suo pontificato sarà il più lungo della storia, dopo quelli di San Pietro e Pio IX.

L’anno si chiude con una bella notizia: il 27 dicembre la Spagna diventa una democrazia dopo 40 anni di dittatura. Qualche giorno prima, in Italia, la legge 23 dicembre 1978 n.833 aveva istituto il Servizio sanitario nazionale mutando radicalmente l’organizzazione sanitaria nel nostro Paese.

Mentre al cinema esce Ecce bombo, il secondo film di Nanni Moretti e Lucio Dalla cosparge di ironica malinconia la cupezza degli anni di piombo e la fine della speranza (“Si esce poco la sera compreso quando è festa e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra” dirà ne L’anno che verrà), la Juventus vince il campionato di calcio. Bettega con 11 reti è nuovamente il principe dei bomber, con Boninsegna che lo tallona a quota 10. Causio, Cuccureddu, Bettega e Zoff, 30 presenze su 30, sono i fedelissimi di una squadra che, di lì a poche settimane, si vestirà quasi tutta di azzurro, nel Mundial argentino.

Sul fronte musicale il 28º Festival della canzone italiana si tiene al Teatro Ariston di Sanremodal 26 al 28 gennaio ed è presentato da Maria Giovanna Elmi (alla seconda conduzione consecutiva) con la collaborazione di Stefania Casini, Vittorio Salvetti e Beppe Grillo. La canzone vincitrice di quest’edizione, …e dirsi ciao dei Matia Bazar, così come le altre che completarono il podio, la seconda classificata Un’emozione da poco della sedicenne Anna Oxa e la terza Gianna di Rino Gaetano, ebbero tutte un ottimo riscontro di vendite, sia in Italia sia all’estero (tutte e tre riuscirono a conquistare il primo posto in hit parade).

Silvio Berlusconi rileva intanto Telemilano, una televisione via cavo operante dall’autunno del 1974 nella zona residenziale di Milano 2. A tale società due anni dopo viene dato il nome di Canale 5, ed assume la forma di network a livello nazionale, comprendente più emittenti. L’escalation della società appare subito folgorante: nello stesso anno trasmette il Mundialito, un torneo di calcio fra nazionali sudamericane ed europee, compresa quella italiana. Per tale evento, nonostante gli iniziali pareri sfavorevoli da parte di ministri governativi, ottiene dalla Rai l’uso del satellite e la diretta per la trasmissione in Lombardia, mentre nel resto d’Italia l’evento viene trasmesso in differita.

“L’anno che sta arrivando tra un anno passerà…” continua a cantare Lucio Dalla ed al 1978 succede, inesorabilmente, il 1979 di Guido Rossa, Michele Sindona, Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Boris Giuliano, Cesare Terranova e Lenin Mancuso… Ma questo è un altro anno e  un’altra storia….

Articolo da–>https://www.strisciarossa.it/dal-caso-moro-alla-legge-basaglia-mezzo-secolo-dopo-e-lanno-che-verra/

40#180 Un’ora sola ti vorrei

Sab, 26/05/2018 - 08:49

L'ex manicomio di Mombello. Foto di Asbruff via Flickr

Franco Basaglia avrei voluto conoscerlo, e Rosa non era soltanto la più bella del paese

di Valentina Furlanetto

“Un’ora sola ti vorrei” cantava Fedora Mingarelli nel 1938. Franco Basagliaaveva 13 anni, viveva a Venezia, quartiere san Polo, secondo di tre figli, buona borghesia veneziana. A una sessantina di chilometri di distanza, in piena campagna veneta, anche Rosa aveva 13 anni. Seconda di cinque, famiglia di contadini, pochi libri, molti calli alle mani. Rosa già allora era la più bella del paese, aveva profondi occhi scuri, zigomi alti e pronunciati, lunghe trecce castane. Nelle foto è la più alta, la più altera.

Quattro anni dopo Franco Basaglia studiava al liceo classico di Venezia e Rosa camminava sul ciglio della strada, dieci chilometri al giorno all’andata e dieci al ritorno, per andare in fabbrica. Aveva 17 anni, era sempre la ragazza più bella del paese, le sue sorelle la rimproveravano perché era vanitosa e aveva la testa fra le nuvole. Faceva l’operaia in filanda. Camminava diritta e fiera lungo la strada quando venne investita da un’auto, il conducente scappò, forse un nobile o un gerarca fascista, chi altro poteva disporre di un’automobile in campagna? La trovarono a terra, incosciente. La commozione cerebrale le lasciò in eredità frequenti crisi epilettiche e venne più volte ricoverata in manicomio, reparto neurologia. Più volte venne sottoposta a elettroshock. Tutte le volte senza anestesia. Sentiva ogni cosa, la scossa elettrica che attraversava il cervello, il dolore lancinante, il corpo che perdeva il controllo, l’urina che usciva involontariamente, l’umiliazione di essere trattata come una cavia. La scossa elettrica la lasciava prostrata, inebetita, violentata. Era sempre bella, ma lo sguardo era diventato assente.

Intanto era arrivata la guerra, Franco Basaglia non nascondeva le sue simpatie antifasciste, arrestato, passò qualche mese in detenzione. Rosa sposò – contro il parere dei parenti – un giovane come lei, altrettanto fragile e bello, traumatizzato da quello che aveva vissuto al fronte: si rifugiava nei boschi per non dover più sparare neanche a una gallina. Lei andava in fabbrica in motorino, con un pezzo di cartone sotto la giacca davanti e uno di dietro, per ripararsi dal freddo. Quando le crisi epilettiche arrivavano la gente si spaventava.

Intanto, nel 1949, Franco Basaglia si laureava in Medicina e Chirurgia, mentre Rosa metteva al mondo la seconda figlia. Undici anni dopo Rosa aveva 34 anni e tre figlie, la terza gravidanza gliela avevano consigliata i medici per curarsi. Aveva 34 anni e tutti i capelli bianchi. “A causa degli elettroshock” dicevano in paese.

Nel 1959 le tre bambine entrarono in orfanotrofio. Rosa venne ricoverata nel manicomio di Sant’Artemio di Treviso che in settant’anni ha accolto 45 mila persone. C’erano i “tranquilli”, i “ribelli”, i “protestatari”. A metà degli anni Sessanta le figlie andavano a trovarla ogni settimana. Di nascosto dai colleghi, dagli amici e dai fidanzati per vergogna. Di nascosto dai datori di lavoro per paura di perdere il posto in quanto parenti di una malata mentale.

Nel 1968 Ornella Vanoni presentava a “Canzonissima” la sua sofisticata versione di “Un’ora sola ti vorrei” e Franco Basaglia pubblicava “L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico” dove raccontava l’esperienza dell’ospedale psichiatrico di Gorizia dove aveva tentato di trasferire il modello della comunità terapeutica, una vera e propria rivoluzione: via le fasce per legare i pazienti, via le terapie elettroconvulsivanti, aveva aperto i cancelli dei reparti. Aveva promosso il rapporto umano con il paziente. Nessuno si sarebbe dovuto più vergognare di nessuno. Nessuno sarebbe stato più trattato da animale. Ma era ancora presto.

Il 13 maggio 1978, 40 anni fa, fu varata la legge 180. Franco Basaglia aveva vinto: si aprivano i manicomi, i pazienti tornavano persone.

Ma era troppo tardi per Rosa, per le decine di vasetti di pillole colorate che riempivano il suo comodino, per la fronte segnata dalla terapia elettrica, per la mente svuotata, appannata, intorpidita da anni di ricoveri. “Un’ora sola ti vorrei” è diventato il titolo di un documentario straordinario girato nel 2002 dalla regista milanese Alina Marazzi che si può vedere su YouTube. E’ un lavoro sulla memoria, un atto di amore verso Liseli, la mamma di Alina, giovane e ricca signora milanese, internata in un manicomio svizzero per aver dato segni di instabilità. Allontanata dai figli, dalla famiglia, nascosta, dimenticata, Liseli scrive lettere ai suoi bambini, le stesse cose che diceva Rosa: “Non mi fanno venire a casa, vorrei vedervi, ma non mi fanno vedere le vostre fotografie. Come state? Qui tutte le giornate sono uguali. Prendo le mie pillole. A presto”.

Sui giornali si discute dell’eredità lasciata da Franco Basaglia. Una rivoluzione incompiuta, “tradita’’, dice qualcuno, sottolineando quello che manca – fondi, personale, assistenza alle famiglie. Ma molto è stato anche fatto. Oggi Liseli e Rosa sarebbero state trattate da esseri umani, non da cavie. Liseli non l’ho conosciuta, Franco Basaglia avrei voluto. Rosa era mia nonna.

Articolo da –>https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2018/05/18/news/unora-sola-ti-vorrei-195481/

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