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Aggiornato: 12 ore 37 min fa

Le ragioni del Ddl. Mezzo secolo di esperienze per ricominciare

Sab, 23/09/2017 - 17:56

(by Saul Steinberg)

Il rapporto del febbraio 2013 della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale, presieduta dal sen. Ignazio Marino, su “alcuni aspetti della medicina territoriale, con particolare riguardo al funzionamento dei Servizi pubblici per le tossicodipendenze e dei Dipartimenti di salute mentale”, approvato all’unanimità, costituisce il documento più recente frutto di un attento lavoro di indagine, analisi e dibattito parlamentare.

Al lavoro della Commissione occorre fare costante riferimento. Essa operò nella “consapevolezza che le conoscenze scientifiche e le pratiche cliniche della psichiatria di oggi, in continua evoluzione a livello internazionale” richiedono aggiornamenti continui nelle organizzazioni, nelle politiche sociali di prevenzione, negli interventi a sostegno delle famiglie.

Quasi mezzo secolo di esperienze con intensità e tensioni diverse hanno toccato tutte le Regioni italiane. Le normative nazionali e regionali sulla tutela della salute mentale, le linee di indirizzo, i progetti obiettivi che si sono susseguiti, hanno creato ovunque uno scenario nuovo e una prospettiva ricca di possibilità.

Gli strumenti normativi in mano ai governi locali avrebbero potuto offrire sufficienti possibilità di più ampia attuazione e organizzazione dei servizi nella direzione della salute mentale comunitaria e delle pratiche di integrazione, in quella visione centrata sulla persona di cui si diceva. Accade invece che le indicazioni governative ricevano applicazione incompleta e troppo difforme tra le diverse Regioni, con deroghe di fatto non sempre correlabili a impedimenti di carattere economico o a elementi di differenziazione che, purtroppo, non realizzano modelli virtuosi di regionalismo cooperativo, ma aumentano la forbice della diseguaglianza: ove è presente la disapplicazione delle norme, per disimpegno politico e incapacità amministrativa,  o ancora per scelte di modelli di cura superati e insufficienti, sono conseguite carenze e disuguaglianze a livello regionale e locale.

Dove invece il riferimento alla legge di riforma del 1978 è stato costante e le Regioni hanno scritto e messo in atto, con sollecitudine, i piani per la salute mentale e disegnato reti di servizi coerenti e aderenti ai principi della legge stessa, i servizi hanno cominciato a prendere forma, sono diventati visibili e veramente alternativi agli istituti e alle culture che si riteneva con convinzione di voler abbandonare. I risultati sono evidenti, tanto che gli stessi sono stati valutati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) come modelli di eccellenza internazionale; ove ciò non è avvenuto, si sono prodotte lacune gravi nella rete globale dell’assistenza sanitaria, fino a situazioni di vero e proprio degrado. Il Ddl per ricominciare.

(continua)

Pazienti psichiatrici, un disegno di legge per rilanciare Basaglia

Sab, 23/09/2017 - 17:45

(ph Raffaella Dal Toso)

di Viola Rita.

Più di 20 mila pazienti sono ospitati in residenze di salute mentale. E alcuni vi rimangono inerti per più di 30 anni. Anche la contenzione fisica, ormai illecita, è talvolta ancora messa in atto: dati che devono essere riconsiderati per una migliore gestione dell’assistenza psichiatrica

Più di una persona su 100 è affetta da un disturbo mentale grave e ancora numerosi servizi di salute dedicati a queste patologie severe operano la contenzione meccanica del paziente, una pratica, ormai illecita, che serve a contenere la persona e limitarne i movimenti.

Si tratta di dati che fanno riflettere, su cui si può fare ancora tanto: a questo proposito, il 19 settembre, la Senatrice Nerina Dirindin di Mdp e il Senatore Luigi Manconi del Pd hanno presentato, presso il Senato della Repubblica, un Disegno di legge (Ddl AS 2850 – vedi) per rilanciare la legge Basaglia, la legge n. 180 del 13 maggio 1978, a quasi 40 anni dal suo compleanno.

In un periodo di crisi economica, sociale e culturale, l’unica evidenza scientifica con cui si manifestano gli effetti negativi di questa crisi si “vede” proprio sulla salute mentale dell’individuo, come sottolinea la senatrice Dirindin: ansia, depressione e patologie che colpiscono la mente anche molto serie rappresentano spesso manifestazione di questo disagio. “Le armi scientifiche e legislative – le stesse fornite dalla legge Basaglia – ci sono, ha spiegato la senatrice Dirindin, sono valide e sono in parte state sfruttate, tuttavia talvolta manca la capacità di metterle in atto in maniera completa e adeguata”. Di qui, la necessità di rilanciare, con un nuovo disegno di legge, il “passaggio dalla teoria alla pratica”. Ecco come fare.

La legge Basaglia.

Ben 39 anni fa, questa legge, che prende il nome dal noto psichiatra e neurologo italiano Franco Basaglia, che ha posto le basi del concetto moderno di salute mentale, aboliva i manicomi, sopprimendo il concetto di ospedale psichiatrico come struttura non adeguata, e delineava una fitta rete di servizi alternativi per trattare queste patologie. Una partenza ottima, quella italiana, che ha visto il nostro paese riconosciuto a livello internazionale come precursore nell’ambito della cura della salute della mente. Tuttavia, nonostante siano trascorsi quasi 40 anni, l’impalcatura dell’assistenza psichiatrica non è ancora così forte e sono presenti diversi “buchi” nella sua rete. Un po’ come in una sorta di piramide della cura, tale assistenza si fonda oggi su diversi presidi, che, partendo dalle fondamenta della piramide e salendo verso l’alto, sono i seguenti: i Dipartimenti di salute mentale (Dsm), i Centri di salute mentale (Csm), i servizi psichiatrici di diagnosi e cura e (Spdc) ed altri servizi. Ma in certi casi questa piramide è così solida.

Le criticità.

Quali sono i buchi di questa rete? La non sempre adeguata organizzazione e distribuzione dei ruoli dei diversi organismi che costituiscono la rete di cura, prosegue la senatrice. Ad esempio, si legge nel disegno di legge odierno, i dipartimenti Dsm vanno diminuendo in maniera spesso non propria, i centri Csm non sono sempre distribuiti in maniera omogenea sul territorio, mentre il funzionamento dei servizi Spdc, attivi 24 ore su 24, dipende dalle buone fondamenta della piramide. Luoghi di cura a volte degradati, prosegue la senatrice, possono avere effetti negativi non solo sul benessere del paziente, ma anche sull’operatore che viene demotivato: per questo le strutture devono essere riqualificate. “Altro problema – spiega Dirindin –, la necessità di contrastare la pratica della contenzione meccanica del paziente e il bisogno di una migliore gestione dei casi di emergenza-urgenza con il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), cui si ricorre talvolta troppo frequentemente”. Si va da 6 Tso su 100mila persone in alcune regioni a 30 Tso su 100mila in altre regioni. Come mai? Proprio perché si registrano disparità territoriali e una carenza dell’offerta soprattutto nelle fasi iniziali, quando il disagio mentale è ancora sul nascere.

Altro punto critico, proseguono gli esperti, il “dominio” anche economico, rispetto alla ripartizione del budget della spesa per la salute mentale, delle strutture residenziali, dove si stima, anche se i dati sono ancora da verificare, che possano risiedere più di 20mila persone e forse fino a 30mila. E molte persone vi rimangono inerti per più di 30 anni. “Così – ha spiegato a Repubblica lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, fondatore della Collana 180, Archivio critico della salute mentale – si rischia di perdere il significato originario e l’obiettivo con cui queste strutture sono state concepite, dato che talvolta queste residenze rischiano di diventare contenitori di emarginazione sociale della disabilità psichica”. Insomma, in questi casi si andrebbe quasi nella direzione contraria rispetto agli intenti di Basaglia.

Ma non tutto è critico e ci sono anche ottimi punti di forza nella rete dell’assistenza psichiatrica, con importanti realtà che hanno dato prova di strutturare i servizi necessari insieme alla persona con disagio, alla sua famiglia, alle associazioni di pazienti e alla realtà sociale più estesa: esempi d’eccellenza che possono rappresentare una sorta di guida su come poter intervenire al meglio.

Il disegno di legge.

Dal Piano nazionale per la salute mentale, che prevede interventi pratici, attuativi e preventivi, alla riduzione dello stigma e della discriminazione, fino a regole per articolare i servizi sulla base dei dipartimenti, i Dsm, spesso diminuiti in numero e accorpati, che invece sono il cuore dell’assistenza. Questi sono solo alcuni delle misure previste dal disegno di legge presentato oggi. E poi, vi sono disposizioni per il trattamento della crisi e delle urgenze, vietando esplicitamente nell’articolo 10 la contenzione meccanica, illecita e illegittima, e un raccordo fra i Dsm, gli istituti di pena e le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), dove risiedono persone con disturbo mentale che hanno commesso un reato. Senza dimenticare i finanziamenti per il personale, la formazione e la riqualificazione dei luoghi di cura. Insomma, un nuovo spiraglio di luce per accendere la salute nella mente.

(da Repubblica.it)

Trieste: a Mezzina il premio Gamian Europe

Gio, 21/09/2017 - 11:51

Gamian-Europe, che è la principale ONG impegnata nel campo della salute mentale e dei diritti umani assegna a Roberto Mezzina, direttore del Dipartimento di salute mentale di ASUITs, e del Centro Collaboratore OMS per la Ricerca e la Formazione in salute mentale di Trieste, il prestigioso premio “European Personality Award for the year”, dedicato a personalità che si distinguono nel campo della psichiatria. Mezzina è il primo italiano insignito del premio, istituito nel 2005 e assegnato in passato a direttori dell’OMS, della World Psychiatric Association e a politici europei.

«Il riconoscimento va all’intera esperienza di Trieste, e non solo dal punto di vista storico – ha commentato Mezzina – in quanto oggi Trieste è più che mai punto di riferimento internazionale della salute mentale di comunità, con un sistema a porte aperte fondato sulla centralità della persona. I servizi attuali sono considerati un modello a livello mondiale dall’ OMS per il rispetto dei diritti umani, e la realizzazione della piena cittadinanza delle persone con disabilità psicosociali. Per realizzare questo impiega un approccio globale alla vita e ai bisogni di salute, operando sui determinanti sociali e sull’inclusione. E’ un servizio fondato sui valori e sull’etica oltre che sulle buone pratiche e le evidenze scientifiche».

Nelle motivazioni del riconoscimento si ricorda la capacità di Mezzina di continuare l’opera di progresso e di cambiamento iniziata da Franco Basaglia a Trieste “sviluppando una rete di servizi con alti standard, che assicura ai pazienti una vita in piena libertà“. La motivazione cita anche uguaglianza, solidarietà e fraternità. Il premio sarà consegnato il prossimo 22 settembre a Budapest.

Il Dipartimento di Salute Mentale di ASUITs è da anni impegnato sul tema del miglioramento della qualità delle cure delle persone con problemi di salute mentale nelle istituzioni, nell’ottica della realizzazione di diritti civili e di cittadinanza. Attraverso la chiusura dei manicomi e il contestuale sviluppo di servizi territoriali – processo che ha favorito in vari paesi del mondo, dai Balcani all’America Latina, dalla Palestina all’Australia – ha inteso agire sulla qualità della vita, attraverso la personalizzazione delle cure e il coinvolgimento delle famiglie e del contesto sociale. Ciò non solo per migliorare trattamenti e terapie, ma anche per realizzare percorsi unici di integrazione sociale e proteggere dall’abuso e dalla discriminazione.

Roberto Mezzina, psichiatra, è Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste stabilmente dal 2014. Ha contribuito dal 1978 a tutt’oggi all’esperienza di Trieste, iniziata da Franco Basaglia, con la deistituzionalizzazione dell’Ospedale Psichiatrico e lo sviluppo della rete dei servizi territoriali. Dagli anni ‘90 è stato responsabile del Centro di Salute Mentale di Barcola, e dal 2009 è Direttore del Centro Collaboratore dell’OMS per la Ricerca e la Formazione di Trieste. Nel 2000 ha contribuito a fondare la rete delle esperienze di eccellenza International Mental Health Collaborating Network.

L’ambito della sua esperienza professionale e della sua produzione scientifica include la deistituzionalizzazione, l’organizzazione dei servizi di salute mentale comunitari, l’intervento di crisi, l’approccio integrato alla terapia della psicosi, la “community care”, la riabilitazione, il coinvolgimento dell’utenza ed il self-help, la ricerca e l’epidemiologia, l’epistemologia, il MCQ,  l’approccio critico alla psichiatria forense. Nel corso di questi anni ha contribuito in modo sostanziale alla progettazione ed all’implementazione di programmi innovativi del DSM di Trieste, poi diffusi a livello nazionale ed internazionale, da quelli riguardanti il coinvolgimento dell’utenza nei servizi e il peer support, a quelli di formazione socioculturale dell’utenza, ai programmi per i familiari, ai programmi di intervento di crisi, ai programmi di rete sull’esordio psicotico, ad approcci di cura narrativi basati sulla produzione di senso, a programmi residenziali radicalmente innovativi come la “recovery house” e la REMS a porte aperte.  Ha sviluppato il modello del CSM a 24 ore come modello integrato di servizio e radicale alternativa al modello riduzionista biologico di trattamento delle malattia, ed il CSM da lui diretto rappresenta oggi un modello di servizio territoriale costantemente visitato da operatori, amministratori e politici italiani e stranieri, ed ha raggiunto importanti risultati negli ultimi anni sulla riduzione dei TSO.

Svolge da molti anni attività didattica e scientifica presso servizi di salute mentale, università ed importanti istituzioni scientifiche nazionali ed internazionali, in Italia, in Europa, in America, in Asia, in Australia e Oceania.  Si interessa alla ricerca teorica, epidemiologica e qualitativa, ed ha condotto studi in ambito nazionale ed internazionale come leader ed in collaborazione con studiosi e istituti di primo livello. E’ autore di oltre 200 pubblicazioni nazionali e internazionali.

Rilanciare e dare concreta attuazione alla legge Basaglia.

Mer, 20/09/2017 - 19:13

Presentato Ddl al Senato da Dirindin (Mdp) e Manconi (Pd)

Piano nazionale per la salute mentale; articolazione sul territorio dei servizi di base dipartimentale; trattamento della crisi e dell’urgenza, raccordo tra Dsm, istituti di pensa e Rems; finanziamenti per il personale, la formazione e la riqualificazione dei luoghi di cura. Questi alcuni dei principali obiettivi del provvedimento che punta a garantire diritti e libertà fondamentali alle persone con disturbi mentali.

Rilanciare i principi e l’applicazione della legge n. 180 del 1978, Legge Basaglia, rafforzandone i contenuti di presa in carico effettiva e universale su tutto il territorio nazionale, confermandone la validità delle linee di fondo e dei principi ispiratori che devono essere sviluppati ed estesi a tutta la cittadinanza. Questi gli obiettivi principali del Disegno di legge sulla Salute mentale, a prima firma dei Senatori Nerina Dirindin (Mdp)Luigi Manconi (Pd), presentato nel corso di una conferenza stampa oggi al Senato.

Il Ddl intende rispondere alla diffusa e profonda preoccupazione nel nostro Paese per lo stato della rete dei servizi di salute mentale e impedire che l’impoverimento progressivo del welfare metta a rischio la possibilità di cura, ripresa, guarigione di tanti cittadini che oggi sarebbe invece alla nostra portata.

Dopo quasi quarant’anni dall’approvazione della 180, la presa in carico delle persone con disagio e disturbo mentale e delle loro famiglie è ancora un punto debole. Servizi frammentati, operatori stanchi e con scarse motivazioni al cambiamento, percorsi di cura e riabilitazione poco segnati dalla speranza e dalle sinergie positive di tutti gli attori che prendono parte alla vita quotidiana di ciascuno.

“L’obiettivo è rivitalizzare l’attenzione al tema da parte di tutte le istituzioni e far sì che i cittadini possano recuperare speranza e fiducia – ha dichiarato la Senatrice Dirindin – È un ddl che nasce dal contributo di tantissime associazioni e professionisti che si occupano di questi temi. La legge Basaglia nacque grazie anche alla spinta di un movimento diffuso di persone. Se adesso riuscissimo a ridestare una nuova attenzione alla salute mentale potrebbe tornare una stagione simile a quella che diede vita a quella legge straordinaria. Come Articolo 1 – Mdp ci impegneremo in questo senso”.

“Questo disegno di legge è il risultato di un lavoro che ha coinvolto molti soggetti: operatori, esperti del settore, familiari e giuristi – ha detto il Senatore Manconi – Dal confronto tra questi è nata una lunga discussione che ha cercato di fare tesoro di tutte le esperienze, anche e soprattutto di quelle del dolore”.

Alcune importanti realtà hanno dato prova della concreta possibilità di strutturare i servizi necessari insieme alla persona con disagio o disturbo mentale e alle loro famiglie, alla realtà sociale locale, realizzando una vera co progettazione degli interventi, ma ciò non accade in molti territori del nostro Paese. Ed è soprattutto per tentare di far sì che tutti i cittadini italiani possano vedere rispettati, allo stesso modo, i diritti e le libertà fondamentali della persona che ha avuto origine il presente Disegno di Legge AS 2850 (vedi il testo). Si è trattato di un lavoro di confronto tra numerosi esperti, professionisti, associazioni e persone che con impegno e competenza si prodigano quotidianamente per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone con disturbo mentale, affinché sia garantito ovunque l’effettivo accesso a una assistenza sanitaria e socio-sanitaria che tenga conto delle loro specifiche esigenze.

Il Ddl AS 2850 (vedi il testo) è orientato prevalentemente a supportare l’organizzazione dei servizi sanitari e sociali secondo i principi già espressi e sempre validi della Legge Basaglia: fondare la cura e la riabilitazione su percorsi flessibili, orientati al raggiungimento del miglior stato di benessere possibile e non appiattiti sulla ricerca delle possibili “luoghi di ricovero”, di residenze più o meno aperte o leggere.

Si tratta di un obiettivo ambizioso e per il quale sono da mettere in conto fatiche, ostacoli economici, burocratici e culturali, ma solo puntando all’universale rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali della persona, il nostro Paese potrà sostenere la fiducia della cittadinanza nelle istituzioni e potrà mettere in campo politiche intrise di speranza per coloro che oggi vivono la problematica del disagio mentale ma soprattutto per le nuove generazioni.

Il Disegno di legge si compone di quattro Capi e 18 articoli.

Prevede un Piano nazionale per la salute mentale con interventi, azioni e strategie finalizzati alla promozione della salute mentale, alla prevenzione del disagio e dei disturbi, alla riduzione dello stigma, al contrasto della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Disciplina l’articolazione sul territorio dei servizi su base dipartimentale, individua le figure professionali che operano nei servizi, adotta forme di partecipazione dei cittadini, garantendo prossimità rispetto alle comunità di riferimento.

Il testo contiene esplicite disposizioni dedicate al trattamento della crisi e dell’urgenza. L’articolo 10 in particolare rende esplicito il divieto di praticare la contenzione meccanica in psichiatria, un’attività illegittima e illecita cui si fa ancora ricorso nella rete dei servizi per l’assistenza psichiatrica.

Si prevede un raccordo tra i Dsm, gli istituti di pena e le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), con l’obiettivo di fornire opzioni di assistenza psichiatrica per le persone con disturbo mentale che hanno commesso un reato in grado di rispondere alle esigenze dei singoli individui.

Sono previsti finanziamenti per il personale, la formazione e la riqualificazione dei luoghi di cura.

(vedi il testo del ddl 2850)

(da QuotidianoSanità: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=53829)

C’è bisogno di intellettuali riluttanti

Dom, 17/09/2017 - 16:57

di Pier Aldo Rovatti

Che fine hanno fatto gli intellettuali? Il termine stesso sembra ormai vecchio, quasi estinto. Eppure, quando lamentiamo la crisi di un ceto politico all’altezza degli attuali problemi sociali e dunque capace di governare, ci appelliamo anche a quelle figure pubbliche di intellettuali di cui sentiamo la mancanza.

In realtà siamo preoccupati che stiano scomparendo dalla scena non gli intellettuali che dicono di sì ai dispositivi che oggi agiscono in modo più o meno visibile, i quali continuano a proliferare producendo vernici ideologiche anche silenziose, ma i portatori di un pensiero critico in grado di discutere, scalfire e possibilmente correggere, se non proprio trasformare, le rigidità e le microviolenze dei dispositivi stessi. Capaci, appunto, di esercitare un’effettiva azione politica.

Sembrano in via di estinzione i luoghi di formazione della coscienza critica a cominciare dalla stessa scuola pubblica, che in proposito non risulta certo una “buona” scuola: essa, nel suo insieme, dà l’impressione di arrancare nel tentativo di limitare il gap tra studio e lavoro e nei fatti produce un esercito di giovani scontenti ma anche disponibili al consenso purché si aprano per loro prospettive concrete di occupazione.

Propongo di adottare la parola “riluttante” per caratterizzare il tipo di intellettuale critico e autocritico che sta venendo a mancare e di cui avremmo, invece, un gran bisogno. Intendo una figura intellettuale che si collochi all’interno dei dispositivi di potere e vi svolga – per dir così – un lavoro ai fianchi denunciando le chiusure senza mai gettare la spugna: una condizione non facile ma sostenibile, che ritengo assolutamente necessaria nel grigiore che sta dominando, caratterizzato prevalentemente dalla rassegnazione e da un consenso quasi automatico. La voglia che prevale è quella di congedarsi, ritirarsi nella propria solitudine, tanto grande è il senso di frustrazione e di sfiducia. Uscire, magari anche scappar via il prima possibile da una condizione che pare ormai bloccata e comunque sterile.

Allora, l’intellettuale riluttante è quello che non accetta questo gioco di rassegnazione, che riesce a non cedere alle sirene neocapitalistiche che lo esortano a far da sé, e che decide che la propria battaglia è quella di stare nelle istituzioni, scomode e perfino orribili che siano, e lì resistere, opporsi, dire di no, “riluttare” anche al suo stesso ruolo e alle sue eventuali competenze privilegiate. Il che significa non piegarsi a troppi compromessi pur di vivere tranquilli facendo finta di non vedere le costrizioni e le rinunce etiche cui si viene sottoposti quotidianamente. C’è una bella differenza tra il diventare “imprenditori di se stessi”, come ci spinge a essere l’ideologia oggi prevalente, e assumere il proprio ruolo, qualunque sia, in una maniera radicalmente autocritica, senza illusioni vuote e accettando il rischio di mettersi davvero a repentaglio.

Una simile resistenza si può tentare ovunque, come insegnanti nella scuola, medici nelle strutture sanitarie, come amministratori locali e anche come politici, fino a quello spazio microfisico ma decisivo che è la famiglia con i suoi schemi parentali bloccati e la violenza sottile che spesso li attraversa. Insomma, agendo su una quantità di schemi irrigiditi che non possiamo negare ma ai quali potremmo opporre dei no e dei rifiuti, cosa che normalmente non facciamo per paura o a difesa di una condizione supposta privilegiata.

Devo questa caratterizzazione di “riluttante” ai libri dello psichiatra Piero Cipriano (l’ultimo si intitola La società dei devianti ed è pubblicato come gli altri dalle edizioni elèuthera): e lui la ha ricavata soprattutto dal suo lavoro di resistente in un “Diagnosi e cura” di Roma, a stretto contatto quotidiano con i “trattamenti obbligatori” e tutte le implicazioni che essi possono avere in un reparto dalle porte chiuse. Se il nome nasce in un luogo che dovrebbe essere di cura e che invece si caratterizza piuttosto come di contenzione (quarant’anni dopo Basaglia!), non me ne vorrà Cipriano se lo estendo qui a una condizione intellettuale che dovremmo impegnarci tutti a costruire.

L’intellettuale universale, quello che pensava e parlava a nome dell’umanità, è ormai morto e sepolto. L’intellettuale “organico”, di gramsciana memoria, mi pare oggi sempre di più privo di fondamenti (che erano le idee di classe operaia, popolo ed egemonia). Resta l’intellettuale specifico, che è diventato inevitabilmente un tecnico o un politico del sapere. Al confronto, quella dell’intellettuale riluttante potrebbe essere un’ipotesi più critica e meno pretenziosa, molto più calata nella realtà comune e quindi – forse – più utile.

[pubblicato su "Il Piccolo", venerdì 8 settembre 2017]

Regione Fvg sottoscrive la “Carta di Trieste sulla non contenzione”

Dom, 17/09/2017 - 16:50

Parte da Trieste, capoluogo del Friuli Venezia Giulia, con la precisa ambizione di estendersi a tutta Italia e di arrivare fino a Bruxelles, un messaggio forte che punta a superare la pratica della contenzione nelle strutture sanitarie ed assistenziali, nel pieno rispetto dei diritti delle persone più fragili.

L’Amministrazione regionale, che già lo scorso anno aveva approvato una delibera con delle precise raccomandazioni per evitare questa procedura, ha infatti sottoscritto oggi – insieme al Comune di Trieste, alla facoltà di medicina dell’Università, ai Nas dei Carabinieri - la “Carta di Trieste sulla Non contenzione”, un manifesto elaborato lo scorso marzo dall’Azienda sanitaria universitaria integrata insieme a Ordine dei medici, professionisti della salute, magistrati italiani e brasiliani, volontari di diverse associazioni e rappresentanti del Gruppo Trieste libera dalla contenzione.

Ad apporre la firma sotto questo importante documento, che infrange una barriera culturale volendo porre fine ad una pratica consolidata, sono stati oggi a Trieste la presidente della Regione, Debora Serracchiani, l’assessore regionale alla Salute Maria Sandra Telesca, il presidente della Commissione sanità del Consiglio regionale, Franco Rotelli, l’assessore ai servizi sociali del Comune di Trieste, Carlo GrilliRoberto Di Lenarda per l’Università di Trieste e il capitano Fabio Gentilini dei Nas dell’Arma dei Carabinieri. Erano presenti, tra gli altri, anche il direttore dell’AsuiTs Nicola Delli Quadri e il presidente dell’Ordine dei medici di Trieste Claudio Pandullo.

La contenzione è un atto di natura eccezionale, applicato con l’utilizzo di dispositivi fisici, farmacologici o ambientali che limitano la libertà e la capacità di movimento o comportamenti della persona assistita, per controllarla o impedirle di recare danni a sé o ad altri. Una procedura che viene adottata quando tutte le altre misure alternative si siano dimostrate inefficaci.

Ma il Friuli Venezia Giulia, con il provvedimento dell’ottobre 2016, ha voltato pagina, dando a ciascuna Azienda sanitaria l’indirizzo chiaro sulla non liceità della contenzione.

In sostanza, come hanno sottolineato in particolare Serracchiani e Telesca, si vuol garantire alle persone più fragili accolte nelle strutture residenziali di ricevere cure e assistenza sempre nel rispetto della loro dignità.
Dunque «un’iniziativa valoriale encomiabile», ha sottolineato Serracchiani ringraziando quanti hanno dato il loro contributo per arrivare a questo risultato.

«Un manifesto che parte da una città che da tempo ha messo al primo posto la centralità delle persone», ha evidenziato Telesca, aggiungendo che «ci sono vere alternative alla contenzione, anche se a volte si dà per scontato che non ve ne siano».

«Di “firma di libertà, che sancisce il protagonismo dei cittadini per i quali vanno costruiti servizi e attenzioni” ha parlato l’assessore comunale Grilli, mentre il presidente Rotelli ha ricordato che in tutto il territorio nazionale quello della contenzione, specie degli anziani, continua ad essere un problema drammatico, perché spesso anche concausa di morte».

Per il dg dell’Azienda sanitaria universitaria integrata, Delli Quadri, la Carta di Trieste è un faro di civiltà da far arrivare fino all’Unione Europea.

«È fondamentale che i nostri studenti crescano con questi valori» ha affermato per l’Università il professor Di Lenarda. E il presidente dell’Ordine, Pandullo, ha espresso l’impegno di fare proseliti in questa crociata per cercare di abolire questa pratica».

Dunque un documento nel quale, ha indicato ancora Serracchiani, il governo regionale ha ritrovato tutti i principi e le finalità legati alla promozione della tutela dei diritti dei cittadini di tutte le età.“

Le ragioni del Ddl. Protagonisti nel rivendicare i loro diritti di cittadinanza piena

Dom, 17/09/2017 - 16:41

(ph Jörg Heidenberger)

Il faticoso cambiamento che si avviò con le prime timide esperienze di comunità terapeutica e di “liberazione” degli internati nell’ospedale psichiatrico di Gorizia negli ormai lontani anni sessanta, ha arricchito il nostro Paese di culture, di esperienze e di pratiche della deistituzionalizzazione sicuramente innovative; si è diffuso un esteso interesse che, nel corso del tempo, ha attraversato ambiti istituzionali molto ampi: dalla medicina alla scuola, alle carceri, ai ricoveri per gli anziani, agli istituti per i minori e per le persone con disabilità e, più in generale, all’intero ambito delle politiche di welfare.

É ancora lunga l’onda dei percorsi di inclusione, di allargamento della democrazia, dei servizi e dei diritti, avviata dalla 180/1978. La legge ha messo fine allo stato degradato e ghettizzante per le persone con problemi di salute mentale che sempre più entrano in gioco come protagonisti nel rivendicare i loro diritti di cittadinanza piena, intervenendo con consapevolezza nel dibattito sulla malattia, sulla guarigione, sui percorsi di ripresa, sulla qualità delle risposte dei servizi.

Decine di migliaia di operatori di ogni profilo professionale s’impegnano quotidianamente con generosità e partecipazione.

I “servizi per le persone” fondano la loro buona pratica sulla centralità degli individui, sulla motivazione, sul senso di appartenenza. Non sfugga la sintonia di queste pratiche con lo spirito e il testo dell’articolo 2 della Costituzione italiana che – occorre ancora una volta ribadirlo – pone la persona al centro dell’ordito della Carta fondamentale.

Spesso i dispositivi organizzativi e le inerzie amministrative rendono problematica la crescita degli operatori, dei giovani in particolare, preziosissimi e unici per un efficace affiancamento nel non facile lavoro terapeutico e riabilitativo.

Da queste consapevolezze discende l’urgenza della proposta di legge per la promozione e la garanzia della salute mentale nel nostro ordinamento (vedi testo).

(continua)

2850. Abbiamo il numero!

Gio, 14/09/2017 - 17:56

Conferenza stampa

Su iniziativa della Senatrice Nerina Dirindin:

Senato della Repubblica, Sala Caduti di Nassirya – Piazza Madama, 1 – Roma

Martedì 19 settembre, ore 12-13

Un ddl per rilanciare e dare concreta attuazione alla l. 180

Salvaguardare e promuovere la salute mentale

A quasi 40 anni dalla 180, una legge che ha reso l’Italia punto di riferimento internazionale per l’assistenza alle persone con problemi di salute mentale, appare necessario rilanciare l’attualità dei suoi principi fondanti, superare le difformità territoriali, rispondere alle nuove domande, promuovere le condizioni per una sua concreta attuazione, favorendo il superamento delle attuali carenze applicative.

Il disegno di legge S 2850 (vedi) è il risultato di un lungo lavoro di confronto e approfondimento con numerosi esperti, professionisti, associazioni e persone che con impegno e competenza si impegnano quotidianamente per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone con problemi di salute mentale e chiedono concrete misure per garantire una presa in carico globale e rispettosa della dignità, percorsi di inclusione e di promozione sociale, anche alla luce delle attuali direttive nazionali ed internazionali.

Intervengono Nerina Dirindin e Luigi Manconi, primi firmatari del ddl.

Partecipano senatrici e senatori firmatari del disegno di legge.

Saranno presenti rappresentanti delle persone con disturbo mentale e del mondo dei professionisti.

Fra gli altri, Stefano Cecconi (Stop Opg), Vito D’Anza (Forum Salute Mentale), Antonello D’Elia (Psichiatria Democratica), Peppe Dell’Acqua (Forum Salute Mentale), Giovanna Del Giudice (Conferenza Basaglia), Gianluigi Di Cesare (Presam, Prevenzione salute mentale), Josè Mannu (Società Italiana Riabilitazione Psicosociale), Walter Di Munzio (Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica), Maria Grazia Giannichedda (Fondazione Franco e Franca Basaglia), Antonio Maone (WAPR Europa), Roberto Mezzina (DSM Trieste), Daniele Piccione (Consigliere giuridico CSM), Gisella Trincas (Unasam).

L’accesso alla sala – con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta – è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.

Le opinioni e i contenuti espressi nell’ambito dell’iniziativa sono nell’esclusiva responsabilità dei proponenti e dei relatori e non sono riconducibili in alcun modo al Senato della Repubblica o ad organi del Senato medesimo.

Per confermare la propria presenza alla conferenza stampa del 19 settembre bisogna inviare il proprio nome, nascita e indirizzo con una mail a nerina.dirindin@senato.it

PS: nel frattempo, si sono aggiunte altre 16 firme di senatori. Ora sono 45 e aumenteranno!

DDL 2850 settembre 17 Allegati

Il coraggio di cambiare se serve a curare

Mer, 13/09/2017 - 08:05

di Giovanni Rossi

Sul sito del Consiglio d’Europa, http://www.coe.int/en/web/cpt/-/cpt-publishes-new-report-on-italy, è liberamente leggibile e scaricabile il report relativo alla visita che la delegazione del “Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pratiche degradanti, inumane e punitive” ha fatto in Italia nel 2016.

Oggetto della visita sono state carceri e strutture di psichiatria “giudiziaria” e civile

Tra le strutture di psichiatria giudiziaria visitate “brilla negativamente” quella di Castiglione delle Stiviere.Per anni la struttura di Castiglione si è vantata di essere la migliore. Primato conquistato senza gara dato che era l’unico ospedale psichiatrico giudiziario, dotato di personale sanitario.

Da quando le Regioni hanno aperto le Rems, per il trattamento delle persone prosciolte per malattia mentale e soggette a misura di sicurezza, l’ex OPG di Castiglione delle Stiviere, oggi rems, è ultimo in classifica.

Chi avesse la pazienza di leggersi il report, che purtroppo è in inglese o francese, noterà con quanta pignoleria il Comitato si soffermi sulle singole questioni, reparto per reparto.

Si rileva che molti pazienti internati a Castiglione lamentino l’uso della contenzione meccanica come strumento informale di punizione. E si sottolinea che i pazienti devono essere trattati con rispetto ed ogni forma di maltrattamento, anche verbale o fisica, è del tutto inaccettabile e deve essere punita.

Si osserva che per buona parte della giornata i pazienti non possono accedere alla propria camera e si raccomanda che tale divieto sia tolto. Il Comitato ritiene il libero accesso ad ogni ora del giorno e della notte alla propria camera qualifichi il processo riabilitativo.

Altra forma di contenzione spaziale che preoccupa è la presenza di una o più stanze di isolamento in ogni reparto.

Sulla base di quanto riscontrato il Comitato fa due osservazioni più generali.

Nota che a Castiglione il trattamento dei pazienti appare basato sulla sedazione farmacologica e non su di un modello riabilitativo. Tant’è che raccomanda alle Autorità Italiane di operare affinchè il management di Castiglione adotti una filosofia della cura più appropriata.

In secondo luogo fa notare che il superamento del modello OPG si basa su di una relazione di prossimità della persona con un network di strutture socio sanitarie collocate nel territorio di origine. Pertanto esprime preoccupazione circa il fatto che la concentrazione di tante strutture, per tutta la Lombardia, impedisca la effettiva riconversione dal modello custodialistico a quello riabilitativo.Per questo sollecita le Autorità Italiane, che sono le destinatarie del report, a dare risposta a questo interrogativo.

Ed effettivamente il 5 giugno 2017 il Governo Italiano attraverso il Ministero degli Esteri e quello di Giustizia, ha risposto alle osservazioni della Commissione.

Innanzi tutto chiarendo che, dopo la soppressione degli OPG, è improprio parlare di strutture di psichiatria giudiziaria. Le rems, infatti, sono strutture riabilitative inserite a tutti gli effetti nel circuito dei dipartimenti di salute mentale. Esse appartengono al circuito sanitario, e non più a quello carcerario.

Ne consegue l’impegno ad azioni positive sul piano formativo ed organizzativo al fine di abolire qualsiasi forma di contenzione. Che non appartengono al modello riabilitativo che rispetta sempre la dignità della persona.

Per quanto riguarda Castiglione viene condivisa la preoccupazione della Commissione circa l’incompatibilità tra la dimensione della mega-rems ed il modello riabilitativo. Il messaggio è per la Regione Lombardia, responsabile in merito alla ristrutturazione di Castiglione.

Dubito, purtroppo, che le preoccupazioni del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pratiche degradanti, inumane e punitive, anche se condivise dal Governo Italiano, porteranno a modificare il progetto delle mega-rems castiglionesi. Ci vorrebbe un coraggio politico ed una consapevolezza professionale che proprio non vedo.

Eppure non ci sarebbe niente di strano se si facesse come fecero tante amministrazioni provinciali e gruppi di operatori quando decisero di cambiare. Smisero di gestire i manicomi ed aprirono i centri di salute mentale. E’ esattamente quello che accadde con gli ospedali psichiatrici di Mantova e Castiglione (civile).

Prendo atto, tuttavia, che una prima seppur timida ammissione dei propri limiti ci viene proposta. Leggo sulla Gazzetta che la responsabile di Castiglione ammette che alcuni episodi di “contenzione impropria” ci sono stati. Se è così evidentemente siamo di fronte a dei maltrattamenti per i quali è giusto domandare quali provvedimenti siano stati presi nei confronti dei responsabili e quali risarcimenti siano stati proposti alle vittime. Ed è opportuno informarne il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private delle libertà personale, che ha giurisdizione anche sulle rems.

Dal Blog di Giovanni Rossi:

http://rossi-mantova.blogautore.repubblica.it/2017/09/12/il-coraggio-di-cambiare-se-serve-a-curare/

Le ragioni del Ddl. Per un’accoglienza “gentile”

Dom, 10/09/2017 - 16:35

Da tempo si coglie nel nostro Paese una diffusa e profonda preoccupazione per lo stato dei Servizi di salute mentale. Sono le associazioni dei familiari e delle persone che vivono l’esperienza a denunciare, a chiedere attenzioni maggiori e diverse, risposte concrete, più certe e durature. Operatori professionali, cooperatori sociali, cittadini attivi si aggregano alla denuncia evidenziando l’urgenza del cambiamento.

Non è raro che i mezzi di comunicazione segnalino la qualità frammentaria dei percorsi di cura, le pratiche segreganti e contenitive, il ritorno prepotente di servizi fondati sul modello bio-farmacologico. Ancora, non di rado, si scoprono, nelle regioni del nord come in quelle del sud, luoghi di abbandono e violenza che diventano oggetto dell’intervento della magistratura. Si registra da tempo una diffusa disattenzione alle politiche innovative.

L’impoverimento progressivo dei servizi e dei sistemi di welfare mette ormai a grave rischio le possibilità di cura, di ripresa, di guarigione di tanti cittadini che oggi sarebbero alla nostra portata. Parliamo qui non più, come spesso si finisce per lasciare intendere, del vecchio internato, del grigiore di immagini, risalenti agli anni sessanta e settanta, che pure siamo riusciti a lasciarci alle spalle. Stiamo pensando, e non senza una tormentata partecipazione, alle ragazze e ai ragazzi, ai giovani adulti che per la prima volta si trovano a vivere l’esperienza del disturbo mentale severo. Un’esperienza, questa, di per sé drammaticissima, che rischia di subire l’impatto con interventi inadeguati, spesso violenti e disabilitanti con la conseguenza di costringere il/la giovane e la sua famiglia a entrare in un labirinto senza vie d’uscita.

Possibilità di accoglienza “gentile”, di “buona” cura, di prospettive “ottimistiche” e di ripresa più efficaci sono realizzabili ovunque, ma è con estrema disomogeneità che vengono praticate. Nella maggior parte delle regioni il rischio di “cattive” pratiche resta ancora molto elevato.

(1- continua)

Il cantiere salute mentale approda in Senato

Dom, 10/09/2017 - 16:31

Il Disegno di legge (vedi testo) verrà presentato in Senato nel corso della conferenza stampa del 19 settembre prossimo alle ore 11.

Nell’ambito del Forum Salute Mentale, dei movimenti e delle associazioni che, nella piazza che il Forum vuole essere, si è venuto elaborando il testo che ora approda in Parlamento.  Determinante si è rivelato il contributo di numerosi esperti, professionisti, associazioni e persone che con impegno e competenza si prodigano quotidianamente per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale.

Finalizzato allo sviluppo  e all’attuazione dei principi della legge 180, il Ddl  vuole riattivare attenzione, discussione e partecipazione per far fronte comune al declino, che pare inarrestabile, delle culture, delle organizzazioni, delle politiche della salute mentale. L’obiettivo, disegnato con chiarezza, è la concreta attuazione, in tutto il territorio nazionale, di misure adeguate per garantire alle persone l’effettivo accesso alle cure, ai programmi di riabilitazione, al budget di salute, a percorsi di emancipazione, alle possibilità di ripresa di ognuno riconoscendo i bisogni e le  singolari specifiche esigenze. A questo testo hanno dato, tra gli altri, contributi importanti di merito un gruppo di operatori che fanno riferimento alle culture e alle pratiche della salute mentale comunitaria  e sono (e sono stati) protagonisti dei processi di cambiamento e per il “formato legislativo” Daniele Piccione come consulente esperto. Parlamentari di varie appartenenze politiche e autorevoli società  scientifiche hanno espresso  apprezzamento all’iniziativa. Circa 30 parlamentari hanno sottoscritto il testo e aderito all’iniziativa. Nerina Dirindin, Luigi Manconi, Sergio Zavoli sono i primi firmatari.

Martedì 19 in occasione della presentazione al Senato sarà importante esserci. Sarà occasione per condividere le fatiche della nuova impresa che comincia. I tempi, oramai brevi, di questa legislatura di fatto faranno rinviare ogni cosa alla prossima. Pensiamo che possa essere un bene: abbiamo bisogno di ritrovarci, di ri-conoscerci, di tessere reti più fitte, di stringere alleanze, di entusiasmare tanti compagni di lavoro che sono sfiduciati e scettici.

Bisogna, malgrado tutto, riscoprire il coraggio e la passione civile che hanno accompagnato il difficile cammino del cambiamento.

È necessario dire la propria  l’adesione  e aprire un ampio dibattito che ci aiuti a migliorare la proposta, mettere in evidenze tutte le straordinarie esperienze che accadono, riportare sulla scena i soggetti, le persone che vivono l’esperienza.

Le motivazioni che ci spingono sono riportate nella relazione di accompagnamento al disegno di legge (vedi testo) e derivano dalla considerazione delle gravi criticità in cui versano i servizi di salute mentale in tutto il territorio nazionale a causa dell’insufficiente applicazione dei principi e degli orientamenti fissati dalla Legge 180 (che vanno in tutto e per tutto salvaguardati e promossi), dalla non più trascurabile riduzione delle risorse, la fragilità dei centri di salute mentale, da insensati accorpamenti in macroaree dei servizi territoriali, alla assoluta incertezza delle risposte ai bisogni di cura e di crescita delle persone.

Ci motiva l’inerzia del governo centrale, la disattenzione delle regioni alle numerose linee d’indirizzo, elaborate dal ministero della salute.

Non ultimo, il giudizio di non sufficiente adeguatezza di testi in materia giacenti da tempo alla Camera rafforza la nostra motivazione.

Le  adesioni e/o considerazioni di associazioni, di gruppi di lavoro, di cooperatori sociali, o di singoli cittadini possono essere inviati a: forumsegreteria@yahoo.it Informazioni ulteriori, notizie di eventi e riunioni le comunicheremo attraverso il sito del forum e la rete.

Per confermare la propria presenza alla conferenza stampa del 19 settembre bisogna inviare il proprio nome, nascita e indirizzo con una mail a nerina.dirindin@senato.it

In ricordo di Tullio Seppilli (1928-2017)

Gio, 07/09/2017 - 19:06

Di Luigi Benevelli

Il 23 agosto scorso si è spento a Perugia Tullio Seppilli. Di famiglia ebraica, figlio dell’ Alessandro igienista e fondatore degli studi di educazione alla salute, che fu fra i padri del Servizio sanitario nazionale, e di Anita Schwarzkopf, antropologa, Tullio era nato a Padova nell’ottobre 1928. La famiglia, a seguito delle leggi razziali fasciste,  si trasferì in Brasile; a Sâo Paolo Tullio compirà gli studi superiori e frequenterà i corsi di Roger Bastide e Georges Gurvitch.  Nel 1947 la famiglia ritorna in Italia dove si laurea nel 1952 con una tesi di antropologia; nello stesso anno l’incontro decisivo con Ernesto De Martino di cui diventa assistente e collaboratore.

Nel 1956 inizia l’insegnamento a Perugia dove dirige l’Istituto di etnologia e antropologia culturale facendone un luogo di incontri col mondo, in particolare, oltre all’Europa, l’America Centrale e Meridionale; qui continua a operare, ininterrottamente, anche dopo il pensionamento dal’Università.

Al centro dei suoi interessi di studioso i guaritori nella medicina popolare,  i rapporti tra medico e paziente, tra strutture sanitarie ed utenti, tra pratiche sanitarie ed etnologia, le medicine “non convenzionali”, l’educazione sanitaria, i bisogni di salute dei migranti, i percorsi della de-istituzionalizzazione manicomiale. Qui, va citata la sua intensa, diretta partecipazione, a partire dalla metà degli anni ’60 del secolo scorso, alla importantissima “esemplare” vicenda della Provincia di Perugia, una terra nella quale si respirava l’egemonia (in senso propriamente gramsciano) del Partito Comunista umbro; qui danno il loro meglio una leva di grandi amministratori locali, un gruppo di psichiatri di straordinaria cultura e sensibilità (cito per tutti Carlo Manuali). Tullio ne è tra i protagonisti sia sul campo che come studioso, e fino all’ultimo, come mostra la progettazione di una serie di quaderni  intitolata Per una storia della riforma psichiatrica in Umbria e l’impegno nella pubblicazione del libro, uscito postumo nel 2014, Nascita del movimento antimanicomiale umbro[1] dell’ amico carissimo Ferruccio Giacanelli, anch’egli fra i protagonisti di quella vicenda.

Presidente della Società Italiana di Antropologia Medica (SIAM) e della “Fondazione Angelo Celli per una Cultura della Salute” di Perugia, Tullio ha fatto parte della redazione delle riviste “Critica marxista”  e “La questione criminale”; ha diretto “AM rivista di Antropologia Medica” e la collana “Biblioteca di antropologia Medica” dell’editore Argo di Lecce.

Tullio Seppilli, uomo di scienza, è stato convintamente schierato a sinistra nella vita politica e culturale italiana in campi dell’antropologia, dell’etnopsichiatria, della psichiatria, poco frequentati ma assai innovativi, aperti alle complessità del mondo abitato da persone e popoli diversi.

Tullio è stato per me un compagno sapiente, un grande amico, una figura di riferimento.

Parlava  a bassa voce. Al riguardo amo ricordare un incontro di cui sono stato testimone oculare a Francavilla al Mare (Pe) fra Tullio, dalla figura esile e già allora alquanto curvo e Vincenzo Muccioli, fondatore di S. Patrignano, allora sulla cresta dell’onda, grande, robusto, sicuro di sé, dalla voce stentorea. Eravamo nella seconda metà degli anni ’80, ai margini di uno dei tanti eventi che si tenevano in quel tempo sulla questione di quali leggi sulle droghe (illegali). Tullio che teneva in mano un bastoncino si rivolse, a freddo, a Muccioli dicendogli:” Sa che lei mi sembra un po’ fascista!!”. Muccioli rimase del tutto sorpreso, incassò e non reagì, non disse niente.

L’ultima volta che l’ho incontrato di persona ho ricordato a Tullio l’episodio che commentò dicendomi che si trattava di un bastoncino di liquerizia che allora teneva con sé da succhiare  perché “stava cercando di smettere di fumare”.

Mantova, settembre 2017

[1] Studi e Materiali di Antropologia della salute,  Quaderni della Fondazione Angelo Celli per una cultura della salute,

Cantiere salute mentale. Un confine aperto che garantisce sempre il ritorno

Gio, 07/09/2017 - 18:59

Centro Diurno Albano Laziale

Spesso ci chiediamo o ci viene richiesto di rilevare le criticità dei servizi psichiatrici in Italia, in particolare nei CSM e SPDC, così è successo dopo la lettura di questo contributo al Cantiere della Salute Mentale.

Ebbene di criticità, a ben vedere, ce ne sono di grandi e di piccole: chi vorrebbe migliorare lo spazio architettonico, l’arredamento, la rapidità dei servizi, l’ascolto, snellire le formalità, ecc., alcune di queste cose possono anche sussistere ma secondo il nostro particolare punto di vista queste carenze se ci sono non sono che complementari alle due macroscopiche criticità, che se opportunamente valutate ed affrontate con coraggio e determinazione non potranno che far crescere sia gli operatori che gli utilizzatori dei servizi: i primi da un punto di vista umano, i secondi nel loro empowerment.

Le due criticità in questione rappresentano il fulcro di un rinnovamento che potrà chiamarsi veramente tale. Realizzarlo non costa nulla, non richiede ambienti più lussuosi o aumento di personale. Questo rinnovamento ha un costo psicologico e richiede un impegno emotivo ed intellettivo di empatia e partecipazione nel risolvere i problemi di persone spesso svantaggiate socialmente che per i problemi più vari si trovano anche ad affrontare un disagio mentale.

Quali dunque queste criticità:

  • È essenziale creare nei servizi un ambiente culturale e fisico che non sia psicologicamente e fisicamente oppressivo, l’autoritarismo fine a se steso e come filosofia non porta frutti, specie per chi ha problemi di salute mentale e diremmo noi anche sociale. Un clima veramente democratico è il terreno ideale sul quale può germogliare la rinascita psicologica, fisica e sociale di persone sensibili, spesso paranoiche o caratterialmente più vulnerabili, nell’affrontare i problemi più aspri della vita , oltretutto con bassi o bassissimi livelli di autostima.
  • Sovente il medico o gli operatori in genere che seguono gli utilizzatori dei servizi, non credono, nel loro intimo, che possa esserci un miglioramento o magari una guarigione: e chi se non loro dovrebbero per primi farlo? Come può una persona considerata inguaribile a vita da chi la cura iniziare un serio percorso di recovery? Se non le vengono trasmesse speranza, fiducia e possibilità non farà altro che cronicizzarsi, anche se il suo “caso” non è di quelli gravi. Tenderà a non far nulla perché tutto inutile, diventerà sempre più apatico e si rinchiuderà in se fuggendo dalla società che lo ha escluso, pensando sempre di più solo e comunque alla sua patologia da cui non potrà uscire o migliorare.

Per tutto ciò detto non bisogna chiudere le porte alla guarigione o al miglioramento, bisogna aprirle con coraggio alla speranza, all’impegno, alla vita: la mente può fare a volte quello che molte terapie non riescono. Siamo coscienti che non tutti i problemi potranno risolversi ma bisogna tentare, perlomeno puntare ad un progresso perché tarpare le ali indiscriminatamente a tutti i portatori di disagio mentale non è certamente d’aiuto a chi per risorse proprie o per minore gravità potrebbe farcela, ed esempi ce ne sono abbastanza.

L’ articolo ci ha incoraggiato e confermato a portare avanti le pratiche che aspirano a far sì che il nostro servizio, che è un Centro Diurno e non un CSM, si confermi come luogo buono, aperto, accogliente, senza confini, senza serrature (come ci ha suggerito Ettore un nostro fruitore esterno), in cui le persone che lo frequentano possano sentirlo loro, possano utilizzarlo nel momento che ne hanno bisogno o nel momento in cui sentono di poter dare un sostegno a chi ne ha bisogno.

Il nostro Centro Diurno si modella sui costrutti dell’empowerment e della Recovery ed ha come obiettivo la ripresa delle persone, da quello che la sofferenza mentale li ha costretti , in un lasso di tempo che è specifico per ognuno. Quindi il Centro Diurno come luogo di passaggio, da cui si entra e si esce, ognuno con i suoi tempi e , se necessario, anche più volte nella vita. Per questo nel CD si formalizzano le dimissioni con una relazione, con un’auto valutazione della propria condizione di recovery, ci si congeda dal gruppo con un rito di passaggio e di saluto; tutto questo non è un addio ma la conferma di un percorso che si è compiuto. In diversi casi tutto questo si trasforma in un arrivederci: persone che hanno concluso un programma ritornano per dare il loro contributo in qualità di utenti esperti. Oppure un luogo di transito dove le persone timorose dello stigma possono avvicinarsi con cautela e sentire se il luogo è sufficientemente buono per loro. O ancora persone bloccate nella loro volizione e nei loro desideri e questo può rappresentare il luogo dove coltivare la motivazione al cambiamento. Per tutti loro abbiamo coniato il termine fruitori esterni: per chi passa, per chi non ce la fa o per chi ce l’ha fatta e vuole dare il suo contributo o per chi ha necessità di frequentare un gruppo che lo aiuti a proseguire nel personale processo di recovery.

“Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”…. scegliendo loro come, dove e quando e per quanto tempo, da un minuto a tutto il tempo di apertura del Centro Diurno.
Riteniamo importante, per l’evoluzione dei servizi, che gli spazi oltre ad essere belli, accoglienti e confortevoli devono essere a disposizione di tutti, senza confini, al di là dei ruoli. Per questo motivo nel nostro Centro Diurno non c’è la stanza dell’educatore o del responsabile, ogni spazio è connotato per la sua funzione : area dei colloqui, area dei gruppi, spazio ricreativo, area segreteria, stanza per la progettazione. I servizi igienici non sono suddivisi per ruoli ma per genere (non esistono bagni per gli operatori ma per le donne e per gli uomini).

Inoltre sentiamo che il linguaggio è espressione fondamentale del nostro paradigma: non riusciamo più ad utilizzare la parola paziente, ci mette in difficoltà la parola utente.

Tutti insieme (operatori ed utilizzatori del servizio) andiamo cercando nuove parole per definirci, così in questo lavoro di ricerca attualmente abbiamo co-costruito l’acronimo C.E.C in quanto tutti siamo Costruttori – Esploratori – Collaboratori nella ricerca di percorsi di guarigione.

Questo documento nasce dalla mente e dal cuore di una collaborazione attiva tra i depositari del sapere tecnico e chi ha elaborato un sapere esperienziale dato dalla riflessione sulla propria sofferenza.

I C.E.C. del Volo libero di Albano Laziale

Quella sera di ottobre del 1979

Sab, 26/08/2017 - 19:21

(ph Fabio Battellini)

Di Peppe Dell’Acqua

Ho conosciuto Franco Basaglia che Gorizia era già finita; lavorava da qualche anno a Colorno ed era nell’aria “il principio dell’avventura triestina”.

Era la primavera del 1971. L’occasione fu l’incontro Cus Parma-Cus Napoli. Siamo andati a trovarlo a Colorno, io e alcuni compagni, tutti laureandi in medicina, interni all’Istituto di Malattie Nervose e Mentali e giocatori della squadra di rugby dell’Università. A Napoli, negli anni caldi, avevamo letto L’istituzione negata.

Stavamo già ereditando dal sessantotto interrogativi e problemi sulla professione che ci apprestavamo a intraprendere: il rapporto tra la nostra professione e gli apparati del potere e del consenso, il ruolo del medico ad essi subalterno, l’inevitabile dissociazione tra professione e impegno sociale e politico.

Era per tutti noi, la prima volta che entravamo in un manicomio e non nascondo il senso di disgusto, di nausea, di panico che quel primo impatto mi provocò. Franco Basaglia ci accolse con familiarità, ci mise a nostro agio, ci parlava dandoci del tu. Oggi può sembrare strano, ma in clinica le gerarchie erano rispettate e noi studenti eravamo sempre all’ultimo posto della coda che si formava dietro al direttore, il quale mai si rivolgeva a noi direttamente. Partecipammo perfino a una riunione con gli operatori dell’Ospedale. C’erano problemi, tensioni, e tutti discutevano con calore, non risparmiando toni duri e polemiche. Tutto alla luce del sole. Il contrasto con la nostra esperienza in clinica era stridente, quasi ci disorientava, ma eravamo già conquistati ormai, affascinati.

Franco Basaglia ci disse che sarebbe andato a lavorare a Trieste e che cercava medici giovani. Avrebbe fatto di tutto per formare un gruppo di giovani psichiatri. Più semplice – diceva – formare nuovi psichiatri in una pratica nuova, piuttosto che tentare di cambiare testa e cultura a psichiatri vecchi e già formati. E il rapporto con noi fu affettuoso, attento, duro.

Appena arrivati a Trieste, nel novembre del 1971 ci inviò subito “al fronte”, nei reparti, con le nostre insicurezze, a contatto immediato con i problemi: la responsabilità, la gestione del reparto, l’assemblea, i rapporti con le gerarchie degli infermieri.

Passavamo giornate intere nei padiglioni di San Giovanni. A sera, in riunioni quotidiane difficili e spesso frustranti, affrontavamo i problemi della giornata, i nuovi programmi terapeutici, le storie degli internati che emergevano.

Di fronte all’impasse, ai vicoli ciechi in cui ci cacciavamo, Franco Basaglia riusciva sempre a spostare i termini del problema, a farci guardare da un altro punto di vista, a capovolgere le situazioni.

Riuscì a spostare, a capovolgere, anche la nostra vita. Eravamo avviati a una vita professionale frustrante e dissociata: da un lato la professione medica, con i suoi rituali, le sue geometriche distanze dalla realtà, dalla concretezza dei problemi; dall’altro l’impegno politico, quello che restava degli anni caldi dell’Università. Quanti di noi si sono persi drammaticamente nel carrierismo esasperato o al contrario in scelte politiche rigide e senza sbocco.

Con Basaglia, senza accorgercene, abbiamo trovato la nostra strada, senza separazioni, senza dissociazioni: è la “lunga marcia attraverso le istituzioni” che ci ha indicato con il lavoro quotidiano, instancabile. Accettare la sfida del lavoro istituzionale: trasformare, creare nuovi spazi per agire, determinare momenti di vita e di creatività.

Una sera di ottobre del 1979, a Trieste. Il manicomio era ormai stato chiuso, si lavorava fuori, nella città. C’era stata la legge 180. Tutto il gruppo di lavoro era riunito nella direzione dei servizi, dove Franco anche abitava, per fare festa.

Franco, ormai era deciso, sarebbe partito per Roma. Eravamo in tanti a salutarlo. Lo prendevamo in giro, sottolineando ridendo i suoi tic, le sue debolezze, i suoi modi a volte “infantili” di arrabbiarsi, le sue ossessioni, il quadernino per i numeri di telefono (aveva innumerevoli agendine che spesso perdeva), la sua passione per i problemi del Sud America (era appena stato in Brasile e doveva tornarci). Coprivamo con ilarità e allegria il malcelato disappunto e la malinconia che già si faceva strada in ognuno. Non volevamo ci lasciasse, eravamo orgogliosi e fieri di essere stati con lui in momenti così determinanti, con lui che ora partiva per Roma accettando una scommessa più grande, forse decisiva.

Franco rideva come non mai, nel vedere scoperte e rappresentate da noi le sue umane debolezze.

Ognuno di noi ha conservato le foto di quella sera di festa, dove tutti, e Franco con noi, erano allegri, si toccavano, si abbracciavano.

Non avevamo avuto bisogno di parole formali quella sera, l’ultima sera, per salutarlo.

Gli interrogativi, le idee e le pratiche che accompagnarono  l’ingresso di Franco Basaglia, nell’ospedale psichiatrico di Gorizia avviarono, a partire dai primi anni ’60, una stagione di straordinari e impensabili mutamenti. Era il 1968 quando il governo di centro sinistra, sulla spinta dell’esperienza goriziana, varò una legge che omologava il manicomio all’ospedale civile e avviava un processo di radicale cambiamento, che si concluderà dieci anni dopo con la Legge 180. Le trasformazioni istituzionali, etiche, culturali, erano conseguite a scelte di campo rigorose e da pratiche concrete: le porte aperte, la parola restituita, l’ingresso dei matti nel mondo reale, animarono la paziente “lunga marcia” attraverso le istituzioni che quell’apertura aveva tumultuosamente avviato.

Basaglia quando entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia è colpito soprattutto dall’assenza dell’altro.

Gli internati sono 400. Le persone, i soggetti, le relazioni non ci sono più. Un deserto: oggetti, assenze, negazioni.

Di fronte a questa violenza, a questo indicibile orrore è costretto a chiedersi angosciato «che cos’è la psichiatria?».

Da qui l’urgenza della critica ai fondamenti sedicenti “scientifici” della psichiatria stessa, l’irreparabile rottura del modello manicomiale. Dopo quasi duecento anni, per la prima volta dalla sua nascita, le culture e le pratiche del manicomio, vengono toccate alle radici. È un capovolgimento ormai irreversibile: “il malato e non la malattia”.

La legge 180, che presto compirà 40 anni, arriverà nel 1978, non è altro che questo: la fine di una legislazione speciale. L’internato, il malato di mente è un cittadino cui lo stato deve garantire, e rendere esigibile, i suoi fondamentali diritti costituzionali, una persona la cui dignità deve assumere un valore assoluto, un soggetto singolare che pretende ascolto, cure, attenzioni altrettanto singolari.  Da qui il cammino incerto irto di interrogazioni, di rischio, di lentezze insopportabili. Il rifiuto delle intoccabili certezze della psichiatria pretende la cura di un pensare critico, vigile, partigiano. Da qui il cammino aspro e i conflitti che ancora oggi dobbiamo affrontare e che mai ci abbandoneranno. E le entusiasmanti scoperte che le persone con l’esperienza del disturbo mentale continuano a fare. Con stupore.

Franco Basaglia e la forza operante dei “matti”

Sab, 26/08/2017 - 18:53

Quando abbiamo cominciato a parlare di questo corso di formazione per gli infermieri, ho detto delle cose che mi sono state rimproverate poi dagli operatori. Ho detto che non è un caso che la scuola degli infermieri, cioè il suo inizio, coincida con la fine della mia gestione triestina. L’interpretazione di alcuni medici di queste parole è stata che la storia è finita e oggi comincia la storiografia: fino a ora si è cambiato, si è trasformato e oggi comincia la razionalizzazione del cambiamento; in altre parole, da questo momento non avverrà niente di nuovo perché ciò che di nuovo è avvenuto a Trieste, è avvenuto con me: oggi comincia la razionalizzazione, si comincia a edificare, ad abbellire la casa che si è cambiata.

Io non sono affatto d’accordo con quest’affermazione; penso che ciò non è assolutamente vero perché se trasformazione c’è stata qui a Trieste, questo non è dipeso da me ma dallo sforzo partito da tutti, dagli infermieri, dai medici, ma soprattutto, direi, dalla forza operante dei degenti, dei pazienti, dei “matti”, di quelli che oggi chiamiamo “utenti”; perché se non ci fosse stata questa forza trasformatrice nella gente che noi abbiamo curato, nelle persone che venivano a domandare aiuto, noi non avremmo cambiato niente, non avremmo fatto storia [...].”

A settembre del 1979 aveva avuto inizio il corso per gli infermieri. La mattina di martedì venticinque settembre il “primo giorno di scuola”. C’era un bel clima. Si stava realizzando un altro passo verso il radicamento del cambiamento che tutti avevano contribuito a realizzare.

Franco Basaglia tenne la prima lezione e, in pratica, annunciò la sua imminente partenza per Roma.

La scommessa romana ebbe solo il tempo di cominciare. A marzo del 1980 Franco Basaglia si ammala. A Venezia il 29 agosto di quello stesso anno muore.

Cantiere salute mentale. Un confine aperto che garantisce sempre il ritorno.

Mer, 23/08/2017 - 17:13

Il Centro di salute mentale che prefigura il disegno di legge  (vedi il testo). oltre che essere un luogo bello, accogliente, confortevole deve coltivare la vocazione a essere punto di passaggio, confine aperto, attraversamento. Disporsi instancabilmente tra lo star bene e lo star male, tra la normalità e la anormalità, tra il regolare e l’irregolare, tra il singolo e il gruppo, tra le relazioni plurali e la riflessione singolare, tra gli spazi dell’ozio e gli spazi dell’attività.

Un luogo dove le dichiarate intenzioni terapeutiche e le scelte strutturali, costruttive, urbanistiche garantiscano le persone a essere ospiti senza rinunciare alla possibilità di appropriarsi del luogo. Un luogo che contrasta la sottomissione e l’assoggettamento. Un luogo dove le persone, senza la paura del confine che si chiude alle loro spalle, possono entrare per dire il proprio male, farlo sentire, condividerlo. Un confine aperto che garantisce sempre il ritorno.

Tutti quelli che vorranno possono scrivere al sito del forum salute mentale per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte anche a commento del ddl che inizia il suo cammino al senato (vedi il testo).

[Ci proponiamo  con questi interventi minimi, che chiamiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di riattivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

Cantiere salute mentale. Riconoscere le persone

Dom, 20/08/2017 - 18:53

Il lavoro territoriale che si è faticosamente sviluppato in Italia negli ultimi decenni, benchè in troppi luoghi ancora lacunoso, ha reso evidente che la vicinanza ai conflitti, la presenza precoce nel riconoscere e prendere in carico la sofferenza delle persone e i loro bisogni impedisce che la domanda di aiuto si debba necessariamente definire in diagnosi psichiatrica, che le rotture, i fallimenti, le fragilità debbano inesorabilmente “montare” la malattia.

La malattia impone interventi  centrati sul ricovero, sui trattamenti involontari, sui farmaci. Si rischia così che si spalanchino voragini disabilitanti, domande di “internamento”, riproposizioni di luoghi e culture di separazione, di allontanamento, di contenzione. Attentati gravi al patrimonio di diritti che ognuno vuole salvaguardare. Questo accade se la malattia  occupa tutto il campo prima che la persona possa essere vista, ascoltata, riconosciuta.

Il riconoscimento delle persone è quanto si può attendere dalla organizzazione di servizi diffusi nel territorio. Questo uno degli obiettivi qualificanti del Ddl (vedi il testo). La spirale negativa connessa alla malattia mentale può essere interrotta. I servizi territoriali possono tenere aperto un “fronte” di interdizione della spirale malattia, disabilità, stigma, pregiudizio, deriva sociale, debolezza del diritto, malattia.

Tutti quelli che vorranno possono scrivere al sito del forum salute mentale per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte anche a commento del ddl che inizia il suo cammino al senato (vedi il testo).

[Ci proponiamo  con questi interventi minimi, che chiamiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di riattivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

Cantiere salute mentale: Lo stigma della malattia mentale esiste anche nelle strutture di cura?

Mar, 15/08/2017 - 16:37

(ph Marcin Ryczek)

L’ incontro delle  «Fondazione Itaca», a Milano, raccontato sul Corriere della Sera da Daniela Natali riflette su pregiudizi e modi di entrare in rapporto con i pazienti e con le loro famiglie (vedi l’articolo).

I temi che si affrontano trovano una precisa risonanza  e convergenza nel disegno di legge ora in cammino al senato (vedi il testo).

Così all’articolo 4  (Piano nazionale per la salute mentale) il Ddl affronta con decisione la questione dello stigma, della prevenzione, della promozione della salute mentale

1 [..] Il Piano prevede interventi, azioni e strategie finalizzati alla promozione della salute mentale, alla prevenzione del disagio e dei disturbi, alla riduzione dello stigma, al contrasto della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

2. Il Piano individua specifici obiettivi ed azioni volti in particolare a:

a) salvaguardare e promuovere il benessere psichico di tutti i cittadini, tenendo conto dei fattori di rischio e di quelli protettivi in ogni fase della vita, anche intervenendo in maniera integrata sui determinanti sociali della salute, in particolare la condizione socio-economica, il livello di istruzione, l’abitare, l’esposizione a eventi di vita sfavorevoli quali le violenze e le migrazioni;

b) definire le strategie di promozione della salute mentale e di prevenzione del disagio e del disturbo mentale, con particolare riferimento alle persone e ai gruppi di popolazione con maggiori difficoltà ad accedere ai servizi;

c) sviluppare le capacità dell’assistenza sanitaria primaria a tutelare la salute mentale, riconoscere precocemente i disturbi, intervenire con programmi di assistenza psicologica a bassa soglia e favorire il reinserimento sociale e lavorativo;

d) promuovere misure di supporto per la salute mentale a favore delle donne e dei nuclei familiari in particolare a sostegno della genitorialità, in fase prenatale e postnatale e a contrasto della violenza domestica;

e) promuovere la salute mentale nei minori e nei giovani adulti, nelle scuole e nei contesti familiari, anche allo scopo di rilevare precocemente i problemi nei bambini, intervenire contro il bullismo e ogni altra forma di disagio e violenza, contrastare gli abusi;

f) favorire la realizzazione di campagne di informazione contro lo stigma, la tutela della dignità delle persone e la difesa dei diritti umani;

g) individuare modalità per il monitoraggio delle condizioni di salute e dei fattori di rischio, anche con riguardo all’impiego di psicofarmaci e alle situazioni a maggior rischio di discriminazione;

h) promuovere strumenti e modalità per la presa in carico delle persone con disturbi mentali, in particolare quando severi, garantendo la risposta alle condizioni complesse, con scarsa adesione alle cure e a più alto rischio di deriva sociale e di esclusione;

i) definire strategie per la prevenzione del suicidio, in particolare nei gruppi più a rischio, compresi i comportamenti suicidari correlati alle dipendenze, e per il monitoraggio degli stessi;

l) formulare indirizzi per rafforzare la capacità degli operatori a erogare trattamenti rispettosi, sicuri ed efficaci;

m) formulare indirizzi per la qualificazione dei luoghi e degli ambienti in cui sono accolte le persone in cura e in cui operano i professionisti, superando il degrado di molti spazi dedicati alla salute mentale.

3. Il Piano di cui al comma 2 definisce una strategia nazionale di promozione e prevenzione specifica per la salute mentale, coordinata dal Ministero della Salute e realizzata attraverso i piani regionali di prevenzione, integrata con quelle di prevenzione generale e di promozione della salute, volta a perseguire gli obiettivi di cui al comma 2 combinando interventi universali e attività selettive in grado di rispondere ai bisogni della singola persona, delle aree di vulnerabilità e delle comunità.

4. All’interno del modello organizzativo e dei servizi dipartimentali previsti nel Capo II, il Piano individua requisiti minimi di qualità della presa in carico e dei luoghi delle cure, con particolare riferimento a:

a) prima accoglienza;

b) sostegno ai familiari;

c) condivisione dei percorsi di cura;

d) risposta nelle situazioni di urgenza, emergenza e crisi;

e) continuità dell’assistenza;

f) integrazione socio-sanitaria;

g) problematiche relative alla situazione abitativa e lavorativa;

h) strumenti e modalità per la valutazione della qualità delle cure e i relativi indicatori.

Incubo di una notte di mezza estate

Mar, 15/08/2017 - 16:22

di Gilberto Di Petta

Il pomeriggio del trenta luglio lo passo con i due giovani tirocinanti psicologi, Marco e Tello, in Pronto Soccorso. Armando ha ingoiato una lametta. Lo ha portato il 118 da un paesone dell’ hinterland di Napoli nord, quello di “Io speriamo che me la cavo”. E’ a circa cinquanta chilometri da qui. In un territorio metastatizzato dal cemento, senza soluzioni di continuo. Armando viene dai bordi di questa megalopoli che non ha più centro.  Mentre andiamo in PS dico ai ragazzi, Marco e Salvatore, al loro ultimo giorno di tirocinio, che ingoiare le lamette è il gesto tipico dei detenuti. Infatti Armando è con gli obblighi di dimora. Ha fatto venti anni di carcere. Non riesco a capire neanche bene per cosa. Ma poco importa. E’ magrissimo, quasi emaciato. Un uomo vinto, un perdente. Guardo le lastre in controluce e la testina del lamarasoio bicsi vede netta, nell’ipogastrio sinistro. Si aspetta il chirurgo. Intanto Armando è smanioso, vuole firmare e andarsene. Ripete con lagna monocorde : “non mi operate”. Stabiliamo un contatto. Gli prendo la mano.  Gli chiedo qualcosa di lui. Accetta una flebo con un calmante. Facciamo gli esami di sangue, il tracciato eeg. Ha una storia, ma non riesce a raccontarla. Scriveva Baricco in Novecento “…non sei fregato veramente finchè hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. Qui la storia c’è, qualcuno a cui raccontarla pure, ma manca, ormai, il soggetto che la racconti. Armando mi dà l’impressione di non esserci più. Il suo corpo è una crisalide secca, che dubito abbia mai ospitato una farfalla. Si esprime, Armando, in modo stentato, flebile, dialettale …

(leggi tutto l’articolo da Psychiatry Online: http://www.psychiatryonline.it/node/6911)

Un’interpellanza al sen Manconi per il suicidio di Simone L.

Mar, 15/08/2017 - 16:12

(Disegno di R. Sambonet)

Comunicato stampa

Come  Forum veneto per la Salute Mentale, Associazione Cittadinanza e Salute  e Unasam rendiamo noto  di aver indirizzato al sen. Luigi Manconi e alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani di cui è Presidente,  la richiesta di far luce intorno al suicidio di Simone, un ragazzo di 31 anni  ospite dall’ottobre del 2015 – eccetto che per brevi periodi di ricovero nell’SPDC di San Donà di Piave-  della Comunità alloggio Vallonara gestita dalla cooperativa “Un segno di pace”, nel comune di Marostica in provincia di Vicenza.

Siamo addoloratissimi per l’esito drammatico  di una  vicenda che,  come organizzazioni, abbiamo seguito nell’ultimo anno a seguito delle ripetute richieste di aiuto che Simone ci ha rivolto:  i nostri interventi, infatti, non sono valsi a generare strategie alternative di cura che pure Simone aveva ripetutamente sollecitato.

Non è purtroppo la prima volta che ci troviamo a segnalare che nella nostra Regione troppi servizi psichiatrici non sono in grado di scongiurare interventi  psichiatrici che falliscono gli obiettivi che si propongono, per il prevalere di un malinteso dovere di custodia che spesso pregiudica del tutto la possibilità di costruire percorsi terapeutici virtuosi costruiti insieme alla persona, e volti a salvaguardarne dignità e diritti, condizioni imprescindibili per la salute mentale di ciascuno.  E’ noto infatti che il ricorso a pratiche custodialistiche in molti luoghi della psichiatria del nostro territorio (dove persino la contenzione meccanica è tollerata e persino prescritta)  compromette l’incolumità psicofisica e talvolta la vita di persone che rivolgono ai Servizi di Salute Mentale la domanda  e il proprio diritto alla cura.

Chiediamo con forza che il lavoro dei Dipartimenti di Salute Mentale e delle attività che si svolgono nelle strutture residenziali  (comunità terapeutiche, appartamenti protetti etc) gestiti dal privato sociale , nonché quanto accade nelle numerose cliniche private convenzionate  siano monitorati attraverso un’azione sistematica di osservazione e iniziative di formazione, volte a promuovere pratiche non coercitive, le sole realmente terapeutiche che devono diventare generalizzate e condivise.

Ricordiamo, fra l’altro, i casi di morte avvenuti lo scorso anno nella nostra Regione durante l’esecuzione di Trattamenti Sanitari Obbligatori, che troppo spesso vengono trasformati in operazioni di cattura cruenta delle persone.

  • Anna Poma (Forum Veneto per la Salute Mentale )
  • Franco Nube, Leda Cossu, Edoardo Berton (Cittadinanza e Salute)
  • Gisella Trincas (Unasam)
  • Gianfranco Rizzetto  (StopOpg)

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