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Aggiornato: 2 giorni 16 ore fa

Quei malati dimenticati

Lun, 22/02/2021 - 00:06

[Illustration by Tamara Shopsin]

I centri di salute mentale nel discorso del premier

Di Maria Novella De Luca

[articolo uscito su Repubblica il 19 febbraio 2021]

C’erano due parole fondamentali nel discorso pronunciato al Senato dal nuovo premier Mario Draghi, entrambe iniziano con la C e sono sfuggite ai più. Citando la sanità territoriale e la medicina di prossimità, Draghi ha indicato, tra i servizi da rilanciare, anche i consultori e i centri di salute mentale. E colpisce (favorevolmente) che un premier appena incaricato sia stato così preciso nel segnalare due reti sanitarie tra le più importanti, ma anche tra le più trascurate e ignorate della storia italiana degli ultimi decenni. Con il coraggio di parlare della categoria più scomoda: i malati di mente. i pazienti psichiatrici, i “matti” insomma, novecentomila persone che sembrano scomparse dall’agenda di tutti i ministri della Sanità.

Nascono negli anni Settanta i consultori e i centri di salute mentali, figli di un’idea democratica della medicina che cerca di avvicinarsi alla persona, realizzando, anche, di fatto, una rivoluzione culturale. I consultori, istituiti nel 1975, sono infatti luoghi di tutela gratuita della maternità, ma anche del primo approccio di massa alla contraccezione e poi di garanzia della legge 194 sull’aborto. E così i centri di salute mentale, che diventano la realizzazione territoriale della cura psichiatrica fuori dai manicomi così come l’aveva pensata Franco Basaglia. Curare la malattia mentale non isolando il paziente dal mondo dei “normali”, internandolo con i suoi simili, ma curarlo nella società, con un servizio psichiatrico “di prossimità”. Chiusi (lentamente) i manicomi con una rivoluzione epocale e incompiuta, la legge 180 istituisce i Dsm, i Dipartimenti di salute mentale, che comprendono i centri sul territorio, più piccolissimi reparti ospedalieri per i casi più acuti, e le comunità dove sperimentare anche una vita autonoma. UN’idea straordinaria e umana, peccato, come sappiamo, che non sia mai stata pienamente concretizzata, se non in alcuni fazzoletti d’Italia, Gorizia dove tutto cominciò, Trieste, Trento, Reggio Emilia e poco altro. Se i consultori sono infatti in un certo senso sopravvissuti, la “psichiatria territoriale” è invece precipitata in una crisi profonda. E questo nonostante la professionalità (diciamo anche abnegazione) di chi ancora in quei servizi lavora e crede: psichiatri, psicologi, educatori, costretti dai tagli a turni massacranti e sottoposti al serio rischio di burnout.

La rete dei 3.800 centri di salute mentale, però, come denunciano da anni le associazioni di familiari dei pazienti, è ormai una “rete bucata”. Servizi aperti poche ore al giorno, cure erogate senza continuità, frequente ricorso ai trattamenti sanitari obbligatori, spesso invocati da famiglie stremate dalla gestione di un familiare con disabilità mentale. L’abuso di farmaci, l’abbandono delle psicoterapie, nessun investimento sul reinserimento dei pazienti, sempre più confinati in comunità che sono parcheggi per “diversi”: matti, clochard, drop-out. E mentre contenzione ed elettroshock sono di nuovo prassi in molti ospedali, avere una patologia psichiatrica, o essere familiari di un “matto” è tornato ad esser fatto privato: chi ha soldi si cura, chi non ne ha si ritrova marginale e solo insieme a coloro che lo amano. Il sogno dimezzato della legge 180, i cui centri di salute mentale sarebbero dovuti essere (e in alcuni casi lo sono stati) il passaggio da una “psichiatria di contenimento” a una psichiatria di cura riabilitazione. Per questo le parole di Draghi sul rilancio dei servizi territoriali sono fondamentali: perché i pazienti psichiatrici tornino a essere considerati persone e non più soltanto malati.

Basterà il Ministero alla Disabilità per superare la separazione tra Sanità e Sociale?

Dom, 21/02/2021 - 23:32

Di Fabrizio Starace

[articolo uscito su ripartelitalia.it]

Tra le novità introdotte dal Governo Draghi, l’individuazione di una specifica delega per la disabilità, affidata alla Senatrice Erika Stefani. In realtà, l’ipotesi di porre sotto un’unica guida le misure e gli interventi per le persone disabili era stata già percorsa nei Governi Conte, prima con il Ministero della Famiglia e della Disabilità, poi con l’assunzione della delega da parte del Presidente del Consiglio, senza tuttavia effetti di rilievo.

Non ha mai visto la luce, infatti, l’annunciato “Codice per la persona con disabilità”, in cui concentrare tutte le norme in materia: il disegno di legge di delega al Governo, approvato il 28 febbraio 2019 dal Consiglio dei Ministri, non ha superato il vaglio della Ragioneria dello Stato. Di esso rimane l’elenco, al comma 2, delle aree da coordinare e semplificare: a) definizione della condizione di disabilità; b) accertamento e certificazione; c) disciplina dei benefici; d) sistemi di monitoraggio, verifica e controllo; e) promozione della vita indipendente e contrasto dell’esclusione sociale; f) abilitazione e riabilitazione; g) istruzione e formazione; h) inserimento nel mondo del lavoro e tutela dei livelli occupazionali; i) accessibilità e diritto alla mobilità.

Aree di criticità che peraltro erano state già dettagliatamente affrontate nel “Secondo programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità”, adottato con DPR del 12 ottobre 2017, ampio documento per orientare le politiche e i servizi per le persone con disabilità.

Tra le 8 linee di intervento, le 47 azioni generali, le 205 azioni specifiche, che hanno purtroppo ricevuto scarsa attenzione ed ancor più limitata applicazione, crediamo vada sottolineata l’analisi che apre il capitolo dedicato a “Salute, diritto alla vita, abilitazione e riabilitazione”: «…si constata come le politiche sanitarie risultano ancora fortemente centrate su modelli di cura che mettono al centro la malattia e non la persona con disabilità nel suo contesto di vita e le sue progettualità di inclusione e partecipazione alla comunità, con una forte carenza di integrazione di policy in particolare sociosanitaria, una accentuata carenza di collegamento tra Ospedale e Territorio, percorsi non ancora compiuti di riqualificazione delle cure intermedie e del livello delle cure primarie. Non può dirsi pienamente realizzato il processo di integrazione socio-sanitaria e permangono in molte aree del paese forti difficoltà nel costruire progetti personalizzati che mettano effettivamente al centro la persona con disabilità assicurando la pienezza ed effettività dei principi di autodeterminazione ed empowerment. Prevale poi un approccio basato sulla singola patologia o condizione…».

L’individuazione di un dicastero “dedicato” alla disabilità è un indubbio passo avanti in termini di vision unitaria del tema, ma rischia di replicare nelle forme di governo la carenza di integrazione tra competenze istituzionali sanitarie e sociali, più volte indicata quale vero ed insormontabile ostacolo alla realizzazione di progetti personalizzati sul piano terapeutico, riabilitativo, assistenziale, tutelare, nel rispetto dell’unitarietà e della centralità della persona.

Più recentemente, anche il Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza ha assegnato alle politiche sociali e sanitarie compiti sostanzialmente convergenti, auspicandone l’integrazione. Ancora una volta è stata affidata la realizzazione di interventi innovativi a una strategia che ha mostrato tutta la sua inefficacia. La nuova stesura del PNRR che si annuncia da parte del Governo Draghi costituisce una straordinaria occasione per la parallela, strutturale riforma della pluridecennale frattura tra sociale e sanitario.

Gli oltre 3 milioni di italiani che, a causa di problemi di salute, presentano limitazioni nello svolgimento di attività abituali e ordinarie (persone anziane, con disabilità, persone con problemi di salute mentale e/o dipendenze, o con disturbi del comportamento) hanno bisogno di progetti personalizzati di intervento caratterizzati dalla inscindibilità degli apporti professionali sanitari e sociali e dalla indivisibilità del loro impatto sugli esiti.

Non è sufficiente riconoscere questa realtà in atti normativi, in piani d’azione, in linee di indirizzo. È illusorio pensare – e tutte le analisi lo dimostrano – che l’impulso all’intervento integrato proveniente dai documenti programmatori, possa essere recepito e adottato in maniera ordinaria da servizi sanitari e sociali strutturalmente organizzati e gestiti in maniera autonoma e separata. Crediamo sia un errore ritenere che le criticità dipendano dalla carenza di risorse e che sia un errore ancor più grave immettere nuove risorse in un sistema che ha bisogno di un radicale riordino: vanno modificate innanzitutto le modalità con cui le risorse vengono utilizzate, pervenendo al governo unitario di tutta l’area dell’integrazione sociosanitaria, quale riforma necessaria al buon uso delle risorse europee.

Risorse che non sono trascurabili: quelle previste nell’ultima versione del PNRR sono stimabili a circa 15 miliardi di Euro (considerando la componente 5.1 Politiche per il lavoro; la componente 5.2 Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, in cui sono previsti progetti per Servizi socioassistenziali, disabilità e marginalità e per Housing sociale; la componente 6.1 Assistenza di prossimità, in cui sono previsti finanziamenti per Casa della Comunità e presa in carico della persona, Casa come primo luogo di cura, Assistenza domiciliare, Sviluppo delle cure intermedie).

Queste risorse si aggiungeranno a quelle correnti per l’assistenza alle persone con limitata autonomia (attività sanitarie e sociosanitarie per long term care, attività e misure sostenute dalle Politiche Sociali, erogazioni assistenziali a carico dell’INPS) stimabili per difetto in oltre 20 miliardi di Euro all’anno, senza considerare gli stanziamenti autonomamente deliberati a livello regionale e comunale.

Appare evidente che le risorse già impegnate e quelle che verranno rese disponibili con i Fondi Europei sono adeguate a far compiere al Paese un significativo salto di qualità nella direzione di un welfare inclusivo, generativo, motore di ripresa e resilienza. A patto che le stesse vengano utilizzate in un sistema di governance unitario che superi i limiti, i confini di competenze e le autoreferenzialità attuali.

L’occhio

Mer, 17/02/2021 - 14:43

[Photograph by Marko Opancina / Alamy]

Di Guido Nicoli

La notte è madre, come una madre mi culla, ma io sono inquieto, mi rigiro tra le coperte, sudo. Fuori un cane abbaia. Fa molto caldo. Cosa vorrà questo cane? Perché continua ad abbaiare? Forse sta segnalando una presenza? Un agente segreto che mi tiene d’occhio? Ho paura, qualcuno mi osserva, è certo. Mi alzo per controllare fuori dalle finestre se c’è qualcuno: mi pare di intravvedere un’ombra segnata dai lampioni della strada. Allora c’è davvero qualcuno. Controllo che la porta sia chiusa a chiave, poi mi sdraio sul letto. Sono nudo, non sopporto nessun vestito addosso con questo caldo. Ascolto con attenzione i rumori che sento fuori. Il cane ha smesso di abbaiare, ma solo per poco. Si sentono i rumori delle macchine che passano lungo la via Cremasca, non sembra ci sia molto traffico, saranno le cinque. Guardo la sveglia: cinque e dieci. Non riesco a prendere sonno, mi sento strano. Prendo il rosario nero nel cassetto, è il rosario di un santo, ma non ricordo quale, dovrebbe proteggermi dalle forze oscure, che non si vedono ma sono sempre presenti, e ti osservano, ti spiano, ti tengono d’occhio. Sento il suono sordo di un aereo che decolla dall’aeroporto di Orio al Serio, sarà un aereo spia, forse sta già registrando i miei movimenti, che sono minimi, cerco di tenermi fermo, immobile, che non possa destare sospetti. Così, atterrito e sudato, attendo che appaiano le prime luci dell’alba, e dopo un tempo che mi è parso lunghissimo, scandito solo dal ritmo monotono della vecchia sveglia, vedo la camera illuminata dalla luce del mattino, allora mi alzo, fumo una sigaretta, nudo sul divano del salotto, ho ancora in mano il rosario, sussurro mentalmente delle preghiere confuse e spengo la sigaretta nel posacenere per accenderne un’altra subito dopo. Mi alzo di scatto e vado verso la libreria: prendo la Bibbia e la apro a caso:

«Lettera di Giuda: Carissimi, avevo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra salvezza, ma sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte. Si sono infiltrati infatti tra voi alcuni individui – i quali sono già stati segnati da tempo per questa condanna – empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio, rinnegando il nostro unico padrone e signore Gesù Cristo.»

Sono certo io l’empio, il peccatore, allora mi distendo per terra, mi rannicchio e, baciando il rosario, imploro il Signore di assolvermi dalle mie colpe, e piango, e tremo, il pavimento è bagnato dal mio sudore. Mi rialzo. Accendo la televisione.

Le torri gemelle bruciano, si vedono persone che si lanciano nel vuoto: tutta colpa mia, e loro lo sanno. Mi osservano, sento il suono di un elicottero, mi stanno tenendo d’occhio, la televisione continua a mandare le immagini tragiche dell’attacco dell’11 settembre, io mi alzo e vado verso la finestra, guardo fuori, non c’è nessuno, il cane da molto ha smesso d’abbaiare, l’agente segreto deve essere andato via. Mi sento male, provo una grande angoscia ma non ne sono cosciente, solo continuo a camminare avanti e indietro tra il salotto e la cucina, pieno di paura, e il suono delle immagini tragiche mandate dalla tv. Continuo a muovermi senza senso, vorrei fuggire, ma sono un animale in gabbia. Mi cresce la rabbia, la rabbia per i peccati che ho commesso, e che ora ricadono su quei disgraziati che si lanciano dalle torri gemelle. Prendo un bicchiere dal tavolo e in uno scatto d’ira lo scaglio per terra. Il bicchiere va in frantumi lasciando schegge di vetro disperse sul pavimento, ma io non me ne accorgo, continuo a muovermi disperato avanti e indietro, braccato, i pezzi di vetro si infilzano nella carne dei miei piedi e inizio a lasciare tracce di sangue per tutto l’appartamento, ma non me ne accorgo, non sento dolore, solo sento la voce del cronista inglese che commenta: non capisco nulla, ma la voce è piena di paura, si sente l’ansia, la sua ansia, la mia angoscia, mi accascio, mi tocco i piedi e mi accorgo che vi sono conficcati dei pezzetti di vetro. Ho paura. Giuda aveva ragione: io l’empio, il peccatore, e ora questi tagli, come me li son fatti? Una punizione, un segno, forse un giusto supplizio per espiare la mia colpa. Tolgo tremando i frammenti di vetro dai piedi, me li tengo stretti tra le mani. Il pavimento è tutto macchiato di sangue, e io piango e bacio il rosario del santo e chiedo perdono. Con la lingua lecco il sangue, sento il sapore ferroso, sputo, vado a bere un bicchiere d’acqua, ho sete, molta sete. Vado verso la tv e cambio canale, ma su ogni canale c’è sempre la stessa immagine delle torri che crollano, è il 12 di settembre del 2001, io sono in preda a una crisi psicotica, ma non ne sono consapevole, tutto quello che vivo, dolori e pensieri, per quanto assurdi sono per me reali, pugnalate nel mio corpo di peccatore che non cessa di respirare. Poi sento di nuovo il rumore metallico delle pale dell’elicottero: loro lo sanno chi sono io, mi osservano, mi devo nascondere. Guardo l’armadio di noce antico di mio nonno, che non contiene nulla, e mi chiudo dentro, così non possono vedermi. È buio dentro l’armadio, nessuno mi vede. Nonostante il caldo, sento freddo, tremo, mi tengo stretto tra le braccia, mi accarezzo quasi a volermi calmare, immaginando di essere accarezzato da mia madre, un pezzente consolato, un peccatore che si nasconde allo sguardo di Dio. Sento i commenti in inglese della tv, e guardo fuori dallo spiraglio delle ante socchiuse dell’armadio, non vedo nessuno, non sento nessuno, mi tranquillizzo un poco, forse hanno perso il mio contatto, forse se ne sono andati. Allora mi faccio coraggio ed esco dall’armadio: mi avvicino al tavolo in cucina, mi siedo e cerco un po’ di pace, che non trovo, solo pensieri angosciosi nella testa, pensieri di morte, forse dovrei farla finita, forse, ma come? Vado in camera, è lì che ho nascosto nell’armadio la corda per impiccarmi, ma non la trovo. Butto fuori dall’armadio a caso gli abiti, finché trovo la corda, la prendo e metto una sedia sul letto, per avvicinarmi al gancio di ferro che tiene su il lampadario in mezzo alla camera. Lego la corda e faccio il cappio, infilo la testa, e attendo. Sento la pressione della corda sul collo, ma non ho il coraggio di saltare giù dalla sedia, piango, mi stringo il cappio al collo, cosa si sente quando la corda ti stringe il collo? Sento le vene del collo che pulsano, sento l’aria che mi manca, ma non ho il coraggio di compiere il gesto risolutivo: la corda stringe, ma prima che perda i sensi allargo il cappio e sfilo la testa, poi mi siedo sulla sedia sul letto e piango. Mi vergogno, nudo come un verme, verme del peccato, serpente del male, solo la santa Vergine Maria può schiacciare la testa del serpente, allora prego la Vergine Maria: «Ave, Maria, gratia plena, Dominus tecum. Benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus…». E ripeto continuamente la preghiera, per un tempo di cui ho perso il senso, è come se fossi in un altro luogo, forse in un deserto, tentato dal demonio, ma no, no che non mi butto dal monte più alto, non mi inganni Satana, continuo a pregare, unica arma di cui dispongo, poi mi lascio scivolare dalla sedia al letto, e ancora mi rannicchio, quasi volessi tornare nell’utero materno, quasi volessi perdere la coscienza: un feto ha coscienza? Un feto vive in uno stato di grazia, senza colpa, è questo che cerco, pace, solo pace, ma sento un vuoto nel ventre, un pesante senso d’angoscia. Per un po’ resto rannicchiato sul letto a piangere, i piedi che sanguinano, il sudore sulla pelle, gocce che bagnano il mio corpo quasi fosse un battesimo redentore, poi di nuovo sento dei rumori, dei passi, il cane riprende ad abbaiare. Scendo dal letto e mi avvicino alla finestra. Scosto la tenda e intravvedo la figura di un uomo di spalle che attraversa il vialetto. Chi è? È tornato l’agente? Hanno ripreso l’attività di controllo? Devo fare un’azione positiva, un’azione di vita, che dà vita: vado in cucina e apro gli armadietti. Dove è il sacchetto dei fagioli? Eccolo! Prendo qualche fagiolo secco e lo pianto nel vaso in salotto, poi prendo una brocca d’acqua e innaffio i fagioli che ho piantato. Questi fagioli saranno la mia salvezza, ho dato la vita, ho creato, Dio mio aiutami! Dio mio! E corro avanti e indietro, con la tv che manda di continuo le immagini delle torri gemelle, crollo che io con i miei peccati ho creato, e corro avanti e indietro per la casa, pregando e chiedendo aiuto a Dio, che mi perdoni, Signore aiutami, e con un’intenzione pura dal mio cuore sorge un’implorazione: guardo il cielo fuori dalla finestra e chiedo col cuore in mano che Dio mi perdoni, che mi dia un segno del mio perdono. Ed ecco che mi appare nel cielo un occhio nero, un’ogiva nera in mezzo al cielo, una visione che dura pochi secondi, e poi scompare. Mi ritraggo dalla finestra stupefatto, cosa è successo? Che cosa era quell’occhio nel cielo? Di colpo è come se tutte le mie paure fossero scomparse, guardo di sguincio fuori dalla finestra: non c’è nessuno, il cane ha smesso di abbaiare.

Città libere da contenzione

Mer, 10/02/2021 - 19:48

Sabato 13 febbraio 2021 alle ore 15.30, a un anno e mezzo dalla morte di Elena Casetto e alla fine delle indagini preliminari condotte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo, si terrà online l’evento Città libere da contenzione. Per non dimenticare.

L’incontro è organizzato dal Comitato Città libere da contenzione di Bergamo, promosso dalla campagna …e tu slegalo subito, dall’Urasam Lombardia, dal Forum delle associazioni per la salute mentale di Bergamo, dal Spdc no restraint, con l’adesione di numerose associazioni che operano nell’area della salute mentale e dei diritti umani.

L’evento sarà in diretta Facebook sulla pagina di COPERSAMM.

Pretesti. Un libro al mese per ripensare alla cura e alle pratiche della salute mentale

Mer, 10/02/2021 - 19:44

Proseguono gli appuntamenti con la lettura promossi da Conferenza Basaglia per confrontarsi sullo stato di salute della sanità pubblica ai tempi del Covid a partire dalla lezione basagliana. Protagonista dell’incontro di giovedì 11 febbraio sarà il libro L’istituzione inventata di Franco Rotelli, un diario collettivo di 40 anni di battaglie ancora attuali

Anche l’agenda di febbraio registra uno degli appuntamenti con la lettura promossi da CoPerSaMM, la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, che attraverso il progetto Leggere per trasformare, finanziato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, intende riprendere pubblicamente il discorso attorno ai temi della cittadinanza e del diritto alla salute. Al centro dell’incontro, in programma giovedì 11 febbraio alle 18 su Google Meet, il libro L’istituzione inventata/Almanacco. Trieste 1971-2010 curato da Franco Rotelli: un diario collettivo di quarant’anni di battaglie che racconta il lavoro svolto da Basaglia e dai suoi collaboratori, non solo tecnici ma anche intellettuali ed artisti, per smontare il manicomio e realizzare un’istituzione aperta che promuova inclusione e si faccia carico della salute dei cittadini e delle cittadine. Un lavoro, questo edito dalle Edizioni alpha beta Verlag di Merano nella Collana 180, che non si compiace del passato ma guarda al presente e al futuro in un momento in cui la “sanità pubblica”, pur rappresentando un enorme patrimonio di cultura e professionalità come la pandemia sta dimostrando, è fortemente a rischio.

È possibile rimettere al centro le persone, in particolare quelle più fragili, quelle che la società scarta, e investire sul territorio per realizzare una città che cura, una comunità che abbraccia e lenisce le ferite e non le dimentica, non le nasconde? L’esperienza triestina può essere ancora oggi un modello per tutto il Paese? Quale ruolo può e deve giocare la politica nel garantire la salute e il benessere dei cittadini e delle cittadine?

Con il curatore Franco Rotelli, psichiatra allievo di Basaglia, suo successore alla guida del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, poi direttore dell’Azienda Sanitaria della città e infine presidente della Commissione Sanità della Regione Friuli Venezia Giulia, ne discuteranno il giornalista Marino Sinibaldi, la psichiatra Alessandra Oretti e il critico cinematografico Sergio M. Grmek Germani. Saranno presenti anche Giovanna del Giudice, presidente di Con/F/Basaglia, l’associazione promotrice, Peppe Dell’Acqua, psichiatra e infaticabile divulgatore, direttore della Collana 180-Archivio critico della salute mentale, e l’attrice Sara Alzetta, che proporrà dei brani tratti dalla pubblicazione.

All’evento, realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Trieste e con l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, sarà possibile accedere tramite la piattaforma Google Meet a questo link.

Un manifesto per abolire la perizia psichiatrica. Dall’armamentario del Codice Rocco

Mer, 10/02/2021 - 19:43

Cancellare il Codice Rocco contro le insidie neo-manicomiali: firma il manifesto per la riforma del regime legale dei “folli rei”

Il miracolo annunciato dalla legge 81 del 2014, la chiusura degli Opg, si è realizzato quattro anni fa. Una rivoluzione gentile, che resiste tra contestazioni subdole e velata nostalgia del manicomio.

Noi che firmiamo questo appello abbiamo condiviso la lunga battaglia per completare il processo di liberazione iniziato con l’approvazione della legge 180 nel 1978; e continuato con la legge 81, che indica la strada delle misure non detentive ai fini di percorsi di cura e di riabilitazione, e solo come misura estrema la misura di sicurezza detentiva da eseguirsi nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). In questo quadro, l’esperienza delle Rems, valida in quanto fondata su cinque pilastri irrinunciabili (extrema ratio, territorialità, numero chiuso, limite temporale della durata della misura di sicurezza, rifiuto della contenzione meccanica) va considerata un tassello della più complessa battaglia per il superamento degli OPG.

Siamo consapevoli che la legge 81 non ha toccato il sistema del “doppio binario”, che riserva agli autori di reato – se dichiarati incapaci di intendere e di volere per infermità mentale – un percorso giudiziario speciale, diverso da quello destinato agli altri cittadini: questa carenza ha fatto sì che la logica sottesa al trattamento dei “folli rei” non sia stata recisa.

La sopravvivenza di questa cultura crea difficoltà nell’applicazione della stessa legge 81 e intravediamo i rischi di stanchezza, determinati dagli attacchi strumentali e dal colpevole isolamento di chi opera nello spirito di quella riforma. Siamo convinti della necessità di non arroccarci a difendere una casamatta che ha vissuto nella contraddizione tra cura e custodia, ma di affrontare nodi cruciali: i rapporti tra psichiatria e diritto, i concetti di imputabilità e pericolosità sociale, il doppio binario e le misure di sicurezza, il disagio psichico in carcere.

La Società della Ragione, l’Osservatorio di StopOpg, il Coordinamento Rems/Dsm e Magistratura Democratica organizzarono a Treppo Carnico nel settembre 2020 un seminario intitolato Il Muro dell’imputabilità. Dopo la chiusura degli Opg, la riforma del regime legale dei folli rei, con lo scopo di discutere una proposta di legge per abolire il meccanismo del proscioglimento per incapacità di intendere e di volere previsto dall’art. 88 del Codice Rocco. Se ne è di nuovo discusso nell’incontro pubblico del 30 gennaio 2021.

Il testo che presentiamo – Norme in materia di imputabilità e misure alternative alla detenzione per i soggetti con disabilità psicosociali –, frutto di una discussione collettiva approfondita, viene offerto per la presentazione in Parlamento. La proposta mira a sciogliere alla radice, in maniera limpida, ispirandosi ai principi della Costituzione, molte ambiguità che alla lunga risulterebbero insostenibili.

Scegliamo la via del giudizio per le persone affette da gravi disabilità psicosociali, non per arrivare a una pena dura o esemplare, ma per riconoscere la loro dignità di soggetti, restituendo la responsabilità – e con ciò la possibilità di comprensione – delle loro azioni; e insieme risparmiando lo stigma che il verdetto di incapacitazione di intendere e di volere e l’internamento recano con sé. Affermiamo convintamente che la responsabilità è terapeutica.

La proposta di legge affonda le radici nelle elaborazioni di trenta anni fa e si è avvalsa delle riflessioni del Comitato Nazionale di Bioetica, del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale: si propone un rafforzamento del ruolo del Dipartimento di salute mentale nel territorio e in carcere e – soprattutto – una possibilità di accesso a misure alternative alla detenzione per i soggetti affetti da patologie psichiatriche.

Siamo convinti che la proposta favorirà un confronto tra giuristi, psichiatri, avvocati, operatori e attivisti delle associazioni a vario titolo impegnate sul terreno della salute mentale. Sarà anche utile nell’immediato per battere le derive ideologiche che si oppongono alla giusta applicazione della legge 81, respingendo nei fatti il principio della misura di sicurezza detentiva in Rems come extrema ratio.

La proposta potrà essere arricchita e perfezionata nella discussione pubblica e nell’esame alla Camera dei Deputati e al Senato. Rimane ferma la battaglia perché le persone colpite da misure di sicurezza provvisorie e definitive, non siano rinchiuse in contenitori indistinti di condizioni umane e patologie diverse, rinverdendo la logica e la prassi degli OPG.

Proposta di legge Allegati

Mi chiedono di pandemia e salute mentale

Mer, 10/02/2021 - 19:34

[Photograph by Valentina Sinis / VII Mentor Program / Redux]

Di Peppe Dell’Acqua

Numerose comunicazioni estemporanee e ricerche strutturate di psicologi, psichiatri e addetti ai lavori continuano a dirci delle conseguenze del lockdown sull’umore, i sentimenti, le relazioni, in definitiva sulla salute mentale di larga parte della popolazione, tanto da poter quasi affermare che il disagio mentale è un aspetto trascurato della pandemia.

Devo confessare che tutte le volte che leggo o ascolto i pareri dei valentissimi esperti provo un senso di disagio e di riluttanza. Trovo spropositata l’attenzione dei media sulle conseguenze del virus nel campo della salute mentale, sui sentimenti, sulle relazioni, sulla normale quotidianità delle persone. Relazioni, conflitti, tristezze e malinconie che accadono da sempre, anche in assenza del virus. Mi sembra, a conferma di quanto ho sempre pensato, che ci sono psichiatrie e psicologie che sono sempre pronte a fornire le loro competenze molto qualificate, per la cura delle persone che stanno bene.

Senza trascurare la perdita di speranza, che talvolta accade, e la pena, che sento presente in me e intorno a me, credo sia opportuno limitare la già invadente medicalizzazione che sottrae ogni cosa al fluire anche ruvido della vita. È questa, a mio parere, una delle caratteristiche di quelle psichiatrie, del Manuale Diagnostico Statistico delle Malattie Mentali – ora forse in odore di una sesta edizione (!) – che sono arrivate a segnalarci più di 300 diagnosi psichiatriche. Come dire che ognuno di noi può con certezza definire nel corso della sua vita una condizione di disagio o disturbo mentale inequivocabile ed evidente.

Ecco, la correlazione salute mentale e pandemia in questi termini non mi ha mai affascinato. Credo, piuttosto, ma se ne parla poco, che le conseguenze molto drammatiche del virus sono quelle che colpiscono e aggravano la già stentata vita dentro e fuori le istituzioni delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale severo, relazioni complicate, miserie relazionali  e delle loro famiglie, degli operatori.

Penso alle porte che si chiudono, ai camici bianchi che ritornano, all’abbandono delle possibilità di incontro singolare e di gruppo, al trattamento farmacologico dominante, all’uso dei luoghi dedicati alla cura delle persone che vivono l’esperienza per ricoverare i malati covid, e ancora ai luoghi chiusi per matti e infetti: isolamento su isolamento. I malati di mente fanno una fatica che ancora oggi non comprendiamo a fondo, per uscire dal recinto secolare; o meglio si direbbe per riuscire a tendere lo sguardo appena fuori  dalle alte mura letterali e simboliche delle istituzioni totali, dello stigma, dei luoghi comuni, e rischiano con il doppio isolamento una sempre più profonda invisibilità.

Eppure, conquiste sono state fatte, e il diritto, la cittadinanza, la singolarità, riconosciuta almeno nelle dichiarazioni dei governi in quasi tutti i paesi. Nel nostro, come nel resto del mondo, le peggiori psichiatrie, ma anche le psichiatrie pulite dell’ambulatorio, dei letti, delle cliniche, non hanno perduto l’occasione per avviare pesanti e dolorose regressioni. Parlo dei Servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura blindati, dei Centri di salute mentale più chiusi e vuoti di quanto già non lo fossero, dell’obbligo imprevisto, ma tanto desiderato da tanti medici e da molti infermieri, di indossare finalmente il camice bianco, per giustificare ancora una volta la distanza da quell’oggetto che con fatica, sempre con fatica, cerca di presentarsi anche in tempo di epidemie con la sua storia, le sue passioni, le sue fragilità, il suo incontenibile desiderio di vita e la sua incancellabile soggettività.

Gennaio 2021

Se legare le persone è un’arte. Recensione in forma di lettera a Paolo Milone

Mer, 10/02/2021 - 18:54

Di Paolo F. Peloso

Ho trascorso la vita a distanza ravvicinata dalla Bestia.

Non l’ho mai guardata negli occhi ma c’era:

il suo fetore, il suo respiro, l’ombra,

il suo rauco cuore, lo spostamento d’aria quando si muoveva: c’era.

Non l’ho mai ferita, né catturata, né domata, meno che

mai ferita e squartata, come si dovrebbe.

Non mi ha mai azzannato, strappato un arto o divorato.

Lei c’era, io c’ero. Ci siamo semplicemente controllati a vista.

Il senso della mia vita.

Paolo Milone, 2021

Caro Paolo, ti confesso che prima di iniziare a leggere il tuo libro L’arte di legare le persone che gentilmente mi hai fatto spedire, mi è stato necessario scavalcare un ostacolo impervio: andare oltre il titolo.

Un titolo puoi immaginare quanto destinato a essere indigesto a me, che ho sempre pensato che la psichiatra sia – da quando Pinel l’ha fondata a quando Basaglia l’ha sottoposta a radicale revisione – proprio l’opposto: sia cioè l’arte (la tecnica?) di non legare le persone. L’arte di utilizzare cioè la persuasione – o al più la suggestione – per bloccare la violenza e il pericolo che in certi momenti possono accompagnare la follia, anziché dover legare il corpo come anticamente facevano i familiari e gli amici (ho trovato riferimenti a questo in una lettera dell’imperatore Marco Aurelio o ne LOrlando furioso o il Don Quijote) e più recentemente – dopo la fondazione dello Stato moderno nel XVII secolo – facevano le polizie.

Che del libro dovessi scrivere una recensione, mi era chiaro dall’inizio; non solo perché immagino che tu me l’abbia mandato anche per questo, ma anche perché qualche collega non genovese, incuriosito dal titolo, mi ha cominciato a chiedere di cosa si trattasse prima ancora che io sapessi dell’uscita. Anzi, ho il vezzo di pensare che a sapere cosa pensi io del libro tu ci tenga in modo particolare proprio per l’impegno che ho messo in questi anni a spingere gli operatori della nostra regione a problematizzare il fatto di legare le persone. Se con il titolo intendevi dare un pugno nello stomaco al lettore e stanarlo, insomma, immagino di esserti sembrato un buon bersaglio.

L’operazione letteraria cui hai posto mano è audace, spregiudicata, temeraria direi; si muove costantemente su un terreno delicatissimo dove è un attimo fare guai ed è costantemente giocata sul filo dell’ambiguità e del paradosso. Fatico ad accompagnartici, perché mi fa paura: so quanto il fronte di coloro che si battono contro la contenzione sia debole, e so quanto un misto di paure e complicati sentimenti di colpa renda gli psichiatri restii a lasciare i rassicuranti ormeggi del potere di legare.

Accetto di farlo, ma prima ho bisogno di chiarire dove sta la letteratura e dove sta la realtà. Forse, sarà perché dentro alla realtà della psichiatria io ci sono ancora a tutto tondo. Nella realtà, credo che legare le persone sia una brutta cosa, anche quando fosse davvero indispensabile; e l’arte – un’arte a volte difficile ma bella – semmai stia nel riuscire a farne a meno.

Se si confondono realtà e letteratura, il rischio è che la definizione che dai nel titolo della psichiatria irrompa, saltandolo a piè pari, nella storia di un dibattito che l’attraversa da quasi due secoli e conosce in questi ultimi anni momenti particolarmente aspri, dei quali ho cercato di sintetizzare qualcosa su questa rubrica. E che strida con la sofferenza di tanti, uomini, donne, persino bambini, che dell’arte di legare le persone degli psichiatri hanno fatto esperienza da persone legate, e in qualche (per fortuna raro) caso, come ci ricorda la cronaca, da legate sono anche morte.

Il caso ha voluto che, tra altri di Einaudi, il tuo libro cadesse, nello scaffale, proprio a fianco di uno di Eugenio Borgna che ho recensito un paio d’anni fa. Il che mi fa pensare che se quella casa editrice è ancora alla ricerca di una risposta alla domanda che poneva un testo che ha pubblicato cinquant’anni fa – la seconda edizione del basagliano Che cos’è la psichiatria? – beh, due risposte più dissonanti al quesito non poteva davvero proporre.

Si tratta, in entrambi i casi, di opere scritte da psichiatri arrivati al termine della carriera – quella nel servizio pubblico – nelle quali si parla di psichiatria; ma sarebbe un errore andare oltre nell’accostamento. Quello di Borgna è, pur nell’eleganza dello stile e nei costanti riferimenti letterari, a tutto tondo un saggio; e la voce narrante corrisponde decisamente a lui, Eugenio Borgna. Il tuo invece non è un saggio, mi pare, anche se affronta attraverso lo strumento della letteratura temi che di solito si affrontano nei saggi; e quanto alla coincidenza tra voce narrante e autore, la questione è complessa.

Quanto a te, l’autore, quando ti ho telefonato per ringraziarti del libro ci hai tenuto a ricordarmi che per la sua comprensione è necessario tenere presenti le circostanze nelle quali hai lavorato. Un Spdc anomalo, mi dicevi e in parte sapevo, nel quale, per ragioni inerenti l’organizzazione di quell’ospedale, il rapporto col corpo del paziente era particolarmente stretto, perché era lì che venivano trattati i delirium tremens, gli stati confusionali o le intossicazioni o altro, che in altri ospedali vengono risolte prima dell’eventuale passaggio in Spdc, in Pronto Soccorso. Per questo, mi dicevi di non sopportare i colleghi del noli me tangere, quelli abituati a lavorare distante dal corpo dell’altro. Altra cosa da tenere presente, mi dicevi, è il fatto che il setting cui fai riferimento corrisponde quasi sempre alla “psichiatria d’urgenza”.

Relativamente al primo punto, prendo atto e riporto. Solo, forse sarebbe meglio che gli psichiatri cercassero di limitarsi a fare il loro; è già abbastanza difficile. Quanto alla psichiatria d’urgenza, per come la vedo io  credo che possa esserle riconosciuta qualche specificità nell’ambito della psichiatria, ma non troppa. Per essa, infatti, credo che debbano valere gli stessi valori e lo stesso stile di lavoro del resto del circuito; e anzi, credo che l’urgenza rappresenti proprio la cartina tornasole alla quale valori e stile possono essere messi alla prova. Nessuno darebbe fiducia a una psichiatria che sia “ascolto gentile” nei setting della presa in carico, della clinica, della riabilitazione o della psicoterapia; e poi si scoprisse “arte di legare” nel momento dell’urgenza. Non credo che il momento dell’urgenza, insomma, sia un pezzo a sé; per me è parte di un tutto.

Che dirti in generale del libro? Non posso farne un commento sul piano letterario; sono uno psichiatra, e quindi credo che ti aspetti che mi confronterò col contenuto. Ho letto su Robinson di Repubblica del 30 gennaio che Nicola Lagioia apprezza del tuo stile il fatto di mettere «il verso libero al servizio della narrazione» dando vita a «un libro unico nel panorama italiano per forma, capacità di scavo, capacità d’indagine, arte del paradosso», e propone un accostamento all’Antologia di Spoon River. Mi fido del suo giudizio. Quanto a me, accenno solo da lettore di narrativa al fatto che l’uso che fai dell’esagerazione, del paradosso, della contraddizione e dell’incazzatura, del gusto dell’anticonvenzionale, mi richiama alla mente il tono delle “confessioni” di due personaggi di Dostoëvskij: il protagonista-narratore delle Memorie del sottosuolo e quello de La mite. Frammenti di coscienza insomma, susseguirsi di libere associazioni la cui poesia e il cui pregio alla lettura mi pare stiano proprio in questo procedere per impressioni, frammenti, contraddizioni, aforismi nei quali improvvisamente ci si imbatte, di due personaggi rancorosi a proposito dei quali, il primo soprattutto, i critici s’interrogano da un secolo e mezzo su quanto le loro parole appartengano solo al personaggio o anche all’autore.

Nello stesso enigma mi sono imbattuto scorrendo il tuo libro, entrandoci in risonanza, litigandoci eventualmente, facendoci anche a cazzotti senza poter sapere fino in fondo quanto quello con cui avevo a che fare eri tu, e quanto un personaggio letterario cui hai prestato i tuoi dubbi, la parte “cattiva” e incazzata di te (l’abbiamo tutti dentro) alla quale ora ti sei sentito libero di dar voce. E al quale hai aggiunto, magari, anche qualcosa in più; soltanto suo.

A questa ambiguità ci si deve rassegnare. Non è un saggio, del resto; è un’opera letteraria. E parrebbe – ma non accetterai mai di dirmi quanto sì e quanto no – che il protagonista-narratore non coincida, almeno non del tutto, con l’autore. Mettiamoci quindi d’accordo: facciamo che la responsabilità dei contenuti del libro sia del dottor M. E poi quanto M. stia per Milone, sei solo tu a saperlo; a me peraltro non occorre.

Non so se stia tra i pregi di un libro quello di irritare il lettore. Forse sì, perché il successo di un libro sta nel destare emozioni, e non deve necessariamente trattarsi di emozioni gradevoli. Comunque, all’impatto con le prime pagine scritte dal dottor M. mi irritava il ritmo frettoloso e frammentario che dava l’impressione del lavoro dello psichiatra come l’urtare della pallina del flipper tra un’avventura straordinaria, un incontro strano, eccezionale, buffo, un TSO e una contenzione. Come se non ci fossero in mezzo a questi anche momenti nei quali con il paziente si ragiona e si lavora in modo costruttivo, non ci fossero progetti (sogni anche, speranze) condivisi con lui. Non ci fosse un telos, uno scopo, un “progetto” che desse un senso complessivo al di là di evitare il pericolo, che avesse a che fare con la possibilità, per l’altro, di una vita più libera e più felice. Provavo fastidio per la mancanza, tra una situazione eccezionale e l’altra, di un interstizio che è fatto nella realtà di gruppi di lavoro, lavoro con il paziente, a volte con le famiglie o le brave persone. Mi irritava la posizione oggettivata nella quale avvertivo il paziente, ridotto alla sua follia, come se la follia non fosse invece una parte di lui che, il più delle volte, ci spaventa insieme e con la quale (contro la quale spesso) ci troviamo, insieme, a negoziare o a combattere. Mi irritava il senso di un eccesso di protagonismo, il grandeggiare dello psichiatra e lo spirito d’avventura come fosse l’eroe solitario di un film western. Mi veniva in mente la statua di Pinel alla Salpétrière: lo psichiatra alto, ritto come un imperatore romano e il paziente piccolino, accasciato ai suoi piedi; nessun altro. Mi dava fastidio, ogni volta che mi c’imbattevo, quel riproporre ossessivamente la giaculatoria semplicistica delle diagnosi, con la pretesa che possano esse bastare a rendere il comportamento dell’altro leggibile, prevedibile, scontato. E come se ogni schizofrenico, non fosse sempre molto più di quello, e non fosse tale sempre in modo originale e unico. Bisognerebbe non confondere mai la Bestia, credo, con coloro che sono costretti a guardare la Bestia da vicino. Non mi ha convinto neppure l’idea che il superamento di una crisi psicotica renda di per sé migliori; dipende. Mi irritava il cinismo quasi ostentato del dottor M. nel quale a tratti m’imbattevo, così distante dalla pietas che avevo amato ne L’ascolto gentile.

Fin qui, quindi, le cose per le quali ho sentito il dottor M. distante. Ho cominciato a conciliarmi col libro dopo una cinquantina di pagine, quando alla comparsa di Lucrezia il ritmo rallenta, compare la relazione, compare la persona; compare prima il dolore della paziente, e poi quello dello psichiatra. Se di questo libro bisogna trovare una co-protagonista, accanto al dottor M., è lei. E se bisogna identificare un tema principale accanto a quello del legare le persone, è il fatto di non essere riusciti a evitare il suicidio del paziente: «qualcuno mi deve aver detto che ti sei incamminata verso la balaustra, e ti sei gettata di sotto». È il momento più brutto del lavoro psichiatrico; un rovello che affiora, scompare e riaffiora nella trama del libro e della vita, con il quale nell’esperienza di tutti noi, credo, è impossibile trovar pace. Una mezz’ora di ritardo…un momento di distrazione o di affaticamento, la sottovalutazione di un segnale… E dopo non è più possibile rimediare.

Procedendo nella lettura, così, ho sentito la consapevolezza del lavoro psichiatrico da parte del dottor M. farsi più vicina a quella che ne ho io, ho apprezzato certi bozzetti di vita nell’ospedale o nei servizi molto veri e ho vissuto con il dottor M. anche momenti di sintonia, come quando scrive: «ma questa è la cosa bella del nostro mestiere: si passa dalla tauromachia a distendere la mano perché una farfalla in volo vi si posi leggera». È vero! Così, anche a me è capitato a volte come a lui di sentirmi stringere il cuore, perché non avrei voluto lasciare Filippo in luoghi istituzionali isolati, lontani, stretti, rigidi, cronicizzanti. Anche a me è capitato a volte di subire il fascino di chi stava al di là della scrivania e pensare: «Chiara, se tu non fossi tu e io non fossi io»… Se l’occasione per la conoscenza tra noi non fosse stata questa… Anche a me è capita di pensare che: «i pazienti mi lavorano ai fianchi, ma chi mi dà il colpo di grazia sono i colleghi».

Mi ero appena riconciliato, insomma, con le parole del dottor M. che però siamo arrivati insieme al punto: perché parlare del legare le persone? Per evitare «che si bonifichi», spiega lui, «il presente mettendo il male nel passato». Ma è proprio dal passato, invece, gli ribatto, che la psichiatria è aspirazione a non legare: dall’antico gesto liberatore di Pinel che John Connolly ha reso concreto mezzo secolo dopo ed Ernesto Belmondo, genovese come noi due Paolo, ha proposto lucidamente nel 1904 agli psichiatri italiani.

O anche perché, insiste il dottor M., «quando un metodo di lavoro ha salvato la pelle a te e ai tuoi pazienti, io ho difficoltà a parlarne male». E io in risposta a chiedergli: ma siamo così sicuri che quel “metodo di lavoro” fosse l’unico cui era possibile ricorrere ogni volta che l’abbiamo fatto? Che organizzando meglio l’assistenza territoriale (quella dove può anche capitare di fare psichiatria aggiustando lo scaldabagno, ed è anch’essa psichiatria!), l’accoglienza in ospedale, la vita nel Reparto 77 e negli altri, non si sarebbe potuta evitare quella situazione? Siamo sicuri di non avere sopravvalutato le intuizioni degli infermieri vecchi che «capiscono all’istante» e degli psichiatri ai quali «bastano due minuti per capire se un paziente è convincibile o no», e davvero non valeva la pena di aspettare ancora e insistere ad «andare avanti a nuotare controcorrente nella follia»? («posso sbagliare», scrive il dottor M.; e io a rispondergli: «sì che sbagli!»). Ci siamo sempre ricordati che se, certo, «è cattivo chi abbandona il paziente», però esiste anche una possibile “cattiveria” nel legarlo, dalla quale dobbiamo, altrettanto, tenerci al riparo?

E come è possibile poi, sbotto alla fine, confondere come fa il dottor M. a un tratto l’arte di legare le persone al letto (proprio una brutta arte) – e qui il dottor M. mi ha fatto davvero incazzare perché è un equivoco al quale gli amici della contenzione si aggrappano spesso, in malafede – con quella di legare le persone a sé, le persone alla realtà, le persone a se stesse?

Chi confonde la realtà della cinghia con le sue bellissime metafore sta imbrogliando le carte!

Non sono gli unici dubbi, del resto, che mi suscitano le considerazioni alle quali, nel suo intenso e contraddittorio flusso di frammenti di coscienza, il dottor M. si abbandona; e mi addolora ancora di più leggere che «violenza e libertà sono tematiche psicologiche, non psichiatriche». Che «il paziente psichiatrico in acuto non concepisce il significato di violenza e libertà» (pericolosissima fantasia). Che «se tu gli dai gentilezza e libertà» – che è proprio ciò con cui Connolly proponeva di sostituire la contenzione – «lo uccidi». O addirittura che «la parola è impotente in psichiatria» (?!). Che «la poesia non frequenta la psichiatria»…

Ma che cos’è questo paziente della psichiatria insomma secondo il dottor M.: un extraterrestre, uno che è ancora considerato “alieno” e non “altro”? Sento tanta disperazione in questa concezione dell’incontro psichiatrico!

Poi il dottor M. mi sorprende, ancora, quando leggo: «si riesce a lavorare in Psichiatria solo se ci si diverte. Io mi sono divertito per anni». Poi però scrive che non si è divertito né all’inizio, né alla fine, né in mezzo; e allora mi viene da pensare che forse il dottor M. si diverte così, a fare impazzire il lettore!

Io non ho mai pensato di dovermi divertire sul lavoro; è un luogo in cui ci si occupa della sofferenza. Semmai, ho sempre pensato che a divertirsi dovessero essere loro, i pazienti, almeno nei luoghi della riabilitazione; noi, per il nostro lavoro riceviamo il salario con il quale possiamo cercare di divertirci nel tempo libero, eventualmente anche coi colleghi, ma fuori.

Caro Paolo, insomma, non so se e quanto sei d’accordo con me, ma giunto al termine del tuo libro io avverto soprattutto nelle parole del dottor M. una sorta di confessione di due peccati che lo tormenta avere compiuto: non avere saputo evitare il suicidio di alcuni dei propri pazienti, e avere legato le persone. Riguardo al primo, al quale dedichi le pagine che ho trovato, entrandoci in risonanza, più vicine alla poesia intesa come arte di sfiorare la verità muta e segreta delle cose, sappiamo tutti e tre – io, te, il dottor M. – che è impossibile rappacificarci; rimangono ferite non rimarginabili con le quali dobbiamo convivere sul lavoro e nella vita. Quanto al secondo peccato, mi pare che il dottor M. non ne sia pentito e che lo rivendichi anzi finendo a tratti per farne quasi l’apologia; ma su questo non è proprio riuscito a convincermi…

Però, spero con questa lettera che ti scrivo di avere incuriosito qualcuno a conoscerlo meglio leggendo il tuo/suo libro, il dottor M.

Dare dignità a ogni persona

Dom, 31/01/2021 - 21:09

Di Debora Donnini

[articolo uscito su vaticannews.va]

Trentasei anni fa moriva a Roma, nell’indifferenza, una donna senza tetto. La ricorda la Comunità di Sant’Egidio riaffermando, sulle orme del Papa, che la cura dei poveri è una via per guarire la città e se stessi e che si oppone alla cultura dello scarto

Aveva 71 anni Modesta Valenti quando si spense la mattina del 31 gennaio del 1983, dopo la notte passata al freddo, alla Stazione Termini. Si era sentita male e alcuni passanti chiamarono un’ambulanza, che però non volle soccorrerla perché troppo sporca. Per 4 lunghe ore, diversi ospedali si rimbalzarono la responsabilità di aiutarla e intervenire. Quando arrivò l’ultimo mezzo era già morta. Viveva per strada e timidamente chiedeva l’elemosina, questa donna triestina dal passato sofferente, con anche un ricovero in un ospedale psichiatrico. Negli ultimi mesi della sua vita aveva fatto conoscenza con la Comunità di Sant’Egidio che, ogni anno, nell’anniversario della sua morte, la ricorda assieme a tutte le persone senza dimora che muoiono per la durezza della vita in strada. Una storia emblematica sulle conseguenze dell’indifferenza, quando non si ascolta il grido di chi in modo più o meno lacerante, chiede aiuto.

L’indifferenza è una ferita della città

Oggi si celebra una Messa nella Basilica di Santa Maria in Trastevere per Modesta Valenti e nel pomeriggio, alla Stazione Termini, al binario 1, si farà una cerimonia presso la scultura che la ricorda. «L’indifferenza è una ferita nella città: una persona come noi che ha bisogno di aiuto e che addirittura l’ambulanza non carica e così muore». Parole che interrogano tutti, quelle che, nell’intervista, pronuncia Mario Marazziti, voce storica della Comunità di Sant’Egidio: «Saranno venti le chiese a Roma in cui celebreremo una memoria speciale assieme alle persone che vivono in strada e a chi le ha conosciute perché questo diventi il modo in cui tutti quelli che “non contano”, come Modesta Valenti, tutti quelli che spariscono ogni anno per il freddo, per la vita troppo dura – dieci a Roma già quest’anno, tanti in Italia – tutti sappiano che il loro nome che verrà pronunciato è ricordato. Sappiano che esistono e che contano agli occhi di Dio, agli occhi della comunità, e quindi sono il segno di una vita che continua e che non finisce: è il mondo che si può costruire».

In quale modo la Comunità di Sant’Egidio porta avanti iniziative a favore dei senza fissa dimora?

Sono ovviamente più di 30 anni che la Comunità di Sant’Egidio ha come parte della propria famiglia anche i poveri. Ci sono posti in cui possono vivere e dormire: 90 e più posti costruiti per persone che tutti dicono non possano stare in casa, invece ci possono stare. Ci sono 72 posti in più realizzati anche nella chiesa di San Callisto, anche nella chiesa alla Lungara e in altri punti della città per persone che così possono avere una speranza per superare l’emergenza freddo. Con la Caritas, con la Chiesa di Roma, ogni anno a settembre proponiamo alle autorità pubbliche di rafforzare il sistema per quella che si chiama emergenza freddo, ma che è in realtà tutti gli anni. Poi costruiamo percorsi personalizzati per uscire dalla povertà assoluta. Ci sono ex barboni che lavorano in cooperativa e in un centro di recupero di beni, in un mercato equo e solidale. Ce ne sono altri che lavorano in imprese di pulizia. Ci sono in ogni parte di Roma persone che noi oggi incontriamo, che erano persone di strada. Quindi, la loro è una storia non irrimediabile. Poi c’è la mensa, una rete di servizi. Sono almeno 250mila i capi di vestiario distribuiti ogni anno. Ma quello che conta di più è aiutare la città a non avere paura dei poveri e a scoprire quanta vita in più c’è quando ognuno si ferma accanto a un altro e costruisce una vita che prima non c’era. Quindi, aiutare la città ad uscire dall’indifferenza, come insegna Papa Francesco col suo esempio, con la sua parola, direi che è forse l’aiuto più grande. Poi a Palazzo Migliori, nel palazzo antico messo disposizione da Francesco, la Comunità di Sant’Egidio procura alla città ancora un altro modo, cioè la bellezza che guarisce. Credo che Sant’Egidio proponga a se stessa e alla città una via per rimanere umani senza avere paura dei poveri.

Il Covid-19 ha aumentato molto i problemi di queste persone?

La pandemia ha aumentato molto il problema delle persone che vivono in strada perché gira meno gente. Quindi il bisogno di chi è in povertà estrema si è ingigantito e molti, anche con qualche lavoro precario, sono caduti in uno stato di bisogno che prima non conoscevano. Per dare un’idea, noi abbiamo 17 punti stabili di raccolta e di distribuzione di cibo e di altri aiuti di prima necessità e nella città sono diventati 21 e più di 10mila persone in più stanno vivendo un po’ meglio grazie a questo. Ma soprattutto bisognerebbe che ciascuno pensasse che se aiuta un altro, cambia il mondo.

Il Papa ha indetto la Giornata Mondiale dei poveri al termine del Giubileo della Misericordia. Spesso si è soffermato sulla questione dei senza tetto. Ha compiuto gesti concreti. Basti pensare, appunto, alla destinazione di Palazzo Migliori come centro diurno e notturno, alla vaccinazione di recente dei 25 senza tetto in Vaticano, a tanti altri fatti e parole come quello dell’Angelus di domenica scorsa in cui ha ricordato Edwin. Nel pensiero e nel cuore di Francesco è dunque profonda l’attenzione per i senza tetto e l’invito alla società a combattere la cultura dello scarto…

La cultura dello scarto è una grande malattia del nostro tempo. Riguarda gli anziani, prime vittime del Covid, più del 40 per cento di tutte le vittime sono persone che stavano e stanno in una RSA, in istituti per anziani. C’è una cultura dello scarto che riguarda i profughi che arrivano, perseguitati. La cultura dello scarto è quella che sta avvelenando la nostra vita contemporanea. Papa Francesco indica personalmente a tutti, anche fuori dai confini della Chiesa, come dare dignità a ogni essere umano, diventi la guarigione per l’intero pianeta. Papa Francesco ci aiuta a ritrovare le radici del Vangelo e le radici del Vangelo possono guarire il mondo.

La psiche e il virus

Dom, 31/01/2021 - 20:58

Di Luigi Benevelli

[articolo uscito su settimananews.it]

Le misure di contenimento della pandemia – principalmente il distanziamento e l’isolamento fisico – stanno producendo frustrazione, solitudine e forti preoccupazioni per il futuro. Si tratta di reazioni frequenti che tuttavia costituiscono seri fattori di rischio per la salute mentale, con esiti di ansia, disturbi affettivi e da stress post-traumatico. Se provati a lungo, certi stati d’animo possono portare al progressivo esaurimento delle capacità di resilienza psichica.

I disturbi psichiatrici possono quindi rappresentare l’effetto disastroso dell’emergenza virale in atto. È necessario ed urgente disporre pertanto di un quadro rappresentativo per poter mettere a punto interventi appropriati, sia per la popolazione generale, sia in specie per i gruppi a maggior rischio sociale[1].

La capacità di operare riscontrata da parte dei servizi sanitari in genere e dei servizi di salute mentale in particolare risulta poco adeguata. Trovo opportuno mettere insieme a fuoco i vari aspetti dell’emergenza.

Le sofferenze dei familiari

Il problema è stato oggetto del Rapporto ISS Covid-19, n. 41/29 maggio 2020. I pazienti Covid-19 vanno incontro a una mortalità elevata. I familiari si trovano ad affrontare situazioni di possibile lutto in condizioni particolarmente angoscianti. Si stima che circa il 10% degli adulti sia a rischio di sviluppare un lutto di tipo “patologico”, ossia un disturbo da cordoglio prolungato, caratterizzato da struggenti sentimenti di perdita, accompagnati da rabbia, sensi di colpa e altri sintomi di intenso dolore che si possono protrarre per più di sei mesi.

Sia per i pazienti affetti da Covid-19 che per i loro familiari, le domande sulla progressione e sull’esito della malattia costituiscono motivo di angoscia. Come noto, ospedali e strutture sanitarie si sono trovate e si trovano a dover limitare o vietare la presenza fisica di amici e parenti in visita. È stato raccomandato di consentire solo brevissime visite ai familiari, qualora non siano loro stessi malati o in quarantena o appartenenti a categorie a rischio.

Ma neppure questo è risultato e risulta sempre possibile. In alcune famiglie si sono ammalate più persone. Altre sono andate incontro a difficoltà economiche. Altre ancora sono risultate impossibilitate a viaggiare per raggiungere i loro cari. Nei casi di decesso in unità di terapia intensiva con difficoltà di comunicazione con i medici curanti e impossibilità di un ultimo saluto, si sono raccolte severe reazioni al lutto. Chi ha perduto un famigliare a causa del Covid-19 è stato facilmente deprivato delle pratiche sociali di accompagnamento che tanta parte hanno nella funzione di ricordo, celebrazione e conforto da parte della comunità.

La pandemia ha determinato impedimenti nello svolgimento dei rituali, come nell’allestimento delle camere ardenti e delle “veglie” funebri. I funerali – spesso rimandati – sono stati celebrati in presenza di un numero limitato di persone o, in taluni casi, sono stati seguiti in videocollegamento da remoto. La facoltà di parenti e di amici di fornire supporto emotivo è stata compromessa dalle loro stesse preoccupazioni di salute, lavoro e ragioni economiche.

In una prospettiva di salute pubblica, questi studi a carattere scientifico conseguono di prendere in più seria considerazione un adeguato sostegno alle famiglie, sia prima che dopo la perdita: prendersi cura degli aspetti psicosociali e di quelli spirituali contribuisce a migliorare gli esiti del processo. Le strutture sanitarie dovrebbero essere attrezzate per questo. Ma purtroppo non lo sono.

I drammi degli operatori sanitari

Anche gli addetti all’assistenza dei pazienti ricoverati negli ospedali e nelle residenze per anziani hanno dovuto e devono affrontare situazioni del tutto inedite. Ne ha parlato la psicologa Nadia Muscialini[2], secondo la quale l’esperienza in corso ha smantellato i meccanismi di difesa degli operatori, specie di quelli impegnati nei reparti di terapia intensiva.

Gli assetti e gli spazi ospedalieri sono divenuti, in breve, molto pericolosi. Le bardature di protezione hanno impedito e impediscono il riconoscimento personale. I vissuti di impotenza ed i timori degli operatori per la salute dei famigliari nelle loro case testimoniano come la distanza dagli altri amplifichi il sentimento di perdita di sé stessi.

Il 6 marzo 2020 la Società italiana degli anestesisti rianimatori (SIAARTI) ha pubblicato il documento Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili, sollevando il grave problema dei professionisti che, a fronte della esiguità dei posti letto, si sono trovati a dover scegliere chi porre in cura intensiva e chi no.

La SIAARTI ha consigliato di motivare, documentare e comunicare ogni decisione di limitazione delle cure all’équipe di appartenenza e, se possibile, al paziente e alla famiglia.

Il documento – senz’altro inquietante per le scelte che ha suggerito di adottare – ha colpito per l’ammissione di insufficienza e di inadeguatezza delle risorse di cura disponibili, per la descrizione della condizione di solitudine in cui versano i sanitari chiamati a dover decidere in tragiche contingenze.

Aggiungo che in un Servizio Sanitario Nazionale di carattere universalistico quale quello italiano – in cui la qualità delle cure non può essere discriminata in base al reddito e men che meno in base alla gravità della diagnosi, delle prognosi e al costo del trattamento – il mero criterio dell’età non può essere accettato. Le problematiche poste da tali Raccomandazioni non possono risolversi in rovelli di “coscienza” esclusivi degli operatori, bensì devono costituire un terribile grido di allarme che scuota il Servizio Sanitario Nazionale ed investa la società civile tutta.

In merito al documento citato è intervenuto il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) con un parere datato 8 aprile 2020: La decisione clinica in condizioni di carenza di risorse e il criterio del Triage in emergenza pandemica. Di seguito riporto i punti principali.

I criteri della allocazione delle risorse sanitarie, in condizioni di scarsità delle stesse, necessitano della massima trasparenza e devono essere resi noti con chiarezza all’opinione pubblica. Nella condizione di emergenza – segnata dall’isolamento dei pazienti – le difficoltà impongono una particolare e vigile attenzione sul criterio personalistico delle scelte.

Il CNB si è rivolto ai medici e agli operatori sanitari e sociali esprimendo gratitudine, sostegno e consapevolezza della loro assoluta esigenza di non essere lasciati soli. In considerazione di ciò il CNB ha segnalato con preoccupazione la proliferazione di contenziosi giudiziari contro i professionisti della salute nel contesto dell’emergenza pandemica e ha proposto che sia presa in considerazione dal legislatore l’idea di limitare i profili di responsabilità professionale.

Dal Comitato è stata pure attentamente contemplata, per le ragioni già esposte, la solitudine dei pazienti, con la raccomandazione di una particolare attenzione per le persone anziane, per le quali si è rimarcato il diritto a ricevere sempre e comunque cure adeguate e – quando ricoverati in strutture dedicate – ad ottenere le migliori misure di protezione. Le sofferenze per morte provocata da insufficienza respiratoria devono essere evitate attraverso l’adozione di protocolli di terapia del dolore.

Pazienti e servizi di salute mentale

Nell’Aprile 2020 è stato istituito presso l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) il gruppo di lavoro Salute mentale ed emergenza Covid-19 che ha licenziato rapporti sullo stato dei servizi e delle risposte ai problemi delle persone con Covid-19 e dei loro famigliari. Il gruppo ha riconosciuto che l’attuale pandemia riveste un carattere unico.

Per godere di qualche riferimento si deve ricorrere agli studi condotti sull’impatto psicologico dell’epidemia da SARS nel 2003 – con “solo” 8.000 casi riportati e 774 decessi in tutto il mondo – che pure hanno mostrato un incremento del 30% dei suicidi nelle persone con età superiore a 65 anni, sia nei pazienti affetti che guariti.

Uno su due di questi pazienti aveva sviluppato disturbi d’ansia. Sono stati osservati disturbi mentali anche negli operatori sanitari addetti agli stessi pazienti con manifestazioni di grave preoccupazione, patologie post-traumatiche da stress, depressione, sintomi somatici e insonnia nel 77.4% dei casi.

Tra le conseguenze osservate nella popolazione sottoposta a misure di distanziamento fisico e di quarantena sono state elencate l’uso di alcool e di sostanze, la violenza domestica, l’abuso sui minori e, appunto, i suicidi e l’autolesionismo. Tra i fattori stressanti in periodi di prolungata quarantena sono descritti in letteratura il panico diffuso dalla insistente informazione e lo stigma conseguente alla contrazione della infezione.

Fattori compresenti di rischio psicosociale sono facilmente rivenibili nelle difficoltà finanziarie, nella disoccupazione, nella perdita di ruolo, nella perdita di una fissa dimora, nella compromissione delle relazioni significative.

Sono ancora disponibili pochi dati statistici sull’impatto sociale delle misure di lockdown determinate dalla attuale epidemia.

Sempre nella primavera 2020, la Conferenza Nazionale per la Salute Mentale ha lanciato un appello al Governo nazionale e alle Regioni per la riattivazione dei servizi di prossimità, delle attività terapeutiche e riabilitative nel rispetto delle misure di prevenzione e protezione per operatori e persone con sofferenza mentale.

Le richieste sono andate nel verso della ridefinizione dei compiti dei servizi territoriali col contributo della cooperazione sociale e con l’adozione di un piano straordinario di assunzioni di personale multidisciplinare anche nei servizi di salute mentale, per il pronto riavvio, in sicurezza, delle attività di riabilitazione.

In risposta a tali sollecitazioni, il Ministero della salute, a fine 2020, ha emanato una Circolare che detta regole che consentono l’accesso di famigliari e visitatori alle residenze per persone con disturbi mentali, con disabilità fisiche, psichiche e sensoriali: le visite devono avvenire, ovviamente, in sicurezza, con la predisposizione di percorsi e spazi per incontri separati dalle aree comuni.

L’insieme dei servizi di salute mentale vive una condizione di grande criticità da tempi ben precedenti la pandemia. Si potrebbe dire che quanto più questi problemi preesistevano, tanto più le misure anti-contagio li hanno aggravati. Al contrario – ove è consolidata una forte caratterizzazione comunitaria e territoriale, con sistemi di domiciliarità e inclusione – le conseguenze risultano più tollerabili. Vediamo come il virus deflagri in situazioni di residenzialità e convivenza costretta.

La metà dei decessi da Covid-19 in Europa è avvenuta in residenze assistenziali. In Italia si stimano in totale oltre 400.000 persone anziane, minori, disabili, con problemi di salute mentale o di dipendenza, ospitate in strutture residenziali “chiuse”. La pandemia ha rivelato come la separazione dalla società non le abbia protette dalla epidemia e salvaguardate da effetti collaterali di patologia mentale altrettanto gravi. Lo stress pandemico esercita una sovrappressione emotiva sulle persone con problemi di salute mentale e sui loro familiari: questo è vero sia per chi è in carico ai servizi territoriali – oltre 800.000 persone – sia per quanti sono collocati in strutture residenziali – circa 30.000.

Nel primo caso, la riduzione generalizzata delle attività volte a realizzare progetti personalizzati di inclusione sociale pesa non poco sulla efficacia dei percorsi: l’uso degli strumenti informatici solo molto parzialmente può vicariare le attività in presenza. Nel secondo caso, si sono pressoché annullate le occasioni di interazione con l’esterno.

Sui muri del manicomio di Trieste, una cinquantina di anni fa, comparve la scritta La libertà è terapeutica: a dire che le persone internate avrebbero potuto migliorare la loro “salute mentale” – ossia stare meglio soggettivamente e funzionare meglio socialmente – alla condizione indispensabile che potessero uscire dal confinamento in cui erano state, per molto tempo, ristrette. Ritengo che quell’appello sia tuttora valido e che si debba ancora fare di tutto per accoglierlo.

[1] Vincenzo Giallonardo e altri, L’impatto della quarantena e del distanziamento fisico in seguito a Covid-19 sulla salute mentale: protocollo di studio di uno studio multicentrico sulla popolazione italiana, Frontiers in psychiatry, 2020, pubblicato on line il 5 giugno 2020. v. anche Sara Lavorini, Covid: lockdown e crisi economica alimentano patologie psichiatriche, Il sole 24 ore sanità, 26 ottobre 2020.

[2] Nadia Mascialini, Il guaritore infetto – la cura ai tempi del coronavirus, ed. La meridiana, Molfetta, 2020.

Sfratto dell’associazione dei familiari e utenti ASARP

Ven, 29/01/2021 - 12:46

Pistoia, 27 gennaio 2021

È con profonda preoccupazione e indignazione che il Forum Salute Mentale ha appreso della decisione del sistema Salute Mentale di Cagliari di mettere fuori dalla sede tradizionale l’associazione ASARP, la cui attività in difesa di familiari e di persone con sofferenza mentale è nota su tutto il territorio nazionale.

Il contributo dell’ASARP per la città di Cagliari e per la Sardegna tutta è riconosciuta e apprezzata in un campo, la salute mentale, che necessita di profondo rilancio sul piano nazionale, regionale e locale. Le tante iniziative nazionali che l’ASARP ha prodotto hanno fatto sì che l’associazione diventasse un punto di riferimento nazionale per tante realtà locali.

La nostra nota è un invito a trovare una soluzione condivisa tra l’ASSL di Cagliari e l’Associazione ASARP, per evitare che vada distrutto il patrimonio di capacità, competenze ed esperienze che in questi anni l’Associazione ha prodotto.

Con cordialità,

Vito D’Anza, portavoce nazionale del Forum Salute Mentale

Ritratto di un militante, François Tosquelles

Gio, 28/01/2021 - 12:52

Di Patrick Faugeras e Michel Minard

[pubblicato in Sud/Nord, 2010/1 (n° 25), pp. 49-56]

La rete, lo sapete, può farti incontrare storie, eventi, documenti, pezzi di passato quando meno te lo aspetti. E poi per chi, maldestro come me, finisce per essere condotto nella rete piuttosto che condurre. E così mi sono imbattuto in questo articolo. Il Tosquelles militante mi ha incuriosito. Un po’ so della sua storia e del suo lavoro. Non leggo il francese ma con curiosità mi sono perso nella lettura. Poi qualcuno più capace mi ha aiutato. Ho letto e riletto la traduzione aggiustando fin dove ho potuto. Ora mi sento di leggerlo insieme agli amici del Forum. Lo spessore politico che sempre sottolinea Tosquelles mi pare utile e attuale. Spero che gli autori, che ringrazio, non leggano questo loro articolo. Dovesse accadere, non posso che chiedere di essere perdonato.

Peppe Dell’Acqua

Ma ci sono altri modi di praticare la psichiatria oltre alla politica?

Il 2 marzo 1974 il generale Franco, nonostante i forti movimenti di protesta internazionale, fece mettere a morte gli anarchici Salvador Puig Antich e Heinz Chez. Furono gli ultimi, in Spagna, a subire la tortura della garrota (un cerchio di ferro fissato ad un palo, che viene stretto mediante una vite attorno al collo del condannato, fino a provocarne la morte per strangolamento): il primo a Barcellona, il secondo a Tarragona.

Molto tempo prima, molti repubblicani in Spagna avevano concluso i loro giorni nella camera a gas del campo di Mauthausen in Austria, a Dachau o Buchenwald, o altrove in altre prigioni. Franco completava così la sua vita e il suo lavoro: assassinando.

François Tosquelles, nato a Reus nella provincia di Tarragona, in Catalogna, psichiatra di formazione, membro del Parti Ouvrier d’Unification Marxiste, POUM, il Partito Operaio di Unificazione Marxista, due volte condannato a morte (prima dai franchisti e poi dagli stalinisti), non smise mai di affermare di essere Catalano. Non era sua intenzione, in alcun modo, affermare o riaffermare una scelta nazionalista, ma voleva ricordare come la sua esistenza fosse segnata non solo da quarant’anni di lotta contro la dittatura, ma anche dalla guerra che lo aveva costretto all’esilio, una guerra civile e fratricida.

Forse, anche nel suo accento, nel suo modo di parlare spesso incomprensibile, che ha mantenuto fino alla fine, ha usato la Catalogna, la precarietà del suo stato, la difesa dell’identità, la repressione di cui era oggetto, il suo desiderio di indipendenza, come metafora dell’esistenza. Potrebbe non essere assurdo leggere i suoi scritti o considerare il suo lavoro di psichiatra partendo da paradigmi come il potere e i suoi abusi o la precarietà dell’identità, o anche la ferocia, la violenza. Dopotutto, si è interessato presto alla follia e la sua tesi di laurea era su Le vécu de la fin du monde dans la folie, L’esperienza della fine del mondo nella follia.

Quello che emerge con certezza è che la guerra civile spagnola lo ha introdotto a qualcosa di diverso dalla dialettica. Freud sviluppò, in quegli anni, la sua concezione della pulsione di morte, che non si deve confondere con la distruttività, e la cui assenza possiamo immaginare dietro ogni desiderio di vivere. Tosquelles sarà interessato, al di là della follia, a sviluppare fedelmente ciò che Freud poteva solo abbozzare, e che la guerra evidenziava: le modalità collettive e istituzionali dello stare insieme.

Dopo aver trovato rifugio in Francia nel 1939, ritornerà in Catalogna vent’anni dopo nel 1958, per partecipare a un congresso internazionale sulla psicoterapia di gruppo, a Barcellona. Franco, sperando nel ritorno in Spagna dei “cervelli” fuggiti dal regime, aveva aperto le frontiere. Durante questo congresso, dove parteciparono molti psichiatri francesi, tra gli altri Jacques Lacan, ma anche il catalano Henry Ey – che sfidò l’autorità franchista pronunciando le sue parole in catalano, la lingua proibita – François Tosquelles parlò a lungo della sardana, emblematica danza catalana, in modo che tutti capissero che questo era un modo indiretto per criticare il regime franchista. E forse non è assurdo pensare che questo modo di parlare dell’essenziale in modo indiretto, aggirando la censura, non sia anche un modo politico di praticare la psichiatria.

Ma ci sono altri modi di praticare la psichiatria oltre alla politica? Anche quando pensi di essere a un milione di miglia distante dal praticarla in quel modo? La storia delle nazioni e dei popoli ci mostra abbondantemente che non è possibile: la pratica della psichiatria è sempre il riflesso esatto delle concezioni politiche, economiche, filosofiche, religiose – ed eventualmente scientifiche – delle società umane, che progrediscono, regrediscono o ristagnano con loro.

Le testimonianze sono infinite, dalla nascita del primo ospedale dei pazzi a Valence, nel 1409, da parte di Joan Gilabert Jofre (opportunamente ricordata da Tosquelles), al programma di sterminio dei malati di mente incurabili nella Germania nazista, passando, ad esempio, dalle fondazioni di luoghi di asilo per pazzi iberici su iniziativa di un religioso portoghese di Montemor o Novo a Saint Jean-de-Dieu, dai manicomi per alienati in Francia all’indomani della Rivoluzione, dalla fondazione degli Ospedali di Stato negli Stati Uniti nella dinamica creata dalla loro Indipendenza e dalla Rivoluzione Americana, uniti al filantropismo caritatevole dei Quaccheri e di pochi altri.

Lo stesso François Tosquelles ha illustrato bene questa affermazione a modo suo, se non altro difendendo fermamente l’idea che non fosse possibile trattare l’alienazione mentale senza trattare allo stesso tempo l’alienazione sociale (inteso più nel senso datogli da Marx – così dice il Partito! – che in quello datogli da Rousseau), e mettendo in pratica questa idea di giorno in giorno.

Se diamo uno sguardo più da vicino, sembra abbastanza ovvio che i precursori della psichiatria moderna, così come i filantropi che si occupavano del destino dei malati di mente, si preoccupassero per primi di trattare l’alienazione sociale prima di poter trattare, almeno modestamente, l’alienazione mentale. In altre parole, gli effetti deleteri della “follia” sulle persone che ne sono state colpite, a causa dello stigma e del rifiuto sociale che li ha raggiunti oltre i sintomi, ma anche a causa dei sintomi, in un terribile circolo vizioso, ha rafforzato la loro emarginazione sociale.

Si pensi a Pinel e Poussin che in modo altamente simbolico rimuovono le catene dei pazzi di Bicêtre e delle pazze de La Salpêtrière; si pensi a Esquirol che predica, davanti all’Assemblea nazionale, i diritti dei pazzi non solo a essere protetti nella loro persona e nella loro proprietà, ma anche curati in luoghi dignitosi di asilo che rispettano le persone; si pensi al quacchero inglese William Tuke che ha creato il primo “ritiro” per risparmiare ai folli le pratiche disumane del manicomio di York; si pensi a Dorothea Dix, attivista statunitense, che attraverso un energico programma di pressione sul Congresso degli Stati Uniti, ha creato la prima generazione di ospedali psichiatrici americani difendendo dinanzi ai tribunali degli Stati Uniti d’America il diritto dei pazzi a non vivere più nudi, picchiati, ammanettati, in vicoli ciechi; si pensi all’ex internato Clifford Beers, fondatore del movimento americano per la salute mentale, che ha passato la vita a sostenere l’umanizzazione di questi stessi Ospedali, che nel giro di decenni sono diventati luoghi di maltrattamenti; si pensi a Franco Basaglia e al movimento di Psichiatria democratica preoccupato innanzitutto di assicurare un posto dignitoso ai malati mentali nella società italiana, in una dinamica fenomenologica di sospensione del giudizio (soprattutto a livello diagnostico), che probabilmente classificherà, a torto, questa prassi tra gli antipsichiatri. In altre parole, precursori e filantropi si sono avvicinati alla follia attraverso il suo aspetto storicamente più contestualizzato: quello del destino che ogni città ha offerto ai propri concittadini colpiti da disturbi mentali.

Coerentemente, la duplice esperienza di guerra e follia, l’intima associazione con quest’ultima e la necessità di trattarla in una situazione di emergenza e di disagio generale, non costringerà Tosquelles solo a scoprire la follia come parte inalienabile della nostra umanità, ma anche da riconsiderarla nella prospettiva di pratiche di cura collettiva.

In effetti, questo pragmatismo è in un certo senso un pragmatismo studiato che si è formato nel corso degli anni. Psichiatra a 23 anni, frequenta a Barcellona alcune figure del mondo surrealista, ma anche importanti intellettuali tedeschi che, in fuga dal nascente nazismo, vi hanno trovato rifugio, portando però nei loro bagagli due cose essenziali, gli ultimi sviluppi del pensiero fenomenologico e degli ultimi progressi nella ricerca freudiana, i cui testi erano stati tradotti man mano che venivano pubblicati.

Potremmo dire, senza andare oltre, che la fenomenologia, con la sospensione di ogni conoscenza e di altre rappresentazioni, invita ad “andare dritto alla cosa”. È il presupposto di un pragmatismo (di buona qualità), che apre anche un’opportunità filosofica al dispiegamento di una pratica psicoanalitica. La considerazione dell’inconscio e delle dinamiche transferali improvvisamente dinamizza una pratica clinica ben radicata sulla divisione divenuta classica operata dalla filosofia kantiana tra oggetto e soggetto. Inoltre, psichiatra nelle file dell’esercito repubblicano, poi nel campo dei rifugiati politici di Septfonds dove aveva organizzato un sistema di cure psichiatriche, conoscerà da vicino esperienze di sofferenza che lo porteranno a considerare il peso del contesto sull’evoluzione delle patologie e sulla loro cura.

Vedrà che in tempo di guerra le persone sono meno pazze, ma non dobbiamo affrettarci a concludere che le patologie sono meno numerose o meno gravi, né che i malati occupati a fare la guerra pensano meno alla loro patologia. Potrebbe essere più facile combattere un nemico esterno che un nemico interno, ma sembra più giusto pensare che la pazzia in tempo di guerra sia meno ovvia perché la struttura del legame sociale cambia di natura. Il reale quando assume la maschera della morte non è privo di effetti sui modi dell’organizzazione sociale.

La seconda osservazione che farà in questa occasione, e che sarà determinante anche per la sua pratica terapeutica e istituzionale, è che la pratica dell’assistenza e la sua qualità non dipendono necessariamente dalla condizione professionale. Ne farà un principio, ricordando in molte occasioni che nell’esercito repubblicano spagnolo le infermiere erano le più efficaci, cioè quelle che erano le più attente, le più capaci di sentire la sofferenza. Gli uomini (i professionali), invece, erano venuti ad assistere le truppe repubblicane perché «conoscevano bene gli uomini» e gli avvocati perché sapevano parlare alla gente.

Questo pragmatismo si mescolerà con il marxismo («l’analisi concreta della situazione concreta»), con la fenomenologia («diritto alle cose»), con la psicoanalisi («c’è solo una relazione transferale») – a tutto ciò si aggiunge anche l’esperienza dei gruppi che la guerra porterà – darà luogo a una pratica, una prassi, una terapia che rifiuterà sempre di diventare una teoria; rifiuto di una concettualizzazione per lasciare, da un lato, una parte alla creatività, alle elaborazioni e altri ritocchi che impone una clinica degna di questo nome, e, dall’altro, per far sì che la parola pazzo e il rapporto speciale che si può avere con questa parola non vengono insabbiati troppo rapidamente.

È per questo motivo che «Tosquelles non scrisse mai un libro di testo sulla psichiatria», poiché la psichiatria, secondo lui, non poteva essere scritta; perché l’unica cosa che conta è il rapporto con il paziente, e volerlo cristallizzare, raccoglierlo in una formula, oltre a oggettivarlo, significa generalizzarlo, e «il singolare è l’essenza della psichiatria».

«Sto dicendo quello che ho visto. Per quanto possa essere doloroso e scioccante. [...] Colgo l’occasione, cari signori, per richiamare brevemente la vostra attenzione sullo stato attuale dei dementi che sono detenuti nei nostri istituti [le prigioni e gli ospizi nell'area di Boston], in gabbie, in piccole stanze, cantine, stalle o anche recinti, incatenati, nudi, battuti con verghe o frustati per meglio ottenere la loro obbedienza» [Howard Zinn, Storia popolare dell’impero americano dal 1492 a oggi, HarperCollins, 2003; traduzione italiana a cura di Erica Mannucci, Il saggiatore, 2005] – Zinn riporta qui le parole di Dorothea Dix, il cui attivismo era alla base della creazione degli ospedali psichiatrici statali americani.

Possiamo considerare che si sta verificando una rottura epistemologica, in un contesto pericoloso in cui gli uomini si lacerano a vicenda, chiamando la psichiatria in una nuova era in cui l’uomo malato psichico non sarà solo riconosciuto come portatore di una dimensione di interesse per tutta l’umanità, ma sarà anche oggetto di cure, anche quando il peggiore dei deliri lo abbraccia.

Dopo Reus e Père Mata, dopo la guerra civile e il servizio sanitario dell’esercito repubblicano spagnolo, dopo la parentesi attiva nel campo profughi di Septfonds vicino a Montauban (qui incontra lo psichiatra Paul Balvet, che cerca uno psichiatra per il suo ospedale), è all’ospedale psichiatrico della Lozère, a Saint-Alban-sur-Limagnole, piccolo villaggio sperduto nel cuore di Margeride – l’ex provincia di Gévaudan – che avrà luogo questa rottura epistemologica.

Se la leggendaria bestia (bestia del Gévaudan è il nome associato a un animale feroce, o più di uno, mai identificato con esattezza, che causò decine di vittime nelle campagne del Gévaudan, fra il 1764 e il 1767 ) non si aggira più quando Tosquelles arriva lì, una bestia molto più terrificante, la Germania nazista, spingerà alcuni intellettuali resistenti e alcuni militanti comunisti a rifugiarsi in questo antico manicomio trasformato in pochi mesi da Tosquelles, non solo in un luogo reale di accoglienza e cura per i Lozériens affetti da disturbi psichiatrici, ma anche in un luogo elevato della Resistenza: il leader del movimento Dada, Tristan Tzara, il dottore filosofo, Georges Canguilhem (allora uno dei leader della Resistenza in Alvernia), il poeta Paul Éluard, il giovane stagista in psichiatria, comunista e surrealista, Lucien Bonnafé.

Si narra che le braccia della bestia di Gévaudan fossero nascoste sotto il letto monumentale della Madre Superiora delle monache, che abitava nel castello medievale degli ex signori di Calvisson, cuore dell’attuale ospedale, e che aveva subito collaborato all’opera di Tosquelles. Si dice anche che dopo l’impennata della bestia hitleriana sul Gévaudan, durante l’occupazione della cosiddetta zona franca alla fine del 1942, i nazisti mostrarono i corpi dei guerriglieri uccisi con le loro mani, erano sicuri che i professionisti di questo luogo fossero legati alla Resistenza.

La lotta di Tosquelles contro le dittature di estrema destra non si era conclusa con la vittoria del sinistro Franco e la schiavitù della nativa Catalogna. Anche a livello professionale doveva continuare la lotta; prima lottare per guadagnarsi da vivere, dovendo sostenere nuovamente esami e concorsi per ottenere una posizione ufficiale, pagata per un po’ dal governo messicano; lotta alle pratiche di asilo dell’epoca: reclusione, maltrattamenti, disprezzo per i pazienti, stigmatizzazione, ma anche, in questi tempi di guerra spietata, gravi carenze nutrizionali che porteranno alla morte di oltre la metà dei pazienti ricoverati; lottare per portare nuove idee, in particolare quelle dello psichiatra tedesco Hermann Simon sul lavoro terapeutico e le cure da dare all’istituzione, e quelle di Jacques Lacan sulla psicosi, e pratiche innovative, comunità gestita da pazienti, associazione culturale, funzione psicoterapeutica degli infermieri, scomparsa delle mura ospedaliere, assistenza domiciliare, creando così un movimento che in seguito sarebbe stato conosciuto come psicoterapia istituzionale, come l’hanno nominata Daumézon e Koechlin.

Saint-Alban sarà presto riconosciuto come il crogiolo di una nuova psichiatria e Tosquelles farà parte di tutti i movimenti per la trasformazione della psichiatria francese. Parteciperà con pochi altri alla metamorfosi dei vecchi manicomi francesi che, per molti di loro, avevano perso questa essenziale funzione di asilo, metamorfosi che si tradurrà nell’istituzione di una nuova politica della psichiatria pubblica, la policy della psichiatria di settore, in linea di principio non ospedaliera e al servizio dei pazienti, orientata alla città, alle cure ambulatoriali e all’integrazione sociale. In questa prospettiva importerà dalla tarda Repubblica di Catalogna la sua filosofia e il suo sistema di organizzazione territoriale della psichiatria in comarche (aree territoriali), se ricordiamo gli esperimenti socialisti che furono effettivamente attuati in Catalogna, le comarche, comunità rurali o urbane che Tosquelles aveva ben conosciuto. L’ospedale di Saint-Alban era certamente per essere collocato in un territorio a forte carattere rurale, per il suo isolamento geografico, la sua condizione economica e l’assenza di formazione di infermieri e suore il luogo di esercizio per eccellenza dove si poteva pensare e costruire una vita comunitaria intra ed extramurale.

E si potrebbe facilmente sostenere l’idea che il modo in cui la psicoterapia istituzionale si è occupata della comunità dei caregiver e dei pazienti all’interno dell’istituto – sostenendo, ad esempio, sia l’autonomia dei corpi, delle funzioni, delle pratiche e delle loro relazioni necessarie – non è senza evocare questa preoccupazione politica, ma anche soggettiva di essere se stessi con l’altro.

Il lavoro istituzionale e clinico che Tosquelles avvia a Saint-Alban, ma anche più in generale nel campo della psichiatria francese, è essenzialmente un lavoro di svuotamento, dove teorie, sistemi, ideologie, poteri, conoscenze e credenze esigono (e producono) certezze. Certezza che è oggi abbastanza ben rappresentata dai tentativi spesso efficaci di sigillare ogni incertezza, ogni area sfocata, ogni zona grigia, in nome della Scienza con la S maiuscola, una scienza che ovviamente non soffre di alcun approccio critico ma che si nutre di qualsiasi approccio apologetico, autoreferenziale. L’essenziale in clinica, tanto se non più che altrove, accade proprio dove la certezza scappa, dove non ci sono mappe sicure, nelle terre di nessuno, allo scoperto, sempre in modo improvviso, insolito, imprevisto. Questo lavoro di ricerca non è un lavoro di ignoranza, evidentemente, al contrario.

Ma, se queste riflessioni non bastano a comprendere la totalità della terapia, di fatto è la condizione della possibilità che diviene evidente. Un’istituzione che non si impegna in questo lavoro di critica e di ricerca è un’istituzione malata che, forse è al passo sul piano amministrativo e “scientifico”, ma soffoca sotto le sue regole e gerarchia ogni crescita della vita. Poiché tutte le istituzioni sono suscettibili di ammalarsi, Tosquelles ha detto «non si può curare qualcuno se l’istituzione stessa è malata».

Sinteticamente, si può dire che la psicoterapia istituzionale lavora allo stesso tempo per disfare gli assetti gerarchici regressivi, le resistenze al cambiamento, le confusioni istituzionali in modo che una funzione veramente sollecita – che non è, paradossalmente, dei curanti – può essere esercitata, in un incontro efficace suscettibile di dar luogo alla possibilità dell’incontro.

Alcuni storici hanno notato che i trattamenti d’urto usati in psichiatria erano stati inventati in paesi il cui regime politico era totalitario o dittatoriale, l’elettroshock in Italia sotto Mussolini, la lobotomia sotto Salazar in Portogallo, per esempio. Eppure è difficile negare che la violenza non ha aspettato che il fascismo arrivasse in tutti i paesi del mondo, per dominare sia come terapia psichiatrica che come modalità di cura quotidiana. Che si accetti o meno questa conclusione degli storici, possiamo dire che la pratica terapeutica di Tosquelles, che sperimenta la violenza, ci invita ancora una volta a cogliere l’essenza del politico, vale a dire semplicemente, pensare di stare insieme.

Il che è tutt’altro che ovvio di questi tempi!

Ritratto di un militante, François Tosquelles

Gio, 28/01/2021 - 12:52

Di Patrick Faugeras e Michel Minard

[pubblicato in Sud/Nord, 2010/1 (n° 25), pp. 49-56]

La rete, lo sapete, può farti incontrare storie, eventi, documenti, pezzi di passato quando meno te lo aspetti. E poi per chi, maldestro come me, finisce per essere condotto nella rete piuttosto che condurre. E così mi sono imbattuto in questo articolo. Il Tosquelles militante mi ha incuriosito. Un po’ so della sua storia e del suo lavoro. Non leggo il francese ma con curiosità mi sono perso nella lettura. Poi qualcuno più capace mi ha aiutato. Ho letto e riletto la traduzione aggiustando fin dove ho potuto. Ora mi sento di leggerlo insieme agli amici del Forum. Lo spessore politico che sempre sottolinea Tosquelles mi pare utile e attuale. Spero che gli autori, che ringrazio, non leggano questo loro articolo. Dovesse accadere, non posso che chiedere di essere perdonato.

Peppe Dell’Acqua

Ma ci sono altri modi di praticare la psichiatria oltre alla politica?

Il 2 marzo 1974 il generale Franco, nonostante i forti movimenti di protesta internazionale, fece mettere a morte gli anarchici Salvador Puig Antich e Heinz Chez. Furono gli ultimi, in Spagna, a subire la tortura della garrota (un cerchio di ferro fissato ad un palo, che viene stretto mediante una vite attorno al collo del condannato, fino a provocarne la morte per strangolamento): il primo a Barcellona, il secondo a Tarragona.

Molto tempo prima, molti repubblicani in Spagna avevano concluso i loro giorni nella camera a gas del campo di Mauthausen in Austria, a Dachau o Buchenwald, o altrove in altre prigioni. Franco completava così la sua vita e il suo lavoro: assassinando.

François Tosquelles, nato a Reus nella provincia di Tarragona, in Catalogna, psichiatra di formazione, membro del Parti Ouvrier d’Unification Marxiste, POUM, il Partito Operaio di Unificazione Marxista, due volte condannato a morte (prima dai franchisti e poi dagli stalinisti), non smise mai di affermare di essere Catalano. Non era sua intenzione, in alcun modo, affermare o riaffermare una scelta nazionalista, ma voleva ricordare come la sua esistenza fosse segnata non solo da quarant’anni di lotta contro la dittatura, ma anche dalla guerra che lo aveva costretto all’esilio, una guerra civile e fratricida.

Forse, anche nel suo accento, nel suo modo di parlare spesso incomprensibile, che ha mantenuto fino alla fine, ha usato la Catalogna, la precarietà del suo stato, la difesa dell’identità, la repressione di cui era oggetto, il suo desiderio di indipendenza, come metafora dell’esistenza. Potrebbe non essere assurdo leggere i suoi scritti o considerare il suo lavoro di psichiatra partendo da paradigmi come il potere e i suoi abusi o la precarietà dell’identità, o anche la ferocia, la violenza. Dopotutto, si è interessato presto alla follia e la sua tesi di laurea era su Le vécu de la fin du monde dans la folie, L’esperienza della fine del mondo nella follia.

Quello che emerge con certezza è che la guerra civile spagnola lo ha introdotto a qualcosa di diverso dalla dialettica. Freud sviluppò, in quegli anni, la sua concezione della pulsione di morte, che non si deve confondere con la distruttività, e la cui assenza possiamo immaginare dietro ogni desiderio di vivere. Tosquelles sarà interessato, al di là della follia, a sviluppare fedelmente ciò che Freud poteva solo abbozzare, e che la guerra evidenziava: le modalità collettive e istituzionali dello stare insieme.

Dopo aver trovato rifugio in Francia nel 1939, ritornerà in Catalogna vent’anni dopo nel 1958, per partecipare a un congresso internazionale sulla psicoterapia di gruppo, a Barcellona. Franco, sperando nel ritorno in Spagna dei “cervelli” fuggiti dal regime, aveva aperto le frontiere. Durante questo congresso, dove parteciparono molti psichiatri francesi, tra gli altri Jacques Lacan, ma anche il catalano Henry Ey – che sfidò l’autorità franchista pronunciando le sue parole in catalano, la lingua proibita – François Tosquelles parlò a lungo della sardana, emblematica danza catalana, in modo che tutti capissero che questo era un modo indiretto per criticare il regime franchista. E forse non è assurdo pensare che questo modo di parlare dell’essenziale in modo indiretto, aggirando la censura, non sia anche un modo politico di praticare la psichiatria.

Ma ci sono altri modi di praticare la psichiatria oltre alla politica? Anche quando pensi di essere a un milione di miglia distante dal praticarla in quel modo? La storia delle nazioni e dei popoli ci mostra abbondantemente che non è possibile: la pratica della psichiatria è sempre il riflesso esatto delle concezioni politiche, economiche, filosofiche, religiose – ed eventualmente scientifiche – delle società umane, che progrediscono, regrediscono o ristagnano con loro.

Le testimonianze sono infinite, dalla nascita del primo ospedale dei pazzi a Valence, nel 1409, da parte di Joan Gilabert Jofre (opportunamente ricordata da Tosquelles), al programma di sterminio dei malati di mente incurabili nella Germania nazista, passando, ad esempio, dalle fondazioni di luoghi di asilo per pazzi iberici su iniziativa di un religioso portoghese di Montemor o Novo a Saint Jean-de-Dieu, dai manicomi per alienati in Francia all’indomani della Rivoluzione, dalla fondazione degli Ospedali di Stato negli Stati Uniti nella dinamica creata dalla loro Indipendenza e dalla Rivoluzione Americana, uniti al filantropismo caritatevole dei Quaccheri e di pochi altri.

Lo stesso François Tosquelles ha illustrato bene questa affermazione a modo suo, se non altro difendendo fermamente l’idea che non fosse possibile trattare l’alienazione mentale senza trattare allo stesso tempo l’alienazione sociale (inteso più nel senso datogli da Marx – così dice il Partito! – che in quello datogli da Rousseau), e mettendo in pratica questa idea di giorno in giorno.

Se diamo uno sguardo più da vicino, sembra abbastanza ovvio che i precursori della psichiatria moderna, così come i filantropi che si occupavano del destino dei malati di mente, si preoccupassero per primi di trattare l’alienazione sociale prima di poter trattare, almeno modestamente, l’alienazione mentale. In altre parole, gli effetti deleteri della “follia” sulle persone che ne sono state colpite, a causa dello stigma e del rifiuto sociale che li ha raggiunti oltre i sintomi, ma anche a causa dei sintomi, in un terribile circolo vizioso, ha rafforzato la loro emarginazione sociale.

Si pensi a Pinel e Poussin che in modo altamente simbolico rimuovono le catene dei pazzi di Bicêtre e delle pazze de La Salpêtrière; si pensi a Esquirol che predica, davanti all’Assemblea nazionale, i diritti dei pazzi non solo a essere protetti nella loro persona e nella loro proprietà, ma anche curati in luoghi dignitosi di asilo che rispettano le persone; si pensi al quacchero inglese William Tuke che ha creato il primo “ritiro” per risparmiare ai folli le pratiche disumane del manicomio di York; si pensi a Dorothea Dix, attivista statunitense, che attraverso un energico programma di pressione sul Congresso degli Stati Uniti, ha creato la prima generazione di ospedali psichiatrici americani difendendo dinanzi ai tribunali degli Stati Uniti d’America il diritto dei pazzi a non vivere più nudi, picchiati, ammanettati, in vicoli ciechi; si pensi all’ex internato Clifford Beers, fondatore del movimento americano per la salute mentale, che ha passato la vita a sostenere l’umanizzazione di questi stessi Ospedali, che nel giro di decenni sono diventati luoghi di maltrattamenti; si pensi a Franco Basaglia e al movimento di Psichiatria democratica preoccupato innanzitutto di assicurare un posto dignitoso ai malati mentali nella società italiana, in una dinamica fenomenologica di sospensione del giudizio (soprattutto a livello diagnostico), che probabilmente classificherà, a torto, questa prassi tra gli antipsichiatri. In altre parole, precursori e filantropi si sono avvicinati alla follia attraverso il suo aspetto storicamente più contestualizzato: quello del destino che ogni città ha offerto ai propri concittadini colpiti da disturbi mentali.

Coerentemente, la duplice esperienza di guerra e follia, l’intima associazione con quest’ultima e la necessità di trattarla in una situazione di emergenza e di disagio generale, non costringerà Tosquelles solo a scoprire la follia come parte inalienabile della nostra umanità, ma anche da riconsiderarla nella prospettiva di pratiche di cura collettiva.

In effetti, questo pragmatismo è in un certo senso un pragmatismo studiato che si è formato nel corso degli anni. Psichiatra a 23 anni, frequenta a Barcellona alcune figure del mondo surrealista, ma anche importanti intellettuali tedeschi che, in fuga dal nascente nazismo, vi hanno trovato rifugio, portando però nei loro bagagli due cose essenziali, gli ultimi sviluppi del pensiero fenomenologico e degli ultimi progressi nella ricerca freudiana, i cui testi erano stati tradotti man mano che venivano pubblicati.

Potremmo dire, senza andare oltre, che la fenomenologia, con la sospensione di ogni conoscenza e di altre rappresentazioni, invita ad “andare dritto alla cosa”. È il presupposto di un pragmatismo (di buona qualità), che apre anche un’opportunità filosofica al dispiegamento di una pratica psicoanalitica. La considerazione dell’inconscio e delle dinamiche transferali improvvisamente dinamizza una pratica clinica ben radicata sulla divisione divenuta classica operata dalla filosofia kantiana tra oggetto e soggetto. Inoltre, psichiatra nelle file dell’esercito repubblicano, poi nel campo dei rifugiati politici di Septfonds dove aveva organizzato un sistema di cure psichiatriche, conoscerà da vicino esperienze di sofferenza che lo porteranno a considerare il peso del contesto sull’evoluzione delle patologie e sulla loro cura.

Vedrà che in tempo di guerra le persone sono meno pazze, ma non dobbiamo affrettarci a concludere che le patologie sono meno numerose o meno gravi, né che i malati occupati a fare la guerra pensano meno alla loro patologia. Potrebbe essere più facile combattere un nemico esterno che un nemico interno, ma sembra più giusto pensare che la pazzia in tempo di guerra sia meno ovvia perché la struttura del legame sociale cambia di natura. Il reale quando assume la maschera della morte non è privo di effetti sui modi dell’organizzazione sociale.

La seconda osservazione che farà in questa occasione, e che sarà determinante anche per la sua pratica terapeutica e istituzionale, è che la pratica dell’assistenza e la sua qualità non dipendono necessariamente dalla condizione professionale. Ne farà un principio, ricordando in molte occasioni che nell’esercito repubblicano spagnolo le infermiere erano le più efficaci, cioè quelle che erano le più attente, le più capaci di sentire la sofferenza. Gli uomini (i professionali), invece, erano venuti ad assistere le truppe repubblicane perché «conoscevano bene gli uomini» e gli avvocati perché sapevano parlare alla gente.

Questo pragmatismo si mescolerà con il marxismo («l’analisi concreta della situazione concreta»), con la fenomenologia («diritto alle cose»), con la psicoanalisi («c’è solo una relazione transferale») – a tutto ciò si aggiunge anche l’esperienza dei gruppi che la guerra porterà – darà luogo a una pratica, una prassi, una terapia che rifiuterà sempre di diventare una teoria; rifiuto di una concettualizzazione per lasciare, da un lato, una parte alla creatività, alle elaborazioni e altri ritocchi che impone una clinica degna di questo nome, e, dall’altro, per far sì che la parola pazzo e il rapporto speciale che si può avere con questa parola non vengono insabbiati troppo rapidamente.

È per questo motivo che «Tosquelles non scrisse mai un libro di testo sulla psichiatria», poiché la psichiatria, secondo lui, non poteva essere scritta; perché l’unica cosa che conta è il rapporto con il paziente, e volerlo cristallizzare, raccoglierlo in una formula, oltre a oggettivarlo, significa generalizzarlo, e «il singolare è l’essenza della psichiatria».

«Sto dicendo quello che ho visto. Per quanto possa essere doloroso e scioccante. [...] Colgo l’occasione, cari signori, per richiamare brevemente la vostra attenzione sullo stato attuale dei dementi che sono detenuti nei nostri istituti [le prigioni e gli ospizi nell'area di Boston], in gabbie, in piccole stanze, cantine, stalle o anche recinti, incatenati, nudi, battuti con verghe o frustati per meglio ottenere la loro obbedienza» [Howard Zinn, Storia popolare dell’impero americano dal 1492 a oggi, HarperCollins, 2003; traduzione italiana a cura di Erica Mannucci, Il saggiatore, 2005] – Zinn riporta qui le parole di Dorothea Dix, il cui attivismo era alla base della creazione degli ospedali psichiatrici statali americani.

Possiamo considerare che si sta verificando una rottura epistemologica, in un contesto pericoloso in cui gli uomini si lacerano a vicenda, chiamando la psichiatria in una nuova era in cui l’uomo malato psichico non sarà solo riconosciuto come portatore di una dimensione di interesse per tutta l’umanità, ma sarà anche oggetto di cure, anche quando il peggiore dei deliri lo abbraccia.

Dopo Reus e Père Mata, dopo la guerra civile e il servizio sanitario dell’esercito repubblicano spagnolo, dopo la parentesi attiva nel campo profughi di Septfonds vicino a Montauban (qui incontra lo psichiatra Paul Balvet, che cerca uno psichiatra per il suo ospedale), è all’ospedale psichiatrico della Lozère, a Saint-Alban-sur-Limagnole, piccolo villaggio sperduto nel cuore di Margeride – l’ex provincia di Gévaudan – che avrà luogo questa rottura epistemologica.

Se la leggendaria bestia (bestia del Gévaudan è il nome associato a un animale feroce, o più di uno, mai identificato con esattezza, che causò decine di vittime nelle campagne del Gévaudan, fra il 1764 e il 1767 ) non si aggira più quando Tosquelles arriva lì, una bestia molto più terrificante, la Germania nazista, spingerà alcuni intellettuali resistenti e alcuni militanti comunisti a rifugiarsi in questo antico manicomio trasformato in pochi mesi da Tosquelles, non solo in un luogo reale di accoglienza e cura per i Lozériens affetti da disturbi psichiatrici, ma anche in un luogo elevato della Resistenza: il leader del movimento Dada, Tristan Tzara, il dottore filosofo, Georges Canguilhem (allora uno dei leader della Resistenza in Alvernia), il poeta Paul Éluard, il giovane stagista in psichiatria, comunista e surrealista, Lucien Bonnafé.

Si narra che le braccia della bestia di Gévaudan fossero nascoste sotto il letto monumentale della Madre Superiora delle monache, che abitava nel castello medievale degli ex signori di Calvisson, cuore dell’attuale ospedale, e che aveva subito collaborato all’opera di Tosquelles. Si dice anche che dopo l’impennata della bestia hitleriana sul Gévaudan, durante l’occupazione della cosiddetta zona franca alla fine del 1942, i nazisti mostrarono i corpi dei guerriglieri uccisi con le loro mani, erano sicuri che i professionisti di questo luogo fossero legati alla Resistenza.

La lotta di Tosquelles contro le dittature di estrema destra non si era conclusa con la vittoria del sinistro Franco e la schiavitù della nativa Catalogna. Anche a livello professionale doveva continuare la lotta; prima lottare per guadagnarsi da vivere, dovendo sostenere nuovamente esami e concorsi per ottenere una posizione ufficiale, pagata per un po’ dal governo messicano; lotta alle pratiche di asilo dell’epoca: reclusione, maltrattamenti, disprezzo per i pazienti, stigmatizzazione, ma anche, in questi tempi di guerra spietata, gravi carenze nutrizionali che porteranno alla morte di oltre la metà dei pazienti ricoverati; lottare per portare nuove idee, in particolare quelle dello psichiatra tedesco Hermann Simon sul lavoro terapeutico e le cure da dare all’istituzione, e quelle di Jacques Lacan sulla psicosi, e pratiche innovative, comunità gestita da pazienti, associazione culturale, funzione psicoterapeutica degli infermieri, scomparsa delle mura ospedaliere, assistenza domiciliare, creando così un movimento che in seguito sarebbe stato conosciuto come psicoterapia istituzionale, come l’hanno nominata Daumézon e Koechlin.

Saint-Alban sarà presto riconosciuto come il crogiolo di una nuova psichiatria e Tosquelles farà parte di tutti i movimenti per la trasformazione della psichiatria francese. Parteciperà con pochi altri alla metamorfosi dei vecchi manicomi francesi che, per molti di loro, avevano perso questa essenziale funzione di asilo, metamorfosi che si tradurrà nell’istituzione di una nuova politica della psichiatria pubblica, la policy della psichiatria di settore, in linea di principio non ospedaliera e al servizio dei pazienti, orientata alla città, alle cure ambulatoriali e all’integrazione sociale. In questa prospettiva importerà dalla tarda Repubblica di Catalogna la sua filosofia e il suo sistema di organizzazione territoriale della psichiatria in comarche (aree territoriali), se ricordiamo gli esperimenti socialisti che furono effettivamente attuati in Catalogna, le comarche, comunità rurali o urbane che Tosquelles aveva ben conosciuto. L’ospedale di Saint-Alban era certamente per essere collocato in un territorio a forte carattere rurale, per il suo isolamento geografico, la sua condizione economica e l’assenza di formazione di infermieri e suore il luogo di esercizio per eccellenza dove si poteva pensare e costruire una vita comunitaria intra ed extramurale.

E si potrebbe facilmente sostenere l’idea che il modo in cui la psicoterapia istituzionale si è occupata della comunità dei caregiver e dei pazienti all’interno dell’istituto – sostenendo, ad esempio, sia l’autonomia dei corpi, delle funzioni, delle pratiche e delle loro relazioni necessarie – non è senza evocare questa preoccupazione politica, ma anche soggettiva di essere se stessi con l’altro.

Il lavoro istituzionale e clinico che Tosquelles avvia a Saint-Alban, ma anche più in generale nel campo della psichiatria francese, è essenzialmente un lavoro di svuotamento, dove teorie, sistemi, ideologie, poteri, conoscenze e credenze esigono (e producono) certezze. Certezza che è oggi abbastanza ben rappresentata dai tentativi spesso efficaci di sigillare ogni incertezza, ogni area sfocata, ogni zona grigia, in nome della Scienza con la S maiuscola, una scienza che ovviamente non soffre di alcun approccio critico ma che si nutre di qualsiasi approccio apologetico, autoreferenziale. L’essenziale in clinica, tanto se non più che altrove, accade proprio dove la certezza scappa, dove non ci sono mappe sicure, nelle terre di nessuno, allo scoperto, sempre in modo improvviso, insolito, imprevisto. Questo lavoro di ricerca non è un lavoro di ignoranza, evidentemente, al contrario.

Ma, se queste riflessioni non bastano a comprendere la totalità della terapia, di fatto è la condizione della possibilità che diviene evidente. Un’istituzione che non si impegna in questo lavoro di critica e di ricerca è un’istituzione malata che, forse è al passo sul piano amministrativo e “scientifico”, ma soffoca sotto le sue regole e gerarchia ogni crescita della vita. Poiché tutte le istituzioni sono suscettibili di ammalarsi, Tosquelles ha detto «non si può curare qualcuno se l’istituzione stessa è malata».

Sinteticamente, si può dire che la psicoterapia istituzionale lavora allo stesso tempo per disfare gli assetti gerarchici regressivi, le resistenze al cambiamento, le confusioni istituzionali in modo che una funzione veramente sollecita – che non è, paradossalmente, dei curanti – può essere esercitata, in un incontro efficace suscettibile di dar luogo alla possibilità dell’incontro.

Alcuni storici hanno notato che i trattamenti d’urto usati in psichiatria erano stati inventati in paesi il cui regime politico era totalitario o dittatoriale, l’elettroshock in Italia sotto Mussolini, la lobotomia sotto Salazar in Portogallo, per esempio. Eppure è difficile negare che la violenza non ha aspettato che il fascismo arrivasse in tutti i paesi del mondo, per dominare sia come terapia psichiatrica che come modalità di cura quotidiana. Che si accetti o meno questa conclusione degli storici, possiamo dire che la pratica terapeutica di Tosquelles, che sperimenta la violenza, ci invita ancora una volta a cogliere l’essenza del politico, vale a dire semplicemente, pensare di stare insieme.

Il che è tutt’altro che ovvio di questi tempi!

Chi ha ucciso Elena? Il pompiere di turno

Mar, 19/01/2021 - 00:33

Il 14 agosto 2019 apprendendo dell’orrenda fine di Elena scrivemmo tra l’altro:

E le amministrazioni regionali che continuano a redigere linee guida per la corretta contenzione (che, badate bene, è illegale) e a riordinare il territorio riducendo personale, ore di apertura e chiudendo servizi?

E le psichiatrie?

E la Società Italiana di Psichiatria?

Le indagini e il processo, sappiamo già, ricondurranno questa orrenda morte a mancanze del sistema di sicurezza, all’assenza di telecamere di vigilanza nella stanza della contenzione (!), a mancanza di personale, alla negligenza degli infermieri, alla disattenzione di un medico, a carenza di formazione adeguata e specifica per divenire esperti in questa pratica di morte (!).

Tanto per dire che ancora si processeranno persone e procedure.

Le psichiatrie della pericolosità, della contenzione, dell’annientamento, dei protocolli, dei manuali diagnostici, delle distanze quando saranno processate? E da quali tribunali?

A quando la terza rivoluzione?

A quando?

Elena è morta una seconda volta

Dom, 17/01/2021 - 15:07

Di Giovanna Del Giudice, portavoce Campagna nazionale …e tu slegalo subito

È passato un anno e mezzo dalla morte di Elena Casetto. Il 13 agosto 2019, nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, Elena, 19 anni, che scriveva poesie, che sognava di studiare a Londra, che chiedeva aiuto per il suo dolore, è morta carbonizzata in un letto, sola, legata mani e piedi, in una stanza chiusa a chiave.

Nei giorni scorsi, si sono concluse le indagini preliminari, istruite dal Sostituto Procuratore della Repubblica del Tribunale di Bergamo dott.ssa Letizia Ruggeri, con il rinvio a giudizio di due addetti della squadra antincendio dell’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXII, dipendenti da una impresa appaltatrice del pronto intervento antincendio.

Agli atti si legge che i due uomini vengono indagati del reato di cui all’art.113, 449 c.p., perché «cagionavano per colpa l’incendio della stanza di degenza n.4 T7 017, nonché degli arredi e degli impianti in esso presenti. […] Con la conseguenza che il giorno 13 agosto 2029 presso il reparto di Psichiatria menzionato, dopo che il personale aveva provveduto a mettere in essere le procedure di contenzione nei confronti della paziente Casetto Elena, costei dava fuoco al letto e a se stessa con un accendino, facendo attivare l’impianto rilevazione fumi e l’allarme e antincendio.» E altresì gli stessi sono indagati per il reato di cui all’art.113, 589 c.p., in quanto «cagionavano per colpa la morte di Casetto Elena. […] A causa dell’inadeguato (imperito e negligente) intervento degli Addetti Anticendio, l’incendio si propagava oltre al letto sul quale era contenuta Casetto Elena, a tutta la stanza, agli arredi, ai serramenti e al soffitto cagionando il decesso della predetta paziente in seguito all’arresto cardio respiratorio dovuto all’inflazione dei fumi e vapori bollenti e allo shock termico.»

Sconcertante come le indagini preliminari si siano concluse portando a giudizio l’ultimo anello, il più debole, di una catena di responsabilità che hanno portato alla morte di Elena. In qualche modo legittimando tutti i passaggi precedenti.

Quello che sappiamo su questo tragico evento è poco, appreso dalle notizie di stampa, dalle dichiarazioni dell’Azienda ospedaliera di Bergamo e dal rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Ma pure apre squarci impressionanti. Sappiamo che «La paziente deceduta era stata bloccata pochi istanti prima dell’incendio, a causa di un forte stato di agitazione, dall’équipe del reparto.» Nello specifico: la “paziente” era stata legata mani e piedi, fissata al letto con una fascia toracica e sedata, dopo che era stata trovata che tentava il suicidio stringendosi un lenzuolo attorno al collo.

Sembra non possibile, e certamente appare inaccettabile, che operatori della salute mentale possano rispondere alla sofferenza, ad una richiesta di aiuto quale è un tentativo di autosoppressione, con un gesto di negazione e di violenza che toglie all’altro dignità, soggettività e diritto, e che ha portato ad una morte atroce. Invece di accogliere, supportare e farsi carico di quel dolore, dare attenzione, vicinanza, ascolto. La contenzione meccanica, cioè il legare, fissare, bloccare una persona in cura per impedirle il movimento volontario, viola l’art.13 della Costituzione e l’art.15 della Convenzione dei Diritti delle persone con disabilità. Eppure è pratica ancora diffusa nella maggior parte dei sevizi psichiatrici ospedalieri italiani.

Nella sentenza il giudice di Bergamo non sembra volgere uno sguardo su quanto occorso ad Elena prima dell’incendio. Non pare interrogarsi sulla legittimità della contenzione meccanica, neppure dopo la sentenza n. 50497 del 2018, della V Sezione penale della Corte di Cassazione, che conclude il processo sulla morte di Francesco Mastrogiovanni. La Corte afferma che la contenzione meccanica non rientra in nessuna delle categorie che definiscono l’atto medico, «trattandosi di un presidio restrittivo della libertà personale che non ha né una finalità curativa né produce materialmente l’effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente» e che al contrario «può concretamente provocare, se non utilizzata con le dovute cautele, lesioni anche gravi all’organismo», fino alla morte.

Non pare interrogarsi sulle modalità con cui la contenzione è stata attuata dal momento che pure ad Elena è stato possibile prendere un accendino e di darsi fuoco. Né sul fatto che legata è stata lasciata sola e che la stanza è stata chiusa a chiave.

Non tiene conto del rapporto del Garante nazione dei diritti delle persone private della libertà che nella lettera del 13 settembre 2019 al Direttore Generale dell’ATS di Bergamo dichiara: «Indipendentemente da valutazioni circa la decisione medica di attuare la contenzione della paziente, che non attengono a questa Autorità garante, resta indiscutibile che [omissis] era al momento privata della sua libertà personale e che è deceduta in tale condizione e, presumibilmente, in conseguenza di tale condizione.» Il Garante nazionale inoltre «rileva, con particolare disappunto, che non è stata osservata la specifica raccomandazione rivolta al personale sanitario relativa al controllo dell’eventuale possesso di accendini o fiammiferi da parte del paziente, prevista nel paragrafo 8 del Protocollo.» Come sottolinea «l’inosservanza della disposizione contenuta nel citato Protocollo in merito alla registrazione dell’applicazione dell’atto contenitivo nei confronti della ragazza nei registri cartacei e informatici che deve essere tempestiva, anche al fine di non far sorgere problemi relativi all’articolo 13 della Costituzione, nonché all’articolo 5 comma 1 lettera e) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.» Il Garante inoltre «ricorda che tutti gli operatori hanno l’obbligo giuridico di protezione del paziente e pertanto devono contribuire alla verifica delle condizioni di pericolo per l’applicazione della contenzione sia al momento dell’adozione, sia successivamente.»

Pur non condividendo la logica di delega tout court al giudiziario di quanto come tecnici ci riguarda, ma continuando nell’impegno teorico e pratico per una organizzazione e cultura dei servizi che metta al centro i diritti, non possiamo non indignarci per le conclusioni dell’indagine preliminare e chiedere “verità e giustizia” insieme alla madre di Elena e alle associazioni di familiari della salute mentale che tante in Bergamo si sono mobilitate per la sua morte, in modo che tali crimini di pace non si ripetano più.

Il 5 novembre 2020 la Sottosegretaria alla Salute on. Sandra Zampa ha presentato al Tavolo Tecnico sulla Salute Mentale del Ministero il documento “Raccomandazioni per il superamento delle contenzione meccanica nei Dipartimenti di Salute Mentale” con l’obbiettivo del raggiungimento di “contenzione zero” nel prossimo triennio nei servizi della salute mentale, come primo atto per il superamento della contenzione nelle strutture socio sanitarie che accolgono i vecchi e le persone con disabilità. Le Raccomandazioni costituiscono una cornice di carattere generale, uno strumento di indirizzo per il superamento della contenzione da parte delle Regioni e si articolano in azioni che interessano il livello istituzionale, delle persone, dei servizi e della cittadinanza. Guardano quindi al sistema complessivo dei servizi della salute mentale e al paradigma che lo sostiene, ma anche alle culture e ai poteri dei fruitori dei servizi e della comunità.

Riteniamo questo atto estremamente importante e ci auguriamo un sollecito iter istituzionale. Perché non succeda più di morire legati. Perché si curi nel rispetto della dignità e dei diritti, della persona in cura e degli operatori.

Con Emilia abbiamo condiviso l’insensatezza dell’Opg

Dom, 17/01/2021 - 14:48

La morte di Emilia De Biasi ci addolora profondamente.

La ricordiamo, quale Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, impegnata per la difesa e il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale pubblico e universale e in particolare per il determinante sostegno alla difficile, vittoriosa battaglia per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

Diagnosi e destino. Medicina di comunità e diseguaglianze

Dom, 17/01/2021 - 13:33

Di Giorgio Simon, pediatra, già direttore generale ASL Pordenone

Perché curare le persone e riportarle alle condizioni che le hanno fatte ammalare?

In questa frase di Michael Marmot, il maggiore studioso al mondo sul tema di salute ed equità, è riassunto il cuore del concetto che noi chiamiamo di volta in volta “integrazione socio-sanitaria”, “integrazione di servizi”, “continuità delle cure”, “budget di salute” e molto altro. Nello stessa pubblicazione Marmot, citando quanto si era sentito consigliare dal suo maestro di Berkeley Leonard Syme, dice: «Solo perché hai una laurea in Medicina non significa che puoi capire cosa è la salute. Se vuoi comprendere perché la salute è distribuita come lo è realmente, devi capire la società».

È impensabile curare, riabilitare e più semplicemente stare vicino a persone ammalate o con bisogni di cura se non si conoscono e si affrontano le loro storie, le loro relazioni e i luoghi sociali e fisici in cui vivono. Le organizzazioni sanitarie, riabilitative, assistenziali, sociali dovrebbero essere organizzate per saper fare questo. Anche dopo un episodio molto “bio-medico” come una frattura di femore in una persona anziana è indispensabile per la riabilitazione conoscere e valutare dove vive, con chi vive, come è fatta la sua casa, quali relazioni ha, che comunità ha attorno.

La domanda quindi è: stiamo lavorando in maniera integrata e la nostra organizzazione è costruita di conseguenza? In parte sì e in parte no. Nella mia lunga esperienza lavorativa ci sono alcuni ostacoli che ancora impediscono il pieno compimento del progetto. Questi ostacoli hanno un nome: diagnosi e destino.

La diagnosi

La diagnosi, ovvero “riconoscere attraverso”, è una forma di giudizio che consegue alla raccolta ragionata di informazioni. È uno strumento che serve a programmare la cura, a prevedere il futuro della malattia o del disturbo, a classificare, misurare, certificare, erogare contributi e anche a decidere chi (che servizio) paga. La diagnosi è sicuramente uno strumento utile ma anche molto pericoloso. Diventa pericoloso quando diventa solo un giudizio. Susan Sontag scriveva che «non c’è niente di più primitivo che attribuire a una malattia un significato, poiché tale significato è inevitabilmente moralistico» e Franco Basaglia diceva che «per poter veramente affrontale la malattia dovremmo poterla incontrare fuori dalla istituzioni la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono». Molte, troppe volte nella discussione tra servizi ho sentito chiedere con insistenza: «Ma qual è la diagnosi?».

È evidente che questa richiesta cerca la rassicurazione della classificazione, del congelamento, della casella in cui includere le persone. È il momento in cui si dice «questo caso è tuo e paghi tu», oppure «è da comunità, da centro diurno, da 24 ore». Una delle aberrazioni peggiori è quando si classifica una persona con “doppia diagnosi”, come se le persone fossero due e non una sola con un problema complesso. I veri schizofrenici siamo noi perché trasformiamo la nostra separazione di servizi (come salute mentale e dipendenze) in un problema della persona e certifichiamo che la persona è “doppia”.

Come insegna la lunga storia della salute mentale, il pericolo della diagnosi è che si trasformi in stigma, in pregiudizio, in semplificazione.

A molte diagnosi si associa sempre più spesso il concetto di “cronicità” o di malattia cronica. Termine infelice che spesso si associa alla resa, a qualcosa su cui si può fare poco, a un’etichetta indelebile per la persona. «Non bisogna mai arrendersi alla cura» dice Franco Rotelli, e non è un caso che l’Organizzazione Mondiale della Sanità parli non di malattie croniche ma di “malattie non trasmissibili”.

L’espressione “epidemia della cronicità” è usata di volta in volta per dire che il servizio sanitario pubblico non sarà più sostenibile o che molte malattie sono dovute solo ai comportamenti dei singoli, trascurando così colpevolmente gli effetti delle differenze sociali per l’insorgenza e la gravità queste malattie.

Cosa fare quindi? Credo che ogni singolo operatore debba chiedersi sempre: «Perché ho fatto questa diagnosi? A cosa mi serve? Aiuta il processo di cura e riabilitazione di quella persona? Le provoca danni, stigma, emarginazione? C’è il rischio che sia usata per fini economici e non terapeutici?».

Il destino

Nel bellissimo libro autobiografico “Elegia americana”, J.D. Vance racconta la sua storia e quella dei ragazzi che vivevano dove abitava lui, negli USA tra i Monti Appalchi e i Grandi Laghi. Scrive Vance: «Le statistiche dicono che quelli come me avranno un futuro difficile, e nella migliore delle ipotesi riusciranno a cavarsela senza ricorrere ai sussidi statali; nella peggiore moriranno per un’overdose di eroina, come è capitato soltanto l’anno scorso a decine di ragazzi della cittadina dove sono nato. Io ero uno di quei ragazzi dal destino segnato».

Gli operatori e i servizi incontrano ogni giorno persone e le loro vite. Non sempre ci rendiamo conto che in quel momento diventiamo parte importante delle loro storie e dei loro destini. Tendenzialmente ci piacciono di più i casi semplici e le persone collaborative. I casi complicati ci affaticano, ci mettono in difficoltà, mettono anche in discussione la nostra autostima di buon operatore.

Sono i casi complessi, quelli che non collaborano, quelli che non ci rispettano su cui talvolta sentenziamo, come un chirurgo o un oncologo, «non c’è niente da fare», e li lasciamo al loro destino.

Marmot nel suo rapporto “Fair society Healty Lives” (società giuste, vite con più salute), dedicato alle politiche contro le diseguaglianze, cita uno studio condotto in Inghilterra. Nella ricerca si sono misurate le perfomance cognitive di quattro gruppi di ragazzi da 22 a 118 mesi (quasi 10 anni). Poveri e ricchi con performance di partenza bassa e poveri e ricchi con performance di partenza alta. Il risultato è drammatico. I “poveri bravi” peggiorano nel corso degli anni facendosi sorpassare dai “ricchi meno bravi”, i “ricchi bravi migliorano”, i “ricchi meno bravi migliorano” e “poveri meno bravi” peggiorano ulteriormente. In sostanza, il destino non era legato alle loro capacità ma alla classe sociale di appartenenza. Da questo nasce l’obiettivo che il programma di Marmot definisce come «dare a ogni bambino il miglior inizio di vita possibile» per poter massimizzare le loro capacità e avere il controllo delle loro vite. In sostanza, non rassegnarsi a un futuro senza speranza.

Quello che mi chiedo è quanto i servizi si arrendano davanti al destino delle persone, quanto si rassegnino soprattutto alle diseguaglianze. Ho il ricordo di troppi adolescenti “lasciati” in comunità fino alla maggiore età. Perché i muri e le istituzioni rassicurano e rilassano i servizi, ma distruggono il futuro.

È evidente che da solo nessun servizio può cambiare il corso della vita di persone, di gruppi o di comunità emarginate, ma è altrettanto vero che, se il tema del “destino” di J.D. Vance non è sempre presente, finiremo per essere solo un supporto di accompagnamento, di accompagnamento a un destino che non cambia. E io son convinto che nessuno di noi voglia esserlo, per questo bisogna ricordarci ogni giorno che «non bisogna mai arrendersi alla cura» come dice Rotelli e, come dice Pablo Neruda, non rassegnarti ma «insorgi con me contro l’organizzazione della miseria».

Pretesti. All’ombra dei ciliegi giapponesi

Gio, 14/01/2021 - 00:24

Proseguono gli appuntamenti con la lettura promossi da Conferenza Basaglia per confrontarsi su concretezza dei bisogni e astrattezza dei diritti alla luce della pandemia e a partire dalla lezione basagliana. Protagonista dell’incontro di giovedì 14 gennaio sarà il libro All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961 di Antonio Slavich, la storia dell’inizio della rivoluzione.

Continuano anche nel mese di gennaio gli appuntamenti con la lettura promossi da CoPerSaMM, la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, che attraverso il progetto “Leggere per trasformare”, finanziato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, intende riprendere pubblicamente il discorso attorno ai temi della cittadinanza e del diritto alla salute. L’associazione di promozione sociale, costituita a Trieste nel 2010 dai più stretti collaboratori di Franco Basaglia e oggi presieduta dalla psichiatra Giovanna Del Giudice, opera nel campo della salute mentale e della tutela dei diritti umani delle persone più fragili e giovedì 14 gennaio alle 18 su Google Meet proporrà un incontro con “All’ombra dei ciliegi giapponesi” di Antonio Slavich, un testo dell’Archivio critico della salute mentale pubblicato nel 40° della Legge Basaglia nella Collana 180 delle Edizioni alpha beta Verlag di Merano, che racconta il momento in cui prese avvio il lento e progressivo smontaggio dell’istituzione manicomiale, senza nascondere le emozioni, i dubbi, la sofferenza, le frustrazioni di quei primi tempi.

Nel marzo del 1962, in una Gorizia oppressa dalla Cortina di Ferro, arriva il dottor Slavich, chiamato da Franco Basaglia che pochi mesi prima aveva vinto il concorso da direttore in quel luogo dimenticato e aveva chiesto al suo unico allievo di raggiungerlo: sarà un inizio difficile, ostile, violento, empirico; forse non era neanche chiarissimo dove si volesse arrivare, ma era chiarissimo come lo si volesse fare: esercitando la cura, praticando attenzione, riconoscendo dignità. Temi per nulla datati, che la pandemia ha reso drammaticamente attuali e che il testo, che in realtà è un pretesto per riparlarne, ci invita a riconsiderare. Perché la crisi che stiamo vivendo è soprattutto una crisi di senso, di priorità, di concezione delle persone: quelli che allora erano internati senza nome né volto non sono così diversi dai tanti abbandonati nelle case di riposo o costretti in ospedali dove la medicalizzazione esasperata imposta dal Covid rischia di svuotarsi di umanità. E lo stile della relazione medico-paziente, e non solo, ora come allora è anche un fortissimo messaggio.

Con/F/Basaglia vuole riproporre il tema della cittadinanza, della dignità, dell’importanza di sviluppare — come direbbe papa Francesco — anche un vaccino per il cuore, che rimetta al centro le persone e non solo le loro malattie.

Introdotti e moderati dalla giornalista Emily Menguzzato, ne parleranno Sergia Adamo, docente di Teoria della letteratura e Letterature comparate all’Università di Trieste, e Marco Visintin, psicologo presso il Centro di Salute Mentale di Gorizia, alla presenza di Peppe Dell’Acqua, psichiatra e infaticabile divulgatore, direttore della Collana 180-Archivio critico della salute mentale, e stimolati dalla lettura di passi scelti dall’attrice Sara Alzetta.

All’evento, realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Trieste e con l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, sarà possibile accedere tramite la piattaforma Google Meet a questo link.

Quotidiani crimini di pace

Gio, 07/01/2021 - 14:05

Filomena Greco, sindaca di Cariati: «No allo smantellamento del centro di salute mentale. Si continua a distruggere». A rischio 1700 pazienti e 10000 prestazioni annue

[articolo uscito sull'Eco dello Jonio]

«È assurdo ed improponibile che, tanto più nell’attuale emergenza, che ha esteso smisuratamente la sofferenza psicologica e mentale, si pensi di demolire ulteriormente gli unici e residuali presidi territoriali che si stanno prodigando tra mille difficoltà per far fronte alle tante richieste provenienti dal territorio». È quanto dichiara la Sindaca Filomena Greco denunciando come inaccettabile anche la sola ipotesi, che pure sta circolando in queste ore, di uno smantellamento di fatto del Centro di Salute Mentale (CSM) di Cariati con l’obiettivo, ancora una volta paradossale perché scriteriato, di supportare attraverso trasferimento di personale il Servizio di Diagnosi e Cura Psichiatrico (SPDC) di Corigliano, che ha già quattro medici su tre posti ricovero (occupati solo da donne di cui uno riservato da più di un anno alla stessa paziente); che dimostra pertanto di non averne nessun bisogno data l’esiguità dei ricoveri e la presenza di altri sanitari già in organico e che, infine, dovrebbe rappresentare, come da linee guida della psichiatria, l’ultimo approdo del paziente psichiatrico che ha invece tutto il diritto di curarsi a domicilio mantenendo la sua rete familiare e sociale.

Nello specifico, per quanto riguarda l’ambito territoriale provinciale (ATP) Ionio Sud – precisa la Sindaca – sono solo due gli psichiatri che lavorano nei CSM di Rossano e di Cariati. Come è noto, il Centro di Salute Mentale è privo da più di due anni di un organico stabile perché non è stato sostituito il personale collocato in quiescenza. Secondo l’ipotesi di ri-programmazione diffusa ufficiosamente – aggiunge – i due sanitari in questione dovrebbero essere alternativamente spostati dalla loro sede di servizio (CSM Rossano e CSM Cariati) ed utilizzati presso il SPDC di Corigliano. Tradotto – scandisce il Primo Cittadino – ci troveremmo di fronte ad un ulteriore smantellamento dei servizi territoriali con grave sofferenza delle zone periferiche già duramente penalizzate dalla progressiva desertificazione dei servizi di tutela della salute.

Tanto più – prosegue – se si considera che il territorio afferente al CSM di Cariati comprende non solo gli utenti di Crosia, Calopezzati, Pietrapaola, Mandatoriccio, Campana, Terravecchia, Scala Coeli e Bocchigliero ma anche quelli di Crucoli, Cirò Marina e Cirò, facendo registrare, negli ultimi tre anni, circa 1700 pazienti in carico con prestazioni che si aggirano all’incirca a 10000 annue. Nonostante le esigue risorse il CSM continua ad assicurare la cura a pazienti gravi e cronici, prevenendo scompensi e ricoveri e riducendo i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO), producendo di conseguenza un risparmio economico ingente per l’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP), considerato che ogni ricovero costa all’incirca 250 euro al giorno.

Per queste ragioni – va avanti – è assolutamente impensabile che il CSM di Cariati, uno dei primi istituito in Calabria ed il primo in provincia di Cosenza, che sta già operando quotidianamente con notevolissime difficoltà e con un organico stabile costituito da tre operatori (uno psicologo e due infermieri e con il supporto saltuario dei due psichiatri sopradetti) venga ulteriormente penalizzato impedendo di fatto ai medici di continuare la presa in carico dei pazienti

«È assurdo – scandisce la Sindaca – che non soltanto non vi sia stata ad oggi alcuna risposta da parte del Governo né del Parlamento col Decreto Calabria alle diverse richieste manifestate all’unanimità dai sindaci calabresi; che non sia stata ascoltata da parte del commissario provinciale alla sanità la nostra richiesta di prevedere per il CSM di Cariati la presenza stabile dello psichiatra; che non soltanto non sia ancora stata trovata una soluzione alla necessaria re-immissione dell’Ospedale di Cariati nelle rete regionale, così come invocato da tutti; ma che si continui imperterriti – conclude Greco – a privare questo territorio perfino dei Centri di Salute Mentale, primo riferimento per persone vulnerabili, fragili, con disagio psichico e spesso con famiglie multiproblematiche alle spalle».

Abitare si può! Sabato 23 gennaio 2021, ore 15.30-19 online

Mer, 06/01/2021 - 20:50

Il 24 novembre 2020 il Tribunale di Sassari ha assolto dall’accusa di avere realizzato strutture sanitarie abusive gli operatori del Centro di Salute Mentale di Sassari che avevano sostenuto, nel corso del 2010, la realizzazione di due progetti di abitare condiviso.

La vicenda prende avvio mercoledì 6 luglio 2011. Alle otto del mattino, i carabinieri dei N.A.S. arrivano in due appartamenti in cui vivono cinque donne e quattro uomini con storie difficili di sofferenza mentale e li trasferiscono d’imperio in strutture residenziali psichiatriche che il Dipartimento di Salute Mentale di Sassari ha ubicato in palazzine dell’ex-ospedale psichiatrico. Le nove persone erano regolarmente in carico al Centro di Salute Mentale, che aveva promosso e seguito il loro percorso di vita autonoma, ed erano sostenute 24/24 ore da una cooperativa sociale con cui avevano firmato, singolarmente, un contratto di assistenza generica per la gestione della vita quotidiana. Le persone residenti nei due appartamenti avevano un regolare contratto d’affitto, stipulato personalmente o dai loro tutori legali, eppure i N.A.S., con l’avallo della magistratura, considerano queste abitazioni “residenze sanitarie abusive”, e alcuni operatori del Centro di Salute Mentale e della cooperativa vengono accusati di averle, senza autorizzazione, realizzate. Senza essere mai sentiti dall’autorità giudiziaria competente, quattro psichiatri, un’assistente sociale e un educatore professionale vengono così rinviati a giudizio con accuse pesanti: dalla concussione all’abbandono di incapace e all’utilizzo improprio di risorse sanitarie. Dopo 9 anni, numerose udienze e testimonianze e una perizia, il 24 novembre2020 il Tribunale assolve pienamente tutti gli imputati e riconosce la natura di abitare condiviso di quel progetto che l’inchiesta della magistratura ha comunque distrutto.

Questa vicenda è un’occasione importante per molte ragioni: per riaffermare il diritto all’abitare delle persone con sofferenza mentale, delle persone anziane e con disabilità; per denunciare i pregiudizi che caratterizzano a tutt’oggi l’operare di magistrati e forze dell’ordine e le cattive pratiche e le culture manicomiali di non pochi operatori psichiatrici e amministratori pubblici; per evidenziare i costi economici e sociali delle strutture che istituzionalizzano le persone e le disabilitano; per segnalare ancora una volta i numerosi e sperimentati esempi di servizi e di politiche locali che creano spazi di vita, socialità, dignità e diritti, e per chiedere che questi esempi diventino finalmente indirizzi politici e di governo.

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