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Aggiornato: 14 ore 52 min fa

Gli anni dimenticati in cui si è «fatta la 180»

Ven, 26/11/2021 - 20:23

Recensione di Luca Negrogno
al libro di Tommaso Losavio

Novembre 2021

Come afferma Maria Grazia Giannichedda nella densa postfazione al libro di Tommaso Losavio, sarebbe oggi necessario ritornare a studiare il periodo compreso tra la promulgazione della legge 180 e la chiusura degli ultimi manicomi, nel 2000. Un simile studio dovrebbe riprendere in mano questioni di ordine teorico e pratico della massima importanza, come suggerisce Giannichedda. In primo luogo, contrastare la visione lineare e semplicistica sottesa all’espressione “applicare la riforma”. Tale espressione, usata lungamente all’interno dello slogan «la legge 180 è giusta ma è applicata male», che fungeva da strumento di resistenza contro i tentativi di controriforma e come

strumento di dialogo con le prime associazioni di familiari (come URASAM o DiaPsiGra) attestatesi su posizione reazionarie negli anni ‘80 e negli anni ‘90, può oggi essere rimessa in discussione perché rischia di dare l’immagine di un processo asettico, «l’esito di azioni lineari, puntuali, di amministrazione più o meno ordinaria, per far sì che i cittadini obbedissero alle nuove norme, sanzionando eventualmente i trasgressori». Piuttosto, secondo Maria Grazia Giannichedda, si è trattato di «creare ex novo un corpo istituzionale da mettere al posto di quello precedente e di far funzionare questo corpo in modo diverso anzi opposto a quello precedente: la cura non la custodia, l’integrazione non l’esclusione (…), ciò che si richiede è ben altro che revisioni dell’esistente, riorganizzazioni, aggiustamenti: è necessario allocare in modo diverso i poteri e le risorse, riconfigurare le priorità, bilanciare altrimenti gli interessi tra attori per fare spazio a quelli che erano rimasti fino a quel momento esclusi».

Altre questioni emergenti dal libro di Tommaso Losavio aiuterebbero a svolgere l’analisi su quel complicato processo. In primo luogo, il ruolo delle pubbliche amministrazioni: gli anni della costruzione dei servizi di salute mentale di comunità sono stati caratterizzati dal rifiuto, da parte delle amministrazioni locali, di assumersi un ruolo preponderante nella costruzione di quel “nuovo corpo istituzionale”. Il racconto di Losavio è infatti puntellato di vuoti kafkiani: uffici diprogrammazione della public health a cui non viene assegnato personale, incarichi ministeriali  assegnati e ricoperti al di qua della soglia di competenza necessaria, progetti scritti su carta e mai realizzati nonostante le rassicurazioni e le pacche sulle spalle di assessori e dirigenti. Lunga parte di quel “periodo dimenticato”, secondo Losavio, è caratterizzato dal convincimento, da parte dei politici, che i fronti di resistenza alla legge 180 avrebbero fatto fallire il progetto di riforma e un’involuzione reazionaria sarebbe stata inevitabile. L’idea è che la società non sarebbe stata pronta a sostenere un cambiamento tanto radicale come la liberazione dei folli; tale resistenza era composta da una fitta trama di poteri in rapporto reciproco la cui collusione si era sedimentata lungo i decenni e sembrava inestricabile: l’università, il settore delle cliniche private, le forme di “sottogoverno” che lasciavano le periferie nel deserto del disagio. Partito Comunista e Democrazia Cristiana, che pure avevano approvato la legge in Parlamento, non sono stati sui territori i vettori reali della riforma; le compagini politiche che a questi soggetti sono seguite dopo lo scossone degli anni ’90 non hanno mostrato su questo tema una cultura univoca e la loro azione è risultata frammentaria o dominata da obiettivi di mero efficientamento economico, piuttosto che da valori non negoziabili e da grandi visioni di società.

In questo difficile scenario, Losavio racconta dei complicati processi messi in atto per produrre cambiamenti, tra mille insidie. Fondamentale è stato costruire un dialogo con i familiari e le loro associazioni, in assenza di qualsiasi cornice istituzionale. Significativo un racconto dell’autore, a proposito di questo processo: la presidente di una delle associazioni della prima ora, la “signora Andretta”, tra le più critiche nei confronti dei “basagliani” frettolosamente identificati con coloro che vogliono scaricare il peso degli “ammalati psichici gravi” sulle cure familiari, viene coinvolta da Losavio in un confronto aperto e serratissimo. «Non le sembrava vero potermi prendere in castagna allorchè familiari di pazienti di un servizio da me diretto andavano da lei a lamentarsi, insoddisfatti delle risposte ricevute e non perdeva l’occasione per venire da noi a protestare

vivacemente a nome del suo associato. La risposta era la verifica del lavoro svolto e del lavoro che si stava svolgendo: la signora Andretta partecipava all’incontro con la famiglia insoddisfatta e insieme con gli operatori che avevano in cura il paziente si verificavano le ragioni del malcontento e si cercavano insieme le possibili soluzioni alle difficoltà emerse. La nostra pratica doveva essere trasparente e concordata, mancanze errori e disattenzioni riconoscibili e criticabili perché non ritenevamo di essere infallibili e la partecipazione dell’associazione poteva aiutarci a lavorare meglio fornendoci informazioni preziose per un intervento più corretto. Disponibili alle critiche, non avevamo nulla da nascondere: i rapporti tra noi e il paziente, la famiglia, l’associazione erano molto diversi da come tanti anni li aveva strutturati la pratica manicomiale». A chi oggi opera nei servizi di salute mentale questa potrebbe sembrare una descrizione simile al metodo dell’open dialogue, ma con maggiore potere contrattuale da parte dell’utente e della famiglia perché al tavolo viene anche invitata una associazione “conflittuale”.

La costruzione di forme nuove e impensate di dialogo è lo strumento con cui costantemente Losavio affronta situazioni in bilico, in cui è necessario produrre cambiamenti: si “inventano” nuovi interlocutori tra cui l’Università (in particolare il corso di Antropologia della Sapienza e la professoressa Faranda), il mondo della Cultura (in particolare nella costruzione di varie edizioni della Estate romana che hanno visto il Santa Maria della Pietà attraversato da importanti rappresentanti del mondo della musica, del teatro, dell’arte e della letteratura), il Sindacato, le Parrocchie, le scuole, i giornalisti. Frutto di questi ibridamenti, oggi possiamo ancora visitare il Museo Laboratorio della Mente, ubicato proprio dove sorgeva il grande manicomio pubblico romano, in zona Monte Mario, che negli anni è diventato un luogo importante di studio, di trasmissione di cultura e consapevolezza alle giovani generazioni. La trasmissione di cultura e conoscenza è al centro di un’altra pratica su cui Losavio ritorna costantemente nel racconto: la

costruzione di reti internazionali con professionisti e amministratori interessati al senso dell’esperienza italiana, fiducioso della sua bontà ed esportabilità. Sono percorsi anch’essi puntellati da resistenze e frizioni ma lungo le quali si costruiscono e si consolidano grandi storie di relazioni umane, profonde e durature.

Talvolta la strada è l’aperto conflitto. Come quando, nel 1983, Losavio e il gruppo di lavoro del Centro di Salute Mentale occupano un appartamento sfitto di proprietà del Comune di Roma e, con un percorso che da subito è pubblico e richiama la popolazione del quartiere alla solidarietà e le forze politiche locali a prendere posizione, vi svolge l’inserimento abitativo di tre pazienti già formalmente dimesse dal manicomio ma che non potevano concretamente uscirne per l’assenza di politiche di assegnazione di alloggi da parte dell’amministrazione. Oppure quando, nel 1986, il gruppo di pazienti e operatori di uno dei Padiglioni del manicomio decide di “resistere” per tre mesi all’interno di una comunità a Bracciano in cui avrebbero dovuto trascorrere una semplice vacanza di una settimana per poi fare ritorno al Santa Maria della Pietà. Sono gesti forti, di rottura, che producono solidarietà, attenzione mediatica, qualche volta anche l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni e il riconoscimento formale dell’obiettivo praticato con la lotta. I due casi raccontati vanno a buon fine: l’appartamento occupato in centro a Roma e la comunità “resistente” a Bracciano diventano alcune delle prime sedi della residenzialità extramanicomiale romana, riconosciute e inserite formalmente nell’articolazione dei servizi. Ma i gesti di rottura durano per tutta la carriera di Losavio, fino al 2000, quando dà le dimissioni dal suo incarico di consigliere per la public health alla nuova giunta regionale laziale presieduta da Storace, ritenendo incompatibili le sue posizioni con quelle della nuova amministrazione.

Non tutto il racconto è fatto solo di inerzia e resistenza istituzionale; sullo sfondo di burocratica indolenza e tacita resistenza al cambiamento si stagliano almeno tre episodi narrati, di cui Losavio è stato tra i protagonisti diretti: l’impegno della Ministra Rosy Bindi per accompagnare i passaggi cruciali della chiusura degli ultimi ospedali psichiatrici, culminato con l’approvazione del Decreto del Presidente della Repubblica, il 10 novembre 1999, del progetto obiettivo “Tutela della salute mentale 1998-200”; l’impegno della Comunità Europea per il superamento del manicomio greco dell’isola di Leros, in virtù della decisione che vincolava l’ingresso della Grecia tra i Paesi Membri a condizione che fosse riformato e umanizzato il trattamento dei pazienti psichiatrici; l’impegno con la Giunta Regionale della Regione Lazio per declinare il Progetto dei servizi di salute mentale territoriale nel 1999. In tali episodi, come sembra notare Maria Grazia Giannichedda nella postfazione, rivive il concetto politico di “riforma” come formulato da Norberto Bobbio, sottratto al significato generico di cambiamento attraverso cui possono essere anche veicolati operazioni di restaurazione, e ricollocato come trasformazione dei rapporti tra potere e base sociale in una determinata società, secondo un sistema di valori e ideali fondamentali.

La narrazione del percorso di Losavio nel “fare la 180” dà una rappresentazione plastica delle tendenze contraddittorie che si sono dovute affrontare e che sempre rischiano di ripresentarsi: la riforma deve farsi strada nella diffidenza culturale della psichiatria tradizionale e nella forza inerziale del modello manicomiale. Queste tendenze sono  accompagnate, anche nel gruppo  professionale degli psichiatri progressisti, da vari “falsi amici.” Primo tra tutti quella che Losavio definisce la “psichiatria sinistra”, riferendosi ai colleghi culturalmente legati ai partiti di sinistra che però propugnano la supremazia delle tecniche (soprattutto psicoanalitiche e sistemiche) rispetto alla centralità del modello organizzativo basato sui diritti: «quella romana, mi sono detto molte volte, era una “psichiatria sinistra” sia perché si riconosceva in gran parte nei partiti della sinistra, ma anche perché produceva effetti sinistri alimentando falsi bisogni e la domanda di quelle cure psichiatriche, criticate solo a parole, che avevano prodotto manicomio e abbandono». In questo passaggio si legge l’eco della lunga polemica, interna al movimento anti-istituzionale, sul ruolo delle tecniche psicoterapeutiche nell’applicazione della riforma. Losavio tiene rispetto a questo tema un atteggiamento che potremmo definire “laico”, senza idolatrare né demonizzare le tecniche ma chiarendo ad ogni occasione che un servizio pubblico di salute mentale di comunità non presenta mai in maniera pura il paziente (inteso come soggetto individuale su cui operare  privatisticamente) e il setting nella forma in cui questi elementi sono concettualizzati dalle varie tecniche. In questo senso va letta, nel libro, la critica alla posizione a sue tempo espressa da Luigi

Cancrini, secondo cui il principale motivo della impossibilità di applicare la legge 180 in Italia era la scarsa preparazione psicoterapeutica degli operatori. Si capisce dunque che quella di Losavio non è qui una semplice critica alle tecniche psicoterapeutiche ma una critica alle letture semplificatorie di processi molto più complessi che hanno a che fare con il rapporto tra istituzioni e corpo sociale.

Secondo Losavio le tecniche psicoterapeutiche, quindi, sono sì applicabili ma adottandone una versione più epistemologicamente complessa o, se si vuole, “debole”, per introdurre un altro tema contraddittorio che riecheggia in alcuni passi del libro.

Stiamo parlando del dibattito, che è stato tanto profondo quanto oggi potrebbe apparire oscuro, tra servizio “forte” o servizio “debole” (o “diffuso” come preferisce chiamarlo Agostino Pirella) che anima il confronto interno a Psichiatria Democratica negli anni ‘80. Brevemente, si tratta di una discussione attorno a quale perimetro delle politiche pubbliche avrebbe dovuto coprire il servizio di salute mentale. Secondo l’impostazione “forte”, bisognava gestire attraverso il CSM l’insieme delle attività in cui si articolava la vita delle persone prese in carico: abitare, lavoro, socialità dovevano articolarsi come progetti da coordinare in un unico centro ad impronta medico-sanitaria, in modo da rispondere alla domanda prima intercettata dal manicomio ristrutturandola e ridefinendola attraverso nuove risposte a contatto con il territorio. I fautori del servizio “debole” pensavano invece al rischio, da evitare, del riproporsi del manicomio nel territorio e optavano quindi per un “servizio-tenda”, che fosse veloce e “smontabile” dopo le emergenze, mentre il grosso dell’azione territoriale doveva svolgersi in modo immediatamente de-medicalizzato, costruendo altrettante opportunità di abitare, lavoro e socialità ma senza una chiara impronta definita dall’appartenenza al servizio sanitario. Sullo sfondo di questo dibattito, come chiarisce Agostino Pirella in uno scritto del 1986, c’era una amara presa di coscienza sui rischi di “ritecnicizzazione” delle risposte psichiatriche nei servizi riformati. Al di là delle dichiarazioni intellettuali sulle tecniche psicoterapeutiche, che nel frattempo proliferavano, negli anni ‘80 e ‘90 si sviluppa infatti una serie di soluzioni “pratiche” (residenze intermedie, reparti ospedalieri, cliniche universitarie, ecc) che, secondo Agostino Pirella, rischiavano di “recuperare terreno istituzionale” offrendo alla psichiatria una nuove legittimazione pseudoscientifica, che avrebbe fatto dimenticare lo smascheramento critico operato dalla pratica anti-istituzionale e il legame tra questa ed una visione politica più generale di liberazione dalle oppressioni e dal dominio.

Se l’invito di Maria Grazia Giannichedda a “ripensare gli anni dimenticati in cui si è fatta la 180” è valido, e noi riteniamo proprio di sì, ha senso oggi ritornare su questo dibattito, per quanto i termini in cui era posto negli anni ‘80 possano apparirci come reperti fossili di una fase storica con cui l’ideologia contemporanea ha definitivamente tagliato i ponti. A pensarci bene non è affatto così. Ad oggi la questione delle tecniche è in qualche modo rimasta irrisolta e il problema è tutt’altro che superato se Fabrizio Starace, Presidente della SIEP e consulente per la Salute Mentale del Ministero della Salute, dichiara in numerosi interventi che la formazione degli operatori è ancora qualitativamente inadeguata rispetto alle competenze che sarebbe necessario formare per far funzionare un buon servizio di salute mentale di comunità. Più in generale si potrebbe dire che purtroppo quella fase in cui si è fatta la 180 non abbia prodotto saperi tramandabili, formalizzabili e riproducibili, quantomeno tra i professionisti. Ancora oggi accade che nei programmi di formazione universitaria di psichiatria, psicologia, riabilitazione psichiatrica, servizio sociale, ecc, siano totalmente assenti i riferimenti alla storia della deistituzionalizzazione, alla fase generativa del welfare territoriale, alle lotte e agli scontri culturali e politici che hanno caratterizzato la nascita dei nostri servizi. Questa mancanza viene oggi occultata da quelle “tecniche proliferanti” che rischiano sempre di produrre una visione “ideologica” del proprio lavoro e del proprio ruolo sociale.

Ricostruire i contenuti di questi dibattiti non è una pura velleità archivistica. Se, come scrive Rosy Bindi nella prefazione al libro di Losavio, «negli ultimi anni abbiamo visto un preoccupante privatizzazione di molti settori della sanità e per la salute mentale di forme più o meno esplicite di ritorno al passato, con il proliferare di case di cura private in cui ‘internare’ le persone con problemi psichici», è evidente che il tema è di stringente attualità. Le carenze e le lacune del Servizio Sanitario Nazionale sono state largamente evidenti in questi due anni di sindemia e, in particolare, è apparsa gravemente insostenibile la condizione di disabili e anziani nelle Residenze. La manicomialità diffusa è sempre dietro l’angolo e questo problema sembrerebbe riconnesso proprio all’inadeguatezza di una cultura che riesca a “pensare evitando di riprodurre il manicomio”. La posizione di Losavio su questi temi è chiara: la nostra storia mostra che è possibile fare a meno dei manicomi. Affinché ciò sia possibile, la pratica di un servizio pubblico di salute mentale deve essere centrata in primo luogo sui diritti, in una pratica in cui diritto alla salute e diritti di cittadinanza si compenetrano fino a diventare indistinguibili. Ne emergono «piani terapeutici innovativi che non abbiano l’urgenza di spegnere i sintomi. Questi non sono soltanto manifestazione di malattia ma possono rappresentare l’unica possibilità di espressione del dolore e offrire opportunità di relazione». Un altro aspetto di novità del servizio è la sua capacità di intervenire sulla normalità: «l’essere nella comunità lo costringe a confrontarsi con il territorio della cosiddetta normalità, a patto di non volersi organizzare unicamente come servizio specialistico. Possibilità nuove di esistenza sono realizzabili per chi sta male se mutano, contemporaneamente con il progredire del progetto di cura, anche la cultura, le credenze, i pregiudizi del contesto di vita di chi si è affidato per essere curato. Quel contesto che, cercando di proteggere quelli che si ritengono sani, mette in atto, più o meno consapevolmente e molto più frequentemente di quanto possa manifestarsi, meccanismi colpevolizzanti ed espulsivi».

Se questa posizione è in sostanziale continuità con quella espressa oggi da Dainas Puras nei suoi interventi sulla psichiatria come osservatore per i Diritti Umani dell’ONU, andrebbe tuttavia notato che essa sembra fortemente disgiunta dal percorso “scientifico” che ha avuto la psichiatria mondiale degli ultimi trent’anni, tutto incentrato sulle molecole farmacologiche e la furia classificatoria sulla statistica dei disturbi. Quello che sembra essersi realizzato, piuttosto, pare simile alla profezia a tinte fosche scritta da Agostino Pirella nel 1986: «cioè che queste dinamiche, accanto a dinamiche più direttamente connesse con fattori socio-economici, hanno prodotto una psichiatria che letteralmente ha “preso possesso” di ciò che ha denominato “malattia mentale”, prendendosi la responsabilità della vita e del destino di altre persone. (…) È una questione che una parte, attraverso La pratica e l’ideologia della medicina, va a colpire diritti fondamentali dell’individuo, quali la libertà di pensiero, di parola, di critica e di azione; mentre d’altra parte tutto ciò che la psichiatria ha saputo e sa ancora inventare per dominare e tenere sotto controllo la diversità e la disperazione che si esprimono in modi altri e stigmatizzati, alieni e lontani (nel “modo” di manifestarsi, ma anche nel luogo e nella fascia sociale in cui esso si manifesta), diventa il simbolo concreto della difesa contro una democrazia sostanziale, il rifiuto della via alla liberazione dell’uomo dall’oppressione e dal dominio dell’altro uomo».

Forse, ripensando alle parole di Michel Foucault nell’intervista del 1983 dal titolo “Un sistema finito di fronte a una domanda infinita”, la cosa che ci dovremmo chiedere è: in un sistema capitalistico, in cui la salute tende a diventare una produzione di pacchetti di benessere ricondotti a prestazioni tecnico-professionali, in che misura è possibile svolgere la pratica sanitaria in una “logica dei diritti”? Il diritto infatti non può essere qualcosa di infinitamente accumulabile e non può essere mai del tutto risolto in prestazioni tecniche. In altri termini, se si sovrappongono “sanità” e “realizzazione di sè” attraverso l’articolazione dei “diritti”, il sistema va incontro a un limite strutturale in quanto si troverebbe a dover realizzare infinite aspirazioni individuali al benessere, quando invece il diritto richiede una logica “collettiva” di composizione di interessi in conflitto.

Un richiamo finale ad alcuni aspetti che rendono utile la lettura del libro a chi, come me, non ha vissuto quella fase storica da operatore. Nella descrizione della fase precedente alla legge 180 sul territorio romano emergono i lineamenti di una situazione “disastrosa”, nella quale non si sono mai riuscite a sviluppare sperimentazioni innovative (come invece era successo in molti centri minori sparsi per la penisola). La descrizione che Losavio fornisce di questa situazione potrà colpire molti operatori giovani e meno giovani per l’incredibile omologia con alcune situazioni che si vivono oggi in svariati contesti territoriali: l’assistenza psichiatrica era risolta in un circuito integrato pubblico privato molto diseguale, in cui la scelta dei percorsi terapeutici (leggi: di internamento) era determinata principalmente dalla assicurazione privata del paziente, vale a dire dalla sua condizione socioeconomica; ogni nuovo servizio o sperimentazione, sotto la “copertura” di una definizione innovativa, nascondeva una rotazione e distribuzione dei luoghi di custodia: ciò che in ultima analisi determinava progetti e percorsi “individuali” non era la diagnosi o il progetto riabilitativo ma semplicemente che quelle particolari persone “non rispondevano alle terapie” oppure erano “troppo difficili de gestire in reparto”. La presenza di manicomi e cliniche private vanificava gli sforzi dei deboli Centri di Igiene Mentale (gli scarni servizi territoriali in funzione dagli anni ‘60 come mero “filtro” per l’ospedale psichiatrico) la cui pratica era in ultima analisi condizionata dall’esistenza di un grande e iperfinanziato contenitore di ricovero da usare “in ultima istanza”. Le prime esperienze innovative rivolte alla costruzione di un Centro di Salute Mentale, sviluppate in parrocchie e centri sociali ai bordi della formalizzazione giuridica, ricevevano minacce di provvedimenti disciplinari e continue intimidazioni da parte dei Carabinieri (questo, non in psichiatria ma con i migranti, ricorda la storia di Mimmo Lucano oggi).

Alcune altre omologie. Come pratica di “maquillage” il Santa Maria della Pietà dimette pazienti anziani che ormai però sono gravemente istituzionalizzati e la loro unica via di uscita dal manicomio è finire in altri ospizi privati; sembra la condizione degli ultrasessantacinquenni oggi, dimessi dai Centri di Salute Mentale e magicamente diventati pazienti geriatrici perdendo tutta quella parte di interventi relativi alla loro socializzazione e alla loro vita attiva. Complessivamente, prcedentemente al formalizzarsi di un protocollo nella costruzione delle dimissioni dal Santa Maria della Pietà, si affermano alcune esperienze, talune troppo limitate e altre velleitarie, il cui fallimento viene però fatto sempre ricadere, nei discorsi, sulla malattia dell’utente.

Mentre si cerca di costruire la psichiatria territoriale, un grosso problema amministrativo viene dal  difficile passaggio delle competenze dalle Province, che amministravano i manicomi, alle Regioni (che sono in capo ai vari Servizi Sanitari Regionali); in questo passaggio emerge la distorsione dei dispositivi di “partecipazione” previsti dalla legge 833 del 1978, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale. I percorsi che i riformatori avevano deputato alla “partecipazione popolare”, all’interno di una visione politica quasi utopistica in cui si creava controllo popolare sulle questioni sanitarie, si erano in molti casi ridotti negli anni 80 a dispositivi di gestione clientelare e lottizzata dei posti di

potere da parte di cordate e tribù legate ai partiti politici. Uno dei grossi problemi, durato fino alla fine degli anni ‘90, con i “residui manicomiali” e la loro ricollocazione era che sarebbe stato impossibile ricollocare i vecchi infermieri ancora in servizio in ospedale psichiatrico, che non avrebbero mai fatto nessun altro tipo di assistenza se non quella manicomiale; il Sindacato, se a voce si diceva pronto a trovare delle soluzioni, nei fatti tutelava solo gli “anziani più garantiti”.

Resterebbe da scrivere la storia di questi anni rispetto ai processi di aziendalizzazione in sanità, alle esternalizzazioni, al ricorso sistematico alla cooperazione sociale, non solo nella meritoria funzione di stimolo all’impresa sociale ma nel ruolo più meschino e subalterno di strumento per la dismissione dei costi pubblici e per la riduzione delle tutele della forza-lavoro.

Afferma Losavio: «la pratica concreta dei servizi era, ed è ancora oggi, totalmente dissonante dagli obiettivi della riforma psichiatrica, più simile a quella di un ambulatorio psichiatrico che ad un servizio pubblico di salute mentale di comunità». Se, come afferma Giannichedda, ritornare al racconto di quegli anni può avere una qualche utilità per noi, questa sarebbe nell’isolare e valorizzare uno dei saperi specifici prodotti da quella fase, cioè la capacità di lettura dei bisogni del territorio che derivava dalla cosiddetta “epidemiologica critica”. Gli operatori cioè, in quegli anni, si interrogavano continuamente su come reciprocamente si influenzassero struttura dei servizi, bisogno di salute e forme della sofferenza umana; il tutto dentro una più ampia visione del rapporto tra corpo sociale e istituzioni. Sarebbe bello proseguire nel compito indicato da Maria Grazia Giannichedda per tornare ad animare nei nostri servizi una simile “pulsione di sapere”.

Luigi Benevelli. Per riprendere i caffè della piazza del Forum

Mer, 24/11/2021 - 22:53

Con questa lettera di Luigi Benevelli, cominciamo a pensare che i caffè della piazza del Forum ricominceranno a essere frequentati da noi. Come sempre le analisi di Luigi sono illuminanti.

Caro Peppe,

partecipo del tuo dolore e della tua angoscia per la condizione dei Servizi di salute mentale di Trieste, una condizione che nasce dalle scelte politiche della Regione Friuli Venezia Giulia. Purtroppo, in modi più o meno espliciti e clamorosi, lo stesso sta accadendo da tempo, talvolta da sempre, in altre Regioni dell’Italia, senza suscitare l’ interesse pubblico.

Secondo me, i problemi, le difficoltà che abbiamo  nascono dal fatto che tutte le scelte di politica sanitaria, e di salute mentale quindi, sono pienamente legittimate da decisioni delle Giunte regionali  condivise dalle maggioranze politiche che le sostengono. Le Regioni, infatti,  sono titolari delle politiche sanitarie.

Il fatto è che nel tempo è accaduto che:

-       I governi nazionali, e a cascata quelli regionali e locali, hanno abbandonato il metodo della programmazione, ossia la messa a punto di obiettivi dichiarati, la definizione dei modi per raggiungerli a partire dalla definizione degli standard  di personale e strutture, del rapporto strutture/popolazione per arrivare all’assegnazione di risorse certe per il buon funzionamento;

-       I Comuni hanno progressivamente rinunciato ad esercitare il loro ruolo di gestione delle politiche di sicurezza sociale, in specie, quelle dell’integrazione fra sociale e sanitario.

Ma principalmente, a mio avviso, quello che pesa maggiormente è che la gestione del Servizio sanitario è stata affidata a suo tempo ad Aziende (v. riforma De Lorenzo) che operano secondo  logiche economicistiche e privatistiche da cui conseguono  l’organizzazione gerarchica  e, soprattutto, l’obbligo degli operatori al silenzio, pena sanzioni amministrative o licenziamento: nelle Aziende non c’è libertà di parola e spesso neanche di pensiero.  Questo spiega il fatto che manchino le “voci di dentro”, che a parlare, criticare ad alta voce siano solo persone come noi che siamo in pensione.

Ecco, allora, secondo me, è prioritario, urgente ripensare alla gestione del Servizio sanitario nazionale, promuovere iniziative politiche per modificare la legislazione vigente e fare sì che, se proprio si vuole mantenere un impianto aziendale, le Aziende sanitarie locali diventino emanazione dei Comuni singoli e associati, non delle giunte regionali.

Un’altra grande  questione è che mancano proprio fisicamente gli operatori, non solo per i servizi di salute mentale, ma per tutta la Sanità pubblica per il semplice fatto che gli accessi alle lauree sanitarie sono contingentati  perché vige il numero chiuso. Abbiamo visto che in occasione della Seconda  Conferenza nazionale per la salute mentale molte Società scientifiche, e fra queste la Società Italiana di psichiatria nella quale grande peso hanno i clinici universitari,  si sono sfilate, hanno scelto di non partecipare, non confrontarsi, come se il problema del numero dei diplomati non le riguardasse.

Per queste ragioni credo che il nostro movimento italiano per la salute mentale abbia bisogno e urgenza di chiamare tutti alle loro responsabilità  e di misurarsi con i problemi del funzionamento di uno Stato che sia democratico e competente.

Luigi Benevelli
Mantova, novembre 2021

Le notti di guardia in manicomio. A margine del convegno “no restraint”

Mer, 24/11/2021 - 22:35

di Peppe Dell’Acqua
23 novembre 2021

Ho partecipato al convegno che si è tenuto a Trieste/Gorizia nei giorni scorsi. Ascoltando interventi e testimonianze di notevole spessore non ho potuto non ripercorrere i momenti, le svolte anche drammatiche che hanno impedito che nemmeno per un attimo l’armamentario della contenzione trovasse posto nella mia cassetta degli attrezzi. Sono stato molto fortunato!

Ripensando oggi ai turni di guardia notturna in manicomio mi viene da dire che tanta parte del cambiamento si è realizzata proprio in quelle circostanze. L’urgenza, l’emergenza, l’allarme ponevano, allora in manicomio e pongono oggi nei Diagnosi e Cura ma anche in tutti i luoghi della vita e della cura delle persone con disturbo mentale, scommesse cruciali. Come se ti dicessero, ora come allora: “va bene tutto, i diritti, le storie, i bisogni, l’umanizzazione ma, quando uno è agitato, è pericoloso, è aggressivo, tu cosa fai?”. Durante le notti di guardia eri costretto su questa domanda a giocarti tutto.

In quegli anni ci sono più di 1.000 persone ricoverate. È come essere medico condotto di un piccolo paese. Dove gli abitanti sono tutti matti, dove ci sono, nei vari reparti, quasi 50 infermieri di turno che non conosci, che non si fidano di te, che hanno un modo di lavorare ben radicato, che non intendono assolutamente cambiare. Cominci il turno e sai che può succedere di tutto. La notte di guardia significa che mi chiama l’infermiere del reparto D-Agitati, per esempio, e mi dice che quel tale paziente non dorme, è aggressivo, ha già spintonato e fatto cadere il suo vicino di letto, che ha già lacerato le lenzuola e ribaltato il suo letto. Che non vuole assolutamente essere avvicinato. Mi dice che si è messo in un angolo e, con tono di sfida, non accetta nessun contatto. L’infermiere mi dice anche che se vogliono, però, possono “imbragarlo”, “incravattarlo” e metterlo nel camerino d’isolamento. L’infermiere, al telefono, mi chiede di fatto l’autorizzazione a metterlo nel camerino e conclude dicendo: “Non si preoccupi, dottore. Può anche non venire, pensiamo a tutto noi!”. Nel manicomio al medico di guardia si chiedeva questo: di star tranquillo che, alla sedazione farmacologica, alla contenzione, al corpo a corpo, ci pensavano gli infermieri. Il medico doveva muoversi quando c’era qualche cosa di organico: una febbre o uno scompenso cardiaco o quando qualcuno moriva per andare a constatarne il decesso e firmare il certificato di morte. Se rispondo che va bene, resto tranquillo e tutto va avanti.

Ma non potevo rispondere così. In quell’ospedale, stavamo cominciando a cambiare tutto. La risposta era sempre la stessa: Bene, arrivo subito.

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Era evidente che non si doveva più fare quello che l’istituzione, attraverso gli infermieri, si aspettava che io facessi, che lo psichiatra facesse. Proprio in quei momenti si capiva bene che un’altra storia stava cominciando. Avevamo capito, ma non so oggi quanti lo hanno davvero capito, che durante la guardia di notte non bisognava chiudere, legare, contenere, appiattire, soffocare. Non bisognava soprattutto fare quello che l’istituzione chiedeva di fare. Da qui si doveva partire.

Mi viene chiesto di rispondere: ok, va bene, passo domani. Oppure mi viene chiesto di andare a certificare, come un notaio, che c’è stato sangue, una contusione, un livido. Mi viene chiesto di far finta di non vedere che qualcuno sta urlando dietro la porta sbarrata e che qualche altro è legato come un salame. È chiaro che non posso accogliere questa domanda.

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Ma, nel momento in cui non faccio quello che mi viene chiesto di fare, devo avere una ragione per spiegare, proporre una teoria del perché di quel rifiuto. Devo entrare in quel reparto e cominciare ad ascoltare. Devo cercare di comprendere cosa c’è dietro quel conflitto, quell’agitazione, quell’aggressività. Devo cercare di cogliere il senso della domanda che mi fa l’infermiere, le condizioni di lavoro cui è costretto. Devo entrare in quel contesto, devo vietarmi giudizi e condanne preliminari. Devo ascoltare, ascoltare, ascoltare.

Ho passato ore, ho fatto mattina tante volte in quei reparti. Le 5, le 6 del mattino fin quando arrivava il cambio del turno. Ho fatto mattina ad ascoltare e discutere animatamente con gli infermieri. Ho fatto mattina ad ascoltare quelle persone, aggressive e violente che, quasi con dolcezza, una volta rassicurate mi raccontavano del loro delirio, dei demoni che tormentavano incessantemente le loro viscere, del gelo che avevano dentro. È chiaro, a ripensarci ora, che se avessi risposto alla telefonata dell’infermiere “va bene, ci vediamo domani”, avrei semplicemente confermato quanto l’istituzione da secoli riproduceva. Avrei soffocato quel bisogno di ascolto, avrei perduto una formidabile e unica occasione di conoscenza. Avrei perduto un momento così ricco di complicità per riconoscere ed essere riconosciuto da quegli infermieri dei quali non potevo fidarmi. Avrei perduto l’occasione per comprendere che cosa significava veramente quella resistenza al cambiamento.

Essere lì, ascoltare, mettermi in gioco comincia a darmi una qualche idea di che cosa posso fare. Mi rendo conto che, mentre ascolto, mentre parlo con gli infermieri, mentre ci prendiamo un caffè tutti insieme invitando anche quel paziente aggressivo e violento, stiamo costruendo un’altra scena, un’altra teoria della cura. Sto dando valore alle osservazioni degli infermieri che mi hanno chiamato. Sto considerando gli infermieri, il paziente e il reparto come un insieme unico di relazioni, di comportamenti, di culture. Sto mettendo quella persona al centro del nostro agire. Anzi, stiamo insieme pensando non a come contenere adesso e qui, ma a cosa fare domani. Quella condizione così speciale della guardia di notte sembra voler restituire instancabilmente senso a ciò che sta accadendo. Ecco dunque il secondo punto: trovare una teoria della non risposta.

3
Per ultimo, terzo punto, devo comunque offrire una “soluzione” a quel problema che mi è stato posto. Non posso andarmene via avendo semplicemente ascoltato e preso atto. Soltanto nel momento in cui acquisto consapevolezza dell’impossibilità di una qualsiasi soluzione prendo coscienza della mia condizione. Mi rendo conto della mia solitudine, che sono assolutamente disarmato, che fuori dal codice istituzionale non ho strumenti. È la consapevolezza di quella solitudine, l’insistenza della domanda cosa faccio ora? che apre alla possibilità. È questo non sapere che invita a lavorare insieme, coinvolge, permette di sperimentare strategie, relazioni, aperture. Le Persone entrano finalmente in scena.

(da “non ho l’arma che uccide il leone” 2007)

Immagine: M. Strobl, Gli otto padiglioni e il viale centrale che li separa, 1910

Fino a quando …

Ven, 19/11/2021 - 18:42

Vitaliano Trevisan: dalla finzione alla crudele realtà. In “C’era una volta la città dei matti”, internato e leader dell’assemblea goriziana. A Montecchio, internato per davvero e senza assemblea.


da “La Repubblica”, 05 novembre 2021
“Io, un matto trattato senza pietà”

Dopo il ricovero coatto in psichiatria, lo scrittore vicentino racconta la sua esperienza. E denuncia le condizioni in cui si tengono i pazienti

di Vitaliano Trevisan

Un uomo che cammina in piena luce, in Italia, è scoperto, nudo, indifeso. \[…\] Cammina come una vittima, e come un colpevole. \[…\] È lì, scoperto, inerme, esposto ai colpi, alle indagini, alle accuse. Non si può né schermire, né difendere. È una condizione terribile: noi Italiani, non ci possiamo difendere, mai, da nulla, né dall’assassino né dal giudice» (Curzio Malaparte, Misura della FranciaIl Tempo, 4 dicembre 1952).

Né tantomeno, in un paese come l’Italia, ci si può difendere dallo psichiatra, specie se, com’è il (fresco) caso di chi scrive, si è soggetti a un A.S.O. (Accertamento Sanitario Obbligatorio), parente stretto del famigerato, e ben più noto, T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), ovvero accertamento e trattamento “psichiatrico” obbligatorio, giacché sanitario sta qui per psichiatrico.

Iniziamo col dire che, del mio caso personale, non voglio e non posso dire nulla, sia perché trattasi di questione strettamente privata, che peraltro coinvolge anche dei minori; sia perché, anzi direi soprattutto, se dicessi di aver subito l’accertamento psichiatrico in questione, e il successivo internamento coatto, ingiustamente, sarebbe come se affermassi di non essere pazzo, cosa che, com’è noto (vedi il famosissimo Comma 22) non è possibile affermare.

Partiamo dalla fine, ovvero dalla lettera di dimissioni dell’Azienda Ulss n.8 Berica, dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, reparto di psichiatria, firmata dal dott. Christian Di Marco, dove, oltre alla data del ricovero, 3 ottobre, e quella di dimissione, 13 ottobre, tra l’altro si legge: «Emesso provvedimento di accertamento sanitario obbligatorio, paziente si recava e ricoverava poi volontariamente in nosocomio per la valutazione ed il ricovero».

Signor no, signore. Volontariamente, da domenica 3 ottobre, ho fatto solo ciò che mi è stato permesso fare, cioè poco o nulla. Sulle circostanze del mio “arresto sanitario”, per ragioni di spazio, dirò solo che l’Aso mi è stato notificato, peraltro in forma esclusivamente verbale, nella stazione dei Carabinieri di Crespadoro, mio comune di residenza, dal comandante della stazione stessa, alla presenza di due vigili urbani del comando di Arzignano, e un medico e due infermieri di un’unità del 118, venuti appositamente in ambulanza per prelevarmi; ambulanza su cui sono costretto a salire “volontariamente”, sotto la minaccia di un Tso.

L’accertamento vero e proprio, avviene infatti nell’Ospedale di Vicenza, dove lo psichiatra di turno, dott. Gardellin, sempre sotto minaccia di un Tso, mi costringe a ingurgitare, seduta stante, due compresse di tavor da 2,5 mg più due compresse di depakin da 500 mg. Così, io che, grazie a una dieta ferrea, all’assunzione di pochi integratori vitaminici a base di erbe, e a una disciplina fisica che seguo scrupolosamente, ormai da un paio d’anni, non assumo più psico-farmaci, dopo circa venti minuti, letteralmente svengo, per risvegliarmi la mattina seguente, intorno alle cinque, in reparto, dove resto fino al pomeriggio verso le sedici, quando un’altra ambulanza mi preleva e mi consegna al reparto psichiarico dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, dove vengo, sempre “volontariamente”, ricoverato.

Cioè imprigionato, perché di questo si tratta, visto che tutte le finestre hanno le sbarre, le porte sono chiuse a chiave e si è strettamente sorvegliati, giorno e notte, da un manipolo di infermieri/e, che in realtà sono, e per la maggior parte anche si comportano, dei secondini, che, come tutti i sorveglianti che si rispettino, sono sempre pronti a sfogare la propria frustrazione — le paghe sono basse e il lavoro ingrato — sui pazienti/prigionieri, approfittando di un regolamento tanto assurdo quanto legalmente discutibile, che prevede il sequestro dei cellulari, che vengono concessi due ore la mattina, dalle 10 alle 12, e due al pomeriggio, dalle 16 alle 18, e dà la possibilità di fumare solo a orari prestabiliti, circa ogni ora e mezza, all’aperto, in uno spazio chiuso, sotto la sorveglianza di almeno un infermiere. E siccome gli infermieri e le infermiere hanno sempre tanto da fare, come più o meno tutti i dipendenti pubblici, gli orari saltano e, per telefonare o per fumare, tocca aspettare, o, nel caso di un’emergenza, rassegnarsi a saltare il turno.

Il reparto, misto maschi e femmine e tutti i generi vari, occupa un’ala del vecchio ospedale — ala ristrutturata, questo s’intende, ma ristrutturata per gara d’appalto al “miglior prezzo di mercato”, cioè al ribasso — , si compone di sei stanze da quattro posti letto cadauna, collegate da un corridoio a L; una piccola sala mensa con annessa cucina, dove si riscaldano e si servono, di malavoglia, le solite schifezze precotte, ovvero la solita pasta scotta, riso scotto, carne e pesce del tutto insapore eccetera, fornite, sempre in appalto al miglior prezzo eccetera, dalla solita cooperativa che ha vinto il primo appalto almeno vent’anni fa, e periodicamente ri-vinto tutti i successivi. Poi c’è la sala comune, che è anche l’ingresso, con un grande tavolo per le attività comuni, e la televisione. In bagni sono in tutto due, ma uno è spesso fuori uso. Ne resta dunque solo uno, cui il prigioniero può accedere esclusivamente se accompagnato da un’infermiera, che gli apre la porta chiusa a chiave e poi aspetta, in anti-bagno, che il disgraziato abbia espletato, in tempi ragionevoli, cioè brevi, i suoi bisogni corporali.

L’angolo inferiore sinistro del telaio in alluminio verniciato della finestra del bagno è squarciato. Bel materiale l’alluminio: lamiere da 3/5 mm, resistenti, leggere, e, così scoperte, taglienti come un rasoio. Appena esco, riferisco la situazione, con una certa veemenza e a gran voce, alla capo-infermiera, che mi guarda sorpresa. L’angolo della finestra è rotto, dice, e allora? E allora, dico, se solo avessi voluto, ora sarei steso con le vene dei polsi recise. E voi, aggiungo quasi urlando, lasciate che i vostri pazienti si chiudano a chiave in bagno con un rasoio a disposizione? Lei non risponde. E per una volta, è il prigioniero a zittire il sorvegliante. Il giorno seguente, quando vado in bagno, noto che lo squarcio è stato malamente rabberciato con del nastro adesivo. Poi, ed è la cosa più importante, ci sono loro, cioè noi: i pazienti psichiatrici. E, sottoscritto a parte, chi sono questi prigionieri?

È presto detto: A., un ragazzo di 25 anni, dentro da quasi un anno, perché a casa non lo rivogliono, così lui, e ha dei precedenti per consumo e spaccio, scappato in Francia per evitare il Tso, e lì, dopo due mesi, arrestato, imprigionato per mesi due, e infine estradato e internato in attesa di essere accolto in una qualche comunità. Poi c’è F, 19 anni, biondo, occhi azzurri, frangia sugli occhi, rapper maledetto che ha tentato il suicidio, e ora è dentro per uso di sostanze stupefacenti e alcol, con cui lego, chiacchiero di musica, e mi metto d’accordo per una session post-prigionia. E G., 23 anni, anche lei bionda, pelle bianchissima, alta, slanciata, bellissime mani che tremano, e bellissimo viso dell’est dagli zigomi alti, tipico di questi luoghi, fresca di tre giorni di rianimazione dopo un tentato suicidio. Ed E, madre sola di 45 anni con problemi di alcolismo, cui i servizi sociali hanno appena tolto il figlio di anni 8. S, 27 anni, padre sardo e madre veneta, e perciò, così lui, sardo in Veneto e veneto in Sardegna, sotto metadone da anni tre, parcheggiato in reparto in attesa di essere accolto in comunità. Poi I. e C., due signore di una certa età, una anche appena operata all’anca, dentro non so per cosa. E infine, isolati in stanza in istato di contenzione, cioè legati al letto, un vecchio demente e un cinquantenne, minorato dalla nascita, che continua ad agitarsi, parlare e urlare, continuamente, giorno e notte, internato da un paio di settimane, per dar modo alla madre, ormai ottantenne, che lo ha sempre tenuto con sé, ma ormai non ce la fa più, di avere un paio di settimane di respiro.

In questa compagnia, e non certo per merito di un personale scontroso e permalosissimo, a partire da psichiatri e psicologi, i quali, se solo ci si sogna di porsi con loro in rapporto dialettico, cioè si sfida il principio di autorità, si irritano e non si peritano di interrompere il paziente alzando la voce, e di zittirlo minacciando un trattamento obbligatorio, ma forse proprio grazie a questo, i miei giorni di detenzione scorrono via abbastanza velocemente. Il pomeriggio di mercoledì 13 ottobre, dopo aver firmato una lettera di dimissioni falsa, abborracciata e piena di inesattezze, vengo rilasciato.

Sono passate un paio di settimane. Lo shock è riassorbito. Sto scrivendo un reportage, come fossi stato non un paziente, ma un inviato speciale in incognito.
A questo riguardo, resta da dire una cosa. È una cosa che tutti più o meno sanno, ma nessuno dice, e che gli statistici vari, sempre così pronti e zelanti quando si tratta di fornire numeri e dati a supporto di questa o quella teoria filo-governativa, si guardano bene dal rilevare, e la cosa che resta da dire è che i ricoverati, tutti i ricoverati, a prescindere da sesso e religione, hanno in comune una cosa: sono tutti, ripeto tutti italiani, di classe proletaria e sottoproletaria. E sono bianchi. Perché c’è poco da fare o da dire: è il proletariato e il sottoproletariato italiano bianco, oggi, a rappresentare la classe sociale meno protetta di tutte, la meno “vista” di tutte. Agli italiani bianchi di classe sociale inferiore, l’assistenza sociale di stato può espropriare i bambini, mentre la psichiatria di stato, dal canto suo, può internare a colpi di Aso e Tso, e trattare ogni cosa a forza di psicofarmaci, senza che nessuna delle innumerevoli associazioni che lotta per i cosiddetti diritti civili abbia niente da dire.

Ai tempi di Berlusconi, in una delle mie rare apparizioni televisive, Dandini mi chiese se fossi di destra o di sinistra. Risposi: forse sono di destra, risposi, ma non di questa destra. Sono passati più di dieci anni. Ora, dopo aver letto Gramsci, se qualcuno mi facesse la stessa domanda risponderei: non so, forse sono di sinistra. Ma non di questa sinistra.

Centri di salute mentale? Meglio militarizzati

Gio, 18/11/2021 - 12:46

La sentenza del Tribunale di Bari

di Peppe Dell’Acqua

Depositate lo scorso ottobre le motivazioni della sentenza che chiude il processo per omicidio colposo  a Domenico Colasanto, Direttore dell’Asl di Bari all’epoca della morte per mano di un paziente di Paola Labriola. I giudici lo hanno condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione rilevando che per le direzioni aziendali il pareggio di bilancio, veniva prima della sicurezza del personale. Certamente, diciamo noi, veniva prima di progetti adeguati per dare a quei luoghi presenza e voci, cure possibili, operatori preparati e motivati, accoglienza dignitosa. Nella motivazione i giudici chiariscono che ”la sottovalutazione del tema della sicurezza sul lavoro e la visione del criterio economico come guida principale ha determinato le scelte del Dg di non redigere il documento di valutazione dei rischi  e di non adottare adeguate misure prevenzionali, così creando le premesse per lasciare privo di adeguati presidi di sicurezza il Centro di Salute Mentale dove si è verificato il barbaro omicidio della dottoressa Labriola, che esercitava le sue funzioni con abnegazione in un Csm ad alto rischio di sicurezza”.

Colasanto è stato ritenuto responsabile di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e omissione di atti d’ufficio. Un passaggio ulteriore è ancora più sconcertante,  secondo i giudici, “vi è stata una sottovalutazione del rischio di aggressioni al personale, anche per l’adesione alle teorie basagliane contrarie alla militarizzazione dei Csm..”.

Sono passati sei anni da quel tristissimo giorno. Le prime reazioni furono un coro di affermazioni sconcertanti. Tutti invocarono la “sicurezza”. Il sindaco di Bari promise un’ordinanza per impegnare vigili urbani armati, in coppia, a presidiare l’ingresso dei Centri di salute mentale, che forse solo in quel tragico momento giungevano alla sua attenzione. L’assessora regionale alla sanità ordinò alle Asl di acquisire un servizio di vigilanza con guardie armate. Promise perfino di istituire a livello regionale corsi di difesa personale per le operatrici. Assicurò nei turni di lavoro “la promiscuità di genere fra gli operatori”.
“Ridurremo i centri non per tagliare i servizi (!) – disse – ma per implementarli, per fare in modo che dentro vi sia più personale”. Fu il commento più sconcertante. L’accorpamento dei servizi cui l’assessora si riferiva era un punto forte del piano regionale già in atto: si passò per esempio, da tre centri di salute mentale (ognuno con una popolazione di circa 100mila abitanti) a uno solo. In quell’unico centro aumenterà il personale, disse ancora l’assessora. Questa volta le promesse della giunta si realizzarono: i centri di salute mentale furono ridotti di numero, la popolazione di riferimento è di molto aumentata, i territori sono diventati inconoscibili.
La Puglia, come ormai quasi la totalità delle regioni, continua a spendere due terzi delle risorse per la salute mentale in istituti, strutture e comunità sedicenti terapeutiche. Un’enormità di risorse buttate in luoghi dove le persone vengono depositate per decenni: il territorio sempre perennemente sguarnito e sempre pieni i servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura. Tutti con le porte blindate. In molti di questi si pratica la contenzione. Solo pochissimi riescono a garantire porte aperte e non contenzione a costo di fatiche e ostacoli che si possono immaginare.

Non è bastata la morte tragica e dolorosa di Paola; non è accaduto nulla che interrogasse le politiche, le psichiatrie, le accademie. Di lì a poco la Società italiana di psichiatria annunciò la prima Giornata Nazionale sulla Sicurezza degli operatori. Nella lettera d’invito del presidente della Sip le parole ricorrenti erano “violenza e aggressività dei malati di mente”. Il convegno si tenne a Bari il 24 ottobre 2014 in memoria di Paola Labriola. Paola mai avrebbe partecipato a un incontro del genere. Avrebbe preferito di no.

Vincenzo Poliseno, l’uomo che uccise Paola, ora sconta una pena a 30 anni di carcere. Il perito psichiatra lo ha ritenuto capace di intendere e di volere. Un uomo, un marginale ed emarginato, fracassato dalla sua storia, che aveva trovato sempre risposte parziali, luoghi respingenti, che avrebbero dovuto essere i luoghi deputati a incontrarlo. Nel Centro di salute mentale quella mattina, Paola Labriola l’ha accolto. Sapeva bene che il suo impegno doveva favorire l’incontro e la cultura dell’accoglienza, e trovare qualche risposta sensata. I servizi, in tutto il paese, già allora stavano drammaticamente perdendo la cultura e le pratiche dell’accoglienza. Già allora subivano la trascurata superficialità delle politiche regionali e ormai da tempo le risorse per la salute mentale si trovavano agli ultimi posti nella scala degli obiettivi delle aziende sanitarie. Luoghi miseri e invisibili. Paola gridava nel deserto.

Sei anni sono passati invano. I giudici aderiscono alle prime banali reazioni a caldo e per ciò poco ragionate del sindaco, dell’assessora, delle accademie. I centri devono essere luoghi “militarizzati”, dicono, muniti non di un numero congruo e qualificato di operatori ma di guardie armate. I processi di rinnovamento che Paola (militante CGIL) quotidianamente cercava di rendere concreti diventano essi stessi una colpa e causa della sua morte.

Ora le direzioni aziendali, gli assessorati regionali e le tante psichiatrie della distanza e della pericolosità possono sentirsi più sicure nel proseguire politiche psichiatriche mancanti di una qualsiasi visione che veda il cittadino al centro dei processi di cura.
I Dg sono invitati a badare che i luoghi della “cura” siano ben chiusi e vigilati, come peraltro accade in 9 SPDC su 10 (vedi la denuncia di Vitaliano Trevisan sul Spdc di Vicenza) e prestare la massima attenzione perché nei dipartimenti di salute mentale, sia chiaro, gli operatori la smettano di “basagliare”.

Trieste, novembre 2021

Franco Basaglia, sessant’anni fa e oggi

Gio, 18/11/2021 - 12:31

di Massimo Cirri
A commento del Convegno SDPC No Restraint “A sessant’anni da Mi No Firmo”

Sessanta anni fa, il 16 novembre 1961, Franco Basaglia entra da Direttore nell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia. Non ne ha mai visto uno. E’ uno psichiatra universitario ma l’università lo ha cortesemente messo alla porta. Franco Basaglia, 37 anni, è un po’ “disallineato” per i canoni della disciplina: legge troppi libri di filosofia, fenomenologi soprattutto, e il suo capo accademico, professor Giovanni Belloni, Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Padova, lo chiama “Il filosofo”. Che non è proprio un complimento.

Quindi gli tocca il manicomio. Quello di Gorizia, ma è un caso. Il direttore di prima si chiamava Antonio Canor, veniva da Pola, era un esule, nel manicomio ci abitava con l’anziana madre. Non usciva quasi mai. L’aveva fatto in un giorno di sole, per andare a trovare un fratello a Udine. Sulla strada tutta dritta verso Gradisca d’Isonzo era finito in un fosso, morto.

Quello che vede Franco Basaglia è uguale a Gorizia come negli altri cento manicomi italiani: persone che non sono più persone, corpi, internati. A Gorizia sono 650, in Italia centomila. I manicomi sono uguali in tutto il mondo, il manicomio è un format. Basaglia scriverà che di quel primo giorno ricorda un odore, che è uguale all’odore che ha sentito diciassette anni prima quando è stato in carcere, da studente, per antifascismo: un odore di morte.

Qualche giorno dopo un episodio che segna qualcosa. L’ispettore capo del manicomio di Gorizia, si chiama Michele Pecorari, porge al nuovo direttore il libro delle contenzioni: l’elenco delle persone che la notte prima sono state legate al letto. Il direttore deve vistarlo. E’ una prassi, un gesto quasi da niente, si è sempre fatto così. Il nuovo direttore è lì con la stilografica in mano – l’ispettore Pecorari gliela ha cortesemente passata – ci pensa un po’ e poi lo dice: “E’ mi non firmo”.

A sessant’anni da quel gesto di rifiuto a Trieste si sono ritrovati in un convegno quelli che non legano al letto le persone. Sono gli operatori di 21 Servizi Psichiatrici Ospedalieri di Diagnosi e Cura che hanno scelto di non legare mai al letto le persone. Anche se sono agitate, molto agitate, fuori come un balcone, fuori con tutto, in crisi dura, disperate e “violente”.

Giovanni Rossi, psichiatra mantovano che tiene le fila dell’associazione – si chiama Club SPDC no restraint – dice che così adesso in Italia ci sono 5 milioni di persone che vivono in posti dove, anche se sei matto, molto matto, agitato, molto agitato ecc. ecc. non ti legano al letto. Cercano di calmarti in altro modo, anche con i farmaci, è chiaro. Ma non ti legano. Succede in Friuli Venezia Giulia e in Romagna. Se abiti in Lombardia è più facile finire legati. All’ospedale Niguarda di Milano hanno messo giù anche delle linee guida per la contenzione. Il Ministro Speranza invece ha favorito la stesura di un documento per il superamento della contenzione. Ora tocca alle regioni dire la loro.

E’ complicato non legare le persone, superare la durezza di una crisi senza aggiungerci altra violenza. Angelo Fioritti, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, ha raccontato il tormento degli operatori dell’SPDC di San Giovanni in Persiceto, uno dei club che non lega. Non ce la fanno più con un ragazzo debole di mente, incattivito dalla vita e dall’isolamento del lokdown che mette a soqquadro il reparto, è ingestibile e non si riesce proprio a trovare un modo per fermarlo. Allora, con grande tormento, dicono che bisogna fare un’eccezione e contenerlo al letto, anche se non lo fanno più da molti anni. Sono lì con le fascette in mano ma poi dicono di no: legare un’altro umano al letto è anche una cosa che toglie dignità anche a chi lo fa. Ci riprovano, troveranno un modo, non lo legano.

Immagine: da uno schizzo di Hugo Pratt

Dopo Trieste, ancora Trieste

Mer, 17/11/2021 - 18:38

di Giovanni Rossi.

Quando due anni fa, dicembre 2019, con Alessandra Oretti, che dirige il SPDC della Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, abbiamo cominciato a progettare il convegno a Trieste non immaginavamo certamente che lo scenario si sarebbe modificato nelle forme che ora ci appaiono.

Sì, forse laggiù in Cina c’era una nuova infezione, ma si sa i cinesi….. Poi ha preso un nome : Coronavirus.

Una coppia di cinesi è stata ricoverata allo Spallanzani di Roma. Poi il caso zero a Codogno. Il virus tra noi. Cosa fare? Le mascherine che non c’erano. Il distanziamento sociale poi fisico, un metro.

Il lockdown, i ricoveri e i morti. Le conferenze stampa giornaliere. L’informazione e il dibattito televisivo monopolizzato dalla paura, perché l’assertività del linguaggio pubblicitario non tollera il probabilismo del metodo scientifico.

Poi la performance del vaccino pronto in un anno. La sua primazia nella difesa della salute e per la ripresa della economia. La vaccinazione come primo degli obiettivi affidati al nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi.

La condizione di restraint sperimentata da tutti gli italiani ci ha fatto pensare, un anno fa, nel nostro incontro annuale, tenutosi virtualmente a Caltagirone, che ci fosse una sensibilità nuova e diffusa al tema.

In realtà si sono ampliati gli spazi di intervento del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, che è stato costretto a denunciare la situazione di “detenzione” in cui si erano venute a trovare le persone accolte nelle residenze per anziani e disabili, costrette all’isolamento dai propri affetti, dalle famiglie e dagli amici. Ora è stato quantomeno ottenuto che in collaborazione con l’Istituto Superiore della Sanità sia attivo il monitoraggio delle strutture, di cui non esiste nemmeno una anagrafe nazionale.

Nel tessuto sociale l’immunizzazione si è accompagnata al diffondersi della intolleranza. O da una parte o dall’altra.

Il dialogo, come chi continua a provarci sa, è sempre più impossibile. La fede nella scienza, questo ossimoro, sembra accomunare gli uni e gli altri. Ciascuno naturalmente con i suoi documenti scientifici di riferimento, ribaditi come unici dai meccanismi della comunicazione pubblicitaria personalizzata, che sulle pagine dei social, seleziona nel flusso, ciò che l’algoritmo, individua come sintonico con il nostro profilo social.

E’ miracoloso che il 15 e 16 dicembre 2021 siamo riusciti, grazie in primo luogo all’impegno straordinario di Alessandra Oretti e del Dipartimento di Salute Mentale di Asugi, ad organizzare l’incontro “Verso servizi liberi da contenzione. A sessant’anni da: mi no firmo”.

A riprendere il filo, come fu per Franco Basaglia, della relazione che intercorre tra dignità e diritti umani, necessità di conoscenze nuove per la cura, salute del singolo e salute della comunità.

E’ stato possibile, in primo luogo, come sottolineato da Franco Rotelli, perchè i Servizi di Trieste, come quelli di Gorizia, continuano ad essere in campo, ad accogliere domande e a dare risposte, grazie ad una solida formazione ed organizzazione e all’integrazione con la rete sociale e cooperativa.

Certo le contingenze generano più di una preoccupazione, ma ciò non deve impedire di vedere il dato di fatto di una continuità nel prendersi cura. Come ha mostrato il bel documento visivo raccolto all’interno del SPDC.

Come si sa, la presenza del coronavirus ha modificato l’organizzazione degli ospedali. Reparti covid e reparti non covid.

Anche gli SPDC hanno subito tali ulteriori criteri di selezione/isolamento. In alcune aree un SPDC si è sacrificato accogliendo i pazienti covid, anche per gli altri. In altre circostanze all’interno del singolo SPDC si sono separate una zona covid da una non covid.

Quasi da nessuna parte è stato mantenuto il percorso covid per le persone con problemi di salute mentale all’interno di un unico percorso basato sulla gravità della sintomatologia della malattia.

Nonostante ciò, al convegno di Trieste, siamo riusciti a portare le esperienze aperte, di coprogettazione, degli SPDC no restraint.

Esperienze di coinvolgimento di utenti e familiari, come pure di lavoro integrato tra ospedale e territorio. Quest’ultimo inteso nella accezione ampia dei servizi sociali, sanitari, ma anche per la sicurezza dei cittadini.

Il tema della trasparenza e verificabilità dei nostri atti è stato altresì ripreso da Mauro Palma che nel suo ruolo di Garante Nazionale ha da un lato l’autorità di visitare i luoghi, come gli SPDC, in cui la libertà della persona può essere ridotta, ma anche di raccomandare “rimedi” come possono essere l’adeguata dotazione di personale o l’integrazione con il territorio.

Abbiamo ripreso con il Sindaco di Legnano, Lorenzo Radice il tema della città che nel suo insieme sa accogliere dando grande spazio alla funzione educativa. Mentre Franco Rotelli, citando l’esperienza delle microaree, ha sottolineato che tale approccio promuove e produce salute, soprattutto attraverso risorse già presenti nel tessuto della città.

Noi sappiamo bene cosa significhino ripresa o resilienza, appartengono al campo della salute mentale di comunità. Oggi queste parole definiscono il Programma Europeo e indicano la direzione verso cui orientare le ingenti risorse economiche messe a disposizione.

Per questa ragione ci hanno fatto piacere le parole che ci ha rivolto il Ministro della Salute Roberto Speranza, poi riprese dalla professoressa Dirindin nel suo intervento.

Sappiamo quanto sia importante la cultura no restraint, tuttavia ci vogliono anche gli operatori. Perché la cultura non può vivere se non nel lavoro pratico. Dunque abbiamo auspicato che vi sia una grande leva di nuovi operatori per la salute mentale, alla cui formazione noi naturalmente ci candidiamo.

La direzione verso cui muoversi c’è.

E’ contenuta nelle raccomandazioni per il superamento della contenzione meccanica nei servizi della salute mentale del Ministero della Salute. I tempi sono indicati: tre anni.

I modelli di riferimento li abbiamo, a partire dal quello triestino, che è presente nella guida OMS per i servizi di salute mentale di comunità orientati dalla centralità della persona e dei suoi diritti. Ed abbiamo anche indicato alle Regioni quattro obiettivi minimi, immediatamente realizzabili, utili ad individuare senza ritardi chi si stia davvero impegnando.

Penso che l’incontro di Trieste verrà ricordato come prova della resilienza e della capacità di ripresa che il movimento per il no restraint ha in Italia.

Per questo sono discretamente ottimista.

La panchina. Su “Noi due siamo uno” di Matteo Spicuglia

Sab, 13/11/2021 - 11:24

Pubblichiamo questo scritto di Amedeo Gagliardi, che ringraziamo per la bellissima analisi, in occasione dell’incontro di martedì 16 novembre, alle 18.45, all’Arsenale della Pace di Torino.

Peppe Dell’Acqua Dialogherà con Renato e Maria Cristina Soldi, padre e sorella di Andrea, morto durante un TSO


LA PANCHINA
di Amedeo Gagliardi
ottobre 2021

La sua panchina Mauro non l’aveva mai dimenticata, tanto che l’aveva riprodotta in una fotografia appesa in bella vista sopra il mobile in ingresso. Se andavi a casa sua non potevi non notarla ed alla domanda su cosa rappresentasse, prontamente rispondeva che quello era il luogo che lo aveva accolto quando, a meta’ degli anni Ottanta, dopo imprevisti e fallimenti, si era ritrovato per strada.

Oggi nelle citta’ sono sempre piu’ numerose le persone “in panchina”. A volte tendono la mano chiedendo qualche spicciolo. Persone ferite, statiche, congelate da una agonia che lentamente le allontana dal mondo, spesso percepite solo come presenze dis-turbanti. Avvicinarle sembra impossibile. Fermarsi e prestare aiuto pericoloso. Con Mauro invece qualcuno si era fermato e così lui aveva potuto riprendersi la sua vita e mettere su la casa dove poter appendere la foto di quella panchina.

Anche per Andrea la panchina doveva essere importante, ma in quel pomeriggio afoso nella Torino del primo agosto 2015, le persone che andarono a prenderlo non erano interessati a capire come mai stava lì. Non avevano tempo, avevano fretta di intervenire e concludere il TSO. In quella fretta, nel caldo afoso e nella presunzione di chi pensa di essere dalla parte giusta, la panchina diventa così il luogo della tragedia che mette fine alla vita di Andrea in sole due ore.

La storia di Andrea la racconta Matteo Spicuglia nel bel libro Noi due siamo uno, edito da Add Editore. Grazie alla sua abilità di cronista ripercorre la storia della sua famiglia e della sua malattia durata circa venticinque anni, partendo dal drammatico epilogo. Una storia che racconta come la vicenda di una famiglia alle prese con la malattia mentale evidenzi l’incapacità collettiva e dei servizi di comprenderne la sofferenza, di saperla ascoltare andando oltre gli inevitabili sensi di colpa che via via emergono, ed evitando di premeditarne la traiettoria, magari complicandola, verso direzioni definite a priori.

Matteo Spicuglia si avvicina a questa storia come inviato della Rai per seguire in Tribunale il processo per omicidio colposo a carico di coloro che avevano eseguito il Trattamento Sanitario Obbligatorio. E’ in questa occasione che intercetta una frase tra padre e sorella di Andrea: Ricordi papà? Andrea aveva già scritto tutto nel suo diario, e da attento cronista rileva la notizia. Intuendo dell’esistenza di un diario dove Andrea documentava la sua battaglia con i demoni della schizofrenia, durante le varie fasi del processo, Matteo entra in relazione con il padre e la sorella, Renato e Cristina, dichiarandosi disponibile ad approfondire la loro vicenda e chiedendo di leggere il diario.

È alla luce di questa testimonianza che Noi due siamo uno ripercorre la vita di Andrea e della sua malattia, dall’esordio durante il servizio militare, alla panchina di Piazza Umbria a Torino. Attraverso questo diario comprendiamo, come spesso possiamo solo intuire, che la relazione con persone alle prese con una malattia mentale severa come quella di Andrea è minata da episodi costruiti nell’incomprensione, nelle paure ed in mille atti mancati. Episodi che possono aiutare o ostacolare le relazioni a seconda della propensione a cercarne insieme il senso che ognuno inevitabilmente vi attribuisce.

Pensiamo al TSO, al trattamento sanitario obbligatorio: diventato nell’immaginario collettivo più un mandato di cattura, che un’atto di soccorso per chi si trova in uno stato di coscienza e non sente il bisogno di essere curato. Pensiamo a come tale obbligatorietà viene percepita più nel senso di obbligare il soggetto alla cura che al dovere della collettività della cura verso la persona. Pensiamo come la rappresentazione del reale si costruisca attraverso valutazioni spesso solo emotive e come queste si trasformino in reazioni automatiche che impediscono l’accesso a quelle premesse cognitive che le determinano. Poter comprendere l’altro, poterlo in qualche modo capire, significa ascoltare il suo punto di vista ma anche il proprio, provando a costruire un dialogo. Per quanto folle possa sembrare è a partire da queste diverse percezioni, ed attraverso un dialogo interessato, che possiamo risalire alle cornici di senso che determinano i diversi punti di vista: è attraverso questo inter-essere che possiamo praticare relazioni che diventano luogo di comprensione reciproca.

Noi due siamo uno è un libro che consiglio di leggere perchè offre l’opportunità di ascoltare con la distanza necessaria questo punto di vista, attraverso la lettura del diario di Andrea. Un ascolto che offre una prospettiva che altrimenti non possiamo immaginare e che permette di interrogarsi, partendo dalle parole di chi scrive, su come potremmo stare in una ipotetica relazione.

Il diario e il racconto di Andrea, trovato dopo la sua morte nel suo appartamento, ci offre l’occasione di avvicinarci alla sua sofferenza e sensibilità, alla sua poetica, alle sue riflessioni, insomma al suo mondo, comprendendo cosa si perde ogni volta che si riduce la vita di una persona alla sola malattia, rinunciando alla ricerca del senso, alla comprensione di una vita che in prima battuta giudichiamo folle, inutile o comunque lontana dalla prospettiva che si coltiva nella normalità.

Gli operatori che sono un tramite della collettività nei confronti di tale alterità, hanno il privilegio di potervi accedere cercando di costruire ponti anche verso la collettività che rappresentano. Questo è un modo per restituire valore e possibilità a storie come quella di Andrea, provando a far superare quell’automatica reazione emozionale e a rivisitare cornici cognitive irrigidite, per offrire l’occasione di andare oltre quel senso comune diventato sterile e asfittico.

Questa operazione va ripresa con forza sia per assolvere la funzione culturale del lavoro di cura, sia per tessere un collegamento tra la sofferenza individuale e il respiro della città e della comunità. Rendere la collettività partecipe di questo percorso di comprensione aiuta la ricerca di risposte che la persona “in panchina” propone, costruendo comunità più mature, più inclusive, evitando di far precipitare l’incontro con l’Altro in un mero esercizio prestazionale, che rinforza paure e fa emergere l’illusione di poter tenere sotto controllo cio’ che si percepisce come irregolare. Sappiamo che questo, storicamente e come dimostra la storia di Andrea, porta solo ad epiloghi tragici.

Consiglio la lettura di questo libro perchè stimola la motivazione nella ricerca di quel dialogo verso le persone e le comunità, capace di includere, di comprendere, di essere attento nei confronti delle molteplici sensibilità. Un dialogo che per Andrea è purtroppo mancato e che avrebbe potuto far maturare anche per lui un finale diverso.

Attraverso questo dialogo si può generare esperienza diversa, diventando più consapevoli di ciò che accende le nostre emotività. Per riprendersi dallo smarrimento che l’angoscia propone, l’uomo ha sempre avuto bisogno di ricostruire questo piano di fiducia con l’altro, fiducia che diventi senso di appartenenza, sentiero praticabile. Per questi motivi tutte le grandi tradizioni religiose, umanistiche e civili insegnavano il valore dell’accoglienza, per fare esercizio di umanità, per far crescere se stessi in relazione agli altri.

Credo a questo punto sia utile tornare alla panchina. Le panchine in questi anni sono state spesso luogo capace di accogliere persone come Andrea o come Mauro, col cui ricordo apro questa riflessione. Nel centro della città in cui vivo, Genova, per non essere dis-turbati da queste visioni si è scelto progressivamente di eliminarle; sono quasi sparite. L’individualismo e la paura, senso comune e cifra di questi anni, continuano a spegnere questa tensione morale, rendendoci sempre più prigionieri, più cattivi, (dal latino captivi, intrappolati), nell’illusione di essere così forti da poter affrontare la sofferenza da soli. Non bisogna arrendersi, dobbiamo chiedere più panchine, per sedersi e per guardare il mondo con il distacco necessario, meglio ancora se insieme ad altri.

Ho letto questo libro dopo quello di Paolo Milone, L’arte di legare le persone, di cui ho scritto in anche qui. Mentre in quel libro le parole, in forma di epigramma, tendevano a spiegare e chiudere l’esperienza, qui le parole di Andrea, forse perchè non sono mai state dette, aprono alla speranza, alla possibilità, alla ricerca di una interlocuzione che purtroppo con Andrea non si è stati in grado di rendere praticabile. E’ una lettura importante perchè queste parole in qualche modo diventano un’eredità consegnata ad ogni lettore che potrà spendersi nel futuro per migliorare le condizioni della salute mentale di questo Paese.

Come scrive Andrea: ”Spero che tutto ciò, un giorno sarà letto da qualcuno che si renda conto dell’importanza, mia in ciò che ho scritto.

Sulla smemoria di uno specializzando

Sab, 13/11/2021 - 10:36

Con questo articolo di Salvatore Marzolo, diamo avvio al tentativo di riproporre la piazza del Forum, così come avevamo desiderato, capace ora di accogliere i cambiamenti, nel bene e nel male, che sono avvenuti in questi venti anni dalla fondazione.

La pagina del Forum e la piazza non per caso cominciano con lo scritto di Salvatore. La speranza è, e ci impegneremo perché accada, che studenti, specializzandi, giovani operatori “di ogni ordine e grado”, possano riabitare questo luogo.


Sulla smemoria di uno specializzando
di Salvatore Marzolo

“Questo qui è psicotico”, “Lo faccio per il tuo bene”, “Un quadro clinico sporco da un disturbo di personalità grande quanto una casa” “Ormai è cronico”, “Lui è il mio paziente”.
Frammenti di conversazioni quotidiane nei miei corridoi, gocce invisibili e insonore che non smettono mai di gocciolare. Tac tac.

Nella sala d’attesa del centro di salute mentale, seduto in silenzio ad aspettarmi per quando verrò a chiamarti per la visita. Tu schizofrenia, depressione resistente, disturbo ossessivo compulsivo, mi aspetti paziente.

Io medico in formazione con il camice bianco stirato ieri sera, con le chiavi in tasca per aprire le porte del reparto, con il sapere dei libri sulle labbra e le giornate di sessione d’esame passate sbarrato in casa con a leggere, a sfogliare le pagine dei manuali fotocopiati.

Tu, il mio paziente, in ginocchio a chiedermi la salvezza e io, medico in formazione, che sa come salvarti.

Mentre prendo il cartellino ambulatoriale mi sembra siano ormai inutili il tuo nome proprio, l’odore della tua pelle alla fine delle scale per raggiungere il centro, il rumore dei tuo passi quando ti aggiri solo o perseguitato nei tuoi luoghi di vita, il peso di quel dolore anonimo che ti preme sul petto e rimane incomunicabile, la puzza del tuo alito a digiuno, la forfora nei tuoi capelli incollati alla testa, le rughe sporche ancora di sugo, gli occhi spenti e il cellulare nelle mani acceso, il timbro della tua voce che ha pianto, ha riso, ha cantato, ha chiesto aiuto, le tue scarpe consunte, rubate, comprate, prestate, perse che indossi ai piedi, il tuo giaccone sporco senza bottoni, chiuso fino al collo, dimenticato, messo sotto il braccio, le tue mani di carne ossa e legamenti che si stringono bianche, che diventano un pugno porpora, una carezza tenera, un arrivederci, un nascondiglio.

Che ne ho fatto di te? Stai seduti, aspetti. Che ne ho fatto della tua esistenza in movimento, che ne ho fatto della tua follia sgangherata, che ne ho fatto dei tuoi sogni dimenticati, deturpati, violentati, troppo fragili per un mondo di cemento? Che ne ho fatto delle tue lacrime versate all’angolo di un centro commerciale luccicante di provincia, delle tue calde guance rosse dopo un altro schiaffo ricevuto, delle tue mani fredde tese con le unghie lunghe e ingiallite dal fumo? Che ne ho fatto dello schifo che mi fai lì immobile ad aspettare, che cosa? Che cosa aspetti? Chi aspetti? Perché non ti alzi, perché continui a stare in silenzio a non urlare, a non prendermi il camice a spogliarmi del potere, a strapparmi la corona di testa, a prendertela tu, a mettertela in testa, a fare festa perché sei di nuovo libero, libero di essere come sei, ad ubriacarti fradicio con la musica nella cassa che suona per la notte e per il giorno, per la luna che brilla in cielo solo per te?

Che ne ho fatto della mia paura fottuta della tua follia? Della mia, della mia infanzia, della mia storia.

Le origini sono quasi sempre infami. Come ho fatto a dimenticarle e poi a dimenticarmi e poi a dimenticarti?

Ero io ieri con l’elettroshock in mano a fermarti il capo e a dirti che non avresti sentito nulla, ero io a chiedere agli infermieri di legarti mani e piedi al letto perché il reparto doveva stare tranquillo e noi del personale dovevamo riposare, ero io a chiamarti alienato, pazzo, matto, fuori di testa, fuori come un balcone, inutile, scarto, merda, vergognoso essere immondo da spazzare via dalla faccia della terra perché eri pericoloso perché eri di scandalo. Perché non riesco a ricordare chiaramente quando ti tenevo chiuso in una stanza di Ospedale Psichiatrico accatastato come in un deposito roba vecchia di un fabbro di quartiere insieme ad altri come te, che facevo io allora? Interdetto, senza più i diritti degli altri, dei sani, dei normali, senza la possibilità di prendere un caffè al bar e dire “senza zucchero grazie e acqua liscia”, che facevo con la mia vita di allora? E ancora prima quando ti tenevo legato con le catene in enormi casermoni riciclati dai lazzaretti della tubercolosi insieme ai froci, ai criminali, ai negri, ai minorati di mente, alle puttane, come facevo a guardarti negli occhi? Che cosa vedevano i miei occhi quando guardavo i tuoi? E i tuoi? Come erano fatti allora i miei occhi? Come ho fatto a dimenticarlo?

Come respiravo, con il naso o con la bocca? Come era il ritmo del mio cuore, che pantaloni indossavo quando negli Opg, nelle Rems, nelle residenze sanitare per gli anziani, nelle comunità terapeutiche per tossicodipendenti, nei centri per i disturbi del neurosviluppo, ti lasciavo lì senza la possibilità di un incontro, senza “come stai”, senza potere, dignità, riconoscimento. Quando un vecchio è ormai un vecchio, un handicappato è così per sempre, un tossico se l’è cercata lui, un autistico purtroppo non c’è più niente da fare. Parlavo con la mamma, la compagna, i figli che non avresti mai avuto? Parlavo con i tuoi futuri abortiti, con le tue esistenze monche come fiumi che non scendono a mare e si disperdono in un pantano?

O rimanevo tra me e me? A pensare a che cosa poi?
Dove andavo a nascondermi l’anima?

Ma perché avrei dovuto fare qualcosa io? Io con la mia paura di sbagliare, di essere diverso, alieno, isolato, abbandonato, trascurato, non ascoltato, non visto? Io?

Si era sempre fatto così, tutti facevano cosi, qui si fa così che c’entravo io? Perché parlare, sognare, proporre alternative, perché provarci? Perché sentirmi in colpa, vergognarmi, provare ribrezzo, dissentire se gli altri comunque avrebbero continuato a farlo, se gli altri comunque avrebbero continuato a girare lo sguardo dall’altra parte, a tapparsi il naso, ad andare alle feste con il sorriso prestampato sul volto, a riempirsi le mani di giocattoli inutili per poi dire di non avere più spazio per stringere altre mani, di non avere più tempo per interessarsi, per impegnarsi, per promettersi, per progettare? Ma che ne potevo sapere io? Ero poi così diverso? Perché mi riguardava? Perché mi riguardavi?

Ora tu mi guardi stranito, ti sembra di capire qualcosa, che cosa mi sta succedendo? Ti ho raggiunto in sala d’attesa, ora sei in piedi davanti a me, sento il tuo fiato che mi arriva sulle labbra, sento la tua mano che stringe la mia senza più forza ormai, vedo che i nostri piedi si orientano secondo campi magnetici nuovi, secondo altri nord che ancora ci rimangono sconosciuti.

Sei davanti a me, sono davanti a te con i miei occhi lucidi, forse ho pianto nel frattempo, forse mi hai dato proprio tu questo fazzoletto che ora tengo umido nel taschino del camice.

C’è un silenzio profondo, enorme.

Ti abbraccio forte, ti mi stringi le mani dietro la schiena.

Ti sussurro all’orecchio, “perdonami”.

Mi rispondi timido singhiozzando, “grazie”.

Uno spettro si aggira in Friuli Venezia Giulia

Lun, 08/11/2021 - 23:03

A dare avvio all’intensa discussione online sulle politiche della salute mentale il FVG, la Lettera aperta degli ex Direttori di DSM del Friuli Venezia Giulia, Roberto Mezzina, Renzo Bonn, Franco Perazza, Angelo Cassin, dello scorso ottobre.

***

C’è uno spettro che si aggira in questa regione, il cui obiettivo è disfare i servizi per la salute mentale più brillanti del mondo. I suoi scopi non sono chiari, le sue motivazioni neppure; si muove nell’ombra e sfugge ad ogni confronto pubblico. Produce documenti di programmazione in segreto, che nessuno può conoscere finché non vengono subitaneamente, proditoriamente adottati.

Dopo mesi di suspence, di silenzio pubblico o di discorsi sottovoce in segrete stanze, e perfino di rassicurazioni ai familiari e agli operatori, si sono svolti alcuni concorsi per direttori dei servizi, risultati alla fine assai poco congruenti con la missione, la visione e i valori dei dipartimenti, come ormai a tutti noto. Nominare alla guida un dirigente, senza tener conto della conoscenza e delle competenze specifiche per un sistema particolare come il nostro, è stato non solo un segnale allarmante di scarsa considerazione, ma un attacco diretto alla storia e al presente dei servizi. Come è noto, ciò ha già suscitato diverse petizioni, anche all’estero, con migliaia di firme, articoli sulla stampa e su tutti i media, anche sui giornali scientifici (tra cui il prestigioso the Lancet), prese di posizione da parte di organizzazioni internazionali e nazionali, di leader, operatori, familiari, politici, ed è ora annunciata un’audizione al Ministero.

Ma poi è improvvisamente comparsa la delibera regionale n. 1466/21, che anticipa e detta le regole della prossima riorganizzazione delle aziende (gli atti aziendali). Essa purtroppo conferma ciò che si temeva. Si attua un dipartimento unico delle dipendenze e della salute mentale (curiosa inversione dell’ordine di priorità, unica al mondo); la sua struttura e le interazioni tra i due ambiti restano però misteriosi. I centri di salute mentale (CSM) vengono molto ridotti di numero, da 22 a 15 (a Trieste uno di meno, a Pordenone due in meno, a Udine addirittura meno quattro), e anche di consistenza, in quanto almeno alcuni di essi passeranno sulle 12 ore; in compenso, dove resteranno a 24 ore, i loro posti letto aumenteranno a 8 (numero da repartino psichiatrico). I loro confini non sono chiari, la coincidenza con gli ambiti comunali creerebbe mostri enormi o minuscoli. I servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura, quasi inutilizzati in alcune ASL (come a Trieste /Gorizia) proprio per l’eccellente lavoro sul territorio che evita i ricoveri anche offrendo accoglienza presso i CSM, vengono invece potenziati: da 6 a 12 letti a Trieste (passano da 32 a 38 letti in regione). Letti che finora erano sufficienti.

Il problema è che se i documenti di programmazione hanno ipotesi di lavoro inventate e improbabili, non potranno essere realizzati mai. Ad esempio, nelle sedi attuali è impossibile fare queste operazioni. A Trieste il Servizio Psichiatrico dell’Ospedale Maggiore è angusto e in attesa di un futuro spostamento a Cattinara che richiederà un lustro o più. I CSM a Trieste sono troppo piccoli per ampliare i posti letto. Occorrerebbero nuove sedi: chi ci crede?

I direttori generali delle aziende sono silenziosi e probabilmente imbarazzati dall’operazione top-down che non ha informato né chiesto pareri in giro, tantomeno ai direttori dei dipartimenti di salute mentale, e che lascia loro la responsabilità di operare questi tagli. Per di più, il lavoro di collaborazione coi distretti, su giovani, anziani, disabili etc., che ha richiesto anni di costante miglioramento, sarà scombinato dalla riorganizzazione assai poco chiara che è annunciata della sanità distrettuale.

Nel frattempo il personale, decimato da pensionamenti, precariato, mancate assunzioni (infermieri), scoraggiato dal clima generale e perfino diffidato dal rilasciare dichiarazioni, sarà prossimamente ridotto (anche del 10%) per le sospensioni degli operatori non vaccinati. Si fa fatica a tenere i servizi aperti.

Insomma il sistema pubblico territoriale, non solo la salute mentale, viene seriamente messo alla prova da un cambiamento, deciso in alto, in cui le premesse e le analisi, le ipotesi di lavoro e le prospettive non vengono esposte – si dice solo di “trovare il giusto equilibrio tra accessibilità ed efficienza” dei CSM – e quindi non sono minimamente discusse e verificate. Ricordiamo solo che tempo fa, proprio ai fini dell’efficienza, si parlava in un ‘tavolo’ in regione di calcolare il personale necessario ai servizi ‘in base ai minuti’ che richiedono gli interventi. Per fortuna non si è mai fatto nel mondo per la salute mentale, i cui ‘tempi di lavoro’ non sono così standardizzabili come se si trattasse solo di un ambulatorio specialistico.

C’è un problema di costi? Non sembra. Il nostro sistema spende nella media nazionale, ci sono regioni che spendono quasi il doppio (Emilia Romagna e provincia autonoma di Trento). Il rapporto costo-benefici dei nostri servizi ha di nuovo ricevuto riconoscimento internazionale dell’OMS in luglio. Si fonda sulla prossimità ai territori, sul fatto che la popolazione che ogni CSM deve servire è relativamente piccola (50-60.000 abitanti). Questa dimensione di piccola scala rende il servizio più vicino e accessibile, favorisce la conoscenza dell’utenza e la possibilità di seguirla, mentre una scala più ampia richiederebbe anch’essa nuove sedi più grandi anche per svolgere le attività ambulatoriali e di centro diurno e renderebbe il tutto più caotico.

Quello che appare certo è lo scardinamento strutturale e il complessivo indebolimento del sistema dei servizi di salute mentale che si prospetta. Il Covid ha invece dimostrato che servono più servizi di salute mentale sul territorio, come scrivono con estrema chiarezza tutte le dichiarazioni e i documenti dell’ONU, dell’OMS, della UE, ma anche quelli ministeriali usciti dalla recente Conferenza Nazionale voluta qui in Italia dalle associazioni. Ora il nostro paese ospiterà il prossimo Summit Globale sulla salute mentale, come ha annunciato il ministro Speranza a quello di Parigi. Il nostro governo ha già stanziato 60 milioni di euro per quest’anno per l’immediato rafforzamento dei servizi di salute mentale, e l’OMS indica tra gli obiettivi dei paesi membri dell’ONU l’aumento del 50% dei servizi sul territorio entro il 2030. Perché qui in regione si riducono?

Chi guida la politica regionale avrò di certo delle ipotesi e sarebbe interessante conoscerle. I parametri di riferimento non mancano, dal documento dell’OCSE al Piano d’Azione dell’OMS, che contengono principi, target e indicatori. Poi c’è sempre l’ottimo piano regionale del 2018, approvato anche dalle organizzazioni non governative, che viene qui di fatto smentito almeno nei suoi aspetti strutturali.

Ciò che è stato stabilito infatti finisce non solo per indebolire, ma per cambiare la natura dei servizi, non più ‘eccezionali’ ma simili alla media nazionale, e persino occhieggiando ad un privato tradizionale, quello delle cliniche e dei camici bianchi, cui si vuole forse aprire la porta (e il bilancio pubblico). Proprio ora che occorrono risposte più globali al disagio, e all’impoverimento anche materiale dei più vulnerabili? Che ne pensano i cittadini, con servizi territoriali ridotti di numero e capacità, e che in caso di bisogno dovranno magari ‘viaggiare’ dalla propria località a quella con il CSM di riferimento? E i politici hanno capito che non è una “razionalizzazione” ma un taglio vero? Uno su quattro di noi nella vita ha bisogno di questi servizi, ricordiamolo; ora, con la coda (speriamo) della pandemia, ancora di più.

Gli ex-direttori dei DSM regionali Roberto Mezzina, Renzo Bonn, Franco Perazza, Angelo Cassin.

“Non potrete fare più danni di quelli che sono stati già fatti”

Ven, 05/11/2021 - 17:35

5 novembre 1971 – 5 novembre 2021
Sono passati cinquant’anni. È un’urgenza che prende corpo sin dall’esperienza goriziana, che non si è conclusa come avrebbe voluto. Nella sua visionarietà, sta pensando che quella storia deve ricominciare quanto prima. Trieste, con Zanetti, è il luogo giusto, il momento propizio per rimettere finalmente in gioco le sue idee. È consapevole che una vita intera – e la sua sarà purtroppo breve – non gli basterà per cambiare la testa ai vecchi psichiatri. E allora ha bisogno di circondarsi di giovani. Avvia un vero e proprio reclutamento e un’insolita scuola di formazione. A Trieste arriviamo in tanti ai primi di novembre da tutta Italia.

È il mattino del 5 di novembre del 1971, il giorno dopo la festa della Vittoria, Basaglia ci riunisce nel suo studio. Fa un breve discorso, ci dice a grandi linee cosa faremo, e soprattutto cosa non faremo, e assegna ognuno di noi a un reparto. Restiamo senza parole, sorpresi, impauriti. Qualcuno trova il coraggio di parlare.

«Ma professore, noi non sappiamo niente di niente di psichiatria». «Io non ho fatto nemmeno l’esame di Stato».
«E io di psicofarmaci non so nulla».
«È la prima volta che mi trovo in un ospedale psichiatrico»…

Basaglia ascolta sornione e ironico mentre ci manda via. Ci spedisce al fronte. E mentre usciamo: «Andate, tanto non potrete fare più danni di quelli che sono stati già fatti».

Da “(tra parentesi). La vera storia di un’impensabile liberazione” di Peppe Dell’Acqua e Massimo Cirri, regia di Erika Rossi
Collana 180 Edizioni Alphabeta Verlag

(foto di Carla Cerati)

Sull’interrogazione al Ministro Speranza

Gio, 04/11/2021 - 19:49

di Peppe Dell’Acqua.
A Trieste stanno accadendo cose che non avremmo mai potuto immaginare. Anche in un momento di profondissima depressione.

Già dal concorso, di cui abbiamo abbondantemente parlato, si poteva immaginare tutto quello che sarebbe accaduto e che sta accadendo.
Nei giorni scorsi la Giunta Regionale, ma direi meglio il solo, formidabile Assessore Riccardi, ha licenziato le linee guida per la formulazione degli atti aziendali.

Ora, i direttori generali non dovranno far altro che applicare le linee guida. Ovvero non devono far altro che ubbidire, come loro costume.
Decisioni cruciali che riguardano non solo la salute mentale e più in generale la medicina territoriale, ma anche il lavoro ospedaliero, vengono assunte non si sa dove. Sappiamo di ristrettissimi “cerchi magici”, e di fedeli, silenziosi servitori dell’Assessore.

Siamo sull’orlo del baratro. A nulla sono servite le migliaia di lettere di solidarietà inviate al presidente della regione (soprattutto dalle famiglie dei familiari), e quanto mai inutilmente al Direttore Generale. Ma anche al Ministro della Salute.

L’Assessore è profondamente convinto di poter fare tutto da solo (ovvero con l’aiuto dei privati in attesa di entrare in affari); si è preso gioco degli operatori, dei familiari e di tutti quanti hanno esposto pubblicamente il proprio disappunto.

La pandemia, gli operatori no-vax, che continuo a fare molta fatica a comprendere, hanno ulteriormente indebolito i servizi. A Trieste, se non si troveranno soluzioni migliori, due centri di salute mentale dovranno funzionare sulle 12 ore, e altri restringimenti sono all’orizzonte.

Facciamo fatica a mobilitarci. E tuttavia penso che la conoscenza di quanto sta accadendo qui sarà di aiuto. Penso anche che l’incontro di metà novembre “e mi no firmo” potrà segnare con la partecipazione di tanti il disagio che qui stiamo vivendo.

Qualche giorno fa, un’interrogazione al Ministro Speranza, è stata presentata dalla Senatrice Rojc, con la firma di molti altri senatori.

Ora, e nei prossimi giorni, pubblicheremo lettere e documenti e contributi per tenere viva l’attenzione su quanto sta accadendo.

- Salute: Rojc (Pd), interrogazione a Speranza su psichiatria a Trieste
26 ottobre 2021

“Bisogna ripristinare il servizio offerto dai Centri di salute mentale di Trieste nella sua completa funzionalità per salvaguardare una delle eccellenze sanitarie del Friuli Venezia Giulia e dell’intero Paese. Ho segnalato questa esigenza al ministro Speranza perché la questione ha un rilievo nazionale ed una negativa eco internazionale, anche su sollecitazione di utenti e professionisti preoccupati, che l’assessore Riccardi ha liquidato con una dose di sarcasmo e rinviando agli atti aziendali. Le risposte dell’assessore confermano i timori che sia in corso una ‘normalizzazione’ piuttosto che una razionalizzazione, in questo caso a Trieste nella Salute mentale ma in genere nella sanità regionale. Le ultime lettere dei sindacati dei medici alla Giunta regionale testimoniano di un verticismo e di una centralizzazione del potere che non lascia spazio alla voce dei professionisti, chiamati a certificare le decisioni della politica o a farle da scudo”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd) rendendo nota la sua interrogazione, sottoscritta al momento dai colleghi dem Marcucci, Comincini, Fedeli, Giacobbe, Pittella, Rossomando e D’Alfonso, Stefàno, Iori, Stabile (Forza Italia) Lanièce (Autonomie) al ministro della Salute Roberto Speranza sulla situazione delicata in cui si trovano i Centri di salute mentale di Trieste dopo l’annuncio che due su quattro saranno costretti a ridurre l’apertura giornaliera da 24 a 12 ore.

“Le emergenze come questa della pandemia possono essere usate per progredire e rafforzare i servizi oppure – indica la senatrice – per intervenire con opere di ‘sfalcio’ e ristrutturazione che in altre condizioni farebbero più rumore e creerebbero forte opposizione. Ma sulla psichiatria giuliana e regionale terremo i fari ben accesi”.

”Verso servizi no restraint. A sessant’anni da Mi no firmo”

Gio, 04/11/2021 - 19:38
di Club SPDC No Restraint, 4 novembre 2021 Nel sessantesimo anniversario dell’atto con cui Franco Basaglia pose il problema delle persone legate nel manicomio di Gorizia, il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste e Gorizia, nel corso  della mattina del 15 novembre, vuole dar conto del panorama nazionale ed internazionale, insieme a rappresentanti dell’OMS, delle Regioni, dei Tavoli tecnici ministeriali, degli Ordini professionali, dei Direttori dei Dipartimenti di salute mentale, delle Associazioni di utenti e familiari oltre ai portavoce della Campagna E tu slegalo subito e del Coordinamento nazionale salute mentale. È atteso, salvo imprevisti, un intervento del Ministro della Salute Roberto Speranza.

Il pomeriggio, sempre del 15 novembre, vedrà la presentazione da parte di vari SPDC nazionali di esperienze di progettazione partecipata, insieme agli stakeholders, alle persone con l’esperienza del disturbo mentale, ai loro amici e familiari e alle istituzioni presenti nel campo sociale continuo.
La mattinata del 16 novembre, è dedicata alla presenza del lascito di Franco Basaglia nel contesto odierno, all’interno delle due tematiche generali che hanno caratterizzato il suo lavoro: la critica delle istituzioni (deistituzionalizzazione) e la città che accoglie, con un focus sull’assetto attuale dei Servizi di salute mentale nel Friuli Venezia Giulia.
qui >>>  https://bit.ly/norestraintprog il programma (che è in continuo arricchimento)
L’evento di lunedì 15 novembre è stato accreditato ECM (nr. 6 crediti)

Lettera al Presidente Fedriga

Mer, 03/11/2021 - 12:45

Pubblichiamo qui una lettera, indirizzata al Presidente della Regione FVG Massimiliano Fedriga, cui è  associata una raccolta firme.
Il focus è sulla necessità di potenziamento dei Servizi Territoriali di Salute mentale in tutto il territorio.

A questo link >>> https://bit.ly/3BHnY8U è possibile scaricare la lettera in pdf con l’elenco firme predisposto. Sarà possibile stamparla, raccogliere le firme e inviarle poi all’indirizzo peppedellacqua47@gmail.com per la raccolta complessiva.

***
Gentile Sig. Presidente,
Ci rivolgiamo a Lei come responsabile del Servizio Sanitario Regionale e della sua organizzazione, inviandole un accorato appello.

Dall’OMS ai principali organi di informazione italiani si sottolinea la necessità, ingigantita dalla pandemia, di potenziare i Servizi Territoriali di Salute Mentale in tutto il territorio nazionale.In questa Regione sta accadendo il contrario. Servizi la cui organizzazione è stata molto faticosamente costruita negli anni, con risultati apprezzati anche a livello internazionale, come Le è ben noto, vedono una rapida decrescita del tutto deleteria.

Sia sul piano della CURA delle persone che su quello sella SOCIALE SICUREZZA, l’indebolimento dei Servizi deputati chiama in causa RESPONSABILITÀ gravi sotto VARI PROFILI.
Negli ultimi anni la riduzione di decine di operatori, il continuo rinvio ad attesi e sospesi atti aziendali, l’assenza di concorsi ai vari livelli, hanno dapprima prodotto un forte indebolimento e ora la chiusura di servizi essenziali, servizi che una dissennata programmazione vorrebbe ridurre senza dar prova di poter superare la contingente, e da tempo prevista, questione della sospensione – e quindi mancanza – di operatori non vaccinati. Nel nostro caso specifico, la giustificazione: “non si trovano operatori da assumere” è del tutto pretestuosa, perché Educatori professionali, Tecnici della riabilitazione psichiatrica, Psicologi, Assistenti Sociali sono assumibili da subito.

Nulla peraltro viene attivato per contrastare il degrado degli ambienti influendo negativamente sull’accoglienza dignitosa e sulla cura dei pazienti. Con varie forme di intimidazioni viene inibita ogni critica. Il parare dei professionisti, dei famigliari, dei fruitori dei servizi, non viene tenuto in alcun conto o trova soltanto arroganti risposte sarcastiche.

Gli esiti di mancate efficaci risposte a chiare e condivise domande, sono del tutto prevedibili: aumento dei Trattamenti Sanirari Obbligatori, necessità di posti letto ospedalieri del tutto impropri, ricoveri nelle Cliniche Private del Veneto con costi aggiuntivi per questa Regione, disgregazione progressiva del sistema di cure.
Su chi poi ricadrà la RESPONSABILITÀ della mancata prevenzione di comportamenti abnormi, se frutto dell’abbandono?
Quando in questa regione è iniziato il lavoro di chiusure dei manicomi v’erano TREMILA posti letto ospedalieri psichiatrici. Oggi si vuole ridurre l’esiguo numero di Centri di Salute Mentale esistenti e le risorse necessarie per un loro buon funzionamento che costano tantissime volte di meno.
Auspichiamo un Suo pronto intervento ai vari livelli del sistema per invertire una tendenza inaccettabile e foriera di gravi conseguenze.

A Trieste

Mer, 27/10/2021 - 13:47

di Peppe Dell’Acqua
27 ottobre 2021

A Trieste stanno accadendo cose che non avremmo mai potuto immaginare. Anche in un momento di profondissima depressione.
Già dal concorso, di cui abbiamo abbondantemente parlato, si poteva immaginare tutto quello che sarebbe accaduto e che sta accadendo.
Nei giorni scorsi la Giunta Regionale, ma direi meglio il solo, formidabile Assessore Riccardi, ha licenziato le linee guida per la formulazione degli atti aziendali.

Ora, i direttori generali non dovranno far altro che applicare le linee guida. Ovvero non devono far altro che ubbidire, come loro costume.
Decisioni cruciali che riguardano non solo la salute mentale e più in generale la medicina territoriale, ma anche il lavoro ospedaliero, vengono assunte non si sa dove. Sappiamo di ristrettissimi “cerchi magici”, e di fedeli, silenziosi servitori dell’Assessore.

Siamo sull’orlo del baratro. A nulla sono servite le migliaia di lettere di solidarietà inviate al presidente della regione (soprattutto dalle famiglie dei familiari), e quanto mai inutilmente al Direttore Generale. Ma anche al Ministro della Salute.
L’Assessore è profondamente convinto di poter fare tutto da solo (ovvero con l’aiuto dei privati in attesa di entrare in affari); si è preso gioco degli operatori, dei familiari e di tutti quanti hanno esposto pubblicamente il proprio disappunto.

La pandemia, gli operatori no-vax, che continuo a fare molta fatica a comprendere, hanno ulteriormente indebolito i servizi. A Trieste, se non si troveranno soluzioni migliori, due centri di salute mentale dovranno funzionare sulle 12 ore, e altri restringimenti sono all’orizzonte.

Facciamo fatica a mobilitarci. E tuttavia penso che la conoscenza di quanto sta accadendo qui sarà di aiuto. Penso anche che l’incontro di metà novembre “e mi no firmo” potrà segnare con la partecipazione di tanti il disagio che qui stiamo vivendo.

Ieri mattina, un’interrogazione al Ministro Speranza, un’interrogazione è stata presentata dalla Senatrice Rojc, con la firma di molti altri senatori.
Ora, e nei prossimi giorni, pubblichiamo lettere e documenti e contributi per tenere viva l’attenzione su quanto sta accadendo.

Peppe Dell’Acqua

FORUM?

Mer, 20/10/2021 - 17:55

Molti di noi si stanno interrogando sulla attualità del forum di salute mentale.
Chiudere o ripensare radicalmente alla sua funzione?


Per ora restiamo in attesa fino ad un incontro ampio di consultazione, ed eventualmente di un restyling della pagina stessa.


Nel frattempo continuiamo, non senza difficoltà, a tenere vivo il sito.

L’unica possibilità è essere umani

Ven, 10/09/2021 - 02:25

Di Alice Cavicchioli, Padova Non è vero che una persona con disagio psichico abbia due possibilità: come escluso o come mimetizzato. Ne ha solo una: come uomo. E come uomo, come essere umano, io voglio cambiare l'organizzazione sociale. Non con la rivoluzione ma spargendo come un virus quello che ho imparato, finché campo. Se tutti quelli che possono, che ne trovano la forza, lo facessero, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Ho scritto questo breve pensiero ricalcato su un discorso di Basaglia perché mi ha ispirata immediatamente una riflessione a parti invertite. Ecco il testo originale: “Non è vero che lo psichiatra abbia due possibilità, una come cittadino e l’altra come psichiatra. Ne ha una sola: come uomo. E come uomo, io voglio cambiare la mia vita. Voglio cambiare l’organizzazione sociale; e non con la rivoluzione, ma semplicemente esercitando la mia professione di psichiatra… Se tutti i tecnici esercitassero la loro professione, questa sì che sarebbe una vera rivoluzione. Quando trasformo il campo istituzionale in cui lavoro, io cambio la società… e se tutto questo, a qualcuno, può sembrare un delirio di onnipotenza, allora viva l’onnipotenza!”. Sapete, avevo deciso che non avrei più parlato di questo tema dopo che la mia esperienza a Trento è fallita. Avevo deciso che non reggevo, che volevo tornare nel mondo che non sa niente, cercare di non farmi scoprire forse, non lo so. Ma la verità è che proprio quando mi hanno dato per vinta come aiuto a chi stava male, ho ricominciato a tenere la mano dei miei simili con più forza ancora. Senza volerlo o deciderlo il mio modo di essere, di pensare, di sentire, di vivere ha preso il sopravvento. Continuo a pensarlo: il mondo si cambia una persona alla volta. Forse è il modello Trento che non è poi così brillante ormai. Forse loro hanno fallito, almeno con me. Sono stanca da morire, davvero, ma confesso che vedo così tanto orrore e noncuranza fra i cosiddetti sani, che lo sforzo immenso di stare accanto a chi soffre e ha sofferto ma mantiene o ha conservato un'umanità straordinaria, vale la candela. E non è vero che si hanno due possibilità: aiutare o essere aiutati. L'unica possibilità è essere umani. Che sollievo sarebbe vivere in un mondo che ne è consapevole.di Alice Cavicchioli, Padova

di Alice Cavicchioli


Non è vero che una persona con disagio psichico abbia due possibilità: come escluso o come mimetizzato. Ne ha solo una: come uomo. E come uomo, come essere umano, io voglio cambiare l’organizzazione sociale. Non con la rivoluzione ma spargendo come un virus quello che ho imparato, finché campo. Se tutti quelli che possono, che ne trovano la forza, lo facessero, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Ho scritto questo breve pensiero ricalcato su un discorso di Basaglia perché mi ha ispirata immediatamente una riflessione a parti invertite. Ecco il testo originale: “Non è vero che lo psichiatra abbia due possibilità, una come cittadino e l’altra come psichiatra. Ne ha una sola: come uomo. E come uomo, io voglio cambiare la mia vita. Voglio cambiare l’organizzazione sociale; e non con la rivoluzione, ma semplicemente esercitando la mia professione di psichiatra… Se tutti i tecnici esercitassero la loro professione, questa sì che sarebbe una vera rivoluzione. Quando trasformo il campo istituzionale in cui lavoro, io cambio la società… e se tutto questo, a qualcuno, può sembrare un delirio di onnipotenza, allora viva l’onnipotenza!”. Sapete, avevo deciso che non avrei più parlato di questo tema dopo che la mia esperienza a Trento è fallita. Avevo deciso che non reggevo, che volevo tornare nel mondo che non sa niente, cercare di non farmi scoprire forse, non lo so. Ma la verità è che proprio quando mi hanno dato per vinta come aiuto a chi stava male, ho ricominciato a tenere la mano dei miei simili con più forza ancora. Senza volerlo o deciderlo il mio modo di essere, di pensare, di sentire, di vivere ha preso il sopravvento. Continuo a pensarlo: il mondo si cambia una persona alla volta. Forse è il modello Trento che non è poi così brillante ormai. Forse loro hanno fallito, almeno con me. Sono stanca da morire, davvero, ma confesso che vedo così tanto orrore e noncuranza fra i cosiddetti sani, che lo sforzo immenso di stare accanto a chi soffre e ha sofferto ma mantiene o ha conservato un’umanità straordinaria, vale la candela. E non è vero che si hanno due possibilità: aiutare o essere aiutati. L’unica possibilità è essere umani. Che sollievo sarebbe vivere in un mondo che ne è consapevole.


Illustrazione di Maja Velesinovich

La salute mentale al G20

Ven, 10/09/2021 - 02:15

di Fabrizio Starace
3 settembre 2021, da Sanità 24

Permettetemi innanzitutto di esprimere la mia più profonda gratitudine alla Presidenza Italiana del G20 e al Ministro Speranza per il privilegio di intervenire a questo incontro, e il mio più sentito ringraziamento ai rappresentanti dei Paesi del G20 e delle Organizzazioni Internazionali, il cui coinvolgimento e impegno hanno reso possibile questo Evento.
L’evento G20 sulla salute mentale che si svolge oggi è una grande opportunità per riaffermare la forza di reazione e resilienza delle nostre comunità, di fronte alla sfida della pandemia. L’analisi critica del recente passato ci offre un’opportunità cruciale, forse irripetibile, per rafforzare i sistemi di salute mentale nei nostri Paesi. La pandemia ha colpito le nostre vite e la nostra salute, sia fisica che mentale, ma allo stesso tempo ha determinato profondi cambiamenti di atteggiamento nei confronti dei beni comuni, come sono la salute e la salute mentale. Oggi la salute mentale è divenuta una priorità, e questo incontro lo conferma.
Questa pandemia ha anche fornito l’opportunità di ripensare le modalità di cura e sostegno alle persone con disagio psicologico o malattia mentale, orientando la nostra prospettiva verso una vera integrazione della governance, ancora divisa tra ospedale e comunità, tra assistenza sociale e sanitaria, tra settore pubblico e privato, tra conoscenze accademiche e competenze pratiche. Per molti anni, ai servizi di salute mentale è stato chiesto di fare molto di più con molto meno e in una società molto meno protettiva. È tempo di invertire la rotta, sostenendo azioni concrete, traducendo in pratica i principi sui quali vi è un accordo generale.
La Presidenza italiana del G20 ha deciso di agire in modo proattivo in questo ambito della sanità pubblica, in considerazione della leadership internazionale che il nostro Paese ha acquisito dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici prevista dalla Legge di Riforma del 1978. L’esperienza italiana ha dimostrato che è possibile rispondere alle esigenze di cura e autonomia delle persone con problemi di salute mentale, o dipendenze, anziani, bambini, disabili, senza applicare misure restrittive, senza far ricorso a grandi istituzioni spersonalizzanti, ma in un sistema di welfare le cui parole d’ordine sono comunità, prossimità, assistenza domiciliare, approccio olistico. Con uno dei più bassi numeri di posti letto psichiatrici ospedalieri, un tasso di trattamenti obbligatori che è anche 20 volte inferiore a quello di molti paesi occidentali, l’Italia ha da tempo dimostrato che è possibile fare a meno degli ospedali psichiatrici e più recentemente anche degli ospedali psichiatrici giudiziari, ponendo fine ai trattamenti inumani e degradanti che si sono perpetuati in questi luoghi. Inoltre, con l’azione combinata e coordinata degli interventi sanitari e sociali, con la reale natura intersettoriale della Salute Mentale nelle politiche per l’istruzione, il lavoro, la casa e l’inclusione comunitaria, l’Italia ha dato sostanza ai principi di cittadinanza e non discriminazione stabiliti dalla Costituzione e dalle Carte Fondamentali Europee e delle Nazioni Unite.
I risultati raggiunti sono resi possibili dalla visione che li guida, che mira a garantire, promuovere e aumentare i diritti umani delle persone che soffrono di disagio psichico.
Eppure, per far sì che questi diritti non rimangano sulla carta né siano consegnati alla retorica della comunicazione, è decisivo ciò che questi diritti giuridici concretamente permettono di realizzare. Consideriamo il diritto alle pari opportunità per il pieno sviluppo della persona umana, e le intollerabili disuguaglianze, l’esclusione sociale e lavorativa che vivono le persone con malattie mentali.
Io credo che l’unica possibilità che abbiamo per coniugare il rispetto dei diritti umani con il mandato di cura affidatoci dalle nostre comunità è accettare e praticare un processo di continuo “rimodellamento” delle nostre pratiche. Oggi, promuovere la salute mentale nelle persone colpite dalla pandemia, nei giovani e negli adolescenti, nelle donne, negli anziani, nei migranti, nei tossicodipendenti, nella crescente popolazione dei poveri, richiede nuovi strumenti, nuovi luoghi, nuove alleanze e relazioni istituzionali, nuove modalità di interconnessione. Tutto ciò pone importanti domande sul futuro dei servizi di salute mentale. Le sfide di oggi e di domani vanno affrontate con gli strumenti di oggi e di domani. È più saggio quindi rimboccarsi le maniche e portare i fondamenti etici della salute mentale nelle forme del nostro tempo. Libertà, cura, incontro, qualità, protezione, cittadinanza, diritti umani e civili richiedono personale altamente professionale e un’adeguata disponibilità di risorse.
Creare le condizioni per un maggiore potere contrattuale degli utenti è al centro del cambiamento necessario: la persona, con un nome e un volto unico, portatrice di bisogni e titolare di diritti, è protagonista del percorso di cura e non oggetto passivo di interventi. Il coinvolgimento attivo e decisionale dei rappresentanti degli utenti in tutti i contesti in cui le politiche sono discusse, rese operative, valutate, è quindi essenziale.
Questo non è il primo, né sarà l’ultimo forum internazionale in cui i principi e le politiche di salute mentale sono discussi e concordati. Tuttavia, abbiamo imparato che questo non è sufficiente per fare la differenza. Dobbiamo impegnare noi stessi e i nostri Paesi a tradurre le politiche in fatti, facendo scelte coraggiose, facendoci carico del disagio delle persone.
In salute mentale non abbiamo un vaccino per evitare la sofferenza: dobbiamo invece lavorare quotidianamente su quegli aspetti della vita che sappiamo essere associati o causalmente correlati alla malattia mentale. Ma se vogliamo avere successo dobbiamo anche chiederci cosa non ha funzionato negli sforzi precedenti e come dovremo agire per realizzare i cambiamenti desiderati.
C’è un gap tra i progressi scientifici e la loro applicazione: tra ciò che sappiamo e ciò che viene effettivamente fatto. Abbiamo molte prove di efficacia senza applicazione pratica e molte pratiche senza prove di efficacia.
Come possiamo colmare questo gap tra conoscenze e azioni? Sappiamo che le strategie passive (ad es. la diffusione delle conoscenze) sono inefficaci, se non accompagnate da altre scelte strategiche: una forte leadership, risorse finanziarie e umane, formazione continua, organizzazioni sanitarie efficienti, alleanze e endorsement da parte di opinion leader, solo per citarne alcune.
Negli ultimi tempi, abbiamo spesso sentito dire: non bisogna mai perdere le opportunità create da una crisi. Oggi siamo a un bivio, nel programmare il recupero della salute mentale dalla pandemia. Possiamo pensare che la crisi si risolverà da sola, semplicemente ignorandola, poiché le priorità sono altre; oppure possiamo riaffermare i nostri valori e il nostro impegno, fare le scelte giuste e affrontare le sfide che ci attendono.
Tutto parte da un punto, diceva Kandinsky: il disegno dipende da noi. Sono sicuro che daremo una possibilità alla speranza.
Grazie.

Fabrizio Starace è Direttore Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche, Ausl Modena
Professore di Psichiatria di Comunità (ct), Unimore
Presidente Società Italiana di Psichiatria Epidemiologica (Siep)
Membro del Consiglio Superiore di Sanità

Summer School – Forum Droghe CNCA-CTCA (2/4 settembre)

Mer, 01/09/2021 - 16:46

Forum Droghe-CNCA-CTCA
Online Summer School 2021
2-3-4 Settembre 2021

La salute di chi consuma droghe e la salute mentale

Saperi critici a confronto per una alternativa alla patologizzazione

Programma

[*** relatore/trice – coordinatore/trice   da confermare]

2 settembre

ore 11.00-13.00 Modulo 1

Lezioni apprese. La storia, le storie

-  I processi di patologizzazione e neo-istituzionalizzazione. Uno sguardo critico, Stefano Vecchio

- Il rapporto tra psichiatria e consumi di droghe, Leopoldo Grosso

- Dalla deistituzionalizzazione verso uno sguardo critico sulla “follia”, Mario Colucci

Interventi e dibattito

Coordina: Denise Amerini

Ore 15.00-18.00 Modulo 2

Convergenze parallele. Dibattito, conflitti, i nodi comuni ai due ambiti

-       Processi di medicalizzazione e patologizzazione. Il ruolo ambivalente delle neuroscienze, Henri  Margaron e ***

-       Restituire soggettività contro i processi di oggettivazione. Roberto Beneduce e Patrizia Meringolo

-       La re- istituzionalizzazione, tra nuove strutture e processi diffusi. -Consumatori in misura di sicurezza, spunti dall’Osservatorio Rem, Grazia Zuffa, -Doppia diagnosi, doppio etichettamento? Roberto Mezzina

Coordina: ***

3 settembre

10.00-13.00 Modulo 3

Un altro modo è possibile. Gli approcci critici e le esperienze alternative al discorso dominante

-       Approccio e pratiche della Riduzione del danno, Susanna Ronconi, e della Recovery, ***

-       La voce e l’azione dei soggetti protagonisti, Valentina Mancuso e Rui Coimbra Morais; Martijn Kole *** e Paul Baker

-       “Stanze” per i lavori di gruppo

Coordina***:

15.00-18.00 Modulo 4

I luoghi della relazione e della cura

-Pratiche alternative nella gestione del farmaco, Giuseppe Tibaldi e Angelo Giglio

-Il modello di Fermata d’autobus, Egle De Maria

- Intermedium: spazio psicologico per persone che usano sostanze, Lorenzo Curti e Pasquale Esposito

Interventi (dagli abstract presentati)

Coordina: Lorenzo Camoletto

4 settembre

10.00-13.00 Modulo 4

Servizi e questioni di sistema. Una prospettiva

Maria Grazia Giannichedda, Fabrizio Starace, Vito D’Anza, Stefano Vecchio, Edoardo Polidori, Riccardo de Facci, Fabio Inzerillo***

Coordina: Maurizio Coletti

Conclusioni

I relatori, le relatrici

Paul Baker, IMHCN International Mental Health Collaborating Network, Hearing Voices Network England

Roberto Beneduce, antropologo ed etnopsichiatra, Centro Franz Fanon

Rui Coimbra Morais, EuronPUD, CASO (PT)

Mario Colucci, psichiatra, Dipartimento di salute mentale di Trieste

Lorenzo Curti, Intermedium: spazio psicologico per persone che usano sostanze, Torino

Vito D’Anza, Psichiatra, direttore SC Salute Mentale USL Toscana Centro

Riccardo de Facci, presidente CNCA

Egle De Maria, Fermata d’autobus Onlus

Pasquale Esposito, Intermedium: spazio psicologico per persone che usano sostanze, Torino

Maria Grazia Giannichedda, sociologa, presidente Fondazione Basaglia

Angelo Giglio, già responsabile RdD ASL TO2, Comitato scientifico Forum Droghe

Leopoldo Grosso, psicologo, presidente onorario Gruppo Abele

Fabio Inzerillo, direttore Cooperativa La collina, Trieste

Martijn Kole, Enik Recovery College, Utrecht

Valentina Mancuso, ITANPUD, Chemical Sisters

Henri Margaron, già direttore Dipartimento delle Dipendenze Patologiche dell’ex ASL 6 Livorno, Comitato scientifico Forum Droghe

Patrizia Meringolo, LABCom/Università di Firenze, Comitato scientifico Forum Droghe

Roberto Mezzina, psichiatra, già   Direttore dei Servizi di Salute Mentale di Trieste, IMHCN International Mental Health Collaborating Network

Edoardo Polidori, direttore UOC Dipendenze Patologiche Forlì

Susanna Ronconi, ricercatrice, presidente Comitato scientifico Forum Droghe

Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’AUSL di Modena

Giuseppe Tibaldi, psichiatra, direttore Salute Mentale Adulti dell’Area Nord, Dipartimento di Salute Mentale di Modena

Stefano Vecchio, presidente Forum droghe, già direttore Dipartimento dipendenze della ASL Napoli 1 Centro

Grazia Zuffa, presidente Società della Ragione, Comitato scientifico Forum Droghe

***

I coordinatori delle sessioni

Denise Amerini, CGIL nazionale, Responsabile dipendenze e carcere

Lorenzo Camoletto, CNCA, Responsabile Piemonte-Liguria

Maurizio Coletti, psicoterapeuta, IEFcoS- Istituto Europeo di Formazione e Consulenza Sistemica, Comitato scientifico Forum Droghe

***

Forum Droghe / Note per la Summer School

Mer, 01/09/2021 - 13:52

Forum Droghe- CNCA-CTCA

Note per la Summer School 2021

Incroci tra salute mentale e salute delle persone che usano droghe.

I termini psichiatria e dipendenze sono intrisi di stigmi e pregiudizi e partoriti da un paradigma morale e patologico (neurobiologico) per cui preferisco utilizzare due termini più aperti che fanno riferimento alla “salute” intesa sia nei suoi risvolti culturali che istituzionali. Anche se Salute Mentale fa parte del lessico istituzionale e Salute delle Persone che usano Droghe non ancora, propongo che rientri nel nostro lessico critico e militante.

Storicamente queste due aree di fenomeni sociali e culturali si sono tenute a distanza, quasi che ognuno temesse l’altra e che se ne dovesse difendere.

Questo ha fatto si che le evoluzioni culturali e politiche che si sono sviluppate all’interno dei due contesti siano rimaste tendenzialmente reciprocamente poco conosciute e che non si siano valorizzate le pratiche, gli sguardi, i punti di vista comuni e le similitudini.

Penso ad esempio ai processi di deistituzionalizzazione e alla critica di ogni tendenza a istituzionalizzare la vita delle persone tipici della elaborazione nel contesto della salute mentale, così come al concetto di epochè (Basaglia): messa tra parentesi della malattia, di recovery e alle pratiche di supporto tra pari degli uditori di voci (R. Coleman) per citare alcune di queste pratiche e tematiche rimaste dissociate.

Così come penso alla prospettiva della Riduzione dei danni e Limitazione dei rischi, alla concezione del supporto tra pari naturale (Trautman) e alle sue trasposizioni nei servizi, al modello Droga, Set, Setting (Zinberg), al concetto di autoregolazione e regolazione sociale e legale dei fenomeni come dimensione di riferimento delle politiche sulle droghe …

È  paradossale invece che in entrambe le aree siano reciprocamente più diffuse le rappresentazioni basate sui modelli morali e biomedici e degli stigmi collegati (del tossico nella salute mentale e del folle nelle dipendenze), che sono state sottoposte a una critica radicale dai movimenti della società civile e dagli operatori in ognuna delle due aree, seguendo logiche analoghe ma che rimangono, ancora reciprocamente, sconosciute o estranee.

Questa realtà di distanziamento ha fatto si che le relazioni tra le due aree fossero prevalentemente inquadrate nello spazio della clinica: doppia diagnosi, comorbilità, con una concentrazione ossessiva su chi sia nato prima, l’uovo o la gallina, e sulla rigida separazione dell’intervento dell’uno e dell’altro, considerando il confine, classicamente, come una separazione piuttosto che un luogo di incontro.

Sul piano dei modelli organizzativi dei servizi questa logica si traspone in termini fortemente identitari e conflittuali/difensivi: Dipartimenti rigidamente separati o un unico Dipartimento che ingloba le Dipendenze nella Salute Mentale, mai il contrario (fino al modello estremo del Lazio che ingloba entrambi in un Dipartimento delle Fragilità, un vero capolavoro della semplificazione e dell’impoverimento dell’istituzione sanitaria).

Tutto ciò rischia di limitare e ridurre i nostri stessi discorsi alla critica della psichiatrizzazione delle persone che usano droghe e alla rivendicazione di una autonomia “difensiva”, intesa prevalentemente come identità istituzionale, al di fuori di un contesto più ampio di prospettiva critica e alternativa.

Cambiare direzione, fare un passo indietro e esplorare “il comune” tra le due aree di fenomeni e dei movimenti culturali e politici critici …

Partiamo dalle analogie:

In Italia quella che oggi chiamiamo riduttivamente Salute Mentale fa riferimento a un grande movimento di critica del manicomio inteso come istituzione totale che ha sottoposto, anche molto oltre il discorso sui manicomi,  a una critica radicale il concetto stesso di malattia e degli stigmi collegati, e la medicalizzazione, i processi sociali e culturali collegati assegnando ai nuovi servizi territoriali una funzione parziale (e non totale) e indicando nello spazio sociale, culturale e politico il luogo della restituzione dei diritti e dell’autonomia delle scelte di vita …

Fu proprio Basaglia a dire che dopo il manicomio si sarebbero sviluppati nuovi processi di istituzionalizzazione diffusa della sofferenza molto più ampi e pervasivi… e che il movimento di deistituzionalizzazione avrebbe dovuto continuare a agire sui nuovi scenari

Un primo interessante confronto: nell’area dei consumi di droghe non abbiamo avuto un manicomio ma forti processi di stigmatizzazione e di etichettamento che hanno influenzato intensamente l’opinione pubblica, i servizi, i comportamenti e la percezione di sé degli stessi consumatori.

Nel corso del tempo l’invadenza del paradigma morale nel suo ibridarsi con quello biomedico ha prodotto processi di istituzionalizzazione diffusi nell’area dei servizi pubblici per le dipendenze, relegando le persone che seguono trattamenti farmacologici a malati cronici inguaribili …

Così come l’invadenza del sistema penale rappresenta un tema apparentemente estraneo alla salute mentale ma da riaffrontare nel confronto con la logica del TSO e del post ospedali psichiatrici giudiziari …

La prospettiva della Riduzione dei Danni e della Limitazione dei rischi, rielaborata alla luce dello schema di Zinberg, della logica dell’autoregolazione e regolazione sociale,  dell’apprendimento sociale e dell’empowerment, con le sue pratiche e la forza del suo dispositivo critico sta operando un processo che ha molte analogie con la critica diffusa ai processi di re-istituzionalizzazione, di cui già aveva parlato Basaglia, e rappresenta la base per l’attivazione di azioni corrispondenti di deistituzionalizzazione.

Quali relazioni comuni tra i due ambiti? Per esempio, tra recovery e RdD, e tra supporto tra pari e mutuo aiuto tra uditori di voci?

Quali esperienze comuni sulle logiche di intervento centrate sul modello dell’empowerment, sulla valorizzazione e potenziamento delle risorse e competenze delle persone riconosciute come soggetti aventi diritti e autonomia di scelta e negoziazione?

A partire da questi confronti e esplorazioni di ciò che abbiamo in comune è possibile pensare a una alleanza piuttosto che a un conflitto o a una cooptazione culturale e istituzionale.

A partire da ciò che ci accomuna è possibile condividere strategie che considerano la distinzione e autonomia dei due sistemi come risorsa e come potere di attivare processi e azioni in sintonia rendendo permeabili i confini senza confondere né separare i due ambiti.

A partire da questo incontro e da questa costruzione di uno spazio culturale, politico e istituzionale in comune è possibile e utile prendere atto delle differenze nei due contesti, nella realtà che presentano i diversi fenomeni di riferimento.

Dopo aver delineato uno spazio di incontro e di incroci tra sguardi e sapere critici, solo allora possiamo affrontare le questioni legate alle collaborazioni tra i servizi, al di là delle etichette, oltre la doppia diagnosi e comorbilità …

In ambito istituzionale capita che usiamo per “opportunità” alcuni termini, come dipendenza e psichiatria, che critichiamo nei nostri contesti culturali in quanto stigmatizzanti. È  utile estendere questo stile critico anche ai termini doppia diagnosi e comorbilità in coerenza con l’impostazione esposta fino ad ora. Questi termini si presentano distanti dalle persone in quanto fanno riferimento a logiche istituzionalizzanti e prevalentemente diagnostico-etichettanti. Tendono a sollecitare posizioni di delega sulla base di una rigida separazione delle competenze.

Usare sostanze psicoattive non implica sofferenza, di norma … ma alcune persone possono vivere esperienze di sofferenza anche per l’influenza dei processi di stigmatizzazione, di esclusione, di carcerizzazione, o anche di particolari eventi di vita … Così come, d’altra parte, diverse esperienze di disagio più strutturato e stigmatizzato possono incontrare l’uso di sostanze con una dinamica da analizzare caso per caso senza pregiudizi.

Sono incroci che richiedono incontri, confronti, studi, scambio di esperienze e competenze … e che fanno emergere anche la presenza di stigmi e pregiudizi tra gli operatori dei due sistemi di servizi.

A partire da questi luoghi di incontro su aree culturali e politiche è possibile analizzare insieme le modalità condivise per affrontare le forme di sofferenza, disagio, crisi che esprimono le persone che sono in carico o comunque in contatto con i nostri due circuiti di servizi

Una prospettiva in “comune” dilata le possibilità del lavoro sui confini: comprendere insieme e con le persone che si rivolgono ai nostri diversi servizi quali risorse e competenze tipiche dei due sistemi di servizi, possono essere messe a disposizione e mobilizzate e al di fuori di una mera logica di budget.

E si aprono nuovi scenari nel confronto tra le diverse/comuni metodologie di empowerment, autoregolazione/autonomizzazione, riduzione dei danni/recovery …

Un’ ultima area di confronto riguarda le analogie e le differenze nelle prospettive politiche e culturali e nelle mission istituzionali (es. la legalizzazione e depenalizzazione e la decriminalizzazione come strategie politiche di regolazione sociale hanno un analogo nella complessa area della salute mentale?)

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