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Aggiornato: 3 ore 8 min fa

Rotelli: Quarant’anni dopo la Basaglia resta una grande legge. Ma in troppe Regioni non viene applicata

Mar, 18/07/2017 - 18:45

(disegno di Ugo Guarino)

Parla Franco Rotelli, allievo del padre della norma che portò all’abolizione dei manicomi: «Ecco come possiamo migliorare la 180»

Di Mauro Pianta

Giusto quarant’anni fa, nell’estate del 1977, Luciano Manzi, l’allora sindaco di Collegno – nel Torinese – in accordo con le istituzioni sanitarie territoriali, decise di far abbattere il primo pezzo del muro di cinta che circondava il manicomio (l’attuale parco della Certosa). Qualcosa di più di un atto simbolico, perché per la prima volta le persone con malattie mentali (o meglio: i casi meno complicati), riuscirono a guardare oltre quel muro. E poterono farlo, a loro volta, i cittadini. Fu uno dei primi passi verso quel movimento che portò, l’anno successivo, al varo della famosa legge n. 180 (che portava il nome del suo promotore, lo psichiatra Franco Basaglia) e alla conseguente abolizione degli ospedali psichiatrici. Strutture, val la pena di ricordarlo, in cui troppo spesso gli “ospiti” venivano sottoposti a pratiche violente e vessazioni di ogni genere.

Con Franco Rotelli, allievo, collaboratore ed erede di Basaglia, oggi presidente della commissione regionale sanità in Friuli Venezia Giulia, prendendo le mosse da quel lontano anniversario abbiamo rievocato quella stagione e affrontato le problematiche della 180. Il nodo è sempre il medesimo, da quarant’anni: la legge aveva affidato alle Regioni l’attuazione dei provvedimenti in materia di salute mentale, ma si è generata una difformità di trattamento. Mentre alcune amministrazioni sono state tempestive ed efficaci nell’applicarla, altre – la maggioranza – decisamente no. Rotelli, nell’ambito di www.forumsalutementale.it, una “piazza” nata nel 2003 che raccoglie associazioni, medici, familiari e politici di ispirazione basagliana, ha partecipato alla messa a punto di un disegno di legge (vedi) «per l’attuazione e lo sviluppo dei principi della 180». «Lo presenteremo all’inizio della prossima legislatura – dice Rotelli – e auspichiamo un ampio dibattito che ci aiuti a migliorarlo. Anche perché altri testi sulla stessa materia giacenti da tempo alla Camera non ci sembrano sufficientemente adeguati».

Rotelli, partiamo dall’inizio: quando ha conosciuto Franco Basaglia?

«Era il 1971, lo conobbi all’ospedale psichiatrico di Parma. Avevo letto delle cose su di lui, mi ero appena specializzato e abitavo da quelle parti. Dopo il suo arrivo tanti medici fuggivano terrorizzati da quell’ospedale, c’erano diversi posti liberi, venni assunto. L’anno successivo lavoravo a Trieste insieme a Franco»

Qual è stata la grande rivoluzione che ha portato nella psichiatria?

«Con Franco è cambiato tutto, c’è stato un rovesciamento di “paradigma”. La malattia veniva messa tra parentesi, al primo posto c’era la persona con la sua dignità. E i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue esigenze. Da allora si stava di fronte a loro su un piano di parità».

Ma gli avversari di Basaglia sostenevano che si muoveva sul piano delle ideologie e non della realtà. Per questo, dicevano, trascurò pesantemente l’aspetto della pericolosità dei malati…

«Credo che il discorso andrebbe rovesciato: era la vecchia psichiatria che attribuiva un peso esagerato alla pericolosità per poter continuare a mantenere e giustificare il suo potere. Alla fine degli anni Sessanta nei manicomi c’erano 100mila persone. Dopo il 1978 non abbiamo avuto un aumento dei reati proporzionale rispetto a questo numero. La verità è un’altra: le persone sono pericolose quando le tratti male».

“La libertà è terapeutica”: era uno degli slogan in quegli anni. Lei ci crede ancora?

«Ci credo, eccome. Solo che la libertà non possiamo darla per scontata. E’ una conquista quotidiana, non un regalo o una concessione».

Cosa non funziona nella legge 180 del 1978?

«E’ una grande legge, ma non è stata applicata del tutto. Nella maggior parte delle Regioni le cose sono state fatte poco e male con il risultato di servizi decisamente carenti in buona parte del Paese e un’enorme disparità fra i territori. Per troppe amministrazioni è stata vista solo come l’occasione per risparmiare soldi».

In che modo il vostro disegno dei legge prevede di migliorarla?

«Pensiamo innanzitutto a un rafforzamento dei servizi: i Centri di Salute mentale devono essere davvero aperti 24 ore su 24 e fornire risposte immediate. Per contro il Dipartimento di Salute Mentale, al quali i Centri fanno riferimento, non possono occuparsi della cura di un bacino di 500mila persone, ma limitarsi a un’area di 60/70mila unità. Questo, naturalmente, implica un discorso sulle coperture finanziarie: nella nostra proposta scriviamo che le risorse da destinare alla salute mentale, così da garantire prestazioni omogenee su tutto il territorio, devono costituire almeno il 5 per cento del Fondo sanitario nazionale (attualmente è impiegato il 3 per cento, ndr). Pensiamo, giusto per fare un confronto, che in Paesi come Francia e Regno Unito la percentuale è del 12 per cento. Nel nostro testo insistiamo anche su alcuni punti delicati: lo stop alla “contenzione materiale”, persone che di fatto vengono ancora legate ai letti. Si tratta di un’attività illegittima cui si fa troppo spesso ricorso, magari in modo sommerso e strisciante. Vogliamo un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) più rispettoso del cittadino, con la nomina di un garante da parte del giudice tutelare. E poi non soldi generici per le prestazioni, ma sempre più progetti individuali integrati per la singola persona. Insomma, ci piacerebbe riuscire a tradurre in buone pratiche, come già avviene in alcune, purtroppo poche, regioni, i principi della legge 180».

(da La Stampa: http://www.lastampa.it/2017/07/11/italia/cronache/quarantanni-dopo-la-basaglia-resta-una-grande-legge-ma-in-troppe-regioni-non-viene-applicata-QfpICY2ofK6m67bjdhw03N/pagina.html

Società Pericolosa: Comunicato

Mar, 18/07/2017 - 18:09

Società pericolosa” parte da Napoli, dalla contraddizione, in una prospettiva utopistica da “dopo-welfare”. Attori di mondi distanti, si organizzano, costruiscono soluzioni producendo innovazione nelle strutture istituzionali, sociali e imprenditoriali.

Si configura un campo aperto dove confluiscono sperimentazione e formazione, teorica e operativa.

Il movimento universitario “società pericolosa” (Giurisprudenza e Servizio sociale – Federico II), insieme al Direttore del Dipartimento di salute mentale dell’asl Napoli 1 Centro, ai Direttori delle carceri di Poggioreale e di Secondigliano nonché al Direttore della Borsa mediterranea del turismo, lancia due progetti pilota: “per la socialità” e “re-start”.

Questa nuova partnership trasversale ha il difficile compito di avvicinare il mondo del profit(to) a quello del no profit mediante lo sviluppo di una collaborazione efficace, in grado di apportare benefici significativi a entrambe le parti attraverso un costruttivo scambio di buone prassi.

-          “per la socialità” avrà ad oggetto due momenti. Il primo, mediante il sostegno delle persone detenute con l’impegno degli studenti di servizio sociale. Il secondo, grazie all’assunzione di incarichi di difesa tecnica con la partecipazione degli studenti di giurisprudenza nei collegi difensivi.

-          “re-start”: il detenuto chiude dietro di sé le sbarre del carcere e conduce il turista in città.

Si tratta di trasformare i grandi problemi sociali in risorsa, investendo sulle persone più che sugli apparati, alimentandone l’autonomia, saldando legami fruttuosi fra bisogni e opportunità.

Una nuova visione politica in cui si socializza la cultura producendo benessere.

Si ricomincia dalla vita.

Il selvaggio Abrahams: tra Bolaño e Basaglia

Mar, 18/07/2017 - 18:04

di Piero Cipriano

Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina (Introduzione e cura di), Un singolare gatto selvatico. Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, Ombre Corte, Verona, 2017, pp. 152, € 14,00

Un singolare gatto selvatico, sottotitolo Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, libro a cura di Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina, edito da Ombre Corte, è un libro che mi ha incuriosito molto, ma non certo perché ho a cuore le sorti della psicanalisi, di cui non mi importa granché, ma perché sapevo che entrambi i miei demoni, il demone della letteratura selvaggia Roberto Bolaño e il demone della psichiatria critica e antistituzionale Franco Basaglia, in qualche modo, si erano occupati di Abrahams.

Abrahams

Chi è Abrahams? Riassumo la sua storia assurda.

Nasce nel 1935 da una più che agiata famiglia ebrea, figlio di un importante avvocato. Durante la guerra fuggono negli USA, studia in inglese, studente brillante, maturità a sedici anni, vuol diventare pilota ma i genitori lo inducono a scegliere giurisprudenza. Si laurea ciononostante a soli ventun anni, il più giovane avvocato del Belgio, lavora con il padre, da cui non viene pagato. Eppure il suo primo caso giudiziario è un successo, potrebbe diventare più bravo del padre. Invece a trentun anni, 1966, l’anno prima di brandire il magnetofono contro il suo ex analista, interrompe l’attività di avvocato. E perché andava da un analista? Chi lo sa. Suo padre, a quattordici anni, lo obbliga. Non sappiamo perché, sappiamo che Abrahams vive questa imposizione come un “assalto alla sua giovinezza”. Per quindici anni, dai quattordici ai ventinove, dal 1949 al 1964, si reca due tre volte a settimana in analisi. Io avrei vissuto questa imposizione come una tortura, un TSO, o meglio, un Trattamento Psicanalitico Obbligatorio, dove il proponente è stato il padre e il convalidante l’analista.

Nel dicembre del 1967, a 32 anni, Abrahams diventa il paziente selvaggio, o il gatto selvaggio, per dirla con gli autori di questo libro, e irrompe col magnetofono nello studio del suo ridicolo analista.

Il dialogo psicanalitico, come lo chiama Abrahams, è eloquente, e fa bene Sartre a pubblicarlo.

Una settimana dopo, il ridicolo analista lo fa internare in manicomio. Con la collaborazione del padre (ancora lui) e del fratellastro di Abrahams (scherzo della sorte, anch’egli psicanalista) (per cui a questo punto sono tre i soggetti che internano Abrahams). Dopo una settimana Jean-Jacques fugge, ma verrà ricoverato altre tre volte.

Dopo inizia una nuova vita da poeta/drammaturgo/vendicatore/utopista selvaggio bolañiano. L’anno dopo il gesto del magnetofono e tre ricoveri, nel 68, scrive una lettera alla rivista di Sartre, Les Temps Modernes, racconta la sua rocambolesca fuga dal terzo piano del manicomio con frattura di una mano, gli propone di pubblicare la trascrizione della registrazione al magnetofono, a cui dà il titolo provocatorio Il dialogo psicanalitico. In seguito scriverà di teatro, dove trasferisce la sua utopia di democratizzare il rapporto tra analista e paziente: anche qui ambisce alla scomparsa di ogni differenza tra vita e teatro, tra attori e spettatori, che scompaiano i rapporti di potere. In uno spettacolo dal titolo Rappresentazione critica dell’Edipo re si rivolge al pubblico, per aiutarlo a scoprire la verità sul mito di Edipo, metterlo in guardia rispetto a questa storia, la più terrificante di sempre, e lo fa deridendo ancora una volta il discorso psicanalitico, promette di svelarne i segreti, di rivelare ciò che c’è da sapere su castrazione identificazioni catarsi sublimazione eccetera. Il messaggio è: non c’è stato nessun parricidio, non c’era bisogno di farne una tragedia. D’altra parte, la sua vita dimostrava che se c’era stato un tentativo di far fuori qualcuno, era di figlicidio che si doveva parlare, il figlicidio di suo padre nei suoi confronti, non il contrario.

Abrahams ha un problema con la paternità ma ama sua madre, al punto che quando muore la disseppellisce (per imbalsamarla) e per giorni guida per Bruxelles con la salma. Qui sembra un folle conclamato, o un perfetto personaggio bolañiano. E’ talmente convinto che i rapporti tradizionali nella famiglia debbano cambiare, che quando nasce suo figlio lo chiama Yahveh (padre di tutti gli esseri umani).

La sua attività artistica si conclude nei primi anni 80, in seguito a un avvelenamento da monossido di carbonio. Un suicidio mancato?

Bolaño

Sì ma che c’entra Bolaño? Bolaño cita Sophie Podolski, amica di Abrahams, che a sua volta ha vissuto e ha lavorato nel centro di ricerca di Montfaucon, sorta di comunità hippy, e la cita in Anversa, che non è un libro qualsiasi ma un libro assurdo, al limite dell’illeggibile, peraltro il primo libro narrativo scritto da Bolaño, lo scrive nel 1980, quando lui, ventisette anni, migra dal Messico alla Spagna, migrazione che segna pure il suo passaggio dalla poesia alla narrativa. Infatti Anversa è un ibrido, non si capisce molto, non capisci neppure perché il titolo sia Anversa, se non nel capitolo intitolato Anversa, dove Bolaño descrive un incidente, tra un camion carico di maiali e un’auto, in cui muoiono sia l’autista che alcuni suini. In questo libro più volte Bolaño nomina questa giovane poetessa di un solo libro, che somiglia maledettamente ai poeti messicani protagonisti de I detective selvaggi, libro che lui pubblicherà qualche anno dopo e che è, probabilmente, il suo capolavoro (insieme a 2666). Sophie Podolski kaput, scrive. Ma allora cosa c’entrano Podolski e Abrahams con Bolaño? C’entrano che entrambi avrebbero potuto entrare, a pieno titolo, tra i personaggi bolañiani, far parte di quegli assurdi poeti messicani che si autonominarono infrarealisti (ne I detective selvaggi li chiama visceralisti). L’infrarealismo era la terza via, tra la poesia del cileno Pablo Neruda, che consideravano una squallida poesia politica comunista marxista, e la poesia del messicano Octavio Paz, una asettica poesia nascosta in una torre d’avorio, loro inseguivamo Nicanor Parra. Loro scopo era mettere in discussione l’autorità del poeta padre, Paz e Neruda, la Poesia mainstream latinoamericana che visceralmente contestavano, e pure loro come Abrahams cercavano, forse, la madre: la poetessa Cesària Tinajero. E come questi poeti l’ex analizzando Abrahams, l’ex brillante avvocato diventato teatrante, prova a mettere in discussione l’autorità del padre, il suo psicanalista, e l’intera Psicanalisi ortodossa, quella pratica claustrofilica che ama restare chiusa nella sua chiesa, nel suo confessionale.

Dunque, Abrahams e Sophie Podolwski suscitano l’interesse di Bolaño perché somigliano molto ai suoi poeti selvaggi messicani, poeti che piuttosto che scrivere poesia vivono da poeti, la cui esistenza selvaggia è una continua e costante performance, e non scrivono quasi per niente poesia, e non pubblicano quasi niente. Abrahams è uno di loro. Scrive per stralci, dà i propri scritti a qualche editore, dice fatene ciò che volete.

Basaglia

Dunque gli autori di questo libro tirano dentro Bolaño, che c’entra poco e niente, diciamolo, e non si occupano affatto del punto di contatto tra Abrahams e Basaglia, almeno una citazione. Zero. Eppure Sartre lo suggerisce, nel testo con cui perora Il dialogo psicanalitico sulla sua rivista Les Temps Modernes, quando afferma che, soprattutto in Italia Abrahams troverebbe validi interlocutori, giacché è qui che “una nuova generazione di psichiatri” (e a chi può mai riferirsi, se non a Basaglia?) “cerca di stabilire con le persone che cura un legame di reciprocità… psichiatri che rispettano prima di tutto in ogni malato il soggetto, la libertà deviata di agire”.

Basaglia cita Abrahams ne Le conferenze brasiliane. Quando dice: dal punto di vista del sapere lo psichiatra è il medico più ignorante: non sa niente ma compensa questa carenza con il potere. Nel manicomio questo è evidente. Ci sono poi i vari psicanalisti, psicoterapeuti, psichiatri ecc. ognuno tenta di dare una risposta a quello che è la malattia mentale, ma se noi parlassimo con ciascuno separatamente ci sentiremmo dire che non sanno cos’è la follia, e ciascuno ammetterà anche che la relazione con il paziente è una relazione di potere. L’esempio dello psicoanalista è il più tipico. Su questo problema del dominio dello psicanalista sullo psicanalizzato Abrahams discute in L’uomo col magnetofono. Un giorno un paziente va dallo psicanalista con il registratore e dice: questa volta chi fa la psicoanalisi sono io, lei è il paziente e io lo psicanalista. Lo psicanalista resta sorpreso, cerca di dissuaderlo, ci convincerlo a riprendere il suo posto, siccome il paziente si rifiutava, lo psicanalista prese il telefono e chiamò la polizia.

L’utilizzo che Basaglia fa di Abrahams, per dimostrare che la psicanalisi, non meno della psichiatria (da cui non si distingue così tanto, in termini di potere) è una pratica oppressiva, lo trovo molto interessante. A me questo bizzarro uomo col magnetofono non interessa tanto per il contributo che vuol portare alla critica della psicanalisi, o al miglioramento della psicanalisi. E a questo proposito, trovo interessante ciò che scrive, in questo libro, Antonello Sciacchitano. L’analisi, ci ricorda Sciacchitano, tendenzialmente produce paranoia, e (come la performance di Abrahams dimostra) ciò accade non solo nell’analizzato, ma anche nell’analista. E’ proprio la lunga formazione psicanalitica che induce, nella personalità dell’analista, elementi di rigidità paranoica. Sono, le “sovrastrutture ideologiche, scafandri che le istituzioni psicanalitiche smerciano come formazione psicanalitica e che lo psicanalista adotta per addomesticare la realtà selvaggia della clinica” (i complessi edipici freudiani gli archetipi junghiani i significanti lacaniani e così via). Il punto dolente del freudismo, continua Sciacchitano, è che resta un’analisi che tende a rinforzare l’Io di fronte alle pulsioni dell’Es e ai dettami cervellotici del Super-Io: ma ciò spinge l’Io verso la paranoia. E’ frequente, infatti, che le analisi freudiane finiscano in paranoia: l’Io debole dell’analizzato, dopo l’analisi si sente così forte da analizzare l’analista: è Abrahams questo.

Dunque personalmente mi ritengo fortunato per non aver risposto alle sirene di questa disciplina, tanto superba quanto sopravvalutata, ho sempre contestato gli psicanalisti, claustrofilicamente chiusi nei loro studi d’avorio, staccati dalla vera sofferenza, dalla miseria, dalla merda, dalla feccia umana. Dai manicomi insomma, d’ogni sorta. Dalla sofferenza hard. Dalla miseria esistenziale di “chi non ha non è” (diceva Basaglia).

Sembrano anacronistiche ma le ritengo ancora valide certe affermazioni di Basaglia nel corso delle sue straordinarie conferenze in Brasile, a proposito del mondo della psicanalisi. Eccone alcune.

“Io non voglio offendere nessuno, ma qual è la differenza tra una prostituta che vende il suo corpo e il medico che si prostituisce nel suo ambulatorio, quando dovrebbe dare il massimo della sua attività alle istituzioni pubbliche?” “Gli psicanalisti”, aggiunge, “hanno sempre una gran lista di attesa, come gli aeroplani”. Perché? Perché gli psicanalisti rispondono ai problemi di quella parte della popolazione che ha i mezzi per difendersi, e non certo ai bisogni dei miserabili, perché “chi non ha non è”, chi non ha il danaro non se la può pagare la terapia psicanalitica. Perché la psicanalisi è “terapia di classe”, “cosa ha fatto la psicanalisi per il malato mentale del manicomio nel corso di questo secolo?”

Affermazioni forti, apparentemente datate, ma non tanto. E’ a margine di queste affermazioni e di questa critica della psicanalisi che, nelle conferenze in Brasile, Basaglia cita Abrahams. E lo cita come esempio del potere e della repressione non solo psichiatrica ma perfino psicanalitica.

Ma perché questo dialogo affascina Basaglia, così come affascina Sartre? Perché capovolge i rapporti tra analista e analizzando, capovolge il rapporto di potere tra i due, e la violenza, che c’è, perché c’è, passa dall’altra parte. Lo psicanalista ridicolo, incapace di gestire l’irruzione nel suo studio del paziente col magnetofono, grida “Violenza fisica! Violenza fisica! Non sono abituato alla violenza fisica!”, così grida. A quella psicologica invece evidentemente ci è abituato, quella per cui obbligare per anni a stare steso sopra un lettino girato di spalle senza poter guardare l’espressione del volto del cosiddetto analista, depositario del segreto, della verità, del tempo della guarigione. Alla violenza dell’interminabile asimmetrica relazione psicanalitica a quella ci è abituato.

Dice Abrahams, nella sua registrazione: “Non si può guarire là sopra – al divano intende – e lei stesso non è guarito perché ha passato anni là sopra. Lei non osa guardare la gente in faccia. Lei mi ha obbligato a voltar le spalle e non è così che si può guarire la gente. Vivere con gli altri significa saperli guardare in faccia”.

Continua: “Sono venuto da lei per molti anni due o tre volte a settimana e cosa ne ho ricavato? Lei ora sta raccogliendo quello che ha seminato con la sua ingannevole teoria”.

Ancora: “Lei è un privilegiato, è venuto dopo di Freud, le hanno pagato gli studi, ed è riuscito a mettere una targa sulla porta! E adesso rompe le palle a un sacco di persone con il diritto di farlo. Lei è un fallito e non farà altro nella vita che rifilare i suoi problemi alle persone…”.

Ecco: uno psicanalista che a queste affermazioni riesce a balbettare solo: “Violenza fisica! Violenza fisica!” conferma di essere davvero un fallito.

Ma a cosa somiglia questa violenza, istituzionale, dello psicanalista e della psicanalisi che Abrahams contesta? Ce lo racconta Basaglia. Somiglia, in scala ridotta, in versione soft, edulcorata, alla violenza che riceve l’internato in manicomio (o, ancora oggi, del ricoverato in molti SPDC o in altri luoghi della psichiatria).

Scrive Basaglia, ne L’istituzione negata, che nel manicomio entra un corpo malato, già messo a dura prova dalla follia, già indebolito. Ma quando inizia questa sua carriera di malato mentale, e varca la soglia dell’istituzione, del manicomio, e penetra in quel luogo dove “prima di uscire sono state controllate serrature e malati”, là dove il corpo malato dell’internato è un suppellettile che ha lo stesso valore di una serratura, il corpo del malato diventa oggetto e (per dirla con le parole di Husserl) smette di essere leib, corpo vissuto, corpo soggetto, corpo che sono, e diventa körper, corpo non più vissuto, corpo oggetto, corpo che ho. E quale possibilità ha l’internato del manicomio, per riprendersi quel poco di soggettività, riprendersi il suo corpo vissuto, il corpo proprio, se non agire, agitarsi, reagendo, con la sua violenza (una violenza apparentemente immotivata, ingiustificata, inopinata, come sempre viene considerata la violenza del folle), alla violenza dell’istituzione manicomiale che ha oggettivato il suo corpo?

Eccoli, allora, questi corpi obbligati dei malati, vengono depositati con violenza ancora oggi dentro la maggior parte dei SPDC, che per riprendersi un po’ di quella soggettività che gli viene estorta dall’istituzione, e tornare a essere leib e non körper, s’incazzano, si insubordinano, diventano agitati, aggressivi, e quasi sempre la risposta dell’istituzione, del SPDC bunker, del servizio forte, blindato, è un rilancio, un’escalation della violenza iniziale, per cui ecco l’uso del farmaco a scopo non terapeutico (sedare) e ecco l’uso delle fasce.

Ma lo scriveva chiaro Franca Ongaro: la medicina è la scienza del corpo morto, scienza che ha cercato di comprendere, nelle aule di anatomia patologica, l’uomo vivo, il malato, attraverso il corpo morto del cadavere. E pure l’ospedale, il luogo di cura per definizione, riproduce il corpo morto dissezionato del cadavere, coi suoi reparti per lo scheletro, per l’apparato digerente, respiratorio, cardiovascolare, eccetera. E in ospedale l’uomo vivo è gradito sempre allettato, clinofilo, perché la clinica è corpo morto, e pure nel reparto psichiatrico, deputato alla cura della psiche malata, il corpo è quasi sempre orizzontale, cadaverico, grazie al ruolo clinofilo di farmaci e fasce.

Allora non solo la psichiatria paga il debito con la medicina e l’anatomia patologica ponendo in posizione cadaverica il paziente (allettandolo con farmaci e fasce quando si agita, quando vuol essere per forza soggetto), ma anche la psicanalisi (con più classe, con più garbo, certo) fa la stessa cosa, data la sua derivazione medica (ce lo ricorda sempre Sciacchitano in questo libro, che la psicanalisi deriva dall’ipnosi, ipnosi che Freud non fu mai abile a fare, e perciò dovette inventarsi un altro modo), altro non ha fatto, la psicanalisi, se non tenere a corpo morto un soggetto, per anni, rendendolo, a volte (sostiene provocatoriamente ma non tanto il maggior etnopsicologo vivente: Tobie Nathan) uno zombie, un morto vivente, qualcuno ormai posseduto dalla teoria del suo analista.

Per cui la violenza di Abrahams per forza mi ricorda, in forma soft, la violenza dell’internato, anzi, ne è preludio, visto che è da quel momento in poi che il selvaggio Abrahams farà un salto di livello, di carriera, passando dalla carriera di portatore di piccola psichiatria alla carriera di malato grave di manicomio, di ricoverato in manicomio, di rocambolesco evasore dal manicomio.

E la piccola violenza di Abrahams, pure questa è un modo per riprendersi il proprio corpo, e riportarlo dalla posizione clinica, psicanalitica, cadaverica e paranoicizzante che non vede mai gli occhi e i pensieri dell’analista, a quella eretta, vitale, di uomo che guarda negli occhi, di uomo in rivolta, potremmo quasi dire (per dirla con Camus).

Intervista a Michele Capano sulla Legge 180, il Tso, la contenzione materiale alla luce della proposta di Radicali Italiani

Mar, 18/07/2017 - 17:58

L’intervista di  Michele Capano sulla Legge 180, il Tso, la contenzione materiale alla luce della proposta di Radicali Italiani” realizzata da Cristiana Pugliese con Michele Capano (tesoriere di Radicali Italiani).

Ascoltala dal sito di Radio Radicale

L’uomo che sussurrava ai pazienti

Mar, 18/07/2017 - 17:06

(quando il mare diventa popcorn. by flora tommaseo)

L’ex primario di psichiatria di Merano Toresini sulla contenzione, la filosofia che non guasta, l’elettroshock, la derivazione culturale e la storia di un ex nazista.

Di  Sarah Franzosini

Ideatore e sostenitore del progetto di Casa Basaglia, seguendo pedissequamente la lezione del padre della legge 180 di porre i due poli dell’istituzione, ovvero il personale medico e i pazienti, sullo stesso piano dialettico, Lorenzo Toresini, già primario di psichiatria di Merano (in pensione dal 2013), è stato tirato in causa più volte, esplicitamente o meno, nelle ultime settimane. E cioè da quando sul tavolo anatomico del dibattito sono tornati argomenti quali i diversi approcci psichiatrici, fra posizioni monolitiche e altre più concilianti; e l’utilizzo di alcune pratiche come la contenzione, il Tso (trattamento sanitario obbligatorio) e l’elettroshock.

“Quando il primario di psichiatria di Brunico Roger Pycha dice che sono un filosofo più che un medico non lo ritengo solo un danno di immagine nei miei confronti, ma soprattutto un affronto al lavoro fatto in 14 anni a Merano e in tutte quelle strutture in Italia che hanno deciso di non ricorrere più alla contenzione fisica. Intendiamoci, il fatto che la psichiatria non sia solo figlia della biologia ma anche della filosofia è un dato di fatto anche se non accettato da molti medici; è più comodo avallare un approccio esclusivamente organicista alla malattia, e la contenzione, questa misura draconiana e disumana, rappresenta perfettamente la concezione del paziente-oggetto”, spiega Toresini. La chiusura dei manicomi, del resto, è stato solo il primo atto della deistituzionalizzazione, il lavoro successivo, meticoloso, è quello di individuare le modalità di prendersi cura del paziente, attraverso un dialogo costante con i pazienti stessi e i loro famigliari. “Pycha – prosegue Toresini – insinua che a Merano si facesse solo finta di non legare i pazienti ma questa è una falsità, posso garantire che quando ero a capo del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC) nessuno è stato mai contenuto fisicamente e tutt’oggi, come mi è stato confermato da un mio ex collaboratore, Giorgio Vallazza, è ancora così, perché il fatto di non ricorrere a questa tortura è una medaglia ideale che si appuntano tutti sul petto, dagli infermieri ai medici”.

“Quando il primario di psichiatria di Brunico Roger Pycha dice che sono un filosofo più che un medico non lo ritengo solo un danno di immagine nei miei confronti, ma soprattutto un affronto al lavoro fatto in 14 anni a Merano e in tutte quelle strutture in Italia che hanno deciso di non ricorrere più alla contenzione fisica”

Slegalo subito

La prima cosa che fa lo psichiatra di turno quando si reca in pronto soccorso a fornire la sua consulenza e si trova di fronte un paziente legato è quella di liberarlo e poi portarlo eventualmente nel reparto psichiatrico. “A Brunico – afferma il medico – esiste un reparto di secondo livello, dove vengono trattati i pazienti meno gravi, che mi risulta essere aperto, ma la struttura che accoglie i casi più difficili è, per ammissione collettiva, sempre chiusa, così come accade a Bolzano e Bressanone. A Merano l’SPDC, quando la situazione è particolarmente complicata, a volte si chiude per pochi minuti o poche ore, qualche rarissima volta per un paio di giorni, ma è l’eccezione che conferma la regola, perché il reparto è di norma aperto”. E questo cosa significa? “Che se un paziente vuole uscire c’è sempre qualcuno che cerca immediatamente di stabilire un dialogo, che inizia un negoziato, il quale è esso stesso terapeutico. I pazienti non sono degli animali che rispondono solo alla chimica e lo dico partendo dal presupposto che non sono contrario alla psicofarmacologia, ma occorre riflettere su quello che facciamo. Anche il consenso del paziente – precisa Toresini – si costruisce, si conquista nell’instaurazione di una relazione di fiducia di e rassicurazione, così si curano le persone”.

Il reparto di Merano è stato aperto nel 2001, Toresini si trovava a capo della struttura da 2 anni. Il primo paziente ricoverato fu un ex nazista di 80 anni che aveva deciso di togliersi la vita, si sparò un colpo ma sbagliò il tiro e sopravvisse, seppure indementito. L’uomo fu dichiarato pericoloso per se stesso. Una volta uscito dalla rianimazione venne mandato in psichiatria. Siccome tendeva a cadere del letto gli infermieri “che erano nuovi e non avevano esperienza in ambito psichiatrico lo legarono – riferisce l’ex primario -. Dissi che non si poteva fare, che bisognava trovare altre soluzioni, mettere due letti uno vicino all’altro, per esempio, un materasso per terra, un operatore fisso che stesse vicino al paziente, mi offrii anch’io di sorvegliarlo – quando Pycha dice che non ho seguito le persone forse dimentica che io, come primario, ero responsabile di tutti i pazienti nell’SPDC -, per dimostrare che non legare era possibile. Fu una lezione che nessuno dimenticò. Ho cominciato a praticare l’anti-contenzione con un ex nazista. Nessuno tocchi Caino, come si suol dire”.

“Queste persone reagiscono interiorizzando la violenza subita, ed è il peggior danno che possano autoinfliggersi”

Anni fa, precisamente nel 2006, venne fondato, allo scopo di mettere in rete diverse realtà sul territorio, il club SPDC No Restraint che ogni anno organizza un convegno in una città italiana a cui partecipa il “popolo dei non legatori” per provare che si possono trattare le persone anche senza mai contenerle. “Sempre più città vogliono entrare nel club, perché la verità è che l’etica, la passione, l’entusiasmo prevalgono sulla routine negativa”, attesta Toresini. Resta tuttavia difficile trovare qualcuno che testimoni il “sopruso della contenzione”. Il motivo? “Queste persone reagiscono interiorizzando la violenza subita, ‘perché – dicono – se lo Stato e i medici ritengono che io debba essere legato evidentemente hanno ragione loro, ed è il peggior danno che possano autoinfliggersi”, glossa lo psichiatra secondo cui è fondamentale sollecitare a denunciare, non tanto sul piano penale quanto su quello civile, il danno esistenziale derivante da questa vessazione. “Sono convinto che se l’Azienda sanitaria locale dovesse iniziare a rimborsare i pazienti allora i primari che usano ancora la contenzione verrebbero finalmente richiamati all’ordine. E non illudiamoci: le linee guida provinciali non sono che una legittimazione di questa violenza. Senza dimenticare che qualcuno di questi pazienti ogni tanto ci lascia anche la pelle, a parte un paio di casi illustri chissà quanti altri ce ne sono. Ricordo ancora un episodio accaduto in una casa di riposo altoatesina, una paziente morì legata, tentando di divincolarsi si strangolò poiché nessuno le aveva badato”.

“Non ho dubbi che in diverse occasioni la Tec (terapia elettroconvulsivante, ndr) possa avere successo, ma cosa significa questo, in fondo? Il punto è che c’è chi usa la corrente elettrica per far ‘dimenticare la depressione’ e chi sceglie di parlare delle motivazioni, di comprenderle, di combattere i momenti bui”. È chiara la risposta di Toresini alle affermazioni del collega Pycha in merito all’uso di tale terapia. Racconta l’ex primario che una volta esisteva un intervento chirurgico cerebrale chiamato leucotomia, una tecnica che divenne meno invasiva rispetto alla lobotomia; anziché asportare il lobo frontale si recidevano le connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo, un’operazione che peraltro subì la sorella di John Fitzgerald Kennedy, Rosemary, e che la lasciò in stato vegetativo per il resto della sua vita. Si tratta di un tipo di intervento a cui si è ricorso fino agli anni ’60 in Italia e che in seguito scomparve. Nel Massachussets (USA) sembra che si stia tornando ad applicarlo, utilizzando il laser al posto del bisturi. “Parlare di elettroshock è sbagliato, sostiene Pycha, bisogna chiamarla terapia elettroconvulsiva perché è tutta un’altra cosa, ma è come dire che la leucotomia è una cosa diversa dalla lobotomia, eppure gli effetti sono quelli”, sottolinea Toresini. E ancora: “Il collega di Brunico afferma inoltre che la corrente elettrica stimola le cellule nervose ad autoriprodursi, ma è una sua ipotesi, una sua tesi ideologica perché nessuno è in grado di verificarlo. In ogni casoil superamento dell’elettroshock rientra nella battaglia per la chiusura dei manicomi, nel cambio di paradigma scientifico-mentale e dunque come si può essere d’accordo solo con una delle due cose?”.

“Le terapie organiche drastiche possono anche funzionare ma a quale prezzo? Dove sta l’umanità?”

Nel 1977 Toresini, insieme a un collega, condusse un colloquio con una giovane donna 27enne, madre di un bambino di 4 anni, che affermò di aver subito la leucotomia in Svizzera. La donna, schiava di gravi ossessioni, 3 giorni dopo il colloquio con i due medici, uccise il figlio annegandolo nella vasca da bagno. La Procura della Repubblica inscenò un processo contro Toresini e il suo collega che furono poi assolti. La vicenda è documentata nel libro “La testa tagliata” edito da Alpha Beta e Toresini racconta che durante la stesura del volume fece diverse interviste. Una di queste con il celebre neurologo Hrayr Terzian, il quale affermò che la donna era stata sicuramente influenzata nel passaggio all’atto concreto dal fatto che aveva subito una lobotomia. Con l’ansia, in sostanza, aveva perso anche l’autocontrollo. Morale, “le terapie organiche drastiche possono anche funzionare ma a quale prezzo? Dove sta l’umanità?”.

L’Italia, con poche eccezioni, fra cui Brunico, ha smesso di ricorrere all’elettroshock. Ma perché il modello di psichiatria che si richiama alla scuola austro-tedesca non contempla l’esperienza basagliana? “Si tratta in questo caso di derivazione culturale”, spiega Toresini. “Nel 1984 feci una conferenza a Innsbruck sulla chiusura dei manicomi e la legge 180. Un signore, che era seduto in prima fila, si alzò e disse che la 180 era una legge sbagliata, piena di lacune. Quel signore era Hartmann Hinterhuber, titolare della cattedra di psichiatria dell’università di Innsbruck, di origine sudtirolese. Risposi che era difficile che una riforma così complessa, a sei anni di distanza dalla legge, potesse essere realizzata a dovere in tutta Italia, ci vollero molti anni per chiudere i manicomi, e ancora non era finita, la riforma doveva andare avanti. Ebbene, ottenni più applausi del professore che giocava in casa. I 3 colleghi primari che operano in Alto Adige, il dottor Pycha a Brunico, il dottor Schwitzer a Bressanone, e il dottor Conca di Bolzano, furono tutti allievi di Hinterhuber”.

“Con la chiusura dei manicomi abbiamo fatto una rivoluzione copernicana, dimostrato che i pazienti si curano meglio fuori dagli ospedali psichiatrici e questa è una conquista scientifica, non ideologica”

L’Aktion T4 è il nome in codice del programma nazista di eutanasia dei pazienti psichiatrici che venne avviato, per ordine di Hitler, nel 1939. L’edificio dove si pianificò e organizzò questa operazione si trovava a Berlino, al numero 4 di Tiergartenstraße, da qui il nome del progetto, che durò un anno. Nel 1940, infatti, il vescovo di Münster Clemens August Von Galen insorse e coagulò tutte le forze cattoliche e protestanti in Germania. In seguito alle crescenti proteste il Führer fu costretto a cedere e dichiarare sospeso il programma. “C’era questa mentalità delle vite non degne di essere vissute, e un piccolo ramo di quel pensiero è ancora vivo. Mi spiego: se una persona conduce una vita di pensiero non degna di essere vissuta questa va cancellata, ma il pensiero è sempre degno di essere vissuto. Con la chiusura dei manicomi abbiamo fatto una rivoluzione copernicana, dimostrato che i pazienti si curano meglio fuori dagli ospedali psichiatrici e questa è una conquista scientifica, non ideologica. Allora come oggi questa rivoluzione ha anche un significato politico, la raison ha bisogno della déraison per essere legittimata come raison. E dunque occorrevano i muri che contenessero la déraison cosicché quelli ‘fuori dal recinto’ potessero dire ‘siamo noi i ragionevoli. Il dottor Pycha direbbe che parlo da filosofo, ma io credo fermamente di essere soprattutto un medico”.

(Da: https://www.salto.bz/it/article/13072017/luomo-che-sussurrava-ai-pazienti)

La replica di Bolzano: “Non chiamatelo elettroshock”

Mar, 11/07/2017 - 11:09

Roger Pycha, primario di psichiatria a Brunico, replica alle critiche sul servizio psichiatrico altoatesino pubblicate su salto.bz e difende la terapia elettroconvulsiva.

Di Sarah Franzosini

Dottor Pycha, c’è una forte denuncia per l’uso della Tec, la terapia elettroconvulsiva, a lungo nota come elettroshock. Enzo Lupo di Psichiatria democratica, ad esempio, l’ha definita “una terapia ascientifica, ottocentesca e abbrutente, che spegne le persone senza curarle”. Con l’applicazione di questa terapia nei reparti lei ha dato un taglio netto con l’eredità lasciata dall’ex primario di psichiatria di Merano Lorenzo Toresini e Franco Basaglia…Roger Pycha: Prima di tutto l’elettroshock si usa sugli animali quando si conducono degli esperimenti o sugli internati politici in alcune zone del mondo come strumento di tortura, perciò non chiamiamolo così. Basaglia non ha mai detto che non si debbano trattare le persone e la Tec è un trattamento utile e validissimo, quando applicato bene. Il problema è che, all’epoca, è entrata in campo una certa ideologia che ha mescolato due questioni: l’abolizione dei manicomi, posizione giustissima, e l’abolizione della Tec, posizione che invece scientificamente non può più essere sostenuta.

Quando dice che la Tec è valida se “applicata bene” cosa intende?
La Tec risulta accettabile in circostanze particolari, difficili, quando tutte le altre terapie farmacologiche non funzionano. E comunque rispetto a questo tipo di cure, in caso di depressione, la Tec garantisce una percentuale di guarigione superiore. Dunque i detrattori, come Peppe Dell’Acqua, non sanno di cosa parlano quando criticano questo metodo, non conoscono il nostro approccio o i determinati iter che seguiamo, perciò non posso accettare il loro punto di vista.

Sostenere che lo psichiatra Dell’Acqua non sa di cosa parla non le pare un’affermazione azzardata?
Per principio Dell’Acqua non avrà probabilmente mai effettuato alcun trattamento elettroconvulsivo, ma la medicina richiede anche decisioni difficili se si ha la consapevolezza che si possono avere effetti positivi sulla persona. Quella di Dell’Acqua è una visione della psichiatria molto “soft”, ma la verità è che abbiamo spesso a che fare con malattie molto tenaci.

Sta dicendo che, nei casi più gravi, non c’è alternativa alla Tec?
Guardi, io sono vicepresidente dell’Istituto di psicoterapia sistemica in Provincia, perciò mi occupo ampiamente di psicoterapia e di psichiatria sociale, ma mi affido anche alle cure farmacologiche e in casi estremi alla terapia elettroconvulsiva che si esegue sotto un’anestesia generale della durata di 4-5 minuti. La stimolazione elettrica dura fra i 2 e gli 8 secondi. E non accade ciò che dicono i dissenzienti e cioè che le cellule nervose muoiono, vengono solo stimolate e si attivano per produrre più neurotrasmettitori.

Per quante volte viene condotta questa stimolazione?
Il trattamento che, diciamolo, può avere a volte effetti miracolosi, va condotto 6-8 volte per guarire una depressione molto grave, e dunque si utilizza in situazioni mirate, quando il paziente non ha più speranze di guarire. In questi casi disperati, di resistenza alle cure farmacologiche, si registra un successo del 50%, che non è poco.

Che non è neanche molto, si potrebbe obiettare.
Ma, ribadisco, si applica quando tutte le altre strategie sono state sperimentate e non hanno dato risultati. Non tentare questo 50% di probabilità diventa a quel punto un problema etico. L’alternativa è lasciare le persone in una depressione non trattabile e non guaribile che comporta il rischio di suicidio. E su questo argomento vorrei aggiungere una cosa.

Prego.
È da parecchio che ripeto: in Alto Adige, provincia molto colpita, abbiamo bisogno di una rete assistenziale e preventiva fortissima per minimizzare la cifra delle vittime – che a livello mondiale ammontano a 800.000 persone all’anno. Dal ’99 il tasso di suicidio è in calo – seppure non di molto – ma la tendenza è tale e questo non è forse anche merito dell’assistenza psichiatrica provinciale? Assistenza che nel tempo è notevolmente migliorata. Una delle zone più colpite, dal punto di vista del suicidio, è Trieste, dove peraltro c’è il cosiddetto centro della psichiatria alternativa, patria di Basaglia. Vede, il punto è che deve esserci la possibilità di offrire ai pazienti gravemente sofferenti tutte le opportunità e le scelte terapeutiche che esistono a livello mondiale.

Ma certe prassi psichiatriche non avallano forse la visione di un malato-oggetto, come afferma la controparte?
A chi critica consiglio di visitare i nostri centri per rendersi conto di quanto siamo ben organizzati, sono convinto che cambierà opinione.

Nel caso di donne in gravidanza sono sconsigliate le terapie farmacologiche per probabili conseguenze sul nascituro. La Tec potrebbe essere quindi una soluzione?
Potrebbe esserlo, sì, e a volte viene applicata.

Anche se studi scientifici la sconsigliano oltre alla circolare Bindi del ’96 che dichiara che non è sempre “scevra di rischi per il feto”?
Bisogna scegliere il rischio minore. In presenza di una psicosi grave in gravidanza sono scelte che vanno ben ponderate e comunque si tratta di situazioni individuali rarissime. Se la donna, mettiamo il caso, dovesse assumere più farmaci contemporaneamente per qualche mese la cura farmacologica comprometterebbe il feto in misura maggiore rispetto alla Tec. Si eseguono 6-8 anestesie generali brevissime e la scarica elettrica è bassa, parliamo di 700 milliampere. Anche durante l’allattamento di principio potrebbe essere preferibile la Tec, perché la somministrazione di farmaci condizionerebbe anche il bambino.

Come risponde al fatto che diversi studi (ad esempio quello pubblicato nel 2010 dall’università di Auckland) dimostrano i considerevoli danni cognitivi e di memoria della Tec, persistenti anche a 6 mesi di distanza?
È un trattamento che nel 30% dei casi ha degli effetti sulla memoria, è vero, ma sono tutti transitori.

Non crede che metodi come la Tec o pratiche come quella del Tso – in aumento a Bolzano – rafforzino la stigmatizzazione sociale dell’individuo recidendo possibili reti, aumentando l’isolamento oltre che le difficoltà lavorative ed economiche?
Non confonderei i due temi. La Tec viene applicata previo consenso del paziente, cosa che invece non avviene in caso di Tso, questo è opportuno sottolinearlo. È vero, l’isolamento sociale c’è così come lo stigma del malato mentale, ma esiste anche la stigmatizzazione di chi lavora sul campo, anche se senz’altro in misura minore rispetto a chi soffre di disturbo mentale. Noi dobbiamo  provvedere a far guarire le persone, dando loro il massimo dell’assistenza e del supporto in modo da garantire la piena inclusione e il ritorno nella società del malato. Ma abbiamo il diritto di sentirci inclusi nella medicina e nella società moderna anche noi operatori – per non parlare dei famigliari e del peso che spesso loro sono tenuti ad affrontare.

D’accordo, ma se l’Alto Adige è evidentemente uno dei pochi posti rimasti in Italia ad utilizzare questo tipo di terapia non significa forse che certi risultati possono essere raggiunti in altro modo?
La Tec si usa nel Regno Unito, in Danimarca, negli Stati Uniti e in tutto il resto del mondo. In Italia, è vero, i centri in cui si applica sono 15-20, ma sono in aumento, la Tec è uno strumento ancora troppo poco conosciuto e utilizzato in questo Paese.

L’“approccio basagliano” di Toresini non era ugualmente efficace?
Toresini ha fatto poco lo psichiatra, è stato piuttosto un “filosofo” alla direzione di un servizio. Non so quanti pazienti abbia trattato di persona, io in media ne seguo 330 all’anno. E dico che a volte, come psichiatra, ci si trova a dover ricorrere a metodi molto antipatici, ma facciamo solo il nostro dovere.

Nel reparto psichiatrico di Brunico si ricorre anche alla contenzione fisica?
Rarissimamente e comunque attenendoci alle linee guida provinciali, come succede anche a Merano, Bressanone, Bolzano, e ovunque. Ogni tanto si chiude il reparto, ogni tanto si contiene fisicamente qualcuno. Trattiamo peraltro anche pazienti geriatrici molto agitati perché non disponiamo del reparto di geriatria a Brunico e Bressanone. Guardi, in tutta Italia non c’è psichiatria che non utilizzi metodi coercitivi, l’unica differenza è che qualcuno accusa gli altri di farlo in modo peggiore. E questo non è giusto.

Eppure a favore dell’abolizione della contenzione ci sono campagne nazionali ed europee, come sottolineato anche da Dell’Acqua.
È giusto che ci siano e io sono a favore dell’abolizione. Cerchiamo infatti di minimizzare interventi del genere. Ma non posso credere che Peppe Dell’Acqua, da psichiatra, non si sia mai trovato nelle condizioni di dover recludere una persona, di applicare delle punture sedative o di trattenerla fisicamente. Se non ha mai fatto nulla del genere significa che si è tenuto di fatto lontano dall’effettiva pratica clinica.

Insomma lei è contro la contenzione però la applica.
Ripeto, è un metodo da utilizzare in casi estremi. Nell’ambito della psichiatria non possiamo dire “noi non applichiamo alcun metodo coercitivo”, perché la società ci dà il compito di proteggere le persone da loro stesse.

Nella già citata circolare Bindi si richiede, nelle strutture dove la pratica della terapia elettroconvulsivante potrebbe essere effettuata, di esercitare “una attenta vigilanza per evitare possibili abusi nella utilizzazione di tale pratica terapeutica”. A Brunico esiste un’istituzione/figura adibita a tale delicato e importante controllo?
Certamente, sono sempre due o più esperti ad indicare e sorvegliare la terapia. Seguiamo strettamente le indicazioni della circolare, compresa quella del ’99. È un lavoro molto impegnativo e di altissima specializzazione quello che facciamo e richiede capacità mediche, logistiche, assistenziali ed anzitutto etiche. Non vorrei che il nostro lavoro venisse squalificato. Pochissime psichiatrie in Italia riescono a offrire garanzie per effettuare il trattamento elettroconvulsivo, e noi siamo in grado di darle.

Un centro di salute mentale aperto 24 ore su 24 per 7 giorni in Alto Adige è un’utopia?
No, sono stato l’unico in Provincia a tenere aperto il centro per 12 ore consecutive dalle 8 di mattina alle 8 di sera per 5 giorni a settimana. Né i bolzanini, né i meranesi, né i brissinesi ci sono riusciti. Dopo qualche anno per carenza di personale medico e infermieristico siamo dovuti tornare ai consueti orari di apertura e cioè dalle 8 alle 17. C’è bisogno di un pronto soccorso psichiatrico, che però al momento non è pagabile né organizzabile. Ma è una prospettiva auspicabile. È uno degli obiettivi da raggiungere insieme alle associazioni di auto-aiuto degli utenti e dei famigliari, convincendo gli amministratori ed i politici. È un’impresa d’intesa tra questi quattro gruppi, è il tetralogo ultimamente citato nella presa di posizione dei famigliari.

(Da: https://www.salto.bz/it/article/04072017/non-chiamatelo-elettroshock)

Un medico cattolico: «Trovare nuove risposte a domande inedite»

Mer, 05/07/2017 - 20:26

di Alessandra Rigoli

Voglio, nel mio piccolo, rendere giustizia ai medici del Great Ormund per aprire una discussione, per suscitare domande e cercare nuove risposte.

Credo sia davvero sbagliata la posizione espressa da alcuni circa la vicenda di Charlie e trovo molto gravi le accuse che vengono rivolte a medici e giudici di essere assassini. Accuse gravi e ingiustificabili. Che mi spaventano molto. Anche perché me le sono sentite rivolgere in una circostanza simile a questa e non è bello quando la tua professionalità, il tuo impegno a servire i pazienti, soprattutto i più piccoli, le scelte durissime che fai in coscienza e per cui non dormi la notte, non solo vengono messi in dubbio – che sarebbe anche utile – ma vengono calpestati con aggressività da persone che non hanno alcuna competenza. Non credo che si tratti di toni degni dello stile cristiano comunque ed è questo mi ha indotto a scrivere qualcosa sull’argomento anche in base a richieste di molti amici. Detto questo voglio provare a chiarire perché penso che medici e giudici abbiano scelto una cosa buona per Charlie. Il mio è solo il parere di un medico cattolico che si pone, senza idee prefissate o preconcetti ma cercando una sguardo di verità e carità, di fronte alle singole e specifiche situazioni che incontra. Sono aperta alla discussione, ma una discussione seria, perché queste situazioni sono nuove, non solo per me ma per la riflessione etica in generale, a causa del progresso della medicina e sono molto molto complesse nelle sfumature che le caratterizzano e non si può procedere per partito preso. Non voglio avere ragione, spero però che si capisca perché sono convinta che qualunque atteggiamento ideologico non ben documentato o che comunque non parta dal porsi domande sia quanto meno pericoloso in questo ambito. Perché un atteggiamento sincero, realista, ben documentato e aperto alla realtà e alla verità (che non possediamo mai fino in fondo) potrebbero portarci a conclusioni inaspettate. A me è successo così e ho capito che la prudenza è sempre una buona consigliera, tanto più se non si hanno competenze tecniche.

ARGOMENTO ETICO.

Occorre distinguere tra eutanasia e sospensione della terapia per non cadere nell’accanimento. La possibilità di sospendere la terapia o di limitarla spetta al soggetto (ai genitori in caso di minore ed entro certi limiti), al medico, eventualmente al giudice qualora questo diritto non venga rispettato. Quando per un medico è legittimo decidere di sospendere un trattamento? Quando giudica un trattamento sproporzionato, cioè se i costi (non intesi in senso economico) superano i benefici. In parole povere: se un atto causa più sofferenza rispetto ai vantaggi terapeutici che arreca è dannoso, inutile, ingiusto e non si fa o si interrompe nel caso si sia iniziato nell’ipotesi o nella speranza di un beneficio che però poi effettivamente non si osserva, oppure nel caso sia stato intrapreso come salvavita di fronte alla necessità di prendere tempo in vista di un percorso diagnostico più approfondito. Si capisce? Il concetto di accanimento terapeutico si basa proprio sull’idea che non sempre e necessariamente un trattamento è buono. Non lo è quando è insensato, inutile, se non dannoso, sproporzionato rispetto al dolore che causa. Il medico ha in questo caso un diritto assoluto di decidere di non trattare ulteriormente, diritto che – se espresso nei limiti della legge – viene garantito dal sistema giudiziario. Ora vediamo perché il concetto di non accanimento si applica al caso del nostro bambino.

ARGOMENTO SCIENTIFICO.

Nel caso di Charlie si è sentito parlare di eutanasia, ma questo è del tutto fuori luogo, dal momento che si parla di eutanasia quando il fine di un atto, lo scopo, è di arrecare la morte. Ora provo a spiegare perché invece si tratta di un caso di sospensione di alcuni trattamenti che se proseguiti scivolano nell’accanimento terapeutico. Charlie è affetto da una patologia congenita, che riguarda i mitocondri, tutti i mitocondri di tutte le cellule, il che comporta un’alterata funzione energetica. Tale malattia si manifesta ad un certo punto dello sviluppo con una crisi energetica cellulare in bambini apparentemente sani fino a quel momento, con un coinvolgimento di tutti gli organi e apparati e i più compromessi sono il cervello, il sistema respiratorio e quello muscolare, cioè quelli che dipendono da un elevato consumo energetico, con perdita di funzione irreversibile. Questa patologia è incompatibile con la vita e ad oggi non esiste una terapia riconosciuta dalla comunità scientifica (ritornerò su questo punto più avanti). Occorrerebbe infatti riprogrammare tutte le cellule del corpo e inoltre all’apparire dei sintomi le lesioni, soprattutto a carico del cervello, sono irreversibili. Quando si manifesta il bimbo di età generalmente intorno ai 4-6 mesi diventa floppy, cioè floscio, poco reattivo, può avere manifestazioni di tipo epilettico e ad un certo momento smette di respirare. A questo punto probabilmente sarà già giunto all’osservazione medica e un rianimatore che si trova un bimbo in arresto respiratorio senza un motivo poiché é da qualche settimana che il bambino non sta bene ma non è stato fatta una diagnosi (magari un’influenza intercorrente ha aumentato le richieste energetiche in modo improvviso e ha fatto precipitare il quadro) lo rianima – in termini tecnici – in modo aggressivo, lo intuba e lo attacca ad una macchina che respira per lui. Il bambino finisce in una terapia intensiva e qui ogni suo apparato viene supportato massivamente, lui da solo non fa più niente e delle macchine sofisticate e cure intensive lo tengono in vita per settimane affinché si capisca cosa è successo. Ci siamo? Il bimbo in questione di suo sarebbe morto. Ci vogliono parecchie settimane per fare una diagnosi che tra l’altro richiede uno studio bioptico del muscolo (e anche analisi sul liquor). Prima occorre sospettare la malattia, oltre alla clinica si osservano lesioni cerebrali tipiche con una risonanza magnetica e quando c’è una ragionevole possibilità si fa la biopsia e ci vogliono diverse settimane per avere il responso. Non ci sono errori diagnostici. Nel frattempo il bambino viene tenuto in vita e vengono provate molte terapie dato che non si ha la diagnosi certa. Uno dei motivi per cui si sospetta la malattia è che nonostante un supporto massivo il bambino non migliora. E la realtà da accettare è che non migliorerà mai. È come un treno a cui viene tolta la corrente e non c’è modo di ridarla e il treno non ripartirà mai. Il processo non può essere interrotto e il bambino dipenderà sempre da macchine per respirare e il suo quadro neurologico peggiorerà costantemente e in modo rapidissimo senza alcun contatto con l’esterno (anche l’esame neurologico è rilevante nel percorso diagnostico), anche se a tratti aprirà gli occhi, accennerà al pianto e avrà minimi movimenti degli arti per breve tempo. Ora dunque si comprende come interrompere un trattamento in questo caso non si tratta di eutanasia, cioè di fare qualcosa che di per sé causa la morte come fine ricercato. Si tratta invece di interrompere alcuni atti medici, artificiali, che tengono in vita ma senza alcun risultato in termini di autonomizzazione presente o futura e questi atti medici possono essere messi in atto in fase acuta, non per sempre. Tenere un bimbo intubato per un mese significa arrecare dei grossi danni alla trachea, significa causargli infezioni severe e letali, significa tenerlo sedato in una condizione di grande sofferenza (provate a pensare cosa vuole dire avere un tubo in gola, che passa per le corde vocali, dover essere aspirato in trachea ogni 2 ore, senza poter deglutire e così via… su questo mi dispiace ma l’immaginazione non arriva mai a toccare la crudezza della realtà, quindi se non siete convinti vi invito a fare un giretto in una rianimazione pediatrica). Protrarre questi trattamenti non ha alcuno scopo, significa solo procrastinare un decesso inevitabile e facendo soffrire senza alcuno scopo, prolungare una vita naturalmente destinata a spegnersi attraverso atti medici estremamente invasivi e dolorosi. Vediamo dunque come inizia a configurarsi il quadro di accanimento terapeutico, situazione in cui gli atti medici sono inutili (non portano ad un miglioramento), sono dannosi (causano sofferenza e hanno effetti collaterali negativi), non fanno in definitiva il bene del bambino prolungandone l’agonia per un tempo indefinito ma senza un reale obiettivo. Sospendere un trattamento invasivo quale la ventilazione meccanica o il supporto farmacologico del sistema cardiocircolatorio diventa un obbligo morale in queste circostanze. E lo scopo non è far morire il bambino (come nel caso dell’eutanasia), ma interrompere un atto artificiale immotivato, ingiustificato, ingiusto. Talvolta si protrae un trattamento simile per dare il tempo ai genitori di essere pronti, mettendo pertanto il bene dei genitori davanti a quello del bambino, ma questo vale per un certo periodo di tempo. Non giusta sarebbe invece la sospensione delle cure, dell’assistenza, della palliazione e della presa in carico del bambino come della famiglia. La sospensione del supporto ventilatorio non è sinonimo di mettere un cuscino in faccia al bambino e si giunge a questa decisione dopo numerosi tentativi di svezzamento dal respiratore (una sorta di allenamento progressivo con riduzione del supporto e graduale autonomizzazione del respiro) che però falliscono. Tutto fallisce. Le terapie della fase acuta sono della fase acuta e portare questi bambini ad una fase cronica è impossibile. È il bene del bambino al centro (e anche su questo tornerò dopo) anche quando purtroppo si deve ammettere di non avere altre risorse.

ARGOMENTO ESPERIENZIALE.

Vorrei essere un po’ polemica: cosa viene in tasca ad un rianimatore del Great Ormund Street Hospital a far fuori un bambino? (Far fuori è un termine sbagliato ma così si dice in questi giorni negli articoli che mi è capitato di leggere). Nulla se non un mucchio di problemi legali, un sacco di beghe mediatiche, l’evidenza dichiarata del suo fallimento e un carico psico-emotivo tragico. L’obiettivo di un medico è salvare la gente, mica farla fuori. Quando la gente mi dice che ha paura dell’anestesia io ridendo dico sempre: “Non si preoccupi caro, io stanotte voglio dormire”. Dunque, non è un nostro obiettivo uccidere. Perché dunque arrivare a queste scelte tanto controverse di ridurre il carico terapeutico? A tutti piace dormire la notte. E tutti noi – sicuramente in rianimazione pediatrica – piangiamo lacrime abbondanti per ogni bambino che muore e dopo queste decisioni, per quanto di gruppo, chi dorme sereno? Ma fermiamoci un attimo, l’obiettivo è davvero solo salvare? No, l’obiettivo è il bene complessivo della persona, come per ogni uomo onesto di questo mondo, nella prospettiva che ci riguarda di più in quanto medici cioè la salute. Ma la salute non è un bene assoluto. Il bene assoluto è la persona e io sono grata a tutti quei medici che mi hanno insegnato a prendermi la responsabilità della persona che ho davanti: è facile quando salvi una vita, hai molta riconoscenza e riconoscimenti, difficilissimo quando ti scontri con il limite, con l’ineluttabilità di un decorso infausto. Gridare al nazista e all’assassino è peggio che sparare sulla Croce Rossa e anche l’accusa di voler fare di questo caso un caso giuridico è del tutto ingiusta. È il punto di vista di chi non ha alcuna esperienza di questo settore. È sparare contro uomini che sono uomini veri, capaci umilmente di prendere atto della propria impossibilità in questa circostanza e che hanno l’eroicità di domandarsi cosa è bene dunque fare, anche quando il da farsi è decisamente scomodo e incomprensibile per molti: parlare ai genitori del fallimento proprio e della medicina e prendersi cura fino in fondo della persona, rispettandola fino all’ultimo nel suo essere più prezioso di ogni cosa nel tratto di strada che verosimilmente porterà alla morte. A questo proposito vorrei tornare sul discorso della malattia incurabile. L’ospedale in questione lo scorso anno ha spedito due bambini gemelli con malattia genetica incurabile al San Raffaele dove si faceva una cura sperimentale (avevano fatto 8 casi, mica 1000) e c’erano le condizioni per tentare il tutto per tutto: i bambini erano trasportabili in aereo senza grossi rischi, l’ospedale dava garanzia di affidabilità, i casi seguiti avevano dato speranze di successo, la malattia era in fase precocissima diagnosticata su una sorellina più grande che in quei mesi era in fin di vita. I bambini sono poi arrivati nella rianimazione dove lavoravo e i contatti con gli inglesi sono stati quotidiani finché i bimbi non sono ripartiti. Ed è stato un calvario per quella famiglia, ma è stato intrapreso perché c’erano seppur minime ma ragionevoli possibilità di successo, anche parziale. Spese coperte in parte dal servizio sanitario inglese, in parte da donazioni private. Le cure sperimentali sono fatte e favorite se sussistono dei criteri di candidabilità. Ma non dobbiamo dimenticare che oltre agli elementi tecnici e scientifici esistono quelli umani: alcune cure sono delle vere e proprie torture (i due gemellini erano irriconoscibili rispetto a prima, con una fragilità, lesioni, edemi ovunque… io credo che anche in questo caso chi non vede non può immaginare!) e allora torniamo al punto: ha sempre senso? Dove sta il bene nella singola specifica situazione? Posto che nessuno ha lo scopo di uccidere, potrà un medico valutare che un’opzione sperimentale non sia percorribile? Non ha più strumenti di uno che fa tutt’altro nella vita se lavora seriamente e con un’equipe di esperti per capire cosa è davvero meglio per il paziente che gli è affidato? Perché ritorno al punto: i pazienti sono lo scopo della vita lavorativa di un medico, mica i soldi o il riconoscimento sociale che semmai sono conseguenze. Un bimbo come Charlie, intubato e ventilato può sopportare un viaggio in aereo? Il centro proposto offre delle garanzie adeguate di cura? Ha un livello assistenziale adeguato? Perché io medico ho una responsabilità nei confronti del paziente. Una responsabilità per la quale ho fatto un giuramento. Vi sono criteri di scientificità in queste cure sperimentali proposte? Se un’equipe di esperti dà risposta negativa a queste domande: chi siete voi tutti per giudicare? Che strumenti avete? È pensabile che a questi medici possa non interessare una reale seppur minima possibilità di salvare il bambino?! È il loro lavoro salvare bambini!!!

ARGOMENTO SOCIALE.

Per un bambino che occupa un posto in rianimazione per settimane senza prospettive di miglioramento, decine di altri bambini forse con patologie acute guaribili, non hanno possibilità di accesso per il posto occupato. Sembra una crudeltà portare questo argomento ma in medicina e nelle urgenze occorre prendere delle decisioni, scegliere… funziona così, sempre. Si parte dal più grave che può essere salvato. Non da chi non ha chance. Crudele? Sì. Ma il limite, il limite esiste. Dunque è immorale tenere per mesi occupato un posto per un bambino che viene tenuto in vita per non affrontare il fatto che non c’è nulla da fare. O per non urtare la sensibilità del mondo che non accetta la morte o per accontentare dei genitori che non sanno farsi una ragione del fatto che il loro bimbo non diventerà grande. Si può fare per un po’ ma non per sempre. Non irrilevante sarebbe accennare anche ai costi. Prosaico? La vita non ha prezzo? Verissimo. Ma nemmeno è giusta la vita ad ogni costo. Siamo responsabili delle risorse, sempre e se non c’è possibilità di guarigione occorre prenderne atto. Duro? Sì. Ribadisco: non si dorme la notte. Ma il coraggio di un medico non si misura solo nell’affrontare grandi difficoltà per salvare vite, lavorare 12 ore al giorno, fare turni di notte, studiare 13 anni solo per arrivare a capire che la realtà lo supera sempre… bensì anche nel saper fare i conti con il limite e con le decisioni che ne conseguono. Tutto questo non vuole dire uccidere un bambino o fare l’eutanasia, cioè ribadisco cercare la morte come scopo. Ma vuole dire che se dei trattamenti sono inefficaci verranno sospesi.

I NOVISSIMI.

I cristiani non credono più nella vita dopo la morte? È così che finiamo per accanirci e per fare delle polemiche veramente assurde. Ricordando sempre che non si punta mai come obiettivo a far morire nessuno, ma credo dobbiamo ricordarci anche e di più che in Cielo si sta meglio di qua. E un bambino fila dritto in Cielo. Allora siamo noi, con il nostro egoismo e la nostra falsa compassione, che vogliamo overtrattare persone senza alcuna altra giustificazione che la nostra paura! Il decorso di questa malattia allo stato attuale non può essere invertito se non da un miracolo, che può accadere sempre, a bambino intubato o no. Potremmo dunque aprire una parentesi sul senso della vita di un bambino come Charlie. Non lo so, ma penso ci sia. Non sta a noi fare nulla per inventarcene uno. Ha senso di per sé ogni vita, comunque vada a finire e per quanto poco duri. Ho seguito due bambini con una forma di patologia uguale a quella di Charlie e non potete immaginare quanto mi hanno dato. Quanto mi hanno dato i colloqui con le loro famiglie e i genitori nonostante il grande dolore erano sereni, a riprova che con sensibilità e molta cura si può arrivare a trasmettere davvero il senso buono di una scelta estremamente dura. E, uno in particolare, l’ho tenuto in braccio a lungo nelle ore in cui si stava spegnendo dopo che abbiamo tolto il tubo (si fa così ovunque, non solo a Londra, nelle poche realtà in cui questi bimbi sopravvivono ai primi mesi di vita) mentre il papà si prendeva una piccola pausa. E sento ancora il suo calore che mi riempie di qualcosa di sconosciuto. E credo lui farà sempre parte di me. E dovete credermi che anche ora al pensiero di Rehan Giuseppe e di Miriam mi si riempiono gli occhi di lacrime. Probabilmente hanno dato più loro a me che io a loro. E credo valga lo stesso per ognuna delle persone che hanno voluto loro bene. Il senso di una vita non si misura nelle lauree che uno prende, ma solo nell’amore che uno fa nascere, nelle domande che uno suscita, nello stimolo a migliorarci e a migliorare il mondo che, pur in circostanze inspiegabili, ci viene trasmesso. È chi non crede a questo che pensa che solo sopravvivere conti, che la vita abbia senso solo se lunga e performante e che non accanirsi è immorale. E poi, come mi ha insegnato il mio maestro più grande, chi può conoscere il dialogo che c’è tra Dio e un’anima? Nessuno. E questa è l’unica cosa che conta. E questi bambini, cosí speciali, vedono Dio dal primo istante della loro brevissima esistenza. Lasciamo dunque posto alla vera compassione, non a quel surrogato di pietismo che nasce dalle nostre paure.

Ho scritto queste cose per Giuseppe e Miriam. Per rendere giustizia ai medici del Great Ormund nel mio piccolo. Per aprire una discussione, per suscitare domande e cercare nuove risposte.

(da Vita.it: http://www.vita.it/it/article/2017/07/01/un-medico-cattolico-trovare-nuove-risposte-a-domande-inedite/143879/)

Apre il Cantiere per salute mentale. Il Disegno di Legge

Mer, 05/07/2017 - 20:12

Nell’ambito del Forum Salute Mentale e dei movimenti che, nella piazza aperta che il Forum vuole essere, si incontrano, si è venuto via via elaborando con il contributo di molti, un possibile Disegno di Legge finalizzato all’implementazione dei principi della legge 180/1978.

A questo testo hanno dato, tra gli altri, contributi importanti di merito e per il “formato legislativo” Daniele Piccione come consulente esperto e la senatrice Nerina Dirindin, membro della competente Commissione del Senato. Altri parlamentari di varie appartenenze politiche hanno già espresso ampio apprezzamento sul testo, e, ovviamente, cercheremo le più ampie convergenze possibili.

Poiché è nostra intenzione far sì che questo testo  venga ripreso e presentato in Parlamento contestualmente all’avvio della prossima Legislatura (fatta salva la presentazione al Senato  ”per memoria” in questa legislatura, in cui i tempi non permettono in ogni caso un utile decorso) saremmo a chiedere a chiunque voglia sottoscriverne l’adesione  a farlo, mentre su aspetti particolari, che non ne  modifichino l’impianto complessivo, auspichiamo che un ampio dibattito ci aiuti a migliorarne il relativo  articolato.

Le motivazioni che ci spingono sono riportate nella relazione di accompagnamento al disegno di legge e derivano dalla considerazione delle gravi criticità in cui versano i servizi di salute mentale in tutto il territorio nazionale a causa dell’insufficiente applicazione dei principi e degli orientamenti fissati dalla Legge 180 (che vanno in tutto e per tutto salvaguardati e promossi). Ci motiva anche il giudizio di non  sufficiente adeguatezza di testi in materia giacenti da tempo alla Camera.

Preghiamo di voler diffondere conoscenza e dibattito sul testo allegato e di voler inviare adesioni e/o considerazioni utili di associazioni, di gruppi di lavoro, di cooperatori sociali, o di singoli cittadini

Le adesioni e/o i commenti che auspichiamo possono essere inviati a: forumsegreteria@yahoo.it

Disegno di legge

Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei principi di cui alla l. 13 maggio 1978, n. 180. Ulteriori disposizioni per l’integrazione degli interventi a livello nazionale e locale per la promozione e garanzia della salute mentale in Italia.

(Vedi il testo del ddl)

Il disegno di legge si compone di quattro Capi.

Il Capo I (artt. 1-4) declina una nuova disciplina puntuale volta a svolgere e applicare i principi alla base della riforma del 1978, alla luce del mutato sistema di competenze amministrative tra Stato ed enti territoriali; definisce, inoltre, l’orizzonte di sviluppo dell’assistenza psichiatrica italiana, nel quadro dei più rilevanti atti di indirizzo in ambito sovranazionale e, in particolare, le risoluzioni adottate in seno all’Organizzazione Mondiale della Sanità e le fonti pattizie internazionali.

L’articolo 1 del disegno di legge fissa, il quadro normativo e le finalità alla base della legge delineandone, tra l’altro, la natura primigenia di provvedimento di diretto sviluppo dei contenuti normativi che già furono alla base della l. n. 180/1978.

L’articolo 2 reca i principi generali in base ai quali sviluppare l’offerta di salute mentale sul territorio nazionale. All’articolo 3 è affidata la disciplina e la regolazione dei livelli essenziali dell’assistenza per le persone con disagio e disturbo mentale. Si tratta di una disposizione di portata assai rilevante poiché costituisce, forse, il più rilevante strumento di garanzia e definizione del nucleo indefettibile di assistenza psichiatrica che deve essere garantito ovunque, sul territorio nazionale.

Complementare a tale istituto è quanto disciplinato dall’articolo 4, che ha riguardo al piano nazionale per la salute mentale. Si richiama il valore fondamentale delle politiche di prevenzione integrate le quali rappresentano, anche secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la frontiera per abbattere l’incidenza del disturbo mentale e costituiscono la chiave per offrire risposte adeguate oltre che per decisivi risparmi di risorse.

Nel Capo II (artt. 5 – 13) viene analiticamente delineato il sistema dei servizi di tutela e assistenza psichiatrica sul territorio.

Con l’articolo 7, si disciplinano e favoriscono le forme di partecipazione. Seguono, quindi, le analitiche previsioni delle strutture amministrative che afferiscono al Dipartimento: i Centri di Salute Mentale; le Strutture residenziali; i Centri Diurni. Esplicite disposizioni (artt. 10 e 11) sono inoltre dedicate al trattamento della crisi e dell’urgenza, nonché ai Servizi Psichiatrici di diagnosi e Cura sui quali, pure, già la l. 180/1978 era tutt’altro che priva di indicazioni.

Proprio l’articolo 10 si occupa di esplicitare e rendere ancora più nitido, anche a livello di disciplina di legge ordinaria, il divieto di praticare la contenzione meccanica in psichiatria. Si tratta di attività illegittime e illecite cui si fa troppo sovente ricorso, talvolta in via sommersa, silenziosa e strisciante, nella rete dei servizi per l’assistenza psichiatrica. Appare innanzitutto opportuno rammentare i casi, drammaticamente assurti all’attenzione delle cronache, di Francesco Mastrogiovanni, che l’inopinato e illegittimo ricorso alla contenzione nel servizio di diagnosi e cura di Vallo Lucania, in provincia di Salerno, ha condotto alla morte, e di Giuseppe Casu, anch’egli tragicamente morto dopo un prolungato stato di contenzione nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura nell’ospedale di Cagliari.

Ma ben oltre i clamorosi e drammatici fatti connessi a tali tragiche vicende, la produzione scientifica e il dibattito culturale nel Paese (e, da ultimo, anche la rilevante pronuncia del Comitato Nazionale di Bioetica dianzi citata) evidenziano la necessità di porre un freno normativo alle pratiche di contenzione delle persone con disturbo mentale che cagionano danni spesso irreversibili alle persone che le subiscono e gettano una luce sinistra su un intero ordinamento giuridico. Invero, l’illiceità delle contenzioni biomeccaniche in ambito medico – psichiatrico dovrebbe dirsi già direttamente sancita alla luce della Costituzione del 1948, specie se si tiene a mente il chiaro dettato dell’articolo 13, quarto comma, della Carta fondamentale, il quale dispone: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni della libertà personale”.

Dunque l’articolo 10 del disegno di legge che qui si illustra interviene introducendo un limite normativo espresso nel tessuto dell’articolo 33 della legge istitutiva del Sistema sanitario nazionale, per poi corredarlo di una specifica disposizione di garanzia processuale, innestata sul complesso di norme recate dal successivo articolo 35 della medesima legge.

L’articolo 12 regola l’Integrazione socio sanitaria e l’istituto del budget individuale di salute.

L’articolo 13 reca diposizioni volte a incrementare le relazioni e i rapporti istituzionali integrati tra i Dipartimenti di salute mentale, gli istituti di pena e le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza che hanno di recente sostituito ruolo e funzione degli Ospedali psichiatrici giudiziari e delle Case di cura e custodia. L’obiettivo risiede nel consentire a ciascun magistrato della cognizione e di sorveglianza di poter disporre di un ventaglio di opzioni di assistenza psichiatrica per la persone con disturbo mentale che abbiano commesso un reato, adeguato e in grado di rispondere alle esigenze del singolo individuo. Solo così potrà realizzarsi l’obiettivo più alto perseguito dalla l. 81/2014: quello di far ricorso alla misure di sicurezza detentive, per l’infermo di mente autore di reato, solo come soluzione estrema e residuale.

Il Capo III (artt. 14 -17) disciplina le tecniche, i mezzi di promozione della salute psichica e, in definitiva, assegna la giusta preminenza al tema della prevenzione dei disturbi mentali come direttrice guida dell’operato dei servizi territoriali e dell’indirizzo politico governativo. Regola, inoltre, i rapporti del sistema di tutela della salute mentale con le Università e i centri di alta formazione. Le disposizioni contenute negli articoli compresi nel Capo III dettano altresì i principi in materia di formazione permanente del personale ed istituiscono il sistema degli Osservatori della salute mentale, a livello nazionale e territoriale.

Il Capo IV (artt. 18 e 19), da ultimo, reca la disciplina della copertura finanziaria per le norme recate dalla proposta di legge e stabilisce l’entrata in vigore delle sue diposizioni.

Il presente disegno di legge è stato predisposto grazie al fondamentale contributo di numerosi esperti, professionisti, associazioni e persone che con impegno e competenza si prodigano quotidianamente per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle persone con disturbo mentale e confidano nella concreta attuazione, su tutto il territorio nazionale, di misure adeguate a garantire alle persone l’effettivo accesso a una assistenza sanitaria e socio-sanitaria che tenga conto delle loro specifiche esigenze.

(Vedi il testo del ddl)

ddl_salute_mentale_testo Allegati

Psicopatologia della legislazione per il superamento degli Opg: un raccapricciante acting out nella c.d. “riforma orlando”

Dom, 02/07/2017 - 18:22

di Francesco Schiaffo.

… I risultati conseguiti nel percorso per il superamento degli OOPPGG sono evidentemente noti anche al legislatore, che, però, per altro verso sembra avere poca consapevolezza dell’impegno continuo e costante che, a tal fine, è profuso ogni giorno dagli operatori di settore …

(leggi tutto)

Cantiere salute mentale 14. Riconoscere le persone

Dom, 02/07/2017 - 18:13

(by Andrew-Wyeth)

Il lavoro territoriale che si è faticosamente sviluppato in Italia negli ultimi decenni, benchè in troppi luoghi ancora lacunoso, ha reso evidente che la vicinanza ai conflitti, la presenza precoce nel riconoscere e prendere in carico la sofferenza delle persone e i loro bisogni impedisce che la domanda di aiuto si debba necessariamente definire in diagnosi psichiatrica, che le rotture, i fallimenti, le fragilità debbano “montare” la malattia.

La malattia impone interventi  centrati sul ricovero, sui trattamenti involontari, sui farmaci. Si rischia così che si spalanchino voragini disabilitanti, domande di “internamento”, riproposizioni di luoghi e culture di separazione, di allontanamento, di contenzione. Questo accade se la malattia  occupa tutto il campo prima che la persona possa essere vista, ascoltata, riconosciuta.

Il riconoscimento delle persone è quanto si può attendere dalla organizzazione di servizi diffusi nel territorio. La spirale negativa connessa alla malattia mentale può essere interrotta. I servizi territoriali possono tenere aperto un “fronte” di interdizione della spirale malattia, disabilità, stigma, pregiudizio, deriva sociale, debolezza del diritto, malattia.

Tutti quelli che vorranno possono scrivere per pubblicare  riflessioni, analisi, proposte al sito del forum salute mentale.

[Mi propongo  con questi interventi minimi, che chiamo 'cantiere salute mentale', di tentare di ri-attivare interesse all’interno di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muovono intorno alla 'questione psichiatrica', nel contrasto alle persistenti istituzioni totali (e sempre rinascenti), per ampliare margini di libertà e diritti, per promuovere emancipazione e possibilità.]

I “matti” e il Sudtirolo inamovibile

Mar, 27/06/2017 - 19:06

(by Igor Morski)

Intervista a Peppe Dell’Acqua sull’aumento dei Tso a Bolzano, il disturbo mentale e l’incontro con Basaglia, padre della legge 180 che sancì la chiusura dei manicomi.

di Sarah Franzosini

Dottor Dell’Acqua, a quanto pare a Bolzano si è verificato un drastico aumento dei trattamenti sanitari obbligatori (Tso), è un caso isolato quello del capoluogo altoatesino oppure il fenomeno è in aumento su tutto il territorio italiano?

Il territorio italiano, in questo campo, è una sorta di “pelle di leopardo”. Bisognerebbe iniziare con il dire che cos’è il Tso: uno strumento di garanzia e di grande civiltà che lo Stato mette a disposizione del cittadino per garantire il suo diritto alla cura anche nelle situazioni più difficili e controverse.Viene istituito nel maggio 1978, quando una legge, la legge 180, restituisce i diritti costituzionali ai malati di mente,  cittadini di serie B fino a quel momento, senza diritti e senza voce. Tina Anselmi e la commissione che presiedeva, votò la legge che restituendo i diritti costituzionali al cittadino, anche se matto, avviava la chiusura dei manicomi. Una circostanza molto particolare  quel 13 maggio. Aldo Moro era prigioniero delle Brigate Rosse. Ed era stato proprio il giovane Moro a scrivere l’articolo 32 della Costituzione il quale sanciva che ogni cittadino ha diritto alla cura e alla salute nel massimo rispetto della sua libertà e dignità. Adottando il Tso si mette in pratica un’operazione molto semplice. Si stabilisce che alle persone, anche quando rifiutano le cure – circostanza che accade di frequente nel caso del disturbo mentale – va garantito il diritto alla cura con tutte le tutele a difesa della libertà e della dignità.

È uno strumento tuttavia notoriamente controverso quello del Tso.

Si ha la tendenza a dire che il Tso sia un’imposizione, una vergogna assoluta, ma non è così, ovviamente a patto che lo si applichi nei termini di una negoziazione che il medico, lo psicologo, l’infermiere, l’educatore e il servizio pubblico deve fare con il cittadino. Il trattamento sanitario obbligatorio è un punto di estrema delicatezza e di fragile equilibrio. Dovrebbe essere messo in atto quando gli stessi servizi pubblici, una volta espletate tutte quelle forme di attenzione, di negoziazione, di avvicinamento e accoglienza nei confronti della persona e riscontrando un disturbo mentale e verificando il rifiuto della persona stessa alla cura, non possono fare altro che chiedere al sindaco di emettere un’ordinanza perché questa persona possa essere curata. È quando esplode il disturbo mentale e non si sa come gestirlo in assenza di servizi territoriali, di presenze adeguate intorno alle persone, di dispositivi attenti e rispettosi, che si utilizza il Tso fuori dalla sua vocazione alla negoziazione e all’accoglienza. E’ così che rischia sempre di diventare uno strumento repressivo o, ancora peggio, va a coprire una quantità di contraddizioni che si trovano all’interno del tessuto sociale dove quella persona vive.

Soluzioni?

Occorre un modello del fare salute mentale che si sviluppi nella comunità e nel territorio, che ci siano centri di salute mentale aperti più a lungo possibile, possibilmente 24 ore su 24 per 7 giorni, che ci sia una visione del disturbo mentale molto più centrata sulla persona, un’attenzione alle relazioni e una risposta ai bisogni che la persona esprime nel momento del suo malessere. Quando questo accade i Tso si riducono. In Friuli-Venezia Giulia, come ho appena detto, si arriva a 5-7 Tso all’anno per 100mila abitanti, a fronte di una media nazionale di 16-17 per 100mila, con dei picchi che si aggirano intorno a 30-35 in regioni come Sicilia, Valle d’Aosta, Emilia e Romagna. Anche tre al giorno una tantum a Bolzano mi sembrano troppi per un città di quasi 107mila abitanti, sono dati che andrebbero verificati.

Un elevato numero di Tso non implica anche un sovraccarico di lavoro per il personale medico e infermieristico che può incidere sull’effettivo processo di cura della persona?

Sì e no, è un sovraccarico soprattutto per le forze dell’ordine e il Comune se i servizi territoriali sono carenti o riluttanti. La persona con disturbo mentale una volta fatto il Tso arriva nel servizio psichiatrico di Bolzano già etichettato, per così dire, predisposto per il trattamento che in quel luogo metteranno in atto. I sanitari lo prendono e lo mettono a letto, gli somministrano dei farmaci, se protesta lo legano. È evidente che il rapporto con una persona in crisi deve risolversi in modi ben diversi.

Lei dice: il ricorso frequente al Tso è direttamente proporzionale alla carenza di servizi, l’Alto Adige a suo avviso è una provincia poco virtuosa in questo senso?

In Alto Adige esiste una psichiatria ospedaliera, medica, oggettivante. Si utilizzano protocolli di terapie farmacologiche che sono al di fuori di ogni razionalità, è uno dei pochi territori in Italia dove si fa l’elettroshock e si usano pratiche restrittive come le porte chiuse e la contenzione, con la virtuosa eccezione del servizio psichiatrico di Merano. La visione è quella di un malato oggetto. Il punto chiave è che c’è una mancanza di servizi di salute mentale adeguati, orientati alla persona, all’integrazione, all’abitazione, alla rimonta, alla recovery, come oggi si dice; servizi che siano in grado di intervenire e negoziare prima ancora che si ricorra al Tso. Tutto ciò diventa un indicatore di presenza di una psichiatria poco gentile che non riesce a vedere il soggetto. Penso anche ad alcuni istituti per persone con handicap dove sono stati fatti programmi meravigliosi, eppure restano delle sacche che sono omologabili alle psichiatrie tedesche degli anni ’30.

Pensa anche all’episodio relativo alla presentazione del libro “E tu slegalo subito…”di Giovanna Del Giudice a Salorno quando critica il sistema altoatesino?

Un fatto che è un altro indice dell’assenza di una cultura di salute mentale comunitaria e che rivela una presenza prepotente e devastante di una psichiatria arcaica, che vuole accreditarsi come moderna, scientifica. È emblematico il fatto che si facciano campagne in Italia e in Europa per l’abolizione della contenzione e di contro ci siano ancora luoghi in cui non se ne può nemmeno parlare.

C’è una connessione fra indigenza e sofferenza psichica?

Può esserci, certamente, ma spesso più che solo un dato di povertà è una condizione di miseria delle relazioni. Parlando di Alto Adige, poi, fa specie parlare di povertà. Credo che il sindaco Caramaschi non parlasse solo in termini economici, descrivendo la situazione, ma di condizione di disagio che emargina dai contesti sociali un numero di persone sempre più elevato. Di una città che fa fatica ad aver cura dei suoi cittadini come vorrebbe.

La maggiore possibilità economica, tuttavia, può essere un elemento che “salva” il soggetto dal subire un Tso?

Dall’abuso e dalle storture ti può difendere. Ma credo salva soprattutto dall’abbandono.

Ma così non si creano pazienti di “serie A” e di “serie B”?
Ebbene sì. Il disturbo mentale comporta una deriva sociale. E più si va in basso più si indeboliscono i diritti delle persone, diventa più rischioso il loro vivere in mezzo agli altri e più concreta la possibilità che venga riconosciuta una malattia da curare o che si applichi il Tso.

L’Alto Adige è anche una delle zone con il più alto tasso di morti per suicidio in Italia.
Quella dei suicidi è anche una tragica eredità dell’impero austro-ungarico che Trieste si sta lentamente scrollando di dosso. Si dice che la bassa Austria e anche i luoghi di confine come il Sudtirolo erano una spina nel cuore dell’imperatore Francesco Giuseppe perché anche allora, alla fine dell’800, si registravano alti tassi di suicidio. Dunque sì, c’è una situazione storica ma questo non giustifica nulla. Il suicidio è solo in certe circostanze una conseguenza o un esito di un disturbo mentale. Solo al 20-25% delle persone che si tolgono la vita era stato diagnosticato nel mese o nell’anno precedente un disturbo mentale, il restante 70-75% non rientra in queste specifiche, sono dati su cui riflettere e rimandano a una miriadi di condizioni che convergono verso un denominatore comune che è la solitudine, l’isolamento, la fragilità inascoltata.

Qual è la sua opinione riguardo ciò che avrebbe dichiarato il sindaco Caramaschi e cioè che “la società odierna, e la nostra città non fa eccezione, non dà spazio a tentennamenti. Se si perde il ritmo, si resta indietro ed è difficile recuperare”? Sembra la descrizione di uno scenario in cui chi inciampa perde la corsa alla dignità umana, alla possibilità di una vita “normale”.

È vero che c’è un allargamento della forbice tra garanzia e non garanzia, tra ricchezza e povertà dove la povertà si esprime anche con un disagio, con una fatica del vivere, che diventa incontenibile. C’è una formidabile fuga verso l’individualismo estremo, ognuno di noi è chiuso nel suo spazio e non vede più l’altro fuori da sé, si perde l’immagine della collettività, di una società accogliente. Pensiamo solo a ciò che accade con gli immigrati. Dobbiamo promuovere di più la cultura dell’incontro, aggregare, mettere insieme. Abbiamo bisogno di vivere gli uni con gli altri.

Stiamo entrando in una nuova era in cui le istituzioni cominciano a cambiare le proprie strutture per quel che riguarda la malattia mentale. Mi riferisco ad esempio agli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) - per la cui chiusura lei si è battuto molto anche con il viaggio di Marco Cavallo e la campagna stopOPG – che oggi sono rimpiazzati dalle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems). Come sta avvenendo questo rito di passaggio?

C’è da meravigliarsi per quanto è strano questo nostro Paese. Quando l’ultimo internato ha lasciato, alla fine di gennaio di quest’anno l’Opg abbiamo potuto finalmente dire che i 6 manicomi giudiziari sarebbero diventati un ricordo. Ed è straordinario perché ci abbiamo messo meno di due anni e mezzo per realizzare quanto  la nuova legge prescriveva. Si sono strutturate circa 30 Rems in tutte le regioni italiane e anche questo è un dato parzialmente positivo. Va riconosciuto senz’altro il fatto che siano stati chiusi gli Opg e che rapida è stata la costruzione di questa alternativa che deve essere considerata  transitoria. L’obiettivo non è quello di trasferire le persone dal grande istituto a un mini Opg. Erano 1.500 le persone internate in questi ospedali quando è partita la campagna per chiuderli, oggi sono meno di 600 nelle Rems di tutto il paese. Si sono moltiplicate le misure di sicurezza alternative, vengono realizzati progetti terapeutici individuali, c’è il coinvolgimento dei dipartimenti di salute mentale. Ed è un lavoro che deve andare avanti. Molti psichiatri e magistrati continuano a credere che le Rems siano il sostituto dell’Opg, ma non è così. Lo sono le reti sociali e terapeutiche di cura per la persona. E questa è la scommessa più grande che stiamo cercando di vincere.

Lei ha creato la collana “180. Archivio critico della salute mentale” (Edizioni Alpha Beta) nel 2010. Che ruolo ha per lei la comunicazione anche nell’ottica di un cambiamento dello status quo?

È fondamentale. Un esempio eccezionale è il servizio che Sergio Zavoli fece per tv7 nel manicomio di Gorizia nel 1968, “I giardini di Abele”. Aprì l’armadio e fece uscire gli scheletri. Zavoli ebbe il merito di non mostrarci chissà quale orrore, cosa che invece la comunicazione dell’epoca usava fare. Ci ha fatto vedere delle persone che riflettono su loro stesse, che desiderano una vita diversa, fuori dal manicomio: persone, soggetti che sperano di diventare cittadini. Beh, io credo moltissimo nella necessità di comunicare, l’abbiamo fatto con Marco Cavallo già dal 1973 e poi girando l’Italia nel 2013 entrando col cavallo in tutti i manicomi giudiziari, e ancora attraverso il teatro e il cinema. E a proposito di cinema, penso ai tentativi fatti per raccontare, in chiave narrativa, la cultura della malattia mentale, come La Pazza Gioia di Paolo Virzì o A Beautiful Mind di Ron Howard, per esempio. Noto, tuttavia, che i giornali ancora parlano di disturbo mentale esclusivamente attraverso fatti di cronaca e così il pazzo diventa per definizione pericoloso. Un’immagine falsa che non trova nessun riscontro nei dati. Pensi che quando si era in procinto di fare la legge 180 si fecero profezie terribili, che sarebbero aumentati i suicidi, gli omicidi, gli stupri, e non solo non è accaduto nulla di tutto ciò ma l’Italia, a differenza di altri paesi europei che hanno fior di manicomi, registra un tasso di suicidi che è il più basso in tutta l’Europa occidentale.

Di Basaglia conosciamo tutti l’ardore, la determinazione e le sue rivoluzioni, ma com’era lo psichiatra veneziano nella vita quotidiana, lei che ci ha lavorato fianco a fianco?

Era molto bello stare con lui. Io l’ho conosciuto che avevo 24 anni, è stata la svolta della mia vita. Chiedeva molto a noi ragazzi, si cominciava la mattina alle 8 con una riunione e si finiva alle 5-6 del pomeriggio con un’altra riunione di fine giornata che poteva continuare fino alle 9 di sera, e poi si andava a mangiare la pizza insieme perché bisognava continuare a parlare. Era sempre capace di ribaltare le questioni, di riproporle da un altro punto di vista, facendo attenzione alle sfaccettature. È stato in grado, a differenza di tanti all’epoca che forse pure si rendevano conto dell’orrore del manicomio, di assumersi delle responsabilità molto gravose, perché Basaglia si è mosso, aprendo porte, attivandosi anche in mancanza di una legislazione. Era appassionato, ironico e autoironico. Con noi scherzava spesso, ma se sgarravamo non ce le mandava a dire. Se esageravamo con le nostre esuberanze giovanili ci ricordava che avevamo di fronte una marcia lunghissima e incerta, ti diceva “ma tu hai capito che lavoro stiamo facendo qui?”. Se si arrabbiava il giorno dopo ti chiamava e ti spiegava il perché in una dialettica costante che era la sua forza. Aveva  la passione delle vecchie cose, quando finiva di lavorare, se faceva in tempo, andava dai rigattieri in città vecchia a comprare una borsa da medico o un vecchio telefono. Mi ricordo che quando andai a Parma a conoscerlo mi trovai in una sala dove si stava tenendo una riunione e per me fu una novità, nessuno aveva il camice bianco e io venivo dall’università dove ci mettevamo tutti in fila davanti al professore. Basaglia mi venne incontro salutandomi e mi disse di dargli del tu mettendomi in un imbarazzo pazzesco, tant’è che io per anni non l’ho chiamato per nome e usavo espressioni come “cosa si fa?”, oppure “adesso sarebbe bene…” [ride], per evitare di trovarmi nella situazione di dargli del tu. Ma chiudo qui, sennò divento nostalgico.

(da: https://www.salto.bz/it/article/25062017/i-matti-e-linamovibile-sudtirolo)

Impazzire si può ’17. Facciamo il punto

Lun, 19/06/2017 - 17:28

“Rivoglio il potere che sconfigge le ingiustizie presenti nella società tramite processi politici, sociali e psicologici, ma anche quello che valorizza le mie singole abilità e capacità, il potere di ritrovare la serenità che ho perduto. Il potere di credere in me stesso” (FedeShoe)

Impazzire si può ’17. Facciamo il punto

Trieste, Parco di San Giovanni, 23 e 24 giugno 2017

Le giornate triestine si propongono quale incontro di coordinamento allargato e informale sui temi del prossimo Impazzire si può (settembre? – 2018 per il quarantennale?)

Dai contatti con la rete di amici e nel corso degli incontri emerge con sempre maggior insistenza la fatica di vivere in una società sempre più a rischio di chiusura sociale, di ritiro progressivo dell’accoglienza e della cura dell’altro, della progressiva burocratizzazione dei servizi.

Ma anche della necessità di testimoniare valori diversi, fare breccia con proposte che valorizzino il percorso delle persone contro una cultura stigmatizzante, operare attivamente per una cultura trasversale e inclusiva, fare formazione comune sui bisogni delle persone allo scopo di ridurre la paura e l’ignoranza che spesso portano esclusione ed emarginazione, promuovere incontri a livello istituzionale e comunitario per una partecipazione attiva sulle politiche sociali e del lavoro aperta a tutti i cittadini.

Fondamentalmente è emersa la necessità di dialogare tra di noi, dialogare per contrastare la perdita di fiducia e la solitudine che si sviluppano sia nel micro sia nel macrosistema sociale, dialogare per scambiare esperienze di successo, di ripresa e di gioia.

Due giornate quindi dedicate al dialogo, al rafforzamento delle rete dei soggetti attivi nell’ambito della salute mentale attraverso l’incontro e lo scambio assembleare.

Venerdì 23 giugno

Direzione del Dipartimento di Salute Mentale, via Weiss, 5

Ore 9.00 – 16.00

Assemblea nr. 1

Come si fa a creare dialettica? Come si costruiscono le buone pratiche, come si mantiene un pensiero critico? Abbiamo ancora la capacità di pensare un futuro assieme?

Impazzire si Può nasce come un momento desiderato di incontro. Di incontro per produrre visioni, prospettive, eroiche imprese personali, per riconoscere l’altro, per riconoscere gli altri, per esserci.

Quest’anno l’appuntamento, più in sordina, vuole ripensare alle scommesse impellenti quotidiane e di un futuro di difficile lettura, incerto, spesso angosciante e tuttavia ricco di possibilità, di visioni gioiose, di rimonte sulle quali tutti noi scommettiamo.

Abbiamo cominciato sperando di poter vedere la costruzione di reti e di momenti aggregativi tra le persone che vivono l’esperienza e che hanno acquistato parole di significato, di peso e di poesia. E’ passato quasi un decennio e facciamo fatica a riconoscere come eravamo, come siamo cresciuti, quanto fitte sono diventate le reti.

Su questo vogliamo riflettere, ricominciando sempre da capo: i nodi, gli ostacoli, le durezze angosciose che continuano a rallentare lo sviluppo delle reti della salute mentale e la crescita, anche lenta, dei diritti. E della liberazione.

L’assemblea ruoterà sui temi che sono emersi nel corso dell’anno:

  • risorse e servizi: leggere insieme il rapporto SIEP
  • sulle questioni più compromettenti o invalidanti per chi vive l’esperienza: i 7 punti di Torino
  • più ambulatori e meno territorio; più farmaco e meno progetti; più case di cura e meno abitare insieme; più grupponi appartamento anonimi e meno casa propria (e svanisce il diritto al proprio nome sul campanello). Cosa sta accadendo nelle pratiche e nelle politiche regionali?
  • ritorniamo a parlare del TSO: dispositivo di garanzia o strumento contenitivo?
  • a più di un anno dalla legge che chiude gli Opg, è possibile fare un punto?

Introduce i temi dell’Assemblea: Carlo Minervini

Assemblea n. 2

Quando la mia salute diventa pubblica

Le pratiche di riduzione dello stigma e di ridefinizione dei pregiudizi: l’esperienza di Livorno e l’esperienza di Kristiansand;

Lo stigma e i pregiudizi dei familiari, degli operatori di salute mentale e degli stessi utenti: esperienze e pratiche di cambiamento;

La funzione degli utenti esperti nella gestione dei progetti anti stigma;

I progetti di salute pubblica come pratica di prevenzione del disagio e come strategia di superamento dello stigma: l’esperienza di auto aiuto Norvegia e l’esperienza dei gruppi di auto aiuto livornesi.

Introducono i temi dell’Assemblea: Paolo Pini e Eleonora Bemi

Ore 18.30

La festa del Falò di San Giovanni.

Tradizionale momento d’incontro che celebra l’integrazione del Parco con la città; rete di relazioni alla semplice luce del fuoco, della luna, del verde… e della voglia di condivisione. Mette all’opera la partecipazione dei laboratori del Centro Diurno Diffuso, con le loro ambientazioni, invenzioni e creazioni – fatte spesso di materiali riciclati – quali dipinti, che raccontano e rappresentano storie, simbologie, personaggi e stati d’animo; producono immagini, suoni, movimenti e danze per il rito del Falò.

  • laboratorio creativo per bambini e adulti ed esposizione artistica al “Posto delle Fragole”
  • “Ricordi Intessuti” Laboratorio creativo Il Cappello Pensatore
  • esposizione degli allievi del “Laboratorio di pittura del benessere”

Performances Danza

  • “I love Hip Hop & Dance Project”
  • GeA Danza e Rdeča Zvezda
  • “SHIN RYOKU” danza giapponese
  • Emporio Danza: esibizione a cura dei bimbi – di età prescolare – che hanno seguito i corsi di pre-ballo organizzati presso la Rems di Aurisina

h. 21.00 laboratorio e orchestra “Il Giardino Musicale” e, a seguire, VJ-set “Immagini”

h. 23.00 Corteo Del Falo’ … tutti intorno al fuoco con le percussioni magiche di MAMAYA!

Sabato 24 giugno

Direzione del Dipartimento di Salute Mentale, via Weiss, 5

Ore 9.30 – 13.00

Assemblea nr. 3

Un cantiere per la salute mentale.

Presentazione del disegno di legge volto all’attuazione e allo sviluppo dei principi della 180. L’assemblea di “impazzire” di quest’anno chiude un ciclo di lavoro e di discussione e apre il “cantiere per salute mentale”. Abbiamo voluto chiamare cantiere la partecipazione e la proposta di tutta quella comunità di persone che siamo e che in un modo o nell’altro si muove intorno alla ‘questione psichiatrica e della salute mentale”, nel contrasto alle persistenti istituzioni totali, sempre rinascenti, per ampliare i margini delle libertà e dei diritti, per promuovere protagonismo, emancipazione, possibilità. Il disegno di legge tenta di arginare il declino delle politiche e delle culture della salute mentale proponendo un ordinamento più certo volto all’attuazione e allo sviluppo dei principi della l. 13 maggio 1978, che il prossimo anno compie 40 anni, e indicare dispositivi, regole linee di indirizzo per l’integrazione degli interventi a livello nazionale e locale per la promozione della 3 salute mentale, della buona pratica e della cura in tutte le regioni. La proposta nasce dal forum salute mentale, dalle tante assemblee di “impazzire” che si sono succedute in questi anni, e da tutte quelle associazioni e movimenti che nella piazza, che il forum vuole essere, si incontrano e da questo luogo, la piazza, vuole chiamare alla discussione, al sostegno, alle iniziative che verranno quanti lavorano e condividono problemi, frustrazioni, successi, aspirazioni, desideri e sentono urgente la necessità di cambiamento. Operatori, persone che vivono l’esperienza, familiari, cittadini, amministratori, rappresentanti politici in tutte le assemblee elettive, con le più disparate provenienze culturali, etiche e tecniche che avvertono l’esigenza di un nuovo radicale impegno per le politiche della salute mentale, per i destini delle tante persone che attraversano (e hanno attraversato) l’esperienza del disturbo mentale e che vedono, fuori da ideologie e chiusure, l’orizzonte amplissimo delle possibilità di ripresa, di “guarigione” alla fine. L’obiettivo è quello di mettere insieme un cartello ampio come StopOpg, o essere in continuità con questa esperienza. Partimmo da Trieste per chiedere la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, per dire no ai “mini OPG”/manicomi regionali e per denunciare il declino delle politiche di salute mentale comunitaria e chiedere a gran voce il rafforzamento dei dipartimenti e l’apertura di centri h24. Questo è quanto con la legge vogliamo cominciare a disegnare.

Presentano il ddl Roberto Mezzina e Franco Rotelli

Articolo 32, Ass. Franco Basaglia, Ass. Nadirpro, Servizio Civile Nazionale, Ass. Arià, Ass. Zyp, Ass. Accademia Follia, Ass. Luna e l’altra,  Ass. Afasop, Ass. Kairos, Laburb mente locale, Ass. Avofasam, Ass. Mediterraneo; operatori e utenti di Kristiansand, Norvegia, HeadMadLab Trieste, Ass. 180Amici Puglia, Coop. La Collina, Coop. Duemilauno Agenzia Sociale, Coop. C.L.U. F. Basaglia, Coop. IG,

Coop. Agricola Monte San Pantaleone, Coop. Lister Sartoria Sociale, Radiofragola, ….

Bolzano: Ricoveri coatti in aumento preoccupazione in Comune

Dom, 18/06/2017 - 17:56
Il sindaco: «Trattamenti sanitari obbligatori, ci sono anche tre casi al giorno» Molti 40 e 50enni ai margini: senza lavoro, con situazioni familiari complesse

di Davide Pasquali

BOLZANO. La giunta comunale ha approvato il calendario «Tso» per i prossimi mesi, fino a dicembre. Niente affatto un atto puramente formale, visto che i trattamenti sanitari obbligatori sono in forte aumento, tanto da preoccupare non poco il sindaco. «Non pensavo – precisa – che potessero essere così tanti. La prima notte dopo l’elezione a sindaco, sono stato svegliato una prima volta alle 3 del mattino, poi alle 5, e poi ancora alle 7. I vigili urbani sono venuti da me a casa, per farmi firmare le autorizzazioni al ricovero». Responsabile per la firma è infatti il sindaco, ma per non oberarlo eccessivamente, giorno e notte, si fa a turno fra i vari assessori. E chi è in turno non può allontanarsi dal territorio comunale, in modo da poter essere raggiunto celermente dagli agenti della municipale. Caramaschi tiene a sottolineare: «In periferia non succede, qui a Bolzano invece ci sono numerose situazioni di criticità psicologica e psichiatrica con obbligo di ricovero. Per questo siamo costretti ad alternarci. Ci raggiungono di mattina, di pomeriggio, di sera, di notte. A volte sono le stesse persone interessate a chiamare dicendo di sentirsi male, per farsi ricoverare. Sono situazioni che fanno impressione». La lista dei turni, una settimana a testa, sostituti reperibili compresi, andrà fino a dicembre. Al momento le statistiche 2017 non sono disponibili, ma il sindaco la spiega benissimo così: «Ci sono anche tre Tso al giorno». Centinaia e centinaia di casi l’anno. Al di là dell’aspetto amministrativo, «ci sono molte situazioni di benessere ma anche di disagio, di emarginazione, di difficoltà psichiche e sociali, di povertà. In passato, ai miei tempi, la povertà era più diffusa ma era vissuta con più dignità. Oggi c’è molta più ricchezza ma anche molta più povertà, gente che arranca. Bisogna stare attenti, perché se si perdono non riescono più a recuperare. La società odierna, e la nostra città non fa eccezione, non dà spazio a tentennamenti. Se si perde il ritmo, si resta indietro ed è difficile recuperare». Ci sono persone di 40-50 anche 55 anni che sono ai margini perché hanno perso il lavoro, sono emarginati, le situazioni familiari sono sempre più complicate, e si riflettono sui giovani, una parte dei quali sbandano perché non sono seguiti. «Quello che era il controllo sociale di una volta è venuto meno, soprattutto in città. Nei paesi, in periferia, c’è ancora. Lì il fenomeno è più mitigato perché

c’è più controllo, nel senso buono del termine. Si riescono ad accudire anche elementi non appartenenti alla propria famiglia». Il Comune «dovrà porre ancora più attenzione alle risorse per il sociale. Dobbiamo seguire queste persone, non possiamo abbandonarle».

(da Alto Adige: http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2017/06/13/news/ricoveri-coatti-in-aumento-preoccupazione-in-comune-1.15485323)

Una partita lunga una vita…

Dom, 18/06/2017 - 17:51

Di Francesca de Carolis

Che ci fa Johan Cruyff in un libro della collana “180, archivio critico della salute mentale” (edizioni alphabeta Verlag)? Cruyff, il fuoriclasse olandese che fu interprete straordinario del calcio totale… quello stile di gioco per cui nessun giocatore è ancorato a un ruolo rigido, e chiunque può, nel corso della partita, essere attaccante, centrocampista, difensore. Insomma, un luogo dove il collettivo è tutto

Il “comunismo di Johan Cruyff”… l’ho capito alla fine anch’io, che di calcio so poco e niente, catturata da “La trappola del fuorigioco”, di Carlo Miccio.

Bel racconto, lucido e dolente, come capita lo sia la vita, emozionante ed esplosivo, come una partita di calcio, con le sue mosse, in attacco, in difesa, i minuti dalla fine quando ogni pallone è quello possibile del disastro…
Bel racconto, che ti prende per mano e ti accompagna attraverso il tempo dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, insieme al protagonista- narratore, Marcello, che fin da piccolo la realtà la decifra tutta solo attraverso il gioco del calcio. Sarà la “rivoluzione del calcio totale” ad aiutarlo a capire il significato della parola comunismo e delle paure del padre, una diagnosi di Depressione Bipolare Schizoaffettiva e l’incubo dell’avanzata elettorale del PCI di Berlinguer. Perché tutto inizia nel 1975…

Narrando una condizione che ben conosce, Miccio “ci accompagna attraverso le dinamiche di una famiglia dove si annida ed esplode il disagio mentale”. Ma è storia che riguarda anche tutti noi.

Si inizia e non ci si stacca più dagli occhi di Marcello ragazzino che quella prima notte da solo, in viaggio con il padre, lo guarda nella penombra. “Era fragile, terrorizzato e vulnerabile. La faccia di un condannato a morte che non trova più soddisfazione a urlare il proprio tormento. Pensai che avrei dovuto strapparlo via dal suo incubo, evitargli tutta quella sofferenza gratuita, ma non avevo il coraggio di svegliarlo. Rimasi invece a guardarlo cercando d’immaginare da dove venisse tutta quella pena”.

Immagine incancellabile e commovente, come una Pietà antica, dove senza sfiorarlo pure il ragazzino accoglie e culla nel suo sguardo attento questo padre, nei momenti bui ossessionato dal demonio e dai comunisti, che invoca su tutti i nemici la spada gloriosa di san Michele Arcangelo…

La sindrome bipolare… tutta una vita in altalena, fra euforia e depressione, luce e buio che nel proprio turbine tutto può travolgere intorno a sé.

E insegna, questo racconto, anche la forza della tenerezza… che può diventare persino l’assurda idea che drogarsi potesse essere un modo per riuscire a capire cosa passava nella mente del padre quando stava male. Entrare in quella zona buia del suo cervello… “Magari, mi dicevo, con la comprensione si poteva anche guarire un giorno. Come san Girolamo con il leone. Che ruggiva per il dolore della spina nella zampa e non perché era cattivo”.

E scivolano gli anni… i santuari dell’Italia dei miracoli, la 180, la nascita dei centri di salute mentale, il dibattito sull’elettroshock, il famoso rigore di seconda di Cruyff, gli anni degli acidi e dell’eroina, tanti aghi in vena… le telecronache di Martellini e degli altri… e la palla calciata da Cabrini che “invece di andare in rete rotolò mestamente a lato, innocua come un coriandolo di carnevale”. E quella partita della Fiorentina dove “accadde tutto nel recupero, a tempo ormai scaduto”. “Mio padre iniziò a piangere…”.

Una partita lunga una vita. Viene da pensare, con tutte le differenze del caso, a “Il rigore più lungo del mondo” di Osvaldo Soriano, che così bene parlando di calcio ha pure parlato di tante altre cose del mondo, con la storia di quel rigore sospeso, che per un tempo infinito sembra mettere davanti alla possibilità di sbagliare…

Ma anche quel padre malato, qualche bel tiro lo mette a segno. Una delle pagine più belle racconta un momento di euforia in cui la sua fantasia riesce a partorire, e realizzare, un vero campo di calcio costruito dal nulla. Un campetto che per tre anni è stato un’idea di aggregazione sociale cui nessuna programmazione urbanistica aveva pensato. Peccato che poi un giorno una bestemmia pronunciata da qualcuno, nell’eccitazione di una partita, provoca la reazione del parroco che tutto smantella. Ma “comunismo evangelico e campi da calcio, anche questo è stato mio padre”.

E poi sono venuti gli anni di Berlusconi, che quell’antica paura del comunismo ha saputo così ben piegare al suo disegno…

Così si approda all’oggi, che padre e figlio vivono insieme. L’uno in qualche modo ad accudire l’altro, a difendersi dalla solitudine e dalle assurdità della società che abbiamo infine costruito.

Così… “ho nostalgia del comunismo di Johan Cruyff. Di una società dove il collettivo è tutto, ci si scambia di ruolo e ci si muove compatti a centrocampo tutti insieme. Il comunismo del calcio totale, ma anche quello dei tarantolati del Salento, dove l’intera comunità è consapevole che la malattia di uno è la malattia di tutti, e la follia psicotica viene affrontata ballando e cantando insieme, e sconfiggendo il male con la musica, invece che con gli elettroshock”.

E viene anche a noi nostalgia di quel comunismo là, nato da un sogno che pure è stato collettivo.

Ma la Storia ha preso un’altra strada. Guardandoci intorno, trovando l’esattamente contrario… “una società dove nessuno ti offre un lavoro che non sia in nero, ma poi fanno finta di regalarti i soldi con i ‘gratta e vinci’ e con i superenalotto. O con quei cazzo di quiz in televisione, ad esempio”.

La trappola del fuorigioco… Leggete, narra davvero tanto di tutti noi…

(Da: http://www.laltrariva.net/?p=1884)

StopOpg: apprezzamento per OdG che vincolano il Governo sulle Rems

Dom, 18/06/2017 - 17:40

stopOPG ha incontrato il Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera on. Marazziti: apprezzamento per Ordini del Giorno che vincolano il Governo sulle Rems

Si è svolto il 15 giugno alla Camera l’incontro fra una delegazione del Comitato nazionale stopOPG (Stefano Cecconi, Maria Grazia Giannichedda, Denise Amerini) e l’on. Mario Marazziti Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera.

Si è discusso dell’avvenuta approvazione (il 14 giugno us, alla Camera) del Disegno di Legge AC 4368 “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”, che con l’art. 1 comma 16 lettera d AC 4368, rischiava di riportare in vigore le norme dei vecchi OPG. Considerato che la questione di fiducia posta dal Governo ha impedito di presentare emendamenti, sono stati presentati e approvati alcuni Ordini del Giorno per condizionare l’attuazione della norma (ricordiamo che si tratta di una legge delega per la cui attuazione sono previsti decreti legislativi del Governo).

stopOPG ha espresso apprezzamento sugli Ordini del Giorno approvati (vedi elenco sottostante), e un ringraziamento alle/ai deputate/i che li hanno proposti.

L’importante Ordine del Giorno presentato dal Presidente Marazziti -  insieme al Presidente della Commissione Ambiente on. Realacci e altri  – restringe di molto la possibilità di ricovero nelle Rems testualmente: “limitare per casi eccezionali e transitori”- per i detenuti (con sopraggiunta malattia mentale o in osservazione) e per le persone con misure di sicurezza provvisoria. Mentre, come auspicavamo, afferma che il diritto alla salute e alle cure dei detenuti va garantito con adeguata potenziamento delle sezioni di cura nelle carceri e attraverso misure alternative alla detenzione, e sempre con la presa in carico da parte dei servizi di salute mentale delle Asl. Infine è importante che l’O.d.G. affronti anche la questione delle Case di Cura e Custodia.

Proprio consapevoli che gli Ordini del Giorno, pur vincolanti e chiari, non sono atto di legge, si è convenuto di insistere con il Governo affinché siano rispettati.

Infine, durante l’incontro, si è convenuto necessario mantenere alta l’attenzione sul processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sulle criticità aperte, sull’esperienza delle Rems e sullo sviluppo delle pratiche di cura e riabilitazione che consentono l’adozione delle misure alternative alla detenzione, nello spirito della legge di Riforma 81/2014. E tenuto conto dell’importante delibera del Consiglio Superiore della Magistratura (vedi CSM 19.4.2017)

In questo senso al termine dell’incontro si è ritenuto utile:

·         venga assunta anche in sede parlamentare un’iniziativa per la riattivazione dell’Organismo nazionale di monitoraggio del superamento degli OPG (composto da rappresentanti dei Ministeri della Salute e della Giustizia, delle Regioni, della Magistratura e che va aperto alla partecipazione delle associazioni impegnate sul tema);

·         richiedere al Governo di mantenere l’impegno a presentare la Relazione periodica al Parlamento sul superamento degli OPG;

·         sia organizzata a settembre, a cura della Commissione Affari Sociali, un seminario di approfondimento sul processo di superamento degli OPG.

Gli Ordini del Giorno approvati:

9/4368/4. Piazzoni, Mariano, Carnevali, Capone, Patriarca, Paola Bragantini, D’Incecco, Amato, Palese

9/4368/5. Daniele Farina, Andrea Maestri

9/4368/6. Miotto, Palese

9/4368/8. (Testo modificato nel corso della seduta) Marazziti, Realacci, Miotto, Bruno, Bossio.

9/4368/14. (Testo modificato nel corso della seduta) Fossati, Laforgia, Murer, Fontanelli, Nicchi, Sannicandro, Rostan, Leva, Martelli

9/4368/15. Beni, Palese

9/4368/18. Mattiello

9/4368/34. (Testo modificato nel corso della seduta) Baroni, Ferraresi, Sarti, Agostinelli, Bonafede, Businarolo, Colletti.

Per leggere il testo degli Ordini del Giorno vedi allegato o vai al link http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/assemblea/html/sed0813/leg.17.sed0813.allegato_a.pdf

La delegazione di stopOPG con il Presidente Marazziti

Un commento alle Linee guida per il trattamento dei disturbi mentali dei rifugiati e di coloro che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale.

Dom, 11/06/2017 - 20:21

Di Luigi Benevelli.

Note di commento alle Linee guida del Ministero della Salute per il trattamento dei disturbi mentali delle persone Richiedenti e Titolari di Protezione internazionale e umanitaria (RTP), 22 marzo 2017.

Il Ministero della Salute italiano ha licenziato il 22 marzo scorso, a conclusione di un lavoro di due anni e mezzo, le Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Le linee guida si applicano a uomini, donne e minori che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, già titolari di status di protezione internazionale o umanitaria o richiedenti asilo. (p.

Si parte dalle affermazioni che “ gli eventi traumatici che colpiscono le persone RTP (Richiedenti e Titolari di Protezione internazionale e umanitaria) determinano gravi conseguenze sulla loro salute fisica e psichica con ripercussioni sul benessere individuale e sociale dei familiari e della collettività” e che è urgente

riorientare  il sistema sanitario italiano verso l’attenzione ai bisogni emergenti, la prossimità ai gruppi a rischio di marginalità, l’equità dell’offerta per assicurare un’assistenza sanitaria in linea con le loro necessità e nel rispetto dei principi costituzionali.

Di qui la necessità

di avviare la programmazione di strumenti operativi adeguati ad assistere questa nuova e numerosa utenza multiculturale, eterogenea, segnata in modo consistente dai traumi subiti”, anche tenendo conto del limite “rappresentato dalle limitate risorse disponibili. (p.6)

Le linee guida adottano e propongono “un approccio multidisciplinare, partecipato, integrato ed olistico, che prevede un percorso di assistenza alle vittime: dall’individuazione, non sempre facile ed evidente in questo tipo di situazioni, alla riabilitazione”. Un focus specifico è portato alla certificazione, essenziale nell’iter della richiesta di asilo e sulla mediazione, indispensabile per la costruzione della relazione. […]Le  linee guida danno indicazioni su come operare nel passaggio di competenze “tra l’accoglienza erogata dal sistema di assistenza per i rifugiati (SPRAR o altri programmi) e il sistema generale dell’assistenza socio-sanitaria”, in particolare in tutte le situazioni che richiedono una continuità terapeutico-assistenziale.(p. 7)

Si passa poi alla descrizione dei quadri psicopatologici:

“I RTP vittime di tortura, stupro, abusi o traumi estremi di altra natura (prolungate prigionie in

isolamento e/o in condizioni disumane e degradanti, naufragi, testimoni di morti violente, etc.)

possono presentare quadri clinici psicopatologici manifesti, latenti o sub-clinici. Questa tipologia di

rifugiati deve essere considerata ad alta vulnerabilità ed è perciò necessario mettere in atto azioni

e procedure specifiche mirate all’individuazione precoce di queste persone. […] Le esperienze traumatiche estreme possono determinare, oltre ai sintomi comuni del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD: Post-Traumatic Stress Disorder), anche altre conseguenze psicopatologiche specifiche e complesse. In particolare: disturbi dissociativi psichici e somatici, tendenza alla re-vittimizzazione, perdita del senso di sicurezza e del senso di sé, disturbi da iperarousal, disturbi affettivi e relazionali. Questo particolare quadro sindromico viene attualmente riconosciuto come un’entità clinico-diagnostica specifica definita “PTSD con dissociazione” o come “Complex PTSD”. Le manifestazioni cliniche dei disturbi post-traumatici complessi (depersonalizzazione, derealizzazione, assorbimento immaginativo, disturbi mnesici e cognitivi, etc.) differentemente dalle manifestazioni caratteristiche di altri quadri psicopatologici, sono multiformi e insidiose e, per loro stessa natura, difficilmente rilevabili e diagnosticabili, specialmente per medici e psicologi senza una specifica formazione ed esperienza. In questi casi il rischio di misconoscimento o di una diagnosi errata risulta molto elevato”(p. 31).

Una volta diagnosticatone il disturbo, i RTP sono “tempestivamente inviati, tenendo conto del livello d’urgenza segnalato dai medici e dagli psicologi del Centro d’accoglienza, presso strutture sanitarie, con adeguate competenze specialistiche, del SSN o da esso riconosciute” (p. 33) dove dovrebbe avvenire la “presa in carico”  seguendo “un approccio integrato, multidisciplinare e multi dimensionale, con interventi che si realizzano in tappe successive: accoglienza, orientamento, accompagnamento”.

A tal fine le A.S.L. definiscono un percorso terapeutico assistenziale multidisciplinare, chiave di volta dell’assistenza e della riabilitazione delle vittime di tortura, che integri professionalità socio-sanitarie e giuridiche dei servizi territoriali pubblici, degli enti gestori e del privato sociale. Per organizzare il percorso multidisciplinare è necessario quindi delineare le funzioni e i ruoli delle diverse figure professionali coinvolte, nonché gli strumenti necessari. A prescindere dai singoli professionisti presenti, è necessario che, all’interno del percorso multidisciplinare, siano sempre rappresentate le diverse aree di competenza:  “Sanitaria”;  “Sociale “; “Giuridica”; della “Mediazione”. (p. 35)

L’approccio clinico si articola in tre fasi:

  • Comprensione e superamento dei sintomi maggiormente invalidanti: disturbi del sonno, condotte di “evitamento”, sintomi somatici e dissociativi.
  • Lavoro sulle memorie traumatiche: ricostruzione dettagliata attraverso la libera narrazione degli eventi traumatici in ambiente protetto per mettere la vittima in condizione di elaborare il vissuto e di integrarlo costruttivamente nella propria identità. Può avere una funzione preparatoria per l’audizione.
  • Ricostruzione dei legami: migliorare le capacità relazionali e facilitare la possibilità di accedere a nuove esperienze interpersonali.

Le prime due azioni generalmente avvengono nelle fasi iniziali, entro il primo anno dall’arrivo nel paese di accoglienza e salvo rare eccezioni, le barriere linguistiche, la lontananza culturale, la paura e la sfiducia delle vittime nell’essere umano potrebbero impedire una corretta valutazione da parte del clinico. (p.44)

Per i minori previsti accoglienza, scuola, cura, percorsi di integrazione. (pp. 45-49)

Fra gli obiettivi delle Linee guida vi è quello di far sì che la stesura delle certificazioni e delle relazioni di accompagnamento siano il più possibile uniformi sul territorio nazionale.

Per valutare la correlazione tra le violenze denunciate e le lesioni fisiche e/o le alterazioni psicologiche si devono utilizzare le formule tratte dal Protocollo di Istanbul:

a) non compatibile: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica non può essere stata causata dal trauma descritto

b) compatibile: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica può essere stata causata dal trauma descritto, ma non è specifica e ci sono molte altre possibili cause

c) altamente compatibili: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica può essere causata dal trauma descritto, e ci sono poche altre cause possibili

d) tipico: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica viene di solito riscontrata con quel tipo di trauma, ma vi sono altre possibili cause

e) specifico: la lesione e/o la sintomatologia psichiatrica non potrebbe essere stata provocata in modo diverso da quello descritto[1].

Ancora, tenendo conto di quanto riportato nel successivo paragrafo n.187 per il quale “fondamentalmente, è  la valutazione globale di tutte le lesioni che è importante nella storia di tortura e non la compatibilità di ogni lesione con un particolare tipo di tortura”, sulla base della valutazione psichiatrica, sarà espressa una valutazione sul grado di compatibilità tra le violenze, i traumi e le torture riferite, anche in correlazione con eventuali esiti fisici, e lo stato di salute fisica e mentale della persona. (p. 55)

Sempre in riferimento alle esigenze di uniformità “è necessario che tutti gli operatori a diverso titolo coinvolti siano adeguatamente formati; la formazione deve essere rivolta ad una pluralità di figure professionali, afferenti sia al sistema pubblico che agli enti, associazioni ed organismi di accoglienza e tutela dei rifugiati”:

-          gli operatori socio-sanitari, delle aziende sanitarie pubbliche e di enti, associazioni ed organismi di tutela dei RTP;

-          i mediatori linguistico-culturali che entrano in contatto con i RTP, compresi i mediatori presso i Tribunali competenti;

-          gli operatori delle Prefetture, Questure, Capitanerie di porto, Marina Militare, Guardia di finanza, Autorità aeroportuali e di frontiera;

-          gli operatori dei centri di primo soccorso, di accoglienza ed identificazione;

-          i componenti le Commissioni Territoriali per l’esame della domanda di asilo;

-          i componenti la Commissione nazionale per il diritto d’asilo;

-          avvocati e/o operatori legali che sostengono i RTP nella fase di domanda di protezione o di ricorso; operatori scolastici ed altri operatori che per il loro ruolo entrano in contatto con i RTP. (p. 60).

La formazione avviene a tre livelli, con target, tempistiche e obiettivi specifici:

  1. primo livello, di “sensibilizzazione” rivolto a tutti gli operatori, al fine di renderli consapevoli del profilo di vulnerabilità delle persone assistite e dei loro diritti, con la finalità di promuovere la capacità di rilevare precocemente possibili situazioni di violenza grave;
  2. secondo livello, di “facilitazione e supporto” destinato agli operatori coinvolti nel percorso multidisciplinare, operanti nei diversi contesti di trattamento dei rifugiati, per fornire elementi operativi ed organizzativi coerenti con il contesto di intervento assistenziale in una logica di presa in carico globale;
  3. terzo livello, di “formazione specifica”, rivolto a determinate figure professionali e gruppi multi professionali, volto a conseguire competenze assistenziali specifiche.

Ancora, la formazione deve:

  • essere concepita secondo finalità collegate agli specifici contesti che caratterizzano il percorso, dall’arrivo fino ai luoghi di permanenza più stabili: sbarco, prima accoglienza, SPRAR, territorio;
  • essere strutturata per obiettivi costruiti su bisogni formativi precedentemente evidenziati;
  • essere sufficientemente flessibile da poter essere praticabile in scenari diversi, secondo le caratteristiche, le esigenze e i vincoli propri di quello scenario;
  • essere affidata ad attori competenti e responsabili secondo modalità che ne consentano un’efficiente implementazione sul territorio. (pp. 63-64)

La Tabella 11 elenca i contenuti da trattare nella formazione:

1 Instabilità geopolitica e violazione dei diritti umani nei Paesi di origine e di transito

2 Le dinamiche di migrazione (situazioni di esposizione legate al viaggio)

3 Diritti e doveri dei RTP

4 Fattori di resilienza e di vulnerabilità

5 Principali forme di violenza fisica, psicologica e sessuale

6 Violenza di genere

7 Aspetti clinici specifici in ambito traumatologico e psico-traumatologico

8 Principi di psicoterapia e approccio al paziente

9 La mediazione culturale nel processo di cura

10 Informazione e orientamento ai servizi socio-sanitari

11 I Progetti di integrazione sociale nel lavoro di rete

12 Interventi di prevenzione e sostegno per la salute degli operatori

Note di commento

  1. Le Linee guida sono un documento “tecnico-amministrativo” che dà indicazioni e chiede impegni nuovi e complessi ai numerosi soggetti, sanitari e non, che operano in Italia nella prima accoglienza dei migranti. Le Linee guida, tuttavia, non hanno il valore normativo di una legge, non prevedono finanziamenti né verifiche dell’applicazione delle disposizioni, né sanzioni per chi non vi ottempera. Questo pone gravi interrogativi circa la possibilità di realizzare le finalità dichiarate, proprio perché il raggiungimento delle stesse comporta una radicale ristrutturazione organizzativa e culturale dei servizi alla persona in ogni Regione  e nuovi diffusi apprendimenti. La “debolezza” intrinseca all’impianto delle Linee guida appare ancora più evidente a fronte del fatto che, praticamente  in contemporanea,  il Parlamento ha approvato una legge,  il Decreto Legge 17 febbraio 2017, n. 13 Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale, che   dispone, con efficacia immediata:
  • la riduzione delle garanzie processuali con l’eliminazione del grado di appello, una novità nell’ordinamento processuale italiano denunciata anche dall’Associazione nazionale magistrati,  visto che si deve accertare se sussista o meno in capo allo straniero un fondato rischio di persecuzione o di esposizione a torture, trattamenti disumani e degradanti o eventi bellici in caso di rientro nel proprio Paese,
  • l’accentramento in solo 14 sezioni specializzate dei principali procedimenti riguardanti le persone straniere. Questo  renderà più difficoltoso il diritto di difesa, senza considerare che l’accentramento dei procedimenti in pochi Tribunali rischia di accentuare le difficoltà degli Uffici giudiziari coinvolti,
  • l’apertura di nuovi numerosi Centri di Permanenza per i Rimpatri, la nuova denominazione dei Centri di Identificazione ed espulsione (CIE).

Insomma, per il Governo pare sia del tutto prioritario accertare il più rapidamente possibile il diritto all’asilo per rispedire indietro il più rapidamente possibile chi non sia stato riconosciuto. La Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM) che aveva chiesto ancora lo scorso anno la chiusura dei CIE perché dannosi alla salute dei richiedenti asilo ha contestato l’adozione di  un ‘diritto speciale’ per gli stranieri richiedenti protezione, in contrasto col nostro ordinamento che prevede procedure adeguate e coerenti con le garanzie relative ai diritti soggettivi della persona: il diritto alla protezione internazionale e il diritto alla salute.

Un gruppo di associazioni (A Buon Diritto, ACLI, ANOLF, Antigone, ARCI, ASGI, CGIL, Centro Astalli, CILD, CISL, Comunità Nuova, Comunità Progetto Sud, Comunità di S.Egidio, CNCA, Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Legambiente, Lunaria, Oxfam Italia, SEI UGL, UIL) hanno firmato un appello di severa critica al Decreto Legge del 17 febbraio, n. 13 e a quello del 20 febbraio 2017, n. 14, (Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città).

  1. Le Linee guida caricano di grandi responsabilità tutti i servizi alla persona, i Dipartimenti di salute mentale in particolare, chiamati a operare in modo efficiente e con tempestività per arrivare a formulare la diagnosi di PTSD, la quale, a sua volta consente l’ottenimento del permesso di soggiorno da parte di persone migranti “irregolari”. Ma da tempo i DSM italiani versano in una condizione drammatica, come documentano il “Rapporto Salute mentale” riferito all’anno 2015 del Ministero della Salute; l’appello al  Governo della Società Italiana di psichiatria in occasione del 10 ottobre 2016[2], Giornata mondiale della salute mentale;  il recentissimo Appello al Governo e alle Regioni della Società Italiana Epidemiologia psichiatrica (SIEP) di cui riporto alcuni passaggi:

Rivolgiamo un appello urgente per richiamare l’attenzione di Governo, Parlamento e Assemblee Regionali sulle drammatiche condizioni del Sistema di Cura per la Salute mentale in Italia.

I tagli alla sanità operati negli ultimi anni, le restrizioni al turnover del personale, la riduzione dei centri di responsabilità per l’accorpamento delle Asl, con la creazione di Dipartimenti di Salute mentale “monster” per oltre 1 milione di abitanti e lo snaturamento dei principi fondanti la salute mentale di comunità, ossia la prossimità dei punti di accesso con i livelli di governo, il radicamento territoriale, il legame con le comunità locali, stanno determinando effetti devastanti sulla qualità dei servizi e sulla motivazione del corpo professionale.

I Servizi per la Salute mentale (Ssm) subiscono questo processo di strisciante sotto-dimensionamento proprio quando tutte le statistiche indicano un aumento delle condizioni di disagio psichico nella popolazione: si calcola ad esempio che solo nel periodo 2006-2013 il numero delle persone che presentano sintomi di interesse psichiatrico (ansia e depressione, innanzitutto) sia cresciuto di oltre 1 milione.

Ma i Ssm devono anche confrontarsi con bisogni nuovi e straordinariamente impegnativi: dalla gestione territoriale dei pazienti psichiatrici autori di reato, alle condizioni di disagio psichico di utenti extra-comunitari, alla vera e propria “epidemia nascosta” di persone che presentano contemporaneamente disturbi psichiatrici e abuso di sostanze.

In questo scenario, la risposta dei Ssm sta assumendo caratteristiche sempre più riduttive, con gestioni orientate ad una “produttività” che rievoca la bipolarità ambulatorio/ospedale, impone la risposta farmacologica come strumento principale della cura e riduce fino ad azzerarli gli interventi psicoterapici e di inclusione sociale. […] Se si esclude il meritorio impegno di Governo, Parlamento e Regioni per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, nulla è stato fatto per migliorare la rete dei Ssm, chiamata quotidianamente a garantire il diritto alla cura di centinaia di migliaia di cittadini con problemi di salute mentale. […] Chiediamo che venga riaffermata con atti concreti la responsabilità pubblica delle politiche per la Salute mentale e sia garantito il diritto dei cittadini a conoscere le condizioni effettive del sistema di cura per la salute mentale nel contesto regionale e nazionale[3].

Senza il rilancio del servizio sanitario nazionale e un grande investimento politico, finanziario e culturale, i DSM italiani saranno a breve al collasso e non potranno quindi certamente adempiere alle prescrizioni delle Linee guida. Ma la discussione sul valore e la credibilità delle indicazioni delle Linee guida  non si ferma qui.

  1. Infatti, é tutt’altro che scontata la scelta di adottare il PTSD come “diagnosi di elezione” per la certificazione e la “presa in carico” della persona migrante. Il fatto è che, come argomenta Roberto Beneduce,  “la situazione migratoria rimanda decisamente ai nodi irrisolti della situazione coloniale”[4]. Su questo è intervenuta anche Renate Siebert per la quale “[gli immigrati] sono portatori di sentimenti, memorie, traumi e sogni altri che non vanno tacitati, sopraffatti da un’applicazione rigida dei metodi di cura prevalenti o dominanti in Europa[5]. Va tenuto conto del fatto che “ I paradigmi predominanti in psichiatria sono stati elaborati in Euroamerica a partire dal XIX secolo[6].  D’altro lato bisogna tenere conto dei “limiti delle operazioni di appiattimento di ogni differenza individuale in schemi di pensiero e di comportamento ritenuti tipici della sua cultura di appartenenza” [7]. Per questo necessario e urgente, rimane dunque il problema di come pensare una “differenza” che si sottragga ai rischi della banalizzazione, da un lato, e della sua non meno preoccupante rimozione, dall’altro”.

“Negli ultimi anni, osserva Elisa Mencacci, citando Didier Fassin, il PTSD è stato eccessivamente interpellato come strumento di supporto agli elementi traumatici presenti nelle storie dei richiedenti asilo, generando un rischioso processo di svuotamento del senso politico insito nella richiesta di protezione internazionale. […] I richiedenti asilo vengono scrutinati “caso per caso”. È in questo processo di estrema attenzione verso i ricordi del singolo individuo socialmente percepito come “altro”, che la memoria del richiedente viene trattata a livello istituzionale come fosse la “scatola nera” del suo passato, l’unico strumento per accedere alla sua identità di origine. Nella verifica della narrazione, come prodotto e rappresentazione della memoria, la biopolitica trova la forma più capillare del suo esercizio”[8]. Il modo con cui si   declina  il nesso tra la salute e i diritti dei migranti costituisce uno snodo decisivo, che per la sua complessità non deve essere banalizzato. Concordo per questo con Federico Oliveri quando annota che i diritti umanitari del migrante rischiano di diventare esigibili solo se lo steso è dichiarato malato:

ridotta al minimo l’applicabilità della persecuzione politica, il soggiorno umanitario viene oggi più facilmente accordato se si accertano nel richiedente asilo i sintomi di quel disagio psichico classificato come “sindrome da stress post-traumatico” [9].

Riferimenti

Accordo Conferenza Stato Regioni Autonomie: Indicazioni per la corretta applicazione delle normative per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle Regioni e delle Province autonome, 20. 12. 2012.

Atti del  Convegno nazionale della SIAM (Roma, 21-23 febbraio 2013) , Antropologia medica e strategie per la salute, prima parte, «AM» Rivista della Società italiana di antropologia medica, n. 37, aprile 2014.

Atti del  Convegno nazionale della SIAM (Roma, 21-23 febbraio 2013), Antropologia medica e strategie per la salute, seconda parte, «AM» Rivista della Società italiana di antropologia medica, n. 38, ottobre 2014.

Roberto Beneduce, Etnopsichiatria- sofferenza mentale e alterità fra Storia, dominio e cultura, Carocci editore, Roma, 2011.

Decreto Legge 17 febbraio 2917, n. 13, Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale

Fabrice Olivier Dubosc, Quel che resta del mondo- psiche, nuda vita e questione migrante, Ed. Ma.gi., 2011

Fabrice Olivier Dubosc e Nijmi Edres ( a cura di), Piccolo lessico del grande esodo- ottanta lemmi per pensare la crisi migrante, Minimum fax, Roma, 2017

Gavino Maciocco, Pugno duro sui migranti.  Per una manciata di voti, «Saluteinternazionale.info»,

12 aprile 2017.

Ministero della Salute, Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, 22 marzo 2017.

ONU, Office of the High Commissioner for Human Rights, United Nations, Geneva, Istanbul Protocol- Manual on the Effective Investigation and Documentation of Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (1999).

Giovanni Pizza e Andrea Ravenda (a cura di), Presenze internazionali- prospettive etnografiche sulla dimensione fisico-politica delle migrazioni in Italia, numero speciale di «AM» Rivista della Società italiana di antropologia medica, n.33-34, ottobre 2012.

Renate  Siebert, Voci e silenzi postcoloniali. Frantz Fanon, Assia Djebar e noi, Carocci editore, Roma, 2012.

Fabrizio Starace, Chi vuole uccidere la psichiatria?«Il sole 24 ore sanità», febbraio 2017, n. 7, pp. 2-3.

Simona Taliani ( a cura di), Atti del Convegno internazionale Il rovescio della migrazione (Torino, 17-19 giugno 2015), «AM» Rivista della Società italiana di antropologia medica, nn. 39-40, ottobre 2015.

Mantova, 11 giugno 2017

[1] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Protocollo di Istanbul – Manuale per un’efficace indagine e documentazione di tortura o altro trattamento o pena crudele, disumano o degradante, 1999, paragrafo 186.

[2] «Quotidiano Sanità.it», 10 ottobre 2016.

[3] Fabrizio Starace, Psichiatria k.o. in mezza Italia, «Il Sole 24 ore Sanità», 28 febbraio 2017 .

[4] Roberto Beneduce, Una “differenza intrattabile”. Credenze, metafore e politiche della traduzione nella cura degli immigrati, «AM», 38, ottobre 2014, 147-189: 150.

[5] Renate  Siebert, Voci e silenzi postcoloniali. Frantz Fanon, Assia Djebar e noi, Carocci editore, Roma, 2012, p. 140.

[6] “Dei 47 psichiatri che hanno elaborato la bozza dell’ICD 10, solo 2 erano africani e nessuno dei 14 centri di ricerca era collocato nell’Africa sub-sahariana. Le illness che non rientrano nelle categorie occidentali diventano così culture-bound o rappresentazioni mascherate di illness vere. Il disturbo mentale è identificato in tutte le culture. L’universalità delle categorie dei sistemi ICD 10 o DSM IV non è stata dimostrata al di là di ogni dubbio. Nessuna malattia conosciuta compare nel mondo con la stessa rappresentazione e la stessa frequenza”, Vikram Patel, Mark Winston, “Universality of mental health illness” revisited: assumptions, artefacts and new directions, «British Journal of Psychiatry», 1994, 165, 437-446.

[7] “Molti psichiatri […]sperano di poter trovare una legge, un principio interpretativo che siano caratteristici di tutti i pazienti provenienti da un certo paese”. Beneduce parla al riguardo di una domanda di avere a disposizione un ethnic cookbook,. Ibidem 2014, pp. 154-155.

[8] Elisa Mencacci, Riparare storie. Istituzionalizzazione della richiesta d’asilo e questioni cliniche, «A M», 38, 2014, pp. 397-414: 406, 408.

[9] Federico Oliveri, Il diritto alla salute dei migranti alla luce della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), www.europeanrights.eu/public/commenti/Diritto_salute_migranti_CEDU ,2008 (?).

13 giugno DIGIUNO stopOPG perche non devono tornare gli OPG

Dom, 11/06/2017 - 20:14

StopOpg: Il 13 giugno riprende in Aula alla Camera la discussione sul disegno di legge che rischia di riportare in vigore le norme dei vecchi OPG: AC 4368 “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario” art. 1 comma 16 lettera d AC 4368

Invitiamo le/i Deputate/i a presentare (o a ripresentare) gli Emendamenti, tenuto conto dell’importante parere della Commissione Affari Sociali (vedi pagina web stopopg). Il termine per la presentazione degli emendamenti scade il 12 giugno p.v. Per il momento il Governo ha deciso di NON porre la fiducia.

Con la staffetta del Digiuno (13 aprile – 30 maggio), alla quale hanno partecipato 206 persone in 49 giorni, abbiamo ottenuto alcuni risultati importanti ma la mobilitazione deve continuare.

Pertanto il 13 giugno, data di ripresa della discussione alla Camera del D.d.L., si terrà una giornata di digiuno collettivo dei rappresentanti del comitato stopOPG alla quale al momento hanno aderito: Stefano Cecconi, Franco Corleone, Denise Amerini, Stefano Anastasia, Gian Luigi Bettoli, Giovanna Del Giudice, Peppe Dell’Acqua, Vito D’Anza, Nerina Dirindin, Maria Grazia Giannichedda, Patrizio Gonnella, Fabio Ragaini, Maria Stagnitta, Gisella Trincas, Tiziano Vecchiato, don Armando Zappolini

Tutti possono aderire alla giornata di digiuno scrivendo a redazione@stopopg.it, indicando Nome, Cognome, Città, Qualifica, ev. Associazione di appartenenza

Come abbiamo più volte affermato, se il problema che si vuol risolvere con la norma è garantire l’assistenza sanitaria ai detenuti, troppo spesso impedita dalle drammatiche condizioni delle carceri, la soluzione è ben altra. Occorre qualificare e implementare nelle carceri i programmi dei Dipartimenti di salute mentale di prevenzione e di presa in carico delle persone con problemi di salute mentale, anche attraverso le sezioni di osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche nelle carceri stesse (con strutture e personale adeguato e formato). Ma soprattutto incentivare le misure alternative alla detenzione. Così invece le Rems diventerebbero il contenitore unico per i “folli rei e per i rei folli”, riproducendo all’infinito la logica manicomiale.

Cantiere Salute Mentale 13. In Italia mancano risorse e personale

Dom, 11/06/2017 - 20:08

Una dettagliata e minuziosa analisi delle strutture e delle attività dei Dipartimenti di salute mentale in Italia è stata compiuta dalla Società italiana di epidemiologia psichiatrica che ha redatto un focus confluito in una pubblicazione presentata di recente a Bologna dalla Siep, la Società italiana di epidemilogia psichiatrica. Fabrizio Starace, presidente Siep sottolinea: “Il principale nodo da sciogliere? Sono le disuguaglianze regionali. Differenze intollerabili”.

E’ impietosa la fotografia delle Regioni scattata dalla Siep, la Società italiana di epidemiologia psichiatrica, che nei giorni scorsi ha presentato a Bologna un lavoro di analisi nel corso di una riunione scientifica a tema. Dalle parole ai fatti il titolo dell’appuntamento e che di fatti concreti vi sia bisogno – per non disperdere il patrimonio di esperienze che la salute mentale di comunità ha costruito nel nostro Paese – lo dicono i numeri.

“Abbiamo analizzato i dati diffusi dal Ministero secondo due principi ordinatori – ha spiegato  Fabrizio Starace, presidente Siep  – prendendo in considerazione, per 26 indicatori, le variazioni nelle diverse Regioni e rappresentando, per ciascuna Regione, il posizionamento dei singoli indicatori, assumendo come riferimento il valore medio nazionale”.

Il lavoro,  liberamente scaricabile, si ispira ad un principio guida: quello del render conto a tutti coloro che hanno un interesse specifico (ad es. operatori, familiari, utenti) o generale (cittadini attenti al funzionamento della cosa pubblica ed al buon uso delle risorse) delle attività svolte, delle risorse impegnate, degli obiettivi raggiunti. È stata evidenziata in questo modo l’estrema variabilità delle risorse umane, strutturali ed economiche che le Regioni destinano alla salute mentale e le conseguenti disuguaglianze nell’accessibilità ai Servizi da parte delle persone con disturbi psichiatrici.
“Tra i dati più preoccupanti quello sulla capacità di presa in carico delle persone con diagnosi di schizofrenia – ha spiegato Fabrizio Starace, promotore e coautore del rapporto”. La prevalenza dei soggetti con psicosi schizofreniche in trattamento presso i Dsm italiani, infatti, è in media 308 x 100 mila abitanti adulti ma i dati regionali variano da un minimo di 130 in Toscana a un massimo di 437 in Sicilia.

“Non è verosimile che esistano sul territorio nazionale variazioni così smisurate nella diffusione della schizofrenia – ha aggiunto Starace – dobbiamo pertanto ritenere che le differenze siano attribuibili alla diversa capacità dei Dsm di intercettare il bisogno di assistenza”. E questo dipende dalla presenza, accessibilità e credibilità del sistema di cura per la Salute mentale nelle Regioni.

Il Rapporto fornice anche una radiografia dei punti di forza e di debolezza dei Dsm in ciascuna Regione, individuando le criticità che dovranno essere affrontate in sede di programmazione locale. “Si confermano purtroppo le previsioni che avevamo segnalato in un precedente intervento, e riprese nell’Appello Siep per la Salute mentale, sottoscritto dalle maggiori Società scientifiche di settore, dai sindacati, da tutte le Associazioni di familiari e utenti, dai direttori dei Dsm italiani che è stato inviato a Ministero della Salute, alla Conferenza Stato-Regioni e a tutti i Presidenti delle Regioni.

“Spiace osservare – ha concluso Starace – che questi documenti rimangano tuttora inascoltati e che nulla sia stato fatto per creare spazi di confronto, accessibili e partecipati, sull’azione, oggi finalmente verificabile, dei servizi pubblici per la salute mentale. Il tutto per fare in modo che le decisioni di politica sanitaria siano generatrici di valore per la comunità. Compito straordinariamente attuale, se si considera il periodo di razionalizzazione delle risorse e la necessità di coniugare sostenibilità economica, equità di accesso e qualità dell’assistenza. Le politiche per la Salute Mentale in Italia hanno più che mai bisogno di competenze scientifiche, sensibilità non episodica, capacità di programmazione a partire da dati concreti, disponibilità al confronto. Di passare finalmente dalle parole ai fatti”.

Ettore Mautone

(da Quotidiano Sanità: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=51493)

Si disse e si dice “morte per Tso”

Gio, 01/06/2017 - 22:56

Il 27 maggio di due anni fa, i vigili urbani di Sant’Arsenio, nella provincia cilentana di Salerno, entrarono in casa di Massimiliano Malzone, un’ora e mezza prima dell’arrivo dei medici, per sottoporlo a Trattamento Sanitario Obbligatorio.  Lo portarono nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura, dove fu ricoverato, alla famiglia non fu permesso fargli visita per i dodici giorni successivi. Il 10 giugno Massimiliano Malzone morì in quello stesso reparto per un arresto cardiaco improvviso: le massicce dosi di psicofarmaci per sedarlo e la contenzione (forse attuata) le probabili cause.

Mentre la magistratura sta ancora indagando per comprendere cosa sia accaduto e le eventuali responsabilità mediche della morte di Malzone, ci si continua a interrogare sulla necessità e l’utilità di questo trattamento, sui valori che sottende e le pratiche in cui si articola.

Si disse e si dice “morte per Tso”. Ma c’entra davvero il Tso in  questa morte, e  in altre per certi versi simili?

E per rispondere e fare chiarezza rispetto a iniziative che sembrano avventate, conviene tornare  ai valori e alle pratiche che possono avvicinarci a una comprensione possibile di un trattamento, il Tso, che si muove su un margine esile, su un delicato punto di equilibrio  sempre a rischio di distorsioni e fraintendimenti.

Ancora una volta, conviene ricordarlo: il TSO non è un mandato di cattura, non è un ricovero coatto, non è affatto la sottrazione di diritto che apre la strada a ogni forma di prepotenza, di mortificazione, di limitazione estreme delle libertà personali.

Il legislatore nel 1978 con la legge 180, intese restituire al cittadino, anche se folle, delirante, allucinato, agitato, “aggressivo”, confuso, violento, impaurito, terrorizzato il suo pieno diritto costituzionale. Uno strumento per garantire il diritto alla cura, alla salute, alla dignità.

Un dispositivo che nell’obbligare l’altro alla cura, crea un campo di negoziazione fra l’individuo e i servizi: sono questi ultimi che hanno l’obbligo di garantire quella cura, quella salute, quella dignità che la Costituzione (art. 32) e lo Stato riconoscono e che quella condizione di disagio grave mette così drammaticamente a rischio.

Nel relazionarsi con questo obbligo dei servizi, nella negoziazione che la legge 180 prevede in ogni suo passaggio, prende forma la possibilità di “comprendere”, di essere con l’altro, di collocare quella condizione, di frequente molto dolorosa, nella storia di quella persona, nelle relazioni, nei contesti.

L’aggettivo “obbligatorio” prima di tutto, dunque, dice che l’altro esiste. Posso “obbligare” qualcuno con un’ordinanza, una norma, una legge quando ho riconosciuto la sua autonomia e la sua possibilità di rifiuto.

Il compito che la legge indica al medico è quello di interrogarsi, di mettersi al centro delle controverse questioni etiche, di cercare il consenso alle cure con pazienza e tenacia. E lì dove ciò non accada, di farsi carico del rifiuto con una scelta responsabile che garantisca i diritti della persona, primo fra tutti quello di essere curato. Riconoscendo che non si può assumere il rifiuto per sostenere il rispetto sempre e comunque della libera scelta dell’individuo. Molto spesso “forzare” il rifiuto di persone che vivono costretti da una condizione di severo disagio individuale, relazionale e sociale, apre alla possibilità di rimontare abbandono,   solitudine, miseria morale e materiale.

In quel dialogo che deve instaurarsi tra il servizio e il cittadino compare  la persona l’individuo, la sua storia, i suoi bisogni.

Se questo punto di equilibrio si incrina, se le istituzioni che autorizzano il Tso e i servizi che lo mettono in pratica, lo fanno presupponendo l’equazione disturbo mentale / pericolosità, interpretando il TSO come una pratica di prevaricazione e coercizione, la responsabilità va cercata nel fallimento di politiche regionali coerenti per la salute mentale, nel declino dei servizi di salute mentale comunitari, nell’inconsistenza delle scuole di formazione, nella sottrazione costante delle risorse.

Alcune recenti iniziative nel tentativo condivisibile e necessario di scalfire quelle che sono delle pratiche di reificazione del malato, finiscono per proporre una visione che cristallizza l’immagine della malattia richiamando pericolosamente in campo giudici, tribunali, avvocati come se la condizione di disagio fosse un reato e la cura una carcerazione.

StopOpg sospende la staffetta del Digiuno ma la mobilitazione prosegue

Gio, 01/06/2017 - 22:33

A poche settimane dal trasferimento dell’ultimo internato dal manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto in una comunità terapeutica di Modica, affermazione definitiva di quella “rivoluzione gentile” che ha portato l’Italia a chiudere finalmente gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, diverse iniziative stanno prendendo forma per evitare che si torni drammaticamente indietro.

Per questo sono stati presentati in Parlamento gli emendamenti al disegno di legge AC4368, approvato lo scorso 15 marzo.

La legge lede il valore residuale delle REMS: essa dispone che possa essere indirizzato a queste strutture non solo chi è stato riconosciuto affetto da disturbo psichiatrico grave al momento del reato, ma anche i detenuti le cui condizioni siano in fase di accertamento o per cui il disturbo mentale sia sopravvenuto in carcere, quando le strutture penitenziarie non sono in grado di assicurare misure adeguate. Come detto più volte quella del Governo è più una scorciatoia che una soluzione.

In attesa che si riprenda la discussione degli emendamenti presentati, stopOpg sospende la staffetta del Digiuno, alla quale hanno partecipato 197 persone in 49 giorni, che ha già portato a importanti risultati.

Parallelamente, si è istituito a Bologna il 18 maggio il coordinamento nazionale delle REMS: all’incontro erano presenti, operatori delle REMS e quindi dei Dsm e, come “ospite-amico e sostenitore”, il comitato stopOpg.

Accanto alla soddisfazione per la chiusura di tutti gli OPG, è emersa la consapevolezza forte delle difficoltà: la riforma (in particolare la legge 81/2014) non è stata “metabolizzata” da settori della magistratura (crescono misure provvisorie, scarsa propensione alle misure alternative, in alcune realtà vi è un eccesso di controllo sulle REMS), dagli stessi Dsm, dai decisori politici; permangono vuoti normativi e preoccupa la “lista d’attesa” per l’ingresso in REMS.

Proseguire in questa azione coordinata è necessario perché le REMS non restino rinchiuse nella stretta da una parte delle inefficienze del sistema carcerario, e dall’altra della difficoltà di collaborazione con i servizi di sanità regionale e di salute mentale territoriale costantemente sotto processo di sottodimensionamento e accorpamento.

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