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Aggiornato: 20 ore 29 min fa

Un Commento a “Sul pregiudizio”

Dom, 18/02/2018 - 18:52
Di Luigi Benevelli

Non sono stati abbastanza l’angoscia e l’orrore prima per l’uccisione e lo squartamento di una diciottenne con problemi di dipendenza patologica, pare ad opera di un giovane spacciatore africano, poi per il raid anti-immigrati di un giovane maschio italiano tatuato da fascista. Ancora peggiori sono state, a mio avviso, le reazioni di troppi protagonisti della campagna elettorale politica in corso, tese da una parte a “tranquillizzare” l’opinione pubblica (noi non faremmo mai cose del genere; non preoccupatevi, Luca Traini è un matto !!) e dall’altra a dire che però Luca Traini aveva tutte le ragioni di questo mondo a sparare ai “negri” per le vie del centro di Macerata.
La pressione alle nostre coste di mare di folle di giovani donne e uomini africani, ma non solo, costituisce un problema di difficile gestione per i governi italiani (anche per la chiusura di molti Stati UE), ma dobbiamo sapere che non rendiamo più agevoli le soluzioni se definiamo quelli che si trovano in Italia, spesso loro malgrado, “clandestini”, lasciando intendere che siano tutti da cacciare in qualsiasi modo (dove?). Il fatto è che le nostre politiche di accoglienza si sono rivelate inadeguate, a partire dalla Bossi Fini, anche creando la figura del “clandestino”. La storia dei “clandestini” è un po’ come quella dei figli “illegittimi”, anche loro definiti per legge come se fossero esistiti “in natura”: è bastato riformare il diritto di famiglia che oggi di “illegittimi” non ce ne sono più.
Sulla strada del dr. Fontana, sindaco di Varese che ha blaterato di “razza” a 80 anni dall’adozione di una legislazione razzista nei Codici del Regno d’Italia, si sono purtroppo susseguiti molti altri candidati e molte altre candidate. Ma adesso, dopo il tentativo di strage da parte di Luca Traini, il tono e i contenuti del confronto politico elettorale sono assai peggiorati per l’irruzione di un “Trumpismo” violento e sguaiato.
È urgente e doveroso cambiare registro,

La situazione della salute mentale in Lombardia

Dom, 18/02/2018 - 18:44

Poco territorio, molti Tso, contenzioni e porte chiuseLettera aperta ai candidali alle prossime elezioni regionali e nazionali della Lombardia. Campagna salute mentale
- R.U.L. (Rete utenti lombardi)
-  .R.A.Sa.M (Unione regionale associazioni per la Salute Mentale)
- Forum salute mentale lombardia
- Forum terzo  Settore lombardia Carissimo candidato, desideriamo farti conoscere il punto di vista delle persone con una sofferenza psichica e dei loro familiari sullo stato dei servizi di salute mentale in Lombardia, non proprio coincidente con la vulgata comune che li qualifica servizi di eccellenza.
Abbiamo molte ragioni per ritenere invece che, insieme ad alcune pratiche di qualità nel complesso in quantità e in qualità i servizi siano molto carenti.

Di seguito elenchiamo le principali criticità che richiedono un cambiamento di rotta…(Leggi Tutto)

Lettera Candidati Allegati

La costruzione partecipata della rete pugliese per la tutela della salute mentale

Sab, 17/02/2018 - 12:54

Intervento di Ricardo Ierna a Lecce come 180amici Puglia del Centro Marco Cavallo di Latiano al seminario: “La costruzione partecipata della rete pugliese per la tutela della salute mentale” promosso dal Movimento “Rompiamo il silenzio” per la tutela della salute mentale pugliese:

“Noi in questo momento incarniamo una contraddizione. Ci siamo dovuti inventare il lavoro…perché non esistono politiche del lavoro realmente al servizio della classe oppressa. Abbiamo dovuto inventare un abitare reale perchè non esistono politiche abitative degne di questo nome. Abbiamo utilizzato uno strumento democratico di partecipazione collettiva come l’assemblea perchè non esiste nel lavoro quotidiano dei servizi. Noi in questo diciamo di fare salute mentale ma in realtà facciamo una lotta politica per cambiare questa società e le sue istituzioni. E questo ci costringe ad una dialettica permanente con le istituzioni, gli amministratori e la politica.
Noi crediamo che solo a partire da un ruolo reale di protagonismo nei tavoli istituzionali e sociali sia possibile cambiare la psichiatria di questo paese. Altrimenti la psichiatria rimarrà una questione in mano agli psichiatri e alla politica e qualsiasi dichiarazione di intenti reciclerà una situazione già vecchia, una situazione senza futuro.
40 anni fa abbiamo “violentato” una società costringendola a fare i conti con le sue contraddizioni. Oggi siamo costretti a “violentare” la politica perchè sentiamo uno scollamento tra i decisori politici, i tecnici e la cittadinanza. In entrambi i casi non abbiamo scelta. O la salute mentale tornerà ad essere costruzione sociale e lotta politica per il cambiamento della società e le sue istituzioni e scienza al servizio dei bisogni della classe oppressa, o non sarà.”

“Kaos in cammino” tornano le passeggiate organizzate dal centro di salute mentale

Gio, 15/02/2018 - 18:11

Appuntamento giovedì 15 febbraio alle ora 9 per una passeggiata tra bellezze naturali e castelli vicino ad Umbertide

Una passeggiata tra le bellezze della natura e i castelli costruiti dall’uomo. Una camminata per mettere in relazione gli ospiti del Centro Kaos, le famiglie, gli operatori e i cittadini. Giovedì 15 febbraio ritornano gli appuntamenti con “Kaos in cammino” con una passeggiata nei pressi di Umbertide, lungo un percorso ad anello nello scenario naturale che avvolge i castelli di Serra Ranieri e di Serra Partucci, sotto la direzione di una guida esperta.

Kaos è una struttura del Dipartimento di salute mentale Usl 1 Umbria, gestita dal Consorzio Auriga attraverso la cooperativa Polis di Perugia. L’equipe è composta da operatori per la salute mentale e da personale del Centro di salute mentale di Ponte San Giovanni. Il centro, immerso nel verde, accoglie persone con gravi disturbi psichiatrici provenienti da strutture residenziali o da altri contesti e opera con modelli di attività riabilitative che possano privilegiare interventi complessi e tecniche di attuazione innovative e molteplici. È aperto tutto l’anno, dal lunedì al sabato dalle 8.30 alle 18.30.

“Kaos in movimento” è un progetto di “camminate” gratuite e accessibili a tutti su percorsi prestabiliti aperto ad ospiti, famiglie, operatori e cittadini, alla scoperta di sentieri, paesaggi e siti di interesse storico e culturale. La passeggiata, alla quale partecipano gli utenti che frequentano il centro diurno Kaos, diventa il collante che unisce tutti gli aderenti, li mette in relazione, in libertà e naturalezza, facilitando esperienze di cambiamento.

Articolo da ->http://tuttoggi.info/kaos-cammino-tornano-le-passeggiate-organizzate-dal-centro-diurno-salute-mentale/439745/

OGNI RITORNO ERA NEGATO

Sab, 10/02/2018 - 19:08

di Giuseppe dell’Acqua

Quando nel 1971 sono arrivato a Trieste, confini orientali non era altro per me che una definizione geografica. Sapevo poco della storia dell’esodo, una storia tanto recente quanto drammaticamente sconosciuta ai più e offuscata dai luoghi comuni, dalle ideologie e dai conflitti. Trieste, per un giovane salernitano, era lontanissima. Un altro mondo. Avevo maturato un’immagine molto manichea. Anch’io ero influenzato dalle contrapposizioni di quel tempo. Tutto si riduceva a pensare che da una parte c’erano i comunisti e dall’altra i fascisti: di là quelli della Resistenza che hanno sconfitto il nazismo e cercano di fondare un paese nuovo, indipendente, una nuova organizzazione sociale, una vita, che è capace di guardare oltre e di qua c’è un paese che sembra bloccato, obbligato nella scacchiera delle politiche internazionali che si stavano formando. Era evidente che l’Europa era ormai tagliata in due: la guerra fredda, a Trieste, col confine sulla porta di casa, assumeva una concretezza inquietante. Dovevo cominciare a orientarmi tra quanto leggevo e quanto mi rac- contavano. I rastrellamenti, le foibe, le rappresaglie, gli esodi forzati i confini che cambiavano, i cognomi sloveni e croati obbligatoriamente italianizzati per decreto ministeriale, i campi di concentramento dove gli italiani internavano i giovani partigiani e quelli dove più tardi verranno internati i comunisti dissidenti, erano oggetti sconosciuti. Dell’esodo, dell’abbandono forzato delle terre, della scomparsa degli italiani, solo più tardi comprenderò tutta la potenza drammatica.
Quando qualche anno prima, era il 1968, studente universitario, avevo viaggiato in autostop lungo tutta la costa dalmata, avevo goduto la bellezza del paesaggio e l’amicizia di tanti giovani studenti jugoslavi. Non mi passava neanche per la testa che stavo toccando con mano una storia che solo più tardi avrei dovuto conoscere. A Trieste sono arrivato insieme a tanti altri giovani, con Basaglia che progettava di proseguire sulla linea di quanto aveva sperimentato a Gorizia. Il cancello di San Gio- vanni una volta varcato ha segnato tutta la mia vita. Il posto di blocco di Rabuiese o di Sezana era un confine tra due mondi. Ero attratto dalle differenze: come saranno le fabbriche, le scuole, gli ospedali, il cinema, la cultura, la democrazia, il socialismo? Era ll sogno di una cosa: come per i giovani amici friulani di Pier Paolo Pasolini. Eravamo affascinati dal viaggio alla ricerca di un altro mondo privo di discrimina- zioni, oppressione e sfruttamento. E trovavo davvero delle conferme! Venivo a sapere delle brigate dei giovani comunisti, operai di Monfalcone, che sceglievano di andare volontari dall’altra parte per contribuire allo sviluppo del socialismo. Leggevo del giovanissimo Tomizza che nei primi anni ’50 lavorava ai programmi in lingua italiana di Radio Belgrado. Nelle mie escursioni domenicali, la ricorrente presenza di lapidi e monumenti, a ricordo della lotta partigiana e dell’eccidio di tanti giovani e di tante donne, sembrava rafforzare le ragioni della mia ricerca. Avvertivo tuttavia un vuoto, una sorta di voragine che dovevo assolutamente colmare.
Cominciavo ad apprendere con maggiore dettaglio quanto era accaduto a Trieste e in quelle terre durante la guerra e il ventennio fascista. Mi rendevo conto che per le popolazioni di questi luoghi l’identità italiana assumeva uno spessore e una responsabilità completamente diversi dalla tranquilla spensieratezza del mio essere italiano. Non era facile comprendere quanto era accaduto. Ma le fratture erano evidenti e non ho potuto non sentirmi vicino a chi aveva subito le forme più estreme del nazionalismo, la repressione più orribile dell’occupazione tedesca, lo sconvolgimento e le durezze della lotta partigiana. Dovevo, poi, fare i conti con la persistenza della lingua italiana, di un bel parlare, più veneto che triestino, che mi permetteva di ascoltare quelle singolari storie che riuscivo a rubare quando mi avvicinavo di più a qualche vecchio, a qualcuno che quelle vicende aveva vissuto: dalla Grande Guerra, al fascismo, all’occupazione tedesca, dalla guerra di liberazione, alla costruzione della federazione jugoslava. Ero disorientato, una vertigine, tra confini e identità che mutavano, tra un racconto e l’altro. La presenza veneziana mi restituiva un fascino particolare. Le piazze di pietra bianca, le facciate delle chiese, i campanili, i porti e i moli continuavano a confondere ogni mia recente certezza. Nei paesi dell’interno trovavo campi, coltivazioni, attrezzi che mi riportavano d’improvviso all’immagine del paese dell’Irpinia, dove ho vissuto le estati della mia infanzia con la nonna.
Nelle storie che ascoltavo in manicomio, a colpirmi non era solo il dolore fermo e pietrificato nel momento difficile dell’abbandono del luogo d’origine, ma quella particolare condizione che su questo dolore sedimentava. Una volta in manicomio per resistere all’omologazione, all’unica piatta identità dell’istituzione, le persone non possono che aggrapparsi a quella loro identità sofferente e frammentata. Quasi a coltivarla. L’ascolto delle piccole storie, una sorta di pantografo, mi riportava alle centinaia di migliaia di persone che ora, sapevo bene, erano arrivate, transitate e ripartite da Trieste. Come certamente aveva fatto la mia professoressa d’inglese del liceo. Si chiamava Marina Gelletich. Noi alunni sapevamo che era fiumana. Non sapevamo com’era arrivata a Salerno e dove vivesse. Conoscere poco di lei la rendeva ancora più strana e misteriosa di quanto dicessero il suo parlare, il modo di vestire, di rapportarsi con noi. Che fosse “istriana” per noi non significava nulla e che forse stava abitando in un campo profughi significava ancora meno.
Conoscenze superficiali, luoghi comuni e tranquilli punti di vista hanno dovuto ricollocarsi. Entrato a San Giovanni, un manicomio come tutti, dove si può leggere la storia del luogo nelle sue dimensioni più estreme e talvolta grottesche, dovevo rendermi conto, per fare il mestiere che mi accingevo a fare, delle storie degli internati e di un’intera città, di un territorio lacerato. Dovevo cercare di sapere cos’era vera mente accaduto. Cogliere la singolarità dei vissuti. Per molti si era trattato di una frattura insanabile, una discontinuità, un prima e un dopo che non trovava possibilità di ricomposizione se non, forse, in una forzata rimozione. Non tutti avevano avuto la possibilità o il coraggio di imbarcarsi sul transatlantico Saturnia. Tanti erano rimasti a Trieste accolti dalle politiche di assorbimento del governo di allora, vicini e lontanissimi dalle terre che avevano lasciato.
Ho passato notti intere, durante i turni di guardia, a parlare con gli infermieri e i ricoverati. Ero curioso di conoscere come accadeva la partenza, come avevano affrontato l’arrivo nei campi profughi, ma anche com’era stata la loro giovinezza, i balli, i fidanzamenti, gli sposalizi, le feste patronali, il lavoro nei campi, i modi e le stagioni della pesca. Le conversazioni erano ricche di espressioni dialettali croate, slovene, istriane, triestine. Ascoltare mi rivelava un aspetto che poco mi era stato chiaro. Capivo che molti non andavano via per una particolare scelta di campo ma per un cupo sentimento d’ineluttabilità che sembrava incombere sulle loro decisioni.
Per i riciverati istriani che di giorno in giorno conoscevo meglio, mi sembrava che l’internamento fosse conseguenza del peso della storia che gravava sulle loro spalle. Rischiavo di ridurre la malattia al destino di essere nato a ridosso di un confine o al peso di vicende storiche e politiche più grandi delle loro vite.
Gli infermieri, che sono stati per me singolari narratori di quelle terre, mostravano con diversi accenti la consapevolezza di quanto era accaduto. Chi più chi meno esprimeva una sua posizione politica. Molti, radicandosi poco a poco a Trieste, dimenticavano il paese abbandonato. Altri non sopportavano il dolore della lontananza e ritornavano spesso. Quasi imbarazzati raccontavano il viaggio. Per tutti il confine faceva percepire una distanza incolmabile. Quei paesi, seppure a poco meno di un’ora di macchina, apparivano ormai irraggiungibili.
Gli internati, quasi tutti, preferivano tacere. Coglievo una sorta di arresto, un’immagine ferma in un tempo che non scorre. Era difficile collocare le loro esperienze, la loro vicenda umana in un divenire che restava indecifrabile e a me estraneo. Sarebbe stata comunque evidente la pochezza della semplificazione, se avessi voluto attribuire all’abbandono della famiglia, della terra, dei sogni di quelle giovinezze spezzate le ragioni della malattia e dell’internamento. La malattia, come sempre, aveva a che vedere con chissà quante cose.
Il racconto che ascoltavo nei viali e nei cameroni di San Giovanni si collocava tra gli anni ’50 e ’60. Erano stati gli anni della mia adolescenza che non avevo vissuto a Trieste: una volta lasciata la tua terra, non incontri più i compagni di scuola, non riconosci nessuno per strada. Così, nella quotidiana vicinanza con i ricoverati, l’oratorio, i rioni, la partita di calcio erano segnali muti. Frequentemente, per esempio, chiedevo delle scuole elementari, della maestra, del grembiule, dei banchi, della refezione, nel vano tentativo di trovare un comune terreno di scambio. Se era evidente la distanza da colmare con i triestini, con gli “esuli e i profughi” era doppia.
Per i triestini ero forestiero. Percepivo chiaramente la frattura che minacciava la continuità della mia storia e meglio potevo comprendere l’interruzione di quelle vite. Alla frattura della malattia e a quella, quanto mai presente, del muro del manicomio, si aggiungeva l’impossibilità di vivere il dolore della lontananza. I sentimenti, le passioni, gli stati d’animo erano ormai negati dalla diagnosi che sovrastava in- contrastata ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero. Quelle persone erano ormai fuori da ogni contesto, fuori dal contratto, fuori dalla storia, costretti a vivere dentro la malattia, aldiquà di un confine che rendeva oramai irraggiungibile la propria terra e insanabile la frattura. Ogni ritorno era negato.
Il manicomio è stato sempre il luogo che sancisce e riproduce la rottura del contratto. Per lo psichiatra il mandato non era altro che questo: confermare l’esclusione. Punto. Per la psichiatria e l’istituzione manicomiale era del tutto superflua la ricerca di un’origine, di una storia sociale, di un brandello di esperienza personale. Avrei potuto non sapere affatto di istriani, dalmati, pugliesi, triestini. Un dettaglio della scheda anagrafica e delle scarne notizie della cartella clinica. Certamente il senso del riconoscimento di un’appartenenza non poteva risolversi nell’accostare all’attributo “schizofrenico” anche quello di istriano. Nella prospettiva che andavamo scoprendo, il luogo, la terra, le vicissitudini erano gli elementi che restituivano significato e costruivano vicinanza. Molte volte mi sono ritrovato a raccontare la mia storia – chissà in quanti modi diversi e con quanti differenti dettagli! – forse desideravo che l’altro trovasse con me una qualche comunanza, una possibilità di somiglianza, di scambio. Trovare qualcosa che ci permettesse di riconoscere un modo comune per dire le nostre emozioni. Per esempio parlare delle case popolari, del cortile dove ho vissuto la mia adolescenza. Mio padre era ferroviere e abitavamo nelle “case dei ferrovieri” e quando trovavo qualcuno come me figlio di ferrovieri, sembrava ci conoscessimo da una vita.
Parlando con gli istriani tuttavia facevo fatica a trovare l’immediatezza della vicinanza. La loro esperienza era lontana. Non era dato immaginare la possibilità del ritorno che potesse stravolgere l’immutabilità dei destini degli internati. E invece, inaspettatamente tante storie di “ritorno” , che pure accadevano, facevano esplodere i blocchi della guerra fredda, l’irreversibilità della malattia.
A Trieste, il tentativo di ricomporre le fratture così profonde nelle storie delle persone diventavano, di giorno in giorno, un imperativo categorico. Dovevamo ascoltare e favorire il racconto dell’altro. Non bastava mai. Le vie d’uscita si potevano trovare soltanto nella trasformazione, seppure lenta, del quotidiano. Bisognava tornare nei luoghi che da anni le persone avevano lasciato. Era necessario stare insieme per ore e per giornate intere. I piccoli viaggi, le vacanze al mare o in montagna – allora un’assoluta novità – permettevano lenti ma inesorabili avvicinamenti. A poco a poco le persone trovavano il piacere di raccontare la loro vita. Era facile raggiungere la casa di Livio a San Giacomo, non era altrettanto semplice per Giovanni, Ljubo, Boris, Eufemia toccare le pietre della loro casa a Umago, a Vrh, a Pisino, a Rovigno. Questi ritorni non finivano mai di interrogarmi: com’era stato possibile andar via? Com’era stato possibile lasciare la piccola vigna di Buroli, e Cherso, e Parenzo, e Portole, e Giurizzani? E l’azzurro e le pietre bianche? E non andar via per scelta, ma per una dolorosa obbligazione, con la consapevolezza dell’impossibilità del ritorno.
(da Gloria Nemec, “Dopo venuti a Trieste. Storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine 1945-1970”- introduzione. Collana 180. Archivio critico della salute mentale. Ed.AB verlag, Merano 2015)

Chi semina terrore è un terrorista

Sab, 10/02/2018 - 11:29

di Peppe Dell’Acqua

Come sempre accade in queste occasioni, i fatti di Macerata hanno prodotto danni collaterali di cui si finisce per non parlare: hannoferito e offeso centinaia di migliaia di persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale.Le parole follia, malattia mentale, psichiatria, psicosi, borderline hanno occupato i giornali, le radio, le  televisioni. Sulle reti poi un vero tzunami.Fatti di sangue feroci e criminali accostati a quelle parole assolvono tutti: la malattia occupa la  scena.

La malato di mente, si sa è incomprensibile, è imprevedibile, è pericoloso. Se il ragazzo di Macerata avvolto nel tricolore è un malato di mente è lecito temere che le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale possono fare del male in qualsiasi momento. È lecito prendere distanza.È quanto mai necessario avere paura. È da incoscienti non invocare misure per la sicurezza e la difesa sociale. Gli argini costruiti con fatica per fronteggiare la velenosità dello stigma e del pregiudizio crollano in un baleno sotto il fiume in piena delle parole irresponsabili di tanti commentatori e di troppi politici indegni. Un’ ombra oscura e soffocante cala su tutte le persone che l’esperienza del disturbo mentale la vivono davvero.

Il 22 luglio 2011 AndersBehringBreivik, un giovane poco più che trentenne, incensurato, bello, biondo, occhi azzurri, organizza, con estrema professionalità, un’incursione in un raduno di giovani socialisti. Uccide settantasette persone tra giovani e poliziotti, e fa molti feriti. Preso dalla polizia, afferma di aver agito per la difesa della cristianità, di voler estirpare le ideologie del socialismo democratico che favoriscono l’ingresso nell’Europa cristiana dei musulmani, degli islamici, degli induisti, dei neri. È un pazzo o un criminale politico?

Due perizie psichiatriche vengono richieste dal tribunale. Una si pronuncia perun disturbo schizofrenico, un’infermità mentale; l’altra riconosce il giovane sano di mente. Il collegio giudicante, che ritiene sano di mente, condanna Breivikalla massima pena stabilita dalla Costituzione norvegese: ventun anni di carcere e un’eventuale ulteriore limitazione della libertà in caso di non ravvedimento. Una sentenza e una condanna che molti interpretano come il riconoscimento, finalmente, della responsabilità che trattiene il giovane all’interno di un ambito di normalità, di una dimensione politica, di una restituzione di senso.

La sentenza scandalizza molti psichiatri e le crescenti politiche e culture di destra e francamente fasciste. Le conoscenze neuroscientifiche – dicono – potrebbero dimostrare la presenza della malattia mentale e quanto quel giovane uomo fosse determinato nel suo agire da condizionamenti biologici e genetici. La sentenza – per molti di loro – riporta indietro di secoli, prima che la pietà e la scienza ci permettessero di riconoscere in gesti così efferati non altro che la malattia mentale, la pericolosità sociale, l’obbligo della società di difendersi e i manicomi criminali. Alcuni propongono di analizzare il genoma, si troverebbero – continuano – i segni che hanno condizionato inesorabilmente quel gesto: Breivik non poteva fare che quello che ha fatto. Come dire, se è un palestinese a compiere una strage, è un terrorista; se è un norvegese bianco, biondo e dagli occhi azzurri non può che essere pazzo!

Sul pregiudizio

Ven, 09/02/2018 - 20:21

Quando accadde che il biondo norvegese sterminò 71 giovani  socialisti, tutti si affrettarono a dire che era un pazzo, uno schizofrenico.

Lorenza Magliano telefonò al forum per parlarne.

Ci disse: “ fosse stato un musulmano avremmo  senza dubbi detto terrorista”.

Lorenza Magliano, attiva da tempo nel promuovere ricerca e formazione intorno alla questione dello stigma del pregiudizio e della discriminazione, che la malattia mentale si porta dietro ha dato vita con i suoi studenti a un laboratorio di epidemiologia sociale e psichiatria e ha aperto una pagina facebook. Un altro strumento per confrontarsi, parlare di salute mentale, delle persone che questi spazi attraversano, di far fronte al pregiudizio che stenta a scomparire.

https://www.facebook.com/leps.reslab/

Cosa facciamo per l’anno della 180

Gio, 08/02/2018 - 11:58

Molti amici del forum stanno organizzando eventi di ogni natura: teatro, cinema, libri, conferenze e parate.

Già da febbraio accadono cose. Gli amici di ISEO, della cooperativa Clarabella, di Lecco e altri suggeriscono di aprire sul sito uno spazio che raccolga e rilanci tutto quanto sta accadendo e accadrà.

Pensiamo che la quantità di eventi darà il senso della partecipazione e con esso la profondità del cambiamento della cultura e degli sguardi intorno alla questione delle istituzioni della follia e, finalmente, delle persone che vivono l’esperienza.

Tutto questo per dire che inviando alla segreteria del forum un evento in programma questo sarà pubblicato e rimbalzerà sulle reti ad esso collegate .

Se la proposta trova adesioni apriremo una rubrica o addirittura un portale a riguardo.

Dialoghi Fotografici

Mer, 07/02/2018 - 20:41

Varchi di luce di Gianluca Monacelli

La follia come la notte fa parte del giorno e quindi della luce, della vita.. Senza l’una non ci può essere riconoscimento nell’altra.

La follia non si fa curare. La follia va semplicemente accolta e aiutata a trovare la sua via nella vita. Trovare varchi di luce: passaggi di condivisione, comprensione, immedesimazione reciproca, di accettazione, dialogo e di autentica reciprocità di senso.

Vogliamo rinnovare la piccola rubrica che abiamo chiamato Fotografie di vita.

In molti luoghi dove accadono le cose  che fanno ricco il nostro lavoro, persone amano fotografare e talvolta laboratori di fotografia producono immagini singolari.

Gianluca Monacelli, psichiatra a Ostia e appassionato fotografo conduce anche un laboratorio chiamato Dialoghi Fotografici.

Gianluca ha accettato subito di presentarsi per dare inizio a questa “chiamata” noi cominciamo con una sua foto, continueremo con i contributi del laboratorio di Ostia e vorremmo che chiunque attraversi le pagine del forum abbia il piacere di comunicare attraverso un immagine lo faccia scrivendo alla mail del forum forumsegreteria@yahoo.it

Giubbotti di sabbia per bambini dinamici

Mar, 06/02/2018 - 21:49

La misura quanto mai discutibile è stata adottata in 200 scuole in Germania e sta scatenando polemiche, dividendo esperti, educatori e psichiatri: «Ricordano le camicie di forza». Si tratta di una misura controversa: un giubbotto pieno di sabbia che li aiuta a rimanere fermi. Lo apprendiamo dal Corriere della Sera. I giubbotti  pesano da 1,2 a 6 kg e costano tra i 140 e i 170 euro. l’iperattività è in aumento tra i bambini I bambini iperattivi sono in aumento, ma gli esperti mettono in guardia:

«E’ come una camicia di forza»

«Le giacchette ricordano le camicie di forza usate negli ospedali psichiatrici e rendono questi bambini dei diversi». Eppure i giubotti anti-iperattività hanno i loro fautori che, assicurano che i benefici sono sicuramente migliori di quelli derivanti da una terapia farmacologica.«Ai bambini piace tantissimo e nessuno viene forzato a metterla. Anzi anche chi non ne ha bisogno la vuole provare, quindi non è affatto un segno di emarginazione» dice al Guardian Gerhild de Wall che lavora nella scuola Grumbrechtstrasse di Amburgo, una delle prime ad usare il capo d’abbigliamento per calmare gli alunni irrequieti».

Giubbotti, la protesta dei genitori

Ai genitori naturalmente non va giù e si sono scatenati sui social: «Sarebbe meglio evitare queste torture». Un papà è furibondo: «Come si può dire a un bambino: “Sei malato e come punizione ti faccio mettere una giacca piena di sabbia che ti farà sembrare un idiota davanti al resto della classe”. Ma il mondo è bello perché è vario, almeno così si dice e una mamma, Barbara Truller-Voigt, mamma di Frederick che negli ultimi tre anni è andato a scuola ad Amburgo indossando un giubbetto da 2 kg, si dichiara invece soddisfatta: «Mio figlio, che ha nove anni, se la mette spontaneamente e pensa che lo aiuti a concentrarsi e a stare fermo». Il bambino conferma: «Mi sento più calmo e la mia scrittura è meno tremolante» ha detto all’Hamburger Abendblatt.

Negli Usa sono usati per l’autismo

Negli Stati Uniti questi giubbotti ferma-bambini vengono usati in casi particolari,  per alcuni casi di autismo. «I bambini che si muovono in continuazione — ha spiegato de Wall — non riescono a distinguere uno stimolo dall’altro. La giacca li aiuta ad avere un maggior contatto con se stessi e a concentrarsi». Parla poi uno psichiatra, Michael Schlte-Markwort, direttore del reparto di psichiatria infantile nella clinica universitaria di Amburgo, che pone un problema morale sul piatto della discussine: «Sarebbe necessario concentrarsi di più sul problema di ogni singolo bambino che cercare un rimedio per cambiare il comportamento in classe» ha detto al quotidiano Die Tageszeitung.

articolo ->http://www.secoloditalia.it/2018/01/giubbotti-pieni-di-sabbia-per-placare-i-bimbi-iperattivi-bufera-in-germania/

Rems di Barete, immobilismo della Regione

Dom, 04/02/2018 - 19:36
Un dannoso immobilismo da parte della Regione Abruzzo che “ancora non delibera come definitiva la Rems di Barete, non rimodulando di conseguenza il programma al ministero e non permettendo lo svincolo dei finanziamenti governativi”. Lo denuncia il Comitato StopOPG Abruzzo, riunito a Pescara nei giorni scorsi: preoccupanti in regione i problemi legati alla piena applicazione della Legge 81 sulla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Un percorso di buone pratiche riabilitative, quello effettuato all’interno della Rems dell’aquilano, che rischia di essere fermato dalle mancate azioni della Regione Abruzzo. “La REMS di Barete è nata nel territorio della Asl Avezzano-Sulmona-L’Aquila dopo anni dalla promulgazione della legge, dopo il commissariamento della Regione per inadempienza alle prescrizioni legislative. La responsabilità è di entrambi gli ultimi governi Regionali, giunta Chiodi e giunta D’Alfonso, che hanno proposto e mantenuto la scelta dispendiosa e dannosa della localizzazione della Rems a Ripa Teatina, nella Asl di Vasto-Lanciano-Chieti. La Rems continua ad assicurare cure adeguate agli internati-ospiti con percorsi di cura orientati al recupero delle abilità personali nelle relazioni di comunità, nonostante la caratterizzazione di misura giudiziaria, comunque in un contesto di protezione e non di segregazione e non di contenzione. E’ ampiamente dimostrato che i malati mentali vanno curati nella comunità, con attenzione alle relazioni e nel rispetto dei diritti” si legge nella nota del comitato StopOpg “Questo lavoro è ostacolato dal colpevole, irresponsabile ritardo decisionale del governo regionale, che ancora non delibera come definitiva la Rems di Barete, non rimodulando di conseguenza il programma al ministero e non permettendo lo svincolo dei finanziamenti governativi. Tutto questo grava sulla Asl di Avezzano-Sulmona-L’Aquila, che continua ad accumulare crediti e non procede alla stabilizzazione del personale della residenza” Nel 2017 la Rems ha raggiunto il numero massimo di 20 persone, inviate per lo più dalla magistratura di cognizione e di sorveglianza, evidenziando comunque la preoccupante consistenza degli internamenti provvisori. Problema ostativo principale alle dimissioni resta sempre la debolezza dei progetti riabilitativi dei Dipartimenti di Salute Mentale, che di fatto non rispettano i programmi di reinserimento territoriali, non producono progetti che permettono alla magistratura il riesame della pericolosità sociale e quindi l’applicazione a norma di legge della misura alternativa all’internamento con conseguente dimissione del paziente. Il Comitato ha chiesto un incontro urgente all’assessore regionale alla sanità Paolucci affinché le problematiche trovino adeguate soluzioni e allo stesso tempo attuerà iniziative pubbliche di sensibilizzazione. Un dannoso immobilismo da parte della Regione Abruzzo che “ancora non delibera come definitiva la Rems di Barete, non rimodulando di conseguenza il programma al ministero e non permettendo lo svincolo dei finanziamenti governativi”. Lo denuncia il Comitato StopOPG Abruzzo, riunito a Pescara nei giorni scorsi: preoccupanti in regione i problemi legati alla piena applicazione della Legge 81 sulla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Un percorso di buone pratiche riabilitative, quello effettuato all’interno della Rems dell’aquilano, che rischia di essere fermato dalle mancate azioni della Regione Abruzzo.“La REMS di Barete è nata nel territorio della Asl Avezzano-Sulmona-L’Aquila dopo anni dalla promulgazione della legge, dopo il commissariamento della Regione per inadempienza alle prescrizioni legislative. La responsabilità è di entrambi gli ultimi governi Regionali, giunta Chiodi e giunta D’Alfonso, che hanno proposto e mantenuto la scelta dispendiosa e dannosa della localizzazione della Rems a Ripa Teatina, nella Asl di Vasto-Lanciano-Chieti. La Rems continua ad assicurare cure adeguate agli internati-ospiti con percorsi di cura orientati al recupero delle abilità personali nelle relazioni di comunità, nonostante la caratterizzazione di misura giudiziaria, comunque in un contesto di protezione e non di segregazione e non di contenzione. E’ ampiamente dimostrato che i malati mentali vanno curati nella comunità, con attenzione alle relazioni e nel rispetto dei diritti” si legge nella nota del comitato StopOpg “Questo lavoro è ostacolato dal colpevole, irresponsabile ritardo decisionale del governo regionale, che ancora non delibera come definitiva la Rems di Barete, non rimodulando di conseguenza il programma al ministero e non permettendo lo svincolo dei finanziamenti governativi. Tutto questo grava sulla Asl di Avezzano-Sulmona-L’Aquila, che continua ad accumulare crediti e non procede alla stabilizzazione del personale della residenza” Nel 2017 la Rems ha raggiunto il numero massimo di 20 persone, inviate per lo più dalla magistratura di cognizione e di sorveglianza, evidenziando comunque la preoccupante consistenza degli internamenti provvisori. Problema ostativo principale alle dimissioni resta sempre la debolezza dei progetti riabilitativi dei Dipartimenti di Salute Mentale, che di fatto non rispettano i programmi di reinserimento territoriali, non producono progetti che permettono alla magistratura il riesame della pericolosità sociale e quindi l’applicazione a norma di legge della misura alternativa all’internamento con conseguente dimissione del paziente. Il Comitato ha chiesto un incontro urgente all’assessore regionale alla sanità Paolucci affinché le problematiche trovino adeguate soluzioni e allo stesso tempo attuerà iniziative pubbliche di sensibilizzazione. Articolo da ->https://www.ilcapoluogo.it/2018/01/20/rems-di-barete-immobilismo-della-regione/

Famiglie accoglienti

Gio, 01/02/2018 - 18:08

Funziona da 20 anni sul territorio della ASLTO3 che conta 600mila abitanti fra i quali sono state già attivate 50 accoglienze in famiglia

Il servizio I.E.S.A. è rivolto a pazienti psichiatrici in attesa di una soluzione di reinserimento; si presenta come un servizio di inserimento di pazienti all’interno di famiglie ospitanti volontarie definite «foster families», che decidono di ospitare all’interno di casa loro una persona in stato di necessità, in cambio di un bonus economico erogato dall’Asl che si aggira intorno ai 1000 euro.

Il servizio attivo da circa 20 anni sul territorio coperto dall’ASLTO3 (per chi vuole informazioni si può chiamare il numero 011/4017463), che conta 600mila abitanti. Sulla totalità di questi abitanti al momento sono attivi 50 progetti (cioè ci sono 50 utenti psichiatrici accolti).

Negli ultimi periodi lo I.E.S.A. Ha ottenuto importanti riconoscimenti territoriali: è stato esteso a tutte le ASL della Regione Piemonte ed è l’unico servizio a essere riconosciuto e nominato all’interno della recente DGR29 regionale (che rivoluzione la psichiatria piemontese, con cambiamenti, tagli e modificazioni delle prassi, che hanno fatto discutere). Inoltre, sta diffondendosi all’interno delle altre regioni italiane per mezzo di un lavoro di formazione che il responsabile Dott. Gianfranco Aluffi sta effettuando, insieme ai collaboratori, in Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia, Puglia, Veneto, Sardegna e Campania, nell’ottica di, con l’appoggio attivo delle ASL, renderlo buona prassi sanitaria in linea con una retrostante idea democratica e basagliana di psichiatria territoriale, con il paziente «al centro».

Il progetto I.E.S.A. riprende un modello terapeutico già avviato e funzionante in altre realtà europee come ad esempio il progetto Shared Lives nel Regno Unito (qui le famiglie ospitanti sono coinvolte nel reinserimento di pazienti non solo psichiatrici, ma anche portatori di altre tipologie di disagio -dalla disabilità agli immigrati difficilmente inseriti sul territorio), o la realtà di Geel in Belgio, dove nasce. Propone un inserimento realmente territoriale di quei pazienti in carico alla psichiatria che in altro modo rischierebbero di rimanere «invischiati» nel circuito di reinserimento, per ora costituito da alloggi protetti, soluzioni lavorative per mezzo di borse lavoro e strutture di lungodegenza.

Per il territorio, si ottiene un doppio vantaggio: da un lato una consistente riduzione della spesa pubblica, che si riduce a un terzo (essendo che un utente in carico a una qualsiasi struttura costa allo Stato, giornalmente, dai 50 ai 200 euro), dall’altro prevedendo un appoggio economico alle famiglie che decidono di ospitare. In questo sta la sua forza, cioè l’avvicinare due attori sociali in un incontro che avvantaggia entrambi, in senso sia relazionale -come si noterà nel video allegato-, che economico, e che lo ha fatto notare come buona pratica per quanto concerne i movimenti di inclusione di soggetti portatori di difficoltà entro la delicata fase del reinserimento.

articolo di Raffaele Avico ->http://www.lastampa.it/2018/01/22/scienza/benessere/come-nasce-e-in-cosa-consiste-il-progetto-iesa-AMBF1KTdnvNy1OzKLZX0LM/pagina.html

Nuove forme di partecipazione

Mer, 31/01/2018 - 20:26

di Carlo Miccio

Questa è la storia della nascita della prima Associazione italiana creata da e per i figli di

genitori con un disturbo mentale.

Quando ho iniziato a scrivere “La Trappola del Fuorigioco” – un romanzo che racconta il

tormentato rapporto tra un figlio e suo padre che vive l’esperienza del disturbo mentale –

mi è stato subito ben chiaro che quello che volevo non era scrivere la mia storia, un

qualcosa che potesse cioè essere rimandato a un dato autobiografico, esclusivamente

mio. La mia intenzione era piuttosto quella di raccontare una delle tante possibili relazioni

che possono nascere, crescere e trasformarsi all’ombra di una condizione di grande

disagi. Usare la finzione per riuscire a descrivere con maggior precisione la realtà.

Per rendere questa cosa possibile, mi sono reso conto che – arrivato a quasi cinquant'anni

– non avevo mai condiviso la mia esperienza con persone che l’avevano a loro volta

vissuta. Certo, ne avevo parlato con i miei familiari, con mio fratello e mia sorella. E poi,

tante altre volte, nelle mie sedute di psicoterapia e con le partner importanti della mia vita.

Quello che però ignoravo totalmente, erano i racconti di altre persone come me: qualcosa

capace di riportare quell’unicità che sentivo nella mia storia personale all’interno di un

quadro che contemplasse anche il mondo al di fuori della mia famiglia.

In questa attività di ricerca, mi sono accorto che erano tantissimi i gruppi sui social

composti da persone che si radunavano intorno ai temi della salute mentale, tutti più o

meno contraddistinti però da quel clima di facile polemica che su facebook impiega

secondi a trasformarsi in crociata. Finché, con mia ammirata sorpresa, ne ho scoperto uno

rivolto esclusivamente ai figli di pazienti psichiatrici (questa la denominazione all’epoca,

circa sei anni fa) che era amministrato dalla sua organizzatrice con impeccabile e decisa

sensibilità, sempre accogliente ma anche improntata ad un tono pratico ed efficace,

capace di spegnere i contrasti sul nascere e far crescere una serie di discussioni

estremamente sincere, oneste e costruttive intorno a temi che spaziavano dall’ auto-aiuto e

mutuo supporto fino alla gestione di pratiche burocratiche e consigli su strutture e organi

amministrativi di riferimento.

La stesura del mio romanzo è andata avanti di pari passo alla mia frequentazione di

questo gruppo, al punto da meritarsi – il gruppo, la fondatrice e tutti i partecipanti – un

ringraziamento speciale in coda al romanzo.

L’ incipit, ad esempio, che della stesura definitiva è stata l’ultima parte che ho scritto, nasce

dalla scoperta (e dal bisogno di raccontarla) di quanto e come il senso di colpa sia

un’esperienza che contraddistingue il vissuto di tutti noi: una sensazione di inadeguatezza

e costante responsabilità che sembra essere il dato comune nel vissuto di ciascuno di noi.

E che certo io, dalla mia prospettiva, sapevo riconoscere e dovevo raccontare.

Quando poi il libro è uscito – grazie alla fiducia di Peppe Dell’Acqua e di Aldo Mazza,

l’editore che con la sua Alphabeta Verlag ospita e pubblica la Collana 180 – il senso

dell’operazione si è fatto ancora più evidente: nel giro di presentazioni oltre agli inviti di

librerie e Festival arrivavano spesso richieste da DSM e associazioni di parenti, che però

erano sempre formati da genitori e/o mogli e mariti. Dalla prospettiva dei figli, la storia non

era stata mai raccontata. E forse per questo motivo, non c’era nessuno ad ascoltare –

men che meno a rappresentare – i figli: né durante l’infanzia e l’adolescenza, quando la

vulnerabilità è al suo massimo grado, né tanto meno in età adulta, quando molti di noi si

ritrovano a fare i conti con gli strascichi e i contraccolpi del proprio vissuto.

L’associazione COMIP, almeno nella mia personale esperienza, nasce da qui: dall’incontro

– inizialmente solo virtuale – con una realtà fatta di persone reali, tra le quali Stefania

Buoni – la vulcanica ideatrice ed amministratrice del gruppo dedicato ai figli –, Gaia Cusini,

Marco Fiore e tante altre persone accomunate dalla sensibilità verso questa tematica. Ma,

soprattutto, dal’incontro con una pratica di condivisione che si è rivelata la modalità più

efficace nella gestione di quella che è l’eredità del mio passato e le decisioni del mio

presente. Per cui, quando Stefania mi ha chiesto di fare attivamente parte della neonata

associazione come segretario, ho pensato che fosse l’ultimo, necessario, piccolo grande

passo in avanti di un cammino che ho intrapreso cinquant’anni fa, guardando mio padre

distruggere senza motivo il mio giocattolo preferito nel corso del suo esordio psicotico.

Il cammino è ancora lungo, ma il team è quanto di più stimolante si possa immaginare:

persone diverse con età diverse e vissuti diversi, che vivono sparpagliate in tutt’Italia e di

cui – dalla mia prospettiva – si percepiscono energie e capacità di resilienza sufficienti a

sconfiggere qualunque mostro.

Il sito web dell’associazione COMIP:

http://www.comip-italia.org

La Pagina Facebook di COMIP:

https://www.facebook.com/comip.italia/

Contenzione fisica. regioni in audizione al senato

Mer, 31/01/2018 - 13:06

Contenzione fisica: le Regioni hanno approvato nel 2010 un documento che delinea possibili strategie di prevenzione sulla “Contenzione fisica in psichiatria: una strategia possibile di prevenzione”. Ed ora la Commissione parlamentare per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, nell’ambito dell’audizione per l’indagine conoscitiva sulla contenzione meccanica ha chiesto loro se e quali Regioni hanno emanato direttive per monitorare il fenomeno, promuovere pratiche sistematiche di miglioramento della qualità sulla gestione delle situazioni di crisi, definire standard di struttura e di processo per prevenire e contrastare la comparsa di comportamenti violenti nei servizi di salute mentale. Dal testo predisposto dalla Commissione salute per l’audizione però, emerge che la variabilità tra le Regioni è ancora elevata, anche se rispetto al monitoraggio del 2010, sono stati fatti passi avanti. Nel testo dell’audizione si distingue un primo gruppo di Regioni e PA che ha emanato direttive in linea con le raccomandazioni del 2010 ed effettua un monitoraggio del fenomeno e delle azioni a livello locale (PA Trento, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Emilia-Romagna, Puglia).

Un secondo gruppo ha recepito formalmente le indicazioni o sancito il principio nelle proprie pianificazioni, ma non effettua un monitoraggio sistematico (Toscana, Umbria).

In un terzo gruppo di Regioni, anche se in assenza di direttive formalizzate regionali, le aziende sanitarie

hanno adottato più o meno diffusamente procedure ispirate ai contenuti delle raccomandazioni del 2010

(Val d’Aosta, PA Bolzano, Piemonte, Veneto, Liguria, Marche, Lazio, Molise, Campania).

Un ultimo gruppo di Regioni non ha emanato direttive e non ha notizie di procedure adottate dalle

Aziende sanitarie (Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Sardegna).

per approfondimenti vedi :  http://www.quotidianosanita.it/regioni-e-asl/articolo.php?articolo_id=56699&fr=n

Le associazioni a maggio per la 180

Mar, 30/01/2018 - 17:22

Invito per l’organizzazione di una Conferenza Nazionale Salute Mentale in

vista del quarantennale della Legge 180 –

Care amiche, cari amici,

l’UNASAM intende realizzare e convocare la Conferenza Nazionale sulla Salute Mentale, da tenersi a Roma, insieme alle associazioni della salute mentale, le società scientifiche, le associazioni sociali e culturali, le cooperative sociali che in questi 40 anni hanno promosso, aderito, difeso, attuato la Legge 180, garantendo diritti e percorsi di emancipazione alle persone con problemi di salute mentale e ai loro familiari. Si tratta di una giornata di impegno a maggio in cui faremo il punto sullo stato dei servizi di salute mentale nel nostro Paese a quarant’anni dalla Legge di Riforma Psichiatrica e della Legge di Riforma Sanitaria. L’obiettivo è quello di sottolineare i percorsi positivi e le criticità, e indicare con chiarezza e determinazione, le azioni da intraprendere nella prossima stagione parlamentare, dal Governo nazionale e dalle Regioni, per lo sviluppo e il miglioramento del sistema dei servizi di salute mentale comunitaria. Per il pieno riconoscimento del diritto alla salute mentale nel nostro Paese. L’UNASAM, come sapete, esprime grande preoccupazione per la progressiva povertà di risorse materiali e professionali dedicate alla salute mentale, e per l’involuzione culturale che attraversa la società e la maggior parte dei servizi territoriali di salute mentale. I dati resi pubblici dal Ministero della Salute, rielaborati dalla S.I.E.P., confermano un quadro molto sconfortante e preoccupante (fatte salve quelle esperienze di eccellenza) sullo stato dei servizi, e di conseguenza sulla qualità degli interventi e sugli esiti. Le norme, raccomandazioni e convenzioni nazionali ed europee, l’OMS e l’O.N.U., indicano con netta chiarezza quali devono essere i percorsi organizzativi, metodologici e culturali, per garantire servizi territoriali capaci di tutelare la salute mentale di tutti i cittadini, la presa in cura, i percorsi terapeutici riabilitativi individuali orientati alla recovery, rispettosi di diritti e dignità. Ma nonostante tali norme e raccomandazioni, siamo molto lontani dal loro pieno e diffuso rispetto su tutto il territorio nazionale. Peraltro con altrettanto evidenza riconosciamo le incredibili possibilità e i diritti che la legge ha sancito per le persone che vivono o hanno vissuto l’esperienza della sofferenza mentale e per i loro familiari. Conosciamo esperienze straordinarie di emancipazione e soggettivizzazione di cittadine e cittadini che lavorano in cooperative sociali o sono supportate in progetti terapeutico riabilitativi individuali, che hanno costituito associazioni culturali, gruppi di auto mutuo aiuto, reti solidali. Conosciamo il grande valore della chiusura degli ospedali psichiatrici sancita nel 2015 (l’ultima vergognosa istituzione psichiatrica totale), ma anche le criticità dell’intero sistema sanitario e giudiziario ancora da risolvere. Quest’anno, in tante regioni d’Italia, si svolgeranno moltissime iniziative pubbliche per il quarantennale della 180, e questo potrà certamente contribuire a riportare all’attenzione delle comunità locali e delle istituzioni sul tema della tutela della salute mentale e dei diritti fondamentali della persona umana. Noi dell’UNASAM vorremo che, oltre alle iniziative che ognuno di noi vorrà assumere, con i propri aderenti sul territorio, potessimo assumerci l’onere e la responsabilità di mettere insieme le nostre voci, le nostre esperienze, le nostre analisi e le nostre proposte, per evidenziare le esperienze di buone pratiche ma tanto più per tirar fuori la psichiatria dalla povertà e dalla miseria in cui in tante parti è stata cacciata, per riconquistare una capacità critica e la volontà per un cambiamento. Noi siamo gli utilizzatori dei servizi e siamo ben consapevoli che, tante voci con l’obiettivo comune del pieno riconoscimento del diritto alla salute e alle migliori condizioni sociali, possono determinare una accelerazione nella ripresa di quel percorso di civiltà iniziato quarant’anni fa. La nostra proposta, sentita la disponibilità di ciascuno di voi, è di convocare per tale giornata gli organismi dirigenti delle nostre organizzazioni (oltre ovviamente agli aderenti che vorranno partecipare), e i rappresentanti impegnati nelle diverse regioni; aprendo alla partecipazione di chiunque altro voglia unirsi a questa grande Conferenza . Alla Conferenza, pensiamo debbano essere inviati i rappresentanti istituzionali del nuovo Governo, Parlamento e Senato, che più direttamente hanno responsabilità nel campo della sanità, del welfare state e della giustizia. Sarà invitato a partecipare il rappresentante della Conferenza delle Regioni, i rappresentanti politici che intendono mantenere alta la difesa dei valori e dei principi della nostra Legge di Riforma n°180., le Organizzazioni Sindacali Confederali CGIL-CISL-UIL. Ci rendiamo conto che stiamo chiedendo a tutti voi un grande impegno, ma è tempo che la Salute Mentale torni ad essere questione centrale nella agenda politica del nostro Paese. Restiamo in attesa di ricevere conferma della disponibilità di tutti quanti voi per definire, entro fine gennaio un testo con alcuni punti da cui non si può prescindere (una sorta di Manifesto Nazionale per la salute mentale), attorno al quale organizzare la Conferenza, che può essere testo base per le iniziative nelle diverse città italiane.

Cordiali saluti.

Invito rivolto a :

Alla Presidente di CO.PER.SA.M.M.

Giovanna Del Giudice

Alla Presidente della Fondazione Franca e Franco

Basaglia

Maria Grazia Giannichedda

Al Presidente della S.I.E.P.

Fabrizio Starace

Al Presidente della S.I.P.

Bernardo Carpiniello

Al Portavoce del Comitato Nazionale STOP OPG

Stefano Cecconi e alle organizzazioni aderenti

Al Presidente di Psichiatria Democratica

Antonello D’Elia

Al Presidente di Medicina Democratica

Piergiorgio Duca

Alla Presidente WAPR Italia

Vilma Xocco

Al Portavoce del Forum Nazionale Salute Mentale

Vito D’Anza

All’Associazione Rete Italiana Noi e le Voci

Marcello Macario

Alla Presidente della Fondazione Di Liegro

Luigina Di Liegro

Al Presidente dell’Associazione Libera

Luigi Ciotti

Alla Vice Presidente Nazionale di Cittadinanzattiva

Anna Rita Cosso

Sede Legale c/o Istituzione G.F. Minguzzi Via Sant’Isaia, 90 – 40123 Bologna

Tel. 051/5288526/11 – fax 051/521268 – e.mail: unasam@unasam.it

www.unasam.it – C.F.: 96256330588

L’inclusione sociale e la promozione delle comunità

Mar, 30/01/2018 - 14:45

Tre giorni a inizio febbraio per approfondire il valore culturale dei processi inclusivi che costruiscono il benessere della persona. È la proposta della cooperativa sociale La Esse con la Fondazione Benetton. A Treviso in programma due workshop, un incontro pubblico e un convegno
Due workshop, un incontro pubblico e un convegno: questo il menù proposto dalla cooperativa sociale La Esse in collaborazione con la Fondazione Benetton Studi Ricerche per i giorni dall’1 al 3 febbraio. Si tratta di una rassegna dal titolo Nuove comunità e dedicata al tema dell’inclusione sociale e al suo valore culturale. Agli spazi Bomben di Treviso l’iniziativa mette in connessione i progetti realizzati nel territorio con alcune esperienze a livello nazionale per approfondire un approccio che vede l’inclusione sociale come il risultato di un processo di promozione della comunità locale.Comunità intese come soggetti collettivi dove le persone possono partecipare a processi inclusivi, a partire dai bisogni e dai problemi che vivono nella quotidianità. Promosso con il patrocinio della Città di Treviso, il sostegno di Ascotrade e di Banca Etica, il programma prevede quattro eventi rivolti ad assistenti sociali, operatori, educatori, psicologi, animatori di comunità, amministratori, imprenditori, cittadini attivi nell’ambito del volontariato e interessati, che per tre giorni potranno confrontarsi sul tema dei processi di inclusione sociale. Si parte giovedì 1 febbraio alle ore 14,30 con il workshop Storie e comunità per indagare la costruzione del benessere della persona in ottica inclusiva. Un percorso che guarda ai bisogni, alle storie personali e ai contesti relazionali, così come allo sviluppo di opportunità che promuovano l’autonomia. Con il contributo della Caritas di Padova e dell’Università degli studi di Padova, il workshop presenta l’idea di casa in un gruppo di senza dimora nell’ambito di un progetto di housing first; riflette sul tema dell’attivazione delle persone e dei gruppi nell’ambito delle pari opportunità e della ricerca lavorativa in alcuni casi seguiti da La Esse; assieme a Marta Bonetti, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa riflette su come promuovere processi di inclusione a livello locale, tra trasformazioni istituzionali e nuovi bisogni. Due gli appuntamenti proposti venerdì 2 febbraio. Attivare le persone e le relazioni è il filo conduttore del workshop Costruire comunità (dalle ore 9) che indaga la dimensione del gruppo come soggetto intermedio in grado di innovare la relazione della persona con la comunità di appartenenza. Tre le esperienze in programma: l’Happy center Bolognina, laboratorio di comunità che opera con le persone senza dimora con Martina Bonato, coordinatrice del progetto per la cooperativa Piazza Grande di Bologna; la riorganizzazione delle politiche e dei servizi sociali a partire dalla condizione umana di fragilità con Giulio Antonini, dirigente del settore Opportunità Sociali e Sviluppo Umano della Città di San Donà di Piave (Venezia); lo sviluppo di comunità nei quartieri di Treviso con Nadia Paccagnan, coordinatrice per la cooperativa La Esse. Proprio il progetto Fare comunità, promosso dal Comune di Treviso e dall’assessorato alla Partecipazione, Politiche Giovanili e Pari Opportunità, è al centro del documentario breve Fare comunità: i quartieri si colorano che sarà presentato in un incontro pubblico sempre venerdì 2 febbraio alle ore 20.45. Esito del laboratorio di cinema guidato dalla filmmaker Chiara Andrich e prodotto da Sole Luna Doc Film Festival, con il sostegno dell’amministrazione comunale, il video è stato realizzato con la partecipazione delle cittadine e dei cittadini che fanno parte del percorso di sviluppo di comunità, iniziato a fine 2015 per diffondere un’aggregazione consapevole e favorire le relazioni tra le persone che vivono nello stesso quartiere, nel segno di un cambiamento condiviso. Sabato 3 febbraio alle ore 10 il convegno Nuove comunità vuole condividere con il territorio un approfondimento dedicato all’inclusione sociale, a partire dalle proposte di riflessione emerse dai due workshop “Costruire il benessere della persona” e “Attivare le persone, i gruppi, le relazioni”. Il convegno prosegue con il contributo di Giuseppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale per 17 anni, fino all’aprile del 2012, oggi impegnato nel campo dell’editoria come direttore della collana “180.archivio critico della salute mentale”. Attraverso due esperienze, la mattina si concentra sulla possibilità di sviluppare l’inclusione sociale anche partendo dall’economia: Rete SenzaAsilo di Torino affronta il tema dei cambiamenti di sistema per favorire l’inclusione, con un focus sull’inclusione dei migranti a partire dalla domanda del tessuto economico territoriale; Banca Etica presenta la testimonianza di un progetto di microcredito. L’evento è realizzato in convenzione con il Consiglio dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto e a chi ne farà richiesta saranno riconosciuti i crediti per la Formazione Continua degli Assistenti Sociali. Ancora pochissimi i posti disponibili per partecipare ai due workshop, a iscrizione obbligatoria (dettagli in agenda online); tutti gli appuntamenti sono gratuiti e si svolgono nella sede della Fondazione Benetton, via Cornarotta 7 a Treviso.
Articolo originale ->http://www.vita.it/it/article/2018/01/23/linclusione-sociale-e-la-promozione-delle-comunita/145708/

“Melanconia con stupore” di karen venturini: un libriccino prezioso.

Lun, 29/01/2018 - 14:26

“Rachele era nata in un casolare

nelle campagne di Cesena.

Un sabato mattina, nei suoi dodici anni,

mentre andava a comperare la farina al mercato,

fu spinta alle spalle,

buttata a terra e montata da un corpo pesante.

Sentì solo la puzza dell’alito,

un misto di vino e formaggio ammuffito,

il rumore dell’aria buttata fuori

come di un cane quando afferra la gallina,

e il dolore tra le gambe,

prima fuori e poi dentro.

Da quella mattina, con l’erba e la terra tra i denti

e con la gonna alle caviglie,

Rachele decise che sarebbe diventata una malinconica semplice.”

Karen Venturini, l’autrice, è foglia di uno psichiatra che lavorò con Franco Basaglia aTrieste negli anni della famosa 180, la prima legge in Europa che decretava la fine dei manicomi e ne proclamava la chiusura. Dalla presentazione dell’autrice stessa:

“Tra i ricordi visivi della mia fanciullezza ci sono i viali alberati dell’OPP (ospedale psichiatrico) di Trieste, la scritta all’entrata del complesso “La libertà è terapeutica”, Marco Cavallo, un enorme cavallo blue di cartapesta simbolo della liberazione, gli abbracci e i baci dei matti con la saliva che rimaneva sulle mie guance e schifata la rimuovevo con il bordo della maglia, e poi un libro intitolato “Non ho l’arma che uccide il leone” di Peppe dell’Acqua, un collega di mio padre . Peppe dell’Acqua aveva raccolto le storie di vita dei folli, detenuti nel manicomio triestino, e le riportava con lo stesso linguaggio, la stessa sincerità e freschezza con la quale li aveva sentiti raccontare. Leggendo le pagine di quel libro ero incuriosita, stranita, ma anche eccitata da sapere che quelle persone un po’ deformi, che camminavano strascicando i piedi, con lo sguardo perso nel vuoto, e con la bava alla bocca avessero avuto una vita normale, potuto provare amore, odio, pena, rancore, aver avuto un lavoro, una famiglia, essere andate a scuola, proprio come facevo io. Quel libro mi aprì gli occhi e il cuore, mi presentò delle nuove persone, mi avvicinò al loro dolore e alla loro solitudine. Continuai a frequentare i matti e i loro ricoveri, fino all’ospedale Osservanza di Imola del quale mio padre assunse la direzione negli ultimi anni prima della chiusura. I luoghi deputati all’asilo dei matti e costruiti a fine Ottocento si assomigliano l’uno con l’altro. Nel credo del positivismo ottocentesco, gli psichiatri definirono con piacere catalogatorio la malattia mentale e l’organizzazione delle cittadelle destinate ad accoglierla, fino a fornire ai progettisti indicazioni per come edificarli nel modo più efficace possibile. Anche l’architettura pareva potesse contribuire alla guarigione: e allora la disposizione topografica dei camminamenti, dei padiglioni, della chiesa fu finalizzata al ripristino dell’ordine sociale ed individuale. Così come la medicina anche l’architettura inneggiò al trionfo della ragione, all’utopia di un mondo schematico e di un uomo razionale. Nella mappa geografica manicomiale un viale centrale segnava il territorio mentre alle estremità si ergevano l’edificio del culto e la sede del direttore. Il prete e il direttore, i due padri/padroni del manicomio, le due figure cardine da rispettare con devozione e reverenza.  Ai lati del viale i padiglioni, rettangoli perfetti, con finestre simmetricamente allineate e lunghi corridoi nei quali si muovevano le infermiere/suore, devote alla cura autoritaria, di bianco vestite come il contesto che le circondava. I brevi racconti che mi accingo a presentare, nascono a seguito della consultazione casuale di materiale sul manicomio di Imola. Nello specifico, si tratta di un centinaio di schede identificative (o tessere di riconoscimento) degli internati in manicomio dal 1870 al 1890, fotografie del complesso manicomiale dell’Osservanza, delle camerate, delle addette alla lavanderia, dei malati in posa nei giardini.  Il ritratto fotografico, i dati identificativi dei pazzi (nome e cognome, luogo di nascita, paternità, età e giorno dell’ammissione in manicomio) e la definizione della forma di pazzia hanno guidato la fantasia nella rappresentazione letteraria del profilo del soggetto catalogato nella scheda. Molti possono essere gli appunti su quanto segue: improprio utilizzo di materiale storico, questioni di privacy, lacune sul sapere psichiatrico, e via dicendo, ma i punti di contatto con la fiaba sono numerosi e sovente hanno sovrastato l’interesse per la veridicità.”

ntervista allo psichiatra Franco Rotelli su Franco Basaglia e sulla legge 180

Dom, 28/01/2018 - 21:49

Franco Rotelli: «40 annni fa chiudemmo i manicomi. Basaglia, un pensiero incancellabile»

«Una cosa è certa: i manicomi non torneranno mai più. È una brutta storia finita per sempre grazie alla legge 180 che il 13 maggio compie 40 anni». Franco Rotelli è uno dei protagonisti della riforma psichiatrica italiana, uno dei giovani che negli anni 70 insieme a Franco Basaglia costruisce qualcosa di straordinario per l’Italia e per il mondo: chiudere i manicomi e cambiare completamente l’idea che si ha della psiche, della normalità e della malattia. Un salto culturale e sociale che, con tutti i limiti, è ancora vivo: «È – commenta Rotelli – una delle poche ondate di energia duratura del ‘ 68». Nel 2013 è stato eletto con il Pd nel consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia. Per dieci anni è stato direttore generale dell’azienda sanitaria di Trieste, attualmente presiede la commissione Sanità e politiche sociali della Regione.

Quando incontra Basaglia?

Lo ho conosciuto nell’ospedale psichiatrico di Parma, mi ero appena laureato. Nel ‘ 71 Basaglia vince il concorso a Trieste come direttore dell’ospedale psichiatrico provinciale. Viene chiamato dal primo presidente di centrosinistra, Michele Zanetti, che vuole effettivamente cambiare le cose. Io lo seguo.

Quale situazione trovate?

Trieste sconta in quegli anni il problema degli esuli istriani, trecentomila persone che erano scappate dal loro Paese: un conto era vivere nelle campagne istriane negli anni Quaranta un altro vivere in città negli anni Cinquanta. Arriviamo in un manicomio con 1300 persone in una città che avrebbe dovuto averne molte di meno. Le immagini che ci troviamo davanti sono quelle terribili, immortalate nelle fotografie dell’epoca. Sbarre, contenzione, elettroshock.

I famigerati manicomi: quale legge li regolava?

Era in vigore la legge del 1904, che stabiliva condizioni oggi impensabili: prevedeva che tutte le persone internate in un ospedale psichiatrico fossero da considerarsi pericolose. Non era tanto un giudizio di valore, quanto un principio giuridico: se uno di questi veniva trovato per strada veniva processato. Era considerato come un prigioniero. C’era una presenza, oggi non più pensabile, della magistratura e della questura.

Che cosa decidete di fare?

Cambiare non era facile. Ma a nostro favore c’era l’esperienza di Gorizia, precedente a quella di Parma, che aveva assunto molta importanza a livello nazionale e il successo del libro di Basaglia, pubblicato nel ‘ 68, L’istituzione negata. Zanetti, che era democristiano, dà a Basaglia carta bianca. Si verifica qualcosa di impensabile fino ad allora, qualcosa di irripetibile. La carta bianca viene presa sul serio da Franco che ottiene 30 borse di studio per psicologi e psichiatri. Il clamore mediatico è tale che da tutta Italia arrivano studiosi e volontari. Tanti giovani, tutti molto motivati.

C’è un legame con i movimenti anti autoritari e studenteschi che in quegli anni stanno cambiando la società italiana?

Succede che da un luogo chiuso, oppressivo come il manicomio, nasce un’ondata liberatoria: una delle poche ondate di energia duratura del ‘ 68. Quella generazione di scalmanati riesce a cambiare la realtà dei manicomi, assumendosi grandi responsabilità. Si aprono i reparti, si mescolano uomini e donne, si apre l’ospedale all’esterno. Si modifica lo statuto giuridico delle persone ricoverate. Una piccola legge del ‘ 68 consentiva di poter entrare volontariamente nell’ospedale. Questo voleva dire una cosa ben precisa: che se entravi volontariamente, potevi uscire liberamente. Non eri più costretto a stare, come se fossi un prigioniero. Si crea la figura dell’ospite, che – anche se ricoverato – dal punto di vista giuridico resta un cittadino libero.

Un fatto passato alla storia è quella di un gigantesco cavallo di legno e cartapesta che viene portato in corteo da ospiti, medici, volontari. Si rompe il muro di separazione tra interno ed esterno. Ricorda quel giorno?

Marco Cavallo, questo è il suo nome, viene costruito da Vittorio Basaglia e Giuliano Scabia insieme alle persone che partecipano ai laboratori nati all’interno dell’ospedale. Nel ‘ 73 si attraversa la città: è la rappresentazione scenica del cambiamento che si sta attuando. La città reagisce con interesse, ma le resistenze non sono poche. Il quotidiano Il Piccolo scrive contro di noi articoli molto violenti. Il Pci vuole e non vuole, approva e non approva quello che stiamo facendo. Allora il Pci a Trieste contava molto, era il partito di Vidali con migliaia di iscritti.

Questo dissenso crea una battuta d’arresto?

Assolutamente no. Noi andiamo avanti. C’è un clima da “liberazione”: ogni giorno leviamo qualche vincolo, combattendo contro la paura delle gente e contro le regole. E costruiamo una forma di welfare artigianale: nascono le prime cooperative sociali di persone ricoverate. Fino a quel momento, lavoravano ma senza essere retribuiti. Gradualmente si crea un sistema di protezione sociale. Le persone iniziano a uscire, a trovare casa, a farsi una vita anche senza avere una famiglia.

Qual è la sfida a quel punto?

Alla fine del ‘ 73 non era chiaro se si dovesse riformare l’ospedale psichiatrico – umanizzandolo, abbellendolo e rendendolo più civile – o farlo fuori. Questa opzione fu chiara alla fine del ‘ 74. Pensammo: va distrutto. Altrimenti l’esclusione sarebbe rimasta come elemento fondante.

Era un periodo di grandi discussioni, di un lavorìo intellettuale oggi forse incomprensibile. Ricorda altre querelle?

Un altro dibattito riguardava “il dopo”. Secondo alcuni la malattia mentale non esisteva, era solo una conseguenza del malessere sociale. Noi eravamo convinti che i manicomi andassero chiusi, ma che si dovessero costruire servizi sufficientemente forti nel territorio: servizi che aiutassero le persone a curarsi e a vivere una vita dignitosa. Non volevamo buttare la gente in strada. Volevamo buttare via i manicomi. Dicevamo: le persone vanno curate, assistite, in un altro modo, con un altro paradigma, ma vanno aiutate! In California, negli stessi anni, chiudono i manicomi e le persone finiscono per strada senza alcun sostegno. Oggi fanno i conti con quella scelta e sono venuti da noi a studiare cosa è stato invece fatto in Italia.

Arriviamo così al 13 maggio del 1978, giorno in cui viene approvata la legge 180 che abolisce i manicomi. Che cosa succede?

Il gruppo originario che lavorava con Basaglia, non si muoveva solo in ambito psichiatrico. L’idea era quella di cambiare in generale la qualità della vita, la democrazia di questo Paese, di allargare le sue regole. La sfida era quella di spostare i confini della cosiddetta normalità. Quando arriva la legge che consente di chiudere i manicomi è un passo importante. Ricordo che quando fu approvata fummo sorpresi anche noi, non ce l’aspettavamo che potesse arrivare. Lo stesso Basaglia fu sorpreso dalla velocità con cui fu approvata. Moro era stato da poco ucciso. Questa drammatizzazione portò a una accelerazione impensabile fino a quel momento. Quando arriva la 180, noi abbiamo ancora 500 persone nell’ospedale psichiatrico. Fu molto bello, anche perché eravamo giovani.

Come ricorda quei giorni?

Pochissimi mesi prima dell’approvazione della legge, andammo a occupare una casa. Basaglia non era d’accordo. Ci fu uno scontro all’interno dell’equipe tra chi voleva affrettare le cose sul piano concreto e Franco che temeva ripercussioni negative. Diceva: “State fermi, non rompete troppo, e non estremizzate delle pratiche che rischiano di creare fratture politiche”. Aveva capito che la legge stava per essere approvata. Tutto era messo in discussione: le carceri, le case di riposo, le politiche per i minori – all’epoca c’erano gli orfanotrofi – le classi speciali.

Si mettono in discussione anche i concetti di normalità e di malattia…

La parola malattia applicata a queste questioni è una forzatura, questo non vuol dire che non esista qualcosa che si possa definire malattia, ma solo se diamo un valore relativo a questa parola. Non esiste lo schizofrenico, esistono persone che hanno disturbi schizofrenici. E non è la stessa cosa. Perché se una persona ha dei disturbi schizofrenici, tu puoi parlarci, vedere che cosa puoi fare. Se invece hai davanti lo schizofrenico, hai davanti una totalità che aggredisci riempendolo di farmaci o usandogli violenza. Dire schizofrenico è quindi un semplicismo, ma lo è anche negare che esista un problema di salute mentale. Un disturbo mentale grave comporta un degrado sociale, una distanza dagli altri, un isolamento, una stigmatizzazione, la perdita del lavoro. Se non contrasti tutto questo insieme non risolvi granché. Si deve fare in modo che le persone non precipitino: si deve cioè garantire loro una socialità invece che bombardarli di farmaci.

Come è oggi la situazione italiana?

Rispetto agli anni Sessanta gli aspetti deteriori sono venuti meno. E’ stata assimilata l’idea che i manicomi non si riaprono. Il clima culturale da questo punto di vista è cambiato. E non si torna indietro. Si tratta di un cambiamento irreversibile. Ma mancano i servizi. I centri di salute mentale sono aperti poche ore al giorno e sono chiusi il sabato e la domenica. C’è molto da fare.

Come rilanciare la sfida al cambiamento?

Noi abbiamo elaborato una proposta di legge per il nuovo Parlamento, firmata da Pd e da Liberi e Uguali che presenteremo il 1 febbraio in una conferenza stampa al Senato. Parla di servizi e dice che bisogna destinare il 5 per cento della spesa sanitaria alla salute mentale. I centri di salute mentale devono restare aperti sempre, perché non è che si diventa matti solo i giorni feriali, si ribadisce che la contenzione fisica è proibita, che bisogna sostenere di più le cooperative sociali, i piccoli appartamenti protetti per un numero limitato di persone e che ogni azienda sanitaria deve avere un centro di salute mentale con un budget proprio.

Quindi la legge 180 non si tocca?

Assolutamente non si tocca. La legge 180 resta così. Quella che presentiamo è una legge attuativa della 180. Quando nel 1904 fu approvata la legge per costruire i manicomi, nel 1909 ci fu un regolamento applicativo molto preciso. Con la 180 questo è mancato. Alcune regioni hanno fatto buone leggi, altre no. C’è stato qualche piano nazionale. Ma si tratta di strumenti molto deboli. Noi proponiamo una legge che rafforzi la governance.

A Trieste però ce l’avete fatta, il progetto continua…

Sì ci siamo riusciti sia con le giunte di centrosinistra sia con quelle di centrodestra. È abbastanza dura, perché le regressioni ideologiche sono a portata di mano, perché le logiche di esclusione sono sempre immanenti, la farmacologizzazione dei problemi è sempre la via più semplice, perché le risorse vanno conquistate con le unghie e con i denti. Ma abbiamo resistito: ci sono quattro centri di salute mentale, aperti 24 ore al giorno, una rete di piccoli appartamenti, una rete di cooperative sociali, abbiamo vari laboratori di pittura, teatro, arte, manufatti vari.

Dagli anni Settanta lei ha a che fare con la sofferenza, con il dolore, con tanti problemi. Come ha retto?

Noi abbiamo avuto la fortuna di vivere una dimensione collettiva, siamo stati un gruppo molto ampio, con molti ricambi e un forte legame affettivo oltre che professionale. Negli ultimi anni si fa più fatica, perché tutto è più istituzionalizzato e si è spinti verso la solitudine, l’individualismo. Ma aver mantenuto in piedi servizi abbastanza forti, ha consentito una ossigenazione continua, anche se c’è sempre la preoccupazione che tutto questo possa venire meno.

Ma Basaglia non è stato dimenticato?

La storia che lui rappresenta è come un fiume carsico: sparisce e poi ricompare là dove meno te lo aspetti. Siamo per esempio sorpresi dall’interesse che ci viene mostrato dall’estero, da gruppi di studiosi che vogliono conoscere quello che abbiamo fatto. A volte sono gli stessi governi a mostrare interesse, come è accaduto per il Brasile ai tempi di Lula. I problemi più drammatici di questa storia sono stati superati, quindi essendo meno drammatici sono anche meno evidenti. Il fatto, per esempio, che si sia riusciti a superare gli ospedali psichiatrici giudiziari, anche se con soluzioni che vanno tenute ancora sotto osservazione, è accaduto negli ultimi anni. All’epoca non c’eravamo riusciti.

Sanità: sì preliminare al Piano regionale salute mentale

Ven, 26/01/2018 - 17:46

Udine, 25 gen – Strutture territoriali e più vicine ai bisogni dei malati, Centri di salute mentale sulle 24 ore più efficienti e una rete di cura omogenea a livello regionale.
Sono gli obiettivi principali del Piano regionale della salute mentale, infanzia, adolescenza ed età adulta 2018 – 2020 approvato in via preliminare dalla Regione.
Il Piano muove da un’accurata analisi dell’attuale situazione dei servizi per la salute mentale che trovano in Friuli Venezia Giulia un modello organizzativo all’avanguardia, radicato fin dagli anni ‘60 nell’esperienza di Franco Basaglia. Ciononostante i servizi, soprattutto quelli riferiti all’età evolutiva, si sono nel tempo articolati in maniera eterogenea sul territorio, dove si misura anche una presenza diversificata di neuropsichiatri, l’assenza di un sistema informativo unico e di un osservatorio epidemiologico dedicato.

Il Piano intende innanzitutto, sul cardine della riforma della sanità, migliorare l’integrazione tra cure primarie e specialistiche e i relativi percorsi di cura, tenuto conto che la cura dei disturbi mentali “comuni” ha un altissimo impatto sui servizi. In particolare dovranno essere costruite relazioni stabili tra gli operatori dei Centri di salute mentale e i medici di medicina generale, sia nella prevenzione che nella presa in carico e cura dei pazienti.

Il Piano si prefigge inoltre di implementare la rete regionale integrata per la prevenzione, l’identificazione precoce, la diagnosi, la cura e l’abilitazione/riabilitazione rivolta a minori con disturbi neurologici, neuropsicologici e psicopatologici e disordini dello sviluppo psicologico, cognitivo, linguistico, affettivo e relazionale.

Una parte del Piano è dedicata alla definizione di percorsi di transizione delle cure dall’età pediatrica a quella adulta, coinvolgendo i diversi attori della rete territoriale, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, neuropsichiatrie dell’infanzia e dell’adolescenza e Dipartimenti di salute mentale, per una presa in carico integrata.

Con questa visione ritrova centralità il “progetto terapeutico riabilitativo individualizzato”, un percorso di cura coerente con i bisogni della singola persona, in cui sono coinvolti servizi sanitari, enti locali e operatori del terzo settore. I percorsi riabilitativi si fondano principalmente su tre assi principali: casa, scuola/lavoro e socialità e possono essere finanziati anche attraverso il Fondo per l’autonomia possibile. Altre esperienze positive che il Piano evidenzia sono quelle dell’abitare inclusivo, che ha permesso una progressiva riduzione delle residenze che ospitano persone con disturbi psichici (da 31 nel 2004 si è passati a 23 nel 2016, con una riduzione del 23%) e dei posti letto dedicati (dai 210 del 2004 ai 152 del 2016, con una riduzione del 26%), a favore di nuove forme di domiciliarità che favoriscono il superamento del disagio psichico e il reinserimento sociale. Allo stesso modo agiscono i tirocini inclusivi, che offrono opportunità dirette di inserimenti nel mondo del lavoro e acquisizione di competenze.

Ampio spazio è dedicato alla formazione e ricerca: la Regione intende promuovere programmi di ricerca scientifica innovativa che possano valorizzare le esperienze regionali in materia di salute mentale, in particolare nelle buone pratiche in ambito di cure orientate al recupero, nell’appropriatezza degli interventi farmacologici a livello di cure primarie in età adulta e pediatrica, nella riabilitazione psicosociale e nella prevenzione del suicidio.

Il Piano detta, inoltre, le linee guida per la gestione dell’emergenza, la prevenzione del suicidio e il trattamento delle patologie connesse all’uso di sostanze psicotrope e delle patologie da dipendenza. Si prevede, infine, entro il 2020 lo sviluppo e l’adozione di un sistema informativo unico per la salute mentale, da adottare sia nei servizi dell’adulto, che in quelli dell’infanzia e adolescenza, per favorire una maggiore capacità gestionale e programmatoria.

In Friuli Venezia Giulia le persone seguite dai servizi dei Dipartimenti di salute mentale sono circa 20 mila di cui il 60% sono donne (dati 2016). Le classi di età prevalenti sono quelle comprese tra i 30 e i 49 anni e tra i 50 e 69 anni. I disturbi più diffusi sono quelli dello spettro psicotico (schizofrenia sindrome schizotipiche e deliranti), le sindromi affettive (disturbi di umore) e quelle legate allo spettro ansioso (fobie correlate a stress) che assieme rappresentano più dei tre quarti di tutte le diagnosi. Per la salute mentale degli adulti, i Dipartimenti di salute mentale della Regione hanno investito nel 2016 oltre 63 milioni di euro.

http://www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/

Articoli 88 e 89 del codice penale è possibile abrogare il vizio di mente?

Gio, 25/01/2018 - 16:14

Da sempre la questione della incapacità e della pericolosità attraversa gli ambiti del diritto e della psichiatria, e spesso si deve confrontare con la richiesta di controllo sociale.

L’infermità mentale non comporta mai di per sé una condizione di totale o parziale non-imputabilità, dovendo essere accertato se, in relazione al fatto commesso, essa possa aver inciso sulla capacità di intendere o di volere dell’Autore del reato al momento della commissione del fatto; l’incontro si pone l’interrogativo della possibilità di riconoscere la responsabilità penale anche dell’infermo di mente.

Il tema involge questioni che abbracciano il campo della psichiatria con particolare riferimento alle origini dell’infermità mentale, ma anche il campo giudiziario nel quale gli Operatori, nei diversi ruoli, devono indagare, attraverso esperti, sulla persona dell’Autore del reato, assumendo decisioni che concernono la sussistenza e il grado della sua penale responsabilità, l’applicazione e la misura della pena, l’adozione di una misura di sicurezza.

Dopo una sentenza di assoluzione o di condanna rimane comunque la Persona che, in ragione della sua malattia, ha bisogno di una presa in carico globale.

Venerdì 2 febbraio 2018 – 8.30-18.00

Aula Corte d’Assise– cortile interno, Palazzo di Giustizia

TRIESTE – ingresso pedonale da via Coroneo 20

ore 8.30/9.00 registrazione partecipanti – ore 9.00 saluto delle Autorità

Relatori:

  • Roberto Mezzina – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale, Trieste
  • Sergio Moccia – Professore di diritto penale, Università di Napoli
  • Luigi Benevelli – Psichiatra, Mantova
  • Daniele Piccione – Costituzionalista
  • Lorenzo Toresini – già primario del Dipartimento di Salute Mentale di Merano
  • Maria Teresa Collica – Professore di diritto penale, Università di Messina
  • Cosimo Lorè – Direttore Medicina Legale, Siena
  • Guido Rispoli – Procuratore Generale, Corte d’Appello di Campobasso
  • Mariapia Maier – Presidente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Trieste
  • Luigi Dainotti – Presidente Aggiunto presso Sezione G.I.P., Tribunale di Trieste
  • Lionella Manazzone – Magistrato di Sorveglianza, Udine
  • Paolo Borghi - Psicologo – Psicoterapeuta

Coordinano:

Peppe dell’Acqua – già direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste

Gloria Carlesso -referente distrettuale della Scuola Superiore della Magistratura

7 crediti formativi ECM perMedici, Infermieri, Operatori sanitari, Educatori e Assistenti sociali

Iscrizioni   paola.cecchini@asuits.sanita.fvg.it

Per Avvocati e Praticanti ….crediti formativi

iscrizioni da farsi seguendo le istruzioni nel sito del Consiglio dell’Ordine Avvocati di Trieste

Per Magistrati e Tirocinanti iscrizioni presso formazione.ca.trieste@giustizia.it

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