U.R.A.Sa.M. Lombardia partecipa e sostiene il lavoro del gruppo ProESP.
Il prossimo incontro del gruppo sarà il giorno 21 maggio alle ore 10:30.
Ordine del Giorno:
- Aggiornamenti relativi a un prossimo corso di formazione;
- Condivisione eventuali iniziative e progettualità in linea con i principi della co-produzione.
Sede: Palazzo della Regione Lombardia, Ingresso N. 4 - ala arancio - piano 2 - sala riunioni numero 34, (ricordarsi Carta Regionale dei Servizi)
La sala può ospitare un massimo di 30 persone. Sarà comunque garantita la possibilità di partecipare tramite collegamento online.
Per partecipare, scrivere a questa mail: maria.pisoni@asst-ovestmi.it segnalando la propria adesione in presenza, nominativo, eventuale ente di appartenenza.
Se si riesce a partecipare unicamente on line, segnalare anche la mail a cui inviare il link della riunione.
U.R.A.Sa.M. Lombardia partecipa alla conferenza programmatica sul budget di salute organizzata dal consorzio bresciano Cascina Clarabella affiancato dal co-promotore ASST Franciacorta e dai partner istituzionali Direzioni Generali Welfare Lombardia per Famiglia, Casa e Lavoro.
Da anni aspettiamo una legge regionale che indichi le linee attuative dell'utilizzo del budget di salute. Sarà una proposta concreta quella che emergerà dalle due giornate di lavoro suddivise in due fasi: conferenza programmatica e consegna pubblica del documento.
Evento aperto al pubblico: 22 maggio presso la cooperativa sociale Cascina Clarabella a Corte Franca in provincia di Brescia. Trovate indirizzo e mail di iscrizione nel programma qui sotto.
Con piacere vi invitiamo all'evento pubblico sulla salute mentale promosso da Campagna Salute Mentale, di cui U.R.A.Sa.M. Lombardia è parte, insieme al Movimento de Le Parole Ritrovate, programmato per il 22.5.26.
Date le affinità che esistono tra Campagna Salute Mentale e Le Parole ritrovate, si è pensato di promuovere un confronto pubblico per dare continuità e rinnovare il lavoro svolto da Campagna Salute Mentale con le Assemblee territoriali e per dare visibilità al nuovo manifesto sulle buone prassi de Le Parole ritrovate.
L’evento è stato programmato per il 22 maggio ore 9.30-13.00, presso l’auditorium della Casa della Carità.
Dopo i saluti di Don Selmi e l'introduzione di Don Colmegna, De Stefani e Fiori si prevede:
- una tavola rotonda, con inizio alle ore 10.00, coordinata dal giornalista Paolo Lambruschi;
- la partecipazione di 10 interventi brevi (circa 5 minuti ciascuno), costruiti attorno ai punti chiave dei documenti di riferimento della piattaforma della CSM e del Manifesto de Le Parole Ritrovate;
Gli interventi saranno tenuti da:
- operatori del servizio pubblico (già individuati per alcuni temi specifici, come le contenzioni e le persone “perse di vista”);
- un infermiere
- un operatore del terzo settore
- familiari e utenti, indicati sia dalla Campagna sia da Le Parole Ritrovate.
Gli interventi avranno carattere sia di analisi, sia di testimonianza, valorizzando anche esperienze positive.
Dopo la tavola rotonda, è previsto un ampio spazio di dibattito con il pubblico, con l’obiettivo di raccogliere contributi, osservazioni e riflessioni dai partecipanti. L’iniziativa si concluderà con una sintesi finale e la predisposizione di un comunicato congiunto da diffondere anche alla stampa.
E' possibile scaricare qui sotto la locandina e il programma dettagliato.
L’iniziativa rappresenta anche un momento importante per riattivare a livello regionale, il confronto sulle problematiche della salute mentale e il rilancio di sinergie con altri movimenti.
E' per noi preziosa la vostra partecipazione e collaborazione e vi preghiamo di estendere l'invito a tutti i vostri contatti.
Vi aspettiamo!
Prendersi cura di un familiare con un disturbo mentale non è solo un atto d'amore o un dovere: è un impegno quotidiano che trasforma profondamente la vita di chi lo assume. Spesso, però, a questo carico si aggiunge un peso invisibile ma schiacciante: lo stigma.
In questo articolo esploriamo cosa significhi oggi essere un caregiver in Italia e come lo stigma "per associazione" influenzi il benessere delle famiglie. L’articolo è basato sull’intervento di Maria Gorlani (membro del direttivo di U.R.A.Sa.M. Lombardia) al Congresso “Conflitti nelle persone, nelle relazioni, nella comunità e riverberi psicopatologici” (Bormio, 9-12 aprile 2026), organizzato dalla SIP-LO (sezione lombarda della Società Italiana di Psichiatria) a cui hanno partecipato professionisti dai DSMD di tutta Italia.

Chi è il caregiver psichiatrico?
Nella maggior parte dei casi, il caregiver è un familiare stretto — un genitore, un fratello, un figlio, un compagno — che dedica ore preziose alla cura senza essere un professionista, senza formazione né retribuzione. In Italia, oltre il 70% di queste figure sono donne.
Il loro ruolo va ben oltre l'assistenza materiale: monitorano l’aderenza alle terapie e alle visite, gestiscono le crisi comportamentali, sostengono il congiunto nelle relazioni sociali e nelle attività quotidiane; spesso, riducono o sospendono la propria attività lavorativa per far fronte a queste necessità.
Le mille facce dello stigma
Lo stigma non colpisce solo chi soffre direttamente di una patologia. Esiste quello che i sociologi chiamano "stigma affiliativo": un marchio che viene esteso a chiunque sia vicino alla persona con disturbo mentale e mina la sua piena accettazione sociale.
U.R.A.Sa.M. Lombardia ha sostenuto e partecipato ad un’indagine nazionale dell’Università di Verona nel 2025 su 508 caregiver, che ha rivelato dati allarmanti:
- Stigma Affiliativo (66%): molti caregiver interiorizzano i pregiudizi sociali, arrivando a pensare: "È colpa mia" o "Siamo una famiglia fallita"; dai pensieri derivano sentimenti pervasivi di vergogna, imbarazzo e senso di colpa, la percezione di “essere sbagliati" o di “aver fatto qualcosa di sbagliato".
- Isolamento e ritiro sociale (39%): per timore del giudizio, molti scelgono l'occultamento della diagnosi e il ritiro sociale, evitando persino di cercare aiuto.
- Qualità della vita: per circa un terzo degli intervistati l’impatto sulla qualità della vita è molto rilevante, in ambiti critici che vanno dal tempo libero, alla salute fisica, persino alla vita sessuale.
- Distress Psicologico: oltre l'80% dei caregiver soffre di disturbi del sonno e percepisce una pressione costante a “fare qualcosa”, unita ad un senso di impotenza; la maggioranza dei caregiver sperimenta perdita di autostima e fiducia, e quasi un quarto di loro è costantemente preoccupato per il proprio futuro e quello del familiare.
Dove nasce il giudizio?
Dalla nostra esperienza come associazione, identifichiamo quattro contesti principali in cui lo stigma mette radici:
- Sociale: frasi come "Perché non lo educate/raddrizzate?", “Perché non lo fate curare?” contribuisco al senso di inadeguatezza e di impotenza; è doloroso il confronto con chi assiste un anziano, dove il sostegno sociale è solitamente maggiore.
- Lavorativo: il timore che il caregiver sia “poco affidabile” a causa delle emergenze familiari può portare ad una marginalizzazione professionale; anche i complimenti possono contenere una narrazione implicita stigmatizzante (“è bravo, nonostante la sua situazione familiare”).
- Clinico: a volte, purtroppo, anche i professionisti possono usare linguaggi che colpevolizzano la famiglia (definendola "tossica" o "disfunzionale"), invece di includerla nel percorso di cura.
- Media e social: la narrazione stereotipata che spesso dipinge i familiari (specialmente i genitori) di un paziente psichiatrico come causa dei problemi del paziente e li rappresenta come figure fredde, respingenti, colpevolizzanti, incapaci di capire il disturbo, o addirittura patologiche.
Come spezzare il cerchio: l’empowerment
Non dobbiamo rassegnarci. La presentazione indica tre pilastri fondamentali per il cambiamento:
- Informazione e formazione: comprendere i disturbi e i trattamenti (psicoeducazione) è il primo passo per scacciare il senso di colpa e di inadeguatezza.
- Valorizzazione del ruolo: il caregiver deve essere visto dai servizi sanitari come una risorsa, un interlocutore da coinvolgere attivamente nel progetto di cura.
- Reti di Supporto: L'auto-mutuo-aiuto tra pari è l'arma più potente contro l'isolamento. Sentirsi parte di una comunità come quelle delle nostre Associazioni trasforma il "peso" in forza collettiva.
Un esempio concreto di psicoeducazione: Family Connections™
All'interno del progetto JA ImpleMENTAL (2023-2024), è stato promosso in Lombardia il modello Family Connections™. Si tratta di un percorso strutturato per familiari di persone con Disturbo Borderline di Personalità, che ha dimostrato scientificamente di poter ridurre il carico emotivo e i sintomi depressivo nei caregiver, migliorando anche la comunicazione familiare.
Conclusioni
Lo stigma è un importante fattore di vulnerabilità per i caregiver di pazienti psichiatrici, ma non è insuperabile. Collaborando tra associazioni, servizi di salute mentale e cittadini, possiamo costruire una cultura della salute mentale che non lasci indietro nessuno.

Mito&Realtà – Associazione per le comunità terapeutiche e residenziali ha invitato la nostra associazione ad un convegno dal titolo:
“Ruolo e necessità della comunità terapeutica.
Dialogo e integrazione tra i soggetti istituzionali protagonisti del processo di cura.”
Il convegno si è tenuto il 25 ottobre 2025 su due sedi contemporaneamente (Milano e Roma) e ha affrontato diverse criticità e opportunità delle comunità terapeutiche per minori-adolescenti ed adulti. Ad esempio, un tema particolarmente interessante, su cui U.R.A.Sa.M. ha dato la propria disponibilità a collaborare per gli sviluppi futuri, è il Visiting: un processo di valutazione tra le comunità terapeutiche come accreditamento tra pari, avviato in Italia a partire dal 2010.
Il convegno era organizzato in tavole rotonde, in cui si confrontavano i punti di vista dei diversi portatori di interesse: Psicologi, Psichiatri, Educatori, Terp, Infermieri, Operatori, Utenti, Famigliari.
U.R.A.Sa.M. Lombardia ha contribuito alla discussione con un intervento della nostra Presidente, che è stato apprezzato per la sua ricchezza e concretezza, al punto che alcuni operatori hanno espresso addirittura sorpresa per la competenza dimostrata dalle associazioni di familiari. Trovate di seguito il testo dell'intervento e qui la registrazione dell’intero evento.
Buongiorno a tutti.
Rappresento un gruppo di associazioni lombarde di familiari e utenti per la salute mentale, e volevo quindi innanzitutto accennare alla competenza del familiare esperto e attivo nelle associazioni: affianchiamo le persone nel percorso nei servizi di salute mentale, facciamo formazione ad altri familiari su come affrontare al meglio i percorsi con il proprio caro.
Ci sono anche associazioni di familiari che fanno formazione agli operatori dei DSMD su come vengono percepiti i servizi sociosanitari.
Oggi siamo qui per partecipare a un utile confronto sulle comunità terapeutiche.
Saluto e ringrazio i presenti in sala e online, e ringrazio in particolare Marta Vigorelli e Stefania Borghetti per l’invito.
Comunità, termine comune a tanti linguaggi
Il termine “comunità terapeutica” contiene un significato comune ai diversi linguaggi professionali, quindi portatore anche di una comunità lessicale e concettuale: luogo dove la vita in comune ridefinisce la percezione di sé stessi e dell’ambiente.
Va aggiunto che il concetto stesso di comunità assume senso se lo si pone in relazione con la comunità che, a sua volta, ne definisce i confini: stamattina abbiamo ascoltato l’espressione “riconoscere la comunità”, quindi: chi la riconosce? La riconosce e la definisce tutto ciò che è fuori da quei confini, che non devono essere muri, ma pareti permeabili di comunicazione e di interazione con il territorio, anche qualora non si tratti dello stesso territorio in cui la persona ha vissuto e/o in cui si tornerà a vivere.
Alcuni esempi, presi dalle realtà delle nostre associazioni:
- volontariato presso le associazioni territoriali; ad esempio, abbiamo avuto un ragazzo che ha iniziato a frequentare l’associazione IncontRho il venerdì nei suoi rientri a casa, e qualche mese dopo sarà tra gli accompagnatori del gruppo nella settimana di vacanza a Rimini;
- espletamento della messa alla prova presso le associazioni, domiciliati in comunità;
- frequenza ai laboratori associativi o i club diurni, sempre con domicilio presso la comunità.
Tutto questo nell’ambito di un progetto condiviso tra i vari attori che concorrono alla riabilitazione sociale, inclusa la famiglia.
Il ruolo della famiglia
Abbiamo collezionato molte esperienze di esclusione della famiglia nella condivisione del percorso in comunità, soprattutto nella prima fase.
Anche qualora ci si prenda il tempo per un periodo di osservazione, che integra o a volte sovverte il profilo, anche clinico, della persona inviata, vogliamo dire che in questo percorso di rivalutazione e di costruzione di percorso individuale vanno inclusi anche i componenti esistenti e disponibili della rete familiare.
Occorre fin da subito lavorare anche con il familiare, in primis perché interagire con la famiglia aiuta a comporre il quadro clinico con tutti i determinanti ambientali, ma anche e soprattutto perché il familiare è a tutti gli effetti il caregiver del paziente ed è il suo punto di riferimento fondamentale.
Su queste istanze noi confidiamo in una condivisione di intenti, quindi in un’alleanza di obiettivi con voi operatori e dirigenti presenti fisicamente e temporalmente… e con i futuri!
Specificità dei percorsi terapeutici
Ciò che rilevano le famiglie che hanno esperienza di comunità, è la diffusa pratica di trattamenti poco specifici, raramente sono disponibili trattamenti evidence based specifici per quel disturbo.
Rileviamo anche la scarsità di verifica del percorso: stazioni di verifiche programmate e condivise con la famiglia e con i servizi invianti.
Pazienti con alta complessità
C’è poi un capitolo che vorremmo trattare, che è quello dei pazienti con complessità alta, ad escandescenza emotiva (come abbiamo ascoltato definirli stamattina), talvolta sospesi nel limbo giudiziario in attesa di sentenza per reati connessi alla patologia, talvolta con doppia diagnosi, talvolta protagonisti di denunce da parte della famiglia e spesso anche da parte degli operatori di CPS, SPDC, CRA, e protagonisti di lunghissimi ricoveri in SPDC o di andirivieni tra casa e ricovero.
Apriamo qui una parentesi sulle eventualità, molto frequenti, in cui il paziente è denunciato dagli operatori per agiti di escandescenza emotiva all’interno dei luoghi di cura e riabilitazione: CPS, SPDC, centri diurni, comunità. Come può essere che io venga denunciato per i sintomi della mia malattia proprio nei luoghi che dovrebbero curarmi? Questa è una domanda che ci poniamo e che vi poniamo.
Tornando al paziente “che non vuole nessuno”, il paziente difficile che vive in SPDC per mesi e per il quale sembra non esserci la comunità adatta: qual è lo scenario, la mappatura dei luoghi, la loro competenza specifica? Dov’è l’incaglio?
Da Regione Lombardia ancora perviene l’indicazione di diminuire gli invii verso comunità fuori regione, dove magari avrei trovato un posto in Piemonte o in Emilia per Cinzia, Giovanni, Cristina, Simone.
Aggiungo che, anche lontani dalla zona di provenienza, dove il percorso lo consenta e anzi lo prescriva, il territorio come risorsa riabilitativa lo puoi sperimentare, frequentare: associazioni ed altre realtà di gruppi di persone. Resterà comunque un’esperienza formativa, pur restando preferibile, anzi prioritaria, la ricerca di una comunità prossima al territorio della famiglia.
Pazienti autori di reato
Parlando di comunità e di interazione col territorio, consentitemi – fuori tema – di approdare a un luogo che non è comunità bensì istituzione totale: è necessario trattare la condizione carceraria degli ammalati, sia di chi vi entra già con una diagnosi, sia di chi sviluppa patologie psichiatriche all’interno di pareti che - invece sì - possiamo chiamare muri; dove anche gli operatori degli esigui – insufficienti – servizi interni sono orientati a dare più rilievo alla parte tossicologica (quindi attivando i SerD penitenziari) che a quella psichiatrica, dove occorrerebbe curare con altri obiettivi, dove poco si interagisce con i servizi territoriali.
Questo è un tema attenzionato anche dai piani socio-sanitari, dai bandi, dal Ministero.
U.R.A.Sa.M. quest’anno ha preso parte all’Osservatorio carcere e salute mentale riguardo le carceri milanesi.
Valutazione dei percorsi ed esiti
Un ultimo tema su cui interpelliamo i professionisti della salute mentale è la valutazione del percorso e la valutazione degli esiti, che ancora può e deve includere varie stazioni di verifica periodiche, in concerto con i servizi invianti e il familiare, o - dove non vi sia familiare - l’amico o il volontario amico.
Si pensi che questa indicazione – valutazione esiti, cura e riabilitazione – è stata l’unica proposta integrativa accolta, su 6 presentate da U.R.A.Sa.M. sotto forma di emendamenti nell’ambito della discussione sull’ultimo Piano Socio Sanitario Triennale di Regione Lombardia.
Conclusione
Concludo quindi con temi che stimolino il confronto in tavola rotonda, peraltro già trattati stamattina:
- nella costruzione del percorso di cura, riteniamo necessario il coinvolgimento della famiglia, stamattina definita “risorsa con competenza”;
- riteniamo necessario misurare gli esiti individuali della cura e della riabilitazione, programmando step di verifica congiunta con la prima rete naturale prossima al paziente — anche l’amico o il volontario, gli amici, i servizi invianti e la persona stessa; le verifiche di percorso individuale sono da effettuarsi anche e soprattutto a conclusione di finanziamenti da delibere o da progetti da bandi di durata definita e talvolta prorogabile;
- alla luce della necessaria specificità di interventi per ogni individuo, riteniamo che vada attuata una differenziazione della diaria erogata da Regione Lombardia per i percorsi in comunità, in funzione della complessità del paziente; è anche così che si persegue la specificità del percorso.
Grazie per l’attenzione.
Chiara Vassallo
Presidente di U.R.A.Sa.M. Lombardia
U.R.A.Sa.M. Lombardia, insieme a Famiglie in Rete, associazione nazionale di familiari e utenti per la Salute Mentale, ha attivamente partecipato ad un progetto finanziato con fondi europei che in Lombardia ha portato ad applicare concretamente una serie di buone prassi di cura per i pazienti con Disturbi Borderline di Personalità in età giovanile 18-30 anni (trovate maggiori informazioni qui).
Come associazioni, abbiamo seguito l’intero progetto e incontrato tutti i DSMD che sono stati disponibili ragionare insieme sulle possibili modalità di collaborazione con noi e con le associazioni del territorio locale che abbiamo coinvolto.
Il supporto delle associazioni è stato disegnato su misura per ciascun singolo DSMD; alcuni esempi:
- familiari formati e disponibili per la co-conduzione dei corsi Family Connections, intervento psicoeducativo per familiari
- diffusione del progetto e organizzazione congiunta di eventi informativi e di comunicazione sul territorio (anche rivolti a destinatari specifici, es. cooperative, centri per l’impiego, ...)
- interventi verso le istituzioni (es. Comuni) per ottenere servizi sociali,
- partecipazione congiunta a gruppi di lavoro territoriali, provinciali, zonali… per la salute mentale
- tramite verso i familiari difficili da raggiungere o da motivare
- proseguimento dei gruppi per familiari dopo Family Connections con veri e propri gruppi di auto-mutuo aiuto dedicati ai familiari che hanno seguito Family Connections.
E i primi risultati si vedono già!
Riportiamo di seguito la lettera di ringraziamento di un gruppo di genitori che hanno sperimentato i benefici del programma Family Connections nell’ambito di questo progetto.
Ci uniamo alla loro richiesta di ampliare la diffusione al progetto, in Lombardia e nel resto d’Italia, e confermiamo la nostra disponibilità a lavorare insieme ai Servizi di Salute Mentale su progetti come questo, caratterizzati dall’adozione di percorsi di cura realmente efficaci (“evidence-based”), sostenibili e aperti alla collaborazione con le famiglie.
Al Direttore Sanitario dell’ATS Bergamo, dott.ssa Nicoletta Castelli
All’ U.R.A.Sa.M. Lombardia - c/c Sig.ra Maria Gorlani
All’Ufficio Relazioni con il Pubblico - c/c dott.sse Emi Bondi e Simonetta Rovaris
All’Associazione Piccoli Passi Per
Bergamo, 3 luglio 2025
Gentilissime e gentilissimi,
con queste poche righe desideriamo esprimere un sincero e profondo ringraziamento da parte del gruppo di genitori che ha partecipato a Family Connections, il primo progetto che il Centro Diurno Day Care di Boccaleone – ASST Papa Giovanni XXIII ha dedicato alle famiglie dei giovani utenti con disturbo di personalità, in cura individuale e collettiva presso il C.P.S.
Gli incontri settimanali sono iniziati nella seconda metà di luglio 2024 e, con nostra grande gioia, si sono protratti fino alla fine di giugno 2025.
Per un intero anno abbiamo avuto l’opportunità di condividere esperienze, confrontarci sulle difficoltà quotidiane, sentirci accolti, accompagnati e, in un certo senso, “presi per mano” in un percorso di vita non certo semplice.
Abbiamo imparato a riconoscere alcune delle tante, complesse e faticosissime sfaccettature dei sintomi del disturbo borderline di personalità: comportamenti disregolativi che, senza un’adeguata formazione, risultano spesso per noi incomprensibili e difficili da accettare.
Grazie però alle conoscenze e agli strumenti che ci sono stati offerti, abbiamo imparato a riconoscere questi segnali e a intervenire in modo più efficace nei momenti di crisi, supportando concretamente i nostri cari e migliorando così anche la relazione con loro.
Un ringraziamento speciale va alla Terp Jessica Motta e agli educatori Franca Gusmini e Silvano Bonalumi, che sono stati per noi delle guide fondamentali.
Preparati, pazienti ed empatici, ci hanno accompagnato con competenza nella scoperta dei numerosi moduli della terapia DBT della Dott.ssa Marsha Linehan, fornendoci sia una solida base teorica, sia preziosi strumenti pratici per affrontare le difficoltà quotidiane e gestire le crisi.
Con grande umanità ci hanno sempre sostenuto, motivato e accolto nei momenti più difficili, rendendosi disponibili ad ascoltare fatiche che, per noi genitori, spesso risultano troppo pesanti da affrontare da soli.
Vogliamo anche ringraziare chi ha ideato e reso possibile questo percorso, sottolineando quanto sia importante – anzi, fondamentale – creare uno spazio di collaborazione tra i servizi sanitari e le famiglie.
Sappiamo quanto possa essere complesso, tra difficoltà organizzative, gestionali e di budget, ma crediamo fermamente che costruire un’alleanza tra le strutture sanitarie e le famiglie rappresenti una scelta saggia, utile ed estremamente efficace.
Unire le forze per il benessere dei nostri cari significa anche promuovere un cambiamento profondo nell’approccio al disturbo. Questa è stata, senza dubbio, la nostra esperienza.
Siamo convinti che l’apprendimento e l’applicazione delle modalità di comunicazione trasmesse durante il percorso abbiano avuto un impatto trasformativo nel nostro modo di relazionarci con i nostri cari. Imparare a riconoscere e comprendere i comportamenti disfunzionali, e a rispondere ad essi con maggiore consapevolezza, empatia e calma, ci ha permesso non solo di affrontare le crisi in modo più efficace, ma anche di costruire relazioni più stabili e serene. Questo approccio, se messo in pratica con costanza, si è rivelato uno strumento concreto di cambiamento, capace di migliorare significativamente la qualità della vita dell’intero nucleo famigliare.
Per questo motivo, pensando anche alle tante famiglie del territorio che non hanno ancora avuto la fortuna di accedere a un progetto simile, ci permettiamo di chiedere che Family Connections possa continuare ad essere proposto e ampliato.
Crediamo davvero che progetti come questo rappresentino un’opportunità concreta di cambiamento, un primo passo verso una possibile rinascita per tutte le persone coinvolte.
Con gratitudine,
i genitori partecipanti al progetto Family Connections
La nostra Relazione Annuale 2024 presentata all’Assemblea dei Soci il 6 aprile è online!
Nel documento troverai una panoramica delle attività svolte durante l’anno, con particolare attenzione alla sensibilizzazione della cittadinanza, alla formazione in rete, al superamento delle marginalità e all’impegno istituzionale.
Ti invitiamo a scaricare subito il PDF per approfondire ogni dettaglio e a contattarci per ulteriori informazioni.
Il coordinamento “Campagna Salute Mentale” ha avviato un primo ciclo di assemblee cittadine in sei città lombarde (Bergamo, Brescia, Lecco, Lodi, Mantova, Milano) per promuovere e condividere una piattaforma di proposte e richieste concrete rivolte alle istituzioni. L’obiettivo è investire sulla salute mentale come diritto fondamentale, con servizi territoriali potenziati, prevenzione per i più giovani, dotazioni adeguate di personale e risorse, e percorsi di cura orientati alla dignità e all’inclusione.
Tra le richieste principali:
- Potenziare i servizi territoriali (CPS e Centri Diurni aperti 12 ore al giorno, 7 giorni su 7) e garantire continuità ai progetti virtuosi esistenti.
- Formare e integrare gli operatori socio-sanitari, insieme a utenti e famiglie, per favorire buone pratiche e relazioni di aiuto efficaci.
- Riconoscere la figura dell’ESP (Esperto in Supporto tra Pari) con un inquadramento giuridico ed economico appropriato.
- Ridurre e superare la contenzione negli SPDC, con un monitoraggio attento e investimenti sui servizi di prossimità.
- Riconsiderare l’organizzazione delle REMS e prevedere interventi specifici per la salute mentale in carcere, favorendo percorsi di inclusione sociale.
Queste proposte si inseriscono in una visione di salute mentale di comunità, basata sul coinvolgimento congiunto di servizi pubblici, enti del terzo settore, associazioni e cittadini.
Per maggiori informazioni e per consultare il documento completo, vi invitiamo a contattare il coordinamento o a visitare i canali dedicati.
U.R.A.Sa.M. Lombardia, Famiglie in Rete e AIGA - Associazione Italiana Giovani Avvocati (sezione di Bergamo e Coordinamento Regione Lombardia) sono onorate di presentare il ciclo di incontri dedicati ai pazienti psichiatrici autori di reato.
📈 Questo ciclo di cinque incontri ha lo scopo di portare alla conoscenza degli operatori del diritto la complessità del disagio mentale, l'interazione con i servizi socio-sanitari posti a prevenzione, cura, riabilitazione e reinserimento, con particolare attenzione all'approfondimento giuridico sulle tematiche della capacità di intendere e volere e dell'esecuzione della pena da parte del soggetto detenuto con patologia psichiatrica accertata.
📆 I cinque appuntamenti, tutti gratuiti, sono stati pensati per Avvocati e Praticanti, ma sono aperti a tutti gli interessati. Si terranno presso la sala della Caritas Diocesana, a Bergamo, Via Conventino n. 8.
👩🎓 La partecipazione all'intero ciclo di convegni (con obbligo di frequenza per l'80%) garantisce l'ottenimento di 12 crediti formativi in procedura penale.
E' possibile scaricare la locandina qui.