Salute mentale è salute sociale

Ruolo e necessità della comunità terapeutica

2 Novembre 2025

Mito&Realtà – Associazione per le comunità terapeutiche e residenziali ha invitato la nostra associazione ad un convegno dal titolo:

Ruolo e necessità della comunità terapeutica.
Dialogo e integrazione tra i soggetti istituzionali protagonisti del processo di cura
.”

Il convegno si è tenuto il 25 ottobre 2025 su due sedi contemporaneamente (Milano e Roma) e ha affrontato diverse criticità e opportunità delle comunità terapeutiche per minori-adolescenti ed adulti. Ad esempio, un tema particolarmente interessante, su cui U.R.A.Sa.M. ha dato la propria disponibilità a collaborare per gli sviluppi futuri, è il Visiting: un processo di valutazione tra le comunità terapeutiche come accreditamento tra pari, avviato in Italia a partire dal 2010.

Il convegno era organizzato in tavole rotonde, in cui si confrontavano i punti di vista dei diversi portatori di interesse: Psicologi, Psichiatri, Educatori, Terp, Infermieri, Operatori, Utenti, Famigliari.

U.R.A.Sa.M. Lombardia ha contribuito alla discussione con un intervento della nostra Presidente, che è stato apprezzato per la sua ricchezza e concretezza, al punto che alcuni operatori hanno espresso addirittura sorpresa per la competenza dimostrata dalle associazioni di familiari. Trovate di seguito il testo dell'intervento e qui la registrazione dell’intero evento.


Buongiorno a tutti.

Rappresento un gruppo di associazioni lombarde di familiari e utenti per la salute mentale, e volevo quindi innanzitutto accennare alla competenza del familiare esperto e attivo nelle associazioni: affianchiamo le persone nel percorso nei servizi di salute mentale, facciamo formazione ad altri familiari su come affrontare al meglio i percorsi con il proprio caro.
Ci sono anche associazioni di familiari che fanno formazione agli operatori dei DSMD su come vengono percepiti i servizi sociosanitari.

Oggi siamo qui per partecipare a un utile confronto sulle comunità terapeutiche.
Saluto e ringrazio i presenti in sala e online, e ringrazio in particolare Marta Vigorelli e Stefania Borghetti per l’invito.

Comunità, termine comune a tanti linguaggi

Il termine “comunità terapeutica” contiene un significato comune ai diversi linguaggi professionali, quindi portatore anche di una comunità lessicale e concettuale: luogo dove la vita in comune ridefinisce la percezione di sé stessi e dell’ambiente.

Va aggiunto che il concetto stesso di comunità assume senso se lo si pone in relazione con la comunità che, a sua volta, ne definisce i confini: stamattina abbiamo ascoltato l’espressione “riconoscere la comunità”, quindi: chi la riconosce? La riconosce e la definisce tutto ciò che è fuori da quei confini, che non devono essere muri, ma pareti permeabili di comunicazione e di interazione con il territorio, anche qualora non si tratti dello stesso territorio in cui la persona ha vissuto e/o in cui si tornerà a vivere.

Alcuni esempi, presi dalle realtà delle nostre associazioni:

  • volontariato presso le associazioni territoriali; ad esempio, abbiamo avuto un ragazzo che ha iniziato a frequentare l’associazione IncontRho il venerdì nei suoi rientri a casa, e qualche mese dopo sarà tra gli accompagnatori del gruppo nella settimana di vacanza a Rimini;
  • espletamento della messa alla prova presso le associazioni, domiciliati in comunità;
  • frequenza ai laboratori associativi o i club diurni, sempre con domicilio presso la comunità.

Tutto questo nell’ambito di un progetto condiviso tra i vari attori che concorrono alla riabilitazione sociale, inclusa la famiglia.

Il ruolo della famiglia

Abbiamo collezionato molte esperienze di esclusione della famiglia nella condivisione del percorso in comunità, soprattutto nella prima fase.
Anche qualora ci si prenda il tempo per un periodo di osservazione, che integra o a volte sovverte il profilo, anche clinico, della persona inviata, vogliamo dire che in questo percorso di rivalutazione e di costruzione di percorso individuale vanno inclusi anche i componenti esistenti e disponibili della rete familiare.

Occorre fin da subito lavorare anche con il familiare, in primis perché interagire con la famiglia aiuta a comporre il quadro clinico con tutti i determinanti ambientali, ma anche e soprattutto perché il familiare è a tutti gli effetti il caregiver del paziente ed è il suo punto di riferimento fondamentale.

Su queste istanze noi confidiamo in una condivisione di intenti, quindi in un’alleanza di obiettivi con voi operatori e dirigenti presenti fisicamente e temporalmente… e con i futuri!

Specificità dei percorsi terapeutici

Ciò che rilevano le famiglie che hanno esperienza di comunità, è la diffusa pratica di trattamenti poco specifici, raramente sono disponibili trattamenti evidence based specifici per quel disturbo.
Rileviamo anche la scarsità di verifica del percorso: stazioni di verifiche programmate e condivise con la famiglia e con i servizi invianti.

Pazienti con alta complessità

C’è poi un capitolo che vorremmo trattare, che è quello dei pazienti con complessità alta, ad escandescenza emotiva (come abbiamo ascoltato definirli stamattina), talvolta sospesi nel limbo giudiziario in attesa di sentenza per reati connessi alla patologia, talvolta con doppia diagnosi, talvolta protagonisti di denunce da parte della famiglia e spesso anche da parte degli operatori di CPS, SPDC, CRA, e protagonisti di lunghissimi ricoveri in SPDC o di andirivieni tra casa e ricovero.

Apriamo qui una parentesi sulle eventualità, molto frequenti, in cui il paziente è denunciato dagli operatori per agiti di escandescenza emotiva all’interno dei luoghi di cura e riabilitazione: CPS, SPDC, centri diurni, comunità. Come può essere che io venga denunciato per i sintomi della mia malattia proprio nei luoghi che dovrebbero curarmi? Questa è una domanda che ci poniamo e che vi poniamo.

Tornando al paziente “che non vuole nessuno”, il paziente difficile che vive in SPDC per mesi e per il quale sembra non esserci la comunità adatta: qual è lo scenario, la mappatura dei luoghi, la loro competenza specifica? Dov’è l’incaglio?

Da Regione Lombardia ancora perviene l’indicazione di diminuire gli invii verso comunità fuori regione, dove magari avrei trovato un posto in Piemonte o in Emilia per Cinzia, Giovanni, Cristina, Simone.

Aggiungo che, anche lontani dalla zona di provenienza, dove il percorso lo consenta e anzi lo prescriva, il territorio come risorsa riabilitativa lo puoi sperimentare, frequentare: associazioni ed altre realtà di gruppi di persone. Resterà comunque un’esperienza formativa, pur restando preferibile, anzi prioritaria, la ricerca di una comunità prossima al territorio della famiglia.

Pazienti autori di reato

Parlando di comunità e di interazione col territorio, consentitemi – fuori tema – di approdare a un luogo che non è comunità bensì istituzione totale: è necessario trattare la condizione carceraria degli ammalati, sia di chi vi entra già con una diagnosi, sia di chi sviluppa patologie psichiatriche all’interno di pareti che - invece sì - possiamo chiamare muri; dove anche gli operatori degli esigui – insufficienti – servizi interni sono orientati a dare più rilievo alla parte tossicologica (quindi attivando i SerD penitenziari) che a quella psichiatrica, dove occorrerebbe curare con altri obiettivi, dove poco si interagisce con i servizi territoriali.

Questo è un tema attenzionato anche dai piani socio-sanitari, dai bandi, dal Ministero.
U.R.A.Sa.M.  quest’anno ha preso parte all’Osservatorio carcere e salute mentale riguardo le carceri milanesi.

Valutazione dei percorsi ed esiti

Un ultimo tema su cui interpelliamo i professionisti della salute mentale è la valutazione del percorso e la valutazione degli esiti, che ancora può e deve includere varie stazioni di verifica periodiche, in concerto con i servizi invianti e il familiare, o - dove non vi sia familiare - l’amico o il volontario amico.

Si pensi che questa indicazione – valutazione esiti, cura e riabilitazione – è stata l’unica proposta integrativa accolta, su 6 presentate da U.R.A.Sa.M.  sotto forma di emendamenti nell’ambito della discussione sull’ultimo Piano Socio Sanitario Triennale di Regione Lombardia.

Conclusione

Concludo quindi con temi che stimolino il confronto in tavola rotonda, peraltro già trattati stamattina:

  • nella costruzione del percorso di cura, riteniamo necessario il coinvolgimento della famiglia, stamattina definita “risorsa con competenza”;
  • riteniamo necessario misurare gli esiti individuali della cura e della riabilitazione, programmando step di verifica congiunta con la prima rete naturale prossima al paziente — anche l’amico o il volontario, gli amici, i servizi invianti e la persona stessa; le verifiche di percorso individuale sono da effettuarsi anche e soprattutto a conclusione di finanziamenti da delibere o da progetti da bandi di durata definita e talvolta prorogabile;
  • alla luce della necessaria specificità di interventi per ogni individuo, riteniamo che vada attuata una differenziazione della diaria erogata da Regione Lombardia per i percorsi in comunità, in funzione della complessità del paziente; è anche così che si persegue la specificità del percorso.

Grazie per l’attenzione.

Chiara Vassallo
Presidente di U.R.A.Sa.M. Lombardia

Notizie in evidenza

tutte le notizie
chevron-down